L’Iran distrugge la tenaglia strategica degli USA

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 15/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora40-Iran-Lavrov-RussiaGli accordi di Losanna sul programma nucleare iraniano, naturalmente, avranno un effetto significativo sulla geopolitica del Medio Oriente, ma non necessariamente come certi sponsor statunitensi del processo hanno calcolato. Teheran sembra l’unica a beneficiarne chiaramente, approfittando della vanità del presidente Obama (che cerca di realizzare una sorta di successo di alto profilo della politica estera, al crepuscolo della sua vita professionale), aprendosi una scappatoia dalla tenaglia strategica che l’intrappola. Da un lato, l’economia iraniana era esaurita da anni di sanzioni di Washington, e il calo dei prezzi del petrolio l’ha reso ancora più evidente. Dall’altra, la posizione dell’Iran nella regione era seriamente contestata dall’Arabia Saudita e alleati, che cercano di sopprimere l’attività degli sciiti nello Yemen e altri Paesi del Medio Oriente. Dato il clima, Teheran ha fatto la scelta giusta. E’ già chiaro che, anche se non sarà un compito semplice attuare gli accordi di Losanna, l’Iran è pronto a una lotta assai più aspra contro gli avversari regionali di quanto si aspettassero, mentre si avvia la campagna militare nello Yemen. I leader iraniani, inoltre, non sembrano essere affatto il tipo di persone che sacrificherebbero i loro interessi nazionali per qualche vago beneficio. Il 9 aprile il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che “solo perché le parti hanno raggiunto un accordo preliminare, non vi è alcuna garanzia di un accordo finale sul contenuto o addirittura che i negoziati continueranno”, respingendo categoricamente l’idea di togliere gradualmente le sanzioni, come chiedono i negoziatori occidentali. Ritiene che le sanzioni contro l’Iran devono essere revocate il giorno stesso in cui l’accordo sul programma nucleare iraniano viene firmato. Khamenei ha aggiunto che in base alla sua esperienza, non è “mai stato ottimista sui negoziati con gli Stati Uniti”.
Ora la Casa Bianca è in una posizione difficile. Teheran non rifiuta ogni aspetto significo dell’accordo firmato per limitarne il programma nucleare. Tutto sembra derivare da una questione di formalità legale, ma di un tipo che Barack Obama troverà difficile da superare. Israele e la potente lobby ebraica negli Stati Uniti non usano mezzi termini accusando Obama di tradire un alleato strategico. E il Congresso dominato dai repubblicani non ha intenzione di rendere la vita facile al presidente democratico, alla vigilia delle prossime elezioni. Obama può incrociare le dita affinché i congressisti approvino il futuro accordo che prevede l’abrogazione graduale delle sanzioni contro l’Iran, ma di certo non ha la forza politica per indurli a togliere tutte le sanzioni in una sola volta, anche se gli iraniani non accetteranno niente di meno. Quindi gli Stati Uniti si lamenterebbero per la rottura di un accordo che sembrava a portata di mano; sarebbe un fallimento epico per la diplomazia statunitense, comportando una notevole perdita di prestigio ben oltre il Medio Oriente. Inoltre, sarebbe difficile continuare il blocco economico dell’Iran una volta che ha accettato di rispettare tutti i requisiti posti dalla comunità internazionale. I calcoli di coloro che avevano sperato che la prospettiva della revoca delle sanzioni contro l’Iran portasse a un ulteriore calo dei prezzi del petrolio (assestando un duro colpo alla Russia) non sono state confermate. Molti esperti ritengono che ciò sia uno dei motivi principali del desiderio di Washington di accelerare sull’accordo sul programma nucleare iraniano. Tuttavia, i leader iraniani non sono i tipi che ridurrebbero ulteriormente il prezzo del petrolio svalutando il loro prodotto sul mercato, volenti o nolenti. La produzione di idrocarburi è significativamente più costosa in Iran che nei Paesi arabi del Golfo Persico, e non vi è motivo per gli iraniani di competere con quelle nazioni al ribasso dei prezzi. La politica estera ritiene che una volta che le sanzioni saranno tolte, ulteriori forniture di petrolio iraniano non saranno disponibili fino al 2016, anche presumendo uno scenario favorevole. Mosca e Teheran hanno ben conoscono la necessità di collaborare per far sì che il petrolio abbia prezzi “abbastanza ragionevoli”, compreso un accordo per scambiare beni industriali russi con forniture extra di petrolio iraniano. I saggi persiani non vedono il rabbocco dei serbatoi delle auto occidentali con benzina a buon mercato come loro massima priorità, ma piuttosto si concentrano sullo sblocco di circa 100 miliardi di dollari di beni iraniani detenuti nelle banche occidentali. L’Iran contratta per riavere questi fondi nella seconda metà di quest’anno. Una volta che questi soldi arriveranno sui mercati globali, ci sarà un tuffo valutario ma non dei prezzi delle materie prime. Molti produttori, tra cui la Russia, attendono questo capitale. Perciò i prezzi del petrolio non sono caduti dopo Losanna, ma s’innalzano, e il rublo guadagna terreno. Sergej Lavrov era chiaro quando ha accolto con favore l’imminente eliminazione delle sanzioni contro l’Iran, sostenendo che sia una buona notizia per la Russia. E’ alquanto ingenuo pensare, come molti fanno in Israele ad esempio, che la chiusura del dossier nucleare iraniano cambierà radicalmente gli equilibri di potere in Medio Oriente, eventualmente facendo dell’Iran il maggiore alleato statunitense nella regione. Teheran non è sfuggita a tale tenaglia strategica solo per rinfilarvisi volontariamente. La sottostanti tensioni regionali rimangono. Washington perderà parte della sua credibilità presso le monarchie del Medio Oriente e Israele, ma sarà comunque costretta a costruire una politica regionale che si basi su di essi, e grazie a posizione geopolitica, interessi economici e l’ideologia ufficiale, l’Iran continuerà a vedere gli USA quale minaccia perenne alla propria sicurezza nazionale.
La Russia è il partner più utile all’Iran per risolvere i problemi immediati che deve affrontare. In particolare, data la crescente tensione ai confini, la Repubblica islamica dell’Iran ha urgente bisogno di aggiornare l’arsenale convenzionale, in particolare i sistemi di difesa aerea e antibalistici. Ma i sistemi occidentali non possono competere con le versioni russe, e in ogni caso non saranno disponibili a Teheran per molto tempo. Il secondo problema principale dell’Iran è sviluppare le infrastrutture energetiche e dei trasporti, tra cui l’espansione delle ferrovie. Le società russe sono abbastanza competitive in questi settori. L’espansione dei legami con l’Iran rafforzerebbe la produzione russa. I produttori iraniani di diversi beni, compresi quelli connessi con alla fabbricazione di prodotti finiti, potrebbero essere inclusi nel programma di sostituzione delle importazioni della Russia. Le società russe non sono interessate solo a vendere i loro prodotti ad alta tecnologia all’Iran, ma anche nella produzione congiunta. Il commercio bilaterale russo-iraniano ammonta attualmente a solo circa 1 miliardo di dollari all’anno, ma potrebbe raggiungere i 10 miliardi abbastanza rapidamente, una volta tolte le sanzioni. La cooperazione economica tra Russia e Iran può collegarsi alla partnership commerciale tra Russia e Turchia (di circa 40 miliardi, ma destinata a crescere fino a 100 miliardi di dollari). La chiave per la conservazione di una stretta relazione tra i due Paesi e perfino di volgerla in una solida alleanza è il fatto che Russia e Iran hanno posizioni molto simili o addirittura identiche sulle questioni regionali cruciali per Teheran, come la situazione in Siria, Iraq, Yemen e Afghanistan, e l’opposizione allo “Stato islamico”. L’Iran attualmente non condivide una posizione così prossima con i Paesi occidentali, né Teheran prevede tale affinità in futuro. Inoltre, durante le sanzioni l’Iran ha spinto il proprio commercio estero a est verso India, Cina e Sud-Est asiatico, dove domanda e prezzi delle esportazioni tradizionali iraniane sono più elevati. E’ ragionevole ritenere che l’Iran non abbandonerà questi mercati dopo la fine delle sanzioni, ma invece vi si rafforzerà. L’amara esperienza con l’embargo occidentale ha reso gli iraniani diffidenti. Non è un segreto che molti grandi progetti iraniani con l’India e la Cina sono ancora ostacolati da tali sanzioni. Questi progetti aprono nuove opportunità alla partecipazione russa. Sembra probabile che la fine dell’embargo faciliterà la piena integrazione dell’Iran nella SCO, la cui adesione è un obiettivo strategico di Teheran, perché gli interessi primari dell’Iran sono in linea con le attività dell’organizzazione. Promuovere l’espansione della SCO non è certo parte del programma di Barack Obama, tuttavia è esattamente dove gli eventi sembrano portare.41d4df1be20adb872b21La ripubblicazione è gradita in riferimento alla  rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran e una nuova geopolitica dell’energia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 12/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

engdahl1_bkIl tentato accordo tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare iraniano apre la prospettiva della fine di quasi 36 anni di sanzioni economiche statunitensi all’Iran. Viene accolto da minacce di attacchi militari unilaterali da parte di Israele all’Iran per “impedirgli” di sviluppare la bomba nucleare. Un’alleanza che sembrerebbe inverosimile tra la monarchia saudita ultra-conservatrice e il governo d’Israele, emerge contro l’accordo tra Iran e Stati Uniti. La vera domanda è quale sia il motivo più recondito dell’amministrazione Obama sull’Iran. Qui la geopolitica energetica gioca il ruolo principale, come spesso accade nel Medio Oriente ricco di energia. E la Russia è l’obiettivo. Recentemente ho dialogato con Shervin, esperto di energia iraniano che ho conosciuto due anni fa a Teheran, su questi sviluppi. Voglio condividere alcuni punti salienti della discussione. È uno specialista di energia presso la principale agenzia stampa internazionale dell’Iran, Tasnim News Agency. Il discorso fornisce una visione utile nel pensiero degli intellettuali iraniani su sanzioni degli Stati Uniti, possibile ruolo dell’Iran nel mondo e geopolitica dell’energia.

Tasnim: Qual è la tua opinione sulle sanzioni all’Iran?
WE: Le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran sono illegali secondo le norme del diritto internazionale e un atto di guerra, così come le sanzioni contro la Siria e ora la Russia.

Tasnim: I negoziati con l’Iran hanno raggiunto un accordo definitivo che vedrà le sanzioni economiche dell’occidente all’Iran annullate?
WE: Dobbiamo essere chiari. Le sanzioni sono di Washington e dell’unità di guerra finanziaria del Tesoro USA, in particolare le ultime sanzioni sull’uso del sistema interbancario di compensazione SWIFT per vendere petrolio iraniano, un passo inaudito di Washington che ora viene minacciato contro la Russia. L’UE vorrebbe riaprire il commercio con l’Iran. Finché Washington è controllata dalle banche di Wall Street e dal complesso militare-industriale ci si può aspettare qualche scusa, anche con l’accordo nucleare, per continuare le sanzioni in qualche modo. Guardate Cuba.

Tasnim: Come gli attuali bassi prezzi del petrolio influenzano l’economia degli USA?
WE: Il segretario di Stato degli USA John Kerry incontrò il re saudita in Arabia Saudita lo scorso settembre e propose il crollo dei prezzi del petrolio per fare pressione su Iran e soprattutto Russia di Putin, essendo determinati a distruggere l’unica grande potenza militare che potrebbe minacciare la totale egemonia militare del Pentagono. Se la Russia capitola, e sono convinto che non avverrà, il mondo attuale crollerà, l’Iran sarà isolato e distrutto, la Cina anche e tutte le nuove strutture alternative multipolari che si oppongono al totalitarismo sempre più evidente degli egemoni anglo-statunitensi subiranno una sconfitta devastante. Ironia della sorte, lo shock petrolifero saudita dello scorso anno ha un impatto devastante sulla nuova grande industria petrolifera dello scisto in North Dakota, Texas, California ecc. Credo che tra 3-6 mesi inizieremo a vedere una valanga di fallimenti di compagnie petrolifere per l’oltre miliardo di dollari di prestiti delle compagnie petrolifere o di obbligazioni “spazzatura”. Finora le compagnie petrolifere dello scisto hanno inondato il mercato con il loro petrolio per avere il denaro per evitare l’inadempienza bancaria nella speranza che la crisi finisca presto. I tizi di Big Oil come ExxonMobil, Chevron, BP, Shell possono cavalcare la tempesta essendo ben capitalizzati e globalizzati. Per l’economia in generale degli Stati Uniti, praticamente l’unico punto positivo della crescita di posti di lavoro furono le centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro nell’industria dello scisto nazionale. Ma ormai scompaiono rapidamente. L’amministrazione Obama non è riuscita, ancora una volta, a vedere le gravi conseguenze delle proprie azioni. Si sono sparati ai piedi per la guerra petrolifera contro Putin.

Tasnim: Come le sanzioni economiche all’Iran hanno colpito l’economia degli Stati Uniti?
WE: Le sanzioni del Tesoro USA contro l’Iran non hanno praticamente alcun impatto sull’economia statunitense, rendendole così diaboliche.

Tasnim: Le sanzioni economiche all’Iran sono più vantaggiose per gli USA o l’Iran?
WE: In realtà, e l’ho visto quando ero a Teheran due anni fa, s’avvantaggia molto di più l’Iran. Ciò perché vi costringe ad essere autosufficienti e a non lasciare che la vostra economia, le vostre industrie, la vostra agricoltura siano distrutte dalle importazioni occidentali a basso prezzo come hanno fatto tanti Paesi di Asia, Africa e America del Sud. Costringono l’Iran a sviluppare le proprie meravigliose capacità interne, a controllare il proprio credito e a non divenire un vassallo del sistema del dollaro che va in bancarotta. Gli iraniani sono persone molto istruite, molto intelligenti e molto intraprendenti. Penso che si faccia benissimo a non importare iPhone6 o il tossico soia OGM della Monsanto.

Tasnim: Washington ha fatto scendere il prezzo dai sauditi, per danneggiare la Russia e forse l’Iran?
WE: Sì, naturalmente. Fu una ripetizione di ciò che George Schultz e il vicepresidente Bush Sr. fecero nel 1986 permettendo ai sauditi, allora, d’invadere il mercato e far scendere i prezzi al di sotto dei 10 dollari al barile, in modo da mandare in bancarotta l’Unione Sovietica durante la guerra in Afghanistan contro i mujahidin filo-USA di Usama bin Ladin. Ma la gente del dipartimento di Stato e della CIA di Washington è stata piuttosto stupida stavolta. Non ha calcolato che i sauditi avevano la propria agenda con il petrolio a buon mercato, cioè distruggere la crescente concorrenza del petrolio di scisto degli Stati Uniti. Ora è troppo tardi per Obama e Washington invertire facilmente i prezzi petroliferi. La qualità intellettuale dei burocrati di Washington, anche rispetto a trent’anni fa, è miserabile per memoria storica, cultura, economia e strategia. Si noti che alcuni dei peggiori individui della politica estera degli Stati Uniti, come Brzezinski e Kissinger, sollecitano Obama a non provocare una guerra con la Russia. Sanno almeno qualcosa di storia. I neo-conservatori come Victoria Nuland del dipartimento di Stato o il segretario alla Difesa Ashton Carter o Hillary Clinton, che punta il suo sguardo freddo sulla Casa Bianca, non hanno spessore oltre ad essere malvagi. Pertanto sono pericolosi tanto per la loro nazione che per il mondo.

Tasnim: I sauditi vedono nella richiesta di Washington l’opportunità di espellere il fracking statunitense dal mercato, preservando in tal modo il loro mercato statunitense?
WE: Non si tratta del mercato statunitense dei sauditi. Le esportazioni saudite principalmente vanno in Asia oggi, e piuttosto poco, circa 800000 barili al giorno, negli Stati Uniti, dove il consumo di petrolio giornaliero è circa 19 milioni di barili al giorno, il 4%. E’ il mercato globale che i sauditi sono interessati dominare con la leva dell’OPEC araba: Arabia Saudita, Quwayt, Emirati. Senza Iran, naturalmente per i sauditi, ma il conflitto tra sunniti e sciiti, soprattutto quando Washington ha deliberatamente avviato le rivoluzioni colorate della primavera araba alla fine del 2010, mira a creare totale disordine tra i membri dell’OPEC che una volta cooperavano, per stabilire il controllo militare statunitense diretto su tutto il Medio Oriente. I Paesi OPEC e i loro fondi sovrani, con i loro enormi proventi petroliferi, cominciavano a creare le reti bancarie islamiche indipendenti dall’usura e dalla schiavitù del debito occidentale; Tunisia, Libia, Egitto… continuando, in pochi anni il dollaro sarebbe diventato la moneta senza valore di una repubblica delle banane, proprio come la minaccia che Washington vede oggi nei BRICS e nell’Infrastructure Asian Investment Bank. È utile ricordare i due pilastri dell’egemonia di Washington: controllare il denaro tramite Wall Street e avere il dollaro quale valuta di riserva mondiale; e controllare la potenza militare. Il controllo del denaro iniziò a collassare con la stupida deregulation bancaria quando Alan Greenspan era alla Federal Reserve e la conseguente orgia speculativa chiamata Asset Backed Securitization che portò all’inevitabile crisi finanziaria del 2007-2008. Dopo di che, la “soluzione” militare è divenuta sempre più dominante con il pilastro finanziario troppo debole per supportare la spinta al dominio globale, o come Bush e David Rockefeller lo chiamavano, Nuovo Ordine Mondiale. Potrebbe essere utile sapere che oggi tali oligarchi statunitensi, come li chiamo io, sono terrorizzati come mai in 100 anni dal rischio di poter perdere tutto. Sono disperati. Washington oggi è pieno di gente confusa che si scontra e combatte il mondo. E’ un po’ come gli ultimi anni dell’impero romano, nel IV secolo d.C. Ricordando l’antico detto greco, “chi gli dei vogliono distruggere, prima fanno impazzire”. Oggi Washington ha perso l’egemonia e ospita certi pazzi, mentre Israele è guidato dal gangster Binjamin Netanyahu.

Tasnim: La riduzione del prezzo del petrolio per l’Iran è una minaccia o un’opportunità?
WE: Un’opportunità meravigliosa, per assumere un ruolo guida nel nuovo sistema commerciale internazionale ma solo a prezzi che escludono i dollari. Finché il mondo vende il petrolio in dollari, sostiene l’impero del dollaro e si autodistrugge. Qui Cina, Russia e altri giocano un ruolo cruciale con i prezzi in valuta locale, quindi con la de-dollarizzazione delle proprie economie. Oggi l’unica cosa che puntella il sistema del debito mastodontico in dollari USA sono le vendite di petrolio in dollari, il narcotraffico mondiale in dollari e i militari degli Stati Uniti in tutto il mondo come poliziotti globali. Questo è un sistema piuttosto fragile, a mio avviso.

Tasnim: Quali suggerimenti avete per le autorità economiche?
WE: L’Iran è un Paese meraviglioso con belle persone di buon cuore ed enorme intelligenza e risorse economiche. Se fossi a capo dello Stato iraniano avrei indirizzato il mio governo nel pianificare in tutto l’Iran e in tutte le regioni, se non c’è di già, coinvolgendo i cittadini nel dialogo con i funzionari economici regionali per definire gli obiettivi economici prioritari di ogni regione nei prossimi 5 anni (oltre diventa troppo rigido). Proprio come Charles de Gaulle, che non era certo comunista, fece con la sua “Pianificazione” di Jacques Rueff. Poi i ministri del governo centrale si incontrano e rivedono desideri ed esigenze della popolazione dell’Iran e traccia le priorità da realizzare. Vorrei vietare tutti i vaccini occidentali. Una dieta sana e amorevoli famiglia e comunità sono l’unico modo per avere un sistema immunitario sano. Vorrei vietare gli OGM e la Protezione chimica killer come il Roundup della Monsanto, sempre immanente, anche indirettamente tramite la soia o il mais OGM di Stati Uniti e Argentina. La Cina solo ora comprende l’errore nel permettere che il 60% dei suoi semi di soia sia OGM importato. Farei sviluppare la meravigliosa cultura alimentare dell’Iran naturalmente, con metodi naturali e senza chimica, sovvenzionandola con una politica fiscale positiva e punendo l’industria agroalimentare tipo USA con tasse punitive. Oggi gli oligarchi occidentali hanno un semplice ordine del giorno: il genocidio di tutti i non-anglosassoni dalla pelle scura. Ne ho incontrato molti negli anni nelle conferenze di Davos, Francoforte e molti luoghi. Sono razzisti sanguinari, eugenetisti, gente come Gates con i suoi vaccini uccide i neonati e rende sterili le ragazze. Bill Gates, George Soros, David Rockefeller, Warren Buffett, i DuPont, la famiglia Russell della Yale University, e altri i cui nomi non sono così noti. Sono tutte persone fondamentalmente stupide e ridicole, incapaci di vedere le conseguenze di ogni vita che tolgono dalla totalità dell’umanità. Per uccidere “le bocche inutili” come noi, fanno guerre, diffondono malattie, rendono sempre più malati e paralizzati i nostri bambini con i loro vaccini velenosi, distruggono la sana medicina tradizionale non chimica come quella che esiste ancora in alcune parti di Cina, Iran e Russia, in favore di farmaci e tossine delle aziende farmaceutiche occidentali che, tra l’altro, controllano. Creano organizzazioni terroristiche per diffondere le loro guerre di sterminio come al-Qaida in Libia, Iraq, Yemen e nel mondo arabo, il Cemaat di Fethullah Gülen in Turchia e altrove, il SIIL è una creazione di Stati Uniti e servizi segreti israeliani per distruggere Bashar al- Assad e il legame tra Siria, Iran e Iraq.
Washington ora vuole sedurre Iran per allontanarlo dall’alleata Russia e ridurre le esportazioni di gas russo verso la Turchia e l’Unione europea. A mio avviso il futuro dell’Iran non è divenire un nuovo alleato degli attuali neoconservatori di Washington per qualche biscotto economico occidentale; abbandonando la sua alleanza naturale con l’Eurasia, in particolare con Russia, Cina e i Paesi della Shanghai Cooperation Organization. Le riserve accertate di gas naturale dell’Iran sono stimate da BP in circa 34 miliardi di metri cubi, mentre per la Russia sono 33 miliardi di metri cubi. La cooperazione tra queste due superpotenze del gas naturale è essenziale per costruire l’architettura dell’Eurasia in modo vantaggioso per tutti, anche per la Germania e il resto dell’UE. Questa è un’occasione d’oro per allontanare la geopolitica energetica globale dalle potenze dell’asse Washington-Londra-Riyadh che la controllano dall’accordo iniziale tra il presidente statunitense Roosevelt e il re saudita Ibn Saud del 1943, dando alle transnazionali petrolifere statunitensi di Rockefeller il controllo esclusivo delle vaste ricchezze petrolifere dell’Arabia Saudita.

screenshot 2015-01-20 08.09.56.pngF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama eredita la guerra yemenita dell’Arabia Saudita

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 10 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraYemenL’intervento militare saudita sostenuto dagli USA nello Yemen entra in una fase pericolosa. Chiaramente, gli attacchi aerei sauditi, guidati dai servizi segreti e con logistica degli USA, non hanno avuto alcun impatto, finora, sulla campagna di Ansarullah per prendere il controllo della città portuale di Aden. Ma il Pakistan potrebbe aver inferto un colpo mortale alla campagna statunitense-saudita. Il parlamento del Paese ha chiesto all’unanimità che il Pakistan rimanga neutrale nel conflitto nello Yemen, tranne nell’eventualità improbabile che l’integrità territoriale dell’Arabia Saudita sia violata. In termini operativi, ciò significa che il Pakistan non parteciperà a un qualche attacco via terra allo Yemen, che a sua volta significa che l’intervento saudita sarà seriamente limitato dato che esperti ed analisti militari dubitano dell’efficacia saudita nell’ottenere risultati validi con i soli attacchi aerei. Senza il Pakistan, la tanto decantata “coalizione” saudita diventa un macabro scherzo. Si legga l’articolo del Guardian qui, sull’effettiva composizione della cosiddetta coalizione saudita. E’ fuori discussione che il feldmaresciallo egiziano Abdalfatah al-Sisi abbia dimenticato che l’Egitto di Nasser si bruciò le dita nello Yemen. A dire il vero, l’Iran continuerà a fare pressioni sull’Arabia Saudita. La Guida Suprema Ali Khamenei ha usato eccezionalmente un linguaggio duro per condannare l’intervento saudita nello Yemen, definendolo “genocidio”. Naturalmente, l’intervento iraniano diretto nello Yemen è da escludere. L’Iran non ricorre all’avventurismo militare. (Leggasi il mio Yemen: si muove la diplomazia dell’Iran). In ogni caso, l’Iran lentamente e costantemente cuoce la leadership saudita nel bollente calderone yemenita. Gli huthi possono far mangiare la polvere ai sauditi, come Khamenei ha avvertito. Teheran potrebbe decidere che la debacle in Yemen aggraverebbe la lotta nella Casa dei Saud e le riforme delle arcaiche strutture di potere del Paese potrebbero divenire inevitabili, in particolare rafforzando le oppresse comunità sciite nelle province confinanti con lo Yemen.
Tutto ciò costringe l’amministrazione Obama a una correzione, gli Stati Uniti potrebbero considerare tale guerra come propria in un futuro molto prossimo. L’unica cosa buona per Washington, finora, sono i sauditi che velocemente esauriscono le scorte militari e un ordine miliardario per altri acquisti di armamenti statunitensi è sicuramente previsto. Ciò, a favore di Obama, crea molti nuovi posti di lavoro nell’economia statunitense. Ma c’è uno scenario cupo, altrimenti. Gli Stati Uniti speravano contro ogni aspettativa che il Pakistan svolgesse il tradizionale ruolo di coolie delle strategie regionali degli Stati Uniti. Ora, gli Stati Uniti non hanno altra alternativa che un diretto interventismo per salvare il prestigio dell’alleato chiave, la Casa dei Saud. Ma è dubbio che Obama inizi una guerra nello Yemen coinvolgendo forze statunitensi. La cosa più intelligente sarebbe teleguidare la guerra saudita e capitalizzarla politicamente. Allo stesso modo, per ora c’è la consapevolezza che in realtà non si tratta di un conflitto tra sunniti e sciiti, ma di lotte fratricide per l’emancipazione politica. Gli huthi sono zayditi sciiti, ma dottrinalmente più vicini ai sunniti. Ciò che accade nello Yemen è l’inevitabile ricaduta della primavera araba fallita quattro anni fa.
Stati Uniti e Arabia Saudita pagano un prezzo pesante per manipolare la trasformazione democratica dello Yemen e il loro errore d’imporre un nuovo fantoccio al potere al posto dello screditato vecchio burattino dei sauditi Muhamad Salah. Tutto sommato, il conflitto nello Yemen diventa la principale crisi regionale dell’amministrazione Obama. La cosa migliore sarà avviare una mediazione guidata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Obama dovrebbe discutere la questione dello Yemen con i suoi omologhi del Consiglio di sicurezza dell’ONU e cercare un consenso. Il tempo è l’essenza della questione, tanto più che al-Qaida è in attesa dietro le quinte. Dopo tutto ciò che è accaduto, è praticamente impossibile insediare un altro fantoccio dei sauditi a Sana. Un accordo inclusivo per condivisione il potere con gli huthi è inevitabile, se si cerca una pace duratura. Non sarà un male se accade, non per la profonda politica tribale del Paese. Con le vittime civili che aumentano di giorno in giorno, lo Yemen potrebbe presto subire un’ondata di sentimenti anti-sauditi, che potrebbe rivelarsi il Vietnam del regime saudita. Si legga l’ottimo commento sulla rivista Foreign Policy.537950F0-6E55-4AAE-B8D6-29D48AB59D22_mw1024_s_nTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quattro idee sbagliate sui negoziati con l’Iran

PolitRussia Oriental Review 8 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraSwitzerland-United-St_Horo-e1427387138787I negoziati sul programma nucleare iraniano tenutisi la scorsa settimana a Losanna e il conseguente piano d’azione congiunto, hanno avuto una tale copertura mediatica che abbiamo voluto capire cosa sia esattamente accaduto in quella tranquilla località turistica svizzera?

1.mo equivoco: la comunità internazionale e l’Iran hanno raggiunto un accordo.
Realtà: Non vi è alcun trattato. Sì, c’è una “comprensione”, ma vaga (il che significa che non c’è nemmeno un memorandum d’intesa). Il testo del preambolo è affascinante: (“importanti dettagli sull’implementazione sono ancora oggetto di trattative, e non c’è trattato senza accordo su tutto”). Non c’è alcuna reale necessità di leggere altri paragrafi, dato che potrebbero tutti cambiare non essendoci accordi finché su tutto non c’è “accordo”, e alcuno di questi punti è vincolante, in ogni caso. L’unico impegno preso dalle parti è la promessa di traccheggiare e cercare di combinare qualcosa di serio che possa essere firmato entro il 30 giugno. Di qui la domanda, quel è lo scopo di tale inutile cartaccia? Beh, dare a Obama e ai diplomatici iraniani la possibilità di annunciare una storica vittoria ed evitare la vergogna di ammettere che i negoziati, su cui sono state riposte grandi speranze, erano effettivamente finiti nel nulla. Finché si esce con tale documento, possono sempre accusarsi a vicenda per la rottura di qualsiasi accordo. È una pratica comune.

2.ndo equivoco: Obama firmerebbe un accordo a lungo termine con Teheran che porrà fine alla crisi con l’Iran.
Realtà: Il massimo che Obama può fare è firmare un accordo che sarà valido fino alla sua permanenza in carica. La maggior parte dei repubblicani al Senato (e il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà quasi certamente un repubblicano) ha recentemente inviato una lettera ufficiale al governo di Teheran offrendo ai leader iraniani un quadro chiaro dell’opinione dei senatori su qualsiasi possibile trattato con il Paese. Nella migliore delle ipotesi, un futuro accordo con l’Iran fornirà una parvenza di stabilità per non più di 18 mesi. Va inoltre tenuto presente che il Senato farà tutto il possibile per silurarlo e i senatori democratici sovversivi contrariati da qualsiasi accordo, gli daranno una mano. L’American Israel Public Affairs Committee è contro il trattato, e l’AIPAC è la più potente organizzazione di lobbying negli Stati Uniti, dalla grande influenza su Camera e Senato così come sull’amministrazione del presidente degli Stati Uniti. E mentre Obama non ha essenzialmente nulla da perdere, molti membri del suo partito sono piuttosto restii ad arruffare le penne con l’AIPAC e quindi dire addio alla carriera politica. Per inciso, negli USA si crede che il partito favorito dall’AIPAC arrivi alla Casa Bianca. Così, anche i democratici hanno un forte motivo nell’affondare qualsiasi accordo con l’Iran, evitando che un repubblicano arrivi allo Studio Ovale. Lo speaker repubblicano della Camera John Boehner ha promesso di “chiedere conto” ad Obama, affermando: “Nelle prossime settimane, repubblicani e democratici al Congresso continueranno a porre all’amministrazione dettagli sui parametri e domande difficili rimaste inevase“.

3.zo equivoco: l’accordo tra Stati Uniti e Iran porterà la pace nella regione.
Realtà: la reazione iniziale del primo ministro israeliano Netanyahu sull’esito dei colloqui a Losanna è stata una telefonata di tre ore con Obama, durante cui il presidente statunitense ha cercato di tranquillizzare il premier furioso per l'”errore storico”. Almeno così la stampa israeliana descrive la situazione. Quindi, Netanyahu decideva di convocare una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza nazionale sottolineando che l’accordo con l’Iran è una “minaccia esistenziale” al suo Paese. Cerchiamo di riflettere su ciò che i leader militari e politici d’Israele avrebbero discusso nella riunione del Consiglio di Sicurezza. Possibili risposte:
A. Un piano di reinsediamento degli ebrei in Argentina, Crimea o Polo Sud. Non importa, solo un posto lontano dall’Iran e dalla sua bomba.
B. Un piano per l’attacco preventivo all’Iran, ammesso che non riescano a far fallire i negoziati successivi.
Probabilmente l’opzione B è stata discussa, con particolare attenzione sul possibile coinvolgimento dell’Arabia Saudita, che s’è creata un perfetto casus belli, vale a dire il sostegno dell’Iran ai ribelli sciiti nello Yemen, minacciando le province sciite dell’Arabia Saudita. C’erano grandi speranze sui colloqui di Losanna, ma la pace nella regione sembra molto lontana. Le contraddizioni radicali nel triangolo Tel Aviv – Riyadh – Tehran alla fine esploderanno.

4.to equivoco: la fine delle sanzioni all’Iran ridurrà il prezzo del petrolio
Realtà: Per nulla. Il governo iraniano e alcuni analisti occidentali ritengono che la fine delle sanzioni immetterà un milione di barili di petrolio sul mercato al giorno, ma è una valutazione eccessivamente ottimistica. In un’intervista alla CNBC, l’amministratore delegato di JBC Energy, Johannes Benigni, ha affermato che, un anno dopo l’ipotetica firma del trattato di pace e la revoca delle sanzioni all’Iran, realisticamente ci sarebbe “ulteriore petrolio iraniano nel mercato, alla fine, per soli 300000 barili al giorno“. Questo sarà importante per il tesoro iraniano, ma non avrà un impatto cruciale sul mercato globale. L’Iran non uscirà dalle sanzioni, ma venderà il petrolio eludendo l’ingiunzione, come vendere petrolio sui mercati asiatici come “prodotti trasformati”. La revoca delle sanzioni, ancora lontana e del tutto teorica, si limita a facilitare l’Iran nel commercio e ed aumentare leggermente le vendite di petrolio all’Europa. La reazione iniziale del mercato petrolifero alla notizia del risultato dei negoziati offre l’ipotetica conferma di tale conclusione. Il Brent venduto per giugno è negoziato a circa 56,09 dollari al barile a Londra, e il panico non s’è visto nelle vendite. Inoltre, il mercato viene definito “contango”, cioè il prezzo dei futures è attualmente superiore al prezzo atteso. Ad esempio, il Brent venduto a dicembre veniva scambiato a 60,74 dollari, molto difficile da conciliare con i resoconti dei media in preda al panico per il “crollo” imminente del mercato. In sintesi: non vediamo alcun forte calo del prezzo del petrolio, e anche la risoluzione più ideale del problema iraniano non farà crollare il mercato petrolifero. L’euforia può inaugurare il temporaneo calo dei prezzi, ma semplicemente a lungo termine i prezzi non si ridurranno solo per un trattato con l’Iran.

ShowImage.ashxTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’aggressione saudita allo Yemen è fallita

Viktor Titov New Eastern Outlook 08/04/2015sanaaSullo sfondo del conflitto in Yemen e dei massicci bombardamenti delle forze aeree saudite, s’iniziano a notare i segnali secondo cui le parti coinvolte potrebbero presto cercare una soluzione politica al conflitto. Due settimane di raid aerei hanno dimostrato che la coalizione araba è impotente verso gli huthi senza forze sul terreno, ma un’operazione via terra è troppo rischiosa per essa. Solo un Paio di Stati, Egitto ed Arabia Saudita, è disposto a fornire truppe per l’assalto allo Yemen, ma le scaramucce sul terreno montagnoso, seguite dalla guerriglia, causerebbero numerose vittime tra gli invasori, rischiando la sconfitta militare della coalizione o anche un possibile colpo di Stato nei suddetti Stati, dato che le posizioni dei regimi egiziano e saudita sono seriamente indebolite per vari motivi. Nel frattempo, gli huthi fiduciosamente avanzano, prendendo il controllo di nuovi territori a sud. Ora controllano le principali città del Paese, tra cui i più importanti porti di Aden e Hudaydah. Ciò rende una possibile operazione di sbarco estremamente impegnativa per le forze della coalizione mettendo alle corde Arabia Saudita, Qatar e altri sostenitori di Abdurabu Mansur Hadi, dato che non possono più creare una testa di ponte che gli avrebbe consentito di nominare una capitale provvisoria con una sorta di “governo legittimo”. E’ curioso che da qualche giorni i media di Riyadh siano occupati a diffondere la voce che i militari sauditi verrebbero aiutati dai marines degli Stati Uniti in future operazioni di sbarco. Ciò sembra beffardo dato che, nella situazione attuale, Barack Obama non avrebbe mai il coraggio d’inviare soldati statunitensi a morte certa. Ma nonostante il successo degli huthi sul campo di battaglia, non rifiutano la possibilità di negoziati pacifici sapendo che, prima o poi, dovranno dialogare con gli attori stranieri per legittimare il loro potere. Inoltre, hanno anche dichiarato la volontà di avviare il dialogo politico nello Yemen, ma a condizione che Mansur Hadi non sia più il capo del Paese. Fuggito dallo Yemen, portato via dalle forze saudite, è un traditore del Paese agli occhi degli huthi. I leader degli huthi non sono disposti a perdonare facilmente il fatto che seguirono le condizioni che aveva imposto prima della guerra, mentre i negoziati erano seguiti dal consigliere speciale delle Nazioni Unite Jamal Benomar, a cui subito seguì la guerra.
In questa fase il miglior affare per l’Arabia Saudita sarebbe un cessate il fuoco con gli huthi. Fughe di informazioni suggeriscono che i ribelli sciiti potrebbero ritirare le proprie forze da Aden e alcune province del sud, dove verranno sostituite dalle forze armate regolari yemenite a loro fedeli. Allora sarà possibile riprendere il dialogo nazionale tra tutte le forze politiche yemenite, interrotto dalla guerra, sotto l’occhio vigile del consigliere speciale delle Nazioni Unite Jamal Benomar. Ma prima le parti dovranno scegliere il luogo per i negoziati. E’ chiaro che gli huthi preferiscono discutere fuori dalla regione, per esempio a Mosca che si oppone all’aggressione allo Yemen, anche se senza dubbio sauditi e statunitensi insisteranno su una capitale araba o europea. In ogni caso, è chiaro che i ribelli sciiti s’impegneranno nei colloqui di pace solo quando l’Arabia Saudita abbandonerà i piani per altri attacchi aerei. Il funzionario huthi Salah al-Samad ha dichiarato il 6 aprile che il gruppo non ha condizioni per i negoziati tranne che la fine dell’aggressione. Inoltre, il problema della crescente influenza di al-Qaida in Yemen, rafforzata dai bombardamenti sauditi, dev’essere affrontato. Le forze radicali hanno potuto occupare la grande città portuale di al-Muqala nel sud, liberando tutti i terroristi dalle carceri locali, alcuni dei quali indicati dagli Stati Uniti come i più pericolosi della regione. Inoltre, la città è stata ora proclamata capitale dello Stato islamico in Arabia. L’unica domanda è se Riyadh sarà disposta a perseguire la soluzione pacifica del conflitto. Gli attacchi aerei aumentano ogni giorno anche se non hanno danneggiato seriamente gli huthi. Dall’avvio dell’operazione il 26 marzo, oltre 500 persone state uccise; la maggior parte delle vittime sono civili. I piloti sauditi hanno distrutto diversi depositi, posti di comando, lanciamissili Scud, obsoleti mezzi antiaerei e aerei da combattimento. Ma ciò non può influenzare le forza degli huthi e delle truppe fedeli al loro alleato, Ali Abdullah Salah.
Tutto ciò irrita estremamente il nuovo re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, che si crede il nuovo leader pan-arabo alla pari di Jamal Abdal Nasir e Sadam Husayn. Nel frattempo, la situazione nel regno peggiora sempre più. Le tribù locali sono contrariate da guerra e calo dei ricavi per la caduta dei prezzi del petrolio. Pertanto, non è un caso che i sauditi abbiano iniziato a rialzarli. Nel frattempo, uno scontro tra sciiti e polizia si è verificato nella provincia orientale del regno saudita, con gravi perdite. Gli esperti sottolineano la possibilità di manifestazioni della popolazione sciita saudita, disposta a mostrare solidarietà agli huthi. La situazione rimane piuttosto tesa anche in Bahrayn. Ma le scintille esploderebbero prima sul confine saudita-yemenita, abitato da tribù yemenite che da sempre combattono i funzionari di Riyadh. Così il conflitto in Yemen prende una nuova dimensione che va ben oltre i suoi confini, ed è chiaro che finché gli huthi prevalgono mentre la coalizione non può sostanzialmente fare nulla, i sauditi presto saranno costretti a negoziare con lo Yemen, secondo una risoluzione delle Nazioni Unite.CBguaOAXIAAlSexViktor Titov, Ph.D, è un commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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