Sono dei pazzi questi curdi?

Ziad Fadil, Syrian Perspective 19/7/2017

I media fanno rumore sulla notizia che il calippo non sia morto, ma vivo da qualche parte in Siria. Non ci vuole un genio per capire che quella zona della Siria sarebbe laddove le forze statunitensi ed alleate operano. Dopotutto, cosa potrebbe esserci di più drammatico della vittoria di Donald Trump sull’idolo del male assoluto Abu Baqr al-Baghdadi. Il suo trionfo sarebbe più grande di Obama, quando l’ex-presidente si profuse onanisticamente sulla propria autogloria dopo aver assassinato il malvagio Usama bin Ladin. Avevo detto che al-Baghdadi fu eliminato un anno fa dall’Aeronautica Siriana ad al-Mayadin. Resto della mia opinione e considero chiusa la questione. È mia tesi che ufficiali di Sadam, che controllano lo SIIL, ne nascondano deliberatamente la morte come i taliban nascosero la morte del loro capo Mullah Umar. Se sbaglio, allora, lo riconoscerò. Tuttavia, posso sentire falsità e inganno qui intorno. È possibile che il califfo sia l’ultima “meteora”? Fu visto solo una volta dal discorso soporifero nella Moschea al-Nuri di Mosul. Non è interessante come le “fonti” curde in Iraq trionfino sulla sua rinascita. Perché sembra che gli statunitensi vogliano bombardare al-Raqqa e trovano conveniente che una delle loro bombe cada proprio sul califfo trasformandolo in migliaia di particelle non identificabili. Pezzi del suo corpo verrebbero spediti in Regno Unito o Germania, dove specialisti anonimi potranno “confermare” l’identità di questo furfante, la cui ascesa agli onori fu ideata dagli Stati Uniti e la cui morte verrebbe concepita dagli stessi ideatori. Non so voi, gente, ma penso che gli scrittori di fiction di Langley lavorino sodo su questo. Come la mummia interpretata da Boris Karloff nell’originale classico o quella della Hammer Films interpretata da Christopher Lee, questo califfo sarà sottoposto a un rara cura: la risurrezione! Hollywood può fare tutto, anche gli studi Shepperton vicino Londra. Come Lazzaro o una miriade di psicopatici nei film, morirà e rinascerà. Non posso aspettare che arrivi nel cinema vicino casa mia.
Non c’è più alcun dubbio sull’impazienza curda. Stavano dichiarando un referendum che gli iraniani definivano un “malinteso” e i turchi “casus belli”. Inutile dire che gli Stati Uniti, ansiosi d’incidere in Siria secondo i piani tracciatigli dai coloni europei dell’oscenità sionista, siano dietro tale stupidità. E i curdi, evidentemente, hanno abboccato storia, amo, lenza e galleggiante. Masud Barzani, settantenne capo iraniano dei curdi iracheni, pensa di aver trovato il vaso irlandese alla fine dell’arcobaleno. Potrebbe sorprendersi sapendo che la pentola fu usata nelle camere da letto inglesi e regolarmente svuotata da camerieri curdi. A molti di noi sembra che i curdi siano animati dalle promesse di Donald Trump. Non sapendo che furono ingannati dal Trattato di Losanna (perché il signor Trump semplicemente non legge niente) e furono vittime di una concatenazione infinita di promesse, trattati e alleanze; e lui pensa che i curdi siano stupidi abbastanza da farsi infinocchiare dal suo gesticolio di New Yor City. Beh, affari loro! Le battute sull’ignoranza curda sono comuni quanto quelle sui polacchi negli Stati Uniti, e questo perché i curdi continuano a fare cose stupide come credere alle bugie statunitensi e inglesi. Se la verità va raccontata, l’unico che ha mantenuto la promessa fatta ai curdi fu Sadam Husayn che promise, in privato, di ucciderli tutti e di scatenare suo cugino Ali il chimico per adempiere alla promessa. Sempre apolidi, piatinano per un loro Stato da tempi immemorabili. Ma il Buon Dio lavora in modi strani. Vedete, in tutta la sua magnificenza, Dio, con tutte le sue preoccupazioni, gli ha piazzati in una zona non solo priva di ogni accesso al mare, ma anche popolata da altri, come arabi, iraniani, aizidi, caldei, siriaci, armeni, assiri, azeri, greci e persino, probabilmente, guerrieri delle Trobriand, inuit e amazzoni, per citarne solo alcuni. Ebbero importanti ruoli nella storia del Medio Oriente, generando alcuni dei più grandi leader dell’Islam politico aggressivo, e il non meno importante fu il leggendario generale e re Salahudin al-Ayubi, in realtà più popolare in Europa che nella Fertile Mezzaluna. Saladino, come è noto in occidente, fu leonizzato nel film “Le Crociate” di Ridley Scott. Il film fa sognare Kobane, ma incasina gli evangelisti e pentecostali statunitensi che lo vedono come propaganda per il Corano. Non dovrebbe sorprendere sapere che l’attore che ebbe il ruolo di Saladino era il siriano Ghasan Masud. Gli arabi credono ancora oggi che Saladino fosse un arabo, anche se pensando al nome del nonno, Shirquayh, si dimostrerebbe null’altro che il re Ayubide era tutto fuorché arabo.
Il piano è chiaro. Ne ho scritto. L’esercito addestrato dagli yankee ad al-Tanaf, sul confine giordaniano, incontrerà gli eroi curdi dopo che questi ultimi avranno gloriosamente liberato al-Raqqa. Insieme, questi Signori dell’Universo bloccheranno l’autostrada Damasco-Baghdad e distruggeranno le speranze iraniane di raggiungere il litorale siriano e/o i confini della Palestina storica. Come gli iraniani non riescono a capirlo. Beh, gente, il grande brutto esercito di al-Tanaf è ora incastrato tra rocce e deserti. I combattenti iracheni e afghani addestrati dall’Iran, gli ufficiali di Hizbollah, le truppe dell’Esercito arabo siriano e i combattenti dei Comitati di difesa popolare, armati fino ai denti, hanno avvelenato il pozzo e sembrano aver rovinato il piano. Con Jaysh al-Islam che ora scompare grazie a connivenza saudita e rimbambimento sfrenato, sembra che il sogno di un Fronte del Sud sia abbandonato dando la tanto necessaria tregua alle popolazioni locali; è tutto così spaventoso per i pianificatori statunitensi, sionisti e inglesi. Così terribile che fanno le valige caricando rosari e scatole di baqlawa siriani. Ma che succede ai turchi? Supponiamo che il clown della Casa Bianca abbia promesso ai curdi il Mondo. Cosa potrebbero implicare tali promesse? Gli USA contesteranno il revanscismo turco sulla Siria settentrionale? Se lo fanno, la NATO andrà in fumo. È un desiderio. Trump ha spillato il suo messaggio anti-NATO per tutta la campagna elettorale, e ciò potrebbe essere la possibilità di mettere davvero sulla graticola l’alleanza. I turchi si tireranno indietro se gli Stati Uniti continuano a parlare ai curdi? Non lo so. Un simile scenario sembra essere che causerebbe una frattura nel partito governato dal sultano Erdoghan o, almeno, enormi dimostrazioni con turchi e curdi invocare la cacciata del gran capo da Ankara. Se i curdi potranno annunciare la creazione del loro Stato, cosa faranno Siria e Iran? Eviteranno di affrontare gli USA? Si vedrà una nuova insurrezione volta a rovesciare PKK e PYG, o le forze irachene puntare su Barzani? Ad essere brutalmente franchi, non credo che gli Stati Uniti ci abbiano pensato. Sembra che la CIA sia guidata da Tel Aviv mentre tutti gli altri si rivolgono al tavolo Ouija. Poiché i piani siriano-iraniano-russi sembrano essere 10 miglia avanti, mentre gli statunitensi al meglio vanno indietro, un passo avanti per 10 passi indietro, non c’è fine all’anarchia nella politica estera statunitense. Spero solo che i curdi si sveglino prima che sia troppo tardi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’intelligence USA sabota il blocco saudita per risolvere la crisi del Golfo

Finian Cunnignham SCF 20.07.2017Una fuga tempestiva dell’intelligence degli Stati Uniti sembra aver minato l’asse saudita nel dannoso scontro con il Qatar. Quindi, l’intelligence statunitense è stata costretta a pesare e sbrogliare la grave crisi del Golfo, dati gli interessi strategici statunitensi nella regione. L’intervento statunitense sembra per ora aver funzionato. Questa settimana il blocco Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Egitto compiva una drastica ritirata riguardo le precedenti richieste draconiane al piccolo Stato gasifero del Golfo Persico del Qatar, secondo Associated Press e New York Times. La ritirata avveniva pochi giorni dopo i rapporti sui media degli Stati Uniti che sostenevano il Qatar nella disputa. Il notiziario NBC citava fonti d’intelligence statunitensi per corroborare un articolo del Washington Post secondo cui il Qatar era vittima della propaganda degli Emirati Arabi Uniti. In altre parole, i media statunitensi amplificavano le agenzie d’intelligence statunitensi nelle manovre sulla crisi del Golfo. “Le false notizie volte a pregiudicare le relazioni del Qatar con gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante nella divisione diplomatica tra la piccola nazione del Golfo e i suoi vicini, affermano i funzionari statunitensi e del governo del Qatar”, riferiva NBC. Notevole, come notato in una precedenza qui, come l’attribuzione di hackeraggio e disinformazione sul Golfo da parte di intelligence e media degli USA contraddicesse le precedenti notizie pubblicate dalla CNN. Il mese scorso, CNN esaltò una relazione “esclusiva”, citando fonti d’intelligence statunitensi che accusavano la Russia per la crisi del Golfo. Evidentemente, tali rivendicazioni statunitensi contro la Russia sono false. C’è la buona ragione di credere che la nuova versione dell’hackeraggio nel Golfo incentrata sugli EAU sia credibile. Questo lo dicono i qatarioti da sempre. Cioè, che la loro agenzia stampa ufficiale fu vittima del discredito di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, con l’obiettivo d’invocare il blocco sul Paese, incentrato sulle misere rivalità tra gli Stati arabi del Golfo, principalmente tra il regno saudita ricco di petrolio e lo Stato qatariota ricco di gas. L’hackeraggio dell’agenzia di stampa del Qatar ha riguardato false affermazioni apparentemente fatte dal governante del Qatar, Shayq Tamim bin Hamad al-Thani, in cui lodava l’Iran come “potenza islamica”; dichiarazione insignificante nei regni arabi dominati da sunniti. Questo il 24 maggio. In pochi giorni, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrayn ed Egitto ruppero i rapporti diplomatici e commerciali con il Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump svolse un ruolo inusuale nel provocare la crisi del Golfo. Il suo primo sostegno all’Arabia Saudita e la sua censura unilaterale del Qatar indubbiamente incoraggiarono Riyadh e partner ad inasprire il blocco. Tali richieste al Qatar includevano il versamento di compensi ai vicini del Golfo per danni presumibilmente causati dal terrorismo e la chiusura del notiziario al-Jazeera di Doha. Il Qatar ignorò la scadenza e affermò che non avrebbe fatto concessioni. A quel punto, le teste più fredde di Washington si resero conto che Trump si era infilato nel Golfo come un toro in un negozio di porcellane e il suo intervento sconsiderato sconvolgeva l’equilibrio strategico statunitense nella regione petrolifera. I qatarioti scoprirono che, a causa dell’impulsività di Trump, il blocco dell’Arabia Saudita si era sovraesposto nell’ambizione di colpirli. Sapevano che gli Stati Uniti non potevano permettersi una divisione tra gli alleati arabi, con l’implicazione che tale scisma possa rafforzare l’Iran e minare il sistema globale del petrodollaro. Il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson cercò di rimediare al sostegno sconsiderato di Trump ai sauditi, arrivando a definire le richieste saudite al Qatar “irrealistiche”. Le fughe dell’intelligence sui maggiori media statunitensi di questa settimana, sostengono le affermazioni del Qatar di essere vittima del discredito del campo saudita (EAU), avendo l’effetto di ammorbidire l’imperiosa posizione di quest’ultimo. L’Arabia Saudita e gli altri indicavano di aver ritirato le 13 richieste draconiane. Ora vi sono solo sei richieste, vaghe al punto che si potrebbero firmare. Questa è una spettacolare ritirata. Soprattutto, le precedenti richieste di riparazioni finanziarie al Qatar e della chiusura di al-Jazeera sono state abbandonate. Il New York Times ha descritto gli sviluppi con termini anodici come “passo che potrebbe aprire la strada a una prima risoluzione della crisi”. Un resoconto più accurato affermerebbe che il campo saudita ha capitolato sull’intransigenza verso il Qatar. E le fughe dell’intelligence statunitense presso gli obbedienti media statunitensi hanno accelerato tale capitolazione.
Gli interessi strategici statunitensi erano semplicemente troppo alti perché Washington rischiasse il prolungamento della crisi del Golfo. L’intervento spiacevole di Trump, inizialmente a sostegno dei sauditi, minacciò di stravolgere il Golfo. Sottomettere Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, svelando chi aveva diffuso disinformazione sull’hackeraggio sul Qatar, è stato il modo migliore per gli Stati Uniti di stringere i ranghi. La drammatica ritirata dell’asse saudita di questa settimana, dopo le fughe dell’intelligence statunitense sui media, è la prova che Washington ha richiamato i clienti arabi. E altrettanto importante è il modo con cui intelligence e media degli Stati Uniti hanno ritenuto opportuno smantellare i precedenti tentativi d’infangare la Russia con false notizie sul Golfo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita verso la guerra civile

William Craddick, Disobedient Media 29 giugno 2017Dopo decenni durante i quali ha svolto il ruolo di intermediario tra Stati, affermandosi come potenza regionale, la politica dell’Arabia Saudita d’ingerenza nei Paesi vicini e di supporto al terrorismo sembrano aver esacerbato i problemi del Paese che potrebbero minacciare di precipitare nel caos. La crescente insoddisfazione con l’introduzione dell’austerità, i problemi economici legati alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e i segni di disaccordi nella casa reale sul successore di re Salman bin Abdulaziz al-Saud, indicano che le avventure all’estero dei sauditi prepararono la tempesta perfetta per un conflitto civile che porterebbe ad ulteriore instabilità in Medio Oriente. La perturbazione appare mentre Stati come Iran e Turchia si pongono a potenziali concorrenti per la leadership del mondo arabo.

I. L’Arabia Saudita vive crescenti segnali d’instabilità
L’Arabia Saudita subisce vari problemi che contribuiscono alla destabilizzazione interna. Ad aprile, Bloomberg riferiva che re Salman fu costretto a ripristinare bonus e indennità per i dipendenti statali, respingendo l’ampia riforma dei programmi di austerità in Arabia Saudita. Il governo saudita insisteva che la decisione era dovuta a “maggiori ricavi attesi”, nonostante gli osservatori notassero a marzo che le riserve di valuta estera dell’Arabia Saudita si erano ridotte di un terzo mentre i membri del Consiglio cooperazione del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Quwayt, videro il loro rating ridursi mentre erano sempre più in disaccordo su una politica estera comune verso l’Iran. I crescenti problemi finanziari del regno sono spiegati in parte dai prezzi del petrolio bassi. Nel gennaio 2016, The Independent osservò che il calo dei prezzi del petrolio minava i programmi di spesa dell’Arabia Saudita, con un terzo dei giovani di 15-24 anni del Paese non lavora. The Journal of Science and Engineering Petroleum ritiene che l’Arabia Saudita raggiungerà il picco nella produzione di petrolio entro il 2028, ma questo sarebbe un eufemismo incredibile. The Middle East Eye citava esperti statunitensi precisare che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita iniziarono a diminuire nel 2006, diminuendo annualmente dell’1,4% l’anno dal 2005 al 2015. Citigroup riteneva che il regno potrebbe esaurire il petrolio per l’esportazione entro il 2030. La fine della vacca da mungere del regno probabilmente causerà problemi nella nazione che The Atlantic definiva gestita come una “sofisticata organizzazione criminale“.

II. L’aumento dei segnali di conflitti interni in Arabia Saudita
Vi sono varie indicazioni che la famiglia reale dell’Arabia Saudita sappia molto anche sui conflitti interni. Re Salman ha causato un grave sconvolgimento adottando il passo controverso di revisionare completamente le regole della successione nominando il figlio Muhamad bin Salman principe ereditario. Tale passo è pericoloso perché ha causato una divisione nella famiglia reale. La rivista Foreign Policy osservava che le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita non sono sotto il controllo di un unico comandante, il che significa che l’esercito corre il rischio di fratturarsi nel conflitto interno. Nel 2015, The Independent parlò con un principe saudita che rivelò che otto degli undici fratelli di Salman erano scontenti della sua leadership e che intendevano dimetterlo per sostituirlo con l’ex-ministro dell’Interno principe Ahmad bin Abdulaziz. NBC News rivelò che la promozione del figlio di Salman a principe ereditario ha anche fatto arrabbiare il principe Muhammad bin Nayaf, che lo precedeva nella linea di successione ed è noto per la posizione dura nei confronti dell’Iran. Il 28 giugno 2017, il New York Times riferì che a Nayaf fu impedito di lasciare l’Arabia Saudita, venendo confinato nel suo palazzo di Gedda, dove le sue guardie venivano sostituite da quelle fedeli a Muhamad bin Salman. Nayaf governa la regione orientale dell’Arabia Saudita, descritta come provincia pronta a ribellarsi in caso di conflitto civile, per via della grande popolazione sciita. È generalmente considerato uno dei principali sostenitori dell’esecuzione, nel 2016, dello sciita Nimr al-Nimr, passo che suscitò grande rabbia presso gli iraniani. La famiglia di Nayaf ha anche legami storici con gruppi di insorti utilizzati dall’Arabia Saudita come strumento di politica estera. Suo padre, Nayaf bin Abdulaziz al-Saud, fu ministro degli Interni e monitorava i servizi segreti, la polizia, le forze speciali, l’agenzia d’interdizione della droga dell’Arabia Saudita e le forze dei mujahidin. Re Salman utilizza la guerra nello Yemen per contrastare le élite insoddisfatte per via di ciò che The Washington Post descrisse come un’ondata di sentimenti nazionalisti tra i cittadini. La decisione fu anche un tentativo di adottare misure attive contro il sostegno iraniano ai ribelli huthi nello Yemen e impedire la destabilizzazione della primavera araba. Ma se l’intervento può aver dato all’Arabia Saudita vantaggi a breve termine, ha anche contribuito ad inasprire le fratture in Medio Oriente permettendo agli Stati vicini di adottare misure per sostituire l’Arabia Saudita a potenza dominante nella regione.

III. I cambiamenti geopolitici aumentano la probabilità di conflitto
Non solo lo Yemen preoccupa i sauditi. Anni di interferenze ora spingono il Regno a condurre sempre più gli affari esteri col fine di evitare la destabilizzazione interna ed equilibrare la situazione regionale. Il rilascio da WikiLeaks di dispacci diplomatici e del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita dimostrano che i funzionari s’impegnano a voler distruggere il regime siriano per il timore che il governo di Assad attui una rappresaglia distruttiva per la guerra civile. L’Arabia Saudita ha contribuito ad alimentare la guerra sostenendo gruppi terroristici. I cablo del dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks mostrano che l’Arabia Saudita è considerata il maggiore finanziatore dei gruppi terroristici sunniti nel mondo. Ma sugli interventi all’estero, il terrorismo è uno strumento di politica estera utilizzato per indirizzare al meglio l’energia distruttiva. Ci sono da tempo timori che il metodo non funzioni e creino problemi ai finanziatori del terrorismo. Le forze di sicurezza saudite hanno regolarmente avuto problemi d’infiltrazione dai gruppi terroristici. Nel 2001, Stratfor osservò la crescente preoccupazione della famiglia reale sull’aumento di simpatizzanti del terrorismo tra i militari, per via del timore che alcuni gruppi di insorti non fossero amichevoli verso il regno. Gruppi terroristici come lo SIIL negli ultimi anni hanno effettuato vari attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui attentati suicidi contro la città santa islamica di Medina e la Grande Moschea della Mecca. Tradizionalmente, il potere in Medio Oriente fu diviso tra i governi israeliani e sauditi. Questo ordine regionale potrebbe comunque iniziare a cambiare, a causa della combinazione tra strategia fluttuante degli Stati Uniti e tentativi di altri Stati del Medio Oriente di divenire i principali attori della regione. Nel marzo 2016, Julian Assange osservò su New Internationalist che gli strateghi statunitensi come John Brennan vedevano sempre più il rapporto israelo-saudita come ostacolo agli interessi strategici degli USA, soprattutto verso l’Iran. Tale cambiamento politico attualmente si riproduce con la crisi in Qatar. Il Qatar storicamente si era posto da centro diplomatico in Medio Oriente, rimanendo vicino a Iran e diversi gruppi di insorti, come i taliban, che lo vedevano come luogo di negoziati. Le e-mail di John Podesta rivelano che il Qatar ha sostenuto gruppi terroristici come lo SIIL assieme all’Arabia Saudita, ma con l’intenzione di competere con altri gruppi terroristici. Fazioni supportate dal Qatar sono al-Qaida, al-Nusra, Hamas e taliban. Inoltre, al-Jazeera, media del Qatar, ha provocato l’Arabia Saudita fornendone una visione inquietante sui problemi in precedenza non riconosciuti in Medio Oriente (anche se una copertura critica della politica del Qatar fu risparmiata). NPR ha anche osservato che il Qatar era apertamente in competizione con l’Arabia Saudita durante la primavera araba, quando sostennero opposte fazioni in Paesi come l’Egitto. Il conflitto con il Qatar crea il rischio molto reale che le ostilità possano diffondersi in Arabia Saudita, dato il supporto di entrambi ai gruppi terroristici. Lo scontro recente ha rivelato anche la nascita di un nuovo ordine in Medio Oriente: tra Stati che difendono il vecchio rapporto israelo-saudita e chi vuole rimodellare i rapporti di forza. L’Arabia Saudita è sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Yemen e Maldive. Il Qatar è sostenuto dagli avversari regionali dell’Arabia Saudita, Iran e Turchia. La Turchia ha continuato ad accrescere il proprio ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni ed è visto dagli Stati Uniti come attore adatto a bilanciare l’influenza saudita in Paesi come il Pakistan. Turchia e Iran ora sfidano attivamente l’Arabia Saudita con la Turchia che schiera truppe in Qatar e l’Iran che sostiene il piccolo Stato del Golfo con aiuti alimentari. Se i due Stati sopravvivono a destabilizzanti colpi di Stato e terrorismo, possono trarre vantaggio da qualsiasi futura riduzione dell’influenza saudita.

IV. I pericoli di un conflitto civile saudita
Una guerra civile o conflitto interno in Arabia Saudita raggiungerebbe rapidamente una dimensione internazionale. Le aziende della difesa sono sempre più corteggiate dai fondi sauditi, nell’ambito dei piani per rivedere l’esercito, cui una parte comprende il recente accordo da 100 miliardi con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha utilizzato sempre più aziende militari private come la Blackwater, che attualmente forniscono personale alla coalizione saudita nello Yemen. Lo spettro della proliferazione nucleare nel Medio Oriente solleva anche il timore che le armi possano cadere nelle mani sbagliate o di un impiego indiscriminato. Le dichiarazioni del 2010 del direttore di al-Jazeera, ripetute da Julian Assange, secondo cui il Qatar ha un’arma nucleare. L’Arabia Saudita è anch’essa sospettata di avere armi nucleari. Nel 2013, BBC News riferì che l’Arabia Saudita aveva armi nucleari “ordinate” dal Pakistan, il cui programma nucleare fu finanziato dai sauditi. Nel 2012, i sauditi firmarono anche un accordo di cooperazione nucleare con la Cina secondo cui Riyadh avrà 16 reattori nucleari dal 2030. L’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dei Paesi arabi preoccupa i funzionari dei servizi segreti israeliani, che temono che i Paesi che acquistano tali sistemi d’arma non li useranno in modo efficace. Se il conflitto con il Qatar (o in una delle altre regioni in cui l’Arabia Saudita è intervenuta) va fuori controllo, la possibile proliferazione di sistemi d’arma nucleari pone un serio pericolo. Conflitti internazionali e regionali ed operazioni terroristiche creano il rischio che tali armi possano essere utilizzate intenzionalmente o inavvertitamente. Una guerra civile saudita crea anche pericoli per la comunità internazionale, in quanto ci sarebbero gravi problemi se le città sante di Mecca e Medina venissero danneggiate da un conflitto. Il calo delle riserve di valuta estera, per la diminuzione della fornitura di petrolio, conflitti nella famiglia reale e la minaccia sempre presente che le reti terroristiche danneggino i loro finanziatori, indicano che l’Arabia Saudita è in crisi. Il conflitto del Qatar continua ad aggravarsi e le vere domande non dovrebbero porsi sulla possibile fine del terrorismo o sull’etica di vendere nuove armi ai Paesi arabi, ma su ciò che il mondo spera sia il Medio Oriente una volta che la polvere si sia depositata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Kurdistan: cavallo di Troia di Washington in Medio Oriente

Elijah J. MagnierIl leader del Kurdistan iracheno, il presidente Masud Barzani, ha chiesto un (secondo) referendum generale sull’indipendenza, fissando la data il 25 settembre di quest’anno. È deciso a materializzare il sogno di uno Stato curdo in Medio Oriente. Ciò coincide con il sostegno dell’amministrazione statunitense ai curdi siriani nelle province di Hasaqa, Raqqah e Dayr al-Zur. L’obiettivo è un’altra federazione curda che segua o addirittura preceda i “fratelli” iracheni. I passi in Iraq e Siria relativi ai curdi sono collegati, indipendentemente dai confini. Tuttavia, i direttamente interessati, Ankara, Teheran, Baghdad e Damasco, ritengono che sia intenzione degli Stati Uniti rimodellare la regione e formare un “nuovo Medio Oriente”, promosso dal presidente George Bush e dalla sua ex-segretaria di Stato Condoleezza Rice. I Paesi vicini ai curdi permetteranno agli Stati Uniti di dividere il Medio Oriente approfittando di 22-25 milioni di curdi entusiasti che sognano un proprio Stato? I curdi in Medio Oriente rappresentano la maggiore etnia del mondo, finora, senza uno Stato. Sono presenti principalmente in Iraq, Iran, Turchia, Siria, Azerbaigian, Armenia e Libano, con una presenza minore nel resto del mondo. Non sarà certamente la benedizione degli Stati Uniti o la loro strategia a creare uno Stato curdo in Iraq e Siria, ma il consenso di Turchia, Iraq, Iran e Siria. Purtroppo per i curdi, questi Paesi supereranno differenze ed obiettivi nel conflitto in Siria unendosi per impedire la creazione di tale Stato. Infatti, appena dopo l’annuncio di Masud Barzani d’indire il referendum generale per l’indipendenza, fonti informate mi hanno detto che alti ufficiali d’intelligence e sicurezza iraniani, turchi e siriani s’incontravano per discutere le possibili “conseguenze devastanti” sui rispettivi Paesi e sull’effetto sul Medio Oriente di uno Stato curdo indipendente. Gli agenti della sicurezza ritengono che gli Stati Uniti usino il sogno curdo di uno Stato proprio, per dividere il Medio Oriente e testare la reazione degli altri Paesi. È un legittimo sogno per i curdi: hanno diritto al proprio Stato. Ma i Paesi della regione credono che sia un passo prematuro che aumenterà i problemi. Pertanto, è essenziale seppellire tale “piano statunitense” il più rapidamente possibile e posticiparlo: finché le guerre in Siria e Iraq non saranno finite. Paesi come Iran, Siria e Iraq credono che Stati Uniti e Israele siano dietro tale piano, approfittando dell’approccio emotivo dei curdi all’idea di uno Stato, per dividere il Medio Oriente. Ciò lascerebbe l'”Asse della Resistenza” dominare Stati deboli e divisi, soprattutto tenendo conto dei piani per rovesciare il Presidente siriano Bashar al-Assad (dopo oltre 6 anni di guerra), creando lo SIIL e permettendo alle conseguenze della guerra in Iraq di creare un sunnistan, finora sospeso. La Turchia ritiene inoltre che gli Stati Uniti non siano contrari all’indebolimento della posizione del presidente Erdogan, per punirlo per il suo ruolo in Medio Oriente, il diretto coinvolgimento in Siria, l’opposizione allo Stato curdo in Siria (dove gli USA cercano di costruire una base militare alternativa ad Incirlik), ed incoraggino uno Stato curdo al confine turco controllato dal PKK, principale nemico della Turchia. Non c’è dubbio che i curdi siriani probabilmente seguiranno lo stesso cammino del Kurdistan iracheno: già gli Stati Uniti costruiscono diverse basi militari e aeroporti nella Siria nordorientale, occupando parte del Paese e mantenendovi una presenza a lungo termine.
Funzionari di alto livello con cui ho parlato a Teheran, Baghdad e Damasco ritengono che gli USA non dispongano di una strategia chiara in Siria e in Iraq. Indipendentemente da questa valutazione imprecisa, e guardando lo svolgersi degli eventi, l’amministrazione statunitense sembra abbastanza fiduciosa sulla propria strategia in Iraq e Siria. Le forze di occupazione degli Stati Uniti hanno sostenuto un grande attacco nel Badiyah (la steppa siriana ricca di petrolio e gas) di gruppi “moderati” siriani, in modo da espandere il controllo sulle steppe siriane collegate all’Anbar sunnita iracheno e al deserto giordano-saudita. Hanno occupato al-Tanaf e cercato di fare tremenda pressione (invano) su Baghdad per impedire alle Unità di mobilitazione popolari di raggiungere il confine con la Siria. Hanno attaccato Raqqah con l’aiuto dei fantocci curdi, e stanno per liberarla dallo SIIL. E hanno accesso ai campi petroliferi e alle dighe presso Raqqah per assicurarsi che un futuro Stato o federazione curda possano sopravvivere indipendentemente da Damasco. E, come se non bastasse, riforniscono i fantocci curdi di nuove armi e artiglieria pesante. Tutte le indicazioni portano a concludere che gli Stati Uniti cercano, con i curdi in Siria e in Iraq contemporaneamente, di vedere chi per prima riesca a darsi uno Stato, imponendolo come dato di fatto ai governi centrali, sempre consci che tale politica incoraggerà i curdi in altre regioni (Iran e Turchia) a seguire la stessa via all’indipendenza. Gli Stati Uniti non sono preoccupati da Erdogan e dalla reazione del governo turco ai piani per favorire uno Stato curdo in Siria e Iraq, perché è nell’interesse degli Stati Uniti destabilizzare Ankara (per varie ragioni) anche se la Turchia è membro della NATO. Per gli statunitensi, Erdogan è “fuori controllo e dall’orbita degli Stati Uniti” fin dal fallito colpo di Stato: la promozione statunitense dei curdi siriani e il sostegno al loro possibile Stato indipendente al confine turco-siriano lo conferma. Infatti, il primo ministro e il ministro degli Esteri turchi descrivono la mossa come “errore irresponsabile e grave”. La Turchia non combatterà le YPG, per ora, perché queste sono protette dagli statunitensi, ma certamente combatterà i curdi di Ifrin, dall’altro capo del Rojava. Anche l’Iran, attraverso il leader supremo Sayed Ali Khamenei, ha dichiarato chiaramente che l’Iran non permetterà uno Stato curdo alle frontiere con l’Iraq. Questa posizione chiara, aperta e dura nei confronti dei curdi è meno animosa nei confronti del popolo curdo, tanto più che gli Stati Uniti sono dietro tempistica e strategia del “piano d’indipendenza”, soprattutto nel momento in cui la ripartizione del Medio Oriente è ancora una forte opzione dopo il fallimento dello SIIL nel dividere Levante e Mesopotamia. È proprio perciò che Erdogan avanza le proprie forze da Jarablus ad al-Bab, ignorando la presenza statunitense e dividendo il Rojava in due parti. Questo è anche il motivo per cui l’Iran ha avanzato le proprie forze su al-Tanaf per chiudere la strada agli Stati Uniti dal Badiya a nord-est e avanzando a sud-est del Badiyah liberando oltre 30000 kmq. Stati Uniti e forze ascare ampliano il controllo su quell’area. Il piano statunitense verso Teheran-Damasco-Ankara è istituire uno Stato curdo in Iraq e/o in Siria e aprire la via a uno Stato sunnita in Iraq, Paese considerato dagli Stati Uniti come governatorato iraniano. La “rivolta sunnita” in Siria è fallita perché il Paese è composto per oltre il 70% da sunniti che controllano l’economia mentre gli alawiti ne hanno il comando militare. Ora, secondo i responsabili della regione, i curdi commetterebbero un errore particolarmente grave, guadagnandosi l’animosità dei Paesi circostanti perché uno Stato che può essere attaccato o circondato da terra e dall’aria e che non ha accesso al mare, non sopravviverebbe senza la loro collaborazione. Masud Barzani, naturalmente, ritiene che il calendario sia perfetto per il referendum richiesto (quasi sicuramente avrà il 90% di voti favorevoli allo Stato indipendente) il 25 settembre e crede altresì che la popolazione curda accetti i rischi che proverranno da tale decisione. Masud esclude l’annuncio immediato dello Stato indipendente, ma considera l’inizio di un lungo dialogo pacifico e di negoziati con Baghdad per soddisfare i desideri della popolazione curda. Masud, secondo fonti di alto livello del Kurdistan, non vuole incoraggiare i curdi di altri Paesi a seguirlo perché i curdi in Iraq hanno diversi obiettivi ed ideologia dai curdi in Siria, Turchia e Iran. Ma nonostante ciò che il leader curdo crede e dice, non esistono garanzie o processi che diano l’indipendenza alla nazione curda in un Paese e l’escludano negli altri. Infatti, Barzani non può garantire la reazione degli stessi curdi iracheni, a lungo termine, anche se ora dichiarano apertamente d’appoggiare le sue decisioni. Dietro porte chiuse, molti curdi anti-Barzani esprimono disaccordo sul referendum in questo momento critico in Medio Oriente.
Ciò che molti ignorano è il fatto che i curdi in Iraq e Siria non furono neutrali nelle guerre in Siria e Iraq: Masud Barzani ha sostanzialmente sostenuto militarmente Bashar al-Assad per molti anni permettendo a uomini e armi di arrivare all’Esercito arabo siriano. Inoltre, i curdi siriani offrono lo stesso supporto alle città siriane assediate che confinano con Ifrin, circondate da al-Qaida e alleati. Damasco ritiene che la sicurezza e il benessere dei curdi sia dovuto all’ambito arabo e musulmano: certamente non ci saranno dividendo il Paese in cui vivono, né seguendo la politica statunitense. Infatti, i problemi tra Damasco e Hasaqa iniziarono quando gli statunitensi arrivarono nel nord-est della Siria, quando Salah Muslim, presidente del Partito dell’Unione Democratica Curda (PYD), attaccò l’Iran ed elogiò il ruolo dell’Arabia Saudita nella regione dopo l’intervento illegale degli Stati Uniti in Siria. Gli Stati Uniti affermano di combattere lo SIIL, ma attaccano anche l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati in molte circostanze. Ma la relazione tra curdi siriani e Damasco non è ancora in un vicolo cieco. L’intervento statunitense e l’atteggiamento ostile dei curdi verso gli alleati siriani hanno spinto Damasco, Mosca e Teheran a non proteggere i curdi. (Mosca e l’Esercito arabo siriano originariamente crearono una linea di demarcazione attorno a Manbij per proteggere i curdi e impedire alla Turchia di occupare la città che i curdi liberarono dallo SIIL). Questo atteggiamento ha quindi permesso alla Turchia di attaccare Ifrin e di togliere ai curdi la “protezione”, interrompendo il piano statunitense d’occupare parte della Siria dividendola.
Negli ultimi anni vi sono state gravi contraddizioni nella dinamica tra Turchia e curdi in Siria e Iraq: “La Turchia ha permesso ai peshmerga di combattere insieme ai loro nemici, i curdi siriani delle YPG, a Kobane (o ad Ayn al-Arab) quando lo SIIL stava per occupare la città. La stessa Turchia lavora duramente oggi per impedire al Kurdistan di dichiarare l’indipendenza in Iraq e farà tutto per impedire ai curdi in Siria di crearsi uno Stato, il Rojava, e certamente non esiterà a colpire le forze democratiche siriane divenute agenti degli statunitensi a Bilad al-Sham.
– Masud Barzani, nel 2014 lodò lo SIIL chiamandolo “rivoluzione delle tribù” perché credeva che il gruppo terroristico avrebbe istituito un Sunnistan e pertanto permettesse un Kurdistan indipendente, con l’Iraq diviso in tre Stati. Masud si rese conto subito dopo che il gruppo estremista voleva il petrolio di Qirquq ed attaccò Irbil per schiavizzare i curdi. Qui cambiò posizione verso lo SIIL ed affiancò Baghdad nella lotta al terrorismo combattendo assieme all’esercito iracheno per tre anni per proteggere l’unità dell’Iraq. Oggi il leader curdo vuole dichiarare l’indipendenza del Kurdistan dopo il referendum che ha convocato. Ma anche oggi, Masud non può semplicemente chiedere il sostegno di Turchia e Iran al suo piano, scatenando i problemi interni in questi Paesi, dove vi sono milioni di curdi non tutti con la pretesa all’indipendenza.
– L’Iran ha sostenuto i curdi fornendogli armi per proteggere la federazione autonoma nel 2014, quando i peshmerga avevano solo vecchi AK-47 e mortai per difendersi dallo SIIL, dopo la caduta di Mosul. Gli Stati Uniti ritardarono l’aiuto militare e la guerra al terrorismo in Iraq, consolidando i legami tra Masud Barzani e Teheran (principalmente con il comandante dell’IRGC-Quds Qasim Sulaymani) e i peshmerga ricambiarono la cortesia iraniana istituendo una linea di rifornimento tra Kurdistan ed Esercito arabo siriano, alleato di Teheran. Oggi, lo stesso Iran farà del suo meglio per impedire la nascita di uno Stato indipendente in Kurdistan e affiancherà la Turchia per impedire che tale divisione avvenga. I curdi iracheni non sono d’accordo con il PKK a Sinjar e persino li combatterono in alcune occasioni. Non si scontreranno con YPG e PKK per via delle differenze ideologiche e negli obiettivi. Quando c’è un pericolo da combattere, tutti i curdi si uniscono sotto un’identità e un’unione nazionali. Ecco perché i Paesi che ospitano i curdi in Medio Oriente sono certi che la dichiarazione d’indipendenza dei curdi in un Paese contagerà i curdi in tutti i Paesi. Questo soprattutto perché molti Paesi del Medio Oriente faranno tutto il possibile per impedirne l’indipendenza. Baghdad considera il Kurdistan una federazione autonoma protetta dalla costituzione. I funzionari di Baghdad riconoscono di non aver attuato la costituzione: non hanno risolto le controversie territoriali né rispettato l’impegno finanziario verso Irbil. I funzionari iracheni non hanno alcun vantaggio nel far attuare il referendum in Kurdistan per l’indipendenza, perché inviterà i sunniti a chiedere lo Stato indipendente e i radicali sciiti a rivendicare il proprio. Questo può anche dilagare nella Shia in altre regioni del Medio Oriente. A Baghdad si prevede inoltre d’interrompere ogni collaborazione con il Kurdistan se Masud chiedesse lo Stato indipendente. I curdi che vivono sotto il governo centrale affronterebbero un futuro oscuro, anche se la maggior parte dei capi politici al potere ha origini curde. Non sarà permesso alcun sostegno finanziario e il governo centrale di Baghdad può impedire a qualsiasi aeromobile di raggiungere il Kurdistan circondato via terra e senza accesso al mare. Ci sarebbe una guerra silenziosa contro il Kurdistan, mentre la vera guerra contro lo SIIL non sarebbe finita. Le PMU possono impedire ai peshmerga di recuperare aree controverse, lasciando Irbil in permanente stato d’insicurezza.
I Paesi del Golfo sosterranno definitivamente la divisione di Iraq e Siria, perché ciò gli darebbe ciò che persero nel Bilad al-Sham e in Mesopotamia dopo molti anni di guerra. L’Arabia Saudita non ha diviso l’Iraq creando uno Stato sunnita e non ha rovesciato Bashar al-Assad, consentendo agli estremisti sunniti di assumere il controllo del Paese. Se i curdi dichiarano l’indipendenza, il Kurdistan subirebbe una grave recessione, ma i Paesi della regione, soprattutto l’Arabia Saudita, saranno felici di aiutarli attirando i curdi nella propria orbita. In realtà, Salah Muslim ha già preso questa china: presto Barzani loderà l’Arabia Saudita. Masud Barzani deve preparare una solida base prima dell’avventura del Kurdistan indipendente. Invia messi a Baghdad, Teheran, Ankara e GCC per riceverne la risposta sul suo piano d’indipendenza. Dice anche che il referendum non significa indipendenza immediata: è solo questione di tempo. Ma tale annuncio pericolosamente prematuro impedirebbe alla futura generazione curda di adempiere al sogno di uno Stato proprio. Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti non bastano a proteggere uno Stato curdo prospero e pacifico perché la tempistica, sorprendentemente vista da Barzani quale migliore opportunità, non potrebbe essere peggiore. La situazione resta così volatile che ogni singola mossa potrebbe portare su una direzione drammatica e ridisegnare l’intero Medio Oriente. Ciò che accomuna il referendum del 25 settembre 2017 e quello del 2005 è che entrambi dovevano rimanere nei cassetti.Elijah J. Magnier è un Senior Political Risk Analyst con oltre 32 anni di esperienza su Europa e Medio Oriente, acquisendo esperienze approfondite, contatti robusti e conoscenze politiche in Iran, Iraq, Libano, Libia, Sudan e Siria. Specializzato in valutazioni politiche, pianificazione strategica e approfondimento delle reti politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese (2.da Parte)

Stephen Karganovic SCF 09.07.2017Nelle sue memorie “Guerra nei Balcani” (1), il generale portoghese Carlos Martins Branco, che durante il conflitto nella ex-Jugoslavia aveva l’incarico strategico di Vicecapo Missione degli Osservatori Militari dell’ONU in Croazia e Bosnia-Erzegovina (1994-1996), racconta la sua esperienza sugli eventi di Srebrenica nel luglio 1995. In contrasto con le fantasie di un gruppo di dubbi “esperti”, falsi testimoni e propagandisti dichiarati, il Generale Martins Branco riferisce fatti come osservati dall’intelligence e altre fonti sul campo. Queste informazioni attraversarono i canali ufficiali fino alla sua scrivania a Zagabria, dove si trovava la sede degli Osservatori delle Nazioni Unite. Fatti e conclusioni di Martins Branco sono difficilmente smentibili. Gli elementi citati di seguito sono riportati nelle pagine 201-206 delle memorie. Cominceremo con la conclusione del generale che sfida l’idea accettata che Srebrenica fu un genocidio e da lì proseguire: “Se avessero intrattenuto l’intento specifico di commettere un genocidio, i serbi avrebbero bloccato l’enclave da tutti i lati in modo che nessuno potesse scappare. Invece attaccarono da due direzioni, a sud-est e ad est, dove concentrarono le forze d’assalto, lasciando corridoi aperti verso nord e ovest (…) né avrebbero pianificato l’invio di diciassettemila donne, bambini e anziani il 12 e 13 luglio, permettendo a circa la metà degli sfollati di raggiungere il territorio della Federazione. Un gran numero di residenti di Srebrenica, che riuscì a fuggire, trovò rifugio in Serbia dove passò diversi anni senza essere disturbato da nessuno. Per occultare il genocidio, era necessario nascondere alcuni fatti scomodi che potevano comprometterli”.
Martins Branco non nega che “l’attacco a Srebrenica causò molti morti“. Tuttavia, osserva che “anche dopo venti anni nessuno è riuscito a determinarne il numero”. (In realtà il Tribunale dell’Aja ci tenta ma, a seguito di sforzi inadeguati, nei vari verdetti si hanno cinque cifre drasticamente diverse, con un divario di 4000, presumibilmente riflettendo il giudice che accertava il numero delle vittime giustiziate). Come “Progetto Storico Srebrenica” dice da anni, Martins Branco sottolinea anche un fatto molto importante, vale a dire l’eterogeneità delle cause di morte nei resti umani riesumati a Srebrenica. L’autore descrive la situazione legale nei seguenti termini: “Le cause delle morti verificatesi durante e dopo le operazioni militari furono diverse: combattimenti tra i due eserciti che si affrontavano; combattimenti tra forze serbe e miliziani che fuggivano, raggiunti da civili; guerra interna fra i combattenti dell’esercito bosniaco; e infine esecuzione dei prigionieri di guerra”. Quanto agli antecedenti della “cifra magica di 8000 dispersi (stima iniziale della Croce Rossa) che infine divenne verità inconfutabile”, l’autore afferma che ad un certo punto “era proibito farsi domande, anche prima che venisse presentata alcuna prova”, continuando: “Guai a chi osi sfidare tale verità incontrovertibile. Sarà immediatamente scomunicato ed etichettato come “negazionista”. Il fatto che 3000 persone dichiarate disperse comparissero sulle liste elettorali nel settembre 1996, non ebbe alcun impatto sulla ripetizione incessante della narrativa sugli 8000 morti. I media non ebbero mai la minima curiosità su questa ed altre evidenti incongruenze. Era più facile continuare a ripetere la storia del genocidio, che i mass media promossero con ansia. Ma a prescindere dalla ribellione ostinata a quella “verità”, va ricordato che tra rumore mediatico e fatto storico continua ad esserci un enorme divario”. “Quanti prigionieri furono uccisi e quanti morirono in battaglia?”, si chiede il Generale Martins Branco con una domanda fondamentale. “Siamo abbastanza lontani dalle risposte, e direi che avremo difficoltà a trovarle. È molto più facile, e semplice, parlare di genocidio”. L’ufficiale portoghese, tuttavia, s’impegna a stimare il numero possibile di vittime dei crimini di guerra a Srebrenica nel luglio del 1995: “L’esecuzione da parte delle forze serbe a Srebrenica e dintorni di un notevole numero di maschi musulmani, fonti ben informate citano la cifra di 2000, in maggioranza soldati, fu senza dubbio un crimine di guerra”. Il numero menzionato da Martins Branco è significativo per una serie di ragioni. Innanzitutto, poiché lo stesso numero di vittime dell’esecuzione, 2000, è citata da un’altra e non meno rispettabile fonte d’intelligence, John Schindler, alto ufficiale d’intelligence statunitense di stanza a Sarajevo contemporaneamente agli eventi di Srebrenica. La valutazione di Schindler, fatta da Sarajevo, è completamente congruente con Martins Branco da Zagabria. Fu articolata nel documentario di Ole Flyum “Srebrenica: città tradita“. (2) Entrambe le valutazioni corrispondono ai dati forensi disponibili e va ricordato che quando le cose sono piuttosto confuse, come a Srebrenica, una sintesi dei dati d’intelligence da varie fonti attendibili va sempre eseguita con attenzione, presentando spesso un quadro complessivo molto più affidabile delle segnalazioni di individui isolati, il cui campo di visibilità è spesso limitato e senza nemmeno obiettività. Infine, la cifra suggerita congiuntamente da Martins Branco e Schindler, che le prove materiali disponibili supportano pienamente, è d’interesse anche per un altro motivo. Nelle varie comunità d’intelligence, una voce continua a girare affermando l’esistenza di un documento, una misteriosa lettera inviata da Alija Izetbegovic a Naser Oric nella primavera del 1995, poco prima dell’inizio dell’operazione a Srebrenica, dove si ritiene che fosse riaffermata che l’offerta di interventi esteri rimaneva ancora in piedi, così come la condizione che la caduta di Srebrenica fosse accompagnata da un massacro. Il punto chiave della presunta lettera è che il numero di vittime richiesto dal criterio interventista delle forze estere interessate fosse la cifra familiare di 2000. “Tuttavia”, continua il nostro autore, “non fu un genocidio, come si afferma in molti ambiti, soprattutto al tribunale dell’Aia, sotto forma di argomento politico. Da persona civilizzata, naturalmente, sono del tutto d’accordo che “farsi giustizia da sé, caratteristica culturale non solo dei serbi, ma di altre comunità dell’ex-Jugoslavia, non giustifica o attenua la gravità dell’atto commesso. Fu senza dubbio una violazione della Convenzione di Ginevra”. Il punto principale, tuttavia, è che sembra che le cose vadano definitivamente chiamate con il loro nome: “I terribili crimini di guerra vanno puniti. Tuttavia, questi atti non possono e non devono essere confusi con un genocidio. Quando i crimini di guerra, come l’esecuzione di centinaia di maschi in età di leva, sono paragonati al genocidio, dove è necessario stabilire l’intento di eliminare sistematicamente i membri di una comunità etnica, s’invia un segnale molto frivolo. Ciò è particolarmente evidente se si tiene conto del fatto che la parte che commise il delitto mise a disposizione i mezzi per trasportare diciassettemila sfollati, circa il cinquanta per cento della popolazione sfollata”.
Martins Branco rivolge l’attenzione a un’altra notevole “incoerenza” nella vicenda di Srebrenica, che “il Tribunale ha finora condannato, ma contro un solo autore diretto” (in una nota a piè di pagina chiarisce che il riferimento è a Drazen Erdemovic, un imputato divenuto testimone del procuratore, inizialmente premiato con un’insignificante condanna di tre anni per aver firmato un accordo, seguiti da numerosi vantaggi in cambio di una testimonianza meccanica e assai controversa). (3) L’autore portoghese sottolinea che “nessun altro fu mai messo alla sbarra per l’esecuzione di prigionieri di guerra, ma piuttosto per “responsabilità comune di comando” nel partecipare a un’impresa criminale comune, dottrina preferita dal Tribunale, ma la cui applicazione in tale situazione di conflitto è altamente dubbia. Com’è possibile invocare il genocidio se, dopo venti anni, il Tribunale non sa determinare numero delle vittime, causa della morte e chi le uccise?”. Tutte domande eminentemente logiche. Anche Martins Branco dovrebbe aver credito per questa osservazione altrettanto acuta: “Il Tribunale ha dimenticato di preoccuparsi dei crimini commessi presso Srebrenica tra il 1992 e il 1995, dove le vittime erano serbe, con l’omicidio di quasi duemila persone (maschi, femmine, bambini e anziani), con alcuni casi di tortura e altre atrocità. La maggior parte di ciò fu accuratamente documentato e l’identità degli autori è nota (…) come Richard Holbrooke ammise nel suo libro, “il Tribunale era sempre stato uno strumento politico prezioso della politica statunitense“. (4) Proprio così. E quando si parla di genocidio, Martins Branco non teme di ritrarre il forte contrasto tra la situazione a Srebrenica nel luglio del 1995 e ciò che avvenne vicino appena un mese dopo, ad agosto, quando le forze armate croate passarono all’attacco: “Quello che accadde a Srebrenica non può e non va equiparato a ciò che accadde un mese dopo nelle Krajine, dove l’esercito croato attuò il massacro sistematico della popolazione serba che non poté trovare alcun rifugio, senza risparmiare nessuno. Uomini, donne, bambini, anziani, tutti senza distinzione furono sottoposti alle stesse atrocità e a cose peggiori. Quella operazione fu pianificata fino all’ultimo dettaglio ed ampiamente documentata. Gli ordini furono emessi da Tudjman ai suoi generali in una riunione a Brioni, il 31 luglio 1995, alla vigilia dell’Operazione Tempesta. Il Tribunale non ha mai considerato gli eventi della Krajina come possibile genocidio. I media occidentali si tennero ad un’attenta distanza da tali eventi. Il loro silenzio è complice ed assordante”.
Concludendo le memorie, Martins Branco sembra non avere dubbi sul fatto che Srebrenica fu il frutto perfido di una pianificazione a lungo termine e dell’attività parallela di varie parti interessate. A sostegno di ciò cita le prove dal libro di Ibran Mustafic sul “Caos pianificato”, dalle dichiarazioni del politico locale Zlatko Dukic e dalle rivelazioni del capo della polizia di Srebrenica durante il conflitto Hakija Meholjic. L’autore non esclude in particolare l’intrigante affermazione del Capo di Stato Maggiore dell’esercito bosniaco Sefer Halilovic, che difatti Izetbegovic avesse deciso di “scartare” Srebrenica all’inizio della partita, ma che fosse deciso “ad estrarne un profitto politico”. Per inciso, pur considerando ciò che Meholjic e Halilovic dissero sul tema e l’evidenza che l’evento possa essere stato concepito prima, va ricordata la famosa rivendicazione di Meholjic sull’offerta di Izetbegovic di consentire il massacro dei residenti di Srebrenica in cambio dell’intervento estero; in seguito negoziò con i serbi il sobborgo di Vogosca a Sarajevo. L’episodio, come si ricorda, sarebbe avvenuto nell’autunno 1993, quando il congresso nazionale bosniaco fu convocato a Sarajevo. Tuttavia, nel suo libro “La strategia astuta” (5) Sefer Halilovic presenta alcune informazioni ulteriori sul tema che possono avere un significato possibile; afferma che l’idea d’inscenare il massacro a Srebrenica, in cambio di dividendi politici, fu molto probabilmente pensata da Alija Izetbegovic e dalla leadership bosniaca anche prima del Congresso. Così accade che al momento della pubblicazione del libro, Halilovic fosse politicamente contrario ad Izetbegovic, e forse le sue affermazioni dovrebbero essere prese con un grano di sale. Il fatto, comunque, resta per quanto vale, e secondo Halilovic (che è vivo e può essere interrogato sulle sue affermazioni), Izetbegovic gli menzionò nella primavera del 1993 la presunta offerta che diversi mesi dopo, verso la fine dell’anno, sconvolse Meholjic e altri membri della delegazione di Srebrenica presenti alla riunione bosniaca.
Le riflessioni del Generale Carlos Martins Branco su Srebrenica sono una preziosa tessera del mosaico, completando e migliorando la nostra comprensione degli eventi. Il suo libro non è semplicemente la nota di un osservatore straniero strategicamente posizionato, ma molto di più. È, in un certo senso, l’adozione di una realtà politicamente oscurata dalle istituzioni che l’autore, volentieri e consapevolmente o meno, persino personifica. In misura notevole, da risposte a domande importanti su “cosa sapevano e quando lo scoprirono”. Il chiaro sottinteso delle memorie di Martins Branco è che l’autore e chi lo circondava potevano seguire gli eventi in tempo reale, sapevano molte cose e chi agisse, e a un livello analitico profondo non si fanno illusioni, per non parlare dei dilemmi, sulla natura e lo sfondo reali di Srebrenica. Dopo aver letto “Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, è difficile immaginare che i proverbiali “poteri” fossero all’oscuro dell’agenda politica cinica a cui Srebrenica fu asservita.Note
1) Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione, Edições Colibri 2016.
2) “Srebrenica: città tradita”, da 50:50 a 51:10 minuto
3) Il racconto di Erdemovic fu minuziosamente studiato dal giornalista bulgaro Zerminal Civikov in “Srebrenica. Der Kronzeuge”, Edizione Brennpunkt, Osteuropa, 2009.
4) Holbrooke, Richard. Per por fine a una guerra, p. 190.
5) Halilovic, Sefer: “La strategia astuta” (Lukava strategija), Sarajevo 1997, pp. 130-132.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora