L’Iran distrugge la tenaglia strategica degli USA

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 15/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora40-Iran-Lavrov-RussiaGli accordi di Losanna sul programma nucleare iraniano, naturalmente, avranno un effetto significativo sulla geopolitica del Medio Oriente, ma non necessariamente come certi sponsor statunitensi del processo hanno calcolato. Teheran sembra l’unica a beneficiarne chiaramente, approfittando della vanità del presidente Obama (che cerca di realizzare una sorta di successo di alto profilo della politica estera, al crepuscolo della sua vita professionale), aprendosi una scappatoia dalla tenaglia strategica che l’intrappola. Da un lato, l’economia iraniana era esaurita da anni di sanzioni di Washington, e il calo dei prezzi del petrolio l’ha reso ancora più evidente. Dall’altra, la posizione dell’Iran nella regione era seriamente contestata dall’Arabia Saudita e alleati, che cercano di sopprimere l’attività degli sciiti nello Yemen e altri Paesi del Medio Oriente. Dato il clima, Teheran ha fatto la scelta giusta. E’ già chiaro che, anche se non sarà un compito semplice attuare gli accordi di Losanna, l’Iran è pronto a una lotta assai più aspra contro gli avversari regionali di quanto si aspettassero, mentre si avvia la campagna militare nello Yemen. I leader iraniani, inoltre, non sembrano essere affatto il tipo di persone che sacrificherebbero i loro interessi nazionali per qualche vago beneficio. Il 9 aprile il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che “solo perché le parti hanno raggiunto un accordo preliminare, non vi è alcuna garanzia di un accordo finale sul contenuto o addirittura che i negoziati continueranno”, respingendo categoricamente l’idea di togliere gradualmente le sanzioni, come chiedono i negoziatori occidentali. Ritiene che le sanzioni contro l’Iran devono essere revocate il giorno stesso in cui l’accordo sul programma nucleare iraniano viene firmato. Khamenei ha aggiunto che in base alla sua esperienza, non è “mai stato ottimista sui negoziati con gli Stati Uniti”.
Ora la Casa Bianca è in una posizione difficile. Teheran non rifiuta ogni aspetto significo dell’accordo firmato per limitarne il programma nucleare. Tutto sembra derivare da una questione di formalità legale, ma di un tipo che Barack Obama troverà difficile da superare. Israele e la potente lobby ebraica negli Stati Uniti non usano mezzi termini accusando Obama di tradire un alleato strategico. E il Congresso dominato dai repubblicani non ha intenzione di rendere la vita facile al presidente democratico, alla vigilia delle prossime elezioni. Obama può incrociare le dita affinché i congressisti approvino il futuro accordo che prevede l’abrogazione graduale delle sanzioni contro l’Iran, ma di certo non ha la forza politica per indurli a togliere tutte le sanzioni in una sola volta, anche se gli iraniani non accetteranno niente di meno. Quindi gli Stati Uniti si lamenterebbero per la rottura di un accordo che sembrava a portata di mano; sarebbe un fallimento epico per la diplomazia statunitense, comportando una notevole perdita di prestigio ben oltre il Medio Oriente. Inoltre, sarebbe difficile continuare il blocco economico dell’Iran una volta che ha accettato di rispettare tutti i requisiti posti dalla comunità internazionale. I calcoli di coloro che avevano sperato che la prospettiva della revoca delle sanzioni contro l’Iran portasse a un ulteriore calo dei prezzi del petrolio (assestando un duro colpo alla Russia) non sono state confermate. Molti esperti ritengono che ciò sia uno dei motivi principali del desiderio di Washington di accelerare sull’accordo sul programma nucleare iraniano. Tuttavia, i leader iraniani non sono i tipi che ridurrebbero ulteriormente il prezzo del petrolio svalutando il loro prodotto sul mercato, volenti o nolenti. La produzione di idrocarburi è significativamente più costosa in Iran che nei Paesi arabi del Golfo Persico, e non vi è motivo per gli iraniani di competere con quelle nazioni al ribasso dei prezzi. La politica estera ritiene che una volta che le sanzioni saranno tolte, ulteriori forniture di petrolio iraniano non saranno disponibili fino al 2016, anche presumendo uno scenario favorevole. Mosca e Teheran hanno ben conoscono la necessità di collaborare per far sì che il petrolio abbia prezzi “abbastanza ragionevoli”, compreso un accordo per scambiare beni industriali russi con forniture extra di petrolio iraniano. I saggi persiani non vedono il rabbocco dei serbatoi delle auto occidentali con benzina a buon mercato come loro massima priorità, ma piuttosto si concentrano sullo sblocco di circa 100 miliardi di dollari di beni iraniani detenuti nelle banche occidentali. L’Iran contratta per riavere questi fondi nella seconda metà di quest’anno. Una volta che questi soldi arriveranno sui mercati globali, ci sarà un tuffo valutario ma non dei prezzi delle materie prime. Molti produttori, tra cui la Russia, attendono questo capitale. Perciò i prezzi del petrolio non sono caduti dopo Losanna, ma s’innalzano, e il rublo guadagna terreno. Sergej Lavrov era chiaro quando ha accolto con favore l’imminente eliminazione delle sanzioni contro l’Iran, sostenendo che sia una buona notizia per la Russia. E’ alquanto ingenuo pensare, come molti fanno in Israele ad esempio, che la chiusura del dossier nucleare iraniano cambierà radicalmente gli equilibri di potere in Medio Oriente, eventualmente facendo dell’Iran il maggiore alleato statunitense nella regione. Teheran non è sfuggita a tale tenaglia strategica solo per rinfilarvisi volontariamente. La sottostanti tensioni regionali rimangono. Washington perderà parte della sua credibilità presso le monarchie del Medio Oriente e Israele, ma sarà comunque costretta a costruire una politica regionale che si basi su di essi, e grazie a posizione geopolitica, interessi economici e l’ideologia ufficiale, l’Iran continuerà a vedere gli USA quale minaccia perenne alla propria sicurezza nazionale.
La Russia è il partner più utile all’Iran per risolvere i problemi immediati che deve affrontare. In particolare, data la crescente tensione ai confini, la Repubblica islamica dell’Iran ha urgente bisogno di aggiornare l’arsenale convenzionale, in particolare i sistemi di difesa aerea e antibalistici. Ma i sistemi occidentali non possono competere con le versioni russe, e in ogni caso non saranno disponibili a Teheran per molto tempo. Il secondo problema principale dell’Iran è sviluppare le infrastrutture energetiche e dei trasporti, tra cui l’espansione delle ferrovie. Le società russe sono abbastanza competitive in questi settori. L’espansione dei legami con l’Iran rafforzerebbe la produzione russa. I produttori iraniani di diversi beni, compresi quelli connessi con alla fabbricazione di prodotti finiti, potrebbero essere inclusi nel programma di sostituzione delle importazioni della Russia. Le società russe non sono interessate solo a vendere i loro prodotti ad alta tecnologia all’Iran, ma anche nella produzione congiunta. Il commercio bilaterale russo-iraniano ammonta attualmente a solo circa 1 miliardo di dollari all’anno, ma potrebbe raggiungere i 10 miliardi abbastanza rapidamente, una volta tolte le sanzioni. La cooperazione economica tra Russia e Iran può collegarsi alla partnership commerciale tra Russia e Turchia (di circa 40 miliardi, ma destinata a crescere fino a 100 miliardi di dollari). La chiave per la conservazione di una stretta relazione tra i due Paesi e perfino di volgerla in una solida alleanza è il fatto che Russia e Iran hanno posizioni molto simili o addirittura identiche sulle questioni regionali cruciali per Teheran, come la situazione in Siria, Iraq, Yemen e Afghanistan, e l’opposizione allo “Stato islamico”. L’Iran attualmente non condivide una posizione così prossima con i Paesi occidentali, né Teheran prevede tale affinità in futuro. Inoltre, durante le sanzioni l’Iran ha spinto il proprio commercio estero a est verso India, Cina e Sud-Est asiatico, dove domanda e prezzi delle esportazioni tradizionali iraniane sono più elevati. E’ ragionevole ritenere che l’Iran non abbandonerà questi mercati dopo la fine delle sanzioni, ma invece vi si rafforzerà. L’amara esperienza con l’embargo occidentale ha reso gli iraniani diffidenti. Non è un segreto che molti grandi progetti iraniani con l’India e la Cina sono ancora ostacolati da tali sanzioni. Questi progetti aprono nuove opportunità alla partecipazione russa. Sembra probabile che la fine dell’embargo faciliterà la piena integrazione dell’Iran nella SCO, la cui adesione è un obiettivo strategico di Teheran, perché gli interessi primari dell’Iran sono in linea con le attività dell’organizzazione. Promuovere l’espansione della SCO non è certo parte del programma di Barack Obama, tuttavia è esattamente dove gli eventi sembrano portare.41d4df1be20adb872b21La ripubblicazione è gradita in riferimento alla  rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Non si parla più di lasciare la Novorossija all’Ucraina

ArgumentiCassad 8 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nel giornale del Generale Kanchukov ho trovato un’intervista all’ex-generale del SVR Reshetnikov, che ora guida il centro di analisi RISR.Post-Soviet spaceNella periferia nord di Mosca, sotto la protezione affidabile delle truppe interne, è nascosto l’istituto, in passato segreto, del Servizio d”intelligence Estera. Le lettere d’oro “Istituto di ricerca strategica russo” ora risaltano sulla facciata. Ma il nome pacifico non confonde i consapevoli, più di duecento dipendenti vi forgiano lo scudo analitico della Patria. Ci sarà una nuova guerra nel sud-est dell’Ucraina? Chi c’è dietro il presidente degli Stati Uniti? Perché così tanti nostri funzionari sono definiti agenti d’influenza? A queste e altre domande di “AN” ha risposto il direttore del RISR, l’ex-Tenente-Generale Leonid Reshetnikov.

Rivali nello stesso campo
Avete una “copertura” seria, il SVR. Perché declassificarvi improvvisamente?
Anzi, eravamo un istituto vicino all’intelligence, per lo più specializzato nell’analisi delle informazioni disponibili sull’estero. Cioè, le informazioni necessarie non solo al servizio d’intelligence, ma anche alle strutture che decidono la politica estera del Paese. Stranamente, non ci sono centri di analisi simili nell’amministrazione del presidente russo. Anche se ci sono molte “istituzioni” con soli direttore, segretaria e moglie del direttore che lavora come analista. La PA aveva grave carenza di specialisti e quindi il servizio d’intelligence ha dovuto condividerli. Oggi il nostro fondatore è il Presidente della Russia, e tutte le richieste governative per la ricerca sono firmate dal capo dell’amministrazione Sergej Ivanov.

Quanto sono richieste le vostre analisi? Perché siamo un Paese di carta: tutti scrivono molto, ma alla fine che influenzano hanno?
A volte vediamo azioni che riecheggiano le nostre analisi. A volte è impressionante quando si avanzano certe idee che poi diventano tendenza nell’opinione pubblica russa. E’ chiaro che molte direttive sono pronte ad essere adottate.

Qualcosa di simile avviene negli Stati Uniti con il centro di analisi Stratfor e il centro di ricerca strategico RAND Corporation. Chi di voi è “più di tendenza”?
Quando, dopo il passaggio alla PA nell’aprile 2009, abbiamo creato il nuovo statuto dell’Istituto, come suggerimento ci dissero di prenderli ad esempio. Allora pensai “se ci finanziate come Stratfor o RAND Corporation sono finanziate, allora batteremo tutte queste società di analisi straniere”. Perché gli analisti russi sono i più forti del mondo. Ancor di più gli specialisti regionali, che hanno cervelli incontaminati e più “freschi”. Posso parlarne con fiducia, ho 33 anni di esperienza di lavoro analitico. Prima al Primo Direttorato del KGB dell’URSS e poi la Servizio d’Intelligence Estero.

ONG, ONG, dove ci portano
E’ noto che RAND Corporation ha sviluppato il piano dell’ATO nel sud-est dell’Ucraina. Il vostro istituto fornisce informazioni sull’Ucraina, in particolare sulla Crimea?
Naturalmente. In linea di principio solo due istituti studiano l’Ucraina: RISR ed Istituto dei Paesi della CSI di Konstantin Zatulin. Fin dall’inizio del nostro lavoro abbiamo scritto documenti analitici sulla crescita del sentimento anti-russo in Ucraina e il rafforzamento del sentimento filo-russo in Crimea. Abbiamo analizzato le azioni delle autorità ucraine. Ma non abbiamo fornito dati allarmisti, tutto è perduto, anzi, abbiamo aumentato l’attenzione al problema. Abbiamo proposto d’intensificare significativamente il lavoro delle organizzazioni non governative (ONG) pro-russe, d’intensificare come ora dice la pressione politica del “soft power”.

Con un ambasciatore come Zurabov non abbiamo nemmeno bisogno di nemici!
Il lavoro di qualsiasi ambasciata e qualsiasi ambasciatore è soggetto ad una serie di limitazioni. Un passo fuori, ed è uno scandalo. Inoltre, c’è un problema enorme con il personale professionale del Paese, non solo nella diplomazia. In qualche modo abbiamo esaurito le scorte, pochissime persone brave, dopo una forte rotazione, rimangono nel servizio governativo. E’ difficile sopravvalutare il ruolo delle ONG. Le rivoluzioni colorate ne sono un chiaro esempio, venendo fomentate in primo luogo dalle organizzazioni non governative statunitensi. Ciò è accaduto anche in Ucraina. Purtroppo, di fatto nessuna attenzione è stata dedicata a creare e sostenere organizzazioni simili agenti a nostro favore. Se funzionassero, allora potremmo sostituire dieci ambasciate e dieci ambasciatori, anche molto intelligenti. Ora la situazione comincia a cambiare, a seguito di un ordine diretto del presidente. Speriamo che i subalterni non vanifichino gli sviluppi.

Se domani ci sarà la guerra
Come pensa che si svilupperanno gli eventi in Novorossija in primavera ed estate? Ci sarà una nuova campagna militare?
Purtroppo, la probabilità è molto alta. Solo un anno fa, l’idea di federalizzare l’Ucraina era praticabile. Ma ora Kiev ha bisogno della guerra, di uno Stato unitario per diversi motivi. Il principale è che il Paese è guidato da persone ideologicamente anti-russe, non semplicemente subordinate a Washington, ma comprate e pagate da quelle forze che si nascondono dietro il governo degli Stati Uniti.

Cosa vuole questo famigerato “governo mondiale”?
E’ più facile dire ciò di cui non ha bisogno: non ha bisogno di un’Ucraina federale, che sarebbe difficile da controllare. Sarebbe impossibile schierarvi le loro basi militari, un nuovo scaglione dell’ABM. Ci sono tali piani. Da Lugansk e Kharkov i missili da crociera tattici possono superare gli Urali, dove si trovano le nostre principali forze di deterrenza nucleare. E possono colpire i missili balistici nei silos e mobili in fase di decollo, con una probabilità del 100%. Attualmente questa zona non è raggiungibile né dalla Polonia, né dalla Turchia, né dal Sud-Est asiatico. Questo è l’obiettivo principale. Così gli Stati Uniti combattono nel Donbas fino all’ultimo ucraino.

Quindi non si tratta dei giacimenti di gas di scisto trovati in questo territorio?
Il loro principale obiettivo strategico è un’Ucraina unita sotto il loro pieno controllo, per combattere la Russia. Il gas di scisto o le terre coltivabili sono solo un piacevole di più. Un vantaggio collaterale. Più il grave attacco al nostro CMI spezzando i collegamenti tra i CMI di Ucraina e Russia. Questo è già stato compiuto.

Ci hanno giocato: il nostro “figlio di puttana” Janukovich è dovuto fuggire con l’aiuto degli Spetsnaz e Washington a collocato i suoi “figli di puttana”?
Dal punto strategico-militare, ovviamente ci hanno spiazzato. La Russia ha “compensato” con la Crimea. C’è “compensazione” con la resistenza dei residenti del sud-est dell’Ucraina. Ma il nemico ha già strappato un ampio territorio che faceva parte dell’Unione Sovietica e dell’impero russo.

Cosa vedremo in Ucraina quest’anno?
Il processo di semi-disgregazione o addirittura la disintegrazione assoluta. Molti restano ancora muti di fronte al nazismo autentico. Ma chi capisce che Ucraina e Russia sono fortemente legate non ha detto ancora l’ultima parola. Non a Odessa, non a Kharkov, non a Zaporozhe e non a Chernigov. Questo silenzio non sarà eterno e il coperchio del calderone sarà inevitabilmente spazzato via.

E come i rapporti tra Novorossija e resto dell’Ucraina si svilupperanno?
Vi è uno scenario poco probabile stile Transnistria. Ma non ci credo, il territorio di RPD e RPL è molto più grande, milioni di persone sono state già risucchiate dalla guerra. Per ora la Russia può ancora convincere i leader delle milizie ad impegnarsi in tregue temporanee. Ma appunto temporanee. Non vi è alcun discussione sul ritorno della Novorossija all’Ucraina. Il popolo del sud-est non vuole essere ucraino.

Quindi, se il nostro Paese è isolato a livello globale a causa della riunificazione con la Crimea, perché non prendiamo tutto il sud-est? Quanta ipocrisia può esservi?
Penso che sia troppo presto per prenderlo, ancora. Sottovalutiamo la consapevolezza del nostro presidente, che sa che ci sono alcuni processi in Europa che non sono chiaramente visibili agli osservatori esterni. Tali processi fanno sperare che potremo proteggere i nostri interessi con metodi e mezzi differenti.

Feb16DoneUn fronte, ma non una linea del fronte
Con il flusso di informazioni sull’Ucraina ci dimentichiamo la crescita esplosiva dell’estremismo religioso in Asia centrale…
Si tratta di una tendenza estremamente pericolosa per il nostro Paese. La situazione in Tagikistan è molto difficile. La situazione in Kirghizistan è instabile. Ma il Turkmenistan potrebbe diventare la direzione del primo colpo, proprio come “AN” ha scritto. In qualche modo lo dimentichiamo, perché Ashkhabad è isolata. Ma questo “palazzo” potrebbe cadere prima. Avrà la forza di resistere? Oppure potremo intervenire in un Paese che resta piuttosto distante da noi? Quindi, tale direzione è difficile. E non solo per le infiltrazioni nella regione dei militanti dello “Stato islamico”. Secondo gli ultimi dati, Stati Uniti e NATO non hanno intenzione di lasciare l’Afghanistan e vi manterranno le loro basi. Dal punto di vista militare, cinque o diecimila soldati che rimangono possono essere portati a 50-100mila in un mese. Questa è una parte del piano generale per circondare e premere sulla Russia, ideato dagli Stati Uniti con l’obiettivo di deporre il Presidente Vladimir Putin e spezzare il Paese. Un profano, ovviamente, non ci crederebbe, ma chi ha accesso a grandi quantità di informazioni, lo sa molto bene.

Quale confine sarà violato?
In primo luogo hanno in programma d’isolarci semplicemente laddove è “facile”. Non importa dove: Kaliningrad, Caucaso del Nord o Estremo Oriente. Questo servirà da detonatore di un processo che può intensificarsi, Non è mera propaganda, ma un’idea reale. Tale pressione da ovest (Ucraina) e sud (Asia centrale) potrà solo crescere. Cercano di penetrare attraverso le porte occidentali, ma sonderanno anche quelle meridionali.

Qual è la direzione strategica più pericolosa per noi?
La direzione meridionale è molto pericolosa. Ma per ora gli Stati cuscinetto, le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, esistono ancora e a occidente la guerra è già alle porte… In effetti, sul nostro territorio. Attualmente non c’è un bagno di sangue tra ucraini e russi ma piuttosto una guerra tra sistemi globali. Alcuni pensano di “essere l’Europa”, altri di essere la Russia. Perché il nostro Paese non è solo un territorio, è una civiltà distinta ed enorme, che ha la propria visione dell’ordine globale del mondo. In primo luogo, ovviamente, questo fu l’impero russo, esempio della civiltà orientale-ortodossa. I bolscevichi lo distrussero, ma crearono una nuova idea di civiltà. Una terza è ormai molto vicina. La vedremo entro 5-6 anni.

Cosa sarà?
Penso che sarà una simbiosi di quelle precedenti. E i nostri “colleghi giurati” lo capiscono perfettamente. Ecco perché è iniziato l’attacco da tutti i lati.

Cioè, la lotta congiunta russo-statunitense contro il terrorismo, in particolare, contro il SIIL, è una finzione?
Naturalmente. Gli USA creano, finanziano e addestrano i terroristi e poi danno l’ordine alla banda: “prendete”. Forse si può sparare a un “cane rabbioso” nella banda, ma gli altri cani saranno ancora più attivi.

Satana guida le danze
Leonid Petrovich, pensa che gli Stati Uniti e i loro presidenti siano solo uno strumento. Chi pensa ne decida la politica?
Ci sono comunità di persone sconosciute al grande pubblico che scelgono non solo i presidenti statunitensi, ma anche decidono le regole del “grande gioco”. In particolare, queste sono le società finanziarie transnazionali. Ma non solo. Attualmente vi è un processo continuo per riformattare il sistema economico e finanziario mondiale. Chiaramente, c’è un tentativo di ripensare l’intera struttura del capitalismo senza rigettarlo. La politica estera è soggetta a rapidi cambiamenti. Gli Stati Uniti improvvisamente hanno abbandonato Israele, il loro principale alleato in Medio Oriente per migliorare le relazioni con l’Iran. Forse perché oggi Teheran è più preziosa e più importante di Tel-Aviv? Perché è vicino alla Russia. Queste forze segrete hanno l’obiettivo di liquidare il nostro Paese come serio attore sulla scena mondiale. Perché la Russia è una civiltà alternativa a tutto l’occidente. Inoltre, vi è la crescita esplosiva del sentimento anti-americano nel mondo. In Ungheria, dove le forze conservatrici sono al potere, e in Grecia dove la sinistra, forza diametralmente opposta, sono effettivamente uniti e “contrari” agli Stati Uniti che s’impongono all’Europa. Ci sono “contrari” anche in Italia, Austria, Francia, e così via. Se la Russia resiste sulla sua terra, processi sfavorevoli alle forze che cercano il dominio globale inizieranno in Europa. E tali forze lo capiscono perfettamente.

Alcuni leader europei già si lamentano che gli Stati Uniti li abbiano costretti alle sanzioni. L’Europa si può liberare dall'”amichevole” abbraccio statunitense?
Mai. Gli USA hanno diverse catene: la zecca della Federal Reserve, la minaccia di rivoluzioni colorate e l’eliminazione fisica dei politici indesiderati.

Esagerate sull’eliminazione fisica?
Niente affatto. La Central Intelligence Agency degli Stati Uniti non è nemmeno un servizio d’intelligence dai compiti tradizionali. Il PGU del KGB o il SVR della RF sono servizi segreti classici: raccolta di informazioni ed informare i vertici del Paese. Nella CIA le caratteristiche tradizionali dell’intelligence sono gli ultimi dei suoi problemi. Gli obiettivi principali sono: eliminazione, anche fisica, dei politici e organizzazione dei colpi di Stato. E lo fanno ora. Dopo la perdita del sottomarino Kursk, il direttore della CIA George Tenet ci visitò. Mi fu chiesto d’incontrarlo all’aeroporto. Tenet era lento ad uscire dal velivolo, ma era aperto, così potei sbirciare dentro il suo Hercules, era un quartier generale volante, centro di calcolo operativo pieno di attrezzature e sistemi di comunicazione in grado di monitorare e rispondere alla situazione in tutto il mondo. La delegazione che l’accompagnava era di venti persone. Quanto a noi, voliamo su voli regolari in squadre di 2-5 persone. Si può sentire la differenza, per così dire.

A proposito, riguardo l’intelligence. Ancora una volta si parla del ripristino del servizio d’intelligence russo unico, unendo SVR e FSB. Che ne pensa?
Sono molto negativo. Se combiniamo i due servizi speciali, intelligence straniera e contro-intelligence, allora avremo una fonte di informazione per i vertici del Paese invece che due. Quindi, la persona che presiede questa “fonte di informazioni” ha il monopolio, e può manipolarle per raggiungere un certo obiettivo. In URSS le manipolazioni informative del KGB erano evidenti anche al capitano Reshetnikov. A un presidente, uno zar o un primo ministro, non importa come si chiama il primo funzionario, è vantaggioso avere diverse fonti d’intelligence indipendenti. Altrimenti diventa ostaggio di un certo leader della struttura o della struttura stessa. È molto pericoloso. Gli autori di questa idea pensano che diverremo più forti dopo l’unificazione. Invece, ci creeremo delle minacce.

Dove sono le trappole?
E ora passiamo dalle teorie del complotto globale ai nostri affari. Come si può passre da funzionario che non sa ciò che fa ad agente d’influenza che sa quello che fa?
Non ci sono così tanti agenti di influenza importanti nel mondo come molti pensano. Adottare o meno gravi decisioni strategiche contro gli interessi del proprio Paese, viene di solito deciso da, per così dire, agenti ideologici. Costoro sono tra i nostri funzionari finiti coll’occupare posizioni ai vertici della nazione, ma la cui anima è in occidente. Non c’è bisogno di arruolarli o comandarli. Per costoro tutto ciò che avviene “là” è la massima realizzazione della civiltà. E qui siamo nella “sporca” Russia. Non legano il futuro dei loro figli, che inviano all’estero, al Paese. E questo è un indicatore serio di conti in banche estere. A tali “compagni” sinceramente non piace la Russia, il cui “sviluppo” controllano.

Ha appena ritratto alcuni dei nostri ministri con estrema precisione. Come passeremo il 2015 con costoro?
Quest’anno, con loro o senza di loro, sarà difficile. Molto probabilmente, neanche il prossimo anno sarà facile. Ma dopo la nuova Russia andrà avanti con fiducia.

2014-ukraine-crisis-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giornata nera alla roccia nera: i palestinesi all’ultima spiaggia, o aiutano la Siria e il Baath o spariscono

Ziad al-Fadil, Syrian Perspective 6 aprile 2015CB68JiSWAAAlP5nSe un movimento di liberazione sembra un accordo finanziario, questo è il movimento di liberazione palestinese. Non importa ciò che i palestinesi dicono di se stessi; con un clamore troppo ostentato per un rispetto immeritato poiché, come si suol dire, hanno il più alto livello d’istruzione pro-capite del mondo e più importanti conquiste dell’auto-vittimizzazione rispetto a nativi americani, armeni, ebrei e tartari della Crimea. Anche il nome, al-Fatah, descrive la discesa di un popolo dai picchi del diritto all’ipocrisia dell’auto-immolazione in una tragedia granguignolesca perché, come vedrete, al-Fatah è un acronimo così moribondo che puzza di morte, quasi come se il nome sia stato inventato da un sionista su incarico di certi sauditi che si crede discendano dagli ebrei Qaybar d’Arabia. Ecco cos’è: al-Fatah deriva da Haraqat al-Tahrir al-Watani al-Filastini, il cui acronimo è Hataf, che significa “morte”, non proprio incoraggiante per i volontari provenienti dai numerosi campi profughi che punteggiano i confini arbitrari della Palestina storica. Beh, i palestinesi intelligenti decisero di sistemare le lettere (metatesi) capovolgendo “Hataf” in “Fatah” che (mutatis mutandis), significa “conquista” o “apertura”, molto meglio, anche se col retrogusto sgradevole di sapere il vero acronimo e dove tale movimento va a parare. Fin dall’inizio della tragedia, il Movimento di liberazione palestinese venne sussunto dal grandioso Movimento di liberazione arabo guidato da demagoghi carismatici come Jamal Abdal Nasir in Egitto e Huari Bumidiyan in Algeria, fino al fallimento del nazionalismo arabo nella debacle del giugno 1967, quando i palestinesi capirono che non c’era la reale speranza di ritornare in patria, al minimo, o di liberarla completamente, al massimo. Il mondo arabo era troppo fragile, troppo dilaniato dal settarismo, troppo oberato da sconvolgimento sociale, cupidigia, ideologie altisonanti radicate nel primo marxismo, leninismo, trotskismo, maoismo e tutte gli altri ossessioni-ismi europeidi, con chiacchierate in società, concerti rap e sciocchezze da sala biliardo dell’università americana di Bayrut. Decisero di fare da sé. Quando gli arabi cercavano di affiancarli, imploravano di non adottare la modalità dei vendicatori. Dall’orribile guerra del 1967 i palestinesi non riuscirono ad acquisire nuovi diritti, benefici o terre. Al contrario, i loro diritti furono strangolati dal regime sionista guidato da neonazisti come Yitzhak Shamir (Icchak Jeziernicky), Menahem Begin (Mieczyslaw Biegun) e Benjamin Netanyahu (Benjamin Mileikowski). I loro diritti furono radicalmente ridotti arrivando a servitù involontaria, servilismo e alla strana sensazione di essere ancora vivi. Le loro terre? Beh, ricorda solo l’incredibile contrazione del bastoncino di zucchero. Tutto ciò era terribile, non avevano dove andare.
SYRIA PEACE CYCLING TOUR ISRAEL Fin dall’inizio, la loro leadership fu irresponsabile, ondivaga e amorale. Quando Yasir Arafat, il loro iconico capo la cui diversità comportamentale difficilmente si distingueva da quella degli animali domestici, disse di aver permesso ai suoi collaboratori di rubare e accettare tangenti in modo da essere sazi e leali, diceva al mondo che la rivoluzione palestinese si era magicamente trasformata in una sorta di versione levantina della mafia di New York o della dogana dell’aeroporto di Bayrut. Furono così danneggiati che negli anni ’70 al-Fatah e OLP crearono la Qiyadat al-Qifah al-Musalah al-Filastini, una specie di polizia militare il cui compito era monitorare le trasgressioni nei propri ranghi. Come è andata a finire, non c’era nessuno a controllare il controllore e la corruzione divenne ancora più pervasiva in Libano, creando infine acrimonia continua e quindi la guerra civile. In Giordania, dove i palestinesi furono sconfitti nel settembre 1970 (settembre nero) dal regime hashemita supportato da sionisti e USA, o in Libano dove la loro presenza infastidiva le trincerate oligarchie maronite filo-occidentali, o in Siria dove, poi, divennero il bersaglio dei fanatici wahabiti, la loro fu una vita di continua rovina, degrado e masochismo imperturbabile. Ascoltandone i capi di oggi, Mahmud Abbas o Sayb Urayqat, la cui unica realizzazione è la biancheria da letto di Tzipi Livni, si potrebbe pensare che dovremmo stappare le bottiglie di Veuve Clicquot per un brindisi. E se si è fortunati, stappare bottiglie di Huis Clos. Infine conclusero il gioco nel successivo abominio dei cosiddetti vertici della Lega Araba che a malapena li cita, relegandoli allo status di terza classe, non diverso da quello sotto il tallone dei criminali sionisti. I palestinesi negoziarono lo “status speciale” nei Paesi arabi, dove i loro campi rimangono off-limits ai “regimi” arabi. L’esercito libanese da sempre molesta i funzionari del campo per avere qualche favore, qualche atto di rispetto. Che fosse il campo di Ayn al-Hilwa nel sud del Libano, o di Nahr al-Barid a nord dove l’esercito libanese assediò la banda omicida di Shaqir al-Absi, o di Baqah in Giordania, o qualunque enclave in cui fossero riusciti ad infilarsi, ricordando la loro dipendenza dagli inetti arabi, protessero la loro “rivoluzione” con una ferocia raramente dimostrata contro il peggiore degli oppressori. Vedete, quando il killer sionista e i suoi alleati in Libano vollero entrare a Sabra e Shatila, non negoziarono per nulla. Entrarono e massacrarono più di 3000 palestinesi. Ma non avete vissuto per vedere Yasir Arafat a Damasco scuotere la testa dimostrando finta repulsione con l’ex-vicepresidente siriano, traditore disgraziato e catamita dei francesi Abdulhalim Qadam, mentre guardavano in TV i corpi di famiglie palestinesi uccise da Samir Geagea e dai drogati di Eli Hobayqa, con l’ufficiale sionista Amir Drori che schioccava le labbra di soddisfazione. Indimenticabili. Diedi un gancio destro al muro più vicino rompendone l’intonaco. Arafat si faceva solo gli affari suoi.
Campo Yarmuq fu aperto nel 1958 e divenne un sobborgo di Damasco. Vi vivono per lo più palestinesi e alcune famiglie siriane, ed è esclusivamente sunnita, perché non potrebbero fare altrimenti! Considerando che una volta erano capanne fatiscenti, oggi vi sono appartamenti, boutique, mercati e altri indizi dell’intraprendenza finanziaria palestinese. Ma è anche un campo off-limits per l’esercito siriano, a meno che l’Autorità palestinese non tolga il divieto d’ingresso, ma s’è rifiutata di farlo perché la PA è un’organizzazione settaria al servizio dello Stato sionista, che blandisce gli statunitensi e coccola gli scimmioni trogloditi arabi. Vedete, quando si tratta di Mammona, non c’è peggiore supplicante del cosiddetto rivoluzionario palestinese. Tre giorni fa gli invasori del gruppo terroristico saudita-statunitense SIIL, aiutati dai nuovi alleati del gruppo terroristico saudita-statunitense Jabhat al-Nusra di al-Qaida, sono entrati da sud, dalla zona di Hajar al-Aswad (la roccia nera) nel campo Yarmuq, intrappolando 20000 abitanti e imponendo il loro nichilismo soffocante, nella canonica forma di un diritto adatto alle tribù del 10000 a.C. della valle di Olduvai. Fortunatamente, 2000 donne e bambini sono fuggiti verso l’esercito siriano che assedia il campo; l’esercito del governo legittimo della Siria ha rapidamente messo in sicurezza i profughi ad al-Tadamun e al-Zahiriya. L’esercito siriano ha ormai circondato il campo, manovrando per facilitare l’espulsione dei terroristi da Hajar al-Aswad. Una delle ragioni dell’attacco furono le informazioni ricevute dai terroristi secondo cui i palestinesi avevano stipulato tra loro un qualche patto per togliersi di mezzo gli ultimi cannibali nichilisti rimasti. I ratti non volevano nulla di tutto ciò e decisero di rendere la vita dei palestinesi ancora più miserabile di quanto i maroniti di destra libanesi e il loro padrone, l’Abominio sionista, avessero mai fatto.
Popular-Front-for-the-Liberation-of-Palestine-general-command Allora, di chi è la colpa di quest’ultimo fiasco? Si può accusare l’Esercito Arabo Siriano cui la miserabile e mercenaria PA non permise di entrare nel campo? Si possono accusare i selvaggi terroristi per la voglia istintiva di fare del Dio dell’Islam una specie di mostro patogeno? Oppure si può accusare la fallimentare leadership prostituita dei palestinesi, per aver trascinato in tale miseria coloro che guardano alla PA come una sorta di centro di gravità, e fors’anche come governo capace di prendere decisioni razionali volte ad alleviarne le sofferenze? Decisioni razionali? Considerando che il movimento sionista non teme di promuovere organizzazioni internazionali, gruppi di riflessione, associazioni di consulenza ed altri centri ebraici per raccogliere le conoscenze necessarie per mantenere il suo Stato-Ghetto sionista, i palestinesi, con tutto le loro arie sul maggiore numero pro-capite di laureati, non hanno bisogno di tali organizzazioni, gruppi di riflessione o associazioni. Al diavolo, la leadership palestinese è così straordinariamente abile nelle forme più profonde di pensiero politico che l’infusione di ulteriori consigli, conoscenze e aiuto dai geni della diaspora sarebbe superflua, quasi patetica. Con Abbas e Urayqat al timone, i palestinesi non rischiano il successo; fallimento e frustrazione sono sempre dietro l’angolo. Come Robert Gates disse una volta, “i palestinesi non si lasciano sfuggire l’occasione di perdere una chance“.
Il governo siriano, per decenni, ha dovuto intercettare il campo palestinese attraverso una serie di sotterfugi, creando al-Sayqa, risposta siriana a Fatah al-Asifa. Al-Sayqa era una milizia palestinese con molti ufficiali siriani. Poté agire nel campo e trasmettere informazioni su ciò che i palestinesi facevano sul piano militare. Un altro era il ramo palestinese dell’intelligence generale siriana che controllava e gestiva centinaia di residenti palestinesi in Siria e che avevano il compito di riferire sulle questioni relative alla “rivoluzione”. Altre fonti d’informazione furono il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Comando Generale) guidato dal capitano dell’esercito siriano Ahmad Jibril, palestinese di Yazur, Palestina, il cui interesse per l’ideologia era parallela all’interesse di un coccodrillo nel farsi spuntare le ali per volare. Jibril era ossessionato dalle dottrine militari, non da Marx, Lenin o Mao. Ogni volta i palestinesi rigettarono gli sforzi siriani per portare la rivoluzione nell’ambito del pensiero nazionalista arabo. Vi furono momenti in cui palestinesi, per motivi che possono essere imputabili solo a stupidità o settarismo, in realtà cercavano il conflitto con l’unica nazione araba il cui impegno per la Palestina era inattaccabile. Oggi, con il campo ancor più in frantumi con l’arrivo delle forze demoniache filo-saudite, la PA dev’essere dura con se stessa e decidere da che parte stare sul serio. Se sarà con gli Stati Uniti, continuerà a subire sconfitte. Non si rivolga a chiedere aiuto alla Lega araba, che ha sospeso l’adesione della Siria. Se sarà dalla parte dei sauditi, allora al diavolo la Palestina, perché è una causa persa. L’Arabia Saudita non è diversa dalla spazzatura sionista che protegge. Ma se i palestinesi pensano alla rivoluzione del 1967 e di come fallì forse, solo per questa volta, si uniranno al governo siriano e al Baath per riorganizzarsi sul modo con cui affrontare i nemici interni ed esteri, i nemici acquistati dagli arabi della penisola, i nemici che disperdono il patrimonio antico dei popoli di questa terra e che non esiteranno a distruggere ogni reliquia delle terre ricche di storia della Siria meridionale e della Palestina. Questa è la loro ultima possibilità. Ora o mai più.

Sayad Nasrallah e Ahmad Jibril

Sayad Nasrallah e Ahmad Jibril

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mentre lo cercavano ovunque, Putin guidava una rivoluzione silenziosa

PolitRussiaReseau International 5 aprile 2015EEU-kashagan.today_-938x535Sono sempre sorpreso dalle teorie cospirative sul nostro presidente. Putin è un uomo politico unico, è estremamente sincero; sincero per quanto possibile date le limitazioni del capo di una superpotenza nucleare. Lo stile comunicativo di Putin ha inevitabilmente un forte impatto sul lavoro dei suoi subordinati. Così, quando Peskov disse in diretta su Eco di Mosca che “L’ordine del giorno è ormai molto fitto, soprattutto per la crisi. Attualmente vi sono comunicazioni continue tra governo, imprese pubbliche e naturalmente banche, ci vuole tempo“, e ciò andrebbe considerato come il più affidabile. Non è necessario fare appello alle teorie del complotto quando economicamente in Russia e all’estero, vi sono cambiamenti realmente rivoluzionari. Perché i media vi prestano così poca attenzione? È un altro problema su cui torneremo. Allora cos’è successo nell’economia internazionale e russa durante la “scomparsa” dagli schermi televisivi di Putin?
1. La Cina ha annunciato la creazione di un proprio sistema di pagamento interbancario, analogo al SWIFT, entro la fine del 2015. Dicembre 2015 – gennaio 2016 sarà il momento in cui la guerra economica tra Stati Uniti e resto del mondo entrerà nella fase attiva.
2. Putin ha incaricato il Ministero delle Finanze e la Banca centrale di sviluppare un piano per finanziare la costruzione di centrali elettriche in Crimea. Secondo il Ministro dell’Energia Novak: “La Banca centrale in questo caso ci permette di eseguire un’operazione finanziaria per fornire liquidità alle banche creditrici… Una richiesta è stata presentata a Banca Centrale e Ministero delle Finanze per preparare e presentare un piano finanziario… per il pagamento degli interessi sui prestiti, per circa 80 miliardi di rubli”. Secondo la Costituzione (durante la colonizzazione occidentale negli anni ’90 – Kristina Rus) Putin (o Medvedev) non avrebbero avuto diritto d’impartire istruzioni alla Banca centrale. La banca centrale è indipendente ma si scopre che in realtà non lo è affatto. Se l’ordine del presidente viene eseguito come indicato da Novak (la Banca Centrale finanzia le banche che finanziano le società russa per la costruzione di centrali elettriche in Crimea), allora avremo ciò che i patrioti di tutti i tipi hanno a lungo chiesto: la Banca centrale che finanzia lo sviluppo economico del proprio Paese. Una rivoluzione. Una rivoluzione silenziosa. Inoltre, mutui e prestiti agricoli saranno sovvenzionati, un altro grande successo.
3. Dopo l’approvazione da parte del Governo, la Banca centrale del Kazakistan ha annunciato un piano per la de-dollarizzazione dell’economia entro la fine del 2016. L’obiettivo principale è sbarazzarsi dell’instabilità macroeconomica creata dalla valuta statunitense. Nazarbaev è un politico dalla grande intuizione e con seri legami con Pechino e Mosca. L’approvazione definitiva ed immediata della politica di de-dollarizzazione è un chiaro segnale della posizione del Kazakhstan nell’ambito dell’acuto scontro economico imminente.
4. Il 10 marzo 2015, il Presidente Putin ha incaricato la Banca centrale della Federazione russa e il governo a determinare la fattibilità della creazione di un’unione monetaria dell’UEE (Unione eurasiatica). RIA Novosti ha rivelato che la nuova valuta dell’UEE, Altyn (o Evraz) potrebbe apparire nel 2016.
5. Goldman Sachs, una delle maggiori banche degli Stati Uniti, controllore occulto della FED e “portfolio” dell’élite mondiale che Khazin chiama “agenti di Rothschild”, ha fatto una previsione… raccomandando l’acquisto di obbligazioni russe. Si, avete letto bene: acquistare obbligazioni russe! La massima banca degli USA consiglia l’acquisto di titoli del Paese che secondo Obama avrebbe l’economia “a pezzi!”
6. La Gran Bretagna desidera entrare nel capitale della Banca di investimenti infrastrutturali asiatica, l’istituzione finanziaria internazionale che la Cina ha fondato per contrapporsi e sostituire la Banca Mondiale controllata dagli Stati Uniti. Un affronto mondiale di Londra verso Washington. La reazione di Washington ricorda la reazione di uno zoticone razzista che sorprende la moglie inglese a letto con l’amichetto cinese: furiosa. Un alto funzionario dell’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che l’iniziativa inglese di entrare nel piano del capitale cinese “non è il modo migliore di comportarsi con una potenza emergente“. “La potenza emergente” per gli Stati Uniti traditi è la Cina! La cosa interessante è che Londra non s’è presa nemmeno la briga di rispondere all’indignazione di Washington.
In questo contesto, è facile vedere quanto Putin sia occupato. Ha domato la Banca centrale e ha mantenuto i contatti internazionali e fatto sì che la Russia sia al vertice quando le tensioni nel conflitto economico globale saranno finite. Fin qui tutto bene. La vittoria sarà nostra.

Valuta dell’UEE e de-dollarizzazione
Viktoria Panfilova New Eastern Outlook 02/04/2015

7F4AFBA6-5772-4E2B-901B-DE7B3F2062CF_mw1024_s_nL’unione monetaria è la conclusione logica del processo d’integrazione tra Russia, Kazakistan e Bielorussia nell’Unione economica eurasiatica (EEU), portando l’economia eurasiatica a nuovi livelli. La moneta unica, eventualmente chiamata Altyn, diverrà la base per la formazione di un mercato e forse anche di un’economia unificati. Il presidente russo Vladimir Putin avanzava la proposta di creare l’unione monetaria nel corso di una visita ad Astana. Il leader russo ritiene che l’introduzione della nuova moneta, il prossimo anno, proteggerà l’economia dell’UEE. Non è un’idea nuova, però. L’iniziativa d’introdurre una moneta unica appartiene al presidente kazako Nursultan Nazarbaev. Ne parlò per la prima volta nel 2003, sottolineando che dovrebbe essere la moneta sovranazionale dei Paesi dell’Unione doganale, Russia, Bielorussia e Kazakistan. Nazarbaev propose, allora, di chiamarla Altyn e furono ideati i prototipi delle banconote. Ma l’idea, anche se sostenuta dai leader dell’Unione doganale, fu in realtà promossa piuttosto debolmente. Inoltre, quando l’accordo fu firmato creando l’UEE nel maggio 2014, l’emissione della banconota fu rinviata al 2025, assieme all’istituzione della Banca Centrale dell’UEE. Così, i leader si occupano dell’attuazione degli accordi immediati. Alla fine del 2015 tutte le barriere nel mercato dei beni saranno rimossi. Dal 2016 si prevede che sarà creato un mercato unico per i beni medici e i farmaci. Saranno risolti i problemi sul mercato dell’alcool e si prevede che tutte le questioni del mercato dell’energia saranno risolte entro il 2019. E già dal 2025 verrà creato il mercato unico del petrolio e gas. La creazione di un mercato dei servizi finanziari è la fase finale. L’accordo sulla creazione di un organismo multifunzionale per la regolamentazione dei mercati finanziari si prevede sia firmato nel 2025, e solo dopo il completamento di queste fasi la moneta unica verrà introdotta. Così ha detto Saadat Asanseitova, direttore del Dipartimento per l’Integrazione della Commissione economica eurasiatica. La moneta unica dovrebbe aumentare il potenziale delle esportazioni totali dell’UEE. Allo stesso tempo, l’analista dei mercati dell’IFC Dimitrij Lukashev ritiene che l’introduzione dell’Altyn sia abbastanza fattibile. Russia, Bielorussia e Kazakistan ne hanno bisogno per allontanarsi da dollaro ed euro negli scambi interni, internazionali e per i piani d’investimento finanziario. Gli esperti non escludono che se la questione sia ripresa da Putin e che la creazione del mercato valutario sia accelerata. Tuttavia, il Kazakistan ha già iniziato a considerare la de-dollarizzazione della propria economia. Ma non è il momento di bandire il dollaro dal Kazakistan, non solo perché la popolazione ha i propri risparmi principalmente nella valuta statunitense, ma perché gli investitori stranieri non sono pronti a pagamenti in valute diverse dal dollaro. Tuttavia, la Banca nazionale sviluppa un piano specifico con il governo per ridurre la dollarizzazione dell’economia nel 2015-2016.
???????????????????????????????? Il governatore della Banca Nazionale del Kazakistan, Kairat Kelimbetov, ha detto che il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale ha tre direzioni principali. La prima per la stabilità macroeconomica, adottando misure per ridurre gradualmente l’inflazione. La Banca nazionale calcola che l’inflazione scenderà al 3-4% entro il 2020. La seconda è sviluppare i pagamenti elettronici e ridurre il fatturato in nero. La terza è rafforzare il tenge (moneta nazionale) sulle valute estere. Secondo Kelimbetov una serie di misure è prevista: divieto d’indicare i prezzi per beni, servizi o lavoro in valuta estera; l’introduzione di norme per pagamenti in contanti tra privati nelle operazioni su beni mobili e immobili; aumento delle garanzie dei depositi da 5 milioni a 10 milioni di tenge. In terzo luogo, diminuzione del tasso di remunerazione del risparmio al 3%. Secondo Kelimbetov il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale comporta il lancio di diversi regolamenti per i pagamenti in contanti tra privati per le transazioni su beni mobili e immobili. Questi cambiamenti, secondo il capo della Banca nazionale, saranno introdotti gradualmente nella legislazione a medio termine. Riguardo la domanda se il Kazakistan potrà abbandonare completamente i pagamenti in dollari, Elena Kuzmina, a capo del settore per lo sviluppo economico degli Stati post-sovietici dell’Istituto di Economia RAS, pensa che oggi per il Kazakistan sia possibile sostituire gradualmente il dollaro con altre valute, soprattutto lo yuan. Un certo numero di accordi con la Cina sono stati firmati in yuan o cambio yuan-tenge, e inoltre vi è un accordo tra le banche nazionali dei due Paesi. Ma non riguarda tutte le operazioni valutarie ma un certo volume valutario. Inoltre, nel quadro dell’UEE, un certo numero di contratti commerciali e produttivi russo-kazaki sono stati firmati in rubli o in valuta estera. Tuttavia, la situazione con il forte calo del rublo russo ha gravemente compromesso la crescita di tale tendenza. “Un altro processo che potrebbe essere avviato dalle autorità del Kazakistan sarà diretto a privare il dollaro della funzione di moneta parallela. Inoltre, l’unica unità economica ufficiale nel Paese è il tenge. Danneggerebbe seriamente la popolazione poiché ha risparmi soprattutto in dollari. Inoltre, secondo gli economisti kazaki, se nel 2012 i depositi in valuta della popolazione erano il 38%, oggi sono già il 45%“, ha detto Elena Kuzmina. Sul commercio estero, il principale prodotto di esportazione del Kazakistan sono gli idrocarburi legati al dollaro nel mercato mondiale. Forse quando venduti alla Cina ciò avverrebbe in moneta nazionale. Ma il Kazakhstan vende idrocarburi non solo alla Cina, ma anche a Europa, Iran e Russia, e la maggior parte di beni e tecnologie industriali viene acquistata in occidente. Molto probabilmente le autorità kazake possono e perseguiranno le politiche de-dollarizzazione, contribuendo a rafforzare l’economia nazionale, in tal modo aiutando Cina e UEE (a condizione che l’unione gestisca le questioni economiche dichiarate nel trattato UEE). Ma farlo rapidamente e per di più in una sola volta, non è possibile né saggio (il dollaro è ancora la valuta mondiale). Elena Kuzmina ha notato che la de-dollarizzazione diventa gradualmente una tendenza mondiale. “Non è una iniziativa indipendente del Kazakistan o un qualsiasi altro Paese che promuove o guida la politica della de-dollarizzazione“, ha detto l’economista. I parlamentari kazaki sono divisi sul tema. Alcuni sono convinti che il Kazakistan debba abbandonare comunque dollaro ed euro nei pagamenti. I deputati hanno calcolato che una banconota da 100 dollari costa solo 14 centesimi. Ciò significa che i Paesi che depositano i loro conti in valuta statunitense lavorano per l’economia di un solo altro Paese: gli Stati Uniti.

Viktoria Panfilova è editorialista Nezavisimaja Gazeta e della rivista online “New Eastern Outlook“.

Header_EEULa debacle degli USA in Asia: il TTP dopo l’AIIB?
Dedefensa 4 aprile 2015

20140222_USD001_0Mentre si leccano le gravi ferite raccolte con l’enorme disfatta subita con l’AIIB, la banca d’investimento lanciata dalla Cina, gli Stati Uniti ora affronterebbero una nuova disfatta sul teatro dell’Asia-Pacifico, riguardo al destino del cosiddetto Trattato di “libero commercio” Trans-Pacifico (TTP) che cercano d’imporre all’intera Asia-Pacifico, cioè a una serie di Paesi da cui la Cina è attentamente esclusa (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam). Qui, ciò che interessa il blocco che impedisce la conclusione dei negoziati per il terzo anno consecutivo, non riguarda il contenuto del Trattato ma il funzionamento dei poteri negli Stati Uniti. Molti Paesi, tra cui Canada e Giappone, si sono rifiutati di definire l’accordo se il Congresso non voterà la Trade Promotion Authority (TPA) del presidente, versione speciale per la TPP del Fast Truck Authority, generalmente richiesta dal presidente per negoziare e concludere un trattato. (Si tratta di  una legge che accorda al Congresso il diritto di votare “sì” o “no” quando sarà presentato il trattato, ma non il diritto di apportarvi emendamenti). La possibilità di ottenere la TPA sembra impossibile per il 2015, e anche per il 2016 (anno delle elezioni presidenziali), e così via. Ennesimo esempio dell’assolutamente paralizzante conflitto a Washington tra potere esecutivo e potere legislativo, tra presidente democratico odiato dai repubblicani e Congresso repubblicano. (Sul lato transatlantico del TTIP, nei negoziati l’UE ha visto qualcosa in tal senso? Avevamo evidenziato l’ostacolo fondamentale del FTA (cfr. 10 gennaio 2014 e 1 febbraio 2014). Sulla TTIP si veda Jacques Sapir, 4 aprile 2015). Altra conferma che paralisi ed impotenza del potere a Washington sono tra i più imponenti ed efficaci aspetti della decadenza-disintegrazione del potere degli Stati Uniti. Il sito WSWS.org del 4 aprile 2015 dà conto dello stato attuale dei negoziati, da cui prendiamo questi passaggi.
Dopo aver subito una sconfitta decisiva nel tentativo d’impedire ad altri Paesi di unirsi alla nuova Banca di investimenti infrastrutturali asiatica della Cina (AIIB), il governo degli Stati Uniti affronta crescenti difficoltà nella grande operazione per dominare la regione Asia-Pacifico: la cosiddetta Trans-Pacific Partnership (TPP). Nelle Hawaii, il mese scorso, l’ultimo round dei cinque anni di colloqui sul TPP tra i 12 governi interessati, è finito senza ulteriori accordi. Per il terzo anno consecutivo, la scadenza della Casa Bianca per un accordo finale sembra destinata ad essere violata nel 2015. Significativamente, il principale ostacolo questa volta non sono le distanze tra Stati Uniti e Giappone sui mercati dell’auto e agricolo, ma i dubbi sulla capacità del presidente Barack Obama di avere l’approvazione del Congresso a firmare l’accordo. (…) La volontà di questi Paesi nel fare le dovute concessioni agli Stati Uniti, è minata dal fallimento di Obama nel garantirsi il supporto per la Trade Promotion Authority (TPA), in modo da firmare il TPP e poi farlo ratificare dal congresso con un mero “sì” o “no”. Senza il TPA, il Congresso potrebbe imporre emendamenti all’accordo negoziato, annullandolo. Secondo Japan Times: “Diversi partner, tra cui Canada e Giappone, hanno pubblicamente dichiarato che non concluderanno i negoziali finché il Congresso non concederà la TPA all’amministrazione Obama. Con il profilarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, un ulteriore ritardo rischia realmente di ritardare il TPP al 2017. Gran parte della resistenza del Congresso degli Stati Uniti è legata alle lobby protezionistiche delle industrie nazionali e dei sindacati...”

US-IRAQ-OBAMATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La coalizione saudita contro lo Yemen

Alessandro Lattanzio, 5/4/2015Houthis-3Anche se diverse agenzie e un portavoce della coalizione saudita si sono affrettati a riferire la distruzione totale dell’Aeronautica yemenita (YAF) con i raid aerei della coalizione, sembra che gli attacchi alle basi aeree dello Yemen non siano mai state volte a neutralizzare l’YAF, ma piuttosto ad avvertirla a non reagire. Il primo raid sulla base aerea al-Dulaymi, che condivide la pista con il Sana International Airport, ha visto la pista e un hangar distrutti assieme a 1 CN-235, 1 Beechcraft Super King Air, 1 AB-412 e 1 UH-1H, che non erano i mezzi più importanti dell’Aeronautica yemenita. Al contrario, questi 4 aeromobili era già stati radiati, necessitando di pezzi di ricambio da Arabia Saudita e Stati Uniti, che si rifiutavano di consegnarli per paura che la YAF operasse agli ordini di Ansarullah. Gli altri mezzi statunitensi ancora in servizio nell’Aeronautica yemenita, come gli F-5E, sono allo stremo per mancanza di pezzi di ricambio, e dovranno essere cannibalizzati per mantenere operativa almeno parte della flotta. Il primo attacco potrebbe quindi essere stato un avvertimento alla YAF a non partecipare al conflitto, rimanendo in attesa nelle basi aeree. Se Mansur Hadi ritornasse al potere, sicuramente ne avrebbe bisogno per colpire l’opposizione. Ciò potrebbe significare che la coalizione saudita risparmierà le preziose cellule dell’YAF il più possibile, impedendone l’uso per conto di Ansarullah. La pista è stata riparata in un giorno, permettendo all’Aeronautica yemenita di poter operare di nuovo. In risposta alla decisione di Ansarullah di riparare la pista e al fatto che l’YAF continua ad operare dalla base aerea, un secondo raid fu condotto contro la base di al-Dulaymi. Il raid del 29 marzo 2015 vide i cacciabombardieri della Royal Saudi Air Force (RSAF) colpire 11 hangar che avrebbero ospitato i MiG-29 dell’Aeronautica yemenita, ma almeno 6 hangar apparivano vuoti. Lo Yemen disporrebbe di 20 MiG-29 suddivisi tra la principale base aerea di al-Dulaymi e la base aerea di al-Anad, dove vi è un distaccamento con un paio di MiG-29. Ciò significa che non tutti i rifugi dei MiG-29 di al-Dulaymi erano occupati dai MiG-29. Una parte della flotta era concentrata nel capannone per la manutenzione.
041411130446k9ld868l6k72ivi All’operazione saudita partecipa il Sudan; Omar al-Bashir, presidente del Sudan, aveva dichiarato, “Il Sudan esprime supporto illimitato alla coalizione a sostegno della legittimità e conferma la partecipazione attiva alla coalizione per mantenere la pace e la stabilità nella regione”. Il colonnello Qalid Sad al-Sawarmy, portavoce delle Forze armate sudanesi, aveva detto che l’obiettivo dell’operazione era “proteggere i luoghi santi islamici e la regione”. Il Sudan cerca di bilanciarsi tra Paesi del Golfo e Iran, oltre al fatto che possibili esclusione economica, sanzioni ed espulsione di circa tre milioni di espatriati sudanesi che lavorano nel Golfo, sono fattori importanti nella decisione di Khartum di partecipare all’operazione contro lo Yemen. Intanto, gli Stati Uniti riavviavano l’invio di armamenti all’Egitto, dopo il congelamento imposto con la deposizione del presidente islamista Mursi. L’amministrazione Obama così consegnerà all’Egitto 12 caccia F-16, 20 missili antinave Harpoon e 125 kit per carri armati M1A1 Abrams, e inoltre Washington avrebbe ripreso l’invio di 1,3 miliardi di dollari di rifornimenti militari statunitensi all’Egitto. “Non abbiamo deciso di partecipare a tale guerra. Non abbiamo fatto alcuna promessa. Non abbiamo promesso alcun sostegno militare alla coalizione saudita contro lo Yemen“, dichiarava invece il ministro della Difesa del Pakistan Khawaja Asif. “In Siria, Yemen e Iraq la divisione è alimentata, ma va contenuta. La crisi ha le sue linee di faglia anche in Pakistan, non vogliamo risvegliarle. Tante minoranze e sette vivono in Pakistan. Qualsiasi assicurazione all’Arabia Saudita è volta alla difesa della sua integrità territoriale, ma vi assicuro che non vi è alcun pericolo di farsi coinvolgere in una guerra settaria“, affermava un ufficiale pakistano, “Nella precedente visita in Arabia Saudita, il premier Sharif e il comandante dell’esercito pakistano avevano deciso che inviare delle unità non sarebbe possibile“.
Il 30 marzo, la 19.ma Task Force della Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo Cinese (PLAN), in missione anti-pirateria nel Golfo di Aden e composta dalle fregate lanciamissili Linyi e Weifang e dalla nave rifornimento Weishanhu, avviava l’evacuazione di oltre 500 cittadini cinesi dal porto di al-Hudaydah, e altri 225 da Aden, nello Yemen. Il 1° aprile il governo indiano inviava 2 aerei da trasporto pesante C-17 Globemaster III dell’Indian Air Force (IAF), che rimpatriavano 358 cittadini indiani, e le navi della Marina INS Sumitra, INS Mumbai e INS Tarkash di scorta ai traghetti Kavaratti e Corals, per evacuare i restanti cittadini indiani. Dal 2 aprile, 4 aerei russi erano giunti a Sana evacuando oltre 600 cittadini russi dallo Yemen. 250 algerini venivano bloccati a Jiddah, il 4 aprile, per il divieto agli aerei di Air Algeria di attraversare lo spazio aereo saudita. Dopo l’offensiva aerea lanciata dai sauditi il 25 marzo contro lo Yemen, l’Algeria istituiva un centro di crisi per monitorare gli eventi. Presidenza della Repubblica e Ministero della Difesa nazionale e degli Esteri vi si coordinavano, studiando un piano di evacuazione. L’Arabia Saudita era contrariata dall’atteggiamento di Algeri, che criticava l’aggressione allo Yemen. Da Sana 160 algerini, 40 tunisini, 14 mauritani, 8 libici, 3 marocchini e 1 palestinese: 230 persone, dovevano essere evacuate dagli algerini che inviano un Airbus A330 dell’Air Algeria a Sana, che decolla il 3 aprile da Algeri. Il Ministero degli Esteri avvertiva Arabia Saudita ed Egitto della missione, condividendo il piano di volo con tutti i Paesi da sorvolare. Ma una volta che il volo entrava nello spazio aereo saudita, i caccia e il controllo del volo respinsero dallo spazio aereo l’Airbus che rientrava a Cairo, dove l’equipaggio fu fermato per 48 ore. Poi l’aereo decollò finalmente per Sana, recuperando le 230 persone da evacuare, che venivano poi bloccate all’aeroporto di Jiddah, prima di rientrare ad Algeri.1020103256Il 30 marzo, i sauditi bombardavano il campo profughi di al-Mazraq, nel governatorato di Hajah, uccidendo 29 persone e ferendone 41. Il 31 marzo navi statunitensi lanciavano un missile da crociera contro la base missilistica yemenita di Faj Atan. I comitati popolari di Ansarullah assumevano il controllo della base militare della 17.ma Brigata, a Bab al-Mandab, provincia di Taiz, che sorveglia lo stretto. Un raid aereo saudita sul porto di Hudaydah distruggeva due fabbriche di alimentari, uccidendo 37 operai. I sauditi colpivano anche una base militare a Sana e un edificio governativo a Sadah, nel nord dello Yemen. Ansarullah perdeva 35 soldati contro le milizie filo-saudite nei combattimenti per una grande base militare nella provincia di Shabwa, dove le forze filo-saudite perdevano a loro volta 20 elementi. A Dhalya, 100 km a nord di Aden, negli scontri con Ansarullah i filo-sauditi perdevano altri 10 elementi. Il 1° aprile, Ansarullah prendeva il controllo della residenza di Abdurabu Mansur Hadi ad Aden, dopo scontri costati 30 morti; intanto il Consolato Generale della Russia di Aden veniva danneggiato dai bombardamenti della coalizione saudita e poi saccheggiato dai miliziani di Ansarullah che, irrompendo nell’edificio, sottraevano attrezzature e documenti. In effetti, nel novembre 2014, i rappresentanti degli indipendentisti dello Yemen del sud consegnarono una lettera al consolato russo di Aden per chiedere aiuto per la secessione da Sana. Mosca però non rispose, in linea con la propria posizione sul conflitto yemenita, evitando di parteggiare con una delle parti prima della fine del conflitto. Il 2 aprile, i terroristi di al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP) attaccavano municipio, prigione centrale e banche di Muqala, liberando 300 detenuti islamisti. Il 3 aprile, aerei sauditi paracadutavano armi nella provincia di Aden, in favore dei combattenti dell’ex-presidente Abdurabu Mansur Hadi.
Va ricordato che fino al 1990 lo Yemen era diviso in due, e Aden era la capitale della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (Yemen del Sud), che rientrava nell’orbita sovietica. 5000 consiglieri militari sovietici collaboravano con il governo locale e oltre 50000 yemeniti (tra cui l’ex-presidente Mansur Hadi), studiarono nell’URSS. Oggi, nella regione di Aden operano la federazione tribale Hashid, guidata dal parlamentare Abdullah ibn Husayn al-Ahmar, e il gruppo paramilitare guidato dal generale Ali Muhsan al-Ahmar. La Repubblica Democratica Popolare dello Yemen era un Paese socialista, più moderno e più istruito dello Yemen del Nord, ed oggi la sua eredità è rappresentata dal Partito Socialista yemenita. Dopo l’unificazione, Sana emarginò ed espulse i sudisti dall’esercito e dalle forze dell’ordine suscitando il malcontento che alimenta il movimento indipendentista. Nel febbraio 2015, una delegazione di Ansarullah incontrò dei parlamentari russi a Mosca, chiedendogli di riconoscere l’autorità di Ansarullah. Ma l’incontro avvenne due giorni dopo che l’ex-presidente Mansur Hadi aveva ritirato le dimissioni. Due settimane dopo l’ambasciatore russo nello Yemen incontrava l’ex-presidente Mansur Hadi ad Aden, per esprimengli il sostegno della Russia. Quindi, a fine marzo 2015, il ministro degli Esteri di Mansur Hadi, Riyadh Yasin, incontrava il viceministro degli Esteri russo Bogdanov, durante il vertice della Lega araba in Egitto, a Sharm al-Shaiq. Dopo l’avvio dei raid sauditi, il portavoce del Ministero degli Esteri russo Aleksandr Lukashevich dichiarava che “i metodi armati per risolvere i problemi interni yemeniti sono categoricamente inaccettabili” e che il conflitto nel Paese “può essere risolto solo con un ampio dialogo nazionale”.
CBC3F-WU8AAKR-o Il 3 aprile, aerei da guerra sauditi bombardavano Sana, Sada, Ranah, Faqim, Munabah, Ghamir e Ghur, uccidendo 18 civili. L’esercito yemenita si scontrava con al-Qaida a Qraytar e Mutala, e con le milizie di Mansur Hadi ad al-Husn, Mala, Shabaqa e Aden dove avanzava su Shayq Udwan e Mansura, rastrellando le aree a nord e a ovest di Aden. Il portavoce di Ansarullah, Muhammad Abdulsalam, dichiarava “Nella seconda settimana dell’aggressione, gli invasori non hanno raggiunto alcun obiettivo morale o militare. Hanno distrutto solo infrastrutture e strutture pubbliche e private per colpire il popolo yemenita. Hanno distrutto beni pubblici e fabbriche dello Yemen, è stupidità non una vittoria“. Il 5 aprile, i sauditi bombardavano il porto di al-Salif, nella provincia di al-Hudaydah, l’aeroporto militare di al-Hudaydah, depositi militari sul Jabal Nuqum, una base della Guardia Repubblicana, il quartier generale della polizia militare e una base dei genieri a Sana, uccidendo 11 civili. Altre 24 persone furono uccise nei bombardamenti aerei sauditi nelle province yemenite di Abyan e al-Bayda, il 4 aprile. Ad Aden, 36 militanti di Ansarullah e 11 miliziani filo-sauditi decedevano nei combattimenti nel quartiere Muala, vicino al porto, de dove Ansarullah veniva respinto.

yemen_ing-06-2-jpg20141020195918Lo Yemen e l’Oceano Indiano
L’arcipelago yemenita di Suqutra (Socotra) nell’Oceano Indiano si trova a 80 chilometri al largo del Corno d’Africa e a 380 km a sud della coste yemenite. L’isola di Suqutra è al crocevia delle rotte strategiche del Mar Rosso e del Golfo di Aden. Gran parte delle esportazioni industriali cinesi verso l’Europa occidentale transita attraverso questa rotta. Il commercio marittimo da Est e Sud Africa verso l’Europa occidentale transita in prossimità di Suqutra attraversando Golfo di Aden e Mar Rosso. Una base militare a Suqutra potrebbe essere utilizzata per sorvegliare il movimento delle navi sul Golfo di Aden. “L’Oceano Indiano è un’importante via marittima che collega Medio Oriente, Asia orientale e Africa con Europa e Americhe. Vi sono quattro vie di accesso fondamentali che agevolano il commercio marittimo internazionale: Canale di Suez in Egitto, Bab-al-Mandab (tra Gibuti e Yemen), Stretto di Hormuz (tra Iran e Oman) e Stretto di Malacca (tra Indonesia e Malaysia). Tali ‘stetti’ sono fondamentali per il commercio mondiale del petrolio, per le enormi quantità di greggio che li attraversa“. (Amjed Jaaved, Un nuovo focolaio di rivalità, Pakistan Observer, 1 luglio 2009) Inoltre, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermava al Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) dell’Egitto che “Garantire la navigazione nel Mar Rosso e proteggere lo stretto di Bab al-Mandab è una questione di sicurezza nazionale egiziana e araba“. Dal punto di vista militare, l’arcipelago di Suqutra è su un nodo strategico marittimo. Inoltre, l’arcipelago si estende su un’area marittima relativamente grande del Golfo di Aden, a partire dall’isola di Abd al-Quri. Questa zona marittima di transito internazionale si trova nelle acque territoriali yemenite. L’obiettivo degli Stati Uniti è sorvegliare l’intero Golfo di Aden, dalle coste yemenite a quelle somale. Suqutra è a circa 3000 km dalla base navale statunitense di Diego Garcia, tra le più grandi strutture militari all’estero degli USA. Il 2 gennaio 2010, l’allora presidente Salah e il generale David Petraeus, allora comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, s’incontrarono a porte chiuse, per ridefinire il coinvolgimento militare USA nello Yemen, tra cui la creazione di una base militare sull’isola di Suqutra. L’ex-presidente dello Yemen, Ali Abdullah Salah, avrebbe “ceduto Suqutra agli statunitensi che vi avrebbero ostruito una base militare, sottolineando che i funzionari degli Stati Uniti e del governo yemenita decisero d’istituirvi una base militare per contrastare i pirati e al-Qaida“. (Fars News, 19 gennaio 2010) Il giorno prima della riunione Salah-Petraeus a Sana, il generale Petraeus confermò che l'”assistenza alla sicurezza” dello Yemen sarebbe passata da 70 ad oltre 150 milioni di dollari, un aumento di 14 volte dal 2006. La creazione di una base aerea sull’isola di Suqutra fu descritta dai media statunitensi come parte della “guerra globale al terrorismo”: “Tra i nuovi programmi, Salah e Petraeus hanno deciso di consentire l’uso di aerei statunitensi, forse droni, così come di “missili navali”, in operazioni preventivamente autorizzate dagli yemeniti, secondo un alto funzionario yemenita. I funzionari degli Stati Uniti dicono che sull’isola di Suqutra, a 200 miglia dalle coste yemenite, si costruirà da una piccola pista di atterraggio una base completa per sostenere un maggiore programma di aiuti nella lotta ai pirati somali. Petraeus voleva anche rifornire le forze yemenite di attrezzature come Humvees blindati ed ulteriori elicotteri“. La struttura militare statunitense proposta a Suqutra, tuttavia, non si limitava a una base aerea. Era anche prevista una base navale. Lo sviluppo dell’infrastruttura navale di Suqutra era già in cantiere; un paio di giorni prima dell’incontro Petraeus-Salah, il governo yemenita approvò 14 milioni di dollari di prestiti dal Fondo del Quwayt per lo sviluppo economico arabo (KFAED) per lo sviluppo del previsto porto di Suqutra. L’arcipelago yemenita rientra nel Grande Gioco che oppone Russia e USA. Durante la guerra fredda, l’Unione Sovietica aveva una presenza militare a Suqutra, che all’epoca faceva parte dello Yemen del Sud. Nel 2009, i russi ebbero nuovi colloqui con il governo yemenita per creare una base navale sull’isola. Un anno dopo, nel gennaio 2010, nella settimana successiva alla riunione Petraeus-Salah, un comunicato della marina russa “conferma che la Russia non aveva rinunciato ai piani per una base navale… sull’isola di Suqutra“. Nel 1999, Suqutra fu scelta “come sito su cui gli Stati Uniti prevedono di costruire una base dell’intelligence elettronica…” I media dell’opposizione yemeniti riferirono che “l’amministrazione dello Yemen accettava di permettere agli Stati Uniti l’accesso militare a un porto e a un aeroporto a Suqutra“. Secondo il quotidiano dell’opposizione al-Haq, “un nuovo aeroporto civile a Suqutra, per promuovere il turismo, sarà opportunamente costruito in conformità alle specifiche militari degli USA“. La creazione di tale base militare degli Stati Uniti rientrerebbe nel processo di controllo dell’Oceano Indiano, integrando l’isola nella struttura incentrata dalla base militare di Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos.socotra-island-xeric-shrubNell’ambito di questo processo, nel 2004, durante il vertice della NATO ad Istanbul, veniva istituto il programma di partnership militare in Medio Oriente: l’Iniziativa di cooperazione di Istanbul (ICI) che comprende i membri del Consiglio di cooperazione del Golfo Bahrayn, Quwayt, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Bahrayn ed Emirati Arabi Uniti avevano truppe sotto il comando della NATO in Afghanistan, e Qatar ed Emirati Arabi Uniti inviarono aerei da guerra a bombardare la Libia nel 2011. Per la NATO “la sicurezza dei suoi partner nel Golfo è d’interesse strategico“. Il 14 giugno 2012, l’assistente del segretario di Stato per gli affari politico-militari Andrew Shapiro dichiarò al Global Economic Statecraft Daysottolineiamo l’impegno degli USA a mettere il lavoro degli americani al centro della politica estera… Il nostro lavoro in campo politico-militare, espandendo la cooperazione per la sicurezza con i nostri alleati e partner, è fondamentale per la sicurezza nazionale e la prosperità economica degli Stati Uniti. Ed è anche una parte importante degli sforzi del dipartimento di Stato per governare l’economia… Oggi posso confermare che è già un anno record per le vendite militari all’estero, vendite tra governi. Abbiamo già superato 50 miliardi di dollari di vendite nell’anno fiscale 2012. Ciò rappresenta un aumento di almeno 20 miliardi di dollari dall’anno fiscale 2011, e abbiamo ancora un trimestre fiscale. Mettendo ciò nel contesto, l’anno fiscale 2011 è stato un anno record con poco più di 30 miliardi. Quest’anno fiscale sarà almeno del 70 per cento più grande dell’anno fiscale 2011…” Il 60% delle vendite di armi all’estero era dovuto a un contratto da 30 miliardi di dollari con l’Arabia Saudita per 84 jet da combattimento F-15S, firmato nel dicembre 2011 nell’ambito di un accordo da 67 miliardi di dollari del 2010 per la vendita anche di bombe antibunker da 2 tonnellate, 72 elicotteri d’assalto Black Hawk e 70 elicotteri d’attacco Apache Longbow, missili Patriot Advanced Capability-2 e navi da guerra. Il più grande contratto bellico nella storia. Inoltre il 25 dicembre gli Stati Uniti firmarono un accordo per vendere 96 missili intercettori Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) agli Emirati Arabi Uniti, il primo Stato arabo ad aprire un’ambasciata presso la NATO. L’11 giugno 2012 Stati Uniti e Turchia iniziarono le esercitazioni Anatolian Eagle-2012/2 cui parteciparono aerei da guerra di USA, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Pakistan, Spagna e Italia.
Lo geostratega dell‘US Navy, contrammiraglio Alfred T. Mahan, scrisse che “chi raggiunge la supremazia marittima nell’Oceano Indiano sarà un attore di primo piano sulla scena internazionale“. (L’Oceano Indiano e la nostra sicurezza). Ciò che intendevano gli scritti del contrammiraglio Mahan sul dominio strategico degli Stati Uniti sui grandi oceani, e l’Oceano Indiano in particolare, era che “Questo oceano è la chiave dei sette mari del XXI secolo; il destino del mondo sarà deciso in queste acque“.

2000px-South_Yemen_in_its_region.svgRiferimenti:
al-Masdar
al-Masdar
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Buzzfeed
ChinaMil
Global Research
Global Research
Impact24
IOL
Nsnbc
NIC
PakArmedForces
RussiaToday
Russia Insider
Spioenkop
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Strategic Culture
TASS

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