La sconfitta venezuelana di Obama

Alessandro Lattanzio, 16/3/201514-03-2015-cancilleres-unasur-1Il 9 marzo, il presidente degli USA Barack Obama dichiarava il Venezuela “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale degli USA“, invocando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) contro il Venezuela. Altri Stati che attualmente subiscono l’IEEPA sono Iran, Myanmar, Sudan, Russia, Zimbabwe, Siria, Bielorussia e Corea democratica. Obama quindi imponeva sanzioni contro sette dirigenti venezuelani tra cui Justo Jose Noguera Pietri, presidente della Società venezuelana della Guayana (CVG) e Katherine Nayarith Haringhton Padron, pubblico ministero che persegue i golpisti. Il Presidente venezuelano Nicolas Maduro rispondeva bollando le dichiarazioni di Obama come “ipocrite“, affermando che gli Stati Uniti sono la massima minaccia al mondo. “Voi siete la vera minaccia che ha creato Usama bin Ladin… Difendi i diritti umani dei cittadini statunitensi neri uccisi nelle città degli Stati Uniti ogni giorno, Obama. Ho detto ad Obama, come vuoi essere ricordato? Come Richard Nixon che spodestò Salvador Allende in Cile? Come il Presidente Bush, responsabile del tentato spodestamento del Presidente Chavez?… Beh il presidente Obama già ha fatto la sua scelta… sarà ricordato come il presidente Nixon. The Wall Street Journal ha scritto che è arrivato il momento di chiamarmi tiranno, rispondo: Sarei un tiranno perché non mi lascio rovesciare? E se mi lascio rovesciare sarei un democratico? Il popolo dovrebbe consentire l’installazione di un “governo di transizione”, eliminando la Costituzione? Non lo permetterò e, se necessario, mi batterò per le strade con il nostro popolo e le nostre forze armate. Vogliamo pace, stabilità e convivenza. Che farebbe il presidente Obama se un colpo di Stato venisse organizzato contro il suo governo? Chi persiste in attività terroristiche e colpi di Stato è fuori dalla Costituzione, va arrestato e giudicato, e se anche Wall Street Journal o New York Times mi chiamano tiranno, non si tratta di tirannia, ma della legge”. Il 28 febbraio, dopo che un pilota statunitense veniva arrestato vicino al confine colombiano, ed insieme a quattro ‘missionari’ statunitensi accusato di spionaggio e di organizzazione del colpo di Stato in Venezuela, venivano annunciate nuove misure come l’imposizione dell’obbligo di visto ai cittadini statunitensi che entrano in Venezuela, la riduzione del personale dell’ambasciata degli Stati Uniti e la creazione di una “lista antiterrorista” di individui cui viene proibito l’ingresso in Venezuela, comprendente l’ex-presidente George W. Bush, l’ex-vicepresidente Dick Cheney, l’ex-direttore della CIA George Tenet, i congressisti di estrema destra Bob Menendez, Marco Rubio, Ileana Ross-Lehtinen e Mario Diaz-Balart, tutti accusati di “violazione dei diritti umani”. Gli Stati Uniti infatti hanno avuto un ruolo diretto nel tentativo di colpo di Stato sventato a febbraio. Il Presidente Maduro ricordava che il finanziatore del golpe fallito, Carlos Osuna, è “a New York protetto dal governo degli Stati Uniti“. Maduro aveva anche chiesto l’adozione di “una legge speciale per mantenere la pace nel Paese“, che una volta concessa dall’Assemblea Nazionale permetterà una “legge antimperialista per prepararsi ad ogni scenario e vincere“.
Dopo la decisione di Obama, il presidente della Bolivia Evo Morales convocava a Quito una riunione d’emergenza di UNASUR (organizzazione che rappresenta tutte le nazioni Sudamericane) e CELAC (Comunità allargata latino-americana e caraibica), “dichiariamo lo stato d’emergenza in difesa del Venezuela che affronta l’assalto di Barack Obama. Difenderemo il Venezuela, poiché l’impero tenta di dividerci, per controllarci politicamente e derubarci economicamente“. Il Presidente Correa esprimeva il “più fermo rifiuto della decisione illegale e extraterritoriale contro il Venezuela, che rappresenta un attacco inaccettabile alla sua sovranità“. “Come il Venezuela minaccia gli Stati Uniti? A migliaia di chilometri di distanza, senza armi e senza risorse strategiche o personale che cospiri contro l’ordine costituzionale statunitense? Tale dichiarazione fatta nell’anno delle elezioni legislative in Venezuela rivela la volontà d’interferenza della politica estera statunitense“, dichiarava il governo cubano. Quindi gli Stati membri dell’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR): Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay e Venezuela esibivano un rifiuto unanime della posizione di Washington verso il Venezuela, esortando a valutare e attuare “il dialogo con il governo del Venezuela sulla base dei principi della sovranità dei popoli“. L’UNASUR continua la missione a sostegno del “dialogo politico più ampio con tutte le forze democratiche in Venezuela, nel pieno rispetto dell’ordinamento costituzionale, dei diritti umani e dello stato di diritto“. In precedenza una delegazione della UNASUR s’era recata a Caracas per indagare sul tentativo di colpo di Stato del 12 febbraio. A seguito di questo lavoro, il presidente di UNASUR, l’ex-presidente colombiano Ernesto Samper respingeva qualsiasi interferenza esterna e consigliava l’opposizione a dedicarsi alle elezioni e non alle violenze, “UNASUR ritiene che la situazione interna in Venezuela debba essere risolta con i meccanismi della Costituzione venezuelana” offrendo pieno sostegno come osservatore alle prossime elezioni, quest’anno, in Venezuela, “convinto dell’importanza per UNASUR di mantenere l’ordine costituzionale, la democrazia e la permanenza totale dei diritti umani fondamentali“.

Vladimir Padrino Lopez

Vladimir Padrino Lopez

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri russo esprimeva solidarietà al popolo venezuelano contro “l’aggressiva pressione politica e le sanzioni di Washington verso Caracas e il suo governo democraticamente eletto. Siamo consapevoli, con grande preoccupazione, dell’aumento dei tentativi di destabilizzare il Venezuela, un Paese legato alla Russia da molti stretti legami di amicizia e da un’associazione strategica“, sottolineando che la dichiarazione di emergenza nazionale del governo degli Stati Uniti contro il Venezuela è “una minaccia per la stabilità democratica del Paese e può avere gravi conseguenze sulla situazione in America Latina nel suo complesso. Allo stesso modo, Mosca si oppone completamente ad ogni forma di violenza e ai colpi di Stato come strumenti per rovesciare i legittimi governi di Stati sovrani“. Nel frattempo il Ministro della Difesa Sergej Shojgu accettava l’invito dell’omologo venezuelano Vladimir Padrino Lopez, di far partecipare la Russia alle esercitazioni militari delle forze venezuelane. In effetti il 14 marzo, il Ministro della Difesa Popolare del Venezuela Padrino López riferiva che oltre 100000 persone partecipavano alle esercitazioni militari Escudo Nacional in sette delle Regiones Estratégicas de Defensa Integral (REDI) del Venezuela, a cui partecipavano le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB), la Milizia Nazionale Bolivariana e volontari civili. L’obiettivo era rafforzare sul piano operativo Esercito, Marina, Aeronautica e Guardia Nazionale del Venezuela. Le REDI sono attive ad Aragua, Carabobo, Miranda Vargas, Yaracuy e Distrito Capital; Delta Amacuro, Monagas, Sucre e Nueva Esparta; Falcon, Lara, Trujillo, Mérida, Táchira e Zulia; Bolívar e Amazonas; Apure, Portuguesa, Barinas, Cojedes e Guárico; Ande e Regione Marittima Insulare.

madu630abbo1Riferimenti:
Correo del Orinoco
Global Research
Mondialisation
Mondialisation
Nsnbc
Nsnbc
Reseau International
Reseau International
Russia Insider

Novorossija: Manovre ed esercitazioni

Alessandro Lattanzio, 15/3/201511025953Il 1 marzo si svolgevano combattimenti a Avdotino, Krasnij Luch e Shirokino, dove le FAN distruggevano 1 BTR dei majdanisti. Scontri a Peski, Bakhmutka, Majorsk, presso Novotoshkovskoe e presso Stanitsa Luganskaja. I majdanisti bombardavano Spartak, Vesjoloe e Gorlovka. Nell’area dell’aeroporto di Donetsk venivano recuperati 373 cadaveri di soldati ucraini. Il 2 marzo i majdanisti bombardavano Donetsk, Logvinovo e Spartak. 3 aerei da trasporto An-26 ucraini atterravano a Kramatorsk, 1 proveniva da Dnepropetrovsk. Il 3 marzo si avevano scontri a Bakhmutka, Spartak e Shirokino. I majdanisti bombardavano Opitnoe, Peski, Berjozovo, Avdeevka e Vodjanoe. Il 4 marzo i majdanisti bombardavano l’aeroporto di Donetsk, Gorlovka, Spartak, Vesjoloe, Kalinovo, Shirokino e Oktjabrskaja. Scontri si registravano a Majorsk, Novotoshkovskoe e Sizoe. Il 5 marzo i majdanisti bombardavano Donetsk e Spartak. Si avevano scontri a nord di Gorlovka. Il 6 marzo, a Marjupol i majdanisti arrestavano oltre 100 persone. Scontri si svolgevano presso Donetsk, Shumij, Majorsk, Komsomolets e Gorlovka. Il 7 marzo i majdanisti bombardavano Peski, Spartak, Vesjoloe, Donetsk, Gorlovka e Shirokino. Un convoglio di 20 autocarri del Centro nazionale per la gestione delle crisi del Ministero delle Emergenze trasportava oltre 200 tonnellate di aiuti umanitari a Donetsk, tra cui cibo e medicinali per le famiglie dei 32 minatori morti e feriti nell’incidente nella miniera Zasjadko. L’8 marzo i majdanisti bombardavano Shirokino, Kominternovo, Spartak, Majorsk e l’area dell’aeroporto di Donetsk. Il 9 marzo i majdanisti bombardavano Stanitsa Luganskaja, Pervomajsk, Donetsk e l’area dell’aeroporto di Donetsk. Scontri si avevano a Peski, Opitnoe, Krasnogorovka, Vodjanoe, Avdeevka, Majorsk, Trojtskoe, Mikhajlovka, Zolotoe e Bakhmutka. Ad Artjomovsk i majdanisti, violando tutti gli accordi, concentravano oltre 200 blindati e 15 sistemi d’artiglieria. Il 10 marzo si avevano scontri presso Majorsk. 2 carri armati T-64 ucraini venivano distrutti tra Uglegorsk e Lozovaja, assieme a 1 semovente d’artiglieria ucraino. L’11 marzo i majdanisti bombardavano Donetsk, Zolotoe e Pervomajsk. Scontri si svolgevano a Shirokino e Shastie. Il 12 marzo i majdanisti bombardavano Vesoloe, Gorlovka, Spartak, Oktjabrskij, l’area dell’aeroporto di Donetsk, Vesjolaja Gora, Khoroshee, Bakhmutka, Zhelobok e Pervomajsk. Scontri a Shirokino, Krimskoe e Sokolniki. Il 13 marzo i majdanisti bombardavano Gorlovka, Jasinovataja, Vesjoloe, Spartak, Bolotnoe, Sizoe, Nikolaevka, Vesjolenkoe, Valujskoe e Pankovka. Scontri si avevano nella zona dell’aeroporto di Donetsk, a Kolesnikovka e Bakhmutka.
Il 5 marzo, 6 navi da guerra della NATO conducevano manovre nel Mar Nero: l’incrociatore lanciamissili statunitense Vicksburg, la fregata canadese Fredericton, la fregata turca Turgut Reis, la fregata italiana Aliseo, la fregata romena Regina Maria e la nave rifornimento tedesca Spessart, del Standing NATO Maritime Group 2 (SNMG2) comandato dal contrammiraglio statunitense Brad Williamson. “Seguiamo attentamente movimenti e operazioni delle navi della NATO, perché a prescindere dalla pretesa delle esercitazioni, le attività delle navi dell’Alleanza hanno per scopo studiare le difese della Crimea“, dichiarava un ufficiale della Flotta del Mar Nero russa. Il 9 marzo 120 mezzi tra cui carri armati M1A2 e blindati M2A3 della 3.za divisione di fanteria statunitense arrivavano in Lettonia, nell’ambito della missione Atlantic Resolve guidata dal generale dell’US Army John O’Conner e che vedeva la presenza di 750 mezzi e sistemi d’arma della 1.ma Brigata della 3.za Divisione di Fanteria e del 2.ndo Reggimento di Cavalleria dell’US Army in Estonia, Lettonia e Lituania. Il 10 marzo, in Norvegia si svolgevano le esercitazioni Joint Viking con 5000 militari e 400 automezzi nella regione di Finnmark, la più settentrionale della Norvegia confinante con la Russia. Secondo un ex-consulente del partito repubblicano degli USA, James Dzhetras, l’arrivo di materiale e soldati dell’esercito degli Stati Uniti nel Baltico era solo uno spettacolo politico che fomentava l’isteria di guerra, illustrando l’impotenza di Stati Uniti e NATO in Ucraina. Dzhetras riteneva che l’arrivo di truppe statunitensi nei Paesi baltici fosse solo una dimostrazione di forza di Washington, incapace di cambiare gli equilibri di potere nella regione. “E’ solo incitamento all’isteria di guerra e uno spettacolo per ricordare che gli americani sono pronti a difendere i Paesi baltici, secondo l’articolo 5 della Carta della NATO. L’ironia è che 3000 soldati americani non potranno difendere i Paesi baltici contro alcuna minaccia, se esistesse realmente. Il motivo delle esercitazioni militari della NATO così vicine al confine con la Russia è il desiderio di ricordarne l’influenza, che svanisce mentre le azioni di NATO e Washington dimostrano di non influenzare gli eventi in Ucraina. Vediamo sempre più che l’Europa comincia a prendere le distanze in politica estera dagli Stati Uniti e ciò confonde sempre più i signori della guerra negli USA, il cui controllo sulla sicurezza dell’Europa s’indebolisce. L’invio di truppe americane nei Paesi baltici è uno spettacolo politico più che militare“.
Mentre Washington inviava a Kiev 600 paracadutisti della 173.ma brigata 02_03_2015-новороссия-украина-colonel-cassad-мгновения-войны-22dell’US Army “per addestrare le forze ucraine a combattere nel conflitto in corso“, e prometteva l’invio di droni Raven, 230 Humvees, radio, radar anti-mortaio, e mentre il Regno Unito stanziava 1,3 milioni di dollari per inviare alle forze armate ucraine kit di pronto soccorso, visori notturni, computer portatili, elmetti e unità GPS, l’Ucraina non riusciva più ad importare carbone per il crollo della Grivna, secondo il primo viceministro dell’Energia e dell’Industria del carbone ucraino Jurizh Zjukov, “in questo momento non è possibile acquistare carbone. Con un rapporto di 30 grivna/USD, una tonnellata ci costerebbe 2400-2600 grivne, mentre il prezzo di mercato è intorno a 1500 grivne per tonnellata”. Zjukov aveva anche detto che l’Ucraina interrompeva l’importazione di energia elettrica russa, “Abbiamo meno domanda di elettricità, e credo che non appena si possa farne a meno, tale accordo sarà interrotto“. In effetti, dato il crollo della produzione industriale, l’Ucraina majdanista aveva meno bisogno di energia: le acciaierie ucraine nel gennaio-febbraio 2015 riducevano la produzione del 19% rispetto a gennaio-febbraio 2014. La produzione complessiva di ferro laminato scendeva del 30%, della ghisa del 31%, dei tubi del 36% e di coke del 42%. Infine, presso Shishkovo, le FAN catturavano diverse attrezzature statunitensi per cercare petrolio di scisto della compagnia Ukrgazdobicha. Comunque la Verkhovna Rada approvava la proposta di Poroshenko di aumentare le dimensioni delle FAU di 250 mila effettivi, “formando 2 comandi operativi, 11 brigate, 4 reggimenti, 18 battaglioni, 16 compagnie e 13 plotoni di varia specializzazione“. Le forze armate dell’Ucraina dovrebbero ricevere nel 2015 300000 armi leggere e 3500 altri tipi di armamenti, secondo la portavoce del ministero della Difesa di Kiev Victoria Kushnir. Kiev prevede di aumentare al 5,2% del PIL la spesa per la difesa nel 2015, cioè 600 milioni di dollari. Nel 2014 la spesa per la difesa fu pari all’1,25% del PIL. Infatti, la ministra delle Finanze ucraina, la cittadina statunitense Natalia Jaresko, piazzava ordini per acquistare armamenti presso aziende degli Stati Uniti, da finanziare tramite l’Extended Fund Facility (EFF) e i prestiti da UE, USA, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) e Banca europea per gli investimenti (BEI). I militari ucraini compreranno 500 tipi di armamenti da società come la statunitense Network Technologies Corporation che consegnerà visori termici. Jaresko ha stretti legami con gli Stati Uniti, fu CEO della società di investimenti finanziari Horizon Capital e del Private Equity Fund WNISEF, finanziato dagli Stati Uniti ed attivo in Ucraina e Moldavia. Prima di entrare nel settore bancario Jaresko aveva lavorato per il dipartimento di Stato degli Stati Uniti. E difatti, nel frattempo, il Tesoro degli USA sanzionava diversi cittadini ucraini, russi e novorossi, oltre all’Unione della Gioventù Eurasiatica e alla banca RNKB, la più importante in Crimea: Sergej Vadimovich Abisov; Sergej Gennadijovich Arbusov, ex-Primo Vicepremier dell’Ucraina; Nikolaj Janovich Azarov ex-Premier dell’Ucraina; Raisa Vasilevna Bogatirova; Aleksandr Gelevich Dugin; Ekaterina Gubarjova; Jurij Vladimirovich Ivakin; Pavel Kanishev; Aleksandr Karaman; Aleksandr Sergeevich Khodakovskij; Andrej Kovalenko; Oleg Grigorevich Kozjura, a capo dell’ufficio di Sebastopoli del Servizio federale di migrazione russo; Roman Ljagin; Sergej Anatoljovich Zdriljuk.
Mosca annunciava la fine “completa” delle attività nell’ambito del Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (CFE), la cui adesione russa fu già interrotta nel 2007. “La Federazione russa ha preso la decisione d’interrompere la partecipazione alle riunioni del gruppo di consulenza dall’11 marzo 2015. Pertanto, la Russia pone fine alle attività nel Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa, annunciate nel 2007, in modo completo“, dichiarava il Ministero degli Esteri russo. Mosca aveva chiesto alla Bielorussia di rappresentarne gli interessi nel gruppo a partire dall’11 marzo. Il Trattato CFE fu firmato nel 1990 da NATO e Patto di Varsavia, imponendo il blocco quantitativo sugli armamenti convenzionali come carri armati, veicoli corazzati da combattimento, artiglierie, elicotteri d’assalto e aerei da combattimento. Ad esempio, in base al trattato, ogni controparte non dovrebbe avere più di 16500 carri armati o 27300 veicoli corazzati da combattimento attivi. Nel 1999 vi fu una versione “adattata” del trattato, tuttavia la NATO si rifiutò di ratificarla finché la Russia non avesse ritirato le sue truppe da Georgia e Transnistria. La Russia rispose che tale condizione era “artificiosa”. Nel dicembre 2007 Mosca impose una moratoria sul Trattato CFE, definendolo “irrilevante” da quando la NATO si espande in Europa orientale. Nel novembre 2014 Mosca sospendeva l’applicazione del Trattato CFE e due mesi dopo il Congresso USA condannava la Russia invitando il presidente Obama a rivedere il CFE. “Per molti anni la Federazione russa ha fatto tutto il possibile per mantenere il trattato, avviando i colloqui per aggiornarlo, ratificandolo“, dichiarava Mosca aggiungendo che tutti questi sforzi furono rigettati dalla NATO in favore della propria espansione ad Est.
Ai primi di marzo, più di 2500 artiglieri partecipavano a una grande esercitazione nell’Estremo Oriente della Russia, “nell’esercizio, verranno effettuati tiri contro obiettivi da semoventi di artiglieria Gvozdika, Akatsija e Gjatsint, da sistemi lanciarazzi multipli Grad, Uragan e Shturm, da sistemi missilistici anticarro Konkurs e da mortai Sani”. Inoltre, 40 velivoli russi compivano esercitazioni militari sul Mare di Barents, “Oltre 20 caccia intercettori MiG-31 e cacciabombardieri Su-24 del Distretto Militare Centrale partecipavano alle esercitazioni tattiche sul mare di Barents dal 26 febbraio al 5 marzo. I piloti si sono addestrati a distruggere missili e aerei ‘nemici‘” secondo una dichiarazione del servizio stampa del Distretto. Il 12 marzo si svolgeva un’esercitazione delle truppe della Difesa Aerea nel Distretto Militare orientale della Russia, nella Repubblica di Burjazja; “Unità radar sviluppano tecniche nelle grandi esercitazioni delle truppe della Difesa Aerea del distretto militare orientale, iniziate nella base di Telemba nella Repubblica di Burjazja” dichiarava il Colonnello Aleksandr Gordeev, che aggiunse che nel 2014 il Distretto militare orientale della Russia aveva ricevuto 100 stazioni per la guerra elettronica. Altre esercitazioni militari si svolgevano nel sud della Russia, presso Stavropol, con circa 20 cacciabombardieri tattici Su-25SM che compivano lanci di missili e razzi; delle navi d’assalto anfibio Peresvet e Admiral Nevelskij nel Mar del Giappone; e a Kaliningrad, con 500 militari e 100 mezzi dell’esercito russo.11041966Riferimenti:
America’s Done Wrongs
Cassad
Cassad
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
Fort Russ
Nations Presse
Nations Presse
Russia Insider
Russia Insider
Russia Insider
Russia Insider
Russia Insider
RussiaToday
Sputnik
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Stop NATO
Voice of Sevastopol
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Zerohedge

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Marzo2015

Donbas: “Abbiamo costruito uno Stato indipendente”

Intervista al Vicepremier della Repubblica Popolare di Donetsk, Mikhail Mnukhin
Global Research, 7 marzo 2015B82kbCYIQAEHVKD.jpg largeAbbiamo l’onore di intervistare il Primo Viceministro degli Esteri della Repubblica Popolare di Donetsk Mikhail Mnukhin, che ci parla della crisi nella RPD, della storia del Donbas e del suo rapporto con l’Ucraina, e delle iniziative per porre fine al conflitto. Per ulteriori corrispondenze è possibile visitare il sito ufficiale del MdE della DPR.

Haneul: Un anno dopo il colpo di Stato di Euromajdan sostenuto dagli Stati Uniti, l’Ucraina è ancora impegnata in una guerra civile lunga e sanguinosa. Quali progressi avete fatto nella lotta contro i militari ucraini e i fascisti di Svoboda e Settore destro?
Mikhail: Primo e più importante, abbiamo costruito uno Stato indipendente. Anche se alcune parti del nostro territorio sono ancora controllate dalle forze armate ucraine, il sistema statale della RPD è completamente operativo e controlla tutte le operazioni vitali. Possiamo pagare stipendi e spese sociali, formare bilanci statali e organizzare il commercio estero. Il leader della Repubblica, (il Primo ministro) Aleksandr Zakharchenko, e il supremo organo legislativo, il Consiglio del Popolo, oggi nella RPD sono autorità elette legittimamente. Le elezioni dei consigli locali avranno luogo presto. Va sottolineato che abbiamo raggiunto tutti questi obiettivi durante l’incessante ostilità e blocco delle autorità ucraine, oltre alla critica situazione umanitaria nella regione. A nostro avviso, tutti questi problemi sono i principali argomenti nella lotta contro il nostro nemico. Siamo riusciti non solo a sopravvivere, ma anche a sviluppare un vero e proprio Stato. Militarmente, l’esercito della RPD ha dimostrato al mondo intero la sua efficienza e le numerose magnifiche vittorie sulle truppe ucraine l’attesta. Si noti che il numero di soldati ucraini supera i nostri, così come nell’equipaggiamento militare. Tuttavia, insisteremo sempre e continueremo a desiderare una soluzione pacifica del conflitto. Non abbiamo mai cercato di annientare l’Ucraina e gli ucraini. Tuttavia, il nostro problema fondamentale è dare sicurezza al popolo e creare le condizioni per una vita normale e pacifica. Siamo sempre pronti al dialogo, anche con Kiev.

Haneul: Dopo il referendum dell’11 maggio, la RPD si è dichiarata indipendente dall’Ucraina, ma la comunità internazionale ha denunciato il diritto a farlo. Mi può dire cosa ciò significa per la costruzione della democrazia?
Mikhail: La questione del riconoscimento della RPS resta urgente, anzi è la priorità principale del lavoro dei nostri ministri oggi, e progrediamo gradualmente in questa direzione. La Repubblica dell’Ossezia del Sud ha ufficialmente riconosciuto la RPD stabilendo contatti diplomatici. La Repubblica di Abkhazia ha anche annunciato disponibilità a riconoscere la RPD. Inoltre lavoriamo in altri settori della cooperazione e con Paesi di ogni continente. Alcuni ci hanno ufficialmente riconosciuti altri no. Inoltre, promuoviamo attivamente la cooperazione con altri movimenti sociali e politici per sostenere l’autodeterminazione dei loro territori. Questo processo è piuttosto lungo e complesso. Sulla posizione di un certo numero di Paesi occidentali verso di noi ne comprendiamo molto bene le ragioni. Dovrebbero decidere se riconoscere o no la nostra Repubblica, non dipende da noi. Da parte nostra possiamo garantire questo processo dimostrando la nostra coerenza di membri a pieno titolo della comunità internazionale. E’ paradossale che, anche se i cittadini del nostro Stato sono simili a quelli di Stati Uniti, Gran Bretagna o Giappone, dobbiamo ancora dimostrare il nostro diritto ad esistere. A questo proposito, abbiamo grandi aspettative dall’opinione pubblica, in particolare nei Paesi occidentali, che inizia a cambiare. Persone da tutto il mondo conoscono sempre più la verità su di noi, e ci auguriamo che le autorità abbiano un atteggiamento obiettivo verso la RPD.

Haneul: Può parlarci della storia dell’Oblast di Donetsk e della relazione con la Russia? Perché la RPD ha deciso di rimanere autonoma invece d’integrarsi nella Federazione Russa come la Crimea?
Mikhail: Il Donbas è sempre stato un luogo di enorme risorse umane, il luogo dove persone di tutte le nazionalità si univano per lavorare insieme, utilizzando il russo come lingua comune. Il risultato è la piattaforma politica unica sorta nel Donbas, le cui conseguenze si possono osservare oggi. Tutto ciò spiega perché il Donbas ha sempre cercato autonomia e indipendenza. La Crimea ha compiuto il suo lungo viaggio infine ritornando alla Russia. Tuttavia, siamo due regioni distinte e abbiamo una storia diversa. Non abbiamo l’obiettivo di unirci alla Russia quale priorità ora, ma seguiamo il nostro percorso nel creare uno Stato indipendente. Abbiamo risolto i problemi sociali ed economici apportati dall’aggressione militare dell’Ucraina e dal suo totale blocco economico e nei trasporti alla nostra terra.

Haneul: Storicamente, gli ucraini subirono nel 1941 il pogrom di Leopoli, quando l’esercito insurrezionale ucraino collaborava con i nazisti uccidendo migliaia di cittadini polacchi e ucraini. Credete che si stia rivivendo tale incubo? Chi dovrebbe esserne ritenuto responsabile?
Mikhail: Sottolineiamo che l’Esercito insurrezionale ucraino (UPA) non agì da solo durante la seconda guerra mondiale. Con il sostegno di Stati esteri, l’UPA esisteva in alcune regioni nel 1946-48 quale strumento locale della guerra fredda. Tuttavia, l’ideologia nazionalista ucraina non sé cambiata, solo i suoi padroni. La ripetizione è una caratteristica peculiare della storia. La tragedia ad Odessa, la repressione dei dissidenti e i molteplici crimini di guerra lo dimostrano. Organizzazioni e persone di cui sopra seguono purtroppo gli esempi dei loro capi storici e idoli. Tuttavia dovrebbero ricordare il destino dell’UPA e dei suoi capi, che in parte anticipa il loro. Potete vedere nel corso della storia le azioni dell’UPA e di altri gruppi nazionalisti, rivolte non solo contro i polacchi, ma anche contro russi, ebrei e altre etnie. Coloro che sostengono il neonazismo in Ucraina dovrebbero pensare contro chi i nazisti punteranno le loro armi domani.

Haneul: Quali organizzazioni internazionali collaborano con il governo fornendo aiuti umanitari ai vostri cittadini, e per quanto tempo pensate tale crisi durerà? Come possono le persone nel mondo segnalare, assistere o finanziare la vostra causa?
Mikhail: Siamo aperti al dialogo, sempre pronti ad accettare l’aiuto di tutte le organizzazioni e dei privati. C’è una serie di organizzazioni che opera nella RPD come Croce Rossa Internazionale, Medici senza Frontiere e decine di altri enti di beneficenza. Le nostre esperienze hanno dimostrato che non siamo soli, che molte persone di numerosi Paesi sono pronte ad aiutarci sinceramente e liberamente. Ad esempio, abbiamo ricevuto un paio di camion con medicinali dalla Germania, raccolti con l’aiuto di alcuni parlamentari del Bundestag. Ricordate che il Donetsk attualmente subisce un blocco economico completo. L’invio diretto di risorse finanziarie, prodotti alimentari e altro alla RPD è impossibile ora, ma cerchiamo di risolvere sempre tale problema. Siamo molto soddisfatti e apprezziamo il desiderio della gente nel mondo di aiutarci.

Haneul: Credi che il Premier Aleksandr Zakharchenko avrebbe dovuto prendere parte al secondo accordo di Minsk in Bielorussia? Perché i Quattro di Normandia (Russia, Ucraina, Germania e Francia) non includono ai colloqui di pace Donetsk, Lugansk e Crimea? I colloqui di pace hanno contribuito ad alleviare le tensioni nel Donbas, o credete che ci debbano essere colloqui distinti tra RPD e altri gruppi?
Mikhail: Le situazioni di RPD, RPL e Crimea non possono combinarsi nei negoziati, la Crimea è già parte della Russia. La Repubblica Popolare di Donetsk è una delle parti in conflitto, quindi senza la partecipazione di Aleksandr Zakharchenko, una risoluzione negoziata è impossibile. Tuttavia, possiamo spiegare la dura presa di posizione di Kiev che tenta d’ignorare RPD e RPL nei negoziati. L’Ucraina considera la tregua come periodo per accumulare forze militari e prepararsi ad ulteriori ostilità, Kiev non ha mai mostrato piena disponibilità a una pace duratura. Il vero conflitto è fra il governo ucraino e il popolo del sud-est, che dovrebbero negoziare. A parte questo, l’ingresso della RPD nei negoziati significherebbe raggiungere un nuovo status, cosa che l’Ucraina cerca d’impedire. Inoltre, l’Ucraina tenta d’ampliare il numero dei partecipanti al conflitto, come Germania e Francia, per averne le armi. Speriamo che non accada. Siamo soddisfatti del punto di vista di Germania e Francia; hanno iniziato a cambiare posizione sul Donbas. Ci aspettiamo che, invece di altre sanzioni, avviino missioni umanitarie per fermare la catastrofe, e non peggiorarla. Siamo sicuri che ci sarà la pace alla fine, ma non possiamo raggiungerla con continue concessioni da un lato e continue violazioni dall’altro. La pace è sempre un compromesso e siamo pronti a questo, ma solo dopo che garantiremo la sicurezza dei nostri cittadini.

Haneul: Gli Emirati Arabi Uniti hanno già promesso armi ai militari ucraini, e gli Stati Uniti pensano di armare direttamente la junta. In questo caso, quali saranno le conseguenze per la situazione attuale? Sarà l’escalation a un grande conflitto tra superpotenze?
Mikhail: Secondo le attuali informazioni, i contratti sulle armi stipulati tra Ucraina ed Emirati Arabi Uniti non sono un problema significativo, e crediamo personalmente siano solo pubblicità. Dubitiamo che Kiev sia riuscita a convincere i partner a fornirle armi a credito, non ha abbastanza soldi per comprarle. Un altro problema sono le armi dagli Stati Uniti. Secondo informazioni confermate, non hanno mai smesso di rifornire l’Ucraina. Lungo il fronte, dopo il ritiro di ogni forza ucraina, si trovano facilmente armi fabbricate negli USA, anche artiglieria pesante. Inoltre, la grande quantità di personale statunitense che addestra soldati ucraini suscita grave preoccupazione. In che modo dobbiamo stimarne il risultato? Denunciare la partecipazione di Washington nel conflitto nel Donbas è difficile, ma interventi diretti avvengono e crescono ogni mese, quindi è molto difficile prevederne le conseguenze.

10301586Per ulteriori informazioni, si prega di visitare The Last Defense o seguire su Twitter @thelastdefense
Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita rispolvera i legami con il Pakistan

MK Bhadrakumar Indian Punchline 6 marzo 2015

Nawaz Sharif

Nawaz Sharif

I media pachistani potrebbero essere devastanti nel criticare la leadership del Paese. Tuttavia, era eccessivo suggerire che il primo ministro Nawaz Sharif sarebbe stato “convocato” a Riyadh per una lavata di capo dal re Salman bin Abdulaziz. Sharif compie una visita di Stato in Arabia Saudita, tuttavia la storia della convocazione non è priva di credibilità, nella misura in cui i fraterni legami saudita-pakistani sono traviati ultimamente da alcune dichiarazioni e allusioni strani e chiarimenti pubblici sul finanziamento saudita di organizzazioni sunnite in Pakistan. Nel frattempo, la correzione di rotta del Pakistan verso i gruppi islamisti già interessa parte di tali progenie saudite. I media pakistani riferivano che Abdo-Sattar Rigi, il capo di Jundollah, gruppo terrorista wahabita legato ai sauditi che indulgeva in attività sovversive della provincia del Sistan-Baluchistan, al confine con il Pakistan, veniva arrestato in un’operazione nei pressi di Quetta. Anche in questo caso, fonti pakistane rivelavano che il cugino di Rigi, Rigi Salam che guidava l’organizzazione wahabita Jaysh al-Adi era stato anche arrestato. Il Pakistan apparentemente reagisce al Jundollah, che ha intrapreso orribili attacchi transfrontalieri contro l’Iran dalle basi in Pakistan, negli ultimi anni. Senza dubbio, Teheran è felice e vuole l’estradizione dei cugini Rigi. Pertanto, guardando in un certo modo l’invito saudita a Sharif, può darsi effettivamente che Riyadh sia agitata. Usando una metafora, il venditore saudita potrebbe fare un’offerta al tossicodipendente, vendendogli droga con grandi sconti. In ogni caso, i media detrattori di Sharif sono storditi fino al silenzio, mentre i sauditi l’accoglievano con tappeti rosse e re Salman, accompagnato dal seguito dei vertici, che personalmente lo salutava all’aeroporto di Riyadh; un gesto raro. Quali potrebbero essere le intenzioni saudite? A mio avviso, si tratta di politica regionale. Le politiche estera e di sicurezza saudite affrontano una crisi senza precedenti mentre i colloqui USA-Iran si avvicinano al traguardo entro la fine del mese. Lo scenario da incubo, nel calcolo saudita, si avvera; Riyadh sta per perdere lo status fondamentale nelle strategie degli Stati Uniti in Medio Oriente. Un’era iniziata con l’appuntamento storico tra il Presidente Franklin Roosevelt e re Faysal ad Alessandria nel 1945 volge al termine, dopo 70 anni di stretta alleanza.
Ci sono profonde implicazioni e i primi segni appaiono nel tacito accordo tra Stati Uniti e Iran per sconfiggere e distruggere lo Stato islamico in Iraq. L’intesa potrebbe allargarsi in altre aree di stabilizzazione, Iraq, Siria, Libano, Yemen e così via, una volta che i protagonisti iniziano a condividere pensieri e punti di vista sui problemi maggiori della trasformazione della regione. Il punto è, nonostante la propaganda statunitense che demonizza l’Iran (guidata dalla lobby israeliana negli Stati Uniti), Washington è abbastanza scaltra da capire che l’Iran è un alleato naturale nella stabilizzazione del Medio Oriente e che la normalizzazione statunitense-iraniana consente inoltre all’Iran di comportarsi da Paese ‘normale’. Il nocciolo della questione è che per l’Arabia Saudita (e Israele), la normalizzazione USA-Iran li priva dell’alibi della politica della paura. Se per Israele la sfida ora è che non ha ormai nessuna scusa per rifiutarsi di affrontare il problema palestinese, per l’Arabia Saudita la situazione riguarda il potenziamento popolare della riforma e della modernizzazione. In ogni caso, i sauditi non si aspettavano che gli Stati Uniti si attaccassero al collo o spargessero sangue statunitense per puntellare il regime di Riyadh (o Manama) e che gli Stati Uniti preferiscono una possibile transizione ordinata, in Arabia Saudita o altri Stati sunniti del Golfo, a successivi regimi moderati e disposti a ragionare con l’occidente con spirito cooperativo.
Arrivando al Pakistan. Il regime saudita ha sempre contato su esso per avere i pretoriani del regime, in caso di bisogno. Notizie iraniane suggeriscono che ci potrebbero essere 100000 pakistani attivi nella sicurezza in Arabia Saudita. La visita di Sharif è stata frettolosamente organizzata prima del viaggio regionale del presidente cinese Xi Jinping, che lo porterà in Pakistan e Iran. Ora, il viaggio di Xi giunge a un momento cruciale per Pechino, l’iniziativa ‘Cintura e Via’. I primi megaprogetti della Via della Seta nel circuito asiatico sud-occidentale potrebbero benissimo essere svelati durante la visita di Xi. I sauditi sicuramente comprendono che il gasdotto Iran-Pakistan sia eminentemente un progetto ‘vantaggioso per tutti’ del programma ‘Cintura e Via’. L’Arabia Saudita ha sempre visto il gasdotto per l’Iran in termini a somma zero, temendo che tale collaborazione strategica nella sicurezza energetica tra Islamabad e Teheran possa eroderne l’influenza regionale.
In sintesi, i sauditi ritengono sia il caso che il Pakistan ricambdi, e re Salman conta sull’obbligo di Sharif di ricambiare la passata buona volontà di Riyadh durante i suoi anni d’esilio. Il clan Sharif ha anche ampi interessi economici in Arabia Saudita. In realtà, Sharif è accompagnato in questa visita dal fratello Shahbaz Sharif, primo ministro della provincia del Punjab.

0,,6411198_4,00Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleato di al-Qaida di Washington ora capo del SIIL in Libia

Eric Draitser New Eastern Outlook 09/03/2015salah_badi_belhaj_nouh_terroristspptxLa rivelazione secondo cui l’alleato degli Stati Uniti Abdalhaqim Belhadj è ora capo del SIIL in Libia non dovrebbe sorprendere chi ha seguito la politica degli Stati Uniti in quel Paese e nella regione. Illustra per l’ennesima volta Washington aiutare e sostenere proprio quelle forze che sostiene di combattere in tutto il mondo. Secondo le ultime notizie, Abdalhaqim Belhadj è ormai saldamente il comandante che organizza la presenza del SIIL in Libia. Le informazioni provengono da un anonimo funzionario dell’intelligence statunitense, che ha confermato che Belhadj sostiene e coordina i centri di addestramento del SIIL in Libia orientale, presso Derna, zona a lungo nota come focolaio del jihadismo. Anche se non può sembrare una storia importante, il capo terrorista di al-Qaida e del SIIL, Belhadj, dal 2011 viene aiutato da Stati Uniti e NATO che lo raffiguravano come coraggioso “combattente per la libertà” alla testa dei camerati amanti della di libertà contro il “tirannico despota” Gheddafi, le cui forze di sicurezza catturarono e imprigionarono molti membri del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), tra cui Belhadj. Belhadj servì la causa degli Stati Uniti in Libia così bene che lo si vide ricevere riconoscimenti dal senatore John McCain, che definiva Belhadj e i suoi seguaci, eroi. Inizialmente fu premiato dopo la caduta di Gheddafi con l’incarico di comandante militare di Tripoli, anche se fu costretto a piegarsi al “governo di transizione”, politicamente più appetibile, che poi evaporò nel Paese devastato dalla guerra caotica. La vicenda delle attività terroristiche di Belhadj include “successi” come la collaborazione con al-Qaida in Afghanistan e Iraq e, naturalmente, la sua utilità nel furioso assalto sponsorizzato da USA-NATO alla Libia che, tra l’altro, provocò la strage di libici neri e di chiunque sospettato di far parte della Resistenza Verde (i fedeli alla Libia guidata da Gheddafi). Anche se i media aziendali hanno cercato di presentare Belhadj come martire per le presunte torture nel programma di estrazione della CIA, il fatto inevitabile è che ovunque vada lascia una violenta scia sanguinosa. Mentre molte di tali informazioni sono note, ciò che è di fondamentale importanza è collocare questa notizia nel contesto politico adeguato, illustrando chiaramente come gli Stati Uniti erano e continuano ad essere il principale patrono degli estremisti dalla Libia alla Siria e oltre, e che tutte le chiacchiere sui “ribelli moderati” sono solo retorica volta ad ingannare un pubblico ottuso.

Il nemico del mio nemico è mio amico… fino a prova contraria
belhadj-cia-2ynjgt4yagea05ii11kowa Ci sono ampie prove documentate dell’associazione di Belhadj con al-Qaida e relativo terrorismo nel mondo. Diversi rapporti ne evidenziano l’esperienza in combattimento in Afghanistan e altrove, e lui stesso s’è vantato di aver ucciso truppe statunitensi in Iraq. Tuttavia, fu in Libia nel 2011 che Belhadj divenne il volto dei “ribelli” che cercavano di rovesciare Gheddafi e il governo legale della Libia. Come il New York Times riferiva: “Il Libia, ma fu uno dei suoi più potenti capi, guidando una fazione jihadista agguerrita che costituiva l’avanguardia della guerra contro Gheddafi. Da nessuna parte ciò fu più chiaramente dimGruppo combattente islamico libico fu costituito nel 1995 con l’obiettivo di cacciare il Colonnello Gheddafi. Spinti in montagna o in esilio dalle forze di sicurezza libiche, i membri del gruppo furono tra i primi a unirsi alla lotta contro le forze di sicurezza di Gheddafi… Ufficialmente il gruppo di combattimento non esiste più, ma gli ex-membri combattono sotto la guida di Abu Abdullah Sadiq (alias Abdalhaqim Belhadj)”. Quindi, non solo Belhadj partecipò alla guerra USA-NATO contro la ostrato che quando il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) prese il comando dell’attacco al compound di Gheddafi a Bab al-Aziziya. A tal proposito, il LIFG ebbe intelligence e probabilmente sostegno tattico dai servizi segreti e dall’esercito statunitensi. Le nuove informazioni sull’associazione di Belhadj con il SIIL così improvvisamente globalmente rilevante, rafforzano certamente la tesi che questo autore, tra gli altri, fece nel 2011, secondo cui la guerra USA-NATO alla Libia fu condotta da gruppi terroristici apertamente e tacitamente sostenuti da servizi segreti e forze armate degli USA. Inoltre, s’integra con altre informazioni emerse negli ultimi anni, informazioni che illuminano come gli Stati Uniti sfruttano per i propri scopi geopolitici uno dei focolai terroristici più attivi nel mondo. Secondo le ultime notizie, Belhadj è direttamente coinvolto nel supporto ai centri di addestramento del SIIL a Derna. Naturalmente Derna dovrebbe essere ben nota a chiunque segua la Libia dal 2011, perché la città, insieme a Tobruq e Bengasi, fu tra i centri del reclutamento di terroristi anti-Gheddafi fin dai primi giorni della “rivolta” e per tutto il fatidico 2011. Ma Derna era già nota come luogo dell’estremismo. In un importante studio del 2007 intitolato “Combattenti stranieri di al-Qaida in Iraq: Un primo sguardo ai Dati Sinjar” del Combating Terrorism Center presso l’Accademia militare degli USA di West Point, gli autori osservavano che: “Quasi il 19 per cento dei combattenti nei Dati Sinjar provenivano dalla sola Libia. Inoltre, la Libia ha inviato molti più combattenti in proporzione ad ogni altra nazionalità, secondo i Dati Sinjar, compresa l’Arabia Saudita… L’aumento apparente di reclute libiche in viaggio verso l’Iraq può essere collegato al rapporto sempre più collaborativo del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con al-Qaida, culminato nell’adesione ufficiale del LIFG ad al-Qaida, il 3 novembre 2007… Le città cui spesso i combattenti chiamavano erano Darnah (Derna), in Libia e Riyadh, in Arabia Saudita, con 52 e 51 combattenti rispettivamente. Derna con una popolazione di poco più di 80000 abitanti, rispetto a Riyadh di 4,3 milioni, ha di gran lunga il maggiore numero pro capite di combattenti secondo i Dati Sinjar”. Quindi, la comunità militare e d’intelligence degli Stati Uniti sapeva da quasi un decennio (forse più) che Derna era il lungo, direttamente o indirettamente controllato dai jihadisti del LIFG, e che la città era terreno di reclutamento primario del terrorismo in tutta la regione. Naturalmente, tali informazioni sono vitali se comprendiamo il significato geopolitico e strategico dei campi di addestramento del SIIL a Derna associati al famigerato Belhadj. Ciò ci porta a tre conclusioni correlate ed altrettanto importanti. In primo luogo, Derna ancora una volta fornisce i combattenti della guerra terroristica condotta in Libia e nella regione, con l’obiettivo evidente della Siria. In secondo luogo i centri di addestramento a Derna sono supportati e coordinati da un noto agente degli Stati Uniti. E in terzo luogo, la politica degli Stati Uniti di sostegno ai “ribelli moderati” è solo una campagna di pubbliche relazioni volta a convincere gli statunitensi (e gli occidentali in generale), che non sostengono il terrorismo, nonostante tutte le prove contrarie.

Il mito dei “ribelli moderati”
Le notizie su Belhadj e SIIL non vanno considerate a sé stanti. Piuttosto, sono un’ulteriore prova che la nozione “moderati” sostenuta dagli Stati Uniti è un insulto all’intelligenza degli osservatori politici e del pubblico in generale. Per più di tre anni Washington ha strombazzato il suo sostegno ai cosiddetti ribelli moderati in Siria, una politica che in vari momenti ha coperto gruppi terroristici come le Brigate al-Faruq (note per il cannibalismo) e Hazam (“Determinazione”) sotto la grande “tenda moderata”. Sfortunatamente per propagandisti e guerrafondai assortiti statunitensi, tali gruppi insieme a molti altri, si sono uniti volontariamente o forzatamente a Jabhat al-Nusra e SIIL. Recentemente, molte segnalazioni indicavano defezioni in massa di fazioni dell’esercito libero siriano presso il SIIL, portandosi con sé le armi avanzate fornite dagli USA, assieme ai ragazzi-immagine della politica di Washington, il citato gruppo Hazam, ora parte di Jabhat al-Nusra, la filiale di al-Qaida in Siria. Naturalmente si tratta solo di alcuni dei tanti esempi di gruppi affiliatisi al SIIL o ad al-Qaida in Siria, tra cui Liwa al-Faruq, Liwa al-Qusayr e Liwa al-Turqman. Ciò che è chiaro è che Stati Uniti ed alleati, nella loro ricerca infinita del cambio di regime in Siria, sostengono apertamente gli estremisti ora fusisi formando la minaccia terroristica globale di SIIL, Nusra e al-Qaida. Ma naturalmente ciò non è una novità, come l’episodio Belhadj in Libia dimostra inequivocabilmente. L’uomo che una volta era di al-Qaida era divenuto”moderato” e “nostro uomo a Tripoli”, è ormai diventato il capo del minaccioso SIIL in Libia. Così anche “i nostri amici” diventano nostri nemici in Siria. Niente di tutto questo dovrebbe sorprendere alcuno. Ma forse John McCain dovrebbe rispondere ad alcune domande sui suoi vecchi legami con Belhadj e i “moderati” in Siria. Obama dovrebbe spiegare perché il suo “intervento umanitario” in Libia è diventato un incubo umanitario nel Paese, e nell’intera regione? La CIA, ampiamente coinvolta in tali operazioni, farà chiarezza sul suo sostegno e sul ruolo svolto nel fomentare tale caos? Dubito che tali domande saranno mai poste da qualche media aziendale. Proprio come dubito che risposte verranno mai date da coloro, a Washington, le cui decisioni hanno creato la catastrofe. Quindi, chi è fuori dalla propaganda aziendale dovrà rispondere a tali domande ed impedire che la dirigenza sopprima le nostre voci… e la verità.

blhj_wmkynEric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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