L’accordo degli USA con l’Iran esclude la Russia?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 21 luglio 2015

Le implicazioni del recente accordo nucleare iraniano si estendono ben oltre le centrifughe e l’arricchimento dell’uranio. La Russia, che ha a lungo usato le tensioni tra Teheran e Washington per i propri fini, può saperlo meglio di chiunque altro.16232453_xlTeheran e Washington sono stati ostacolati dalle rispettive retoriche post-1979. Anche dopo l’accordo nucleare finale è stato firmato a Ginevra, funzionari di Teheran e Washington dicono che non normalizzano i legami. In generale, tuttavia, le parti da tempo migliorano le relazioni senza fare alcuna concessione rinunciando ai loro obiettivi strategici o abbandonando pubblicamente le loro posizioni ideologiche. Non va dimenticato che Washington e Teheran hanno avviato un dialogo diplomatico segreto sostenuto nel sultanato di Oman nel 2013, scioccando alleati e nemici. Le minacce degli Stati Uniti di attaccare la Siria nell’agosto 2013 sarebbero state volte a fare leva sui colloqui bilaterali segreti tra Teheran e Washington. Secondo Banafsheh Keynoush, ex-traduttore di quattro presidenti iraniani e dell’avvocatessa riformista Shirin Ebadi, Teheran ha da tempo voluto ravvivare il commercio con Washington. Il giornalista Gareth Porter fa una simile affermazione, sostenendo che i funzionari iraniani hanno deliberatamente usato l’arricchimento dell’uranio per normalizzare i rapporti con Washington. Scrivendo per Middle East Eye, Porter sostiene che durante il secondo mandato di Bill Clinton, “gli strateghi iraniani cominciarono a discutere l’idea che il programma nucleare iraniano fosse la principale speranza per impegnare la potenza egemone“. C’era anche una lettera inviata via fax dall’Iran per un “grande patto” nel 2003 che Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano, riconosce come risposta iraniana a un segnale fuorviante da una terza parte che sosteneva di parlare a nome di Washington.

Lavorando sull’accordo
Non è un caso che progredendo i colloqui sul nucleare, le chiacchiere su una ripresa dei legami commerciali tra Iran e Stati Uniti divamparono a Wall Street e nei bazar di Teheran. Quando l’accordo finale è stato annunciato a Vienna, fu anche annunciato in Iran un “piano speciale” per esportare prodotti petrolchimici negli Stati Uniti, tra l’altro, secondo la Mehr News Agency iraniana. L’annuncio non fu fatto che dalla prominente Associazione dell’Industria Petrolchimica iraniana. Il piano per esportare prodotti petrolchimici iraniani è solo la punta dell’iceberg, però. Teheran Times riporta il 23 maggio che Gholamreza Shafei, capo della Camera di commercio, industria, miniere e agricoltura iraniana, “ha detto che il governo iraniano ha dato il via libera ai proprietari di imprese private nel creare legami commerciali con gli omologhi statunitensi“. Ha anche riconosciuto che l’istituzione di una camera del commercio iraniano-statunitense fu discussa per circa dieci mesi. In realtà, colloqui per istituire la camera del commercio iraniano-statunitense furono comunicati dall’Agenzia del governo della Repubblica Islamica (IRNA) nel 2013, che riportava discussioni sulla camera iraniano-statunitense avviate nello stesso momento in cui Washington e Teheran iniziavano i colloqui diretti nel 2013. La normalizzazione dei legami commerciali tra Iran e Stati Uniti è un processo poco seguito che segnerebbe la normalizzazione. Le transazioni commerciali e affaristiche tra Iran e USA possono aversi senza la normalizzazione dei rapporti diplomatici e senza cambiamenti significativi nella percezione pubblica dei rapporti tra Iran e Stati Uniti. Le retorica di entrambe le parti potrebbe, più o meno, restare mentre il commercio prospera e i sostenitori della linea dura contrari al riavvicinamento potrebbero essere tenuti a bada.

Modifica dei parametri geostrategici tra Stati Uniti, Russia e Iran
Le ostilità tra Stati Uniti e Iran furono sfruttate da altri attori internazionali per i propri programmi. Teheran e Washington ne furono consapevoli. Il governo russo ha usato le tensioni tra Teheran e Washington come carta per le proprie strategie negoziali numerose volte. Mosca, però, ha sempre consapevolmente cercato di non attraversare una certa linea quando usava le divergenze iraniano-statunitense, cercando concessioni da Washington. Mosca non ha mai voluto indebolire l’Iran o lasciare che Washington sottomettesse Teheran. Russi e iraniani sanno molto bene che la loro sicurezza è organicamente connessa. Con la normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran e l’approccio conciliante preso da Washington e Teheran nel 2013, la leva dei rapporti bilaterali della Russia con l’Iran contro gli Stati Uniti è una strada che Mosca essenzialmente non può più seguire. Il Cremlino se ne rende conto e dal 2013 ha preso provvedimenti seri per cementare i legami russo-iraniani come partnership strategica rispecchiando la partnership sino-russa. Ciò include l’adozione di misure per stabilire maggiore fiducia tra Mosca e Teheran. Mosca ha anche espiato per la decisione dell’ex-presidente Dmitrij Medvedev di fermare l’invio dei sistemi missilistici di difesa aerea S-300 all’Iran nel 2010, revocando il divieto della consegna dei sistemi, aggiornandoli e offrendosi di vendere il superiore Antej-2500 all’esercito iraniano, se Teheran ritira la querela contro Rosoboronexport per non aver consegnato gli S-300, presso la sede di conciliazione di Ginevra e l’Alta Corte Arbitrale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). I colloqui bilaterali non nucleari fra Teheran e Washington hanno indubbiamente incluso un certo sforzo degli Stati Uniti per mettere gli iraniani contro i russi, soprattutto ora che l’Unione europea ha bisogno di un fornitore di energia che sostituisca la Federazione russa. Sebbene gli Stati Uniti spinsero i russi nel 2010 ad annullare l’accordo sugli S-300 che Mosca fece con l’Iran nel 2007, celebrarono il fatto che il governo iraniano abbia portato la Russia presso la Corte di conciliazione e di arbitrato dell’OSCE nel 2011 per avere i 4 miliardi di dollari di risarcimento per la violazione del contratto da parte del Cremlino.

La guerra dell’informazione contro la Russia
I media mainstream statunitensi e gli intellettuali che lavorano per gli interessi degli Stati Uniti hanno lanciato una campagna d’informazione anti-russa sottolineando che Iran e Russia sono “alleati di comodo”, e che la partnership russo-iraniana non durerà, sostenendo che la Russia è la perdente nell’accordo sul nucleare fra Iran e P5+1 (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti più la Germania). I loro punti di discussione puntano decisamente agli aspetti negativi dei rapporti tra Russia e Iran e sottolineano che Mosca e Teheran saranno concorrenti sul mercato dell’energia, soprattutto in Europa. Sottolineano anche che i russi hanno paurosamente fretta di concludere accordi commerciali con l’Iran prima che il mercato iraniano si apra al commercio con Stati Uniti ed Europa occidentale. Presumono che l’Iran preferisca le aziende di Stati Uniti ed Europa occidentale a quelle russe perché non sono così avanzate e la tecnologia russa non è aggiornata. Allo stesso tempo, un altro racconto sostiene che Russia e Iran commerciano presso la comunità internazionale. Questa trasformazione è stata gradualmente descritta negli ultimi dieci anni, presentando la Russia come la Francia gollista, parte occidentale indipendente e contraria a Washington. Poi dipinsero la Russia come la Repubblica popolare cinese quando si accesero le tensioni tra Mosca e NATO durante e dopo la guerra russo-georgiana e lo scudo antimissile in Europa. La Russia fu descritta separata dall’occidente, come la Cina, ma co-esistente. Dopo euromaidan in Ucraina, la Russia viene descritta come il nuovo Iran, un Paese in rapporti ostili con l’occidente. Perciò Radio Free Europe del governo degli Stati Uniti afferma: “Dopo decenni come Stato canaglia isolato, l’Iran sembra finalmente uscire dal freddo. E dopo decenni da finta partner dell’occidente, la Russia è divenuta canaglia”. Molte di tali valutazioni sono polemiche o sofismi. Un articolo ampiamente diffuso da Reuters di Agnia Grigas e Amir Handjani sostiene che la Russia sarà la “grande perdente” dell’accordo sul nucleare con l’Iran, ma è pieno di errori e presupposti. Gli autori, esperti del settore energetico, non sanno che la Statistical Review of World Energy della BP annuncia che l’Iran ha le maggiori riserve di gas naturale del mondo, pari a 1202400 miliardi di piedi cubi. Né Grigas, esperto di Russia e spazio post-sovietico, consultato dal Gruppo Eurasia, che Handjani sanno che l’impero cinese, non l’Iran, aveva ceduto più territorio alla Russia in passato. Mettendo da parte tali errori, l’articolo della Reuters prevede che l'”alleanza russo-iraniana sia più un matrimonio di convenienza che un autentico partenariato”. Questa è retorica del desiderio della Washington Beltway. Gli autori sostengono che “la Russia usa l’Iran come punto d’appoggio geopolitico nel Golfo Persico ricco di energia per colpire gli alleati degli Stati Uniti nella regione. In cambio, l’Iran sfrutta il potere di veto di Mosca nei forum multilaterali come le Nazioni Unite“. Inoltre presumono che “l’Iran impegnato con l’occidente su energia, commercio e produzione di energia nucleare pacifica, non vedrebbe più la Russia come protettrice dei suoi interessi”. La Russia non ha alcun punto d’appoggio nel Golfo Persico e non vi è alcuna prova che Mosca utilizzi Teheran per minacciare qualsiasi alleato di Washington in Medio Oriente. Invece il Cremlino non ha interesse a suscitare problemi con gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, come Israele e Arabia Saudita, e invece vuole commerciarvi allontanandoli da Washington. D’altra parte, però, gli iraniani non si fanno manipolare eseguendo gli ordini di un attore internazionale e hanno sempre lavorato per proteggere i propri interessi senza dipendere da altri Paesi. Non c’è un gran record in cui la Russia abbia usato il diritto di veto per l’Iran. Né l’Iran è nella stessa posizione dell’alleata Siria, mentre Teheran non teme ne si preoccupa del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; perciò l’Iran non fu scosso da una qualche risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata contro di esso.nguyen-nhan-iran-phat-trien-he-thong-bavar-373-datviet.vn-02_41132277.jpg_risultatoBavar-373, S-300 e le sanzioni sulle armi delle Nazioni Unite
Sul lato opposto dello spettro della guerra delle informazioni tra Mosca e Washington, settori dei media russi sottolineano che l’apertura del mercato iraniano sarà un grande affare per le società russe, tra cui produttori di armi, industria nucleare ed energetica russi. Alcuni esperti russi, tuttavia, hanno messo in guardia dall’infedeltà iraniana. A giugno, l’agenzia di stampa russa TASS riferiva che Vladimir Sazhin, ricercatore dell’Accademia Russa delle Scienze, affermava: “L’Iran non si preoccupa affatto degli interessi della Russia. Ha bisogno di soldi e nel prossimo futuro porrà notevole concorrenza alla Russia, non solo in Europa, sul mercato del petrolio tra 2-3 anni, e sul mercato del gas tra 5-7 anni“. Rapporti da Stati Uniti e Russia generalmente esagerano o fraintendono l’Iran. Inoltre non riconoscono che l’Iran produce la maggior parte del proprio equipaggiamento militare, tra cui missili balistici, sottomarini, aerei da combattimento, carri armati, elicotteri, droni e radar. È vero che la caduta delle sanzioni sulla armi darebbe una spinta all’industria delle armi russa. La spinta, però, non sarebbe un affare d’oro perché l’esercito iraniano non dipende dalla Russia per la sicurezza o le attrezzature. Come accennato prima, anche se gli iraniani acquistano parte dell’equipaggiamento militare dai russi, Teheran ha una “politica di autosufficienza militare e produce le proprie armi“. Quando Mosca ha rifiutato di riparare tre sottomarini di fabbricazione russa classe Kilo, perché l’Iran non era disposto ad inviarli in Russia, gli iraniani li revisionarono. L’esercito iraniano sostiene anche che il sistema di difesa aerea Bavar-373 è più o meno l’equivalente al russo S-300. L’industria bellica dell’Iran è “un settore dinamico e moderno che avanza; possiamo rifornirci da Stati amici, ma praticamente crediamo che il nostro potere deterrente debba basarsi sulla nostra tecnologia“, ha detto il Generale di Brigata Ali Shadmani, Vicecapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica iraniana, all’agenzia FARS ad aprile, in risposta a relazioni secondo cui l’S-300 salvaguarda in modo significativo lo spazio aereo iraniano come se l’Iran non potesse proteggere i propri cieli. Shadmani continuava spiegando che Teheran aveva bisogno del sistema di difesa missilistica nel 2006 e 2007, e l’accordo per l’S-300, sollecitato dalla Russia, fu preso al momento. Inoltre osservava che l’Iran voleva il sistema, ma anche che produce il Bavar-373, anche se “la produzione non è abbastanza veloce” per le esigenze delle forze armate iraniane. E’ molto probabile che l’obiettivo principale degli iraniani nel far cadere le sanzioni sulle armi sia esportarle. La risoluzione 1747 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata all’unanimità nel 2007 con il consenso di Cina e Russia, in realtà ha reso l’industria bellica iraniana competitiva sul mercato delle armi verso i produttori del P5+1. Il presidente iraniano Hassan Rouhani si è anche rivolto al pubblico iraniano dicendo che tutti gli obiettivi di Teheran sono stati raggiunti a Vienna, secondo i termini dell’accordo nucleare finale, anche se l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite contro Teheran resta ancora in parte per alcuni anni.

Mentre l’Iran commercia con l’occidente, l’Eurasia rimarrà la sua profondità strategica
Anche se salutano l’entrata nel mercato iraniano, le diverse valutazioni di simpatia od ostilità verso Russia o Stati Uniti disprezzano due fatti importanti. In primo luogo, è Teheran che decide con chi commerciare o no. In secondo luogo, gli iraniani non hanno limitazioni post-Vienna sui partner commerciali. L’Iran ha fatto accordi commerciali con la Russia grazie al trattamento preferenziale di partner strategico sicuro ed alleato. Mosca e Teheran collaborano per costruire un’alleanza strategica in Eurasia mirando a stabilire un legame simile a quello tra Cina e Federazione russa. Mentre gli iraniani non cederanno sui legami strategici con la Russia, lavoreranno nel loro interesse sperando in un partenariato strategico equilibrato con Mosca. Teheran chiede un approccio equilibrato con la Russia su un rapporto reciprocamente vantaggioso con la Federazione russa, che non riduca Teheran a subordinata di Mosca. L’Iran accetterà imprese di Europa occidentale e Stati Uniti, e farà affari con esse al posto delle imprese russe dove necessario e ritenuto idoneo. Nonostante il possibile fiorire del commercio con Stati Uniti ed Europa occidentale, Teheran manterrà la profondità strategica in Eurasia, perciò gli iraniani hanno fatto pressioni e chiesto che l’Iran diventi membro a pieno titolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai insieme a Russia e Cina. Inoltre, Teheran non si fida di Washington. Come è stato detto durante i negoziati, l’accordo nucleare non si basa sulla fiducia, ma su verifica e reciprocità.

Quali nubi di guerra?
Fin dall’inizio il dossier nucleare iraniano era di natura politica. Gareth Porter scrive che come “media potenza regionale militarmente debole ma politicamente influente“, l’Iran essenzialmente ha indotto la crisi nucleare come leva per coinvolgere gli Stati Uniti con l’obiettivo di normalizzare i rapporti con Washington. La crisi nucleare, tuttavia, era una crisi prodotta da Washington per frenare gli iraniani e l'”Asse della Resistenza” composto da Siria, Hezbollah, Hamas e altri attori regionali. L’accusa era che il programma nucleare iraniano non fosse che una farsa tattica usata da Washington ed alleati per fare pressione sull’Iran, con l’obiettivo di frenare Teheran dal ristrutturare il Medio Oriente, nell’ampia roadmap unipolare di Washington contro russi e cinesi per controllare l’Eurasia. Pechino, Mosca, Teheran e Washington hanno tutti piani di emergenza per diversi scenari. Esistono probabilità di tradimento e gli iraniani ne sono pronti. Nel 2009, l’Istituto Brookings consigliò che Washington creasse l’illusione di dare agli iraniani la possibilità di negoziare prima di attaccarli “per garantirsi il sostegno logistico che l’operazione richiederebbe e ridurre al minimo il contraccolpo”. Il Pentagono dovrebbe “solo attaccare quando vi è la diffusa convinzione che gli iraniani hanno avuto, ma poi respinto, una superba offerta, tale che solo un regime determinato ad acquisire armi nucleari per ragioni sbagliate potrebbe respingere”, consigliava il rapporto della Brookings Institution “Quale via per la Persia?“. Per mesi, mentre il ministro degli Esteri Zarif e il suo team negoziale dei viceministri degli Esteri iraniani elaboravano l’accordo con il segretario di Stato USA John Kerry e i P5+1 o EU3+3, i comandanti iraniani facevano dichiarazioni parallele sulla prontezza alla guerra e la necessità degli aggiornamenti militari. In realtà, l’ayatollah Ali Khamenei diede indicazioni specifiche al governo e ai militari iraniani per aumentare la spesa, e il 30 giugno Khamenej ordinava di rinnovare la preparazione a un conflitto. A conclusione dei negoziati nucleari a Vienna, il leader supremo ha detto al presidente Rouhani che alcuni membri del sestetto con cui Zarif ha firmato l’accordo nucleare finale sono inaffidabili, e che doveva fare attenzione. Questa sfiducia in sé assicura che l’Iran abbia un approccio equilibrato verso Stati Uniti e Russia.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Accordo iraniano: implicazioni e lezioni

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 21/07/201592d1723f96feb71e7b0f6a706700392cOra che è stato raggiunto un accordo sulla questione del nucleare iraniano, l’attenzione si rivolge al modo in cui influenzerà la regione e il mondo. L’accordo vede l’Iran accettare misure di trasparenza e limitazioni sull’infrastruttura nucleare, compresi arricchimento dell’uranio, approvvigionamento di tecnologie nucleari e ricerca nucleare. In cambio, la comunità internazionale dovrà togliere le sanzioni che interessano l’economia iraniana, una volta che l’Iran avrà rispettato gli impegni nell’ambito dell’accordo entro un anno. Il mancato raggiungimento dell’accordo annuncerebbe il confronto ed eventualmente azioni militari. L’accordo apre nuove opportunità per migliorare la sicurezza regionale.

Esito a beneficio di tutti
L’Iran ha fatto concessioni significative. Le possibilità di avere l’arma nucleare, date le circostanze sono quasi certamente nulle. Il regime di ispezioni dell’AIEA è abbastanza efficace, ma l’Iran ha raggiunto un accordo migliore rispetto al 2003. Il potenziale nucleare, in particolare il diritto di arricchire l’uranio, supera di gran lunga le esigenze economiche e per la ricerca scientifica. Ci sono tre alternative all’accordo. La prima, una guerra nel Golfo Persico a seguito di attacchi all’Iran impantanando la regione nel caos. Seconda, l’Iran diventa nucleare con tutte le implicazioni conseguenti. Terza, un attacco aereo contro un Iran nucleare sarà seguito da un conflitto regionale nucleare. Per evitare queste tre ipotesi, l’accordo va rigorosamente rispettato da tutte le parti. Il programma dovrà essere ridotto, l’AIEA condurre le sue attività senza ostacoli, la trasparenza garantita e in caso di conformità dell’Iran, dovranno essere tolte le sanzioni riunendosi alla comunità mondiale. Forse saranno necessari ulteriori accordi e coordinamenti degli sforzi in futuro.

Lezioni da trarre
La diplomazia dovrebbe avere la priorità. Questa è una lezione da trarre. Un accordo era possibile nel 2003-2004 tra Iran e Regno Unito, Francia e Germania. L’Iran era pronto al compromesso. L’amministrazione statunitense di George Bush, Jr. irruppe chiedendo la completa capitolazione dell’Iran minacciando una campagna aerea e dicendo che Teheran apparteneva all’asse del male. Tale pressione addirittura portò all’aumento della resistenza e alla vittoria di Mahmud Ahmadinejad nel 2005. Nel 2006 l’Iran tornò all’arricchimento dell’uranio attivando 20 mila centrifughe e accumulando circa 10 mila tonnellate di uranio arricchito, abbastanza per diventare una potenza nucleare in pochi mesi. L’accordo appena raggiunto ridurrà di molto questo potenziale. C’è un’altra lezione importante da trarre. Solo le azioni coordinate tra grandi potenze, occidente, Russia e Cina, possono fermare la proliferazione delle armi nucleari nel mondo contemporaneo, combinando ragionevolmente la diplomazia con le sanzioni del Consiglio di sicurezza (se l’imposizione è giustificata). La linea di fondo è che l’esperienza delle sanzioni a diversi Paesi negli ultimi decenni mostra che se i Paesi colpiti sono disposti a pagarne il prezzo, le sanzioni non li costringeranno a cambiare politica. Cuba, Iraq, Pakistan e Russia sono i casi in questione. L’Iran è un grande Paese con un’ampia classe media istruita e massicce risorse naturali. Ci sono segnali crescenti che il regime di sanzioni multilaterale non sarebbe durato a lungo. Le sanzioni avvicinano Russia e Iran, Cina e India importano più petrolio dall’Iran, la Turchia è disposta a comprare più gas iraniano a un prezzo scontato, le compagnie petrolifere europee e statunitensi desiderano riprendere le attività in Iran.

Le opportunità dell’accordo
L’accordo offre le seguenti opportunità: re-integrazione dell’Iran, Paese con significative capacità nel sistema regionale e globale, potendo facilitare la risoluzione di questioni scottanti. L’isolamento dell’Iran può approfondire ulteriormente i conflitti regionali. L’accordo apre la via alla risoluzione di controversie regionali come contenere l’ascesa dello Stato Islamico, il terrorismo in Pakistan, impedire la vittoria dei taliban in Afghanistan e contrastare il narcotraffico nella regione. L’Europa, compresa la Russia, ha vasti ed estesi interessi su stabilità politica e prosperità economica in Medio Oriente grazie a vicinanza geografica e legami storici. I settori della cooperazione sono molteplici, tra cui commercio, investimenti, migrazione, traffico di droga, sicurezza energetica, non proliferazione delle armi di distruzione di massa e lotta al terrorismo. Sarebbe vantaggioso per tutti. Fare in modo che l’Iran non diventi potenza nucleare senza essere scoperto migliora significativamente la sicurezza d’Israele. Il programma nucleare iraniano rappresenta una minaccia esistenziale per Israele. Se attuato, l’accordo evita ciò.

I passi per favorire il processo
Alcune misure potrebbero essere adottate per favorire ulteriori progressi e individuare i modi più costruttivi per collaborare e ridurre le minacce più gravi e immediate nella regione.
– Riprendere i colloqui sul Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa sotto l’egida delle Nazioni Unite;
– Rilanciare la collaborazione regionale sulla gestione del cambiamento climatico, unendo gli sforzi per affrontare problemi come carenza idrica, desertificazione e altre minacce ambientali, minacce più esistenziali delle armi nucleari;
– Avviare la cooperazione regionale sull’energia alternativa, come l’energia nucleare, per il bene dei popoli della regione. Dare impulso alla cooperazione iraniana-saudita con tutte le garanzie internazionali richieste. Data l’esperienza sull’energia nucleare la Russia può dare un contributo importante al processo.

La Russia guadagna dall’accordo
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato in un comunicato diffuso dal Cremlino che l’accordo significa che le “relazioni bilaterali con l’Iran riceveranno un nuovo impulso e non saranno più influenzate da fattori esterni“.
L’accordo sul nucleare iraniano ha aperto la strada a una “larga” coalizione per combattere lo Stato Islamico, secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. “Rimuove le barriere, in gran parte artificiali, sulla strada di un’ampia coalizione per combattere lo Stato Islamico (IS) e altri gruppi terroristici”, ha detto Lavrov in una dichiarazione sul sito del ministero, il 14 luglio.
La Russia si è sempre opposta allo sviluppo di armi nucleari dell’Iran, così come non sostiene il programma di arricchimento dell’uranio iraniano. Nel 2006-2010 la Russia votò a favore di sei risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (tra cui quattro con sanzioni economiche) per frenare il programma nucleare iraniano. Tuttavia, Mosca non s’è mai espressa ufficialmente sulla natura militare del programma nucleare iraniano e ha dato sempre priorità alla diplomazia, piuttosto che a sanzioni economiche o peggio forza militare, nel risolvere questo problema. Negli ultimi anni Mosca ha mediato tra Iran e Stati Uniti ed ha fatto bene. La fine delle sanzioni economiche contro l’Iran apre altre opportunità economiche per la Russia, compresa la prospettiva di investimenti russi nel settore petrolifero iraniano così come l’aumento delle esportazioni di prodotti russi a Teheran. Prima della rivoluzione islamica del 1979, più di 60 grandi progetti infrastrutturali, tra cui centrali idroelettriche e termoelettriche, gasdotti, fabbriche metallurgiche e impianti metalmaccanici furono costruiti in Iran con l’aiuto dell’Unione Sovietica. Negli ultimi anni le relazioni economiche tra i due Paesi sono crollate a causa delle sanzioni di Nazioni Unite, Unione Europea e Stati Uniti. La quota iraniana del commercio estero della Russia è scesa ai minimi storici, mentre i grandi progetti petroliferi furono cancellati dalle società russe, tra cui Lukoil, Norsk Hydro e Gazprom Neft. Ora le aziende russe hanno in programma importanti investimenti per lo sviluppo dei grandi giacimenti di gas dell’Iran. La Russia prevede inoltre di continuare a sviluppare l’energia nucleare iraniana, dopo aver raggiunto la posizione unica di partner dell’Iran nella costruzione della centrale nucleare di Bushehr, durante l’isolamento internazionale degli ultimi decenni. Accordi da 10 miliardi di dollari sono già stati delineati per la costruzione di centrali idroelettriche e termiche. La cooperazione spaziale appare promettente, mentre l’Iran non può mettere in orbita satelliti, si aspetta di collaborare con la Russia. Un’altra possibilità interessante è l’investimento per l’espansione e la modernizzazione dell’infrastruttura ferroviaria iraniana, un settore in cui la Russia ha vasta esperienza e capacità tecnica. Anche la cooperazione tecnico-militare è un promettente campo di cooperazione. Dalla metà degli anni ’60, l’Unione Sovietica ha fornito all’Iran grandi quantità di blindati e artiglieria, costruito fabbriche per riparare e produrre equipaggiamenti militari (a Isfahan, Shiraz, Dorude e nei pressi di Teheran). Dopo la rivoluzione islamica del 1979, la quota di importazioni militari dell’Iran della Russia salì al 60% e negli anni ’90 l’Iran fu, insieme a Cina e India, un importante acquirente di armi russe tra cui aerei da combattimento (MiG-29, Su-24), elicotteri (Mi-17), missili antiaerei (S-200, TOR-1), sottomarini diesel (Kilo), carri armati (T -72) e veicoli da combattimento per la fanteria (BMP-2).
La Russia ha credenziali e capacità per facilitare e accelerare il processo di re-integrazione della Repubblica islamica nel sistema globale. Questa opportunità unica non va sprecata.

Unirsi, prerequisito per il successo
Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli USA Barack Obama hanno parlato il 15 luglio congratulandosi sull’accordo nucleare con l’Iran. I leader hanno convenuto che sia nell’interesse del mondo. La conversazione telefonica ha avuto luogo su iniziativa degli Stati Uniti. Le due parti hanno sottolineato il ruolo del dialogo russo-statunitense per garantire sicurezza e stabilità mondiale. “Le parti hanno sottolineato che l’accordo globale sul programma nucleare iraniano risponde agli interessi della comunità internazionale, contribuendo a rafforzare il regime di non proliferazione nucleare e diminuendo le tensioni in Medio Oriente. A questo proposito, i presidenti hanno sottolineato il ruolo del dialogo russo-statunitense per garantire sicurezza e stabilità nel mondo”, afferma la dichiarazione. Putin e Obama “hanno espresso la volontà di continuare a collaborare nell’interesse della realizzazione durevole degli accordi di Vienna, così come su altre questioni internazionali come la lotta al terrorismo internazionale”, sottolinea la dichiarazione. I due leader si sono anche “congratulati su una data speciale delle relazioni russo-statunitensi: il 40° anniversario del volo orbitale Sojuz-Apollo”. In una relazione, la Casa Bianca ha detto che Obama ha ringraziato Putin per il ruolo della Russia nei negoziati nucleari iraniani. “I dirigenti si sono impegnati a rimanere in stretto coordinamento mentre (l’accordo) diventa operativo ed hanno anche espresso il desiderio di collaborare per ridurre le tensioni regionali, soprattutto in Siria”, secondo la Casa Bianca. Ha aggiunto che Obama e Putin hanno deciso di rimanere in stretto contatto mentre l’accordo con l’Iran viene attuato e avrebbero collaborato per ridurre le tensioni in Medio Oriente, in particolare in Siria. Questo è veramente importante, entrambi le parti hanno accettato di cooperare ulteriormente in Medio Oriente. L’accordo testimonia il fatto che Russia, Stati Uniti e occidente in generale possono e devono mettere da parte le differenze sull’Ucraina e cooperare efficacemente in altri campi affrontando temi scottanti di reciproco interesse a beneficio di tutti. I commenti in merito all’“isolamento” internazionale della Russia sono piuttosto ridicoli, date le circostanze. I colloqui sull’accordo con l’Iran hanno ancora una lunga strada da percorrere. L’attuazione dell’accordo è su una strada accidentata, ed è impossibile adempiere la missione divisi; solo combinando gli sforzi si arriva al successo, come l’accordo con l’Iran dimostra.186584870La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza israelo-saudita

Dean Henderson 04/12/2014

Press TV aveva riferito che Stati Uniti e sauditi iniziarono a finanziare i ribelli siriani, divenuti SIIL, nel 2012. Dopo aver diretto gli islamisti libici per rovesciare Gheddafi, i sauditi e i loro compari despoti del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) cercarono di far cadere il governo Assad. Il maggiore azionista di News Corporation, proprietario del Wall Street Journal e dellìoperazione psicologica Fox News, è Rupert Murdoch. Il 2° magiore proprietario è il principe saudita Alawid bin Talal. La collusione anglo-statunitense con gli interessi sionisti israeliani è ben documentata. Meno noto è il ruolo dei Saud di finanziatori della Fratellanza musulmana e dei complotti di CIA/Mossad/MI6 nel mondo. La Fratellanza Musulmana dei Saud e i cabalisti israeliani condividono una lunga storia con i massoni dell’intelligence inglese risalente alle Scuole dei Misteri egizi. L’oligarchia dei banchieri Illuminati gestisce tutte e tre le società segrete e controlla l’economia mondiale attraverso il monopolio delle banche centrali e l’egemonia sul traffico di petrolio, armi e droga. Tale cabala di miliardari satanisti guidata dai Rothschild crea fanatici nelle fedi ebraica, cristiana e musulmana per dividere i popoli e massimizzare i profitti di guerra.

Gaza attack joint Arab-Israeli war on Palestinians: CNNDa quando la Chevron scoprì il petrolio in Arabia Saudita nel 1938, la monarchia dei Saud ha sempre finanziato le avventure militari segrete dei Rothschild. Fa parte dello scambio petrolio per armi. I sauditi inviarono oltre 3,8 miliardi di dollari ai mujahidin afghani addestrati dalla CIA. Il loro emissario presso gli statunitensi fu Usama bin Ladin. Diedero 3,5 milioni di dollari ai contras nicaraguensi. Il tangentista della Northorp/Lockheed Adnan Khashoggi svolse un ruolo chiave nel far finanziare dai sauditi l’Enterprise di Richard Secord. Ma mentre gli sforzi di contra e mujahadin ricevevano la copertura dei giornali, i Saud erano occupati a finanziare la controinsurrezione nel mondo. In Africa i sauditi sostennero per decenni il Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS) che operava dal Ciad tentando di rovesciare il presidente libico Muhammar Gheddafi. Il Chad fu a lungo un Paese importante in Nord Africa per i sistemi di produzione petrolifera della Exxon Mobil. Nel 1990, a seguito di un controcolpo di Stato sostenuto dai libici contro il governo del Ciad, che sponsorizzava l’NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 elementi del NFS grazie al finanziamento saudita. Gli Stati Uniti diedero 5 milioni di dollari di aiuti al governo dittatoriale keniano di Daniel Arap Moi affinché il Kenya ospitasse i capi del NFS, mentre gli altri governi africani si rifiutavano di accettarli. Arap Moi poi aiutò le operazioni segrete della CIA in Somalia, finanziate dai sauditi. I sauditi finanziarono i ribelli dell’UNITA di Jonas Savimbi in Angola nel tentativo brutale di rovesciare il governo socialista del presidente del MPLA José dos Santos. Su richiesta della CIA, i sauditi diedero milioni al Marocco per pagare l’addestramento in quel Paese dell’UNITA. L’Angola ha enormi giacimenti di petrolio. Nel 1985 Chevron Texaco riceveva il 75% dei proventi del petrolio dell’Angola. Nel 1990 il 29% del greggio di Exxon Mobil diretto negli Stati Uniti proveniva dall’Angola. Una relazione annuale della De Beers, tentacolo della famiglia Oppenheimer che monopolizza il commercio dei diamanti nel mondo, si vantava di acquistare diamanti dall’UNITA. Savimbi fu alla Casa Bianca dal presidente Reagan. I sauditi finanziarono la RENAMO nella campagna terroristica delle CIA ‘Piano rosa’ contro il governo nazionalista del Mozambico. A metà degli anni ’80 i sauditi e l’Oman inviavano armi alla RENAMO attraverso le Isole Comore, favorevoli a Israele e al Sud Africa dell’apartheid. Due presidenti delle Comore Ali Soilah e Ahmed Abdullah Abderemane, furono assassinati dai mercenari che proteggevano il traffico di armi. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), ex-Zaire, il fantoccio degli Illuminati Mobutu Sese-Seiko governava con pugno di ferro da quasi quattro decenni. Era il cane da guardia della City of London nello Zaire ricco di cobalto, uranio e molibdeno di vitale importanza per il programma di armi nucleari degli Stati Uniti. Lo Zaire è anche ricco di rame, cromo, zinco, cadmio, stagno, oro e platino. Mentre Mobutu accumulava oltre 5 miliardi nei conti bancari svizzeri, belgi e francesi, il popolo dello Zaire viveva nello squallore. Mobutu fu messo al potere nei primi anni ’60 dopo che l’agente della CIA Frank Carlucci, con Reagan e Bush segretario alla Difesa e oggi presidente del consulente d’investimento della famiglia bin Ladin, Carlyle Group, fu il gangster che assassinò il primo ministro del Congo Patrice Lumumba. Sotto il regno di Mobutu, gli Stati Uniti avevano basi militari a Kitona e Kamina da dove la CIA perseguiva le guerre segrete contro Angola, Mozambico e Namibia finanziate dai Saud. La guardia di palazzo di Mobutu fu addestrata dal Mossad israeliano. Alla fine degli anni ’70 i sauditi comprarono le truppe marocchine inviate a salvare Mobutu dai secessionisti del Katanga guidati da Laurant Kabila. Mobutu fu deposto nel 1998 dalle forze fedeli a Kabila, amico di Fidel Castro. I sauditi cominciarono a finanziare le incursioni militari in Congo dei governi di Ruanda, Uganda e Burundi. Tale destabilizzazione della regione dei Laghi portò al genocidio ruandese. Kabila fu assassinato nel 2000 dopo essersi rifiutato di servire gli Illuminati. Oltre quattro milioni di persone sono morte nella RDC negli ultimi dieci anni.
Lumumba e Kabila non furono i primi nazionalisti africani eliminati dai sangue puro. Negli anni ’50 e ’60 la CIA e l’intelligence francese assassinarono il nazionalista marocchino Mahdi ben Barqa la cui Union Nationale de Forces Populaire minacciava il monarca Re Hassan II, fantoccio degli USA. Il presidente di sinistra della Guinea Sekou Toure e il socialista tunisino Habib Bourgiba furono assassinati dai servizi segreti occidentali. Nel 1993 il presidente sudanese Omar al-Bashir accusò i sauditi di fornire armi al Sudan People Liberation Army (SPLA) di Johnny Garang. La parte meridionale del Sudan che lo SPLA cercava di staccare, è ricco di petrolio. Il Mossad rifornì l’SPLA per anni dal Kenya. Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciò aiuti militari a Etiopia, Eritrea e Uganda. L’aiuto era volto ad alimentare l’offensiva del SPLA su Khartoum. La crisi nel Darfur è il risultato diretto dell’intromissione saudita-israelo-statunitense per conto di Big Oil. Il presidente algerino Chadli Benjladid accusò i sauditi di finanziare il barbaro Gruppo islamico armato (GIA) dopo che l’Algeria protestò contro la Guerra del Golfo voluta dagli USA, scatenando il regno del terrore contro il popolo algerino. Benjladid fu costretto a dimettersi, seguito dal frettoloso voto della legge sugli idrocarburi che aprì i giacimenti petroliferi del Paese, storicamente socialista, ai Quattro Cavalieri. La CIA poi aiutò i terroristi del GIA a recarsi in Bosnia, dove contribuirono a distruggere la Jugoslavia socialista. L’Algeria ha una lunga storia di sfide a Big Oil. Il presidente Houari Boumedienne, uno dei grandi leader socialisti arabi di sempre, richiese un ordine economico internazionale più giusto negli infuocati discorsi alle Nazioni Unite. Incoraggiò i cartelli di produttori per emancipare il Terzo Mondo dai banchieri di Londra. Il petroliere indipendente italiano Enrico Mattei iniziò a negoziare con l’Algeria e altri Paesi nazionalisti dell’OPEC che volevano vendere il petrolio a livello internazionale senza avere a che fare con i Quattro Cavalieri. Nel 1962 Mattei morì in un misterioso incidente aereo. L’ex-agente dei servizi segreti francesi Thyraud de Vosjoli dice che la sua agenzia ne fu coinvolta. William McHale della rivista Time, che seguiva il tentativo di Mattei di rompere il grande cartello petrolifero, morì in circostanze strane.
Nel 1975 gli Stati Uniti inviarono 138 milioni di dollari di aiuti militari dall’Arabia Saudita allo Yemen, nella speranza di schiacciarvi la rivoluzione marxista. Il tentativo fallì e lo Yemen fu diviso tra nord e sud per due decenni prima di unirsi nel 1990. Gli aiuti sauditi-statunitensi allo Yemen e all’Oman continuano ancora oggi, nel tentativo di reprimere i movimenti nazionalisti in quei Paesi che confinano con il Regno e i suoi vasti giacimenti controllati dai Quattro Cavalieri.
Durante lo sforzo degli USA per staccare la Bosnia dalla Jugoslavia, il re saudita Fuad chiese la fine dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite. Quando l’embargo fu revocato, i sauditi finanziarono l’acquisto di armi dei bosniaci musulmani. Poi i sauditi finanziarono i narcotrafficanti del Kosovo Liberation Army e i separatisti albanesi del NLA che attaccarono il governo nazionalista della Macedonia. I sauditi finanziarono anche le operazioni segrete della CIA in Italia dove spesero 10 milioni di dollari nel 1985 per distruggere il partito comunista. Recentemente il principe saudita Bandar ha donato 1 milione alla Presidential Library di Bush senior e un altro milione per la campagna di alfabetizzazione di Barbara Bush. La sera dell’11 settembre 2001 il principe Bandar fumava sigari alla Casa Bianca con il presidente Bush, mentre i membri della famiglia bin Ladin venivano evacuati dagli Stati Uniti nello spazio aereo chiuso al resto del traffico. I sauditi svolsero semplicemente il loro storico ruolo di finanziatori dell’operazione 11 settembre? Il maggiore azionista di News Corporation, proprietario del portavoce dei banchieri Wall Street Journal e dell’operazione psicologica Fox News, è Rupert Murdoch. Il secondo maggiore proprietario è il principe saudita Alawid bin Talal. Fox News è un’operazione segreta dei Rothschild per il controllo mentale del popolo statunitense?

Laurent-Desiré Kabila

Laurent-Desiré Kabila

Fonti:
Mercenary Mischief in Zaire”. Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.238
Hunter
Earth First! Journal. Vol. 26, #1. Samhain/Yule. 2005
US to Aid Regimes to Oust Government”. David B. Ottaway. Washington Post. 11-10-96
The Great Heroin Coup: Drugs, Intelligence and International Fascism. Henrik Kruger. South End Press. Boston. 1980. p.43
The Gulf: Scramble for Security. Raj Choudry. Sreedhar Press. New Dehli. 1983. p.14
Dude, Where’s My Country. Michael Moore. Warner Books. New York. 2003.
ABC News Online. 10-19-04

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries,Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete iscrivervi al suo sito Left Hook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria, le operazioni dal 5 al 13 luglio 2015

Siria, le operazioni dal 5 al 13 luglio 2015CJzcwdNUcAAMFLXIl 5 luglio, ad al-Zabadani la 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS ed Hezbollah eliminavano 177 terroristi di Jabhat al-Nusra in 24 ore di combattimenti. Nelle fattorie al-Nishabiya l’EAS eliminava una fabbrica di munizioni, 1 blindato, 2 tecniche e 10 terroristi, mentre altri 14 venivano arrestati. Tra al-Zibdin, Bala, Haza, Ayn Turma e Harasta, nel Ghuta orientale, l’EAS eliminava 51 terroristi. A Duma l’EAS eliminava 24 terroristi di Faylaq al-Rahman e Itihad al-Islami li-Ajnad al-Sham. A Jubar l’EAS distruggeva un tunnel con 17 terroristi di Faylaq al-Rahman all’interno, presso la fabbrica di sapone. I genieri dell’EAS avevano impiegato un minirobot carico di esplosivo. A Jaydur Huran l’EAS distruggeva 4 pickup armati e 1 autoveicolo dei terroristi di liwa Jaydur Huran, liwa Hamza Asadulah e liwa Ansar al-Muhajirin, eliminandone 12. A Sayda l’EAS distruggeva tre basi di Jabhat al-Nusra e sulla strada Tafas – Muzayrib la SAAF distruggeva 4 autocarri carichi di munizioni provenienti dalla Giordania.
10409558Il 6 luglio, le milizie islamiche di Ansar al-Shariah assaltavano il quartiere al-Zahra di Aleppo, ma l’attacco veniva respinto dall’Esercito arabo siriano che eliminava oltre 20 terroristi. In seguito l’Esercito arabo siriano, in coordinamento con le Forze di difesa nazionale (NDF) e la Liwa al-Quds (Brigata Gerusalemme), riprendeva il controllo dell’edificio centrale del Centro di ricerca scientifica di Aleppo. Nel quartiere di Jamiyat al-Zahra, un autocarro-bomba della qatiba Sayfulah al-Shishani di Jabhat al-Nusra veniva distrutto dall’EAS mentre si avvicinava alle postazioni siriane. Nel resto della città furono eliminati altri 14 terroristi. Oltre 500 terroristi erano stati eliminati ad Aleppo in due giorni di combattimento con le truppe governative siriane. Nel governatorato di Dair al-Zur, la 137.ma Brigata della 17.ma Divisione dell’EAS bombardava i convogli del SIIL diretti verso la provincia di al-Hasaqah. Ad al-Hawiqa, l’esercito siriano eliminava 25 terroristi e 2 tecniche dei taqfiriti. Nel quartiere al-Rashidiyah la 137.ma Brigata e la 113.ma Brigata dell’EAS distruggevano una grande base del SIIL, eliminando almeno 17 terroristi. La Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava i convogli del SIIL sull’autostrada Dair al-Zur – Qamishli eliminando decine di terroristi, tra cui i capi del SIIL Salah Qalif al-Ghalib e Basam Abu Azam Gharbiyah. Le forze di difesa druse liberavano il jabal Shaiq al-Husayn, Tal Suqaqah e Suqaqah al confine con il governatorato di al-Suwayda.
Il 7 luglio, la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata, in coordinamento con Liwa Suqur al-Sahra e NDF liberava al-Bayarat, presso Tadmur, eliminando 19 terroristi del SIIL. Ad Aleppo, Ansar al-Shariah attaccava ancora il quartiere Jamyiat al-Zahra, venendo respinto da EAS, Liwa al-Quds ed Hezbollah che eliminavano 25 terroristi di Ansar al-Sharia. Presso Tadmur, a Qasr al-Hayir, la SAAF eliminava 35 terroristi e 3 tecniche del SIIL, e la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito arabo siriana, in coordinamento con le Quwat al-Numer e le NDF, liberava Jabal al-Qalat, Tal Marmala, Burj al-Ishara, Bathar al-Mazra, Abu al-Furas, Ruisiyah Abu al-Furas, Dhuhur al-Hayal, le fattorie Nazl Hayal e al-Qadri, Thaniyat al-Rajma e Abu Haris, eliminando 130 terroristi del SIIL.
L’8 luglio, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano ed Hezbollah liberavano metà di al-Zabadani dopo sei giorni di intensi combattimenti contro Jabhat al-Nusra, ELS, liwa Suqur al-Zabadani e haraqat Ahrar al-Sham, e liberavano anche il villaggio al-Jamiyat, eliminando oltre 25 terroristi di Jabhat al-Nusra ed ELS. Ad al-Hasaqah, il SIIL lanciava un nuovo assalto con diverse autobombe, mentre la SAAF distruggeva mezza dozzina di tecniche degli islamisti. La 154.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata e la 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, le Forze di Difesa Nazionale (NDF) e la tribù Shaytat liberavano il quartiere al-Liliyah, la centrale elettrica, la parte orientale del quartiere di al-Ghuwayran e la cittadella sportiva. L’8 luglio, nel governatorato di Lataqia, a Drushan, Rubayah e al-Dura, l’EAS eliminava 59 terroristi e 2 loro tecniche. Presso Damasco, l’EAS eliminava 16 terroristi e 7 loro autoveicoli. Ad al-Zabadani, la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, NDF ed Hezbollah eliminavano 47 terroristi di Jabhat al-Nusra, haraqat Ahrar al-Sham ed ELS, liberando al-Barada Street, la villa Abu Ali Qanan, Qastal al-Zahra, la moschea al-Bardah, Jamal Abdal Nasser Street e la stazione degli autobus. Ad al-Zabadani, inoltre, Hezbollah distruggeva la base principale del gruppo terroristico Ahrar al-Sham con un’operazione speciale, eliminando tre capi e altri 35 terroristi del gruppo. L’area di al-Zabadani, sul confine libanese-siriano, veniva utilizzata dai terroristi per i rifornimenti di armi e munizioni.
Il 9 luglio, presso Tadmur, la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata, la Quwat al-Nimr del Capitano Luay Sulaytan e la Liwa Suqur al-Sahra dell’Esercito arabo siriano, e le Forze di Difesa Nazionale (NDF), eliminavano 65 terroristi del SIIL alle porte di Tadmur (Palmira), liberando Tal Dawat e Tal Hiqmat, alla periferia nord-occidentale di Palmira. Ad al-Hasaqah la 154.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata e la 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, la tribù Shaytat e le NDF eliminavano 25 terroristi del SIIL nel quartiere al-Liliyah, mentre la 123.ma Brigata della 3.za Divisione corazzata dell’Esercito arabo siriano e le NDF liberavano i tre quarti del Distretto Industriale. Sempre ad al-Zabadani, l’Aeronautica militare siriana distruggeva il principale deposito di armi dei terroristi, 2 lanciarazzi, 1 pezzo di artiglieria e 1 pickup armato. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata e la 67.ma Brigata dell’EAS, NDF ed Hezbollah, liberavano Qastal al-Zahra eliminando 19 terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat Ahrar al-Sham. A Duma l’EAS liquidava 14 terroristi del Jaysh al-Islam e altri 35 a Jubar. A Misraba le forze speciali siriane facevano esplodere un auto con a bordo 4 capi del Jaysh al-Islam.
Il 10 luglio, ad al-Hasaqah, la 154.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata e la 104.ta Brigata aeroportata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, in coordinamento con NDF e milizia Shaytat liberavano il quartiere al-Zuhur e il deposito della Posta. Ad Aleppo, l’EAS eliminava oltre 30 terroristi di Ansar al-Sharia nel quartiere Jamyiat al-Zahra. Presso Tadmur, la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata, Quwat al-Nimr e Liwa Suqur al-Sahra dell’EAS liberavano il villaggio Muqasim, a 3,5 km da Palmyra.
480101L’11 luglio, 400 terroristi del SIIL tentavano di entrare nel quartiere al-Ghuwayran, ad al-Hasaqah, scontrandosi con la 104.ta Brigata dell’EAS, e le milizie assira e Shaytat. Oltre 60 terroristi furono eliminati assieme a 3 tecniche. Presso Dara, ELS e Jabhat al-Nusra attaccavano Hadar e Tal Hamar, venendo respinti dal Fuj al-Julan dell’EAS, e le cittadine al-Hamidiyah, al-Samdaniyah, Al-Rawadi, e al-Ajram, venendo sconfitti anche qui dalla Liwa Suqur al-Qunaytra e dalle NDF. Ad al-Manashiyah, la 5.ta Divisione corazzata dell’EAS eliminava oltre 20 terroristi. Presso Tadmur, mentre i terroristi iniziavano a ritirarsi dalla città, l’EAS liberava Qastun, dove eliminava decine di terroristi di Jabhat al-Nusra ed arrivava a 1,5 km da Palmyra, dove liberava la scuola al-Siyaqah eliminando almeno 30 terroristi del SIIL. Nel frattempo nel Ghuta orientale, presso Damasco, l’EAS eliminava 14 terroristi del Jaysh al-Islam. Nel governatorato di Hama, ad al-Latamina, l’EAS eliminava 6 tecniche e 9 terroristi, del Jaysh al-Fatah, altri 23 terroristi venivano arrestati. A Qastun l’EAS eliminava 11 terroristi e altri 10 ad al-Zaqat. Presso Idlib, tra al-Tamanyah e Has, l’EAS eliminava altri 19 terroristi del Jaysh al-Fatah. A Raqqa, un capo del SIIL e tre sue guardie del corpo, tutti sauditi, venivano eliminati da un attacco aereo siriano, mentre ad al-Hasaqah l’assalto di 400 terroristi del SIIL veniva respinto con l’eliminazione di oltre 60 islamisti, oltre a un deposito di armi e 4 loro tecniche. Presso Tadmur la Liwa Suqur al-Sahra liberava le fattorie Abu al-Fawaris nella periferia nord di Tadmur. A sud delle fattorie la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione corazzata dell’Esercito arabo siriano e le NDF eliminavano oltre 20 terroristi e 3 tecniche del SIIL. Le forze armate siriane avanzavano su due direzioni verso le posizioni del SIIL a Palmyra.
Il 12 luglio il SIIL tentava di penetrare nel quartiere al-Ghuwayran di al-Hasaqah, venendo respinto con l’eliminazione di oltre 30 terroristi. L’87.ma Brigata dell’11.ma Divisione corazzata dell’Esercito arabo siriano liberava Tal Shaiq Qatab, presso Jisr al-Shughur, nel governatorato di Idlib, dopo aver eliminato una dozzina di terroristi. Tre ore dopo Jabhat al-Nusra, haraqat Ahrar al-Sham e Ansar al-Sham tentavano la controffensiva per riconquistare la collina, venendo respinti con la perdita di 3 tecniche ed oltre 50 terroristi, tra cui il capo dell’assalto, il saudita Abu Abdullah al-Jazrawi. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, NDF ed Hezbollah, appoggiati dagli elicotteri Mi-24 Hind della Syrian Arab Air Force, liberavano il quartiere al-Zalah di al-Zabadani, che ospitava le scorte di alimentari dei terroristi di Jabhat al-Nusra, haraqat Ahrar al-Sham e liwa Suqur al-Zabadani. Presso Tadmur, a Maqali al-Qadima, la Quwat al-Nimr e la Liwa Suqur al-Sahra dell’EAS eliminavano 49 terroristi del SIIL, e altri 52 ad Ayn al-Abasiya, a sud-est di Palmyra. Anche 6 pickup armati degli islamisti vi furono distrutti. Presso al-Bayarat, ad ovest di Palmiya, la SAAF distruggeva decine di autoveicoli del SIIL. Presso al-Hasaqah, ad al-Basira, l’Esercito arabo siriano eliminava 36 terroristi del SIIL. Ad al-Zabadani l’EAS ed Hezbollah distruggevano una base di Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham eliminando 16 terroristi. La 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’EAS, Hezbollah e le NDF liberavano al-Sultani Street dopo aver eliminato 28 terroristi di Jabhat al-Nusra, tagliando i collegamenti dei terroristi di liwa Suqur al-Zabadani dell’ELS, Jabhat al-Nusra, haraqat Ahrar al-Sham e Stato Islamico d’Iraq e al-Sham (SIIL) tra al-Zabadani e la loro base principale di Madaya, a sud. Ad Irbin, l’artiglieria dell’EAS eliminava 22 terroristi.
Il 13 luglio, ad al-Zabadani la 63.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano ed Hezbollah eliminavano 26 terroristi di Jabhat al-Nusra, liwa Suqur al-Zabadani e haraqat Ahrar al-Sham. Lo Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham (SIIL) attaccava il quartiere al-Ghuwayran, ad al-Hasaqah, venendo respinto dalla 104.ta Brigata aeroportata della Guardia Repubblicana dell’Esercito arabo siriano, che eliminava 35 terroristi.

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L’Arabia Saudita sarà la Wall Street del Medio Oriente?

Ariel Noyola Rodríguez* RussiaToday
*Economista laureato alla Universidad Nacional Autónoma de México.splash-562058_risultatoDato il rallentamento economico, il governo dell’Arabia Saudita ha deciso d’intraprendere una serie di riforme volte a promuovere gli investimenti esteri. La liberalizzazione del mercato azionario è il progetto più ambizioso. Tuttavia, resta da vedere se impedirà le pratiche speculative dei banchieri di Wall Street o, al contrario, il boom del mercato azionario Tadawul genererà una crisi…
Le economie emergenti subiscono le conseguenze della deflazione (prezzi in calo) delle materie prime (“commodities”), in particolare del petrolio. Nella varietà Brent, l”oro nero’ registra un calo complessivo di oltre 40 punti percentuali negli ultimi 12 mesi, una situazione che ha messo l’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC) in una situazione grave. Cosa fare per evitare una debacle economica? L’Arabia Saudita, membro a pieno titolo del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) e dell’OPEC, si è sempre opposta a ridurre il tetto massimo di produzione, aumentando i prezzi del petrolio e derivati (1). Invece s’è ostinatamente concentrata sulla continuazione della ‘guerra dei prezzi’ contro il Nord America. Per mantenere la supremazia nel mercato mondiale del petrolio, l’Arabia Saudita intende spezzare le compagnie del petrolio e gas di scisto (‘shale’) statunitensi (2). Tuttavia, tale strategia ha anche causato gravi danni ai Paesi produttori di petrolio convenzionale (in base a condizioni semplici dal punto di vista tecnico e del profitto economico), in particolare di Sud America, Nord Africa e Medio Oriente. Contrariamente agli obiettivi, l’Arabia Saudita è divenuta vittima di se stessa, con entrate pubbliche per il quasi 90% dipendenti dal petrolio, la situazione economica diventa insostenibile. Le violente fluttuazioni dei prezzi nel mercato o rafforzano la muscolatura economica delle nazioni o le impantana. In un primo momento, dall’invasione dell’Iraq nel marzo 2003 allo scoppio della crisi dei subprime dell’ottobre 2008, i prezzi del petrolio greggio Brent erano sopra i 100 dollari al barile. Grazie al boom del petrolio, l’Arabia Saudita accumulò massicce riserve di valute internazionali (100% del PIL) diminuendo il debito pubblico (2% del PIL) registrando tassi di accumulazione mai visti prima. Tra 2003 e 2008, il PIL raggiunse un tasso di crescita annuale tra il 5 e l’8% (a prezzi costanti), secondo la banca dati del Fondo monetario internazionale (FMI). Tuttavia, all’inizio del 2009 il prezzo del petrolio scese a 50 dollari per la contrazione del credito internazionale (‘credit crunch’) e il crollo della produzione mondiale di beni. La recessione acquisì slancio nelle economie di Stati Uniti ed Unione europea, mentre America Latina, Africa e Asia-Pacifico registrarono un significativo rallentamento. Tuttavia, nei mesi seguenti i prezzi del greggio si alzarono, dal 2010 fino alla metà del 2014, e rimasero tra i 95 e i 120 dollari, grazie agli ampi sconvolgimenti geopolitici regionali (Siria, Libia, Yemen, ecc.) e alla speculazione delle maggiori banche d’investimento (Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan Chase, ecc.) Il tasso di crescita dell’Arabia Saudita fu tra 1,8 e 5,5%, nel 2009-2013 (tranne nel 2011), con un calo significativo rispetto al periodo precedente (2003-2008), superando anche molte economie emergenti. Tuttavia, i tassi ricominciarono a precipitare dal giugno dello scorso anno. Oggi che i prezzi rimangono molto lontani da quelli raggiunti durante il primo decennio del 2000, le prospettive di un’accelerazione della crescita dell’economia saudita non sono positive.
OPEC-Logo-5_risultato Nonostante le avversità, re Salman bin Abdulaziz si è opposto al riduzione della spesa pubblica e all’aumento delle tasse. Tali misure scatenerebbero solo grandi proteste sociali. Invece gli al-Saud hanno deciso di ampliare la proprietà straniere nell’economia e in parallelo indirizzare i risparmi in eccesso su investimenti produttivi per diversificare le esportazioni. In questo contesto, l’apertura del mercato azionario (‘Saudi Stock Exchange‘) agli investimenti stranieri merita particolare attenzione. Quando la Cina fu incoraggiata a liberalizzarlo nel novembre 2014 (3), l’unica economia del Gruppo dei 20 (G-20) che teneva chiuso il proprio mercato dei capitali era l’Arabia Saudita. Stabilendo poco a poco i ritmi e tenendo d’occhio gli speculatori, ora aspira ad essere la Wall Street del Medio Oriente. “Vorremmo vedere una graduale apertura. Non vogliamo che il mercato si surriscaldi“, dichiarava Hasan Shaqib al-Jabri, presidente esecutivo di Sedco capital (4). Una volta concessa l’autorizzazione dal corrispondente regolatore dei titoli, gli investitori internazionali possono (da metà giugno) acquistare e vendere azioni di 170 aziende saudite (legate ai settori bancario, energetico, dei trasporti e vendite al dettaglio). Così con la deflazione delle materie prime (‘commodities’), le società saudite non petrolifere possono assorbire capitali dal resto del mondo e aumentare la redditività. Al momento vi sono molte restrizioni (5). L’Autorità del Mercato dei Capitali (CMA, dal suo acronimo in inglese) esige minimo 5 anni di esperienza negli investimenti finanziari. Inoltre, le aziende che vogliono investire devono avere un minimo di capitalizzazione pari a 5 miliardi di dollari. D’altra parte, per mantenere il potere di decisione degli affaristi sauditi nelle assemblee degli azionisti, la CMA ha rilevato che almeno il 51% della proprietà della società deve rimanere in mani nazionali. È interessante notare che il mercato azionario saudita ha una capitalizzazione di circa 600 miliardi di dollari, equivalente a quello degli altri membri del GCC (Bahrayn, Kuwait, Oman, Qatar e Emirati Arabi Uniti), mentre le operazioni giornaliere sono stimate a 2,5 miliardi di dollari. Il mercato azionario, l’indice Tadawul, tra i più importanti nelle economie emergenti, ha una liquidità superiore a quella dei corrispettivi di Sudafrica (JSE), Russia (MICEX), Turchia (ISE) e Messico (CPI).(6)
Secondo alcune previsioni, la liberalizzazione del Tadawul farà espandere di 30/50 miliardi di dollari gli investimenti in Arabia Saudita nei prossimi 5 anni.(7) I titoli azionari dei prodotti petrolchimici Sabic, delle banche Samba e al-Rajhi, del consorzio alimentare Savola e della compagnia telefonica Saudi Telecom sono tra i più ambiti dagli investitori internazionali.(8) Tuttavia, il processo di apertura del mercato dell’Arabia Saudita non è privo di rischi. Mentre cerca di essere il fattore scatenante di una serie di investimenti per alleviare il rallentamento del PIL, l’incremento dell’indice Tadawul potrebbe però aumentare la volatilità finanziaria e quindi rigettare le speranze di ripresa economica, come accade oggi negli Stati Uniti. I sauditi sapranno battere l”esuberanza irrazionale’ (Alan Greenspan dixit)?

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1. “Oil price falls as Saudi Arabia pushes Opec cartel to hold production levels“, Terry Macalister, The Guardian, 5 giugno 2015
2. “Saudi claims oil price strategy success“, Anjli Raval, The Financial Times, 13 maggio 2015
3. “Shanghái y Hong Kong: la nueva dupla bursátil“, Ariel Noyola Rodríguez, Red Voltaire, 22 novembre 2014
4. “Saudi Arabia equity market opening just the start“, Philip Stafford, The Financial Times, 16 giugno 2015
5. “Saudi Arabia’s stockmarket: A cautious opening“, The Economist, 9 maggio 2015
6. “Saudi Stocks Slip as Foreigners Gain Access“, Ahmed Al Omran & Rory Jones, The Wall Street Journal, J15 giugno 2015
7. “Saudi Arabia opens its $560bn stock market to foreign investors“, Simeon Kerr, The Financial Times, 14 giugno 2015
8. “Saudi Arabia opens stock market: Five shares worth buying“, The Telegraph, 15 giguno 2015

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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