L’Italia finanzia le milizie libiche?

Bob Woodward, Decrypt News 3 ottobre 2017Marco Minniti, ministro degli Interni, si compiace del fatto che il numero dei migranti che lasciano la Libia per l’Europa è diminuito: – 50% a luglio e – 87% ad agosto rispetto allo stesso periodo del 2016. Inoltre, Minniti, ex-capo dei servizi segreti, è anche la causa principale della guerra a Sabratha, a 80 km ad ovest di Tripoli, iniziata il 17 settembre. I combattimenti hanno provocato almeno 26 vittime e 170 feriti, danneggiando anche l’antico teatro romano classificato come patrimonio mondiale dall’UNESCO. Là, macchie di sangue e centinaia di bossoli sono ancora sparsi a terra. Il luogo, sopravvissuto alle scosse della storia libica, è oggi segnato anche nelle pietre da tale nuovo dramma che non ha niente di teatrale. Marco Minniti è accusato di aver firmato un accordo finanziario con il capo della milizia Ahmad Dabashi, alias al-Amu (“lo zio”), per porre fine alle sue attività nel contrabbando e quindi del numero degli arrivi sulle coste italiane. L’uomo è uno dei contrabbandieri più potenti di Sabratha, le cui spiagge sono il punto di partenza della grande maggioranza dei candidati ad entrare in Europa. Nei caffè di Sabratha, gli avventori ridono quando si evoca il “pentimento” di Ahmad Dabashi: “Vuole essere rispettabile, ma siate sicuri che alle 3 del mattino le sue navi continuano a salpare“, dice Salah, che preferisce l’anonimato per paura delle rappresaglie dal capomafia, membro di una importante famiglia della città. A settembre, più di 3000 migranti sono stati salvati in mare e molti avevano lasciato le spiagge di Sabratha. Se le partenze sono rallentate, non sono completamente finite. Il conflitto a Sabratha oppone gli uomini di al-Amu (alleato della Brigata 48, guidata da un fratello di Ahmad Dabashi), e la Camera delle Operazioni (CDO) del Ministero della Difesa, l’Ufficio per la lotta al traffico clandestino degli immigranti del Ministero degli Interni (BLMC) e la milizia salafita al-Wadi, accusata anch’essa di traffico di esseri umani. Tutti sostengono di essere affiliati al governo di unità nazionale (GUN) di Fayaz al-Saraj, sostenuto dalla comunità internazionale. Ma quest’ultima riconosce solo CDO e BLMC. Prova, nel caso, che la Libia, preda del caos, è solo un’ombra grigia. Bashir Ibrahim, portavoce del gruppo di Ahmad Dabashi parlava di un accordo verbale con il governo italiano e il GUN di Fayaz al-Saraj. Ma questi due ultimi negano qualsiasi accordo finanziario con la milizia. La voce non s’è estinta. Gli abitanti della città ricordano i forti legami tra la milizia di Dabashi e l’Italia: è il gruppo armato che protegge il sito gasifero Malitah, ad ovest di Sabratha e gestito dall’ENI. Inoltre, la milizia ha due gommoni ultraveloci appartenenti alla marina libica, uno dei quali recuperato a Malitah… Basim al-Garabli, capo del BLMC, è sorpreso dall’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone che non aveva visitato la sua unità quando arrivò a Sabratha, il 10 settembre, per felicitarsi della riduzione delle partenze dei migranti. L’ambasciatore italiano a Tripoli, da parte sua, non ha voluto rispondere alle nostre domande.
L’Italia ha pagato 5 milioni di euro ad al-Amu a luglio per tre mesi di tranquillità“, ha dichiarato un membro del CDO, sotto anonimato. “Lo scambio si è svolto in alto mare“. Questa fonte ricorda il doppio gioco del capo della milizia, che avrebbe quattro approdi in cui le navi possono imbarcare diverse centinaia di migranti, quando saranno ripristinati. Tuttavia, il 28 luglio l’Unione europea stanziò 46 milioni di euro per aiutare le autorità libiche a rafforzare la gestione dei flussi migratori e proteggere le proprie frontiere. Una somma non corrisposta dai risultati sul terreno. Ad oggi, solo 136 marinai libici sono stati addestrati in Italia per ricerca e salvataggio ed impedire il traffico di esseri umani. Quest’anno, la Guardia Costiera ha ricevuto quattro imbarcazioni da un contratto stipulato nel 2008 e, per di più, vecchie. “L’aiuto italiano è reale, ma non è all’altezza, riassume il portavoce della Marina libica, Generale Ayub Gasim. Abbiamo bisogno di nuove navi per intercettare le imbarcazioni dei migranti, che sono sempre più scortate da uomini armati su motoscafi“. La marina è più soddisfatta del “Codice Minniti”, che ha ristretto le condizioni per “l’intervento delle navi delle ONG presenti ad aiutare i migranti in difficoltà, tra lo sgomento delle organizzazioni umanitarie. “Queste navi sono come taxi per gli immigrati clandestini“, dice Ayub Gasim. “I contrabbandieri sanno che basta che i migranti raggiungano le acque internazionali per arrivare in Europa”. Si deve ancora aspettare. “Quando eravamo a Sabratha, arrivò una barca”, dice Shaada, un bangleshi di 17 anni. Ci presero soldi, cellulari, telefoni satellitari e il motore prima di partire“. Oggi presso il centro di detenzione di Tripoli, Shaada descrive l’aumento della pirateria contro gli immigrati in mare come nel deserto. Un fenomeno che spiega anche in parte il calo delle partenze dalla Libia.

L’Italia finanzia le milizie libiche?
Per Ayman Dabashi, cugino di al-Amu ma anche membro del CDO, non c’è dubbio sull’esistenza di un “contratto” con l’Italia. Ma non capisce la logica italiana. “È incomprensibile, perché mio cugino non è una persona istruita, può solo dire qualche frase“, dice. “Ha detto che avrebbe fermato le barche, ma non è vero. Arresterà le navi degli altri, ma non le sue“. “Marco Minniti sta spingendo il governo di unità nazionale ad “integrare” le milizie, come quella di al-Amu, nel Ministero della Difesa. Lo stesso ministero italiano l’ha riconosciuto. Questo è molto più grave per la sicurezza della Libia dell’esistenza o meno dello scambio di sacchi di banconote“, avverte Jalal Harshaui, che prepara una tesi sulla dimensione internazionale del conflitto libico presso l’Università Parigi-VIII. La stessa preoccupazione è stata espressa dal generale Umar Abduljalil, capo della Camera delle Operazioni: “L’Europa deve stare attenta con chi negozia. I contrabbandieri non hanno alcun problema ad introdurre terroristi con le navi dei migranti“, citando il caso di due camerunensi trovati su una barca e immediatamente inviati in prigione a Tripoli per il sospetto di appartenere a Boko Haram. Fino al febbraio 2016, i campi di addestramento islamisti si trovavano a Sabratha, prima che gli statunitensi bombardassero il sito. Il gruppo terroristico era guidato da Abdullah Dabashi, un parente di al-Amu. Un’affiliazione familiare che potrebbe servire come pretesto per Qalifa Haftar per entrare nelle danze. L’uomo forte dell’est del Paese, sebbene oppositore del governo di Fayaz al-Saraj, potrebbe inviare aerei dalla base militare di al-Watiya (80 chilometri a sud-ovest di Sabratha) per bombardare la milizia di al-Amu. Ufficialmente in nome della lotta al terrorismo, ufficiosamente per mettere piede nella Tripolitania, regione occidentale del Paese. “Se Haftar interviene, l’alterazione probabilmente non rimarrà locale“, prevede il ricercatore Jalal Harshaui. “Un conflitto prolungato spingerà altre milizie a prendere posizione e ad entrare nella lotta. Questa parte della Libia è la più popolata del Paese. Può avviare ed essere soggetto a un mutamento significativo“. Il maresciallo Haftar è stato anche ricevuto da Marco Minniti a Roma. La questione di Sabratha è stata discussa. Mattia Toaldo non crede all’escalation: “Marco Minniti vuole proteggere la sua politica anti-migrazione convincendo Qalifa Haftar a starne fuori. Quest’ultimo non ha interesse a intervenire, sarebbe una missione suicida“. Che il conflitto esploda o no, il traffico di migranti non scomparirà e le reti si adatteranno. “Al momento per i trafficanti è più conveniente contrabbandare benzina o cibo che uomini. Ma è una vittoria di Pirro. Riprenderà“, dice Shuqri Fitis, che ha partecipato ad una relazione dell’Altai Consulting intitolata “Lasciare la Libia, rapida panoramica dei comuni di partenza“, indicando la spiaggia di Sidi Bilal, a venti chilometri ad ovest di Tripoli, come prossimo centro d’imbarco. Qui l’al-Amu locale è Saborto, che dirige una milizia della tribù Warshafana nota per i rapimenti di ricchi tripolitani e di stranieri.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Due anni in Siria: un successo delle Forze Armate russe

Peter Korzun SCF 01.10.2017Il 30 settembre era il secondo anniversario dell’operazione antiterrorismo in Siria. Due anni fa, il 30 settembre del 2015, i velivoli russi lanciavano i primi attacchi aerei. Oggi la guerra volge al termine. L’operazione è un successo. Le Forze Aerospaziali hanno condotto 30650 sortite operative in Siria compiendo 92000 attacchi su 96800 bersagli terroristici. 53700 terroristi sono stati eliminati. I centri di comandi nonché la logistica sono stati i primi obiettivi da distruggere. I terroristi sono stati isolati dai rifornimenti e dai flussi finanziari perché l’invio illegale di petrolio è stato fermato. Le Forze Aerospaziali hanno utilizzato aerei da attacco Su-24M e Su-25, bombardieri Su-34, bombardieri strategici Tu-22M3, Tu-160 e Tu-95, caccia multiruolo Su-27SM, Su-30SM e Su-35S, intercettatori MiG-31, elicotteri Mi-8, Mi-24, Mi-28N, Ka-52, aerei-radar A-50, aerei da ricognizione Tu-214R, aerei da intelligence elettronica Il-20M1 e aerei da guerra elettronica. Il gruppo aereo non ha mai superato i 35 aeromobili in un dato momento. Gli aeromobili russi usano il nuovo “sottosistema di calcolo speciale” SVP-24 per migliorare la precisione degli attacchi. Viene installato su aerei da combattimento Tu-22M, Su-24M e Su-25. Il sottosistema utilizza il sistema di navigazione satellitare GLONASS per confrontare costantemente la posizione del velivolo e del bersaglio. Misura i parametri ambientali (pressione, umidità, velocità del vento, velocità dell’aereo, angolo di attacco, ecc.) e riceve informazioni dai collegamenti dati (altri aerei, velivoli-radar, stazioni a terra, ecc.) per calcolare “scatola”, altitudine, rotta) entro cui una bomba a gravità viene automaticamente sganciata nel momento dato. Di conseguenza, le bombe a gravità colpiscono con la stessa precisione delle munizioni guidate. Anche se GLONASS viene disturbato, i numerosi sensori consentono al computer di puntare. Le condizioni meteo o l’ora del giorno non hanno alcun ruolo. Il puntamento lancia e dimentica consente al pilota di concentrarsi sulla rilevazione di minacce e obiettivi. Il SVP-24 è montato sull’aereo (non sulla bomba) venendo riutilizzato più e più volte. Il sottosistema può essere installato su praticamente qualsiasi velivolo ad ala rotante o fissa. Lo sviluppo di sofisticati sistemi di puntamento ha permesso alle Forze Aerospaziali russe di colpire obiettivi con la massima precisione, utilizzando un enorme stock di munizioni dai costi trascurabili rispetto alle bombe guidate. Nel complesso, la Russia ha perso tre aerei. Uno colpito da un aereo turco e due, un Su-33 e un MiG-29K, persi a causa di incidenti, non di fuoco nemico. Le perdite comprendono cinque elicotteri. 38 militari hanno perso la vita. Il gruppo aereo basato a Humaymim, base principale della Russia in Siria, non ha perso un solo velivolo ad ala fissa in tutta l’operazione. In realtà, le Forze Aerospaziali non hanno avuto alcuna perdita. Gli elicotteri perduti appartenevano all’Aviazione dell’Esercito. È un risultato straordinario. In generale, l’operazione non ha avuto problemi. Il problema del rifornimento in volo che ha inizialmente ostacolato l’operazione, è stato superato. Bersagli chiave sono stati colpiti da aerei e missili a lunga gittata a bordo di navi. Dopo aver acquisito la capacità di svolgere missioni accurate con missili a lunga gittata, la Russia è entrata in un club esclusivo degli armamenti. Il contributo delle Forze per le operazioni speciali (SOF) è stato immenso. Sono coinvolti nell’acquisizione di bersagli per gli aerei da combattimento e per altri scopi, come l’addestramento di truppe governative siriane, l’eliminazione dei terroristi e distruzione di oggetti nemici cruciali. L’addestramento fornito dai consiglieri russi ha trasformato l’Esercito arabo siriano in una forza formidabile, segnando una vittoria dopo l’altra. Ad esempio, l’Esercito arabo siriano ha condotto un’operazione aerea unica il 12 agosto, dispiegando paracadutisti dietro le posizioni dello Stato islamico a 20 km dal fronte. L’operazione portò alla liberazione della città di al-Hadar. I consiglieri militari russi furono coinvolti nella pianificazione. Il mese scorso, i militari russi costruivano un ponte sul fiume Eufrate vicino Dayr al-Zur per spostare truppe e veicoli sull’altro lato per sostenere l’offensiva siriana. 8000 veicoli da 50 tonnellate possono attraversare il ponte in 24 ore, compresi carri armati. Il ponte fu eretto sotto il tiro dei terroristi in meno di 48 ore. Può anche essere utilizzato per fornire aiuti umanitari e evacuare malati e feriti. I militari russi hanno ottimi intelligence, logistica e addestramento. L’intelligence è stata efficace per definire gli obiettivi degli attacchi missilistici dal mare.
Quando la Russia è intervenuta, i gruppi terroristici controllavano il 70% del territorio siriano e guadagnavano terreno. Oggi, il territorio controllato delle forze governative della Siria è aumentato di quattro volte da 19000 a 78000 kmq. Gran parte della popolazione risiede nei territori liberi dai gruppi armati illegali. I terroristi sono ridimensionati nelle province di Hama e Homs. Sono stati scacciati da Lataqia. Aleppo e Palmyra sono state liberate. La strada principale che collega Damasco alla parte settentrionale del Paese è stata sbloccata. Le autorità legittime hanno riconquistato il controllo della città di Dayr al-Zur. Alcuni importanti campi di petrolio e gas sono ora controllati. Le aree che si estendono per oltre 180 km lungo il confine siriano-iracheno e per 195 km lungo il confine con la Giordania (le province di Suwayda e Damasco) sono state sgombrate dai terroristi. Vedere combattere coi propri occhi è incredibilmente importante. Gli equipaggi spesso ruotano per far acquisire esperienza a quanti più uomini possibile. Dal settembre 2017, l’86% del personale di volo delle forze aerospaziali ha acquisito un’esperienza in combattimento, tra cui gli equipaggi dell’Aviazione a Lungo Raggio: 75%, dell’Aviazione Tattica: 79%, dell’Aviazione da Trasporto Militare: 88%. L’89% degli equipaggi dell’Aviazione dell’Esercito ha operato in Siria. Le Forze Armate russe hanno comandanti con esperienza nelle missioni congiunte. Il principio della cooperazione predomina nelle Forze Armate. L’esperienza del comando congiunto ha reso possibile l’assegnazione del Colonnello-Generale Sergej Surovikin al comando delle Forze Aerospaziali, posizione che assumerà questo mese. La sua esperienza nelle operazioni congiunte è decisiva per la nomina. Anche le forze russe hanno acquisito esperienza nell’organizzare operazioni umanitarie. I medici militari hanno aiutato decine di migliaia di siriani. Lo sminamento è parte importante della campagna in Siria. I genieri russi hanno eliminato mine da 5295 ettari di terreno, distruggendo 60384 dispositivi esplosivi. 586 genieri siriani sono stati addestrati e 102 vengono addestrati adesso.
In due anni le forze russe schierate in Siria, dopo la richiesta di assistenza dal governo legittimo di Damasco, hanno mutato completamente la situazione nel Paese. L’operazione ha danneggiato notevolmente le fonti finanziarie dei terroristi, compromettendone gravemente la capacità di reclutare nuovi aderenti, di acquistare armi e di diffondere il jihadismo. Il successo militare ha reso possibile l’iniziativa della Russia volta a promuovere il cessate il fuoco tra il governo siriano e gruppi di opposizione “moderati”. Di conseguenza, vi sono quattro zone di de-escalation nel Paese. Le prospettive per la pace sono diventate reali. Il coinvolgimento militare russo ha dato al popolo siriano la speranza di una vita normale ed ha anche riaffermato lo status della Russia a superpotenza globale in grado di proiettare forze lontano dalle proprie frontiere.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Analisi per Analogia: il Myanmar non è la Siria

Tony Cartalucci, LD 27 settembre 2017

U Pe Myint

Molti analisti e commentatori geopolitici hanno notato molte somiglianze valide tra la crisi siriana e quella che si ha nello stato sud-asiatico del Myanmar. Tuttavia, ciò che è diverso in queste due crisi è altrettanto importante quanto ciò che è simile.

Le somiglianze
Particolare attenzione è stata posta sulle prove emerse sull’Arabia Saudita, alleata degli USA, che alimenta il terrorismo nello Stato Rakhine del Myanmar. I terroristi, però, sono assassini armati, finanziati e guidati dall’estero, e sono una minoranza trascurabile della popolazione rohingya che pretendono di rappresentare, non essendo in realtà più rappresentativi dei rohingya dei militanti di al-Qaida e “Stato islamico” verso le popolazioni sunnite di Siria e Iraq. Mentre è fondamentale sottolineare la natura eterodiretta del terrorismo che cerca di cooptare la minoranza rohingya in Myanmar, è altrettanto importante capire esattamente dove tale terrorismo serva i piani dell’Arabia Saudita e, quindi, dei mandanti statunitensi. Un’altra similitudine sottolineata dagli analisti è l’uso di facciate finanziate da statunitensi e europei che si presentano come organizzazioni non governative (ONG), tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, nonché organizzazioni locali finanziate da National Endowment for Democracy (NED) e varie filiali come Istituto Internazionale Repubblicano (IRI), Istituto Nazionale Democratico ( NDI), Freedom House, USAID e Open Society. Tali organizzazioni cercano intenzionalmente di controllare l’informazione, infiammando piuttosto che riducendo le tensioni per creare un pretesto per l’intervento diretto nella crisi in Myanmar delle nazioni occidentali. Tuttavia, analisti e commentatori non possono fermarsi qui. Devono impegnarsi con la dovuta diligenza ad individuare i responsabili nel governo del Myanmar, messi al potere nelle elezioni del 2016, costruendo proprie reti politiche nel Paese nel corso di diversi decenni, e quale ruolo giochino nei piani occidentali per il prossimo e medio futuro della nazione.

Le differenze
Il governo siriano è la creazione e perpetuazione di interessi locali, sostenuti dalla varie alleanze che vanno dall’ex-Unione Sovietica in passato, a Russia, Iran e misura minore Cina. Stati Uniti e loro partner arabi, in particolare l’Arabia Saudita, hanno creato il terrorismo in Siria dal 2011 allo scopo esplicito di rovesciare il governo siriano e dividere ciò che rimane della nazione tra fantocci e regimi clienti controllati da Washington, Londra e Bruxelles. In Myanmar, se Stati Uniti e partner sauditi chiaramente alimentano il terrorismo tra la popolazione rohingya, furono gli Stati Uniti che per decenni crearono le reti politiche dell’attuale regime di Aung San Suu Kyi, creatura del sistema dei media occidentali, con finanziamenti e sostegno politico immensi e una facciata accuratamente creata per ingannare il pubblico, per decenni, sulla vera natura nazionalista e persino genocida della base “nazionalista buddista” che sostiene Suu Kyi. Un ampio rapporto del 2006 della UK Burma Campaign intitolato “In assenza del popolo di Birmania”? (PDF), rivela come virtualmente ogni aspetto del governo attuale del Myanmar sia una creazione del sostegno politico e finanziario occidentale. (Nota: Stati Uniti e Regno Unito ancora si riferiscono al Myanmar col nome coloniale inglese di “Birmania”). La relazione indica in dettaglio: “Il ripristino della democrazia in Birmania è uno degli obiettivi prioritari degli Stati Uniti nel Sud-Est asiatico. Per raggiungerlo, gli Stati Uniti hanno sostenuto costantemente gli attivisti democratici e i loro sforzi all’interno che all’estero della Birmania… affrontare tali esigenze richiede flessibilità e creatività. Nonostante le sfide sorte, le ambasciate degli Stati Uniti a Rangoon e Bangkok, nonché il consolato generale di Chiang Mai sono pienamente impegnati negli sforzi democratici. Gli Stati Uniti sostengono anche organizzazioni come National Endowment for Democracy, Open Society Institute (alcun sostegno dato dal 2004) e Internews, che lavorano all’interno e all’estero della regione su un’ampia gamma di attività per la promozione della democrazia. Le emittenti statunitensi forniscono notizie e informazioni ai birmani che non dispongono di stampa libera. I programmi statunitensi finanziano anche borse di studio per i birmani che rappresentano il futuro della Birmania. Gli Stati Uniti si sono impegnati a lavorare per una Birmania democratica e continueranno ad impiegare una varietà di strumenti per aiutare gli attivisti della democrazia”. Il rapporto di 36 pagine enumera dettagliatamente i programmi statunitensi ed europei che vanno dalla creazione e dal finanziamento dei media all’organizzazione di partiti politici e alla definizione di strategie elettorali e persino borse di studio all’estero per indottrinare un’intera classe di ascari politici da utilizzare in futuro per trasformare la nazione in uno Stato-cliente. Praticamente ogni aspetto della vita in Myanmar è preso di mira e rovesciato dalle reti occidentale per diversi decenni col notevole importo finanziario estero. Prove simili dimostrano che molti dei cosiddetti gruppi nazionalisti “buddisti” godono anche di stretti rapporti con gli interessi europei e statunitensi, che hanno svolto un ruolo fondamentale per portare Suu Kyi al potere. Inoltre, l’attuale governo di Suu Kyi riceve istruzione finanziata dagli Stati Uniti. Le narrazioni sull’attuale crisi dei rohingya sono elaborate dal “ministro delle Informazioni” di Suu Kyi, Pe Myint. Pe Myint fu scoperto, in un articolo del 2016 del Myanmar Times intitolato “Il chi è del nuovo governo del Myanmar”, partecipare all’addestramento finanziato dal dipartimento di Stato USA. L’articolo riporta: “Già medico laureatosi presso l’Istituto di Medicina, U Pe Myint cambiò carriera dopo 11 anni e fu istruito come giornalista presso la Fondazione Memorial Media of Indochina a Bangkok. Poi intraprese la carriera di scrittore di decine di romanzi. Partecipò al Programma di Scrittura Internazionale dell’Università dell’Iowa nel 1998, e fu anche redattore capo del People’s Age Journal. Nato nello Stato Rakhine nel 1949”.
La Fondazione Memorial Media of Indochina fu indicata in un cablo diplomatico statunitense, pubblicato da Wikileaks, come totalmente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso vari e noti intermediari. Il cablo intitolato “Una panoramica delle organizzazioni mediatiche del Burma nord-orientale”, dichiara esplicitamente: “Altre organizzazioni, alcune in ambito estero alla Birmania, inoltre, aggiungono opportunità educative per i giornalisti birmani. Per esempio, la fondazione Memorial Media of Indochina di Chiang Mai, ha completato lo scorso anno corsi di formazione per i reporter del sudest asiatico che includevano partecipanti birmani. I principali finanziatori dei programmi di formazione giornalistica nella regione sono NED, Open Society Institute (OSI) e diversi governi e enti caritativi europei”. Molti delle “ONG” finanziate dagli USA in Myanmar che apparentemente si oppongono il governo di Suu Kyi sono in realtà alunni degli stessi programmi finanziati dagli Stati Uniti, come molti membri dell’attuale governo. In sostanza, la differenza principale tra Myanmar e Siria è che mentre in Siria gli Stati Uniti alimentano il terrorismo per abbattere un governo oltre la loro portata ed influenza, in Myanmar gli Stati Uniti manipolano l’intera nazione attraverso due vettori che controllano interamente, il terrorismo in ascesa da un lato e la dirigenza politica che ha creato interamente dall’altro.

Superare l’analisi per analogia
Aiutare i lettori a comprendere vari aspetti della crisi attuale in Myanmar confrontandola con vari aspetti del conflitto in Siria può essere istruttivo. Tuttavia, trarre conclusioni circa le implicazioni del conflitto di Myanmar semplicemente supponendo che si ripetano gli sforzi occidentali in Siria è fondamentalmente sbagliato. Mentre gli Stati Uniti cercano di dividere e distruggere la Siria, i suoi sforzi in Myanmar sono concentrati sullo Stato di Rakhine, con poca possibilità di diffondersi a causa della demografia di Myanmar. Si tratta anche della Cina che ha investito ampiamente nel progetto One Road (Road One Road, OBOR), con un porto a Sittwe, Rakhine centrale, e progetti stradali, ferroviari e oleogasdotti destinati ad espandersi verso il confine cinese e Kunming. L’opposizione delle ONG locali finanziate con denaro contante degli Stati Uniti, o della violenze sostenute con riserva da Stati Uniti e loro agenti, tentano di distruggere sistematicamente i progetti infrastrutturali cinesi nel mondo, anche in Myanmar. Le dighe costruite dai cinesi in Myanmar sono contrastate dalle ONG finanziate dagli Stati Uniti, da gruppi terroristici che ricevono sostegno statunitense e che hanno attaccato i cantieri cinesi in tutta la nazione, e l’attuale conflitto nel Rakhine alimentato da entrambe le parti dagli Stati Uniti minaccia non solo di sabotare i progetti cinesi, ma anche di essere il pretesto per posizionare forze occidentali in Myanmar, nazione che confina direttamente con la Cina. Piazzare forze statunitensi, e di qualsiasi potenza, ai confini della Cina era un vecchio obiettivo dichiarato dai politici statunitensi. Dalla guerra del Vietnam, dai Pentagon Papers al progetto per un nuovo secolo americano del 2000, “Ricostruire le difese americane”, all’ex-politica del “Pivot to Asia” della segretaria di Stato Hillary Clinton, prevaleva il tema unico era circondare e contenere la Cina con Stati clienti obbedienti a Washington, o creare caos alla periferia della Cina. È evidente che i piani statunitensi in Siria e in Myanmar utilizzano reti e tattiche simili e che entrambi i conflitti s’inseriscano in una grande strategia globale. Ci sono senza dubbio temi familiari in entrambi i conflitti. Tuttavia, ciò che è diverso nei conflitti di Siria e Myanmar è altrettanto importante. Gli analisti e i commentatori devono tenere conto dei decenni di fondi statunitensi ed europei destinati all’attuale governo di Myanmar. Devono considerare la natura chirurgica della destabilizzazione confinata allo Stato di Rakhine del Myanmar, contro la destabilizzazione totale alimentata in Siria. Devono inoltre identificare i motivi alla base dei piani degli Stati Uniti in Myanmar. Evitare semplicemente di supporre che il terrorismo filo-statunitense-saudita sia volto a rovesciare un governo piuttosto che favorire un altro obiettivo più indiretto, che forse persino mira a preservare il governo attuale del Myanmar, piuttosto che a rovesciarlo, accusandone i potenti ed indipendenti militari, aiuterebbe piuttosto che ostacolare l’ingiustizia. Analogie tratte da due conflitti diversi sono utili a semplificare spiegazioni ed analisi tratte dalle conclusioni di una ricerca approfondita.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Iran blocca USA ed Israele

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 24 settembre 2017

L’annuncio di Teheran sulla riuscita prova di un missile balistico con gittata di 2000 chilometri e capace di trasportare più testate belliche per colpire diversi obiettivi, muta notevolmente l’equilibrio militare in Medio Oriente. Israele e le circa 45000 truppe statunitensi dispiegate in Medio Oriente, Giordania (1500 truppe), Iraq (5200), Quwayt (15000), Bahrayn (7000), Qatar (10000), EAU (5000) e Oman (200), rientrano nella gittata del missile iraniano. L’Iran ha dimostrato una deterrenza che priverà Stati Uniti e Israele dell’opzione militare. Il test del missile è una sfida strategica di Teheran agli Stati Uniti, dopo le scandalose osservazioni del presidente Donald Trump contro l’Iran nel discorso all’ONU. Da questo punto, Trump deve prestare molta attenzione nel strappare l’accordo nucleare con l’Iran. Tale atto da Trump o dal Congresso (imponendo nuove sanzioni) può essere usato da Teheran per riprendere il programma nucleare, con implicazioni di vasta portata, date le sue capacità missilistiche. Il Presidente Hasan Ruhani ha adottato la linea dura dopo essere tornato da New York, avvertendo che se Trump viola l’accordo nucleare, “ci opporremo e tutte le opzioni saranno riconsiderate“. Il Ministro degli Esteri Mohammed Javad Zarif ha detto al New York Times che se gli Stati Uniti vorranno rinegoziare l’accordo nucleare, Teheran insisterà sulla rinegoziazione di ogni singola concessione fatta, “Siete disposti a restituirci 10 tonnellate di uranio arricchito?” Ruhani espose un discorso rigoroso alla sfilata militare a Tehran del 22 settembre, osservando che l’Iran non ha bisogno di alcun permesso per rafforzare la sua capacità missilistica, aggiungendo: “La nazione iraniana è sempre stata per la pace e la sicurezza nella regione e nel mondo e difenderà i popoli oppressi yemenita, siriano e palestinese, che piaccia o meno“. “Finché alcuni parlano minacciando, il rafforzamento della difesa del Paese continuerà e l’Iran non cercherà l’autorizzazione da alcun Paese per produrre vari tipi di missili“, dichiarava il Ministro della Difesa Amir Hatami.
Ciò che emerge è la determinazione dell’Iran a consolidare l’influenza in Siria. Gli Stati Uniti dovranno valutare attentamente le ripercussioni prima di qualsiasi intervento (cui Israele preme). Ancora una volta, l’Iran può stabilire una presenza a lungo termine in Siria. La milizia sciita sostenuta dall’Iran in Iraq e in Siria è un esercito di 100000 unità e l’Iran può scacciare le forze statunitensi da Iraq e Siria. L’amministrazione Trump deve considerare con la massima serietà le minacce velate del comandante del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica Mohammad Ali Jafari (in risposta al discorso di Trump all’ONU), “È giunto il momento di correggere gli errori statunitensi. Ora che gli Stati Uniti mostrano pienamente la propria natura, il governo deve utilizzare tutte i mezzi per difendere gli interessi della nazione iraniana. Adottare una posizione decisa contro Trump è solo l’inizio e ciò che è strategicamente importante è che gli Stati Uniti ricevano risposte dannose con azioni, comportamento e decisioni che l’Iran adotterà nei prossimi mesi“. Il test del missile balistico veniva eseguito 3 giorni dopo la minaccia del Gen. Jafari. Allo stesso modo, la tempistica del test si staglia sullo sfondo del referendum previsto per il 25 settembre dei curdi dell’Iraq settentrionale, che vogliono un Kurdistan indipendente. Teheran non ha dubbi che il piano curdo sia un’iniziativa statunitense e israeliana per creare una base permanente nella regione per destabilizzare l’Iran e minarne l’avanzata regionale in Siria e Iraq. Non sorprende che Israele sia furioso per il test missilistico iraniano. Il ministro della Difesa Avigdor Liberman l’ha definito “provocazione e schiaffo a Stati Uniti ed alleati” e tentativo di sondarli. “Chiaramente, Israele è spaventato dall’Iran che costantemente, ma inesorabilmente, lo sovrasta come prima potenza regionale del Medio Oriente. Tuttavia, al di là della retorica, Israele non può fare molto verso il ruolo iraniano. Israele ha ingannato scioccamente Trump provocando Teheran proprio in questa fase, quando a malapena può affrontare la crisi nell’Asia nordorientale. La strategia del contenimento dell’Iran non è più fattibile. La saggezza va a un’amministrazione Trump che impegni l’Iran con spirito costruttivo nell’influenzare la politica regionale. Le minacce non hanno mai funzionato con l’Iran, e spesso si sono dimostrate controproducenti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA si vendicano della sconfitta in Siria

Alessandro Lattanzio, 25/9/2017Il Tenente-Generale Valerij Asapov, delle Forze Armate russe, cadeva per mano dei terroristi dello SIIL presso Dayr al-Zur, in un avamposto delle forze siriane, colpito dai frammenti di un proiettile di mortaio. 37 militari russi sono caduti in Siria dall’inizio delle operazioni nel settembre 2015. Il Tenente-Generale Valerij Asapov era un ufficiale della 5.ta Armata del Distretto Militare Orientale della Federazione Russa. Era nel posto di comando avanzato dell’Esercito arabo siriano per le operazioni di liberazione di Dayr al-Zur, contro i terroristi dello SIIL. Valerij Asapov da diversi mesi coordinava le operazioni russe e siriane dai posti di comando avanzati dell’Esercito arabo siriano, perciò non è improbabile sia diventato bersaglio della CIA e del Pentagono, che Mosca ha esplicitamente indicato quali mandanti di al-Qaida e complici dello Stato islamico (SIIL). “Il Generale è sempre stato in prima linea, mostrando col proprio esempio il compito di un vero comandante“, dichiarava il parlamento regionale di Ussurijsk, città di origine di Asapov. “I compagni d’arme ricordano Valerij Asapov come uomo affidabile, coraggioso, risoluto e di principio… La sua morte è una perdita enorme per le Forze Armate della Federazione Russa. La memoria del Generale Asapov vivrà per sempre“. La morte del Generale Asapov avviene all’indomani delle prove esibite dal Ministero della Difesa russo sulla presenza di forze speciali statunitensi nei territori presso Dayr al-Zur occupati dallo SIIL, nonché sull’offensiva di Jabhat al-Nusra orchestrata dai servizi segreti statunitensi, il 19 settembre a nord di Hama, conclusasi con la controffensiva siriano-russa che eliminava 850 terroristi. Senza dimenticare che qualche giorno prima, un velivolo russo aveva annientato il comando dello SIIL presso Dayr al-Zur, appena ricostituito coi capi islamisti evacuati e recuperati dalle forze speciali statunitensi nel deserto orientale della Siria e nella provincia di Mosul, in Iraq. Difatti, il Ministro degli Esteri siriano Walid Mualam accusava gli Stati Uniti di utilizzare i terroristi per sabotare il processo di pace di Astana.A Dayr al-Zur, il 25 settembre, le forze siriane liquidavano la sacca di Madan, sulla riva dell’Eufrate, a nord-ovest della città, mentre gli ultimi terroristi fuggivano nel deserto a sud di Madan. Nel corso dell’operazione, l’emiro di Madan e numerosi capi dello SIIL erano stati eliminati.
I combattimenti sull’isola Saqar continuavano, con l’EAS che vi schierava una nuova batteria di lanciarazzi multipli pesanti BM-27, arrivati assieme al continuo flusso di rinforzi e rifornimenti per Dayr al-Zur, che diventa il centro logistico per le operazioni nella Siria orientale. Ad oriente della città, verso Mayadin, il fronte veniva stabilizzato, mentre l’EAS si dedicava a liquidare la sacca di Madan. Nel frattempo lo SIIL puntava sul sostegno, diretto o indiretto, delle forze speciali statunitensi e della loro proiezione locale, l’alleanza curdo-islamista delle SDF che riusciva ad occupare il campo petrolifero di Tabia, a nord della testa di ponte siriana sull’Eufrate. Qui le forze siriane ricevono da Humaymin gli elementi per costruire i ponti adatti al trasferimento di mezzi pesanti e dell’artiglieria. Lo stesso giorno, i velivoli da combattimento russi effettuavano molteplici sortite su diverse basi dei terroristi nella provincia di Idlib, a Saraqib, Sarmin, Qan Shayqun, Marat al-Numan e Qafr Nabudah. Infine, dei droni armati del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniano effettuavano diversi attacchi sulle posizioni dello Stato islamico nei pressi della frontiera con l’Iraq, distruggendo 2 centri di comando, 1 carro armato e 1 deposito del gruppo terroristico, nell’ambito dell’operazione Wal-Fajr 3 dell’Esercito arabo siriano per liberare al-Buqamal.

Fonti:
Cassad
Muraselon
Muraselon
RussiaToday