Russia e Cina esplorano nuovi orizzonti nella cooperazione economica

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 14/02/2017

inondazioni-in-primoryeUno degli aspetti più importanti del partenariato economico tra Stati è la cooperazione in settori come trasporti e logistica. Come ci si attendeva, lo sviluppo intenso delle relazioni economiche tra Russia e Cina viene subito seguito da rapida crescita ed integrazione dei rispettivi sistemi di trasporto, aumentando il traffico crescente tra gli Stati. Tra i principali progetti per i trasporti cino-russi vi sono i corridoi commerciali internazionali Primorye-1 e Primorye-2 che collegano le province cinesi di Heilongjiang e Jilin con i porti nel territorio russo del Primorskij, che consentiranno ai cinesi di risparmiare tempo e denaro, mentre attireranno investitori cinesi nell’Estremo Oriente della Russia. Tuttavia, la costruzione dei corridoi richiede investimenti significativi in quanto lo Stato è tenuto a migliorare ed espandere l’infrastruttura esistente, strade, ferrovie, porti. Tuttavia, quando tutto questo sarà fatto, il ricavato del transito dei carichi cinesi coprirà rapidamente i costi sostenuti dai russi. Gli esperti prevedono che entro il 2030, gli ITC Primorye-1 e Primorye-2 porteranno circa 100 miliardi di rubli (1,7 miliardi di dollari) all’anno al tesoro della Russia. All’inizio del settembre 2016, il Primorye della Russia ospitò il secondo Forum economico orientale, una conferenza sul potenziale del trasporto nell’Estremo Oriente. A questo evento, il Vicepresidente del governo popolare della provincia di Heilongjiang della Cina, Li Haitao, dichiarò che una volta che Primorye-1 e Primorye-2 saranno operativi, il transito delle merci attraverso i porti del Primorye aumenteranno dagli attuali 23 milioni di tonnellate l’anno ad oltre 60 milioni di tonnellate. Di questi, ci si può aspettare un minimo di 7 milioni di tonnellate di merci in container, più costosi. Finora, l’importo massimo di tale carico inviato dai porti dell’oriente russo non supera il milione di tonnellate all’anno.
Oltre ad esportare merci attraverso questi corridoi, la provincia di Heilongjiang prevede d’inviare merci lungo questa rotta verso altre regioni della Cina e ad altri Paesi dell’Asia-Pacifico. La costruzione delle infrastrutture necessarie è a buon punto in Cina, e Pechino esorta la Russia a fare in fretta con la sua parte. Va notato che la provincia nord-orientale dell’Heilongjiang ha un significato speciale per le relazioni russo-cinesi, dato che è sempre stato una sorta di ponte tra i due Paesi, svolgendo questo ruolo con successo soprattutto per via della posizione geografica particolare: all’estrema periferia della Cina, praticamente circondata dal territorio russo. Il confine con la Russia è lungo circa 4000 km. Inoltre è separata dalla centro della Cina dalla baia di Bohai sul Mar Giallo, rendendo i trasporti dalla provincia di Heilongjiang alla Cina centrale una questione ardua. Tuttavia, potrà usare la posizione a proprio vantaggio, divenendo uno snodo tra Russia, regioni meridionali della Cina, Corea del Sud, Giappone e altri Paesi dell’Asia-Pacifico. Ma il suo obiettivo sarà praticamente irraggiungibile senza gli ITC Primorye-1 e Primorye-2 russi. Inoltre, è imperativo per Pechino dare alla provincia di Heilongjiang una via sicura che colleghi i suoi produttori al resto della Cina. Si parla di una regione dall’agricoltura sviluppata e che occupa un posto di primo piano nel raccolto del grano nel Paese, così le sue forniture sono cruciali per la sicurezza alimentare della Cina. Tuttavia, se la nuova infrastruttura ITC sarà utilizzata, ridurrà notevolmente costi e tempi dell’invio dei prodotti agricoli della Provincia di Heilongjiang. Forse in futuro, questa via veloce sarà usata da tutte le aziende cinesi costantemente alla ricerca di migliori opzioni logistiche. Tuttavia, oltre allo sviluppo delle infrastrutture, tali corridoi richiedono procedure doganali semplificate. Nell’ottobre 2016 i valichi di Vladivostok iniziarono ad operare tutto il giorno, mentre i documenti necessari da quel momento in poi possono essere depositati elettronicamente. Come risultato, la maggior parte dei carichi di transito viene controllata nei porti del Primorye, permettendo la spedizione in non più di due giorni.
In conclusione si può dire che l’efficace attuazione dei progetti Primorye-1 e Primorye-2 non solo è importante per il Primorye e la Provincia di Heilongjiang, per la Russia e la Cina, ma è cruciale per lo sviluppo della regione Asia-Pacifico. Guardando in generale, si tratta di un passo importante nel processo d’integrazione economica dei Paesi dell’Eurasia nel commercio regionale, in quanto collega l’Unione economica eurasiatica, guidata dalla Russia, al progetto Fascia e Via della Cina.7fd187b5e88f735b3f09957ad722881eDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

2017, anno di profondi cambiamenti in Giappone e nell’Asia

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 02/02/02017abe-and-trump-e1479260342352-940x580Frasi come “l’anno in corso porta al mondo nuove e impreviste sfide” si trovano spesso negli articoli che tentano di prevedere gli eventi del prossimo anno. La banalità della frase non può escludere il fatto che si applicherebbe al 2017 forse più che mai negli ultimi due-tre decenni. L’immagine del nuovo gioco globale iniziatosi a formare subito dopo la fine della guerra fredda, per tentativi ed errori, apparirebbe chiaro quest’anno. Caratteristica principale e più significativa è che il centro del gioco, tra Europa e Atlantico per secoli, passa nella regione Asia-Pacifico. La prova di questo processo irreversibile vede l’inutilità della NATO, evidente a tutti (quasi senza eccezione), e della sua controllata Unione europea; due dinosauri della guerra fredda condannati all’estinzione, nonostante gli sforzi disperati compiuti negli ultimi due-tre anni per continuarne l’inutile esistenza (tranne che per certi gruppetti dell’Europa orientale e certi ambienti in Russia). Nuovi attori principali appaiono nel nuovo gioco globale che si sviluppa nella regione Asia-Pacifico. In effetti, uno di questi attori era già presente: gli Stati Uniti, il cui ruolo sulla scena mondiale dovrà affrontare cambiamenti radicali quest’anno. A tal proposito, l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti (che sembra conseguenza di coincidenze assurde e “complotti”) riflette le esigenze dello Stato di recente formazione. Gli altri due attori importanti sono Cina e Giappone. Inoltre, i problemi che devono affrontare nel prossimo anno saranno sostanzialmente determinati dalla continua incertezza su entità e direzione del mutamento della politica estera degli Stati Uniti, avversario principale della Cina e alleato chiave del Giappone. La prossima 19.ma sessione del Partito comunista cinese si occuperà della ricerca di risposte alle varie sfide in politica interna ed estera. La sessione è prevista per la seconda metà del 2017. Questo evento sarà significativo per lo sviluppo della Cina e la situazione nell’Asia-Pacifico nel complesso.
Per il Giappone, il nuovo anno potrebbe diventare cruciale per la “normalizzazione” a lungo cercata nel Paese. La caratteristica principale dell'”anomalia” giapponese (secondo le convenzioni di questa categoria in un mondo sempre più folle) è l’articolo 9 della Costituzione, che prevede, in primo luogo, che l’uso della forza militare per affrontare sfide in politica estera sia illegale “per sempre” e in secondo luogo (quindi) vietare di avere proprie forze armate. Tuttavia, il secondo postulato si presenta già anacronistico dato che, infatti, il Giappone ha da tempo una delle forze armate più potenti del mondo: “le Forze di Autodifesa giapponesi”. Così l’assai probabile eliminazione del secondo postulato dell’articolo 9 comporterà solo la ridenominazione delle Forze di Autodifesa giapponesi in ciò che sono: “Forze Armate”. Secondo i sondaggi, i cittadini del Paese sono pronti ad accettare la realtà della denominazione delle forze armate esistenti. Tuttavia, non sono (ancora) pronti ad accettare che queste forze attuino tutti i compiti assegnati alle forze armate di uno Stato “normale”. Ad esempio, se quest’ultimo si allea con qualche altro Stato “normale”, significa che ciascuno di essi sarà pronto a fornire (in determinate circostanze) aiuto armato all’alleato. Il primo postulato dell’articolo 9 lo rende quasi impossibile al Giappone. Se gli Stati Uniti estendono al Giappone l'”ombrello della sicurezza nucleare” in virtù del trattato del 1960, le Forze navali giapponesi, perfettamente in grado, non hanno il diritto di aiutare la flotta degli USA (con i rifornimenti di vettovaglie, per esempio), se al largo del Giappone subisse attacchi da uno Stato “terzo”.
Anche se la nuova legislazione sulla difesa adottata nell’autunno 2015 apre in qualche modo all’accettazione degli obblighi dell’alleanza USA-Giappone, il primo postulato dell’articolo 9 rimane un ostacolo insormontabile per qualsiasi ampio sviluppo di tale tendenza. Inoltre, uno squilibrio simile (anche se, ovviamente, meno evidente) può osservarsi nelle relazioni tra USA ed Europa. Anche se alle origini il già citato “squilibrio” era completamente razionale e reciprocamente vantaggioso per i contraenti, gli statunitensi attualmente non ne sono più interessati, e l’esistenza provoca insoddisfazione tra i cittadini degli Stati Uniti che, infine, hanno fatto vincere a D. Trump le elezioni presidenziali. La classe politica giapponese respinge completamente le restrizioni all’industria della Difesa, data la necessità oggettiva dell’alleanza con gli Stati Uniti (oltre alla crescita globale della Cina). Questo non è certo possibile, ora, senza l'(almeno parziale) allineamento agli obblighi tra le parti. L’obiettivo principale della politica del Primo ministro Shinzo Abe è la revisione della Costituzione del dopoguerra. Nel tentativo di superare la resistenza dei giapponesi al processo di piena “normalizzazione” del Paese, il governo gioca la carta del “patriottismo”, dalla metà dello scorso anno, in modo così trasparente da fare intendere che l’attuale Costituzione fu scritta da un gruppo di avvocati dall’amministrazione occupante del generale D. MacArthur. Tali sforzi sono falliti. In generale, i giapponesi sono soddisfatti dello status quo del dopoguerra, indipendentemente l’autore della base costituzionale. Tuttavia, ciò rafforza la determinazione di Abe a raggiungere il suo obiettivo, come dimostra la dichiarazione del 4 gennaio 2017, nel corso di una visita al principale santuario shintoista, ad Ise. Ricordando che il prossimo anno sarà il 70° anniversario dell’adozione della Costituzione, Abe sosteneva di “studiare le lezioni del passato, e di procedere con il rinnovamento della nazione per i prossimi 70 anni”. Frasi come “rinnovamento della nazione” e “responsabilità per le prossime sfide” sicuramente si riferiscono alle dichiarazioni di alcuni membri del suo gabinetto (in particolare, la ministra della Difesa Tomomi Inada) sulla necessità di adottare la “sua” Costituzione.
Attualmente, il governo del Partito Liberaldemocratico e del suo “socio di minoranza” partito Komeito, che hanno i due terzi dei voti nelle camere del Parlamento, ha i presupposti per avviare un estremamente difficile procedimento per modificare la costituzione. Tuttavia, i suoi promotori affronteranno l'”agguato” nella fase finale del processo, quando dovranno avere la maggioranza al referendum nazionale, cosa più facile a dirsi che a farsi. Va ricordato che la società giapponese non è pronta ad abbandonare le condizioni confortevoli della politica estera decisa dall’attuale Costituzione. La prospettiva di battere l’opposizione passiva dell’opinione pubblica è piuttosto dubbia senza il sostegno dei partiti d’opposizione. Pertanto, il Partito Liberaldemocratico invita l’opposizione ad iniziare a discutere necessità e contenuto delle modifiche. Gli oppositori hanno apparentemente deciso di “parlarne” ma certamente non sosterranno il progetto di abolizione (almeno) del primo postulato dell’articolo 9. Sulle prospettive dell’adozione di emendamenti costituzionali, un cambiamento “favorevole” del pubblico sarebbe assicurato dal deterioramento delle relazioni con la Cina e dalle simultanee misure adottate da D. Trump, secondo le sue dichiarazioni pre-elettorali di “carattere neo-isolazionista”. Se il primo fattore sembra destinato a essere più o meno “favorevole” (cioè non vi sono evidenti miglioramenti nelle relazioni Giappone-Cina), la politica estera degli USA tendente al “neo-isolazionismo” è stata evidentemente abbandonata. In ogni caso (secondo alcune fonti), William Hagerty, nominato da D. Trump nuovo ambasciatore degli Stati Uniti, arriverà a Tokyo e, essendo attesissimo dall’élite giapponese, sarà “indispensabile nel rafforzare i rapporti Giappone-USA”. Come dice il proverbio, le preghiere del primo ministro giapponese sono state ascoltate da D. Trump neopresidente degli Stati Uniti.
Ora, è difficile dire come l’attuazione specifica delle suddette tendenze estere influenzi i piani dell’attuale leadership per fare del 2017 l’anno di svolta della “normalizzazione” del Paese. Il fatto che il Giappone sia sul punto di un mutamento radicale è testimoniato dall’importantissimo segnale ricevuto nell’agosto 2016, quando l’imperatore Akihito dichiarò l’intenzione di dimettersi “per motivi di salute”. Tuttavia, i dettagli che accompagnavano questa affermazione (del tutto eccezionale per la storia del Giappone) meritano ulteriori considerazioni.JAPAN-US-DIPLOMACYVladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le “Fake News” sulla Corea democratica

Caleb Maupin New Eastern Outlook /11/02/20171028339508I media continuano la campagna contro le “notizie false”, invitando la gente a ascoltare solo i soliti media capitalisti filo-occidentali, nonostante la loro documentata storia di imprecisioni. I media statunitensi denigrano tutto ciò che riguarda la Repubblica Popolare Democratica di Corea, un grande esempio di parzialità e inganno. A volte i media degli Stati Uniti vengono colti a riportare palesemente falsità sulla Corea democratica, come ad esempio la pretesa scandalosa che Kim Jong-Un abbia giustiziato qualcuno facendolo sbranare da un branco di cani selvatici. Ciò s’è dimostrato falso, o fake news. Tuttavia, la maggior parte del pubblico viene ingannato sulla RPDC in modo più sottile.

I “miracoli economici” dimenticati
Ad esempio, la maggioranza degli statunitensi crede che il sistema economico della metà settentrionale della penisola coreana sia un fallimento assoluto che ha causato null’altro che carestie; ciò è palesemente falso. Un nuovo video del Council on Foreign Relations, think tank della politica estera statunitense, vede Scott Snyder menzionare di passaggio: “E’ un sistema socialista, basato sul modello sovietico. L’economia è centralizzata e funzionò bene nei primi anni ’60, ma s’è bloccata“. Un articolo della BBC del 2008 diceva la stessa cosa: “A un certo momento, l’economia centralmente pianificata della Corea democratica sembrava funzionare bene, anzi, nei primi anni dopo la creazione della Corea democratica, dopo la seconda guerra mondiale, ebbe risultati spettacolari. La mobilitazione di massa della popolazione, insieme all’assistenza tecnica e gli aiuti finanziari sovietici e cinesi posero tassi di crescita economica annua del 20%, addirittura del 30%, negli anni successivi la devastante guerra di Corea del 1950-1953. Ancora nel 1970, la Corea del Sud languiva all’ombra del “miracolo economico” del Nord“. Lo Studio della RPDC pubblicato dall’US Library of Congress descrive in dettaglio i risultati economici del Paese, come alloggi, alfabetizzazione, autosufficienza e accesso alle sanità. La carestia si ebbe negli anni ’90. All’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, la Corea democratica non poteva importare petrolio, da cui il sistema alimentare del Paese dipendeva. Nella Corea democratica tale periodo è noto come l'”ardua marcia”. Il governo incolpò le sanzioni degli Stati Uniti per la crisi alimentare. Tuttavia, quando si parla di Corea democratica, i media statunitensi sottolineano il periodo dell'”ardua marcia” e omettono i “miracoli economici” degli anni ’60. Inoltre, le cause della crisi alimentare degli anni ’90 non vengono mai spiegate. Un singolo episodio della carestia degli anni ’90 non rappresenta l’intera esperienza della costruzione del socialismo in Corea democratica. Inoltre, il pubblico è portato a credere che gli unici fattori furono fallimento dell’economia socialista e incapacità del Partito dei Lavoratori di Corea. Di solito evitando di parlate degli altri fattori, come sanzioni, mancanza di terreni coltivabili, siccità, inondazioni, ecc.

Nucleare: tutta la storia
L’altro esempio di omissione ed enfasi riguarda la proliferazione nucleare. La Corea democratica si ritirò dal trattato di non proliferazione nucleare il 10 gennaio 2003. E si riconosce ora che il Paese possiede armi nucleari. Perché? I media statunitensi ignorano, omettono o nascondono il contesto dello sviluppo delle armi nucleari nordcoreane. Il pubblico è portato a credere che la Corea democratica abbia sviluppato in modo casuale le armi nucleari, con il desiderio di attaccare gli Stati Uniti o minacciare i vicini. Si veda meglio il contesto omesso della storia della proliferazione nucleare nella penisola coreana. Durante la guerra di Corea, milioni di coreani morirono. Alcuni stimano che circa il 30% della popolazione della Corea democratica andò persa. Ogni edificio di più di un piano fu distrutto. Durante la guerra, gli Stati Uniti pensarono apertamente di usare le armi nucleari contro le forze coreane e cinesi. Douglas MacArthur fece queste minacce pubblicamente. La Corea democratica ratificò il trattato di non proliferazione nucleare nel 1985. Nel 1993 minacciò di ritirarsi. A quel tempo, il Paese subiva carestia, minacce e sanzioni degli Stati Uniti, e la scomparsa degli alleati sovietici. Vi furono negoziati tra governo degli Stati Uniti e della Corea democratica da cui la Corea democratica non si ritirò. Nel 1994 l'”accordo quadro” fu posto tra Stati Uniti e Corea democratica. Si comprese che la Corea democratica avrebbe avuto aiuti agricoli e petrolio e gli Stati Uniti adottato relazioni diplomatiche con la Corea democratica, il tutto in cambio della non proliferazione nucleare. Tuttavia, gli Stati Uniti non adempirono mai all’accordo. Il Congresso degli Stati Uniti bloccò l’accordo che l’amministrazione Clinton aveva negoziato. In tale contesto, la Corea democratica non seguì gli obblighi dell’accordo e, infine, creò le armi nucleari. I media statunitensi ovviamente ignorano questi eventi. La leadership della Corea accettò di non sviluppare le armi nucleari in cambio di cibo per la popolazione affamata, così come di altre forme di aiuto umanitario, nel periodo delle carestie. I capi degli Stati Uniti non rispettarono le loro promesse. Poco cibo e petrolio fu consegnato. Quindi non sorprende od offende che la Corea democratica abbia lasciato perdere l’accordo, infine, e costruito le armi nucleari? Tale azione si conforma al racconto dello “Stato canaglia” guidato da un leader “folle” intenzionato a distruggere il pianeta?
Quando alcuni fatti di base sono menzionati, l’intero racconto e la percezione della Corea democratica vanno a pezzi. La Corea democratica non ha sempre subito la carestia e secondo le fonti, anche piuttosto ostili come BBC e Council on Foreign Relations, il suo sistema economico ebbe successo e inoltre la Corea democratica sviluppò armi nucleari solo in risposta all’inadempienza degli Stati Uniti ai loro obblighi nel negoziato. Avevano promesso certe cose in cambio della non creazione di armi nucleari. Non le ebbero e così andarono avanti. Questi fatti sono convenientemente dimenticati in ogni discussione sulla Corea democratica, ma sono molto importanti per capire il Paese e il suo rapporto con il mondo. Ignorando aspetti importanti della realtà, i media diffondono “notizie false” spingendo ad ascoltare esclusivamente esse? Non è probabilmente una buona idea, soprattutto per chi vuole la pace.16708720Caleb Maupin è un analista politico e attivista di New York. Ha studiato scienze politiche presso il Baldwin-Wallace College ed è stato ispirato e coinvolto nel movimento Occupy Wall Street, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I cinesi rivendicano lo Stretto di Miyako

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 09/01/2017china-liaoning-2016-1-bIl 25 dicembre la portaerei cinese Liaoning attraversava lo Stretto di Miyako dal Mar Cinese Orientale all’Oceano Pacifico, accompagnata da altre cinque navi di superficie della Marina cinese. Lo stretto separa l’isola omonima da Okinawa, l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu, che è nota appartenere al Giappone. Questo stretto ampio oltre 200 km è ufficialmente indicato come acque internazionali disponibili al traffico di tutti i Paesi del mondo e il Giappone non può interferirvi. Tuttavia, pur essendo ordinario dal punto di vista del diritto internazionale, questo evento ha provocato crescente interesse non solo in Giappone ma anche negli Stati Uniti. Ciò avviene dopo che, negli ultimi anni, la Marina cinese ha utilizzato lo Stretto Miyako come passaggio verso il Pacifico occidentale, per svolgere “esercitazioni di routine”. Questo recente passaggio dello stretto ha generato particolare interesse a causa del fatto che, per la prima volta, il gruppo di navi da guerra comprendeva l’unica portaerei cinese “restaurata” dalla ex (e non finita) sovietica “Varjag“, a disposizione dell’Ucraina dopo il crollo dell’URSS. Venduta alla Cina alla fine degli anni ’90, per un certo periodo è stata modernizzata e alla fine del 2012 entrava nella Marina nazionale. L’armamento principale della portaerei è un gruppo di 24 caccia J-15, assai simili al russo Su-33. L’Alto Comando della Marina cinese dichiarava che lo scopo principale del viaggio della “Liaoning” era acquisire esperienza per sviluppare e operare un nuovo ed estremamente complesso sistema di combattimento. Questa esperienza viene impiegata per la progettazione di una nuova classe di portaerei, una delle quali è già in costruzione. La Cina valuta l’incomparabilità delle potenzialità operative della sua unica portaerei con le 11 moderne portaerei nucleari degli Stati Uniti. Senza parlare dell’assenza d’esperienza della Cina nell’uso dei gruppi di attacco di portaerei, esperienza che l’US Navy possiede di certo. Tuttavia, la “Liaoning” viene usata per “mostrare bandiera” nel Mar Cinese Meridionale, forse la zona più calda del confronto con i principali avversari geopolitici, Stati Uniti e Giappone. Questa volta, il Mar Cinese Meridionale è diventato meta finale del passaggio del gruppo della portaerei cinese. Dopo aver superato lo Stretto di Miyako, il gruppo ha circumnavigato Taiwan da est entrando nel Mar Cinese Meridionale attraverso lo Stretto Bashi che separa l’isola dall’arcipelago filippino.
7302_01 Di particolare importanza, da notare, è che due settimane prima, un gruppo di due bombardieri e due aerei da ricognizione (fino allo Stretto di Miyako accompagnati da due caccia della Marina cinese Su-30) aveva compiuto lo stesso “giro” su Taiwan (via aerea). Due caccia F-15 giapponesi provenienti da Okinawa simulavano l’intercettazione del gruppo cinese. Va notato che lo sviluppo del sorvolo dei velivoli militari cinesi sullo spazio aereo dello stretto di Miyako è durato per diversi anni. Tuttavia, l’11 dicembre 2016, l’Aeronautica giapponese per la prima volta simulò l’intercettazione di aerei cinesi al di fuori dello spazio aereo nazionale, motivo delle accuse tra i ministeri degli Esteri dei due Paesi. Luogo e data delle recenti azioni della Cina sullo Stretto di Miyako danno la certezza che fossero motivate politicamente, e dirette come avviso al tre capitali: Washington, Taipei e Tokyo. Questi “messaggi” sono lungimiranti, così come gli attuali aspetti strategici e tattici. Nell’ambito di una strategia a lungo termine, Pechino ha ancora una volta chiarito che non tollererà la vecchia intenzione degli Stati Uniti di limitare la zona d’influenza militare cinese sulla cosiddetta “prima catena di isole”, comprendete le Ryukyu, Taiwan e gli arcipelaghi filippino e indonesiano. Inoltre, con lo sviluppo di una propria flotta portaerei, la Marina cinese sarà ancora più attiva nel Pacifico, entrandovi attraverso gli stretti della “prima linea di isole”. Sulla politica di “routine”, è impossibile non notare come la Cina abbia adottato queste azioni nel momento in cui Washington era occupata a contemplare ulteriormente la politica estera nella regione Asia-Pacifico nel complesso, in particolare verso il principale rivale nella regione. Nel riferire questi sviluppi, un illustratore di Global Times ancora una volta mostrava lo stato esatto in cui i due principali attori mondiali si trovano ora. Guardandosi negli occhi e giocando le carte “ai loro ordini”, le lanciano sul tavolo da gioco, una per una. Il neopresidente degli Stati Uniti ha fatto la sua mossa con una conversazione telefonica con il presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, le cui attività dal marzo 2016 nell'”isola ribelle” causano fastidio notevole a Pechino. A sua volta, la circumnavigazione in volo e via mare di Taiwan di navi da guerra e bombardieri nucleari cinesi è il “lancio” in risposta di Pechino, inviando il messaggio: “Questa è roba mia”. A Taipei invia un segnale sulla possibilità del “completo isolamento diplomatico”, se Tsai Ing-wen continua ad aggravare la situazione sulla scena internazionale. Dopo questi sviluppi, spetta al presidente di Taiwan visitare alcuni Paesi del Centro America, prima degli Stati Uniti. Un esempio di “rilancio” di Pechino è la recente rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan da parte del piccolo Stato africano di Sao Tome e Principe. Infine, la maggiore attenzione dei militari cinesi sullo Stretto di Miyako è più o meno diretta a Tokyo. Ciò è abbastanza comprensibile, dato che negli ultimi anni il Giappone ha giocato un ruolo sempre più influente nei processi politici regionali e globali, il che significa che il fattore scatenante di questa tendenza è la percezione che la Cina oggi ha della principale minaccia ai suoi interessi nazionali.
A giudicare dall’incidente nei cieli dello stretto, il Giappone intende sfruttare altri atti del confronto militare (sulle Senkaku/Diaoyu e zone del Mar Cinese Meridionale) per valorizzare il ruolo dello strumento militare nelle relazioni con la Cina. Nel frattempo, Pechino ha solo cautamente accettato il nuovo progetto di bilancio per la difesa giapponese del 2017, in particolare i piani per il dispiegamento a Okinawa di missili “terra-terra” dalla gittata di 300 km entro il 2023, che (nel caso di aggravamento della situazione) bloccherebbero l’accesso allo Stretto di Miyako. Il Giappone è pronto ad essere considerato il terzo importante giocatore sul significativo tavolo delle azioni politiche regionali. Tutto va bene, purché tale fiasco si dispieghi nel gioco delle carte in cui, come mossa, i cinesi dovevano inviare loro navi e aerei nello stretto di Miyako. Ciò che conta è che i principali attori non gettino via improvvisamente le carte, impugnando le pistole.flightmapVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le bufale degli “antibufala”. La Corea democratica e le droghe “leggere”

Luca Baldelli

1385236Tra le tante patacche confezionate negli ultimi anni da certi blog e dai media che vanno per la maggiore, e subito bevute da creduloni puerili e ingenui tanto adusi a credere alle più assurde fantasie, quanto pronti a fare le pulci a tutte le fonti serie ed attendibili, la palma d’oro spetta senza dubbio alla diceria secondo cui nella Corea democratica le droghe leggere sarebbero perfettamente legali e anzi incentivate, nel loro uso, dallo Stato. In un articolo del gennaio 2013, il sito http://www.vice.com, che si vanta di ritrarre la vita reale di tutti i giorni, lontano da bufale e invenzioni propagandistiche, dipingeva la Repubblica Democratica Popolare di Corea come un paradiso per l’erba, chiamata (udite udite !!!) “ip tambae”, ovvero “tabacco in foglie”. La fonte di “Vice”? Ce la riferiscono gli stessi redattori, con sgrammaticata chiarezza: “conoscenti che lavorano in Corea del Nord e fanno regolarmente dentro e fuori dal Paese”. Complimenti! Che rigore giornalistico! Questa droga leggera, ci informano tali ineffabili “Pulitzer”, sarebbe “particolarmente diffusa tra i giovani soldati” che, invece di fumare catrame e nicotina come i loro omologhi occidentali, delizierebbero i loro palati e le loro sinapsi “accendendo una canna extra large durante le pause tra le ronde” (sic!). Il tutto per sfuggire alla qualità delle sigarette locali che, da parte di tale Ben Young, autore dell’articolo, si asserisce esser pessima. L’erba sarebbe molto popolare e a buon mercato, in quanto largamente usata dai lavoratori per trovare il relax adeguato e “distendere i muscoli infiammati e doloranti” alla fine di una giornata di lavoro. Il “Rodong Sinmun”, organo ufficiale del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori di Corea, sarebbe (incredibile!) largamente utilizzato come cartina, “tagliato a quadratini e poi rollato in piccole canne coniche”. Sarebbe da morire dal ridere, se non fosse che certa gente, che si fregia del titolo di “giornalista” o “blogger”, ha la pretesa di fare opinione, dettando convinzioni e tendenze. Young si duole, infine, del fatto che certe virtuose e benefiche pratiche siano concesse nella oscura e dittatoriale Corea democratica, nello stesso tempo in cui vengono vietate nei democraticissimi Paesi del suo emisfero, che si ostinano (in larga parte) a non rendere legale l’erba. Le cose stanno davvero così?
Andiamo per ordine e vediamo. In seguito alla pubblicazione dell’articolo di “Vice”, altri organi d’informazione hanno ripreso l’argomento e l’hanno trattato in vari modi. Una testata al di sopra di ogni sospetto, “The Guardian”, non certo imputabile di simpatie verso il governo comunista e antimperialista di Pyongyang, ha pubblicato un articolo dal titolo “Mythbusters: uncovering the truth about North Korea”. In esso si mette in chiaro, inequivocabilmente, che l’“Ip tambae” non è affatto cannabis né altro di simile, ma solo e soltanto un’innocua tradizionale miscela di erbe locali, utilizzate in sostituzione del tabacco. Definire drogato chi fuma tale mix, equivale a dare del tossicodipendente a un nostro avo di campagna che nell’800 era magari aduso a fumare vitalbe (piante assai utilizzate, allora, in sostituzione delle ancora costose sigarette). A differenza di “Vice”, poi, “The Guardian” cita la fonte (reale, stavolta, in carne ed ossa) che demolisce la bufala a 24 carati del “Narcostato psichedelico nordcoreano”: si tratta di Matthew Reichel, Direttore del “Progetto Pyongyang”, impresa sociale incentrata sulle promozione di attività edili. Egli ha viaggiato trenta e più volte nella Corea democratica e conosce quasi tutto ciò che c’è da sapere sul microcosmo della Repubblica Democratica Popolare; la bufala, si dimostra, ha le zampe corte, ma ecco allora che altri blogger in crisi di astinenza da bugia si aggrappano disperatamente alle corna di questo buffo “animale mediatico”, sorreggendosi l’uno l’altro come ubriachi in preda ai fumi dell’alcool: tale “Seshata”, con un articolo pubblicato su Sensiseeds.com, vaneggia di test di laboratorio che “The Guardian” avrebbe dovuto far effettuare. Il colmo! L’onere della prova richiesto a chi smonta una palese bugia facendo nomi e cognomi da parte di chi, di prove, non ne ha portata e non ne porta nemmeno mezza, preferendo le illazioni! La signorina “Seshata” cita, con la stessa attinenza dei cavoli rispetto al desinare pomeridiano, episodi di intossicazioni di operai polacchi… Nelle piantagioni inglesi di canapa del dopoguerra (!!!). Con la stessa esuberanza ed effervescenza argomentativa, discetta di latitudini e longitudini per dimostrare che la Corea democratica, trovandosi attorno al 40° parallelo, potrebbe benissimo ospitare una produzione rilevante di “cannabinoidi”. Incredibile! Qui siamo all’invenzione del reato di collocazione geografica, come se il regime comunista fosse responsabile anche del posizionamento del Paese sul planisfero! Come se quel posizionamento, di per sé, rappresentasse una condizione obbligatoriamente e inevitabilmente foriera di produzione di droghe! Eh sì, perché la Corea democratica sarebbe un immenso, lussureggiante giardino pieno di “paradisi artificiali” a portata di mano, una sorta di foresta baudelairiana memoria… Ce lo attestano, sostiene “Seshata”, certi “rapporti” disponibili alla consultazione. Bene bene, chi ne sarebbe l’autore? Tale Sokeel Park, capo dell’ONG “Liberty in North Korea”, fondata nel 2004 all’ombra dell’Università di Yale e con base negli USA, specificamente in California. Non c’è che dire, una fonte al di sopra di ogni sospetto!
La stessa “Seshata” cade poi in mille contraddizioni, ricordando come la Corea democratica abbia ratificato tutti i trattati e le intese stipulati a livello mondiale sui narcotici e sottolineando come la legge antidroga in Corea democratica sia “estremamente rigorosa”. E, in sintesi, nessuna prova se non “indiretta”, nelle narrazioni di qualche anonimo compiacente o scherano dell’imperialismo. Un procedere “bipolare”, dal punto di vista linguistico ed argomentativo, che la dice lunga sulla fondatezza di certe tesi e di certe argomentazioni, non certo commendevoli per un giornalista! Ci si accorge però che “Seshata”, nel suo sforzo argomentativo e dimostrativo, surrettiziamente apologetico di sé stessa e del suo “ruolo”, si è in larga parte basata su un’altra fonte, senza neanche un minimo di originalità e “marchio” proprio: le sue argomentazioni, pare pare, le ritroviamo nell’articolo “When It Comes to Marijuana, North Korea Appears To Have Liberal Policy Of Tollerance”, scritto da Hunter Stuart nel dicembre 2013 per l’“Huffington Post”, organo specializzato nella conduzione della guerra a bassa intensità contro Siria, Russia, Corea democratica e altri teatri dell’antimperialismo. Questo articolo (udite, udite!!!) riprende pedissequamente… Molte delle argomentazioni e persino delle espressioni utilizzate (si veda il passaggio sull’erba che scioglie e rilassa i muscoli dei lavoratori) nel primo articolo da noi preso in esame, quello di “Vice”. Insomma, una girandola, un cerchio magico della disinformazione e della cortina fumogena, sapientemente orchestrato e condotto da menti non già raffinate (sarebbe concedergli troppo!), ma sicuramente nate per gemmazione dal poltergeist goebbelsiano. Nessuno di questi sapienti alchimisti della carta stampata si è degnato di fare una cosa semplicissima: chiedere lumi alle rappresentanze diplomatiche della Corea democratica o alle associazioni di amicizia e solidarietà con la RPDK, che non solo non mordono, non gettano gas sarin o polonio addosso a chi vuol sapere, ma anzi sono ben liete di poter offrire spiegazioni a chi le chiede con sincera volontà di conoscere, informarsi, sapere, oltre la montagna di spazzatura dei media filocapitalisti. Lo hanno fatto, e non finiremo mai di ringraziarli, gli amici e compagni di“Italiacoreapopolare” i quali, con onestà intellettuale e la volontà di andare davvero “alla fonte”, interpellarono, nel novembre 2011, dopo la profusione di articoli disinformativi comparsi, il diplomatico Paek Song Chol, Segretario dell’Ambasciata della Corea democratica in Italia. Costui, meravigliato e turbato, ma anche pienamente disponibile a fornire chiarimenti, ha escluso categoricamente l’esistenza del commercio di marijuana e altro nel Paese; ce n’è voluto anche solo per fargli capire cosa fosse “l’erba verde che si fuma”, a riprova della “ grande conoscenza “di certe piante in quel Paese…” Il diplomatico affermava che nella Corea democratica esistono certamente piantagioni di oppiacei, ma servono solo e soltanto alla preparazione di farmaci e sono rigidamente controllate dallo Stato. Prima delle parole chiarificatrici di Paek Song Chol, l’agenzia di stampa nordcoreana KCNA e i media nordcoreani, nella primavera del 2013, lungi dallo stendere la cortina del silenzio sulla campagna infamante a danno del potere popolare, avevano smontato pezzo per pezzo le illazioni sulla politica degli stupefacenti in Corea democratica, con una serie di articoli e servizi, a cominciare da quello intitolato “Commentary Blasts Story of ‘Drug Trufficking’ By DPRK” (“Una serie di prove distrugge la storia del ‘traffico di droga’ ad opera della Repubblica Democratica Popolare di Corea”).
Insomma, abbiamo mostrato una delle tante storie di ordinaria disinformazione e intossicazione informativa.132047019_31n