La Russia ha inviato in Siria i suoi aerei più avanzati

Valentin Vasilescu, Reseau International 7 febbraio 2016351be55b9707fcfe15774604f7af91a3_croppedIl 30 gennaio 2016, 4 o 5 aerei Su-35S da supremazia dell’aria, numeri d’identificazione 02, 03, 04, 05 e 06 sulla fusoliera, raggiungevano la base aerea siriana di Humaymim. Gli aerei volavano in formazione con un velivolo da trasporto Tu-154M, matricola RA-85042, sul mare Caspio senza rifornimento (perché l’autonomia è di 4500 km), e poi nello spazio aereo di Iran e Iraq. I Su-35 provengono dallo stabilimento di Komsomolsk-on-Amur e nell’ottobre-novembre 2015 aderivano al 23.mo Reggimento di Dzengi, del Comando Strategico Orientale. Dopo la distruzione del bombardiere Su-24 per opera dell’Aeronautica Militare turca in Siria, i velivoli Su-35S sono stati dispiegati sul poligono di Privolzhskij, nei pressi di Astrakhan, dove i piloti hanno eseguito un programma di tiro su bersagli aerei e a terra prima di atterrare nella base aerea di Humaymim nel Governatorato di Lataqia. Dato che i velivoli “invisibili” di quinta generazione F-35 e Su-50 devono risolvere una serie di problemi, non potranno fino al 2025 essere prodotti in massa per l’esportazione. Fino ad allora, le obsolete flotte aeree militari devono essere sostituite acquisendo centinaia o migliaia di aerei di 4.ta++ generazione.
Il Su-35S supera in ogni aspetto l’F-16, ed è un concorrente temibile di F-15, F-18, Rafale e Eurofigter. Così, la presenza in Siria di aerei Su-35S della generazione 4.ta++ , così come dei Su-30SM, è un fattore particolarmente importante per promuoverne l’esportazione. La Russia ha individuato una serie di potenziali mercati in Medio Oriente ed Estremo Oriente, per almeno 500 unità. Secondo gli esperti russi, i Paesi ricchi attualmente hanno circa 500 F-15C/E, 700 F/A-18, circa 300 Eurofighter Typhoon e 100 Rafale, tutti di generazione 4.ta++. Il prezzo di questi velivoli, della stessa categoria del Su-35, è di 120-180 milioni, mentre il prezzo di un Su-35 è di 80 milioni di dollari. I Paesi più poveri non possono permettersi di acquistare gli aerei occidentali, ma hanno ora l’opportunità di vedere gli aerei Su-35 operare in reali condizioni di battaglia in Siria. Nelle manovre nel combattimento ravvicinato, il Su-35 è superiore a tutti gli aeromobili occidentali, perché la propulsione è fornita da due motori a trazione vettoriale che sviluppano 14500 kg/s ciascuno, consentendo sviluppi superiori per angolo di attacco, sovraccarico e velocità agli altri velivoli di 4.ta++ e 5.ta generazione. Nell’intercettazione a lungo raggio, il Su-35S ha una velocità massima di 2500 chilometri all’ora, una straordinaria capacità di accelerare a velocità supersoniche, e può volare ad alta quota e a crociera supersonica senza particolari condizioni. Il Su-35 ha un radar Irbis che rileva bersagli aerei con superficie riflettente equivalente a 3 metri quadrati, fino a 400 km di distanza, o di meno un metro quadrato ad una distanza di 200 km. Il radar Su-35 può contemporaneamente seguire 30 obiettivi e ingaggiarne in battaglia 8. Il Su-35S trasporta i più potenti missili a lungo raggio, gli R-33M/37 (280-400 km e Mach 6 di velocità), e missili aria-aria a medio raggio R-27EA (oltre 130 km, simile all’AIM-120D statunitense) ed R-77RVV-EA (100-120 km). Per attaccare bersagli terrestri, il Su-35S ha un complesso sistema optoelettronico, OLS-35, che consente ricerca e visualizzazione della situazione tattica, con telecamera a raggi infrarossi. Il rilievo automatico della distanza dal bersaglio è fornito da un telemetro laser. Il Su-35 dispone di attrezzature per l’illuminazione laser di obiettivi contro cui guidare armi intelligenti, e può trasportare 8 tonnellate di armi su 12 piloni sotto ali e fusoliera. Il Su-35 ha completato il programma di test di volo nel 2012, e l’Aeronautica russa attualmente ne utilizza 48 consegnati dalla fabbrica KnAAZ di Komsomolsk-on-Amur nel 2013-2015. Nel dicembre 2015, le Forze Aerospaziali della Federazione Russa ordinavano altri 50 Sukhoj Su-35S, con altri possibili ordini futuri per 100 velivoli, sostituendo i vecchi Su-27.
Mentre l’India ha firmato un accordo con la Francia da quasi 9 miliardi di dollari per 36 aerei Rafale, la Cina ha ordinato nel 2015 i primi 24 Su-35. Questi aerei hanno un raggio di azione maggiore di tutti gli aerei cinesi e possono far fronte agli F-18 delle portaerei degli Stati Uniti. E se i risultati dei test sono positivi, è possibile per la Cina ordinare più di 64 Su-35 per disporli nei nuovi avamposti nel Mar Cinese Meridionale. Trattative avanzate sono in corso con l’Indonesia per sostituire 12 vecchi F-5 con i Su-35. L’Iran, alleato della Russia in Siria, ha 200 aerei multiruolo, la maggior parte prodotta negli Stati Uniti (F-5 Tiger II, F-14 Tomcat A, F-4D Phantom) e anche MiG-29A e Mirage F1 rifugiatisi dall’Iraq, che vanno sostituiti rapidamente. Le aviazioni sunnite rivali dell’Iran sono ben fornite, se l’Arabia Saudita ha 67 F-15E, 78 F-15 C/D, 48 Eurofighter Typhoon, il Quwayt ha 34 F-18C/D e Israele ha 58 F-15A/B/C/D e 25 F-15I. Le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti all’Iran sono state appena tolte, ma non ha ancora i fondi per rinnovare la flotta. Tuttavia, l’Iran è interessato ad acquistare almeno 100 aerei Su-35.59631452574451

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I legami tra Egitto e Russia si rafforzano a scapito della Turchia

PN Harrister, IHSReseau International 7 febbraio 201654d999e639cc1I legami tra Egitto e Russia continuano a rafforzarsi, dispiacendo i sauditi che continuano a compiere sforzi per la riconciliazione tra Egitto e Turchia. Riconciliazione improbabile essendo incompatibili, per non parlare del sostegno turco ai Fratelli musulmani, con cui l’Egitto combatte con la massima energia. Secondo il quotidiano libanese al-Akhbar, il Ministero degli Esteri egiziano ha informato l’omologo saudita che i colloqui svoltisi con il protagonista turca, nelle ultime settimane, con la mediazione di Riyadh non hanno avuto successo. “Eravamo particolarmente interessati a svolgere questa riconciliazione al più presto possibile, dato che i turchi rispettavano gli impegni promessi in occasione della riunione con la delegazione diplomatica e della sicurezza egiziana in visita ad Ankara la scorsa settimana”, ha detto il ministero. “Senza gli sforzi di Riyadh, non avremmo mai accettato di sederci a un tavolo con la parte turca, sponsor del terrorismo“, ha insistito. Fonti diplomatiche egiziane hanno rivelato che gli ostacoli alla riconciliazione sono dovuti principalmente alla persona del presidente turco Recep Tayyeb Erdogan.
Questo distanziamento tra Cairo e Ankara è compensato dalla crescente vicinanza con Mosca, con cui aumentano gli accordi, a volte a scapito degli interessi della Turchia. Così è stato firmato un memorandum d’intesa tra i due ministri dell’Industria, egiziano e russo, per la consegna di 4 aerei Sukhoj, e l’ordine di altri 6, a una società privata. Per non parlare dei 20 aerei civili che l’Egitto vuole ricevere per promuovere il turismo tra i due Paesi e attrarre circa un milione e mezzo di turisti russi. Proseguendo questi accordi, le aziende turistiche egiziane si pongono l’obiettivo di rompere il monopolio delle società turche sul turismo russo in Egitto, in particolare a Sharm al-Shaiq. Questo dovrebbe aiutare a sospendere il divieto dei voli russi nello spazio aereo egiziano. Oltre l’aspetto economico, l’accordo tra Egitto e Russia è anche molto forte sul piano militare, i colloqui si svolgono, a tutti gli effetti, sulle transazioni negli armamenti.Part-DV-DV2109187-1-1-1

Una posta alta: 50 caccia MiG-29M per l’Egitto
Andrej Petrov Gpolitika South Frontmig29m2_sliac_batajnicaLa MiG Aviation Corporation è in procinto di consegnare oltre 50 velivoli MiG-29M/M2 all’Egitto, secondo il Vicedirettore Generale Aleksej Beskibalov, che ha esplicitamente affermato che la Russia ha già ricevuto il pagamento anticipato dall’Egitto, e il primo velivolo sarà consegnato entro la fine del 2016. “Il contratto sarà il più grande della storia moderna russa. Non è la prima volta che viene citato dai media, fonti aperte ne riferiscono da oltre un anno. L’Egitto, uno dei principali partner tecnico-militari del nostro Paese, viene indicato come acquirente. Il valore del contratto è stimato in oltre 2 miliardi di dollari“, secondo l’esperto militare Mikhail Oparin. Mentre negli anni ’90 le vendite militari russe verso l’Egitto erano poche, la cooperazione s’è accelerata. Oparin aggiunge che negli ultimi tempi quasi ogni contratto tra Egitto e Russia vale non meno di diverse centinaia di dollari. Due anni fa la Russia firmò un contratto con l’Egitto per fornire S-300V, sistemi di artiglieria, munizioni. Ecco perché l’Egitto ha comprato le Mistral destinate a noi, e poi ha acquistato gli elicotteri Ka-52K previsti per i loro gruppi imbarcati. Ma anche in quel contesto il contratto del MiG-29M è molto grande. “L’Aeronautica egiziana utilizza caccia prodotti in quattro Paesi diversi, sicuramente unico del genere. Il nucleo è composto da F-16 statunitensi, Mirage 2000 francesi e MiG-21 sovietici e copie cinesi. L’intento per i “29” è sostituire i velivoli sovietici e cinesi“, ritiene Oparin. I MiG-29M/M2 sono caccia multiruolo di 4+ generazione, un MiG-29 pesantemente modernizzato con una gamma ampliata di armi e autonomia. “L’aereo possiede fly-by-wire e un radar multifunzione Zhuk che consente di rilevare bersagli a 100km. Il nuovo radar segue ed intercetta fino a 10 bersagli, inseguendone 4 simultaneamente usando missili a guida radar attiva. Le nuove armi permettono di correggerne la rotta di tiro a distanza. La Russia ha anche sviluppato la versione per portaerei dell’aereo. Per carenze dei finanziamenti, lo sviluppo è stato fermato, ma poi riavviato pochi anni dopo. Il risultato è il MiG-29K/KUB rivelatosi utile ad un altro partner strategico della Russia, l’India. La MiG Corporation adempie al contratto con la Marina indiana per 29 caccia”, conclude Oparin.046Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Schiacciare i pidocchi dei ratti, prima che diffondano la peste colorata ancora sognata dalla sinistra italiana.

Schiacciare i pidocchi dei ratti, prima che diffondano la peste colorata ancora sognata dalla sinistra italiana.

Che succede realmente al petrolio?

F. William Engdahl NEO 24/01/2016

saudiKeyOilFieldsSe c’è un prezzo unico di una merce che determina crescita o rallentamento della nostra economia, è il prezzo del petrolio greggio. Troppe cose non si calcolano oggi riguardo il drammatico calo del prezzo mondiale del petrolio. Nel giugno 2014 il petrolio veniva scambiato a 103 dollari al barile. Avendo esperienza della geopolitica dei mercati del petrolio, sentivo una grande puzza. Vorrei condividere alcune cose che a me non dicono altro.
Il 15 gennaio il punto di riferimento del prezzo commerciale del petrolio degli Stati Uniti, WTI (West Texas Intermediate),chiuse a 29 dollari, il più basso dal 2004. È vero, c’è eccesso di almeno qualche milione di barili di sovrapproduzione al giorno nel mondo, ed è così da più di un anno. È vero, la revoca delle sanzioni all’Iran porterà altro petrolio in un mercato saturo, aggiungendosi alla pressione al ribasso sui prezzi del mercato attuale. Tuttavia, alcuni giorni prima che le sanzioni USA e UE contro l’Iran venissero revocate, il 17 gennaio, Seyid Mohsen Ghamsari, capo degli affari internazionali della National Iranian Oil Company dichiarava che l’Iran “...tenterà di entrare nel mercato in modo da assicurarsi che l’aumento della produzione non causi un calo ulteriore dei prezzi… produrremo tanto quanto il mercato può assorbire“. Così la new entry dell’Iran post-sanzioni sui mercati mondiali del petrolio non è la causa del forte calo dal 1° gennaio. Non è vero neanche che la domanda di petrolio dalla Cina sia crollata con il presunto crollo dell’economia cinese. Nel novembre 2015, la Cina ha importato di più, molto di più, l’8,9% in più, anno dopo anno, arrivando a 6,6 milioni di barili al giorno e divenendo il maggiore importatore di petrolio del mondo. Si aggiunga al calderone bollente del mercato mondiale del petrolio di oggi il rischio politico aumentato drammaticamente dal settembre 2015 con la decisione russa di rispondere alla richiesta del legittimo presidente siriano Bashar Assad con i formidabili attacchi aerei alle infrastrutture terroristiche. Si aggiunga anche la drammatica rottura delle relazioni tra la Turchia di Recep Tayyip Erdogan e Mosca poiché la Turchia, membro della NATO, interveniva sfacciatamente nella guerra abbattendo un jet da combattimento russo nello spazio aereo siriano. Tutto ciò avrebbe suggerito che i prezzi del petrolio salissero, e non si abbassassero.

Le strategiche province orientali saudite
Poi, per buona misura, si metta la decisione follemente provocatoria del ministro della Difesa e re saudita di fatto, principe Muhamad bin Salman, di giustiziare shaiq Nimr al-Nimr, cittadino saudita. Al-Nimr, leader religioso sciita rispettato e accusato di terrorismo nel 2011 per aver chiesto più diritti per gli sciiti sauditi. Vi sono circa 8 milioni di sauditi leali allo sciismo più che all’ultra-rigido wahabismo. Il suo crimine fu protestare per maggiori diritti per la minoranza sciita oppressa, forse il 25% della popolazione saudita. La popolazione sciita è prevalentemente concentrata nella provincia orientale del regno saudita. La provincia orientale del Regno dell’Arabia Saudita è forse la parte più preziosa sul pianeta, col doppio della superficie della Repubblica federale di Germania ma con soli 4 milioni di abitanti. La Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale, ha sede a Dhahran nella provincia orientale. I principali giacimenti di petrolio e gas sauditi sono per lo più nella provincia orientale, onshore e offshore, tra cui il più grande giacimento di petrolio del mondo, Ghawar. Il petrolio dai campi sauditi, tra cui Ghawar, viene spedito a decine di Paesi dal terminal petrolifero del porto di Ras Tanura, il più grande terminal per il greggio del mondo. Circa l’80% dei 10 milioni di barili di petrolio ogni giorno estratti dai sauditi va a Ras Tanura, sul Golfo Persico, dove viene caricato sulle superpetroliere in rotta per l’occidente. Anche la provincia orientale ospita dell’impianto di Abuqaiq della Saudi Aramco, la più grande raffineria di petrolio e stabilizzazione del greggio da 7 milioni di barili al giorno. E’ il luogo della lavorazione primaria del greggio Arabian extra light ed Arabian light, e tratta il greggio estratto da Ghawar. Ma anche la maggior parte degli operai dei giacimenti di petrolio e delle raffinerie nella provincia orientale sono… sciiti. Si dice anche che siano in sintonia con il religioso sciita appena giustiziato, shayq Nimr al-Nimr. Alla fine degli anni ’80 il saudita Hezbollah al-Hijaz, che attaccò diverse infrastrutture petrolifere ed uccise anche diplomatici sauditi, sarebbe stato addestrato dall’Iran. E adesso c’è un nuovo elemento destabilizzante che si cumula alle tensioni politiche tra Arabia Saudita e Turchia di Erdogan da un lato, fiancheggiate dai servili Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo arabo, e dall’altro Assad in Siria, l’Iraq con il 60% della popolazione sciita e il vicino Iran, attualmente supportati militarmente dalla Russia. Vi sono anche notizie confuse sul 30enne principe bin Salman in procinto di divenire re. Il 13 gennaio, l’Istituto del Golfo, un think mediorientale, in un rapporto esclusivo ha scritto che l’80enne re saudita Salman al-Saud abbia intenzione di abdicare per mettere sul trono il figlio Muhamad. Riferisce che l’attuale re “ha visitato i fratelli cercando sostegno per la mossa, e anche per rimuovere l’attuale principe e favorito dagli statunitensi, il duro Muhamad bin Nayaf, dalla carica di principe ereditario e ministro degli Interni. Secondo fonti vicine alla casa, Salman ha detto ai fratelli che la stabilità della monarchia saudita richiede il cambio dalla successione per linee laterali o diagonali a una verticale, dove il re ha il potere di nominare il più eleggibile figlio“. Il 3 dicembre 2015, il servizio d’intelligence tedesco BND fece trapelare un memo alla stampa che avvertiva del crescente potere acquisito dal principe Salman, definito imprevedibile ed emotivo. Citando il coinvolgimento del regno in Siria, Libano, Bahrayn, Iraq e Yemen, il BND dichiarava, riferendosi al principe Salman, “la precedente cauta posizione diplomatica dei capi più anziani della famiglia reale è stata sostituita dalla nuova politica impulsiva d’intervento“.

Eppure, i prezzi del petrolio scendono?
L’elemento più inquietante in tale situazione inquietante incentrata sulle riserve mondiali di petrolio e gas naturale del Medio Oriente, è il fatto che nelle ultime settimane il prezzo del petrolio, temporaneamente stabilizzatosi sui già bassi 40 dollari a dicembre, ora crolla di un altro 25% a poco più di 29 dollari, una cupa prospettiva. Citigroup ritiene possibile il petrolio a 20 dollari. Goldman Sachs ha recentemente detto che si può considerare il minimo di 20 dollari al barile per stabilizzare i mercati petroliferi mondiali e sbarazzarsi della sovrapproduzione. Ora ho la forte sensazione che ci sarà qualcosa di grosso e assai drammatico in riserva per i mercati mondiali del petrolio, nei prossimi mesi, qualcosa che la maggior parte del mondo non si aspetta. L’ultima volta che Goldman Sachs e compari di Wall Street fecero una previsione drammatica sui prezzi del petrolio fu nell’estate 2008. All’epoca, tra crescenti pressioni sulle banche di Wall Street per l’amplificarsi del crollo immobiliare dei subprime statunitensi, poco prima del crollo di Lehman Brothers nel settembre dello stesso anno, Goldman Sachs scrisse che il petrolio volava verso i 200 dollari al barile. Raggiunse il picco massimo di 147 dollari. In quel periodo scrissi un’analisi dicendo che era probabile esattamente il contrario, essendoci l’enorme eccesso di offerta sui mercati petroliferi mondiali che, curiosamente, fu identificato solo da Lehman Brothers. Mi fu detto da una fonte cinese che le banche di Wall Street, come JP Morgan Chase, esaltavano il prezzo a 200 dollari per convincere Air China e altri grandi acquirenti cinesi di petrolio a comprarne ogni goccia a 147 dollari, prima che arrivasse ai 200 dollari, un consiglio che alimentò l’aumento dei prezzi. Poi nel dicembre 2008, il punto di riferimento del prezzo del petrolio, il Brent, scese a 47 dollari al barile. La crisi della Lehman, una deliberata decisione politica del segretario al Tesoro degli USA ed ex-presidente di Goldman Sachs Henry Paulsen, nel settembre 2008, nel frattempo sprofondò il Mondo nella crisi finanziaria e in una profonda recessione. I compari di Paulsen alla Goldman Sachs e nelle altre mega-banche chiave di Wall Street come Citigroup o JP Morgan Chase, sapevano in anticipo che Paulsen pianificava la crisi della Lehman per costringere il Congresso a dargli i poteri per salvarli con gli inauditi 700 miliardi di dollari dei fondi TARP? Nel caso sia così, Goldman Sachs e amici fecero una puntata gigantesca contro le proprie previsioni sui 200 dollari, sfruttando la leva sui derivati future dal petrolio.

Uccidere prima il ‘cowboy’ del petrolio di scisto
20110310170550631 Oggi l’industria del petrolio di scisto degli Stati Uniti, la più grande fonte della crescente produzione di petrolio degli Stati Uniti dal 2009, si aggrappa al bordo della scogliera dei fallimenti di serie. Negli ultimi mesi la produzione di petrolio di scisto ha appena iniziato a diminuire, di 93000 barili nel novembre 2015. Il cartello di Big Oil, ExxonMobil, Chevron, BP e Shell, due anni fa iniziò il dumping sul mercato delle azioni sullo scisto. L’industria petrolifera dello scisto negli Stati Uniti oggi è dominato da ciò che BP o Exxon chiamano “i cowboy,” le aggressive compagnie petrolifere di medie dimensioni, non dalle major. Le banche di Wall Street come JP Morgan Chase o Citigroup che storicamente finanziano Big Oil, così come lo stesso Big Oil, chiaramente non verseranno lacrime, a questo punto, sullo sboom dello scisto che li lascia ancora controllare il mercato più importante del mondo. Le istituzioni finanziarie che hanno prestato centinaia di miliardi di dollari ai “cowboy” dello scisto negli ultimi cinque anni, hanno la prossima revisione del prestito semestrale ad aprile. Con i prezzi in bilico sui 20 dollari, possiamo aspettarci una nuova, ben più grave ondata di fallimenti delle compagnie petrolifere dello scisto. Il petrolio non convenzionale, tra cui il petrolio delle sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, sarà presto un ricordo del passato, in caso affermativo. Ciò da solo non ripristinerà il petrolio a 70-90 dollari che i grandi operatori del petrolio e le loro banche di Wall Street troverebbero confortevole. L’eccesso mediorientale, dall’Arabia Saudita ed alleati del Golfo, si ridurrebbe drasticamente. Eppure i sauditi non mostrano alcun segno di volerlo fare. Questo è ciò che disturba il quadro. Qualcosa di molto grave avviene nel Golfo Persico e che drammaticamente innalzerà i prezzi del petrolio entro la fine dell’anno? Una vera e propria guerra diretta tra Stati petroliferi sciiti e sauditi viene preparata dai wahhabiti? Finora è stata una guerra per procura in Siria, soprattutto. Dall’esecuzione del religioso sciita e l’assalto iraniano all’ambasciata saudita a Teheran, arrivando alla rottura nei rapporti diplomatici coi sauditi e gli altri Stati sunniti del Golfo, il confronto è diventato assai più diretto. Il Dr. Husayn Asqari, ex-consulente del ministero delle Finanze saudita, ha dichiarato: “Se c’è una guerra tra Iran e Arabia Saudita, il petrolio potrebbe superare in una notte i 250 dollari, per poi declinare di nuovo fino a 100 dollari. Se attaccano i rispettivi impianti di carico, allora potremmo vedere il picco di petrolio a più di 500 dollari e rimanervi per qualche tempo a seconda dell’entità dei danni“. Tutto ciò dice che il mondo subirà un altro grande shock petrolifero. Sembra sia quasi sempre causa del petrolio. Come Henry Kissinger avrebbe detto durante l’altro shock petrolifero della metà degli anni ’70, quando Europa e Stati Uniti subirono l’embargo sul petrolio dall’OPEC e lunghe code alle pompe di benzina, “Se si controlla il petrolio, è possibile controllare intere nazioni“. Tale ossessione per il controllo sta rapidamente distruggendo la nostra civiltà. E’ il momento di concentrarsi su pace e sviluppo, non sulla competizione ad essere il più grande magnate del petrolio del pianeta.oil-barrels8F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Operazione “Legno di platano”: la guerra segreta della CIA in Siria finanziata dai Saud

Maxime Chaix

Bandar bin Sultan e George W. H. Bush

Bandar bin Sultan e George W. H. Bush

Un articolo del New York Times ha appena rivelato il nome in codice della guerra segreta multinazionale della CIA in Siria: il caso dell’Operazione Legno di Platano (“Timber Sycamore“). Nel 1992, i ricercatori siriani Ibrahim Nahal e Rahmi Adib avevano pubblicato uno studio secondo cui “La larghezza dell’anello è influenzata da fattori ambientali, il legno di platano orientale può essere classificato per la relativamente rapida crescita rispetto al faggio o al rovere”. I gruppi ribelli per lo più jihadisti, moltiplicatisi in Siria dall’estate 2011, potrebbero essere considerati “platani orientali” per la “crescita relativamente veloce”, senza pensare necessariamente a un collegamento tra il nome in codice di tale operazione segreta della CIA e questo fenomeno biologico. In sostanza, il New York Times ha rivelato che l’Arabia Saudita ha finanziato per “diversi miliardi” la guerra segreta della CIA in Siria. Altri collaboratori di tale operazione dell’Agenzia sono citati dal giornale. Questi sono Turchia, Giordania e Qatar. Tuttavia, anche se l’importo esatto dei contributi dei singoli Stati coinvolti in queste operazioni non è noto, il Times dice che l’Arabia Saudita è stata la principale finanziatrice. Secondo il giornale, “alti funzionari statunitensi non hanno rivelato l’importo del contributo saudita, di gran lunga il maggior finanziamento estero del programma di armamento dei ribelli che combattono le forze del Presidente Bashar Assad. Tuttavia, le stime indicano che il costo totale del finanziamento e dell’addestramento (dei terroristi) ha raggiunto diversi miliardi di dollari”. Times e Washington Post hanno confermato le informazioni che analizzai un paio di settimane prima degli attacchi del 13 novembre. Infatti, nel giugno 2015, il giornale rivelava che la CIA aveva “effettuato dal 2013 contro il regime di Assad” una delle più grandi operazioni segrete”, con un finanziamento annuale di circa un miliardo di dollari. Secondo il giornale, l’operazione segreta (…) fa parte di uno “grande sforzo da diversi miliardi di dollari di Arabia Saudita, Qatar e Turchia“, vale a dire, i tre Stati notori per sostenere le fazioni estremiste in Siria. Grazie al New York Times, ora sappiamo che l’Arabia Saudita è “di gran lunga” il principale stato a sostenere tale guerra segreta, in particolare attraverso acquisto e consegne massicce dai servizi speciali sauditi (GID) di missili anticarro TOW della Raytheon ai gruppi affiliati ad al-Qaida, come l’Esercito della Conquista (Jaysh al-Fatah). Sempre secondo il Times, il capo della stazione CIA svolge un ruolo diplomatico maggiore dell’ambasciatore degli USA in Arabia Saudita. Così, tra il GID e la CIA “l’alleanza rimane forte, perché rinforzata dal legame tra le principali spie. Il ministro degli Interni saudita, principe Muhamad bin Nayaf, sostituì il principe Bandar nel fornire armi ai terroristi (in Siria). Conosce l’attuale direttore della CIA John O. Brennan dai tempi in cui era capo della stazione dell’Agenzia a Riyadh negli anni ’90. Ex-colleghi dicono che costoro sono rimasti vicini (…) la posizione che aveva Brennan a Riyadh è molto più importante di quella dell’ambasciatore degli Stati Uniti; era il vero legame tra potere statale statunitense e regno (dei Saud). Ex-diplomatici ricordano che le discussioni più importanti vennero sistematicamente effettuate tramite il capo della stazione della CIA (nella capitale saudita)“.
Le informazioni del New York Times rafforzano il concetto di “Stato profondo sovranazionale” tra i vertici dei servizi speciali degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita, come spiega Peter Dale Scott nel suo ultimo libro. Così, l’autore dimostra che le relazioni statunitensi-saudite sono la vera “scatola nera”: “Negli anni ’80, William Casey, direttore della CIA, prese decisioni cruciali nella guerra segreta in Afghanistan. Tuttavia, furono prese al di fuori del quadro burocratico dell’Agenzia, essendo state preparate con i direttori dei servizi d’intelligence sauditi, prima Qamal Adham e poi principe Faysal bin Turqi. Tra tali decisioni possiamo citare la creazione di una Legione Straniera con il compito di aiutare i mujahidin afghani a combattere i sovietici. Chiaramente, fu l’istituzione di un sistema di supporto operativo conosciuto come al-Qaida dopo la fine della guerra dell’URSS in Afghanistan. Casey espose i dettagli del piano con i due capi dell’intelligenza saudita, e con il direttore della Banca di Credito e Commercio Internazionale (BCCI), la banca pakistano saudita di cui erano azionisti Qamal Adham e Faysal bin Turqi. In tal modo, Casey guidò una seconda agenzia, o i canali esterni alla CIA, costruendo con i sauditi la futura al-Qaida in Pakistan, mentre la gerarchia ufficiale dell’Agenzia a Langley “pensava che fosse imprudente”. Ne La macchina da guerra statunitense, posi Safari Club e BCCI nella serie di accordi in virtù di una “CIA alternativa” o “seconda CIA”, risalente alla creazione, nel 1948, dell’Ufficio del coordinamento politico (OPC per Ufficio di coordinamento delle politiche). Così è comprensibile che George Tenet, direttore della CIA di George W. Bush, seguisse il precedente di (William) Casey (direttore dell’Agenzia sotto Reagan) incontrando una volta al mese il principe Bandar, l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, ma senza rivelare il contenuto delle discussioni ufficiali della CIA sulle questioni saudite“.
054ea73b-f40f-4224-ae68-b284941ac8b7Nell’articolo del Times, il principe Bandar è presentato come il principale artefice della politica a sostegno della ribellione in Siria. In effetti, il giornale conferma che “gli sforzi sauditi furono guidati dal focoso principe Bandar bin Sultan, allora capo dei servizi segreti (del regno) che chiese che le spie saudite acquistassero migliaia di (fucili) AK-47 e milioni di munizioni in Europa orientale per i ribelli (in Siria). La CIA facilitò alcuni di tali acquisti dei sauditi, tra cui un grande accordo con la Croazia nel 2012. Nell’estate dello stesso anno queste operazioni sembravano fuori controllo, sul confine tra Turchia e Siria, e le nazioni del Golfo inviavano denaro e armi ai gruppi ribelli, compresi i gruppi che gli alti responsabili statunitensi temevano collegati ad organizzazioni estremiste come al-Qaida“. Così, la guerra segreta della CIA e dei partner stranieri in Siria ha fortemente incoraggiato l’ascesa dello SIIL, che Pentagono ed alleati bombardano da settembre 2014 senza molta efficienza e su un sfondo polemico. Dal luglio 2012, attraverso la politica profonda del principe Bandar, il “platano” jihadista in Siria subì una “crescita relativamente veloce” con il sostegno attivo della CIA e dei suoi partner. Ma Bandar era così vicino all’agenzia che non può essere dissociato dalle azioni clandestine dei servizi speciali statunitensi, almeno quando era ambasciatore dell’Arabia Saudita a Washington (1983-2005) e poi direttore dell’intelligence saudita (2012-2014). Dieci giorni prima degli attacchi del 13 novembre, pubblicai un articolo intitolato “La guerra segreta multinazionale della CIA in Siria“, in cui ho scritto: “Nel luglio 2012, il principe Bandar fu nominato capo dei servizi segreti sauditi, visto da molti esperti come segno dell’indurimento della politica siriana dell’Arabia Saudita. Soprannominato “Bandar Bush” per la sua vicinanza alla medesima dinastia presidenziale, fu ambasciatore a Washington al momento degli attacchi dell’11 settembre. Per molti anni questo uomo intimamente legato alla CIA fu accusato da un’ex-senatore della Florida di aver sostenuto alcuni dei dirottatori accusati di quegli attacchi. Fin quando non fu dimesso nell’aprile 2014, The Guardian sottolineò che “Bandar guidava gli sforzi sauditi nel coordinare meglio le forniture di armi ai ribelli che combattono Assad in Siria. Tuttavia, fu criticato per aver sostenuto i gruppi estremisti islamici, rischiando lo stesso “boomerang” dei combattenti del saudita Usama bin Ladin di ritorno dopo la jihad contro i sovietici in Afghanistan negli anni ’80, una guerra santa ufficialmente autorizzata. (…) Nel 2014, un parlamentare statunitense disse che la CIA era “ben consapevole che molte armi in dotazione (all’agenzia) fossero nelle mani sbagliate”. Nell’ottobre 2015, il massimo esperto sulla Siria Joshua Landis dichiarò che “tra il 60 e l’80% delle armi che gli Stati Uniti hanno introdotto (in questo Paese) è andato ad al-Qaida e gruppi affiliati“. In altre parole, la CIA e gli alleati turchi e petromonarchici decisamente promossero la nascita di tali gruppi estremisti in Siria, tra cui al-Qaida e SIIL. Tuttavia, tale politica profonda multinazionale fu deliberatamente scelta dalla Casa Bianca? La risposta non è ovvia. Come sottolineai nell’agosto 2015, l’ex-direttore dei servizi segreti militari del Pentagono (DIA), Michael Flynn, denunciò su al-Jazeera l’irrazionalità sconcertante della Casa Bianca sulla questione siriana. In quell’occasione, rivelò che i funzionari dell’amministrazione Obama presero la “decisione deliberata” di “fare quello che fanno in Siria“; in altre parole, avrebbero scelto di sostenere le milizie anti-Assad che la DIA descrisse nel 2012 come infiltrate e dominate da forze jihadiste. Da quell’anno, Flynn e la sua agenzia informarono la Casa Bianca del rischio della comparsa di uno “Stato islamico” tra Iraq e la Siria grazie al sostegno occidentale, turco e petromonarchico alla ribellione. Per chiarirne l’intervento, poi disse a un giornale russo che il governo statunitense aveva finora sostenuto “tante diverse fazioni (anti-Assad) che è impossibile capire chi siano e per chi lavorano. La composizione dell’opposizione armata siriana, sempre più complessa, ha reso notevolmente più difficile qualsiasi identificazione. Perciò (…) per gli interessi statunitensi bisogna (…) fare un passo indietro e sottoporre la nostra strategia a un esame critico. A causa della possibilità, molto reale, di sostenere forze legate allo Stato islamico (…) insieme ad altre forze anti-Assad in Siria. “Il generale Flynn, quando dirigeva la DIA al Pentagono, vide circa 1200 gruppi in lotta (in Siria). Di conseguenza“, il generale Flynn pensò “in realtà nessuno, compresa la Russia, ha una chiara idea con cosa abbiamo a che fare, ma tatticamente è davvero importante capirlo. Una visione unilaterale della situazione in Siria e Iraq sarebbe un errore”.

Micheal Flynn

Micheal Flynn

A tale terreno complesso si aggiunse la procedura tradizionale dell’Agenzia della “negazione plausibile”, con l’obiettivo di cancellare qualsiasi incriminazione del governo degli Stati Uniti ricorrendo ad agenti esteri e/o privati. Nel mio articolo sulla guerra segreta della CIA in Siria, notai che “Le operazioni multinazionali anti-Assad furono anche una grande fonte di confusione. In primo luogo, anche se molti servizi occidentali e mediorientali sono coinvolti in tale conflitto, è difficile pensare a questa guerra segreta da una prospettiva multinazionale. In effetti, media ed esperti ebbero la tendenza a dissociare le politiche siriane dei diversi Stati illegalmente impegnati a destabilizzare la Siria. E’ vero che la rinuncia degli Stati Uniti d’intervenire direttamente provocò taglienti tensioni diplomatiche con Turchia e Arabia Saudita. Inoltre, l’ostilità di re Abdullah contro i Fratelli musulmani generò gravi divisioni tra, da un lato il regno saudita, dall’altra Qatar e Turchia; tali tensioni sono aggravate da Salman dopo l’intronizzazione a re nel gennaio 2015. A causa di tali differenze, le politiche siriane degli Stati ostili al regime di Assad sono state scarsamente analizzate sotto la prospettiva multinazionale. Piuttosto, le operazioni occidentali furono distinte da quelle dei Paesi del Medio Oriente. Ma i servizi speciali dei diversi Stati condussero azioni finora comuni e coordinate nell’opacità abissale della segretezza. Nel gennaio 2012, CIA e MI6 lanciarono operazioni clandestine per armare i terroristi tra Libia, Turchia e Siria, con l’aiuto dei turchi e il finanziamento di Arabia Saudita e Qatar. (…) E’ dimostrato che tali armi furono consegnate “quasi esclusivamente” a fazioni jihadiste, secondo il parlamentare inglese Lord Ashdown. Secondo il giornalista Seymour Hersh, “il coinvolgimento dell’MI6 permise alla CIA di eludere la legge qualificando la sua missione come operazione di collegamento“. Le azioni dell’Agenzia in Siria sono meglio controllate oggi? La questione rimane aperta, ma la dottrina della “negazione plausibile” tradizionalmente attuata dalla CIA potrebbe essere una risposta. (…) Anche se tale procedura tende a confondere le acque, il ruolo centrale della CIA nella guerra segreta multinazionale (in Siria) non è più dubbio. Nell’ottobre 2015, il New York Times spiegò che “I missili anticarro TOW di fabbricazione statunitense apparvero nella regione nel 2013, attraverso un programma clandestino (della CIA) guidato da Stati Uniti, Arabia Saudita e altri alleati, allo scopo di aiutare i gruppi di insorti “scelti” dall’Agenzia nella lotta al governo siriano. Tali armi sono consegnate sul campo dagli alleati degli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti ne approvano l’assegnazione. (…) I capi ribelli risero quando li interrogarono sulla consegna di 500 TOW dall’Arabia Saudita, dicendo che era un numero ridicolo rispetto a ciò che era effettivamente disponibile. Nel 2013 l’Arabia Saudita ordinò (a Washington) più di 13000 (TOW)”. (…) A seguito dello scoppio del conflitto con la Russia, l’ex-consigliere del Pentagono confermò al Washington Post che l’utilizzo di partner stranieri ha comportato la “negazione plausibile”, coprendo le operazioni della CIA in Siria: “missili (TOW) prodotti dalla Raytheon provengono principalmente dalle scorte governative saudite, che ne acquistarono 13795 nel 2013 (…) Poiché gli accordi di vendita prevedono che l’acquirente informi gli Stati Uniti sulla loro destinazione finale, l’approvazione (di Washington) è implicita secondo Shahbandar, ex-consigliere del Pentagono. Secondo lui, non è richiesta alcuna decisione dall’amministrazione Obama sul prosieguo del programma. “Non c’è bisogno di un via libero statunitense. Una luce ambrata basta”. “Questo è un (programma) illegale e tecnicamente può essere negato, ma è caratteristico delle guerre per procura”. “Così, con la dottrina della “negazione plausibile” che coinvolge terzi che si possono biasimare sembra spiegarne il motivo, il ruolo della CIA e dei suoi alleati occidentali nella guerra segreta (a questo punto) viene insabbiato, distorto o minimizzato”. In questo articolo aggiunsi che “contrariamente al mito dell'”inazione” (militare) occidentale contro il regime di Bashar al-Assad, la CIA fu fortemente coinvolta in Siria, nell’ambito di un’oprazione illegale sovvenzionata da budget classificati e anche stranieri. Tuttavia con tali fondi esteri e i miliardi di dollari mobilitati e non controllati dal Congresso degli Stati Uniti, l’istituzione non ha il potere di esercitare il controllo su bilanci o politiche esteri. “Secondo le dichiarazioni di un parlamentare statunitense, il New York Times confermò tale assenza di trasparenza dovuta all’utilizzo di fondi esteri: “Mentre l’amministrazione Obama ha visto la coalizione come argomento seducente per il Congresso, alcuni legislatori, come il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyden, hanno chiesto perché la CIA avesse bisogno del denaro saudita per finanziare l’operazione, secondo un ex-funzionario statunitense. Wyden ha rifiutato di rispondere alle nostre domande, ma la sua squadra ha rilasciato una dichiarazione chiedendo maggiore trasparenza: “ex-funzionari del governo hanno detto che gli Stati Uniti rafforzano le capacità operative dell’opposizione militare anti-Assad. Tuttavia, i cittadini non furono informati sui termini della politica che coinvolge le agenzie degli Stati Uniti, o partner stranieri con i cui queste istituzioni collaborano“.”
Alla luce delle rivelazioni del New York Times sull’operazione Legno di platano, e sapendo che il sostegno di CIA ed alleati ad al-Qaida in Siria è ormai di dominio pubblico, anche in Italia, è essenziale che i cittadini occidentali chiedano responsabilità ai loro parlamentari. Come coraggiosamente denunciò il parlamentare statunitense Tulsi Gabbard tre settimane prima degli attacchi del 13 novembre, “le armi degli Stati Uniti vanno nelle mani dei nostri nemici, al-Qaida e altri gruppi estremisti islamici, nostri nemici giurati. Sono i gruppi che ci attaccarono l’11 settembre e che cerchiamo di sconfiggere, ma noi li sosteniamo armandoli per rovesciare il governo siriano. (…) Non voglio che il governo degli Stati Uniti fornisca armi ad al-Qaida, estremisti islamici, nostri nemici. Penso che sia un concetto molto semplice: è impossibile sconfiggere i tuoi nemici se, allo stesso tempo, li armi e aiuti. Cosa assolutamente senza senso per me“. E’ pertanto urgente che le potenze occidentali sviluppino e attuino politiche più razionali e pragmatiche per lottare efficacemente contro il terrorismo, altrimenti questa foresta di “platani” continuerà ad espandersi pericolosamente.

John O. Brennan

John O. Brennan

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La casa degli orrori dei Saud

L’analista politico Dmitrij Drobnitzkij su come “la rete di amici” degli Stati Uniti viene gradualmente distrutta
Dmitrij Drobnitzkij, Izvestija South Front
salman-bin-abdulaziz_14842La politica statunitense in Medio Oriente è in grave declino. E’ argomento comune non solo sui media mondiali, ma anche per la maggior parte degli esperti di affari internazionali statunitensi e per i candidati alle presidenziali degli Stati Uniti del 2016. Non è solo l’effetto delle due grandi guerre in Afghanistan e Iraq da biasimare, ma anche la distruzione dello Stato libico, il caos in Siria, l’incredibilmente veloce diffusione del SIIL (le cui propaggini sono già in Pakistan e Xinjiang in Cina) e il completo stallo del piano di pace israelo-palestinese. I vecchi alleati regionali degli Stati Uniti, Israele, Turchia e Arabia Saudita sono parte del problema. Da un lato, Washington non può togliere all’improvviso l’ombrello protettivo che copre i suoi compari. Perché “la rete di amicizie” è la porta per lobbisti, interscambio economico ed interessi del complesso militare-industriale statunitense, ecc. Non può essere smontata facilmente in uno o due anni. D’altra parte, la solida fiducia negli Stati Uniti non c’è più, anzi è paralizzata. Non c’è fiducia solo nel protettorato statunitense, ma neanche nei rapporti tra Washington, Ankara, Tel Aviv e Riad. Ciò che fu la macchina unificatasi nella realtà della guerra fredda, oggi è un costoso, ma inutile, meccanismo della moderna geopolitica. Ecco perché Turchia, Israele e Arabia Saudita oggi spesso mettono gli USA davanti a una specie di fatto compiuto, fiduciosi che la cinghia di trasmissione alleati-USA funzioni ancora. Nei suoi anni di presidenza, Barack Obama ha fatto molto per limitare l’influenza degli “amici” sulla sua politica estera. Quindi ecco la distensione iraniana che, chiunque vinca le elezioni presidenziali a novembre, sarà difficile da annullare. O almeno, non sarà come certi candidati credono. Già nell’estate 2014 apparve che pietra miliare della campagna elettorale repubblicana sarebbero state le posizioni anti-iraniane. Tuttavia, alla fine dell’anno era chiaro che tutti gli sforzi dei lobbisti sauditi ed israeliani erano inconseguenti. Parlarono contro l’Iran solo Jeb Bush e Marco Rubio, ancora molto distanti nella loro corsa a candidati. Altri menzionavano l’Iran solo per criticare come inadeguati i negoziati del presidente Obama e del segretario di Stato John Kerry. Inoltre, almeno tre candidati repubblicani, Donald Trump, Ted Cruz e Rand Paul dicono oggi che, ovviamente l’eliminazione dei dittatori laici in Medio Oriente (Libia, Iraq, Egitto) ha creato rapidamente un vuoto occupato dai radicali dell’autoproclamato califfato. Perciò i candidati non chiedono l’immediata partenza di Bashar al-Assad, e persino temono le terribili conseguenze della sua rimozione dal potere. Ma la valutazione sintetica di tali candidati non basta per una vittoria incondizionata alle primarie.
Obama e Hillary Clinton continuano il mantra “Assad deve andarsene”, ma con veemenza i loro rivali politici rispondono: “Avete creato lo SIIL”. Un accusa che può essere molto difficile da scrollarsi di dosso. Non è ancora chiaro come affrontare il califfato in Siria, Iraq e altri Paesi, soprattutto considerando il ruolo altamente discutibile di Turchia e Arabia Saudita. Tutte le polemiche sulle nazioni musulmane della regione, che dovrebbero affrontare i terroristi per conto proprio, contando solo sul supporto aereo di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia rimangono solo parole al vento. Ogni fantoccio mediorientale degli Stati Uniti invoca grandi aiuti politici e militari. A complicare ulteriormente la situazione è l’intensa guerra ibrida tra Iran e Arabia Saudita in Iraq, Siria e Yemen. E dopo l’esecuzione del religioso sciita e attivista dei diritti umani Nimr al-Nimr in Arabia Saudita, che ha suscitato severe critiche dalla leadership politica e religiosa dell’Iran, un conflitto militare anche diretto fra Riyadh e Teheran non può essere del tutto escluso. Va detto che l’esecuzione di al-Nimr ha scatenato le critiche degli Stati Uniti. Diversi articoli di rispettabili giornali statunitensi condannavano tale dura sanzione, così come l’estremamente nervosa e aggressiva politica estera saudita, ed anche l’assenza di democrazia e libertà religiose, l’oppressione delle donne, i tribunali medievali, ecc. Nonostante l’Iran sia, al di là di ogni dubbio, il centro spirituale dell’islam sciita e modello alternativo (ai regni del Golfo) di Stato islamico, l’attivista sciita per i diritti umani al-Nimr non era un agente di Teheran. Essendo molto più dell’ayatollah della “primavera araba” dell’Iran, era ciò che è estremamente raro e difficile trovare oggi in Siria, dell’opposizione islamica moderata. La sua esecuzione ha innescato non solo l’escalation del conflitto tra Arabia Saudita e Iran, ma anche l’appello “a temperare i falchi di Riyadh adottando un’impostazione più intransigente con i sauditi” o “allontanare i Paesi nervosi” dei media degli USA.
Quanto più la sensazione della ritirata degli USA prevale nella regione, più nervosa sarà Riyadh, scatenando nuova sfiducia come partner affidabile. Tuttavia, come già detto, la diffidenza è reciproca. La peggiore paura dell’Arabia Saudita (che già contempla l’arma nucleare) è cessare di essere “uno dei ragazzi” di Washington, lasciandola sola con l’Iran, ora pienamente legittimato e privo delle sanzioni internazionali. Recentemente si è verificato un evento storico. Secondo l’accordo sul bilancio, il Congresso ha revocato il divieto di esportazione del greggio dagli Stati Uniti. Forse non è la migliore notizia per la Russia, ma sicuramente colpisce la casa regnante dei Saud. Sicuramente non riguarda solo il petrolio. Il Medio Oriente è il luogo dove i grandi attori non progettano nulla a lungo termine, come la base aerea di Humaymim in Siria, creazione che Putin descriveva alla conferenza stampa: “Raccolti in due giorni, caricati sugli “Antej” e bam! E’ fatta“. Non in due giorni, naturalmente, e neanche in due anni, ma viene abbandonata rapidamente la storica configurazione del Medio Oriente che, se una volta sembrava incrollabile, da ora sarà passato. E chiaramente le elezioni statunitensi del 2016 saranno il punto di svolta.SAUDI-US-SUCCESSION-ROYALS-FILESTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.212 follower