Una linea nella steppa: la NATO incontra una SCO ampliata

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 19.06.2017Mentre i capi della NATO si congratulano per l’adesione del piccolo Montenegro, la forza di controbilanciamento della NATO ad est ha accolto a pieno titolo India e Pakistan. Mentre la bandiera del Montenegro è stata sollevata presso la sede della NATO a Bruxelles, le bandiere della democrazia più popolosa del mondo e della terza popolazione musulmana, India e Pakistan, sono state sollevate presso la sede a Pechino dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO). L’allargamento della SCO ha effettivamente neutralizzato la marcia a lungo attesa della NATO verso est, con l’intenzione d’inglobare gli Stati ex-sovietici dell’Asia centrale. L’ampliamento della SCO segnala anche la fine del sogno dei neoconservatori del “nuovo secolo americano” che domina l’intero pianeta e anche lo spazio. Il 21esimo secolo sarà un “nuovo secolo euroasiatico” con Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e NATO emarginati, osservatori anemici che si contendevano il centro di un potere globale che si sposta verso la massa terrestre eurasiatica.
Nel 1904, Halford Mackinder scrisse un articolo profetico, intitolato “Il Perno Geografico della Storia”, presentando ciò che chiamò “la teoria dell’Heartland” geopolitico. L’“Heartland” di Mackinder comprende Asia, Europa e Africa, che chiamò “Isola-Mondo”. Nel 1919, Mackinder osservò che qualunque potenza controllasse l’Isola-Mondo avrebbe anche controllato il Mondo. “Chi controlla l’Europa orientale controlla l’Heartland; chi controlla l’Heartland controlla l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo, controlla il Mondo”. Mackinder descrisse Gran Bretagna e Giappone come “isole off-shore” dell’Isola-Mondo. Le “Isole Periferiche” erano le Americhe e l’Australia. L’espansione della SCO con l’adesione di India e Pakistan e altre nazioni eurasiatiche che bussano alla porta dell’organizzazione, realizza l’Isola-Mondo di Mackinder quale evento fondamentale che eliminerà il dominio unipolare mondiale di Stati Uniti ed alleati. India e Pakistan, pur non andando d’accordo hanno deciso di mettere da parte le differenze, riconoscendo che l’allineamento a Cina e Russia nella SCO è preferibile a un’alleanza dubbia con gli Stati Uniti. Per la Cina, indiani e pakistani nella SCO sono un importante impulso all’Iniziativa della Via della Seta, conosciuta anche come progetto “One Belt, One Road” per la realizzazione di nuovi collegamenti autostradali, ferroviari e marittimi con i Paesi di tutto il mondo. La prospettiva è che grandi autostrade trans-himalayane e collegamenti ferroviari tra la Cina e il subcontinente indiano siano la spinta alle economie di India e Pakistan che riduca le differenze religiose sul controllo del Kashmir a favore di un’intesa e una più stretta cooperazione economica. Secoli di guerre religiose tra cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord finirono dopo che Irlanda e Irlanda del Nord aderirono all’Unione Europea. Lo sviluppo economico dell’Irlanda, a nord e a sud, è preferibile alla guerriglia. Lo stesso potrebbe avvenire nel Kashmir se i progetti della Cina sulla Via della Seta spingessero musulmani ed indù a concludere che una migliore situazione economica possa relegare la guerra religiosa ad anacronistico ostacolo.
La paura che India e Pakistan disturbino la SCO con le reciproche differenze politiche fu messa a tacere quando la SCO sottolineò che la sua carta proibisce rigidamente agli aderenti di usare l’organizzazione per promuovere qualsiasi frattura. La stessa regola si applica alle tensioni tra India e Cina. La Cina mostra i muscoli in ciò che Mackinder chiamava “Isola Periferica”, le Americhe. La Cina ha reso ancor più importante il progetto Via della Seta instaurando i rapporti diplomatici con Panama dopo che la nazione che controlla l’omonimo canale, aveva tagliato le strette relazioni diplomatiche con Taiwan. China Communications Construction, China Railway Group e COSCO Shipping Company sono interessati ai principali progetti di miglioramento delle infrastrutture di Canale di Panama e regione circostante. La società del miliardario cinese Wang Jing, la società di investimenti per lo sviluppo del canale Hong Kong-Nicaragua, avviva nel 2015 il canale da 40 miliardi di dollari attraverso il Nicaragua. Nicaragua, El Salvador, Paraguay e Repubblica Dominicana dovrebbero presto interrompere i rapporti con Taiwan e riconoscere Pechino. Ciò faciliterà la continua estensione dell’influenza cinese sulle “isole periferiche” dell’Eurasia. Il controllo cinese su due canali in America Centrale darà enormi potenzialità economiche, internazionali e nel cortile degli Stati Uniti.
Sulla strada dell’unione della SCO vi è l’Afghanistan, dove l’amministrazione Trump annuncia l’invio di 4000 militari per la più lunga guerra degli USA. Sarà presto il momento in cui la SCO, dopo la transizione dell’Afghanistan allo status di osservatore, ordinerà a Stati Uniti e NATO di ritirare le truppe d’occupazione da uno Stato aderente alla SCO. Washington rischierebbe la guerra con le quattro nazioni più popolose dell’Eurasia per mantenere i militari in una nazione della SCO? E’ dubbio, specialmente perché gli Stati Uniti vanno riducendosi a potenza politica di seconda classe in possesso di una forza militare tecnicamente avanzata e globalmente dispiegabile. Gli Stati Uniti hanno cercato di cooptare la Mongolia, situata tra Russia e Cina, quale posto d’ascolto per Agenzia d’Intelligence Centrale, Agenzia d’Intelligence della Difesa e Agenzia Nazionale per la Sicurezza. Questi sforzi saranno emarginati dopo che la Mongolia aderirà finalmente alla SCO. E complicando le cose per Washington e la sua alleanza di potentati arabi nel Golfo Persico ed Israele, la prossima nazione asiatica che aderirà alla SCO è l’Iran. Mentre l’Iran era sottoposto alle sanzioni delle Nazioni Unite, gli fu proibito di aderire alla SCO. Tuttavia, dopo la revoca delle sanzioni nel 2016, la Cina annunciava che l’Iran sarà il prossimo ad aderire a pieno titolo dopo India e Pakistan.
L’adesione dell’Iran, e anche della Bielorussia ed altre nazioni che aspirano a aderire alla SCO, renderà l’organizzazione una potenza che può opporsi non solo a Stati Uniti e NATO, ma anche a Unione europea e Giappone. In attesa di entrare tra gli osservatori della SCO vi sono i partner del dialogo Azerbaigian, Cambogia, Armenia, Nepal, Turchia e Sri Lanka. Interesse per la SCO è anche espresso da Bangladesh, Vietnam, Egitto, Siria, Iraq e Maldive. Sembra che non ci sia lo stomaco per Russia o Cina verso l’Arabia Saudita. Dopo il blocco economico saudita al Qatar, è probabile che il Qatar possa divenire osservatore o partner del dialogo della SCO. La SCO non desidera particolarmente accettare le richieste a partner del dialogo presentate da Ucraina e Israele, che sarebbero i “cavalli di Troia” statunitensi nella comunità SCO. A differenza della NATO, la SCO è molto attenta a non crescere troppo velocemente. India e Pakistan hanno atteso 12 anni per aderirvi. Ironia della sorte, la SCO si preparava ad accettare la prima nazione della NATO, la Turchia, quale membro. Un simile sviluppo potrebbe vedere la Turchia quale primo Stato membro della NATO uscire dal patto militare a favore della SCO.
I social media occidentali hanno scelto d’ignorare quasi completamente l’adesione di India e Pakistan nella SCO. I media occidentali che hanno scelto di seguire l’evento l’hanno fatto presentando i punti di vista del Council on Foreign Relations (CFR) collegato alla CIA. CFR e altri “think tank” spiegano che SCO e alleanza BRICS di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sono organizzazioni internazionali indegne di molta stampa. Infatti, Unione europea e NATO affrontano dissensi interni e cadute sulla scena mondiale.La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché ai comunisti serve la globalizzazione

Pavel Volkov, 15 giugno 2017Histoire et SocietéIl 13 giugno Panama rompeva le relazioni diplomatiche con Taiwan per stabilirle con la Repubblica popolare cinese. Il presidente di Panama, Juan Carlos Varela, nominava tra le principali ragioni della decisione la condivisione dei due Paesi dell’importanza della globalizzazione. La cosa curiosa è che Panama e Taiwan sono entrambi satelliti degli Stati Uniti. Quindi, se la “comprensione dell’importanza della globalizzazione” improvvisamente viene ricordata da qualcuno, non si tratta chiaramente di Panama. Come spiegarlo? Sappiamo che nel 1949 la guerra civile cinese si concluse coi comunisti di Mao Zedong saliti al potere, mentre il Kuomintang sostenuto dagli Stati Uniti fuggì nell’isola di Formosa (Taiwan) dove il suo capo Chiang Kai shek, con l’aiuto degli Stati Uniti, impose una dittatura militare. Nel 1966, Taipei creò la “Lega anticomunista mondiale” che esiste ancora oggi come Lega mondiale per la libertà e la democrazia (WLFD), che incontra e lavora con ogni personalità di orientamento fascista e ultraliberale che visibilmente ritrova interessi comuni. Costoro riunitisi a Taiwan sotto l’arrogante direzione di Washington, hanno combattuto il comunismo, in particolare cinese. Ma col tempo, l’equilibrio di potere è cambiato, e nel 1970 la Cina sostituì Taiwan alle Nazioni Unite, e nel 1979 gli Stati Uniti riconobbero la Repubblica popolare cinese. E ora, a quanto pare dopo quasi 40 anni, tocca ai satelliti degli USA. Panama riconosceva Taiwan finché gli Stati Uniti non erano preoccupati dalla Nuova Via della Seta marittima.
Nel giugno 2016 fu completata la ricostruzione del Canale di Panama, ora più ampia e profonda, raddoppiandone le capacità. Attraverso il canale modernizzato gli statunitensi potranno trasportare più rapidamente idrocarburi dal Golfo del Messico ad esempio la Cina. E le merci cinesi raggiungeranno l’Europa aggirando Russia, Turchia e gli altri concorrenti. Comprendendone i rischi, i cinesi, con la partecipazione della Federazione russa, iniziarono nel 2014 a costruire un canale in Nicaragua, incontrando inizialmente le proteste di agricoltori ed ambientalisti, e poi il gruppo HKND responsabile del progetto ebbe difficoltà finanziarie. In breve, gli Stati Uniti ottenevano il congelamento del progetto. Sembra che il riconoscimento da parte di Panama sia la pillola con cui Trump ha deciso di attenuare l’amarezza dei cinesi per l’assenza di un’alternativa alla rotta controllata dagli Stati Uniti tra Pacifico ed Atlantico. L’interdipendenza tra economie cinese e statunitense è ben nota. Data la retorica offensiva della sua campagna elettorale, ci si aspettava che Trump rompesse questa dipendenza, ma sembra che abbia semplicemente deciso di usarla nell’interesse dei suoi elettori. Così, nel primo discorso al Congresso, promise di “rilanciare l’industria morente”, soprattutto delle miniere di carbone. Dal febbraio 2017, per via delle sanzioni, la Cina non compra più carbone dalla Corea democratica, quarto fornitore della risorsa della Cina. Finora, la quota del carbone nel settore energetico della Cina era circa il 70%, ed entro il 2020 sarà ridotta al 67%. Ma in primo luogo, non è un forte calo, e in secondo luogo, anche la prevista riduzione del consumo di 160 milioni di tonnellate non avrà grande impatto sulla domanda totale di circa 3,7 miliardi di tonnellate, equivalente alla metà del consumo globale. Sì, le centrali a carbone sono sostituite sempre più da centrali a gas, ma il problema persiste nella metallurgia. Pertanto, per compensare la fornitura di carbone in riduzione dalla Corea democratica, la Cina aumenta significativamente le importazioni statunitensi. Tuttavia i nuovi parametri della cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel settore energetico non si limitano al carbone. Questo mese, la Cina ha rinunciato inaspettatamente alla realizzazione di due nuovi gasdotti dalla Siberia, spiegando la decisione con le nuove condizioni del mercato del gas, che non vedono la necessità del progetto “Forza della Siberia-2” e del gasdotto Estremo Oriente-Sakhalin. Il fatto è che, poiché le offerte e i prezzi globali del petrolio sono scesi di quasi la metà, l’acquisto di GNL dagli Stati Uniti è più vantaggioso. Niente di personale, solo affari.
Se si crede a Bloomberg, Xi Jinping e Donald Trump hanno concordato l’invio di GNL da aprile e maggio, e il dipartimento del Commercio ha annunciato la firma di un accordo commerciale bilaterale, estendendo alle imprese del settore energetico degli Stati Uniti l’accesso al mercato cinese. Lo stesso mese, al vertice della Via della Seta a Pechino, il capo della compagnia statale cinese CNPC Wang Yilin affermava che la Cina cerca di diversificare l’offerta e di conseguenza stendere la base sugli Stati petroliferi degli USA. A tal fine costruiranno congiuntamente terminali GNL. Il capo economista della BP per la Russia e la CSI, Vladimir Drebentsov, ritiene che la Cina nel prossimo futuro non aumenterà l’acquisto di gas dalla Russia, dato che l’acquista dall’Asia centrale e sviluppa il proprio gas shale. E poi c’è il GNL americano. Il mondo cambia in un settore molto specifico della battaglia tra due mostri che vogliono nient’altro che distruggere l’altro, ma che sono così strettamente legati che il crollo di uno indubbiamente farebbe crollare l’altro, creando un rapporto simbiotico sul principio amore e odio, e tutti gli altri diverranno satelliti dell’uno o dell’altro. In realtà, la Cina è la locomotiva della globalizzazione, mentre Stati Uniti ed Europa occidentale, stranamente, l’hanno abbandonata, o cercano di uscirne, perché non si sa se sia possibile cambiare la traiettoria verso il salto nel precipizio quando si è percorso il 90% della strada. Nel frattempo, il Celeste Impero è attivo in tutte le direzioni.
Molti credono che il comunismo in Cina sia superficiale, e che il Paese sia da tempo passato ad un sistema modernizzato di capitalismo di Stato dal sorprendente successo economico, ed anche che le contraddizioni vi si affaccino. In realtà, non c’è nulla di ciò. La Cina è in una fase di transizione dal capitalismo al comunismo, in una sorta di NEP estesa. A capo dello Stato c’è il Partito Comunista che realizza la dittatura della classe operaia, e nelle mani dello Stato vi è il 50% dell’economia. L’altro 50% vive nelle condizioni del mercato, in competizione con il settore pubblico e quando perde, ne viene assorbito, passando dalla NEP al socialismo. Accelerare questa fase è impossibile soprattutto per l’enorme dimensione della popolazione a cui non si può semplicemente fornire tutto il necessario per lo sviluppo sociale, utilizzando solo le risorse interne. L’Unione Sovietica aveva più o meno tutto, non la Cina. E se non si ha questa possibilità, ed è una necessità assoluta, le risorse vanno prese da qualche parte. Di qui la necessità della globalizzazione e della Nuova Via della Seta cinese e di tutto ciò che ne consegue.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una guerra solitaria

Abdur Rauf Yousafzai, TFT, 14 ottobre 2016Mohammad Najibullah, ultimo presidente della Repubblica Democratica Afghana, fu ucciso nel 1996 dai taliban. Abdur Rauf Yousafzai incontra in Pakistan chi l’ha conosciuto e ne ritiene le idee attuali.

Il Dottor Mohammad Najibullah e suo fratello Shahpur Ahmadzai furono uccisi dai taliban il 26 settembre 1996 nel complesso delle Nazioni Unite di Kabul. I corpi furono trascinati per le strade e impiccati nella piazza principale di Kabul dai taliban. L’uomo può essere morto, ma le sue idee e soluzioni al conflitto afghano mantengono una rilevanza, almeno per alcuni. Considerate ad esempio che l’ingegnere Gulbuddin Hekmatyar, capo dell’Hizb-e-Islami afghano, ha fatto ciò che rifiutò 26 anni fa, quando il Dr. Najibullah avanzò la ‘politica nazionale di riconciliazione’. Subito dopo aver assunto l’ufficio di presidenza a fine novembre 1987, il Dottor Najibullah non solo sviluppò un piano per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan, ma annunciò la politica nazionale di riconciliazione che offriva accordi di condivisione del potere con i capi mujahidin afghani. Recentemente Gulbuddin Hekmatyar ha firmato un accordo di pace con il governo del dottor Ashraf Ghani, simile a quello offerto dal Dottor Najib subito dopo aver assunto la carica di Segretario Generale dell’ex-Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) del novembre 1986.
Mian Iftikhar Hussain, ex-ministro dell’Informazione della provincia Khyber-Pakhtunkhwa del Pakistan e autentico muro contro il Taliban Tehrik Pakistan (TTP), incontrò molte volte il presidente comunista afgano. Mian Iftikhar condivide l’esperienza dei suoi incontri con il dottor Najib: “Ricordo alcune mie riunioni con il Dottor Najib per la 77.ma giornata dell’Indipendenza dell’Afghanistan. Ero a Kabul. Il leader nazionalista pakistano Wali Khan e il Dottor Najib tornavano da Mosca ed io ero in coda con coloro che si erano riuniti per riceverli. Quando Wali Khan mi vide, sorrise e disse a Najib: “A Mosca gli studenti chiedevano di questo ragazzo!” “Najib mi disse che quattro giorni dopo mi avrebbe chiamato per una riunione. Najib era un leader nazionalista intellettuale e aperto, ispirato dalla tradizione politica di Bacha Khan e Wali Khan”. Mian Iftikhar prosegue: “C’era un bellissimo palazzo presidenziale nel cuore di Kabul, ma il Dottor Sahib viveva in una casa molto piccola. Un giorno c’invitò a cena. Tutti fummo stupiti quando vedemmo che viveva in una casa molto semplice e piccola. Sentì i suoi discorsi, la sua personalità era strabiliante e ogni volta che pronunciava un discorso, la sua voce era tonante!
Najib, per alcuni in Afghanistan “simbolo della pace”, iniziò la carriera politica quando era studente. La sua visione del mondo s’incentrava su socialismo, comunismo e umanesimo. Iftikhar narra che alla fine di una notte, Najib venne nel suo appartamento per una visita. “Era inverno e il Dottor Sahib era avvolto in un chadar di Pakhtun (mantello). Dissi al presidente che non era il momento di viaggiare così. Il coraggioso presidente rispose: “Questa è la mia patria Haywad e voglio far sapere ai terroristi che sono pronto a sacrificare la vita”. Il Dottor Najib era, per me almeno, un visionario e poteva riunire persone dei vari gruppi nazionali ed etnici in Afghanistan, e la storia mostra che dopo di lui l’Afghanistan non ha prodotto una personalità così ampiamente accettata politicamente.
Za da watan, giorno watan zma
Za da watan da para sar Qurbanwoma
(Nato fuori dalla mia terra
Sacrifico la mia vita per la mia terra)
Il Dottor Sahib mi recitò questo verso per un po’ di tempo dimostrandomi di essere ben consapevole delle conseguenze nel contrastare gli interessi della guerra fredda statunitense“. Anche oggi, Mian Iftikhar Hussain continua ad invitare l’ONU ad indagare sull’omicidio di Najib, un uomo che considera un grande leader. Per alcuni, il fatto che l’ultimo rifugio di Najib fosse in una sede delle Nazioni Unite e che i taliban lo trascinassero dopo la morte, pone almeno parte della responsabilità della morte anche sulle Nazioni Unite. Mian Iftikhar infatti insiste: “La storia ripeterà più volte che anche l’ONU è responsabile del suo omicidio. Il dottor Najib fu ucciso e l’umiliazione del suo cadavere fu un messaggio a tutti i nazionalisti progressisti su entrambi i lati della linea Durand, terrorizzare i seguaci della filosofia di Bacha Khan”.
Ameen Jan, oggi leader del Partito dei Lavoratori Awami (AWP) del Pakistan, fu esiliato a Kabul durante il regime militare pro-occidentale di Zia-ul-Haq. Durante il suo soggiorno a Kabul incontrò molte volte l’ultimo presidente comunista afghano. Riassume l’esperienza con Najib durante il suo esilio così: “Incontrai il Dottor Sahib prima della presidenza, ma era anche allora potente. Mi chiamò alcune volte dopo aver giurato da presidente. Era molto chiaro nella sua visione e nella sua politica, voleva vedere un Afghanistan pacifico, moderno, istruito e prospero e avere rapporti stretti e cordiali con tutti i vicini. Trascorsi molti anni in Afghanistan e osservai attentamente il governo del PDPA. Mi sembrava la migliore ideologia per opporsi all’imperialismo…” Come Mian Iftikhar Hussain, Ameen Jan testimonia anche l’amore di Najib per la poesia in pashtu e in generale. Ameen Jan ricorda che Najib spesso si lamentava della situazione con il seguente versetto:
Pa Lara zam tola shrangeegam
Sta da tuhmat zanzeer pa ghara garzwoma
(Andando per strada, produco il suono del jingling
Porto la catena del tuo male intorno al mio collo)
Ameen Jan continua a presentare la sua analisi sul ruolo di Najib negli anni ’80: “Durante la guerra fredda, Pakistan ed Afghanistan facevano parte di campi globali opposti e il Jamaat-e-Islami e le altre forze di destra fecero propaganda contro ciò che definivano “comunismo ateo”. Ironia della sorte, questi partiti sostenevano l’amicizia Pakistan-Cina, sapendo benissimo che per la loro logica la leadership cinese era almeno “ateistica” e “senza dio” quanto quella dell’Unione Sovietica. Fu argomentato dai simpatizzanti del regime PDPA filo-Mosca a Kabul che gran parte del sentimento anticomunista che spinse la ‘jihad’ in Afghanistan fu prodotto dalla confluenza di interessi tra Stati Uniti, Arabia Saudita ed élites pakistane. Al suo tempo, Najibullah era il leader indiscusso dei pakhtun progressisti su entrambi i lati della linea Durand, guadagnandosi l’inimicizia di molti potenti. Najib era ben consapevole della prospettiva di una morte prossima e una volta mi disse: “Nei prossimi giorni il mondo sarà testimone di un bagno di sangue in questa regione“. Ameen Jan s’interrompe e conclude: “E sì, i russi tradirono il loro vecchio amico sincero…
Shamim Shahid, giornalista ed esperto di Afghanistan, ricordando Najibullah ne descrive la visione politica nelle seguenti parole: “Nel 1986, Mohammad Khan Chamkani fu dichiarato presidente e il Dottor Najib Segretario generale del governo del PDPA sostenuto dai sovietici in Afghanistan. Durante questo periodo, Najib dichiarò la “politica di riconciliazione nazionale”, formalmente approvata dalla tradizionale Loya Jirga, tenutasi il 29 e 30 novembre e il 1 dicembre 1987 a Kabul. Oltre ad approvare la politica di riconciliazione nazionale, la Loya Jirga elesse il Dr. Najibillah Presidente dell’Afghanistan. Attraverso la politica di riconciliazione nazionale, Najib dichiarò l’amnistia generale per tutti coloro impegnati nella lotta armata e nell’ostilità contro il governo. Allo stesso modo, offrì il passaggio di poteri a un governo di transizione di ampio respiro. In seguito, annunciò la disponibilità al passaggio di poteri a sette gruppi mujahideen a Peshawar, la famosa unione islamica dei mujahidin afghani (IUAM). Ma tali offerte furono respinte dai partiti afghani di Peshawar“. Shamim è del parere che alcuni partiti mujahidin, i gruppi “moderati” come Fronte Nazionale di Liberazione guidato da Sibghatullah Mujaddadi, Fronte Islamico Nazionale di Pir Syed Ahmad Gillani e Harakat e-Islami Afghanistan di Maulvi Nabi Mohammadi non respinsero né accettarono pubblicamente le idee del Dr. Najib. Ma questi tre partiti erano impotenti a causa della dura posizione dei restanti quattro partiti. Oltre all’Hezbati e-Islami dell’Afghanistan (HIA) di Hekmatyar, l’Afganistan Jamiat Islami del prof. Burhanuddin Rabbani e l’Ittehad e-Islami di Abdul Rab Sayaf decisero una linea particolarmente dura verso il regime PDPA. In tale contesto, giunse l’Accordo di Ginevra, concordando il calendario per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan. Il primo ministro Mohammad Khan Junejo gestiva gli affari del Pakistan. Si ritiene che il premier Junejo, senza il consenso del presidente Zia-ul-Haq, inviò il ministro degli Esteri Zain Noorani a firmare l’accordo di Ginevra. Wakeel Ahmad, ministro degli Esteri dell’Afghanistan, fu il secondo firmatario, garanti URSS e USA. Shamim dice: “Al suo apice, la politica di riconciliazione di Najib gli portò una notevole popolarità in Afghanistan. Ma alla fine del 1988, il governo di Zia e l’Arabia Saudita sponsorizzarono la riunione della shura dell’IUAM a Peshawar che elesse un governo parallelo con il prof. Sibghatullah Mujaddadi presidente e Rasool Sayaf primo ministro. La prima riunione del governo afghano in esilio, dominato dai mujahidin, fu organizzata in grotte montuose sul confine Pakistan-Afghanistan, nella provincia di Khost, nel gennaio del 1989. Squadre dei media da tutto il mondo arrivarono per seguire l’evento, ricorda Shamim. Poi, il ministro della Difesa Shah Nawaz Tanai, insieme al ministro degli Interni Syed Mohammad Gulabzai e al generale Abdul Qadir, con il sostegno dei mujahidin, tentarono il colpo di Stato contro il governo di Najib a Kabul. Il colpo fu sventato e Tanai con i suoi aiutanti fuggì in Pakistan con l’aiuto dei sostenitori di Hekmatyar”. Shamim ricorda che Najib rimase imperturbato: “Nonostante avesse affrontato e sventato un colpo di Stato ben organizzato contro di lui, Najibullah rimase fermo nell’impegno verso la riconciliazione nazionale. Dopo aver sventato il colpo di Stato, il dottor Najib visitò varie province e città dove affrontò le tradizionali jirga e organizzò la tradizionale Loya Jirga del 1990, che annunciò la fine delle politiche comuniste della sua amministrazione. Il PDPA fu rinominato Hezb e-Watan. Nei suoi discorsi alla jirga e ai suoi delegati, il Dottor Najib aveva nuovamente detto ai capi della resistenza che le potenze straniere erano riluttanti a lasciare in pace l’Afghanistan e predisse che il conflitto sarebbe continuato nella regione dopo la caduta dell’Unione Sovietica!
Il 2 agosto 1990, nel suo ufficio a Kabul incontrai Najibullah, nel pieno collasso dell’Unione Sovietica. Aveva avanzato l’idea di un’alleanza e della comprensione tra le diverse nazionalità della regione, pakhtuni, punjabi, baluchi, uzbeki e tagiki, nel tentativo di por fine alle violenza con lo slogan dell’Islam e della jihad. Anche nei suoi discorsi, accusò i signori della guerra Hekmatyar, Sayaf, Rabbani e Khalis di essere consapevoli degli “elementi misteriosi” che, disse, erano decisi a fare dell’Afghanistan un campo di battaglia per un’altra guerra. Il generale Dostam avviò la rivolta contro Najib per il Nauroz (21 marzo 1992) a Mazar e Sharif, che alla fine portò alla caduta di Kabul in mano alle forze di Ahmad Shah Masud e di Dostam il 16 aprile 1992. Najibullah, insieme al fratello e agli aiutanti si rifugiò nel complesso delle Nazioni Unite nella zona di Wazir Akbar Khan, mentre Kabul cadeva preda di ulteriori violenze. Doveva essere l’ultima mossa. Shamim mi disse: “Ammiro Najib per aver visto il futuro di distruzione della regione. Sapeva che questa terra sarebbe diventata un campo di battaglia per molti Paesi e che il prezzo finale sarebbe stato pagato dai popoli di Pakistan e Afghanistan“.Abdur Rauf Yousafzai è un giornalista di Peshawar.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il presidente Trump è retrogrado?

Gefira 02/06/2017Il mondo occidentale, i suoi circoli intellettuali e il mondo accademico non hanno una buona parola per il presidente Donald Trump. Per loro è un misogino (guardate quante pochissime donne ci sono nella sua amministrazione!), suprematista bianca (vuole costruire il muro, fermare l’afflusso di immigrati e deportare i clandestini!) E un sostenitore dell’autarchia (preferisce avere le imprese nel Paese piuttosto che esternalizzarle all’estero). Le idee progressive della sinistra occidentale, come la parità di genere negli uffici, cultura accogliente (basata sul complesso di colpa) e un flusso libero di persone sembravano abbozzare una volta che Trump è stato eletto alla presidenza.
Dato che le sinistre occidentali, ovvero epigone degli insegnamenti di Karl Marx e Friedrich Engels, si lamentano dell’attuale amministrazione statunitense, non sarebbe bello dare un’occhiata alle loro controparti asiatiche o ai loro compagni, e dove cercarli se non nella Repubblica popolare cinese? Uno sguardo rapido ai vertici del Partito Comunista Cinese rivela poche donne, nessuna nelle principali posizioni. Non sembra che ci siano quote rosa nella Repubblica popolare, sebbene il Paese sia ufficialmente fedele alla filosofia egualitaria che afferma che non esistono differenze essenziali tra sessi, per cui possono essere e sono sostituibili.Numero di tesserati del Partito Comunista Cinese (CCP) in Cina dal 2008 al 2015, per sesso (in milioni) (1)

E su apertura dei confini e diversità nel Regno di mezzo? Beh, la società cinese è omogenea: si avrebbe difficoltà a trovarvi dei neri. (2) O se per quello dei bianchi nei circoli governativi, militari, nella cittadinanza. Non ci sono afflussi di vietnamiti, filippini, coreani, cambogiani per non parlare di africani e arabi. (3) Il cristianesimo è appena tollerato e l’Islam limitato nelle regioni in cui presente da tempo. I cinesi non vengono spinti a coltivare il complesso di colpa e a denunciare il “razzismo” quando entrano in contatto con gli stranieri: in Cina, come osserva un blogger nero, “i buoni posti di lavoro, di solito, vanno a bianchi, alti dirigenti, ecc. Di solito i posti peggiori per gli stranieri sono per i non bianchi… I cinesi evitano i rischi e il loro atteggiamento generale nei confronti dei neri è che sono buoni nello sport ma non come lavoratori (per mancanza di intelligenza e/o comportamento selvaggio). Molti avrebbero letteralmente paura di voi, soprattutto le donne”. (4) E poi l’economia. Il libero flusso di capitale e lavoro? Beh no. La leadership cinese segue un principio secolare, servire il proprio popolo anziché compiacere gli stranieri, far sviluppare il proprio Paese e provvedere a chiunque abbia il capriccio di stabilirsi in Cina. Le imprese estere affrontano restrizioni normative (5) perché la Cina vuole frenare il flusso di capitali. (6) Esternalizzare la produzione della Cina? Non ci pensano a meno che sia… all’interno del Paese. (7) I prodotti cinesi inondano il mercato mondiale portando reddito.I leader del Partito Comunista Cinese si alzano mentre “l’Internazionale”, l’inno comunista, viene suonato durante la chiusura del XVIII Congresso del Partito Comunista nella Grande Sala del Popolo di Pechino del 14 novembre 2012. Il Congresso del Partito Comunista, quando la Cina nomina la nuova generazione di leader, è una macchina ben lubrificata in cui tutti i gruppi eseguono attentamente i ruoli prescritti in un processo ben coreografato che incarna lo spirito collettivista del partito. Beh, questa è la politica adottata dalla sinistra (sinistra!). Perché è così divergente dagli slogan che la sinistra occidentale proclama? Forse abbiamo a che fare con una forma di comunismo nazionale come in Corea democratica, Vietnam, Unione Sovietica o Comecon? Sinistra e nazionalismo? Cosa direbbe un intellettuale di sinistra. Ma poi, i cinesi sono marxisti e non bianchi. Come può la sinistra criticarli? Questo è davvero difficile spiegarlo. La classe media e l’intellighentija cinesi disprezzano la sinistra europea. (8) Perché allora il presidente Trump dovrebbe apparire alla sinistra occidentale un esempio di progresso, un faro dell’avanzamento dell’umanità. Dopo tutto ci sono Paesi peggiori.Riferimenti:
1. Statista
2. Essere nero in Cina, National Geographic, 06.02.2017.
3. Perché la Cina non ospita i rifugiati siriani, FP, 26.02.2016.
4. Com’è essere nero in Cina?, Quora, 18.05.2016.
5. Le imprese estere in Cina sono sempre più preoccupate per il futuro, Forbes, 26.06.2016.
6. Le imprese estere in Cina colpite da nuovi controlli sugli scambi, Financial Times 06.12.2016; Le imprese estere in Cina dicono di esser meno benvenute che un passato, Fortune, 18.01.2017; Perché le aziende estere chiudono in Cina, CNBC 02.02.2017.
7. La nuova preoccupazione della Cina: Esternalizzazione, Forbes, 07.07.2016.
8. Il curioso aumento dell’insulto “sinistra bianca” su Internet cinese, opendemocracy 11. 05.2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dopo la visita di Trump in Arabia Saudita e Israele, l’Iran deve guardare a Cina e Russia

Alexander Mercouris, The Duran 23/5/2017La straordinaria ostilità verso l’Iran degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita crea la possibilità di un attacco all’Iran e di porre fine alla questione dell’imminente soppressione delle sanzioni, dimostrando che l’Iran non ha altra alternativa che forgiare stretti legami con Cina e Russia e le istituzioni euroasiatiche per garantirsi sicurezza e futuro economico.
La visita del presidente degli Stati Uniti nell’Arabia Saudita, il suo accordo a fornirle 300 miliardi di dollari in armi, la retorica ostile verso l’Iran e le intenzioni aperte espresse del principe Muhamad bin Salman sulla guerra all’Iran, chiariscono le opzioni politiche della leadership e del popolo dell’Iran. Ora è chiaro che l’opzione di un ravvicinamento tra Iran e occidente non esiste se l’Iran rimane Repubblica Islamica. Invece gli Stati Uniti vedono o fingono di vedere una minaccia dall’Iran per Israele e, bizzarramente, se stessi, posizionandosi decisamente con i suoi nemici Arabia Saudita e Israele. Il principe Muhamad bin Salman ha inoltre affermato che non c’è niente che gli iraniani possano mai dire o fare per fargli cambiare l’ostilità implacabile. Ciò significa che l’unica opzione realistica per i leader iraniani, per i cosiddetti riformisti come Ruhani e per i conservatori, è impegnarsi con piena sincerità nel partenariato strategico che la Russia ed integrare completamente l’Iran nelle istituzioni eurasiatiche che Russia e Cina sono impegnate a creare. Esistono quattro istituzioni euroasiatiche, anche se ve ne sono altre come l’effimera “Comunità degli Stati Independenti” istituita da Boris Eltsin nel 1991, in alternativa all’URSS, che conserva una parvenza d’esistenza. Le quattro istituzioni euroasiatiche importanti sono:
1) Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, un gruppo per la sicurezza guidato dalla Cina di cui la Russia è un membro chiave;
2) Il progetto Fascia e Via cinese che sostituisce il precedente progetto Via della Seta, il cui obiettivo è integrare economicamente l’Eurasia creando un’enorme rete infrastrutturale;
3) L’Unione Economica Eurasiatica, un progetto russo per reintegrare alcune economie dell’ex- URSS, originariamente costruito intorno a Russia, Kazakistan e Bielorussia, ma che ormai si espande in altri Stati ex-sovietici; e
4) L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (“CSTO”), alleanza militare guidata dalla Russia che riunisce essenzialmente gli stessi Stati che costituiscono l’Unione Economica Eurasiatica, ma in cui Serbia e Afghanistan sono osservatori.
Dato che l’Iran è uno Stato non allineato, non può realisticamente aderire all’Unione Economica Eurasiatica o alla CSTO senza compromettere questo status e i russi sarebbero comunque riluttanti, in quanto estenderebbero le due istituzioni oltre il territorio dell’ex-URSS che devono reintegrare. Non c’è però motivo per cui l’Iran non sviluppi stretti rapporti bilaterali con Cina, Russia, Unione economica eurasiatica e CSTO, e non possa partecipare ai vertici delle due istituzioni principali cinesi, Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e progetto Fascia e Via.
Inoltre, dato che è chiaro che cinesi e russi lavorano ad unire le istituzioni eurasiatiche che ciascuno ha creato nel comune “Progetto Grande Eurasia” (in ultima analisi la Fascia e Via di Pechino avviato questo mese ), l’Iran non perde e non compromette nulla integrandosi nelle istituzioni cinesi e forgiando stretti legami con la Russia e le sue istituzioni euroasiatiche. L’Iran ha lo status di osservatore nell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e si candidò formalmente ad aderirvi nel 2008. Non poteva farlo perché era sotto le sanzioni delle Nazioni Unite, formalmente rimosse dopo l’accordo nucleare del 2015.
Durante la visita in Iran nel gennaio 2016, il Presidente cinese Xi Jinping affermò che la Cina sostiene l’adesione dell’Iran all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai a pieno titolo e il Presidente russo Putin ha detto al Presidente iraniano Ruhani, all’ultimo summit a Mosca, che anche la Russia lo propone. Alla luce delle minacce di Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele, l’Iran dovrebbe far parte dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai a pieno titolo quale priorità in politica estera e dovrebbe intervenire presso Pechino e Mosca affinché avvenga senza indugio. L’Organizzazione della cooperazione di Shanghai non è un’alleanza militare come la NATO e la CSTO. Tuttavia è un raggruppamento per la sicurezza che riunisce due grandi potenze, Cina e Russia, una possibile terza grande potenza, l’India, e avrebbe quattro potenze nucleari: Cina, Russia, India e Pakistan. Mentre l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai non spingerebbe queste potenze a difendere l’Iran in caso d’attacco, sarebbero tenute a rispondere con rabbia se uno Stato membro come l’Iran venisse aggredito. Dato che i principali nemici regionali degli iraniani, Arabia Saudita e Israele, hanno stretti rapporti con alcune di tali potenze (la Cina in particolare) ciò sarebbe di per sé un potente deterrente contro tale attacco. Inoltre, l’Iran, partecipando all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. rigetterebbe la tesi, sentita spesso durante la visita di Donald Trump in Arabia Saudita, secondo cui l’Iran è isolato a livello internazionale, dimostrando al contrario che aderisce a un gruppo della sicurezza che riunisce alcune delle più grandi potenze del mondo. L’Iran non dovrebbe tuttavia solo chiedere l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Anche se le sanzioni delle Nazioni Unite sono state revocate, gli Stati Uniti continuano ad applicare le sanzioni unilaterali e perciò l’Unione europea non è disposta a riprendere pienamente le relazioni commerciali con l’Iran.
L’ostilità di Donald Trump verso l’Iran, e il suo allineamento ai nemici implacabili dell’Iran, Arabia Saudita e Israele, indicano l’assenza della possibilità che le sanzioni unilaterali statunitensi siano rimosse. Inoltre, poiché le sanzioni unilaterali non sono state rimosse dall’amministrazione Obama, notevolmente meno ostile all’Iran dell’amministrazione Trump e che concordò l’accordo nucleare con l’Iran, non c’è possibilità realistica che qualsiasi altra amministrazione statunitense futura elimini le sanzioni. Ciò significa che l’Iran deve pianificare il suo futuro economico al momento, almeno sulla base del mantenimento delle sanzioni. Le economie giganti e sofisticate di Cina e Russia possono sconfiggere le sanzioni occidentali, come la Cina fece dopo il 1989 e la Russia oggi. L’economia molto più piccola e meno sofisticata dell’Iran avrà difficoltà in ciò. Il risultato è che, sebbene l’Iran abbia evitato il crollo economico nonostante le sanzioni, negli ultimi dieci anni la crescita del reddito reale si è arrestata o s’è invertita ed inflazione e disoccupazione, in particolare giovanile, sono sempre elevate. Nel frattempo le infrastrutture iraniane richiedono investimenti. Fino a circa un decennio fa, un Paese dall’economia che si trovasse in tale situazione non aveva opzione realistica se voleva svilupparsi se non provare a ricostruire i rapporti con l’occidente, che all’epoca aveva il monopolio su capitale, tecnologia e commercio. L’avanzata economica di Russia e Cina specialmente, significa che non è più così. Anche se molti imprenditori iraniani continuano a desiderare la ripresa dei tradizionali rapporti commerciali dell’Iran con l’occidente, ora hanno un’alternativa realistica e attraente che dovrebbero accettare. Relazioni suggeriscono che un importante fattore che impedisce all’Iran la piena integrazione con le istituzioni euroasiatiche sia il tradizionale sospetto iraniano verso la Russia, oltre alle differenze culturali che ostacolano i progetti economici congiunti proposti dalla Russia. Tali sospetti hanno una base storica.
Dalla fine del XVII secolo Russia e Iran combatterono sei guerre, l’ultima nel 1941 durante la Seconda guerra mondiale. Ognuna di tali guerre, salva la prima, si concluse con la sconfitta dell’Iran. La quarta e quinta provocarono il crollo dell’Iran nel Caucaso e la perdita di vasti territori, come Armenia, Georgia e Azerbaigian. La sesta guerra portò all’occupazione sovietica dell’Iran settentrionale, tra cui Teheran. Oltre a queste sconfitte, il governo degli zar nel decennio prima della prima guerra mondiale cercò di colmare, con l’accordo inglese, la sfera d’influenza russa nell’Iran del nord, compresa la capitale Teheran, mentre dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’URSS cercò di fare lo stesso anche nella parte che controllava dell’Iran. Durante la guerra fredda l’Iran, rimanendo sotto il dominio dello Shah, si era alleata contro l’URSS con gli Stati Uniti e molti iraniani continuano a risentirsi del fatto che l’URSS avesse fornito armi all’Iraq durante la guerra Iran-Iraq negli anni ’80. Oltre a ciò c’è il fatto che la Russia post-sovietica ha sostenuto le sanzioni delle Nazioni Unite contro l’Iran, mentre l’ex-presidente russo Medvedev danneggiò i rapporti russo-iraniani bloccando l’accordo del 2010 sui missili S-300, come concordato da Russia e Iran nel 2007. Ciò spiega i notevoli sospetti e ostilità iraniani verso la Russia. Ciò a volte prese forme auto-distruttive. Per esempio, sembra che dopo l’attacco missilistico statunitense alla base aerea di al-Shayrat in Siria, i social media iraniani misero in discussione la presunta incapacità della Russia di abbattere i missili.
La Russia, da parte sua, non ha sempre trattato l’Iran con la sensibilità richiesta. Da grande potenza che guida una politica estera globale, vede inevitabilmente i rapporti con l’Iran come dettaglio e non ha sempre mostrato la corretta consapevolezza che gli iraniani vedano ciò in modo diverso. Ora è giunto il momento per l’Iran di mettere tutto ciò da parte. L’unica alternativa realistica sarebbe fare ciò che Stati Uniti,Arabia Saudita e Israele vogliono, cambiare il sistema di governo, abbatterrne la costituzione e tornare alla subordinazione politica all’occidente del periodo dello Shah, ‘aprendo’ l’economia all’influenza occidentale, con tutte le “terapie shock” neoliberali che ne verrebbero. Certamente in Iran alcuni abbraccerebbero tale opzione, ma tutto ciò che si sa del Paese suggerisce che siano solo una piccola e rumorosa minoranza. Inoltre, con l’ascesa dell’Eurasia di Cina e Russia, tale politica rischia di emarginare l’Iran. Gli interessi iraniani indicano chiaramente la necessità di mettere da parte i dubbi rimasti e dedicarsi pienamente a forti relazioni con Russia e Cina e alla massima integrazione possibile nelle istituzioni euroasiatiche. Così si avranno sicurezza, indipendenza e prosperità. Le alternative, subordinazione all’occidente o stagnazione sotto la minaccia permanente di un attacco, non sembrano invitanti e nessuno che tenga sinceramente all’Iran le proporrebbe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora