La crisi dei Rohingya è una questione del Myanmar

Dragon-naga 14 novembre 2017I giornalisti del Myanmar che si recano oggi a Maundo a proprio rischio e pericolo, una città non lontana dal confine col Bangladesh, circondata da dozzine di insediamenti rohingya, sono stupefatti nel dire che, nonostante i villaggi bruciati, le persone in questo territorio continuano a vivere. Uno di questi giornalisti ha avuto la forte impressione da un improvvisato mercato del bestiame in uno dei sobborghi della città. Il risultato della massa di persone che abbandonavano le fattorie sono le foreste intorno ai villaggi spopolati e bruciati abitate da animali domestici, principalmente mucche e bufali. Sono stati presi da chi si arrischia a rimanere e, in questo caso, come dicono i giornalisti, anche le forze dell’ordine del Myanmar sono attivamente coinvolte. I bovini sono marchiati (per stabilirne la proprietà) e vengono portati in un mercato improvvisato per venderli ai residenti locali. E i residenti locali comprano questo bestiame con strano entusiasmo: rischiano restando, quindi almeno come compenso per la paura comprano una nuova mucca a un prezzo economico. Poiché l’offerta supera chiaramente la domanda, i prezzi per i bovini a Maundo sono in realtà piuttosto bassi. E i residenti della città dicono che le forze dell’ordine caricano mucche e bufali sui camion dell’esercito e li portano nella capitale dello Stato Sittwe, lì il mercato è migliore e dal bestiame incustodito si può guadagnare di più. Allo stesso tempo, pochi si preoccupano dei proprietari di questi animali: i rohingya fuggiti in Bangladesh, o i rakhinesi e gli indù o altre nazionalità precipitatisi nel sud del Paese. Chi rimane, indipendentemente dall’affiliazione religiosa, sa che i fuggiaschi non torneranno più, il che significa che nessuno cercherà mai una data mucca. E dove trovarla se il bestiame senza proprietario fuggito nelle foreste è stimato ad almeno decine di migliaia di capi. Questo è il risultato dell’operazione speciale delle forze di sicurezza del Myanmar, iniziata dopo che centinaia di rohingya, nella prima mattina del 25 agosto (terroristi accompagnati da “gruppi di sostegno” tratti dalle temute bande giovanili locali, che le forze armate stimavano in circa 4000 persone) attaccarono 30 postazioni di polizia e militari nel nord dello Stato di Rakhine. In risposta, forze armate, polizia e distaccamenti delle guardie di frontiera iniziarono l’operazione per liberare il territorio. In termini numerici, dal 25 al 31 agosto, i terroristi effettuarono 52 attacchi organizzati contro le forze di sicurezza del Myanmar. Nello stesso periodo furono registrati 90 incidenti (tra cui esplosioni di mine e granate). Almeno 63 villaggi registrarono almeno un incidente od esplosione. L’ultimo episodio fu registrato il 22 settembre, ma dopo il 5 settembre (la data in cui, secondo la Consigliera di Stato del Myanmar Aung San Suu Kyi, i combattimenti attivi sono cessati), ce ne furono davvero pochi. Come risultato degli incendi che bruciarono 232 villaggi, per lo più rohingya, i rifugiati che attraversarono il confine tra Myanmar e Bangladesh furono più di 600mila. Molti di loro, conversando coi giornalisti, descrivono l’illegalità che le forze dell’ordine del Myanmar commettevano contro di loro, secondo i rifugiati, bruciando villaggi, uccidendo e violentando. Persino il Myanmar ritiene che centinaia di rohingya siano stati uccisi, anche se i militari sottolineano che sono stati uccisi dai terroristi.
Se si guarda allo svilupparsi degli eventi dall’anno scorso nello Stato di Rakhine, si dovrebbe riconoscere che tale risultato era logico. Da un lato, nel 2012, il Presidente del Myanmar, Thane Sein, invitò la comunità mondiale a riprendersi i migranti illegali bengalesi nel suo Paese (questa era la posizione ufficiale delle autorità del Myanmar verso i rohingya) e cinque anni dopo la leadership del Paese finalmente ragionava, nessuno li avrebbe aiutati a trasferire i rohingya dal Myanmar, e quindi dovevano risolvere da soli il problema, al meglio per quanto possano. D’altra parte, negli ultimi due anni c’è stato un cambiamento qualitativo nelle attività delle strutture che cercano di parlare a nome dei rohingya nel mondo. Soprattutto l’attivazione e la denominazione del “Rohinga Arakan Salvation Army” (ARSA), organizzazione guidata da tale Ata Ula, una rohingya nato in Pakistan e che vive da tempo in Arabia Saudita, che a quanto pare ha ottenuto il denaro per le attività correnti. Al confine tra Myanmar e Bangladesh sono comparsi campi di addestramento per terroristi, dove giovani disoccupati locali si sono recati volontariamente. Gli istruttori di questi campi non erano solo quadri locali formati all’estero, ma anche immigrati da Afghanistan e Pakistan. Le forze di sicurezza del Bangladesh affermavano che negli attacchi nel nord dello Stato di Rakhine avevano ancora relativamente poche armi da fuoco. A loro volta, le autorità del Myanmar poterono fare ben poco per evitare tale crescente pericolo, come ammise Aung San Suu Kyi, i capi delle comunità rohingya che espressero il desiderio di cooperare con le autorità, pagavano con la vita. Il primo caso di attacco armato organizzato dall’ARSA alle posizioni delle forze di sicurezza del Myanmar si ebbe il 9 ottobre 2016, poi i terroristi attaccarono le dogane, uccidendo 9 poliziotti e 4 soldati, e soprattutto ottennero numerose armi da fuoco e munizioni. Dopo di ciò, cominciarono a comparire sempre più resoconti su schermaglie tra rohingya e forze armate ed uccisioni da parte dei terroristi di civili (soprattutto rappresentanti di altri gruppi nazionali e confessionali). Ci furono notizie sui terroristi che aggredivano le ragazze da altre comunità nazionali, convertendole forzatamente all’Islam e prendendole in mogli. Inoltre, i villaggi rohingya iniziarono a bruciare nello Stato di Rakhine. All’estero, degli incendi furono al solito accusati i militari del Myanmar, tuttavia, nel rapporto della commissione speciale dell’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan (che non ha motivo di adattarsi alla linea ufficiale di Naypyidaw) si nota che molti degli incendi sono opera dei rohingya stessi. A poco a poco divenne chiaro che il prossimo attacco organizzato alla polizia e alle strutture militari nello Stato di Rakhine era solo questione di tempo e che sarebbe stato molto più ampio del precedente. È chiaro che i militari del Myanmar lo capirono perfettamente e prepararono la svolta degli eventi programmando un’operazione su larga scala per ripulire i villaggi rohingya dai terroristi. Ma l’ARSA non solo fece un lavoro efficace con i giovani rohingya in Myanmar, reclutando e addestrando sempre più quadri. Una componente PR per l’estero dell’organizzazione ebbe risalto. Come ammettono gli esperti, i suoi documenti erano scritti in ottimo inglese “ONU”, cioè potevano semplicemente essere presi e citati sui siti delle organizzazioni non governative e dei media. Allo stesso tempo, l’ARSA negò i legami cogli islamisti (va notato che le agenzie d’intelligence bengalese e indiana hanno dati opposti sul caso) e dichiarò l’obiettivo puramente “laico” e attraente per i difensori dei diritti umani internazionali di garantire che i rohingya non siano più una “nazione oppressa” e abbiano diritti civili. Tali iniziative di PR ben regolate dei capi dell’ARSA attrassero molti sostenitori e simpatizzanti nel mondo. A sua volta, il nuovo governo del Myanmar cercò di trovare una formula accettabile per una soluzione pacifica al problema. Per studiare la situazione nello Stato di Rakhine e sviluppare raccomandazioni, fu creata una commissione internazionale speciale con a capo l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Il governo del Myanmar adottò un piano quinquennale per lo sviluppo socio-economico dei territori del nord dello Stato di Rakhine (per il 2017-2021), i leader del Paese hanno annunciato la creazione di una zona economica speciale in questo territorio per attirare investimenti (anche dai Paesi islamici) e creare nuovi posti di lavoro. I piani per la costruzione di strade e ponti, così come l’elettrificazione dei territori, furono approvati. Insegnanti apparvero negli insediamenti rohingya. Come riferì Aung San Suu Kyi, i rohingya finalmente avevano un pari accesso ai servizi sanitari degli altri cittadini del Myanmar. Furono avviati i programmi di formazione professionale dei residenti, a seguito dei quali ricevere nuove professioni e maggiori opportunità di trovare lavoro. Il 23 agosto, la Commissione Annan presentò il rapporto finale con proposte per la risoluzione pacifica dei problemi dei rohingya e loro ulteriore integrazione nella società del Myanmar, e i leader del Myanmar a loro volta sottolinearono di esser pronti ad iniziare immediatamente ad attuare concretamente le raccomandazioni del rapporto. E il 25 agosto, i militanti dell’ARSA attaccarono le postazioni militari nello Stato di Rakhine. A giudicare dalle conversazioni telefoniche dei capi dell’ARSA, intercettate dai servizi segreti del Bangladesh, questa coincidenza di date non fu casuale. La dirigenza dell’ARSA cercò di dimostrare di non volere il dialogo col governo del Myanmar e che intendeva raggiungere gli obiettivi unicamente con la forza. Se tale svolta interessasse ai rohingya che vivevano nello Stato di Rakhine, a quanto pare alla dirigenza dell’ARSA non importava.

Perché così tanti
608mila persone dal 25 agosto passarono dal Myanmar in Bangladesh (per lo più su imbarcazioni e altri mezzi improvvisati attraverso il fiume Naf), la cifra era nell’ultimo comunicato stampa dell’ONU, significativamente più grande del numero di rifugiati nelle precedenti crisi nello Stato di Rakhine: nel 2012, a seguito degli scontri intercomunali, il numero di “sfollati” fu stimato a 140000, e un maggior numero di rifugiati dallo Stato di Rakhine fu registrato dopo una serie di operazioni militari primi anni ’90, che furono circa 250mila. Tuttavia, i militari del Myanmar (e soprattutto, il comandante in capo delle Forze Armate Generale Aung Hlayn) ritengono che i media abbiano gonfiato in modo ingiustificato tale cifra. Innanzitutto, diventare dei rifugiati in Bangladesh non è una coincidenza. Immaginate che i terroristi compaiano nel vostro villaggio e ben presto i soldati arrivino per combatterli. Cosa fate? Certo, lasciate il villaggio per andare dai parenti e aspettare che tutto si sistemi. Ma i bengalesi (cioè i rohingya) non hanno parenti in Myanmar. Tutti vivono in Bangladesh. Non sono parenti, ma correligionari che parlano la stessa lingua. Inoltre, la maggioranza dei rohingya viene limitata nei movimenti nel Paese. Pertanto, se ne andarono in Bangladesh. Cioè, secondo la logica dei militari, se costoro fuggivano all’interno del Paese e si sarebbero stabiliti dai parenti, e nessuno li avrebbe considerati rifugiati, non sarebbero apparsi su alcun rapporto delle Nazioni Unite. Dal punto di vista della formalità della burocrazia “ONU”, l’argomento è abbastanza convincente perché oggi (almeno alle Nazioni Unite) nessuno parla dei rifugiati nel Myanmar, in fuga dai conflitti nello Stato di Rakhine e stabilitisi da parenti e amici. In realtà, nessuno li considera formalmente rifugiati, semplicemente hanno cambiato residenza. Secondo le stime dei militari, che hanno incontrato colonne di tali persone che fuggivano dallo Stato di Rakhine verso l’interno del Myanmar, sarebbero decine di migliaia. Allo stesso modo, la maggior parte degli attuali rifugiati rohingya scomparirebbe, se fossero nativi del Myanmar, presso i parenti nel Paese. Cioè, i militari credono che la cifra di 600mila sia solo causa delle circostanze, e in altre condizioni geografiche e demografiche sarebbe stata molto più bassa. Lo sottolineava il Generale Min Aung Hlayn in un’intervista all’ambasciatore statunitense Scott Marsel. In secondo luogo, molti rifugiati arrivarono in Bangladesh dopo intimidazioni e minacce dell’ARSA. Secondo il “Tatmadaw True News Information Team” (un gruppo d’informazione delle forze armate creato appositamente per “una copertura veritiera degli eventi” relativi alla crisi dei rohingya), pubblicato a metà novembre, i risultati dell’indagine sui residenti dello Stato di Rakhine indicano che i terroristi scacciarono i residenti locali dicendo che le truppe arrivavano per bruciare il villaggio, uccidere gli abitanti con armi automatiche e sganciare bombe dagli elicotteri. I terroristi dicevano: “La tua vita sarà più facile se andrai in Bangladesh, perché lì riceverai aiuto dall’estero”, aggiungendo minacce dirette: “Lascia, altrimenti ti dichiareremo apostata dall’Islam e ti taglieremo la gola”. E per costringere le persone a lasciare i villaggi, i terroristi incendiarono le loro case. Infatti, come sottolineato dai militari, bastò costringere un solo villaggio a partire che gli abitanti dei villaggi vicini venissero presi dal panico, senza alcuna persuasione o minaccia. Inoltre, come sottolineano i militari, anche i diplomatici stranieri videro tale panico infondato, comunicando cogli abitanti dei villaggi nello Stato di Rakhine per cercare di convincerli a rimanere, ma i residenti fuggirono. Tale attività dei terroristi creava l'”effetto panico cumulativo”, dimostrandosi molto efficace. I militari attirano l’attenzione sul fatto che lo scopo della leadership dell’ARSA era creare il maggior afflusso possibile di rifugiati in Bangladesh, formalmente per attirare l’attenzione della comunità mondiale sui problemi dei rohingya. Pertanto, il fatto che i terroristi costringessero i residenti locali a partire per il Bangladesh lo considerano prova indiscutibile (soprattutto perché sono molte le prove dei rappresentanti rohingya che soggiornarono nello Stato di Rakhine per questo motivo). Inoltre, molti terroristi attraversarono il confine stabilendosi in Bangladesh, ed essendosi diffusi nei campi profughi, gli abitanti dei campi evitano tali argomenti nelle conversazioni coi giornalisti. In terzo luogo, molti rifugiati non rohingya furono radunati dai terroristi in Bangladesh “per fare massa”. Gli stessi argomenti furono usati, dalla persuasione alle intimidazioni e agli incendi delle case. Ciò è evidenziato dai rifugiati non rohingya che gradualmente tornano in Myanmar (recentemente, ad esempio, è stato annunciato il ritorno di 500 indù). Secondo l’ambasciatore del Myanmar in Russia, Koh Shane, “alcune donne sono state costrette ad accettare l’Islam, alcune sono state portate in campi musulmani nel territorio del Bangladesh. Le donne indù durante il conflitto hanno chiamato i parenti in altri villaggi per avvertirli di ciò che accade“. Oltre a quanto sopra, i militari richiamavano l’attenzione su un altro fattore che ha contribuito a un flusso di rifugiati in Bangladesh così massiccio. Secondo loro, durante gli attacchi dei terroristi dall’ARSA alle strutture di polizia e militari del 25 agosto, la maggior parte degli aggressori non aveva armi o aveva solo bastoni. Per i capi dell’ARSA costoro, (la maggior parte giovani disoccupati rohingya) erano necessari per alzare il morale e, a lungo termine, farne dei veri combattenti per l’indipendenza, era cioè qualcosa di simile a un’esercitazione per futuri terroristi. Ma, come spiega l’esercito, l’obiettivo principale era l’attacco psicologico alle forze di sicurezza del Myanmar, quando una folla aggressiva di diverse centinaia di persone assaltava la stazione di polizia (con massimo di 10-15 difensori), qualsiasi poliziotto si sarebbe spaventato. In effetti, il compito dell’ARSA era dimostrare alle forze di sicurezza del Myanmar che erano in guerra contro tutto il popolo. I militari risposero con una tattica simile. Si avvicinarono ai villaggi in grandi gruppi, così che i residenti locali capissero immediatamente che una forza minacciosa arrivava inesorabilmente su di loro. E poiché in molte famiglie i giovani presero parte agli attacchi alle strutture di polizia e militari di diversi giorni prima, si può immaginare cosa provassero quando videro i soldati. Inoltre, i miei interlocutori dicevano che una parte significativa dei miliari era costituita da rakhinesi, il che significava che i rohingya, sapendo questo, erano sicuri che il popolo armato si sarebbe vendicato. Come si scoprì, questa tattica funzionò molto bene dato che gli insorti avevano collaborato cogli abitanti dei villaggi, intimidendo e costringendo a partire per il Bangladesh. Secondo l’esercito del Myanmar, sempre più spesso, quando si avvicinavano ai villaggi, non c’erano più abitanti e le case bruciavano. E infine la stessa situazione in Bangladesh potrebbe aver influenzato il numero dei rifugiati. Nel contesto del Paese sovrappopolato, con un vasto esercito di disoccupati tra la popolazione, i campi profughi (dove almeno si viene nutriti, e si crede anche alla prospettiva di lasciarne uno per un altro dove si è meglio nutriti), furono sommersi da bengalesi locali. I bengalesi di Chittagong e quelli che si definiscono “rohingya” in realtà non differiscono. Inoltre, molti giovani rohingya che vivono in Bangladesh, al confine con il Myanmar, sono coinvolti nel traffico di droga dal Myanmar, e il confine “colabrodo” viene attraversato in entrambi i sensi, quindi è abbastanza facile immaginare la comune realtà geografia e culturale di ogni lato. Pertanto, per i bengalesi la confusione causata dall’improvviso arrivo di centinaia di migliaia di persone nel Paese, appare chiaro che dichiarasi rohingya non è difficile. Ma i documenti, per ovvie ragioni, possono essere esibiti solo da una frazione degli abitanti dei campi profughi. La lamentela principale delle autorità di Myanmar sul dato dei rifugiati è che il mondo assiste esclusivamente i rifugiati in Bangladesh (la maggior parte dei quali rohingya). Ma se si parla delle vittime dei recenti scontri nel Rakhine, è necessario tenere conto di tutti. Nel territorio del Myanmar, dalla zona di conflitto, secondo l’esercito, sono state evacuate 27235 persone (per lo più rakhinesi, birmani, indù, mro, kham, mramagi e dayngneti che, come i militari sottolineano, non sono “come gli abitanti dei villaggi bengalasi“). Molti hanno lasciato le case recandosi a sud del Paese, “quanti” resta da vedere. Per i myanmaresi è strano che le sofferenze di queste persone, che hanno abbandonato le proprie case per le minacce dai terroristi rohingya stranieri, a malapena se ne parli, mentre molto spazio sui media hanno le storie sui rifugiati in Bangladesh (rigurgitate acriticamente, senza alcuna prova). Secondo loro, l’aiuto della comunità internazionale dovrebbe essere distribuito in modo uniforme tra tutte le vittime del conflitto, indipendentemente da ubicazione e appartenenza etnica o religiosa.L’industria dell'”assistenza ai rifugiati” e la crisi nella fiducia sulle Nazioni Unite
Tale dimostrato disprezzo delle organizzazioni non governative internazionali per i problemi dei rifugiati non musulmani (ed è così che viene visto dal Myanmar, come nel Bangladesh musulmano e dai rappresentanti di altre religioni), ancora una volta attirava l’attenzione dei myanmaresi sulle attività di tali organizzazioni nel loro Paese e in Bangladesh. In Myanmar i media più volte segnalavano che almeno alcune di tali organizzazioni di fatto aiutano i terroristi (una delle prove più vivide sono gli aiuti umanitari trovati nelle basi dei terroristi, spesso mostrati dai media del Myanmar). Inoltre, secondo l’opinione pubblica del Myanmar e del Bangladesh da decenni vi è un settore delle organizzazioni non-profit specializzata nella rumorosa campagna in difesa degli “oppressi nel mondo” e per la raccolta di risorse da tutto il mondo, formalmente per assistere i rifugiati rohingya, in realtà per alimentare il loro parassitismo su questo argomento. I fondi raccolti consentono ai capi di tali organizzazioni di vivere agiatamente e di “ungere” i funzionari locali. E’ chiaro che tali organizzazioni permettono, per quanto possibile, di ritrarre un quadro fosco delle sofferenze dei rohingya. Ed è noto in Myanmar che i capi di tali organizzazioni (o dei loro uffici in Bangladesh e Myanmar) sino fondamentalmente musulmani; per i myanmaresi ciò è la migliore prova della loro faziosità, (in questo caso, nel tentativo dei musulmani di difendere i fratelli a scapito dell’oggettività, e i myanmaresi non vi vedono nulla male, “avremmo fatto lo stesso parlando dei buddisti“). I principali rimproveri ai rappresentanti di tali organizzazioni che operano nel Rakhine è che aiutano solo bengalesi-rohingya e non aiutano (o non abbastanza) gli altri gruppi etnici e religioni. Inoltre, tali organizzazioni a volte consapevolmente o inconsapevolmente provocano conflitti. Così è stato, per esempio, quando un dipendente di una di tali strutture per qualche motivo decise di rimuovere la bandiera buddhista da un edificio nello Stato di Rakhine, e lo fece in modo tale (gettandola a terra in un luogo dove i simboli religiosi non sono formalità) che in seguito i membri dell’organizzazione dovettero uscire dalla città sotto scorta armata, per evitare rappresaglie dai residenti locali. Ma il problema principale era la sfiducia nelle organizzazioni non governative dopo anni di lavoro in Myanmar che ha provocato diffidenza nelle Nazioni Unite, le cui attività sono strettamente connesse con tali strutture. Aung San Suu Kyi compie cauti tentativi di migliorare in qualche modo la credibilità dell’organizzazione (ad esempio nominando a capo della commissione speciale per lo Stato di Rakhine l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, perciò fu duramente criticata da nazionalisti rakhinesi), ma dopo i recenti fatti nello Stato di Rakhine si può concludere che la crescita della fiducia non c’è ancora.
In Myanmar viene spesso ricordato come il precedente relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani, Tomás Ojea Quintana, un argentino, camminasse coi calzini in un tempio buddista e si sedesse in modo irrispettoso presso i monaci influenti. L’attuale relatrice speciale delle Nazioni Unite, la coreana Li Yanghi (che uno dei capi del gruppo radicale del clero buddista del Myanmar Ashin Virata definì pubblicamente una puttana), veniva pure criticata. Ad esempio, parlando dell’omicidio di sei rohingya da parte di terroristi di nazionalità Mro, il 3 agosto 2017, non indicò gli autori del crimine nella dichiarazione ai media del Myanmar citata dal Centro asiatico per i diritti umani (di New Delhi). E dopo gli attacchi dei terroristi rohingya a persone da popolazioni non musulmane del Rakhine, ancora una volta menzionò questi eventi senza indicarne i responsabili; secondo gli autori del documento, tale posizione della relatrice speciale delle Nazioni Unite “ispira i terroristi” a compiere altri attacchi. I myanmaresi soffrirono e reagirono per la prima volta quando fu nominata la “pulizia etnica anti-islamica” nello Stato di Rakhine dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Ziad Rad al-Husayin, la cui appartenenza religiosa non è per nessuno un dubbio. Successivamente i myanmaresi non ebbero bisogno di molto tempo per capire chi avvantaggiasse l’organizzazione internazionale. La dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottata all’inizio di novembre è stata accolta in Myanmar con palese irritazione. Il rappresentante del Myanmar presso le Nazioni Unite disse che “è una pressione geopolitica sul Paese” ed “aumenterà polarizzazione ed escalation”. Recentemente, i media del Myanmar hanno ripetutamente accusato gli alti funzionari delle Nazioni Unite di aggredire la sovranità del Paese.
Soprattutto è necessario parlare del ruolo del Bangladesh in questi eventi. Il governo della Prima ministra Sheikh Hasina ha tutte le ragioni per non amare l’ARSA. Funzionari del Bangladesh hanno ripetutamente sottolineato la politica “tolleranza zero” nei confronti di questa organizzazione e che i suoi capi, se detenuti, vanno estradati in Myanmar. Inoltre, i militari del Bangladesh hanno perfino offerto il comando alle forze armate del Myanmar per condurre un’operazione militare congiunta contro i terroristi dell’ARSA, ma non ebbero risposta. Intercettate dai servizi speciali del Paese, le conversazioni dei capi terroristi indicavano che compito secondario nell’organizzare la “crisi dei rifugiati” era sfuggire all’attuale governo del Bangladesh, in quanto insufficientemente fedele. Ma poi si scopriva che le forze di sicurezza del Myanmar svolgono le operazioni speciali nello Stato di Rakhine esattamente come voleva il capo dell’ARSA. Questo irritava le autorità del Bangladesh. Sì, 600 mila persone su 150 milioni del Bangladesh sono una goccia nel mare. Ma va capito che l’arrivo di un numero così grande di persone sul territorio del Paese ha effettivamente “ucciso” l’agricoltura delle aree di confine (negli attuali campi profughi). Con atteggiamento generalmente amichevole dei residenti locali per le persone in difficoltà, il Bangladesh non vuole che i rifugiati rimangano in questi territori per sempre. Allo stesso tempo, i rifugiati devono essere nutriti, avere condizioni sanitarie e di vita minime, e ciò richiede fondi considerevoli. Inoltre, i campi profughi sono fonte di instabilità, criminalità e, in futuro, possibili epidemie. E in aggiunta a ciò, i servizi segreti del Bangladesh affermano che, dato che le imbarcazioni che trasportano massicciamente rifugiati attraverso il fiume Naf non vengono esaminate, trasportano grandi quantità di metanfetamina dal Myanmar. In tali circostanze, il governo del Bangladesh richiede al Myanmar che tutti i rifugiati (o almeno la grande maggioranza) rientri. E chi per qualche motivo rimanesse, che sia trasferito in una delle isole inabitate al largo delle coste del Paese (i difensori dei diritti umani hanno già sollevato un polverone per il fatto che l’isola assegnata a questo scopo, durante l’alta marea finirebbe completamente sott’acqua e, quindi, la vita degli abitanti non sarebbe al sicuro). A loro volta, le autorità del Myanmar affermano che non riprenderanno tutti ma solo chi può dimostrare una precedente residenza prolungata nel Paese. E come documento di base per tale processo, propongono un memorandum firmato dai governi di Myanmar e Bangladesh nel 1993, dopo il precedente esodo di massa di profughi dal Myanmar, nei primi anni ’90. Secondo i termini, il Myanmar accetterebbe i rifugiati che presentino carta d’identità, “altri documenti rilasciati dalle autorità competenti del Myanmar”, così come chi dimostra la propria residenza in Myanmar. Il Bangladesh è freddo verso questo passo, e gli esperti dicono addirittura che diverrebbe una “trappola” che permetterà al Myanmar di non riprendersi la maggior parte dei rifugiati. Di fatto, si scopre che il Myanmar ha il diritto esclusivo di decidere quali documenti considererà per il ritorno dei rifugiati, e quali prove considerare convincenti. E sebbene il Myanmar sia pronto ad integrare questo documento con nuove disposizioni, il Bangladesh è molto scettico sulla possibilità di applicarlo nella situazione attuale. Ma il problema non è nemmeno il documento stesso. È noto, per esempio, che i capi di molte comunità rohingya rifiutano categoricamente di partecipare al processo di verifica nazionale (cioè, la procedura che permetta di ottenere i documenti necessari per tornare in Myanmar). Alcuni agiscono basandosi su proprie convinzioni (non sono soddisfatti, ad esempio, dal fatto che, pur accettando di collaborare con le autorità, dovrebbero abbandonare l’autodesignazione “rohingya” e diventare “bengalesi”, e il processo di verifica nazionale non equivale ad ottenere la cittadinanza), ma la maggior parte, a quanto pare, ha ancora paura della vendetta dei terroristi dell’ARSA, secondo il Myanmar, da agosto, almeno 18 capi delle comunità rohynga sono stati uccisi dopo aver espresso disponibilità a partecipare al processo di verifica nazionale. Pertanto, l’argomentazione bengalese sui negoziati col Myanmar è la seguente: ponendo la condizione di fornire documenti e di far partecipare le comunità rohingya nel processo di verifica nazionale, se ne causa l’assassinio dei capi della comunità pronti a cooperare. Cioè, la richiesta del Myanmar fa reagire come previsto i terroristi dell’ARSA complicando la situazione, il che significa che è complice involontario dei terroristi. A sua volta, il Myanmar vede altre ragioni per il rifiuto del Bangladesh di accettare i termini del documento del 1993 e procedere col ritorno dei rifugiati. La presenza in Bangladesh di numerose persone, in assenza di progressi nei negoziati sul loro ritorno in Myanmar, permetterà alle autorità del Paese di ottenere altro denaro dalla comunità mondiale. Cioè, il Bangladesh, ritardando le trattative, cerca di guadagnare dai rifugiati il massimo. L’annunciò a fine ottobre il direttore generale dell’Ufficio del consigliere di Stato del Myanmar Zo Tae. E i media locali del Myanmar indicano le “richieste illegali” del Bangladesh e “pressioni su larga scala sul Myanmar”. Ora c’è un nuovo accordo tra i governi di Myanmar e Bangladesh. Forse sarà firmato il 16 novembre. A tal fine, il capo del Ministero degli Esteri del Bangladesh arriverà in Myanmar. È già noto che nel nord del Rakhine le autorità costruiranno tre grandi campi per i rifugiati. In Myanmar, i rifugiati saranno autorizzati a tornare cinque volte a settimana in gruppi di 100-150 persone e saranno stanziati in questi campi. È qui che si svolgerà il processo di verifica nazionale: i dati biometrici saranno presi e avranno i documenti necessari per la residenza legale in Myanmar.

Ritorno dei profughi: geopolitica e cospirazione
Quando chiedo ai miei interlocutori del Myanmar quanti, secondo le loro stime, rifugiati torneranno in Myanmar, alcuni consigliano di porre la domanda diversamente: non solo “quanto”, ma anche “dove”? Secondo loro, non è una domanda inutile. Ecco la mappa di metà settembre. Mostra i villaggi bruciati dei rohingya. Alla loro sinistra c’è la foce del fiume Naf, a sinistra il Bangladesh, sospeso sul territorio del Myanmar sotto forma di penisola, e più lontano il Golfo del Bengala.La mappa dei villaggi bruciati sembra strana. Sembra che nell’est sia disegnata una linea, a cui nessuno è permesso attraversare. Ma vi vivono anche rohingya, come nei villaggi ad ovest. È su loro avviso che Aung San Suu Kyi sorprese nel discorso del 19 settembre su come fosse ancora necessario capire perché metà delle comunità rohingya continuasse a vivere nel Paese. È chiaro che se il processo si sviluppasse spontaneamente, tale linea uniforme non esisterebbe, piuttosto la mappa rappresenterebbe un insieme di punti dalle dimensioni diverse. C’è qualcosa che fa pensare a una cospirazione, per esempio, il grado di “controllabilità” della crisi dei rifugiati. Ed ecco un’altra mappa di “Google-Map” che forse fa comprendere la situazione. Si scopre che lungo le coste del Myanmar vi è una catena di montagne basse (chi ha viaggiato delle spiagge di Myanmar a Ngapali e Ngve Saung sa che c’è lo stesso discorso, e dal “Myanmar interno” alle coste bisogna attraversare le montagne). Quindi, i villaggi bruciati erano per lo più tra le coste e le montagne.Un giornalista del Myanmar, con cui ho parlato a lungo, mi ha fatto notare che la foce del Naf e gli adiacenti territori del Bangladesh e del Myanmar sono il luogo ideale per una grande infrastruttura logistica. Inoltre, studi recenti hanno dimostrato che la sabbia costiera vicino Maundo è una fonte di alluminio e titanio. 500 tonnellate di sabbia in quest’area contengono almeno una tonnellata di uno o dell’altro metallo. Cioè, risulta che al fine di attuare determinati progetti logistici e geologici, l’area ad est del fiume Naf e fino alla catena montuosa dovrebbe essere liberata dai residenti locali. Vale a dire ciò che fino a poco prima erano i villaggi bruciati dei rohingya. Il giornalista con cui ho parlato, parlò di una conversazione con uno degli amministratori locali dello Stato di Rakhine, un militare in pensione (il che significa, a suo parere, avere accesso ad alcune informazioni attendibili), che affermava fermamente che i rohingya si sarebbero insediati “dietro le montagne”. Secondo lui, dato che non tutti sono tornati, dovrebbe esserci spazio a sufficienza. Alla mia domanda su chi volesse scacciare i rohingya, gli interlocutori del Myanmar accusavano la Cina. In effetti, a diverse centinaia di chilometri a sud di questo luogo c’è il porto di Chauphue, in acque profonde. Da lì inizia il gasdotto che attraversa il territorio del Myanmar e arriva alla provincia cinese dello Yunnan. Inoltre, la Cina ha concepito un progetto su vasta scala nel quadro dell’iniziativa “Fascia e Via”, il corridoio economico “Bangladesh-Cina-India-Myanmar” che richiederà nuovi territori e nuovi centri logistici nella regione. Alla mia domanda chi ci sia dietro gli attacchi dell’ARSA, indicavano con sicurezza gli Stati Uniti che cercano d’impedire i progetti cinesi in Myanmar e Bangladesh. Dopo di che, di solito esprimo l’opinione che in questo caso i terroristi dell’ARSA effettivamente aiuterebbero la Cina perché, logicamente, con le loro azioni e la crisi dei rifugiati che provocano, cacciano la gente del territorio per i progetti economici cinesi. I myanmaresi di solito ignorano tale supposizione, pensando a una nuova svolta della cospirazione. Al netto, a mio avviso, si può dedurre da tutto ciò che: i rohingya apparentemente si stabiliranno in nuovi territori ad est dei loro vecchi villaggi bruciati. A giustificazione di tali misure, ci sarebbe almeno la recente decisione di 150 rappresentanti di 25 villaggi a sud di Maundo. Questa decisione, in sei punti invita le autorità a non insediare i “bengalesi” nei loro ex-villaggi, e se vengono risistemati per la pressione sul Myanmar, proteggere questo territorio sotto forma dei campi e consentire ufficialmente ai locali residenti di formare distaccamenti di autodifesa, oltre a limitare le attività in questo territorio ad ONU ed organizzazioni non governative straniere, dato che lavorano da 25 anni coi “bengalesi” e non sono interessati al destino dei rakhinesi. I media del Myanmar pubblicano oggi le lettere degli abitanti dei villaggi vicini gli insediamenti rohingya, con la richiesta di non lasciare che ritornino in Myanmar perché i terroristi ritorneranno inevitabilmente con loro. Nella capitale dello Stato di Rakhine, Sittwe, ci sono state manifestazioni di massa che chiedevano al governo di non permettere ai rohingya di tornare nel Paese e di non soccombere alla pressione internazionale. In queste condizioni, insediare i rohingya in nuovi territori (oltre a quello vicini alle comunità che hanno deciso di rimanere nel Paese) per la leadership del Myanmar sarebbe una forma di compromesso.

I rohingya e il mondo
E infine va probabilmente menzionato il “concerto di opinioni” illustrato dalle principali potenze mondiali e regionali sulla crisi. Immediatamente dopo l’inizio dell’attuale crisi, il ruolo di principale e assai emotivo difensore dei rifugiati nello Stato di Rakhine nel mondo musulmano è stato inaspettatamente preso dalla Turchia. È vero, c’è stato un leggero imbarazzo: è emerso che sullo sfondo della sommossa generale sulla crisi nello Stato di Rakhine, il viceprimo ministro turco Mehmet Shimshek pubblicasse su twitter false foto che presumibilmente rappresentavano le vittime delle atrocità del popolo del Myanmar contro i rohingya (Aung San Suu Kyi lo fece notare al presidente turco Recep Erdogan durante la loro conversazione telefonica del 5 settembre). Questo fatto non è tanto la prova che uno degli statisti più noti della Turchia agisse involontariamente da “utile idiota” dei terroristi dell’ARSA, ma piuttosto del livello di consapevolezza della leadership del Paese in quel momento degli eventi nello Stato di Rakhine. Ciononostante, in seguito la Turchia cambiò tono, sebbene il presidente Erdogan lamentasse più volte l’insufficiente reazione dei Paesi islamici su ciò che accade in Myanmar: “Purtroppo, non tutti i Paesi islamici trattano con pari scrupolosità la posizione dei rappresentanti del popolo rohingya in Myanmar… È davvero così semplice? Questa domanda è così insignificante da traguardarla? Muoiono centinaia di migliaia di persone. I musulmani muoiono, ma a loro non importa“. Tuttavia, il principale aspetto positivo della partecipazione della Turchia al destino dei rohingya è che il suo governo effettivamente invia aiuti umanitari ai rifugiati in grandi quantità, ed ha persino espresso la disponibilità a costruire un campo per 100000 persone, un altro segno della comprensione turca del fatto che il ritorno dei rifugiati non sarà a breve, e se ritornano in Myanmar, non lo faranno tutti. Un passo avanti è stata la cooperazione costruttiva della Turchia con le autorità del Myanmar, ora è iniziata la fornitura di aiuti umanitari alle comunità rohingya rimaste sul territorio dello Stato di Rakhine.
Gli Stati Uniti d’America iniziarono prevedibilmente a parlare di sanzioni contro le Forze Armate del Myanmar e le relative strutture imprenditoriali. Tale argomento fu attivamente discusso al Congresso a settembre. A sua volta, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti elencò le misure da imporre all’esercito del Myanmar. Soprattutto la “sospensione delle visite del comando militare degli USA” in Myanmar, così come il divieto di partecipare ad “eventuali programmi di assistenza” del personale militare del Myanmar attivo nelle operazioni nello Stato di Rakhine. Inoltre, è possibile che alcuni rappresentanti del comando delle Forze Armate del Myanmar finiscano nella lista della “legge Magnitskij”. Tuttavia, i ricercatori indicano simbolismo ed inefficienza di tali azioni. Primo, la cooperazione degli Stati Uniti e del Myanmar sul piano militare è già più che modesta, e la cancellazione non sarà neanche notata. Secondo, il Myanmar ha già vissuto più di due decenni di sanzioni economiche ed ha imparato con successo a eluderle usando “le borse remote” di Singapore e flussi di denaro “nero” dall’India. Inoltre, a causa del ritardo del sistema bancario del Myanmar negli standard mondiali e le transazioni valutarie burocratiche, molti di tali meccanismi continuano ad essere ampiamente utilizzati dal popolo del Myanmar (sia aziende che individui). Ma la considerazione più importante che gli esperti dicono è che l’introduzione di sanzioni degli Stati Uniti dimostrerà chiaramente quanto sia diviso il mondo oggi. Attirano l’attenzione sul fatto che durante le visite del Generale Min Aung Hlayn presso le principali potenze mondiali (come India e Cina), di solito riceveva un’accoglienza da capo di Stato. Ed è improbabile che questo atteggiamento cambierà se gli Stati Uniti decidessero d’imporre sanzioni personali contro di lui. Allo stesso tempo, va notato che l’attività degli Stati Uniti verso il Myanmar non si limita alla discussione delle sanzioni. È piuttosto versatile, dalle dichiarazioni del presidente Trump alle telefonate del segretario di Stato Tillerson alla Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, e al comandante in capo Aung San Hsiin (intendeva visitare il Myanmar il 15 novembre e incontrare personalmente la leadership del Paese).
Sulla posizione dell’India, va detto in modo specifico. Il Primo ministro Narendra Modi era a Yangon appena dieci giorni dopo l’inizio l’attuale crisi. Durante questa visita, condannò gli attacchi dei terroristi dell’ARSA e sostenne la leadership del Myanmar nel ripristinare l’ordine e la pace nello Stato di Rakhine. Poco dopo, l’India decise in modo piuttosto dimostrativo di espellere 40mila rohingya. La ragione era che fossero immigrati illegali e collegati ai terroristi. Si ritiene che l’India svolga un ruolo attivo (sebbene in gran parte dietro le quinte) negli attuali negoziati tra Bangladesh e Myanmar sul ritorno dei rifugiati. L’essenza della mediazione indiana è persuadere il Myanmar a non fare dichiarazioni dure sul governo di Sheikh Hasina e, se possibile, cercare un compromesso perché se questo governo cadesse, gli islamisti andrebbero al potere in Bangladesh, con cui lo Stato di Rakhine diverrebbe una “zona jihadista”. A sua volta, influenzato dall’India, in Bangladesh il governo cerca anche di trovare un’intesa e continuare i negoziati col Myanmar, perché “essendo in Myanmar, Aung San Suu Kyi è con chi il Paese deve negoziare” questa mediazione, nell’interesse anche dell’India, data la vicinanza alla zona di conflitto.
La posizione della Russia sui rohingya sembra identificata da tre fattori. Primo, la volontà di non complicare i rapporti con gli attuali leader politici e militari del Myanmar. Secondo, le manifestazioni in difesa dei rohingya avutesi in alcune regioni della Russia. Terzo, la solida cooperazione con la Cina e gli interessi reciproci. Cioè, sostenendo la posizione della Cina sulla questione del conflitto nel Rakhine, la Russia potrebbe aspettarsi di vedersi restituire il favore su altri problemi più sensibili. Di conseguenza, dal punto di vista commerciale russo col Myanmar il fatturato è stato pari a soli 260 milioni di dollari nel 2016, probabilmente può indicare che: “è lontano da noi, e non sappiamo esattamente cosa succede“, “vi sono da entrambi le parti delle ragioni, ma le autorità del Myanmar almeno cerchino di migliorare qualcosa“. Nel corso di una riunione al Consiglio di sicurezza, il rappresentante russo alle Nazioni Unite Vasilij Nebenzia richiese la necessità di analizzare un quadro completo ed obiettivo della situazione nel Rakhine, indicando i casi dei terroristi rohingya che uccidevano decine di indù, e cioè che condannare le sole forze armate del Paese per la repressione in realtà incoraggia i terroristi ad ulteriori azioni. Tuttavia, sottolineò che la leadership del Myanmar ascolta le opinioni della comunità internazionale ed è disposta a lavorare con le Nazioni Unite, e quindi non a compiere mosse brutali. Ma probabilmente coerente e attiva verso il Myanmar era solo la Cina. Nel momento in cui l’attenzione del mondo s’è concentrata sui rifugiati in Bangladesh, la leadership cinese decise di aiutare i rifugiati “interni”, costretti a fuggire dallo Stato di Rakhine nel territorio del Myanmar (in primo luogo i rakhinesi e altri gruppi etnici). Quando a settembre furono inviati i primi aiuti umanitari, l’ambasciatore cinese Liang Hong disse che il suo governo sosteneva gli sforzi del Myanmar nel promuovere pace e stabilità nello Stato di Rakhine. Se prendiamo in considerazione i grandi piani della Cina sul territorio (essendo il Myanmar interessato a due dei sei “corridoi economici” nel quadro della “Fascia e Via” che ha lo Stato di Rakhine come regione chiave per uno di essi) va riconosciuto che questo passo era molto efficace nel promuovere i propri interessi in Myanmar. Inoltre, la Cina ha fatto tutto il possibile per mitigare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Myanmar, altro vantaggio per le relazioni Cina-Myanmar. Allo stesso tempo, i rifugiati rohingya in Bangladesh non furono ignorati dalla Cina, fornendogli assistenza umanitaria ed erigendo una tendopoli creata appositamente dai soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare della Cina. Ai primi di novembre, la delegazione cinese visitò il confine tra Bangladesh e Myanmar per valutare l’assistenza di Pechino nella costruzione di una barriera tra i due Paesi usando “tecnologie avanzate”. Cioè Pechino ha ora una strategia per risolvere la crisi dei rohingya: il tacito appoggio al Myanmar sulla sua rigida posizione sui rifugiati nel filtrarli e di conseguenza farne tornare solo una parte e contribuire al mantenimento di efficaci controlli alla frontiera per evitare una migrazione irregolare (e quindi l’infiltrazione dei terroristi), così come l’assistenza nel fornire l’infrastruttura per i rifugiati in Bangladesh. Tale strategia “degli orecchini per ogni sorella” è criticabile ma non possiamo dire che sia inefficace e non promuova gli interessi della Cina nella regione, direttamente connessi al compito di garantire la stabilità nelle zone di confine tra Myanmar e Bangladesh.
Fin dall’inizio della crisi, il governo di Myanmar dichiara che, nonostante la minaccia terroristica dell’ARSA, intende attuare tutte le raccomandazioni della Commissione internazionale di Kofi Annan per normalizzare la situazione nello Stato di Rakhine, nonché adottare le misure per lo sviluppo economico della regione e crearvi una zona economica speciale. Continuerà l’attuazione del piano quinquennale per lo sviluppo delle infrastrutture per elettrificare villaggi. I residenti nel nord dello Stato di Rakhine continueranno ad avere accesso ai servizi educativi e sanitari. Per informare, le autorità pubbliche intendono stabilire una nuova stazione radio che trasmetta in birmano, rakhinese e bengalese. Per l’attuazione dei progetti di sviluppo del Nord dello Stato di Rakhine c’è un reparto speciale interministeriale creato a settembre.
In questo contesto, la leadership dell’ARSA sembra in “crisi generale”. A quanto pare, il vecchio obiettivo era provocare la peggiore crisi dei rifugiati per far sì che la comunità internazionale aumentasse la pressione sul governo del Myanmar. In parte ci sono riusciti, il Myanmar e la sua Consigliera di Stato oggi soffrono una significativa perdita di reputazione (soprattutto agli occhi della comunità occidentale dei diritti umani), e seriamente discute l’introduzione di sanzioni contro il Paese. Quali sono le prospettive? I capi dell’ARSA non hanno trovato niente di meglio che annunciare a settembre di preparare nuovi attacchi armati nel Rakhine. Ma qual è il significato di tali azioni sullo sfondo dei reali (anche se forse lenti) passi del governo del Myanmar nel tentativo di normalizzare la situazione dei rohingya? Sembra che l’ARSA non possa presentare alla comunità mondiale alcuna idea positiva, i capi dell’organizzazione non ne hanno. Inoltre, tali dichiarazioni inducono le forze di sicurezza del Myanmar a controllare maggiormente i rohingya che desiderano tornare. Questo significa che più rifugiati rimarranno in Bangladesh, creandovi sacche d’instabilità che interesseranno le relazioni tra i Paesi della regione. Anche se, forse, il compito principale della prossima fase delle attività dell’ARSA sarà ancora una volta solo distruttiva. Parlando il 19 settembre ad un evento appositamente organizzato a Naypyidaw e rivolgendosi ai rappresentanti di governi stranieri (anche quelli musulmani), Aung San Suu Kyi chiese apertamente a chi avesse la possibilità, d’influenzare la posizione di alcuni rappresentanti del popolo rohingya ancora decisi al confronto con le autorità e che non vogliono partecipare al processo di verifica nazionale, considerato dal governo una tappa per l’integrazione dei rohingya in Myanmar. Fu un appello molto importante ma a quanto pare nessuno dei giornalisti l’ascoltò. Invece, alcuni media occidentali (soprattutto il “Guardian“) iniziarono a dire con entusiasmo che Aung San Suu Kyi aveva ceduto, spiegando ai lettori chi dicesse la verità e chi mentisse, sostenendo di conoscere la situazione nel Rakhine molto meglio della Consigliera di Stato del Myanmar. In realtà, questo sarebbe tutto ciò che c’è da sapere per capire la situazione nel Rakhine, secondo la stragrande maggioranza dei media.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’APEC nota la fine dell’influenza degli USA in Asia

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 12 novembre 2017Se il forum APEC ha fornito un terreno di prova per stimare quanto gli Stati Uniti possano risuscitare il proprio potere in Asia, il summit di Da Nang segnala che sarà un lungo cammino, caso mai. Il punto è, mentre gli Stati Uniti sottolineano la propria posizione militare, la battaglia per l’influenza in Asia si acuirà e diverrà invece economica. Gli Stati Uniti hanno perso la faccia ritirandosi dall’accordo di partenariato Trans-Pacifico (TPP). La missione dell’APEC a Da Nang era continuare sulla linea del sistema di scambi aperto. Il dinamismo economico dell’Asia dipende decisamente dall’ambiente estero. Peter Drysdale, professore emerito all’Università Nazionale Australiana, scriveva la settimana prima: “La fiducia nel sistema commerciale globale è importante per l’Asia. Ha sostenuto interdipendenza, prosperità economica e sicurezza politica asiatica in passato e continuerà a farlo in futuro. Pertanto, osservando questi interessi strategici globali, l’Asia ha un ruolo nuovo e critico da svolgere. L’APEC è il teatro in cui deve iniziare l’azione“. Da questa prospettiva, quando il presidente Donald Trump si rivolse al vertice APEC, fece il discorso sbagliato nel posto sbagliato. (Trascrizione). Trump minacciava che gli Stati Uniti non tollereranno più “abusi commerciali continui”, lamentandosi degli squilibri commerciali e sostenendo che il commercio libero era costato milioni di posti di lavoro statunitensi, paragonando “reciproci equilibrio e vantaggio” col “commercio reciproco”, scagliandosi contro il World Trade Organization. Trump chiudeva la porta agli accordi regionali di libero scambio. La grande diplomazia della transazione veniva così espressa. Tuttavia i leader asiatici affermavano la priorità delle soluzioni multilaterali ai problemi commerciali globali. Col TPP finito, la Partnership regionale economica globale guidata dall’ASEAN è l’unica strategia esistente, e gli Stati Uniti non sono nemmeno presenti. Al contrario, non sarà sfuggito al pubblico asiatico che il discorso del Presidente cinese Xi Jinping, subito dopo Trump, presentava una visione molto diversa del futuro del commercio globale. (Trascrizione).
Il Presidente Xi affermava che la globalizzazione è irreversibile e salutava l’accredito cinese come nuovo campione del commercio mondiale. “Dovremmo sostenere il regime multilaterale dei negoziati e praticare il regionalismo aperto per permettere agli aderenti in via di sviluppo di trarre il massimo vantaggio dal commercio internazionale e dagli investimenti“, esortava Xi, parlando di economia digitale, scienza quantistica, intelligenza artificiale, ecc., e descrivendo una visione del futuro coerente e completa. A proposito, mentre Xi parlava al vertice APEC, la Cina annunciava piani storici per ridurre i limiti della proprietà estera di gruppi finanziari. Il FT riferiva che Pechino propone di rilassare od eliminare i limiti sulla proprietà nei mercati commerciali, titoli, futures, asset management e assicurazioni. La Cina utilizza i requisiti di joint venture e caps ownership su un’ampia gamma di industrie per proteggere i gruppi nazionali dalla concorrenza e indurre la condivisione di tecnologie e competenze di gestione estere coi partner locali. Xi affermava nel suo discorso, “Nei prossimi 15 anni, la Cina avrà un mercato ancora più grande e uno sviluppo completo. Si stima che la Cina importerà merci per 24 trilioni di dollari USA, attirerà investimenti diretti per 2 trilioni di dollari e avrà 2 miliardi di dollari di investimenti in uscita“. In confronto, Trump è sempre più escluso dai partenariati. Quando tre primi ministri dell’ASEAN, Malaysia, Thailandia e Singapore, hanno recentemente visitato Washington, Trump celebrò l’evento come accordo di acquisti. Gli asiatici portano regali come espressione materiale di amicizia, ma Trump l’ignora e li celebra come trionfo dell'”America First“. Durante la visita del Primo ministro Malaysiano Najib Razak, il Khazanah Nasional (fondo sovrano del governo malese) e il Fondo previdenziale dei dipendenti (National Pension Fund Malaysia) annunciarono diversi miliardi di dollari di investimenti in progetti finanziari ed infrastrutturali negli Stati Uniti; Le Malaysia Airlines s’impegnavano ad esplorare le opzioni per acquisire altri aerei Boeing e motori General Electric per 10 miliardi di dollari. Il Primo ministro della Thailandia Prayut Chanocha promise che i militari del suo Paese avrebbero acquistato elicotteri Blackhawk, Lakota, Cobra, missili Harpoon e aggiornamenti del caccia F-16 assieme a 20 nuovi velivoli Boeing per le Thai Airways. Il gruppo Siam Cement decise di acquistare 155000 tonnellate di carbone per alleviare la situazione dei lavoratori statunitensi della “Rust Belt“, mentre la società petrolifera thailandese PTT accettava d’investire sul gas bituminoso dell’Ohio. Prayut e Trump inoltre firmarono un memorandum d’intesa per facilitare investimenti per 6 miliardi di dollari USA per presumibilmente generare oltre 8000 posti di lavoro negli Stati Uniti. Singapore propose l’acquisto di 39 aeromobili dalla Boeing Corporation che avrebbe generato 7000 posti di lavoro negli Stati Uniti. (Alla cerimonia della firma in TV, Trump sorrise ampiamente e strattonò scherzando il CEO della Boeing, pronunciando molto chiaramente alle telecamere, “Questi sono posti di lavoro, posti di lavoro americani, altrimenti non firmavo!“)
Ecco qui: il viaggio in Asia di Trump rafforza solo la percezione delle élite del sud-est asiatico secondo cui gli Stati Uniti perdono terreno strategico rispetto la Cina. In poche parole, l’efficacia della strategia asiatica basata principalmente sulla forza militare è incerta e insostenibile. La Dichiarazione dell’APEC (qui) testimonia che il discorso di Xi era in linea con lo spirito dei tempi, mentre Trump è rimasto fuori a produrre insulsi fuoco e fiamme. Nel momento in cui i giganti tecnologici cinesi si posizionano attentamente per sfruttare il previsto boom dell’economia digitale dell’ASEAN nel prossimo decennio, con la “One Belt, One Road” che avanza progressivamente con la firma di una rete di accordi di scambi e investimenti con la Cina al centro e creando una nuova rete di rifornimento globale, gli Stati regionali sperimentano concretamente i limiti della potenza statunitense. Quando Trump celebra accordi commerciali per 253 miliardi di dollari con la Cina, gli asiatici notano come tutte le strade portino a Pechino.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Nessuno vuole più avere a che fare con gli Stati Uniti

Covert Geopolitics 27 ottobre 2017Fatta eccezione per i pazzi di Kiev, nessuno vuole aver più a che fare cogli Stati Uniti. Giappone e Corea del Sud, ovviamente, non possono che accordarsi con la superpotenza in declino a proprio vantaggio, o coi gangster corporativi incaricati dell’industria dai burattinai occidentali. Ma altrove, in Medio Oriente, base del petrodollaro, è in corso un altro riallineamento organico. Il leader della rivoluzione islamica Ayatollah Seyyed Ali Khamenei invitava l’Iraq a rimanere vigile di fronte le trame statunitensi, avvertendo che gli Stati Uniti non sono affidabili. In una riunione col Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi a Teheran, il leader ha espresso il sostegno dell’Iran ai tentativi del governo iracheno di sviluppare legami con gli Stati regionali. L’Ayatollah Khamenei, tuttavia, consigliava alla nazione irachena di rimanere “cauta sugli inganni degli statunitensi e a non averne mai“. “Gli statunitensi hanno creato lo SIIL, ma ora che è stato sconfitto dal governo e dal popolo iracheni fingono di sostenere questo importante sviluppo“, dichiarava il leader. “Tuttavia, senza dubbio, non esiteranno a nuocere l’Iraq se ne avranno l’opportunità“, aggiungeva il leader. L’Ayatollah Khamenei sottolineava l’importanza dell’unità tra diversi gruppi etnici iracheni e il sostegno di Baghdad alle forze popolari del Paese, ragioni chiave delle recenti vittorie sui gruppi terroristici e i loro sponsor. Abadi, da parte sua, sottolineava la determinazione di Baghdad a salvaguardare l’unità e l’integrità territoriale dell’Iraq, rilevando che il governo non permetterà mai che il Paese sia minacciato di disintegrazione. L’avviso iraniano ha solide basi anche ora.
Washington versa benzina sul fuoco delle dispute nei mari dell’Est e del Sud della Cina tra Pechino e i vicini per frenarne l’ascesa e minare gli sforzi per risolvere i problemi in modo pacifico, secondo Sputnik. Date le crescenti tensioni, Pechino vede la modernizzazione della Difesa del Paese come una grande priorità. Gli Stati Uniti continuano gli sforzi per contenere le attività cinesi nei Mari nell’Est e del Sud della Cina, acuendo la disputa marittima tra le nazioni del sud-est asiatico, secondo Shen Shishun, direttore del Centro per gli Studi del Pacifico meridionale dell’Istituto di Studi Internazionali cinese, suggerendo che le manovre di Washington potranno solo rafforzare il sentimento patriottico dei cinesi. “Gli Stati Uniti cercano di frenare la Cina, puntando su Paesi terzi“, affermava Shen a Sputnik China. “C’è un conflitto tra Cina e Giappone sulle isole del Mar Cinese Orientale, ma è proprio a causa degli Stati Uniti che questo problema è emerso“. Secondo l’accademico, le isole di Diaoyudao (Senkaku) “storicamente appartenevano a Pechino“, ma finirono nelle mani del Giappone a causa della strategia di Washington dopo la Seconda guerra mondiale. Negli ultimi secoli l’arcipelago ha ripetutamente cambiato di mano. L’accordo di Cessione di Okinawa del 1971 tra Tokyo e Washington riconobbe la sovranità del Giappone sulle isole. “Gli Stati Uniti ignorano deliberatamente i fatti storici su questa materia, usando la situazione sulle isole per aumentare la tensione nelle relazioni sino-giapponesi e sfruttando le contraddizioni tra la Cina e i suoi vicini per frenare Pechino“, secondo Shen, aggiungendo che la strategia degli Stati Uniti è inutile.
Dmitrij Mosjakov, direttore del Centro per l’Asia sudorientale, l’Australia e l’Oceania presso l’Istituto di Studi Orientali, ritiene che il sentimento anticinese promosso da Washington e Tokyo potrebbe decidere le relazioni tra l’alleanza statunitense-giapponese e la Cina nei decenni successivi. Secondo Mosjakov, Washington e Tokyo non cercano compromessi sulla disputa territoriale di Diaoyudao (Senkaku), ma al contrario cercano d’innescare le fiamme sull’arcipelago. Il ministro della Difesa statunitense Jim Mattis incontrava gli omologhi di Giappone e Corea del Sud a margine dell’Associazione dei Ministri dell’Alleanza dei Paesi del Sud-Est asiatico (ASEAN ADMM-Plus) nelle Filippine per discutere come “approfondire la cooperazione sulla sicurezza“. Un comunicato stampa del dipartimento della Difesa (DoD) affermava che “i tre ministri hanno ribadito che la libertà di navigazione e di sorvolo va garantita“. ADMM-Plus è la riunione annuale dei ministri della Difesa dei 10 Paesi ASEAN e degli 8 “partner del dialogo”; India, Cina, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Russia e Stati Uniti. Mattis inoltre ebbe colloqui bilaterali col ministro della Difesa giapponese Itsunori Onodera. I due “hanno espresso serie preoccupazioni sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale e ribadito l’opposizione ad azioni coercitive unilaterali dei pretendenti, tra cui la bonifica e la militarizzazione delle isole controverse che alterano lo status quo e aumentano le tensioni“, con chiaro riferimento alla Cina.

L’offensiva del fascino cinese: Pechino e Manila raggiungo un compromesso
Parlando a Sputnik, Mosjakov sottolineava che il rapporto Cina-Filippine sembra un’alternativa valida alla strategia USA-Giapponese: Pechino e Manila sono riuscite a raggiungere alcuni compromessi sul Mar Cinese Meridionale. Per esempio, i pescatori filippini sono autorizzati a pescare nella zona del bacino di Huangyan (Scarborough). “Le relazioni della Cina con le Filippine mostrano che… la discussione sui problemi esistenti tra i due Paesi su base bilaterale porta al successo“, osservava l’accademico russo. Durante il vertice ASEAN ADMM-Plus, il Ministro della Difesa cinese Chiang Wanquan sottolineava l’intenzione di Pechino di lavorare a stretto contatto con l’associazione per costruire un’Asia più sicura. Indicava che la Cina è disposta a sviluppare attivamente i rapporti con i Paesi ASEAN in molti settori, tra cui le esercitazioni navali congiunte e la cooperazione per combattere il terrorismo. Allo stesso tempo, Pechino si oppone al coinvolgimento di forze estere nelle controversie territoriali con gli Stati vicini. Questa posizione è stata espressa da Fu Ying, Presidente della Commissione per gli Affari Esteri del Congresso Nazionale Nazionale della Cina, all’ultima riunione annuale del Club Internazionale di Discussione di Valdai. Confermava la disponibilità della Cina a proseguire i negoziati sulle isole, ma dichiarava di non trasformare le controversie in un inutile confronto geopolitico, sottolineando che l’interferenza di altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti, nei rapporti della Cina coi vicini, può solo aumentare le tensioni nella regione. Nel frattempo, il 19° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (CPC), svoltosi a Pechino il 18-24 ottobre 2017, affrontava la questione della sicurezza regionale. La risoluzione del congresso prevede la modernizzazione della Difesa della nazione come una delle principali priorità, sottolineando la necessità di trasformare l’Esercito di Liberazione Popolare (PLA) in una forza armata mondiale. L’enfasi della risoluzione sulla “necessità di attuare un corso militare-strategico con particolare attenzione alle nuove condizioni” è ampiamente considerata un messaggio al Giappone che continua ad allontanarsi dalla politica post-bellico del pacifismo col Primo ministro Shinzo Abe.
Secondo South China Morning Post, la Flotta del Sud della Marina Militare del PLA ha recentemente dispiegato uno squadrone di sottomarini nelle acque controverse del Mar Cinese Meridionale per aumentare l’operatività. Le azioni di Pechino nella regione suscitano preoccupazioni tra i vicini dell’ASEAN. Nel marzo 2017 emerse relazioni che sostenevano che la Cina potrebbe essere coinvolta nella militarizzazione delle isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale. In risposta, il portavoce del Ministero della Difesa cinese Wu Qian ammise che Pechino era impegnata in grandi lavori di costruzione nella regione, ma dichiarava che “la maggior parte di esse è destinata a scopi civili“. Le immagini satellitari del marzo 2017 indicano un’installazione militare su un’isola settentrionale delle Paracels. Secondo Taiwan, la costruzione sembra “preparare un porto“, presupponendo che la Cina cerchi di rafforzare la presenza navale nella zona marittima. Le Paracels sono rivendicate da un numerosi Paesi, tra cui Cina, Taiwan e Vietnam.

Cosa cerca in Qatar la Russia?
Reseau International 27 ottobre 2017

Il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu visitava Doha, era la prima volta nella storia dei rapporti tra i due Paesi che un ministro della Difesa russo andava in Qatar. Si sa che il Qatar, come tutti gli altri Paesi del Golfo, è una sorta di riserva degli Stati Uniti, ed è anche noto che ospiti la più grande base militare degli Stati Uniti nella regione. Quindi che ci fa Shojgu in questa riserva statunitense? Beh, a firmare un importante accordo sulla Difesa col Qatar. Questo accordo prevede la consegna da parte russa di 80 miliardi di dollari in armamenti. Enorme e sorprendente! Trump avrà vissuto un incubo, pensando di ripulire i fondi sovrani del Qatar. Compiendo questo passo e optando per una partnership del genere coi russi, l’emiro del Qatar deve sentirsi minacciato. L’emiro probabilmente teme un colpo di Stato dalla CIA a Doha. Quindi è ragionevole pensare che l’accordo abbia dei paragrafi segreti. Ci sarebbe l’impegno russo a proteggere il regime da qualsiasi azione dannosa della CIA. Se vero, l’accordo richiederebbe necessariamente l’apertura di due potenti stazioni di SVR e GRU a Doha. I capi del Qatar avranno concluso che non possono contare solo sulla protezione turca. Con Erdogan che cambia politica e alleanze come cambia camicia, Doha preferisce affidarsi a Putin. La Turchia può continuare a svolgere il ruolo di supporto. Detto questo, si noti che Shojgu, ferreo personaggio mongolo, gira molto all’estero ultimamente. Putin lo prepara sicuramente per un ruolo di primo piano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA contro i militari del Myanmar

Tony Cartalucci LD 25.10.2017Mentre le violenze continuano nello Stato di Rakhine occidentale in Myanmar contro la minoranza rohingya, l’agenda che guida il conflitto appare più trasparente e diretta. Come previsto, gli Stati Uniti ora dal regime-cliente guidato da Aung San Suu Kyi e dalla sua Lega Nazionale della Democrazia (NLD), che posero al potere nel 2015, incolpano le istituzioni indipendenti del Myanmar, gli ancora potenti militari. Il segretario di Stato USA Rex Tillerson, in una recente discussione al Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington DC (PDF), accusava i militari del Myanmar, sostenendo: “...siamo estremamente preoccupati da ciò che accade ai rohingya in Birmania. Sono in contatto con Aung San Suu Kyi, a capo del partito civile al governo. Come sapete, è un governo al potere emerso in Birmania. Accusiamo in realtà la leadership militare di ciò che accade nel Rakhine”. Reuters in un articolo intitolato “I legislatori invitano gli Stati Uniti a sanzioni mirate ai militari del Myanmar”, riporta: “Più di 40 deputati hanno invitato l’amministrazione Trump a ripristinare i divieti di viaggio negli Stati Uniti ai leader militari del Myanmar e a preparare sanzioni mirate contro i responsabili della repressione della minoranza musulmana dei rohingya”. E Freedom House, filiale del governo USA e del National Endowment for Democracy (NED) da esso finanziato, pubblicava anche un pezzo intitolato: “La visione della democrazia in Myanmar pravale sulla vita dei rohingya?“, togliendo le accuse al regime per cui hanno lavorato decenni per mettere al potere, accusando i militari del Myanmar. Afferma: “In meno di due mesi, più di mezzo milione di rohingya sono fuggiti nel confinante Bangladesh per sfuggire a distruzione degli insediamenti, violenze sistematiche e massacri di uomini, donne e bambini. Tale violenza orrenda viene perpetrata dai militari, con l’aiuto della popolazione buddista del Rakhine”. È chiaro che la natura della crisi dei rohingya in Myanmar non porterà al terrorismo osservato in Siria. È anche chiaro che gli Stati Uniti intimano le condanne per le violenze non agli elementi ultraviolenti del movimento politico di Suu Kyi, che hanno coltivato per decenni, ma sui militari che spesso si ritrovano tra le comunità rohingya e gli aggressori. Pressione e indebolimento per prima, per poi cooptare o rovesciare la leadership militare del Myanmar col pretesto della crisi attuale, invitando a un ruolo maggiore Stati Uniti ed Europa negli affari interni del Myanmar. Il segretario Tillerson alludeva precisamente a questo nelle recenti osservazioni, sostenendo: “E così abbiamo chiesto accesso alla regione. Possiamo inviare un paio di persone dalla nostra ambasciata nella regione in modo che possiamo avere resoconti di prima mano di ciò che accade. Incoraggiamo l’accesso di agenzie di aiuto, Croce Rossa, Mezzaluna Rossa e agenzie delle Nazioni Unite, affinché possiamo affrontare almeno le necessità umanitarie più urgenti, ma soprattutto perché possiamo avere piena comprensione di ciò che accade. Qualcuno, se queste relazioni sono vere, dovrà renderne conto. Ed è alla direzione militare della Birmania decidere che senso dare al futuro della Birmania, perché la vediamo quale importante democrazia emergente, me questo è il vero test”. Con l’alleato statunitense dell’Arabia Saudita che alimenta il terrorismo come cosiddetta “resistenza” dei rohingya, gli Stati Uniti potranno anche giustificare l’intervento militare, le operazioni congiunte e persino strutture militari permanenti che, anche se scarse, ostacolerebbero l’influenza cinese nella nazione e nella regione. Inoltre, un ostacolo che, una volta eretto, è difficile smantellare, come la presenza militare permanente e indesiderata degli USA nelle Filippine dimostrano.

Che accade veramente in Myanmar
La Freedom House, nella sua relazione, omette intenzionalmente che con “popolazione buddista del Rakhine” si riferisce in realtà a una grande rete politica, non religiosa, che aveva sostenuto i monaci delle proteste zafferano pro-Suu Kyi nel 2007 e che ha sistematicamente bloccato gli sforzi del governo militare, prima dell’arrivo al potere di Suu Kyi, per concedere lo status giuridico-politico alla minoranza rohingya del Myanmar. È anche una rete politica che ha abusato, brutalizzato e cacciato la popolazione rohingya dal Myanmar prima dalle proprie case, imprese e campi, poi all’estero, nelle nazioni vicine Bangladesh e Thailandia. Mentre si tenta di confrontare la crisi in Myanmar col tentato cambio di regime sostenuto dagli Stati Uniti in Siria, è chiaro che la crisi in Myanmar è comparabile all’occupazione statunitense dell’Afghanistan, senza la presenza (per ora) delle truppe USA. Mentre Stati Uniti e partner europei controllano il governo civile del Myanmar, tentano di dividere ed indebolirne lo Stato corrompendo le istituzioni indipendenti da Wall Street e Washington, impedendo al governo centrale di raggiungere qualsiasi indipendenza e creando un pretesto per la futura presenza di missioni statunitensi, economiche, diplomatiche e militari, in Myanmar. L’obiettivo, come in Afghanistan, è disturbare, scoraggiare e infine rovesciare il progresso che la Cina e altri centri alternativi al potere globale hanno fatto nelle due nazioni. In particolare, la violenza viene confinata nello Stato Rakhine del Myanmar, dove la Cina ha cercato di creare e utilizzare un centro logistico per la Fascia e Via (OBOR).

I piani degli USA per lo Stato-cliente Myanmar
Attraverso la rete di finte organizzazioni non-governative (ONG) finanziata dal dipartimento di Stato USA e dagli europei, i partiti di opposizione sostenuti dagli occidentali e anche le facciate attiviste dal supporto occidentale, l’attuale regime-cliente del Myanmar fu installato con le elezioni generali del 2015. Importante partito d’opposizione, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) prese il potere ma ha scarso controllo sui militari indipendenti. Il capo dell’NLD, Aung San Suu Kyi, ha letteralmente creato un nuovo ufficio politico per essere de facto “capo dello Stato”. Nella costituzione del Myanmar a Suu Kyi è vitato guidare il sistema politico della nazione a causa del matrimonio con un straniero, un inglese, e i figli dalla doppia cittadinanza Regno Unito-Myanmar. Suu Kyi si è istruita all’estero e ha lavorato per istituti occidentali tra cui le Nazioni Unite negli Stati Uniti, prima di tornare in Myanmar per impegnarsi in politica. La sua entrata in politica e l’ascesa al potere sono state apertamente finanziate e sostenute per decenni dagli Stati Uniti, dell’ex-potenza coloniale Regno Unito e da un lungo elenco di collaborazionisti europei. Molte posizioni elevate nel governo del Myanmar sono detenute da altri agenti prodotti dell’ampio finanziamento, formazione, indottrinamento e sostegno degli Stati Uniti, tra cui l’attuale ministro delle informazioni Pe Myint. Proprio come gli Stati Uniti controllano il governo a Kabul, in Afghanistan, controllano la leadership civile di Naypyidaw, Myanmar. E proprio mentre gli Stati Uniti perpetuano la minaccia del terrorismo in Afghanistan come pretesto per l’occupazione militare permanente dello Stato dell’Asia centrale, Stati Uniti e loro alleati sauditi tentano di usare l’attuale crisi dei rohingya per introdurre il terrorismo eterodiretto come pretesto per la cooperazione congiunta nell'”antiterrorismo” col governo del Myanmar e poi posizionare permanentemente militari statunitensi nello Stato del sud-est asiatico che confina direttamente con la Cina, vecchio obiettivo che i politici degli Stati Uniti perseguono da decenni. Si prevede che i militari del Myanmar subiranno una forte pressione, sanzioni mirate e minacce aperte finché capitolano, crollano o rovesciano l’influenza straniera e il suo regime cliente. Nel frattempo, il regime di Suu Kyi continuerà ad avere la piena impunità dall’occidente, nonostante sia la sua base a sostenere le violenze anti-rohingya. La crisi sarà sfruttata per ostacolare l’incursione economica della Cina e proporre la crescente presenza diplomatica e militare statunitense nel Paese. Le voci sui media che denunciano i piani statunitensi renderebbero più difficile a Stati Uniti e partner manovrare in Myanmar, permettendo alle forze d’opposizione di frustrarle e sventarle.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’aeronautica di Pol Pot e l’intervento cinese in Kampuchea

Alessandro Lattanzio, 22/10/2017La Kampuchea Democratica nell’aprile 1975 creò l’Esercito Rivoluzionario di Kampuchea (RAK), sulla base delle Forze Armate di Liberazione Nazionale del Popolo Cambogiano, create nel 1967 quando scoppiò una rivolta contadina nel distretto di Samlot della provincia di Battambang. Secondo il loro comandante e Ministro della Difesa della KD, Son Sen, il RAK aveva 230 battaglioni raggruppati in 35-40 reggimenti e 12-14 brigate. Il RAK catturò diverso materiale militare di origine occidentale, come blindati Panhard AML-60, V-100, Commando, M113, e cannoni semoventi M-108 e M-109. La struttura di comando si basava su comitati di tre ufficiali, in cui il commissario politico era il vero comandante. Il RAK era suddiviso in regioni militari comandate dai segretari regionali del Partito. Spesso le truppe di una regione venivano inviate in un’altra regione per far rispettare la disciplina, originando rapidamente disordini e purghe nei ranghi del RAK, minandolo e preparando il terreno alla rivolta. Inoltre Khmer Rossi recuperarono dalle 171 imbarcazioni della marina cambogiana, 13 pattugliatori costieri “Swift“, 40 PBR Mk 1 e 2 “Bibber” e cinque mezzi da sbarco LCM e 8 LCU, annessi alla Marina dell’Esercito di Liberazione della Kampuchea Democratica (MELK). Almeno 4 “Swift” furono distrutti durante l’incidente del cargo Mayaguez, nel maggio 1975, dalle cannoniere volanti statunitensi AC-130. Malgrado i problemi di manutenzione, 9 pattugliatori “Swift“, i pattugliatori PBR e gli LCU rimasero in servizio presso le basi navali di Ream e Chrui Chhangwar fino al febbraio 1979, quando la MELK fu neutralizzata dall’Esercito Popolare del Vietnam.

Il Fronte Nazionale di Liberazione del Vietnam lanciò un attacco con commando sulla base aerea Pochentong di Phnom Penh, nella notte del 21-22 gennaio 1971. L’incursione eliminò 39 soldati cambogiani, ne ferì 170 e causò notevoli danni ad aerei e strutture di supporto. Il testo del volantino cinese recita: “La mattina del 22 gennaio, le Forze Armate di Liberazione Nazionale del Popolo cambogiano assaltavano l’aeroporto Pochentong di Phnom Penh, spazzando via un battaglione di truppe nemiche a protezione dell’aeroporto e quasi tutti i piloti e tecnici. Oltre 750 nemici sono stati uccisi o feriti, più di 90 aerei nemici distrutti o danneggiati, con oltre un centinaio di autoveicoli militari distrutti. Nove depositi con oltre 10000 tonnellate di munizioni e di carburante sono stati distrutti. Questo è un colpo pesante per l’imperialismo statunitense e il suo burattino Lon Nol“. Andò distrutta l’intera aeronautica cambogiana tra 48-52 velivoli almeno, più altri 17 velivoli sudvietnamiti almeno, e anche statunitensi: 10 aerei antiguerriglia North American T-28D Trojan, 4 aerei da supporto tattico Cessna T-37B Dragonfly, 13 cacciabombardieri MiG-17F, 4 aerei d’addestramento Fouga CM-170 Magister, 11 aerei-cargo Douglas C-47 Skytrain, 8 aerei d’osservazione L-19A Bird Dogs, 1 elicottero UH-1 dell’aeronautica cambogiana, 1 aereo antiguerriglia North American Rockwell OV-10A Bronco e 1 aereo da supporto tattico Cessna T-37B Dragonfly dell’USAF, 3 aerei d’osservazione L-19A Bird Dogs sudvietnamiti, 1 deHavilland Canada L-20A Beaver, 1 Douglas C-47B, 1 Antonov An-2, 1 SE-210 Caravelle III delle linee aeree cambogiane.Nel 1975, l’Aeronautica cambogiana disponeva di 100 aeromobili, e i Khmer Rossi riuscirono a recuperarne 21 aerei da supporto tattico T-28D Trojan, 4 velivoli leggeri GY-80 Horizon, 23 aviogetti da addestramento T-37B Tweety, 12 aerei d’addestramento T-41D Mescalero, 5 velivoli U-17 Skywagon, 7 aerei da trasporto C-123K, 9 cannoniere volanti AU-24A, 6 cannoniere volanti AC-47D, 4 aerei da trasporto C-47 Skytrain, 20 elicotteri UH-1D/H e UH-1G Huey e 3 elicotteri Alouette III. 12 T-28D Trojan furono schierati dall’Aeronautica dell’Esercito di Liberazione della Kampucha (AELK) presso la base aerea Ream; altri 5 furono distrutti dall’USAF durante l’incidente del cargo Mayaguez, il 15 maggio 1975. Al momento dell’intervento dall’Esercito Popolare del Vietnam, nel febbraio 1979, erano rimasti operativi pochi velivoli.46 UH-1H Huey furono consegnati dagli USA all’Aeronautica della Cambogia. Alcuni UH-1H utilizzati nel ruolo di cannoniere furono rinominati UH-1G. Uno fu distrutto a Pochentong il 12 gennaio 1971, e un altro fu abbattuto nell’agosto 1972 con un missile Strela-2. 13 UH-1H fuggirono in Thailandia nell’aprile 1975. 19 – 24 elicotteri furono catturati dai Khmer Rossi nell’aprile 1975. I consiglieri cinesi ricostruirono aerei ed elicotteri catturati. L’addestramento si svolgeva a Pochentong, presso Phnom Penh, e a Battambang; quattro istruttori cinesi addestrarono dieci piloti a volare sui Bell UH-1H. Gli UH-1H furono utilizzati per addestramento, trasporto, collegamento e missioni di propaganda. Dopo l’intervento vietnamita del 25 dicembre 1978, 5 Huey cambogiani fuggirono in Thailandia, portando Pol Pot e il suo entourage in esilio in Thailandia, ad Isan, nella giungla.Gli USA consegnarono 29 T-37B all’aeronautica cambogiana tra il 1963 e il 1973. 10 T-37B furono catturati dalle forze vietnamite nel gennaio 1979.

Gli USA consegnarono 25 Cessna T-41D Mescalero, ma nel 1972 4 risultarono perduti in incidenti di addestramento, insieme ai loro piloti. Nel 1974, 13 T-41 erano in servizio presso l’Accademia aeronautica di Pochentong. Almeno 3 fuggirono in Thailandia nell’aprile 1975. I T-41D dell’AELK furono utilizzati dai Khmer Rossi a Battambang, per l’addestramento al volo ad ala fissa.

Nell’ambito del programma MAP, gli USA consegnarono 20 DHC-3 U-1A Otter, tra luglio 1971 e settembre 1972. Almeno 3 furono distrutti durante un attacco dei Khmer Rossi su Pochentong nel marzo 1972. I restanti DHC-6 furono catturati dalle forze vietnamite nel 1979.L’aeronautica cambogiana disponeva di 22 aerei da trasporto Douglas C-47 Skytrain, nel settembre 1970, ma molti furono distrutti da un attacco dei Vietcong a Pochentong, nel gennaio 1971. Nell’aprile 1975, 9 C-47 fuggirono in Thailandia, mentre 14 (inclusi 6 AC-47D Spook, la versione cannoniera del velivolo-cargo), furono catturati dai Khmer Rossi che ne utilizzarono almeno 2 fino al 1977. Quando il Vietnam intervenne in Kampuchea alla fine del 1978, catturò 6 C-47.Gli USA consegnarono alla Cambogia 17 aerei-cargo Fairchild C-123K nel 1973, ma 10 C-123K fuggirono in Thailandia nell’aprile del 1975. Dei restanti 7, 3 furono catturati dalle forze vietnamite nel 1979.L’USAF consegnò 15 aerei antiguerriglia Helio AU-24A Stallion nel 1972 all’Aeronautica cambogiana. Uno precipitò nel marzo 1973, tre furono abbattuti dai Khmer Rossi e un altro precipitò nel Golfo del Tonchino, il 17 aprile 1975. Altri tre fuggirono in Thailandia nell’aprile del 1975. I restanti 6 AU-24A furono catturati dai Khmer Rossi a Phnom Penh.Gli USA consegnarono all’Aeronautica cambogiana 16 aerei da supporto tattico T-28D Trojan, nel 1963, che vennero tutti distrutti il 12 gennaio 1971 durante l’attacco dei vietcong su Pochentong. In seguito, nel febbraio 1972, gli USA inviarono altri 23 T-28. Ma già ad agosto, 14 T-28 erano andati persi. Quindi nel 1972-1973 gli USA inviarono altri 20 T-28D. Nell’aprile 1975, i Khmer Rossi disponevano di 20 T-28D schierati nella base di Ream, ma 14 furono distrutti dagli attacchi aerei statunitensi del 15 maggio 1975, durante l’operazione di salvataggio del Mayaguez. All’AELK rimasero 7 T-28D, basati a Ream. Un film dell’agenzia Xinhua del 1977 mostra dei piloti kampuceani che si addestrano su 4 T-28 nella base aerea di Pochentong.

Dei 10 Sud Aviation SA 3130 Alouette II e Sud Aviation SA 316B Alouette III consegnati alla Cambogia, 3 furono catturati dalle forze vietnamite nel 1979.Nel giugno 1975, il capo del Partito Comunista di Kampuchea, Pol Pot, compì un viaggio a Pechino per incontrarsi con Mao Zedong, che gli offrì 1 miliardo di dollari in aiuti, allora i più grandi della Cina a un Paese estero. Nel 1976 vi fu un accordo militare tra la Cina popolare e la Kampuchea democratica, con cui Beijing fornì all’ARK sistemi di comunicazione, e nel 1977 carri armati, blindati, munizioni, 4 pattugliatori per la marina kampucena ed aerei da combattimento. La Cina in effetti fornì 16 caccia Shenyang F-6C all’Aeronautica dei Khmer Rossi (AELK), tra il 1975 e il 1978. Ma solo 6 furono assemblati e divennero operativi. Almeno 1 F-6C fu catturato dalle forze vietnamite. Nel 1977 la Cina popolare consegnò almeno 3 bombardieri leggeri Harbin H-5 (Iljushin Il-28) alla Kampuchea democratica. 2 furono catturati nella base aerea di Pochentong, il 7 gennaio 1979, dalle forze vietnamite, che inoltre abbatterono un terzo H-5 kampuceano.

La Cina costruì in Cambogia strade, ferrovie, dighe e ponti e ricostruì la rete elettrica, tanto che aumentò la produzione di elettricità a Phnom Penh, forse in previsione della ripopolazione della capitale. I cinesi costruirono anche la raffineria petrolifera di Kampong Som, per lavorare il petrolio greggio cinese dei campi di Daqing, e l’aeroporto di Kampong Chhnang. La pista di 2,4 km e l’aeroporto furono realizzati da centinaia di ingegneri ed operai cinesi, tra il 1976 e il 1978. I consiglieri cinesi inoltre supervisionarono la costruzione, presso l’aeroporto, di un centro di comando sotterraneo di cemento armato che si estendeva per centinaia di metri fino alle colline vicine. In cambio la Cina riceveva forniture di caucciù. In quel periodo erano presenti diverse migliaia di cinesi nella Kampuchea democratica; “Erano in Cambogia per cercare di aiutare i fratelli rivoluzionari e a portare gloria alla Cina nella missione per aiutare la Cambogia a svilupparsi sotto la tutela cinese“. In realtà i rapporti tra i due Stati non erano così netti; “Nel 1975, i cinesi, avendo avuto un’esperienza amara, avvertirono i cambogiani dal correre troppo nel realizzare gli obiettivi rivoluzionari. Si dice che Khieu Samphan e Ieng Thirith sorridessero in modo condiscendente“. Inoltre la mancanza di competenze e addestramento dei kampuceani frustrò i cinesi; mancavano gli interpreti e così le parti comunicavano a gesti. “Esistevano molti limiti all’influenza cinese sulla burocrazia, poiché le frammentate agenzie cinesi dell’amministrazione degli aiuti lottarono per collaborare con le istituzioni della Kampuchea democratica, sconnesse, sottosviluppate e talvolta ostinate“. Gli aiuti comprendevano oltre a materiale militare e sistemi radio, strumenti agricoli e derrate alimentari. Dei voli settimanali da Pechino portarono in Cambogia le migliaia di ingegneri e consiglieri cinesi. L’aeroporto di Kampong Chhnang fu fondamentale per queste operazioni. Inoltre, una volta completato avrebbe permesso alla Cina di proiettarsi sul fianco meridionale del Vietnam e sul Golfo della Thailandia.
Per tali motivi geopolitici, isolare il Vietnam, la Cina sostenne i Khmer Rossi anche negli anni ’80, assieme a Stati Uniti, Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico e NATO, nel tentativo di rovesciare il regime filo-vietnamita che a Phonm Penh sostituì il dominio dei Khmer Rossi.Fonti:
Aeroflight
Asiafinest
Cambodia to Kampuchea
Phnom Penh Post
Sebastian Strangio