Test termonucleare, la Corea democratica si protegge?

Aleksandr Vorontsov Strategic Culture Foundation 31/01/2016article-2380055-1B0420D6000005DC-611_964x906Il 2016 ha iniziato con una nota preoccupante nella penisola coreana. C’è stato un altro test nucleare di Pyongyang che avrà egualmente conseguenze a lungo termine, innescando l’ennesima censura dal Consiglio di Sicurezza con un ampio pacchetto di sanzioni, e verrà anche chiesto di aumentare l’attività militare nella regione di Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. Ciò porterà inevitabilmente a nuove crescenti tensioni nella penisola coreana.

I motivi di Pyongyang
I leader della Corea democratica non sono spaventati dalla prospettiva di azioni di ritorsione, sono pronti a soffrire ancor di più in cambio del diritto a rafforzare le “forze di deterrenza nucleare” della nazione. Una serie di dichiarazioni ufficiali di Pyongyang non lascia alcun dubbio su questo punto. Spiegando la decisione, i leader della Corea democratica ancora una volta indicano i criminali interventi militari statunitensi per cacciare i regimi indesiderabili degli Stati indipendenti. Confutando le terribili previsioni dei politici occidentali, Pyongyang insiste: “Non diffondiamo armi nucleari, né trasferiamo mezzi o tecnologia legati alle armi nucleari. Continueremo i nostri sforzi per denuclearizzare il mondo. Ancora sono valide le proposte per preservare pace e stabilità nella penisola e in Asia del nord-est, inclusi la fine dei nostri test nucleari e la stipula del trattato di pace, in cambio della fine delle esercitazioni militari congiunte degli Stati Uniti”. Eppure le domande rimangono. Perché questo test ora? Era del tutto inaspettato? Lungo quale traiettoria e a quale velocità corre il programma nucleare della Corea democratica? I Paesi vicini corrono un rischio maggiore? Quali sono le possibili conseguenze legali, militari e internazionali di questo test?
Iniziamo cercando di capire che tipo di test si è svolto il 6 gennaio quando Pyongyang ha annunciato ufficialmente di aver testato una piccola bomba a idrogeno, e che solo i limiti geografici della repubblica impediva ai fisici della Corea democratica di testare un serie di testate all’idrogeno da diverse centinaia di kilotoni o megaton. Naturalmente tale messaggio ha attratto l’attenzione del mondo. La produzione nordcoreana di una nuova e molto più potente arma nucleare suscita naturalmente profonde preoccupazioni. Tuttavia, guardando i dati sismici dell’esplosione da 5-6 kiloton, oltre ad altri dettagli, la maggior parte degli esperti nucleari tende a credere che sia stata soltanto la detonazione di una semplice bomba atomica, dato che l’ordigno termonucleare, secondo alcuni scienziati, avrebbe una potenza di almeno un centinaio di kilotoni. Tuttavia, molti esperti avvertono che i fisici nucleari della Corea democratica, questa volta, hanno utilizzato un nuovo tipo di bomba ibrida “potenziata” che permette che la reazione nucleare sia più attentamente controllata e che il combustibile nucleare sia utilizzato in modo più economico ed efficiente, anche se il vero problema è che il test era volto ad iniziare la produzione dell’arma termonucleare.
Pyongyang mostrò sincera moderazione nel 2014 e nei primi mesi del 2015, presentando numerose proposte di pace a quasi tutte le parti interessate. Gli avversari etichettarono le proposte come “propaganda” e le respinsero. Pyongyang avanzò una proposta l’8 gennaio 2015, respinta senza risposta, suggerendo l’annullamento delle manovre militari bilaterali di Stati Uniti-Corea del Sud in cambio del congelamento dei test missilistici e nucleari Pyongyang. In una intervista su YouTube del 22 gennaio 2015, il presidente statunitense Barack Obama ammise con franchezza scioccante che l’obiettivo di un cambiamento di regime a Pyongyang si faceva sempre più complicato: date le notevoli capacità militari della Corea democratica tra cui missili e armi nucleari, non era chiaramente possibile eliminarla con mezzi militari. Tuttavia, Washington, calcolando che la Corea del Sud possa inghiottire rapidamente il vicino settentrionale, spera che la Corea democratica crolli dall’interno. Con ciò, Washington ha distrutto completamente la base per eventuali contatti bilaterali sostanziali con Pyongyang in futuro, confermando la validità della scelta dei leader della repubblica “di una politica incentrata sulla costruzione delle capacità economiche e nucleari”. Non va sottovalutato il capitale politico interno guadagnato effettuando il test nucleare durante la preparazione del 7° Congresso del Partito dei Lavoratori di Corea (PLC), previsto nel maggio 2016 (il primo in 36 anni). Al congresso il giovane leader della Corea democratica potrà annunciare con sicurezza che la repubblica è entrata nella nuova era termonucleare del “Kimjongunismo” ed è oggi ancora più protetta dalla minaccia di aggressione estera. A noi sembra che la Corea democratica abbia aggiunto il concetto di “pazienza strategica” al suo arsenale di armi per difendersi dagli Stati Uniti e far sì che essi si abituino a convivere con una Corea democratica potenza nucleare. Il Ministero degli Esteri della Corea democratica ha inviato un messaggio chiaro sull’argomento nelle dichiarazioni di gennaio: “Dato che atti ostili degli Stati Uniti sono un ‘fatto comune’… Gli Stati Uniti devono ora abituarsi allo status nucleare della Corea democratica, che lo vogliano o meno”. Allo stesso tempo, il colpo di “tuono nucleare” del 6 gennaio 2016 era la risposta di Pyongyang all’idea, piuttosto avulsa dalla realtà, dell’inevitabile collasso imminente della Corea democratica e sua annessione dalla Corea del Sud.

Le conseguenze del “tuono nucleare” per Corea democratica, penisola coreana e nord-est dell’Asia
1379774 A causa della violazione di Pyongyang delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che le proibiscono di effettuare test missilistici e nucleari, sembra inevitabile che il Consiglio di Sicurezza adotti un nuovo più duro documento. Alcuni negoziati difficili avvengono a porte chiuse e, come sempre, Stati Uniti e Cina sono i principali architetti del piano. Possiamo tranquillamente presumere che in questo momento queste potenze facciano dure contrattazioni e che Washington spinga per sanzioni più dure possibili, mentre Pechino sia a favore di un documento più moderato ed equilibrato. In occidente, le azioni della Corea democratica sono definite “bullismo irresponsabile del giovane Kim” e “grave minaccia alla pace mondiale”, ed altre richieste sono avanzate per una “punizione draconiana” di quel regime ribelle. Si suggerisce che “le sanzioni non funzionano solo perché non ce ne sono abbastanza”. Le raccomandazioni possono essere ridotte all’embargo totale della Corea democratica, richiedendo che il Paese sia posto sulla lista ufficiale degli Stati Uniti degli Stati che sponsorizzano il terrorismo, commettono crimini finanziari o riciclaggio di denaro. Bruce Klingner, ricercatore presso l’Heritage Foundation, suggerisce che gli Stati Uniti abbiano il diritto d’imporre sanzioni a Paesi terzi e privare gli istituti finanziari in quei Paesi dell’accesso al sistema finanziario statunitense, se avesse alcun contatto con le aziende della Corea democratica. Non è difficile intuire che la lama di tale politica punitiva punta principalmente a società ed enti finanziari ed economici di Cina e Russia. E’ stato anche consigliato alla Camera dei Rappresentanti che aerei e navi nordcoreani siano fermati e internati, ovunque si trovino, nel tentativo di espandere la giurisdizione statunitense sul mondo intero, segno della tenace determinazione nell’imporre volontà e dettami di Washington. In tale contesto, la posizione contenuta della Russia appare sobria e lucida. Mosca continua a insistere sulla possibilità di utilizzare i negoziati per risolvere il problema coreano in generale, e la componente nucleare in particolare. Il Ministero degli Esteri russo ha preso atto che il test nucleare in Corea democratica rappresenta “… il successivo passo dello sviluppo di Pyongyang delle armi nucleari, in flagrante violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”. Inoltre, il documento sottolinea la necessità di trovare una via d’uscita diplomatica da questa situazione: “...chiediamo a tutte le parti interessate alla moderazione e ad evitare azioni che potrebbero creare ulteriori tensioni incontrollate nell’Asia nordorientale. Ribadiamo il nostro sostegno a una soluzione diplomatica della situazione nella penisola coreana nel formato dei colloqui a sei, e nel dialogo volto a creare al più presto possibile un sistema affidabile per la pace e la sicurezza nella regione“.
Esperti razionali negli Stati Uniti sono giunti alla conclusione che in 25 anni i tentativi di Washington per fermare e distruggere il programma nucleare di Pyongyang attraverso sanzioni e pressione sono stati un fallimento completo. Gli unici successi degli statunitensi in questi anni furono episodi associati ai loro passi verso un dialogo sostanziale con la Corea democratica: il ritiro unilaterale delle armi nucleari tattiche dalla Corea del Sud di George HW Bush (1991), aprendo la via alla firma della dichiarazione comune delle due Coree sulla denuclearizzazione della penisola coreana, nel 1992, e la conclusione dell’accordo quadro tra Stati Uniti d’America e Repubblica democratica popolare di Corea, nel 1994, che congelò il programma nucleare di Pyongyang per dieci anni. Mentre tale accordo era in vigore (1994-2002), la penisola coreana visse il periodo più tranquillo dal dopoguerra. Attenti scienziati, oltre a un certo numero ex-diplomatici, negli Stati Uniti spingono il governo a riconoscere la necessità di una soluzione diplomatica globale al problema coreano, quale unico modo per risolvere la questione nucleare. Purtroppo, tali raccomandazioni non vengono ascoltate dalla Casa Bianca oggi. Ciò significa che, in assenza del dialogo USA-Corea democratica e dato il continuo confronto, Pyongyang mantiene incentivi e mano libera nel sviluppare ulteriormente il programma nazionale missilistico e nucleare. Una valutazione realistica suggerisce che avendo la Corea democratica effettuato quattro test nucleari, la moderazione sia ora necessaria, proseguendo gli sforzi per una soluzione diplomatica. E questa non è la politica per placare un “piantagrane” o incoraggiare “il cattivo comportamento” di un trasgressore delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si tratta della comprensione razionale dell’ovvio fatto che non vanno ignorate le preoccupazioni del tutto valide di Pyongyang sulla sicurezza. L’unica via d’uscita dalla situazione attuale (in realtà un vicolo cieco) va basata su equi colloqui a sei, rivelatisi utili nel 2003-2009 e che sono un formato per i negoziati da riprendere. Tutto ciò che serve è la buona volontà di tutte le parti, senza eccezioni.ss-130213-kim-jong-un-tease.photoblog900

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli Stati Uniti hanno deciso di distruggere il FMI?

Valentin Katasonov, Strategic Culture Foundation 26/01/2016

IMFCome sappiamo, lo scorso dicembre il Fondo monetario internazionale, su pressione del principale azionista, gli Stati Uniti, ha cambiato le regole importanti che ne governano le operazioni. D’ora in poi il FMI può continuare a lavorare con i Paesi che per un motivo o un altro non rispettano gli obblighi coi membri del fondo (i creditori ufficiali). Per sette decenni il FMI ha servito non solo come prestatore internazionale, ma anche e soprattutto come garante di ultima istanza dei prestiti che certi Stati membri davano ad altri. Nel 1956, i maggiori Paesi creditori crearono il Club di Parigi, un’organizzazione internazionale informale che, insieme al Fondo monetario internazionale, doveva garantire il rimborso di prestiti e crediti emessi dai creditori ufficiali (sovrani). Ma il Fondo monetario internazionale rimase l’ultima “linea di difesa”. Se il beneficiario di un prestito sovrano rifiutava di effettuare i pagamenti, il FMI avrebbe rotto tutte le relazioni col piantagrane e il Paese sarebbe diventato un paria nel mondo della finanza internazionale. Tale meccanismo proteggendo gli interessi dei creditori ufficiali lavorò abbastanza agevolmente fin quando era necessario per gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali, i creditori ufficiali primari nel mercato finanziario globale. Sono ancora i principali istituti di credito dei Paesi in via di sviluppo di oggi. 304 miliardi di dollari sono dovuti dai Paesi del mondo ai membri del Club di Parigi (al 31 dicembre 2014, esclusi gli interessi), comprendente 20 Stati. Tuttavia, molti altri Stati sono entrati nell’arena della finanza internazionale come finanziatori ufficiali, alla fine del ventesimo secolo. In primo luogo ci sono gli esportatori di materie prime. Dalla fine del secolo scorso, queste nazioni hanno iniziato a stabilire i cosiddetti fondi sovrani, che trattengono i proventi in valuta estera dall’esportazione di petrolio e altre risorse naturali. Questi fondi sono usati per investimenti e prestiti. Ci sono molte decine di fondi sovrani del mondo. I più grandi sono i fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Norvegia, Arabia Saudita e Quwayt. Secondo le stime più prudenti, ci sono attualmente 6-7 miliardi di dollari di patrimonio in questi fondi sovrani. Seconda è la Cina. La Cina ha le maggiori riserve auree e valutarie, alcune sotto forma di fondi sovrani. I tre principali fondi sovrani cinesi possiedono quasi 1200 miliardi di dollari. Una parte di questi fondi sovrani cinesi passa da alcune delle più grandi banche della Cina, che offrono prestiti internazionali. I crediti emessi da queste banche sono considerati prestiti ufficiali o sovrani. Il prestito internazionale della Cina ha superato il resto del mondo nel 21° secolo. Improvvisamente, la Cina è diventata il più grande creditore ufficiale nel mondo, e nessuno sembrava accorgersene quando tale soglia fu superata. Molti in occidente si agitarono parecchio quando un articolo dal sorprendente titolo “i prestiti della Cina raggiungono nuove vette” apparve sul Financial Times il 17 gennaio 2011. Il giornale calcolò che nel 2009-2010, gli istituti di credito di proprietà dello Stato cinese, la Banca di sviluppo della Cina e l’Export-Import Bank of China, emisero almeno 110 miliardi di dollari in prestiti a vari Stati e società dei Paesi in via di sviluppo. E questo dato include solo i prestiti ufficialmente confermati dai cinesi e/o dai destinatari dei fondi. Il Financial Times ritiene che il totale effettivo dei prestiti ufficiali della Cina potrebbe essere notevolmente più elevato. In confronto, il quotidiano citò un altro dato: tra la metà del 2008 e la metà del 2010, la Banca Mondiale fornì solo 100,3 miliardi di dollari ad altri Paesi (approssimativamente gli stessi clienti della Cina). Ma ben presto il Financial Times dimenticò questa bomba. L’occidente non ha nulla da guadagnare richiamando l’attenzione su questi fatti, non vuole riconoscere che è stato battuto nel mercato del credito internazionale. Né la Cina vuole della pubblicità inutile che potrebbe impedirle l’ampliamento dei prestiti, il cui successo è in gran parte dovuto al fatto che essa fornisce prestiti per investimenti ufficiali a condizioni sostanzialmente più favorevoli di quelle offerti da FMI, Banca Mondiale o membri del Club di Parigi. I prestiti cinesi spesso non maturano alcun interesse. Gli esperti occidentali chiamano questo “credito” dumping dalla Cina. I prestiti cinesi sono principalmente volti ad avere il controllo sulle fonti di materie prime e di energia nei Paesi asiatici, africani e dell’America latina. Una volta che i progetti d’investimento terminano, i prestiti sono spesso rimborsati utilizzando petrolio e altre risorse naturali. Il prestito di Pechino si espande anche attraverso lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti necessarie per importare ed esportare merci da e verso la Cina. Ciò include la vasta gamma di progetti d’investimento dell’iniziativa della Nuova Via della Seta. E in ultima analisi, le banche di sviluppo cinesi ampliano le esportazioni di apparecchiature sofisticate (ad esempio, macchine per centrali elettriche) e i crediti all’esportazione sono ampiamente utilizzati per questo.
La Cina è da tempo il principale partner commerciale di molti Paesi in via di sviluppo. Ad esempio, nel 2014 la Cina ha avuto 166 miliardi di dollari di scambi con i Paesi dell’Africa. Solo tra il 2001 e il 2010, la Cina ha dato ai Paesi africani 62,7 miliardi di dollari di prestiti tramite l’Export-Import Bank. Questi sono più del totale di 12,5 miliardi di dollari di crediti che la Banca mondiale concesse a quei Paesi. Un quadro simile può essere visto in America Latina. L’Export-Import Bank of China ai primi del 2016 aveva un portafoglio di 520 miliardi di yuan (79 miliardi di dollari) in prestiti esteri forniti nell’ambito del megaprogetto della Via della Seta. I prestiti sono destinati a finanziare circa 1000 progetti infrastrutturali in 49 Paesi nel Mondo. Un altro esempio. Durante i due giorni del Forum sulla cooperazione Cina-Africa tenutosi a Johannesburg nel dicembre 2015, il presidente cinese Xi Jinping dichiarò che Pechino prevede di fornire 60 miliardi di aiuti finanziari ai Paesi dell’Africa. Parte di questi saranno prestiti a zero tassi d’interesse. Ora torniamo al punto di partenza, i cambiamenti nelle regole del Fondo Monetario Internazionale.
Nella maggior parte dei Paesi Washington ha perso la posizione di creditore principale. La Cina prende il sopravvento ovunque. Da diversi anni, lo zio Sam è alla ricerca di un modo per combattere l’espansione del credito cinese. Il principale azionista del FMI ha a lungo nutrito il sogno di cambiare le regole del Fondo monetario internazionale, legittimando il default sovrano e privando il fondo del ruolo di garante dei crediti sovrani. Questo davvero infastidirebbe Pechino, in rappresaglia per la cacciata degli statunitensi da molti Paesi in via di sviluppo. Una volta che un precedente è stabilito in Ucraina (dopo il suo mancato rimborso del credito sovrano della Russia), si possono incoraggiare i Paesi in via di sviluppo ad “irrigidirsi” col loro creditore cinese. E dopo ci si può aspettare che conflitti scoppino tra la Cina e i Paesi debitori in via di sviluppo. Questo tipo di “riforma” del FMI gioca col fuoco. Non solo l’esistenza del fondo viene compromessa, ma anche l’intero sistema finanziario internazionale che, dopo aver perso il suo “garante di ultima istanza”, potrebbe improvvisamente implodere. Il comportamento degli Stati Uniti ricorda quello di Erostrato che bruciò il celebre Tempio di Artemide nella sua città per dimostrare il proprio “eccezionalismo”. Per settanta anni il Fondo Monetario Internazionale aveva lo stesso significato per lo zio Sam del Tempio di Artemide per i residenti di Efeso nella Grecia antica. Il 20 gennaio il FMI ha abolito quello che era noto come “esenzione sistemica”, principio adottato nel 2010 che permise al fondo di dare prestiti ai Paesi con debiti insostenibili, se vi era la minaccia che la loro crisi contagiasse le economie limitrofe. Tale decisione ha reso la politica del FMI ancora più confusa. Gli esperti non sono d’accordo su come l’abolizione dell’“senzione sistemica” influenzerà la collaborazione del FMI con l’Ucraina.Opening_pres Xi_01Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Che succede realmente al petrolio?

F. William Engdahl NEO 24/01/2016

saudiKeyOilFieldsSe c’è un prezzo unico di una merce che determina crescita o rallentamento della nostra economia, è il prezzo del petrolio greggio. Troppe cose non si calcolano oggi riguardo il drammatico calo del prezzo mondiale del petrolio. Nel giugno 2014 il petrolio veniva scambiato a 103 dollari al barile. Avendo esperienza della geopolitica dei mercati del petrolio, sentivo una grande puzza. Vorrei condividere alcune cose che a me non dicono altro.
Il 15 gennaio il punto di riferimento del prezzo commerciale del petrolio degli Stati Uniti, WTI (West Texas Intermediate),chiuse a 29 dollari, il più basso dal 2004. È vero, c’è eccesso di almeno qualche milione di barili di sovrapproduzione al giorno nel mondo, ed è così da più di un anno. È vero, la revoca delle sanzioni all’Iran porterà altro petrolio in un mercato saturo, aggiungendosi alla pressione al ribasso sui prezzi del mercato attuale. Tuttavia, alcuni giorni prima che le sanzioni USA e UE contro l’Iran venissero revocate, il 17 gennaio, Seyid Mohsen Ghamsari, capo degli affari internazionali della National Iranian Oil Company dichiarava che l’Iran “...tenterà di entrare nel mercato in modo da assicurarsi che l’aumento della produzione non causi un calo ulteriore dei prezzi… produrremo tanto quanto il mercato può assorbire“. Così la new entry dell’Iran post-sanzioni sui mercati mondiali del petrolio non è la causa del forte calo dal 1° gennaio. Non è vero neanche che la domanda di petrolio dalla Cina sia crollata con il presunto crollo dell’economia cinese. Nel novembre 2015, la Cina ha importato di più, molto di più, l’8,9% in più, anno dopo anno, arrivando a 6,6 milioni di barili al giorno e divenendo il maggiore importatore di petrolio del mondo. Si aggiunga al calderone bollente del mercato mondiale del petrolio di oggi il rischio politico aumentato drammaticamente dal settembre 2015 con la decisione russa di rispondere alla richiesta del legittimo presidente siriano Bashar Assad con i formidabili attacchi aerei alle infrastrutture terroristiche. Si aggiunga anche la drammatica rottura delle relazioni tra la Turchia di Recep Tayyip Erdogan e Mosca poiché la Turchia, membro della NATO, interveniva sfacciatamente nella guerra abbattendo un jet da combattimento russo nello spazio aereo siriano. Tutto ciò avrebbe suggerito che i prezzi del petrolio salissero, e non si abbassassero.

Le strategiche province orientali saudite
Poi, per buona misura, si metta la decisione follemente provocatoria del ministro della Difesa e re saudita di fatto, principe Muhamad bin Salman, di giustiziare shaiq Nimr al-Nimr, cittadino saudita. Al-Nimr, leader religioso sciita rispettato e accusato di terrorismo nel 2011 per aver chiesto più diritti per gli sciiti sauditi. Vi sono circa 8 milioni di sauditi leali allo sciismo più che all’ultra-rigido wahabismo. Il suo crimine fu protestare per maggiori diritti per la minoranza sciita oppressa, forse il 25% della popolazione saudita. La popolazione sciita è prevalentemente concentrata nella provincia orientale del regno saudita. La provincia orientale del Regno dell’Arabia Saudita è forse la parte più preziosa sul pianeta, col doppio della superficie della Repubblica federale di Germania ma con soli 4 milioni di abitanti. La Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale, ha sede a Dhahran nella provincia orientale. I principali giacimenti di petrolio e gas sauditi sono per lo più nella provincia orientale, onshore e offshore, tra cui il più grande giacimento di petrolio del mondo, Ghawar. Il petrolio dai campi sauditi, tra cui Ghawar, viene spedito a decine di Paesi dal terminal petrolifero del porto di Ras Tanura, il più grande terminal per il greggio del mondo. Circa l’80% dei 10 milioni di barili di petrolio ogni giorno estratti dai sauditi va a Ras Tanura, sul Golfo Persico, dove viene caricato sulle superpetroliere in rotta per l’occidente. Anche la provincia orientale ospita dell’impianto di Abuqaiq della Saudi Aramco, la più grande raffineria di petrolio e stabilizzazione del greggio da 7 milioni di barili al giorno. E’ il luogo della lavorazione primaria del greggio Arabian extra light ed Arabian light, e tratta il greggio estratto da Ghawar. Ma anche la maggior parte degli operai dei giacimenti di petrolio e delle raffinerie nella provincia orientale sono… sciiti. Si dice anche che siano in sintonia con il religioso sciita appena giustiziato, shayq Nimr al-Nimr. Alla fine degli anni ’80 il saudita Hezbollah al-Hijaz, che attaccò diverse infrastrutture petrolifere ed uccise anche diplomatici sauditi, sarebbe stato addestrato dall’Iran. E adesso c’è un nuovo elemento destabilizzante che si cumula alle tensioni politiche tra Arabia Saudita e Turchia di Erdogan da un lato, fiancheggiate dai servili Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo arabo, e dall’altro Assad in Siria, l’Iraq con il 60% della popolazione sciita e il vicino Iran, attualmente supportati militarmente dalla Russia. Vi sono anche notizie confuse sul 30enne principe bin Salman in procinto di divenire re. Il 13 gennaio, l’Istituto del Golfo, un think mediorientale, in un rapporto esclusivo ha scritto che l’80enne re saudita Salman al-Saud abbia intenzione di abdicare per mettere sul trono il figlio Muhamad. Riferisce che l’attuale re “ha visitato i fratelli cercando sostegno per la mossa, e anche per rimuovere l’attuale principe e favorito dagli statunitensi, il duro Muhamad bin Nayaf, dalla carica di principe ereditario e ministro degli Interni. Secondo fonti vicine alla casa, Salman ha detto ai fratelli che la stabilità della monarchia saudita richiede il cambio dalla successione per linee laterali o diagonali a una verticale, dove il re ha il potere di nominare il più eleggibile figlio“. Il 3 dicembre 2015, il servizio d’intelligence tedesco BND fece trapelare un memo alla stampa che avvertiva del crescente potere acquisito dal principe Salman, definito imprevedibile ed emotivo. Citando il coinvolgimento del regno in Siria, Libano, Bahrayn, Iraq e Yemen, il BND dichiarava, riferendosi al principe Salman, “la precedente cauta posizione diplomatica dei capi più anziani della famiglia reale è stata sostituita dalla nuova politica impulsiva d’intervento“.

Eppure, i prezzi del petrolio scendono?
L’elemento più inquietante in tale situazione inquietante incentrata sulle riserve mondiali di petrolio e gas naturale del Medio Oriente, è il fatto che nelle ultime settimane il prezzo del petrolio, temporaneamente stabilizzatosi sui già bassi 40 dollari a dicembre, ora crolla di un altro 25% a poco più di 29 dollari, una cupa prospettiva. Citigroup ritiene possibile il petrolio a 20 dollari. Goldman Sachs ha recentemente detto che si può considerare il minimo di 20 dollari al barile per stabilizzare i mercati petroliferi mondiali e sbarazzarsi della sovrapproduzione. Ora ho la forte sensazione che ci sarà qualcosa di grosso e assai drammatico in riserva per i mercati mondiali del petrolio, nei prossimi mesi, qualcosa che la maggior parte del mondo non si aspetta. L’ultima volta che Goldman Sachs e compari di Wall Street fecero una previsione drammatica sui prezzi del petrolio fu nell’estate 2008. All’epoca, tra crescenti pressioni sulle banche di Wall Street per l’amplificarsi del crollo immobiliare dei subprime statunitensi, poco prima del crollo di Lehman Brothers nel settembre dello stesso anno, Goldman Sachs scrisse che il petrolio volava verso i 200 dollari al barile. Raggiunse il picco massimo di 147 dollari. In quel periodo scrissi un’analisi dicendo che era probabile esattamente il contrario, essendoci l’enorme eccesso di offerta sui mercati petroliferi mondiali che, curiosamente, fu identificato solo da Lehman Brothers. Mi fu detto da una fonte cinese che le banche di Wall Street, come JP Morgan Chase, esaltavano il prezzo a 200 dollari per convincere Air China e altri grandi acquirenti cinesi di petrolio a comprarne ogni goccia a 147 dollari, prima che arrivasse ai 200 dollari, un consiglio che alimentò l’aumento dei prezzi. Poi nel dicembre 2008, il punto di riferimento del prezzo del petrolio, il Brent, scese a 47 dollari al barile. La crisi della Lehman, una deliberata decisione politica del segretario al Tesoro degli USA ed ex-presidente di Goldman Sachs Henry Paulsen, nel settembre 2008, nel frattempo sprofondò il Mondo nella crisi finanziaria e in una profonda recessione. I compari di Paulsen alla Goldman Sachs e nelle altre mega-banche chiave di Wall Street come Citigroup o JP Morgan Chase, sapevano in anticipo che Paulsen pianificava la crisi della Lehman per costringere il Congresso a dargli i poteri per salvarli con gli inauditi 700 miliardi di dollari dei fondi TARP? Nel caso sia così, Goldman Sachs e amici fecero una puntata gigantesca contro le proprie previsioni sui 200 dollari, sfruttando la leva sui derivati future dal petrolio.

Uccidere prima il ‘cowboy’ del petrolio di scisto
20110310170550631 Oggi l’industria del petrolio di scisto degli Stati Uniti, la più grande fonte della crescente produzione di petrolio degli Stati Uniti dal 2009, si aggrappa al bordo della scogliera dei fallimenti di serie. Negli ultimi mesi la produzione di petrolio di scisto ha appena iniziato a diminuire, di 93000 barili nel novembre 2015. Il cartello di Big Oil, ExxonMobil, Chevron, BP e Shell, due anni fa iniziò il dumping sul mercato delle azioni sullo scisto. L’industria petrolifera dello scisto negli Stati Uniti oggi è dominato da ciò che BP o Exxon chiamano “i cowboy,” le aggressive compagnie petrolifere di medie dimensioni, non dalle major. Le banche di Wall Street come JP Morgan Chase o Citigroup che storicamente finanziano Big Oil, così come lo stesso Big Oil, chiaramente non verseranno lacrime, a questo punto, sullo sboom dello scisto che li lascia ancora controllare il mercato più importante del mondo. Le istituzioni finanziarie che hanno prestato centinaia di miliardi di dollari ai “cowboy” dello scisto negli ultimi cinque anni, hanno la prossima revisione del prestito semestrale ad aprile. Con i prezzi in bilico sui 20 dollari, possiamo aspettarci una nuova, ben più grave ondata di fallimenti delle compagnie petrolifere dello scisto. Il petrolio non convenzionale, tra cui il petrolio delle sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, sarà presto un ricordo del passato, in caso affermativo. Ciò da solo non ripristinerà il petrolio a 70-90 dollari che i grandi operatori del petrolio e le loro banche di Wall Street troverebbero confortevole. L’eccesso mediorientale, dall’Arabia Saudita ed alleati del Golfo, si ridurrebbe drasticamente. Eppure i sauditi non mostrano alcun segno di volerlo fare. Questo è ciò che disturba il quadro. Qualcosa di molto grave avviene nel Golfo Persico e che drammaticamente innalzerà i prezzi del petrolio entro la fine dell’anno? Una vera e propria guerra diretta tra Stati petroliferi sciiti e sauditi viene preparata dai wahhabiti? Finora è stata una guerra per procura in Siria, soprattutto. Dall’esecuzione del religioso sciita e l’assalto iraniano all’ambasciata saudita a Teheran, arrivando alla rottura nei rapporti diplomatici coi sauditi e gli altri Stati sunniti del Golfo, il confronto è diventato assai più diretto. Il Dr. Husayn Asqari, ex-consulente del ministero delle Finanze saudita, ha dichiarato: “Se c’è una guerra tra Iran e Arabia Saudita, il petrolio potrebbe superare in una notte i 250 dollari, per poi declinare di nuovo fino a 100 dollari. Se attaccano i rispettivi impianti di carico, allora potremmo vedere il picco di petrolio a più di 500 dollari e rimanervi per qualche tempo a seconda dell’entità dei danni“. Tutto ciò dice che il mondo subirà un altro grande shock petrolifero. Sembra sia quasi sempre causa del petrolio. Come Henry Kissinger avrebbe detto durante l’altro shock petrolifero della metà degli anni ’70, quando Europa e Stati Uniti subirono l’embargo sul petrolio dall’OPEC e lunghe code alle pompe di benzina, “Se si controlla il petrolio, è possibile controllare intere nazioni“. Tale ossessione per il controllo sta rapidamente distruggendo la nostra civiltà. E’ il momento di concentrarsi su pace e sviluppo, non sulla competizione ad essere il più grande magnate del petrolio del pianeta.oil-barrels8F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il miracolo economico cinese è tutt’altro che finito

Matthew Jamison Strategice Culture Foundation 25/01/2016

0_943ba_3f9e0322_origCon la recente notizia della volatilità sul mercato azionario e il rallentamento dell’economia cinesi, molti imbroglioni e speculatori gufano su salute e benessere fondamentale a lungo termine dell’economia cinese. La seconda (o anche prima) economia mondiale è afflitta da una grave recessione o crisi prolungata? La Cina compie con successo la transizione dall’economia della produzione per l’esportazione a una basata sui consumatori e l’equilibrio dei servizi? Mi ricordo adolescente nel 2001, quando gli Stati Uniti finirono in recessione, che il ritornello preferito degli economisti era che quando gli USA starnutiscono, il resto del mondo ha il raffreddore. Quindici anni dopo, è la Cina a guidare la crescita economica globale ed ora quando la Cina starnutisce l’economia mondiale rischia un brutto virus. Questo di per sé è un risultato notevole. Quando si discute l’attuale situazione economica cinese, è prudente ricordare la famosa battuta di Mark Twain: “Le relazioni sulla mia morte erano assai esagerate”. Il rallentamento dell’economia cinese va visto nel giusto senso delle proporzioni e della prospettiva. La trasformazione dell’economia cinese “Aperta alla riforma” fu inaugurata nel 1978 dall’incredibile visionario e statista Deng Xiaoping, rappresentando la riforma più veloce e di maggior successo di un’economia e una società nella storia della civiltà umana. Prima dell’“aperta alla riforma” la Cina era soprattutto un’economia rurale e agraria. E’ difficile immaginarlo nel 2016, ma nel 1978 Spagna, Brasile, Canada, Italia, Regno Unito e Francia superavano la Repubblica popolare e Stati Uniti, Giappone e Germania erano classificati dalla Banca Mondiale primi tre. Tuttavia, attraverso etica del lavoro straordinario, dinamismo creativo e grinta produttiva della forza lavoro cinese, eccezionale, di grande talento e saggia, l’innovativa politica dello Stato cinese sotto la guida esemplare di Deng Xiaoping, nell’arco di trentadue anni la Cina si è altamente sviluppata, con un’economia sofisticata e consolidata come quella di Gran Bretagna, Francia, Germania e Giappone, divenendo la seconda economia del pianeta, per Prodotto interno lordo, dopo gli Stati Uniti, e coll’economia dal potere d’acquisto complessivo ritenuta maggiore. Tutto questo di fronte alla forte concorrenza delle economie più ricche del mondo. Ora, l’economia globale è fortemente dipendente dalla crescita economica cinese e grazie al modello economico più equilibrato e disciplinato della Cina, ha contribuito a salvare USA e Mondo dal baratro della Grande Depressione, la grave calamità della crisi finanziaria globale del 2008 creata dall’irresponsabilità occidentale nei mutui sub-prime. Alcun Paese o economia nella storia umana è cresciuto così rapidamente e scalando la scala del progresso economico e sociale togliendo oltre 500 milioni di abitanti dalla povertà, incrementandone il tenore di vita con posti di lavoro meglio retribuiti, redditi maggiori, maggiore mobilità sociale e maggiori opportunità economiche.
Così, dopo decenni di crescita o avanzamenti a due cifre, un rallentamento ad oltre il 7% è sempre inevitabile soprattutto alla luce delle scarse prestazioni e dell’instabilità della zona euro e della bancarotta del reaganismo economico anglo-statunitense, il cui fondamentalismo liberista perseguita i vari governi anglo-statunitensi dagli anni ’80. La Cina ora attraversa un periodo di riequilibrio e reinvenzione, complimentandosi per lo status di “fabbrica del mondo” dalla maggiore enfasi sulla crescita guidata dai servizi ai consumatori. Il popolo cinese storicamente non è mai stato uno spendaccione dissoluto, preferendo esercitare disciplina fiscale e costruire la sicurezza finanziaria per i tempi difficili, quando il gioco si fa duro, piuttosto che rimpinzarsi di eccessi materialisti secondo gli omologhi occidentali più volubili e avidi. Come il brillante documentarista della BBC Adam Curtis ha dimostrato nel suo programma “Il Secolo del Sé”, prima dell’avvento del marketing di massa e della pubblicità in occidente, la maggior parte delle persone acquistava solo le cose realmente necessarie. Tuttavia, dagli anni ’20 in poi, quando il nipote di Sigmund Freud, Eddie Berneys, estrapolò le tecniche psicoanalitiche di Freud e insegnò alle aziende come utilizzarle nelle pubbliche relazioni pubblicitarie per vendere beni di consumo alle masse, il pubblico occidentale passò all’acquisto di beni non indispensabili, ma che parlavano al subconscio, ai desideri irrazionali. Come dice un vecchio proverbio: “Se non vi è alcuna necessità… è avidità”, capitalismo corporativo e consumismo occidentali, sostenuti dalla manipolazione freudiana del marketing hanno portato l’occidente all’individualismo estremo e all’avidità oscena che vediamo oggi in Nord America e Europa, con masse bombardate a sinistra, destra e centro da pubblicità per vendono ogni gadget ed espediente che le aziende presentano. Non si può nemmeno andare al cinema senza doversi sorbire trenta minuti (sì trenta minuti!) di patetici annunci dopo annunci, minati da messaggi subliminali. L’economia inglese, ad esempio, è fondamentalmente un centro commerciale glorificato in cui gli esseri umani sono ridotti a niente più che “consumatori” che scalciano per lo da status symbol dell’ultima auto succhiabenzina o televisore a schermo piatto o iPhone, ecc. Invece di mantenere una crescita economica molto alta, la sfida per Stato e popolo cinesi è trovare un equilibrio tra produzione di beni e servizi orientati al consumo, evitando le conseguenze sociali debilitanti che hanno colpito le economie e le società occidentali, come la Gran Bretagna, che hanno subito un riorientamento simile dal modello economico basato sulla produzione a uno basato sui “servizi” al consumo. Senza una spesa alimentata dal credito al consumo, ci sarebbe ben poco dell’economia inglese, è essenzialmente tenuta a galla da una dilagante spesa sostenuta da tassi d’interesse bassi e dal settore dei servizi bancari/finanziari di Londra.
Le risposte politiche dei governi inglesi e della Banca d’Inghilterra dopo la crisi finanziaria e il crollo del 2008 sono come curare un eroinomane con più eroina, inondando l’economia di soldi più economici, nella speranza che le persone continuino a spendere e vivere a credito e debito. Sotto la guida del Presidente Xi Jinping, che assieme ad Angela Merkel è uno dei più grandi statisti e leader nel mondo di oggi, sono fiducioso verso il notevole popolo cinese e il suo sorprendente Paese, che sapranno rispondere alle sfide come hanno sempre fatto nella loro ricca storia evitando insidie ed errori a cui le controparti occidentali sono condannate ripetere più e più volte. Nel corso dei secoli, sia che fossero occupati dai ladri imperialisti razzisti inglesi o dalla barbarie indicibile degli invasori giapponesi durante la seconda guerra mondiale, i cinesi poterono affrontare tutto ciò che gli piovve addosso, trovando sempre la strada per tempi migliori.deng_xiaopingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e Russia sfidano la ‘Prima Marina’

F. William Engdahl New Eastern Outlook 21/01/2016PCN-SPO-CART.-marines-russo-chinoises-en-Mediterranée-2015-05-14-ENGLI principali pianificatori militari degli Stati Uniti dopo la guerra ispano-statunitense del 1898 studiarono con attenzione il modello imperiale dei cugini inglesi. Dal 1873, mentre l’economia inglese sprofondava in quello che chiamarono Grande Depressione, uomini come Junius Pierpont Morgan, il banchiere più potente degli USA, Andrew Carnegie, il più grande produttore di acciaio, John D. Rockefeller, il primo oligarca monopolista del petrolio degli USA, capirono che gli Stati Uniti potevano rivaleggiare con la Gran Bretagna come prima potenza mondiale se avessero avuto una “Marina seconda a nessuno”. Il dominio navale degli Stati Uniti potrebbe presto svanire dalle pagine della storia. Si guardi con attenzione ciò che Cina e Russia compiono sui mari strategici. Nell’agosto 2015 si verificò un evento dal durevole significato strategico, causando costernazione a Washington e nella NATO. Russia e Cina, le due grandi nazioni eurasiatiche, s’impegnarono in esercitazioni navali congiunte nel Mar del Giappone, al largo delle città portuale dell’Estremo Oriente della Russia Vladivostok. Commentandone il significato, il Viceammiraglio Aleksandr Fedotenkov, vicecomandante della Marina militare russa, disse al momento che la “portata dell’esercitazione è senza precedenti”, con 22 navi russe e cinesi, 20 aerei, 40 veicoli corazzati e 500 uomini per parte. Le esercitazioni erano antiaeree e antisom. Era la seconda fase delle esercitazioni navali congiunte sino-russe Sea Joint 2015, iniziate a maggio, quando 10 navi russe e cinesi effettuarono le prime esercitazioni combinate nel Mar Mediterraneo. L’importanza strategica delle esercitazioni navali russo-cinesi nel Mediterraneo e al largo delle coste di Cina ed Estremo Oriente della Russia, non erano che la punta di ciò che è chiaramente una grande strategia militare congiunta che potenzialmente sfida il controllo dei mari degli Stati Uniti. La supremazia navale è stato il puntello fondamentale della proiezione di potenza statunitense. Nel Mediterraneo, la Russia ha una base navale nella siriana Tartus, conosciuta tecnicamente come “punto di supporto tecnico-materiale”. Per la Russia, la base siriana è strategica, l’unica nel Mediterraneo. Se è necessaria alla Flotta del Mar Nero russa in Crimea come base per operazioni di sostegno all’intervento militare in Siria, Tartus è inestimabile, come pure per le varie operazioni oceaniche russe.

La prima base estera della Marina cinese
563424Un altro evento apparentemente minore ha avuto luogo verso la fine del 2015 causando pochi commenti nei media mainstream. La Cina annunciava trattative con il governo di una delle nazioni più piccole e più strategiche del mondo, la Repubblica di Gibuti, per una base navale. Gibuti ha una fortuna geografica, o sfortuna, essendo situata nel Corno d’Africa, direttamente sullo stretto davanti al vicino Yemen, dove è in corso un’aspra una guerra tra la coalizione wahabita dell’Arabia Saudita contro gli sciiti huthi, sulla stretto strategica dove il Mar Rosso si apre nel Golfo di Aden. Gibuti confina con Eritrea a nord, Etiopia a ovest e sud, e Somalia a sud-est. La prima base navale estera della Cina è in fase di negoziati con Gibuti, su una delle più importanti rotte petrolifere e commerciali del mondo verso la Cina. Tecnicamente, la base cinese sarebbe un modesto centro logistico per i pattugliatori cinesi impegnati nelle operazioni delle Nazioni Unite per il controllo dei pirati somali. Il Ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato che la nuova base sarà semplicemente una infrastruttura militare marittima in Africa per assistere la Marina cinese nell’adempimento delle missioni internazionali di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite. Significativamente, i cinesi hanno scelto il desolato piccolo Paese di Gibuti, con soli 850000 abitanti, dove la Marina degli Stati Uniti ha anche la sua unica base in tutta l’Africa, Camp Lemonnier. Camp Lemonnier è un’United States Naval Expeditionary Base, l’unica base permanente dell’US AFRICOM, e il centro di una rete di sei basi per i droni da ricognizione degli Stati Uniti in Africa. Il porto di Gibuti è anche sede di installazioni militari italiane, francesi, giapponesi e pakistane. Ottimi vicini. Nonostante il fatto che sia un modesto piccolo impianto rispetto Camp Lemonnier, l’importanza geopolitica per la Cina e il futuro dell’egemonia statunitense navale è molto più grande. Vasilij Kashin, esperto militare cinese del Centro per l’analisi delle strategie e delle tecnologie di Mosca, ha detto a un giornale russo, “il significato politico dell’evento ne esalta l’importanza militare. Dopo tutto, sarà la prima vera base militare cinese all’estero, anche se viene ridimensionata nella forma“. Kashin ha inoltre sottolineato che i piani per la base di Gibuti sono ” forte indicazione che la Cina diventa una grande potenza navale a tutti gli effetti, alla pari di Francia e Gran Bretagna, se non di Russia e Stati Uniti. È un’indicazione che Pechino cerca di proteggere i propri interessi all’estero, anche attraverso l’uso delle forze armate. E i suoi interessi sono considerevoli”. L’analista politico statunitense James Poulos scrivendo per The Week, pubblicazione di Washington, ha avvertito che la presenza di Washington nel continente africano ricco di risorse svanisce mentre la Cina è in forte crescita. Osserva: “…l’Etiopia ha appena cacciato gli Stati Uniti da una base per droni che Washington sperava di ampliare… In altre parole, la Cina s’installa a Gibuti, e gli Stati Uniti si ritrovano limitati a quel Paese per le operazioni in Africa orientale, punto d’appoggio precario in un ambiente competitivo. Quest’anno, l’Africa potrebbe diventare un nuovo albatro per gli Stati Uniti, e una nuova ancora di salvezza per la Cina“.

L’US Navy non è più ‘seconda a nessuno’
Dalla preparazione all’entrata nella prima guerra mondiale nel 1917, con il passaggio al Congresso della legge di espansione navale del 1916, la strategia di Washington era costruire una Marina “seconda a nessuno”. Oggi, almeno per numeri, gli Stati Uniti sono ancora “secondi a nessuno”. Ma solo sulla carta. La Marina dispone di 288 navi da combattimento, con un terzo pronto in qualsiasi momento. Ha dieci portaerei, più del resto del mondo. Ha 9 navi d’assalto anfibio, 22 incrociatori, 62 cacciatorpediniere, 17 fregate e 72 sottomarini, di cui 54 d’attacco nucleare. L’US Navy ha anche la seconda maggiore forza aerea del mondo, con 3700 velivoli, ed è anche la più grande marina militare in termini di effettivi. Guardando le potenzialità combinate delle flotte cinese e russa il quadro assume una dimensione del tutto diversa, cosa di cui i pianificatori del Pentagono appena si rendono conto, dato che guerre e provocazioni politiche insensate dei neo-conservatori contro la Cina con l’Asia Pivot di Obama, e contro la Russia con l’Ucraina, hanno materializzato nella realtà geopolitica della cooperazione militare sino-russa di oggi, più vicini che mai nella storia. Negli ultimi 25 anni di modernizzazione economica, la People Liberation Army Navy, PLAN, s’è drammaticamente trasformata in una vera marina militare oceanica, un’impresa notevole. La PLAN ha attualmente una portaerei e altri due in costruzione, 3 navi d’assalto anfibio, 25 cacciatorpediniere, 42 fregate, 8 sottomarini d’attacco nucleare e circa 50 sottomarini d’attacco convenzionale, 133000 effettivi, tra cui il Corpo dei Marines cinese. L’Aeronautica della PLAN ha 650 aerei, tra cui i caccia imbarcati J-15, caccia multiruolo J-10, velivoli da pattugliamento marittimo Y-8 ed elicotteri antisom Z-9. Se poi si combina con la Marina russa, attualmente in fase di notevole modernizzazione dopo l’abbandono alla fine della guerra fredda, il quadro è duro per Washington, per dirla caritatevolmente. La Marina russa ha 79 grandi navi, tra cui una portaerei, 5 incrociatori, 13 cacciatorpediniere e 52 sottomarini. La potenza navale della Russia è la forza sottomarina con 15 sottomarini d’attacco nucleari, 16 sottomarini d’attacco convenzionali, 6 sottomarini lanciamissili da crociera e 9 sottomarini lanciamissili balistici. I 9 sottomarini lanciamissili balistici rappresentano la preziosa capacità di secondo colpo nucleare della Russia. La Russia prevede di acquisire almeno un’altra portaerei, una nuova classe di cacciatorpediniere lanciamissili, i sottomarini lanciamissili balistici Borej II, i sottomarini d’attacco nucleare Yasen II e i sottomarini attacco convenzionali Kilo e Lada migliorati. La Russia vive una “profonda modernizzazione” della flotta sottomarina. Nel 2013 la flotta ricevette un nuovo sottomarino a propulsione nucleare lanciamissili balistici (SSBN) classe Borej, e ne prevede altri cinque nel prossimo decennio. La flotta ha una nave d’assalto anfibio classe Djugon del 2014. La modernizzazione è parte del grande programma navale della Russia dei prossimi 20 anni, chiaramente suscitata dall’incessante ricerca dagli Stati Uniti della destabilizzante strategia con la Difesa anti-Missile Balistico volta contro la forza nucleare della Russia. Un altro sottomarino lanciamissili balistico a propulsione nucleare, SSBN della classe Borej Vladimir Monomakh, è operativo dal 2015. La nave gemella della classe Borej, l’SSBN Aleksandr Nevskij, ha recentemente condotto un riuscito test di lancio del missile balistico intercontinentale Bulava nella penisola della Kamchatka. I nuovi sottomarini avranno implicazioni nelle operazioni strategiche nucleari nel Pacifico: saranno più silenziosi e in grado di trasportare il doppio delle testate nucleari rispetto all’attuale classe Delta III, e molto più precise. Gli SSBN della classe Borej da Rybachij pattuglieranno il Pacifico ufficialmente in compiti di dissuasione per proteggere la Russia. Il primo di 6 sottomarini nucleari d’attacco multiruolo (SSGN) classe Yasen, progettati per entrare in servizio in Estremo Oriente nei prossimi dieci anni, entreranno nella Flotta del Pacifico nel 2017 al più presto. Nell’insieme, la significativa esperienza navale russa durante la Guerra Fredda, in combinazione con l’ambiziosa espansione e creazione di una moderna marina militare oceanica cinese, sfidano il dominio navale mondiale degli USA come mai prima. Questo potrebbe essere un buon momento per le istituzioni e i pianificatori militari degli Stati Uniti per considerare dei piani per evitare la guerra mondiale, prima che sia troppo tardi. Ingenuità? Forse.134548662_14403811733121nF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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