Washington si suicida

F. William Engdahl New Eastern Outlook 24/05/2015yVXAwrNJA55Jf7pe8p4NM2m9AGgxAIzjSono giorni tristi a Washington e Wall Street. L’unica superpotenza una volta incontrastata, dal crollo dell’Unione Sovietica un quarto di secolo fa, perde influenza globale con una rapidità imprevedibile solo sei mesi fa. L’attore chiave che ha catalizzato la sfida globale a Washington quale unica superpotenza è Vladimir Putin, Presidente della Russia. Questo è il contesto reale della visita a sorpresa del segretario di Stato John Kerry a Sochi per incontrare il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e poi discutere per quattro ore con “Satana” in persona, Putin. Lungi da provare un “reset”, gli sfortunati strateghi geopolitici di Washington cercano disperatamente di trovare il modo migliore per piegare l’Orso russo. Un ritorno al dicembre 2014 è istruttivo per capire il motivo per cui il segretario di Stato degli USA porge apparentemente il ramoscello di olivo alla Russia di Putin in questo frangente. All’epoca Washington sembrava piegare la Russia, con le sue sanzioni finanziarie mirate e l’accordo con l’Arabia Saudita per far crollare i prezzi del petrolio. A metà dicembre il rublo era in caduta libera nei confronti del dollaro. Anche i prezzi del petrolio precipitarono a 45 dollari al barile da 107 di soli sei mesi prima. Poiché la Russia è fortemente dipendente dalle entrate petrolifere e dall’esportazione del gas per le finanze dello Stato, e le compagnie russe avevano enormi obbligazioni del debito in dollari all’estero, la situazione appariva desolante al Cremlino. Qui il destino, per così dire, è intervenuto in modo inaspettato (almeno per gli architetti della guerra finanziaria e del crollo petrolifero degli USA). Inoltre l’accordo di John Kerry con il morente re saudita Abdullah nel settembre 2014 affliggeva le finanze russe, ma minacciava anche l’esplosione dei circa 500 miliardi di dollari di titoli “spazzatura” ad alto rischio, il debito dell’industria dello scisto degli Stati Uniti assunta dalle banche di Wall Street negli ultimi cinque anni per finanziare la tanto vantata rivoluzione del petrolio di scisto degli USA, che brevemente ha sospinto gli Stati Uniti a superare l’Arabia Saudita come maggiore produttore di petrolio del mondo.

I danni collaterali della strategia degli Stati Uniti
Ciò che Kerry non ha notato nel suo intelligente mercato delle vacche saudita, era l’occulta doppia agenda dei monarchi sauditi che avevano già chiarito che non volevano affatto che il loro ruolo di primo produttore di petrolio del mondo e re del mercato venisse offuscato dall’industria del petrolio di scisto dei parvenu statunitensi. Volevano colpire Russia e anche Iran, ma il loro obiettivo principale era uccidere i rivali del petrolio di scisto degli Stati Uniti, i cui progetti si basavano sul petrolio a 100 dollari al barile, di meno di un anno prima. Il prezzo minimo del petrolio per evitare il fallimento, in molti casi era di 65-80 dollari al barile. L’estrazione di petrolio di scisto non è convenzionale ed è più costoso rispetto al petrolio convenzionale. Douglas-Westwood, società di consulenza energetica, stima che quasi la metà dei progetti petroliferi degli Stati Uniti in fase di sviluppo ha bisogno di un prezzo del petrolio superiore ai 120 dollari al barile, per fare cassa. Entro la fine di dicembre una catena di fallimenti del petrolio di scisto minacciava un nuovo tsunami finanziario mentre la carneficina della cartolarizzazione della crisi finanziaria 2007-2008 era tutt’altro che finita. Anche un paio di default di titoli spazzatura di alto profilo del petrolio di scisto scatenerebbe il panico negli Stati Uniti per i 1900 miliardi di dollari di titoli spazzatura sul mercato del debito, senza dubbio scatenando una nuova crisi finanziaria che l’affaticato governo degli Stati Uniti e la Federal Reserve a malapena gestirebbero, così minacciando la fine del dollaro quale valuta di riserva globale. Improvvisamente, nei primi di gennaio, il capo del FMI Lagarde lodava la banca centrale della Russia per la sua gestione di “successo” della crisi del rublo. L’Ufficio del terrorismo finanziario del Tesoro degli Stati Uniti, tranquillamente stilava ulteriori attacchi alla Russia, mentre l’amministrazione Obama fingeva la solita “III Guerra Mondiale” contro Putin. La loro strategia petrolifera aveva inflitto assai più danni agli Stati Uniti che alla Russia.

Fallimento della politica USA verso la Russia
Non solo, la brillante strategia bellica di Washington contro la Russia, avviata nel novembre 2013 a Kiev con il golpe di euromajdan, appare un manifesto fallimento totale creando il peggior incubo geopolitico che Washington possa immaginare. Lungi dal reagire da vittima inerme e rannicchiata dalla paura per gli sforzi degli Stati Uniti nell’isolare la Russia, Putin ha avviato una brillante serie di iniziative economiche, militari e politiche che entro aprile hanno contribuito a piantare il seme di un nuovo ordine monetario globale e del nuovo colosso economico eurasiatico che rivaleggia per l’egemonia con l’unica superpotenza USA. Ha sfidato i fondamenti stessi del sistema del dollaro e il suo ordine globale nel mondo, dall’India al Brasile a Cuba e dalla Grecia alla Turchia. Russia e Cina hanno firmato colossali nuovi accordi energetici che hanno permesso alla Russia di reimpostare la propria strategia energetica dall’ovest, dove UE e Ucraina su forti pressioni di Washington, sabotavano le forniture di gas russo all’Unione europea attraverso l’Ucraina. L’Unione europea, di nuovo su pressione intensa di Washington ha sabotato quindi il progetto di gasdotto della Gazprom, South Stream, per l’Europa meridionale. Piuttosto che essere sulla difensiva, Putin ha scioccato l’UE con la sua visita in Turchia, incontrando il presidente Erdogan e annunciando il 1° dicembre di aver cancellato il progetto South Stream di Gazprom e che avrebbe cercato un accordo con la Turchia per fornire gas russo al confine greco. Da lì, se l’UE vuole il gas, deve finanziare propri gasdotti. Il bluff dell’UE fu scoperto e il suo fabbisogno di gas in futuro sarà più remoto che mai. Le sanzioni dell’UE alla Russia sono fallite con la Russia che si vendica vietando l’importazione di prodotti alimentari dall’UE e rivolgendosi all’autosufficienza. E miliardi di dollari in contratti ed esportazioni per le imprese tedesche, come Siemens, o francesi come Total, si trovano improvvisamente nel limbo. Boeing ha visto annullati i grandi ordini per aeromobili dai vettori russi. La Russia ha annunciato di rivolgersi ai fornitori nazionali per la produzione di componenti cruciali per la Difesa. Poi la Russia è diventata fondatrice “asiatica” della riuscita nuova Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) della Cina, destinata a finanziare l’ambiziosa rete ferroviaria ad alta velocità della Cintura economica della Nuova Via della Seta dall’Eurasia all’UE. Invece che isolare la Russia, la politica statunitense ha fallito miseramente, nonostante le forti pressioni ai fedeli alleati degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia e Corea del Sud si precipitavano ad aderire alla nuova AIIB. Inoltre, nel vertice di maggio a Mosca, il presidente cinese Xi Jinping e Vladimir Putin annunciavano che la rete ferroviaria della Via della Seta cinese sarà pienamente integrata nell’Unione economica eurasiatica della Russia, una spinta sconcertante, non solo per la Russia, che avvicina l’Eurasia alla Cina, regione con la maggioranza della popolazione mondiale.
In breve, a John Kerry fu detto d’ingoiare il rospo e volare a Sochi, cappello in mano, per offrire una sorta di calumet della pace a Putin, dai circoli dirigenti degli Stati Uniti. Gli oligarchi avevano realizzato che i loro falchi neoconservatori come Victoria “Fottuta UE” Nuland, del dipartimento di Stato, e il segretario alla Difesa Ash Carter, favoriscono la creazione della nuova struttura mondiale alternativa che potrebbe significare la rovina del sistema del dollaro post-Bretton Woods dominato da Washington. Oops. Inoltre, costringendo gli “alleati” europei ad allinearsi agli USA contro Putin, con grave danno degli interessi economici e politici dell’Unione europea, evitando di partecipare al progetto di Cintura economico della Nuova Via della Seta e al boom economico degli investimenti che comporterà, i neo-conservatori di Washington sono riusciti anche ad accelerare il probabile distacco di Germania, Francia e potenze europee continentali da Washington. Infine, il mondo (tra cui anche occidentali anti-atlantisti) vede Putin quale simbolo della resistenza al dominio statunitense. Questa percezione, già emersa con la vicenda di Snowden, s’è consolidata con sanzioni e blocco, tra l’altro giocando un ruolo psicologico significativo nella lotta geopolitica: la presenza di un simbolo che accende nuovi centri di lotta all’egemonia. Per tutte queste ragioni, Kerry fu chiaramente inviato a Sochi per fiutare i possibili punti deboli per un nuovo assalto futuro. Ha detto ai pazzi furiosi sostenuti dagli Stati Uniti a Kiev di raffreddarsi e rispettare gli accordi di cessate il fuoco di Minsk. La richiesta è stata uno shock per Kiev. Il primo ministro, insediato dagli Stati Uniti, Arsenij Jatsenjuk, ha detto alla TV francese, “Sochi non è sicuramente il miglior resort e non è il posto migliore per una chiacchierata con il presidente e il ministro degli Esteri russi“. A questo punto l’unica cosa chiara è che Washington ha finalmente capito la stupidità delle sue provocazioni contro la Russia, in Ucraina e nel mondo. Quale sarà il loro prossimo piano non è ancora chiaro. Ciò che è chiaro è che un drammatico cambio di politica è stato ordinato all’amministrazione Obama dai vertici delle istituzioni statunitensi. Nient’altro può spiegarlo. Se la sanità mentale sostituirà la follia dei neo-con resta da vedere. Resta chiaro che Russia e Cina sono risolute più che mai a non rimanere in balia di una superpotenza irrazionale. Il patetico tentativo di Kerry di un secondo “reset” con la Russia, a Sochi, porterà poco a Washington. L’oligarchia degli Stati Uniti, come dice l’Amleto di Shakespeare “cade nella sua stessa trappola”, come il bombarolo che esplode con la sua bomba.

0508-world-putin-xi_jinping_620_434_100F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica dalla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le portaelicotteri Mistral saranno vendute alla Cina?

Valentin Vasilescu Reseau International 21 maggio 2015110219cmqm6x99xn64zwxdParigi ha rifiutato lo scorso anno di fornire due portaelicotteri Mistral comprate dalla Russia, le ragioni del rifiuto citavano il coinvolgimento di Mosca nella crisi in Ucraina. La portaelicotteri Mistral ha un dislocamento di 21300 tonnellate e può trasportare 16 elicotteri pesanti. Oltre alla Francia, solo pochi Paesi possono permettersi di acquistare portaelicotteri.
Gli Stati Uniti ne hanno otto della classe Wasp e una classe America da 41000 t, con 12 elicotteri da trasporto CH-46 Sea Knight, 6 aerei d’attacco a decollo e atterraggio verticale AV-8B, 4 elicotteri d’attacco AH-1W Super Cobra, 9 elicotteri antisom CH-53 Sea Stallion e 4 elicotteri di ricerca e soccorso UH-1N. Gli Stati Uniti non saprebbero che farsene delle portaelicotteri Mistral costruite per operare con elicotteri francesi e russi. Il Regno Unito ha tre portaelicotteri classe Ocean e Albion da 23700 e 21000 t, che possono trasportare 18 elicotteri. Queste navi sono state costruite nei cantieri navali inglesi. L’Italia ha tre navi classe San Giorgio con tre elicotteri SH-3D Sea King a bordo. La Corea del Sud ha costruito una portaelicotteri della classe Dokdo con 15 elicotteri UH-60 Black Hawk a bordo. Il Giappone ha la nuova portaelicotteri classe Izumo e due della classe Hyuga, con a bordo elicotteri SH-60K e MH-53E Super Stallion. L’Australia ha ordinato al cantiere Navantia (Spagna) due navi d’assalto anfibio (portaelicotteri) classe Juan Carlos da 27000 t che portano i nomi Canberra e Adelaide, per la propria Marina, nel 2015. Trasporteranno elicotteri multiruolo S-70B Seahawk. La Spagna ha una nave classe Juan Carlos (11 aerei a decollo verticale AV8B e 12 NH90) e una della classe Galizia che trasporta 6 elicotteri NH-90. L’India ha acquistato la portaelicotteri di seconda mano statunitense USS Trenton da 16590 t, divenuta INS Jalashwa. Nel 1987 acquistò la portaerei INS Viraat, comprata dal Regno Unito, con 14 aerei a decollo verticale Sea Harrier e 16 elicotteri Westland Sea King. Dal 2013, l’India ha una seconda portaerei, l’INS Vikramaditya, da 45400 t, con 30 MiG-29K e 6 elicotteri Kamov Ka-31/Ka-28, acquistata e adattata in Russia alle esigenze della Marina indiana. E’ in costruzione nei propri cantieri navali un’altra portaerei leggera (Vikrant) da equipaggiare con 30 jet da combattimento MiG-29K e 10 elicotteri Kamov Ka-31 e Westland Sea King. L’India non ha bisogno delle Mistral.Type_071-3La Cina ha tre navi da 20000 t Tipo 071 per le sue forze anfibie, con a bordo 4 elicotteri Z-8, i francesi Super Frelon costruiti su licenza. La Cina potrebbe sorprendere come in passato. Ad esempio, nel 1999, un uomo d’affari di Hong Kong acquistò la portaerei Varjag (ex-sovietica Riga, entrata nella flotta del Mar Nero nel 1988), della classe Admiral Kuznetsov, disarmata e in parte smantellata dagli ucraini, e che si affermava sarebbe divenuta un casinò. Tuttavia, la portaerei Varjag fu rimorchiata per mezzo mondo per essere messa in bacino di carenaggio nei cantieri cinesi di Dalian, dove fu restaurata in cinque anni e ribattezzata Liaoning. La portaerei cinese da 67500 t imbarca 36 aerei (24 velivoli multiruolo J-15, 4 elicotteri Ka-31, 2 elicotteri Z-9 Dauphin e 6 Z-18 Super Frelon). La Cina ha denaro e interesse a dotare la flotta di due portaelicotteri classe Mistral. A sua volta, la Francia sarebbe felice se potesse vender le due Mistral ai cinesi. Solo che gli Stati Uniti temono, per via della stretta relazione tra Mosca e Pechino, che le due Mistral finiscano alla Russia.tpbje20121125038_32690117Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Contrastare l’occidente nel Mar Nero e altrove

Eric Draitser New Eastern Outlook 21/05/2015

Il precedente articolo Battaglia per il Mar Nero esaminava lo sviluppo del dispiegamento militare di Stati Uniti e NATO nella regione del Mar Nero. Questo articolo si concentra su come la Russia agisce per contrastare ciò che percepisce come strategia aggressiva di USA-NATO.Crimea Russian Navy locationsControstrategia della Russia
Dopo il colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti in Ucraina, il popolo della Crimea ha votato per la riunificazione con la Russia. Mentre ciò fu senza dubbio una mossa politicamente ed economicamente motivata per garantirne sicurezza e futuro nel crollo del tutto prevedibile dell’Ucraina, non sarebbe stata possibile senza un chiaro vantaggio militare e strategico (e naturalmente politico e diplomatico) per la Russia. Che tale vantaggio esistesse era chiaramente evidente. Per Mosca, la Crimea è più di un territorio storico della Russia; è una regione strategicamente vitale per la Marina militare e i militari russi. La sicurezza e l’integrità della Flotta russa del Mar Nero, a Sebastopoli in Crimea, da più di due secoli è di primaria importanza per Mosca. Perciò, dopo l’adesione della Crimea alla Federazione russa e il caos in Ucraina, il Cremlino ha agito rapidamente modernizzando e rafforzando le proprie risorse navali nel Mar Nero. Mentre ciò era necessario con qualsiasi misura, la mossa impediva anche una qualche escalation militare di USA-NATO; Washington e Bruxelles avanzavano il loro rafforzamento militare comunque. Pochi mesi dopo il referendum in Crimea, la Russia annunciava un massiccio aggiornamento della Flotta del Mar Nero, per renderla, secondo gli ufficiali russi, “moderna” e “autosufficiente”. Come il Comandante in capo della Marina russa Ammiraglio Viktor Chirkov ha spiegato, “La Flotta del Mar Nero deve avere una serie completa di navi militari capaci di eseguire tutte le missioni assegnategli… Non è una provocazione militare, è qualcosa che la Flotta del Mar Nero deve fare non avendo ricevuto nuove navi da molti anni“. Nell’ambito di questa modernizzazione e aggiornamento, la flotta riceverà 30 nuove navi entro la fine del decennio, tra cui moderne classi di navi da guerra, sottomarini e navi ausiliarie Inoltre, Mosca intende avere una flotta autosufficiente, espandendone basi, truppe permanenti e potendosi sostenere in Crimea senza la necessità di un’assistenza speciale da Mosca. Ma la Russia, naturalmente, riconosce che con il crescente conflitto politico con l’occidente, con tutte le implicazioni militari e strategiche concomitanti, necessita di partner e alleati. Pensando a ciò, Mosca ha lavorato diligentemente per promuovere la cooperazione militare con la Cina in generale, in particolare nel Mar Nero.

Cinesi alleati e partner
article-2575419-1C1D7DE900000578-732_634x551 All’inizio dell’anno, il presidente russo Putin e il presidente cinese Xi Jinping decisero un accordo preliminare militare di oltre 3,5 miliardi di dollari. Secondo i media cinesi, l’accordo vedrebbe la Russia fornire caccia, sottomarini, tecnologia e materiale militari avanzati. Ciò segna una svolta nella cooperazione militare tra i due Paesi, dalla consolidata storia recente. Naturalmente, si tratta di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in cui la Russia guadagna un partner politico e militare prezioso nel conflitto con l’occidente, mentre la Cina accede a materiale militare cruciale nell’escalation con il Giappone e nel Mar Cinese Meridionale. Ma è molto di più dei soli accordi militari tra i due Paesi. Russia e Cina, sotto gli auspici dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO), s’impegnano sempre più in esercitazioni militari congiunte. Nel 2014, la SCO partecipò alle più grandi operazioni congiunte tra i due Paesi. Come il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu dichiarò: “Abbiamo un grande potenziale nella cooperazione nella Difesa, e la parte russa è pronta a svilupparla su una vasta gamma di settori… nella situazione mondiale molto volatile, diventa particolarmente importante rafforzare affidabili relazioni di buon vicinato tra i nostri Paesi… Questo non è solo un fattore importante per la sicurezza degli Stati, ma anche un contributo a pace e stabilità nel continente euroasiatico e altrove…” I vertici privati regolari tra i leader di Russia e Cina danno un forte impulso allo sviluppo del partenariato bilaterale. E’ chiaro che Russia e Cina riconoscono potenziale e necessità della stretta interazione militare tra i due Paesi. E in questo momento, con USA-NATO che espandono la propria presenza nel Mar Nero, Mosca e Pechino hanno deciso di mostrare i muscoli. Mentre le forze militari statunitensi si schierano in Romania, navi da guerra cinesi hanno compiuto una mossa senza precedenti, entrando nel Mar Nero per partecipare alle esercitazioni navali Sea Joint 2015 con gli omologhi russi. Il Ministero della Difesa di Pechino ha osservato che, “Scopo dell’esercitazione è rafforzare gli scambi amichevoli tra le due parti… e migliorare la capacità delle due marine militari di affrontare minacce marittime“, aggiungendo che “tale esercitazione congiunta non prende di mira una terza parte e non è correlata alla sicurezza regionale“. Mentre il linguaggio diplomatico è destinato a lenire i rapporti con Washington, la dimensione regionale delle esercitazioni non è certo sfuggita ai pianificatori militari e strategici statunitensi.

La lunga visione sulle relazioni Russia-Cina
Mentre le esercitazioni militari congiunte possono indicare una partnership in crescita, da sole non costituiscono un’alleanza militare. In effetti Russia e Cina devono ancora dichiarare formalmente tale alleanza, anche se si può presumerla de facto. Tuttavia, il trasferimento di tecnologie avanzate militarmente sensibile, per la Difesa, è un indicatore concreto di un’alleanza rudimentale tra le due potenze. Nell’aprile 2015 fu riferito che Pechino sarà il primo acquirente del sistema di difesa missilistico avanzato russo S-400. Anatolij Isajkin, CEO dell’esportatore di tecnologia militare russa Rosoboronexport, veniva citato: “Non voglio rivelare i dettagli del contratto, ma sì, la Cina è infatti il primo acquirente del sofisticato sistema di difesa aerea russo… Si sottolinea ancora una volta il livello strategico delle nostre relazioni… La Cina sarà il primo cliente“. L’accordo è militarmente significativo per via del trasferimento di tecnologie avanzate della Difesa missilistica in grado di fornire a Pechino protezione da varie minacce, comprese quelle derivanti dal conflitto tra Cina e Giappone sulle isole contese, oltre che dagli Stati Uniti e dalla loro aggressiva strategia del “Pivot in Asia” nel Mar Cinese Meridionale e nella regione Asia-Pacifico. Tuttavia, l’accordo tra Russia e Cina è essenziale anche per ragioni simboliche. Mosca, decidendo di fornire questi sistemi avanzati alla Cina per prima e in un momento così critico per entrambi i Paesi, indica che, mentre un’alleanza formale deve ancora essere annunciata, si assiste alla sua emersione, ance se non di nome. Con una mossa impensabile solo pochi anni fa, le truppe cinesi hanno sfilato sulla piazza rossa durante la commemorazione del 70° anniversario della vittoria sovietica e alleata sul fascismo, dimostrando ulteriormente il legame simbolico tra i due Paesi. La dimensione della sicurezza internazionale è anche fondamentale per comprendere l’importanza degli accordi recenti. L’S-400, considerato capace affrontare qualsiasi sistema missilistico aggressivo impiegato da Stati Uniti e NATO, simbolo di una imminente, anche se non ancora conclusa, parità militare tra Stati Uniti e NATO e Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Anche se Washington pretende ancora di avere il dominio globale, la realtà, per quanto dolorosa sia per molti pianificatori strategici e militari occidentali, è che Stati Uniti e NATO semplicemente non controllano Asia ed Europa orientale. Guardando una mappa, appare chiaro che lo spazio militarmente succube agli Stati Uniti si restringe, mentre Russia, Cina e alleati sono sempre più militarmente indipendenti e capaci di difendersi. Tale cambio epocale nello scacchiere globale avrà implicazioni nei futuri decenni.
E’ cristallino che l’alleanza nascente tra Russia e Cina avrà implicazioni mondiali, dal Mar Cinese Meridionale all’Atlantico, modificando i calcoli strategici in Eurasia; essenzialmente in gran parte del globo. Ma mentre l’alleanza diretta non è ancora non pienamente realizzata, i suoi contorni generali appaiono sul Mar Nero, oggi uno dei punti caldi del conflitto Est-Ovest. La presenza USA-NATO nel Mar Nero e Paesi rivieraschi è un chiaro indicatore dell’importanza che Washington e Bruxelles attribuiscono a questa zona sul confine meridionale della Russia. Al contrario, la Russia ha adottato contromosse mostrando bandiera e aumentando la propria preparazione militare di fronte le provocazioni occidentali nella tradizionale sfera d’influenza della Russia.
Mentre la possibilità di un conflitto militare rimane bassa, solleva possibilità terrificanti. Una potenza nucleare come la Russia che, nonostante potenza militare e competenze tecniche, è ancora indietro rispetto al robusto complesso militare-industriale degli Stati Uniti che non ha mai subito lo smantellamento che la Russia ebbe dopo il crollo dell’Unione Sovietica. In quanto tale, la Russia fa molto affidamento sulla deterrenza nucleare, creando così la possibilità di un confronto apocalittico. Un simile scenario apocalittico, anche se improbabile, dovrebbe far riflettere chiunque. Nell’interesse della pace, Stati Uniti ed alleati, se interessati a stabilità piuttosto che ad espandere la propria egemonia, farebbero bene a rispettare la sfera di influenza della Russia e fare di tutto per sdrammatizzare la situazione. Tuttavia, per l’occidente la guerra è un affare, e con le crescenti tensioni con la Russia, in particolare nel Mar Nero, gli affari sicuramente sono in forte espansione.002817bgvsjmehnbntpmb8Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City e fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina aggiorna rapidamente l’arsenale nucleare con missili MIRVizzati

RussiaToday 17 maggio 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroranuclear-arsenal-1La Cina ristruttura rapidamente l’arsenale di missili balistici a lunga gittata nei silos per trasportare testate multiple a puntamento indipendente, secondo gli esperti della difesa. La mossa arriva dopo decenni in cui Pechino ha acquisito tale tecnologia, indicando un cambio di strategia. Si è speculato per anni sull’esercito cinese che aggiorna alcuni missili balistici intercontinentali con la tecnologia dei veicoli di rientro multipli a puntamento indipendente (MIRV), consentendo a un singolo missile di trasportare diverse testate e di colpire in tutto il mondo diversi obiettivi. La valutazione approvata dal governo degli Stati Uniti dell’ultimo rapporto del Pentagono sulle forze armate cinesi, segnala che i missili Dongfeng-5, i più grandi a propellente liquido della Cina in grado di raggiungere gli Stati Uniti, sono dotati di MIRV. Secondo il rapporto i Dongfeng-41, ICBM più piccoli a propellente solido e mobili, “probabilmente trasportano MIRV“. Secondo il New York Times, almeno la metà dei 20 missili DF-5 della Cina potrebbe essere stata aggiornata. Secondo una stima minima ogni missile avrebbe tre testate individuali, aumentando il numero di testate che Pechino può sparare a 40, da 20, secondo il giornale che cita vari esperti della difesa. “La piccola forza della Cina lentamente diventa più grande, e le sue capacità limitate migliorano lentamente“, ha detto Hans M. Kristensen, direttore del Nuclear Information Project della Federazione degli scienziati americani. In un precedente rapporto, Kristensen ha detto che la Cina probabilmente aggiorna l’arsenale in risposta alla creazione del sistema di difesa antimissilistica globale degli Stati Uniti. Washington dice che ne ha bisogno per proteggere se e stessa e gli alleati da un attacco da nazioni come Iran e Corea democratica. Ma gli strateghi di Mosca e Pechino vi vedono una minaccia alla loro sicurezza nazionale. “Se è così, è ironico che il sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti, destinato a ridurre la minaccia agli Stati Uniti, invece ne aumenti le minacce innescando lo sviluppo di missili balistici MIRV cinesi che potrebbero distruggere più città negli Stati Uniti, in una possibile guerra“, ha detto Kristensen. Il rapporto del Pentagono dice che la Cina sviluppa una serie di tecnologie per penetrare gli scudi antimissile. “La Cina lavora su una serie di tecnologie per tentare di contrastare i sistemi di difesa antimissile di Stati Uniti e altri Paesi, tra cui veicoli di rientro manovrato (MARV), MIRV, inganni, disturbo e schermatura termica“, ha detto. La Cina da decenni avrebbe la tecnologia necessaria per miniaturizzare testate nucleari abbastanza per disporle sui missili, ma scelse di non aggiornare l’arsenale. La strategia della deterrenza nucleare di Pechino è avere abbastanza armi per sopravvivere a un attacco nucleare e infliggere danni monumentali all’aggressore. “Ovviamente rientra nei preparativi della concorrenza a lungo termine con gli Stati Uniti“, ha detto Ashley J. Tellis del Carnegie Endowment for International Peace ex-alto funzionario della sicurezza nazionale nell’amministrazione Bush. “I cinesi hanno sempre temuto il vantaggio nucleare statunitense“. Il potenziamento del piccolo ma incisivo arsenale nucleare della Cina può innescare iniziative analoghe dalle altre potenze nucleari regionali, India e Pakistan. Finora solo Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia dispongono di ICBM MIRVizzati.

Gli USA rottamano la riduzione nucleare
Mosca ha indicato che la dimensione dell’arsenale nucleare dipende dalla politica estera degli Stati Uniti. L’avvertimento è di Mikhail Uljanov, capo del Dipartimento sulla non proliferazione nel Ministero degli Esteri russo, che partecipa a una conferenza delle Nazioni Unite sul Trattato di non proliferazione nucleare. Il diplomatico russo parlava del trattato di riduzione nucleare New START firmato da Stati Uniti e Russia nel 2010, dicendo che Mosca intende mantenere i propri impegni, ma non andrà oltre per via del comportamento degli Stati Uniti. “Ciò che gli statunitensi fanno oggettivamente ostacola, se non elimina completamente, qualsiasi prospettiva di un ulteriore disarmo nucleare”, ha detto Uljanov. “Oggi non ci sono fattori che rendono la nostra adesione al trattato (New START) contraria agli interessi della Russia, ma ipoteticamente può verificarsi una situazione del genere con le azioni degli USA, a cui non vorremmo assistere“, ha aggiunto. Stati Uniti e Russia hanno la parità nucleare, ma gli USA hanno molte più forze convenzionali. Con la Russia che si basa sul suo arsenale nucleare per salvaguardarsi da un massiccio attacco degli Stati Uniti, lo sviluppo del sistema antimissile degli Stati Uniti è visto come pericolosa minaccia alla sicurezza nazionale a Mosca.

tvwJ6Contrastare la minaccia missilistica strategica russa è troppo difficile e costosa per gli Stati Uniti
Sputnik 19/05/2015

Contrastare la minaccia di missili balistici intercontinentali russi è troppo difficile e costosa per gli Stati Uniti, dichiara il Vicepresidente del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti, ammiraglio James Winnefeld.

CZ 2C integrationLa maggiore minaccia alla sopravvivenza degli Stati Uniti è “un attacco nucleare massiccio dalla Russia, o di qualche altro potente avversario o potenziale avversario come la Cina“, ha osservato Winnefeld. “Abbiamo detto che la difesa missilistica contro tali potenti minacce è troppo difficile e costosa, ed è anche strategicamente destabilizzante provarci“, ha detto Winnefeld sulla minaccia di un attacco nucleare russo o cinese, in un discorso presso il Center for Strategic International Studies. La leadership civile e militare sostiene che i sistemi di difesa antimissile di Stati Uniti ed Europa ha lo scopo di contrastare le minacce missilistiche a lungo raggio di Corea democratica e Iran. Il deterrente statunitense primario contro la Russia, ha aggiunto Winnefeld, è la triade nucleare. “Useremo l’imposizione dei costi per dissuadere la Russia, mantenendo forti le tre gambe del nostro deterrente nucleare e il nostro sistema di comando e controllo nucleare“. Entro la fine del 2015 gli Stati Uniti installeranno il sistema Aegis Ashore Ballistic Missile Defense (BMD) in Romania, completando la fase 2 dell’European Phased Adaptive Approach, affermava Winnefeld. Mosca si è opposta ripetutamente alla proliferazione dei sistemi di difesa missilistici degli USA presso i suoi confini, affermando che rappresentano una minaccia al deterrente nucleare strategico della Russia. I sistemi BMD erano precedentemente limitati dal Trattato antimissili balistici (ABM) tra Stati Uniti e Russia, per evitare lo squilibrio strategico. Gli Stati Uniti uscirono dal trattato nel 2001.

Un nuovo video mostra l’ICBM Jars trasportato su un traghetto
Sputnik 20/05/2015

Il Ministero della Difesa della Russia ha pubblicato un video che mostra i sistemi missilistici mobili Topol-M e Jars attraversare un fiume su un traghetto. Il video è stato caricato su un social media del ministero. Il ministero non ha fornito alcun dettaglio. L’RS-24 Jars è un missile balistico intercontinentale a propellente solido dotato di almeno quattro veicoli di rientro a puntamento indipendente nucleari. Fu testato il 29 maggio 2007 ed introdotto in servizio nel luglio 2010, poco dopo aver completato i test finali. L’RS-24 Jars, progettato per eludere i sistemi di difesa missilistica a una distanza di 14000 km, è la versione aggiornata del missile balistico Topol-M che può essere sparato da lanciatori mobili e da silo. Il Ministero della Difesa russo ha detto che i missili balistici RS-24 Jars e Topol-M saranno i pilastri della componente terrestre della triade nucleare russa e rappresenteranno almeno l’80% dell’arsenale delle forze missilistiche strategiche, entro il 2016.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

IL PRIMO RAGGIO

L’arsenale strategico di Mosca 1943-2013
(Nuova edizione)

Alessandro Lattanzio, 2015, p. 241, € 20,00
Anteo Edizioni

ilpraggio3Descrizione: Il testo ricostruisce la genesi e lo sviluppo dell’arsenale strategico sovietico e russo, tracciando per sommi capi la storia dell’Unione Sovietica e della Federazione Russa quale superpotenza mondiale, descrivendo gli strumenti e la strategia che permisero a Mosca di svolgere il ruolo di primo concorrente ed avversario degli Stati Uniti d’America nella seconda metà del XX° secolo e all’inizio del XXI° secolo. È poco nota, infatti, la storia del programma atomico sovietico, solo recentemente resa pubblica in Italia anche dalla pubblicazione del lavoro dello storico russo Roy Medvedev.
L’URSS, benché devastata dall’aggressione nazista del 22 giugno 1941, nell’arco di quattro anni riuscì a colmare il gap tecnologico-nucleare con gli USA. Difatti, nell’agosto 1949 venne fatto esplodere il primo ordigno atomico sovietico, mentre nel 1954 esplodeva la prima bomba termonucleare, battendo gli USA nella corsa alla superbomba ad idrogeno. In seguito, Mosca puntò sui missili balistici intercontinentali quali vettori strategici principali del proprio arsenale strategico, al contrario di Washington, che invece puntò sui bombardieri strategici. Infine, neanche il gap tecnologico tra USA e URSS nel settore dei sottomarini lanciamissili balistici, potè perdurare oltre un lustro.
L’arsenale strategico-nucleare della Federazione Russa, oggi, è la principale eredità dell’era sovietica di Mosca, ed è grazie a questa eredità che la Russia di Putin riconquista il suo ruolo di potenza mondiale.

Canada: “Cavallo di Troia” della Cina per importare lo yuan in Nord America

Ariel Noyola Rodríguez* – RussiaTodayLa valuta cinese raccolgie sempre più seguaci nel processo d’internazionalizzazione. Dopo l’istituzione in Asia-Pacifico e Europa di centri di scambio diretto per consentire investimenti in attività finanziarie denominate in Yuan, ora si spezza la resistenza del Canada, vecchio alleato degli Stati Uniti, destinato ad essere la piattaforma della “yuanizzazione” del continente americano. Lo yuan è un componente del potere ‘morbido’ (mezzi ideologici, culturali e diplomatici utilizzati da una nazione per influenzare le azioni degli attori nel sistema internazionale) della Cina per avere il supporto dei Paesi più allineati alla politica estera degli Stati Uniti. Con il tasso di crescita annuo pari a circa il 7% e le aspettative di redditività nelle zone economiche speciali che si riducono rapidamente, la Cina cerca di trasformare i termini delle sue relazioni economiche con i Paesi industrializzati. Con l’aumentare della domanda di prodotti ad alto valore aggiunto dei consumatori cinesi, centinaia di uomini d’affari occidentali mostrano maggiore interesse ad incrementare gli affari con il gigante asiatico. Con il crescente ruolo della Cina sui flussi di capitale (investimenti diretti, di portafoglio, ecc.) e sul commercio mondiale, aumenta in parallelo l’orbita d’influenza dello yuan quale mezzo di pagamento ed investimento e valuta di riserva in sempre più settori dell’economia globale. Questo è il caso del Canada, Paese aderente al trattato di libero scambio nordamericano (NAFTA) con Messico e Stati Uniti. Sorprendentemente, il primo ministro Stephen Harper non solo non si oppone all’internazionalizzazione dello yuan ma, al contrario, non risparmia sforzi per fare di Toronto la prima piattaforma di valuta cinese fuori dall’Asia-Pacifico. In un primo momento il governo cinese favorì l’uso della “moneta del popolo” (renminbi) solo in territorio asiatico, e in un secondo momento lo yuan superava i confini giungendo in Europa, Africa, Medio Oriente e America Latina. Nel caso del continente americano, l’internazionalizzazione dello yuan si limitava, fino al termine dello scorso anno, a creare accordi bilaterali di swap (cambio valuta) con le banche centrali di Brasile e Argentina (le due economie maggiori del Sud America). Mentre è vero che diversi mesi fa la Cina avviò i colloqui con alti funzionari del governo dell’Uruguay per lanciare Montevideo come “capitale latino-americana dello yuan” (1), ancora i progetti non vengono finalizzati nel promuovere l’uso della moneta cinese presso i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Al contrario, il governo del Canada ha potuto concludere tre importanti accordi negli ultimi sei mesi. Entrambi i Paesi, in primo luogo, approvano l’insediamento del primo centro di pagamento diretto per facilitare l’uso dello yuan nel continente americano. In precedenza ciò è stato attuato solo in Asia e Europa. Sotto la supervisione della Banca industriale e commerciale della Cina (ICBC, nell’acronimo in inglese) a Toronto, il centro di pagamento diretto permette le operazioni di cambio fra dollaro canadese e valuta cinese senza tener conto del tasso del dollaro USA, permettendo di ridurre i costi di transazione e rafforzare i legami tra le imprese di entrambi i Paesi, aumentando gli scambi di beni e servizi (2).
featured_china Secondo le stime della camera di commercio del Canada, grazie all’attivazione del centro di pagamento in yuan, i canadesi risparmieranno circa 6,2 miliardi di dollari nel prossimo decennio, le cui esportazioni raggiungeranno una cifra inaudita tra 21 e 32 miliardi di dollari. In secondo luogo, la Banca del popolo cinese e la Banca centrale del Canada hanno firmato per uno scambio di valute triennale per un totale di 30 miliardi di dollari canadesi (200 miliardi di yuan). Una volta che il Federal Reserve System (Fed) ha concluso il programma di allentamento quantitativo (Quantitative Easing), diversi Paesi hanno subito il deprezzamento delle proprie valute rispetto al dollaro: Giappone, zona Euro ed avanzati esportatori di materie prime come Australia e Canada, senza tralasciare ovviamente le economie periferiche dalla maggiore fragilità finanziaria. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti tollera sempre meno l’apprezzamento del dollaro per via degli effetti negativi sulla crescita economica. Ricordiamo che nelle settimane precedenti, la Fed ha alzato il tono delle critiche sulla politica moneta accomodante della Banca centrale europea (BCE) e della banca del Giappone. Pertanto, sembra che le tensioni tra valute aumenteranno il prossimo mese (3). Tuttavia, attraverso l’accordo swap Cina e Canada abbandonano l’uso del dollaro e, quindi, diminuiranno gli effetti della volatilità del tasso di cambio su commercio e flussi di investimento bilaterali. Terzo, infine il governo cinese ha concesso una quota di investimenti agli imprenditori canadesi per un importo massimo di 50 miliardi di yuan (8,2 miliardi di dollari) partecipando al programma cinese per gli investitori istituzionali stranieri qualificati in Renminbi (RQFII, nell’acronimo in inglese) (4). Così, come già accaduto con le imprese di Londra, Parigi, Francoforte e Lussemburgo, ora gli investitori canadesi sono sostenuti dalle autorità di regolamentazione cinesi nell’acquistare attività finanziarie denominate in yuan. Non c’è dubbio che gli accordi di cooperazione tra Cina e Canada hanno comportato risultati eccellenti sia per i futuri scambi ed investimenti delle società canadesi, sia aprendo la via all’internazionalizzazione dello yuan nel Nord America, con lo slancio del Canada.
Inevitabile conseguenza della crescente importanza della regione Asia-Pacifico nella regione nord-americana, lo yuan attualmente occupa la seconda posizione (10,2%) nella ‘classifica’ delle valute più utilizzate dal Canada nelle transazioni con Cina e Hong Kong: 8,5 volte più utilizzato rispetto al dollaro degli Stati Uniti (1,2%), superato solo dal dollaro canadese (75,4%). Secondo la società di comunicazioni interbancarie e finanziarie internazionale (SWIFT, nell’acronimo in inglese), nel marzo 2015 le società canadesi hanno aumentato del 213% le operazioni in yuan rispetto al 2013 (5). Così grande è l’emozione suscitata dalla valuta cinese in Canada, che il 16 giugno vi sarà il primo vertice della finanza nell’Asia-Pacifico al Vancouver Convention Center, sponsorizzato da City AgeMedia, AdvantageBC e provincia della Columbia britanica (6). L’incontro tra accademici e businessmen cercherà di costruire nuovi schemi di cooperazione con la Cina per implementare l’uso dello yuan nelle città canadesi oltre Toronto, Vancouver, Montreal e Calgary, e anche a formare importatori ed esportatori nel trarre il massimo rendimento dagli accordi raggiunti nel novembre 2014 (7).
In conclusione, mentre il presidente Barack Obama non riesce a contrastare i trionfi diplomatici globali del governo di Xi Jinping, armato dal cavallo di Troia in Canada, i cinesi rafforzano il processo di “yuanizzazione” nel “cortile” della casa bianca.chinacanada*Economista laureato presso l’Università nazionale autonoma del Messico.

Note
1. “¿Montevideo, la capital latinoamericana del yuan?“, Ariel Noyola Rodríguez, Rete Voltaire, 7 ottobre de 2014
2. “China Names ICBC for Yuan Clearing in Canada“, William Kazer, The Wall Street Journal, 9 novembre de 2014
3. “The Dollar Joins the Currency Wars“, Nouriel Roubini, Project Syndicate, 1 maggio 2015
4. “China Awards $8.2 Billion RQFII Quota, Swap Deal to Canada“, Bloomberg, 8 novembre 2014
5. “Canada takes off as official RMB clearing centre“, SWIFT, 30 aprile 2015
6. “Yuan’s role highlights Summit“, Talia Beckett & Hatty Liu, China Daily, 18 aprile 2015
7. “Canada steps up efforts to become hub for yuan trade settlement“, Jeanny Yu, The South China Morning Post, 24 aprile 2015

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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