Mutamento geostrategico globale e scomparsa del principe ereditario saudita

Alessandro Lattanzio, 25/5/2018La scomparsa (eliminazione?) del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, interventista spregiudicato e stretto alleato d’Israele e Stati Uniti d’America, rientra nel relativamente lungo processo di mutamento geoeconomico globale guidato dalle potenze eurasiatiche?
Va notato che le azioni belluine dell’amministrazione statunitense di Donald Trump, di estrazione bannoniana-neocon, creano un sempre più profondo solco nel campo occidentale, atlantista. L’azione della Brexit è stato un primo segnale, una frattura all’interno del campo liberal-imperialista, espressa dalla consorteria Clinton-Obama, appoggiata in Europa dal fronte liberale di centrosinistra, social-imperialista, che con la propria politica economico-sociale ha praticamente esaurito bacini elettorale e ambiti di legittimità sociale, oramai ridotte a sacche residue, come l’ambito dell’alienato mondo dell’infointment e dello schizofrenico ghetto accademico sorosiano. L’area occupata dalla sinistra liberalimperialista viene occupata dalla setta bannoniana-necon, aralda di un presunto riscatto nazionale contro l’impero, il mercantilismo e il ‘finanzcapitalismo’; ma in realtà ne rappresenta la sublimazione aggressiva, volta a cercare di frenare l’avanzata delle potenze eurasiatiche, del cui sviluppo, tale frangia di redivivi neocon, ne accusa la presidenza liberal-imperialista Obama. Ma al di là delle recriminazioni di carattere puramente interno e settario, lo sviluppo eurasiatico è dettato dalla restaurazione statuale in Russia, e dallo sviluppo economicamente diretto, sempre dallo Stato, in Cina, Vietnam e Iran, ad esempio; senza trascurare la stabilizzazione dell’Asia Centrale e del Medio Oriente utile (Iraq, Siria, Egitto) che inevitabilmente, consolidandosi, creano quel peso gravitazionale strategico che annulla, gradualmente, l’influenza traballante dell’imperialismo statunitense su India e Pakistan, e contemporaneamente costringe anche i più fedeli alleati degli USA, Israele, Turchia, Arabia Saudita, e perfino l’asse Francia-Germania a ponderare, e ponderare bene, il peso crescente nei vari ambiti geostrategici (economico, militare, diplomatico, culturale) delle potenze eurasiatiche e dei loro alleati fisiologici. Pena l’incatenamento a una potenza atlantista, gli USA, le cui correnti politiche interne si mostrano sempre più oscure, confuse e insensatamente aggressive, col corollario neo-spykmaniano della Brexit inglese, che si svela sempre più un costrutto bannoniano-neocon, volto a nascondere sotto una facciata neopatriottica, un mero ritorno ai più diretti interessi e a direttive strategiche ‘eccezionaliste’, che vedono nella santa alleanza anglosassone, una panacea geopolitica e geostrategica globale alla sempre più evidente e accelerata emarginazione globale del fronte atlantista (USA, Canda, Regno Unito, e colonie).
La Brexit, quindi, come momento di rilancio della classica politica neoimperialista statunitense, vissuta dal 1941 al 1991, costretta a riadattarsi col dissolvimento dell’URSS, intraprendendo politiche interventiste meno legate alle forze armate, e più al complesso intelligence-disinformazione che aveva prevalso nel 1991-2015 in alleanza con la fazione politica Clinton-Obama, e i poteri che essa rappresenta. L’attacco di Soros ai social media, al riguardo, segnala solo il passaggio di una sostanziale fazione ‘finanzcapitalistica’ dall’asse dominato dall’intelligence, a quello dominato da Pentagono e grandi aziende belliche statunitensi.
Si assiste, in sostanza, a una sorta di passaggio storico cruciale, contrassegnato, nella sua piccola grandiosità, dalla probabile eliminazione fisica dell’elemento strategico locale dell’imperialismo, il principe saudita Muhamad bin Salman che, lungi dal compiere una ‘rivoluzione’, voleva solo inasprire e rendere irreversibile l’alleanza tra petrolio saudita e declinante dollaro statunitense; reprimendo le forze saudite che invece, a quanto pare, iniziavano appunto a valutare il peso dei cambiamenti geoeconomici e geostrategici dettati da Mosca e Beijing non solo in Medio Oriente ed Heartland d’Eurasia, ma anche verso gli spykmaniani rimland asiatico-orientale ed europeo-occidentale (escluso il Regno Unito, da cui l’isteria vigente nella fazione residuale liberal-imperialista e mediatica, alleatasi, dopo la Brexit, con gli eccezionalisti ultraconservatori della santa alleanza anglosassone).
Le notizie seguenti, dovrebbero dare una delucidazione parziale a quanto qui sopra affermato.

Qalid A. al-Falih

Il 3 giugno 2017, la TASS intervistava il ministro dell’energia, dell’industria e delle risorse minerarie dell’Arabia Saudita e Presidente della Saudi Aramco Qalid A. al-Falih, che aveva parlato col Presidente Putin sull’opportunità di investimenti congiunti con la Russia e la Cina. “Il fatto è che la Russia ha enormi risorse: petrolio e gas. Ma anche, e lo sto scoprendo con la mia visita qui (al Forum economico internazionale di San Pietroburgo), che ha enormi capacità in personale, tecnologie, aziende che possono eseguire grandi progetti, dal Yamal LNG a Sakhalin, così come oleodotti e invio di GNL… Riteniamo che la Russia abbia un grande potenziale per gli investitori, ed anche le società russe possono investire all’estero, compresa l’Arabia Saudita. Siamo interessati ad attrarre aziende russe ad investire nel Regno, in particolare nei servizi. Il settore chimico è una grande opportunità d’investimento perché la Russia ha molte materie prime. Pensiamo a creare un fondo sovrano specializzato in società energetiche. Non solo acquisterà società già esistenti, ma creerà opportunità di crescita per le società russe che investano in Arabia Saudita o anche Paesi terzi”. Incontrando Igor Sechin. CEO di Rosneft, al-Fatih affermava che “Abbiamo discusso concetti, commercio, potenziali investimenti congiunti in Russia e progetti che potrebbero utilizzare tecnologie saudite (prodotti chimici, ad esempio). Abbiamo discusso di potenziali investimenti in mercati che sono d’interesse per Rosneft e Saudi Aramco. Potremmo creare sinergie tra le due società. Quindi, concetti sono stati discussi, non progetti specifici, in questa fase. Ma questo seguirà”. “Quando si vede l’Artico, anche in estate… si ha bisogno di un rompighiaccio a propulsione nucleare per portare materiali e persone. Sono impressionato dall’ingegnosità dei russi: possono trovare modi innovativi per costruire questi grandi progetti, per renderli possibili. Ciò aumenta la nostra fiducia nella cooperazione con le controparti russe. Hanno visione, strategia, capacità d’implementare questi grandi progetti contro ogni previsione. Quindi penso che si gettino le basi per esplorare opportunità future. Guardiamo ai progetti esistenti ma anche futuri con aziende russe, da poter completare altrove, in Africa, Mediterraneo, ecc”.
Più di recente, il 14 febbraio 2018, la Russia invitava la Saudi Aramco a partecipare al progetto Artico LNG-2 con la compagnia russa Novatek, come dichiarva il ministro Qalid al-Falih, “I nostri colleghi russi hanno proposto d’investire nella seconda fase dello Jamal LNG (Arctic LNG-2, il secondo progetto della Novatek) .Questo è un grande progetto che farà parte della strategia di Aramco“. L’Arctic LNG-2 è il secondo impianto di GNL della Novatek, programmato per il 2023 e la cui capacità sarà di oltre 18 mln di tonnellate di GNL prodotte all’anno.
E si arriva al 24 maggio 2018, quando Novatek e Total firmavano un accordo sulla partecipazione della società francese al progetto Arctic LNG 2. Il documento veniva firmato alla presenza del Presidente Vladimir Putin e del presidente francese Emmanuel Macron. “Total parteciperà con una quota del 10%“, dichiarava Mikhelson, top manager della Novatek. “Prevediamo di detenere una quota del 60%: se decidiamo di ridurla, sarà non meno del 50%, e Total avrà il diritto di aumentare la propria partecipazione al 15%“. Il costo del progetto Arctic LNG 2 è di circa 25,5 miliardi di dollari. Inoltre, società francesi firmavano 50 contratti con partner russi a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), del 2018. “Le nostre aziende hanno sottoscritto 50 accordi nel quadro di questa sola visita”, affermava Macron, ricordando che “alcuni accordi di partnership sono stati firmati nei momenti più difficili della storia. Dovremmo fare affidamento su questa forza creativa perché Francia e Russia ci credono. E la nostra presenza qui, proprio come la presenza del Giappone, dimostra che questa determinazione è reciproca. Il sentimento di soddisfazione appare perché imprese e partner francesi sono rimasti in Russia durante questo periodo, specialmente quando la Russia scivolò in recessione nel 2009-2010. Se diamo un’occhiata, allora alcuna impresa francese ha lasciato il mercato russo negli ultimi dieci anni. Questo è un segnale forte. Anche in tempi difficili, imprenditori, grandi partecipazioni e partner finanziari dalla Francia sono rimasti in Russia e hanno continuato a dare il loro contributo allo sviluppo della vita economica in Russia. Le nostre società francesi assumono 170000 cittadini russi, siamo secondi agli investimenti esteri diretti e c’è motivazione di passare dal secondo al primo posto, soprattutto quando i tempi migliorano. Le nostre partnership funzionano molto bene nel campo dell’energia, dell’industria e del settore finanziario. Mi piacerebbe poter consolidare questo lavoro comune“.
Il Presidente Vladimir Putin dichiarava che l’ammontare degli investimenti della Francia in Russia ammontavano a 15 miliardi di dollari, “Non è abbastanza,… dovrò deludere Emmanuel, la Germania non occupa il primo posto, la Cina l’ha preso da tempo, sia in investimenti che scambi commerciali“, secondo cui, il volume del giro d’affari russo-cinese ammontava a 86 miliardi di dollari, mentre il giro d’affari con l’Unione Europea da 450 miliardi si era dimezzato negli ultimi anni. “Lo stesso vale per gli investimenti“, ribadiva Putin citando l’esempio dell’azienda finlandese Fortum, che aveva investito 6 miliardi di euro in progetti in Russia. “Una sola compagnia finlandese! Mentre tutta la Francia investe 15 miliardi, è normale?” Putin osservava che Fortum è fornitore “dei siti più sensibili, compresi quelli del ciclo nucleare“. “L’economia russa è molto aperta e molto affidabile“, sottolineava il presidente Putin, ricordando che le autorità russe hanno ottenuto la stabilità macroeconomica, “importante per gli investitori”. Putin non ignorava un’altra dichiarazione di Macron, che ha affermava che la Francia crede nell’Europa da Lisbona agli Urali. Il presidente russo affermava che ciò dovrebbe riguardare l’Europa da Lisbona a Vladivostok, e non agli Urali. Putin ringraziando Macron per la visita in Russia, definiva la Francia partner affidabile e solido, dato che “ha sempre preso una propria posizione negli affari mondiali e ha sempre cercato, almeno, di difendere la propria sovranità. L’apprezziamo nel mondo moderno, è particolarmente richiesto e stimato perché garanzia di stabilità nei rapporti, cosa importante in generale negli affari internazionali, tra Paesi e nell’economia; la stabilità viene prima di tutto“.Fonti:
TASS
TASS
TASS
TASS
TASS

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Il commercio tra Russia e Cina cresce, mentre gli USA rischiano la recessione

News Front, 24 05 2018

Il commercio bilaterale tra Russia e Cina è cresciuto costantemente e la tendenza positiva continuerà, secondo Xu Sitao, capo economista della società di consulenza Deloitte in Cina. Parlando a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2018), affermava che la Cina è diventata il più grande mercato d’esportazione per la Russia dal 2017, con circa il 12-13% delle esportazioni russe. Nonostante le sanzioni occidentali, l’economia russa finora s’è dimostrata resiliente, secondo Xu Sitao, rilevando anche il forte rimbalzo dei prezzi del petrolio. “Come ho già detto, Russia e Cina sono complementari. La Cina si allontana dal carbone dell’energia sporca, quindi mi aspetto una maggiore collaborazione tra i nostri Paesi, sono piuttosto ottimista“. L’economista aveva anche detto che una guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti si tradurrebbe in una sconfitta, il che significa che i responsabili delle politiche di entrambe le parti saranno probabilmente razionali. Questo è ciò che abbiamo visto nelle ultime due settimane, affermava aggiungendo “Penso che le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti difficilmente finiranno”. “Davvero, per una sola ragione, l’economia statunitense affronta il rischio del surriscaldamento. Allo stesso tempo, la politica fiscale col taglio delle tasse potrebbe effettivamente portare a un deficit commerciale maggiore tra Stati Uniti e Cina”. Xu spiegava che se la Cina dovesse acquistare altri prodotti agricoli ed energia dagli Stati Uniti nei prossimi due anni per le pressioni dell’amministrazione Trump, “potremmo effettivamente vedere una riduzione di acquisti dai Paesi europei”. Ciò potrebbe effettivamente indurre l’UE ad adottare una politica ancora più indipendente nei confronti della Cina, aggiungeva. Alla domanda sulle previsioni economiche a breve termine, l’economista rispose: “Penso che la Cina sia sulla buona strada, e l’economia russa è in via di guarigione. L’economia statunitense in realtà non è forte… Entro il 2020 potremmo vedere la recessione negli Stati Uniti“.
Nel discorso intitolato “l’evoluzione dell’economia cinese e il suo impatto globale“, il Prof. Xu sosteneva che, nonostante il rallentamento economico, la Cina ha ancora una capacità di recupero sottovalutata grazie alla tendenza nell’aggiornamento dei consumi. In effetti, il boom del consumo e i potenziali investimenti privati sosterranno la crescita economica della Cina mentre continua a seguire riforme e politica delle porte aperte. A breve e medio termine, il problema più pressante che deve affrontare la trasformazione economica della Cina è il de-leveraging e le conseguenze, affermava il Prof. Xu. Da un lato, il governo centrale potrebbe ridurre i debiti societari crescenti delle SOE attraverso riforme e ristrutturazioni, trasformando i giganti statali in società per azioni, ecc. D’altro canto, i consumatori dovrebbero essere ulteriormente responsabilizzati attraverso controlli del capitale facilitati e tali potenti asset allocation potrebbero anche lentamente sgonfiare le bolle domestiche. La ragione principale del governo per introdurre controlli sui capitali è impedire rischi finanziari e potenziali shock sul mercato, risultanti da elevati deflussi di capitali. Il recente declino delle riserve estere della Cina non dovrebbe destare preoccupazioni perché il loro livello è più che adeguato a soddisfare la domanda di importazioni e a servire il debito estero.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’impero in gramaglie

Chroniques du Grand Jeu, 24 maggio 2018In preda al panico, sarà almeno Washington. Per l’impero, è un nuovo 2016 che ricomincia…
L’Eurasia è inesorabilmente vicina, incoraggiata dalle posizioni statunitensi. Un accordo preliminare per la creazione di una zona di libero scambio è stato siglato tra Unione economica eurasiatica (UEE) ed Iran, ammorbidendo le sanzioni statunitensi. Inutile dire che gli scambi non saranno in dollari ma in rubli. È interessante notare che la firma avveniva pochi giorni dopo la decisione unilaterale di Donaldinho sul nucleare iraniano. Questo è ancora un altro esempio dell’abilità di Vladimirovitch: senza rumore, senza scosse, prendere una decisione di grande aiuto ad un alleato liberando dagli effetti dell’agitazione imperiale. Da parte loro, dopo due anni di negoziati, i cinesi firmavano con la stessa UEE un accordo economico e commerciale che entrerà in vigore il prossimo anno, collegando le nuove Vie della Seta, che già acquistano importanza anche se il progetto faraonico è appena iniziato. Il commercio tra i Paesi interessati, Cina, Russia, India, Asia centrale, è aumentato considerevolmente, non sempre nel senso che si ritiene altrove. Così, le importazioni del dragone sono aumentate del 20% (666 miliardi di dollari) mentre le esportazioni dell’8,5% (774 miliardi). Eravamo piuttosto abituati al contrario…
Dopo una visita vantaggiosa in Cina a fine aprile, dove le dispute di confine sul Bhutan non venivamo affrontate pubblicamente, il Primo ministro indiano Modi si recava a Sochi per incontrare Putin “rafforzando la speciale relazione strategica” tra Mosca e Nuova Delhi. Tra gli altri argomenti discussi, la cooperazione militare (S-400, Sukhoj…) Tutto questo bel mondo s’incontrerà a Qingdao il prossimo mese non per bere la deliziosa birra locale, ma per inaugurare il nuovo formato della Shanghai Cooperation Organization, struttura in crescita con India e Pakistan che ne fanno pienamente parte; l’OCS ospita la metà della popolazione mondiale, coi due Paesi più popolosi del pianeta, copre quasi 40 milioni di chilometri quadrati, ha quattro potenze nucleari e beneficia delle risorse energetiche favolose di Russia ed Asia centrale. L’ospite già svelava uno dei temi principali, portando avanti il concetto di “sicurezza comune, completa, cooperativa e sostenibile” e promuovendo un “modello di gestione della sicurezza che risolve sintomi e cause nel guidando la cooperazione della SCO sulla sicurezza verso un nuovo livello“. Se l’impero marittimo degli Stati Uniti non può più sprofondare il continente nel fuoco e sangue per tenerlo diviso, dove va allora?… L’integrazione eurasiatica sembra inarrestabile, non sorprendendo i lettori fedeli delle nostre cronache. Ciò senza contare l’errore strategico imperialista di ritirarsi dall’accordo nucleare iraniano. Se la decisione ha una sua logica, favorire gli ultimi clienti dell’egemonia in declino: Arabia Saudita e Israele, è probabile che sarà catastrofico per Washington. Il vero obiettivo di Barack firmando l’accordo del 2015 non era né pacifico né nobile; era rendere i leader iraniani malleabili alle concessioni (a lasciare la Siria o smettere di sostenere Hezbollah, per esempio), e soprattutto allontanarli dalla coppia sino-russa. La decisione e le sanzioni donaldiane che ne derivano spingono invece Teheran tra le braccia dell’Eurasia. L’alleanza naturale Russia-Cina-Iran uscirà rafforzata e Spykman dovrà rivoltarsi nella tomba…
Mosca e Teheran, che non commerciano più in dollari, continueranno a commerciare come se nulla fosse accaduto. E l’accordo che Putin voleva tra UEE e Iran lo dimostra. Per chiarire che le relazioni commerciali sino-iraniane continueranno anche contro ogni previsione, Pechino apriva una linea ferroviaria merci di 8000 km collegando i due Paesi e il jolly cinese dell’energia, CNPC, già pronto a sostituire Total nel giacimento di gas South Pars. Da cui la reazione da bimbominchia di Micron non sorprende, data la storia del personaggio: “Le conseguenze indirette della decisione statunitense favoriranno le posizioni di Russia e Cina nella regione e le loro imprese. Ma non inizieremo una guerra commerciale cogli Stati Uniti sull’Iran o contro compagnie statunitensi contrarie“. Era eccitato dalle carezze da Donald durante il soggiorno alla Casa Bianca? La sottomissione dell’occupante dell’Eliseo contrasta in ogni caso con la combattività tedesca, già visibile a proposito del Nord Stream II. L’eurocrazia attraverserà il Rubicone e abbandonerà il dollaro nelle transazioni petrolifere coll’Iran? Conoscendo l’impotente cricca di Bruxelles, nulla è meno certo… Ma tale relazione ha almeno il merito di rafforzare la sfiducia nei confronti del biglietto verde e mettere a repentaglio il petrodollaro su cui l’impero basa il proprio potere. I cinesi non chiedevano tanto, vi si preparavano da tempo e lanciavano a fine marzo con la fanfara i loro contratti futures sul petrolio denominati in yuan: “Gli ultimi sviluppi non faranno altro che aumentare l’attrattiva del petrolio, che Pechino incoraggia vivamente. Anche se la strada è ancora relativamente lunga prima di vedere superare il petrodollaro, è una minaccia mortale all’impero. Soprattutto da quando, evento cruciale completamente ignorato, il pagamento degli interessi del debito USA per la prima volta nella storia supera il budget militare. È grazie all’utilizzo globale del dollaro, in particolare del petrodollaro, che gli Stati Uniti finanziano il proprio debito dal 1944, come si ricordava tre anni fa: “Mentre la polvere degli sbarchi in Normandia era appena caduta e la guerra contro la Germania tutt’altro che finita, gli Stati Uniti riunirono una quarantina di Paesi a Bretton Woods per prepararsi al futuro dominio. A differenza della Prima guerra mondiale, l’intervento nella Seconda guerra mondiale non fu facile. Fu deciso che si sarebbero interessati agli affari mondiale. E per tale Paese immerso nell’ideologia messianica, convinto di essere “la nazione indispensabile”, s’interessava al mondo per dominarlo. Il 22 luglio 1944, i delegati non firmarono né più né meno che il dominio universale del dollaro per i prossimi decenni, organizzando il sistema monetario internazionale sul biglietto verde. Tra le novità, un Fondo Monetario Internazionale e una Banca Mondiale che concedevano prestiti solo in dollari, costringendo così i Paesi candidati ad acquistare valuta statunitense, quindi indirettamente a finanziare gli Stati Uniti. Il dollaro era la pietra angolare dell’intero sistema, intermediario unico e indispensabile per richiedere un prestito, comprare oro e acquistare petrolio (petrodollari dal 1973). De Gaulle già si oppose all’incredibile capacità degli USA di “entrare nel debito liberamente”, così finanziando il dominio sugli altri. Giscard, che non aveva nulla di marxista antimperialista, parlava di “privilegio esorbitante”. Nixon rispose: “nostra moneta, vostro problema”. Sebbene non sia possibile riassumere le cause del dominio post-bellica statunitense col solo status della loro valuta, svolse un ruolo cruciale. Questo è ciò che Washington perde...”
Per molti, la fine del dollaro è ormai inevitabile, trascinandosi l’impero. Solo la data solleva domande e i cinesi potrebbero dire la loro accelerando il processo. Lasciate che convincano, come cercano di fare da mesi, i sauditi a “cambiare” il petrodollaro col petroyuan, come immaginato nel 2015, e l’edificio imperiale crollerà. A proposito, poniamo una domanda audace che, precisiamo immediatamente, non si basa su nient’altro che una vaga intuizione personale: esiste una possibile relazione con l’improvvisa scomparsa del liderissimo di Riyadh, il principe ereditario MBS, assente da diverse settimane? Fine della nostra piccola parentesi/ipotesi.
Il grande movimento di dedollarizzazione che inizia a toccare il pianeta va paragonato alla scommessa dell’oro prodotto dal, chi altro?, duo infernale sino-russo che ha accumula metallo prezioso da anni. Obiettivo: creare un solido sistema finanziario basato sull’oro e distruggere il dominio del dollaro e di altre valute cartacee dei Paesi occidentali indebitati fino al collo. Già, Pechino e Mosca vanno d’accordo come ladri in fiera: “In effetti, il matrimonio d’oro è abbastanza avanzato. La Cina paga in yuan il petrolio russo che importa. Con questi yuan, Mosca si precipita… a Shanghai per comprare oro! Circuito da cui il dollaro è totalmente assente”. Ci sarà presto lo scambio diretto petrolio-oro? Andiamo avanti. Si diffonderà questo sistema parallelo? Questo è ciò che pian piano ma sicuramente preparano BRICS, OCS, banche cinesi, alleati (Venezuela ecc.) e non è certo la frenesia statunitense a colpire tutto ciò che si muove, specialmente l’Iran, che darà fiducia al sistema finanziario imperiale; al contrario. La Turchia annunciava ad aprile il rimpatrio delle riserve auree negli Stati Uniti, durante un discorso piuttosto duro di Erdogan. Il sultano criticava aspramente l’oppressione del biglietto verde e voleva che i prestiti fossero basati sull’oro. Pochi giorni fa, si gettava contro l’impero sostenendo apertamente Maduro, lo zimbello di Washington in Venezuela. Sembra che la Turchia sia un membro della NATO…Traduzione di Alessandro Lattanzio

India e Cina verso l’armonizzazione delle relazioni

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 20.05.2018Cina e India occupano rispettivamente il primo e il terzo posto nello sviluppo economico in Asia. Entrambi i Paesi hanno enormi risorse terrestri e umane, vie di accesso al mare e grandi piani di sviluppo. Non sorprende quindi che si trovino in competizione fondamentale. A parte questo, dispute territoriali di lunga durata complicano le relazioni sino-indiane. La rivalità tra attori potenti e ambiziosi come la Repubblica popolare cinese e l’India sulla scena mondiale è del tutto naturale e persino benefica finché rimane civile. Tuttavia, i conflitti del 1962 e 1967 dimostrano che il braccio di ferro sino-indiano può diventare bellico. Da allora, il mondo considera ogni nuova escalation tra i due giganti asiatici, con armi nucleari, con apprensione ben sapendo che qualsiasi conflitto su vasta scala tra India e Cina può influenzare non solo la sicurezza in Asia ma anche di altre regioni. L’ultimo incidente, che costrinse la comunità internazionale ad prevedere un nuovo conflitto sino-indiano, si ebbe nell’estate 2017, quando l’India difese l’alleato Regno del Bhutan nel disaccordo con la Repubblica popolare cinese sull’altopiano di Doklam. Sia le forze indiane che quelle cinesi si trovavano ancora una volta a una pericolosa vicinanza. Fortunatamente, il conflitto si risolse con mezzi diplomatici e le parti ritirarono le rispettive forze a fine agosto 2017. Ancora un altro motivo per la relazione tesa tra India e RPC è la collaborazione cinese col Pakistan, nemico convinto dell’India con cui aveva già intrapreso conflitti armati. Da segnalare anche la competizione sino-indiana per l’influenza nei Paesi del Sud e Sud-Est asiatico, Africa ed Oceano Indiano. Gli Stati Uniti approfittano attivamente di tale situazione in quanto vedono l’India partner strategico nella lotta al dominio cinese nella regione Asia-Pacifico. Tuttavia, è dubbio che l’India ne sia soddisfatta. La leadership indiana e quella cinese comprendono la necessità di un ampio lavoro per normalizzare le relazioni tra i due Paesi. Gli eventi del 2017 hanno dimostrato che ciò deve iniziare il prima possibile. Tuttavia, il desiderio di proteggere i propri interessi impedisce a India e Cina di risolvere i disaccordi entro un breve periodo, tuttavia alcuni passi avanti vengono presi.
Negli ultimi anni ci sono stati contatti attivi tra i due leader. Il Primo ministro indiano Narendra Modi e il leader cinese Xi Jingpin si incontravano occasionalmente partecipando a negoziati bilateralmente e ad eventi internazionali. Nel giugno 2017, l’India e il suo avversario Pakistan, aderivano alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), che conta anche Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Gli obiettivi principali della SCO sono rafforzamento delle relazioni tra gli Stati aderenti e cooperazione congiunta sulla sicurezza. Ciò potrebbe, col tempo, portare ad armonizzare le relazioni tra India e Cina, nonché Pakistan. La Russia potrebbe svolgere un ruolo d’intermediaria per le relazioni amichevoli e di lungo termine con l’India e gli sforzi per migliorare la cooperazione con RPC e Pakistan. Un altro incontro informale tra Narendra Modi e Xi Jingpin si svolse a Wuhan, in Cina, nell’aprile 2018. Il leader cinese affermò che India e Cina hanno raggiunto accordi su varie questioni importanti rafforzando la partnership negli ultimi anni. Ed anche osservava che RPC ed India sono i maggiori Paesi in via di sviluppo dalla popolazione di oltre 1 miliardo di persone. Secondo Xi Jingpin, entrambi i Paesi sono importanti motori della crescita economica e promotori della globalizzazione economica e del multipolarismo, e le relazioni positive tra le due nazioni sono cruciali per la stabilità del mondo e lo sviluppo umano. Questo è il motivo per cui RPC ed India dovrebbero essere buoni vicini e partner, tenendo in considerazione i rispettivi interessi strategici e risolvendo i disaccordi con ogni mezzo ragionevole. In risposta, Narendra Modi espresse l’accordo con le dichiarazioni di Xi Jingpin sulla posizione che le due nazioni occupano sulla scena mondiale e sulla necessità di relazioni strategiche tra India e Cina. Secondo il primo ministro indiano, l’India è intenzionata a seguire il suo corso politico indipendente, sostenendo allo stesso tempo globalizzazione e multipolarismo, e d’essere pronta a cooperare con la RPC a vantaggio di tutte le altre nazioni in via di sviluppo. Si può dire che un importante risultato dell’incontro di aprile tra i leader indiani e cinesi era la decisione di porre fine ai conflitti sui territori contesi al confine sino-indiano.
Molti esperti concordano sul fatto che India e Cina sono sul punto di una nuova fase delle relazione. Entrambe sono attrici sempre più influenti nel mondo, con una duratura relazione amichevole tra le due potenze che le rende sempre più determinanti nella politica ed economia globale. Tenendo conto delle posizioni raggiunte finora da India e Cina, qualsiasi conflitto tra di esse può portare a perdite insostituibili. Va anche considerato che i benefici della cooperazione a lungo termine sono abbastanza alti da giustificarne la protezione da eventuali interessi a breve termine. Ancora vi sono numerosi disaccordi tra India e Cina. Ad esempio, l’India è preoccupata per il rapido sviluppo dell’iniziativa economica e dei trasporti globale One Belt One Road (OBOR), che comprende i vicini dell’India come Bangladesh, Myanmar, Sri Lanka e Pakistan. L’India considera questo progetto una minaccia alla sua influenza nella regione. Una base militare, stabilita dalla RPC, nella nazione africana di Gibuti, posizione strategicamente importante lungo la rotta dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo, è un ulteriore motivo di preoccupazione. Il Corridoio Economico Cina-Pakistan, istituito nell’ambito dell’OBOR, è un’altra ragione dell’indignazione dell’India in quanto il corridoio attraversa il Kashmir, territorio rivendicato dall’India. Nonostante questo, India e Cina restano intenti a migliorare la cooperazione in ogni possibile ambito. Di conseguenza, nel 2017, i volumi degli scambi sino-indiani hanno raggiunto livelli record, per 84,4 miliardi di dollari. Che questo sia dovuto al lavoro politico attivo svolto dalle due nazioni da la speranza che il rapporto tra India e Cina continuerà a migliorare nel prossimo futuro.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Bin Salman è stato assassinato?

Shafaqna

Vi sono molte prove che suggeriscono che l’assenza da 30 giorni di Muhamad bin Sulman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, sia dovuta a un incidente nascosto al pubblico“, affermava un giornale iraniano. Secondo il quotidiano Kayhan, il 21 aprile 2018 le agenzie di stampa riferirono che le forze saudite abbatterono un “drone giocattolo” vicino al palazzo reale saudita e furono pubblicate immagini dal sito dello scontro sui social media che illustravano chiaramente movimenti di carri armati e blindati attorno al palazzo reale e suoni di scambio a fuoco con armi pesanti tra la Guardia Reale e un gruppo la cui identità non mai stata rivelata. Kayhan afferma di aver ottenuto informazioni da alcuni servizi segreti secondo cui, negli scontri, almeno due proiettili colpirono il principe ereditario Muhamad bin Sulman, probabilmente uccidendolo.
Un altro sito iraniano “IFP News”, segnalato da Fars News, indicava che “in particolare, bin Salman non apparve mai durante la visita del 28 aprile del nuovo segretario di Stato USA Mike Pompeo a Riyadh, nel suo primo viaggio all’estero come capo diplomatico statunitense“. “Durante il soggiorno a Riyadh, i media sauditi pubblicarono le immagini degli incontri di Pompeo con re Salman e il ministro degli Esteri Adil al-Jubayr. Questo mentre le agenzie pubblicarono le immagini degli incontri a Riyad tra bin Salman e l’ex-segretario di Stato USA Rex Tillerson“.
Pochi giorni dopo l’incidente del 21 aprile, i media sauditi pubblicarono video e immagini di bin Salman che incontrava diversi funzionari sauditi e stranieri. Ma la data degli incontri non poteva essere verificata, quindi la diffusione dei video poteva essere volta a dissipare le voci sulle condizioni di bin Salman“. “Non è chiaro se la scomparsa di bin Salman sia dovuta a ragioni, come sentirsi minacciato, o perché ferito nell’incidente“. “Sembra che solo un’apparizione televisiva dal vivo possa dissipare le voci sulla condizione di bin Salman“.Traduzione di Alessandro Lattanzio