Dalle Filippine al Myanmar: gli USA combattono i loro terroristi

Tony Cartalucci – LD 8 settembre 2017Con il recente attacco alla polizia in Myanmar da parte di terroristi descritti da Reuters come “ribelli musulmani” e il continuo terrorismo che affligge le Filippine dove le forze sono impegnate contro i terroristi del cosiddetto “Stato islamico”, sembra che il terrorismo si sia diffuso nel Sud-Est asiatico senza segni di declino. Tuttavia, le improvvise violenze avvengono nel momento in cui il cosiddetto “perno sull’Asia” degli USA è sospeso, fornendo agli Stati Uniti un pretesto conveniente per ristabilirsi nella regione in un modo molto più insidioso. Gli USA volevano una presenza militare nel sud-est asiatico da decenni, ma mancava un pretesto, finora gli Stati Uniti hanno apertamente cospirato, per decenni, per stabilire e ampliare una presenza militare permanente nell’Asia sudorientale per affrontare, circondare e contenere la Cina. Sin dalla guerra del Vietnam, coi cosiddetti “documenti del Pentagono” rilasciati nel 1969, si capì che il conflitto era semplicemente parte di una strategia volta a contenere e controllare la Cina. Tre citazioni importanti da questi documenti lo rivelano, dichiarando innanzitutto che: “...la decisione di febbraio di bombardare il Vietnam settentrionale e l’approvazione di luglio della fase I dello schieramento hanno senso solo se sostengono una politica a lungo termine per contenere la Cina“. Sostenevano inoltre: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in Oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, appare un’importante potenza minacciosa che sottovaluta la nostra importanza ed efficacia nel mondo e, più avanti sarà più minacciosa organizzando l’Asia contro di noi”. Infine, delineavano l’immenso teatro regionale che gli Stati Uniti avevano ingaggiato contro la Cina affermando: “Ci sono tre fronti nello sforzo a lungo termine per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte sud-est asiatico“. Mentre gli Stati Uniti infine persero la guerra del Vietnam e ogni possibilità di utilizzare i vietnamiti come ascari contro Pechino, la lunga guerra contro essa continuava altrove. Ultimamente, un piano del Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC), nel documento del 2000 intitolato “Ricostruire le difese americane” (PDF), dichiarava apertamente l’intenzione di stabilire una presenza militare permanente ed ampia nel Sud-Est asiatico. La relazione affermava esplicitamente che: “…è ora di aumentare la presenza di forze statunitensi nel Sud-Est asiatico”, e dettagliava dichiarando: “Nel Sud-Est asiatico, le forze statunitensi sono troppo poche per affrontare adeguatamente i crescenti requisiti di sicurezza. Dal ritiro dalle Filippine nel 1992, gli Stati Uniti non hanno una significativa presenza militare permanente nel Sud-Est asiatico. Né le forze statunitensi nell’Asia nordorientale possono facilmente operare o schierarsi rapidamente nel Sud-Est asiatico, certamente non senza mettere a rischio gli impegni in Corea. Fatta eccezione dei pattugliamenti navali, la sicurezza di questa regione strategicamente significativa e sempre più tumultuosa è stata abbandonata dagli USA”. Osservando la difficoltà di mettere le truppe statunitensi dove non sono volute, il documento del PNAC notava: “Questo sarà un compito difficile che richiede sensibilità verso i diversi sentimenti nazionali, ma è reso ancora più impellente dalla nascita di nuovi governi democratici nella regione. Garantendo la sicurezza dei nostri alleati e delle nazioni recentemente democratiche dell’Asia orientale, gli Stati Uniti possono contribuire a che l’ascesa della Cina sia pacifica. Infatti, nel tempo, la potenza statunitense e gli alleati regionali possono spingere un processo di democratizzazione nella Cina stessa”. Va notato che il riferimento all'”emergere di nuovi governi democratici nella regione” è un riferimento agli Stati clienti creati dagli Stati Uniti per conto dei propri interessi e che non costituiscono in alcun modo dei “governi democratici” rappresentativi degli interessi dei popoli dai “sentimenti nazionali” contrari in primo luogo alla presenza militare statunitense nella regione.
Va inoltre rilevato che nel 2000 gli Stati Uniti coltivavano vari governi ascari nel sud-est asiatico tra cui Aung San Suu Kyi e la sua Lega nazionale per la democrazia in Myanmar, Thaksin Shinawatra in Thailandia e Anwar Ibrahim in Malesia. Dal 2000, tutti tranne uno, sono stati rimossi dal potere con Anwar Ibrahim in carcere e Thaksin Shinawatra in fuga dalla Thailandia per eludere 2 anni di carcere. Solo Suu Kyi è salita al potere grazie ai miliardi spesi dagli sponsor occidentali tramite il National Endowment for Democracy (NED) e le sue numerose filiali e affiliati. Uno di essi, l’Istituto della Pace degli USA, ha apertamente dichiarato come gli Stati Uniti dettassero praticamente ad ogni livello immaginabile lo sviluppo del Myanmar dirigendo dai processi politici all’organizzazione dell’economia, fornendo anche “assistenza tecnica” sull'”antiterrorismo”. Nelle Filippine, i tentativi degli Stati Uniti di ristabilire la propria presenza militare e di utilizzare la nazione nel conflitto mirato con Pechino hanno subito diverse sconfitte.

Gli Stati Uniti combattono il terrorismo sponsorizzato da USA-Arabia Saudita in Asia
Ultimamente Washington ha scoperto che il rapporto di Manila volge irrevocabilmente a favore dei legami con Pechino. Questo fino all’arrivo fortuito dei terroristi del cosiddetto “Stato islamico” sulle coste della nazione, travolgendo un’intera città nella regione meridionale della nazione. Anche in Myanmar compaiono improvvisamente dei terroristi che operano aiutando gli Stati Uniti nel porre una presenza militare permanente nel Paese, fornendo “assistenza tecnica” contro il “terrorismo”. Tali terroristi, tuttavia, non escono dal nulla. Tali organizzazioni che svolgono operazioni su una scala che va dalle Filippine, al sud della Thailandia, a Malesia, Indonesia e Myanmar, richiedono immense somme di denaro, capacità organizzative, logistiche e politiche. E infatti è confermato che non solo questo sostegno esiste, ma proviene da una fonte nota e conseguente del terrorismo sponsorizzato da un governo, l’alleato più stretto degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Il Wall Street Journal in un articolo intitolato: “Gli abusi nella Birmania della Nuova Asia sui musulmani rohingya crea una violenta reazione“, indicava in merito al terrorismo in Myanmar che: “Ora questa politica immorale ha creato una violenta risposta. L’ultima insurrezione musulmana sfrutta i militanti rohingya sostenuti dai sauditi contro le forze di sicurezza birmane. Mentre le truppe governative si vendicano sui civili, rischiando d’incitare i rohingya ad aderire alla lotta”. Il Wall Street Journal dichiarava: “Chiamato Harakah al-Yaqin, in arabo “Movimento della Fede”, il gruppo risponde ad una commissione di emigrati rohingya alla Mecca e un quadro di capi locali dall’esperienza di guerriglieri all’estero. L’ultima campagna, proseguita a novembre con attacchi e attentati che hanno ucciso diversi agenti di sicurezza, fu approvata dai chierici di Arabia Saudita, Pakistan, Emirati e altrove. I rohingya “non sono mai stati una popolazione radicalizzata”, osserva l’ICG, “e la maggioranza della comunità, dei suoi capi e leader religiosi aveva evitato le violenze perché controproducenti”. Ma questo cambia rapidamente. Harakah al-Yaqin fu fondato nel 2012 dopo che i disordini etnici del Rakhine uccisero circa 200 rohingya, ed ora si stima che abbia centinaia di combattenti“. Il terrorismo sponsorizzato e diretto dall’Arabia Saudita crea un pretesto per la presenza militare statunitense nel Myanmar altrimenti ingiustificabile in alcun modo, forma o metodo.
Similmente un canale di denaro e armi scorre ai terroristi che operano nelle Filippine da Riyadh e Washington, con conseguente opportunità per gli Stati Uniti di stabilire una presenza militare permanente in risposta a una crisi creata intenzionalmente. Mentre gli Stati Uniti propongono un’ampia presenza militare nel Sud-Est asiatico come aiuti contro il terrorismo, è chiaro che è proprio il sostegno di Washington a Riyad alla base della crisi, e che semplicemente ritirare tale aiuto e condannare questo Stato sponsor del terrorismo sono la soluzione. Tuttavia, gli Stati Uniti non adottano questa conclusione logica, né seguono la via d’azione più evidente, indicando piena complicità con la sponsorizzazione saudita del terrorismo, facendo gravare la responsabilità per le morti e le distruzioni del terrorismo nel Sud-Est asiatico su Washington. Mentre gli Stati Uniti costituiscono la propria presenza militare nel Sud-Est asiatico come pietra angolare per la pace e la stabilità, in realtà è la politica sintomatica dell’instabilità e del caos gravi degli Stati Uniti e del loro autoproclamato “ordine internazionale”. È particolarmente ironico che non solo il terrorismo si diffonda nel sud-est asiatico, frutto della politica intenzionale di Washington, ma che sia utilizzato come pretesto per impostare un grande e potenzialmente devastante conflitto regionale con la Cina.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Rohingya, pedine dei sauditi nella guerra sul Myammar

Moon of Alabama 7 settembre 2017L’attenzione dei media è rivolta alle violenze su una minoranza etnica in Myanmar. La storia della “stampa occidentale” è sui musulmani rohingya ingiustamente perseguitati da bande buddiste e dall’esercito nello Stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Gli “interventisti umanitari liberali” come Human Rights Watch affiancano islamisti come il presidente turco Erdogan lamentando la condizione dei rohingya. Tale curiosa alleanza si ebbe anche nelle guerre a Libia e Siria. È ormai un avvertimento. Potrebbe esserci altro dietro questo conflitto locale in Myanmar? Qualcuno l’alimenta? Infatti. Mentre il conflitto etnico nello Stato di Rakhine è molto vecchio, negli ultimi anni è divenuta una guerra jihadista finanziata e guidata dall’Arabia Saudita. L’area è d’interesse geostrategico: “Rakhine ha un’importante parte nell’iniziativa cinese Fascia e Via, OBOR, in quanto è un porto sull’Oceano Indiano e rientra nei progetti miliardari cinesi per una zona economica pianificata sull’isola Ramree e il porto di Kyaukphyu, con oleodotti e gasdotti che li collegano a Kunming, nella provincia dello Yunnan”. Gli oleodotti dalle coste occidentali del Myanmar verso la Cina permettono l’importazione di idrocarburi dal Golfo Persico per la Cina evitando il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca e le parti contestate del Mar Cinese Meridionale. È “interesse occidentale” ostacolare i progetti cinesi nel Myanmar. Incitare la jihad nel Rakhine potrebbe contribuirvi. C’è un precedente storico simile, la guerra per procura Rohingya-Bamar in Birmania. Durante la Seconda Guerra Mondiale le forze imperialiste inglesi incitarono i musulmani rohingya nel Rakhine a combattere i Bamar, i buddisti nazionalisti birmani alleati degli imperialisti giapponesi.
I rohingya migrarono nel nord dell’Arakan, Stato di Rakhine del Myanmar, nel XVI secolo. Una grande ondata avvenne durante l’occupazione imperialista inglese, un secolo fa. L’immigrazione illegale dal Bangladesh continua negli ultimi decenni. In totale circa 1,1 milioni di musulmani rohingya vivono in Myanmar. Si dice che la loro natalità sia superiore a quella dei buddisti arakani. Questi si sentono messi sotto pressione nella propria terra. Mentre queste popolazioni sono mescolate in alcune città, vi sono molti villaggi al 100% dell’uno o dell’altro. In genere c’è scarsa integrazione dei rohingya nel Myanmar. La maggior parte non è ufficialmente accettata come cittadini. Nei secoli e negli ultimi decenni vi furono diverse violenze tre immigrati e popolazioni locali. L’ultimo conflitto musulmano-buddista si ebbe nel 2012. Da allora fu costituita l’insurrezione islamista nella zona dal nome Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), guidato da Ataullah Abu Ammar Junjuni, jihadista pakistano. (L’ARSA aveva operato come Haraqah al-Yakin, o Movimento della Fede). Ataullah è nato nella grande comunità rohingya di Karachi, in Pakistan, ed è cresciuto e ha studiato in Arabia Saudita. Ebbe una formazione militare in Pakistan e fu imam wahhabita in Arabia Saudita prima di venirsene in Myanmar. Da allora ha soggiogato, arruolato e addestrato come guerriglieri circa 1000 taqfiri. Secondo un rapporto del 2015 del giornale pakistano Dawn, vi sono più di 500000 rohingya a Karachi, giunti dal Bangladesh negli anni ’70 e ’80 su richiesta del regime militare di Zia ul-Haq e della CIA per combattere i sovietici e il governo dell’Afghanistan: “La comunità rohingya di Karachi è più propensa alla religione e invia i figli nelle madrase. Non è un caso che molti partiti religiosi, in particolare Ahle Sunnat Wal Jamaat, JI e Jamiat Ulema-i-Islam-Fazl, hanno le loro strutture organizzative nei quartieri birmani…” “Numerosi rohingya che vivono nell’Arakan Abad hanno perso dei parenti negli assalti delle bande buddiste nel giugno 2012, nel Myanmar”, dichiarava Mohammad Fazil, attivista locale del JI. I rohingya a Karachi raccolgono regolarmente donazioni, zaqat e animali sacrificali per inviarli in Myanmar e Bangladesh per sostenere le famiglie sfollate”. Reuters notava a fine 2016 che il gruppo jihadista è addestrato, guidato e finanziato da Pakistan e Arabia Saudita: “Un gruppo di musulmani rohingya attaccò le guardie di frontiera del Myanmar ad ottobre, sotto la guida di persone legate ad Arabia Saudita e Pakistan, dichiarava il Gruppo internazionale di crisi (ICG) citando i membri del gruppo… Anche se non confermato, ci sono indicazioni che (Ataullah) si recò in Pakistan e forse altrove, per addestrarsi nella guerra moderna”, secondo il gruppo, rilevando che Ataullah era uno dei 20 rohingya sauditi che guidava le attività del gruppo nello Stato di Rakhine. In più, un comitato di 20 emigrati rohingya guida il gruppo, che ha sede alla Mecca, dichiarava l’ICG”. I jihadisti dell’ARSA sostengono di attaccare solo le forze governative, ma anche i buddisti arakani civili sono stati assaliti e massacrati e i loro villaggi anche bruciati.
Il governo del Myanmar afferma che Ataullah e il suo gruppo vogliono dichiarare uno Stato islamico indipendente. Nell’ottobre 2016 il suo gruppo attaccò la polizia e altre forze governative della regione, e il 25 agosto attaccò 30 stazioni di polizia e avamposti militari uccidendo 12 poliziotti. Esercito e polizia risposero, come avviene in questo conflitto, bruciando le municipalità dei rohingya sospettate di nascondere la guerriglia. Per sfuggire alla crescente violenza molti buddisti arakani locali fuggono verso il capoluogo di Rakhine. I musulmani rohingya fuggono in Bangladesh. Solo questi rifugiati sembrano ricevere un’attenzione internazionale. L’esercito del Myanmar ha governato il Paese per decenni. Su pressione economica si aprì nominalmente all'”occidente” istituendo la “democrazia”. La cocca dell'”occidente” in Myanmar è Daw Aung San Suu Kyi. Il suo partito ha vinto le elezioni e domina il governo. Ma Aung San Suu Kyi è soprattutto una nazionalista e il potere reale è ancora detenuto dai generali. Mentre Aung San Suu Kyi viene presentata come icona democratica, non ha merito personale che essere figlia di Thakin Aung San, famoso capo dell’Esercito per l’indipendenza della Birmania (BIA) e “padre della nazione”. Negli anni ’40, Thakin Aung San fu arruolato dall’esercito imperiale giapponese per condurre la guerriglia contro l’esercito coloniale inglese e le linee di rifornimento inglesi per le forze antigiapponesi in Cina: “Il giovane Aung San imparò ad indossare abiti tradizionali giapponesi, parlarne la lingua e assunse anche un nome giapponese”. Nel racconto di Thant Myint-U, “Il fiume dei passi perduti”, viene descritto come “chiaramente travolto dall’euforia fascista che lo circonda”, ma rileva che il suo impegno era per l’indipendenza del Myanmar”. Anche il conflitto etnico nel Rakhine ha giocato un ruolo nel conflitto anglo-giapponese sulla Birmania: “Nell’aprile 1942, le truppe giapponesi avanzarono nello Stato di Rakhine e giunsero a Maungdaw, vicino al confine con ciò che allora era l’India inglese ed è ora Bangladesh. Mentre gli inglesi si ritirarono in India, Rakhine divenne la linea del fronte. I buddisti arakani collaborarono con le forze del BIA e giapponesi, e gli inglesi reclutarono i musulmani per contrastare i giapponesi. Gli eserciti inglese e giapponese sfruttarono le frizioni e l’animosità nella popolazione locale per i propri obiettivi militari”, scrisse lo studioso Moshe Yegar”. Quando gli inglesi vinsero, Thakin Aung San cambiò campo e negoziò la fine del dominio imperiale inglese sulla Birmania. Fu assassinato nel 1947 da ufficiali inglesi. Da allora la Birmania, successivamente rinominata Myanmar, è governata da fazioni delle forze armate sempre in competizione.
La figlia di Aung San, Aung San Aung San Suu Kyi, ebbe un’istruzione inglese e fu costruita per avere un ruolo nel Myanmar. Negli anni ’80 e ’90 litigò con il governo militare. Ricevette il Nobel per la Pace e fu promossa difensore progressista dei diritti umani dai “letterati” occidentali. Ma lei, e la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) che guida, sono da sempre l’opposto, fascisti in abiti buddisti zafferano. Gli ipocriti sono ora delusi dal fatto che non parli a favore dei rohingya. Se così facesse si metterebbe dalla parte opposta, quella che il padre aveva notoriamente combattuto, e sarebbe anche contro la maggioranza del popolo del Myanmar che ha poca simpatia per i rohingya e la loro jihad. In generale, la maggioranza dei 50 milioni di abitanti del Myanmar teme l’immigrazione di 160 milioni di bengalesi dal più piccolo, inondato e sovrappopolato Bangladesh. Inoltre, i progetti cinesi per l’OBOR sono un enorme bonus per il Myanmar, che ne aiuterà lo sviluppo economico. Sauditi e pakistani inviano capi guerriglieri e soldi per incoraggiare la jihad dei rohingya in Myanmar, ripetendo le operazioni della CIA contro l’influenza sovietica in Afghanistan. Ma a differenza dell’Afghanistan, il popolo del Myanmar non è musulmano. Sicuramente combatterà e non aderirà a una qualche jihad nel proprio Paese. I rohingya sono ora le pedine del Grande Gioco e ne soffriranno.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Soros e idrocarburi: i responsabili della crisi in Myanmar

Sputnik, 5 settembre 2017

Il conflitto rohingya in Myanmar, riacceso nell’agosto 2017, sembra essere una crisi pluridimensionale che coinvolge importanti attori geopolitici, secondo gli esperti che attribuiscono le recenti violenze nel Paese a cause interne ed estere. La crisi dei rohingya, scontro tra buddisti e musulmani nel Myanmar occidentale da fine agosto, è chiaramente alimentata da attori esteri globali, afferma a RT Dmitrij Mosjakov, direttore del Centro per Asia sudorientale, Australia e Oceania dell’Istituto di studi orientali dell’Accademia delle scienze russa. Secondo lo studioso, il conflitto ha almeno tre dimensioni: “Prima di tutto, è una manovra contro la Cina, avendo investito molto nell’Arakan. In secondo luogo, è volto ad alimentare l’estremismo musulmano nell’Asia sudorientale… Infine, è un tentativo di seminare discordia nell’ASEAN (tra Myanmar e Indonesia e Malaysia musulmane)“. Secondo Mosjakov, il conflitto da secoli viene utilizzato da attori esteri per minare la stabilità dell’Asia sudorientale, soprattutto per le sfide poste dai grandi giacimenti di petrolio al largo delle coste dello Stato di Arakan. “C’è l’enorme giacimento di gas Than Shwe, denominato dal generale che ha governato il Myanmar. Inoltre, la zona costiera dell’Arakan contiene certamente idrocarburi”. Da quando gli enormi giacimenti presso lo Stato di Arakan furono scoperti, nel 2004, attraggono l’attenzione della Cina. Nel 2013, la Cina completò la costruzione di un oleogasdotto che collega il porto di Kyaukphyu alla città di Kunming, nella provincia dello Yunnan. Il gasdotto consente a Pechino di ricevere petrolio medio-orientale e africano evitando lo stretto di Malacca, mentre il gasdotto trasporta idrocarburi dai campi offshore del Myanmar alla Cina. Lo sviluppo del progetto cino-myammarese coincise con l’intensificazione del conflitto rohingya nel 2011-2012, quando 120000 profughi fuggirono dal Paese per evitare spargimento di sangue. Secondo Dmitrij Egorchenkov, Vicedirettore dell’Istituto di Studi Strategici e Pronostici dell’Università dell’Amicizia dei Popoli della Russia, non è un caso. Anche se ci sono cause interne alla crisi, molto probabilmente è alimentata da attori esteri, in particolare dagli Stati Uniti. La destabilizzazione del Myanmar può influenzare i progetti energetici della Cina e creare instabilità presso Pechino. A causa della crisi tra Stati Uniti e Corea democratica, altro vicino della Cina, Pechino potrebbe ritrovarsi nel mezzo di un tiro incrociato. Nel frattempo, la Task Force Birmania, che comprende diverse organizzazioni finanziate da George Soros, è attivamente impegnata in operazioni nel Myanmar dal 2013 ed invita la comunità internazionale a fermare il genocidio della minoranza musulmana dei rohingya. Tuttavia, l’interferenza di Soros negli affari interni del Myanmar affondano nella storia del Paese. Nel 2003, George Soros si unì a un gruppo di lavoro degli Stati Uniti per aumentare la “cooperazione statunitense con altri Paesi per portare avanti la trasformazione politica, economica e sociale della Birmania (Myanmar), che procedeva a rilento“. Il documento del 2003 del Consiglio sulle Relazioni Estere (CFR) intitolato “Birmania: il momento del cambiamento“, annunciava l’istituzione del gruppo insistendo sul fatto che “la democrazia… non può sopravvivere in Birmania senza l’aiuto di Stati Uniti e comunità internazionale“.
Parlando a RT, Egorchenkov spiegava: “Quando George Soros va in questo o quel Paese… cerca le contraddizioni religiose, etniche o sociali, sceglie il modello d’azione secondo queste opzioni o una loro combinazione, e poi cerca di “acutizzarle”.” Secondo Mosjakov, sembra che alcune economie globali consolidate cerchino di contenere il rapido sviluppo delle nazioni dell’ASEAN creandovi conflitti interni. Lo studioso sostiene che la politica del contenimento globale cerca d’istigare le discordie nelle formazioni regionali stabili. Suscitando conflitti regionali, gli attori esteri ne approfittano per controllare gli Stati sovrani o esercitarvi una notevole pressione. La recente crisi rohingya iniziava il 25 agosto, quando gli insorti musulmani rohingya attaccarono le guardie di frontiera nello Stato di Arakan nel Myanmar. La grave reazione delle autorità del Paese scatenava scontri violenti, uccidendo almeno 402 persone. Tuttavia, secondo alcune stime, 3000 musulmani sarebbero stati uccisi nel conflitto che, iniziato quasi un secolo fa, si acuì gradualmente dal 2011 fino al 2012, quando migliaia di famiglie musulmane cercarono rifugio in speciali campi profughi nel Paese o in Bangladesh. Un’altra escalation si ebbe nel 2016.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Myanmar: Benzina e fuoco, non buoni contro cattivi

Tony Cartalucci, LD, 5 settembre 2017La crisi nel Myanmar, nel Sudest dell’Asia, ha confuso molti analisti geopolitici per la complessità storia e la copertura intenzionalmente ingannevole e contraddittoria data dai media occidentali. Il governo del Myanmar è diretto da Aung San Suu Kyi e dalla sua Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), saliti al potere dopo una lotta contro l’esercito che ha governato la nazione per decenni.

Aung San Suu Kyi è una creatura ed agente degli interessi statunitensi ed europei
Suu Kyi e il suo NLD ricevevano decine di milioni di dollari in aiuti statunitensi, inglesi ed europei. Furono create intere reti di facciate come organizzazioni non governative (ONG) per minare e rovesciare le istituzioni nazionali del Myanmar. La portata di questo sostegno e finanziamento è riportata da molte organizzazioni occidentali, tra cui la Campagna inglese per la Birmania, che nel suo rapporto di 36 pagine del 2006, “Fallimento del popolo della Birmania“? (PDF) dettaglia ampiamente come essa e le controparti statunitensi costruirono l’attuale impressionante dominio politico di Suu Kyi. Il rapporto afferma esplicitamente: “Il National Endowment for Democracy (NED – cfr. Appendice 1, pagina 27) era l’avanguardia del nostro programma per la promozione della democrazia e dei diritti umani in Birmania dal 1996. Fornimmo 2500000 dollari nel FY 2003 per la Birmania sulla legislazione per le operazioni estere. Il NED utilizzerà questi fondi per sostenere le organizzazioni per la democrazia birmane e delle minoranze etniche attraverso un programma di sovvenzioni. I progetti finanziati sono destinati a diffondere informazioni in Birmania a sostegno dello sviluppo democratico, a creare infrastrutture e istituzioni democratiche, a migliorare la raccolta di informazioni sugli abusi dei diritti umani da parte delle Forze Armate birmane e ripristinare la democrazia quando si avranno aperture politiche e il ritorno di esuli/rifugiati”. Il rapporto continuava: “Voice of America (VOA) e Radio Free Asia (RFA) hanno servizi birmani. VOA trasmette tre volte al giorno un mix di notizie e informazioni internazionali di 30 minuti. RFA trasmette notizie e informazioni sulla Birmania due ore al giorno. I siti web VOA e RFA contengono anche materiale audio e testi in birmano e inglese. Ad esempio, l’editoriale del VOA del 10 ottobre 2003, “Liberare Aung San Suu Kyi” è prominente nella sezione birmana di VOAnews.com. Il sito di RFA mette a disposizione 16 versioni audio dei discorsi di Aung San Suu Kyi dal 27 al 29 maggio 2003. La radio internazionale statunitense fornisce informazioni cruciali a una popolazione a cui sono negati i vantaggi della libertà d’informazione dal governo”.
Per quanto riguarda l’indottrinamento e l’istruzione dei futuri capi di questo blocco politico asservito all’occidente, si affermava: “Il dipartimento di Stato ha fornito 150000 dollari di fondi FY 2001/02 per dare borse di studio ai giovani attraverso Prospect Burma, un’organizzazione partner con stretti legami con Aung San Suu Kyi. Con i fondi del FY 2003/04, abbiamo intenzione di sostenere il lavoro di Prospect Burma data la competenza dimostrata dall’organizzazione nella gestione delle borse di studio ad individui a cui viene negata l’istruzione dalla continua repressione della giunta militare, ma impegnati al ritorno della democrazia in Birmania”. Per quanto riguarda l’Open Society di George Soros, criminale finanziario, e la sua interferenza nella politica interna di Myanmar, il rapporto affermava: “La nostra assistenza all’Istituto Open Society (OSI) (fino al 2004) fornisce un sostegno parziale al programma per concedere borse di studio agli studenti fuggiti dalla Birmania e che desiderano continuare gli studi fino alla laurea o post-laurea. Gli studenti in genere frequentano scienze sociali, sanità, medicina, antropologia e scienze politiche. La priorità è data agli studenti che esprimono la volontà di tornare in Birmania o lavorare nelle comunità dei rifugiati per la riforma democratica ed economica del Paese”. Il rapporto, scritto nel 2006 quando un altro fantoccio statunitense, Thaksin Shinawatra, guidava la Thailandia come primo ministro, fino alla sua dipartita l’anno dopo, dettagliava il ruolo che la Thailandia giocava per sconvolgere e rovesciare l’ordine politico del Myanmar: “L’anno scorso il governo degli Stati Uniti ha iniziato a finanziare un nuovo programma dell’Organizzazione internazionale per la migrazione (OIM) per fornire servizi sanitari basilari ai migranti birmani al di fuori dei campi profughi ufficiali, in collaborazione con il ministero della Sanità Pubblica tedesco. Questo progetto era sostenuto dal governo tailandese e ha ricevuto copertura favorevole dalla stampa locale. Sforzi come questo, volti a trovare modi positivi per lavorare con il governo tailandese in aree d’interesse comune, contribuiscono a creare un sostegno ai programmi finanziati dagli Stati Uniti per aiutare i gruppi per la democrazia birmani”.
Il ministro dell’informazione Myanmar, Pe Myint, ad esempio, frequentò la Fondazione Memorial Media of Indochina, finanziata da NED e Open Society, a Bangkok. Un cablo diplomatico statunitense reso disponibile da WikiLeaks rivela quanto fosse integrale tale formazione nello sviluppo dello Stato cliente degli Stati Uniti che ora domina il Myanmar. “Titolo: “Panoramica delle organizzazioni dei media birmane basate nella Thailandia settentrionale“, che dichiarava nel 2007: “Altre organizzazioni, alcune in ambito esterno alla Birmania, aggiungono anche opportunità educative per i giornalisti birmani. Per esempio, la fondazione Memorial Media of Indochina di Chiang Mai ha completato l’anno scorso i corsi di formazione per giornalisti del sudest asiatico, inclusi birmani. I principali finanziatori dei programmi di formazione giornalistica nella regione sono NED, Open Society Institute (OSI) e vari governi e amministrazioni europei… Un certo numero di attivi programmi di formazione sui media attirano gli esuli e i residenti dalla Birmania a Chiang Mai per corsi di giornalismo che vanno da una settimana ad un anno. Questi programmi di formazione identificano i giornalisti che potrebbero essere attivi nelle comunità della Birmania, così come nelle ONG in Thailandia, aiutandoli ad assicurarsi posizioni per riferire sui media birmani nella regione. I programmi di formazione contribuiscono a garantirsi che le generazioni future potranno sostituire i fondatori delle organizzazioni attuali”. Il cablo collega anche i finanziamenti statunitensi all’atteggiamento prevedibilmente “pro-americano” adottato da chi riceve tali finanziamenti: “Nel rinnovo dei contatti dei diplomatici statunitensi che interagiscono con i media stranieri, la comunità dei giornalisti in esilio rimane fermamente pro-americana. Gruppi come DVB e The Irrawaddy cercano continuamente maggiori informazioni dai funzionari statunitensi ed utilizzano frequentemente interviste, comunicati stampa e clip audio pubblicati sui siti web del governo USA. Un colloquio dal vivo con un diplomatico statunitense è merce preziosa, che può anche instillare una sana concorrenza tra i notiziari rivali nel scovare uno scoop. Un colloquio con Irrawaddy del 2006 di EAP DAS Eric John fu replicato in diversi articoli e diffuso ampiamente in tutta la comunità in esilio e sui media principali. I finanziamenti del governo USA svolgono un ruolo in questa buona volontà…” Senza dubbio, Suu Kyi e coloro che occupano i vertici del suo governo, sono il prodotto di decenni di sostegno, formazione e indottrinamento di Stati Uniti e Regno Unito.I “terroristi rohingya” sostenuti dai sauditi non rappresentano i rohingya più di quanto lo SIIL rappresenti i sunniti
Una narrativa infelice si afferma sui media alternativi, raffigurando la minoranza rohingya del Myanmar come “islamisti” che adottano la “jihad”. In realtà, la minoranza rohingya in Myanmar vi ha vissuto per generazioni. Fino a poco tempo fa, vivevano in armonia con i vicini buddisti in tutto il Paese, anche nello Stato Rakhine. Molti dei punti di discussione adottati contro i rohingya sono letteralmente copiati dai gruppi estremisti statunitensi nel Myanmar. Le affermazioni secondo cui il termine “rohingya” sia semplicemente finto, perché in realtà sarebbero illegali bengalesi che dovrebbero essere espulsi dal Myanmar, sono i punti fondamentali dei sostenitori violenti di Suu Kyi, i “monaci della rivoluzione zafferano” di anni prima. I sostenitori sempre più autoritari di Aung San Suu Kyi, molti presenti durante la rivoluzione di zafferano del 2007, sono i primi agitatori della crisi sui rohingya. Mentre i media occidentali tentano di ritrarre l’esercito come responsabile delle violenze, sono spesso i militari che intervengono per fermare gli estremisti che attaccano i villaggi rohingya e i campi profughi che cercano di distruggere e bruciare. Fu il governo militare a cercare di concedere la cittadinanza ai rohingya, cui si oppose violentemente il partito politico di Suu Kyi e i suoi sostenitori, concludendolo una volta che Suu Kyi è andata al potere. Ultimamente i media occidentali hanno notato l’emergere dei terroristi filo-rohingya che avrebbero effettuato numerosi gravi attentati contro unità di polizia e militari nello Stato Rakhine. Naturalmente, alcun gruppo terroristico esiste senza un sostanziale sostegno politico, finanziario e materiale. E come altri conflitti politicamente convenienti, eruttati in Libia, Siria, Yemen e Filippine, il finanziamento statunitense-saudita è evidente nelle ultime violenze in Myanmar. The Wall Street Journal in un recente articolo intitolato: “Gli abusi in Birmania sui musulmani rohingya creano una violenta reazione“, afferma: “Ora questa politica immorale ha creato un gioco violento. L’ultima insorgenza musulmana scoppia coi militanti rohingya, sostenuti dai sauditi, contro le forze di sicurezza birmane. Mentre le truppe governative si vendicano sui civili, rischiando d’ispirare ancor più i rohingya alla lotta”. L’articolo afferma inoltre: “Chiamato Haraqat al-Yaqin, in arabo “Movimento della Fede”, il gruppo risponde a un comitato di emigrati rohingya alla Mecca e a quadri di capi locali con esperienza di guerriglia all’estero. L’ultima campagna, che prosegue da novembre con attacchi e attentati che hanno ucciso diversi agenti di sicurezza, è stata approvata dal clero in Arabia Saudita, Pakistan, Emirati ed altrove. I rohingya “non sono mai stati una popolazione radicalizzata”, osserva ICG, “e la maggioranza della comunità, anziani e capi religiosi hanno precedentemente definito le violenze controproducenti”. Ma questo sta rapidamente cambiando. Haraqat al-Yaqin fu fondato nel 2012 dopo che i disordini etnici nel Rakhine uccisero circa 200 rohingya ed ora si stima che abbia centinaia di combattenti”. Mentre molti osservatori notano che le violenze a cui i rohingya sono sottoposti provocherà una reazione violenta, le insorgenze armate non emergono spontaneamente. Atti di violenza isolati, bande organizzate con capacità limitate sono possibili, ma la violenza che Wall Street Journal descrive non è una “reazione”, è militanza motivata da interessi politici esteri e finanziata da stranieri che operano con la scusa della “reazione”.

Aung San Suu Kyi e terroristi “rohingya”: benzina e fuoco, non buoni contro cattivi
L’attuale regime cliente che presiede il Myanmar, creato e perpetuato dal denaro e dal sostegno statunitensi, affronta un terrorismo intenzionalmente finanziato ed organizzato dal più vicino alleato degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. È una combinazione di benzina e fuoco, gli strumenti di un solo incendiario che intenzionalmente crea una conveniente confusione geopolitica. Va notato che lo Stato Rakhine è il punto di partenza di uno dei vari progetti cinesi dell’One Belt One Road, che collega con un’infrastruttura il porto di Sittwe in Myanmar alla città meridionale della Cina di Kunming. Non solo le violenze nello Stato Rakhine minacciano gli interessi cinesi, ma creano anche il pretesto per il coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti, sia sotto forma di “aiuto antiterrorismo”, come offerto alle Filippine per combattere i terroristi dello Stato islamico sostenuti da USA-Arabia Saudita, o sotto forma di “intervento umanitario”. In entrambi i casi, il risultato saranno militari statunitensi piazzati in una nazione direttamente confinante con la Cina, nell’Asia sudorientale, proprio ciò che i politici statunitensi vogliono da decenni. Ad esempio, il Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC) in un documento del 2000 intitolato, “Ricostruire le difese americane” (PDF), dichiarava apertamente l’intenzione di stabilire una presenza militare ampia e permanente nell’Asia sudorientale. La relazione affermava esplicitamente che: “…è il momento di aumentare la presenza delle forze statunitensi nel Sud-Est asiatico”. Riferiva in dettaglio, affermando: “Nel Sud-Est asiatico, le forze statunitensi sono troppo sparse per rispondere adeguatamente alle crescenti esigenze della sicurezza. Dal ritiro dalle Filippine nel 1992, gli Stati Uniti non hanno avuto una significativa presenza militare permanente nell’Asia sudorientale. Né le forze statunitensi nell’Asia nord-orientale possono facilmente operare o schierarsi rapidamente nel Sud-Est asiatico, certamente non senza mettere la presenza in Corea a rischio. Fatta eccezione per i pattugliamenti delle forze navali, la sicurezza di questa regione strategicamente significativa e sempre più tumultuosa è stata abbandonata dagli statunitensi”. Notando la difficoltà di mettere truppe statunitensi laddove lo si desidera, il documento del PNAC notava: “Questo sarà un compito difficile che richiede sensibilità verso i diversi sentimenti nazionali, ma è ancor più impegnativo con l’emergere di nuovi governi democratici nella regione. Per garantire la sicurezza dei nostri alleati e delle nazioni recentemente democratizzate in Asia orientale, gli Stati Uniti possono contribuire a garantirsi che l’ascesa della Cina sia pacifica. Infatti, nel tempo, il potere statunitense e degli alleati nella regione può fornire la spinta al processo di democratizzazione nella Cina stessa”. Va notato che il riferimento del documento all’emergere di nuovi governi democratici nella regione va agli Stati clienti creati dagli Stati Uniti per conto dei propri interessi, e non costituiscono in alcun modo dei “governi democratici” che rappresentano gli interessi del popoli dai “sentimenti nazionali” che in primo luogo si oppongono alla presenza militare statunitense nella regione. Nel 2000, gli Stati Uniti avevano diversi potenziali regimi clienti, tra cui Suu Kyi in Myanmar, Thaksin Shinawatra in Thailandia e Anwar Ibrahim in Malesia. Da allora, rimane solo Suu Kyi, mentre Shinawatra e sua sorella sono fuggiti all’estero, e Ibrahim è in carcere.Conclusioni
È importante che anche lettori ed analisti capiscano diversi punti chiave della crisi in Myanmar:
– Aung San Suu Kyi e il suo partito sono mere creazioni degli interessi statunitensi e europei;
– i rohingya hanno vissuto in Myanmar per generazioni;
– i terroristi rohingya, sostenuti dai sauditi, non rappresentano il popolo rohingya più di quanto lo Stato islamico rappresenti i sunniti in Siria e Iraq;
– Questi “militanti” sono ampiamente sostenuti e diretti dall’Arabia Saudita e non rappresentano la legittima “reazione” alle violenze anti-rohingya;
– Gli Stati Uniti non cercano un “cambio di regime” in Myanmar, ma di spezzare gli interessi cinesi, annullare i legami Cina-Myanmar e, se possibile, piazzare militari statunitensi al confine con la Cina.
Più ci si allontana da questi fatti, come gli analisti iniziano a fare, più lontani dalla verità ci si ritroverà mentre il conflitto in Myanmar continua. Lettori ed analisti dovrebbero sospettare delle narrazioni basate sulla retorica ideologica o costruite sull’analogia geopolitica, piuttosto che su prove concrete su finanze, logistica e motivazioni socioeconomiche. In Myanmar, il movimento di Suu Kyi, le violenze anti-rohingya e la presunta “reazione” sono accompagnati da prove estremamente evidenti e significative. È un testamento della gravità e complessità della manipolazione che l’occidente è ancora capace d’intraprendere mettendo in pericolo non solo la maggioranza della popolazione del Myanmar, buddista o rohingya, che desidera vivere in pace, ma l’intera regione mentre gli Stati Uniti tentano di continuare a perseguire l’egemonia regionale.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cambogia espelle una rete spionistica degli Stati Uniti

Joseph Thomas, New Eastern Outlook, 27 agosto 2017Il governo della Cambogia ha denunciato ed espulso una rete statunitense che interferiva nei processi politici della nazione. L’Istituto Nazionale Democratico Statunitense (NDI) ha avuto l’ordine di porre fine alle attività nel Paese e rimuovere tutto il personale. Reuters nell’articolo intitolato “La Cambogia ordina a un gruppo finanziato dagli Stati Uniti di fermare le operazioni e rimuovere il personale“, afferma: “In una dichiarazione, il ministero degli Esteri accusa l’Istituto Nazionale Democratico (NDI) di operare in Cambogia senza registrarsi e afferma che il suo personale straniero aveva sette giorni per andarsene. Le autorità sono “orientate a prendere le stesse misure” contro altre ONG straniere che non rispettano la legge, aggiungeva il ministero”. L’articolo notava anche: “Il Primo ministro Hun Sen, che ha governato la Cambogia per più di tre decenni, ha ordinato al quotidiano anglofono The Cambodia Daily di pagare le tasse maturate durante l’ultimo decennio o di chiudere. Il giornale è stato fondato da uno statunitense. Ha anche accusato Stati Uniti e organizzazioni non governative (ONG) di finanziare gruppi che tentano di rovesciarne il governo”. The Cambodia Daily di proprietà statunitense, nell’articolo intitolato “Al NDI viene ordinato di fermare le operazioni ed espellere il personale straniero“, notava che: “L’annuncio arriva meno di una settimana dopo che documenti sono apparsi su Facebook e diffusi sui media che sembrano mostrare cooperazione politica tra NDI e partiti di opposizione, causando le gravi tensioni nelle ultime settimane tra il governo e le ONG e i media sostenuti dagli Stati Uniti. NDI non è stato immediatamente raggiunto per commentare. Radio Free Asia e Voice of America sono state accusate di non adempiere agli obblighi fiscali e di registrazione. Cambodia Daily, pubblicazione di un cittadino statunitense, è stato accusato di dichiarazione fiscale non autorizzata per 6,3 milioni di dollari e minacciato di chiusura imminente se non paga entro il 4 settembre”. Reuters citava il sito di NDI per cercare d’informare i lettori del suo ruolo in Cambogia affermando che “NDI lavora con partiti politici, governi e gruppi civili per “creare e rafforzare le istituzioni democratiche”.” Tuttavia, anche un’indagine attenta su NDI, media e organizzazione politica nella loro orbita e sulla stessa natura del ruolo proposto nel processo politico della Cambogia, indica irregolarità e sovversioni che Reuters non comunica intenzionalmente ai lettori.

Cos’è NDI realmente e cosa fa realmente
NDI è un’organizzazione finanziata da governo e aziende statunitensi, ed è presieduta da rappresentanti delle comunità politica e commerciale statunitensi. Dei 34 membri del consiglio di amministrazione, praticamente tutti hanno legami diretti con aziende e istituzioni finanziarie statunitensi, sono membri di think-tank di politica aziendali o ex-impiegati del dipartimento di Stato degli USA o una loro combinazione. Gli amministratori con particolari conflitti d’interesse sono:
Madeleine Albright: Albright Stonebridge Group e Albright Capital Management LLC
Harriet Babbitt: Consiglio delle Relazioni Estere
Thomas Daschle: Daschle Group
Robert Liberatore: ex-vicepresidente di DaimlerChrysler, sponsor finanziario di NDI
Bernard Aronson: ex-consulente di Goldman Sachs
Howard Berman: consulente di Covington & Burling
Richard Blum: presidente di Blum Capital Partners
Il direttore del NDI Thomas Daschle, ad esempio, ha effettivamente partiti politici esteri tra i clienti del “Daschle Group“, come il VMRO-DPMNE in Macedonia, come rivelato da The Hill. NDI è altrettanto attivo in Macedonia, supportando direttamente il VMRO-DPMNE e istituendo anche manifestazioni nel Paese secondo gli account sui social media di NDI. Nel Sud-Est asiatico, Freedom House, un’altra filiale del NED, fornisce ampi aiuti ai gruppi di opposizione in Thailandia guidati dall’ex-primo ministro Thaksin Shinawatra, con il direttore di Freedom House Kenneth Adelman (PDF), che offre simultaneamente servizi di lobby a pagamento per Thaksin Shinawatra. Sembra che tali conflitti d’interesse non costituiscano un’eccezione, ma la regola indicando che NED e controllate, tra cui NDI, perseguono gli interessi corporativi e finanziari dei loro consigli di amministrazione, mera base del “potenziamento delle istituzioni democratiche“. Un esame degli sponsor di NDI suscita ulteriori dubbi sulla presunta missione. Gli sponsor finanziari, secondo la relazione annuale 2005 del NDI (PDF), comprendono:
British Petroleum
Bell South Corporation
Chevron
Citigroup
Coca Cola
DaimlerChrysler Corporation
Eli Lilly & Company
Exxon Mobil
Honeywell
Microsoft
Time Warner
I donatori comprendono inoltre Fondazione Open Society di George Soros, criminale finanziario condannato, nonché National Endowment for Democracy (NED) a cui è affiliato il NDI, Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) e dipartimento di Stato degli USA. Aziende come BP, Chevron, Citigroup, Coca Cola, Exxon, Honeywell e Microsoft non sono interessate a promuovere la democrazia, ma ne usano la promozione come mezzo per creare condizioni favorevoli ad espandere mercati e profitti. Ciò comporta minare i governi che impediscono il controllo aziendale estero delle risorse e dei mercati nazionali, o rimuovere completamente e sostituire i governi con regimi clientelari obbedienti. La storia contemporanea delle guerre statunitensi e la pratica del “cambio di regime” e della “costruzione della nazione” forniscono la conferma evidente delle motivazioni e dei mezzi utilizzati per espandere l’egemonia statunitense, illustrando chiaramente dove le organizzazioni come NDI s’inseriscono nel processo.
Nel caso della Cambogia è in gioco un’agenda di gran lunga più ampia delle risorse e dei mercati nazionali. Le attività statunitensi in Cambogia, per dar cadere o sostituire il governo attuale di Phnom Penh, sono volte appositamente a circondare e contenere la Cina attraverso un fronte di Stati-clienti riuniti dagli Stati Uniti nel sud-est asiatico. La Cambogia, insieme al resto del Sud-Est asiatico, ha iniziato a rafforzare i legami con Pechino economicamente, politicamente e militarmente. Grandi programmi infrastrutturali, acquisizioni di armi, esercitazioni congiunte e accordi commerciali sono sul tavolo tra Pechino e Phnom Penh. Gli Stati Uniti, viceversa, hanno fornito pochi incentivi oltre al fallito programma di partenariato trans-Pacifico e alla coercizione attraverso reti come NDI e la miriade di media e fantocci politici che finanziano e guidano in Cambogia. Con il NDI fermato, il suo personale espulso e le organizzazioni e le pubblicazioni che finanziava che affrontano la chiusura, sembra che il poco che gli Stati Uniti avevano sia stato spazzato via. La mossa particolarmente audace della Cambogia può essere replicata nel sud-est asiatico dove vengono mantenute simili reti statunitensi per manipolare e deviare i processi politici degli Stati sovrani.

“La promozione della democrazia” in un Paese estero è una contraddizione
La nozione che il NDI “promuova la democrazia” è un’assurdità. La democrazia è un mezzo di autodeterminazione. L’autodeterminazione non è possibile se interessi esteri influenzano il processo. Un partito politico finanziato e diretto da interessi statunitensi attraverso organizzazioni come il NDI, sostenuto da media e facciate che si spacciano da organizzazioni non governative sempre finanziate dall’estero, escludono qualsiasi processo di autodeterminazione e quindi non solo in alcuna forma o modo “promuove la democrazia”, ma è un processo fondamentalmente non democratico. Negli Stati Uniti dove è ampiamente noto che il denaro domina le campagne e vince le elezioni, è difficile percepire che versando denaro ai partiti dell’opposizione all’estero non si fa null’altro che imporre risultati elettorali a favore degli interessi statunitensi. L’ironia ulteriore è data dal fatto che se qualsiasi altra nazione tentasse di perseguire programmi analoghi verso il processo politico negli USA, i soggetti coinvolti verrebbero rapidamente etichettati agenti stranieri e le loro attività fermate immediatamente. Le mere accuse che la Russia abbia interferito nei processi politici nazionali degli USA hanno portato a sanzioni e persino minacce di guerra. La Cambogia è una nazione che non può permettersi né effettivamente imporre sanzioni agli Stati Uniti né vincervi una guerra, ma è possibile che la Cambogia e i vicini nel Sud-Est asiatico possano e inizino a chiudere un flagrante esempio d’interferenza estera nei propri affari politici interni. L’utilizzo delle leggi esistenti su tassazione e registrazione di entità estere in Cambogia avviene per affrontare tali organizzazioni. Le nazioni vicine potrebbero cominciare ad imporre alle organizzazioni finanziate dall’estero di registrarsi come lobbyisti stranieri, sottoporle a tassazione e regolamentazioni più rigorose e togliere la copertura della “promozione della democrazia” e della “difesa dei diritti” sotto cui hanno svolgono le proprie attività da decenni.Joseph Thomas è direttore del giornale geopolitico tailandese The New Atlas e collaboratore della rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora