Legge sulle ONG cinese: contrastare soft power e sovversione occidentali

Eric Draitser New Eastern Outlook 25.07.2015W020140504338467884447La Cina ha recentemente compiuto un passo importante nel regolare più strettamente le organizzazioni non governative (ONG) straniere nel Paese. Nonostante la condanna dai cosiddetti gruppi per i diritti umani occidentali, la mossa della Cina va intesa come decisione cruciale per affermare la sovranità sul proprio spazio politico. Naturalmente, le grida stridule su “repressione” e “ostilità verso la società civile” delle ONG occidentali hanno avuto scarso effetto sulla determinazione di Pechino avendo il governo riconosciuto l’importanza cruciale di spezzare le vie per la destabilizzazione politica e sociale. L’argomento prevedibile, ancora una volta agitato contro la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina, è che sia una restrizione alla libertà di associazione e di espressione, per soffocare settori della fiorente società civile della Cina. I sostenitori delle ONG ritraggono questa proposta di legge come altro esempio di violazione dei diritti umani in Cina e ulteriore prova di mancato adempimento di Pechino. Ipotizzano che la Cina rafforzi ulteriormente il governo autoritario chiudendo lo spazio democratico emerso negli ultimi anni. Tuttavia, tra tali strette di mano su diritti umani e democrazia, viene convenientemente ignorato il semplice fatto che le ONG straniere e nazionali finanziate dall’estero siano in larga misura agenti di interessi stranieri, assai usate come armi del soft power per la destabilizzazione. Non è mera teoria della cospirazione come testimonia la voluminosa documentazione sul ruolo delle ONG nei recenti disordini politici in Cina. Non è una forzatura dire che Pechino ha finalmente riconosciuto, così come la Russia prima, che per mantenere la stabilità politica e la vera sovranità, deve controllare lo spazio della società civile, altrimenti manipolabile da Stati Uniti e alleati.

‘Soft Power’ e destabilizzazione della Cina
Joseph Nye ha notoriamente definito il ‘soft power’ come la capacità di un Paese di persuadere gli altri e/o di manipolare gli eventi senza forza o coercizione per avere risultati politicamente desiderabili. Uno dei principali strumenti del soft power moderno sono la società civile e le ONG che la dominano. Con il sostegno finanziario di singoli od istituzioni potenti, tali ONG utilizzano la coperture della “promozione della democrazia” e dei diritti umani per promuovere l’agenda dei loro finanziatori. E la Cina fu particolarmente vittima di tale strategia. Human Rights Watch e il complesso delle ONG in generale hanno condannato la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina perché giustamente credono che ostacolerà gravemente gli sforzi per agire in modo indipendente da Pechino. Tuttavia, contrariamente all’ineccepibile espressione di innocenza che tali organizzazioni usano per mascherarsi, la realtà è che agiscono come braccio delle agenzie d’intelligence e dei governi occidentali, svolgendo un ruolo centrale nella destabilizzazione della Cina negli ultimi anni. Senza dubbio l’esempio più pubblicizzato di tale ingerenza politica si ebbe nel 2014 con il molto pubblicizzato movimento “Occupy Central” di Hong Kong, noto anche come movimento degli ombrelli. I media occidentali rifilarono al loro pubblico disinformato continue storie su un movimento “pro-democrazia” che cercava di dare voce a ciò che il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest aveva cinicamente definito, “… le aspirazioni del popolo di Hong Kong”. Ma tale retorica vuota fu solo parte della storia. Ciò che i media aziendali occidentali non dissero erano i collegamenti profondamente radicati tra movimento Occupy Central e i principali organi del soft power USA. Il capo spesso propagandato di Occupy Central era l’accademico filo-occidentale Benny Tai, professore di diritto presso l’Università di Hong Kong. Anche se si presentava come il capo di un movimento di massa, Tai per anni ha collaborato con oò National Democratic Institute (NDI), una ONG di nome ma direttamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED). In realtà, NDI fu uno dei principali sostenitori e finanziatori del Centro di diritto comparato e pubblico presso l’Università di Hong Kong, un programma con cui Benny Tai era intimamente connesso, essendone anche un membro del consiglio dal 2006. Quindi, lungi dall’essere semplicemente un capo emergente, Tai era una persona accuratamente scelta per un movimento da rivoluzione colorata sponsorizzato dagli USA. Altre due figure di alto profilo coinvolte in Occupy Central erano Audrey Eu, fondatrice del Partito civico di Hong Kong, e Martin Lee, fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong. Eu e Lee hanno vecchi legami con il governo degli Stati Uniti attraverso NED e NDI, essendo stata Eu frequente ospite dei programmi sponsorizzati dal NDI, ed essendo Lee un glorioso destinatario dei riconoscimenti di NED e NDI, oltre ad aver incontro il vicepresidente degli USA Joe Biden nel 2014 insieme all’avvocato anti-cinese Anson Chan. Non ci vogliono poteri eccezionali di deduzione per vedere che, in misura diversa, Tai, Eu, Lee e Chan sono il volto pubblico di un’iniziativa del governo statunitense volta destabilizzare Hong Kong, una delle più economicamente e politicamente importanti regioni della Cina. Tramite le ONG, Washington promuove una linea anti-Pechino sotto l’egida della “promozione della democrazia”, proprio come ha fatto dall’Ucraina al Venezuela. Fortunatamente per la Cina, il movimento non è stato supportato dalla classe operaia di Hong Kong e Cina, e neanche dalla classe media che vi ha visto poco più di un inconveniente, al meglio. Tuttavia, ciò richiese l’azione rapida del governo per contenere il fiasco nelle relazioni pubbliche e nei media che avrebbe comportato il movimento, un fatto di cui Pechino, senza dubbio, ha preso atto. Come il portavoce per il Congresso nazionale del popolo ha spiegato ad aprile, la legge sulle ONG è necessaria per “la salvaguardia della sicurezza nazionale e il mantenimento della stabilità sociale”. In effetti, alla fine del 2014, sulla scia di Occupy Central, il presidente cinese Xi Jinping s’è recato a Macao parlando della necessità di garantirne la “retta via”. Con velato riferimento a Hong Kong, Xi ha elogiato Macao che continua a seguire il principio “un Paese, due sistemi”, la politica con cui le regioni amministrative speciali di Macao e Hong Kong hanno autonomia, ma sono soggette alla legge cinese. In sostanza, Xi ha chiarito che nonostante il movimento delle ONG straniere, fabbricato a Hong Kong, Pechino aveva saldamente il controllo. Ed è proprio questo il problema: il controllo.

ONG, Soft Power e terrorismo nello Xinjiang
xijinping-newspaper L’arma del ‘Soft power’, l’ONG, non è relegata solo ad Hong Kong. In realtà, la provincia occidentale cinese del Xinjiang, una delle regioni più instabili del Paese, ha visto costante destabilizzazione e sovversione attiva da parte del soft power negli ultimi anni. Sede dell’etnia a maggioranza musulmana uigura, il Xinjiang è stato ripetutamente attaccato dal terrorismo e dalla propaganda vile che cerca di dipingere la Cina oppressiva e nemica degli uiguri e dei musulmani in generale. Il Xinjiang è stato vittima di una serie di attacchi terroristici mortali negli ultimi anni, tra cui l’odioso attentato con autobombe che uccise e ferì oltre 100 persone nel maggio 2014, accoltellamenti di massa e bombardamenti del novembre 2014, e il mortale attacco dei terroristi uiguri a un posto di blocco il mese scorso, che ha lasciato 18 morti. Se tali attacchi, che hanno causato la morte di decine di inermi cittadini cinesi, fossero stati effettuati contro, per esempio, gli statunitensi, i media occidentali avrebbero parlato di jihad contro il mondo intero. Tuttavia, dato che sono accaduti in Cina, questi diventano incidenti isolati causati da “marginalizzazione” e “oppressione” del popolo uiguro dalle parte delle cattive grandi autorità cinesi. Tale racconto disgustosamente parziale è in gran parte dovuto alla penetrazione delle ONG nella comunità uigura e a una vasta rete di relazioni pubbliche finanziate dal governo degli Stati Uniti. Lo stesso National Endowment for Democracy (NED), che ha erogato fondi al NDI e altre organizzazioni coinvolte nella destabilizzazione di Hong Kong, è il primo finanziatore del complesso delle ONG uigure. Le seguenti organizzazioni hanno ricevuto un significativo sostegno finanziario dalla NED: Congresso Mondiale Uiguro, Associazione americana uigura, Fondazione internazionale per la democrazia e i diritti dell’uomo uigura e l’International Uighur PEN Club. Tali ONG sono spesso le fonti citate dai media occidentali per commentare ciò che riguarda lo Xinjiang, sempre pronte a demonizzare Pechino per ogni problema nella regione, compreso il terrorismo. Forse il miglior esempio di tale propaganda e disonestà s’è avuto nelle ultime settimane quando i media occidentali hanno diffuso storie che accusavano la Cina di aver vietato l’osservanza del Ramadan nello Xinjiang. In effetti, ci furono letteralmente centinaia di articoli che condannavano la Cina per tale “restrizione della libertà religiosa” raffigurante il governo cinese come repressivo e violatore dei diritti umani. È interessante notare che la fonte non era altro che il Congresso mondiale uiguro finanziato dalla NED. Inoltre, a metà luglio, il giorno della Ayd al-Fitr (l’ultimo giorno del Ramadan), il Wall Street Journal pubblicò una storia per sminuire i media cinesi che, nelle ultime settimane, pubblicizzavano come nel Xinjiang e in Cina si celebri apertamente il Ramadan. E, come ci si aspettava, la fonte anti-cinese era come al solito un rappresentante del Congresso mondiale degli uiguri. Sembra che tale organizzazione, lungi dal difendere i diritti umani, sia portavoce della propaganda statunitense contro la Cina. E quando la propaganda è sfidata e screditata dalla Cina, ciò non suscita che altra propaganda ancor più dozzinale.

Impronte geopolitiche
Tale demonizzazione ha assunto un chiaro significato geopolitico e strategico quando la Turchia s’è immischiata condannando la Cina per la sua presunta “persecuzione” degli uiguri, che Ankara vede come turchi nella sua prospettiva revanscista neo-ottomana. Il ministero degli Esteri turco ha detto in un comunicato che “Il nostro popolo è rattristato dalla notizia che agli uiguri turchi è vietato il digiuno o effettuare altri compiti religiosi nella regione dello Xinjiang… La nostra profonda preoccupazione per questi rapporti sono stati trasmessi all’ambasciatore della Cina ad Ankara“. La Cina ha risposto considerando inappropriati i commenti dal ministero degli Esteri della Turchia, specialmente alla luce della definizione assurda degli uiguri (cittadini cinesi) come “turchi.” Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina Hua Chunying ha dichiarato, “La Cina ha già chiesto alla Turchia di chiarire questi rapporti ed abbiamo espresso preoccupazione per la dichiarazione del ministero degli Esteri turco… Dovete sapere che tutti nello Xinjiang godono della libertà religiosa accordatagli dalla Costituzione cinese“. Mentre il governo cinese, come fa quasi sempre, ha usato un linguaggio decisamente moderato per esprimere dispiacere, le implicazioni della dichiarazione non sono state ignorate dagli osservatori politici più acuti e con una qualche comprensione del rapporto tra Cina e Turchia. Anche se i due Paesi hanno molti interessi allineati, come dimostra il ripetuto desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), il fatto poco noto è che la Turchia è uno dei principali animatori del terrorismo in Cina. Anche se non c’è stata alcuna fanfara dai media internazionali, nel gennaio 2015 le autorità cinesi arrestarono almeno dieci turchi accusati di aver organizzato e facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere di numerosi estremisti uiguri. Fu inoltre rivelato che tali estremisti progettavano di recarsi in Siria, Afghanistan e Pakistan per addestrarsi e combattere con gli altri jihadisti. La storia è ancora una prova ulteriore della ben finanziata rete del terrore internazionale gestita e/o supportata dai servizi segreti turchi. Secondo il ministero degli Esteri turco, i dieci cittadini turchi furono arrestati a Shanghai il 17 novembre 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mentre le accuse formali contro di loro vanno dalla falsificazione dei documenti all’emigrazione illegale, la maggiore questione è il terrorismo internazionale che si cela sotto la superficie. Perché naturalmente, come le prove sembrano indicano, tali immigrati uiguri non viaggiavano per vedere i propri cari all’estero. Al contrario, erano probabilmente parte di un flusso di estremisti uiguri che si recava in Medio Oriente per combattere con lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Tali reti estremiste hanno eseguito l’attentato mortale ad Urumqi, capitale dello Xinjiang. In realtà, proprio tale tendenza fu denunciata due mesi prima, nel settembre 2014, quando la Reuters riferì che Pechino aveva formalmente accusato i militanti uiguri dello Xinjiang di essersi recati nel territorio controllato dallo Stato islamico per addestrarsi. A ulteriore conferma di tali accuse, il Jakarta Post indonesiano riferiva che quattro jihadisti uiguri cinesi erano stati arrestati in Indonesia dopo esser giunti dalla Malesia. Altri articoli simili sono emersi negli ultimi mesi, dipingendo il quadro di una campagna concertata per aiutare gli estremisti uiguri a collaborare in tutta l’Asia con i gruppi terroristici transnazionali come lo Stato islamico. Così, i terroristi uiguri con documenti falsi forniti dalla Turchia sono implicati nella stessa rete del terrore che ha effettuato una serie di attentati mortali contro cittadini e poliziotti cinesi. Non c’è da stupirsi che la Cina non faccia molto per asciugare le lacrime di coccodrillo di Erdogan e del governo turco. Tuttavia, nonostante la guerra del terrore, le ONG uigure finanziate dagli USA continuano a rappresentare la Cina come responsabile del terrorismo. La destabilizzazione della Cina prende molte forme. Da movimento di protesta prodotto a Hong Kong e promosso dalle ONG collegate al governo degli Stati Uniti, alla guerra di propaganda fabbricata e spacciata da altre ONG promosse dal governo degli Stati Uniti, alla guerra terroristica fomentata da un membro della NATO; la Cina è una nazione sotto attacco del soft e hard power. Che Pechino finalmente prenda misure per frenare la perniciosa influenza di tali ONG e delle forze che rappresentano, non è solo un passo positivo, è assolutamente necessario. La sicurezza nazionale e la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese non richiedono nulla di meno.Xinjiang_mapEric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il caso dell’oro mancante della Cina

Tyler Durden Zerohedge 20/07/2015827echina-gold-deng-xiaoping-bust-3Dopo la rivelazione ufficiale della Cina secondo cui, per la prima volta dall’aprile 2009, ha aumentato le riserve auree “solo” di 600 tonnellate, presumibilmente in un mese, cosa impossibile che conferma come anche la PBOC non solo trucchi i suoi libri, ma sia disposta a confermare ciò, molti si chiedono cosa realmente accade dietro le quinte della banca centrale, che secondo anche stime prudenti di Bloomberg, ha visto il suo oro triplicarsi ad oltre 3510 tonnellate. Forse la risposta è molto semplice: mentre molti ritengono che l’unica ragione per cui la Cina ha rivelato (parte delle) sue ultime riserve auree, rafforza ulteriormente la richiesta per l’ammissione al Diritto speciale di prelievo presso la FMI, la vera ragione per cui la PBOC può aver dichiarato al mondo che ha molto più oro sia semplicemente per sostenere il proprio mercato. Impossibile? Ricordiamo una citazione poco nota della Reuters del 3 luglio, proprio mentre le scorte cinesi precipitavano del 7% su base giornaliera, con indici dei futures fermi al limite minimo e la metà delle borse cinesi sospese: “Lo Shanghai Composite Index è crollato di oltre il 7,1 per cento all’avvio. La sessione mattutina si è conclusa con un calo del 3,3 per cento, a 3785,6 punti, verso una perdita settimanale di quasi il 10 per cento. “E’ un disastro borsistico. Se non lo è, cos’è?” ha detto Fu Xuejun, stratega della Huarong Securities Co. “Il governo deve salvare il mercato, non con parole vuote ma con veri argento e oro” disse, dicendo che la caduta in piena regola del mercato metteva in pericolo il sistema bancario, colpendo i consumi ed innescando l’instabilità sociale”. Forse tutto ciò che la PBOC ha fatto è seguire il consiglio di Fu e tirare delicatamente il sipario sul fatto che la sua vera partecipazione non ha altro motivo che ripristinare la fiducia nel bilancio e quindi stabilizzare il mercato. Per inciso, questo è esattamente ciò che dicemmo quando la PBOC stupì i media. Ricordiamo che la spiegazione ufficiale della SAFE della Cina fu una rivelazione inattesa: “L’oro come bene speciale, dai diversi attributi finanziari e vantaggi, insieme ad altre attività. aiuta a regolare e ottimizzare le caratteristiche di rischio del rendimento complessivo del portafoglio delle riserve internazionali. A lungo termine e da una prospettiva strategica, se necessario, regola dinamicamente le riserve internazionali di portafoglio, sicurezza, liquidità ed incremento del valore delle attività di riserva internazionale”. Come osservammo “la Cina ha dovuto attendere che il suo mercato azionario si arrestasse per presentare il “bazooka” della stabilità sistemica: l’oro. Perché rivelando l’aumento delle proprie riserve auree, la PBOC spera di fornire finalmente quel legame mancante che aumenterà la fiducia degli investitori, convincendoli ad acquistare nuovi titoli“. E ora che il sigillo è stato finalmente rotto dopo tanti anni, e dato che l’aggiornamento di oggi indica che le cifre sull’oro cinese sono chiaramente dettate da uno scopo politico specifico, rafforzare la fiducia, attendiamo che la PBOC inizi a diffondere ogni mese i dati sull’aumento dell’oro in suo possesso (soprattutto nei mesi in cui blocca il mercato) avvicinandoci sempre più alle vere riserve auree della Cina. Forse è un semplice caso che la PBOC riveli di possedere più oro di quanto previsto, solo per conservare un po’ di fiducia dopo aver intrapreso una serie inaudita di “tuffi di protezione”, pochi dei quali riusciti (almeno fino a quando le minacce di chiusura definitiva dei venditori sono emerse). Poi un’altra possibile spiegazione è offerta da Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph, citando l’analista della Sharps Pixley, Ross Norman, secondo cui “il livello di riserve auree annunciato dalla Cina sottostima in maniera massiccia i dati reali del Paese. “Pensiamo che abbia almeno il doppio, forse anche 4000 tonnellate”, ha detto. Secondo la Sharps Pixley un “cambiamento sismico” è in corso sul mercato dell’oro mentre il potere economico si sposta ad est aumentando i prezzi dell’oro nel frattempo”. “Una divisione dell’Esercito di liberazione popolare ha miniere d’oro da cui trasferisce il metallo al Ministero delle Finanze cinese, agendo da circuito commerciale normale. Il governo acquista l’oro direttamente dai produttori cinesi. Si tratta di una transazione interna e non è quindi necessariamente registrata nelle riserve estere della Cina”. Poi AEP prosegue citando David Marsh, del forum monetario OMFIF, secondo cui “la Cina rischierebbe d’inquietare il mercato dell’oro mondiale se rivelasse riserve per 2000 o 3000 tonnellate. Questo potrebbe essere interpretato come mossa ostile nei confronti del dollaro in un “momento delicato“.” E da un punto di vista puramente logico, sarebbe molto più ragionevole per la PBOC rivelare solo una frazione delle sue riserve auree, sia per stabilizzare il mercato azionario che per aumentare le possibilità di ammissione alla DSP, piuttosto che svelare l’intera cassaforte, soprattutto se ne vuole comprare altro: non ci vuole un genio per capire che si possono acquistare più beni e più economicamente se non si svela di aver accumulato enormi quantità di un determinato bene. Così la prossima domanda è se la Cina ha effettivamente più oro di quanto viene detto e se la PBOC semplicemente esponga le sue partecipazioni un mese alla volta, per qualsiasi motivo (soprattutto perché sappiamo che la PBOC non ha acquistato più di 600 tonnellate a giugno), allora dov’è questo oro “nascosto”, o meglio, dove va tutto l’oro della Cina, le migliaia di tonnellate sia delle miniere nazionali che importate negli ultimi cinque anni? Una risposta è data da Louis Cammarasno nel seguente post sul blog Smaulgld:

“Il caso dell’oro mancante cinese”
• La Banca Popolare di Cina aggiorna le sue riserve auree
• Le riserve auree cinesi aumentano di 604 tonnellate passando da 1054 tonnellate nel 2009 a 1658
• Molti osservatori si chiedono: ‘Tutto qui’?
• Dal 2009 la Cina ha estratto più di 2000 tonnellate d’oro e importato oltre 3300 tonnellate d’oro attraverso Hong Kong*.
• Dov’è finito?

Il caso dell’oro mancante della Cina
Il 17 luglio 2015 la Banca popolare di Cina (PBOC) ha aggiornato le riserve auree per la prima volta dal 2009. La PBOC ha riferito dell’aggiunta di 604 tonnellate d’oro alle riserve per un totale che passa da 1054 a 1658 tonnellate. L’annuncio è stato ampiamente anticipato dalla PBOC come pre-requisito alla domanda della Cina per aderire ai Diritti Speciali di Prelievo (“DSP”) del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Le riserve auree annunciate dalla Cina sono una quantità rispettabile ma di gran lunga inferiore a ciò che molti osservatori credono possieda. 1658 tonnellate d’oro sono sufficienti per il Fondo monetario internazionale? Avere maggiori riserve auree non serve per aderire ai DSP. L’Inghilterra è nei DSP ed ha poco più di 310 tonnellate d’oro. Abbiamo sostenuto che l’obiettivo primario della Cina non è l’accettazione dei DSP, ma piuttosto creare una struttura internazionale finanziaria parallela che rivaleggi con il FMI. Pensiamo che la Cina detenga parte del suo oro nella PBOC quale riserva, e il resto sia tenuto altrove in Cina. Le riserve auree aggiornate della PBOC sono cinque volte quelle inglesi e certamente sufficienti a dimostrare il peso finanziario richiesto per l’ammissione ai DSP. La PBOC non deve riportare migliaia di tonnellate d’oro per entrarvi, e non deve eclissare il principale partner commerciale, a questo punto, gli Stati Uniti (che dichiarano riserve auree per 8135 tonnellate).world-gold-reserves-july-2015-top-20Il recente aggiornamento della Cina delle proprie riserve auree la mettono al quinto posto tra le nazioni in possesso d’oro.

Come la Cina ha segnalato l’aggiornamento delle sue riserve auree
Inoltre le oltre 600 tonnellate d’oro delle riserva della PBOC sono presentate quale singola voce, nel giugno 2015! A differenza della Russia che riporta gli aumenti nelle sue riserve auree mensilmente (come noi cataloghiamo qui), la PBOC ha scelto d’includere l’intero aumento delle sue riserve auree dal 2009 in un solo mese.PBOC-gold-reserves-july-2105-amendedLa Banca Popolare Cinese presumibilmente ha aggiunto 1943 milioni di once di oro (circa 600 tonnellate) alle sue riserve a giugno.

Quanto oro c’è in Cina?
L’importo supplementare di oro che la PBOC ha riferito non sembra quadrare con i rapporti disponibili su produzione e importazione di oro cinese.

Produzione mineraria cinese
La Cina è ora la prima nazione del mondo per miniere d’oro e non l’esporta praticamente mai.chinese-gold-mining-production-2000-2014-for-postLa Cina ha prodotto più di 2000 tonnellate d’oro dal 2009.

Riserve minerarie cinesi
Ce n’è molto di più laddove proviene! Il 25 giugno 2015, Zhang Bignan Presidente e Segretario Generale della China Gold Association presentò questa diapositiva al forum del London Bullion Market indicando che la Cina ha riserve minerarie di oro per circa 9800 tonnellate.Chinese-gold-mining-reserves-2015Secondo il Presidente e Segretario Generale della China Gold Association, la Cina ha più di 9800 tonnellate di oro nelle riserve minerarie.

Le importazioni di oro cinesi
La Cina ha anche di molto intensificato la importazioni di oro dal 2009. Dal 2010 al maggio 2015 le importazioni cinesi d’oro nette attraverso Hong Kong furono di oltre 3300 tonnellate.annual-chinese-gold-net-imports-july-2015Le importazioni di oro cinesi attraverso Hong Kong ammontano ad oltre 3300 tonnellate dal 2009.
* La Cina importa anche una quantità ignota, ma grande, di oro attraverso Shanghai.

Il commercio di oro cinese sul Shanghai Gold Exchange
Oltre a produzione e importazione di oro la Cina gestisce anche il Shanghai Gold Exchange (SGE) un importante hub commerciale di oro fisico. I prelievi di oro fisico dal SGE fino ad oggi, 2015, vanno oltre le 1200 tonnellate e oltre le 9000 tonnellate da gennaio 2009.shanghai-gold-exchange-week-ended-july-10-2015I prelievi di oro fisico dal Shanghai Gold Exchange vanno oltre le 1200 tonnellate dall’inizio del 2015.

Chi possiede l’oro cinese?
Se la produzione mineraria e le importazioni attraverso Hong Kong e Shanghai di oro cinese non finiscono alla PBOC, dove vanno?

Il popolo cinese
Una buona parte dell’oro cinese è in mano ai cittadini. La famosa follia “Da Ma” o le casalinghe cinesi che comprano ad ogni tuffo dei prezzi, presumibilmente detengono buona parte dell’oro della nazione. Alcuni stimano che i cittadini cinesi detengano migliaia di tonnellate d’oro. Una stima afferma che ne detengano 6000 tonnellate.

Banche pubbliche cinesi
Forse altro oro della nazione cinese si trova nelle altre banche statali, non necessariamente nella PBOC, come Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank, China Development Bank e Industrial and Commercial Bank of China tutte situate, come la PBOC, a Beijing.

Il Fondo sovrano cinese
La China Investment Corporation (CIC) sempre a Bejiing, è un fondo sovrano responsabile della gestione di parte delle riserve in valuta estera della Repubblica Popolare cinese. La CIC ha 746,7 miliardi dollari di asset e riferisce al Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese.

Contabilità fuori bilancio?
La CIC ha 225,321 miliardi di beni finanziari e circa 3,130 miliardi di dollari in “altre attività” in bilancio. È possibile che alcuni di questi “attivi” siano in oro. La CIC ha tre filiali: CIC International (responsabile di azioni ed investimenti obbligazionari internazionali), CIC Capital (investimenti diretti) e Central Huijin (partecipazioni in istituzioni finanziarie ed imprese di proprietà statale cinesi).
Central Huijin detiene partecipazioni rilevanti in: Agricultural Bank of China (40,28%), Bank of China (65,52%), China Construction Bank (57,26%), China Development Bank (47,63%) e Industrial and Commercial Bank of China (35,12%). Per un Remnimbi sostenuto dall’oro 1658 tonnellate di riserve auree sono insufficienti, ma per l’ammissione ai DSP sono perfette. Se infatti la Cina detiene oro tramite la CIC e/o qualsiasi banche statale, la PBOC potrebbe inserire l’oro nel proprio bilancio per dimostrare, rapidamente e facilmente in un solo mese, più riserve auree con una singola voce.central_bank_chinaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina si sbarazza di 143 miliardi di dollari del Tesoro USA in tre mesi

Tyler Durden Zerohedge 17/07//2015YuanQuando gli ultimi dati di Capital Treasury International sono stati diffusi ieri, molti si sono affrettati a concludere che non solo la vendita della Cina di buoni del Tesoro USA è finita, ma con ulteriori 7 miliardi di titoli di Stato degli Stati Uniti, la partecipazione totale della Cina sia di 1270,3 miliardi, il massimo dal maggio 2014. E se si guardasse semplicemente alla voce “Cina” della tabella dei maggiori detentori di titoli esteri, sarebbe corretto.China%20holdings%20May%202015Tuttavia, come abbiamo mostrato in precedenza, se si considerano le partecipazioni del Tesoro della Cina, va anche aggiunto il tesoro “belga”, laddove la Cina era stata anonimamente impegnata in frenesie di acquisti registrate attraverso Euroclear dalla fine del 2013, che però si conclusero con il botto dei primi mesi del 2015. Ecco cosa avevamo detto il mese scorso:
• Il “Belgio” è, o meglio, era una facciata della Cina: di SAFE, CIC o PBOC.
• Le partecipazioni del Belgio, dopo l’impennata a 381 miliardi di dollari un anno fa, sono cadute mentre la Cina ha scaricato la maggior parte delle partecipazioni custodite da Euroclear, e una volta che tale cifra è tornata al livello storico di circa 170/180 miliardi, il “Belgio” tornava ad essere solo il Belgio.
• La Cina ha varie riserve estere sommerse contemporaneamente e questo è stato compensato dal maggiore calo trimestrale di titoli del tesoro detenuti pro-forma dai cinesi, scesi della cifra record di 72 miliardi a marzo, un record da 113 miliardi nel trimestre.
Non è proprio chiaro perché la Cina, che usa da sempre banche offshore nel Regno Unito per le transazioni di titoli degli Stati Uniti, abbia scelto il Belgio (e Euroclear) o di nascondere le proprie operazioni così rozzamente, tuttavia la recente accelerazione del deflusso di capitali dalla Cina si manifesta nel tuffo delle riserve forex cinesi, assieme al record della liquidazione mensile totale delle aziende cinesi, indicata proprio laddove la Cina li scambiava. Quindi, con il beneficio dei dati TIC sappiamo che la liquidazione del Tesoro della Cina non solo non s’è fermata, ma continua. Ancora una volta entra il Belgio, solo che questa volta non si tratta di un acquirente “misterioso” dietro le aziende del piccolo Paese europeo, ma di un venditore. Come mostra il grafico qui sotto, dopo un calo record di 92,5 miliardi a marzo, il “Belgio” ha venduto altri 24 miliardi ad aprile ed ancora 26 miliardi a maggio, portando la liquidazione totale all’enorme cifra di 142,5 miliardi per marzo, aprile e maggio.Belgium%20holdingsCiò significa che, dopo l’incremento del tesoro della Cina di 7 miliardi di dollari a maggio, dopo l’aumento di 40 miliardi nei due mesi precedenti, al netto della liquidazione del Belgio, la Cina ha venduto la cifra record di 96 miliardi del Tesoro negli ultimi tre mesi.China%20and%20Belgium%20MayGiusto per confermare l’aggiunta dei drammatici cambiamenti delle partecipazioni del “Belgio” al Tesoro della Cina, ecco un grafico che confronta le riserve Forex della Cina che, come abbiamo saputo oggi, sono drammaticamente aumentate di 600 tonnellate di oro, ma soprattutto che le riserve forex si sono ridotte a 3693 miliardi di dollari dopo un calo di 17 miliardi dai 3711 miliardi del mese precedente, il minimo dal settembre 2013!China vs ReservesMettendo tutto questo insieme, si comprende che la Cina ha già scaricato la cifra record di 107 miliardi di dollari di buoni del Tesoro USA nel 2015, per compensare quello che oggi è l’evidente fuga di capitali dal continente e il più aggressivo tentativo di mantenere stabile il Renminbi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mackinder rinasce, l’Ungheria entra nella Via della Seta

F. William Engdahl New Esatern Outlook 09.07.2015134303288_14336634805761nIl campo di forza magnetica che spinge sempre più Paesi dell’UE a collaborare con il colosso economico eurasiatico emergente, cresce di giorno in giorno mentre le economie dell’UE sprofondano nei debiti, depressione e stagnazione economica. L’ultimo intrigante sviluppo è l’accordo formale del governo ungherese per aderire alla Cintura economica della nuova Via della Seta della Cina, una rete ferroviaria ad alta velocità lungo la storica Via della Seta medievale dall’Eurasia all’Europa. Il 9 giugno durante un incontro con il presidente ungherese Viktor Orban, il ministro degli Esteri della Cina Wang Yi ha formalmente firmato un memorandum d’intesa per definire i dettagli dell’adesione dell’Ungheria alla Cintura economica della Via della Seta della Cina. Ora è molto chiaro che il progetto sia una ben pianificata strategia geopolitica ed economica della Cina per aggirare l’accerchiamento navale e l’infame “Pivot in Asia” del presidente Obama, consolidando le vie terrestri in Eurasia e creando il più grande mercato integrato del mondo. L’Ungheria del Presidente Orban, presente nell’elenco dei “cattivi” di Washington e Bruxelles per le sue iniziative economiche indipendenti e aperture a Russia e ora Cina, è diventato il primo Paese dell’UE a raggiungere la Via della Seta della Cina. Al recente Forum economico internazionale di San Pietroburgo, la Russia ha formalmente accettato di unire la Via della Seta e la relativa pianificazione ferroviaria all’Unione economica eurasiatica costituita da Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e ultimamente Kirghizistan. In un viaggio in Germania, Francia, Belgio e Olanda nell’aprile 2014, il presidente cinese Xi Jinping, architetto del programma della Via della Seta, esortava la cooperazione Cina-UE nella pianificazione dei collegamenti tra la rotte eurasiatiche della Via della Seta e Paesi dell’UE. Nel dicembre 2014, quando Li Keqiang visitò il vertice dei leader Cina-Europa Centro-orientale (CEE) in Serbia, nel dicembre 2014, evidenziò il ruolo che l’Europa deve giocare nella Cintura e Via, e il ruolo che può svolgere la Cina portando la Via della Seta in Europa, non solo in Ungheria. Il piano di azione ufficiale per la Cintura e Via, emesso dalle agenzie governative cinesi nel marzo 2015, descrive la Via della Seta quale “nuovo ponte terrestre eurasiatico … volto a riunire Cina, Asia centrale, Russia ed Europa”. Ciò significa che Cintura e Via, per definizione della Cina, sarà incompleta senza la partecipazione dei Paesi europei; e quelli dell’Europa centrale e orientale in particolare hanno un ruolo speciale.

Strategia geopolitica a lungo termine
Dopo la seconda guerra mondiale e la sconfitta del terzo Reich di Hitler, la geopolitica divenne una parola tabù essendo legata per molti ad Haushofer e al “Lebensraum” dei nazisti. La Geopolitica, tuttavia, è molto più di ciò, è lo studio dell’integrazione politica, economia e geografia. Il padre della geopolitica inglese Sir Halford Mackinder, per primo presentò il concetto di tale rapporto, in una conferenza per la Royal Geographic Society nel 1904 a Londra, “Il perno geografico della storia”. Oggi è uno dei volumi più preziosi e utili nella mia biblioteca. Era un brillante tentativo di guardare il mondo nella totalità, che Mackinder chiamò “naturale sede del potere”. Per lui la Russia era una gigantesca minaccia al futuro dell’impero inglese dominante, per la sua vastità geografica, quale maggiore potenza del mondo dalle vaste steppe, enormi risorse naturali e popolazione. Scrisse, “il posizionamento dell’equilibrio di forze a favore dello Stato-perno (Russia), conseguente all’espansione su terre marginali dell’Euro-Asia, permetterà l’uso di vaste risorse continentali per costruire una flotta, e l’impero del mondo sarebbe quindi in vista. Questo potrebbe accadere se la Germania si alleasse alla Russia”. Impedendo la coesione russo-tedesca con le macchinazioni diplomatiche inglesi nella guerra russo-giapponese del 1905, plasmando l’accerchiamento militare del Reich tedesco con la triplice intesa tra Gran Bretagna, Francia e Russia che spinse Londra ad avviare la prima guerra mondiale contro una Germania circondata, utilizzandone l’alleato naturale, la Russia, in tale sporco piano segreto. In particolare, George Friedman, fondatore della consulenza d’intelligence del Pentagono del Texas e seguace negli USA di Mackinder, ha detto recentemente in un discorso al Consiglio per gli affari esteri di Chicago, “l’interesse primordiale degli Stati Uniti per cui per secoli ha combattuto guerre, prima e seconda mondiale e fredda, fu il rapporto tra Germania e Russia perché unite sono l’unica forza che ci potevano minacciare”. Tradotto nel contesto del XXI secolo, ciò descrive precisamente le conseguenze delle dilettantesche provocazioni militari, politiche e finanziari di Washington contro Russia e Cina, e cui il “Pivot in Asia” di Obama è un misero tentativo di attualizzare Mackinder. La Geopolitica, correttamente intesa, forma la montante risposta russa e cinese a tali provocazioni mortali. Mackinder scrisse con chiarezza nel suo saggio del 1904, “vero che la ferrovia Trans-siberiana è ancora una linea di comunicazione unica e precaria, ma il secolo non sarà vecchio prima che tutta l’Asia sia coperta di ferrovie. Gli spazi nell’Impero russo e Mongolia (leggere la Cina di oggi) sono così vasti e le loro potenzialità in popolazione, grano, cotone, carburante e metalli così incalcolabilmente grandi, che inevitabilmente un vasto mondo economico, più o meno separato, si svilupperà inaccessibile al commercio oceanico”. Voleva dire inaccessibile al controllo degli oceani della Royal Navy. Invece la diplomazia segreta inglese, due guerre mondiali e quasi cinque decenni di guerra fredda della NATO hanno ritardato la fusione naturale delle economie di tutta l’Eurasia via rotaie. Le idee di Mackinder hanno formato la geopolitica mondiale anglosassone finché le politiche finanziarie inglese ne causarono la sconfitta in due guerre mondiali a vantaggio dell’emergente seconda potenza terrestre, il Nord America. Mackinder contribuì con il suo ultimo saggio del 1943 sul giornale di politica estera del pensatoio di New York, Consiglio per gli affari esteri. Modellò l’ideologia della strategia militare del dopoguerra degli Stati Uniti da Henry Kissinger a Zbigniew Brzezinski a Stratfor di George Friedman. Tuttavia, l’alto comando cinese così come quello russo hanno studiato accuratamente Mackinder. Così la Via della Seta odierna integra per la prima volta nella storia le vaste risorse non sfruttate dell’Eurasia. Questo è ciò che avviene sotto i nostri occhi e crea allarme a Washington, Londra e Bruxelles.

L'”incubo” di Mackinder diventa realtà
La firma ungherese per la Via della Seta non è un’iniziativa spontanea cinese, ma rientra nella decennale strategia per la costruzione di “hub” o punti d’ingresso economici nel grande mercato dell’UE, iniziata ben prima della decisione di Obama di creare una nuova guerra fredda con la crisi in Ucraina e le sanzioni alla Russia. Ciò rende gli attuali sviluppi geopoliticamente ancor più significativi per il futuro dell’UE. Le imprese cinesi hanno investito oltre 5 miliardi di dollari nei Paesi CEE su energia, infrastrutture e macchinari. La Cina ha stipulato un contratto per costruire una ferrovia ad alta velocità collegante Ungheria e Serbia e per la costruzione di due reattori nucleari per una centrale rumena. Gli investimenti cinesi in Europa sono raddoppiati tra 2013 e 2014 a 18 miliardi di dollari. Già nel 2011, l’allora primo ministro cinese Wen Jaibao fece un viaggio in Ungheria per incontrare il Presidente Viktor Orban e firmare accordi commerciali da miliardi di dollari, indicando che la Cina sceglieva l’Ungheria come partner economico e commerciale privilegiato nell’UE. Orban fu invitato in Cina già nel 2010 e l’Ungheria permise alle imprese cinesi d’investire nel Paese. Uno delle più grandi è la società di telecomunicazioni cinese Huawei che ha costruito un impianto di produzione, il secondo maggiore centro di distribuzione di smartphone della società nel mondo. Intrigante, data l’attuale crisi greca dell’UE, la Cina possiede una proprietà strategica del Paese, il Pireo, maggiore porto commerciale in Grecia, proprietà gestita dalla società cinese China Ocean Shipping Co.; porto usato dalla Cina per raggiungere i mercati mitteleuropei e del Mar Nero. Dato che Pechino e Mosca sanno di affrontare lo stesso “avversario geopolitico” come Vladimir Putin ha chiarito, cioè la superpotenza in declino degli USA, l’invito all’Ungheria, Paese dell’UE, di aderire alla Via della Seta insieme a Russia e Unione economica eurasiatica, è un brillante ulteriore sviluppo nella creazione del mondo multipolare per sostituire la dittatura dell’unica malintesa superpotenza NATO-Washington. Il banchetto preparato con irresistibili piatti cinesi davanti l’UE che economicamente lotta per “andare a Est e non a ovest”, riformula la famosa frase del pubblicista statunitense Horace Greely del 1865 sui fini della guerra civile americana. L’era del secolo americano così trionfalmente proclamato da Henry Luce nel suo famoso editoriale del 1941 sulla rivista Life, sembra che non supererà il settantacinquesimo compleanno, l’anno prossimo. Vista da Budapest e sempre più da Berlino, Parigi e Roma, l’Eurasia emergente ad est con potenzialità commerciali da trilioni di dollari, innescati dallo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie più grandi del mondo, diventa il magnete per salvare l’UE dalla propria arroganza e stoltezza nella creazione di euro e Banca centrale europea apolide. L’Ungheria l’ha capito e probabilmente tra non molto i circoli industriali tedeschi trascineranno Berlino in quella costellazione, anche se scalciasse e urlasse. Il mondo è semplicemente stanco di queste guerre infinite per niente.tsipras_chinese_frigate001_16x9F. William Engdahl è docente e consulente di rischio strategico, laureato in scienze politiche presso l’Università di Princeton, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, esclusivamente per la rivista online “New Esatern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina avverte la Russia dello “Stato di Guerra” con gli USA

What Does it Mean 4 luglio 2015the_daily_edit_05.10.15_11Il Ministero degli Esteri (MoFA) riporta oggi che la Federazione è stata informata dal Consiglio di Stato della Repubblica Popolare della Cina (PRC) dello stato “di Guerra” de facto esistente tra la nazione asiatica e gli Stati Uniti d’America. Secondo questo rapporto, a seguito di “disposizioni e protocolli” dell’Accordo russo-cinese sulla cyber-sicurezza dell’8 maggio 2015, che dichiara che un firmatario del patto che prevede le ostilità deve informare immediatamente la controparte in modo che provveda “ai preparativi di guerra” necessari per proteggere le infrastrutture critiche, quindi la PRC ha informato la Federazione che “ora esistono tali condizioni”. A portare a tale grave avvertimento della Repubblica popolare cinese, spiega la relazione, è stata la perdita catastrofica di oltre 3700 miliardi di dollari sui mercati azionari cinesi in due settimane, che hanno visto un crollo di oltre il 30% e portato il panico tra investitori finanziari e semplici cittadini. Sulle cause di tale devastante crollo, continua la relazione, gli esperti della RPC hanno dichiarato che “malvagie” forze di mercato erano vicine a rovinare l’economia cinese, sospettando “predatori” di investimenti occidentali in agguato dietro a disordini, citando anche il gigante bancario degli Stati Uniti Morgan Stanley. Inoltre, questa relazione rileva che cinque importanti professori universitari della Cina hanno ampiamente diffuso una lettera pubblica, il 2 luglio, sulle sinistre forze di mercato che sfruttano le debolezze del sistema finanziario cinese per profitto, paragonando la situazione in cui il “burattinaio” del presidente Obama, il finanziere George Soros, e altri, scommisero contro le valute asiatiche orientali durante la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998.
3472788141Ciò che ha precipitato tale devastante attacco finanziario alla PRC da parte del regime Obama, secondo gli esperti del MOFA per la presente relazione, fu specificato il mese scorso dal Washington Post News Service che diceva: “Gli hacker che lavorano per lo Stato cinese hanno violato il sistema informatico della direzione del personale a dicembre, hanno detto funzionari statunitensi (il 4 giugno), e l’agenzia informava circa 4 milioni di attuali ed ex dipendenti federali che i loro dati personali erano compromessi. L’hackeraggio è stato la più grande violazione dei dati dei dipendenti federali negli ultimi anni. La seconda grande intrusione nella stessa agenzia da parte della Cina in meno di un anno, e la seconda significativa violazione estera delle reti governative statunitensi negli ultimi mesi“. Sulla saggezza del regime Obama di attaccare i mercati finanziari della RPC in rappresaglia per il presunto hackeraggio dei server del governo degli Stati Uniti, la relazione continua, sembra essere “infantile” ed “affrettata” avendo la Cina una partecipazione di oltre 4000 miliardi di dollari in riserve estere, in confronto ai 121 miliardi di dollari degli Stati Uniti… mentre i cittadini cinesi hanno un sconcertante risparmio di 21000 miliardi di dollari rispetto ai soli 614 miliardi di dollari delle controparti statunitensi… molto più con cui preparare una risposta. Rendendo la situazione ancora più pericolosa, gli esperti del MoFA in questo rapporto avvertono che come ulteriore risposta agli attacchi del regime Obama, due alti ufficiali cinesi hanno invitato l’Esercito di Liberazione del Popolo a rafforzare la propria capacità navale e la prontezza al combattimento davanti a maggiori rischi di “una guerra alle porte”. In un articolo di 5000 parole pubblicato sul Quotidiano del Popolo, giornale di punta del Partito comunista, il Generale Cai Yingting, comandante della regione militare di Nanjing, e il suo commissario politico Generale Zheng Weiping, avvertivano che l’EPL doveva apprendere le lezioni della guerra con il Giappone, conclusa 70 anni fa. I generali cinesi inoltre dichiaravano: “Ci sono profonde dispute territoriali alla periferia del nostro Paese, competizione geopolitica tra grandi potenze e attriti etnico-religiosi. Le tensioni nei circostanti punti caldi aumentano, e il rischio di caos e guerra alle nostre porte è aumentato. Dovremmo essere più vigili… e prepararci mentalmente al combattimento“. Su come il regime di Obama “risponde/prepara” la guerra con la Cina, tuttavia questa relazione nota che la Terza Guerra Mondiale è la prima notizia calda al Pentagono mentre il Wall Street Journal ha appena recensito “The Ghost Fleet” di Peter Singer e August Cole. Singer, “preminente futurologo degli Stati Uniti” ora è “nelle sale del Pentagono a presentare un sinistro avvertimento ai capi militari statunitensi: la terza guerra mondiale con la Cina è imminente“. In realtà, Singer avvertiva anche che i nuovi avanzati jet da combattimento F-35 possono essere “spazzati via dai cieli avendo microchip di fabbricazione cinese, che gli hacker cinesi possono facilmente infiltrarsi nei servizi d’intelligence militari… e l’esercito cinese un giorno potrebbe occupare le Hawaii “. Speculazione? No, Dion Nissenbaum del Wall Street Journal ha ricordato ai lettori che gli hacker cinesi hanno già preso i “computer della Casa Bianca, i piani dell’industria della difesa e milioni di file segreti governativi degli Stati Uniti“. Inoltre è importante notare, la relazione continua, che la Cina ha superato gli Stati Uniti quale prima economia del mondo e come, forse meglio ne scrive Vanity Fair News Service: “Quando la storia del 2014 sarà scritta, si dovrà notare che grandi fatti hanno ricevuto poca attenzione: il 2014 è stato l’ultimo anno in cui gli Stati Uniti potevano pretendersi la più grande potenza economica del mondo. La Cina entra nel 2015 al vertice, dove probabilmente rimarrà per molto tempo se non per sempre. Così ritorna nella posizione che ha avuto per la maggior parte della storia umana“.
E su chi vincerà una guerra tra Repubblica popolare cinese e Stati Uniti, questa relazione conclude che Market Watch News Service nell’articolo intitolato “Fuochi del 4 luglio: la terza guerra mondiale con la Cina si avvicina“, riassume meglio scrivendo: “Quando la Rand pubblicò un rapporto nel 2000 descrivendo il potenziale esito di un conflitto sino-statunitense su Taiwan, gli Stati Uniti vincevano facilmente. Nove anni dopo, il think tank nonpartisan rivide l’analisi, assegnando a Pechino l’aggiornamento della forza aerea, l’attenzione sulla guerra cibernetica e la capacità di usare missili balistici per eliminare i satelliti statunitensi. La conclusione della Rand nel 2009 fu: “Gli Stati Uniti finirebbero per perdere la guerra aerea, e il conflitto generale sarebbe più duro e costoso di quanto molti avevano immaginato“.cuw3Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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