Il dragone arriva nel Baltico

Chroniques du Grand Jeu 21 luglio 2017In ciò che può essere visto come chiaro affronto all’impero USA-NATO, le Marine russa e cinese oggi iniziavano le esercitazioni navali congiunte nel Mar Baltico. È la prima volta che Pechino invia la flotta nella zona e non è un caso. Un esperto militare russo fornisce un’interessante illuminazione: “Dal 2015, le esercitazioni russo-cinesi si avvicinano sempre più ai “focolai di tensione” alle rispettive frontiere. Ciò avviene in parallelo all’incremento della presenza militare degli alleati europei degli Stati Uniti in Asia (…) L’interferenza europea nei contenziosi all’altro capo del mondo sarebbe tutt’altro che piacevole per la Cina, decidendo d’inviare le sue navi nel Mar Baltico. Entrambi i Paesi sottolineano il carattere umanitario e antiterroristico delle manovre, ma sappiamo che nelle esercitazioni Joint Sea precedenti, i marinai dei due Paesi si addestrarono a condurre una guerra locale, in particolare a contrastare attacchi aerei e sottomarini e all’uso di missili antinave”. Infatti, la seconda parte delle manovre, di grande ampiezza, avverrà nei mari del Giappone e di Okhotsk a settembre, mentre quelle dello scorso anno avvennero nel Mar Cinese Meridionale, altro punto di tensione. In questa occasione, Xinhua News Agency fu anche divertita dalle reazioni occidentali: “E’ possibile che i legami militari sempre più stretti tra Russia e Cina innervosiscano certuni“. Nel 2015, le due flotte si ritrovarono nel porto russo di Novorossijsk sul Mar Nero, per partecipare alle manovre nel Mediterraneo.Si vede che tutte le aree di attrito tra l’impero marittimo degli Stati Uniti e il duopolio continentale sino-russa sono toccate. Putin ha anche appena firmato la nuova dottrina navale russa, che sarà in vigore fino al 2030 e che, per la prima volta, indica in modo esplicito l’ampiezza delle minacce, “il proposito di diversi Paesi, in particolare Stati Uniti e loro alleati, di voler dominare gli oceani del mondo“. L’atmosfera, l’atmosfera…
Nei mari della Cina, meridionale e orientale, la bonaccia si alterna a improvvise tempeste. Implicitamente, ed è ovvio, vi è la volontà eurasiatica di aprirsi ai porti del mondo-oceano e, al contrario, il tentativo degli Stati Uniti di circondare e contenere l’Eurasia. Pechino comincia a creare un enorme sistema di monitoraggio subacqueo nei due mari del conflitto, con la copertura di ragioni difficilmente discutibili (ambiente, pesca, allerta tsunami), ovviamente includendo più sfaccettature segrete (informazioni, sorveglianza militare). Nella difficile disputa sul Mar Cinese Meridionale, dove non meno di sei Paesi avanzano rivendicazioni, il drago ha tagliato il nodo gordiano delle Spratly. Gli isolotti disabitati vedono crescere come funghi aeroporti, stazioni radar e silos di missili, e Duterte, il fumantino presidente filippino più o meno passato nel campo sino-russo, a quanto pare non vi trova nulla di sbagliato. A 10000 chilometri di distanza, il Baltico vede da anni una successione di provocazioni tra la NATO e l’Orso, con intercettazione di aerei, acrobazie aeree sulle navi…
In questo contesto, le esercitazioni sino-russe ovviamente portano un messaggio: “Con l’invio dei suoi cacciatorpediniere lanciamissili più avanzati, la Cina esprime sincerità nei confronti della Russia e invia un segnale ai Paesi che ci provocano“. I vassalli europei di Washington hanno risposto come al solito, a colpi di fanfaronate mediatiche, come la reazione infantile al passaggio della flotta russa in rotta verso la Siria, qualche tempo fa; si ricordino gli inglesi affermare senza ridere di centrare la “Flotta di Putin” e “non lasciarle un millimetro”. Allo stesso modo, le navi cinesi sono state “scortate” dalle Marine inglese, olandese e danese (Copenhagen aveva probabilmente paura di essere attaccata…) Piccola ciarlatana anche nelle comunicazioni, la Royal Navy inviava una vecchia fregata, obsoleta quasi quanto la venerabile regina. Il contrasto con ciò che la Cina ora produce è sorprendente. Il mondo di ieri e di domani in qualche modo…

Il distaccamento navale della Marina dell’EPL arriva a Baltijsk
BuryatIl distaccamento navale della Marina cinese è arrivato a Baltijsk per partecipare all’avvio delle esercitazioni navali congiunte russo-cinesi “Cooperazione sul Mare 2017”. Secondo il Ministero della Difesa, l’esercitazione coinvolge una decina di navi di diverse classi, più di una dozzina di aerei ed elicotteri della Marina russa e della Marina dell’Esercito di liberazione popolare della Cina. Gli obiettivi principali sono migliorare l’efficienza dell’istruzione nella cooperazione tra le due Marine militari per contrastare le minacce alla sicurezza in mare, collaborazione degli equipaggi delle navi da guerra russe e cinesi, rafforzamento della amicizia e cooperazione tra Marina russa e Marina dell’EPL. Nelle esercitazioni parteciperanno il cacciatorpediniere Tipo 052D Hefei, la fregata Tipo 054A Yuncheng e la nave d’appoggio e rifornimento Tipo 903A Lomahu, informa il servizio stampa della Flotta del Baltico. È la prima visita della Marina cinese nel Baltico, nota il Ministero della Difesa russo.
La fase attiva delle manovre russo-cinesi si terrà dal 24 al 27 luglio in una zona designata del Mar Baltico, dove si svolgeranno numerose operazioni navali congiunte, nonché addestramento nell’organizzazione congiunta delle difesa anti-som, antiaerea e antinave. Le manovre si svolgeranno anche nei mari di Barents e Okhotsk. Dopo l’esercitazione in mare le navi della Marina cinese visiteranno San Pietroburgo. Per la prima volta le manovre “Cooperazione sul Mare” furono organizzate nel 2012 e da allora si svolgono regolarmente con un complesso consistente di compiti e coordinamenti. Non sono dirette contro altri Stati ed sono il contributo russo-cinese per rafforzare la sicurezza negli oceani del mondo, afferma il Ministero della Difesa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Esercito, politica e società in Giappone, 1928 – 1946

Jean-Louis Margolin, Fascinant Japon 6 maggio 2015L’esercito fu in Giappone un elemento centrale del programma di ammodernamento e potenza deciso all’inizio del periodo Meiji (1868). L’arricchimento del Paese legato allo sviluppo economico fu subito consacrato prioritariamente alla creazione di un potente esercito di leva (1872-1873) e alle industrie correlate agli armamenti. Ma dal 1928, i militari s’imposero al centro della vita politica, assorbendo quasi tutto verso il 1941. Quali furono i passi di questa occupazione? Come spiegare la debolezza del sistema parlamentare che cedette virtualmente senza combattere? Che dinamica favorì i militari, che in un primo momento furono considerati il sale della terra giapponese, incaricati di una missione eccezionale? Il periodo d’oro della militarizzazione dopo il 1941 pone altri problemi. Quali furono i meccanismi d’imposizione dell’ideologia nazional-imperiale degli ufficiali dell’esercito nel profondo della società? Quali furono le principali caratteristiche ideologiche che s’imposero a un certo momento su quasi tutti i giapponesi, galvanizzandone la resistenza alle avversità fino all’assurdo? Va anche capito perché i militari non costituirono mai realmente una forza unificata, ostacolandone il progetto di riorganizzazione complessiva del sistema politico e della società. Infine, nel 1946 è il negativo, sarebbe meglio dire il positivo, del 1928: l’esercito sconfitto e squalificato fu dissolto, perdendo in un paio di settimane ogni presenza sul Paese. Gli elementi di una democrazia pacifica e smilitarizzata s’imposero velocemente, con un consenso piuttosto sorprendente tra gli occupanti statunitensi e la popolazione. E la società rinacque senza una rivoluzione, su nuove basi. Si vedrà prima come, tra 1928 e 1936, un vero “doppio potere” emerse, con l’esercito imporre regolarmente le proprie idee su ministri civili, e penetrare con la sua ideologia il Paese nel complesso; poi, tra 1936 e 1941, quando civili e perfino partiti mantennero una certa posizione, gli alti ufficiali che cercarono di stabilire lo “Stato di difesa nazionale” secondo il modello totalitario dell’epoca; poi, dal 1941, con l’entrata in guerra nel Pacifico consacrare il potere assoluto ai militari, sulla politica come sull’economia e, attraverso l’introduzione della “guerra totale”, la tendenza a inquadrare tutto il Giappone come, in misura minore, molti Paesi occupati; infine, con la capitolazione dell’agosto 1945 che all’improvviso dimostrò l’inutilità di tale programma.Il doppio potere e il fallimento del parlamentarismo: 1928 – 1936
1928-1931: la destabilizzazione
Il semi-fallimento del 1920 – 1922 (ritirata dalle conquiste effettuate in Cina e Russia, limitazione degli armamenti navali) permisero al ministro degli Esteri Shidehara Kijuro d’imporre una diplomazia basata su espansione economica, rispetto per l’unità cinese e accordo con il mondo anglosassone, nel 1924 – 1927. Ma il colpo di Stato in Manciuria e il tentativo del primo ministro Tanaka d’impedire militarmente l’integrazione della Cina settentrionale da parte del governo centrale di Nanchino, non solo avviò il processo irreversibile di degradazione degli affari esteri del Giappone, ma permise ai militari di decidere sempre più la politica del Paese. I loro metodi: pressione politica legale (minaccia di dimissioni dei ministri della Guerra e della Marina tradizionalmente dei militari, per far cadere i governi), insubordinazione e sempre più gli omicidi (la prima grande vittima fu il primo ministro Hamaguchi nel novembre 1930, che morì pochi mesi dopo). La crisi del 1929, subito arrivata in Giappone a causa degli stretti legami commerciali e di investimenti, con gli Stati Uniti, causò gravi tensioni sociali. Colpì infatti con estrema brutalità il mondo rurale già turbato dall’inizio del decennio. Per i giapponesi più poveri, l’accostamento fu facile, anche se improprio, tra povertà e partitocrazia e potere della Dieta. I liberali al potere aggravarono la situazione ricorrendo ai metodi ortodossi deflazionistici, che accelerarono la spirale depressiva. Molti giovani ufficiali negli anni Venti e Trenta provenivano da famiglie contadine povere, l’unica speranza di mobilità verso l’alto. La loro indignazione prese la forma di un anticapitalismo di destra e del rifiuto del “disordine” democratico a favore di ciò che conoscevano: autorità, gerarchia, nazionalismo. L’esercito vide svilupparsi una corrente “nazional-socialista” nel senso stretto, soprattutto in quel brodo di coltura di estremisti ambiziosi che fu l’armata “coloniale” del Kwantung. La coniugazione avvenne piuttosto velocemente con altri gruppi di scontenti: gli estremisti di destra, spesso attraverso società segrete espansioniste come ad esempio Drago Nero, Fiume Amur o Bocciolo di Ciliegio, ma anche giovani ufficiali “tecnocrati” e parte del debole movimento socialista.

Ultimi tentativi di resistenza dei partiti parlamentari
Il secondo colpo di forza di Mukden (settembre 1931), che portò all’occupazione della Manciuria, ben presto trasformata in Stato fantoccio (1932), vide il Kwangtung sostituire Tokyo nelle decisioni sul futuro del Giappone. Due tentativi di colpi di Stato furono appena sventati a marzo e ottobre 1931, e i governi successivi ritennero consigliabile piegarsi al fatto compiuto. Ciò non impedì che il primo ministro Inukai venisse assassinato nel maggio 1932; fu solo il più importante di un impressionante elenco di vittime. Gli estremisti militari esercitarono difatti, nel 1931-1936, una sorta di controllo sugli affari politici tramite omicidi ed esecuzione di funzionari contrari, quasi senza timore di condanne, in quanto sostenevano di agire per patriottismo e fedeltà all’imperatore. Fu il momento di splendore della fazione militare della Via Imperiale, per cui lo “spirito giapponese” poteva trionfare su tutto e tutti, rigettando i contatti con l’occidente. Il potere era ancora nelle mani dei partiti che cercarono di allearsi con la Fazione di Controllo, composta da ufficiali anziani ed alti ufficiali, come pure i nazionalisti realisti, in particolare sull’utilità della tecnologia straniera. Le concessioni all’estremismo, tuttavia, furono importanti: in tal modo, nel 1935, entrambe le camere del Parlamento adottarono una risoluzione che proclamava il Giappone centro vitale del mondo e l’imperatore essere divino, centrale per il Giappone. Il potente Istituto per lo studio dello spirito e della cultura della Nazione si alleò con il Ministero della Pubblica Istruzione, incaricato di trasmetterne tale messaggio ai giovani cervelli. E gli accademici che tentarono di preservare il diritto di critica furono cacciati dalle loro cariche, nel migliore dei casi. La maggiore resistenza fu l’efficace azione economica del ministro delle Finanze Takahashi Korekiyo, in carica per tutto il periodo, che riuscì a superare la crisi economica e, di conseguenza, a ridurre la povertà, in particolare nelle campagne che furono anche oggetto di grandi strutture pubbliche e politiche. Attuò un interventismo moderato, non lontano dai principi resi popolari dal New Deal di Roosevelt. Sviluppò la spesa pubblica, ma come stimolo per riavviare i privati. E se aumentò il bilancio militare, la quota di investimenti per gli armamenti scese tra il 1932 e il 1936. In questo modo, ricreò una certa credibilità dei partiti. Gli estremisti cercarono di far passare tale opportunità? Probabilmente era loro volontà forzare il destino, spiegando il colpo di Stato del 26 febbraio 1936 che decapitò parte del governo (tra cui Takahashi), attaccando per la prima volta altri militari e occupando per tre giorni i principali edifici pubblici di Tokyo. Infine, ciò fu troppo per l’Imperatore, di solito poco interventista, che sconfessò il colpo di Stato e ottenne molte condanne a morte. Fu anche la fine del potere della fazione della Via Imperiale, ormai compromessa.Successo e frustrazioni del potere militare: 1936 – 1941
L’approccio dell’esercito al potere
Il fallimento del colpo di Stato di febbraio tuttavia non fu una battuta d’arresto per la marcia dei militari al potere. Più che i fini, il richiamo del dirigismo, l’odio dei partiti e la mistica nazionale-imperiale, furono i mezzi che cambiarono: l'”infiltrazione” nelle istituzioni e l’assassinio. Non ne avevano bisogno per imporre le proprie idee, in quanto divennero il centro del sistema politico. Il fatto che il movimento fosse guidato da alti ufficiali, come il generale Hideki Tojo, permise di radunare i grandi nobili (come Konoe o Kido, parenti dell’imperatore) che per lo più sognavano di usare a proprio vantaggio il potere oligarchico modernizzato. L’interventsmo militare ben presto emerse. Dal 1936, il principio del consenso dei due ministeri delle forze armate per gli ufficiali attivi fu formalmente approvato, facendo dipendere i titolari dalla buona volontà dei rispettivi Stati Maggiori. Il governo Hirota Koki, formatosi dopo il colpo di febbraio, fu creato dopo aver consultato i militari: da allora ogni designazione di ministro sarebbe stata soggetto al loro veto informale. Il nuovo ministro delle Finanze, Baba Eiichi, fece dilagare i bilanci militari rompendo con i principi di Takahashi, e presentò in modo esplicito il piano quinquennale ideato dai militari per fare entrare il Giappone nell’economia di guerra prima dello scoppio del conflitto. L’esercito decideva i ministeri, utilizzando se necessario l’arma assoluta delle dimissioni dei “suoi” ministri e conseguente negazione di un altro funzionario alla loro carica. Dei civili, invece, occuparono la carica di primo ministro fino all’ottobre 1941. Ma la Dieta, che rimase fino all’arrivo degli statunitense, si ridusse a notaio. L’influenza militare crebbe anche nella società. L’associazione dei veterani (aperta a tutti gli ex-coscritti), dipendente dallo Stato Maggiore, aumentò la presenza anche nel villaggio più remoto; fu responsabile della trasformazione delle mobilitazioni in feste, di mantenere il culto dell'”eroe” ucciso in azione e la pressione sui possibili recalcitranti. Da questa forte base sociale, nel 1937, dopo lo scoppio della guerra con la Cina, il Movimento per la mobilitazione morale del popolo fu creato esplicitamente per sostenere lo sforzo bellico, ma anche per emarginare completamente i partiti. Lo scarso successo del movimento portò il primo ministro Konoe Fumimaro a lanciare nel 1938 il programma per fondere i pariti al servizio della politica imperialista. Idea che dovette piacere a tutti: i militari e loro sodali di estrema destra, evocando il partito unico di Hitler o Mussolini e forse il Movimento Nazionale dell’esercito spagnolo; i politici tradizionali nell’angolo, a cui si aggrapparono per una possibile sopravvivenza, dato che non li escluse e che Konoe promise di non istituzionalizzare il principio del partito unico. Solo nel 1940, quando tornò al potere, l’Associazione Nazionale per il Sostegno del Trono (ANST) fu creata; quasi tutti i parlamentari vi aderirono e nel 1942 si diede un’etichetta per presentarsi alle elezioni.

I limiti del potere militare
Nessuno osò opporsi all’esercito. Eppure ripiegò sulle sue grandi ambizioni. Per primi furono lo scoppio e la stagnazione della guerra in Cina avviata nel luglio 1937, senza che il Giappone prevedesse che l’invasione avrebbe portato alla mobilitazione nazionale in Cina. Fu in questo periodo che si ebbe il massacro di Nanchino. Soprattutto, dopo il significativo successo iniziale, si ritrovò nel 1938 con una strategia per sconfiggere la resistenza cinese. Un milione di combattenti dovettero esser assegnati al fronte continentale, e l’enorme spesa di tale conflitto senza fine impedì la realizzazione di piani grandiosi, che dovevano iniziare con la costruzione di acciaierie e industrie metalmaccaniche corrispondenti alle esigenze di una guerra contro le grandi potenze. La carenze afflissero l’accordo sempre problematico tra esercito e marina, che non crearono alcun Stato Maggiore congiunto: ognuno accusò l’altro di privarlo degli armamenti necessari. L’esercito e i suoi uomini cercarono vanamente di sbloccare la situazione: nel 1937, poi nel 1940, cercando d’imporre un’economia diretta e completamente pianificata. Ma la mancanza di capacità manageriali e i conflitti tra i servizi crearono gravi strozzature (la produzione industriale si ridusse leggermente nel 1940), e dovettero chiedere aiuto alle grandi imprese (zaibatsu) che ebbero l’opportunità di recuperare una certa autonomia. I leader politici colsero l’occasione per affermarsi nel ruolo di mediatori, o come Konoe, di giocare alternativamente l’alleanza con uno o l’altro clan. Ciò causò il lungo “ritardo dell’avvio” dell’Associazione Nazionale per il Sostegno del Trono (ANST).Una dittatura militare?: 1941 – 1945
Una società militarizzata
Dopo Pearl Harbor, che segnò l’ingresso formale in guerra del Giappone, l’esercito copriva gran parte del corpo sociale. 9,5 milioni di uomini erano sotto le armi nel 1944, circa il 13% della popolazione dell’arcipelago, la maggior parte degli uomini dai 18 ai 50 anni. La mobilitazione riguardava anche le colonie, Taiwan e Corea, ma solo in parte, prendendo la forma di crescita impressionante dell’industria pesante, soprattutto in Corea del Nord, e della massiccia prostituzione delle donne presso l’esercito. La rottura con l’ambiente originale fu particolarmente forte, con più dei due terzi dei soldati inviati all’estero e su fronti immensamente lontani, senza permessi in vista. Inoltre l’industria nazionale fu quasi interamente dedita agli armamenti, con un ministero distinto diretto dal primo ministro Tojo, per cercare di coordinarla dall’autunno 1943. Non meno di due milioni di lavoratori furono assegnati all’aeronautica quale priorità assoluta, soprattutto quando la guerra sul mare sembrò persa. Milioni di donne lavorarono per la prima volta, sostituendo il marito o il padre nelle aziende o nei negozi o nell’industria. Attraverso le corvé moderne, nel 1944-45, dei terrazzamenti del “Muro sul Pacifico” (mai completato), la popolazione dei villaggi fu massicciamente influenzata. Il sistema fu totale. Le associazioni di quartiere (centralizzate sotto il controllo del governo), erano responsabili della distribuzione dei beni di consumo e della protezione civile contro i bombardamenti, organizzando sottoscrizioni (de facto obbligatori) per i gravosi prestiti di guerra, organizzando manifestazioni patriottiche per le vittorie (e poi per i loro anniversari…) e sorvegliando. La polizia militare, o Kempeitai, dove Tojo esercitò per la prima volta il comando, divenne una polizia politica onnipresente, almeno nelle grandi città. Gli estremisti entrarono nell’ANST formando, su scala ridotta, una sorta di milizia ispirata alle SA naziste, il “Corpo adulto”, spesso composto da ex-soldati che pattugliavano le strade delle città alle ricerca dei trasgressori dell’ordine morale, come gli uomini che persistevano a vestire all’occidentale (una specie di tuta kaki paramilitare era considerato “abbigliamento patriottico”) e portando i capelli lunghi. Oltre a ciò, la vita quotidiana e la cultura nel complesso furono segnati dallo sforzo bellico: le privazioni sempre più drammatiche, il culto quotidiano dell’imperatore, il trionfo dell'”arte nazionale”, curiosamente vicina al realismo nazista o al neo-realismo stalinista. Nelle scuole, la formazione paramilitare e tecnica per le industrie della difesa e la propaganda dominavano gli studi.

Le contraddizioni del primato politico
Dall’ottobre 1941 al 1945, il Giappone ebbe tre primi ministri, tutti governi militari in cui i civili erano rari, per non parlare dei rappresentanti dei vecchi partiti. Il regno di 33 mesi di Tojo fu certamente il più vicino a una dittatura militare. Il temperamento autoritario del generale, la sua meticolosità sul lavoro e il controllo delle reti della polizia gli subordinarono i ministri. Fu anche a lungo molto popolare, ma gradualmente rovinato dal divario tra le sue affermazioni di vittoria e ciò che i giapponesi finirono per capire della realtà. Oltre a un paio di individui isolati, e rapidamente bloccati, alcuna corrente politica, filosofica o religiosa, per quanto piccola, si oppose allo sforzo bellico, opponendosi così all’imperatore-dio, od osò criticare, fino al 1944, la strategia perseguita: unico tra i belligeranti. L’ANST occupò il resto del panorama politico. E l’ideologia ufficiale, facile da assimilare (il Giappone, Paese di tutte le virtù, chiamato a rigenerante l’Asia e il mondo, l’Imperatore di stirpe divina, anima del popolo, e l’esercito scudo di entrambi) fu facilmente imposta quasi a tutti. Eppure, paradossalmente, anche Tojo era ben lungi dall’essere onnipotente come Hitler o Stalin. Tre forze rimasero autonome e difficili da aggirare. La meno immediatamente preoccupante fu l’ANST, che non suscitò un entusiasmo popolare autentico, e di conseguenza continuarono a dominare gli uomini dei vecchi partiti, che riattivarono rapidamente al suo interno le fazioni informali che imitarono le divisioni precedenti. E’ significativo che nelle elezioni del 1942, al culmine delle vittorie, i candidati più vicini all’esercito furono eletti solo in minoranza. Vi era la Marina, che si sentì vittima del bullismo dell’ex-comandante in Manciuria, le cui prime sconfitte ne esacerbarono il risentimento. Infine, vi era la grande incognita del Tenno, che quasi costantemente lasciò manipolare la propria immagine dai militari, ma non fu disposto a sacrificare il trono e il Paese ai sogni di grandezza o all’onore militare (gli imperatori non si sono mai suicidati). Fu la combinazione di queste due ultime forze che spinsero Tojo alle dimissioni nel luglio 1944, dopo la ‘sconfitta di troppo’ sull’isola di Saipan.

Un dominio appena scalfito (1944-1945)
Sarebbe esagerato immaginare che le sconfitte delle ultime fasi del conflitto portassero alla disgregazione del sistema. Non ci furono scioperi o manifestazioni o proteste pubbliche. L’ultranazionalismo non aveva affatto convinto: semplicemente e lentamente, il discorso passò dal trionfalismo al sacrificio supremo, bene espresso dall’ottobre 1944 dal culto del kamikaze. Non si pensava di vincere la guerra, ma le vittorie in Cina dal 1944 e la quantità di terre ancora occupate nel 1945 fecero a lungo sperare in una onorevole pace, e in questo contesto, il kamikaze divenne elemento centrale di un calcolo apparentemente razionale: era necessario piegare gli statunitensi con perdite insopportabili. Tra i giovani, in particolare, la morbosa frenesia della morte eroica durò fino alla fine. Tuttavia, il quadro cambiò lentamente. I tardi bombardamenti statunitensi (novembre 1944), ma assai massicci, distrussero città e paralizzarono fabbriche e trasporti. L’inquadramento della popolazione cedette e le preoccupazioni della vita quotidiana emarginarono la propaganda che le sconfitte resero ancor meno credibile. Incominciò ad essere difficile trovare nuovi kamikaze: era un segnale. Tutto ciò si tradusse politicamente: il primo ministro Suzuki, un moderato autentico (creduto morto dai congiurati del 1936), fu investito nell’aprile 1945 del programma centrato sulla ricerca di una pace di compromesso, contando disperatamente sulla mediazione sovietica. Nel frattempo conversazioni segrete riunirono politici poco compromessi con il militarismo, giornalisti e intellettuali, per pianificare il domani.Una società liberatasi dall’esercito: agosto 1945 – 1946
La capitolazione non passò senza difficoltà: alcune unità della Guardia Imperiale e i kamikaze cercarono di opporvisi. Ma un paio di giorni e un migliaio di suicidi dopo, tutto cominciò ad accelerare. Anche prima che gli statunitensi arrivassero (28 agosto), l’esercito fu sciolto e disperse le scorte, spesso rubate. E l’occupante, così temuto, agì piuttosto meglio della soldataglia giapponese, per non parlare del Kempeitai. Quindi il discorso militarista in retrospettiva perse credibilità agli occhi di molti. I primi sondaggi dopo l’agosto mostrarono un’impressionante maggioranza decisa a voltare pagina, respingendo i capi militari responsabili del disastro (che anche in modo comodo si auto-esonerarono!) I militanti di sinistra e sindacali furono liberati dal carcere o tornarono dall’esilio contribuendo ad accelerare questo cambio radicale. Naturalmente ciò corrispose alla politica degli Stati Uniti, ma accompagnò piuttosto che suscitare il rifiuto del militarismo e, con esso, l’esercito. L’arresto dei principali leader non suicidati, la vasta epurazione (200000) decisa dall’occupante, però, impedirono ogni possibile reazione delle ex-forze del regime. I partiti ricostituiti, guidati dalle loro numerose vittime, accolsero con favore la nuova costituzione redatta con gli statunitensi, compreso l’articolo 9 che vieta al Giappone non solo un esercito, ma anche il diritto alla guerra. La patria del generale Tojo, principale accusato del tribunale di Tokyo, è diventato il Paese più pacifista del mondo.Conclusioni
In realtà il Giappone non l’aveva ancora finita con l’esercito. In primo luogo, rimase per organizzare il rimpatrio di circa tre milioni di soldati ancora di stanza all’estero: gli ultimi “soldati perduti” della Nuova Guinea ritornarono nel 1955! Centinaia di migliaia di prigionieri trattati duramente da sovietici e cinesi furono rilasciati solo nel 1952-53. Il processo di Tokyo condannò i vecchi leader nel 1948. Poi, con la guerra fredda, le forze armate riapparvero come “forze di autodifesa”. Periodicamente, si parla da destra di revisionare l’articolo 9 in nome della “normalizzazione” dello status internazionale del Giappone. Tuttavia la leva obbligatoria non verrà ripristinata e gli ufficiali, ora senza mercanteggiare, rispetteranno il principio della neutralità politica. I vecchi demoni sembrano ben sepolti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sul tentativo di assassinare Kim Jong-un

Konstantin Asmolov, NEO, 18.07.2017L’inizio di maggio fu caratterizzato da una serie di dichiarazioni di alto profilo sui media della RPDC riguardo un presunto tentativo di abbattere la leadership del Paese. Il 5 maggio, il Ministero della Sicurezza dello Stato della RPDC fece dichiarazioni ufficiali a tal fine. Poi l’11 maggio, il Viceministro degli Esteri Han Song-ryol osservò che l’ufficio della procura della RPDC “cercherà l’estradizione di tutti i criminali coinvolti, inclusi organizzatori ed istigatori di tale atto di terrorismo di Stato, secondo le leggi vigenti nel Paese“. I criminali citati in questa dichiarazione comprendevano l’ex-presidentessa sudcoreana Park Geun-hye e l’ex-capo dei servizi speciali della Repubblica di Corea Lee Byoung-ho. In seguito, il portale nordcoreano Uriminzokkiri pubblicò un video di 23 minuti su YouTube che mostra un uomo ammettere di aver partecipato al tentativo di assassinare Kim Jong-un. Il passaggio nella narrativa ufficiale nordcoreana è abbastanza difficile, ma se escludiamo le minacce sull'”attacco dell’antiterrorismo in stile coreano che mira a cancellare dalla terra i complotti della cospirazione delle organizzazioni d’intelligence di Stati Uniti e Corea del Sud“, certi fatti diventano più comprensibili. Nel giugno 2014 alcuni individui, probabilmente agenti della CIA e dell’intelligence sudcoreana “corruppero l’ideologicamente instabile” cittadino della RPDC Kim Seoung-il, che all’epoca lavorava come boscaiolo nel territorio di Khabarovsk della Federazione Russa, “trasformandolo in un terrorista pieno di livore e vendetta contro la nostra leadership“, fornendogli 20000 dollari e un telefono satellitare. L’incontro fu permesso dal direttore della Coalizione dei cittadini per i diritti umani dei rapiti e rifugi nordcoreani Doe Hi-jun, che riuscì ad avvicinare Kim, aiutandosi con soldi e le altre carinerie. Come spiega Kim nel video, dopo aver conosciuto Doe Hi-jun su Internet, quest’ultimo iniziò a richiamare la sua attenzione sulla crisi dei diritti umani nella RPDC, raccontandogli come la coalizione dei cittadini incoraggiasse i coreani a fuggire dalla RPDC in Cina o un Paese terzo e a portarli in Corea del Sud, oltre a raccogliere opinioni pubbliche sulle violazioni dei diritti umani nella RPDC. Kim non avrebbe creduto a questi rapporti, ma Doe Hi-jun promise d’inviargli un tablet Samsung con cui poter comunicare liberamente con le applicazioni Telegram o Kakaotalk. A metà settembre, quando fu arruolato da Doe Hi-jun, Kim Seoung-il incontrò Sergej Kim, che vive a nord di Khabarovsk e ricevette il tablet con cui si sintonizzò con Radio Free Asia e altri programmi simili. Va notato che Doe Hi-jun esiste e si definisce professore, spesso viaggia in Russia e Uzbekistan in missioni volte a istruire sulla disumanità del regime della Corea democratica. A metà agosto 2015, Kim Seoung-il incontrò tale Khan, che si presentò come capo della missione dell’agenzia nazionale d’intelligence sudcoreana nell’area, per discuter i dettagli dell’attentato. Tale incontro si svolse nel Parco Amurskij di Khabarovsk, con l’intermediazione di un certo commerciante di legno. Khan affermò di collaborare con la CIA e disse che aveva bisogno di informazioni su rifornimenti, cibo, trasporti, ecc. usati dalla dirigenza nordcoreana in modo da poterla avvelenare. Khan suggerì anche che la famiglia di Kim non sarebbe restata impunita se non avesse adempiuto alla missione.
Negli anni successivi, quando Kim era già nella RPDC (viveva nella capitale dal 2016), queste persone lo contattarono (quattro volte nel 2016 e Kim ricevette più di 80 istruzioni), trasferendogli altre somme di denaro o attrezzature necessarie come un telefono satellitare con cui comunicare. Poi, con la partecipazione di Kim, svolsero i lavori preliminari, tra cui una discussione sulle opzioni dell’assassinio e il tipo di sostanza da utilizzare per liquidare il leader del Paese. Altrettanto importanti furono le raccomandazioni sull’assunzione di sostenitori, corruzione di persone che sarebbero state gli esecutori diretti e la creazione di una rete di agenti. Kim dovette trasmettergli informazioni sull’organizzazione e la protezione nelle parate in cui era possibile commettere l’attentato. Fu anche inviato a creare contatti e fornire attrezzature per gli attentati, per cui ricevette altri 100000 dollari. L’attentato doveva avvenire presso il Palazzo del Sole Kumsusan, dove si trovano le tombe di Kim Il-sung e Kim Jong-il. Doveva essere effettuato durante una delle manifestazioni di massa o una sfilata militare. L’arma dell’assassinio sarebbe stata una “sostanza tossica biochimica di natura radioattiva o nano-tecnologica” in grado di uccidere la vittima entro 6-12 mesi dopo esserne venuta a contatto. C’erano diverse opzioni: una sostanza velenosa e un dispositivo per spruzzarlo, avvelenamento con polonio, segnalibri avvelenati nei condizionatori d’aria, in modo che al momento giusto si attivassero con un telecomando per riconoscimento vocale. Tuttavia, il 18 novembre 2016, i congiurati decisero d’irrorare la poltrona del leader della RPDC con un agente velenoso a contatto o radioattivo. A tal fine, Khan disse a Kim di raccogliere ulteriori informazioni sul luogo in cui si svolgono abitualmente le grandi manifestazioni, nonché di quale materiale e spessore fossero sedia e balaustra sul balcone da cui appariva il leader supremo. L’idea d’introdurre mezzi speciali (la cui composizione, secondo Khan, era nota solo agli esperti della CIA) nella RPDC fu prevista all’inizio di maggio. Tuttavia, il 5 marzo 2017, materiali da campo e dispositivi per creare un centro di comunicazione furono intercettati alla dogana di Hsinchu. Kim fu arrestato. Ora afferma di essere stato “ingannato dalla propaganda ostile alla repubblica e che fu coinvolto in un crimine terribile“.
I fotogrammi del video mostrano le istruzioni in fase di trasmissione, così come uno smartphone e un tablet presumibilmente forniti dai servizi speciali sudcoreani e “utilizzati per l’elaborazione ideologica” di Kim Seoung-il, rilevando inoltre che nel telefono fu trovata una corrispondenza tra un funzionario nordcoreano e rappresentanti dei servizi speciali sudcoreani, sebbene il testo non contenga alcun riferimento ai CSE. Soltanto l'”azienda” e il suo “capo” furono citati, da cui il Ministero della Sicurezza dello Stato concluse che si riferisse al capo del servizio segreto sudcoreano Li Byoung-ho, che avrebbe personalmente lodato il terrorista come “quadro di valore per la nazione e il servizio d’intelligence del nostro Paese“. Diversi nomi venivano citati: l’agente sul campo Cho Guy-chol e l’uomo inviato in Cina Xu Guanghai, direttore generale della Qingdao Nazca Trade Co. Ltd., che ebbe il ruolo di centro di comunicazione e approvvigionamento. Secondo il CPAC, nel marzo 2017, Cho e Xu s’incontrarono nel territorio della Repubblica popolare cinese a Dandong con l’aiutante di Kim con la scusa di negoziati commerciali, dandogli 50000 dollari e un nuovo telefono satellitare. A chi ha pregiudizi su una RPDC che falsifica e accusa innocenti, ricordiamo l’incidente della “distruzione di statue di bronzo“. Allora, dichiarazioni che agenti sudcoreani progettassero il bombardamento delle statue di Kim Il-sung usando droni con esplosivi (per creare l’illusione di una resistenza cristiana nel Paese che andava aiutata, “seguendo l’esempio siriano“), furono considerate fantasie dovute all’identificazione di pessimi operatori. Tuttavia, la conferma di tale piano venne da un luogo inaspettato, non fu ideato dall’intelligence sudcoreana, ma dai combattenti dell’organizzazione per la Corea del Nord libera, il cui capo Park Sang-hak si lamentò in un’intervista che il tentativo di lanciare l’operazione dal territorio cinese era fallito. Riguardo al polonio o a qualche altra “sostanza biochimica“, se qualcuno è disposto ad ammettere l’assassinio di Kim Jong-nam usando il classico VX, perché non credere a un tentativo di assassinare l’altro Kim usando mezzi simili? E sulla sedia avvelenata o sul dispositivo che diffonde veleno con un certo suono vocale, vanno ricordati i tentativi della CIA contro Fidel Castro, quando furono usati metodi molto esotici e veleni rari, inclusa una sostanza che avrebbe causato calvizie completa prima della morte. (Il leader cubano doveva essere prima distrutto moralmente, privandolo del suo famoso emblema). Tuttavia, quando il 28 giugno la Corea democratica condannò a morte “in absentia” l’ex-presidentessa sudcoreana Park Geun-hye e il capo dell’intelligence sudcoreano Li Byoung-ho, con l’accusa di favoreggiamento di tentato assassinio del leader della RPDC, chiese che venissero estradati “in conformità alle leggi internazionali sul terrorismo di Stato“, l’autore dovette ripetutamente rispondere a domande paranoiche su quando la RPDC avrebbe effettuato un attacco terroristico a Seoul utilizzando le proprie notevoli armi di distruzione di massa. Dopo tutto, dopo la condanna ufficiale di Park Geun-hye, cercheranno certamente di dare il colpo a lungo promesso!
Ma quanto di tutto questo sarebbe vero? Secondo l’autore, sebbene la leadership della Repubblica di Corea non avrebbe avuto nulla a che farci, ci sono organizzazioni dai buoni collegamenti con l’intelligence. È vero che Seul ufficialmente, come ricordiamo, elaborò in modo approfondito la liquidazione di Kim durante un possibile conflitto o attacco preventivo. La Repubblica di Corea presumibilmente dispone di un pool di killer addestrati dall’intelligence USA, e nelle ultime esercitazioni militari, i comandanti dei due Paesi elaborarono operazioni per eliminare la leadership del Nord, compreso il suo leader. È noto anche che le truppe statunitensi hanno recentemente impiegato missili da crociera ad alta precisione AGM-158 JASSM (Joint Air-to-Surface Standoff Missile) dalla base di Gunsan. Questi sistemi presumibilmente ricevono i migliori parametri tattici e tecnici da utilizzare nelle operazioni per distruggere la leadership del nemico. Allo stesso tempo, viene segnalato che le agenzie d’intelligence sudcoreane e statunitensi hanno iniziato a raccogliere attivamente informazioni sui complessi residenziali di Pyongyang che ospitano i vertici militari nordcoreano.
Non si dimentichino le storie fasulle diffuse a giugno dal giapponese Asahi Shimbun su “una fonte ben informata sulla politica della RPDC durante la presidenza Park Geun-hye“. Il giornale affermò che alla fine del 2015, Park Geun-hye firmò un documento che prevedeva varie opzioni per la rimozione di Kim Jong-un dal vertice della RPDC. Come affermato dall’autore anonimo, “furono studiati diversi modi per eliminare Kim, incluso l’assassinio camuffato da incidente d’auto, di treno, in mare e altro“. Tuttavia, a causa della stretta sicurezza che protegge il leader della RPDC e la complessità dell’operazione, ciò fu abbandonato. Le informazioni sull’ordine segreto furono negate dal servizio d’intelligence e dall’amministrazione presidenziale sudcoreana. Alcune idee sul cambio di regime nella Corea democratica potrebbero essere sentite nelle riunioni, “ma non sembra esserci un documento o una politica specifica“. Il 30 giugno, Seul formulò dichiarazioni ufficiali che criticavano i “messaggi infondati che possono distruggere le relazioni inter-coreane“. È più interessante un’altra parte, che coincide con ciò che è noto all’autore da canali ufficiosi. Ciò riguarda l’intelligence, e non certi sciamani, responsabile del fatto che la presidentesse credesse nell’instabilità nella RPDC e in un rapido cambio di regime: “L’intelligence dimostrava chiaramente che Park Geun-hye si fosse fissata sull’instabilità (della Corea democratica) e l’eliminazione di Kim. Perciò iniziarono ad inviarle rapporti che riferivano ciò a cui voleva credere”. Va anche ricordato che l’ex-capo dell’intelligence Won Sei-hun non riuscì nemmeno a sostituire Park Geun-hye a presidente (durante l'”offensiva conservatrice“, fu assolto) e pertanto l’operazione per l’assassinio non sarebbe scontata.Konstantin Asmolov, ricercatore di storia presso il Centro di studi coreani dell’Istituto di studi dell’Estremo Oriente dell’Accademia delle scienze russa, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le sfide dell’Eurasia: irrazionalità della politica globale o “nuova razionalità”?

Dmitrij Eevstafev; Eurasia, SouthFrontNei circoli degli esperti in cui vengono discussi problemi sullo sviluppo globale, si scorge sempre più il parere sul comportamento irrazionale e illogico dei principali attori della politica e dell’economia globale che, come pare a molti, malgrado le regole delle attività economiche, sembrava classico e immutabile. Naturalmente, nei rapporti con la Russia l’apparente irrazionalità dell’occidente è “fuori scala” e viene considerata come nient’altro che naturale. La situazione è migliorata con la “dissoluzione” delle questioni fondamentali nei temi secondari. Ma l’irrazionalità si manifesta non solo nei rapporti con la Russia. La logica non molto razionale può essere rintracciata nelle azioni delle strutture sovranazionali dell’UE nelle questioni energetiche e altre questioni relative alle relazioni con la Russia. Per esempio, nei tentativi di forzare artificialmente lo sviluppo della nuova generazione di fonti energetiche rinnovabili. Questo sembra più importante della migrazione o dello sviluppo continuo, divenendo anche l’irrazionale “tolleranza senza rive”. Non meno irrazionale dal punto di vista economico è il comportamento dell’UE verso l’Iran: Washington (e in larga misura Tel Aviv), osservano silenziosamente l’escalation dell’isteria antiraniana, l’Unione europea sembra rassegnata alla perdita di tutti i dividendi economici acquisiti dall’UE e dai singoli Paesi europei dopo l’abolizione delle sanzioni all’Iran. La decisione di Donald Trump di riprendere il blocco di Cuba appare illogica da un punto di vista politico ed economico. Inoltre, queste azioni “irrazionali” si svolgono sullo sfondo del racket militare pragmatico “a due passaggi” contro le monarchie petrolifere del Medio Oriente. Negli ultimi anni il ruolo dei fattori ideologici nelle importanti decisioni globali è aumentato drasticamente. Guardiamo alle dichiarazioni del “peso massimo” politico europeo, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, secondo cui la priorità politica (ma in realtà, in tutta l’UE) della Germania sarà il contenimento dell’influenza di Russia e Cina. “Questa sarà la fine del nostro ordine mondiale liberale. Quest’ordine è ancora il migliore di tutti i mondi possibili per ragioni etiche, politiche ed economiche. E vogliamo che quest’ordine continui. Almeno, non vogliamo vederlo indebolito“, diceva alla Reuters Schäuble, anche affermando che l’Europa deve assumere maggiori responsabilità nel proteggere l’ordine mondiale liberale e democratico, in quanto gli Stati Uniti mostrano meno disponibilità. Per chi studia l’economia, la dichiarazione è un esempio sorprendente di mancanza di considerazioni economiche nell’approccio strategico, nonché di prevalenza totale delle considerazioni ideologiche sulla pianificazione. Quest’approccio riflette l’umore che domina realmente l’élite europea. In poche parole, l’ala ultra-conservatrice dell’élite tedesca, cui appartiene W. Schäuble, da voce a questi sentimenti in modo franco e chiaro.

Nuova razionalità
Ma quanto questa “irrazionalità” comportamentale appare irrazionale, e non una “razionalità malintesa”, razionalità delle nuove condizioni economiche e sociali? E quali sono le condizioni, se i Paesi chiave e le economie mondiali devono fondamentalmente cambiare comportamento, per soddisfarle? Adesso si osservino alcuni “grandi progetti” che già cominciano a competere tra di loro, ma non per lo spazio. Questi progetti sono per lo più regionali e non si sovrappongono. Il concorso si svolge nella nuova economia e, soprattutto, nel sistema di distribuzione dei diversi profitti (finanziari, tecnologici, logistici, commodities), base su cui la gerarchia della leadership nell’economia post-liberale sarà costruita. Si tratta del progetto cinese di zona di prosperità condivisa della “Grande Via della Seta”, della costruzione dell’Europa dalle diverse velocità (e livelli di sicurezza sociale) e della reindustrializzazione degli Stati Uniti, menzogna che copre il tentativo di ricostruire il modello di sfruttamento statunitense dell’America Latina. In quasi tutte le regioni del mondo, senza escludere l’Africa tropicale apparentemente stagnante, si notano facilmente i segni dei “grandi progetti” che a volte, in maniera competitiva, i principali attori globali cercano di realizzare. L’eccezione forse è solo nel tradizionale Medio Oriente – Mediterraneo, dove il progetto globale statunitense è presumibilmente al collasso e i partecipanti ai processi di sicurezza sono passati ad azioni a breve termine tattiche attuate come forma di massima redditività commerciale.

La logica “non mercantile” dei progetti globali
Nella fase di ricostruzione del sistema delle relazioni politiche ed economiche globali e delle comunicazioni, la politica dei processi è inevitabile e i tentativi di “giocare lungo” da parte di gruppi indipendenti, “per una possibile copertura (attività complesse che permettono di evitare perdite finanziarie, ad esempio “EE”) dei rischi d’investimento su base commerciale”. L’approccio ideologico all’economia, ovviamente, ha certi costi (ad esempio, ciò appare chiaramente nelle relazioni UE – Iran). Ma in pratica è uno strumento per coprire i rischi a lungo termine nell’attuazione dei “grandi progetti”. Soprattutto considerando che i “grandi progetti” sono realizzati a un livello relativamente alto di rischi politici e militari. È ingenuo aspettarsi dai principali attori globali l’attuazione dei grandi progetti basandosi sul “mercato”. Queste aspettative riflettono la vecchia mentalità politica e, soprattutto, economica. La “nuova razionalità” nell’economia globale include l’uso di fattori ideologici come strumento per consolidare gli alleati e garantire la lealtà delle élite economiche. L'”ideologizzazione” delle decisioni economiche diventa uno strumento per il ritorno della pianificazione a lungo termine economica, quasi perduto durante il periodo di dominio della versione finanziaria della globalizzazione. È chiaro che un grande progetto quasi mai viene attuato sulla base dei classici principi del “mercato” per calcolarne la redditività. Un progetto importante fa sempre parte della “realtà economica proiettata”, quasi impossibile da calcolare. E il fattore ideologico come elemento della “realtà proiettata”, ci permette di considerare molti rischi non economici e persino alcuni economici come strategicamente insignificanti.

La nuova razionalità cinese
Il progetto cinese “Cintura di prosperità condivisa della Via della Seta” va visto come esempio interessante. Nel corso di dieci anni la Via è passata dall’essere un progetto logistico classico e “razionale” all’idea di “Cintura di prosperità condivisa”, la cui componente “basata sul mercato” risulta significativamente meno certa e più imprevedibile dal punto di vista classico del mercato. Il fattore importante da dare al progetto “Grande Via della Seta” è fondamentalmente diverso dal contenuto geo-economico, è l’emergere della componente ideologica, finora “cablata” nella formula della “prosperità comune”, ma questo vale solo per ora. Il nuovo status ha dato l’opportunità di guardare diversamente alle questioni di redditività a medio termine del progetto, anche se l’approccio cinese verso i propri partner non ha risparmiato rapporti dai difetti tradizionali.

L’appello ideologico dell’UEE
Al minimo, anche la Russia cerca di definire i suoi “grandi progetti” legati al consolidamento del potenziale economico della Nuova Eurasia e alla formazione del vettore meridionale “Nord-Sud” dello sviluppo logistico e industriale. Una delle fondamenta di questo “progetto principale” è l’Unione economica eurasiatica (EEU), concepita e implementata come unione puramente economica. Tuttavia, sembra che si creino problemi nello sviluppo dell’Unione. In assenza della componente di unità politica (essenzialmente ideologica), l’UEE non può fare un salto qualitativo per status ed influenza. C’è il rischio permanente del crollo a “zona di libero scambio”. La Russia e gli altri Paesi dell’UEE tentano di costruire un sistema e un’istituzione strategicamente importanti nel contesto emergente della “nuova razionalità” basandosi su approcci dalle “vecchie” caratteristiche razionali. Così gli aderenti all’UEE non considerano il fattore del crescente indottrinamento, non solo strategico ma anche pratico, nelle decisioni operative. La sfida principale è che, se le attuali tendenze continuano, la Nuova Eurasia, nella migliore delle ipotesi, rimarrebbe uno spazio non consolidato dell'”industria di seconda modernizzazione”, integrata nella catena globale della lavorazione delle materie prime dalla bassa ripartizione tecnologica. Nel caso peggiore, una parte significativa della Nuova Eurasia potrebbe trasformarsi in spazio logistico. Inoltre, questo rischio si manifesta già con il dialogo tra le élite dei governi post-sovietici e i loro partner cinesi, impegnati nell’ambito del progetto globale basato sulla “nuova razionalità”. È proprio nella Nuova Eurasia che le contraddizioni tra “razionalità” e “ideologizzazione” hanno la stessa razionalità, moltiplicata da una visione a medio termine della situazione, acquisendo forme più acute. Ciò è dovuto alle questioni tradizionalmente complesse e ambigue dei diritti umani, dello sviluppo umanitario, delle questioni ecologiche ed altre che sono difatti la base della cosiddetta “irrazionalità”. E questo, naturalmente, verrà utilizzato dalle leadership per i nuovi progetti globali. In queste condizioni, i Paesi della Nuova Eurasia inevitabilmente sollevano la questione del ripensamento dei paradigmi dello sviluppo nazionale e della pianificazione strategica alla base del loro sviluppo degli ultimi 25 anni e che, ovviamente, iniziano a perdere rilevanza.Dmitrij Evstafev, professore della NRU, Scuola Superiore di Economia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo della Russia nella creazione dello spazio economico eurasiatico

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 10.07.2017Come è ben noto, la Russia affronta l’integrazione economica di tutti i Paesi eurasiatici. Dato ciò, è naturale che la Russia sostenga il progetto avviato dalla Cina per creare la “Cintura economica della Via della Seta”. Tuttavia, alcuni Paesi geograficamente circostanti la Cina temono che, dopo aver aderito alla “Via della Seta”, perdano l’indipendenza nelle infrastrutture ed economica. La Russia aiuterà i Paesi disposti a sviluppare le infrastrutture e il commercio estero senza una significativa partecipazione della Cina. Il progetto One Belt and One Road comprende due sottoprogetti: “Nuova Via della Seta” (progettata per unire le principali ferrovie e autostrade dell’Eurasia e dell’Africa in una sola rete) e “Via della Seta Marittima del 21esimo secolo” dal Sud-Est asiatico lungo le coste meridionali dell’Eurasia all’Africa ed Europa. Oltre alla costruzione di varie infrastrutture (nuove ferrovie, porti, ecc.), il progetto richiede la creazione di zone di libero scambio tra gli Stati partecipanti. Si presume che qualsiasi Paese vi partecipi ne beneficerà. Tuttavia, alcuni Stati della regione Asia-Pacifico sono scettici sull’iniziativa cinese. Impegnati a parteciparvi al minimo, fanno il possibile per impedire la crescita dell’influenza cinese sulle proprie politiche economiche nazionali. Questo principalmente riguarda Paesi con economie già sviluppate che hanno qualcosa da perdere e che hanno propri piani di grande portata e volontà di dominare la regione. India e Giappone, principali concorrenti della Cina in Asia, ne sono i primi esempi. Nel maggio 2017, il forum One Belt and One Road si tenne a Pechino. Ospiti di alto rango da oltre 100 Paesi, tra cui il Presidente Vladimir Putin (impegnatosi a sostenere la Federazione russa verso la Nuova Via della Seta), vi parteciparono. Il Presidente della Repubblica Popolare cinese Xi Jinping aprì l’evento osservando che il progetto è destinato a beneficiare tutti i Paesi, e non solo ad aumentare l’influenza cinese. Tuttavia, a non inviandovi propri rappresentanti, India e Giappone ne diffidano apertamente. Una delle ragioni per cui l’India ha ignorato l’evento è la cooperazione attiva della Cina con il Pakistan, in particolare nel Kashmir, causa della lunga disputa territoriale tra India e Pakistan. Secondo la leadership indiana, le operazioni delle società statali cinesi nelle aree occupate in Pakistan del Kashmir riconoscono il diritto pakistano su questi territori da parte della Repubblica popolare cinese. Tuttavia, ciò non è il motivo principale del rifiuto indiano per la “Via della Seta”. Oltre al Pakistan, la Cina aumenta attivamente l’influenza in altri Paesi confinanti con l’India, anche costruendo infrastrutture. Negli ultimi anni, la Repubblica popolare cinese è riuscita a costruire un gasdotto in Myanmar, a stabilire una via ferroviaria con il Nepal e ad iniziare a costruire una nuova città portuale in Sri Lanka, continuando gradualmente ad aggirare l’India con un anello di alleati cinesi. Nell’ambito della “Via della Seta Marittima del 21° secolo”, la Cina cerca di rafforzare la presenza in tutti i punti importanti lungo la rotta dall’estremità orientale dell’Asia ad Africa ed Europa. Questo è probabilmente uno dei motivi principali di preoccupazione per India e Giappone. Il traffico navale da questo sito è estremamente importante per questi Paesi, che commerciano attivamente con Europa ed Africa, mentre la sicurezza energetica del Giappone va attribuita principalmente agli idrocarburi trasportati via mare dal Medio Oriente. India e Giappone perciò non desiderano assistere a un traffico marittimo lungo le coste meridionali dell’Eurasia sotto il completo controllo cinese. Tuttavia, nonostante questi ostacoli, entrambi i Paesi vorrebbero aderire a uno spazio economico eurasiatico comune. Se i loro interessi gli impediscono di realizzarlo con la Cina e la sua “Via della Seta”, Russia e Unione economica eurasiatica potrebbero divenire alternative valide.
Già la Russia aiuta l’India a sviluppare l’infrastruttura nazionale. Su terraferma, l’India confina con un piccolo numero di Paesi, e per via ferroviaria con altre parti del continente, e il Paese dovrebbe in qualche modo cooperare con Cina o Pakistan. Tuttavia, l’India attualmente preferisce costruire ferrovie nel Paese indipendentemente o con l’aiuto della Federazione Russa. Nel dicembre 2015, la compagnia statale russa Russian Railways (RZD) e il Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un memorandum d’intesa sulla cooperazione tecnica nel settore ferroviario. Nell’ottobre 2016, durante il vertice BRICS, RZD e Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un protocollo sulla cooperazione nell’ambito del programma ferroviario ad alta velocità. Per cominciare, gli specialisti russi espressero il desiderio di aiutare i colleghi indiani a modernizzare la ferrovia Nagpur-Secunderabad. Nel febbraio 2017 fu inaugurata a New Delhi l’ufficio rappresentativo di RZD International (filiale delle ferrovie russe fondata per lavorare nei progetti esteri). A seguito di ciò, la direzione di Zriferì che, oltre all’ammodernamento della tratta Nagpur-Secunderabad, le ferrovie russe avevano avviato altri progetti in India relativi alla creazione di ferrovie ad alta velocità, sviluppo dei trasporti urbani, formazione del personale e fornitura di diverse attrezzature agli indiani.
Per il Giappone, la cooperazione con la Russia è ancora più conveniente e redditizia che con la Cina. La Federazione Russa può offrire al Giappone un’alternativa sia alla “Via della Seta” che alla rotta marittima. La ferrovia transiberiana russa può diventare il corridoio terrestre del Giappone. Anche se la Ferrovia Transiberiana è inclusa nelle strutture della “Cintura economica della Via della Seta”, attraversa la Russia e non dipende dalla Cina. Un treno merci che percorre la tratta Vostochnij – Mosca attraverso la Transiberiana impiega solo 20 giorni e i carichi possono essere inviati da Mosca su varie rotte per l’Europa. A fine maggio 2017, presso la Rappresentanza commerciale della Federazione Russa in Giappone si ebbe il forum aziendale “Nuove opportunità e prospettive di sviluppo dei trasporti merci eurasiatici”, cui parteciparono anche rappresentanti di Kazakistan, Cina e Mongolia. All’evento Kazuhito Yoda, segretario generale dell’Associazione degli operatori intermodali transiberiani del Giappone (TSIAJ), fece un discorso in cui apprezzava i vantaggi della ferrovia transiberiana e sottolineò che alla fine del 2016 il Giappone condusse con successo l’invio di carichi da Yokohama a Vostochnij via mare, dopo di che furono caricati su un treno e spediti lungo la ferrovia Transiberiana. I mittenti ne furono molto soddisfatti e molte aziende giapponesi sono assai interessate alla ferrovia transiberiana. Un’alternativa alla “Cintura economica della Via della Seta” per il Giappone potrebbe essere la “rotta del Mare del Nord” russo che segue le coste settentrionali dell’Eurasia lungo l’Oceano Artico. Russia e Giappone attualmente sviluppano piani per lo sviluppo congiunto di questa via promettente, collegando l’Asia orientale all’Europa, escludendo le acque controllate dai cinesi. Un altro Paese importante nella regione Asia-Pacifico è la Corea del Sud, che ha abbracciato con entusiasmo il progetto Nuova Via della Seta. Già nel 2014, l’allora presidentessa Park Geun-hye dichiarò che il suo Paese era pronto a connettersi con la Cina con una ferrovia che attraversasse la Corea democratica. Tale piano esiste ancora, ma ora si suppone che sia la Russia a costruirla. Il nuovo leader sudcoreano Moon Jae-in ha discusso questa opzione al vertice dei G20 di luglio con il Presidente Vladimir Putin.
In conclusione, si può dire che, anche se quasi tutti gli Stati leader d’Eurasia sono ansiosi di integrarsi economicamente, non tutti sono pronti a cooperare attivamente con la Cina a questo fine. In tale situazione, l’interazione con la Russia per il collegamento con il resto dei Paesi dell’Eurasia è una mossa che creerebbe altri corridoi e svilupperebbe infrastrutturale che sarebbero un’alternativa valida. Ciò conferma ancora una volta il ruolo estremamente importante della Federazione Russa nella creazione di un unico spazio economico eurasiatico.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora