In 48 ore la Turchia passa da vittoria a sconfitta diplomatica ed attacco terroristico

Can Erimtan, NEO, 04/07/2016

Yildirim ed Erdogan

Yildirim ed Erdogan

I primi due giorni della settimana passata hanno visto due sviluppi epocali sul fronte diplomatico turco. Ma poi si assisteva a un attacco terroristico efferato che ha traumatizzato il Paese. Il governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), guidato dal primo ministro Binali Yildirim (Sfortunato) e strenuamente sostenuto dal nominalmente neutrale presidente Recep Tayyip Erdogan (alias il Pres), è apparso scioccato dal triplice attacco suicida all’Ataturk d’Istanbul… ma forse tali eventi apparentemente casuali e indipendenti in qualche modo sono interconnessi e collegati?? Il 27 e 28 giugno sono stati le più epocali 48 ore della Turchia. Fin dall’inizio della settimana, le cose sembravano mettersi bene coi media turchi (leggi apparato di propaganda statale) riferire che Israele aveva finalmente deciso di riparare e ripristinare rapporti cordiali con la Turchia, relazioni colpite fin dalla performance “di un minuto” dell’allora premier Erdogan a Davos (30 gennaio 2009) e dal successivo mortale incidente della Mavi Marmara (31 maggio 2010). Poi nel corso della stessa giornata altre notizie indicavano che la Turchia aveva, a sua volta, fatto aperture alla Russia tentando di rattoppare le cose tra Ankara e Mosca, tra Tayyip Erdogan e Vladimir Putin. A seguito di questi due importanti sviluppi politici, esperti e pubblico erano occupati a rigurgitare i fatti quando il 28 giugno, verso le 22:00, i terroristi colpivano l’importante arteria dei trasporti d’Istanbul, l’aeroporto Ataturk di Yesilkoy, il più grande della nazione e terzo più grande dell’Europa, in funzione dal 1924 e con più di 60 milioni di passeggeri l’anno scorso.

La mossa israeliana
17 Quelle 48 ore cominciavano bene, col quotidiano fermamente pro-AKP Sabah che riportava con orgoglio il titolo che la Turchia aveva costretto Israele a revocare il blocco della Striscia di Gaza. Lo sfortunato premier Binali Yidirim successivamente annunciava al mondo che l'”embargo di Gaza sarà in gran parte tolto“, aggiungendo che “una nave turca portava 10000 tonnellate di aiuti verso il porto israeliano di Ashdod“. Così la Turchia proclamava di aver fatto la sua parte per i palestinesi assediati che vivono nella “più grande prigione a cielo aperto del mondo“, mentre l’embargo israeliano a Gaza è ormai “in gran parte tolto“. Le autorità israeliane, d’altra parte, come formulava il giornalista di Gerusalemme Allison Deger, si permettevano di dissentire indicando che il “blocco alla Striscia di Gaza… rimarrà a pieno regime“. Infatti, Bibi (il più aggressivo premier israeliano Benjamin Netanyahu, immagine riflessa sullo specchio ebraico del Pres turco), l’ha chiarito dicendo che “l’embargo di Gaza è un nostro supremo interesse della sicurezza; non sono pronto a compromessi su ciò“. Tuttavia, per il pubblico turco, gli spin doctor dell’AKP sono più che felici di piegare la verità e dipingere Pres e Sfortunato campioni dei musulmani oppressi in tutto il mondo, in particolare dei palestinesi. L’emittente araba al-Jazeera riportava in dettaglio che l'”accordo vedrà Israele dare un risarcimento di 20 milioni di dollari alle famiglie dei 10 cittadini turchi uccisi dalle forze israeliane che irruppero sulla flottiglia (Mavi Marmara) volta a spezzare l’assedio israeliano a Gaza e fornire aiuti umanitari ai quasi due milioni di palestinesi che vi vivono. Oltre alla compensazione, l’accordo consentirà alla Turchia d’inviare aiuti umanitari, costruire un ospedale di 200 posti letto, edilizia abitativa e un impianto di dissalazione a Gaza, a condizione che i materiali passino dal porto israeliano di Ashdod“. Anche se Sfortunato fa sembrare l’invio di aiuti della Turchia “dal porto israeliano di Ashdod”, quale primo passo verso il sollevamento dell’assedio israeliano di Gaza, la realtà è che la Turchia invia aiuti ai palestinesi coi buoni uffici del carceriere ed occupante, lo Stato d’Israele. Ancora, i legami tra Turchia e Israele saranno ripristinati, portando alla ripresa dei rapporti commerciali e a possibile afflusso di turisti ebrei nel Paese guidato dall’AKP. Tali rapporti commerciali non includeranno le armi, tuttavia, come ha spiegato un funzionario israeliano, parlando sotto anonimato: “l’accordo non permette di ripristinare l’intimità di una volta tra le nostre industrie della difesa e i nostri quadri militari, anche se c’era tale desiderio in Turchia, ma resta dubbio“. Tutto sommato, sembra che l’accordo Turchia-Israele, firmato a Roma, assomigli molto a un esercizio di PR per conto di Pres e Sfortunato, un esercizio di PR che trasmette l’impressione di una netta vittoria turca sull’ingiustizia israeliana, una vittoria che riduce le sofferenze dei musulmani (come in Palestina).

La mossa russa
Il giorno dopo che Feridun Sinirlioglu, sottosegretario al ministero degli Esteri turco, e l’avvocato Dr. Joseph Ciechanover, agente per conto del governo israeliano, avevano avviato i negoziati per l’accordo di Roma, un’altra notizia apparve all’orizzonte della Turchia. L’agenzia Sputnik riferiva che il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva fatto un annuncio importante: “Il Presidente Putin ha ricevuto una lettera dal presidente turco Erdogan in cui esprime interesse a risolvere la situazione sull’abbattimento del bombardiere russo“. Peskov diceva che nella lettera il Pres dichiarava che la Turchia “condivide il dolore della morte del pilota del Su-24 abbattuto con la famiglia”, e rivolgendo ad essa “il dolore della Turchia“. Dmitrij Peskov continuava che “nella lettera, il presidente turco dice anche di aver sempre visto la Russia come partner strategico e amica“, e Tayyip Erdogan nella missiva letteralmente diceva che “non abbiamo mai avuto intenzione di abbattere l’aereo della Federazione russa”. In questo caso, il Pres sembra sfoggiare umiltà nei rapporti con l’omologo russo. Piuttosto un’inversione dallo scorso anno, quando letteralmente ingaggiò un duello con Putin. Al momento, alcuna parte si trattenne, sparando colpo su colpo sull’avversario. Ma i tempi sono cambiati in modo chiaro, e dopo aver abbandonato le spacconate sul presidente russo, Erdogan a quanto pare non rifuggire dall’inviare una missiva emotiva a suo nome. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov diceva ai giornalisti a Mosca che il “messaggio di Tayyip Erdogan include rammarico e la parola ‘scusa’“. In precedenza, per la precisione il 26 novembre 2015, per esempio, il presidente turco dichiarò con enfasi alla stampa di “non scusarsi!” Ma ora, va anche assicurando l’omologo russo che Mosca e Ankara sono partner strategici, arrivando a dire che la Turchia pagherà un risarcimento, mentre con la sua missiva impegnava la Turchia a prendere tutte le misure necessarie per “alleviare dolore e gravità dei danni“, inflitti ai parenti del pilota russo Oleg Peshkov ucciso in volo. Dopo esseri lanciato dall’aereo, il pilota fu ucciso da un militante ultranazionalista turco dei Lupi grigi (affiliati all’estrema destra dell’MHP o Partito del Movimento Nazionale), che a quanto pare combatteva al fianco dei terroristi turcomanni (o combattenti per la libertà, se si vuole) che combattono contro il regime di Assad. Il suo nome è Alparslan Çelik e le autorità turche l’hanno arrestato assieme ad altri 16 sospetti il 31 marzo 2016, nel quartiere Karabaglar della città costiera di Izmir. Ma appena prima della dichiarazione di Dmitrij Peskov sulla lettera di Tayyip Erdogan, il quotidiano islamista e chiaramente pro-AKP Yeni Akit riferiva che il presidente aveva preso una decisione provvisoria, liberando sette sospetti vietandogli di lasciare il Paese.

Una questione di tempi: è il gas, stupido
Tamar-Partners-to-Drill-Exploration-Well-Off-Israel Sembra assai sospetto che tali due eventi diplomatici si siano verificarsi allo stesso momento. Entrambi gli eventi sembrano avere molto radicate ramificazioni economiche. Un cinico potrebbe anche dire che il Pres abbia semplicemente inghiottito l’orgoglio per garantirsi il ritorno dei turisti russi nella località costiera mediterranea della Turchia di Antalya. Commercio e turismo della Turchia hanno subito perdite drammatiche negli ultimi mesi: “il numero di turisti russi che visitava il resort (di Antalya) tra il 1 giugno e il 16 giugno è diminuito del 98,5 per cento, e i turisti tedeschi del 45 per cento, rispetto allo stesso periodo nel 2015“. Allo stesso momento, il fattore energia non va dimenticato dato che la Turchia importa quasi il 99% del gas che consuma. L’anno scorso, prima dell’infame abbattimento del Su-24 russo, la Turchia importava circa il 58% del gas naturale dalla Russia (il resto dall’Iran con il 18%, Azerbaigian col 12%, Algeria col 7,7% e Nigeria col 2,4%). E l’accordo con Israele potrebbe anche riguardare il gas. Lo Stato d’Israele potrebbe cercare un potenziale cliente per le esportazioni di gas off-shore. L’aggressione d’Israele alla Striscia di Gaza nel 2014, dal nome quasi poetico di operazione Protezione del confine (8 luglio-26 agosto 2014) fu in minima parte volto ad occupare i pozzi gasiferi “Marine-1 e Marine-2 del giacimento Leviathan al largo di Gaza”. Anais Antreasyan di Ginevra giustamente rilevava sul Journal of Palestine Studies dell’Università della California che l’obiettivo a lungo termine d’Israele è “integrare i giacimenti di gas al largo di Gaza agli adiacenti impianti offshore d’Israele”. Ma, come il giornalista ed accademico sulla sicurezza internazionale Dr. Nafeez Ahmed sottolinea in modo appropriato, il “conflitto israelo-palestinese del 2014 chiaramente non riguardava solo le risorse. Ma in un’epoca di energia costosa, la concorrenza nel dominare i combustibili fossili regionali sempre più influenza le decisioni cruciali che possono scatenare una guerra” e probabilmente la Turchia sarebbe più che un ricettacolo del gas di Gaza, tramite l’infrastruttura dello Stato di Israele, non solo per il consumo interno, ma anche per soddisfare l’ambizione di diventare un hub energetico regionale, e il terreno per preparare tale accorso fu trovato quando il mese scorso la Turchia tolse il veto a qualsiasi attività d’Israele con la NATO, e lo Stato ebraico successivamente poté aprire uffici nella sede di Bruxelles della NATO. Non c’è quindi da stupirsi che Hamas, la forza politica dominante nella Striscia di Gaza, non fosse al corrente dell’accordo Israele-Turchia. Ciò appare particolarmente curioso, quando il 17 giugno il capo di Hamas Qalid Mishal incontrava il Pres ad Istanbul. Il segretario generale dell’Iniziativa nazionale palestinese, Mustafa Barghuti, da parte sua, è apparso incapace di nascondere il disappunto: “Se è vero che l’accordo Turchia-Israele si riferisce ad un futuro accordo sul gas, sarà molto pericoloso e deludente“, aggiungendo che “siamo molto preoccupati da qualsiasi Paese che collabori con Israele nell’esportazione del gas. È una misura redditizia e la vediamo come premio per l’occupante. E’ deludente, soprattutto da un Paese che dice di supportare la Palestina“. Questi sviluppi inebrianti nel trio Turchia, Russia e Israele erano su tutti i discorsi il lunedì e martedì, ma poi improvvisamente alle 10 di sera tali macchinazioni diplomatiche divennero secondarie quando 3 kamikaze non identificati attaccarono il terminal Ataturk d’Istanbul, uccidendo 41 (di cui dieci stranieri) e ferendo più di 200 passeggeri inermi. Era il quarto attentato suicida ad Istanbul nel 2016. Siobhán O’Grady, redattore di Foreign Policy, notava che l'”attacco avveniva solo tre mesi dopo che un gruppo dello Stato islamico aveva lanciato un attacco simile all’aeroporto di Bruxelles, uccidendo 15 persone. Il governo turco già accusava dei terroristi non specificati, ma non ha ancora nominato quale gruppo crede sia responsabile. I due più probabili sospetti sono PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e Stato Islamico, entrambi hanno ripetutamente effettuato attentati in Turchia negli ultimi anni. “Il Pres s’è affrettato ad aggiungere ricordando al pubblico interno, nonché internazionale, che la Turchia “continuerà la lotta contro questi terroristi fino alla fine, instancabilmente e senza paura”. Lo sfortunato premier allora seguiva il capo dichiarando che “l’attacco contro persone innocenti è un vile e pianificato atto terroristico… le prove delle nostre forze di sicurezza puntano all’organizzazione Daish (SIIL) quale autrice di tale attacco terroristico“.

Il triplice attacco suicida: un altro attacco del califfato o qualcosa di più sinistro??
Ma il triplice attacco suicida, perpetrato da persone che arrivarono all’aeroporto sullo stesso taxi, seguiva l’attentato suicida con autobomba all’inizio del mese nel popolare quartiere di Istanbul di Vezneciler, uccidendo 11 persone e ferendone decine di altre. Le autorità subito accusarono il Califfo e i suoi banditi (Stato islamico o SIIL), anche se non fu mai rivendicato da alcun gruppo terroristico. Ma ignorare un atto di terrorismo è insolito per i membri dello Stato Islamico, desiderosi di pubblicizzare ampiamente i loro vili atti su internet e altri social media. Nelle ore seguenti l’attacco suicida, l’emittente pubblica tedesca ARD fece balenare l’idea che il gruppo terroristico TAK (Teyrebazen Azadiya Kurdistan o Falconi per la libertà del Kurdistan) fosse responsabile del crimine. E ciò sembrerebbe sensato infatti, tenendo presente la guerra continua del governo di Ankara contro la popolazione curda nella Turchia del sud-est. In una precedente occasione, feci notare tale gruppo terroristico attivo in Turchia. Ma il Pres e il suo Sfortunato assistente sembrano desiderosi di coinvolgere lo Stato islamico nella guerra al terrore della Turchia, deviando l’attenzione dalla questione curda ed insinuando che la ferma politica del governo faccia tutto tranne che eliminare l’iniziativa dei gruppi terroristici curdi che potrebbero essere presenti in Turchia. Allo stesso tempo, tale ultimo crimine terroristico suscitava una serie di indubbi sviluppi positivi. Per prima cosa, Vladimir Putin telefonava all’omologo turco il 29 giugno, esprimendo le condoglianze e promettendo cooperazione contro ogni minaccia terroristica. La telefonata era la prima in sette mesi, ed entrambi gli uomini hanno parlato per 40 minuti. Invece che Tayyip Erdogan facesse il primo passo verso Mosca, dopo l’ormai famosa lettera, l’attacco all’Ataturk permetteva a Putin di rompere il protocollo e tendere la mano, discutibile vittoria diplomatica secondaria del Pres turco. Ricevette altre telefonate, naturalmente, in particolare da Barack Obama. L’addetto stampa della Casa Bianca Josh Earnest dichiarava alla folla giornalistica di Washington DC che “questa mattina, il presidente era al telefono con il presidente della Turchia Erdogan… (assicurando) qualsiasi supporto che i turchi possano ricevere nel condurre le indagini“. Ma poi Fuat Avni twittava già il 23 giugno 2016 che, “se azioni saranno prese porteranno il Paese sull’orlo di una guerra civile. Esplosioni, cospirazioni, distruzioni di veicoli si susseguiranno“. Allo stesso tempo, il corrispondente di Ankara della CNN Türk, Hande Firat, dichiarava che “all’inizio di giugno, una ventina di giorni fa, un’unità d’intelligence (aveva) inviato un avvertimento scritto ai vertici dello stato e a tutte le sue sezioni in relazione ad Istanbul. Tale rapporto comprendeva anche i nomi delle località”. Se l’aeroporto Ataturk era in quella lista resta ignoto però. Le dichiarazioni di Fuat Avni e Hande Firat indicano che gli eventi in quelle 48 ore furono programmati?? Che vittoria e sconfitta diplomatica, in via preliminare sarebbero state compensate da un evento più grave ed immediato che avrebbe distolto l’attenzione da particolari potenzialmente imbarazzanti, che rischiavano di gettare sotto una cattiva luce il Pres e la sua immagine?? O è solo un’altra teoria del complotto che ha che fare con il così popolare, ma anche controverso, Recep Tayyip Erdogan?imageDr. Can Erimtan è uno studioso indipendente residente ad Istanbul, dall’ampio interesse per politica, storia e cultura dei Balcani e del Grande Medio Oriente, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia soccorre una Turchia bisognosa di aiuto

Russia e Turchia si conciliano in un Medio Oriente agitato
MK Bhadrakumar Indian Punchline 29 giugno 2016Putin-Erdogan-EPA-TURKISH-PRESIDENTIAL-PRESS-OFFIC-HOIl riavvicinamento tra Turchia e Russia, costantemente costruito nelle ultime settimane o mesi dietro le quinte, è scattato di colpo la scorsa settimana con il presidente Recep Erdogan che si rivolgeva al Presidente Vladimir Putin con una lettera di scuse per l’abbattimento dell’aereo russo lo scorso novembre. (Sito web del Cremlino) Ankara ha anche indicato disponibilità a risarcire la famiglia del pilota ucciso ed ha anche arrestato il terrorista turco del gruppo ultranazionalista che i servizi segreti russi aveva identificato nell’assassinio. Così, soddisfatte le due principali pre-condizioni russe per la riconciliazione, Mosca e Ankara iniziano le prossime fasi della normalizzazione. Putin dovrebbe telefonato all’ex-amico Erdogan, come gesto di risposta, mentre il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu doveva partecipare a una riunione regionale dei Ministri degli Esteri dei Paesi del Mar Nero a Sochi, il 1° luglio, dove si avrà una ‘bilaterale’ con il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Vi è la forte probabilità che Mosca revochi il divieto ai turisti russi di visitare la Turchia come gesto di buona volontà. Quattro milioni di turisti russi avevano visitato la Turchia lo scorso anno, mentre il traffico s’è quasi prosciugato quest’anno, avendo inferto un colpo devastante all’economia turca. Murat Yetkin, capo redattore turco ha rivelato che gli interessi commerciali turchi avrebbero avuto un ruolo in questo ripensamento. (Hurriyet) Chiaramente, c’è il comune desiderio di andare avanti. L’embargo commerciale russo ha ferito l’economia turca. Per i russi la Turchia è anche un importante partner economico dal fiorente commercio pari a 30 miliardi di dollari (dati del 2014) e fortemente favorevole alla Russia nelle esportazioni energetiche. Quando il sipario è calato a novembre, la Russia preparava la costruzione di una centrale nucleare da 20 miliardi di dollari in Turchia e lavorava al gasdotto South Stream attraverso la Turchia, dall’enorme capacità annua di 67 miliardi di metri cubi, un progetto per fornire gas russo ai Paesi sud-europei. Tuttavia, la riconciliazione turco-russa ha anche importanti implicazioni geopolitiche. La Turchia è sul punto di una grande correzione di rotta politica regionale. Tutto indica che stia per rilassare l’intervento nel conflitto siriano e per uscire dall’isolamento regionale ricucendo i rapporti con Russia, Israele, Iraq ed Egitto. Nel frattempo, l’accordo tra Turchia ed Europa per fermare il flusso di migranti in cambio di aiuti finanziari dell’Unione europea, è in stallo. (Con la Brexit, la Turchia perde il principale sostenitore nell’UE). I rapporti con gli Stati Uniti sono in crisi in questi ultimi anni. Dall’altra parte, il ‘neo-ottomanismo’ non ha acquirenti in Medio Oriente.
La Russia esprime distacco, ma è ben consapevole che la sua diplomazia in Medio Oriente non può mai essere ottimale senza rapporti con la Turchia, peso massimo nella politica regionale. Inoltre, la Russia vede la Turchia come importante Paese della NATO le cui politiche regionali sono spesso in contrasto con l’occidente. Il Mar Nero è un esempio calzante. Russia e Turchia hanno storicamente dominato il Mar Nero ed il piano degli Stati Uniti d’imporre una presenza della NATO nella regione dipende in modo critico dalla volontà di Ankara di piegare le disposizioni della Convenzione di Montreaux del 1936 sul regime dello Stretto del Bosforo, limitando esplicitamente l’accesso di navi da guerra di nazioni esterne al Mar Nero. (Vedasi L’innesco della marina turca sulla Convenzione di Montreaux). La Russia ha urgenza, in quanto gli Stati Uniti hanno di recente avviato l’escalation navale nel Mar Nero e annunciato l’intenzione di schierare una seconda portaerei, l’USS Eisenhower, nel Mediterraneo, nell’ambito del rafforzamento militare per intimidire la Russia in generale, in relazione all’intervento russo nel conflitto siriano. (Hurriyet) La Turchia, d’altra parte, sarà pronta a negoziare con la Russia una soluzione sul problema curdo-siriano che assicuri i suoi legittimi interessi nella sicurezza. È interessante notare che c’è congruenza di interessi tra Ankara e Damasco (e Teheran) per impedire l’emergere di un’entità curda nella Siria settentrionale, al confine della Turchia. La Russia può farvi da arbitro. Nel complesso sarebbe ‘vantaggioso’ per la Turchia e la Russia riconciliarsi. Tuttavia, il vantaggio complessivo va alla Russia in quanto la riconciliazione con la Turchia segue la Brexit, che annuncia venti di cambiamento nella politica eurasiatica che potrebbero rafforzare i negoziati di Mosca con Unione europea ed occidente. (Vedasi il mio articolo su Asia Times, Brexit: la Russia avanza e gli USA perdono terreno). Al contrario, gli Stati Uniti diffideranno della riconciliazione russo-turca. A dire il vero, Washington ha interesse (tra i tanti) a spezzare il legame tra Putin e Erdogan che condividono l’antipatia per le politiche degli Stati Uniti. Molto dipende dalla capacità dei due leader di riconquistare la vecchia spavalderia della loro amicizia. Infine, non può non notarsi come la riconciliazione turco-russa riusca a superare la normalizzazione tra Stati Uniti e Iran, ancora in corso. Basti dire che la geopolitica del Medio Oriente muta e gli Stati Uniti hanno un grosso ritardo. A differenza della guerra fredda, la diplomazia russa è riuscita a lanciare un’ampia rete in Medio Oriente. Teheran, Cairo, Ankara sono capitali che hanno rapporti problematici, ma Mosca spera di cavarsela bene con tutte e tre. Niente di meno.201393164345138734_20La Russia soccorre una Turchia bisognosa di aiuto
MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 1 luglio 2016

Turkey_Russia_mapIl Presidente Vladimir Putin non ha ritardato, nemmeno di un giorno, la decisione di revocare il divieto imposto a novembre sul flusso turistico e commercio ed investimenti verso la Turchia. Il decreto presidenziale emanato dal Cremlino rimuove non solo le restrizioni ai tour operator russi che accedono al mercato turco, ma ordina anche i colloqui con Ankara sul rapporto economico complessivo tra i due Paesi. (Sito web del Cremlino) Costituisce un grande gesto di buona volontà politica. Putin ha rapidamente fatto seguito alla conversazione telefonica con il presidente Recep Erdogan di appena il giorno prima, “aprendo la via al superamento della crisi nelle relazioni bilaterali ed iniziando il processo di rinnovamento degli sforzi congiunti sulle questioni internazionali e regionali e sullo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi in diverse aree“. (Sito web del Cremlino) Di certo, Erdogan afferrerà la mano tesa di Putin. La Turchia ha disperato bisogno di riconquistare la fiducia e l’amicizia della Russia. Niente chiarisce più vividamente l’interdipendenza tra Russia e Turchia oggi del fatto agghiacciante dei kamikaze responsabili degli orribili attacchi terroristici all’aeroporto di Istanbul, identificati come russo, kirghizo e uzbeko. (Wall Street Journal) Naturalmente, Putin corre un grosso rischio perché i terroristi possono muoversi camuffati da turisti. Mosca ha sostenuto in passato che i terroristi che operano nel Caucaso del Nord utilizzano la Turchia come santuario. Ma la decisione di Putin di aiutare la Turchia sarebbe lungimirante per la Russia. Non molti dirigenti avrebbero il coraggio di prendere una decisione così rapida, tattica e strategica, toccando le sabbie mobili politiche del Medio Oriente. Il punto è che la Turchia non dovrebbe essere isolata in questo frangente, quando è alle prese con ciò che appare una crisi esistenziale. È un punto controverso se la crisi sia propria della Turchia. In realtà, rimane una questione controversa ed è difficile giudicarla. Senza dubbio, Washington aveva incoraggiato la Turchia a credere che, da alleata della NATO, potesse guidare l’intervento in Siria per rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. Si ricordino le missioni segrete dell’allora direttore della CIA David Petraeus, a fine 2012, in Turchia per pungolarla ad accendere la guerra civile in Siria? (WSWS)
La tragica esperienza della Turchia in qualche modo somiglia a quella del Pakistan, spiegando in gran parte il motivo per cui Erdogan sia così amareggiato e disilluso dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama che, tra l’altro, vedeva nel capo turco un alleato disponibile e compare fidato della NATO, “il tipo di ragazzo su cui Casa bianca e Pentagono possono contare per farsi aiutare nella parte araba del vecchio impero ottomano, un accesso ai ribelli che potrebbero far cadere l’odiato Bashar al-Assad“, come l’irrefrenabile Robert Fisk dell’Independent scrisse una volta. Naturalmente gli Stati Uniti hanno unilateralmente cambiato corso sulla Siria e nessuno confidò ad Erdogan che la ‘dottrina Obama’ aveva superato la disavventura del cambio di regime di Petraeus a Damasco. Il resto è storia e come una cosa tira l’altra, Erdogan è finito su una strada disastrosa trafficando con i gruppi estremisti in Siria, credendo di esorcizzare la milizia curda nel nord della Siria (che naturalmente è l’agente preferito di Washington nella regione); una giravolta di proporzioni incredibili da cui nessuno ne esce bene, né Petraeus né Erdogan né Obama. Un altro bel Paese e grande popolo vacillano sull’orlo del baratro dell’anarchia.
Il tema di oggi è cosa ci aspetta. Purtroppo, la Brexit arriva in un momento terribile e praticamente siglerà il destino dell’adesione della Turchia all’Unione europea. Ironia della sorte, i colloqui sono ripresi ieri a Bruxelles aprendo un nuovo ‘capitolo’ nel processo di adesione della Turchia. Ma nessuno lo prende sul serio. (Leggasi il candido commento di Deutsche Welle, scritto 10 giorni prima della Brexit, su come gli europei semplicemente la tirino per le lunghe con la Turchia). In poche parole, l’aiuto di Putin sarà prezioso per Erdogan in questo frangente, dato che in termini pratici rilancerebbe l’economia turca (che dipende in modo cruciale da turismo ed esportazioni verso la Russia) e forgerebbe da subito la cooperazione nella sicurezza tra le agenzie d’intelligence. La Russia ha una forte intelligence in Turchia ed assieme al ruolo attivo nel conflitto siriano Mosca offre una partnership unica alle agenzie di sicurezza turche, monitorando le attività e i movimenti degli islamisti. Infatti, Mosca ci guadagna parecchio. La linea di fondo è che Mosca non può trascurare la possibilità fatale che Hillary Clinton sia il prossimo presidente degli Stati Uniti e che le pratiche di Petraeus siano riaperte. Usando il linguaggio erotico pakistano in relazione al pluridecennale tragico flirt con gli Stati Uniti, sull”importante alleato non-NATO’, Washington ha un simile vergognoso passato di ‘strumentalizzazione’ con la Turchia. Senza dubbio, i colloqui a Sochi tra i Ministri degli Esteri di Russia e Turchia imposterà la rapida normalizzazione dei rapporti. Entrambi i Paesi hanno diplomatici eccezionali dalla ricca esperienza nel loro arsenale diplomatico, parlando della storia dei secolari rapporti reciproci. Non è mai stato un rapporto facile, essendo i due imperi scontratisi e convissuti per molto di tempo, con gli inevitabili alti e bassi. Ma il rapporto non è mai andato perduto e continua ad essere una realtà interessante per entrambi, anche oggi, in questi tempi tumultuosi.SYRIA-TURKEY-MAPTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le operazioni in Iraq da Gennaio a Giugno 2016: la liberazione di Falluja

Alessandro Lattanzio, 29/6/2016IRAQ-CONFLICT-ISIl 6 gennaio, le forze di sicurezza irachene sventavano l’attacco dei terroristi del SIIL a una fabbrica chimica di al-Muthana, 40 chilometri a ovest di Samara. Il Tenente-Generale Abdulghani Asadi, comandante del contingente antiterrorismo iracheno, dichiarava “Poche zone di Ramadi sono ancora controllate dal SIIL, e saranno presto liberate. Avremo il pieno controllo di Ramadi in quattro o cinque giorni“. Il 12 gennaio le forze di sicurezza irachene liberavano Qaryat Saqran, nella provincia di Anbar, eliminando decine di terroristi. Nella regione di al-Qaim, provincia di Anbar, l’intelligence irachena eliminava diversi capi terroristi del SIIL, tra cui Abu Davud al-Rawi, Abu Qatadah al-Jazrawi, Abu Fatima e Abu Dua al-Rawi, governatore di Baghdad del SIIL, mentre un altro capo del SIIL, Abu Walid al-Araq, veniva gravemente ferito presso Falluja, dove era il responsabile della logistica del SIIL. Le forze irachene liberavano al-Shayi e al-Haditha, eliminando 70 terroristi. Il portavoce del Governatore di Anbar, Ayd Amash, dichiarava, “Le forze irachene sono riuscite a prendere il pieno controllo del distretto di Sofia, nella parte orientale della città di Ramadi, liberando 500 famiglie assediate dal SIIL“. Il 14 gennaio, l’esercito iracheno liberava Tal Qasiba, ad est di Tiqrit, nella provincia di Salahudin. Il 25 gennaio, la polizia irachena eliminava 42 terroristi del SIIL in quattro quartieri di Baghdad, “I nascondigli del SIIL nei quartieri di Albu Shajal, al-Naymiyah, al-Qaramah e Jasim al-Taqsim sono stati assaltati dalla polizia irachena. Oltre a numerose perdite inflitte al gruppo terroristico, equipaggiamento militare, armi e congegni esplosivi sono stati danneggiati negli attacchi. La 7.ma Divisione della polizia ha arrestato uno degli attentatori chiave del SIIL e la 22.ma Brigata della polizia irachena ha disinnescato numerosi ordigni esplosivi piazzati dai terroristi del SIIL nella regione Dawud al-Hasan, a nord di Baghdad. Nel frattempo, i residenti di al-Sharaqat nella provincia di Salahudin irrompevano in uno dei centri di raccolta dei terroristi del SIIL uccidendone e ferendone molti” dichiarava il portavoce della polizia irachena. Il 31 gennaio, durante un’operazione, le forze di sicurezza irachene eliminavano almeno 48 terroristi del SIIL, in un quartiere occidentale di Baghdad.

Febbraio
CEaerhsUUAE1KSvIl 1° febbraio 2016, Mula Shuwan Abu Harun e altri 4 capi del SIIL furono eliminati da un raid aereo iracheno nella regione di Huija, nella provincia di Qirquq, mentre le forze peshmerga irachene e le forze volontarie irachene dell’Hashd al-Shabi avanzavano nella regione di Huija. Nel frattempo, il professore universitario di Baghdad Sadiq al-Musavi avvertiva che “Ankara cerca di annettersi territori iracheni e siriani in Turchia mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ancora pensa di far rivivere l’impero ottomano“. “La presenza di truppe turche nel nord dell’Iraq avviene con il sostegno degli Stati Uniti ed è un preludio alla separazione di queste regioni dall’Iraq, aprendo la strada alla creazione di un emirato sunnita che si estende dall’Arabia Saudita alla Turchia“, dichiarava il leader religioso sunnita della provincia di Anbar shayq Ibrahim al-Isawi. Il 9 febbraio, le forze armate irachene liberavano al-Sijariyah, ad est di Ramadi. Il 16 febbraio, le forze irachene lanciavano due offensive contro il SIIL nel governatorato di al-Anbar, ad est di Ramadi e a Qarma-Falluja, liberando i villaggi di al-Subhiyah e al-Qabishat, e il ponte di al-Hamidiyah, ad est di Ramadi, lungo l’autostrada Baghdad-Amman. 1 elicottero turco veniva abbattuto a nord-ovest della capitale del Kurdistan iracheno, Irbil, eliminando 6 militari turchi. Il 26 febbraio, esercito e Hashd al-Shabi iracheni eliminavano 38 terroristi del SIIL ad al-Bashir, nella provincia di Kirkuk. Il 29 febbraio, due bombe del SIIL uccidevano più di 70 persone in un mercato di Sadr City, a Baghdad, e feriva almeno altre 100 persone. Inoltre il SIIL lanciava un grande attacco alla periferia di Baghdad, uccidendo almeno una decina di poliziotti iracheni, mentre il 27 febbraio altre 10 persone erano state uccise da una serie di attentati ad ovest di Baghdad. 849 iracheni erano stati uccisi nel gennaio-febbraio 2016. Secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (UNAMI), 670 iracheni (410 civili) erano stati uccisi a febbraio, e altri 1290 (1050 civili) erano stati feriti. A gennaio 849 persone erano state uccise e 1450 ferite negli attacchi terroristici in Iraq.

Marzo
13940312000201_PhotoI Il 2 marzo 2016, le forze irachene (unità dell’esercito, delle forze antiterrorismo, della polizia federale e dei volontari) liberavano al-Uaqalah, Um Jahir, Ala al-Nayaf, Ala al-Manfa, Tarqi al-Zafir, Ala al-Hamid, al-Fayaziyah, Sarsar Hayaf e Taha al-Buwasama, villaggi nel centro-nord della provincia di Salahudin, ad ovest di Samara. “Queste operazioni avranno un ruolo significativo nel spezzare tutte le vie di rifornimento nelle aree ancora controllate dai terroristi“, dichiarava il Generale di Brigata Yahya Rasul, portavoce dell’Esercito iracheno. Il 7 marzo, F-16 dell’Aeronautica irachena eliminavano almeno 50 terroristi del SIIL nella provincia di Qirquq, ad Huija. L’8 marzo, l’esercito iracheno liberava Zanqura a nord di Ramadi, e il 9 marzo eliminava almeno 30 terroristi del SIIL nelle province di Anbar e Diyala, e catturavano un centro di comunicazione dei terroristi tra Ramadi e Samara. Il 10 e l’11 marzo il SIIL bombardava Taza, nella provincia di Qirquq, utilizzando razzi con testate chimiche, intossicando almeno 409 persone. Il 15 marzo 11 aerei da guerra turchi bombardavano i campi del PKK nel nord dell’Iraq, a Gara e Qandil. Inoltre le forze di sicurezza turche intensificavano le attività nella Turchia orientale, a Yuksekova, Nusaybin e Sirnak. Intanto a Mosul, i peshmerga avanzavano da est, mentre esercito e milizie irachene avanzavano da sud. L’esercito e le milizie irachene avanzavano anche verso nord da Ramadi, scontrandosi con il SIIL ad al-Muhamadi, respingendolo verso i confini con Giordania e Siria; difatti i capi dello Stato islamico erano in fuga verso al-Rutabah. Una volta liberate queste regioni, tra Haditha e Samara, le forze irachene avrebbero avanzato verso al-Buqamal, al confine con la provincia siriana di Dair al-Zur. Il 17 marzo, le forze irachene liberavano al-Muhamadi, 160 km a nord-ovest di Baghdad, eliminando almeno 21 terroristi del SIIL. 2 capi del SIIL, insieme ad altri 62 terroristi, venivano eliminati dalle forze irachene nella città di Huijah, nella provincia di Qirquq. Il 19 marzo, l’esercito e le forze di mobilitazione popolare iracheni liberavano al-Bubayd e Qubaysa, nel Governatorato di Anbar, nell’ambito dell’operazione al-Jazira per liberare Hit, nodo stradale chiave sull’Eufrate occupato dal SIIL nell’ottobre 2014. Le forze di sicurezza irachene sventavano l’assalto del SIIL presso Haditha, nella provincia di Anbar, eliminando 5 attentatori suicidi che cercavano di entrare ad al-Haqlaniya, a sud di Haditha. Le forze volontarie irachene liberavano al-Mashatil e Mat-Hanah, presso Haditha, nel distretto di Hit, ad ovest di Ramadi, mentre 30 terroristi del SIIL venivano eliminati ad al-Qalidiya con la distruzione di un deposito di ordigni esplosivi, un’autobomba e 20 barili di C4 a Qaraya al-Asriya, sempre nella provincia di al-Anbar. Il 24 marzo, esercito e forze popolari iracheni liberavano i villaggi Munantar, Tal Shair, al-Salahia, al-Hitab e al-Maqmur presso Mosul, nella provincia di Niniwa, nell’ambito dell’operazione per librare la provincia, “Le aree centrali e meridionali di Mosul che ospitano le roccaforti dei comandanti del SIIL sono sotto il tiro dell’artiglieria e degli attacchi aerei“, dichiarava il Generale di Brigata Najm al-Jaburi, comandante dell’operazione dell’esercito iracheno. Il comandante dell’Organizzazione Badr, Sadiq al-Husayni, rivelava che il SIIL aveva utilizzato armi ed equipaggiamenti prodotti nel 2016 negli attacchi contro i giacimenti petroliferi Alas e Ajil, nella provincia di Salahudin, “Le attrezzature moderne utilizzate nei recenti attacchi dimostrano che lo SIIL riceve armi dai Paesi vicini“. Il 28 marzo, le forze irachene eliminavano Muhamad Ahmad Shayab, emiro del SIIL di Niniwa, e liberavano i villaggi Qudila, Qarmadi, Mahanah, Qatab, al-Nasr, Hamidat e Qarbardan, presso Mosul. Nel frattempo, l’Aeronautica irachena bombardava le posizioni del SIIL nella regione di al-Bashir, a sud di Qirquq, e nella regione di al-Ban, nella provincia di Niniwa. Altri 17 terroristi del SIIL venivano eliminati dall’Hashd al-Shabi nella provincia di Anbar, nelle zone di al-Mamurah e al-Huda, presso Hit. “Le forze di sicurezza hanno effettuato un’ampia operazione militare rastrellando le aree al-Mamurah e al-Huda sull’asse meridionale del distretto di Hit, dopo aspre battaglie con il SIIL; l’operazione ha comportato l’eliminazione di 17 terroristi del SIIL” dichiarava l’ufficiale dell’Hashd al-Shabi di Haditha Aysar Ubaydi. Il 31 marzo, le forze di sicurezza irachene liberavano la zona industriale di Hit dopo che gli aerei da guerra iracheni avevano bombardato le posizioni del SIIL nella città.

Aprile
iraq-ramadi Il 1° aprile 2016, l’esercito iracheno, sostenuto dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF), liberava i quartieri al-Jamiyah, al-Mamurah e al-Asqari di al-Hit, nel Governatorato di al-Anbar, eliminando numerosi terroristi del SIIL. Il 2 aprile le forze irachene liberavano circa 1500 prigionieri in mano al SIIL, nel corso della battaglia per Hit, nella provincia di Anbar, mentre 60 terroristi del SIIL venivano eliminati nelle operazioni militari nelle province di Niniwa e Qirquq; almeno 30 erano morti negli attacchi aerei sul campo petrolifero di Qayarah, nel Governatorato di Niniwa. Le forze irachene Hashd al-Shabi eliminavano ad al-Qarama decine di terroristi, tra cui Abu Muhamad Shishani, capo del SIIL di Falluja. Il 5 aprile, presso Qirquq, oltre 30 terroristi del SIIL furono eliminati dall’esplosione di una cintura esplosiva difettosa, nel villaggio Rubayda, mentre si preparavano ad attaccare le forze di sicurezza irachene sul jabal al-Hamurin e presso i giacimenti Alas e Ajil nella provincia di Salahudin. Il 6 aprile le forze di sicurezza irachene liberavano il centro amministrativo di Hit, nella provincia di Anbar. Il 7 aprile, aerei dell’Aeronautica Militare irachena bombardavano la base del SIIL nella città di Qaim, nell’Anbar occidentale, eliminando 15 terroristi. L’8 aprile 9 terroristi del SIIL furono eliminati da un attacco aereo iracheno su Hit, distruggendo una base dello Stato islamico. “Le forze di sicurezza continuano le operazioni per liberare la città di Hit”, dichiarava il capo consiglio comunale Muhamad Muhanad al-Hiti, “il SIIL ora controlla meno del 30% della città, aree non superiori ai cinque chilometri quadrati”. Il 9 aprile, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) dell’Iraq, circondavano al-Bashir, nel Governatorato di Qirquq, mentre l’Aeronautica irachena eliminava, nel Governatorato di Niniwa, Fadil Badr Ahmad, dirigente del SIIL, assieme a numerosi altri terroristi. Il 10 aprile, l’Hashd al-Shabi liberava Jasim Warda, nel Governatorato di Qirquq. Il 12 aprile, le forze irachene liberavano al-Hit, ad ovest di Ramadi, nel governatorato di al-Anbar.
Sette consiglieri militari statunitensi, il cui compito era coordinare le operazioni congiunte tra esercito iracheno, forze curde e volontarie, s’incontravano con alti dirigenti del SIIL con l’aiuto delle tribù locali, almeno due volte“, secondo il quotidiano turco Yeni Shafaq, sempre secondo cui le riunioni si erano svolte nei pressi di Mosul il 7 novembre 2015, con la mediazione della tribù Shamar, e nei pressi di Huija, nella provincia di Qirquq, il 3 febbraio 2016. “La CIA è la mente dell’invio clandestino delle forze speciali degli Stati Uniti presenti in Iraq come Delta Force“, dichiarava il Generale di Brigata dell’esercito iracheno Talal Abdarahman al-Hamdani, “La Delta Force è addestrata per assassinare figure politiche irachene e condurre operazioni militari pericolose“. Il deputato iracheno Rasul al-Tayi aveva chiesto al governo iracheno d’indagare sulla presenza di tali forze statunitensi. “Washington ancora aiuta militarmente i terroristi in Iraq”, dichiarava il portavoce di Ansarullah al-Nujaba Hashim al-Musavi, ribadendo che il movimento raccoglieva documenti, foto e video sugli aiuti paracadutati dalle forze della coalizione degli USA ai terroristi del SIIL in Iraq. “Le nostre forze hanno filmato un aereo degli Stati Uniti mentre sgancia aiuti militari ai terroristi del SIIL assediati“. E un membro del politburo del Qataib Sayad al-Shuhada, Hasan Abdal Hadi, dichiarava che le forze volontarie irachene erano preoccupate da ulteriori attacchi degli aerei da guerra statunitensi per impedire l’avanzata sulle aree controllate dal SIIL. “Purtroppo, ci sono ancora alcune persone in Iraq ingannate dalla coalizione degli Stati Uniti, mentre Washington sostiene il SIIL e cerca di compensare i danni inflitti ai terroristi taqfiri dalle forze volontarie“.
Il 16 aprile, le forze irachene eliminavano a Falluja Ahmad Muhamad Ubayd, il capo della ‘difesa aerea’ locale del SIIL, assieme ad altri 5 terroristi, mentre le forze volontarie irachene abbattevano un drone del SIIL che spiava le forze di sicurezza irachene ad al-Jarayashi, nella provincia di al-Anbar. Il 22 aprile, aerei da combattimento iracheni distruggevano un convoglio di autocisterne del SIIL presso al-Qayarah, a sud di Mosul, nella provincia di Niniwa, eliminando 10 terroristi. Il 23 aprile, l’esercito iracheno liberava al-Zuqayqah, ad ovest di al-Hit, avvicinandosi a Qan al-Baghdadi e Haditha, a 150 km ad est del confine siriano-iracheno. Il 26 aprile, la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) liberavano la regione tra al-Hit e al-Baghdadi, nel governatorato di Anbar, nell’Iraq occidentale. Il 30 aprile, il braccio destro del capo del SIIL Abu Baqr al-Baghdadi, Abu Ali al-Anbari, veniva eliminato insieme ad altri 14 terroristi da un attacco aereo iracheno presso al-Ash, vicino al confine con la Siria nord-orientale. Al-Anbari, noto anche Haji Iman, Abu Ala al-Afri e Abu Ala Qardash, era il numero due del SIIL dopo al-Baghdadi. “Le forze di sicurezza irachene hanno seguito i movimenti dei capi terroristi del SIIL. L’aviazione ha bombardato la base del gruppo presso al-Jazira, nella provincia nel nord-est della Siria di Hasaqah, uccidendo oltre 15 terroristi, tra cui il principale consigliere di Abu Baqr al-Baghdadi, Abu Ali al-Anbari“. L’Hashd al-Shabi eliminava 32 terroristi del SIIL presso al-Bashir, nella provincia di Qirquq, mentre 4 capi del SIIL venivano liquidati da un attacco aereo iracheno a sud di Huijah, mentre erano in riunione.ClZvbdZWMAAM1MDMaggio
CaJPy0RUcAAdDa2 Il 2 maggio 3 autobombe colpivano Baghdad uccidendo 14 civili, mentre il 1° maggio, 2 autobombe uccidevano 32 civili nella città di Samawa, e il 30 aprile, un’autobomba uccise 21 civili presso Baghdad, a Nahrawan. Tutti gli attentati furono rivendicati dal SIIL. la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF), liberavano i villaggi al-Bustamiyah, al-Dubiyah, al-Qatarum e al-Washaniyah, tra al-Hit e al-Baghdadi, ponendo fine a 18 mesi di assedio da parte del SIIL ad Haditha. Inoltre la 7.ma Divisione irachena e le PMF liberavano Camp Fadayin, nel governatorato di al-Anbar. Tutti i villaggi tra al-Hit e al-Baghdadi erano ora sotto il controllo del governo e l’esercito iracheno avanzava fino a 115 km dal confine con la Siria. Le forze irachene eliminavano 10 gallerie del SIIL alla periferia sud di Falluja, nella provincia di Anbar, eliminando circa 100 terroristi, mentre elicotteri iracheni distruggevano 8 autobombe presso la città. “Le forze congiunte comprendenti polizia, esercito e gruppi tribali hanno liberato l’autostrada che collega Falluja ad Amuriyah e Ramadi, e i distretti di al-Busaiyf e Fahilat”. “Le forze peshmerga hanno lanciato una grande campagna per ripulire la regione dai terroristi del SIIL, soprattutto dopo aver preso le aree strategiche“, dichiarava il comandante curdo Izadin Wanqi, riferendosi all’operazione militare contro il SIIL presso Qirquq, “I peshmerga si sono scontrati con i terroristi del SIIL in diversi combattimenti, mentre il SIIL ha risposto bombardando le basi curde con i mortai“. Il SIIL aveva effettuato attentati con autobombe contro i peshmerga presso Tal Suquf, Bashiqah, Qazar e Quayr. Il 6 maggio le forze militari irachene ed Hashd al-Shabi avanzavano nella provincia di Anbar liberando l’autostrada Amuriyah-Salam, eliminando diversi autoveicoli del SIIL. I terroristi avevano cercato di attaccare le postazioni dell’esercito iracheno, con 3 autoveicoli suicidi, che venivano distrutti dall’Hashd al-Shabi, mentre gli aerei da combattimento iracheni distruggevano veicoli e depositi del SIIL lungo l’autostrada Amuriyah-Salam. Inoltre, le forze irachene liberavano al-Salam, ad ovest di al-Bugharib. Presso Fallujah, l’esercito iracheno e l’Hashd al-Shabi liberavano i villaggi al-Buqamis, al-Buqalid, al-Buasi e al-Bumanahi, eliminando almeno 100 terroristi del SIIL ed 8 autobombe. L’8 maggio, l’esercito iracheno liberava Qarabuq, ad ovest di Maqumur sul Tigri, 60 chilometri a sud di Mosul. Le forze irachene liberavano 7 villaggi dal SIIL nella regione di Maqumur: Mahanah, Qudilah, Qarbardan, Qamardi, Qharaba, Qaryat Umah Awah e Qarabuq. L’11 maggio, 3 autobombe esplodevano a Baghdad uccidendo 94 civili a Sadr City e ad al-Qadhimiya, sede di un importante santuario sciita. Il 12 maggio, la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno, appoggiata dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF o Hashd al-Shabi), liberavano 3 villaggi nel Governatorato di al-Anbar, Baraziyah, Adusiyah e Samaniyah, eliminando 40 terroristi del SIIL. Il 17 maggio, 44 persone venivano assassinate da 2 autobombe ad al-Sha e al-Rashi, quartieri di Baghdad. Il 17 maggio, la 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) liberavano Rutabah e Trabil, al confine con la Giordania. Il 22 maggio, l’Esercito iracheno liberava tre quartieri di Falluja, al-Shahabi, al-Harariyat e al-Duwayah, eliminando più di 40 terroristi del SIIL. L’esercito iracheno aveva avviato l’offensiva su Falluja con un tiro di sbarramento dell’artiglieria sulle posizioni dello Stato Islamico di Iraq e Levante (SIIL), assaltando e liberando il vicino cementificio ed avanzando su al-Niamiyah, a sud di Falluja, al-Sajar a nord di Falluja, e su al-Saqlawiyah, ad ovest di Falluja. Il 23 maggio, le forze militari e l’Hashd al-Shabi eliminavano decine di terroristi, tra cui due alti capi, Haji Hani e Abu Aishah, e il boia del SIIL di al-Sharqat, nella provincia di Salahudin, Abdullah Abu Maryam. Abu Abdarahman al-Anbari e la sua guardia del corpo venivano liquidati da uomini armati; al-Anbari era il responsabile della sicurezza del SIIL di al-Sharqat. Il comandante delle operazioni ad al-Anbar, Ismail Mahlavi, confermava che un altro capo del SIIL, Shaqir Wahib al-Fahdavi, era stato eliminato dell’Esercito iracheno a Rutabah, nella provincia di Anbar, oltre ad altri 7 capi del SIIL.Cly0Lp0WQAAYDGKL’offensiva su Falluja
Iraqi-Army-1 Il 24 maggio, Esercito e Forze di mobilitazione popolari iracheni liberavano la stazione di polizia di al-Sajar, a nord-est di Falluja, eliminando 20 terroristi del SIIL e liberavano al-Abadi, al-Asil, al-Luhayb, Buhadid al-Nasir, Yusifiyah, al-Juqayfah e al-Qarmah, a 4 chilometri ad est di al-Sajar, eliminando altri 30 terroristi dello Stato Islamico. Le forze di sicurezza irachene, guidate dal generale Abdulwahab al-Saidi, avevano lanciato l’operazione su Falluja, l’ultima grande base del SIIL nella provincia di Anbar, il 23 maggio 2016. Falluja fu occupata dal SIIL nel gennaio 2014. Il Primo ministro Haydar al-Abadi aveva ordinato l’avvio delle operazioni dichiarando: “Non esiste alcuna opzione per il SIIL se non fuggire“. L’operazione fu lanciata da sud-est, sud-ovest, nord-ovest e nord di Falluja. Secondo Qarim al-Nuri, portavoce delle unità di mobilitazione, “La loro resistenza non è stata pesante come ci attendevamo. Hanno fatto ricorso ad attacchi suicidi con autobombe, bombe e cecchini finora“. 10000 unità delle Forze di mobilitazione popolare partecipavano all’operazione cooperando con le forze di sicurezza irachene e i combattenti tribali sunniti. La coalizione degli Stati Uniti aveva effettuato 7 raid aerei presso Falluja tra il 14 maggio e il 20 maggio, ma il Colonnello Steve Warren, portavoce militare degli USA a Baghdad, dichiarava che la coalizione degli Stati Uniti non sosteneva le PMF alla periferia di Falluja, essendo gli Stati Uniti preoccupati dal coinvolgimento dei paramilitari iracheni, perché sostenuti dall’Iran. Le 20000 unità delle unità di Polizia Federale ed Esercito iracheno avevano eliminato Abu Hamza, governatore del SIIL di Falluja, e Abu Amr al-Ansari, altro capo del SIIL, già il 23 maggio, mentre i terroristi abbandonavano Qarmah e Saqlawiyah, ad est e a nord di Falluja, ultimo centro urbano importante della provincia di Anbar ancora occupata dal SIIL. Il 26 maggio, elicotteri Mi-28 iracheni eliminavano il vicegovernatore del SIIL di Falluja insieme a decine di altri terroristi, mentre cenavano nel centro della città. Un altro capo del SIIL, Qasim Aqab, veniva liquidato da un tiratore scelto nella vicina al-Qarmah, mentre Esercito e PMF iracheni liberavano al-Qarmah e al-Buayfan, a sud di Falluja, dopo aver eliminato una dozzina di terroristi dello Stato Islamico. Inoltre, l’Hashd al-Shabi scopriva una grande galleria del SIIL nei pressi di Falluja, nella fabbrica di mattoni vicino la città, e sequestrava anche una fabbrica di bombe e mine stradali del SIIL. La Polizia Federale irachena a sua volta smantellava almeno 37 ordigni esplosivi presso Falluja, sulla strada tra Mamal al-Azraq e al-Lifiyah. Il 27 maggio, la 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) libravano il ponte Sajar ed al-Muqtar, a nord di Falluja, e al-Bubayd, ad est di Falluja, eliminando 20 terroristi. Il 29 maggio, la 7.ma Divisione dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare (PMF) eliminavano ad al-Hit più di 50 terroristi del SIIL, e liberavano al-Hur e al-Buah, a sud di Fallujah, eliminando altri 36 terroristi dello Stato islamico. L’Esercito, le forze di polizia federale e l’Hashd al-Shabi iracheni eliminavano altri 75 terroristi del SIIL ad al-Naimiyah, a sud di Falluja, e liberavano il ponte di al-Tafaha, le regioni di al-Shihah e al-Saqlawiyah, e il quartiere di Shuhada di al-Saqlawiyah.

Giugno
FallujahIl 1° giugno, Esercito, Forze di mobilitazione popolare (PMF) e Polizia Federale iracheni liberavano al-Bushajal, ad al-Saqlawiyah, eliminando 30 terroristi del SIIL. Il 2 giugno, il SIIL tentava di assaltare il jabal al-Hamurin, presso Baiji, nel Governatorato di Salahudin, ma l’Esercito iracheno respingeva l’assalto eliminando 21 terroristi. Il 3 giugno, Esercito, Forze di mobilitazione popolare (Hashd al-Shabi) e Polizia Federale iracheni liberavano al-Saqlawiyah, eliminando oltre 70 terroristi dello Stato islamico provenienti da Arabia Saudita, Siria, Libano e Quwayt. Il 6 giugno, il SIIL assaltava al-Haditha, nel governatorato di al-Anbar, ma le forze irachene respingevano l’assalto eliminando oltre 30 terroristi e 10 autoveicoli dello Stato islamico. Inoltre, Esercito, Forze di mobilitazione popolare (PMF) e Polizia Federale iracheni liberavano al-Shuhada, Jabayl, al-Yatamah e la centrale elettrica a sud di Falluja, eliminando 3 autobombe e 14 terroristi del SIIL. Il 9 giugno, l’esercito iracheno avanzava nella provincia di Anbar liberando Albu Savit, ad al-Amuriya, a sud di Falluja. Ismail al-Isawy, dell’ospedale centrale di Falluja, dichiarava che 1500 famiglie erano fuggite della città e altre 500 dal villaggio Zuba, per rifugiarsi presso le aree liberate dall’esercito iracheno e dalle truppe volontarie nella provincia di Anbar. L’11 giugno, le truppe dell’8.vo Battaglione dell’Esercito iracheno avanzavano su Falluja liberando le regioni di al-Falahat e al-Sabihat, nella parte meridionale della città, dopo aver eliminato una dozzina di terroristi del SIIL, mentre il capo del tribunale religioso del SIIL Jasim Muhamad Sarhan al-Shablavi veniva eliminato da un raid aereo iracheno su al-Jumhuriya, nel sud della provincia di Salahudin. L’esercito iracheno catturava 543 terroristi del SIIL mascheratisi da profughi e sfollati, mentre tentavano di fuggire da Falluja. Il 13 giugno, 37.ma e 72.ma Brigate dell’Esercito iracheno e le Forze di mobilitazione popolare irachene (PMF) entravano nel quartiere Hay Nazal, al centro di Falluja, e rastrellavano i quartieri meridionali di Falluja di Naymiah e Shuhada, eliminando 72 terroristi del SIIL. Nelle operazioni per liberare Falluja, furono eliminati oltre 500 terroristi del SIIL, secondo il comandante dell’operazione Tenente-Generale Abdulwahab al-Saidi, mentre altri 42 terroristi del SIIL furono eliminati dalle forze irachene a Mahalah al-Shuhada Awal, a Falluja. Il 14 giugno, le forze governative irachene liberavano al-Shafaq, zona residenziale di Fallujah, mentre il 17.mo Reggimento dell’Esercito iracheno liberava al-Zanasah, al-Zayban e al-Atar, e il ponte Abas Jamil, a sud di Falluja. Inoltre, il 15.mo Reggimento dell’Esercito iracheno liberava al-Nasr, a sud di Mosul. Il 15 giugno, la 17.ma Divisione dell’Esercito iracheno liberava al-Tala, Bustan al-Taqrit e Rayqan a sud-est di Falluja. Un dirigente della sicurezza irachena rivelava “Thamir al-Sabhan, l’ambasciatore saudita a Baghdad, preparava un piano per far fuggire i terroristi dalla prigione di al-Hut“, con l’impiego di kamikaze e autobombe. “Volevano contrabbandare armi nella prigione incitando scontri e con l’aiuto di alcune persone far scoppiare una rivolta per aiutare i detenuti a prendere il controllo della prigione e fuggire“. Il 17 giugno, il comandante della Polizia Federale dell’Iraq, Maggiore-Generale Raid Shaqir Judat, dichiarava che Falluja era completamente liberata dai terroristi del SIIL, e il comandante dell’operazione a Falluja, Abdulwahab Saidi, dichiarava che le forze irachene avevano il controllo di tutti gli edifici governativi della città, mentre le truppe governative liberavano al-Arsan e al-Naza e sgombravano dalla presenza dei terroristi tutta la riva occidentale dell’Eufrate. La 34.ma Brigata dell’Esercito iracheno, le Forze di mobilitazione popolare (PMF) e la Polizia Federale liberavano i quartieri al-Jamhuriyah, al-Dhubat e al-Bazarah di Falluja, oltre al Complesso governativo di Fallujah. La 29.ma Brigata dell’Esercito iracheno, sostenuta dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF) presso al-Hit tendevano un’imboscata a un gruppo di terroristi del SIIL, eliminandone 8 tra cui il capo locale del SIIL, Ahmad Majid. Il 19 giugno, la 34.ma Brigata dell’esercito iracheno, sostenuta dalle Forze di mobilitazione popolare (PMF) e dalla Polizia Federale, liberava nella regione di al-Zuba i villaggi Basatin, Shit, Qurush e Anaz, mentre a Falluja le forze irachene liberavano i quartieri Andalus e Risalah e il Distretto Industriale. Il 22 giugno, presso Falluja, le forze irachene avanzavano su Zanqura e al-Burisha, eliminando 50 terroristi dello “Stato islamico”. Il 23 giugno, la 9.na Divisione dell’Esercito iracheno liberava il jabal Maqul, Maqul e Ibrahim al-Alí, nel Governatorato di Niniwa, a sud di Mosul. A Falluja, Esercito iracheno, Forze di mobilitazione popolare (Hashd al-Shabi) e Polizia Federale liberavano il Ponte Vecchio e il quartiere al-Jamhuriyah. Il 25 giugno, le forze irachene liberavano il nodo stradale di Zawiya-Maqul e i villaggi al-Baydha e al-Jabariya, presso al-Sharqat, eliminando decine di terroristi del SIIL, mentre Sarmad Mazahim Ahmad Hasan al-Hanini, noto capo del SIIL e collaboratore di al-Baghdadi, veniva eliminato in un bombardamento aereo sulla periferia di Sharqat, dove fu liquidato anche Abdullah Abu Maryam, boia del SIIL della città di Sharqat. Altri due capi del SIIL, Haji Hani e Abu Aishah, incaricati della difesa di Sharqat, erano stati eliminati in precedenza nelle operazioni delle forze irachene. Il 25 giugno, l’esercito iracheno liberava il quartiere al-Julan di Falluja, ottenendo il pieno controllo della città. Il comandante delle operazioni per la liberazione di Fallujah, Tenente-Generale Abdulwahab al-Saidi, aveva dichiarato che almeno 1800 terroristi del SIIL erano stati eliminati nell’operazione. Il 28 giugno, le forze irachene eliminavano decine di terroristi del SIIL a sud di Hit, nella provincia di Anbar. La 9.na Divisione corazzata dell’Esercito iracheno liberava Tal Baj, presso al-Sharqat, nel Governatorato di Salahudin, e respingeva il contrattacco del SIIL sulla zona.CluHp1zXIAA00Ym

Hezbollah combatte la battaglia decisiva in Siria

Tony Cartalucci, LD, 27 giugno 2016Group of Hezbollah fighters take position in Sujoud village in south LebanonIl leader di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah ha annunciato l’intenzione per rafforzare le posizioni in Siria, in particolare ad Aleppo. Al-Manar nell’articolo, “S. Nasrallah: Hezbollah rafforzerà le truppe ad Aleppo per compiere la grande vittoria“, riferisce che: “Il Segretario generale di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah ha confermato che il partito invierà altre truppe ad Aleppo in Siria, dove una grande battaglia continua per sconfiggere il progetto taqfiro-terrorista sostenuto da Arabia Saudita e Stati Uniti”. Nasrallah aggiungeva che gli alleati regionali degli Stati Uniti si preparano ad inondare la Siria di migliaia di altri agenti terroristi nel tentativo di occupare Aleppo, sottolineando come il cosiddetto “cessate il fuoco” sia stato utilizzato dai vari gruppi terroristici sostenuti da statunitensi e sauditi per prepararsi ai successivi combattimenti.

Nasrallah avvertì il mondo nel 2007 dell’imminente catastrofe in Siria
Nel 2007 Nasrallah fu intervistato dal giornalista vincitore del premio Pulitzer Seymour Hersh, nell’articolo “Il cambio di direzione: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?“. Nasrallah affermò, discutendo della guerra civile in Iraq, anni prima della comparsa della crisi siriana: “di ritenere che gli USA volevano anche frammentare Libano e Siria. In Siria, ha detto, il risultato sarà spingere il Paese “nel caos e in scontri interni come in Iraq”. In Libano, “Ci sarà uno Stato sunnita, uno alawita, uno cristiano e uno druso”, ma, disse, “Non so se ci sarà uno Stato sciita”.” Credeva che dei tentativi sarebbero stati fatti per scacciare la Shia da Libano, Siria e sud dell’Iraq, spiegando il motivo per cui l’autoproclamato “Stato islamico” (SIIL) opera comodamente in Siria e Iraq come strumento per influenzare geopoliticamente non solo la Siria, ma l’intera regione. L’articolo di Hersh del 2007 rivelava anche un altro aspetto importante della politica estera degli Stati Uniti, evidente al momento e profetico in retrospettiva. L’articolo dichiarava che: “Per minare l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso in effetti di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, nelle operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti presero anche parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di queste attività fu il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che abbracciano una visione militante dell’Islam ostili agli USA e vicini ad al-Qaida”. In sostanza, l’inchiesta di Hersh rivelava già nel 2007 che gli Stati Uniti collaboravano con gli alleati regionali come l’Arabia Saudita per sostenere i gruppi armati e le reti politiche dei terroristi, tra cui i Fratelli musulmani, preparandosi a suddividere e distruggere la regione, tra cui Siria e Libano.

La lotta della Siria è la lotta del Libano e di Hezbollah
11236423 Le agenzie propagandistiche di spicco di Washington, travestite da giornalismo come il Daily Beast, insistono sul fatto che la lotta di Hezbollah in Siria sia disgiunta dalle presunta finalità dell’organizzazione, che secondo Daily Beast semplicisticamente è “combattere Israele”. Nell’articolo, “I combattenti di Hezbollah sono stufi della guerra che combattono in Siria“, secondo la tipica “moda giornalistica” occidentale, Daily Beast rinvia a una manciata di anonimi aneddoti per sostenere la premessa infondata che promuove tale racconto vacuo. Lo scopo di Hezbollah non è “combattere Israele”, ma proteggere il Libano e la popolazione sciita da ogni minaccia. L’articolo di Hersh del 2007 rivelava che, oltre a proteggere le popolazioni sciite, come anche l’ex-operatore della CIA Robert Baer ammise, Hezbollah aveva anche un ruolo primario nel proteggere le altre minoranze della regione, tra cui i cristiani, quando la guerra per procura di al-Qaida guidata da Washington iniziò. Dato che lo scopo reale di Hezbollah è la difesa del Libano, non è difficile capire il motivo per cui ha investito così pesantemente nella guerra che infuria nella vicina Siria. La belligeranza del regime attuale d’Israele è solo una delle tante gravi minacce che incombono sul futuro del Libano. L’espansione di gruppi estremisti come al-Nusra, al-Qaida e Stato islamico sostenuti con denaro, armi e supporto politico da Stati Uniti, Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Giordania, è un’altra minaccia esistenziale non solo alla Siria, ma ai vicini, tra cui il Libano. Il Libano, infatti, è uno dei tanti canali attraverso cui i combattenti della guerra per procura degli USA ricevono notevole supporto, comportando scontri in Libano tra i gruppi estremisti con Hezbollah ed esercito libanese nel tentativo d’interdire il flusso di uomini e materiali. Ma l’impatto attuale della guerra siriana sul Libano è solo una delle minacce alla nazione che affrontano i suoi difensori. L’altra è la prospettiva del collasso del governo e la diffusione dei gruppi terroristici in Siria sostenuti dall’occidente e dagli alleati regionali.

La Libia avverte i vicini della Siria: “Siete i prossimi”
Come si è visto in Libia, il crollo del governo istigato dell’occidente e il successivo cambio di regime è solo il primo passo delle grosse ambizioni dell’occidente. La Libia fu poi utilizzata come trampolino di lancio per inviare combattenti e armi nelle altre nazioni prese di mira dai “cambi di regime” di Washington, tra cui la Siria. Gli osservatori del conflitto siriano possono ricordare che alla fine del 2011 e all’inizio del 2012, la Libia inviò un numero significativo di terroristi ed armi nel conflitto siriano, entrando nel Paese dalla Turchia membro della NATO e con l’assistenza del governo degli Stati Uniti, guidando l’invasione della città più grande della Siria, Aleppo. Nel novembre 2011, il Telegraph, nell’articolo, “I capi islamisti libici hanno incontrato il gruppo di opposizione dell’ELS“, riferiva: “Abdulhaqim Belhadj, capo del Consiglio militare di Tripoli ed ex-capo del Gruppo combattente islamico libico, “incontrava i capi dell’esercito libero siriano ad Istanbul e al confine con la Turchia”, secondo un ufficiale che lavora per Belhadj. “Mustafa Abduljalil (presidente libico ad interim) ce l’ha mandato”.” Va notato che il capo terrorista sostenuto dagli Stati Uniti, Belhadj, ora svolgerebbe un ruolo centrale nella presenza dello SIIL in Libia. Un altro articolo del Telegraph, “I nuovi governanti della Libia offrono armi ai ribelli siriani”, ammetteva: “I ribelli siriani hanno avuto colloqui segreti con le nuove autorità della Libia, l’obiettivo di garantire armi e soldi all’insurrezione contro il regime del Presidente Bashar al-Assad. Nel corso della riunione, tenutasi ad Istanbul con funzionari turchi, i siriani hanno chiesto “assistenza” ai rappresentanti libici che offrivano armi e forse volontari. “C’è qualcosa in programma per inviare armi e perfino combattenti libici in Siria”, ha detto una fonte libica, parlando sotto anonimato. “C’è un intervento militare in corso. Nel giro di poche settimane si vedrà“.” Nello stesso mese, circa 600 terroristi libici sarebbero entrati in Siria avviando i combattimenti e, successivamente, Ivan Watson della CNN accompagnò i terroristi oltre il confine turco-siriano ad Aleppo, rivelando che i combattenti erano in realtà terroristi stranieri, in particolare libici, ed ammettendo che: “Nel frattempo, i residenti del villaggio dove avevano sede i cosiddetti ‘Falconi’ siriani, avevano detto che vi erano combattenti nordafricani nei ranghi della brigata. Un combattente libico volontario ha anche detto alla CNN che voleva viaggiare dalla Turchia alla Siria in pochi giorni per aggiungere un “plotone” di combattenti del movimento armato libico”. La CNN aggiunse: “l’equipe della CNN ha incontrato un combattente libico che recatosi in Siria dalla Turchia con altri quattro libici. Il combattente indossava la mimetica e aveva un Kalashnikov. Ha detto che altri combattenti libici erano in arrivo. I combattenti stranieri, alcuni dei quali giunti perché cercano chiaramente… una jihad. Quindi ciò è una calamita per i jihadisti che vi vedono la lotta per i sunniti”. Ricordando tutto questo, si può solo immaginare quanto maggiore sarebbe la portata di tali gruppi terroristici con una Siria divenuta altro snodo per addestrare, armare e spedire terroristi mentre l’occidente avvia la sua guerra per procura in Libano, Iran, perfino Russia meridionale e Cina occidentale.
Il Libano, senza il governo e i militari della Siria, e con l’Iran che combatte contro una guerra per procura che inevitabilmente arriverebbe nel proprio territorio se la Siria dovesse cadere, non avrebbe possibilità contro gli agenti della multinazionale del terrorismo guidata dagli USA. La battaglia della Siria è una guerra del Libano, come anche di Iran, Russia e persino Cina. Queste nazioni supportano e difendono il governo siriano non solo per obbligo verso un alleato. Lo fanno capendo dove il conflitto arriverebbe dopo, se non terminasse in Siria ora. Perciò Russia, Iran, Libano e in misura minore Cina, non possono permettersi di abbandonare la Siria. Questo è anche il motivo per cui le “assicurazioni” degli Stati Uniti che solo col “cambio di regime” in Siria il conflitto finirebbe, non vanno considerate. Il “cambio di regime” non è finito col conflitto in Libia, né col ruolo della Libia nel sostenere altri conflitti all’estero. Non finirà neanche in Siria. Porterà solo a un successivo e molto più grande conflitto. Hezbollah non si batte per “Assad” in Siria, ma combatte per il Libano e la stabilità della regione da cui il futuro del Libano dipende.11393064Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Esercito Arabo Siriano intrappola i terroristi ad Aleppo

Ziad Fadil, Syrian Perspective, 25/6/201613950406000446_PhotoIVi sono diversi importanti fronti combattuti dal legittimo Esercito della Repubblica Araba Siriana, ma alcuno è più sensibile di quello settentrionale di Aleppo. Si può dire che la Provincia di Idlib sia lentamente erosa dall’esercito mentre sempre più posizioni vengono consolidate presso l’area di Jisr al-Shughur, fermo restando che l’attenzione di oggi è su Aleppo, la città più grande della Siria e più industrializzata. Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah in Libano, ha chiarito decisamente che la battaglia per Aleppo è cruciale per l’esistenza del Fronte della Resistenza e alcun sforzo può essere risparmiato nel liberare la città. Perché? E’ risaputo che Erdoghan e la sua banda di stupratori, ladri e saccheggiatori deviano importanti risorse economiche dalle province del nord della Siria alle terre turche dove la sua famiglia, soprattutto, ha inghiottito la maggior parte del profitto di tali attività illegali. Che si tratti degli impianti industriali di Shayq al-Najar o Layramun, presso Aleppo, o di Dayr al-Zur e Homs orientale dove il greggio viene pompato da ingegneri arruolati, alcuni inviati dai turchi, il modello è fin troppo chiaro: se la Siria non recupera i suoi centri economici, la strada della ripresa richiederà molto più tempo e ancora più assistenza finanziaria di quanto molti alleati possano sopportare. Non va dimenticata l’importanza che la puzzola Obama ha dato ad Aleppo. Mentre la visione di Erdoghan di un rinato impero ottomano potrebbe non essere in sintonia con la strategia di Obama, entrambi condividono una sola ossessione, dare sostanza alla presenza “dell’opposizione moderata” ai colloqui di Ginevra, e in mancanza di ciò, gli Stati Uniti continueranno a perseguire la suicida politica di rafforzare i gruppi curdi, nella speranza che tale rapporto comporti la balcanizzazione di Siria e Iraq. Ho discusso in numerosi articoli dell’importanza di bloccare il gasdotto dall’Iran proiettato attraverso l’Iraq verso le coste siriane. Quando ci si avvicina al soggetto, all’ombra delle promesse sconsiderate di Washington ai curdi, si vedrà facilmente il motivo per cui gli Stati Uniti vanno dritti verso un’altra grande debacle in politica estera. I curdi semplicemente non possono estendersi troppo a sud dagli immaginari confini dello Stato curdo che i suoi campioni chiamano “Rojava“. Affinché gli Stati Uniti possano attuare un qualsiasi blocco del gasdotto, Washington deve trattare con lo SIIL, tentando di evitare l’avanzata dell’Esercito Arabo Siriano nella regione. E’ ormai fin troppo chiaro che doppio gioco e pugnalate alle spalle degli Stati Uniti sono usciti dal buio del proverbiale armadio alla luce del giorno. Ed è qui che la Russia ha tracciato la linea. Che siano Arabia Saudita o Stati Uniti a cercare disperatamente di salvarsi da un disastroso fiasco in politica estera, o la Turchia che cerca di realizzare i sogni dell’imbecille al vertice del potere ad Ankara, tali politiche concorrenti, e tuttavia potenzialmente armoniche, vanno direttamente contro gli incrollabili interessi della Federazione Russa. E ciò che è ancor più pericoloso per gli zoticoni della Casa Bianca è il fatto che l’Iran vede l’incursione della NATO in Siria come nient’altro che un’invasione contro l’Iran stesso. L’Iran non può che, senza risparmiare alcuno sforzo, fermare il tentativo maniacale di sterminare il popolo siriano. E non abbiamo ancora visto che il 5% dell’intervento di Teheran nel porre fine al tormento. Solo il futuro dirà quanto ha investito l’Iran nella longevità del governo siriano e delle sue istituzioni.
1017685366 John Kerry guarda impotente mentre l’Esercito Arabo Siriano a terra, e la sua Aeronautica, sostenuti energicamente dall’Aeronautica russa, decimano ciò che resta dei terroristi supportati dalla NATO ad Aleppo. Ricevo buone notizie sulla situazione nella città. Per la maggioranza vi sono serie privazioni. Distruggere e rubare sono le regole del gioco di oggi e non c’è forza dell’ordine che possa impedirlo. Tuttavia, come un amico mi ha detto, “le sanguisughe che campano sulla popolazione di Aleppo sanno che è giunto il momento di trovare un altro lavoro“. Ha senso la chiusura dell’arteria Ayntab (Gaziantep) – Castillo che condanna a morte non solo i terroristi di Aleppo, ma anche i loro sostenitori e i vampiri che succhiano il sangue dalla popolazione innocente di questa grande città. I gangster sono ben noti al popolo e al governo. La loro fine non sarà bella. Le roccaforti dei gruppi terroristici, quasi tutti di Jabhat al-Nusra/al-Qaida, Ahrar al-Sham e Jaysh al-Fatah, sono ad al-Layramun, Jamiyat al-Zahra e Bani Zayd. Si tratta di aree in cui terroristi non possono permettersi di perdere, se non perdendo tutta Aleppo. Queste aree sono costantemente rifornite dalla Turchia, da Gaziantep dove l’MI6 inglese ha per lo più “contractors indipendenti”, verso la città passando da Azaz e dall’autostrada di Castillo. È la linfa vitale dei terroristi che non va recisa. Sempre più intensamente nelle ultime 2 settimane, le forze aeree siriane e russe polverizzano Bani Zayd, quartiere del tutto spopolato ad eccezione dei terroristi e loro famiglie. I terroristi di Jabhat al-Nusra/al-Qaida e Ahrar al-Sham si sono deliberatamente riuniti nella zona, per dare a Kerry la foglia di fico affinché tali gruppi qui non siano attaccati, dato che non sono definiti “gruppi terroristici” come al-Qaida o SIIL. I russi ne hanno avuto abbastanza di tale speciosità e Kerry sa che Ahrar al-Sham sé rifiutato di staccarsi da al-Qaida. Temendo lo scontro con l’Aeronautica russa, gli Stati Uniti non hanno insistito troppo ad alleviare l’area. Ieri, la Syrian Arab Air Force ha condotto più di 40 sortite sganciando le nuove bombe pesanti acquisite dalla Russia. Mentre tutto ciò accade, le forze di Hezbollah a Nubul e Zahra avanzano verso sud (circa 2000 effettivi) per incontrarsi con le nuove forze dal Libano. Tutto questo in coordinamento con l’Alto Comando siriano. L’assalto a Bani Zayd e ad al-Layramun avverrà quando tutte le forze interessate saranno in posizione. Da oggi l’autostrada che da Gaziantep va Castillo è chiusa all’80%, e lo sarà totalmente al più presto. Parlando delle forze che si raggruppano, Hezbollah ha inviato 1500 truppe scelte per sostenere le forze già presenti ad al-Hadhar. Nel frattempo, vi è la conferma che la 4.ta Divisione meccanizzata al comando del Maggior-Generale Mahir al-Assad è arrivata a sud di Aleppo per supportare gli altri gruppi, come Liwa al-Quds e PDC, nel sterminare i ratti sostenuti dagli anglo-statunitensi. Ho una notizia, seppure vaga, secondo cui i PDC assaltavano la posizioni di Ahrar al-Sham nella zona di Jamiyat al-Zahra, eliminando più di 30 ratti. I combattimenti interessano le nostre truppe che avanzando su Qubatan al-Jabal. Nel tentativo di impedire il rischieramento, i terroristi hanno fatto esplodere 2 tunnel causando pochi danni ai nostri soldati e ai loro armamenti. Assistiamo all’equivalente del D-Day.A9WTxMGr

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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