F-35: Problemi infiniti

Colin Clark, Breaking Defense 26 gennaio 2018

F-35B dell’Aeronautica Militare italiana

Forse la cosa peggiore che un Direttore di Test e Valutazione Operativa possa dire di un sistema d’arma è che non è “operativamente adatto”. Ecco cosa dice il nuovo DOTE, Robert Behler, del Joint Strike Fighter F-35 nell’ultimo rapporto annuale: “L’idoneità operativa della flotta F-35 rimane al di sotto dei requisiti e dipende da soluzioni che non soddisfano le aspettative di servizio in situazioni di combattimento. Nell’anno precedente, la maggior parte delle misure d’idoneità è rimasta pressoché la stessa o è cambiata solo marginalmente, insufficiente per parlare di cambiamento nelle prestazioni. I tassi mensili globali di disponibilità della flotta si mantengono intorno al 50%, una condizione che non è migliorata dall’ottobre 2014, nonostante il numero crescente di nuovi aeromobili. Una tendenza degna di nota è l’aumento della percentuale della flotta che non può volare in attesa di parti di ricambio, come indicato dal Not Mission Capable a causa della ritmo delle forniture. La crescita dell’affidabilità è ferma. È improbabile che il programma raggiunga i requisiti di soglia JSF ORD (Documento dei requisiti operativi) alla scadenza, nella maggior parte delle misure di affidabilità. In particolare, il programma non raggiunge la soglia delle ore di volo medie tra guasti critici, senza ridisegnare le componenti degli aeromobili”. Mentre la maggior parte dei test è stata eseguita prima che la nomina di Behler venisse approvata dal Senato, nell’introduzione della relazione annuale affermava di averne esaminato il contenuto, e si è certi che abbia esaminato le informazioni dell’F-35 in modo particolarmente approfondito. Tra le altre questioni significative affrontate dal programma, è improbabile che diventi pietra miliare di Prove e Valutazione Iniziale (IOT&E) necessari per legge, entro la fine di quest’anno, perché i test di sviluppo potrebbero non terminare prima di maggio. Il problema maggiore ora sono quelli notevolmente persistenti. Ecco cosa Michael Gilmore, precedente DOTE, dichiarò alla Commissione sui servizi armati della Camera nel marzo 2016: “Esistono carenze significative e correggibili nell’US Reprogramming Laboratory (USRL) che precluderà lo sviluppo e l’adeguata verifica dei dati di missione efficaci (software) del Block 3F“. Questi problemi non sono cambiati molto, secondo il rapporto di Behler: “L’US Reprogramming Laboratory (USRL) continua a funzionare con software ingombranti e hardware obsoleto od incompleto. L’USRL iniziava a creare i file di missione (MDF) del Block 3F nell’estate 2017 e ci vorranno 12-15 mesi per fornire i dati di missione (MDL) completamente verificati, composti con la compilazione MDF per lo IOT&E“. Questa è la libreria delle minacce dell’F-35, con cui i lettori Breaking-D sono assai familiari. Il sistema logistico e di pianificazione ALIS rimane vulnerabile agli attacchi informatici, scrive Behler. Essi e la minaccia al sistema sono così gravi che “il programma F-35 e i servizi condurrebbero test operativi degli aeromobili senza accesso ad ALIS per lunghi periodi di tempo”. Behler dice che l’aereo può operare fino a 30 giorni alla volta senza agganciarsi ad ALIS. Sappiamo che il programma fa tutto il possibile per aggiornare le cyber vulnerabilità. Se c’è sicuramente un ciclo infinito di minacce, correzioni, nuove minacce, correzioni, ecc., ALIS viene identificato come grave cybervulnerabilità per l’F-35 da anni e il programma deve fare qualcosa per mutare questo ciclo.

I pneumatici dell’F-35B
Il più pesante dei tre velivoli, l’F-35B, non solo sopporta i stress-test meno degli altri due aerei (vedi sotto) ma, come sottolinea il DOTE, “Il programma ha faticato a trovare un pneumatico per l’F-35B abbastanza forte per gli atterraggi ad alta velocità convenzionali, abbastanza morbido da ammortizzare gli atterraggi verticali, e abbastanza leggero per la struttura dell’aereo. La durata media del pneumatico dell’F-35B è inferiore a 10 atterraggi, ben al di sotto del requisito di 25 atterraggi completi a sosta normale. Il programma ancora lavora su questo problema, che non sarà risolto nell’SDD“. Infine, il rapporto Behler indica un problema nel rifornimento di carburante affrontato da F-35B e F-35C. Le punte della sonda di aerorifornimento si rompono troppo spesso, con la conseguenza che gli squadroni impongono restrizioni al rifornimento di carburante. Il programma ancora indaga sul problema. Ho sentito che il programma si concentra sulla manutenzione migliorata del meccanismo avvolgitubo, nonché sulle modifiche di progettazione della sonda. C’è un altro problema importante che renderà molto difficile per l’Air Force sostenere di poter sostituire l’A-10 con l’F-35A, come previsto: “Il cannone dell’F-35A ha costantemente mancato i bersagli a terra durante i test di raffica; il programma ancora deve risolvere il problema“. L’arma spara “lungo e a destra”. I cannoni di F-35B dei Marines e F-35C della Marina, che non sono integrati, apparentemente funzionano meglio. “I primi test di precisione dei cannoni di F-35B e F-35C hanno mostrato risultati migliori rispetto a quelli del modello F-35A“, scrive Behler. “Sia il cannone dell’F-35B che dell’F-35C hanno mostrato lo stesso problema dell’F-35A, tuttavia ciò non si manifesta nei sistemi dei cannoni su gondola“. L’altra brutta notizia è che “i ritardi nel completamento dei rimanenti test delle armi e nella correzione delle carenze relative all’arma nell’ambito dell’SDD, in particolare per l’F-35A, aggiungono rischi al programma IOT&E“, afferma il rapporto.

Guasti strutturali dell’F-35B
L’F-35B usato per vedere se l’aereo sopravviverà alle 8000 ore necessarie di operatività è andato a pezzi l’anno scorso e va sostituito. “L’effetto dei guasti osservati e le riparazioni richieste durante i primi due test per la certificazione della durata in servizio dell’F-35B vanno ancora determinati”, scrive Behler. La vita operativa delle tre versioni è prevista in 8000 ore; tuttavia, la vita utile dell’F-35B sarebbe inferiore, anche con ampie modifiche per rafforzare gli aeromobili già prodotti. E questo è coerente con ciò che riteniamo le intenzioni del programma. Ho sentito anche che Lockheed Martin studia quanto ancora l’aereo dovrà essere testato. Essi e il Joint Program Office cercano di limitare i costi usando solo parti dell’aereo, la paratia centrale forse e le connessioni alari, e nessuno è sicuro di quale sia l’approccio migliore. I test in corso sembrano dimostrare un cambio di tono dell’ultimo DOTE su questo. Nell’introduzione al rapporto annuale, Behler dice che ha intenzione di essere “flessibile sui test integrati” e sottolinea l’approvazione per i test sulle basse temperature pre-IOT&E, che sarebbero già in corso.Di seguito è riportato il grafico OTE che mostra la disponibilità dell’F-35. Come osserva il rapporto, “il tasso FMC degli F-35A al 34 percento era significativamente più alto delle altre versioni, con l’F-35B al 14 percento e l’F-35C al 15 percento. Il tasso medio di utilizzo mensile misura le ore di volo per aeromobile al mese. Il tasso di utilizzo era di 16,5 ore di volo, riflettendo un tasso di disponibilità stabile ma basso. La flotta di F-35A aveva una media di 18 ore di volo, mentre le flotte di F-35B e F-35C avevano una media di 14,1 e 15,1 ore rispettivamente“.

Disponibilità in 12 mesi dell’F-35, al Settembre 2017 (1)
Base operativa – Media – Aerei assegnati (2)
Tutti, 50%, 235 velivoli
Eglin, 38%, 25 F-35A
Eglin, 57%, 12 F-35C
Yuma, 60%, 10 F-35B
Edwards, 51%, 8 F-35A
Edwards, 35%, 7 F-35B
Edwards, 41%, 7 F-35C
Nellis, 53%, 16 F-35A
Luke, 50%, 60 F-35A
Beaufort, 38%, 28 F-35B
Hill, 70%, 27 F-35A
Amendola, 60%, 4 F-35A (3)
Iwakuni, 58%, 16 F-35B (4)
Lemoore, 54%, 8 F-35C (4)
Nevatim, 45%, 7 F-35A (5)Note
1. I dati rappresentano aeromobili in campo e non includono i simulacri SDD.
2. Aerei assegnati alla fine di settembre 2017.
3. Le operazioni ad Amendola sono iniziate nel dicembre 2016.
4. Le operazioni ad Iwakuni e Lemoore sono iniziate a gennaio 2017.
5. Le operazioni a Nevatim sono iniziate a settembre 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Le forze USA rimarranno in Siria finché non saranno scacciate

Elijah J. MagnierLe forze statunitensi rimarranno in Siria finché non saranno costrette a ritirarsi“. Questo è ciò che una fonte dai vertici in Siria (un dirigente) ha detto, in risposta al segretario di Stato USA Rex Tillerson, che rivelava l’intenzione degli Stati Uniti presenti nel nord-est della Siria di rimanervi per “impedire il ritorno dello SIIL”. “Quando fu pianificato l’attacco ad al-Buqamal, l’intelligence confermava la presenza di migliaia di terroristi dello SIIL nel Paese. La città era una roccaforte con enormi magazzini di armi, uomini e trincee difficili da gestire. Numerose forze attaccanti furono impiegate per circondare e assalire la città. Non fu considerato facile eliminare più di 2800 terroristi asserragliati per anni, e con un piano di difesa preparato e tunnel“, affermava la fonte. Il comandante confermò che “furono necessarie molte settimane per liberare al-Buqamal ed eliminare tutti i terroristi dello SIIL. Abbiamo anche tenuto conto del considerevole numero di vittime in questa difficile battaglia. Tuttavia, con nostra grande sorpresa, abbiamo affrontato un numero molto inferiore di terroristi rimasti per rallentare l’avanzata e permettere al grosso dei terroristi dello SIIL di fuggire ad est dell’Eufrate, dove operano le forze statunitensi. Ovviamente, lo SIIL considera gli Stati Uniti misericordiosi, offrendogli passaggio e residenza sicuri nell’area da loro controllata. Abbiamo sentito dal segretario di Stato USA ciò che abbiamo sempre sospettato: gli Stati Uniti vogliono rimanere in Siria per occuparne il territorio. Ciò significa che Siria ed Iraq dovranno aspettarsi ulteriori attacchi terroristici in futuro per due motivi: primo, lo SIIL si riorganizza sotto la supervisione degli Stati Uniti. Secondo, si prevede che gli attacchi dello SIIL riprendano in modo che gli Stati Uniti possano trovare una ragione per cui le proprie forze rimangano nel Paese“, osservava la fonte di alto rango. Quando Donald Trump era candidato alla presidenza, fece campagna affermando che Hillary Clinton, se fosse stata rieletta, avrebbe innescato la terza guerra mondiale restando in Siria e provocando la Russia. Non sorprende vedere Trump rimangiarsi le promesse, dato che non è la prima posizione che ha mutato con evidente mancanza di diplomazia e, anzi, mancanza di conoscenza negli affari mondiali. Oggi Trump, dopo la dichiarazione del suo ministro degli Esteri, ha deciso di occupare illegalmente il territorio siriano vicino a dove opera la Russia. Il linguaggio di Rex Tillerson era abbastanza confuso: nell’ultimo discorso ha ripetutamente affermato che “lo SIIL è stato sconfitto”, ma anche che, poiché “non è stato sconfitto”, è necessaria la presenza delle forze statunitensi in Siria, ed ha anche dato un’altra ragione contraddittoria, affermando che le sue forze “fermano l’influenza dell’Iran”, ma cambiava di nuovo attenzione parlando della questione libanese di Hezbollah e della sua “presenza ai confini tra Israele e Siria”. Ma lo SIIL è ancora in Siria, non solo nel nord-est sotto la protezione degli Stati Uniti, ma anche ai confini israeliani, con l’approvazione dei governanti israeliani. Israele e Tillerson cercano d’ignorare lo SIIL ai confini ma anche le dozzine di gruppi siriani pronti a schierarsi contro Stati Uniti ed Israele. Questi hanno primeggiato nelle guerra urbana e guerriglia per anni contro i taqfiri e hanno appreso l’esperienza di Hezbollah nella lotta decennale contro Israele. Hanno imparato l’arte dell’attacco, non solo della difesa; si sono addestrati nel fuoco e in battaglie vitali. Questi gruppi molto probabilmente creeranno un incubo per Tillerson e Israele.
La presenza delle forze statunitensi nel nord-est della Siria non influirà per nulla su presenza ed influenza iraniana che continuano ad aumentare dagli anni di guerra, e sono più forti che mai. In effetti, la politica estera degli Stati Uniti ha spinto la Siria tra le braccia dell’Iran. Questa stessa politica costrinse il presidente siriano a legarsi ad Hezbollah e a chiederne l’intervento nel momento in cui molti Paesi cospiravano contro la Siria per cambiarne il regime. Ancora una volta, è la stessa politica che ha spinto Assad a chiedere l’aiuto della Russia, riportandola sull’arena internazionale e ottenendo un rinnovato contratto di 49 anni per la base navale sulle coste siriane. In realtà, la maggior parte di ciò che Stati Uniti ed Israele non volevano accadesse è stato innescato da essi, materializzandosi nel Levante. L’unico risultato raggiunto è la distruzione delle infrastrutture siriane, con centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati e rifugiati, e un numero enorme di sfollati interni. Inoltre, l’ordine mondiale è ora mutato e il dominio unilaterale e incontrastato degli Stati Uniti è finito, grazie proprio alla loro politica estera. Washington cerca di rianimare ciò che è morto: ma non può resuscitarlo. “Chi non comprende il passato è condannato a ripeterlo”. Decidendo di occupare altro territorio in Medio Oriente, gli Stati Uniti davvero ignorano la storia: è inutile predicare ai sordi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria: neo-tandem franco-turco?

Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation 16 gennaio 2018Il ministero degli Esteri siriano ha dichiarato di aver condannato l’insistenza del governo francese a continuare la campagna di “false notizie” su ciò che accade in Siria. Campagna riassunta in queste poche righe sul sito “France Diplomatie” l’11 gennaio: “La Francia condanna gli intensi bombardamenti del regime di Bashar al-Assad e dei suoi alleati nella regione d’Idlib nei giorni scorsi, in particolare contro la popolazione civile e diversi ospedali. Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per la crisi umanitaria conseguente alla nuova offensiva aerea e terrestre nella regione d’Idlib. Decine di migliaia di persone sono state costrette a fuggire nelle ultime settimane. La Francia è indignata che nel Ghuta orientale, centinaia di migliaia di civili vivano ancora sotto assedio del regime di Bashar al-Assad, che rifiuta l’evacuazione medica di emergenza a centinaia di persone, tra cui molti bambini. Chiediamo che gli impegni presi ad Astana vengano rispettati, in modo che la violenza finisca il prima possibile. Va garantito immediatamente un accesso umanitario sicuro, completo e senza ostacoli a tutti i bisognosi. Questo ulteriore peggioramento della situazione in diverse regioni della Siria sottolinea l’urgenza di una soluzione politica nel quadro della risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite“[1]. In tali termini e col pretesto dell’urgenza della soluzione politica che porterebbe al potere un governo al soldo della coalizione internazionale di cui è stata e rimane punta di lancia, la diplomazia francese conferma, ancora una volta, di rifiutare l’intervento legittimo dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati per la liberazione dei territori siriani ancora massacrati dalle cosiddette organizzazioni armate internazionali “non statali”, riconosciuti terroristi dalle autorità internazionali e dalla risoluzione 2254. Le organizzazioni terroristiche che la Francia sostiene di combattere e che avrebbe sconfitto, come annunciato dal presidente Macron durante la visita alla base militare francese ad Abu Dhabi, nel novembre 2017: “Abbiamo vinto a Raqqa. E le prossime settimane, e i prossimi mesi, ci permetteranno, credo profondamente, di vincere completamente nella zona iracheno-siriana” [2]. Profonda convinzione riaffermata il 17 dicembre durante un’intervista esclusiva a France 2, senza che si capisse su quale base questo “noi” avrebbe vinto: “Entro la fine di febbraio, avremo vinto la guerra in Siria… Bashar al-Assad ci sarà (…) perché protetto da chi ha vinto la guerra sul campo, Iran e Russia“!? Questo “noi” includerebbe le cosiddette forze democratiche siriane (SDF) essenzialmente rappresentate dai separatisti curdi che hanno occupato Raqqa e da cui gli Stati Uniti ricavano una parvenza di legittimità per giustificare l’istituzione di una dozzina di basi militari nel nord della Siria? Emmanuel Macron è stato attento a non menzionare le SDF il 5 gennaio, durante la conferenza stampa congiunta con Erdogan: “…Su questo argomento (la Siria), devo dire che posso percepire comuni visione ed interessi strategici. La volontà, una volta che la guerra contro lo SIIL sarà vinta, di costruire la pace e la stabilità della Siria… E in questo contesto, vorrei poter lavorare insieme. I processi di Astana e Sochi, che avevano interesse nell’allentamento militare, ho detto al presidente (Erdogan), non costruiranno, ai miei occhi, la pace, perché sono di parte politicamente… Penso che il processo di Astana sia stato utile nel contesto militare. Ha permesso le zone di de-escalation e di smilitarizzazione e quindi è stato abbastanza utile, ma entreremo nelle prossime settimane, quando il conflitto armato sarà finito, in una situazione da dopoguerra allo SIIL. E questo è il processo politico che inizierà, e il formato Astana-Sochi è, ai miei occhi, non del tutto giusto… Perché? Perché penso che molti al tavolo non abbiano gli stessi interessi del presidente Erdogan. Il loro interesse è maggiore nel costruire influenza bilaterale, potere e compromesso con la Siria, piuttosto che costruire una vera stabilità inclusiva. E quindi, penso che sia necessario associare altre potenze della regione ed è necessario, soprattutto per modalità, cosa che non succede oggi a Sochi, assicurarci che tutte le sensibilità, tutte le opposizioni siano ben rappresentate e ponendosi nel quadro di ciò che è stato deciso nelle Nazioni Unite, vale a dire la possibilità di lasciare tutti coloro che sono fuggiti dallo SIIL, ma il più delle volte dal regime di Bashar al-Assad, di potersi esprimere nel processo che metteremo in atto… Ho fatto un’evoluzione dalla dottrina storica francese che avrebbe dovuto dire: per me, l’eliminazione di Bashar al-Assad non è un prerequisito a tutto, c’è! E così, deve avere i suoi rappresentanti in questo processo e deve rappresentarsi. Tuttavia, non sono ingenuo e non ritengo oggi che abbia chiara legittimità a decidere, lui, in modo distorto il futuro della Siria… Ecco perché la Francia parteciperà ai “gruppi di affinità” organizzati in febbraio dalla Turchia…“[4]. Mentre per Recep Tayyip Erdogan, la minaccia è altrove, poiché specifica che i processi di Ginevra, Astana e Sochi sono complementari e continuano con la partecipazione della Turchia, ma: “…Al momento, l’intero problema è che organizzazioni come il PYD (Partito dell’Unione Democratica dei siriani curdi) e le YPG (ala armata del PYD) sono organizzazioni sussidiarie del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan, un gruppo armato curdo considerato terrorista da buona parte della comunità internazionale, come Unione europea, Stati Uniti, Regno Unito…) cercano di passare dal nord della Siria al Mediterraneo. Questo, non c’è dubbio che non lo permetteremo… Ma sfortunatamente, Paesi amici, Stati Uniti, nostri amici nella NATO… continuano ad inviare tonnellate di armi e munizioni a PYD e YPG… Inoltre, abbiamo proposto di combattere insieme la lotta contro lo SIIL, ma non hanno accettato e cercano di combattere un’organizzazione terroristica (SIIL) con altre due organizzazioni terroristiche (PYD e YPG). Questa concezione non è combattere il terrorismo… Questo mese siamo a Sochi, il mese prossimo saremo ad Istanbul, poi saremo a Teheran e continueremo questo processo, ma il nostro obiettivo non è una soluzione con Bashar al-Assad. Il nostro obiettivo è una soluzione senza Bashar al-Assad…“[4].
L’intervento di Nasir Qandil, ex-deputato e redattore capo del quotidiano libanese al-Bina, in un articolo pubblicato poche ore prima della conferenza stampa Macron-Erdogan: “Il 5 gennaio 2018, il presidente francese e la sua controparte turca si danno l’opportunità di formare un tandem che soddisfi le loro aspirazioni internazionali e regionali, in un momento in cui i loro Paesi non possono più seguire ciecamente le politiche di Washington e non possono aderire al campo avversario guidato da Mosca e Teheran. Infatti, Francia e Turchia appartengono ancora all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, condividono le stesse preoccupazioni per la crescente importanza del ruolo di Russia e Iran, lo stesso desiderio di distruggere la vittoria siriana, lo stesso desiderio d’indebolire l’Asse della Resistenza in Medio Oriente; ma sono geograficamente in prima linea nelle conseguenze di qualsiasi destabilizzazione da forze interessate, minacce terroristiche, ondate migratorie, ecc. Da qui l’apparente disponibilità a distinguersi dagli Stati Uniti senza infastidirli adottando una strategia di stigmatizzazione che si forma gradualmente e che consiste in:
Sostenere una soluzione politica in Siria al di fuori della visione russa, senza entrare in conflitto con Mosca.
Mantenere l’accordo nucleare iraniano limitando il conflitto con l’Iran al ruolo d’indesiderabile nella regione.
Dichiarare l’impegno a rilanciare il processo politico tra palestinesi e israeliani al di fuori delle posizioni statunitensi che minano ogni possibilità di negoziato…
La Turchia, che non ha trovato seggi a Bruxelles, scopre che può ancora formare un’alleanza politica europea attraverso la Francia. Per la Francia, erede dell’egemonia ottomana e toccata dalla stessa nostalgia coloniale verso i Paesi della regione, scopre che potrebbe riservarsi una fetta della torta siriana con tale neo-tandem franco-turco…
“[5].
Un neo-tandem franco-turco dove tutti vedono la luce sulla propria porta, anche se la risposta quasi immediata del governo siriano al comunicato della diplomazia francese dell’11 gennaio denuncia il punto comune dei governi francese e turco: ancora una volta il rilancio di Jabhat al-Nusra, che fa un buon lavoro in Siria! La risposta dell’Agenzia d’informazione nazionale siriana (SANA), è in questi termini: “La Repubblica araba siriana è sorpresa dall’insistenza del ministero degli Esteri francese a continuare la campagna di disinformazione dell’opinione pubblica francese su ciò che accade in Siria, invocando motivi umanitari per camuffare la situazione. Fallimento amaro delle politiche che ha intrapreso contro la Siria. Il ministero degli Esteri francese mostra una grave ignoranza su ciò che accade nella regione d’Idlib. Pertanto, dovrebbe sapere che l’organizzazione Jabhat al-Nusra è classificata dalle Nazioni Unite organizzazione terroristica e che l’Esercito arabo siriano opera per liberare la regione dal terrorismo suo e di altre organizzazioni terroristiche che ne dipendono. La Siria smentisce categoricamente qualsiasi attacco ad ospedali e civili ed è indignata dal fatto che il ministero degli Esteri francese abbia riassunto le accuse di tale organizzazione terroristica; che, inoltre, non è interessata dagli accordi di Astana. Pertanto, coprire tale organizzazione terroristica è supportarla; costituendo flagrante violazione delle risoluzioni della legalità internazionale…” [6]. A cui vanno aggiunte le rivelazioni dell’esperto siriano di strategia militare Hasan Hasan, del 14 gennaio: “Negli ultimi giorni abbiamo visto che lo SIIL, crollato in gran parte della Siria, ora coopera con Jabhat al-Nusra, che la Turchia e altri Stati che sostengono il terrorismo tentano di riciclare. E Jabhat al-Nusra coopera con Partito del Turqistan, Ahrar al-Sham e ciò che resta dell’esercito libero siriano ad Idlib. Questi sono i ribelli gentili e moderati di cui la Coalizione internazionale e i suoi media s’impietosiscono!“[7]. Mentre l’ex-generale siriano Turqi al-Hasan spiegava ad al-Manar: “Ciò che suscita la rabbia di Erdogan è l’avanzata dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati su Idlib, mentre sperava che avrebbero combattuto i curdi, anche se il Presidente Putin, i suoi ministri degli Esteri e della Difesa, avevano chiaramente annunciato che il 2018 sarà l’anno dell’annientamento di Jabhat al-Nusra [8], cioè al-Qaida in Siria, che controlla l’80% della regione d’Idlib, mentre le altre fazioni terroristiche guidate dalla Turchia ne controllano solo il 20%. Così, quando l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati avranno eseguito la missione presso l’aeroporto di Duhur, i 70 villaggi nella sacca di 2000 kmq dove Jabhat al-Nusra e SIIL infuriano, saranno assediati e liberati. Quindi, il terrorismo sarà sconfitto e il ruolo della Turchia in Siria finirà” [9].
Il processo di Astana, non del tutto giusto agli occhi di Emmanuel Macron, e a cui la diplomazia francese chiede che gli impegni vengano rispettati, viene brevemente chiarito da Nasir Qandil: “I suddetti gruppi armati e il loro sponsor turco hanno agito come se non si fossero resi conto che le zone di de-escalation, definite dagli accordi Turchia-Iran-Russia di Astana dopo la sconfitta ad Aleppo, gli offrivano l’opportunità di preparare un processo politico su governo, Costituzione ed elezioni in Siria, e che se non avessero colto l’opportunità durante la guerra allo SIIL, le equazioni sarebbero cambiate una volta terminata la guerra. Va detto che anche tra i ranghi dei partigiani della Siria e dell’Asse della Resistenza, alcuni non hanno capito la funzione del processo di Astana che si concentra sull’allentamento di dozzine di fronti per eliminare lo SIIL e dare alla Turchia e ai gruppi armati che sostiene l’opportunità di adattarsi ai cambiamenti. Pertanto, la battaglia d’Idlib pone la Turchia di fronte a una delle due opzioni: rivivere la sconfitta di Aleppo o rispettare gli accordi di Astana e, inevitabilmente, perseguirli a Sochi, sapendo che in questa battaglia la Russia non è un mediatore ma un partecipe. Infatti, le sue basi militari in Siria sono state attaccate da droni lanciati da gruppi di cui la Turchia è garante diretta, ed è Mosca che invita al dialogo di Sochi contro cui la Turchia guida la sua guerra d’ostruzionismo” [10]. Poiché lo scopo del processo di Astana è chiarito, Nasir Qandil passava al processo successivo, con un breve titolo: Idlib o Sochi? “Quando il piano di Erdogan di rafforzare i gruppi armati sotto il suo comando per lanciare un contrattacco contro l’Esercito arabo siriano ed alleati si è concluso in un clamoroso fallimento, con tutti i villaggi invasi in un giorno, propose al presidente russo di fermare l’offensiva su Idlib contro il successo del “Congresso nazionale siriano” a Sochi, con la partecipazione della Turchia e dei rappresentanti dei ribelli moderati senza precondizioni. Questo perché Erdogan immaginava di aver risparmiato tempo grazie al processo di Astana e di poter ancora riciclare Jabhat al-Nusra a favore del Congresso di Sochi. Quindi non si è reso conto che se fosse stato accettato come garante dell’Accordo tripartito di Astana, nonostante la sua leggendaria doppiezza (e senza l’opposizione del governo siriano), non lo fu per la sua grande intelligenze, ma perché siriani, russi ed iraniani avevano bisogno di allentare per porre fine militarmente allo SIIL, e una volta raggiunto l’obiettivo, reagire alle sue vere intenzioni. Rispettando gli impegni, la partnership sarebbe continuata. Non li ha rispettati, e l’offensiva su Idlib non può aspettare. E oggi alcun fronte è più importante di quello di Idlib, l’equazione prioritaria è: Idlib e Sochi, niente Idlib o Sochi, o scelta tra liberazione d’Idlib e perdita di Sochi. Pertanto, Erdogan non ha altra scelta che accettare la liberazione di Idlib e il successo di Sochi o essere espulso dalla soluzione in Siria. Queste sono le condizioni della coalizione siriano-iraniano-russa, non potendo giocare da solo e non avendo più un posto nella coalizione statunitense…” [11]. Detto questo, l’ottimismo di Qandil non gli impedisce di ammettere che: “La regione è sull’orlo del precipizio, mentre la scena siriana dice che le linee rosse, tracciate nella valle dell’Eufrate e altrove dall’amministrazione USA, non contano; chi s’imbarca alla riconquista dell’aeroporto di Duhur non tiene conto di ciò che statunitensi, sauditi e israeliano considerano linea rossa turca che siriani ed alleati non oserebbero attraversare, ed eccoli invece attraversarla; e che domani attraverseranno la valle dell’Eufrate liberando Raqqa dopo Idlib. Quindi, Washington sceglierà la guerra o si adatterà come spesso fa? In un caso come nell’altro, l’Asse della Resistenza non scommette né predice, ma decide. E la decisione della Siria e dei suoi alleati è continuare ad andare avanti, di porre fine a Jabhat al-Nusra (e SIIL), poi alla sacca curda nel nord della Siria, prima di aprirsi la strada al processo di Sochi; non alle manovre del processo di Ginevra” [12]. A questo punto, sembra utile sottolineare che il processo di Sochi, politicamente di parte come quello di Astana agli occhi di Macron, dovrebbe ospitare circa 1500 personalità siriane di ogni sensibilità, anche rappresentanti dei partiti curdi, nonostante l’opposizione della Turchia, che non può più fingere minacce alla propria sicurezza nazionale per prolungare l’invasione del territorio siriano, e che dicono: purché non mettano in dubbio la legittimità del governo siriano ed unità ed integrità della Siria. Per come Washington reagirà, la risposta è stata rapida, poiché il servizio di comunicazione della Coalizione, guidato dagli Stati Uniti e che normalmente coinvolge Francia e Turchia, ha confermato la creazione di una presunta “Forza di sicurezza delle frontiere” [13] nel nord della Siria, che sarà sotto l’autorità delle SDF e, presumibilmente, dei residui di SIIL e consorelle. In tali circostanze, resta da vedere se il neo-tandem franco-turco continuerà e, soprattutto, quale processo di pace in Siria pretende di attuare Macron.Fonti:
[1] Diplomazia/Eventi Francia 2018/Prima pagina questo 11 gennaio
[2] “Abbiamo vinto a Raqqa”, dice Emmanuel Macron ad Abu Dhabi
[3] Intervista esclusiva di Emmanuel Macron a “20 heures” di France 2
[4] Conferenza stampa di Emmanuel Macron e Recep Tayyip Erdogan
[5] ركيا وفرنسا ثنائي جديد
[6] سورية تستهجن تبني الخارجية الفرنسية ادعاءات تنظيم (جبهة النصرة) الإرهابي
[7] استديو الحدث | رانيا عثمان
[8] بين قوسين | المنار
[9] Lavrov si riferisce al principale nemico in Siria aiutato “dall’estero”
[10] ستانة
[11] إدلب أم سوتشي
[12] حافة الهاوية
[13] Siria: curdi per formare una forza di confine con la coalizione internazionale

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria: Tillerson annuncia l’occupazione ed Erdogan fa vuote minacce

Moon of Alabama

Da alcuni giorni la Turchia minaccia d’invadere Ifrin, cantone curdo nel nord-ovest della Siria. La minaccia non è seria: Ifrin è per lo più montuosa. Immagini dalla Turchia mostravano lo sbarco di carri armati presso Ifrin, ma in Turchia. Questi erano vecchi carri armati M-60, leggermente migliorati da Israele, ma possono essere eliminati dai moderni razzi anticarro RPG e certamente dai missili anticarro (ATGM). I carri armati verrebbero distrutti se entrassero nel difficile terreno di Ifrin. Vi sono decine di migliaia di combattenti curdi e sono ben armati. Ifrin è sotto la protezione formale delle forze russe e siriane. Il vero pericolo per la Turchia non è Ifrin, ma il protettorato curdo molto più grande che gli USA annunciavano nel nord-est della Siria. Le minacce e il rumore dell’artiglieria turca hanno suscitato rumori dalla Siria e consigli più silenziosi dalla Russia. Il governo siriano vuole dimostrare di proteggere i cittadini siriani, arabi o curdi. La Russia è orgogliosa del ruolo di adulto che calma le parti. I due problemi reali per l’aspirante sultano Erdogan sono:
– il prossimo incontro dell’opposizione e dei partiti di governo siriani a Sochi e
– il sostegno degli Stati Uniti ai terroristi del PKK/YPG nel nord-est della Siria.
La Russia ha voluto invitare diversi partiti curdi, incluse le YPG, al grande incontro di Sochi. La Turchia respinge qualsiasi inclusione ufficiale dei curdi come entità costituente distinta. La Russia porrà la questione invitando alcune personalità d’etnia curda che parteciperanno in “qualità di privati”. Il secondo problema è emerso solo a causa della spacconata del CentCom e della politica statunitense scoordinata e fasulla: “Domenica scorsa, la coalizione militare a guida statunitense che combatteva lo Stato islamico, dichiarava strombazzando la creazione della “Forza di sicurezza delle frontiere” di 30000 persone. Ma l’annuncio, che ha scatenato le denunce turche, sorprese i funzionari di Washington, che mercoledì affermavano che la dichiarazione della coalizione era fuorviante, e il Pentagono rilasciava una dichiarazione per cercare di calmare i turchi. “Non si tratta di un nuovo “esercito” o convenzionale “forza di guardia di frontiera”, affermava la dichiarazione del Pentagono”. Non era la prima volta che il Comando Centrale del Medio Oriente agiva in modo apertamente aggressivo senza considerarne l’impatto strategico. La Turchia è un membro della NATO e annunciare l’installazione di una forza terroristica per proteggere un confine esterno della NATO è semplicemente pazzesco. Per anni il Pentagono ha ceduto troppo il guinzaglio al CentCom e deve riprenderlo. La forza della “guardia di frontiera” è stata rinominata forza di sicurezza interna che assicurerà che nessuno dei terroristi dello SIIL in zona, che Washington mantiene diligentemente vivo nell’est della Siria, fugga oltre confine sottraendosi ai prossimi incarichi.
Il segretario di Stato Tillerson annunciava la “nuova” posizione ufficiale degli Stati Uniti in Siria. Essenzialmente riassumendo la posizione dell’amministrazione Obama, vecchia e priva di senso: “Parlando ad un importante indirizzo sulla politica siriana ospitato dall’Istituto Hoover dell’Università di Stanford, Tillerson elencava sconfitta di al-Qaida, spodestamento dell’Iran e assicurazione di un accordo di pace che escluda il Presidente Bashar al-Assad, come obiettivi della presenza in Siria di 2000 soldati statunitensi dispiegati nell’angolo controllato dai curdi della Siria nord-orientale”. (Il numero reale di truppe statunitensi in Siria è 5000 soldati e altrettanti mercenari). Altri ascoltatori hanno rilevato ambizioni ancora più ampie: “Gli Stati Uniti hanno cinque obiettivi chiave in Siria, affermava Tillerson. Assicurarsi che Stato islamico ed al-Qaida non riemergano più; sostenere il processo politico guidato dalle Nazioni Unite; diminuire l’influenza dell’Iran; assicurarsi che il Paese sia privo di armi di distruzione di massa; e aiutare i rifugiati a tornare dopo anni di guerra civile”. Obiettivi che si escludono a vicenda. A Ginevra non accadrà nulla finché qualcuno insiste nel rimuovere il Presidente Assad. Al-Qaida e SIIL in Siria sono una conseguenza dell’azione degli Stati Uniti e della loro presenza (coperta) nel Paese. L’Iran attualmente ha poca presenza ed influenza limitata in Siria. Aumenterebbe solo se gli Stati Uniti tentassero di attaccare il governo siriano. I rifugiati non torneranno finché gli Stati Uniti minacciano d’infiammare nuovamente la guerra. Devo ancora leggere un analista che creda che l’amministrazione statunitense possa raggiungere i desiderata annunciati. È una sfortunata politica “fare qualcosa” che fallirà quando la resistenza sul campo aumenterà e i costi politici dell’occupazione diverranno evidenti. I curdi delle YPG nel nord-est, che hanno accettato l’occupazione, ne sopporteranno le conseguenze. Tutte le altre parti coinvolte in Siria li riterranno responsabili. Per ora il nuovo annuncio e la pessima presentazione hanno solo aiutato Erdogan a ricorrere di nuovo alle sue follie. Niente di tutto ciò avrà conseguenze serie.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Nella fornace: la guerra ai terroristi e il dilemma curdo

Ziad Fadil, Syrian Perspective 17 gennaio 2018Tutti gli occhi sono puntati su Idlib oggi e sulla retromarcia statunitense nel nord-est. La strategia del governo siriano delle tregue con i terroristi e offrirgli passaggio sicuro a Idlib, dove sono ammucchiati, paga. Ciò che sorprende è che così tanti capi terroristi non vedevano ciò. Oggi, anche con la collusione turca, i terroristi si preparano alla loro apocalisse. Come descrivono i propagandisti del terrorismo, “è la più violenta campagna aerea che abbiamo mai visto in Siria!” Oh, sorpresa! Il fatto che non possano immaginare che ciò accadasse è un buon segno dell’ingenuità del nemico. Era ovvio a tutti i lettori che sarebbe successo. La Turchia è in conflitto su questo stratagemma siriano-russo-iraniano. Mentre valutano le relazioni con Russia ed Iran, i turchi non sono disposti a rompere con la loro Assadofobia. Può darsi che si vergognino d’aver promosso così apertamente la guerra, ma ora non vedono via d’uscita se non aggrapparsi ai soliti mantra che ne giustificavano il coinvolgimento nella propagazione del terrore nella Mezzaluna Fertile, persistendo a prolungare la guerra contro Damasco. I turchi e la loro politica estera sono alla deriva in un mare di contraddizioni. Erdoghan, per quanto dettomi, sarebbe infuriato dalle mosse sioniste su Gerusalemme ispirate dalla follia di Trump. Erdoghan sarebbe irritato dalla riluttanza degli Stati Uniti ad estradare Fethullah Gulen in Turchia per processarlo per sedizione e tradimento, per non parlare del coinvolgimento nel tentativo di rovesciare il governo di Ankara. Erdoghan è infuriato dal sostegno degli Stati Uniti alle SDF curde, gruppo che i turchi identificano con il PKK con cui combattono un’infinita insurrezione che mira a creare uno Stato curdo in Turchia. Ha punito Stati Uniti e NATO acquistando il sistema antiaereo S-400 dalla Russia. Erdoghan è infuriato dagli sforzi dell’Arabia Saudita per punire il Qatar accoccolatosi con l’Iran. Ha inviato truppe in Qatar per aiutarlo a difendersi se i sauditi decidessero di ripetere un altro svarione ai propri confini. Erdoghan è infuriato dall’ostilità di sauditi ed Egitto verso i Fratelli musulmani, gruppo di cui si dice appartenga o sostenga con tutto il cuore. È ancora più infuriato per il maltrattamento da parte dell’Egitto dei funzionari e truppe di Hamas, tentativi di Cairo di smussare le capacità militari di Hamas, distruggendo tunnel, sequestrando armi e uccidendo pescatori. Hamas è, naturalmente, un ramo della Fratellanza musulmana. Erdoghan è seccato con tutti, ed addirittura infuriato dalla resilienza del Dr. Assad. Erdoghan è anche arrabbiato dalla massiccia operazione militare volta a sterminare l’intera struttura di al-Qaida ad Idlib. Ha inveito contro i bombardamenti delle basi di al-Qaida da parte della Siria, etichettandole come “omicidio di civili”. L’esercito turco avrebbe aiutato i terroristi di al-Qaida nella controffensiva per fermare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano sulla base aerea di Abu Dhuhur. L’avanzata è ricominciata e l’EAS ha riconquistato tutti i villaggi persi col contrattacco terroristico-turco.
Bene, è semplicemente un peccato. E non ha senso coinvolgere il proprio Paese in uno sforzo perso per mantenere i gruppi terroristici di Idlib mentre taglia i legami con statunitensi ed europei. Non so cosa Macron pensi ora, ma deve essere una qualche maledizione per l’arrivo di uno squinternato come Trump e del lunatico Erdoghan in ciò che sarebbe un mondo razionale. Erdoghan non lo percepisce, ma le sue opzioni diminuiscono ad ogni mossa. Ora minaccia d’invadere la Siria nord-orientale per reprimere il consolidamento del piano statunitense per creare uno Stato curdo (ricordate il mio post sull’argomento). Se lo fa, ordinerà alle sue forze di sparare a un altro membro della NATO, gli Stati Uniti, che ha oltre 10000 soldati sul campo ad aiutare i curdi a creare i requisiti per uno Stato. È in corso un disastro. Ogni volta che gli Stati Uniti sviluppano piani molto intelligenti, già s’immaginano impantanarsi in una nuova guerra oltreoceano. Ho informazioni sul fatto che il piano per istituire uno Stato coloniale curdo nel nord-est sia stato suggerito dall’entità sionista. Secondo la mia fonte, il Mossad sviluppò il piano su ordine di Mileikowski (alias Netanyahu) per dare agli statunitensi la possibilità di smorzare la rapida avanzata dell’influenza iraniana nella regione. Ora sappiamo che il nuovo Kurdistan a nord e l’infinito addestramento nel sud ad al-Tanaf, hanno lo scopo di ricacciare gli sforzi dell’Iran per proiettare la potenza economica estendendo un gasdotto attraverso la Siria al Mediterraneo e la potenza militare da Iraq e Siria al Sud del Libano, il territorio di Hezbollah. Non ci può essere piano più folle di questo. E se gli Stati Uniti contano sulla Turchia per completarlo, aiutando continuamente e favorendo i terroristi di Hayat Ahrar al-Sham (leggi: al-Qaida), tale aspettativa appare in sostanza un’illusione. I turchi si allontanano sempre più dalla NATO e hanno scarso rispetto degli Stati Uniti, come ho già scritto. Dal 2015 hanno chiuso i confini con i siriani ad Idlib. Hanno rafforzato i controlli sui rifornimenti ai terroristi di al-Qaida. L’unica cosa che non hanno fatto è fermare i contrabbandieri che consegnano il dovuto ai teppisti che popolano Idlib. È così che i terroristi poterono fabbricare i droni che attaccarono la base russa di Humaymim. Lo Stato che gli ha dato i piani della base è chiaramente quello dei coloni sionisti. La Russia reagì rapidamente contro i terroristi colpendone la fabbrica ed eliminando i responsabili della fabbricazione e progettazione dei droni. L’intelligence che identificò la posizione della fabbrica, secondo quanto riferito, proveniva dalla Turchia. E la vendetta russa è molto dolce.
Il bombardamento dell’Aeronautica siriana su Idlib s’intensifica esponenzialmente, come ammettono i propagandisti dei terroristi. L’Aeronautica siriana è stata rinnovata e modernizzata al 100%. L’esercito è molto più forte. Anche con il sistema anticarro TOW di fabbricazione statunitense, i terroristi non hanno possibilità perché gli ingegneri siriani hanno sviluppato i Sarab 1 e 2 che hanno efficacemente neutralizzato i TOW. Senza nuove tecnologie, i terroristi semplicemente aspettano i loro ultimi istanti. L’Arabia Saudita ha cessato i finanziamenti ad al-Qaida guidata da Muhaysini. Non ci sono contrabbandieri con valigette piene di soldi per pagare gli stipendi dei terroristi, le cui famiglie sono ora personaggi addolorati di una tragedia greca che si dispiega in modo orribile ogni giorno. Con un’Europa che non li accetta, il contrabbando ha una rapida ripresa con le famiglie che spendono ogni gioiello per passare in Grecia e, si spera, Europa. Non riesco ad immaginare uno scenario più disperato di quello che affrontano tali disgraziati. È solo questione di tempo. Gli statunitensi hanno dato i MANPAD al PKK. Ciò renderà Erdoghan davvero felice. Si dice già che l’offensiva turca ad Ifrin inizierà il 17 gennaio 2018. Spero che curdi e turchi si facciano saltare a vicenda. Prego per uno scontro sanguinoso che insegni ai turchi cosa significa sostenere il terrorismo e ai curdi il tradimento. Nel frattempo, un altro dramma si svolge nel Ghuta orientale. L’esercito dell’Islam riceve ancora gli stipendi dai sauditi. Ma, a quanto ho capito, i sauditi hanno dato un limite ai fratelli al-Lush. Gli è stato detto di negoziare a Ginevra o a Sochi o di restarne fuori. Non si creda alle assurdità spacciate dai notiziari falsi su quanto siano popolari i terroristi nel Ghuta. Non sono popolari, sono tollerati da una popolazione ferita. È stato deciso di schiacciare i terroristi con la forza aerea. Osservate attentamente la posizione presa da al-Lush a Sochi: prevediamo l’improvviso abbandono delle trincee e l’accettazione della leadership del Dr. Assad. Non hanno altra scelta. E c’è così poco tempo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio