Le sanzioni statunitensi sono sintomatiche di un impero fallito

James Oneill New Eastern Outlook 5.08.2017

Il 26 luglio 2017 il Congresso degli USA approvava in via straordinaria un disegno di legge che prevede nuove sanzioni contro Corea democratica, Russia e Iran. Il passaggio di tale legge e il tipo di sostegno nel Congresso degli Stati Uniti sono istruttivi per vari aspetti. Il primo punto è che le fazioni statunitensi, precisamente le istituzioni statunitensi, sono disposte a perseguire politiche indipendentemente dall’assenza di basi evidenti; in contrasto con gli interessi dei supposti amici ed alleati e completamente prive di qualsiasi conoscenza o riferimento alle realtà storiche. Il risultato delle ultime sanzioni è creare una situazione singolarmente pericolosa che potrebbe facilmente portare a una guerra nucleare. Contrariamente alle credenze bizzarre di certi politici statunitensi, non ci sarebbero vincitori con tale risultato. Questi punti possono essere illustrati riguardo le sanzioni all’Iran. Per anni la retorica degli Stati Uniti e dell’alleato Israele era che l’Iran era “sul punto di sviluppare una bomba nucleare”. Per più di un decennio, il governo israeliano diceva che l’Iran era “a solo pochi mesi” da tale sviluppo. Che le date siano passate senza incidenti, non impediva la ripetizione di ciò che era una manifesta falsità. Il primo ministro israeliano Netanyahu apparve all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, presentando un disegno che rappresentava la presunta “minaccia imminente”. I media occidentali omisero di menzionare che Israele è la sola potenza nucleare del Medio Oriente; non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, e si rifiuta di consentire l’ispezione dell’AIEA delle proprie strutture nucleari. Non solo non vi era alcuna prova che l’Iran abbia o volesse sviluppare armi nucleari, fu opinione unanime delle 17 agenzie d’intelligence statunitensi in due occasioni che l’Iran non avesse un programma per armi nucleari. Per risolvere la prospettiva della costante propaganda antiiraniana che istiga all’attacco di Stati Uniti e alleati all’Iran, il governo russo fu determinante nel raggiungere l’accordo del 2015 che impediva che l’inesistente programma di armi nucleari giustificasse la guerra. L’esempio dell’Iraq illustra come demonizzazione costante, minacce di sanzioni e false accuse su armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, possano rapidamente portare alla devastazione totale di una nazione in precedenza prospera. Le lezioni da trarre da Iraq, Libia e Siria sono decisamente ignorate dai media occidentali che attualmente rullano i tamburi di guerra contro la Corea democratica, ancora una volta ignorando storia, logica e realtà militari.
Il piano d’azione comune globale (JCPOA) negoziato nel 2015 e concordato dai partecipanti, compresi gli Stati Uniti, forniva lo strumento con cui si rende praticamente impossibile all’Iran divenire una potenza nucleare. I meccanismi per garantirne la conformità comprendevano ispezioni regolari dell’AIEA e relazioni semestrali che attestano la conformità dell’Iran. Queste relazioni sono inviate al Congresso degli Stati Uniti. Per gli statunitensi e i loro alleati, tuttavia, non basta. Sebbene il JCPOA li privi del casus belli immediato per la guerra, la retorica anti-iraniana continua senza sosta. Un esempio della falsa propaganda è l’affermazione che l’Iran sostenga i gruppi sciiti intenti a promuovere terrorismo e destabilizzazione in Medio Oriente e altrove. Tale affermazione non ha alcuna attinenza coi fatti. La Fondazione Carnegie USA, ad esempio, in un rapporto intitolato “L’aiuto dell’Iran in Yemen” criticava la rappresentazione dell’Iran come sostenitore dei “ribelli sciiti” contro le forze del presidente Hadi. La realtà è che Hadi fu eletto in un’elezione dove era l’unico candidato e che l’opposizione popolare fece fuggire in Arabia Saudita. Gli huthi, la principale opposizione ad Hadi, sono zaiditi, teologicamente del ramo sunnita dell’Islam piuttosto che sciita. La guerra brutale in corso nello Yemen è guidata dai sunniti sauditi, sostenuta da Regno Unito, Stati Uniti e dalla grave presenza di mercenari, anche australiani, su cui il governo australiano tace. La realtà ha più a che fare con la posizione strategica dello Yemen, che si affaccia sullo stretto tra Mar Rosso e Mar Arabico e gli enormi giacimenti di petrolio ambiti dai sauditi, piuttosto che a un qualsiasi presunto sostegno iraniano. Anche Gibuti, sullo stretto dello Yemen, ha attirato l’interesse strategico statunitense e cinese, senza essere devastato dalla guerra. L’Iran offre sostegno politico e morale a Hamas in Palestina, ai musulmani nel Kashmir e ai rohingya in Myanmar, tutti sunniti. La caratteristica che hanno in comune è che sono repressi e soggetti a politiche genocide di altri gruppi politici e religiosi.
L’amministrazione Trump dimostra la verità dell’osservazione del Presidente Putin sulla precedente amministrazione Obama, secondo cui “non sono capaci di un accordo”. Trump ha detto al Wall Street Journal: “se fosse per me avrei trovato (gli iraniani) non conformi 180 giorni fa” (quando giurò). Secondo un articolo del Journal of Foreign Policy, Trump riprese il mantra all’ufficio ovale accusando i suoi consiglieri in politica estera (Tillerson, Mattis e McMaster) di non aver trovato modo per affermare che l’Iran violi le disposizioni del JCPOA. Il New York Times diffuse una storia simile. Infatti, gli Stati Uniti violano il JCPOA, sia nella lettera che nello spirito, e anche la risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che approvò l’accordo. L’articolo 29 del JCPOA impegna gli Stati Uniti ad astenersi da qualsiasi politica intesa a incidere sulla normalizzazione delle relazioni commerciali e economiche con l’Iran. Le ultime sanzioni e la retorica bellicosa che le accompagna sono manifestamente non conformi all’articolo 29. Tra le tante falsità contro l’Iran c’è l’affermazione che i test missilistici dell’Iran violino il JCPOA. Non c’è nulla nell’accordo che impedisca all’Iran di sviluppare l’autodifesa, tra cui l’uso di tecnologie antiaeree e antimissili. Un diritto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Iran ha adottato il sistema antimissile S300 della Russia nel 2016, in virtù del diritto all’autodifesa. Date le quotidiane minaccia all’Iran; i due ultimi incidenti dei “colpi di avvertimento” sparati a navi iraniane da navi militari statunitensi che operavano presso le acque territoriali dell’Iran; e la storia sulle azioni statunitensi nei Paesi confinanti, le misure di autodifesa sono una prudenza. L’osservanza dell’Iran dei termini del JCPOA ha consentito d’intervenire in un’altra area probabilmente più importante delle misure di autodifesa militare. L’Iran ha compiuto rapidi progressi nel rafforzare i legami economici con Cina, India e Russia. Sono stati firmati memorandum d’intesa per 40 miliardi di dollari con la Russia e società russe. La società Gazprom ha firmato un accordo da miliardi di dollari per sviluppare il giacimento Farzad B. Gazprom sviluppa anche i campi petroliferi Azar e Ghanguleh nella provincia del Luristan dove si stimano 3,5 miliardi di barili di riserve di petrolio. L’Iran ha anche 7 miliardi di dollari in riserve di gas naturale. I 200 miliardi di dollari necessari per sviluppare tali riserve verranno da Russia, Cina e altre fonti non occidentali. L’Iran annunciava che darà la preferenza ad infrastrutture e ad altre iniziative di sviluppo alle nazioni che l’hanno sostenuto negli anni delle sanzioni e delle altre forme di guerra. La Cina, che attualmente costruisce un collegamento ferroviario ad alta velocità tra Mashad e Teheran (per collegarsi con altre linee dell’Est asiatico), vede l’Iran quale fattore chiave nella grande Belt and Road Initiative (BRI) che trasforma il quadro economico e geopolitico eurasiatico. L’Iran è anche attore chiave nel corridoio dei trasporti Sud – Nord che collega l’India attraverso Iran e Azerbaigian alla Russia, trasportando merci ad una frazione del costo e del tempo delle rotte convenzionali esistenti e vulnerabili alle interferenze della Marina statunitense. Significativamente importante è anche l’associazione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, con l’adesione a pieno titolo probabilmente nel 2018. La SCO è una componente centrale del BRI con legami sempre più stretti con l’Unione economica euroasiatica (EEU). La Russia è il denominatore comune di BRICS, SCO, UEE, SCO e NSTC. I Paesi di questi quattro gruppi, così come altre nazioni (ora più di 60) che hanno aderito al BRI, sempre più negoziano altri accordi non denominati in dollari. I giorni del dominio del dollaro USA sono chiaramente contati.
Questa combinazione di grandi cambiamenti economici e geopolitici nell’equilibrio di potere, allontanandosi dal dominio statunitense degli ultimi sette decenni, è la chiave per capire perché gli statunitensi reagiscono in modo disperato, pericoloso ed irrazionale. È la classica sindrome della fine dell’impero. Si spera che gli adulti costringano gli Stati Uniti ad evitare la via che porterebbe alla fine dell’umanità.James O’Neill, avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo Stato profondo statunitense ha trionfato

Dmitrij Medvedev, 3 agosto 2017 – Covert GeopoliticsLa dirigenza statunitense ha completamente piegato Donald Trump usando la debolezza della sua amministrazione per dichiarare la guerra economica totale alla Russia, dichiarava il Primo ministro Dmitrij Medvedev, aggiungendo che ciò non lascia dubbi sul fatto che i rapporti bilaterali non miglioreranno mai. Dalla pagina FB di Medvedev:
“La firma del presidente degli Stati Uniti delle nuove sanzioni alla Russia avrà poche conseguenze. In primo luogo, pone fine alla speranza di migliorare i nostri rapporti con la nuova amministrazione statunitense. In secondo luogo, è una dichiarazione di guerra economica totale alla Russia. In terzo luogo, l’amministrazione Trump mostra debolezza totale conferendo potere esecutivo al Congresso nel modo più umiliante. Ciò modifica l’equilibrio di forza negli ambienti politici degli Stati Uniti. Cosa significa? La dirigenza statunitense ha completamente esautorato Trump; il presidente non è contento delle nuove sanzioni, ma non poteva che firmare il disegno di legge. La questione delle nuove sanzioni è, in primo luogo, un altro modo per piegare Trump. Nuovi passi avverranno e finalmente sarà rimosso dal potere. Un attore non sistemico va rimosso. Nel frattempo, gli interessi della comunità imprenditoriale statunitense sono ignorati, con un approccio politico che prevale su quello pragmatico. L’isteria anti-russa è parte fondamentale della politica estera statunitense (verificatasi spesso) e della politica interna (una novità). Le sanzioni sono decise e rimarranno in vigore per decenni a meno che non accada un miracolo. Questa legislazione sarà più dura rispetto all’emendamento Jackson-Vanik, in quanto è allargata e non può essere revocata dall’ordine speciale presidenziale senza l’approvazione del Congresso. Così, le relazioni tra Russia e Stati Uniti saranno estremamente tese a prescindere dal belletto del Congresso o da chi sia scelto come presidente. Vi saranno lunghi contenziosi nei tribunali ed enti internazionali, crescenti tensioni internazionali e rifiuto di risolvere i principali problemi internazionali. Cosa significa per noi? Continueremo costantemente a lavorare per sviluppare l’economia e la società, a sostituire le importazioni e a risolvere i principali compiti nazionali basandosi soprattutto su noi stessi. Abbiamo imparato a farlo in questi ultimi anni, con mercati finanziari chiusi e la paura degli investitori stranieri d’investire in Russia per le sanzioni contro Paesi terzi. In una certa misura, ciò è anche un vantaggio, anche se le sanzioni sono in genere inutili. Ce ne sbarazzeremo”.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando gli USA scontano le sanzioni: Russia e Iran firmano un accordo da 2,5 miliardi di dollari

Wade Shepard, Forbes 2/8/2017Russia e Iran hanno firmato il 1* agosto un accordo da 2,5 miliardi di dollari per avviare la dovuta produzione ferroviaria. L’accordo è stato stipulato tra Organizzazione Industriale per lo Sviluppo e il Rinnovamento dell’Iran (IDRO) e Transmashholding, il più grande fornitore di attrezzature ferroviarie della Russia. Le parti creeranno una nuova joint venture di proprietà per l’80%, anche se completamente finanziata, del partner russo. L’Iran è attualmente in ciò che si potrebbe chiamare slancio nella costruzione delle infrastrutture, dopo decenni di sanzioni che hanno lasciato gran parte dell’infrastruttura dei trasporti in decadenza. L’Iran ha intrapreso la ricostruzione quasi completa delle reti autostradale e ferroviaria. Il Paese dovrebbe aggiungere 15000 chilometri di nuove linee ferroviarie nei prossimi cinque anni, un’espansione che richiederà 8000-10000 nuovi vagoni all’anno. Il rafforzamento dei trasporti è fondamentale per l’idea dell’Iran di sfruttare la propria posizione geografica quale snodo commerciale eurasiatico, rientrando nell’iniziativa Fascia e Via della Cina, e per continuare la cooperazione economica con la Russia nello spazio post-sovietico. L’Iran è anche un partner fondamentale, insieme a Russia e India, del suddetto corridoio dei trasporti nord-sud, volto a creare una rotta commerciale multimodale che riduca i tempi di viaggio tra le città sulla costa occidentale dell’India e San Pietroburgo, superando le questioni territoriali con la Russia sul Mar Caspio. Spinto dalle sanzioni statunitensi, l’accordo per la produzione di materiale rotabile per le nuove ferrovie iraniane è l’ultimo di una serie di accordi che mostrano la crescente partnership tra Teheran e Mosca. Apparentemente mettendo da parte i vecchi sentimenti di diffidenza e concorrenza, dovuti a vari scontri militari del periodo sovietico, Iran e Russia hanno recentemente istituito partenariati economici e strategici su molti fronti, tra cui energia, infrastrutture e aiuti militari. Dalla stessa parte nella crisi siriana, secondo il portavoce del parlamento iraniano, l’Iran ha anche dato alla Russia priorità in qualsiasi settore voglia investire.
Il commercio tra Russia e Iran è raddoppiato nel 2016, con la vendita di attrezzature militari, come elicotteri Mi-17 e diversi sistemi missilistici, con alcune acquisizioni molto ricercate dall’Iran. Le società energetiche russe si recano in Iran, con Gazprom che ha recentemente ottenuto il contratto per lo sviluppo del giacimento di gas Farzad-B. Si stima che il commercio annuale bilaterale raggiungerà presto i 10 miliardi di dollari, aumentando dal minimo di 1,68 miliardi di dollari del 2014. Oltre ad acquisto e vendita di tappeti e aerei commerciali, le compagnie degli Stati Uniti non possono semplicemente affrontare un Iran in rapida espansione, in quanto restano le sanzioni degli USA per il presunto sostegno di Teheran al terrorismo e sui diritti umani, sanzioni da poco acuite. Gli USA inoltre hanno grande influenza sulle azioni delle imprese europee in Iran, con società come l’azienda petrolifera Total francese che ha bisogno dell’approvazione degli Stati Uniti per entrare nel mercato iraniano. Ciò lascia campo libero alla Russia. In quest’epoca di massicci commerci ed investimenti all’estero, il modo con cui i Paesi s’influenzano avviene aumentando l’attività economica e i progetti congiunti di sviluppo. In questa sfida, le sanzioni sostanzialmente escludono dai giochi e lasciano tutto il tavolo ai rivali che accumulano ricchezza e potenza. La Cina lo sa e la Russia lo sa. Putin probabilmente deve ringraziare il Congresso USA.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In Afghanistan i russi sono rimpianti

Andre Vltchek NEO 29.07.2017Questo non dovreste leggerlo. Tutti i ricordi dell'”epoca sovietica” in Afghanistan sono stati confezionati ed etichettati come “negativi”, perfino “tossici”. Alcuna discussione sull’argomento è consentita nelle ‘cerchie istruite’, almeno in occidente e in Afghanistan. In Afghanistan l’Unione Sovietica fu incastrata e la sovranità comunista subì un colpo fatale. “La vittoria del capitalismo sul comunismo”, gridava la narrativa ufficiale occidentale. La “distruzione temporanea di tutte le alternative progressiste per la nostra umanità”, risposero gli altri, ma sottovoce. Dopo il terribile, brutale e umiliante periodo Gorbaciov/Eltsin, la Russia si è ridotta geograficamente e demograficamente, attraversando un’agonia indescrivibile, sanguinando e crogiolandosi tra i rifiuti mentre l’occidente celebrava una vittoria temporanea, ballando sul mappamondo, prevedendo la riconquista delle vecchie colonie. Ma alla fine la Russia sopravvisse, si riprese assieme alla sua dignità, ed ancora una volta è diventata uno dei Paesi più importanti della Terra, confrontandosi direttamente coi piani imperialisti mondiali occidentali. L’Afghanistan non si è mai ripreso. Da quando le ultime truppe sovietiche lasciarono il Paese nel 1989, fu terribilmente afflitto per anni, consumato da una brutale guerra civile. Il suo governo progressista dovette affrontare il terribile terrore dei mujahidin sostenuti dall’occidente e dai sauditi, con gente come Usama bin Ladin che guidava il genocidio jihadista. Socialisti, comunisti, secolari e quasi tutti coloro che s’istruirono nell’ex-Unione Sovietica o nei Paesi dell’Est furono uccisi, esiliati o silenziati per decenni. La maggior parte si stabilì in occidente semplicemente tradita; seguendo la narrativa ufficiale e dogmatica occidentale. Anche chi ancora affermava di essere di sinistra, ripeté come pappagalli la fiaba approvata: “Forse l’Unione Sovietica non era così male come i mujahidin, i taliban o addirittura l’occidente, ma era davvero brutta”. L’ho sentito a Londra e altrove da diverse bocche delle élite corrotte afghane e dai loro figli. Fin dall’inizio ne dubitai. E poi per lavoro, viaggiando in Afghanistan, parlai con decine di persone facendo esattamente ciò che mi fu scoraggiato dal fare: andare ovunque senza una scorta o una protezione, fermandomi in villaggi sperduti, entrando in catapecchie infestate da narcotici, avvicinandomi ad intellettuali importanti di Kabul, Jalalabad e altrove. “Di dove sei?” Mi chiesero molte volte. “Russia”, avrei risposto. Era una semplificazione. Sono nato a Leningrado, ora San Pietroburgo, da un incredibile miscuglio di sangue cinese, russo, ceco e austriaco che attraversa le mie vene. Tuttavia, il nome “Russia” mi è venuto naturalmente, nei deserti e nelle profonde gole afghane, specialmente in quei luoghi dove sapevo che la mia vita era appesa a un filo sottile. Se avessi pronunciato l”ultima parola in questa vita, sarebbe stata “Russia”. Ma dopo la mia dichiarazione, i volti del popolo afghano s’illuminavano inaspettatamente ed improvvisamente. “Benvenuto!” Avrei sentito ancora e ancora, seguito dall’invito ad entrare in case umili: un’offerta per riposare, mangiare o bere un bicchiere d’acqua. ‘Perché?’ Mi chiesi spesso.
“Perché?” Finalmente chiesi al mio autista e interprete, Arif, diventato mio caro amico.
“Perché in questo Paese gli afghani amano il popolo russo”, rispose semplicemente e senza alcuna esitazione.
“Gli afghani amano i russi?” Chiesi. “Davvero?”
“Sì” rispose sorridendo. “Li vogliono. La maggior parte del nostro popolo li ama”.
Due giorni dopo ero seduto su una Land Cruiser blindata dell’UNESCO, parlando con un ex- ingegnere istruito dai sovietici, ora semplice autista, Wahed Tooryalai. Mi permise di nominarlo; non aveva timore, solo rabbia che ovviamente voleva uscire dal suo corpo:
“Quando dormo, ancora a volte vedo l’ex-Unione Sovietica nei miei sogni. Dopo di che, mi sveglio e mi sento felice per un intero mese. Ricordo tutto quello che vi vidi, ancora oggi…”
Volevo sapere cosa lo rendesse veramente felice “lì”?
Wahed non esitò: “Persone! Così gentili. Accoglienti… russi, ucraini… mi sentivo a casa. La loro cultura è esattamente come la nostra. Chi afferma che i ‘russi’ occuparono l’Afghanistan è semplicemente un venduto. I russi hanno fatto tanto per l’Afghanistan: hanno costruito interi centri abitati come ‘Makrojan’, fabbriche, anche panetterie. In luoghi come Kandahar, le persone ancora mangiano pane russo…”
Ricordo le condutture dell’acqua sovietiche che fotografai nella più miserabile provincia afgana, nonché i canali elaborati presso città come Jalalabad.
“C’è tanta propaganda contro l’Unione Sovietica”, dissi.
“Solo i mujahidin e l’occidente odiano i russi”, spiegava Wahed. “E chi li serve”. Poi continuò: “Quasi tutti i poveri afghani non avrebbero mai detto nulla di brutto sui russi. Ma il governo è con l’occidente, così come le élite afghane che vivono all’estero: che acquista immobili a Londra e Dubai mentre vende il proprio Paese… chi viene pagato per “creare opinione pubblica”.
Le sue parole fluivano; sapeva esattamente cosa diceva, ed erano amare, ma era chiaramente ciò che sentiva: “Prima e durante l’epoca sovietica c’erano medici sovietici, ed anche insegnanti sovietici. Ora mostratemi un medico o un insegnante di Stati Uniti o Regno Unito nelle campagne afgane! I russi erano dappertutto e mi ricordo ancora alcuni nomi: Ljudmila Nikolaevna… Mostratemi un medico o infermiere occidentale qui. Prima medici ed infermieri russi lavoravano in tutto il Paese e i loro stipendi erano così bassi… usavano la metà per le proprie spese e l’altra metà la distribuivano ai nostri poveri… Ora guardate ciò che fanno statunitensi ed europei: sono venuti qui per fare soldi!”
Ricordo il mio recente incontro con un combattente georgiano, sotto il comando degli Stati Uniti nella base di Bagram. Disperato, mi ricordò la sua esperienza: “Prima di Bagram ero nella base statunitense Leatherneck, nella provincia di Helmand. Quando gli statunitensi uscivano, addirittura estraevano il cemento dal suolo. Scherzavano: “Quando siamo venuti qui, non c’era niente, e non ci sarà nulla dopo che ce ne andremo…” Ci vietarono di dare cibo ai bambini. Quello che non potevamo consumare, dovevamo distruggerlo, ma non darlo alla popolazione locale. Non capisco ancora perché? Chi proviene da Stati Uniti o Europa occidentale mostra tanta malinconia per il popolo afghano!”
Che contrasto!
Wahed ricordava come l’eredità sovietica fu bruscamente sradicata: “Dopo l’era dei taliban, eravamo tutti poveri. C’era la fame; non avevamo niente. Poi l’occidente venne iniziando a gettare soldi dappertutto Karzai e le élite continuavano ad arraffare tutto quello che potevano, ripetendo come pappagalli: “Gli Stati Uniti sono buoni!” I diplomatici del governo di Karzai, le élite, si costruiscono la casa negli Stati Uniti e nel Regno Unito, mentre le persone istruite nell’Unione Sovietica non hanno alcun lavoro dignitoso. Eravamo tutti nella lista nera. Tutta l’istruzione doveva essere dettata dall’occidente. Se avevi studiato nell’Unione Sovietica, in Cecoslovacchia, nella Germania dell’Est o in Bulgaria, ti avrebbero solo detto: fuori comunista! Almeno ora siamo autorizzati ad ottenere dei posti di lavoro… Siamo ancora puri, puliti, mai corrotti!”
“Le persone ancora se lo ricordano?” chiesi.
“Naturalmente! Andate in piazza o in un villaggio. Ditegli: “Come stai?” in russo. Ti invitano immediatamente a casa, per nutrirti e abbracciati…”
Ci provai alcuni giorni dopo, nel mercato… e funzionò. Provai in una città provinciale, e funzionò di nuovo. Finalmente provai in un villaggio infiltrato dai taliban a 60 chilometri da Kabul, e non funzionò. Ma riuscì a scappare.
Incontrai Shakar Karimi nel villaggio di Pola Sharkhi. Un patriarca e capo distrettuale nella provincia di Nangarhar. Gli chiesi quale era il miglior sistema mai adottato nel moderno Afghanistan? Innanzitutto parlò della dinastia Khan, ma poi indicò un leader afghano di sinistra, brutalmente torturato e assassinato dai taliban dopo che entrarono a Kabul nel 1996: “Se avessero lasciato in pace il Dottor Najib, sarebbe stato un bene per l’Afghanistan!”
Gli chiesi dell’invasione sovietica nel 1979.
“Sono venuti perché ricevettero informazioni sbagliate. Il primo errore fu entrare in Afghanistan. Il secondo errore fatale fu quello di andarsene”.
“Qual è la principale differenza tra russi ed occidentali durante l’invasione dell’Afghanistan?”
“Il popolo russo è venuto prevalentemente per aiutare l’Afghanistan. La relazione tra russi e afghani fu sempre grande. C’era vera amicizia e la gente interagiva, c’erano anche feste e visite reciproche”.
Non andai oltre; non chiesi cosa succeda oggi. Era troppo evidente. “Muri enormi e cavi ad alta tensione”, sarebbe stata la risposta. Droni e armi ovunque e assoluta mancanza di fiducia… e la divisione sconfinata tra pochi superricchi e la grande maggioranza dei disperatamente poveri… il Paese più depresso del continente asiatico.
Poi chiesi al mio compagno Arif se tutto questo fosse veramente vero?
“Certo!” Gridò con passione. “100% vero. I russi costruirono strade, case per il nostro popolo e trattavano bene gli afgani, come fratelli. Gli statunitensi non hanno mai fatto niente per l’Afghanistan, quasi niente. Si preoccupano solo dei propri vantaggi”. “Se ci fosse un referendum proprio adesso, con una semplice domanda: “vuoi che l’Afghanistan sia con la Russia o con gli Stati Uniti”, la grande maggioranza voterebbe per la Russia, mai per gli Stati Uniti o l’Europa”. E sa perché? Sono afghano: quando il mio Paese sta bene, sono felice. Se il mio Paese sta male, allora soffro! La maggior parte delle persone qui, a meno che non siano indottrinati o corrotti dagli occidentali, sa perfettamente cosa fece la Russia per questo Paese. E sa come l’occidente ha ferito la nostra terra”.
Ovviamente questo non è ciò che ogni afghano pensa, ma la maggior sicuramente. Basta andare in ogni angolo del Paese e chiedere. Non si dovrebbe, naturalmente. Ti viene detto di evitare di venire qui, di vagare in questa terra “illegale”. E non dovresti andare dalla gente. Invece dovresti riciclare gli scritti di accademici smidollati e vigliacchi, nonché i media servili. Se sei liberale, aspettati almeno di sentire: “non c’è speranza, alcuna soluzione, niente futuro”. Nel villaggio di Goga Manda, i combattimenti tra taliban e truppe governative sono ancora un pericolo. In tutta l’area si trovano i resti arrugginiti di mezzi sovietici, nonché vecchie case distrutte dalle battaglie dell’epoca sovietica. I taliban si trovano proprio dietro le colline, attaccando le forze armate dell’Afghanistan almeno una volta al mese. Quasi 16 anni dopo l’invasione della NATO e conseguente occupazione del Paese, questo villaggio, come migliaia di altri in Afghanistan, non ha accesso all’elettricità e all’acqua potabile. Non c’è una scuola raggiungibile, neanche un presidio medico, lontano da qui 5 chilometri. Qui una famiglia media di 6 persone deve sopravvivere con 130 dollari al mese e questo solo se alcuni lavorano in città. Chiedo a Rahmat Gul, insegnante in una città vicina, se i tempi “russi” erano migliori. Esitò per quasi un minuto e poi rispose vagamente: “Quando i russi erano qui, c’erano un sacco di sparatorie… una vera guerra… la gente moriva. Durante il periodo jihadista, i mujahidin erano posizionati laggiù… sparavano da quelle colline, mentre i carri armati sovietici erano situati vicino al fiume. Molti civili furono presi dal fuoco incrociato”. Mentre ero pronto a fare altre domande, il mio interprete cominciò a preoccuparsi: “Andiamo! Vengono i taliban”.
È sempre calmo. Quando s’innervosisce so che è veramente il momento di correre. Corriamo, semplicemente accelerando e guidando a rotta di collo sulla strada. Prima di separarci, Wahed Tooryalai mi afferrò la mano. Sapevo che voleva dire qualcosa di essenziale. Aspettai la domanda. Poi con un russo ancora eccellente: “A volte mi sento così male, così arrabbiato. Perché Gorbaciov ci abbandonò? Perché? Stavamo agendo bene. Perché ci ha abbandonato? Se non ci avesse tradito, la vita in Afghanistan sarebbe stata grande. Non sarei un autista delle Nazioni Unite… ero il vicedirettore di un’enorme panificio, con 300 persone che vi lavoravano: costruivamo il nostro amato Paese, crescendo. Spero che Putin non ci abbandoni”. Poi mi guardò dritto negli occhi, e all’improvviso ebbi la pelle d’oca mentre parlava e i miei occhiali s’appannarono: “La prego dica a Putin: gli tenga la mano, come ora tengo la sua. Gli dica ciò che ha visto nel mio Paese; che noi afghani, o almeno molti di noi, sono ancora persone dritte, forti e oneste. Tutto questo finirà e cacceremo statunitensi ed europei. Accadrà molto presto. Allora venite da noi, dai veri patrioti afghani! Siamo qui pronti e in attesa. Tornate per favore.”Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Aspetti politici dell’esercitazione navale russo-cinese

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 30.07.2017L’esercitazione congiunta navale tra navi russe e cinesi a fine luglio è senza dubbio uno degli eventi più importanti della moderna politica internazionale. Anche se le dimensioni di queste esercitazioni erano notevolmente inferiori a quelle statunitensi-nippo-indiane Malabar, tenutesi nello stesso tempo nella baia del Bengala. L’esercitazione navale nel Mar Baltico è particolarmente importante per numerosi fattori, inclusi gli Stati che vi hanno partecipato, lo sfondo politico che le accompagnava e regione e momento in cui si svolgevano. In termini di produzione la Cina è già leader globale. Nel gennaio 2017, al Forum economico mondiale di Davos, il Presidente cinese Xi Jinping annunciava pubblicamente la disponibilità ad assumersi il ruolo di motore dell’economia mondiale. La sua visione del progetto One Belt, One Road (OBOR) è già la base della politica estera cinese. L’emergere della Cina a nuova superpotenza globale è percepita a Washington come principale minaccia al suo dominio incontestato nel mondo. Oggi si nota la stessa situazione verificatasi all’inizio del XX secolo, quando la lotta tra la vecchia superpotenza (Gran Bretagna) e quelle emergenti (USA, Germania) si concentrò sul controllo delle rotte commerciali marittime. Tuttavia, questo aspetto particolare rimane l’elemento più vulnerabile del pianto cinese per diventare il nuovo leader mondiale. Pertanto, non sorprende che lo sviluppo di una Marina sia una priorità della Cina. Oggi, le navi militari cinesi non solo controllano le acque nazionali, ma pattugliano anche Oceano Indiano e Mar Mediterraneo. Tuttavia, il viaggio dall’altra parte del globo, dalle basi in Patria al Mar Baltico, intrapreso dal gruppo di navi militari cinesi allo scopo di condurre le esercitazioni congiunte con le forze navali russe, è un evento senza precedenti. Dimostra le capacità della moderna Marina cinese assieme all’importante ruolo che la Russia svolge nei piani globali di Pechino. Un altro motivo dell’apparizione inaspettata di navi militari cinesi nel Mar Baltico è il ritmo estremamente lento con cui i rapporti tra Pechino e Bruxelles evolvono. Insieme ai problemi sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina, questo argomento passa gradualmente verso il piano centrale della geopolitica globale.
Un elemento importante di questo processo è l’idea che la Cina presentò a un gruppo di Stati dell’Europa dell’Est per creare infrastrutture dei trasporti dalla Grecia alla Polonia. Nel 2012, questa idea fu discussa in un forum speciale con la partecipazione di Pechino e di 16 Paesi dell’Europa orientale. Tuttavia, Washington ha cercato di trascinare lo stesso gruppo di Paesi nei propri progetti sfruttando la Polonia. La “proiezione di potenza” cino-russa nella regione può mettere fine a tali giochi. È probabile che la Germania sia disposta a contribuire in silenzio in ciò. Per la Russia, è curioso che, proprio come cento anni fa, sia percepita da “certe forze” come l'”anello più debole” (questa volta in tandem con la Cina) e pertanto sia divenuta obiettivo di ogni attacco. Pertanto, sullo sfondo dei noti eventi recenti, il sostegno politico della Russia alla seconda potenza mondiale tramite le esercitazioni congiunte nel Baltico si rivela estremamente tempestivo. Tuttavia, le stesse esercitazioni possono essere considerate in modo diverso, come il tentativo di Mosca di sostenere politicamente la Cina, dato che l’esercitazione Malabar sopra citata mira a contrastare l’avanzata della Cina. Mentre subiscono la stessa pressione politica, economica e militare-strategica da un gruppetto di Stati, è naturale che Cina e Russia espandano ed approfondiscano la partnership strategica. Tuttavia, non trasformano tali legami in un’alleanza militare-politica, mantenendo così libertà di manovrare nei rapporti con l’occidente. Tuttavia, queste manovre vanno molto meglio quando si sa che qualcuno copre la schiena. È perciò che nel corso dell’esercitazione navale nel Mar Baltico, il Segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa Nikolaj Patrushev incontrava l’aderente al Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese Yang Jiechi nell’ambito del 13° giro di consultazioni russo-cinesi sulla stabilità strategica. Secondo i media, i colloqui riguardavamo una vasta serie di questioni legate a sicurezza e cooperazione militare.

Vladimir Terekhov, esperto di questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora