Il ritorno del Sol Levante. La nuova ascesa militare del Giappone

Del giornalista di Le Monde e docente in varie università di Parigi Edouard Pflimlin, il libro è dedicato a ciò che ha chiama “Nuova ascesa militare del Giappone”.
Edouard Pflimlin, Parigi, Ellipses, 2010, p. 222, € 19,50

Stéphane Mantoux, Clio, 1 novembre 2010

29053808_6654026La politica della Difesa del Giappone dopo la capitolazione del 1945 si basa su una premessa del tutto opposta a quella che prevalse nel periodo precedente. All’espansionismo militare aggressivo con cui il Giappone cercava materie prime e aree necessarie per il suo sviluppo, seguì una posizione difensiva, quando la conquista avviene attraverso il soft power, cioè nel campo economico e culturale. La Difesa era il cuore della politica giapponese tra il 1931 e il 1945, ma divenne secondaria nel Giappone post-bellico. La società degli anni ’30 era in gran parte controllata dai militari: l’esercito post-seconda guerra mondiale è strettamente controllato dal potere civile, in un mondo dove il pacifismo prevale. Da nemici implacabili fino alla resa del 2 settembre 1945, gli Stati Uniti divennero all’improvviso alleati importanti e indispensabili dell’Impero del Sol Levante Tali fattori sembrano quindi indurre una profonda frattura tra la politica della Difesa giapponese prima del 1945 e quella dopo. Ma guardando più da vicino, vi sono alcune continuità. La presenza principale è l’imperativo della sopravvivenza del Giappone: un territorio in posizione strategica ma senza profondità strategica per la difesa. Inoltre: la presenza di una vasta popolazione su una piccola area ne provoca la forte dipendenza dall’estero (di alimentari immediatamente dopo il 1945, per esempio, oggi dal petrolio). Per garantirne la sopravvivenza, riducendo al minimo costi e rischi della difesa, il Giappone scelse dal 1945 di sviluppare forze limitate nascondesi sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti. Da qui l’autore cerca di rispondere alle seguenti domande: qual è il livello delle forze di difesa? Che ruolo giocano? Il Giappone è in un processo di rimilitarizzazione?Scagliona le risposte in ordine cronologico, corrispondenti alle quattro fasi che secondo lui la politica della Difesa del Giappone ha attraversato dal 1945.
“La rinascita dell’esercito sotto l’ombrello statunitense (1945-1960)”: paradossalmente, infatti, gli statunitensi avviarono la smilitarizzare il Giappone, della sua società e del suo quadro politico. L’articolo 9 della nuova costituzione del Paese, adottata nel 1946-1947, il Giappone vieta l’uso della guerra per risolvere le controversie internazionali. Ma ben presto, con l’ascesa di ciò che sarebbe diventata la guerra fredda, gli statunitensi furono costretti a riconsiderare tale politica. E lo scoppio della Guerra di Corea il 25 giugno 1950 decise che gli Stati Uniti iniziassero il riarmo giapponese. La Polizia della Riserva Nazionale fu creata, base per la formazione del nuovo esercito. Nel 1951, il Giappone firmò un trattato di sicurezza con gli Stati Uniti mitigando le disposizioni dell’articolo 9 della Costituzione. Una legge sull’Agenzia di Sicurezza Nazionale fu adottata nel 1952 stabilendo il quadro per le nuove forze armate, ufficialmente create nel 1954 come Forze di Autodifesa (SDF) strettamente controllate dal potere politico civile. I due pilastri della difesa giapponese sono l’alleanza con gli USA, forte del nuovo trattato del 1960 che impegnava di più gli Stati Uniti nella difesa del Giappone, e le SDF che già contavano più di 200000 uomini.
“SDF e sviluppo ed evoluzione dei concetti della difesa (1960-1976)”: il Giappone iniziò poi una politica di riarmo delle SDF con materiale conseguente, sempre più sofisticato. Tuttavia, le quote di effettivi per le varie armi delle SDF non furono mai completate: si era a corto di personale. Lo sforzo per la difesa rispetto alla ricchezza nazionale era modesto, ben al di sotto ad esempio della Repubblica federale tedesca, un’altra sconfitta nel 1945. L’industria delle armi rinacque timidamente e principalmente all’inizio produceva equipaggiamenti degli Stati Uniti su licenza, prima di iniziare a sviluppare prodotti originali. Ma l’industria restava marginale nell’economia giapponese. Il ruolo delle SDF fu all’inizio resistere il più a lungo possibile contro una possibile invasione (ritenuta sovietica o cinese) in attesa dei rinforzi degli USA. Le forze di terra furono concentrate sull’isola di Hokkaido, ritenuta la più esposta. Con il cambiamento di strategia degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, il Giappone ne fu interessato dovendo contare meno sulla potenza statunitense e mutando politica di difesa. I documenti ufficiali sottolineano di più la ricerca di un’autonomia militare e la protezione delle rotte marittime, non interessate dal trattato con gli Stati Uniti. Con la graduale parità militare raggiunta tra le superpotenze negli anni ’70, il Giappone adottò un programma di difesa nel 1976 che, per la prima volta, previde di respingere più a lungo aggressioni esterne. L’obiettivo delle SDF in quel contesto era acquistare prodotti più efficienti per sostenere una difesa maggiore in caso di conflitto. Con la ratifica del Trattato di non proliferazione nucleare, nello stesso anno, il Giappone escluse dal quadro le armi atomiche.
“Le contrastate ambizioni all’indipendenza (1976-1992)”, si criticò il sistema di difesa giapponese, mentre le minacce estere divennero più chiare assieme alle richieste degli Stati Uniti al Giappone di sostenere ulteriormente la propria difesa. Le critiche interne erano dovute ai vertici delle SDF che consideravano le proprie forze inadeguate a respingere un attacco sovietico. E tanto più che il sistema sovietico nel Pacifico migliorava notevolmente tra la fine degli anni ’70 e la caduta dell’URSS; inoltre, l’arrivo nel 1976 di un pilota sovietico disertore a bordo di un MiG-25 Foxbat, senza precedenti per gli occidentali, su un aeroporto in Giappone, evidenziò i difetti nella difesa aerea del Paese. Su questi problemi, in particolare l’aspetto concreto della minaccia sovietica, i giapponesi mutarono opinione fino a poco prima indifferenti od ostili alla difesa e al ruolo delle SDF. Tutti i partiti politici, tranne il partito comunista, riconobbero la necessità delle SDF e del trattato con gli Stati Uniti. Il Giappone, su richiesta dell’amministrazione Reagan, aumentò l’impegno finanziario per la difesa e iniziò una politica d'”internazionalizzazione” per sottolineare i suoi legami con il campo occidentale (supporto agli Stati Uniti durante la crisi dei missili europei per esempio, nel 1983). Il Paese supportò anche il trasferimento di tecnologia a favore degli Stati Uniti in campo militare. Questa ascesa militare del Giappone avviene tra tensioni per l’aumento delle forze sovietiche, loro miglioramento nel Pacifico e per il contenzioso sulle isole Curili occupate dal 1945 dall’URSS. Due altre minacce crebbero nel ’80: la Cina che cominciava la politica di apertura economica e una timida modernizzazione militare, e in particolare la Corea democratica che cercava di sviluppare armi atomiche. Nel 1991, il bilancio della difesa giapponese salì al 6 posto nel mondo, ma rimase relativamente piccolo rispetto alla ricchezza del Paese. L’esercito giapponese rimane di piccole dimensioni e non ha alcuna vera forza a causa delle limitazioni imposte. Il concetto di autodifesa, però, fu rivisto soprattutto nel campo aeronavale, rispondendo alle nuove esigenze del momento. Inoltre, il Giappone affrontava gli Stati Uniti, negli anni ’80, con una competizione economica, per non parlare della rinascita del nazionalismo giapponese che si manifestava con dichiarazioni controverse sul recente passato e in alcuni libri di testo. Parte dei giapponesi riteneva giusta anche una maggiore autonomia dall’alleato statunitense. Gli Stati Uniti, in risposta, bloccarono qualsiasi tentativo dei giapponesi di sviluppare una troppo sofisticata tecnologia militare, così da mantenerne la dipendenza dai trasferimenti tecnologici o di materiale. Il Giappone diventa una potenza economica mondiale, anche se difficilmente vuole uscire dal sistema di difesa tradizionale imposto nel 1945: la partecipazione non effettiva alla guerra del Golfo fu fortemente criticata dagli Stati Uniti. Perciò il Giappone permise ai suoi soldati di contribuire alle missioni di pace delle Nazioni Unite nel giugno 1992. L’alleanza con gli Stati Uniti continua, ma in un contesto diverso, con la fine della guerra fredda e la caduta dell’URSS.
“Un esercito più internazionalizzato e più attivo (1992-2010)”, i soldati giapponesi furono coinvolti in alcune missioni delle Nazioni Unite (Cambogia, Timor Est), ma ciò rimase trascurabile. Tuttavia, il Giappone entrò nella guerra al terrorismo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001: la flotta giapponese e una parte dell’aeronautica fornirono supporto logistico alle operazioni in Afghanistan, assai controverse nel Paese. Un contingente di diverse centinaia di uomini fu poi schierato in Iraq tra il 2004 e il 2007, prima di essere ritirato. Questi impegni dimostrano che il Giappone cerca di dare esperienza operativa alle SDF, integrandole di più nel sistema di comando degli Stati Uniti. Lo tsunami del 2004 nel Sud-Est asiatico vide l’intervento delle SDF con una missione non militare. Tali operazioni almeno inizialmente ebbero il sostegno dell’opinione pubblica. Una forza di reazione rapida venne creata nel marzo 2007 per affrontare qualsiasi evenienza. Il Giappone rafforzava anche i legami con gli Stati Uniti per contrastare la minaccia immediata, la Corea democratica con armi nucleari e che effettuava lanci missilistici regolari o incursioni navali nelle acque giapponesi. Un’altra minaccia crescente era quella della Cina, con cui le rivendicazioni sulla ZEE sono molto vivaci, mentre la Russia riapparve a nord del territorio giapponese. Il Giappone è ancora un’importante base degli USA nel Pacifico e collabora strettamente con essi nella difesa missilistica: aveva già partecipato alle “Star Wars” dell’amministrazione Reagan. Ma aveva anche sviluppato stretti legami con altri Paesi della regione del Pacifico come l’Australia.
siberie_chine_japon “Rimilitarizzazione” parziale e limitata da numerosi vincoli: Quali sono le recenti tendenze della difesa giapponese? Le SDF sono state modernizzate, hanno equipaggiamenti sempre più migliorati, sviluppano forze di proiezione e creano unità adattate alla difesa contemporanea (forze speciali, dispositivi contro minacce terroristiche, protezioni NBC, ecc). Il Giappone quindi rientra nella “rivoluzione negli affari militari” sostenuta da alcuni negli Stati Uniti. La minaccia coreana spinge a chiedere altri equipaggiamenti offensivi, anche se il Giappone mostra capacità di risposta a lungo raggio partecipando alla task force della lotta alla pirateria somala (aprile 2009). Un contingente delle SDF ha partecipato anche alle operazioni di soccorso del terremoto di Haiti (gennaio 2010). Tuttavia, il pubblico giapponese rimane ostile al dispiegamento di truppe nelle zone di guerra. Eppure la difesa giapponese cambia con la creazione di un vero ministero nel 2006 sostituendo l’Agenzia della Sicurezza Nazionale, segnando la fine del controllo dei civili sui militari. Il Giappone cerca anche di distinguersi dagli Stati Uniti e cerca un’alleanza più equilibrata: la questione del mantenimento delle basi degli Stati Uniti sul suolo giapponese, soprattutto ad Okinawa, resta molto sensibile anche se il Paese ha terminato l’appoggio logistico alla coalizione in Afghanistan nel gennaio 2010. Tuttavia, contribuisce finanziariamente, in un altro modo, a ricostruire il Paese. Ma il Giappone inoltre sviluppa propri satelliti per liberarsi dalla dipendenza degli Stati Uniti. Tuttavia, diversi fattori limitano la ricerca dell’autonomia: la posizione geografica del Giappone, le tensioni con la Russia per le isole Curili e quelle sulle acque territoriali con la Corea del Sud e la Cina. Inoltre, l’opinione giapponese verso la difesa è in continua evoluzione, come sul nucleare, in particolare dopo il test della Corea democratica nel 2006. Ma l’arrivo di un governo alternativo nel 2009 con la vittoria del Partito Democratico ha ristretto il bilancio delle SDF: la difesa non è la priorità dell’allora nuovo governo. L’articolo 9 della Costituzione ostacola lo sviluppo delle SDF e la loro missione, ed è improbabile che sia rivisto anche se c’è il problema dell’invecchiamento della popolazione giapponese, un altro vincolo per le dimensioni delle Forze Armate del Paese. Il Giappone dovrebbe mantenere l’alleanza con gli USA per affrontare le sfide.
In conclusione, l’autore sottolinea che il Giappone ha rafforzato il potenziale militare, ma è ancora lungi dall’essere una potenza militare, limitata da vincoli istituzionali, politici, economici, ecc. Il termine “militarizzazione” del Giappone si presta a discussioni, come è chiaro. L’alleanza degli Stati Uniti rimane di vitale importanza per il Paese, ma non impedisce che venga messo in discussione. Un’inversione delle alleanze verso la Cina, con cui il Giappone condivide interessi comuni, non è esclusa, secondo alcuni specialisti.
L’analisi è solida ma si basa principalmente su fonti grezze, documenti ufficiali, atti normativi o dichiarazioni politiche: A volte, la storia soffre perché la lettura di tali commenti può essere ridondante. Se ci sono numerose tabelle statistiche, dispiace non vedere mappe nel libro, mentre il soggetto lo richiede. Alcuni aspetti, come ad esempio i materiali utilizzati dall’esercito giapponese, meritano maggiore studio. In ultima analisi, è un libro introduttivo che richiedere l’integrazione da letture supplementari, che non mancano (in francese) essendo molte altre opere pubblicate negli ultimi due anni sullo stesso tema. Si noti inoltre che l’editore non ha fatto alcuno sforzo speciale editoriale e di correzione delle bozze (molti errori di ortografia e di battitura, ecc): è un peccato, perché ne danneggia la qualità complessiva.Flag_of_JSDF(20070408)Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La futura blitzkrieg della NATO contro la Russia: La Battaglia per la supremazia aerea

Valentin Vasilescu, Katehon, 10/05/20161030841619Gli investimenti del Pentagono si limitano alle armi offensive progettate per l’invasione di altri Paesi. Per esempio, chi ha bisogno di aerei stealth per difendere il proprio territorio? Washington è l’unica proprietaria di portaerei nucleari scortate da decine di incrociatori, cacciatorpediniere, navi d’assalto anfibio e sottomarini d’attacco nucleare in grado di attaccare qualsiasi punto del globo. Gli Stati Uniti dispongono anche di una flotta di oltre 500 aerei cargo pesanti specificamente progettati per il trasporto di divisioni corazzate a decine di migliaia di chilometri dal continente americano. La Russia, circondata da basi della NATO, è vista da Washington come un enorme bottino dato il vasto territorio sul quale il 60% delle risorse minerarie della Terra, acqua potabile, terreni agricoli e foreste si trovano. Dal crollo dell’URSS, quando gli Stati Uniti rimasero l’unica superpotenza del mondo, nacque il modulo con cui Washington propone l’invasione militare di un altro Paese. In primo luogo si crea una psicosi tra l’opinione pubblica secondo cui il Paese bersaglio è sul punto di attaccare e occupare i vicini. Quando in realtà l’esercito statunitense invade il Paese bersaglio, il processo di guerra psicologica viene condotto intensamente dai media asserviti, che presentano l’aggressione militare degli USA volta ad eliminare la minaccia di uno Stato che minaccia i vicini. Per gli Stati Uniti, in realtà la “guerra fredda” non è mai finita, e negli ultimi due anni hanno innescato una guerra psicologica contro la Russia obbligando l’UE e altri Stati vassalli ad imporle sanzioni economiche. Per impedire che l’influenza russa si espanda dopo il successo in Siria, gli Stati Uniti devono accelerare i preparativi per attaccare la Russia. Eppure Barack Obama, anatra zoppa, non può decidere nulla e si presume che il prossimo presidente degli Stati Uniti deciderà.

Dove attaccherebbero gli Stati Uniti?
Gli Stati Uniti non pensano a uno sbarco nell’Estremo Oriente della Russia. Invece, proprio come Napoleone o Hitler, intendono occupare la capitale strategica della Russia, Mosca. Il piano iniziale era che l'”euromaidan” degli Stati Uniti includesse l’Ucraina nella loro sfera d’influenza e che le basi navali russe in Crimea passassero alla Marina degli Stati Uniti e l’Ucraina divenisse membro della NATO. L’invasione della Russia fu fissata dal territorio dell’Ucraina. Avrebbe preso in considerazione Lugansk, ad esempio, a soli 600 km da Mosca. Il piano iniziale fu ribaltato dal referendum che decise la riunificazione della Crimea con la Russia e, successivamente, dalla guerra civile nel Donbas, impedendo agli statunitensi di lanciare qualsiasi aggressione militare contro la Russia dall’Ucraina. Pertanto, il piano degli Stati Uniti è stato rivisto e gli Stati baltici sono destinati ad essere la nuova zona di partenza dell’offensiva. Perciò gli Stati Uniti fanno ultimamente pressione su Svezia e Finlandia per aderire alla NATO, il cui territorio potrebbe essere utilizzato per le manovre contro la Russia. Mosca è a soli 600 km dal confine con la Lettonia e non è protetta da eventuali barriere naturali che ostacolerebbero qualsiasi invasione da un punto di vista militare. Presumibilmente per “scoraggiare” la Russia, il Pentagono ha ampliato la spesa militare con la campagna anti-russa nei Paesi europei confinanti Russia. Gli Stati Uniti hanno anche schierato l’ennesima brigata corazzata negli Stati baltici e in Polonia, violando così l’Atto istitutivo del trattato Russia-NATO del 1997, oltre ad aumentare la flotta statunitense da 272 a 350 navi da guerra. Pertanto, il piano strategico del Pentagono potrebbe includere una blitzkrieg sotto il comando della NATO, con armi convenzionali, da Stati baltici e Polonia direttamente su Mosca. La sconfitta della Russia verrebbe seguita da un cambio della leadership politica rappresentata da Vladimir Putin e dal graduale ritiro delle forze, lasciando parti di territorio russo occupato da Lettonia, Estonia e Ucraina. Il confine occidentale della Russia passerebbe lungo la linea da San Pietroburgo a Velikij Novgorod, Kaluga, Tver e Volgograd. La rapida modernizzazione dell’esercito cinese, che può comportare seri problemi a Stati Uniti ed alleati nel Pacifico occidentale, spingerebbe il Pentagono a non schierare tutti i mezzi da combattimento disponibili in Europa. 1/3 delle forze militari statunitensi sarebbe tenuto in riserva nel caso di un attacco a sorpresa da parte della Cina.

Quale sarebbe la finestra temporale?
Qualsiasi invasione militare della Russia potrebbe avere successo per gli USA entro il 2018, dopo di che le possibilità di successo calano drammaticamente, data la perdita del Pentagono della superiorità tecnologica in molti settori rispetto all’esercito russo e alla possibilità che il conflitto diventi globale con l’uso di armi nucleari.12273747Ottenere la supremazia aerea
L’esercito russo si concentra sulla difesa. Ha intercettori ad alte prestazioni e sistemi missilistici antiaerei altamente mobili in grado di rilevare e distruggere gli aerei di 5.ta generazione degli USA. Pertanto, i militari degli Stati Uniti, sostenuti dalla NATO, non potranno avere la supremazia aerea. Con grande sforzo, potrebbero ottenere una superiorità aerea parziale per brevi periodi in alcune zone presso il confine con la Russia, con una striscia dalla profondità di 300 km. Per creare zone di volo sicure laddove i sistemi antiaerei russi sono attivi, gli statunitensi sarebbero costretti ad inviare una prima ondata d’attacco di 220 velivoli (15 bombardieri B-2, 45 F-35, 160 F-22A). Con due compartimenti aerodinamici, un B-2 può trasportare 16 bombe a guida laser GBU-31 (900 kg), 36 cluster bomb CBU-87 (430 kg) o 80 bombe GBU-38 (200 kg). I velivoli F-22A possono essere armati con 2 bombe JDAM (450 kg) o 8 bombe da 110 kg. Uno dei principali ostacoli sono i missili anti-radar AGM-88E degli statunitensi con un raggio d’azione di 140 km, troppo grandi per entrare nei vani di F-22A ed F-35 (lunghezza 4,1 m, coda di 1m) e se sono attaccati ai piloni subalari compromettono immediatamente l'”invisibilità” di questi aerei. Gli obiettivi predominanti della prima ondata sarebbero aeroporti e sistemi per le zone di esclusione A2/AD russi. Per l’F-22A, i rapporti del Pentagono mostrarono soddisfazione per i risultati dell’F-117 (primo velivolo di 5.ta generazione) nella prima campagna del Golfo e in Jugoslavia. Il Pentagono quindi originariamente ordinò 750 F-22A per sostituire l’F-16 dell’US Air Force, ma una volta che l’intelligence militare statunitense scoprì che la Russia aveva testato con successo il radar anti-stealth 96L6E contro l’F-117, il Pentagono ridusse l’ordine a 339 F-22A. Mentre gli statunitensi sviluppavano e testavano l’F-22A, i russi ne avevano già creato l’antidoto, cioè il sistema missilistico S-400 che utilizza apparecchiature di rilevamento a più componenti, come il 96L6E. In fine, solo 187 F-22A sono stati prodotti. A complicare il compito della difesa aerea russa, oltre ad affrontare gli aerei di 5.ta generazione vi sono 500-800 missili da crociera su navi e sottomarini statunitensi dispiegati nel Mar Baltico. Le possibilità che tali missili da crociera raggiungano i loro obiettivi sono piccole, avendo la Russia circa 250 caccia a lungo raggio MiG-31 in grado di raggiungere una velocità di Mach 2,83 (3500 km/h) specializzati nell’intercettare aerei AWACS E-3 Sentry e missili da crociera. I radar dei MiG-31 possono rilevare obiettivi a una distanza di 320 km e seguirne 24 contemporaneamente, 8 dei quali possono essere attaccati contemporaneamente con missili R-33/37 dalla gittata di 300 km e Mach 6 di velocità. Allo stesso tempo, F-18, F-15E, B-52 e B-1B degli Stati Uniti possono lanciare, senza avvicinarsi al confine con la Russia (anche senza entrare nel raggio d’azione dei missili S-400), mini missili da crociera AGM-154 o AGM-158 con raggio d’azione tra i 110 e i 1000 km. Possono colpire le navi da guerra della Flotta del Baltico e le batterie dei missili superficie-superficie 9K720 Iskander (gittata 500 km) e OTR-21 Tochka (gittata 180 km). Nel migliore dei casi, l’efficacia di tale prima ondata potrebbe neutralizzare il 30% della rete dei radar di sorveglianza aerea della Russia, il 30% dei battaglioni S-300 e S-400 schierati tra Mosca e il confine con i Paesi baltici, il 40% dei sistemi C4I automatizzati (particolarmente i componenti per il disturbo radar), nonché aeroporti bloccando 200 aerei ed elicotteri, danneggiando così il sistema di gestione operativa russo, ecc. Tuttavia, le perdite previste da statunitensi ed alleati possono raggiungere il 60-70% di aerei e missili da crociera entrati nello spazio aereo russo nella prima ondata.

Ma qual è il maggiore ostacolo alla conquista della supremazia aerea?
Intorno alle città di San Pietroburgo e Kaliningrad, i russi hanno creato due sistemi C4I automatizzati (dotati di comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence e interoperabilità automatici) avendo la supremazia per impedire la guerra radio-elettronica condotta dai sistemi di sorveglianza terrestri, aerei e cosmici statunitensi. Tra gli altri, l’equipaggiamento C4I comprende i SIGINT e COMINT Krasukha-4 (che può intercettare tutte le reti di comunicazione). Il Krasukha-4 può anche impedire la sorveglianza radar dei satelliti militari Lacrosse e Onyx statunitensi, dai radar installati negli Stati limitrofi o montati sugli aerei da ricognizione statunitensi AWACS, E-8C, RC-135 e sui velivoli senza equipaggio Northrop Grumman RQ-4 Global Hawk. L’esercito russo è dotato di sistemi di disturbo dei sensori optronici dei sistemi di guida laser, GPS ed infrarossi di bombe e missili del nemico. Tali sistemi sono relativamente poco numerosi, ma possono impedire importanti obiettivi al nemico. La diffusione dei sistemi C4I russi permette anche la creazione di due zone di esclusione (area anti-accesso/d’interdizione A2/AD), impenetrabili alle forze della NATO. Inoltre, i C4I sono integrati in due battaglioni con missili antiaerei a lungo raggio S-400 e a diverse batterie mobili di sistemi a corto raggio Tor-M2 e Pantsir-2M. Per impedire l’invasione occidentale, la Russia avrebbe iniziato a sviluppare l’integrazione dei sistemi automatizzati C4I, EW e A2/AD da San Pietroburgo al confine con gli Stati baltici alla regione di Kaliningrad. Il sistema S-400 può seguire ed attaccare 80 bersagli aerei dalla velocità di 17000 km/h a una distanza di 400 km, utilizzando le informazioni da radar e sensori satellitari multispettrali. La Russia dispone di 20-25 battaglioni con 8×40 sistemi di lancio ciascuno per missili S-400 (circa 180 installazioni di lancio di S-400). Otto battaglioni S-400 si trovano intorno a Mosca e uno in Siria. La Russia potrebbe portare gli altri battaglioni di S-400 al confine con gli Stati baltici o posizionarli in Bielorussia con 130 battaglioni di S-300 dotati di 1100 installazioni di lancio di S-300 (dalla gittata di 200 km) che, anche se più vecchi rispetto agli S-400, sono resistenti alle interferenze, e pososno essere aggiornato allo standard PMU-1/2 equipaggiandoli con il radar 96L6E. L’S-500, un modello più avanzato dell’S-400, è in fase di test e inizierà ad entrare nell’esercito russo nel 2017. Per via delle numerose ed assai efficienti attrezzature SIGINT e COMINT, anti-radar, anti-optronico e anti-GPS della Russia, la NATO non potrà avere la supremazia nelle guerre radio-elettroniche. Va ricordato come i sistemi automatizzati C4I, EW e A2/AD della Russia in Siria hanno impedito alla coalizione anti-SIIL degli USA di scoprire quali obiettivi dei terroristi sarebbero stati attaccati dai bombardieri russi. Nel caso di un attacco della NATO alla Russia, nella prima ondata gli Stati Uniti colpirebbero il 60 – 70% di obiettivi falsi sul territorio russo. I velivoli di disturbo EF-18 e le navi dell’US Navy di stanza nel Mar Baltico proteggerebbero la successiva ondata di attacchi aerei degli Stati Uniti. Ma per via della debole supremazia aerea dalla prima ondata, i successivi attacchi della NATO sarebbero caratterizzati da perdite sempre più pesanti. La forza aerea statunitense è composta da 5000 aerei ed elicotteri appartenenti ad Air Force, Navy e Marines che sarebbero affiancati dai 1500 aeromobili degli alleati della NATO.С-400_«Триумф»Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Per decenni i caccia russi hanno contrastato gli aerei-spia statunitensi

L’Aeronautica russa ha affinato l’abilità nell’intercettare gli aerei-spia degli Stati Uniti per decenni ma gli statunitensi cercano di sondare le difese della Russia
Vladimir Tuchkov Svobodnaja Pressa, 10/5/2016 – Russia InsiderSu-27-RAF-Typhoon-newRecentemente, notizie su caccia russi che intercettano aerei statunitensi sono apparse regolarmente assieme alle informazioni sui preparativi per la sfilata Giorno della Vittoria. Il 14 aprile, un Su-27 intercettava un aereo-spia RC-135 statunitense sul Mar Baltico. Ai generali statunitensi la cosa non era piaciuta sostenendo che il pilota russo aveva agito scorrettamente minacciando la sicurezza dei piloti statunitensi che avevano cambiato rotta per timore della propria sicurezza. Il 21 aprile, un aviogetto MiG-31 intercettava un pattugliatore marittimo dell’US Navy P-8 nei pressi della Kamchatka. Questa volta i militari statunitensi espressero soddisfazione per le azioni del pilota russo, dichiarando che si era comportato in modo corretto. Tali incidenti sono sempre più frequenti col deterioramento delle relazioni russo-statunitensi. Allo stesso tempo, l’occidente per tradizione accusa i russi di manovre pericolose. In altre parole, sono dalla parte sbagliata dato che queste intercettazioni sono una reazione ad azioni non molto amichevoli dell’aviazione della NATO, che ha intensificato i voli di ricognizione nello spazio aereo vicino ai confini russi. Se non vengono respinti, gli aerei spia potrebbero sconfinare nel nostro spazio aereo. Allo stesso tempo, la manovra che il Pentagono ha definito ‘pericolosa’ non è solo efficace ma è anche l’unico mezzo per forzare l’intruso che si avvicina alla nostra frontiera ad invertire la rotta. Naturalmente più si avvicinano, più emozioni subiranno i piloti statunitensi, non affrontando tali mancanza di rispetto ed ostilità alla loro arroganza in questo secolo da qualsiasi altro potenziale nemico. Così, a metà del 2014 sul Mar Baltico, il pilota di un Su-27 si avvicinò ad un RC-135, un aereo difficile da pilotare, a circa 8 metri. Il pilota statunitense ne fu così spaventato che s’intrufolò nello spazio aereo della Svezia! Fortunatamente la Svezia fu più amichevole.is-kaires-rusu-naikintuvas-su-27-ir-jav-zvalgybos-orlaivis-rc-135-71014242Intercettazione aerea
Usando una terminologia precisa, tutto questo non ha nulla a che fare con l’intercettazione, essendo mera dimostrazione di intenzioni e capacità. L’intercettazione è un compito della difesa aerea volto a distruggere il bersaglio o a costringerlo ad atterrare. La sequenza operativa è la seguente. Stazioni di radiolocalizzazione rilevano un bersaglio, ne calcolano coordinate, distanza, velocità, direzione e poi identificano la rotta. Un comando per lanciare un missile della difesa aerea viene emanato, o decolla un intercettore conoscendo la velocità e rotta del volo. Questo si chiama guida degli intercettori. Seguendo le istruzioni da terra, l’intercettatore avvicina il bersaglio su un certo punto della rotta a distanza d’attacco. Occupa la posizione più comoda per un attacco e spara al bersaglio o vi lancia un missile. Parlando di atterraggi forzati, il caccia che spara colpi di avvertimento dimostra la serietà delle intenzioni. Il lancio di un missile di avvertimento è impossibile perché il missile ha un sistema di puntamento. Il caccia-intercettore ha i requisiti più elevati per velocità e quota, volti al dominio dell’aria e affronta gli aerei-spia che di solito volano ad alta velocità e ad alta quota (l’RC-135 in questione è uno di essi). L’intercettore sovietico MiG-25 è ancora operativo nei Paesi del Terzo Mondo, come l’Ucraina; ha una velocità di 3000 km/h e una quota massima di 27000 m. Fu operativo nel 1970-2012 ed era armato con 4 missili. Il Su-27, con una velocità e quota più modeste (2500 km/h e 18500 m) trasporta più armi. In primo luogo, ha un cannone che il MiG-25 non aveva. In secondo luogo, perché ha 10 piloni? Perché appartiene alla classe dei caccia pesanti. Infine, vi è senza dubbio il migliore intercettore del mondo, il MiG-31, poi modificato come MiG-31BM. Nonostante sia operativo dal 1981, con un nuovo sistema radar e di controllo armamento ora appartiene alla 4.ta++ generazione. L’aereo ha un cannone ed è dotato di 8 missili a corto, medio raggio e lungo raggio (300 km) in diverse combinazioni. Il MiG-31BM può distruggere non solo qualsiasi aereo, ma anche missili da crociera. La velocità massima è di 3000 km/h, la quota è di 29000 m e la quota operativa di 20600 m.MIG19flamesRB47Rivali
A metà degli anni ’50, il Boeing RB-47 Stratojet ‘brillava’ nei cieli. Aveva velocità subsonica e una quota di 13000 m, ma grande potenza. Aveva in coda 2 cannoni e aveva una capacità di sopravvivenza considerevole. Grazie a un grande carico (11 tonnellate), trasportava una grande quantità di materiale spionistico operato da tre ufficiali. Nel 1954, 6 caccia sovietici MiG-17 non poterono fare nulla contro l’aereo statunitense nei pressi della penisola di Kola. Quell’anno tre ulteriori intrusioni nello spazio aereo sovietico andarono impunite. Tuttavia, dal 1955 l’US Air Force diede l’addio a un aereo-spia abbattuto quasi ogni anno. Il più impressionante fu l’intercettazione del Capitano Vasilj Amvrosievich Poljakov nel 1960 sulla penisola di Kola con un MiG-19. Dopo che Poljakov riferì al comando di aver identificato visivamente tipo e origine dell’aereo, ebbe l’ordine di fare atterrare l’intruso. Il pilota dell’RB-47 William Palm non obbedì al segnale: ‘Attenzione! Seguimi’. Poi ci fu l’ordine di abbattere il bersaglio. Dato che Poljakov era ad una distanza di 30 metri dall’aereo statunitense, gli fu impossibile usare i razzi, e sparò una serie di raffiche con il cannone da 30 mm. Due motori dell’aereo-spia presero fuoco, e cominciò a perdere quota. Tre aviatori si lanciarono dall’aereo con paracadute e zattere gonfiabili. Il comandante morì congelato in mare. Gli altri due membri dell’equipaggio furono raccolti dal peschereccio Tobolsk. I tre operatori da ricognizione non lasciarono l’aereo per qualche motivo sconosciuto e affondarono con esso.
Nel 1956, apparve l’aereo-spia Lockheed U-2, ancora tra gli aeromobili dalle più alte qualità aerodinamiche (rapporto portanza-resistenza). In realtà è un aliante con turboreattore capace di volare ad una quota superiore ai 20 km, spegnendo il motore di volta in volta. Per quattro anni l’Aeronautica Militare sovietica non poté raggiungere tale quota. L’U-2 compì 24 sorvoli del territorio dell’URSS in quel periodo, rilevando la posizione della stazione spaziale di Bajkonur e una serie di altri punti strategici. Tuttavia, il 1° maggio 1960, fu abbattuto dal più avanzato missile sovietico, lo ZRC-75. Da allora l’impunità dell’U-2 fu cosa del passato. Gli stessi missili l’abbatterono su Cina, Cuba e Vietnam. I piloti di questo meraviglioso velivolo non si spinsero mai più, per loro fortuna, nel nostro spazio aereo. L’U-2 fu modernizzato molte volte ed è ancora in servizio. Ma i piloti lo considerano meno importante per la ricognizione che per l’arte della poesia nei cieli.
Il leggendario Lockheed SR-71, operativo fino al 1998, poteva accelerare fino a Mach 3,3 volando ad un quota di 25600 metri. Grazie alla grande manovrabilità, avrebbe potuto evitare i missili. Tecnologie stealth furono utilizzate nella costruzione, tuttavia si rivelarono inefficaci. Ad alta velocità, il corpo si riscaldava notevolmente creando un grave firma all’infrarosso. Lo scarico dei reattori era ancora più evidente. ‘Visitò’ facilmente la Kamchatka a lungo, raccogliendo dati d’intelligence. Tuttavia, non attraversò il confine. Dopo che il MiG-31 apparve la facile vita dei piloti statunitensi finì, anche se non furono in pericolo di vita. I piloti del MiG-31 ostacolarono più volte il Blackbird nelle aree neutrali, in attesa di cogliere l’intercettore dalla velocità omicida. Dopo di che, ‘catturato’ l’aereo statunitense, lo tallonavano con il sistema di puntamento radar. L’SR-71 capì che stava per ‘essere fritto’ ed invertì la rotta dalla Kamchatka alla base di Okinawa, senza aver compiuto la missione. L’aereo-spia ‘sfiorò’ la penisola di Kola. Qui i MiG usarono le stesse tattiche d’intercettazione. Ma il 27 maggio 1987, un SR-71 decollò avvicinandosi al nostro territorio. Fu cacciato in una zona neutrale secondo lo stesso scenario. Alla fine degli anni ’80, i voli dei Blackbird diminuirono notevolmente per poi cessare. I tentativi di riavviare il programma nel 1993 si rivelarono inefficaci. La versione ufficiale era la spesa operativa di un solo velivolo. Tuttavia, secondo un parere espresso non solo in Russia, ma anche negli Stati Uniti, era che gli intercettori MiG potevano opporsi a tale aereo, influenzando la riluttanza ad utilizzare l’SR-71. Inoltre, con delle modifiche, i missili da difesa aerea S-300 potevano facilmente abbattere il Blackbird a qualsiasi accelerazione.
Gli RS-135 e R-8 intercettati ad aprile non rappresentano il minimo problema. Il primo fu sviluppato a metà degli anni ’60. Il secondo ha iniziato ad operare nel 2013. Questi hanno le stesse caratteristiche di volo degli aerei passeggeri. Il primo è dotato di dispositivi di spionaggio, il secondo pattuglia i mari alla ricerca dei sottomarini. Tuttavia, non è una buona idea farli avvicinare alle coste russe, come i piloti hanno scoperto con sgradita sorpresa.MiG-31_790_IAP_Khotilovo_airbaseTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Discorso di apertura di Kim Jong Un al VII Congresso del PLC

Korean Central News Agency, Pyongyang, 6 maggio – Global Securitynorth-korean-leader-hails-nuclear-success-in-opening-congress-1462631361Kim Jong Un, Primo segretario del Partito dei Lavoratori di Corea (PLC), ha fatto il seguente discorso di apertura del Settimo Congresso del PLC:

Cari delegati,
Oggi si tiene lo storico VII Congresso del Partito dei Lavoratori di Corea nella grande lotta in cui tutto il partito, l’intero esercito e tutto il popolo, con nervi saldi e fiducia nella rapida vittoria finale della rivoluzione del Juche, si radunano per marciare coraggiosamente, vanificando ogni minaccia e sfida disperata degli imperialisti. Riflettendo la lealtà infinita e l’ardente rispetto di delegati, militanti, militari e tutto il popolo, vorrei prima estendere il tributo più nobile e la più grande gloria ai grandi compagni Kim Il Sung e Kim Jong Il, fondatore e costruttore del PLC, incarnazioni della potenza invincibile del PLC e leader eterni del nostro partito e del nostro popolo.

Compagni,
Nel periodo in questione il nostro partito e il popolo hanno intrapreso la sacra ardua lotta a difesa del socialismo e per la vittoria della causa della rivoluzione del Juche sotto la sapiente guida del grande Presidente Kim Il Sung e del Generale Kim Jong Il. In questo periodo i ranghi del nostro partito sono stati privati di veterani della guerra rivoluzionaria anti-giapponese come Kim Il, Choe Hyon, O Paek Ryong, O Jin U, Choe Kwang, Rim Chun Chu, Pak Song Chol, Jon Mun Sop e Ri Ul Sol che, tenendo i grandi leader in alta considerazione, si dedicarono interamente al Paese e al popolo sulla lunga via della rivoluzione del Juche. E siamo stati privati di molti compagni e rivoluzionari fedeli, come Ho Tam, Yon Hyong Muk, Kim Jung Rin, Ho Jong Suk, Kim Kuk Thae, Kim Yong Sun, Kim Yang Gon, Jon Pyong Ho, Pak Song Bong, Ri Chan Son, Ri Je Gang, Ri Yong Chol, Kang Ryang Uk, Ri Jong Ok, Kim Rak Hui e An Tal Su che lavorarono con dedizione a rafforzamento e sviluppo del nostro partito e alla vittoria della causa socialista. Abbiamo anche perso Jo Myong Rok, Kim Kwang Jin, Kim Tu Nam, Jon Jae Son, Yun Chi Ho, Ri Tong Chun, Kim Ha Gyu, Ri Jin Su, Sim Chang Wan e altri preziosi compagni d’armi nella rivoluzione del Songun compiendo gesta eroiche nella lotta per rafforzare e sviluppare le Forze Armate rivoluzionarie. Inoltre Ri Sung Gi, Im Rok Jae, Chon Se Bong, Paek In Jun, Yu Won Jun, Ri Sang Byok, Pak Yong Sun e altri accademici, professori, medici, scrittori, artisti e atleti del popolo, che si dedicarono con tutta le loro energie e saggezza a sviluppare scienza, cultura, arte e sport; anche Han Tok Su, Choe Tok Sin, Ri In Mo, Rim On Sik, Kim Kwang Thaek e altri compagni rivoluzionari, indimenticabili figure patriottiche e pro-riunificazione, sono deceduti. Queste persone si dedicarono completamente e senza risparmiarsi alla vittoria della causa della rivoluzione del Juche, alla riunificazione del Paese e alla prosperità nazionale, a sostegno leale del PLC e dei leader; la brillante vittoria della nostra rivoluzione e l’attuale gloria del Paese socialista sono attribuibili ai loro preziosi sangue ed abnegazione. Alla memoria dei veterani della guerra rivoluzionaria anti-giapponese, martiri patriottici, indimenticabili compagni d’armi rivoluzionari del nostro partito e per la riunificazione, figure patriottiche che posero le loro preziose vite a disposizione della lotta per la costruzione del socialismo, la riunificazione nazionale e la causa dell’indipendenza globale, propongo di osservare un minuto di silenzio.

Compagni,
48A03376-CCDE-4C91-B543-D098959E9384_w640_r1_s_cx0_cy5_cw0 Il settimo congresso del PLC è stato convocato in un momento storico in cui la fase del salto in avanti nell’attuazione della causa della rivoluzione Juche si apre. Gli ultimi decenni dal VI Congresso del PLC sono stati caratterizzati da aspre lotte e gloriose vittorie dal nostro partito e del popolo. Nel periodo in esame la situazione della nostra rivoluzione era molto grave e complessa. In tempi duri senza precedenti, in cui il sistema socialista mondiale è crollato e le forze imperialiste concentrarono la loro offensiva antisocialista sulla nostra Repubblica, il nostro partito e il popolo furono costretti a combatterla con una sola mano. Gli imperialisti resero costantemente tesa la situazione per decenni, per impedire che il nostro popolo vivesse in pace neanche per un istante e bloccando ogni via allo sviluppo economico e all’esistenza tramite ogni sorta di blocco, pressione e sanzione. Di fronte alle dure e molteplici difficoltà, a prove difficili e a sofferenze peggiori di quelle di una guerra, il nostro partito e il popolo si sono riuniti saldamente attorno al Comitato centrale del PLC, tenendo il Presidente e il Generale in alta considerazione come centro dell’unità e della leadership, compiendo notevoli sforzi per difendere e far progredire la causa socialista, seguendo solo la linea rivoluzionaria del Juche avanzata dai grandi leader, sfidando la tempesta della storia senza la minima esitazione o indecisione. Con la sapiente guida del Presidente e del Generale e l’unità dei cuori di PLC, esercito e popolo attorno ai leader, abbiamo inciso orgogliose storiche vittorie, sventando i piani delle forze imperialiste per soffocare la Repubblica ad ogni passo e salvaguardare fino all’ultimo la bandiera rossa del socialismo e le conquiste della rivoluzione. Nel periodo in esame, il PLC ha incarnato la linea del Juche nella costruzione del partito del Generale Kim Jong Il divenendo un corpo potente, ideologicamente puro e organizzativamente integrato, in cui fu realizzata l’unità ideologica e di leadership sviluppando un partito materno che si assume la responsabilità del destino delle masse popolari, un partito sempre vittorioso dalla solida e sofisticata arte della leadership, un partito rivoluzionario d’acciaio e promettente. Questo anno, in cui si svolge il VII Congresso del PLC, i nostri militari e il popolo hanno raggiunto grandi successi nella prima prova della bomba all’idrogeno e nel lancio del satellite di osservazione terrestre Kwangmyongsong-4, punti di riferimento nella storia della nazione vecchia di 5000 anni, innalzando dignità e forza della Corea del Juche ai massimi livelli; con alto spirito, hanno guidato la dinamica campagna dei 70 giorni compiendo con lealtà grandi imprese e ottenendo inauditi successi sul lavoro in tutti i settori della costruzione socialista. Tutti i militari e il popolo del Paese hanno mostrato alto spirito dell’attuazione delle politiche del PLC fino alla fine, rispondendo alla richiesta dei militanti di lanciare la campagna dei 70 giorni, compiendo così grandi successi e balzi in avanti in tutti i settori dell’economia nazionale, raggiungendo il risultato brillante del superamento degli obiettivi della campagna decisi dal PLC. Durante la campagna, i settori del trasporto ferroviario elettrico, delle miniere di carbone e delle industrie metallurgiche lavorarono duro per maggiori risultati, realizzando l’aumento della produzione, e molte unità in diversi settori dell’economia nazionale, tra cui metal-meccanica, chimica, costruzioni, industrie leggere e agricoltura, alzarono un forte vento garantendo la modernizzazione della produzione interna e comportando la ripresa della produzione, raggiungendo prima del previsto distinti risultati nell’adempimento dei piani economici nazionali del primo semestre e annuale. La nostra eroica classe operaia, e gli scienziati e i tecnici di Kim Il Sung e Kim Jong Il scatenati nella lotta inflessibile sul principio della priorità all’autosviluppo nel sviluppare e produrre nuove macchine e attrezzature basandosi su lavoro e tecnologia locali, li presentano quali dono al Congresso del Partito. Altri nel Paese, in un breve lasso di tempo, hanno meravigliosamente completato molti grandi programmi di costruzione, assai utili allo sviluppo dell’economia e al miglioramento del tenore di vita del popolo, prima che il Congresso inviasse gli attestati di lealtà al Comitato centrale del PLC. Coloro che nel settore delle scienze della Difesa Nazionale hanno svolto un magnifico all’inizio di quest’anno significativo, con l’esplosione emozionante della prima bomba all’idrogeno della Corea del Juche, continuano a creare miracoli epocali nel difendere le nostre dignità nazionale e sovranità, al culmine della campagna dei 70 giorni ed aprendo la grande porta del Settimo Congresso del PLC, orgoglioso per i vincitori. Tutti i settori e tutte le unità, bruciando di ardente lealtà verso il PLC e con straordinario entusiasmo patriottico, acceleravano la grande marcia rivoluzionaria per celebrare il VII Congresso del PLC quale vertice dei gloriosi vincitori. Questo è pienamente dimostrato dalle salde fede e volontà dei nostri militari e del popolo che trionfalmente costruiscono una nazione prospera davanti gli occhi del mondo, fracassando le malvagie manovre delle forze ostili, volte a sanzioni e strangolamento, dimostrando al mondo spirito indomito, grintosa audacia e forza inesauribile dell’eroica Corea. I numerosi eventi sbalorditivi accadutisi uno dopo l’altro nella preparazione di questo significativo Congresso del PLC, sono permeati dal prezioso sudore, dalla passione ardente e dallo sforzo senza pretese degli aderenti del partito che si sono sempre dedicati con passione al PLC, contrassegnando l’età d’oro della costruzione del socialismo con continui picchi rivoluzionari. Vorrei estendere un grazie ai militanti e un cordiale saluto a nome del Comitato Centrale del PLC a tutti i delegati e aderenti del partito, ai militari dell’Esercito Popolare di Corea e al popolo che hanno contrassegnato la storia sacra del PLC con il sangue e il sudore del patriottismo e compiendo un grande contributo nel celebrare il VII Congresso del PLC quale vertice della vittoria e della gloria, stringendo le armi della rivoluzione, il martello, la falce e la penna, con bruciante convinzione nel percorrere per sempre la strada tracciata dal nostro partito. In occasione del significativo Congresso del nostro partito, i miei cordiali saluti vanno al Fronte antimperialista nazionale democratico, Partito Socialdemocratico coreano, Partito Chondoista Chongu, al popolo sudecoreano, alla Chongryon (Associazione generale dei coreani residenti in Giappone) e ad altre organizzazioni dei coreani all’estero e a tutti i connazionali all’estero che lavorano duramente per la riunificazione e la prosperità del Paese. A nome del Congresso del PLC, rivolgo anche un sentito ringraziamento e saluti ai partiti ed organizzazioni politici, ai gruppi di studio dell’idea del Juche, alle organizzazioni di amicizia e di solidarietà e ai personaggi di tutti i ceti sociali nei diversi Paesi del mondo e ai rappresentanti delle missioni diplomatiche e delle organizzazioni internazionali nella Corea democratica che hanno dato sostegno positivo ed incoraggiamento alla nostra rivoluzione ed inviato messaggi di congratulazioni, lettere e cesti di fiori al Settimo Congresso del PLC.

Compagni,
Il Settimo Congresso del PLC riassumerà i brillanti successi e la preziosa esperienza che il nostro partito e il popolo hanno guadagnato durante il periodo in esame avanzando la linea strategica e le attività che inaugurano il grande periodo d’oro della costruzione socialista e in direzione dell’avanza della nostra rivoluzione. Questo Congresso del PLC sarà un’occasione storica per la creazione di un’altra pietra miliare nella lotta per lo sviluppo del glorioso Partito Kimilsungista-Kimjongilista e il compimento della causa del socialismo. 3467 delegati hanno diritto di voto in questo Congresso e 200 persone hanno diritto di presentare domande; tutti i presenti sono stati eletti alle conferenze del PLC nei diversi livelli. Tra loro 1545 sono delegati dei funzionari di partito e dei lavoratori politici, 719 delegati dei militari, 423 delegati dei funzionari statali amministrativi ed economici, 52 delegati dei funzionari delle organizzazioni popolari, 112 delegati dei funzionari nei settori della scienza, istruzione, pubblica salute, cultura, arte e mass media, 786 delegati della base del Partito coinvolti nel lavoro sul campo, sei veterani della guerra rivoluzionaria anti-giapponese e 24 vecchi ex-prigionieri. 315 sono donne. Sono presenti al congresso anche 1387 osservatori.
Pienamente convinto che questo Congresso del PLC eseguirà i suoi compiti in modo soddisfacente, sostenuto dall’alto entusiasmo politico di tutti i delegati presenti a un incontro storico che lascerà un segno straordinario nello sviluppo del nostro partito e della nostra rivoluzione; incontro per l’avanzata generale e accelerare la vittoria finale della causa della rivoluzione del Juche, dichiaro il Settimo Congresso del PLC aperto.abc45d6fe9af652ae2a1c26b487c578825675dceTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone testa lo Zero-2?

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 06/05/2016708967Il primo volo di prova del caccia sperimentale giapponese X-2 del 22 aprile 2016 non è passato inosservato sui mass media. Il velivolo è frutto di una delle divisioni della Mitsubishi Corporation. Per la cronaca: durante la seconda guerra mondiale la società si fece un nome producendo il famoso caccia A6M Zero che dominò il cieli dell’Oceano Pacifico nei primi due anni di guerra. Le caratteristiche dell’X-2 e relative implicazioni politiche dello sviluppo del caccia, nonché l’inaugurazione “al pubblico”, sono ampiamente discussi. Naturalmente, in questo frangente è ancora solo un prototipo da ricerca che sarà utilizzato per affinare la tecnologia della bassa osservabilità (Stealth) e altre avanzate caratteristiche tecnologiche dei jet da combattimento di quinta generazione. Sulle implicazioni politiche del primo volo dell’X-2, va considerato una prova importante che attesta l’intenzione del Giappone di rafforzare lo status di membro del “club d’élite” delle principali potenze che sviluppano velivoli avanzati. Gli esperti ricordano in proposito che il Giappone ha cercato di attingere alle specifiche da combattimento, operative e tecnologiche dell’F-22 statunitense (l’unico caccia di quinta generazione disponibile al momento) dal 2006-2007 quando avvicinò gli Stati Uniti con la proposta d’acquistare il velivolo ed organizzarne la produzione su licenza. Il dipartimento di Stato degli USA, comunque, disapprovò l’accordo dicendo che le esportazioni dell’assai avanzato F-22 sono vietate per legge. A quanto pare, la legge avrebbe potuto essere modificata per consentire l’esportazione di “una versione semplificata” dell’F-22 in Giappone “quale eccezione”. Tuttavia, c’era l’implicazione politica che ha costretto il dipartimento di Stato degli Stati Uniti a bloccare la transazione: le dure critiche della Corea del Sud. La possibilità d’acquisizione dell’F-22 da parte del Giappone ha scatenato accese discussioni rivelando il profondo disaccordo tra Giappone e Corea del Sud, un problema che rimane fonte di grattacapi per Washington anche oggi.
Nel 2007, cioè subito dopo che gli Stati Uniti rifiutarono l’accordo sull’F-22, il Giappone annunciava l’intenzione di avviare il cosiddetto Advanced Technology Demonstrator-X, il programma di sviluppo ATD-X. Il caccia X-2 decollato il 22 aprile rappresenta il primo risultato tangibile dell’attuazione del programma. Tuttavia, il suo destino dipenderà dallo sviluppo di un altro programma con cui, dal 2016, la Japanese Air Self-Defense Force riceverà 42 cacciabombardieri di quinta generazione F-35 progettati e realizzati da Lockheed Martin, in collaborazione con Mitsubishi Corporation. Si prevede che la partecipazione di quest’ultima aumenterà gradualmente. Se il comando della Japanese Air Self-Defense Force decide a favore dell’ F-35, nonostante gli errori di progettazione, X-2 assai probabilmente rimarrà un “R&S volante” per sviluppare caccia di sesta generazione. Se il comando decide contro l’F-35, X-2 sarà utilizzato come punto di partenza per sviluppo e produzione (già all’inizio del prossimo decennio) di un caccia di quinta generazione giapponese (similmente a uno Zero-2). La possibilità di realizzare il programma, in collaborazione con alcuni partner esteri, è ancora in esame. Il primo volo dell’X-2 ha evocato emozioni contrastanti in Cina. Da un lato, ciò non può che mettere in allerta la Cina. Dall’altro finora (ed è abbastanza ovvio) il Giappone è in ritardo rispetto alla Cina sul progresso dei velivoli moderni. Il fatto che i caccia di quinta generazione J-20 inizino ad entrare in servizio nell’Aeronautica cinese testimonia la superiorità della Cina in questo campo. Alcuni ipotizzano che la lentezza dei progressi del Giappone abbiano a che fare coi timori degli Stati Uniti, in primo luogo, di perdere il controllo sul riarmo dell’alleato chiave e, anche, di avere un nuovo potente concorrente sul mercato internazionale degli armamenti ad alta tecnologia. Naturalmente, il Giappone compie solo i primi passi da fornitore di armi; ma come i risultati dell’inaudita offerta per fornire sottomarini all’Australia dimostrano, può subire un duro colpo anche quando l’accordo sembra quasi siglato. Tokyo vede motivazioni politiche dietro la decisione del governo australiano, già discusse su NEO in precedenza.
Nonostante tale fallimento il Giappone ha tutte le possibilità di entrare nel mercato internazionale delle armi nel prossimo futuro. Molto probabilmente accadrà col progredire dei rapporti nippo-indiani. Appare abbastanza ragionevole supporre che il governo giapponese valuti la possibile esportazione del costoso programma ATD-X prima dell’avvio. E infine sarà difficile non notare che il volo iniziale dell’X-2 è pienamente in linea con la tendenza generale verso la militarizzazione degli “strumenti” su cui il Giappone conta per difendere i propri interessi sulla scena internazionale.

Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

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Il ministro degli Esteri giapponese visita la Cina
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/05/ 2016

2016-04-30T033449ZIl ministro degli Esteri del Giappone Fumio Kishida ha visitato la Cina il 29-30 aprile 2016 (per la prima volta in più di quattro anni), dove incontrava l’omologo cinese Wang Yi. Considerando le ostiche relazioni sino-giapponesi, incontri ad alto livello tra i due Paesi sono una rarità e i vertici non si tengono da molti anni, Pechino e Tokyo percepiscono la visita come evento importante. In Giappone, la visita di Fumio Kishida era considerata un’opportunità per “testare l’acqua”, dove “l’acqua” personifica il sentimento politico dominante nel “corpo d’acqua” (la Cina). Ci si aspetta che dopo il viaggio a Pechino, Kishida riferisca al capo, primo ministro Shinzo Abe, che si tratti di uno “specchio d’acqua” in cui poter “fare un tuffo profondo”, cioè recarsi in Cina per la prima visita ufficiale da quando è stato rieletto primo ministro alla fine del 2012. Proprio prima dell’arrivo dell’onorato visitatore giapponese, il cinese Global Times pubblicava un articolo dal titolo notevole: ‘E’ ora che Tokyo ricalibri la politica estera’. L’articolo elenca tre grandi problemi: eredità della seconda guerra mondiale, dispute territoriali e relazioni geopolitiche, che inibiscono relazioni bilaterali produttive. Tali problemi sono stati seguiti da NEO in molte occasioni. Le relazioni bilaterali si sono deteriorate quasi a livello post-seconda guerra mondiale, nell’autunno 2012, quando il governo giapponese avrebbe “comprato” tre delle cinque isole Senkaku situate nel Mar Cinese orientale (e contestate dalla Cina) da qualcuno. Solo nell’autunno 2014, al vertice APEC a Pechino, Xi Jinping e Shinzo Abe si erano nuovamente incontrati. Al momento l’incontro fu interpretato come segno di riallacciamento delle relazioni. Oggi è evidente che lo scongelamento è abbastanza lento, per non dire altro. Lo stesso articolo ha descritto lo stato attuale delle relazioni, con tatto e usando per l’occasione (la visita di un onorevole ospite giapponese) la parola “ristagno”. La definizione potrebbe funzionare abbastanza bene se l’immagine non viene ulteriormente drammatizzata da spesse nuvole grigie. Le “nuvole” si sono accumulate due-tre anni fa, quando il Giappone intensificava le attività nel Mar Cinese Meridionale, regione che ha visto l’escalation del confronto politico-militare tra la Cina e numerosi vicini per dispute territoriali. E il ruolo del vento, che sposta le nubi in direzione della Cina, è svolto dagli avversari geopolitici della Cina: Stati Uniti ed ora anche Giappone.
In previsione della visita di Kishida a Pechino, gli esperti cinesi ancora una volta hanno espresso preoccupazione per il possibile “intervento del Giappone” nei contenziosi, che potrebbe “minare i rapporti sino-giapponesi”. Ultimamente vi sono stati più motivi per tali preoccupazioni. Tra i più recenti, la comparsa di un gruppo di navi da combattimento della marina giapponese (un sottomarino e due cacciatorpediniere lanciamissili) nel Mar Cinese Meridionale, nella prima metà di aprile, proprio quando Stati Uniti e Filippine (con la partecipazione simbolica australiana) eseguivano assieme le manovre militari in programma. Sebbene la marina giapponese non ne fosse ufficialmente parte, l’apparizione non fu casuale, soprattutto perché le navi giapponesi partirono dal porto filippino di Subic Bay per ormeggiare nel porto vietnamita a Cam Ranh Bay. Null’altro che dimostrazione esplicita di sostegno al Vietnam, uno dei più duri oppositori della Cina nelle controversie sul Mar Cinese Meridionale. Ciò che appare curioso è come, recandosi in Cina, Kishida abbia fatto diverse soste nei Paesi avversari della Cina nella controversia sul Mar Cinese Meridionale. Il Vietnam, ultimo della lista, ma probabilmente primo per valore, è il “porto di scalo” preferito dai governanti giapponesi, tra cui il ministro della Difesa.
Gli interessi economici dei due Paesi hanno un ruolo chiave nel rallentare il deterioramento delle relazioni bilaterali. Negli ultimi anni, il volume degli scambi bilaterali è pari agli impressionanti 280 miliardi di dollari (nonostante la tendenza verso la diminuzione). La Cina è al primo posto (superando gli Stati Uniti) tra i partner commerciali del Giappone. Il Giappone è quarto tra i partner commerciali della Cina (superato da UE, Stati Uniti ed ASEAN). Il deterioramento generale delle relazioni politiche, l’amplificazione del sentimento anti-giapponese in Cina e l’aumento della sinofobia in Giappone influenzano negativamente l’afflusso di investimenti giapponesi nell’economia cinese. La riduzione annua del volume degli investimenti in entrata ha raggiunto circa il 30% negli ultimi due anni. Per quanto strano possa sembrare, l’aumento dell’apprensione reciproca non ostacola il rapido svilupparsi del turismo. Circa 4,7 milioni di cinesi hanno visitato il Giappone nel 2015 (un aumento del 50% rispetto ai due anni precedenti), dove hanno speso circa 12 miliardi di dollari. La Cina prevede che nel 2020, l’anno in cui Tokyo ospiterà le Olimpiadi, circa 10 milioni di turisti cinesi visiteranno il Giappone. Gli esperti cinesi esprimono il parere che l’evoluzione della “diplomazia dei popoli” assieme ai notevoli interessi economici reciproci, contribuirà a sminuire le conseguenze negative dei giochi politici che i due Paesi hanno giocato negli ultimi anni.
Sembra che, nonostante il persistente risentimento reciproco, le parti comprendano i rischi connessi all’approfondimento del confronto. Nelle dichiarazioni di chiusura, i ministri cinese e giapponese hanno sottolineato la necessità di “lavorare di più per migliorare le relazioni”. I ministri, tuttavia, non hanno discusso su una prossima visita di Abe in Cina. Secondo la conferenza stampa, tale questione sarà chiarita a fine maggio quando, come molti credono, il consigliere per la sicurezza nazionale del Primo ministro del Giappone, Shotaro Yachi, incontrerà il membro del Consiglio di Stato cinese Yang Jiechi.China's Foreign Minister Wang Yi talks with Japanese Foreign Minister Fumio Kishida during a meeting in BeijingVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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