Siria, inizio della fine della guerra

Moon of Alabama

Il cambiamento più importante degli ultimi giorni sono le forze governative siriane che da sud-est avanzano al confine iracheno. Il piano originale era liberare al-Tanaf a sud-ovest per assicurarsi alla frontiera l’autostrada Damasco-Baghdad. Ma al-Tanaf era occupata da invasori statunitensi, inglesi e norvegesi e dai loro ascari. I loro aerei attaccarono i convogli siriani in avvicinamento. Il piano statunitense era passare da al-Tanaf a nord del fiume Eufrate, per catturare e controllare tutto il sud-est della Siria. Ma Siria ed alleati hanno compiuto una mossa inattesa impedendo tale piano. Gli invasori furono esclusi dall’Eufrate dall’avanzata siriana da ovest ad est, al confine iracheno. Elementi iracheni delle Unità Militari Popolari del governo iracheno si muovono incontrando le forze siriane al confine. Gli invasori statunitensi sono ora in mezzo al deserto piuttosto inutile di al-Tanaf, dove la sola opzione è di morire di noia o tornare in Giordania, da dove sono venuti. L’esercito russo chiariva nettamente che sarebbe intervenuto se gli Stati Uniti attaccavano le linee siriane avanzando verso nord. Stati Uniti ed alleati non hanno alcun mandato in Siria innanzitutto. Non c’è alcuna giustificazione per attaccare le unità siriane. L’unica opzione è ritirarsi. La mossa degli Stati Uniti su al-Tanaf fu coperta dall’attacco dei fantocci statunitensi nel sud-ovest della Siria. Un grosso gruppo di “ribelli”, comprendente al-Qaida e rifornito dalla Giordania, avanzava su Dara controllata dal governo siriano. Si sperava che l’attacco deviasse le forze siriane dall’avanzata verso est. Ma nonostante l’uso di attaccanti suicidi, l’assalto su Dara falliva davanti le forti difese delle forze siriane. Non suscitava la voluta deviazione. Le postazioni siriane a Dara furono rafforzate da unità provenienti da Damasco che ora attaccano i terroristi filo-statunitensi. Si avevano significativi progressi nei sobborghi meridionali di Dara e l’attacco dell’Esercito arabo siriano probabilmente continuerà fino al confine giordano.
I piani statunitensi in Siria meridionale, occidentale e orientale, sono ormai falliti. A meno che l’amministrazione Trump non sia disposta ad inviare altre forze avviando apertamente e illegittimamente la guerra al governo siriano e agli alleati, la situazione è contenuta. Le forze siriane liberano il territorio a sud, attualmente occupato dagli ascari statunitensi e da altri gruppi terroristici. A nord-ovest i gruppi taqfiri si concentrano attorno Idlib e a nord. Tali gruppi sono sponsorizzati da sauditi, qatarioti e turchi. La recente disputa tra Qatar e altri Stati del Golfo ha gettato nel caos Idlib. Gruppi sponsorizzati dai sauditi ora combattono i gruppi sponsorizzati da turchi e qatarioti. Tali conflitti coprono l’animosità tra al-Qaida e Ahrar al-Sham. Le forze governative siriane circondano la provincia e la Turchia nel nord ha chiuso il confine. I taqfiri ad Idlib si cucineranno nel loro brodo finché non saranno completamente esauriti. Infine le forze governative avanzeranno distruggendo ciò che ne resterà.Al centro della mappa le frecce dell’Esercito arabo siriano (rosso) puntano verso le aree desertiche detenute dallo SIIL che si ritira ad est (frecce nere). Muovendosi contemporaneamente da nord, ovest e sud, le forze governative siriane avanzano rapidamente per diversi chilometri ogni giorno. Nell’ultimo mese sono stati liberati 4000 kmq e oltre 100 insediamenti e città. In poche settimane avranno liberato tutte le aree (marrone) dello SIIL fino all’Eufrate e al confine siriano-iracheno. Mezzi gittaponte russi arrivano in Siria, necessari ad attraversare l’Eufrate e a liberare le aree a nord. Nel frattempo gli Stati Uniti sostengono le forze curde (frecce gialle) che attaccano Raqqa.
Il comando russo sostiene che curdi e Stati Uniti si sono accordati con lo SIIL per farne uscire i combattenti da Raqqa verso sud ed est. La rapida avanzata dei curdi verso la città conferma l’affermazione. Sembra che non ci sia resistenza dallo Stato islamico. Tutte le forze dello SIIL rimaste in Siria, provenienti da Raqqa e dalle aree desertiche, avanzano verso l’Eufrate e Dayr al-Zur. Vi sono più di 100000 civili filo-governativi e una guarnigione siriana da tempo circondati dallo SIIL. Gli assediati vengono riforniti via aerea. La guarnigione siriana ha respinto a lungo gli attacchi dello SIIL. Ma con migliaia di nuove forze dello Stato islamico che puntano sulla città, le truppe governative rischiano di essere sopraffatte. I rinforzi vanno inviati in città per respingere lo SIIL e impedire un grande massacro. L’alternativa migliore è per via terra. Ma l’Esercito arabo siriano è stato rallentato dai fantocci degli Stati Uniti a sud. Si prepara una nuova grande avanzata delle forze governative verso Dayr al-Zur. Si può solo sperare che arrivi in tempo.
Gli ascari di Qatar, Arabia Saudita e Turchia, diretti dalla CIA, hanno condotto una guerra lunga sei anni contro la Siria e il suo popolo. Con Qatar e Turchia ora opposti a sauditi e alleati statunitensi, la banda che attaccava la Siria sbanda. Lo Stato islamico viene velocemente ridotto e sconfitto. Il tentativo statunitense di avanzare a sud è stato sventato. A meno che gli Stati Uniti non cambino e attacchino massicciamente la Siria con il proprio esercito, la guerra contro la Siria è finita. Molte aree vanno ancora liberate. Gli attentati nel Paese continueranno per diversi anni. Le ferite richiederanno decenni per guarire. Negoziati dovranno tenersi sulle aree del nord controllate da Turchia e Stati Uniti. Dovranno essere raggiunti ulteriori sistemazioni, ma la guerra su larga scala contro la Siria è finita. Nessuno ha vinto nulla. I curdi, che per ora sembravano i soli vincitori, hanno appena gettato via le loro vittorie. Le forze curde delle YPG hanno commesso l’errore di chiedere apertamente sostegno all’Arabia Saudita. Gli anarco-marxisti delle YPG, che mostrano sempre con orgoglio il loro femminismo, si avvicinano all’improvviso ai mezzani wahhabiti medievali, rovinandosi l’immagine di forza progressista di sinistra. Tale mossa rafforzerà opposizione e ostilità da Turchia, Siria, Iraq e Iran. Tutti i progressi politici ottenuti in guerra mantenendo una stretta neutralità tra “ribelli” e governo siriano, sono ora in pericolo. La mossa è una follia. La zona curda è completamente circondata da forze più o meno ostili. Il sostegno statunitense o saudita all’enclave curda chiusa e circondata non è sostenibile alla lunga. I curdi hanno quindi dimostrato di essere i peggiori nemici del tentativo di avere uno Stato curdo (semi)sovrano. Saranno ricacciati nelle loro aree di origine, rientrando nello Stato siriano.Il segretario alla Difesa Mattis è stato interrogato al Congresso sulla situazione in Siria. Non c’è ancora una trascrizione, ma alcuni tweet di una giornalista di Stars&Stripes che vi partecipava:
Tara Copp @TaraCopp – 3:11 – 13 giugno 2017
#SecDef Mattis dice che le forze “governative” passate nel sud della Siria vicino alla base di al-Tanaf sono in realtà russe.
#SecDef Mattis: “Non prevedevo che i russi sarebbero andati lì (vicino ad al-Tanaf)… non è una sorpresa per la nostra intelligence“.
Gli Stati Uniti avevano affermato che il governo siriano aveva schierato le forze verso al-Tanaf erano “sostenute dall’Iran” o “guidate dall’Iran”. Ora il Segretario della Difesa dice che era una menzogna. Erano russi alleati del governo siriano. I russi certamente non prendono ordini dai generali iraniani. Non c’è da meravigliarsi che il comando russo abbia emesso netti avvertimenti contro qualsiasi attacco a queste forze. Mattis svela anche l’incapacità di un pensiero strategico. Credeva veramente che i russi non si recassero ad al-Tanaf per coprire i compagni siriani? Era chiaro da mesi che i russi sono dappertutto in Siria. Non lasceranno cadere il governo siriano per compiacere Mattis o Trump o qualcun altro. Il problema strategico per loro è chiaro, e lo è da un pezzo. Lottano, e l’hanno detto. Ed è assolutamente stupido credere qualsiasi altra cosa. Al-Tanaf è una questione tattica, ma le forze statunitensi ne fanno una strategica. Non è giustificabile. Ci si deve chiedere nuovamente quali siano i possibili vantaggi per gli Stati Uniti nel difendere quel posto nel deserto. Null’altro se non il “principio” di poter evidentemente iniziarvi una guerra molto più grande. “La guarnigione di al-Tanaf è circondata da forze ostili. Le forze statunitensi nella zona dovrebbero combattere contro le linee siriane per arrivare ad al-Buqamal, rischiando un’ulteriore l’escalation. E adesso? Gli Stati Uniti sono disposti a proteggere queste forze in perpetuo? Daranno copertura aerea alle forze che si scontrano direttamente con le forze alleate dei siriani al di fuori della zona di 55 chilometri? I precedenti tre attacchi hanno richiesto un’azione di contrasto che ha minato gli interessi statunitensi? Purtroppo la risposta all’ultima domanda è sì… La strategia dovrebbe guidare la tattica quando si tratta di affrontare gli iraniani in Siria, e non il contrario… Gli Stati Uniti possono difendere una guarnigione nel deserto siriano. Tuttavia, le ragioni per farlo sono prive di scopo, facendo una semplice analisi dei costi, è impossibile”. Questa intuizione non è ancora arrivata al dipartimento della Difesa e al comando sul campo statunitensi. Il comandante statunitense locale ha inviato un sistema di artiglieria a lungo raggio HIMARS dalla Giordania ad al-Tanaf. HIMARS ha una gittata di 300 chilometri. Non pesa nella prospettiva tattica se il tiro provenga dalla Giordania o da al-Tanaf, 12 chilometri in Siria. È una mossa simbolica per “mostrare bandiera” ad al-Tanaf ma espone il sistema ad un legittimo attacco dalle forze siriane, russe e iraniane. Come il segretario di Stato Tillerson ha giustamente affermato: gli Stati Uniti non hanno alcuna autorità legale per attaccare le forze siriane, iraniane o russe. Proprio nessuna. Invadere la Siria non ha legittimità. La Siria, invece, ha l’autorità legale per scacciare le truppe statunitensi. Spostare l’HIMARS ad al-Tanaf è una grandissima idiozia. È giunto il momento per Washington di finirla con tali sciocchezze.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria libera i propri confini

Chroniques du Grand Jeu 9 giugno 2017Se l’informazione è confermata, è un terremoto. Le forze governative hanno aggirato i terroristi filo-statunitensi e raggiunto il confine iracheno, tagliando l’erba sotto i piedi del piano statunitense-israelo-saudita per spezzare l’arco sciita. Diverse fonti lo confermano (qui e qui) e il Ministero della Difesa russo l’accredita. Un sito web pro-terroristi va nella stessa direzione, anche se a malincuore. Se confermato, questa fulminea offensiva è una pugnalata a Riyadh e Tel Aviv ed avrà grande peso nel dopoguerra.
Nell’ultimo post, ci siamo chiesti: “In generale, ci si può chiedere cosa attende l’Esercito arabo siriano a lanciare l’offensiva su Dayr al-Zur prevista da settimane. È il grande traguardo della corsa ad est, il controllo del confine iracheno. Ma ora l’avanzata è lenta, i lealisti sembrano concentrarsi altrove (…) A sud, ad al-Tanaf, l’Esercito arabo siriano toglie ai terroristi filo-statunitensi territori che appaiono secondari. Certamente la logica prevalente è comprensibile: al-Tanaf è l’ultimo punto prima del confine giordano, da cui passano i fantocci degli Stati Uniti. Poi, c’è il confine con l’Iraq controllato dall’altro lato dalle Unità di mobilitazione popolare (UMP) sciite irachene. Se Damasco sigilla il confine siriano-giordano ad al-Tanaf i terroristi, non avendo più retrovie o rifornimenti di carburante, spariranno come neve al sole. Ma infine l’urgenza sembra prevalere su Dayr al-Zur dove l’Esercito arabo siriano ancora resistere al potente attacco dello SIIL da una settimana”. Alla luce degli eventi di oggi, si comprende meglio questa tattica: bloccare i fantocci filo-statunitensi in combattimenti secondari, vicino al confine con la Giordania, per aggirarli più ad est verso il confine iracheno. Gli statunitensi a quanto pare non se ne sono accorti. Annibale e Napoleone applaudono…
E adesso? L’Esercito arabo siriano è in prima linea contro lo SIIL. Washington e i suoi fantocci perderanno legittimità se l’attaccano alle spalle, con una de facto alleanza aperta con lo SIIL. Per chiudere, i russi fanno pressione da diversi giorni accusando gli statunitensi di non combattere i jihadisti. Il Cremlino preparava il terreno? Conoscendo gli strateghi russi, lo si può pensare. L’impero si ritrova in una situazione di stallo completo…Cambio. E’ confermato e il punto interrogativo va sostituito da uno esclamativo. Per la prima volta dal 2014, l’Esercito arabo siriano ha raggiunto il confine iracheno. Il blitz ha aggirato le due basi degli USA e sovvertito completamente i fantocci degli Stati Uniti, a quanto pare con la presenza di forze speciali russe per scoraggiare bombardamenti accidentali:Ora la carta è questa, cambiando in modo significativo il volto della guerra e il futuro della pace:Il collegamento avviene con le Unità di mobilitazione popolari sciite, di cui ricordiamo la visita a Damasco tre settimane fa dell’inviato di Baghdad e le dichiarazioni di un paio di giorni fa del primo ministro iracheno, citando la collaborazione con il governo siriano per sigillare il confine. Gli acri di deserto occupati dai terroristi giordano-statunitensi diventano inutili. Torneranno ad Amman o rimarranno per pesare (poco) sul dopoguerra? Gli statunitensi manterranno le loro due piccole basi sul territorio siriano solo per aggiungere confusione al conflitto? Non è nell’interesse dell’impero, non si sa mai…L’obiettivo è ora il posto di frontiera di al-Buqamal-al-Qaym sull’Eufrate. Ricordiamo che questo posto fu il punto di lancio da parte di Washington di un gruppo di terroristi, lo scorso anno, in un’operazione conclusasi in un fiasco. Voci non confermate affermano la ritirata dello SIIL da Humaymah e dall’aeroporto T2. Hezbollah si feliciterà, potendo far passare ciò che vuole dall’Iran al Libano… Tel Aviv piange, Teheran ride. E i paffuti Saud vedono crollare il mondo… il corridoio sunnita nord-sud è finito, assieme a Qatar e GCC e all’isolamento dell’Iran.
Aggiornamento, i governativi non perdono tempo e rafforzano le postazioni appena liberate sul confine iracheno:

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Transnistria: spina nel fianco della NATO

Boris Rozhin, AlternativaSouth FrontLo stallo strategico sul Donbas che assume la forma di guerra di posizione infinita sotto gli accordi di Minsk e la crescente disintegrazione dell’Ucraina costringono il regime di Kiev a impegnarsi in teatri esteri per distogliere l’attenzione della popolazione ucraina da guerra civile, politica socioeconomica fallita e impossibilità a soddisfare le promesse che Poroshenko & Co diedero nel 2014. La Transnistria è vista come un altro fronte nella “lotta alla Russia” e occupa un posto importante nella reale e non dichiarata politica estera dell’Ucraina. La questione della Repubblica moldava di Transnistriana (PMR) è, nel contesto della crisi ucraina, strettamente legata all’idea d’espansione della NATO ad est. Dopo aver annesso la maggior parte degli Stati del Patto di Varsavia, il suo programma si volge alle repubbliche ex-sovietiche. Tale sforzo è perseguito non solo nei Paesi baltici, Ucraina e Georgia, ma anche in Moldavia. Naturalmente, tale mossa verso est preoccupa il Cremlino, espressa ufficialmente in molte occasioni ma mai considerata dall’occidente poiché non ritiene necessario mantenere la promesse date a Gorbaciov di non espandere la NATO ad est. L’espansione della NATO e l’inserimento delle repubbliche ex-sovietiche nell’orbita di un’organizzazione attivamente anti-russa hanno portato naturalmente a tensioni tra Russia e vicini, dimostrando il degrado delle relazioni tra Russia e gli pseudo-Stati baltici, l’aggressione della Georgia all’Ossezia del Sud e la successiva “Guerra delle Olimpiadi”, la mini-Majdan in Moldavia che portava alla caduta dei locali opportunisti comunisti e infine il colpo di Stato in Ucraina. Nel caso di Georgia, Ucraina e Moldova, la questione delle controversie territoriali irrisolte impedisce di aderire direttamente alle strutture della NATO. Come rilevato da una relazione di Stratfor del 2015, la Russia ne impedisce l’assorbimento nella NATO dirigendo i conflitti congelati. Quindi gli sforzi insistenti delle élite euroatlantiche di costringere la Russia a rifiutarsi di riconoscere l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, smettere di sostenere la Novorossija, cedere la Crimea, ritirare le forze dalla Transnistria e accettare un’unificazione moldava come l’annessione della DDR alla FRG. Il problema, non sorprendente, è la lotta per le sfere d’influenza tra Russia e NATO sul territorio ex-sovietico. La retorica sui benefici dell'”eurointegrazione” o dell’Unione doganale ne è solo una manifestazione. L’Ucraina considera la situazione della Transnistria strumento per fare pressione politica ed economica sulla Russia dato che dal punto di vista strategico la PMR e il gruppo operativo delle forze russe (OGRF) sono in un’enclave difficile da rifornire anche in tempo di pace (dati i possibili ostacoli burocratici e politici) e dalle limitate capacità offensive. L’OGRF comprende due battaglioni di fucilieri motorizzati (82.mo Battaglione Bandiera Rossa di Szeged e 113.mo Battaglione dell’Ordine di Aleksandr Nevskij e dell’Ordine di Kutuzov del Basso Dnestr) a Tiraspol e varie altre unità. L’OGRF comprende 2500 forze da combattimento (con centinaia di personale di supporto) e 170 veicoli blindati leggeri (principalmente vecchi modelli). È un bersaglio sufficientemente conveniente per organizzare provocazioni militari e politiche, in particolare quando possono essere coordinate con Kishinev. Dopo il colpo di stato in Ucraina e l’inizio della guerra civile, il regime di Kiev vide l’OGRF come potenziale trampolino di lancio per l’invasione dell’Ucraina occupando la regione di Odessa. La forza reale dell’OGRF, equivalente a tre battaglioni di fanteria con blindati leggeri, alcuni impiegati nella guardia, ne rendono il potenziale offensivo difficile, in particolare perché alcuni soldati sono abitanti della PMR, il cui esercito non vuole essere coinvolto nella guerra civile ucraina. In confronto: il raggruppamento russo in Crimea durante la Primavera crimeana era composto da 16000 soldati, non aveva problemi logistici e poteva essere rapidamente rinforzato se necessario e controllare Perekop bastava a proteggere facilmente la Crimea nel caso Kiev vi gettasse l’esercito per salvarlo dal collasso. L’OGRF non ha semplicemente tale capacità, e anche qualcosa di semplice come controllare la regione di Odessa va oltre le sue capacità. Naturalmente, ciò non vieta di giocare la carta dell'”aggressione russa dalla PMR”, che si rifletté nel massacro di Odessa del maggio 2014 quando, tentando di nascondere le cause della strage, si cercò d’incolparne degli “agenti russi”, anche cittadini della PMR. Come risultò, le persone uccise erano odessite e non “agenti russi della PMR”, ma a Kiev non interessa l’obiettività.
Dalla prospettiva russa, il futuro della Transnistria al momento veniva visto attraverso il prisma del progetto Novorossija che avrebbe dovuto includere il Sud-Est dell’Ucraina, che in caso di successo una Repubblica popolare di Odessa avrebbe permesso creare un corridoio con la Transnistria attraverso Odessa, Nikolaev e Kherson. Il rifiuto di scenari più attivi riguardanti il sud-est e il congelamento del progetto Novorossija hanno lasciato la PMR in un limbo strategico, con il problema dell’isolamento del contingente russo e dello Stato non riconosciuto alleato che si aggrava con l’inasprirsi della guerra in Ucraina. Non è probabile che si abbiano le condizioni per risolvere il problema dell’isolamento strategico della Transnistria come nel 2014. Una volta spezzata la resistenza al colpo di Stato ad Odessa e l’SBU impediva l’emergere di un fronte clandestino, Kiev cominciò a vedere la PMR non come fonte di problemi per Odessa ma per mostrare un’attività politica sullo sfondo della crisi nel Donbas. Dopo l’arrivo al potere ad Odessa dei protetti di Kolomojskij, il regime di frontiera con la PMR s’irrigidì ponendo un blocco ai trasporti ed economico per contrattare con una Russia costretta a sostenere la Transnistria e le sue forze. Per dimostrazione, Guardia nazionale e Forze armate dell’Ucraina compirono esercitazioni nella regione di Odessa per “respingere l’aggressione della PMR a sostegno della rivolta separatista”. Tali attività furono accompagnate dalle dichiarazioni belluine di Kiev pienamente sostenute dalle autorità moldave. Nel 2014-15 la Moldavia aveva un presidente e un governo filo-occidentali che combattevano contro i simboli comunisti, l’influenza russa, la lingua russa (come in Ucraina e Baltico) cercando il modo d’espellere le truppe russe dalla PMR. Qui la Moldavia ebbe la piena comprensione di Bruxelles che conta su Kishinev e Kiev per cacciare la Russia dalla Transnistria ed assorbire gradualmente il Paese nella NATO, cosa che la presenza militare russa chiaramente impedisce. Non c’è dubbio che il Paese non abbia un ruolo indipendente: è solo questione di quali truppe debbano stazionare in Moldavia, russe o NATO. Tiraspol volge verso la Russia, Kishinev dalla rimozione di Voronin era aperta a Bruxelles. È in quel momento che i piani ucraini più aggressivi contro la PMR furono creati. La stabilizzazione del fronte del Donbas dopo le sconfitte ucraine a Ilovajsk e Debaltsevo permise di aumentare notevolmente le forze nella regione di Odessa e sostituire la gente di Kolomojskij con Saakashvili, facendo il parallelo coi tentativi di quest’ultimo di respingere la Russia da altri Stati non riconosciuti. In tale periodo si videro anche contatti più attivi tra Kiev e Kishinev per rafforzare il blocco dei trasporti e intensificare la guerra psicologica sulla PMR. Nella regione di Odessa si svolgevano esercitazioni della difesa aerea e della NGU alla frontiera con la Transnistria. La Moldavia aumentò contemporaneamente la propaganda contro la presenza della Russia nella PMR, nell’ambito della guerra d’informazione ucraina. Fu il riflesso della complessa strategia verso la posizione russa in Transnistria, per cacciare “pacificamente” l’OGRF o porre le basi per un’operazione militare in caso di crisi bellica in Ucraina, che avrebbero funto da copertura per le provocazioni militari contro la PMR, seguite da operazioni ucraine e moldave contro le forze di Transnistria e l’OGRF. Già nel 2015, al confine con la Transnistria, oltre alle truppe di frontiera e a distaccamenti irregolari, l’Ucraina aveva almeno una brigata e due battaglioni della NGU. A paragone, all’inizio del 2017, UAF aveva due brigate al confine con l’Ucraina, più NGU e truppe di confine. Nel 2015-16, l’Ucraina poteva inviare circa 10000 soldati con 250 blindati, carri armati e lanciarazzi. Ma anche qui c’era un problema. L’OGRF non è nel vuoto, ma si basa sull’esercito della PMR di 20000 soldati (più 60000 riservisti), 25 carri armati, decine di blindati e 70 lanciarazzi multipli. Così, se attaccava la Transnistria, l’Ucraina non poteva neanche godere della superiorità numerica. Perciò gli sforzi per contattare Kishinev, spingerne il regime filo-occidentale ad adottare misure attive, in modo che in caso di crisi l’esercito moldavo entrasse in azione per “ripristinare l’integrità territoriale del Paese”. Inoltre, l’attacco alla Transnistria poteva essere utilizzato come scusa per schierare contingenti della NATO in Romania “per proteggere i civili e l’integrità territoriale della Moldavia”. Tale operazione (come l’Operazione Tempesta contro i Serbi di Krajina, che le forze di pace russe impediscono) era possibile data la scarsa profondità operativa delle forze PMR e dell’OGRF, e dato che la Transnistria può essere facilmente divisa dagli attacchi dal territorio della Moldova e dell’Ucraina.
Il secondo problema globale sono gli aspetti militari e politici della possibile risposta militare diretta della Russia in caso di attacco dell’Ucraina a PMR e OGRF. Kiev con ragione presuppone che la Russia reagirebbe come nel caso dell’attacco della Georgia alle forze di pace nell’Ossezia del Sud, lanciando un attacco diretto all’Ucraina. Potrebbe coinvolgere le forze dispiegate alle frontiere con l’Ucraina nelle regioni di Rostov e Belgorod, così come il gruppo di forze russe in Crimea che, per via della superiorità nei settori in cui avverrebbero gli attacchi principali, sconfiggerebbe le forze ucraine. Ciò portò a varie operazioni di informazione ed intelligence per sondare la disponibilità della Russia ad inviare forze in Ucraina, per via della guerra contro Donbas, nel Perekop o nella PMR, poiché la questione della guerra contro la PMR era ed è considerata nel contesto della guerra nel Donbas e sul confine con la Crimea. Va ricordato che la maggior parte degli scenari con forze russe che combattono in Ucraina, in un modo o nell’altro, influenza le operazioni alle frontiere della PMR. Tali piani non sono particolarmente segreti e per diverse volte minacciarono Russia e Tiraspol nel 2015-16. La risposta non tardò. La Russia, che per molti anni osservò con indifferenza l’avanzata dell’influenza occidentale in Moldavia, iniziò a sostenere attivamente le forze filo-russe e di sinistra, contrappeso naturale alle pretese di UE e lobbisti dell’unificazione della Moldavia con la “Grande Romania”. Il crescente scontro tra i partiti fio-occidentali, la corruzione massiccia, i crudi anticomunismo e russofobia effettivamente avvantaggiano la Russia, poiché le forze filo-occidentali al potere trascinano la Moldavia in una crisi politica che dura da diversi anni, complicando notevolmente i piani di Bruxelles per digerire gli ex-aderenti al Patto di Varsavia e i frammenti della Jugoslavia.
Il cambio dei primi ministri, il miliardo di crediti rubati, gli intrighi dell’oligarca Plakhotnjuk, le continue dimostrazioni nella capitale, la graduale separazione della Gagauzia, tutto ciò ha reso la situazione così instabile che Kishinev non poteva aggredire la PMR. Le vittorie elettorali di Igor Dodon e Renat Usatij riflettono la stanchezza di una parte considerevole della società moldava causata dalle carenze delle politiche economiche e sociali perseguite dagli eurointegratlisti locali. La massima espressione di tale malessere è l’elezione di Dodon alla presidenza. Ciò naturalmente ha reso molto più difficile trascinare la Moldavia in guerra contro la PMR, dato che le varie circostanze vantaggiose sono finite e la situazione è tornata al tradizionale conflitto congelato vigente dai primi anni ’90. Ma il gioco non è finito. In Moldavia, il primo ministro ha più potere del presidente, il che significa che il Paese è sotto un potere esecutivo di fatto: da un lato ci sono gli occidentali che controllano parlamento e governo e, dall’altro, i funzionari, Presidente e numerose forze filo-russe. Quindi le contraddizioni della politica moldova in cui i “democratici” locali continuano a parlare di “scelta europea” e necessità di aderire alla NATO, mentre il presidente e i suoi sostenitori si oppongono all’apertura dell’ufficio della NATO in Moldavia e all’invio di sue truppe nel territorio. Naturalmente, tale situazione è instabile e le parti possono tentare di aumentare l’influenza in Moldavia. UE e NATO cercheranno di neutralizzare gli effetti dell’elezione di Dodon e, come minimo, di limitarne la capacità d’influenzare la politica estera del Paese. La Russia, invece, promuoverà un governo moldavo che adotti le opinioni politiche di Dodon, facilitando la permanenza dello status quo della PMR. L’accoglienza di alto profilo di Dodon a Mosca riflette l’interesse del Cremlino a costruire sui successi conseguiti. La riconciliazione pubblica dei leader di PMR e Moldova è intesa a stabilizzare la situazione attuale, per cui le affermazioni di Tiraspol sulla volontà di un referendum sull’adesione alla Russia non suscitavano a Mosca entusiasmo, poiché contrarie alla politica dello status quo e praticamente difficili da realizzare senza prima affrontare la questione ucraina. Va ricordato che l’aspetto “filo-russo” di Dodon è abbastanza relativo. È innanzitutto un politico moldavo sostenuto dai sentimenti pro-russi di una parte considerevole della società moldava. Non si dovrebbe fare lo stesso errore fatto con il “pro-russo” Janukovuch. La buona accoglienza a Mosca non impediva a Dodon di sostenere la creazione di passaggi alla frontiera con l’Ucraina che potrebbero intensificare il blocco della PMR. Per valutare “pro-russo” un politico della CSI ne vanno esaminate le azioni, non le parole.
L’Ucraina, da parte sua, continua a voler destabilizzare la situazione a proprio vantaggio. Il rafforzamento del blocco delle frontiere della PMR dovrebbe peggiorare la situazione economica e logistica della Transnistria e riflette anche il desiderio di Kiev di mantenere la politica aggressiva verso la PMR nell’ambito del piano globale della NATO per cacciare l’OGRF dalla PMR, pacificamente o con la forza, e poi distruggerla. Quindi, malgrado i problemi della guerra di posizione nel Donbas, due brigate ucraine sono ancora nella regione di Odessa e Kiev sostiene che la Transnistria dovrebbe essere dichiarata “aggressore”, riflettendo così la retorica de circoli radicali filo-occidentali in Moldavia. Quindiì, nonostante i piani ambiziosi sulla PMR rimangano irrealizzabili, si può concludere che non sono abbandonati e solo la paura della risposta militare russa e la situazione instabile in Moldavia impediscono a Kiev di perseguire politiche più aggressive verso la PMR. Inoltre, Kiev probabilmente continuerà a mantenere una presenza militare significativa sulla frontiera della PMR (e provocazioni militari non vanno escluse) e a peggiorare i problemi economici, logistici di Transnistria e OGRF sperando che il pendolo della politica moldava punti nuovamente verso Bruxelles e che gli sforzi sul fianco meridionale della NATO facilitino l’eliminazione dell'”enclave russa”. La Russia, a sua volta, tenterà di preservare lo stato attuale del conflitto congelato tra Moldavia e PMR, mantenere le tendenze favorevoli nella politica interna moldava, aumentare la potenza delle proprie forze ai confini con l’Ucraina (e la difesa della Transnistria), continuando ad ostacolare l’espansione verso est della NATO con risposte simmetriche al dispiegamento di truppe della NATO ai confini della Russia, ed asimmetriche sul piano politico, mediatico e d’intelligence. Ma a lungo termine, la risoluzione del problema della Transnistria dipende da chi prevarrà nella guerra in Ucraina, perché l’attuale regime di Kiev non abbandonerà mai le politiche antirusse e russofobe implicanti la distruzione della PMR. Non ci si deve altresì illudere sulla NATO che abbandona volontariamente l’avvicinamento di infrastrutture alla Russia (anche in Moldavia). Questo è il prezzo della perdita di sovranità politica: se si vuole avere una politica estera indipendente nel mondo contemporaneo, dove il diritto internazionale è scomparso, si dev’essere disposti a giocare alto senza badare al territorio di una nazione. Pertanto anche un piccolo Paese non riconosciuto come la Transnistria ha un ruolo importante nella complessa molteplice lotta che muta l’ordine mondiale in tempo reale.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA polverizzano le speranze dell’Ucraina

Alex Gorka SCF 30.05.2017La Casa Bianca ha deciso di smettere di concedere aiuti militari a Ucraina e altri Paesi e di offrire prestiti. “Cambiamo un paio di programmi militari esteri da sovvenzioni dirette a prestiti. La nostra idea è invece di dare a qualcuno 100 milioni di dollari dare meno garanzie sui prestiti per poter effettivamente acquistare più cose”, secondo Mick Mulvaney, direttore dell’ufficio della Casa Bianca per la gestione e il bilancio. I tagli ai programmi del dipartimento di Stato sono in parte volti a finanziare l’aumento della spesa militare. Recentemente, il presidente Donald Trump ha proposto che gli Stati Uniti spendano il 29,1 per cento, 11,5 miliardi di dollari, in meno per il dipartimento di Stato e “altri programmi internazionali” nell’anno fiscale 2018, rispetto al 2017. Ciò include i programmi di assistenza militare, in quanto è il dipartimento di Stato a decidere quali Paesi finanziare. L’assistenza militare gratuita sarà ridotta a decine di Paesi, inclusa l’Ucraina. Dal 2014, l’Ucraina ha ricevuto diversi equipaggiamenti militari statunitensi non letali, tra cui apparecchiature radio, apparecchiature di sorveglianza e decine di blindati Humvee. Inoltre, Washington mantiene il programma per addestrare le truppe ucraine che combattono nella regione del Donbas. Quest’anno fiscale il Congresso USA ha assegnato circa 560 milioni di dollari all’Ucraina con vari programmi di aiuti, anche militari e di sicurezza. Gli aiuti vengono dimezzati rispetto l’anno precedente. In confronto, l’aiuto militare a Israele ed Egitto, due stretti alleati degli USA in Medio Oriente e i maggiori destinatari dell’assistenza militare statunitense, rimarrà invariato. La maggior parte degli aiuti del programma di finanziamento militare estero (FMF) va a Israele, Egitto, Giordania e Iraq. L’aiuto al Pakistan sarà notevolmente ridotto. Così, gli alleati del Medio Oriente avranno la parte del leone. È vero, gli Stati Uniti non hanno una strategia definita per l’Ucraina, ma assemblando i dati disponibili si può vederne la tendenza. Perché l’Ucraina nell’elenco delle nazioni è soggetta a tali tagli? Cosa succede a Kiev, figlioccio di Washington? Sono tempi magri?
L’amministrazione USA sa cosa fare. I programmi dei prestiti sono controllati dal Comitato sugli stanziamenti. E la prima cosa che fa è esaminare la corruzione nel Paese da aiutare e altri parametri. Va garantito che se il Paese beneficiario non rispetta gli obblighi finanziari, gli Stati Uniti ricevano una partecipazione nelle società statali del debitore. L’incapacità dell’Ucraina di progredire nella lotta alla corruzione crea frustrazioni e esasperazioni tra chi è disposto a dare una mano. La decisione dell’amministrazione statunitense rispecchia la tendenza. Incontrando il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alla Casa Bianca, il 10 maggio, il presidente Trump notava che non era troppo preoccupato delle ostilità nell’Ucraina orientale. Il presidente smorzava; evidentemente, l’Ucraina non è così importante come durante il mandato di Obama. Il recente viaggio di Donald Trump dimostra che è più interessato al Medio Oriente e crede che il conflitto in Ucraina sia un problema europeo dei tedeschi e francesi. Inoltre, passando dalle sovvenzioni ai prestiti, l’Ucraina dipenderà dagli Stati Uniti, poiché pochi altri fornitori di armi sono disposti a rifornire l’Ucraina. A marzo, il parlamento ucraino adottava il progetto di risoluzione n. 6111 su ricorso della Verkhovna Rada (parlamento) dell’Ucraina al Congresso degli Stati Uniti sulle garanzie per la sicurezza, chiedendo la concessione dello status di principale alleato non NATO, rendendo Kiev partner privilegiato insieme ai 16 Paesi che hanno tale status: Australia, Egitto, Israele, Giappone, Corea del Sud, Giordania, Nuova Zelanda, Argentina, Bahrayn, Filippine, Thailandia, Quwayt, Marocco, Pakistan, Afghanistan e Tunisia. Taiwan “sarà trattato come se fosse un alleato importante non NATO“. Lo status conferisce una serie di vantaggi militari e finanziari altrimenti sono ottenibili dai Paesi non NATO. La richiesta dell’Ucraina è stata ignorata. Ora è evidente che gli Stati Uniti non la considerano abbastanza importante da darle qualsiasi tipo di aiuto militare o economico Kiev non è in cima alle priorità della politica estera statunitense. Trump ha bisogno di risultati nella lotta al fondamentalismo islamico, la situazione in Donbas non ha alcuna relazione con le presidenziali, mentre gli eventi in Medio Oriente sì. Si ricordino gli enormi accordi sulle armi del presidente degli Stati Uniti appena firmati con l’Arabia Saudita, e i piani sulla “NATO araba”? In confronto, l’alleanza con l’Ucraina comporta dolori e non benefici. Anche se non fosse così, corruzione e assenza di riforme mettono in dubbio l’efficacia di qualsiasi aiuto al Paese. Non è un caso che Trump proponga di tagliare gli aiuti dell’USAID all’Ucraina del 68,8%. Secondo Transparency International, “l’Ucraina perde l’ultima occasione per dimostrare l’efficienza del suo programma anticorruzione. Al contrario, l’impunità dei funzionari corrotti del precedente regime e la pressione politica sulle istituzioni anticorruzione appena sviluppate, sono una grave preoccupazione per la comunità internazionale”.
Gli Stati Uniti sembrano aver attraversato il Rubicone nel rapporto con il partner. Altri membri della NATO hanno dato un aiuto molto limitato, principalmente inviando qualche attrezzatura ausiliaria. La Lituania è l’unico membro a consegnare armi, ma non può offrire molto praticamente. L’Ucraina non riesce ad ottenere sostanziali aiuti militari ed economici nella tipica forma da Stati Uniti e occidente. È in disgrazia ed è inaffidabile, e ciò confermato dal fatto che Kiev affronta gravi ostacoli nell’ottenimento dei prestiti dal FMI. Essere ostili alla Russia non basta per continuare ad essere il giocattolo preferito dall’occidente, e non poteva durare per sempre. L’occidente si stanca dell’Ucraina e dei suoi infiniti problemi quando Kiev non ha sollevato un dito per risolverli in tanti anni. La decisione statunitense di eliminarla dagli aiuti gratuiti è un avvertimento molto serio. Kiev deve riesaminare urgentemente le proprie politiche nazionali ed estere o affrontarne le conseguenze.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia punta su Hezbollah per l’offensiva della Siria ad est

La Siria orientale attende la liberazione dallo SIIL, facendo dell’efficiente milizia una risorsa preziosa
Elijah J. Magnier, al-RaiRussia Insider 22 maggio 2017Ci sono state ampie affermazioni secondo cui la Russia avrebbe chiesto ad Hezbollah libanese di lasciare il territorio siriano, una speculazione nata dall’annuncio del Segretario generale di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah sul ritiro di suoi uomini dal confine libanese, ad eccezione della periferia di Arsal. Nasrallah ha chiesto all’esercito libanese di riempire il vuoto dal lato libanese (Hezbollah non si allontana dal lato siriano) spingendo certi media ed analisti a concludere che Mosca non vuole che Hezbollah rimanga nel Levante. È vero? Il confine tra Libano e Siria, controllato da Hezbollah ed Esercito arabo siriano, è sorvegliato da Israele perché rappresenta la nuova base di Hezbollah: ne ospita le forze di élite al-Ridwan, i silo dei missili strategici nelle montagne e le grotte fortificate lungo il confine di 130 chilometri. L’area era un pesante onere per l’apparato militare di Hezbollah, costringendolo a creare nuove strade, fortificare decine di siti e trovare nelle montagne un riparo adeguato per i missili strategici M600 e la nuova versione al-Fatah. Inoltre, Hezbollah opera nella zona negli ultimi 3 anni, per tutta l’estate e l’inverno anche su picchi di 2500 metri, un significativo drenaggio del budget. Più di 500 terroristi di al-Qaida si erano infiltrati nell’area, oltre alla presenza dello SIIL, spingendo Hezbollah a schierarvi almeno 5000 combattenti. Inoltre, Hezbollah usa droni e tende decine di agguati e di IED per cacciare i nemici e controllare una zona geografica notevolmente difficile. Dopo anni di guerra, Hezbollah è riuscito a controllare gran parte della regione: ciò significa che al-Qaida, SIIL e terroristi rimarranno senza vantaggi militari se decidessero di rimanere nella zona.
Quando la maggior parte delle aree siriane al confine con il Libano, soprattutto Qalamun e Zabadani, si sono accordate con la leadership siriana a Damasco e dopo l’accordo, i ribelli decidevano, sotto gli auspici di Russia, Turchia e Iran, di “smettere di combattere e lasciare l’area (chi voleva andare ad Idlib, mentre molti siriani preferivano rimanere nelle loro città), non è più possibile ai jihadisti continuare a combattere. Ciò coincide con la richiesta di Mosca alla leadership di Hezbollah di aumentare le forze Ridwan e avanzare nella steppa siriana: ciò fu possibile ad Hezbollah dopo la fine delle operazioni al confine. L’attività militare di Hezbollah sulla catena orientale era difficile e dolorosa. Vi sono stati investimenti enormi per consentire agli uomini di operare e combattere nella zona. Oggi, tuttavia, la minaccia è quasi scomparsa. La maggior parte delle forze di Hezbollah si sposta all’interno della Siria. Le forze Ridwan, insieme a centinaia di forze speciali russe e dell’Esercito arabo siriano ed alleate ora combattono per liberare i campi petroliferi e fermare il piano anglo-statunitense-giordano per creare una “zona tampone” dai territori di Suwayda e Dara al confine iracheno, e a Dayr al-Zur da Tadmur a Suqanah. È chiaro che gli Stati Uniti, che sostengono le “forze democratiche siriane” (SDF) costituite da curdi e tribù arabe sotto la loro direzione nel nord-est della Siria, non sono ancora pronti a guidarli verso Dayr al-Zur assediata dallo SIIL, che va sgretolandosi in Iraq e Siria, ma non è ancora debole nella provincia di Dayr al-Zur, specialmente nella Badiyah siriana (steppa). Russia, Damasco ed alleati si dirigono verso Dayr al-Zur, indipendentemente dal piano di Stati Uniti e loro agenti per controllare la steppa siriana e Dayr al-Zur (che ospita numerosi ufficiali e soldati dell’Esercito arabo siriano e delle forze speciali di Hezbollah). Inoltre, Damasco ha inviato un segnale chiaro ad Amman, la minaccia di ritenere le forze giordane nemiche se entrano nel territorio siriano per sostenere gli USA e i loro agenti. Questa minaccia chiara e diretta ha fermato l’avanzata anglo-statunitense-giordana mettendoli in una posizione precaria verso Damasco.
Le Forze Speciali Ridwan di Hezbollah avanzavano combattendo a Dayr al-Zur, al-Suqana, Raqqa e Dara liberandone le aree, ma soprattutto rovinando i piani statunitensi per occupare il nord-est della Siria. Le forze e i generali russi osservano attentamente le battaglie siriane, in particolare quelle di Hezbollah. Gli ufficiali russi traggono lezioni sull’efficienza delle forze speciali Ridwan e dalla qualità ed efficacia delle armi e tattiche utilizzate, specialmente data l’esperienza accumulata da Hezbollah nella lunga guerra contro Israele e le guerre in Siria dove affronta forze che seguivano metodi e ideologie sviluppati. La Russia non ha mai avuto conflitti del genere, quindi c’è grande interesse, espresso dalla forte presenza di esperti su tutti i fronti, non solo per avere il sostegno aereo e partecipare ai combattimenti, ma anche per analizzarli. Hezbollah è riuscito a cambiare la situazione in Siria insieme alle forze aeree russe e siriane ed ha combattuto numerose battaglie importanti, come ad Aleppo, Homs, Hama, al confine siriano-libanese ( Qalamun e Zabadani), Qusayr, presso Lataqia e vicino Damasco, a Qabun, Barzah, Wadi al-Barada e Madaya. Poiché la fine delle operazioni militari sul confine siriano-libanese è vicina, Hezbollah invia più di 20000 soldati su altri fronti interni e strategici. Anche i fronti presso Damasco e Zabadani hanno permesso a più di 10000 truppe siriane di essere inviate in zone “più calde”. Le fonti legate ai dirigenti in Siria hanno confermato che Hezbollah amplia le forze in Siria raggiungendo dimensioni senza precedenti, sostenute da grandi linee logistiche al fianco della forza di prima linea. Sono stati preparati piani militari significativi per il prossimo Ramadan, per porre fine alla presenza di al-Qaida e SIIL ad Arsal. Questi terroristi potranno andarsene ad Idlib o combatteranno fino alla fine sul confine siriano-libanese, zona esclusa dai negoziati di Astana. Se Hezbollah si ritirerà dal confine libanese, non lascerà il confine siriano dove ha stabilito posizioni, centri di addestramento e siti per le armi in vista di una prossima guerra con Israele. La Siria è direttamente coinvolta in questo particolare conflitto tra Hezbollah e Israele. Hezbollah ha anche introdotto il concetto ideologico di “resistenza siriana”, diventando una realtà che Israele troverà difficile ignorare quando finirà la guerra in Siria.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora