Stalin, la Bomba e gli imbecilli occidentali

Micheal D. Gordin, The History Reader 16 luglio 2011RV-AQ260_bkrvpo_J_20150515130807Il 16 luglio, il giorno prima dell’inizio di Terminal, gli scienziati che lavoravano al Progetto Manhattan fecero esplodere la prima atomica del mondo nel deserto di Alamogordo, New Mexico: era l’Operazione Trinity. In cima ad una torre di 30 metri, pezzi di plutonio (un metallo pesante generato dall’uranio arricchito nei reattori atomici, una nuova invenzione), accuratamente sagomati nei segmenti di una sfera, furono fatti implodere in un nucleo denso, avviando la fissione. I nuclei pesanti degli atomi di plutonio si scissero, liberando enormi quantità di energia. Questo processo fisico fu scoperto solo nel dicembre 1938; il plutonio fu segretamente sintetizzato nell’inverno 1940-1941, e ora gli statunitensi ne ottennero un’arma. Il test era andato perfettamente, e la bomba Fat Man, e la più semplice basata su un cannone all’uranio 235 denominata Little Boy, furono spedite nel Pacifico per farle esplodere su città giapponesi appositamente scelte. Forse i sovietici non erano necessari, dopo tutto. Ma a Stalin andava detto. Ufficialmente era un alleato, anche se nessuna delle due parti si fidava dell’altra, e tecnicamente non era ancora un alleato nella guerra del Pacifico. Molti protagonisti statunitensi avevano la crescente sensazione che l’alleanza di Roosevelt e Stalin fosse stata un errore o stava per diventarlo. Forse questo era un campo in cui la tendenza ad essere troppo accoglienti verso i sovietici andava rivista. Il Progetto Manhattan, iniziato come collaborazione anglo-statunitense, aveva deliberatamente ed esplicitamente escluso l’Unione Sovietica fin dall’inizio. Per quanto Truman e Byrnes ne sapessero, Stalin era completamente all’oscuro dei loro sforzi per militarizzare uranio e plutonio, ma certamente l’avrebbe saputo una volta che la prima città venne distrutta all’inizio di agosto, e avrebbe capito che era stato lasciato all’oscuro di proposito. L’impulso iniziale di Byrnes era di continuare così. Il ministro della Guerra Henry L. Stimson non era d’accordo. Stimson era un incaricato anziano nominato da Roosevelt, ed ex-segretario di Stato del presidente repubblicano Herbert Hoover. (Stimson rimase un repubblicano irremovibile sotto i due presidenti democratici che servì). Byrnes, non volendo interferenze, fece di tutto per non invitarlo al vertice di Potsdam, ma Stimson vi andò lo stesso, soprattutto per consigliare Truman su S-1 (il nome in codice del Progetto Manhattan). Il tempo dello stallo con Stalin era finito. Il verbale dell’ultima riunione del Comitato politico combinato anglo-statunitense del 4 luglio 1945, registrava il segretario della guerra già convinto che Potsdam fosse il luogo per sollevare il velo ai sovietici, almeno un po’: “Se nulla viene detto in questo incontro su TA (leghe per tubi = arma atomica) l’immediato uso potrebbe avere un grave effetto sulle relazioni franche tra i tre grandi alleati. (Stimson) aveva quindi consigliato al presidente di osservare l’atmosfera al vertice (di Potsdam). Se la franchezza reciproca su altre questioni era reale e soddisfacente, allora il presidente poteva dire che era stata sviluppata la fissione nucleare per scopi bellici, con buoni progressi; e che un tentativo di utilizzare un’arma sarebbe stato compiuto a breve, anche se non era certo se avrebbe avuto successo”.
1945-molotov Il comitato interinale, un gruppo di funzionari civili e militari con qualche scienziato che Stimson aveva convocato per discutere delle implicazioni in tempo di guerra e nel dopoguerra della bomba atomica, aveva “unanimemente convenuto che sarebbe stato un notevole vantaggio, se utile all’occasione, che il Presidente suggerisse ai sovietici che stavamo lavorando su questa arma con prospettive di successo e che ci aspettavamo di usarla contro il Giappone”. In un primo momento, Truman era ostile all’idea d’informare Stalin, e Winston Churchill lo era altrettanto. Ma la notizia su Trinity cambiò tutto. Stimson scrisse nel suo diario che Churchill “Ora non solo non era preoccupato d’informare i russi sulla questione, ma era piuttosto incline a usarla come argomento a nostro favore nei negoziati“, e continuava: “Il sentimento… è unanime nel ritenere che fosse opportuno dire ai russi almeno che stavamo lavorando su questo tema e dell’intenzione di usarla se e quando completata con successo“. Il 24 luglio, intorno alle 19:30, dopo una dura giornata di negoziati sulle questioni europee, Truman saltellando verso Stalin durante una pausa, lasciandosi l’interprete alle spalle, scambiò qualche parola. Non sapremo mai esattamente cosa disse, ed esattamente cosa rispose Stalin. Lo scambio ebbe ripercussioni enormi, ma Truman, Stalin e l’interprete di quest’ultimo, V. N. Pavlov, non lasciarono alcuna trascrizione immediata di ciò che accadde. L’interprete di Truman, Charles “Chip” Bohlen, rimase indietro mentre il suo capo fece la sua mossa: “Spiegando che voleva essere il più informale e casuale possibile, Truman disse durante una pausa che sarebbe andato verso Stalin e con nonchalance informarlo. Mi disse di non accompagnarlo, come facevo normalmente, perché non voleva indicare che vi fosse nulla di particolarmente importante. Così Pavlov, l’interprete russo, tradusse le parole di Truman a Stalin. Non sentì la conversazione, anche se Truman e Byrnes dissero che c’ero… Dall’altra parte della stanza, guardai con attenzione la faccia di Stalin mentre il presidente dava la notizia. Così estemporanea fu la risposta di Stalin che ebbi il dubbio che il messaggio del presidente fosse arrivato. Avrei dovuto bene sapere di non sottovalutare il dittatore”. Bohlen non fu l’unico che pensò che ci fosse stato un problema di comunicazione. Tutti, Bohlen, Stimson, Byrnes, Churchill, osservarono la conversazione con attenzione, anche se non con troppa attenzione, per non far capire a Stalin che la battuta era importante. Come Byrnes ricordò nelle sue memorie del 1947: “(Truman) disse che aveva detto a Stalin che, dopo una lunga sperimentazione, avevamo messo a punto una nuova bomba molto più distruttiva di ogni altra bomba conosciuta, e che prevedevamo di usarla molto presto, a meno che il Giappone non si arrendeva. L’unica risposta di Stalin fu di essere contento di sentire della bomba e sperava che l’avremmo usata. Fui sorpreso dalla mancanza d’interesse di Stalin. Conclusi che non ne colse l’importanza. Pensai che il giorno dopo avrebbe chiesto ulteriori informazioni. Non lo fece. Più tardi conclusi che, poiché i sovietici tenevano segreti i loro sviluppi militari, pensassero che fosse improprio chiedere dei nostri”. Nel 1958, nella seconda edizione delle memorie, rivide leggermente il suo punto di vista: “Non credevo che Stalin colse il pieno significato della dichiarazione del Presidente, e pensai che il giorno dopo ci sarebbe stata qualche indagine su questa “arma nuova e potente”, ma mi sbagliai. Pensai allora e anche adesso che Stalin non apprezzasse l’importanza delle informazioni dategli; ma ci sono altri che credono che, alla luce delle informazioni successive sui servizi segreti sovietici in questo Paese, fosse già a conoscenza del test del New Mexico, e che a ciò fosse dovuta la sua apparente indifferenza”.
preview.php Il dittatore sovietico non lasciò nulla sullo scambio, ma la sua delegazione lo fece. E’ difficile prendere le memorie del Ministro degli Esteri sovietico V. M. Molotov come completamente affidabili, poiché ricordò qualcosa che nessun altro vide, la propria presenza alla conversazione, ma sembra certo che Stalin l’informasse subito dopo. Ecco il racconto di Molotov: “Truman prese Stalin e me da parte e con uno sguardo misterioso ci disse che avevano un’arma speciale che non era mai esistita prima, un’arma molto straordinaria… E’ difficile dire ciò che pensava, ma mi sembrò che volesse scioccarci. Stalin reagì con molta calma, in modo che Truman pensasse che non avesse capito. Truman non disse ‘bomba atomica’, ma lo capimmo subito“. Ci sono tre caratteristiche importanti della versione sovietica: Truman non specificò mai il carattere nucleare dell’arma; i sovietici conoscevano la realtà delle sue parole, anche se non la rivelarono, e Stalin e il suo entourage la videro come una velata minaccia. Il Maresciallo Georgij Zhukov, Comandante dell’Armata Rossa e quindi figura cruciale a Potsdam, ritenne che Truman andò da Stalin “ovviamente per ricattarlo politicamente“, ma osservò che Stalin “non espresse per nulla i suoi sentimenti, agendo come se non vi trovasse niente di importante nelle parole di H. Truman”. Il che ci lascia l’importante domanda: Cosa pensava Stalin? In effetti, cosa sapeva davvero della bomba atomica prima della battuta di Truman? Truman era certo che non ne sapesse nulla, come dichiarò in un’intervista nel 1959: “Quando (il giornalista del New York Times William Laurence) dice che Stalin sapeva, non è vero. Non ne sapeva assolutamente nulla fin quando accadde… Non ne sapeva più dell’uomo sulla Luna“. Tuttavia, come è ormai evidente dagli archivi sovietici, Truman giudicò male l’avversario. Stalin ne sapeva abbastanza. Il 7 agosto, il giorno dopo la distruzione di Hiroshima con la bomba all’uranio Little Boy, Molotov (ora a Mosca) s’incontrò con l’ambasciatore statunitense Averell Harriman e gli disse: “Voi americani potete tenere un segreto quanto volete“. Harriman osservò “qualcosa di simile a un sorriso” sul volto di Molotov, e più tardi osservò che “il modo in cui lo disse mi convinse che non fosse per nulla un segreto… L’unica sorpresa, suppongo, fu il fatto che il test di Alamogordo ebbe successo. Ma Stalin, purtroppo, sapeva che eravamo molto vicini a testare la prima esplosione di prova“. L’intuizione di Harriman era corretta. Zhukov osservò che Stalin prese Molotov da parte la sera della battuta di Truman e disse, “Dobbiamo discutere con Kurchatov dell’accelerazione del nostro lavoro“. Igor Kurchatov era il direttore scientifico del programma della bomba atomica sovietica. Stalin non sapeva solo della bomba, ma stava costruendo la sua; Truman non solo mancò d’impedire la proliferazione sovietica, ma sembra che l’abbia accelerata.Vets-and-the-Soviet-bombTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Causa ingiusta: Hiroshima e Nagasaki

Lo storico Gar Alperovitz sulla decisione di bombardare Hiroshima e Nagasaki
Andrew Cockburn Harpers, 27 maggio 2016stillman-hiroshima-690Come detto, il presidente Obama non ha chiesto scusa per l’attacco nucleare degli Stati Uniti che distrusse la città di Hiroshima il 6 agosto 1945, nella recente visita alla città. Invece, ha invitato vacuamente al coraggio di “diffondere la pace e perseguire un mondo senza armi nucleari”, evitando chiaramente qualsiasi riferimento specifico al motivo per cui gli Stati Uniti decisero di bruciare oltre 100000 giapponesi, sermonando, “Riflettiamo sulle forze terribili scatenate in un passato non così lontano. Piangiamo i morti… le loro anime ci parlano e ci chiedono di guardarci dentro. Per chiarire chi siamo e cosa potremmo diventare“, un esercizio retorico che in sostanza è pari al poco più infame “cose che accadono” di Donald Rumsfeld. Settanta anni dopo la seconda guerra mondiale, a quanto pare gli attacchi nucleari su Hiroshima e Nagasaki sono ancora una questione evasa e giustificata dai funzionari degli Stati Uniti come l’unico modo per porre fine alla guerra e salvare vite statunitensi. Per indicare le omissioni di Obama, mi rivolgo allo storico Gar Alperovitz. Il suo libro del 1995, The Decision to Use the Atomic Bomb and the Architecture of An American Myth, è il resoconto definitivo sul perché Hiroshima fu distrutta, e come la storia ufficiale che giustifica tale decisione sia stata fabbricata successivamente e promulgata dalla dirigenza della sicurezza nazionale. Come spiega, la bomba non solo non salvò vite di statunitensi, ma in realtà avrebbe causato la morte inutile di migliaia di militari degli Stati Uniti.

Cominciamo con la domanda fondamentale: era necessario sganciare la bomba su Hiroshima, per costringere alla resa il Giappone e, quindi, salvare vite statunitensi?
Assolutamente no. Almeno, ogni traccia di prova che abbiamo indica fortemente non solo che non era necessario, ma che era già noto che fosse inutile. Questo fu il parere dei vertici dei servizi segreti e militari. C’era l’intelligence che da aprile 1945, e ribadendolo di mese in mese fino al bombardamento di Hiroshima, che la guerra sarebbe finita quando i sovietici sarebbero entrati in guerra (e che) i giapponesi si sarebbero arresi se l’imperatore avesse mantenuto almeno un ruolo onorario. L’esercito statunitense aveva già deciso (di voler) mantenere l’imperatore perché voleva servirsene dopo la guerra per controllare il Giappone. Praticamente tutti i principali dati militari sono ora disponibili, e la maggior parte quasi subito dopo la guerra ed è sorprendente, se si pensa a tal proposito, che dicano che il bombardamento fu del tutto inutile. Eisenhower lo disse in diverse occasioni. Lo disse il Presidente degli Stati Maggiori Riuniti, Ammiraglio Leahy, anche capo di gabinetto del presidente. Curtis LeMay, responsabile del bombardamento convenzionale del Giappone (lo disse pure). Sono tutte dichiarazioni pubbliche. E’ degno di nota che i leader militari lo fecero pubblicamente, contestando la decisione del presidente poche settimane dopo la guerra, alcuni pochi mesi dopo. In realtà, pensandoci oggi, lo s’immaginerebbe? E’ quasi impossibile pensarlo.1aayGli Stati Uniti vollero mai l’intervento dei sovietici?
Ecco quello che successe. Non sapendo se la bomba avrebbe funzionato o meno, i leader degli Stati Uniti furono preavvisati che la dichiarazione di guerra sovietica, combinata con l’assicurazione che l’imperatore poteva restare in qualche modo senza potere, avrebbe posto fine alla guerra. Ecco perché a Jalta (il vertice del febbraio 1945 tra Roosevelt, Stalin e Churchill) implorammo disperatamente i sovietici ad entrarvi, e decisero di farlo entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa. L’intelligence degli Stati Uniti aveva già detto che ciò avrebbe concluso la guerra, motivo per cui ne cercammo il coinvolgimento prima che la bomba fosse testata. Dopo di ché, gli Stati Uniti cercarono disperatamente di far finire la guerra prima che arrivassero.

E’ possibile che la leadership degli Stati Uniti evitasse azioni che provocassero la resa, pur di mantenere la situazione in modo d’avere la scusa per usare la bomba?
Ora punta sulla più delicata di tutte le domande. Non possiamo provarlo, ma sappiamo che il consiglio del presidente, che praticamente contava tutti i vertici militari e politici, l’assicurarono che i giapponesi probabilmente si sarebbero arresi all’inizio dell’estate 1945, secondo i rapporti dell’intelligence di aprile. Lo dissero in quel momento, mentre molti massimi responsabili suggerirono al sottosegretario di Stato (Joseph) Grew, per esempio, e al segretario alla Guerra (Henry) Stimson, come la guerra potesse benissimo concludersi presto, anche prima dell’intervento dei sovietici.

I leader degli alleati riunitisi a Potsdam, a fine luglio, rilasciarono nella dichiarazione di Potsdam i termini della resa dei giapponesi. Nel suo libro, si discute del tentativo di includervi le necessarie garanzie di preservare l’imperatore. Che successe?
Scritto nel testo originale, il comma dodici della Dichiarazione di Potsdam essenzialmente assicurava i giapponesi che l’imperatore non sarebbe stato deposto e (sarebbe) rimasto similmente al re o alla regina d’Inghilterra, senza alcun potere. Fu una raccomandazione di tutto il governo, ad eccezione di Jimmy Byrnes. Byrnes fu il principale consigliere del presidente in materia, era il segretario di Stato. Non c’è dubbio che abbia seguito la decisione alla base di ciò. Fu anche il rappresentante personale del presidente al comitato ad interim che studiò se usare la bomba. Fu l’uomo direttamente responsabile, in questo caso. Tutti pensavano che la guerra sarebbe finita una volta che fosse stata emessa, e sapevano che la guerra sarebbe continuata se eliminavano il comma dodici, e Jimmy Byrnes lo tolse con l’approvazione del presidente.

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Perchè non possiamo collaborare con mutua fiducia?

Quindi fu uno sforzo deliberato per prolungare la guerra?
Penso che sia vero, ma non si può dimostrarlo. I Joint Chiefs of Staff, di fronte al blocco di Byrnes, spinsero lo Stato maggiore inglese a chiedere a Churchill di contattare Truman scavalcando Byrnes, per cercare di convincerlo a rimettere il comma, e Churchill lo fece. Ma Truman non cedette, seguendo il consiglio di Byrnes. Fu un momento straordinario.

Qual è stata la giustificazione per Nagasaki?
Ebbene, si affermò che si trattava di decisione automatica. Fu deciso di usare le bombe quando erano pronte. Credo che gli scienziati, e poi anche i militari, Groves in particolare, volessero testare la seconda. C’è un altro motivo che penso probabilmente pesasse. L’Armata Rossa era entrata in Manciuria l’8 agosto, e Nagasaki fu bombardata il 9 agosto. L’intero fulcro decisionale dei vertici, cioè Jimmy Byrnes consigliere del presidente, in quel momento… non era più usare o meno la bomba… ma far finire la guerra il più velocemente possibile, mentre l’Armata Rossa avanzava in Manciuria. Il collegamento logico tra ciò e “Perché continuare con Nagasaki?” o meglio “perché non su sospeso“, è impossibile con la documentazione attuale, ma non c’è dubbio che il sentimento e lo stato d’animo dei vertici decisionali era “come porre fine a questa cosa il più dannatamente veloce possibile?” Un contesto in cui la decisione di colpire Nagasaki era presa, o meglio, neanche discussa.

La linea ufficiale, che abbiamo, che la bomba salvò diverse vite e che i giapponesi avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo, ecc., si consolidò abbastanza rapidamente. Come lo spiega?
La rivista Harper’s giocò un ruolo importante. Pubblicò ciò che era fondamentalmente un articolo disonesto dall’ex-ministro della Guerra Henry Stimson. Vi erano crescenti critiche dopo la guerra, infatti, avviate dai conservatori, non dai liberali che difesero Truman, arrivando poi da militari e alcuni scienziati, e quindi da certi leader religiosi, fino all’articolo del New Yorker di John Hersey “Hiroshima”. C’erano così tante critiche nel 1946 che la leadership pensò che andassero fermate, e quindi spinse l’ex-segretario alla Guerra Stimson a difenderla con forza. In realtà, fu scritto da McGeorge Bundy (in seguito consigliere della sicurezza nazionale negli anni del Vietnam), e fecero sì che la rivista Harper’ lo pubblicasse (nel febbraio 1947). L’articolo divenne notissimo nel Paese e fu la base di articoli di giornali e radio al momento. Penso che sia corretto dire che spense le critiche per due decenni.

Beh, possiamo considerare questa intervista un atto di espiazione. Era importante per la politica estera degli Stati Uniti convincere il Paese e il mondo che non fece una brutta cosa, ma una buona per porre fine alla guerra e salvare vite umane?
Sì, su due livelli. Hiroshima e Nagasaki non erano obiettivi militari. Ecco perché non furono attaccate, perché erano in fondo nella lista delle priorità. Allora, cosa c’era? Piccoli impianti militari. I giovani erano in guerra, e chi si erano lasciati alle spalle? Come minimo circa 300000 persone, prevalentemente bambini, donne e vecchi, persone che furono distrutte inutilmente. È una straordinaria sfida morale alle posizioni degli Stati Uniti e dei vertici che presero tali decisioni. Se non giustificavano tale decisione in qualche modo, erano pesantemente criticabili, e giustamente.

Se Obama non aveva intenzione di chiedere scusa per la bomba di Hiroshima, cosa avrebbe dovuto dire?
Sarebbe stato un bene che il presidente andasse oltre le parole, agendo mentre era in città. Un buon inizio sarebbe stato annunciare la decisione di non spendere 1 miliardo di dollari per le armi nucleari di nuova generazione e loro vettori. E poteva invitare la Russia e altre nazioni nucleari a partecipare ai negoziati in buona fede, richiesti dal trattato di non proliferazione nucleare per ridurre radicalmente gli arsenali nucleari.11779764Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La verità sull’arsenale nucleare segreto d’Israele

Julian Borger, The Guardian, 15 gennaio 2014

Israele ha rubato segreti nucleari e produce di nascosto bombe atomiche dagli anni ’50. E i governi occidentali, tra cui di Gran Bretagna e Stati Uniti, chiudono un occhio. Ma come possiamo aspettarci che l’Iran freni le ambizioni nucleari se gli israeliani non si chiariranno?4146483624cia-israel-dimonaNelle profondità delle sabbie del deserto, uno Stato mediorientale assediato ha costruito bombe nucleari in segreto, utilizzando tecnologie e materiali forniti da potenze amiche o rubati da una rete di agenti clandestini. E’ roba da thriller e il tipo di narrazione spesso usata per caratterizzare i peggiori timori sul programma nucleare iraniano. In realtà, però, le intelligence di Stati Uniti e Regno Unito credono che Teheran non abbia deciso di costruire una bomba, e i programmi atomici dell’Iran sono continuamente monitorati internazionalmente. Il racconto esotico della bomba nascosta nel deserto è una storia vera però. Solo che riguarda un altro Paese. Con una straordinaria serie di sotterfugi, Israele è riuscito ad assemblare un arsenale nucleare clandestino stimato in 80 testate, pari a India e Pakistan, ed ha anche testato una bomba quasi mezzo secolo fa, con scarse proteste internazionali o alcuna consapevolezza pubblica di ciò che facesse. Nonostante il fatto che il programma nucleare d’Israele sia un segreto di Pulcinella grazie a un tecnico scontento, Mordechai Vanunu, che lo denunciò nel 1986, la posizione ufficiale d’Israele è come sempre mai confermarne o negarne l’esistenza. Quando l’ex-presidente della Knesset Avraham Burg ruppe il tabù nel dicembre 2013, dichiarando il possesso israeliano di armi nucleari e chimiche e descrivendo la politica ufficiale di non divulgazione come “obsoleta e infantile“, un gruppo di destra chiese formalmente che venisse indagato per tradimento. Nel frattempo, i governi occidentali hanno supportato la politica dell'”opacità”, evitando ogni menzione della questione. Nel 2009, quando una giornalista veterana di Washington, Helen Thomas, chiese a Barack Obama nel primo mese di presidenza se sapesse di un Paese del Medio Oriente con armi nucleari, schivò la trappola dicendo solo che non voleva “speculare”. I governi del Regno Unito hanno generalmente seguito l’esempio. Alla domanda alla Camera dei Lord nel novembre 2013 sulle armi nucleari israeliane, la baronessa Warsi rispose tangenzialmente, “Israele non ha dichiarato un programma di armi nucleari. Abbiamo regolari contatti con il governo d’Israele su una serie di questioni legate al nucleare“, disse la ministra. “Il governo d’Israele non ci suscita dubbi. L’incoraggiamo a far parte del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT)“. Ma attraverso le crepe di questo muro di pietra, sempre più dettagli continuano ad emergere di come Israele abbia costruito armi nucleari con tecnologia contrabbandata e rubacchiata. Il racconto fa da contrappunto alla storica lotta di oggi sulle ambizioni nucleari dell’Iran. Il parallelo non è esatto, Israele, a differenza dell’Iran non firmò fino il TNP del 1968 e non ha potuto violarlo. Ma quasi sicuramente viola un trattato che bandisce i test nucleari, così come innumerevoli leggi nazionali e internazionali che limitano il traffico di materiali e tecnologie nucleari.
pic12 L’elenco delle nazioni che segretamente hanno venduto ad Israele materiale e competenze per produrre testate nucleari, o che hanno chiuso un occhio sul loro furto, includono gli attivisti più fedeli alla lotta alla proliferazione: Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna e anche Norvegia. Nel frattempo, gli agenti israeliani accusati di acquistare materiale fissile e tecnologia entrarono in alcuni degli stabilimenti industriali più sensibili del mondo. Questa rete di spie audaci dal notevole successo, nota come Lakam, acronimo ebraico per Ufficio dei collegamenti scientifici, dal suono innocuo, includeva figuri coloriti come Arnon Milchan, miliardario produttore di Hollywood di successi come Pretty Woman, LA Confidential e 12 Anni Schiavo, che infine ammise il suo ruolo. “Sai cosa vuol dire essere un ventenne e il tuo Paese permetterti di essere James Bond? Wow! Azione! E’ stato emozionante“, ha detto in un documentario israeliano. La storia della vita di Milchan è colorita e abbastanza probabilmente oggetto di uno dei blockbuster che vendono. Nel documentario, Robert de Niro ricorda le discussioni sul ruolo di Milchan nell’acquisto illecito di inneschi per testate nucleari. “A un certo punto chiesi qualcosa a tale proposito, essendo amici, ma non in modo accusatorio. Volevo solo sapere“, dice De Niro, “Disse: sì l’ho fatto per il mio Paese, Israele“. Milchan non rifuggiva dall’usare le connessioni con Hollywood per facilitare la sua seconda carriera oscura. A un certo punto, ammette nel documentario, usò il richiamo di una visita dell’attore Richard Dreyfuss per avvicinare un alto scienziato nucleare degli Stati Uniti, Arthur Biehl, e farlo entrare nel consiglio di una delle sue aziende. Secondo la biografia di Milchan dei giornalisti israeliani Meir Doron e Joseph Gelman, fu assunto nel 1965 dall’attuale presidente israeliano Shimon Peres, che incontrò in una discoteca di Tel Aviv (chiamata Mandy, dal nome dalla padrona di casa e moglie del proprietario Mandy Rice-Davies, nota per il suo ruolo nello scandalo sessuale Profumo). Milchan, che guidava l’azienda di fertilizzanti di famiglia, non si volse mai indietro nel giocare un ruolo centrale nel programma di acquisizione clandestina d’Israele. Fu responsabile per la protezione vitale della tecnologia di arricchimento dell’uranio, fotografando progetti di centrifughe che un dirigente tedesco corrotto aveva temporaneamente “smarrito” in cucina. Gli stessi progetti, appartenenti al Consorzio di arricchimento dell’uranio europeo, URENCO, furono rubati una seconda volta da un impiegato pachistano, Abdul Qadir Khan, che li usò per fondare il programma di arricchimento del suo Paese e creare il contrabbando globale di materiale nucleare, vendendo progetti a Libia, Corea democratica e Iran. Perciò, le centrifughe d’Israele sono quasi identiche a quelle dell’Iran, una convergenza che permise ad Israele di provare un worm, nome in codice Stuxnet, sulle proprie centrifughe prima di scatenarle contro l’Iran nel 2010. Probabilmente l’exploit del Lakam fu ancora più audace di quelle di Khan. Nel 1968, fece scomparire un intero cargo di uranio dal centro del Mediterraneo, in ciò che divenne noto come l’affare Plumbat; gli israeliani usarono una società di copertura per comprare una partita di ossido di uranio, noto come yellowcake, ad Anversa. Lo yellowcake era nascosto in fusti etichettati “plumbat”, derivato del piombo, e caricato su una nave da carico noleggiata da una società liberiana fasulla. La vendita fu camuffata da transazione tra aziende tedesche ed italiane con l’aiuto di funzionari tedeschi, in cambio di un’offerta d’Israele per aiutare i tedeschi nella tecnologia delle centrifughe. Quando la nave, la Scheersberg A, era ancorata a Rotterdam, e l’intero equipaggio fu licenziato con il pretesto che la nave era stata venduta e un equipaggio israeliano lo sostituì. La nave navigò nel Mediterraneo dove, sotto scorta della marina israeliana, il carico fu trasferito su un’altra nave. Documenti declassificati di Stati Uniti e Regno Unito nel 2013 rivelarono un acquisto israeliano finora sconosciuto di circa 100 tonnellate di yellowcake dall’Argentina, nel 1963 o 1964, senza le garanzie tipicamente usate nelle operazioni nucleari per evitare che il materiale sia utilizzato per le armi. Israele ebbe poche remore nella far proliferare la tecnologia di armi e materiali nucleari, aiutando il regime dell’apartheid del Sud Africa a sviluppare la propria bomba negli anni ’70 in cambio di 600 tonnellate di yellowcake. Il reattore nucleare d’Israele richiedeva ossido di deuterio, noto anche come acqua pesante, per moderare la reazione fissile. Perciò Israele si rivolse a Norvegia e Gran Bretagna. Nel 1959, Israele comprò 20 tonnellate di acqua pesante che la Norvegia aveva venduto al Regno Unito, ma era un surplus per il programma nucleare inglese. Entrambi i governi sospettarono che il materiale sarebbe stato utilizzato per la fabbricazione di armi, ma decisero di guardare da un’altra parte. Nei documenti visionati dalla BBC nel 2005, i funzionari inglesi sostennero che sarebbe stato “eccesso di zelo” imporre misure di salvaguardia. Da parte sua, la Norvegia compì solo una visita d’ispezione, nel 1961.
pic3 Il programma di armi nucleari d’Israele non avrebbe mai potuto decollare senza l’enorme contributo dalla Francia. Paese che adottava la linea dura sulla proliferazione verso l’Iran ma contribuì a gettare le basi del programma di armamento nucleare israeliano, spinto dal senso di colpa per aver abbandonato Israele durante il conflitto di Suez del 1956, dalla simpatia degli scienziati franco-ebrei, dalla condivisione dell’intelligence sull’Algeria e dalla volontà di vendere competenze francesi all’estero. “C’era la tendenza a cercare di esportare e c’era un diffuso sostegno ad Israele“, dice André Finkelstein, ex-vice commissario del Commissariato per l’energia atomica francese e vicedirettore generale presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ad Avner Cohen, storico israelo-statunitense. Il primo reattore in Francia divenne critico nel 1948, ma la decisione di costruire armi nucleari sembra sia stata presa nel 1954, dopo che Pierre Mendès France compì il suo primo viaggio a Washington da presidente del consiglio dei ministri della caotica Quarta Repubblica. Sulla via del ritorno disse a un aiutante: “E’ esattamente come un incontro tra gangster Ognuno mette la pistola sul tavolo, se non hai la pistola sei nessuno, quindi dobbiamo avere un programma nucleare…” Mendès France diede l’ordine di avviare la costruzione di bombe nel dicembre 1954. E costruendosi l’arsenale, Parigi vendette assistenza e materiale ad altri aspiranti alle armi nucleari, non solo Israele. “Andammo avanti per molti, molti anni finché facemmo certe esportazioni stupide, come l’Iraq e l’impianto di ritrattamento in Pakistan, che era pazzesco“, ricordava Finkelstein in un’intervista che può ora essere letta in una serie di articoli di Cohen presso il think tank Wilson Center di Washington. “Siamo stati il Paese più irresponsabile sulla non proliferazione“. A Dimona giunsero ingegneri francesi per costruirvi un reattore nucleare e un impianto molto più segreto per il ritrattamento per separare il plutonio dal combustibile spento del reattore. Questa fu la vera porta del programma nucleare d’Israele che mirava a produrre armi. Alla fine degli anni ’50 vi erano 2500 cittadini francesi che vivevano a Dimona, trasformandolo da villaggio a città cosmopolita completa di licei francesi e strade piene di Renault, eppure l’intero sforzo proseguì sotto uno spesso velo di segretezza. Il giornalista investigativo statunitense Seymour Hersh scrisse nel suo libro “L’opzione Sansone”: “ai lavoratori francesi a Dimona era proibito scrivere direttamente a parenti e amici in Francia e altrove, se non inviando la posta a una casella postale falsa in America Latina“. Agli inglesi, tenuti fuori dal giro, fu detto varie volte che l’enorme cantiere era un istituto di ricerca sulla coltivazione del deserto e un impianto di trasformazione del manganese. Gli statunitensi, tenuti anche all’oscuro da Israele e Francia, inviarono gli aerei spia U2 su Dimona nel tentativo di scoprire cosa facessero. Gli israeliani ammisero di avere un reattore, ma insistettero che avesse scopi del tutto pacifici. Il combustibile esaurito veniva inviato in Francia per il ritrattamento, sostenevano, fornendo anche filmati di esso presumibilmente caricato a bordo mercantili francesi. Nel corso degli anni ’60 fu categoricamente negata l’esistenza dell’impianto di ritrattamento sotterraneo di Dimona che sfornava il plutonio per le bombe.
pic11Israele si rifiutò di tollerare le visite da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), così negli anni ’60 il presidente Kennedy chiese di accettare gli ispettori statunitensi. I fisici statunitensi furono inviati a Dimona, ma furono raggirati fin dall’inizio. Le visite non furono mai due volte l’anno come concordato con Kennedy e furono oggetto di rinvii ripetuti. I fisici inviati a Dimona non ebbero il permesso di portare la propria attrezzatura o di raccogliere campioni. L’ispettore capo statunitense, Floyd Culler, esperto di estrazione di plutonio, osservò nei suoi rapporti che vi erano pareti di recente intonacate e tinteggiate in uno degli edifici. Si scoprì che prima di ogni visita, gli israeliani costruirono falsi muri intorno agli ascensori che scendevano di sei livelli nell’impianto di ritrattamento sotterraneo. Mentre sempre più prove del programma di armi d’Israele emergevano, il ruolo degli Stati Uniti passò da vittima inconsapevole a complice riluttante. Nel 1968 il direttore della CIA Richard Helms disse al presidente Johnson che Israele aveva effettivamente costruito armi nucleari e che la sua aviazione aveva condotto sortite per esercitarsi a sganciarle. Il momento non avrebbe potuto essere peggiore. Il TNP, volto ad evitare che troppi geni nucleari sfuggissero dalle loro bottiglie, era appena stato redatto e se la notizia che uno dei Paesi apparentemente privi di armi nucleari l’aveva segretamente prodotte, sarebbe diventato lettera morta dato che molti Paesi, in particolare arabi, avrebbero rifiutato di firmare. La Casa Bianca di Johnson decise di non dire nulla, e la decisione venne formalizzata in una riunione del 1969 tra Richard Nixon e Golda Meir, in cui il presidente degli Stati Uniti accettò di non fare pressione su Israele nel firmare il TNP, mentre la prima ministra israeliana accettò che il suo Paese non avrebbe “introdotto” per primo le armi nucleari in Medio Oriente e di non fare nulla per renderne l’esistenza pubblica. Infatti, il coinvolgimento degli Stati Uniti andò ben oltre il mero silenzio. In una riunione nel 1976, solo recentemente di dominio pubblico, il vicedirettore della CIA Carl Duckett informò una dozzina di funzionari della Nuclear Regulatory Commission degli Stati Uniti che l’agenzia sospettava che il combustibile fissile delle bombe d’Israele fosse uranio rubato sotto il naso degli Stati Uniti da un impianto di trasformazione in Pennsylvania. Non solo una quantità allarmante di materiale fissile mancava dall’azienda, la Nuclear Materials and Equipment Corporation (NUMEC), ma fu visitata da agenti segreti israeliani, tra cui Rafael Eitan, descritto alla società come “chimico” del Ministero della Difesa israeliano, ma in realtà dirigente del Mossad a capo del Lakam. “Fu uno shock. Tutti rimasero a bocca aperta“, ricorda Victor Gilinsky, uno dei funzionari nucleari statunitensi informato da Duckett. “Fu uno dei casi più eclatanti di materiale nucleare deviato, le cui conseguenze sembravano così terribili agli interessati e agli Stati Uniti che nessuno voleva davvero scoprire cosa succedesse”. L’indagine fu accantonata e alcuna accusa avanzata.
prince-edward-islands-3 Pochi anni dopo, il 22 settembre 1979, un satellite degli Stati Uniti, il Vela 6911, rilevò il doppio flash tipico di un test di armi nucleari al largo delle coste del Sud Africa. Leonard Weiss, matematico ed esperto di proliferazione nucleare, lavorava come consulente del Senato all’epoca e dopo essere stato informato dai servizi segreti statunitensi sui laboratori di armi nucleari del Paese, si convinse che un test nucleare, in violazione del Trattato sulla limitazione dei test, ebbe luogo. Fu solo dopo che le amministrazioni Carter e Reagan tentarono di imbavagliarlo sull’incidente cercando di cancellarlo con una poco convincente indagine, che Weiss comprese che gli israeliani, piuttosto che i sudafricani, effettuarono la detonazione. “Mi fu detto che avrebbe creato un gravissimo problema di politica estera per gli Stati Uniti, se dicevo che si trattava di un test. Qualcuno aveva fatto qualcosa che gli Stati Uniti non volevano che nessuno sapesse”, dice Weiss. Fonti israeliane dissero ad Hersh che il flash notato dal satellite Vela era in realtà il terzo di una serie di test nucleari nell’Oceano Indiano che Israele aveva condotto in cooperazione con il Sudafrica. “Fu una cazzata“, gli disse una fonte. “C’era una tempesta e pensammo che avrebbe bloccato Vela, ma c’era un buco, una finestra, e Vela fu accecato dal flash“. La politica del silenzio degli Stati Uniti continua fino ad oggi, anche se Israele sembra continuare ad operare sul mercato nero del nucleare, anche se a volumi molto ridotti. In un documento sul commercio illegale di materiale e tecnologia nucleari pubblicato nell’ottobre 2014, l’Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale (ISIS) di Washington osserva: “Su pressione degli Stati Uniti negli anni ’80 e inizio anni ’90, Israele… decise di fermare in gran parte l’illegale approvvigionamento del proprio programma di armamento nucleare. Oggi, vi è la prova che Israele può ancora compiere occasionali acquisti illeciti, operazioni sotto copertura degli Stati Uniti e cause legali lo dimostrano“. Avner Cohen, autore di due libri sulla bomba d’Israele, ha detto che la politica di opacità di Israele e Washington continua in gran parte per inerzia. “A livello politico, nessuno vuole averci a che fare per paura di aprire un vaso di Pandora. Per molti versi è un peso per gli Stati Uniti, ma a Washington tutti fino da Obama non lo toccano per paura che possa compromettere la base dell’intesa israelo-statunitense“.
Nel mondo arabo e non solo vi è una crescente insofferenza sul distorto status quo nucleare. L’Egitto, in particolare, ha minacciato di uscire dal TNP a meno che non vi sia un passo verso la creazione di una zona denuclearizzata in Medio Oriente. Le potenze occidentali hanno promesso d’indire una conferenza sulla proposta nel 2012, ma se ne uscirono, soprattutto su ordine degli Stati Uniti, riducendo la pressione su Israele a partecipare e dichiarare il proprio arsenale nucleare. “In qualche modo il kabuki va avanti“, dice Weiss. “Se si ammette che Israele possiede armi nucleari almeno si può avere una discussione onesta. Mi sembra che sia molto difficile una risoluzione della questione iraniana, senza essere onesti su questo“.

Arnon Milchan, al centro

Arnon Milchan, al centro

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Socialismo Nucleare: i due alleati della Corea democratica

Aleksandr Ermakov, RIAC, 30 giugno 201656Il 3 luglio 2016, la Corea democratica festeggerà il suo primo giorno delle forze strategiche. Dopo il quarto test nucleare all’inizio di quest’anno, la Corea democratica ha recentemente effettuato prove riuscite con un missile a medio raggio. Quindi, che tipo di forze strategiche costruisce la Corea democratica?
La storia della crisi nucleare coreana è piena di ogni sorta di affermazione da entrambe le parti. In questo articolo si citano solo alcuni degli eventi più importanti [1]. Kim Il-Sung fu probabilmente interessato alle armi nucleari dal loro apparire, e la guerra 1950-1953, durante cui gli Stati Uniti in modo inequivocabile minacciarono di usarle contro la Corea democratica, ne incoraggiò ulteriormente l’interesse. Nel 1965, l’Unione Sovietica diede ai nordcoreani un reattore ad acqua leggera IRT-2000. A quel tempo, il regime nordcoreano considerava l’arma nucleare un mezzo per aumentare prestigio ed indipendenza. Nel dicembre 1985, la Corea democratica ratificò il trattato di non-proliferazione delle armi nucleari (TNP). La decisione fu presa sotto forte pressione dell’URSS, facendone condizione per continuare gli aiuti. Tuttavia, la situazione cambiò dopo il crollo dell’Unione Sovietica, portando al crollo quasi totale della cooperazione tra Corea democratica e la nuova Russia, e alla nascita del mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti. La Cina s’impegnava a rafforzare i legami economici con l’occidente, rendendo problematico gli aiuti militari al Paese. La situazione della sicurezza della Corea democratica divenne precaria. Anche se gli Stati Uniti ritirarono le armi nucleari tattiche dal sud della penisola nel 1991, la superiorità dell’alleanza militare tra Corea del Sud e Stati Uniti era travolgente. A quanto pare, fu allora che la Corea democratica decise di sviluppare le armi nucleari. Nel 1993 il Paese rifiutò di permettere all’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) di effettuare un’ispezione non programmata e dichiarò l’intenzione di ritirarsi dal TNP. A giudicare dalle informazioni disponibili, gli Stati Uniti al momento consideravano seriamente il lancio di operazioni militari, ma furono scoraggiati dalla previsione di alte perdite. Alcuni generali statunitensi valutarono le perdite a 490000 truppe della Corea del Sud e 52000 statunitensi nei primi 90 giorni, o anche un milione di morti, tra cui 80000-100000 soldati statunitensi, anche se tali cifre sarebbero troppo alte per essere prese sul serio [2]. Il fatto che il Pentagono rese tali dati pubblici, al contrario, suggerisce che la dirigenza militare era fortemente contraria a un conflitto.
Tuttavia, la Corea democratica non poté respingere la possibilità di un’offensiva aerea lanciata contro di essa. Tale operazione poteva essere condotta con perdite minime, perché l’Aeronautica dell’Esercito Popolare della Corea, anche se abbastanza forte numericamente, ha velivoli obsoleti e non può confrontarsi neanche contro la Corea del Sud, per non parlare degli Stati Uniti [3]. Una campagna aerea non avrebbe decimato l’esercito della Corea democratica, ma poteva perfettamente distruggerne le infrastrutture, mandando in frantumi l’industria energetica, interrompendo le comunicazioni e facendo pressione psicologica. Inutile dire che un disastro umanitario poteva derivarne. Tale scenario è relativamente indolore per gli avversari della Corea democratica, ma prima o poi avrebbe spinto il Paese a capitolare, a determinate condizioni, o a un’offensiva di terra contro un indebolito esercito della Corea democratica. Quindi, dal punto di vista della leadership politico-militare nordcoreana, per sopravvivere il Paese deve avere i mezzi per impedire che tale guerra aerea gli venga lanciato contro. L’unico deterrente credibile sono le armi nucleari. Le armi chimiche hanno una reputazione intimidatoria, ma non sono egualmente efficaci. Nel 1990, la crisi nucleare fu disinnescata con mezzi diplomatici: venne firmato l’accordo secondo cui la Corea democratica sospendeva il ritiro dal TNP in cambio di aiuti economici (soprattutto energetici) e della costruzione di reattori ad acqua leggera, che non possono essere utilizzati per militari scopi. Tuttavia, la cooperazione con l’occidente non si concretizzò mai, cosa probabilmente inevitabile perché le parti perseguivano obiettivi diversi: non era negli interessi di Stati Uniti e Corea del Sud sostenere l’economia della Corea democratica (il reattore non fu mai costruito e i rifornimenti di carburante furono irregolari), mentre la Corea democratica, insieme al programma missilistico dichiarato, proseguiva la ricerca nucleare in modo riservato. Nel 2002, l’accordo fu abbandonato e il 10 gennaio 2003 la Corea democratica si ritirò ufficialmente dal TNP, creando così un grave precedente che comprometteva l’intero sistema globale di non proliferazione [4]. Da allora la Corea democratica ha effettuato quattro test: nel 2006, 2009, 2013 e 2016. Nonostante gli sforzi diplomatici nei colloqui a sei, la Corea democratica continua a costruire le proprie Forze nucleari strategiche (SNF) [5]. Gli eventi del mondo, in particolare le guerre in Iraq e Libia (che abbandonò il suo programma nucleare nel 2003), spingono ad intensificare gli sforzi in questo campo. Quindi, che tipo di SNF costruisce la Corea democratica?

Poca scelta
rCostruire le Forze strategiche nucleari può contribuire a salvare le risorse e ad avere un esercito più snello. Una corsa agli armamenti convenzionali sarebbe costata molto di più, perché il Paese avrebbe dovuto competere da solo contro la potenza militare collettiva occidentali e i bilanci della difesa di una coalizione di Paesi. Impegnarsi nella corsa agli armamenti simmetrici con la Corea del Sud non aveva senso dato che i prezzi delle armi moderne iniziavano a salire e la Corea democratica è isolata (neanche la Cina le vende armi moderne). Le opinioni variano sul numero di testate della Corea democratica. La valutazione più ragionevole ed equilibrata sembra una decina di testate pronte. Più importante è la qualità delle testate, soprattutto il rapporto tra dimensione e potenza. La Corea democratica ha probabilmente, o avrà presto, la capacità di produrre testate a bassa potenza trasportabili. Ora la domanda riguarda la seconda componente nucleare, i vettori. La classica triade SNF si basa sulle componenti aerea, terrestre e navale, rappresentate rispettivamente da bombardieri lanciamissili con missili da crociera o bombe; missili balistici intercontinentali (ICBM) in silos di lancio o complessi mobili, e sottomarini lanciamissili balistici. L’idea iniziale di ordigni nucleari coreani grandi e poco maneggevoli spinse a previsioni sarcastiche sul loro possibile utilizzo, la cui unica possibile era piantarli come “mine” sulla strada del nemico avanzante. È interessante notare che gli scettici, forse involontariamente, descrivevano le tattiche impiegate dagli Stati Uniti durante la guerra fredda [6], quando decisero i punti in cui le mine nucleari potevano essere piantate lungo la presunta rotta dell’offensiva sovietica. Fino al 1991, il gruppo statunitense aveva tali punti nella penisola coreana. Il terreno, che offre una scelta limitata di vie per un’offensiva, sembra fatto su misura per tale tipo di arma, il cui uso può avere un grave effetto demoralizzante. Lo svantaggio è che può essere utilizzato solo in caso di campagna terrestre che, come detto sopra, è improbabile. I primi vettori nucleari furono gli aerei, ma non sono un’opzione per la Corea democratica, perché non ha bombardieri moderni e sono vulnerabili ad un primo attacco nucleare. La Corea democratica, che attribuisce grande importanza all’artiglieria, sarebbe tentata di trasformarli in armi nucleari tattiche sul modello dell'”artiglieria nucleare” della Guerra Fredda, ma non risolve il problema della deterrenza strategica e richiede la grande miniaturizzazione delle testate. Non è certo un’opzione per la Corea democratica, considerando le risorse limitate, compresi il materiale fissile arricchito. Così si arriva alla conclusione che l’unico vettore adatto alle esigenze della Corea democratica è il missile balistico.

L’ultimo alleato degli Stati canaglia
KN08 I Paesi del “primo mondo” affrontarono la minaccia dei missili balistici nemici nella guerra locale del Golfo Persico nel 1991. La minaccia di missili iracheni veniva contrastata dai più recenti missili MIM-104 Patriot, che teoricamente potevano intercettare i missili tattico-operativi [7]. Tuttavia, mentre la guerra in Iraq nel complesso fu un trionfo meritato della forza multinazionale, la “guerra dei missili” fu una sconfitta. Degli 88 lanci registrati [8], 53 colpirono gli obiettivi protetti dai Patriot, e 27 furono abbattuti [9]. La distruzione dei lanciamissili fu un’esperienza ancora più deludente. Nonostante le ingenti risorse impegnate, gli sforzi di tutta l’intelligence statunitense e le numerose operazioni delle forze speciali, come il 40 per cento delle sortite aeree (ritardando l’inizio della campagna di terra di una settimana [10]), non un singolo missile fu distrutto al suolo. Questo fu in parte compensato dagli scarsi risultati dei bombardamenti: gli obiettivi militari colpiti furono solo due, in un caso un aereo da caccia F-15C e un lanciamissili Patriot furono distrutti, e in un altro caso un missile colpì una caserma uccidendo 28 soldati e ferendone più di un centinaio. Fu un raro colpo di fortuna che le decine di missile che caddero sulle città non facessero molte vittime tra i civili: 14 persone [11] morirono in Israele e una in Arabia Saudita (più di 300 persone furono ferite e molti edifici distrutti) [12]. Nella guerra del 1991, l’Iraq usò missili a corto raggio sovietici R-17 (Scud) aggiornati, noti come al-Husayn [13]. Dopo la sconfitta, all’Iraq fu proibito possedere e sviluppare missili con gittata di oltre 150 chilometri [14]. Gli Stati Uniti ebbero più successo nella contesa tra difesa aerea e missili balistici nel 2003 per via del fatto che usarono una nuova versione del complesso Patriot (PAC-3), che considerava l’esperienza del 1991, ed anche perché il nemico era molto più debole. Al momento dell’invasione, l’Iraq aveva un piccolo numero di missili al-Samud 2 e Ababil-100 con gittata inferiroe ai 200 chilometri. Nel 2003, l’Iraq lanciò almeno 23 missili balistici e da crociera [15], di cui 9 abbattuti. Anche se la maggior parte degli altri missili finì nel deserto, fu segnalato un successo: il 7 aprile, un missile balistico colpì il comando di una brigata dell’esercito statunitense uccidendo tre militari e due giornalisti, ferendo 14 persone e immobilizzando una ventina di veicoli. La campagna del 2003 dimostrò che gli Stati Uniti rafforzarono la difesa missilistica di teatro, ma avevano ancora una lunga strada da percorrere per garantirsi l’intercettazione. Sebbene diversi lanciatori furono distrutti durante la seconda guerra in Iraq, il fatto che ci furono 20 lanci dimostra che la ricerca dei complessi missilistici non è ancora all’altezza. Non a caso, la leadership politico-militare della Corea democratica, che osservò da vicino le guerre localizzate degli anni ’90 e 2000, concluse che i complessi missilistici terresti mobili potrebbero costituire la base della deterrenza strategica. Essi sono perfettamente adatti alla geografia della parte settentrionale della penisola coreana: molti nascondigli e tunnel possono essere creati nelle montagne, rendendo vani i tentativi di distruggere i lanciamissili mobili dalla buona possibilità di sopravvivere a un attacco nucleare. Ovviamente, anche complessi antimissile specializzati come il Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) e l’AEGIS BMD non possono garantire il 100 per cento dell’intercettazione [16], e niente di meno basterà per contrastare un attacco nucleare. La Corea democratica non ha bisogno di dotare una parte significativa dei suoi missili di testate nucleari. In effetti, sarebbe addirittura dannoso farlo. Un gran numero di missili convenzionali sarebbe d’aiuto come mezzo per un “ultimo avvertimento”, e in caso di un grande attacco, servire da esche per la difesa antimissile balistico.
La Corea democratica persegue attivamente il proprio programma missilistico dagli anni ’80. Gli ingegneri della Corea democratica hanno imparato rapidamente come produrre i propri missili Scud (chiamati Hwasong-5) e persino fornirli in massa all’Iran durante la guerra Iran-Iraq. Nella prima metà degli anni ’90, l’Hwasong-5 fu alla base della produzione in serie dei missili dalla maggiore gittata Hwasong-6 (500 km) e Hwasong-7 (700-800 km), coprendo comodamente tutto il territorio della Corea del Sud. Esattamente quanti di questi missili siano stati costruiti non è noto, ma di sicuro saranno centinaia (il numero di lanciamissili, naturalmente, è di molto inferiore). Tuttavia, questi missili non hanno la gittata necessaria per colpire le infrastrutture chiave militari degli Stati Uniti di Okinawa e Guam. A metà degli anni ’90, i missili Rodong-1 dalla gittata di 1300-1500 chilometri entrarono in servizio [17]. Questi missili, che possono colpire qualsiasi bersaglio in Giappone, sono stati spesso indicati come vettori nucleari della Corea democratica. Un numero considerevole di questi missili sarebbe stato costruito e pronto al combattimento. Il missile Musudan è una potenziale minaccia per Guam [18], sede dell’Andersen Air Force Base, la principale base dell’aviazione strategica statunitense nella regione. E’ opinione diffusa in occidente che il Musudan si basi sull’SLBM sovietico R-27, eventualmente con l’assistenza di specialisti russi, anche se tali rapporti non possono essere né confermati né negati. La gittata del missile viene variamente stimata tra 2500 e 4000 km. Il missile è attualmente in fase di test, con il primo test riuscito effettuato il 22 giugno.
nksk1 La Corea democratica ha anche un suo “super-missile”, il KN-08 [19]. Vi è una certa confusione: durante le sfilate nel 2012, 2013 e 2015, gli stessi lanciamissili mostravano modelli del missile che differivano per dimensioni e numero di stadi [20]. Un missile a due stadi (a volte chiamato KN-14) fu illustrato nel 2015, mentre in precedenza furono illustrati missili a tre stadi. Indicando che il missile è ancora in progettazione con molti test ancora da compiere. Tuttavia, alla fine può diventare il primo ICBM della Corea democratica, capace di raggiungere Alaska, Hawaii e costa occidentale degli Stati Uniti. Tutti questi missili utilizzano lanciamissili terrestri mobili. Secondo notizie non confermate, la Corea democratica ha un piccolo numero di silo per missili, ma anche non fosse, la loro funzione è ausiliaria perché sono molto vulnerabili. Per lo stesso motivo i missili Taepodong non dovrebbero essere considerati missili militari perché vengono lanciati da una struttura di lancio ingombrante e richiedono molto tempo per il lancio. Il programma di sviluppo dei missili balistici lanciati da sottomarini va inoltre ricordato. I media nord-coreani ne hanno ampiamente coperto i test, probabilmente per impressionare i nemici. Sarebbe poco saggio, tuttavia, per la Corea democratica contare su di essi, perché i suoi sottomarini sono molto vulnerabili alle difese antisom di Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. Ciò è aggravato dalla debolezza dell’aeronautica e della flotta di superficie della Corea democratica, che non possono creare aree di dispiegamento sicure. Se la possibilità di lanciare missili dalle loro basi navali ne valga il costo, è questione discutibile. Tuttavia, possono essere utili come logistica, data l’esistenza di anche un paio di sottomarini lanciamissili che costringerebbero il nemico a devolvere risorse sproporzionatamente grandi per contrastarli.
La conclusione che si suggerisce è pessimista. A questo punto non vi è alcuna soluzione coerente al problema nucleare coreano. La Corea democratica non cederà i suoi programmi missilistico e nucleare, e fare concessioni significative non è un’opzione per gli Stati Uniti. Entrambe le parti hanno ragione a modo loro, perché una combatte per la sopravvivenza, mentre l’altra, oltre al prestigio nazionale, sostiene il regime di non proliferazione nucleare, estremamente importante per le potenze nucleari riconosciute, come la Russia. Inoltre, in un certo senso, la situazione attuale va bene agli Stati Uniti, dato che giustifica la presenza di infrastrutture militari nel Pacifico. Né vi è una soluzione militare al problema, perché anche se si assumesse che la Corea democratica non ha armi nucleari utilizzabili oggi, il prezzo di una guerra contro di essa non giustifica i dubbi benefici dell’unificazione coreana. Così, il mondo guarderà la lenta maturazione di un’altra potenza nucleare. La questione delle dimensioni dell’arsenale nucleare che la Corea democratica vuole e la velocità con cui può aumentarlo portano al regno delle congetture. Considerando gli obiettivi, sarebbe ragionevole per la Corea democratica accontentarsi di 40-50 testate, anche nel lungo periodo. Entro la metà del prossimo decennio, le SNF della Corea democratica probabilmente saranno composte da numerosi missili mobili terrestri accompagnati da numerosi blindati; una piccola parte sarà nucleare. [21]f0205060_511c7bb677f10Note
1. Per una più dettagliata descrizione storica vedasi le opere di esperti russi sulla Corea, in particolare un articolo di A. Lankov dal titolo “Socialismo Nucleare” e il ciclo di conferenze di K. Asmolov.
2. Per mettere i dati in prospettiva, vi erano solo 36000 truppe statunitensi in Corea del Sud nel 1994. Perdite per 80000-100000 sarebbero il doppio di quelle che gli Stati Uniti sostennero nella guerra del Vietnam, durata molti anni.
3. Solo un piccolo numero di caccia MiG-29 (9-13) e aerei d’attacco Su-25 furono consegnati durante gli ultimi anni dell’URSS e sono senza valore operativo reale.
4. Israele, India e Pakisan non hanno firmato il TNP.
5. Le sei parti nei colloqui sono Corea democratica, Cina, Stati Uniti, Russia, Corea del Sud e Giappone.
6. L’URSS aveva sistemi simili, probabilmente destinati allo stesso scopo, ma molto meno noti sono i piani in questo campo.
7. C’è una certa confusione sulla classificazione delle armi nelle tradizioni russa e statunitense. Negli Stati Uniti, i missili sono divisi in tattici (con raggio di meno di 300 km), a corto raggio (fino a 1000 km), medio raggio (fino a 3500 km), i missili a breve e medio raggio sono a volte indicati insieme come “missili balistici di teatro”, e a raggio intermedio (fino a 5500 km). URSS/Russia classificano i missili in tattici (fino a 300 km), operativo-tattici (fino a 500 km), a breve o corto raggio (fino a 1000 km) e medio raggio (fino a 5500 km).
8. Di cui 46 su obiettivi in Arabia Saudita e Quwayt e 42 in Israele. Fu uno degli obiettivi di Sadam Husayn provocare una risposta da Israele e utilizzarla per minare la coalizione internazionale. I diplomatici statunitensi fecero grandi sforzi per impedire ad Israele di entrare in guerra.
9. Steven Zaloga. Missili balistici e sistemi di lancio Scud. 1955-2005, Osprey, 2006.
10. Robert Scales. Una certa vittoria: l’esercito degli Stati Uniti nella guerra del Golfo. Ufficio del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti, 1993.
11. Due persone morirono nell’esplosione, mentre la maggioranza morì per “cause indirette”, in primo luogo infarto.
12. In confronto, durante la guerra Iran-Iraq nella primavera del 1988, massicci bombardamenti (circa 200 missili) delle città iraniane causarono 2000 morti e costrinsero all’esodo della popolazione civile dalle città.
13. La gittata fu aumentata da 300 a 550-650 km (secondo varie stime). I lanciamissili erano i telai MAZ-543 modernizzati degli R-17 e lanciatori di progettazione nazionale, come i semirimorchi per le tradizionali motrici civili.
14. Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 687 e 707.
15. Oltre a numerosi missili al-Samud 2 e Ababil-100, il numero comprendeva i missili sovietici Luna-M. I “missili da crociera” erano i missili antinave cinesi HY-2 riattati per colpire bersagli a terra. Non un singolo missile da crociera fu abbattuto.
16. In senso stretto, AEGIS è il sistema di informazione e controllo della Marina degli Stati Uniti, volto principalmente a difendere le portaerei. L’elevato potenziale dell’AEGIS ha spinto l’agenzia della difesa antimissili balistici degli Stati Uniti a lanciare il sistema AEGIS Ballistic Missile Defense (AEGIS BMD) per sviluppare mezzi d’intercettazione marini e terrestri dei missili mobili terrestri.
17. Questo è il nome dato dalla Corea del Sud. Meglio noti con i nomi Nodong-1/2 (1 e 2 differiscono per peso della testata e gittata) o Nodong-A. “Nodong“, con corrispondente lettera dell’alfabeto, è talvolta usato in occidente per indicare tutti i missili balistici a medio raggio nordcoreani. In Corea democratica, Hwasong (Marte) è apparentemente usato per scopi simili. Qui e altrove è stato utilizzato il nome più comune.
18. Inoltre noto in occidente come BM-2, Rodong (Nodong)-B. In Corea democratica forse è noto come Hwasong-10.
19. Rodong (Nodong)-B, o Hwasong-13.
20. Basato su un telaio commerciale cinese acquistato nel 2011.
21. L’avvio della produzione di telai pesanti per i missili KN-08/14 è una misura cruciale.nksk0[1]Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia testa con successo il sistema anti-missile a corto raggio

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 29/06/2016

1Sf66La minaccia della difesa antimissile balistico (BMD) degli USA in espansione negli ultimi due anni ha spinto Mosca ad intensificare gli sforzi per sviluppare un proprio nuovo sistema di difesa missilistica. La Russia crea un’avanzata difesa missilistica per respingere le minacce contemporanee. Il nuovo sistema, che sostituirà l’A-135 Amur, è stato designato A-235. Le forze aerospaziali russe hanno recentemente testato un nuovo missile intercettore a corto raggio (100-1000 km) in un poligono di tiro in Kazakistan. Il test è stato un successo e il bersaglio è stato colpito come previsto, ha detto il Tenente-Generale Viktor Gumennij, Vicecomandante delle Forze Aerospaziali russe. Il lancio segna un altro importante traguardo del tentativo di Mosca di rafforzare la sicurezza nazionale. Nell’autunno 2012 le autorità della difesa della Russia dichiaravano che il sistema operativo BMD A-135 Amur riceveva un importante aggiornamento. Il Colonnello-Generale Viktor Esin, ex-Capo di Stato Maggiore delle Forze Strategiche Missilistiche russe, dichiarava che i missili erano stati sostituiti con nuovi dal progetto migliorato. Tutti gli altri elementi del sistema, compresi i componenti di rilevazione e monitoraggio, furono anche rinnovati. Nella fase iniziale il sistema difenderà Mosca e il distretto industriale centrale contro un attacco nucleare limitato. Più tardi sarà la base per un sistema di difesa aerospaziale integrato a più stadi di tutto il Paese. Il sistema utilizzerà diversi tipi di missili per avere la capacità di distruggere le testate in arrivo a lunghe distanze e ad altitudini elevatissime quasi orbitali.
L’A-235 disporrà di tre tipi di missili: a lungo raggio, basato sul 51T6 e capace di distruggere bersagli a 1500 km di distanza e a quote fino a 800 km; a medio raggio, aggiornamento del 58R6 progettato per colpire bersagli fino a 1000 km di distanza e a quote fino a 120 km; a corto raggio 53T6M o 45T6 (basato sul 53T6)), con gittata di 350 km e quota massima di 50 km. “Composizione e caratteristiche tattiche del sistema di difesa missilistico russo permettono di scoraggiare un attacco missilistico nucleare e di aumentare la soglia della rappresaglia nucleare e della sopravvivenza delle massime autorità governative e militari, sviluppando scala, concetto e obiettivo di un attacco utilizzando sistemi di raccolta delle informazioni ad alta precisione ed immuni da disturbi”, dichiarava il Ministero della Difesa. Ci sono due grandi differenze dall’A-135. La primo è che l’A-235 utilizzerà testate convenzionali ad alto esplosivo e ad energia cinetica, piuttosto che nucleari. Diminuendo notevolmente costo e complessità del sistema, ed anche le esigenze infrastrutturali, non essendo più necessario garantire un’adeguata sicurezza alle armi nucleari. Con velocità stimata a 10 km al secondo, un intercettore a combustibile solido probabilmente non avrà per nulla bisogno di esplosivo. Una testata cinetica si basa sull’alta velocità per infliggere il massimo danno. Questo è di fondamentale importanza, mostrando che la Russia possiede la tecnologia all’avanguardia che permette di evitare possibili perdite tecniche ed umane che deriverebbero dalle radiazioni di un’esplosione nucleare. La seconda differenza è che l’A-235 sarà mobile. Ciò significa che il sistema avrà più flessibilità dell’A-135 basato sui siti fissi dei silos. La mobilità dell’A-235 significa che può essere schierato in qualsiasi luogo della Russia. La geopolitica attuale suggerisce che tali postazioni potrebbero includere non solo isole e arcipelaghi dell’Artico (dove un sistema BMD potrebbe facilmente abbattere i missili dei sottomarini lanciamissili della NATO in fase di decollo), ma anche al di fuori dei confini, nei territori di Stati amici. Questo fatto è un punto di svolta, dimostrando che il sistema di difesa missilistico russo può facilmente annullare qualsiasi vantaggio dei sistemi statunitensi stazionati in Polonia, Romania o altrove.
Comprensibilmente, molti aspetti degli sforzi della difesa antimissile russa e statunitense sono ancora classificati, ma non è l’attenzione per i dettagli tecnici l’importante. Nel 2002 gli USA si ritirarono unilateralmente dal trattato sui missili anti-balistici (ABM), pietra angolare del processo di controllo degli armamenti. L’unica ragione per cui il trattato ABM fu firmato e ratificato era la capacità dell’URSS d’implementare sistemi di difesa missilistica efficaci. Il ritiro degli Stati Uniti dal trattato fu guidato dall’ipotesi arrogante dei loro capi che gli Stati Uniti potessero lanciare una nuova corsa agli armamenti nucleari senza alcun Paese in grado di contrastarli. Una volta che la Russia dimostra la capacità di disporre di una nuova generazione di sistemi strategici anti-balistici, tale ipotesi non regge più. Evidentemente, la sicurezza degli Stati Uniti s’è ridotta da quando abbandonarono il trattato ABM. Dopo la dissoluzione dell’URSS, l’ex-presidente degli Stati Uniti Richard Nixon osservò che gli Stati Uniti avevano vinto la guerra fredda, ma non la pace. Da allora, tre amministrazioni statunitensi di entrambi i partiti politici non furono all’altezza del compito. Al contrario, la pace sembra sempre più lontana con le minacce alla sicurezza degli Stati Uniti che si moltiplicano, come il regime di controllo degli armamenti sull’orlo del collasso. Anche il presidente Obama ha omesso di affrontare efficacemente il problema. Ora la nuova amministrazione degli Stati Uniti, eletta a novembre e che andrà in carica nel gennaio 2017, dovrà decidere. La scelta è procedere nella corsa agli armamenti non controllata o aderire al trattato antimissile balistico per dare al processo sul controllo degli armamenti una possibilità. La palla è agli Stati Uniti.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.53t6L’ICBM pesante Sarmat
South Front, 2/7/2016

sarmat_satan_soha.vn4-af6b2Anche se questo sistema d’arma è ancora attualmente “sotto il radar” dei media occidentali, si può stare certi che una volta che inizierà i test sarà esibito quale prima prova dell’accusa propagandistica occidentale sull'”aggressione russa”. Quindi potrebbe essere utile anticipare il consueto sbarramento mediatico illuminando ciò che promette d’essere un sistema d’arma rivoluzionario in grado di modificare l’equilibrio globale del potere.
Il missile Sarmat è classificato come cosiddetto ICBM “pesante”. In conformità con i trattati START, tale designazione è applicata alle armi con gittata intercontinentale e peso al lancio superiore alle 100 tonnellate. Non è la prima arma del genere ad ottenere tale designazione, il precedente ICBM R-36 Voevoda, denominato dalla NATO SS-18 Satan (!), apparteneva a questa categoria e allo stesso modo fu bersaglio della propaganda, perché altrimenti assegnargli un nome in codice del genere? L’URSS non fu l’unico Paese a schierare tali armi. Le forze strategiche degli Stati Uniti ebbero gli ICBM Titan per diversi decenni. La controversia associata agli ICBM pesanti pone naturalmente la domanda: perché preoccuparsene? Quali missioni dovevano compiere? Nel caso russo, comunque, gli ICBM pesanti giocano un ruolo specifico, essendo la punta di lancia della deterrenza nucleare strategica. La loro capacità di distruggere obiettivi pesantemente difesi o protetti, anche da sistemi di missili anti-balistici, garantisce al resto della forza deterrente di sopravvivere. Anche se l’R-36 ha trascorso la maggior parte della vita operativa sotto il regime del trattato ABM, si ricordi che fu progettato con il presupposto che gli Stati Uniti avessero ampiamente implementato sistemi ABM, e gli ICBM pesanti sovietici inoltre motivarono gli Stati Uniti, nei primi anni ’70, a comprendere che i missili sovietici bastavano a rendere qualsiasi sistema difensivo statunitense irrilevante. Un singolo R-36 rappresentava, dopo tutto, una rapida salva di 10 testate che alcun sistema ABM poteva sperare di contrastare. Fu la consapevolezza che i sistemi ABM erano costosi, destabilizzanti e infine inutili, a completare la dottrina della “distruzione reciproca assicurata”.
Il Sarmat è il figlio dell’era post-trattato ABM, da cui gli USA si ritirarono nel primo mandato dell’amministrazione di George W. Bush, la cui priorità principale, prima che fosse accantonata dagli attacchi terroristici dell’11 settembre, fu la militarizzazione dello spazio, fino al punto di fare “dell’ultima frontiera” una riserva militare degli Stati Uniti. La funzione del Sarmat è tanto politica quanto militare, dovendo inviare il messaggio che, alla fine, gli Stati Uniti starebbero meglio seduti al tavolo delle trattative creando un nuovo quadro multilaterale di sicurezza collettiva, che perseguendo l’impossibile sogno unilaterale del “dominio ad ampio spettro”. Dato che le tecnologie della difesa missilistica degli Stati Uniti si sono evolute negli ultimi decenni, il Sarmat sarà anche un importante progresso dal Voevoda. Invece di presentare al sistema ABM una rapida successione di bersagli con l’obiettivo di saturarne le difese, il Sarmat è più sottile. L’approccio al compito d’invalidare l’opposta difesa missilistica è costituito da una combinazione di fattori, comprendenti l’utilizzo di varie traiettorie, non solo quella polare, verso il continente nordamericano, grazie ai potenti motori del missile e al carico di carburante sufficiente a rappresentare la maggior parte delle 170 tonnellate del missile. Può anche impiegare traiettorie suborbitali riducendo notevolmente il volo, e quindi anche i tempi di reazione. Il carico di 10 tonnellate comprenderà velivoli ipersonici notevolmente più difficili da intercettare, oltre a testate standard e naturalmente esche. Infine, per garantirne la sopravvivenza, il tempo di preparazione al lancio sarà solo di 1 minuto, riducendo notevolmente la probabilità di essere colpito a terra da un primo attacco nemico. Il Sarmat è un sistema d’arma ad alta priorità il cui calendario non ha subito ritardi significativi. Il suo test iniziale è programmato al più tardi entro il 2016, con l’operatività entro e non oltre il 2018, sostituendo tutti i missili R-36M ancora in servizio entro il 2020.
La reazione iniziale del “mondo libero” sarà probabilmente la solita raffica propagandistica che segue inevitabilmente ogni iniziativa internazionale russe anche se, come negli anni ’70, sarà seguita da una risposta occidentale più costruttiva contribuendo a ripristinare un senso di sicurezza e stabilità globali.55b10716c4618864648b4590Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

IL PRIMO RAGGIO

L’arsenale strategico di Mosca 1943-2013
(Nuova edizione)

Alessandro Lattanzio, 2015, p. 241, € 20,00
Anteo Edizioni

ilpraggio3Descrizione: Il testo ricostruisce la genesi e lo sviluppo dell’arsenale strategico sovietico e russo, tracciando per sommi capi la storia dell’Unione Sovietica e della Federazione Russa quale superpotenza mondiale, descrivendo gli strumenti e la strategia che permisero a Mosca di svolgere il ruolo di primo concorrente ed avversario degli Stati Uniti d’America nella seconda metà del XX° secolo e all’inizio del XXI° secolo. È poco nota, infatti, la storia del programma atomico sovietico, solo recentemente resa pubblica in Italia anche dalla pubblicazione del lavoro dello storico russo Roy Medvedev.
L’URSS, benché devastata dall’aggressione nazista del 22 giugno 1941, nell’arco di quattro anni riuscì a colmare il gap tecnologico-nucleare con gli USA. Difatti, nell’agosto 1949 venne fatto esplodere il primo ordigno atomico sovietico, mentre nel 1954 esplodeva la prima bomba termonucleare, battendo gli USA nella corsa alla superbomba ad idrogeno. In seguito, Mosca puntò sui missili balistici intercontinentali quali vettori strategici principali del proprio arsenale strategico, al contrario di Washington, che invece puntò sui bombardieri strategici. Infine, neanche il gap tecnologico tra USA e URSS nel settore dei sottomarini lanciamissili balistici, potè perdurare oltre un lustro.
L’arsenale strategico-nucleare della Federazione Russa, oggi, è la principale eredità dell’era sovietica di Mosca, ed è grazie a questa eredità che la Russia di Putin riconquista il suo ruolo di potenza mondiale.

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