Sul tentativo di assassinare Kim Jong-un

Konstantin Asmolov, NEO, 18.07.2017L’inizio di maggio fu caratterizzato da una serie di dichiarazioni di alto profilo sui media della RPDC riguardo un presunto tentativo di abbattere la leadership del Paese. Il 5 maggio, il Ministero della Sicurezza dello Stato della RPDC fece dichiarazioni ufficiali a tal fine. Poi l’11 maggio, il Viceministro degli Esteri Han Song-ryol osservò che l’ufficio della procura della RPDC “cercherà l’estradizione di tutti i criminali coinvolti, inclusi organizzatori ed istigatori di tale atto di terrorismo di Stato, secondo le leggi vigenti nel Paese“. I criminali citati in questa dichiarazione comprendevano l’ex-presidentessa sudcoreana Park Geun-hye e l’ex-capo dei servizi speciali della Repubblica di Corea Lee Byoung-ho. In seguito, il portale nordcoreano Uriminzokkiri pubblicò un video di 23 minuti su YouTube che mostra un uomo ammettere di aver partecipato al tentativo di assassinare Kim Jong-un. Il passaggio nella narrativa ufficiale nordcoreana è abbastanza difficile, ma se escludiamo le minacce sull'”attacco dell’antiterrorismo in stile coreano che mira a cancellare dalla terra i complotti della cospirazione delle organizzazioni d’intelligence di Stati Uniti e Corea del Sud“, certi fatti diventano più comprensibili. Nel giugno 2014 alcuni individui, probabilmente agenti della CIA e dell’intelligence sudcoreana “corruppero l’ideologicamente instabile” cittadino della RPDC Kim Seoung-il, che all’epoca lavorava come boscaiolo nel territorio di Khabarovsk della Federazione Russa, “trasformandolo in un terrorista pieno di livore e vendetta contro la nostra leadership“, fornendogli 20000 dollari e un telefono satellitare. L’incontro fu permesso dal direttore della Coalizione dei cittadini per i diritti umani dei rapiti e rifugi nordcoreani Doe Hi-jun, che riuscì ad avvicinare Kim, aiutandosi con soldi e le altre carinerie. Come spiega Kim nel video, dopo aver conosciuto Doe Hi-jun su Internet, quest’ultimo iniziò a richiamare la sua attenzione sulla crisi dei diritti umani nella RPDC, raccontandogli come la coalizione dei cittadini incoraggiasse i coreani a fuggire dalla RPDC in Cina o un Paese terzo e a portarli in Corea del Sud, oltre a raccogliere opinioni pubbliche sulle violazioni dei diritti umani nella RPDC. Kim non avrebbe creduto a questi rapporti, ma Doe Hi-jun promise d’inviargli un tablet Samsung con cui poter comunicare liberamente con le applicazioni Telegram o Kakaotalk. A metà settembre, quando fu arruolato da Doe Hi-jun, Kim Seoung-il incontrò Sergej Kim, che vive a nord di Khabarovsk e ricevette il tablet con cui si sintonizzò con Radio Free Asia e altri programmi simili. Va notato che Doe Hi-jun esiste e si definisce professore, spesso viaggia in Russia e Uzbekistan in missioni volte a istruire sulla disumanità del regime della Corea democratica. A metà agosto 2015, Kim Seoung-il incontrò tale Khan, che si presentò come capo della missione dell’agenzia nazionale d’intelligence sudcoreana nell’area, per discuter i dettagli dell’attentato. Tale incontro si svolse nel Parco Amurskij di Khabarovsk, con l’intermediazione di un certo commerciante di legno. Khan affermò di collaborare con la CIA e disse che aveva bisogno di informazioni su rifornimenti, cibo, trasporti, ecc. usati dalla dirigenza nordcoreana in modo da poterla avvelenare. Khan suggerì anche che la famiglia di Kim non sarebbe restata impunita se non avesse adempiuto alla missione.
Negli anni successivi, quando Kim era già nella RPDC (viveva nella capitale dal 2016), queste persone lo contattarono (quattro volte nel 2016 e Kim ricevette più di 80 istruzioni), trasferendogli altre somme di denaro o attrezzature necessarie come un telefono satellitare con cui comunicare. Poi, con la partecipazione di Kim, svolsero i lavori preliminari, tra cui una discussione sulle opzioni dell’assassinio e il tipo di sostanza da utilizzare per liquidare il leader del Paese. Altrettanto importanti furono le raccomandazioni sull’assunzione di sostenitori, corruzione di persone che sarebbero state gli esecutori diretti e la creazione di una rete di agenti. Kim dovette trasmettergli informazioni sull’organizzazione e la protezione nelle parate in cui era possibile commettere l’attentato. Fu anche inviato a creare contatti e fornire attrezzature per gli attentati, per cui ricevette altri 100000 dollari. L’attentato doveva avvenire presso il Palazzo del Sole Kumsusan, dove si trovano le tombe di Kim Il-sung e Kim Jong-il. Doveva essere effettuato durante una delle manifestazioni di massa o una sfilata militare. L’arma dell’assassinio sarebbe stata una “sostanza tossica biochimica di natura radioattiva o nano-tecnologica” in grado di uccidere la vittima entro 6-12 mesi dopo esserne venuta a contatto. C’erano diverse opzioni: una sostanza velenosa e un dispositivo per spruzzarlo, avvelenamento con polonio, segnalibri avvelenati nei condizionatori d’aria, in modo che al momento giusto si attivassero con un telecomando per riconoscimento vocale. Tuttavia, il 18 novembre 2016, i congiurati decisero d’irrorare la poltrona del leader della RPDC con un agente velenoso a contatto o radioattivo. A tal fine, Khan disse a Kim di raccogliere ulteriori informazioni sul luogo in cui si svolgono abitualmente le grandi manifestazioni, nonché di quale materiale e spessore fossero sedia e balaustra sul balcone da cui appariva il leader supremo. L’idea d’introdurre mezzi speciali (la cui composizione, secondo Khan, era nota solo agli esperti della CIA) nella RPDC fu prevista all’inizio di maggio. Tuttavia, il 5 marzo 2017, materiali da campo e dispositivi per creare un centro di comunicazione furono intercettati alla dogana di Hsinchu. Kim fu arrestato. Ora afferma di essere stato “ingannato dalla propaganda ostile alla repubblica e che fu coinvolto in un crimine terribile“.
I fotogrammi del video mostrano le istruzioni in fase di trasmissione, così come uno smartphone e un tablet presumibilmente forniti dai servizi speciali sudcoreani e “utilizzati per l’elaborazione ideologica” di Kim Seoung-il, rilevando inoltre che nel telefono fu trovata una corrispondenza tra un funzionario nordcoreano e rappresentanti dei servizi speciali sudcoreani, sebbene il testo non contenga alcun riferimento ai CSE. Soltanto l'”azienda” e il suo “capo” furono citati, da cui il Ministero della Sicurezza dello Stato concluse che si riferisse al capo del servizio segreto sudcoreano Li Byoung-ho, che avrebbe personalmente lodato il terrorista come “quadro di valore per la nazione e il servizio d’intelligence del nostro Paese“. Diversi nomi venivano citati: l’agente sul campo Cho Guy-chol e l’uomo inviato in Cina Xu Guanghai, direttore generale della Qingdao Nazca Trade Co. Ltd., che ebbe il ruolo di centro di comunicazione e approvvigionamento. Secondo il CPAC, nel marzo 2017, Cho e Xu s’incontrarono nel territorio della Repubblica popolare cinese a Dandong con l’aiutante di Kim con la scusa di negoziati commerciali, dandogli 50000 dollari e un nuovo telefono satellitare. A chi ha pregiudizi su una RPDC che falsifica e accusa innocenti, ricordiamo l’incidente della “distruzione di statue di bronzo“. Allora, dichiarazioni che agenti sudcoreani progettassero il bombardamento delle statue di Kim Il-sung usando droni con esplosivi (per creare l’illusione di una resistenza cristiana nel Paese che andava aiutata, “seguendo l’esempio siriano“), furono considerate fantasie dovute all’identificazione di pessimi operatori. Tuttavia, la conferma di tale piano venne da un luogo inaspettato, non fu ideato dall’intelligence sudcoreana, ma dai combattenti dell’organizzazione per la Corea del Nord libera, il cui capo Park Sang-hak si lamentò in un’intervista che il tentativo di lanciare l’operazione dal territorio cinese era fallito. Riguardo al polonio o a qualche altra “sostanza biochimica“, se qualcuno è disposto ad ammettere l’assassinio di Kim Jong-nam usando il classico VX, perché non credere a un tentativo di assassinare l’altro Kim usando mezzi simili? E sulla sedia avvelenata o sul dispositivo che diffonde veleno con un certo suono vocale, vanno ricordati i tentativi della CIA contro Fidel Castro, quando furono usati metodi molto esotici e veleni rari, inclusa una sostanza che avrebbe causato calvizie completa prima della morte. (Il leader cubano doveva essere prima distrutto moralmente, privandolo del suo famoso emblema). Tuttavia, quando il 28 giugno la Corea democratica condannò a morte “in absentia” l’ex-presidentessa sudcoreana Park Geun-hye e il capo dell’intelligence sudcoreano Li Byoung-ho, con l’accusa di favoreggiamento di tentato assassinio del leader della RPDC, chiese che venissero estradati “in conformità alle leggi internazionali sul terrorismo di Stato“, l’autore dovette ripetutamente rispondere a domande paranoiche su quando la RPDC avrebbe effettuato un attacco terroristico a Seoul utilizzando le proprie notevoli armi di distruzione di massa. Dopo tutto, dopo la condanna ufficiale di Park Geun-hye, cercheranno certamente di dare il colpo a lungo promesso!
Ma quanto di tutto questo sarebbe vero? Secondo l’autore, sebbene la leadership della Repubblica di Corea non avrebbe avuto nulla a che farci, ci sono organizzazioni dai buoni collegamenti con l’intelligence. È vero che Seul ufficialmente, come ricordiamo, elaborò in modo approfondito la liquidazione di Kim durante un possibile conflitto o attacco preventivo. La Repubblica di Corea presumibilmente dispone di un pool di killer addestrati dall’intelligence USA, e nelle ultime esercitazioni militari, i comandanti dei due Paesi elaborarono operazioni per eliminare la leadership del Nord, compreso il suo leader. È noto anche che le truppe statunitensi hanno recentemente impiegato missili da crociera ad alta precisione AGM-158 JASSM (Joint Air-to-Surface Standoff Missile) dalla base di Gunsan. Questi sistemi presumibilmente ricevono i migliori parametri tattici e tecnici da utilizzare nelle operazioni per distruggere la leadership del nemico. Allo stesso tempo, viene segnalato che le agenzie d’intelligence sudcoreane e statunitensi hanno iniziato a raccogliere attivamente informazioni sui complessi residenziali di Pyongyang che ospitano i vertici militari nordcoreano.
Non si dimentichino le storie fasulle diffuse a giugno dal giapponese Asahi Shimbun su “una fonte ben informata sulla politica della RPDC durante la presidenza Park Geun-hye“. Il giornale affermò che alla fine del 2015, Park Geun-hye firmò un documento che prevedeva varie opzioni per la rimozione di Kim Jong-un dal vertice della RPDC. Come affermato dall’autore anonimo, “furono studiati diversi modi per eliminare Kim, incluso l’assassinio camuffato da incidente d’auto, di treno, in mare e altro“. Tuttavia, a causa della stretta sicurezza che protegge il leader della RPDC e la complessità dell’operazione, ciò fu abbandonato. Le informazioni sull’ordine segreto furono negate dal servizio d’intelligence e dall’amministrazione presidenziale sudcoreana. Alcune idee sul cambio di regime nella Corea democratica potrebbero essere sentite nelle riunioni, “ma non sembra esserci un documento o una politica specifica“. Il 30 giugno, Seul formulò dichiarazioni ufficiali che criticavano i “messaggi infondati che possono distruggere le relazioni inter-coreane“. È più interessante un’altra parte, che coincide con ciò che è noto all’autore da canali ufficiosi. Ciò riguarda l’intelligence, e non certi sciamani, responsabile del fatto che la presidentesse credesse nell’instabilità nella RPDC e in un rapido cambio di regime: “L’intelligence dimostrava chiaramente che Park Geun-hye si fosse fissata sull’instabilità (della Corea democratica) e l’eliminazione di Kim. Perciò iniziarono ad inviarle rapporti che riferivano ciò a cui voleva credere”. Va anche ricordato che l’ex-capo dell’intelligence Won Sei-hun non riuscì nemmeno a sostituire Park Geun-hye a presidente (durante l'”offensiva conservatrice“, fu assolto) e pertanto l’operazione per l’assassinio non sarebbe scontata.Konstantin Asmolov, ricercatore di storia presso il Centro di studi coreani dell’Istituto di studi dell’Estremo Oriente dell’Accademia delle scienze russa, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le sfide dell’Eurasia: irrazionalità della politica globale o “nuova razionalità”?

Dmitrij Eevstafev; Eurasia, SouthFrontNei circoli degli esperti in cui vengono discussi problemi sullo sviluppo globale, si scorge sempre più il parere sul comportamento irrazionale e illogico dei principali attori della politica e dell’economia globale che, come pare a molti, malgrado le regole delle attività economiche, sembrava classico e immutabile. Naturalmente, nei rapporti con la Russia l’apparente irrazionalità dell’occidente è “fuori scala” e viene considerata come nient’altro che naturale. La situazione è migliorata con la “dissoluzione” delle questioni fondamentali nei temi secondari. Ma l’irrazionalità si manifesta non solo nei rapporti con la Russia. La logica non molto razionale può essere rintracciata nelle azioni delle strutture sovranazionali dell’UE nelle questioni energetiche e altre questioni relative alle relazioni con la Russia. Per esempio, nei tentativi di forzare artificialmente lo sviluppo della nuova generazione di fonti energetiche rinnovabili. Questo sembra più importante della migrazione o dello sviluppo continuo, divenendo anche l’irrazionale “tolleranza senza rive”. Non meno irrazionale dal punto di vista economico è il comportamento dell’UE verso l’Iran: Washington (e in larga misura Tel Aviv), osservano silenziosamente l’escalation dell’isteria antiraniana, l’Unione europea sembra rassegnata alla perdita di tutti i dividendi economici acquisiti dall’UE e dai singoli Paesi europei dopo l’abolizione delle sanzioni all’Iran. La decisione di Donald Trump di riprendere il blocco di Cuba appare illogica da un punto di vista politico ed economico. Inoltre, queste azioni “irrazionali” si svolgono sullo sfondo del racket militare pragmatico “a due passaggi” contro le monarchie petrolifere del Medio Oriente. Negli ultimi anni il ruolo dei fattori ideologici nelle importanti decisioni globali è aumentato drasticamente. Guardiamo alle dichiarazioni del “peso massimo” politico europeo, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, secondo cui la priorità politica (ma in realtà, in tutta l’UE) della Germania sarà il contenimento dell’influenza di Russia e Cina. “Questa sarà la fine del nostro ordine mondiale liberale. Quest’ordine è ancora il migliore di tutti i mondi possibili per ragioni etiche, politiche ed economiche. E vogliamo che quest’ordine continui. Almeno, non vogliamo vederlo indebolito“, diceva alla Reuters Schäuble, anche affermando che l’Europa deve assumere maggiori responsabilità nel proteggere l’ordine mondiale liberale e democratico, in quanto gli Stati Uniti mostrano meno disponibilità. Per chi studia l’economia, la dichiarazione è un esempio sorprendente di mancanza di considerazioni economiche nell’approccio strategico, nonché di prevalenza totale delle considerazioni ideologiche sulla pianificazione. Quest’approccio riflette l’umore che domina realmente l’élite europea. In poche parole, l’ala ultra-conservatrice dell’élite tedesca, cui appartiene W. Schäuble, da voce a questi sentimenti in modo franco e chiaro.

Nuova razionalità
Ma quanto questa “irrazionalità” comportamentale appare irrazionale, e non una “razionalità malintesa”, razionalità delle nuove condizioni economiche e sociali? E quali sono le condizioni, se i Paesi chiave e le economie mondiali devono fondamentalmente cambiare comportamento, per soddisfarle? Adesso si osservino alcuni “grandi progetti” che già cominciano a competere tra di loro, ma non per lo spazio. Questi progetti sono per lo più regionali e non si sovrappongono. Il concorso si svolge nella nuova economia e, soprattutto, nel sistema di distribuzione dei diversi profitti (finanziari, tecnologici, logistici, commodities), base su cui la gerarchia della leadership nell’economia post-liberale sarà costruita. Si tratta del progetto cinese di zona di prosperità condivisa della “Grande Via della Seta”, della costruzione dell’Europa dalle diverse velocità (e livelli di sicurezza sociale) e della reindustrializzazione degli Stati Uniti, menzogna che copre il tentativo di ricostruire il modello di sfruttamento statunitense dell’America Latina. In quasi tutte le regioni del mondo, senza escludere l’Africa tropicale apparentemente stagnante, si notano facilmente i segni dei “grandi progetti” che a volte, in maniera competitiva, i principali attori globali cercano di realizzare. L’eccezione forse è solo nel tradizionale Medio Oriente – Mediterraneo, dove il progetto globale statunitense è presumibilmente al collasso e i partecipanti ai processi di sicurezza sono passati ad azioni a breve termine tattiche attuate come forma di massima redditività commerciale.

La logica “non mercantile” dei progetti globali
Nella fase di ricostruzione del sistema delle relazioni politiche ed economiche globali e delle comunicazioni, la politica dei processi è inevitabile e i tentativi di “giocare lungo” da parte di gruppi indipendenti, “per una possibile copertura (attività complesse che permettono di evitare perdite finanziarie, ad esempio “EE”) dei rischi d’investimento su base commerciale”. L’approccio ideologico all’economia, ovviamente, ha certi costi (ad esempio, ciò appare chiaramente nelle relazioni UE – Iran). Ma in pratica è uno strumento per coprire i rischi a lungo termine nell’attuazione dei “grandi progetti”. Soprattutto considerando che i “grandi progetti” sono realizzati a un livello relativamente alto di rischi politici e militari. È ingenuo aspettarsi dai principali attori globali l’attuazione dei grandi progetti basandosi sul “mercato”. Queste aspettative riflettono la vecchia mentalità politica e, soprattutto, economica. La “nuova razionalità” nell’economia globale include l’uso di fattori ideologici come strumento per consolidare gli alleati e garantire la lealtà delle élite economiche. L'”ideologizzazione” delle decisioni economiche diventa uno strumento per il ritorno della pianificazione a lungo termine economica, quasi perduto durante il periodo di dominio della versione finanziaria della globalizzazione. È chiaro che un grande progetto quasi mai viene attuato sulla base dei classici principi del “mercato” per calcolarne la redditività. Un progetto importante fa sempre parte della “realtà economica proiettata”, quasi impossibile da calcolare. E il fattore ideologico come elemento della “realtà proiettata”, ci permette di considerare molti rischi non economici e persino alcuni economici come strategicamente insignificanti.

La nuova razionalità cinese
Il progetto cinese “Cintura di prosperità condivisa della Via della Seta” va visto come esempio interessante. Nel corso di dieci anni la Via è passata dall’essere un progetto logistico classico e “razionale” all’idea di “Cintura di prosperità condivisa”, la cui componente “basata sul mercato” risulta significativamente meno certa e più imprevedibile dal punto di vista classico del mercato. Il fattore importante da dare al progetto “Grande Via della Seta” è fondamentalmente diverso dal contenuto geo-economico, è l’emergere della componente ideologica, finora “cablata” nella formula della “prosperità comune”, ma questo vale solo per ora. Il nuovo status ha dato l’opportunità di guardare diversamente alle questioni di redditività a medio termine del progetto, anche se l’approccio cinese verso i propri partner non ha risparmiato rapporti dai difetti tradizionali.

L’appello ideologico dell’UEE
Al minimo, anche la Russia cerca di definire i suoi “grandi progetti” legati al consolidamento del potenziale economico della Nuova Eurasia e alla formazione del vettore meridionale “Nord-Sud” dello sviluppo logistico e industriale. Una delle fondamenta di questo “progetto principale” è l’Unione economica eurasiatica (EEU), concepita e implementata come unione puramente economica. Tuttavia, sembra che si creino problemi nello sviluppo dell’Unione. In assenza della componente di unità politica (essenzialmente ideologica), l’UEE non può fare un salto qualitativo per status ed influenza. C’è il rischio permanente del crollo a “zona di libero scambio”. La Russia e gli altri Paesi dell’UEE tentano di costruire un sistema e un’istituzione strategicamente importanti nel contesto emergente della “nuova razionalità” basandosi su approcci dalle “vecchie” caratteristiche razionali. Così gli aderenti all’UEE non considerano il fattore del crescente indottrinamento, non solo strategico ma anche pratico, nelle decisioni operative. La sfida principale è che, se le attuali tendenze continuano, la Nuova Eurasia, nella migliore delle ipotesi, rimarrebbe uno spazio non consolidato dell'”industria di seconda modernizzazione”, integrata nella catena globale della lavorazione delle materie prime dalla bassa ripartizione tecnologica. Nel caso peggiore, una parte significativa della Nuova Eurasia potrebbe trasformarsi in spazio logistico. Inoltre, questo rischio si manifesta già con il dialogo tra le élite dei governi post-sovietici e i loro partner cinesi, impegnati nell’ambito del progetto globale basato sulla “nuova razionalità”. È proprio nella Nuova Eurasia che le contraddizioni tra “razionalità” e “ideologizzazione” hanno la stessa razionalità, moltiplicata da una visione a medio termine della situazione, acquisendo forme più acute. Ciò è dovuto alle questioni tradizionalmente complesse e ambigue dei diritti umani, dello sviluppo umanitario, delle questioni ecologiche ed altre che sono difatti la base della cosiddetta “irrazionalità”. E questo, naturalmente, verrà utilizzato dalle leadership per i nuovi progetti globali. In queste condizioni, i Paesi della Nuova Eurasia inevitabilmente sollevano la questione del ripensamento dei paradigmi dello sviluppo nazionale e della pianificazione strategica alla base del loro sviluppo degli ultimi 25 anni e che, ovviamente, iniziano a perdere rilevanza.Dmitrij Evstafev, professore della NRU, Scuola Superiore di Economia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo della Russia nella creazione dello spazio economico eurasiatico

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 10.07.2017Come è ben noto, la Russia affronta l’integrazione economica di tutti i Paesi eurasiatici. Dato ciò, è naturale che la Russia sostenga il progetto avviato dalla Cina per creare la “Cintura economica della Via della Seta”. Tuttavia, alcuni Paesi geograficamente circostanti la Cina temono che, dopo aver aderito alla “Via della Seta”, perdano l’indipendenza nelle infrastrutture ed economica. La Russia aiuterà i Paesi disposti a sviluppare le infrastrutture e il commercio estero senza una significativa partecipazione della Cina. Il progetto One Belt and One Road comprende due sottoprogetti: “Nuova Via della Seta” (progettata per unire le principali ferrovie e autostrade dell’Eurasia e dell’Africa in una sola rete) e “Via della Seta Marittima del 21esimo secolo” dal Sud-Est asiatico lungo le coste meridionali dell’Eurasia all’Africa ed Europa. Oltre alla costruzione di varie infrastrutture (nuove ferrovie, porti, ecc.), il progetto richiede la creazione di zone di libero scambio tra gli Stati partecipanti. Si presume che qualsiasi Paese vi partecipi ne beneficerà. Tuttavia, alcuni Stati della regione Asia-Pacifico sono scettici sull’iniziativa cinese. Impegnati a parteciparvi al minimo, fanno il possibile per impedire la crescita dell’influenza cinese sulle proprie politiche economiche nazionali. Questo principalmente riguarda Paesi con economie già sviluppate che hanno qualcosa da perdere e che hanno propri piani di grande portata e volontà di dominare la regione. India e Giappone, principali concorrenti della Cina in Asia, ne sono i primi esempi. Nel maggio 2017, il forum One Belt and One Road si tenne a Pechino. Ospiti di alto rango da oltre 100 Paesi, tra cui il Presidente Vladimir Putin (impegnatosi a sostenere la Federazione russa verso la Nuova Via della Seta), vi parteciparono. Il Presidente della Repubblica Popolare cinese Xi Jinping aprì l’evento osservando che il progetto è destinato a beneficiare tutti i Paesi, e non solo ad aumentare l’influenza cinese. Tuttavia, a non inviandovi propri rappresentanti, India e Giappone ne diffidano apertamente. Una delle ragioni per cui l’India ha ignorato l’evento è la cooperazione attiva della Cina con il Pakistan, in particolare nel Kashmir, causa della lunga disputa territoriale tra India e Pakistan. Secondo la leadership indiana, le operazioni delle società statali cinesi nelle aree occupate in Pakistan del Kashmir riconoscono il diritto pakistano su questi territori da parte della Repubblica popolare cinese. Tuttavia, ciò non è il motivo principale del rifiuto indiano per la “Via della Seta”. Oltre al Pakistan, la Cina aumenta attivamente l’influenza in altri Paesi confinanti con l’India, anche costruendo infrastrutture. Negli ultimi anni, la Repubblica popolare cinese è riuscita a costruire un gasdotto in Myanmar, a stabilire una via ferroviaria con il Nepal e ad iniziare a costruire una nuova città portuale in Sri Lanka, continuando gradualmente ad aggirare l’India con un anello di alleati cinesi. Nell’ambito della “Via della Seta Marittima del 21° secolo”, la Cina cerca di rafforzare la presenza in tutti i punti importanti lungo la rotta dall’estremità orientale dell’Asia ad Africa ed Europa. Questo è probabilmente uno dei motivi principali di preoccupazione per India e Giappone. Il traffico navale da questo sito è estremamente importante per questi Paesi, che commerciano attivamente con Europa ed Africa, mentre la sicurezza energetica del Giappone va attribuita principalmente agli idrocarburi trasportati via mare dal Medio Oriente. India e Giappone perciò non desiderano assistere a un traffico marittimo lungo le coste meridionali dell’Eurasia sotto il completo controllo cinese. Tuttavia, nonostante questi ostacoli, entrambi i Paesi vorrebbero aderire a uno spazio economico eurasiatico comune. Se i loro interessi gli impediscono di realizzarlo con la Cina e la sua “Via della Seta”, Russia e Unione economica eurasiatica potrebbero divenire alternative valide.
Già la Russia aiuta l’India a sviluppare l’infrastruttura nazionale. Su terraferma, l’India confina con un piccolo numero di Paesi, e per via ferroviaria con altre parti del continente, e il Paese dovrebbe in qualche modo cooperare con Cina o Pakistan. Tuttavia, l’India attualmente preferisce costruire ferrovie nel Paese indipendentemente o con l’aiuto della Federazione Russa. Nel dicembre 2015, la compagnia statale russa Russian Railways (RZD) e il Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un memorandum d’intesa sulla cooperazione tecnica nel settore ferroviario. Nell’ottobre 2016, durante il vertice BRICS, RZD e Ministero delle Ferrovie indiano firmarono un protocollo sulla cooperazione nell’ambito del programma ferroviario ad alta velocità. Per cominciare, gli specialisti russi espressero il desiderio di aiutare i colleghi indiani a modernizzare la ferrovia Nagpur-Secunderabad. Nel febbraio 2017 fu inaugurata a New Delhi l’ufficio rappresentativo di RZD International (filiale delle ferrovie russe fondata per lavorare nei progetti esteri). A seguito di ciò, la direzione di Zriferì che, oltre all’ammodernamento della tratta Nagpur-Secunderabad, le ferrovie russe avevano avviato altri progetti in India relativi alla creazione di ferrovie ad alta velocità, sviluppo dei trasporti urbani, formazione del personale e fornitura di diverse attrezzature agli indiani.
Per il Giappone, la cooperazione con la Russia è ancora più conveniente e redditizia che con la Cina. La Federazione Russa può offrire al Giappone un’alternativa sia alla “Via della Seta” che alla rotta marittima. La ferrovia transiberiana russa può diventare il corridoio terrestre del Giappone. Anche se la Ferrovia Transiberiana è inclusa nelle strutture della “Cintura economica della Via della Seta”, attraversa la Russia e non dipende dalla Cina. Un treno merci che percorre la tratta Vostochnij – Mosca attraverso la Transiberiana impiega solo 20 giorni e i carichi possono essere inviati da Mosca su varie rotte per l’Europa. A fine maggio 2017, presso la Rappresentanza commerciale della Federazione Russa in Giappone si ebbe il forum aziendale “Nuove opportunità e prospettive di sviluppo dei trasporti merci eurasiatici”, cui parteciparono anche rappresentanti di Kazakistan, Cina e Mongolia. All’evento Kazuhito Yoda, segretario generale dell’Associazione degli operatori intermodali transiberiani del Giappone (TSIAJ), fece un discorso in cui apprezzava i vantaggi della ferrovia transiberiana e sottolineò che alla fine del 2016 il Giappone condusse con successo l’invio di carichi da Yokohama a Vostochnij via mare, dopo di che furono caricati su un treno e spediti lungo la ferrovia Transiberiana. I mittenti ne furono molto soddisfatti e molte aziende giapponesi sono assai interessate alla ferrovia transiberiana. Un’alternativa alla “Cintura economica della Via della Seta” per il Giappone potrebbe essere la “rotta del Mare del Nord” russo che segue le coste settentrionali dell’Eurasia lungo l’Oceano Artico. Russia e Giappone attualmente sviluppano piani per lo sviluppo congiunto di questa via promettente, collegando l’Asia orientale all’Europa, escludendo le acque controllate dai cinesi. Un altro Paese importante nella regione Asia-Pacifico è la Corea del Sud, che ha abbracciato con entusiasmo il progetto Nuova Via della Seta. Già nel 2014, l’allora presidentessa Park Geun-hye dichiarò che il suo Paese era pronto a connettersi con la Cina con una ferrovia che attraversasse la Corea democratica. Tale piano esiste ancora, ma ora si suppone che sia la Russia a costruirla. Il nuovo leader sudcoreano Moon Jae-in ha discusso questa opzione al vertice dei G20 di luglio con il Presidente Vladimir Putin.
In conclusione, si può dire che, anche se quasi tutti gli Stati leader d’Eurasia sono ansiosi di integrarsi economicamente, non tutti sono pronti a cooperare attivamente con la Cina a questo fine. In tale situazione, l’interazione con la Russia per il collegamento con il resto dei Paesi dell’Eurasia è una mossa che creerebbe altri corridoi e svilupperebbe infrastrutturale che sarebbero un’alternativa valida. Ciò conferma ancora una volta il ruolo estremamente importante della Federazione Russa nella creazione di un unico spazio economico eurasiatico.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La verità sulla Corea democratica: si sviluppa

Alexander Mercouris, The Duran, 4/7/2017La Corea democratica eseguendo un altro test missilistico a lungo raggio conferma che è lungi dall’essere in crisi, e che la sua economia è in pieno boom.
USA e Russia dicono che il missile Hwasong-14 lanciato oggi è di media gittata, mentre la Corea democratica rivendica che si tratta di un missile balistico intercontinentale (“ICBM”). Sembra che se il missile raggiunge l’Alaska non possa raggiungere il resto degli Stati Uniti. Anche se questo è quasi certamente vero, in accordo con ciò che specialisti cinesi e russi dicono del programma missilistico balistico nordcoreano, la prima prova di un missile così potente e sofisticato appare pienamente riuscita evidenziando come la Corea democratica domini sempre più la tecnologia del missile balistico. Ciò è tanto più impressionante perché la tecnologia dei missili balistici è una delle più difficili e complesse, e richiede un’industria chimica e dei materiali altamente qualificata e un elevato standard di produzione e controllo di qualità, che operi efficacemente. Ciò evidenza un punto già indicato: comunque sia, la Corea democratica non è e non può essere un Paese in crisi economica e arretrato tecnologicamente descritto dai media occidentali. Il successo della Corea democratica nel perseguire il programma missilistico balistico e delle armi nucleari dimostra che ha una base industriale e tecnologica significativa, comprendente chimica avanzata e fisica nucleare. “Il successo della Corea democratica nel produrre cellulari e tablet intelligenti e nel sviluppare una propria intranet chiaramente estesa (“Kwangmyong”) suggerisce il possesso di un’industria informatica sofisticata da cui attingere. Le immagini di Pyongyang, che appaiono di tanto in tanto sui media occidentali, mostrano una città moderna e futuristica, un fatto significativo in sé anche se Pyongyang sia una vetrina non rappresentativa di tutto il Paese. Tuttavia, nonostante questi evidenti segnali di una forza industriale e tecnologica moderna, c’è l’opinione diffusa che la Corea democratica sia un Paese primitivo, con un popolo che vive in condizioni di sussistenza”. Francamente ciò non è coerente coi fatti noti”.
Un articolo del Financial Times affronta direttamente questo punto, scoprendo che non solo la Corea democratica è lungi dall’essere arretrata, ma che ha un’economia in crescita a un ritmo elevato; “Nel momento in cui gli Stati Uniti cercano di colpire il regime di Kim con nuove sanzioni, pressioni aumentate probabilmente dalla morte dello studente statunitense Otto Warmbier, prigioniero in Corea democratica, l’economia mostra vitalità potendo rendere ancora più difficile far leva su Pyongyang. Qualsiasi analisi dell’economia nordcoreana deve procedere con cautela. I dati economici affidabili della nazione isolata sono scarsi e le stime variano selvaggiamente. Le previsioni sulla crescita del prodotto interno lordo per capita del 2015 passavano da -1 per cento della Banca di Corea di Seul a 9 per cento dell’Istituto di Ricerca Hyundai. “Le sfide su un calcolo accurato del PIL della Corea democratica sono molte e derivano principalmente dalla scarsa quantità di dati macroeconomici credibili”, afferma Kent Boydston, analista dell’Istituto Peterson per l’Economia Internazionale. Ma per gli osservatori vicini alla nazione reclusa, i segni del cambiamento sono chiari. In particolare, i salari sono aumentati, così come la crescita di una classe media chiamata donju. “I cambiamenti sono evidenti quando andate a Pyongyang. C’è traffico veicolare e la città ha un profilo inedito”, spiega un ex-ufficiale dell’intelligence statunitense, sottolineando il crescente utilizzo di elementi una volta rari come pannelli solari e condizionatori d’aria… Il risultato, secondo gli osservatori della Corea democratica come il prof. Lankov, è “un miglioramento significativo degli standard di vita” e un ritmo economico più evidente col fiorente numero di ristoranti e mercati. Conosciuti come jangmadang, questi mercati, ufficiali e non, proliferarono rapidamente dagli ultimi anni e sono ora sempre più la norma nell’acquisto di beni di consumo. Secondo un sondaggio su più di 1000 fuggitivi dell’Istituto di sviluppo della Corea, think-tank di Stato di Seoul, più dell’85% dei coreani ricorre a questi mercati per il cibo, contro il 6% che ricorre alle razioni statali. Anche i salari sono aumentati esponenzialmente negli ultimi anni. Secondo l’istituto, gli stipendi statali ufficiali sono aumentati di oltre il 250 per cento negli ultimi 10 anni, a circa 85 dollari (più di 75000 won nord-coreani) al mese, mentre i salari nei lavori non ufficiali, come nelle imprese private, sono cresciuti di oltre il 1200 per cento. Lee Byung-ho, ex-capo del servizio d’intelligence della Corea del Sud, ha stimato all’inizio di quest’anno che il 40 per cento della popolazione della Corea democratica lavora in una impresa di tipo privata”.
L’articolo del Financial Times evidenzia un punto importante sulla Corea democratica. La crescita negativa di -1% del PIL pro capite sostenuta dalla Banca di Corea è ovviamente in contrasto con i fatti reali, riflettendo l’idea uniformemente negativa della Corea democratica di media e istituzioni della Corea del Sud. Le peggiori storie sulla Corea democratica, tra cui regolamenti di conti al potere e purghe nel governo nordcoreano, corruzione di Kim Jong-Un e suo entourage, fallimento e privazione economica del Paese, provengono dalla Corea del Sud che ha un ovvio interesse a tali affermazioni, comunque accettate acriticamente dall’occidente, dove vengono riprodotti regolarmente come se fossero fatti. Se la Corea democratica davvero ha tassi di crescita del PIL annuo pro capite del 9%, come affermato dall’Istituto di Ricerca Hyundai, e se gli stipendi sono veramente cresciuti del 250-1200% negli ultimi 10 anni, la Corea democratica ha l’economia in più rapida crescita del mondo e il suo popolo vede la crescita più veloce dei redditi reali del mondo. Ciò spiega senza dubbio la crescente fiducia della leadership nordcoreana e la genuina popolarità (al contrario del culto della personalità) di Kim Jong-Un, che anche certi osservatori occidentali sono riluttanti ad ammettere. Uno dei grandi problemi dell’occidente è che sembra sempre lottare per riconoscere o adattarsi a un cambiamento della realtà in qualsiasi situazione particolare. Proprio come l’occidente ha imposto sanzioni economiche alla Russia nel 2014, nella convinzione che l’economia della Russia fosse di carta come negli anni ’90, così ritiene che la Corea democratica sia a un passo dal crollo totale, come sempre negli anni ’90. Il risultato in entrambi i casi è il tentativo fallimentare di usare le sanzioni, e rabbia e confusione quando non funzionano. Nel caso della Corea democratica, ciò che l’occidente ritiene sia il “proiettile magico”, le sanzioni cinesi, non si avranno mai nel senso che l’occidente vuole o con un peso significativo. Dato che è così, è necessario fare ciò che l’occidente ha sempre rifiutato e che cinesi e russi sollecitano: aprire conversazioni dirette con Kim Jong-Un. Nel frattempo, mentre l’occidente si oppone, Kim Jong-Un e Corea democratica continuano a rafforzarsi e l’equilibrio militare nel Pacifico nordorientale passa lentamente, ma costantemente, a loro favore.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda alla Russia come affidabile esportatrice di idrocarburi

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook, 22.06.2017

Come sapete, il Giappone non dispone di risorse naturali sufficienti a garantire la propria sicurezza energetica senza rivolgersi a un attore estero. Allo stesso tempo, un vicino, la Russia, possiede impressionanti riserve idrocarburi e sarebbe tra i maggiori esportatori verso il Giappone. Tuttavia, è difficile descrivere come impressionanti gli scambi tra i due Stati, difatti è l’esatto contrario. Ma sembra che il governo giapponese abbia finalmente affrontato il fatto di non trarre benefici dalla posizione geografica del Giappone, così Tokyo decide d’intensificare i tentativi di proseguire la cooperazione economica con la Russia. Infatti, si parla dell’aumento delle importazioni di idrocarburi dalla Russia da tempo. Non c’è dubbio che il disastro nucleare di Fukushima Daiichi, che ha portato alla chiusura della maggioranza delle centrali nucleari in Giappone, abbia reso la Russia ancora più attraente come partner commerciale di Tokyo. È vero che il Giappone importa gas naturale liquefatto russo (GNL), partecipando allo sviluppo dei giacimenti Sakhalin-1 e Sakhalin-2 e alla costruzione dell’impianto GNL nell’ambito del progetto Jamal-LNG. Tuttavia, il livello di cooperazione in tale area è lontano dal pieno potenziale. Si ricordi che la quota della Russia nelle importazioni di GNL del Giappone raggiunge appena l’8%. Oggi Tokyo importa la maggior parte di GNL da Australia, Indonesia e Medio Oriente, malgrado i notevoli costi di trasporto. Questa situazione pesa molto sul bilancio del Giappone e non c’è garanzia che possa essere sicuro di ottenere ciò che ha pagato, dato che una lunga navigazione è sempre accompagnata da certi rischi. Inoltre, è praticamente rischioso ricevere risorse d’importanza strategica da un numero limitato di fornitori, in quanto rende pericolosamente dipendenti dai partner. Anche se si mantengono buone relazioni, c’è sempre la possibilità di complicazioni impreviste che possano ostacolare i rifornimenti vitali.
La JFE Holdings giapponese l’ha appreso a caro prezzo, nonostante l’azienda sia la seconda dei produttori di acciaio nazionali. Per mantenere i livelli produttivi, ogni acciaieria ha bisogno di molto combustibile, il più comunemente utilizzato nell’industria siderurgica è il carbone da coke, dato che è economico ed affidabile. Nel 2016, JFE Holdings acquistò complessivamente 60 milioni di tonnellate del minerale, di cui oltre il 70% dall’Australia, tradizionalmente tra i principali esportatori di carbone nel Sud-Est asiatico. Tuttavia, quando un disastro naturale danneggiò la rete ferroviaria australiana nel marzo 2017, ostacolandone le consegne, la JFE Holdings fu costretta a rivolgersi a Canada, Cina e Stati Uniti. Va da sé che dovette comprare grandi quantità di carbone a prezzi svantaggiosi. Dopo questo incidente spiacevole, il Giappone comprese la necessità di espandere il numero di fornitori per ridurne la dipendenza dall’Australia. Nel maggio 2017, JFE Holdings annunciò piani per diversificare le importazioni di carbone da coke. La direzione aziendale dichiarò che tra i candidati futuri c’erano Canada, Mozambico e Russia. Va notato che oggi la Federazione Russa sviluppa nuovi giacimenti di carbone in Estremo Oriente, non lontano dal Giappone. Tuttavia, l’industria siderurgica del Giappone non è l’unica che necessita grandi quantità di carbone. Il disastro nucleare di Fukushima Daiichi ha portato Tokyo a costruire numerosi impianti CHP a carbone. Nei prossimi anni le importazioni di carbone giapponesi dovrebbero aumentare significativamente, e sarebbe redditizio per il Giappone acquistarne dalla Russia. Va ricordato che già nel 2016 si svolsero negoziati tra Tokyo e Mosca sugli investimenti per sviluppare i porti dell’Estremo Oriente della Russia per garantire elevati traffici. Il Giappone vuole importare carbone dalla Jakutija in grandi volumi e quindi ha deciso di firmare numerosi accordi per garantirsi la sicurezza energetica. Tuttavia, l’attuazione di questi piani non va come si vorrebbe. Ad esempio, il gruppo giapponese Tosei, attraverso una controllata, nell’aprile 2016 s’installava del porto di Vladivostok per costruire un complesso per trasbordare carbone da 60 miliardi di rubli. Il progetto doveva essere finanziato dai giapponesi. Inoltre, la costruzione di un terminale, in grado di ricevere 20 milioni di tonnellate di carbone all’anno, era prevista ai primi del 2017, ma non è mai iniziata. L’avvio dei lavori di costruzione fu ritardato di un anno e ora sarà parzialmente operativo nel 2020. Nonostante il ritardo, il progetto sarà probabilmente attuato, dato che l’incidente che ha disgregato i rifornimenti di carbone australiano mostra che il Giappone ha davvero bisogno di diversificare le importazioni.
Nell’aprile 2017, il Presidente Vladimir Putin incontrava il Primo ministro del Giappone Shinzo Abe, con la presenza del Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak. Fu detto che le parti discussero di progetti come la creazione del gasdotto Sakhalin-Hokkaido e di un elettrodotto marittimo da costruire nel prossimo futuro. Subito dopo l’incontro, il Ministro dell’economia, commercio e industria giapponese Hiroshige Seko dichiarò che il Giappone non è soddisfatto della dipendenza da gas e petrolio del Medio Oriente, poiché l’instabilità politica della regione minaccia costantemente la sicurezza energetica del Giappone. Ecco perché il Giappone è veramente interessato ad incrementare le forniture di GNL russo. In conclusione si può notare che, nonostante il lento sviluppo delle relazioni russo-giapponesi nel settore energetico, i due Paesi hanno un grande futuro davanti. Il Giappone ha già iniziato a ricostruire le proprie capacità nucleari, ma la domanda di energia elettrica supera qualsiasi misura che Tokyo ha attuato finora. Ecco perché si può essere convinti che commercio e cooperazione energetica russo-giapponese raggiungeranno un nuovo livello.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora