La de-dollarizzazione globale e gli Stati Uniti

Vladimir Odintsov New Eastern Outlook, 02/02/2015

A U.S. $100 banknote is placed on top of  100 yuan banknotes in this picture illustration taken in BeijingLa ricerca del dominio mondiale, che la Casa Bianca porta avanti da più di un secolo, si basa su due strumenti principali: il dollaro e la forza militare. Per evitare che Washington stabilisca la completa egemonia globale, alcuni Paesi recentemente rivedono le loro posizioni verso questi due elementi sviluppando alleanze militari alternative e spezzando la dipendenza dal dollaro. Fino alla metà del XX secolo, il gold standard è stato il sistema monetario dominante, basato sulla quantità fissa di riserve auree stoccate nelle banche nazionali, limitando i prestiti. A quel tempo, gli Stati Uniti possedevano il 70% delle riserve auree del mondo (esclusa l’URSS), quindi indebolirono il concorrente Regno Unito creando il sistema finanziario di Bretton Woods nel 1944. Qui il dollaro divenne la moneta predominante nei pagamenti internazionali. Ma un quarto di secolo dopo tale sistema si rivelò inefficace per l’incapacità di contenere la crescita economica di Germania e Giappone, oltre alla riluttanza degli Stati Uniti nel regolare le politiche economiche per mantenere l’equilibrio dollaro-oro. A quel tempo, il dollaro subì un drammatico declino, ma fu salvato grazie al sostegno dei ricchi esportatori di petrolio, soprattutto una volta che l’Arabia Saudita iniziò a scambiare il suo oro nero con le armi degli Stati Uniti e il supporto alle trattative con Richard Nixon. Perciò, il presidente Richard Nixon nel 1971 ordinò unilateralmente la cancellazione della convertibilità diretta del dollaro degli Stati Uniti con l’oro, e stabilì il sistema di valuta giamaicana in cui il petrolio era alla base del sistema del dollaro. Pertanto, non è un caso che da quel momento il controllo sul commercio di petrolio divenne la priorità della politica estera di Washington. In seguito al cosiddetto Nixon Shock gli impegni militari statunitensi in Medio Oriente e altre regioni produttrici di petrolio subirono un forte aumento. Una volta che tale sistema fu sostenuto dall’OPEC, la domanda globale di petrodollari aumentò mai come prima. I petrodollari divennero la base del dominio USA sul sistema finanziario globale, costringendo gli altri Paesi ad acquistare dollari per comprare petrolio sul mercato internazionale.
template_clip_image015 Gli analisti ritengono che la quota degli Stati Uniti sul prodotto interno lordo mondiale, oggi, non superi il 22%. Tuttavia, l’80% dei pagamenti internazionali avviene in dollari USA. Di conseguenza, il valore del dollaro è estremamente elevato rispetto alle altre valute, perciò i consumatori degli Stati Uniti ricevono merci importate a prezzi estremamente bassi, fornendo agli Stati Uniti un significativo profitto finanziario, mentre l’alta domanda di dollari nel mondo permette al governo degli Stati Uniti di rifinanziare il proprio debito a tassi d’interesse molto bassi. In tali circostanze, chi va contro il dollaro è considerato una minaccia diretta all’egemonia economica e agli elevati standard di vita dei cittadini statunitensi, quindi i circoli politici e d’affari a Washington tentano con ogni mezzo di opporsi a questo processo. Ciò si manifestò con il rovesciamento e il brutale assassinio del leader libico Muammar Gheddafi, che decise di passare all’euro nei pagamenti del petrolio, prima d’introdurre il dinaro d’oro per sostituire la moneta europea. Tuttavia, negli ultimi anni, nonostante il desiderio di Washington di usare qualsiasi mezzo per sostenere la propria posizione internazionale, le politiche degli Stati Uniti incontrano sempre più spesso opposizione. Di conseguenza, un numero crescente di Paesi cerca di abbandonare il dollaro statunitense, e la dipendenza dagli Stati Uniti, perseguendo una politica di de-dollarizzazione. Tre Stati sono particolarmente attivi in questo campo, Cina, Russia e Iran. Questi Paesi cercano di raggiungere la de-dollarizzazione a passo di corsa, insieme ad alcune banche e società energetiche europee attive nei loro territori.
Il governo russo ha tenuto una riunione sulla de-dollarizzazione nella primavera 2014, dove il Ministero delle Finanze annunciò il piano per aumentare la quota di accordi in rubli e il conseguente abbandono del cambio del dollaro. Lo scorso maggio, in occasione del vertice di Shanghai, la delegazione russa firmò il cosiddetto “affare del secolo” per l’acquisto, nei prossimi 30 anni, di 400 miliardi di dollari di gas russo dalla Cina, pagando in rubli e yuan. Inoltre, nell’agosto 2014 una società controllata da Gazprom annunciava la disponibilità ad accettare il pagamento in rubli di 80000 tonnellate di petrolio, dai giacimenti artici, da inviare in Europa, mentre il pagamento del petrolio fornito dall’oleogasdotto “Siberia orientale – Pacifico” potrà essere in yuan. Lo scorso agosto, mentre era in visita in Crimea, il presidente russo Vladimir Putin annunciava che “il sistema dei petrodollari dovrebbe diventare storia” mentre “la Russia discute l’uso di monete nazionali nelle transazioni con un certo numero di Paesi“. Queste misure, adottate di recente dalla Russia, sono le vere ragioni delle sanzioni occidentali. Negli ultimi mesi, la Cina s’è anche attivata in questa campagna “anti-dollaro”, dato che ha firmato accordi con Canada e Qatar per il cambio in valute nazionali, facendo del Canada il primo hub oltreoceano dello yuan in Nord America. Questo fatto da solo potenzialmente raddoppierebbe o addirittura triplicherebbe il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi, dato che il volume dell’accordo di cambio stipulato tra Cina e Canada è pari a 200 miliardi di yuan. L’accordo della Cina con il Qatar sul currency swap diretto tra i due Paesi equivale a 5,7 miliardi di dollari colpendo duramente i petrodollari, divenendo la base per l’utilizzo dello yuan nei mercati del Medio Oriente. Non è un segreto che i Paesi produttori di petrolio del Medio Orussia-declares-warriente abbiano scarsa fiducia nel dollaro USA, a causa della esportazione d’inflazione, quindi altri Paesi OPEC potrebbero firmare accordi con la Cina. Nella regione del Sud-Est asiatico, la creazione di un centro di compensazione a Kuala Lumpur, che promuoverà un maggiore uso dello yuan, è un altro importante passo della Cina nella regione. Ciò si è verificato meno di un mese dopo che il centro finanziario leader in Asia, Singapore, era divenuto il centro di scambio dello yuan nel Sudest asiatico, dopo aver stabilito un rapporto diretto tra dollaro di Singapore e yuan. La Repubblica islamica dell’Iran ha recentemente annunciato la riluttanza ad usare dollari USA nel commercio estero. Inoltre, il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbaev, ha recentemente incaricato la Banca nazionale della de-dollarizzazione dell’economia nazionale. In tutto il mondo, le richiesta di creare un nuovo sistema monetario internazionale è sempre più forte. In tale contesto va osservato che il governo inglese ha intenzione di emettere titoli di debito in yuan, mentre la Banca Centrale Europea discute la possibilità d’includere lo yuan nelle sue riserve ufficiali. Queste tendenze appaiono ovunque, ma con la propaganda anti-russa, i media occidentali preferiscono tacere su questi fatti, in particolare quando l’inflazione negli Stati Uniti è alle stelle. Negli ultimi mesi, la percentuale di obbligazioni del Tesoro USA nelle riserve valutarie russe è diminuita rapidamente, venendo vendute a un ritmo record, mentre la stessa tattica è utilizzata da numerosi Stati. A peggiorare le cose per gli Stati Uniti, molti Paesi cercano di riprendersi le loro riserve auree negli Stati Uniti, depositate presso la Federal Reserve Bank. Dopo lo scandalo del 2013, quando la Federal Reserve degli Stati Uniti rifiutò di restituire le riserve d’oro tedesche al proprietario, i Paesi Bassi raggiunsero la lista dei Paesi che cercano di recuperare l’oro dagli Stati Uniti. Se avessero successo i Paesi che cercano il rientro delle riserve auree, ciò si tradurrebbe in una grave crisi per Washington.
I fatti qui riportati indicano che il mondo non vuole più affidarsi ai dollari. In queste circostanze, Washington usa la politica dell’aggravamento della destabilizzazione regionale che, secondo la strategia della Casa Bianca, dovrebbe considerevolmente indebolire i potenziali rivali degli USA. Ma c’è scarsa speranza che gli Stati Uniti sopravvivano al caos che hanno scatenato nel mondo.

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Questi sono i nemici di tutto ciò che ci è caro in America. I vostri figli devono ucciderli per noi!

Vladimir Odintsov, commentatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – StoAurora

Balcani e Asia centrale, future arterie d’Eurasia

Come la Via della Seta nei Balcani può resuscitare South Stream
Andrew Korybko (USA) Oriental Review 14 gennaio 2015

south_streamLa Cina estende la Via della Seta ai Balcani, con un progetto per costruire una ferrovia dal porto greco del Pireo a Budapest. Collegando la principale via d’ingresso dei beni commerciali di Pechino a una delle principali arterie dei trasporti dell’Europa centrale, spinge la Via della Seta nel cuore dell’Europa e nel resto del continente. Come nel resto del mondo, dall’azione della Cina non è scontato che la Russia ne tragga benefici in quanto parte del partenariato strategico globale russo-cinese, ma in questo caso permetterebbe la risurrezione del progetto South Stream, che tutti i partner europei implorano dalla sua cancellazione.

Il gioco
Esiste la possibilità che South Stream rinasca su una rotta leggermente modificata, seguendo la ferrovia cinese che attraversa Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria. Ci sarebbero poche difficoltà giuridiche con serbi e ungheresi (Budapest è già decisa a sfidare i dettami dell’UE), e la Macedonia non-UE, che non sarebbero legati ai mandati di Bruxelles riguardanti il fastidioso Terzo Pacchetto dell’Energia, lasciando sola la Grecia e la sua adesione all’Unione europea quale principale ostacolo al progetto. Vi sono tuttavia, due grandi scommesse che possono cambiare l’equazione consentendo la costruzione di South Stream in territorio greco:

Una completa ‘Grexit':
Se la Grecia si ritira completamente dall’UE, non solo dall’EuroZone ma da tutto il contorto sistema che lo supporta, allora non sarebbe sottoposta al Terzo Pacchetto sull’Energia e la costruzione di South Stream potrebbe teoricamente riprendere quasi subito, una volta raggiunto l’accordo con Atene. Naturalmente, ciò è lo scenario più estremo e non appare all’orizzonte, ma con molti attivisti ancora in armi e la rabbia collettiva in crescita, la situazione può sconfinare nella ripetizione delle violenze del 2012, in particolare se l’Unione europea attuasse una sorta di ‘punizione’ asimmetrica contro una ‘Grexit’ economica. Ciò potrebbe causare molti effetti collaterali non intenzionali che potrebbero fare apparire la piena ‘Grexit’ assai mite al confronto.

Il partenariato strategico russo-turco:
L’alternativa più probabile al risorgere del South Stream sarebbe il partenariato strategico russo-turco coordinato nel settore energetico dei Balcani. In particolare, è previsto una soluzione strutturale che evita i vincoli del Terzo Pacchetto sull’Energia separando tecnicamente il fornitore dal distributore, per cui la Russia continuerebbe a fornire gas, ma attraverso una società turca. Mosca dovrebbe attuare tale mossa importante solo se sicura di Ankara, potendo fidarsi senza ripetere lo scenario ucraino; il che significherebbe che la Turchia dovrebbe comprendere correttamente gli immensi benefici (economici, politici, strategici) che tale condominio comporterebbe e il danno ai propri interessi che ne risulterebbero se sabotasse l’operazione. Tale partenariato strategico russo-turco, presupposto necessario per questo scenario, potrebbe essere già in divenire. La Turchia ha dichiarato con forza il suo orientamento multipolare accettando di ospitare il New South Stream, in primo luogo, e se un accordo russo-turco sarà raggiunto sulla Siria (e la Turchia mostra alcuni vaghi segnali), una partnership strategica potrebbe essere il prossimo passo logico. Per quanto sorprendente tale racconto possa sembrare ad alcuni lettori, non va ignorato dato che la Turchia è attualmente oggetto di un mutamento d’identità e consapevolezza geopolitica, e la transizione globale verso il multipolarismo ha un forte effetto sul futuro calcolo della sua leadership.

Lanciare la sfida
A condizione di una decisione per far risorgere South Stream sulla rotta greco-macedone, vi sono due questioni che potrebbero minacciare la sopravvivenza del progetto e che possono realisticamente essere aggravate dalle forze occidentali nel perseguimento dei loro scopi anti-russi:

Nazionalismo greco:
Non importa quale forma assuma, che sia la retorica di sinistra di Syriza o di destra di Alba Dorata, la Grecia è sempre più nazionalista e questo fa presagire un problema importante per qualsiasi futura risurrezione di South Stream.

Contro la Turchia:
Grecia e Turchia sono state storicamente acerrime rivali, e le controversie irrisolte su isole dell’Egeo e Cipro del nord sono gravi ostacoli a un’ampia cooperazione, come il ripristino di South Stream. Tali problemi possono essere facilmente manipolati da forze estere producendo un ancora più forte sentimento anti-turco che renderebbe qualsiasi accordo greco-turca politicamente impossibile per Atene. Naturalmente, la Pipeline Trans-Adriatico per trasportare una moderata quantità di gas azero nel Sud Europa attraverso Turchia e Grecia ha la stessa vulnerabilità socio-politica, ma poiché è pienamente sostenuta da Stati Uniti e Unione europea, i capi della Grecia faranno il possibile affinché non sia vittima di eventuali reazioni nazionaliste contro il progetto russo.

Contro la Macedonia:
Il secondo fronte in cui il nazionalismo greco rischia di far deragliare qualsiasi rilancio del South Stream è la Macedonia, impegnata nell’aspra disputa sul suo nome con Atene fin dalla nascita dell’ex-Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale. La polemica ha raggiunto un tale livello che ha impedito l’avvicinamento della Macedonia a UE e NATO (quest’ultima esercita il protettorato non ufficiale sul Paese dall”Operation Essential Harvest’ del 2001), sviluppi che avrebbero avuto conclusioni scontate se non ci fosse stata la controversia. Non si sa esattamente quale piega la resistenza greca al passaggio macedone del gasdotto possa prendere, ma considerando la gravità dei sentimenti greci sul problema (e una campagna ventennale nel Paese per impedire l’integrazione della Macedonia con altri soggetti a dispetto dei “vantaggi”), non è sicuro che tutto ciò possa prevedibilmente adattarsi a questi piani.

Nazionalismo albanese:
Il secondo impedimento principale al ripristino di South Stream è il nazionalismo albanese, che presenta una delle maggiori minacce alla sicurezza europea dato che l’alleanza con la NATO potrebbe essere attivata in caso di conflitto con Serbia o Macedonia. Rispetto a quest’ultima, gli albanesi formano quasi un quarto della popolazione del Paese e hanno una rappresentanza politica privilegiata a seguito dell’accordo di Okhrid steso dalla NATO che concluse l’operazione ‘Essential Harvest‘. Con tale accordo, la maggior parte dei processi politici in Macedonia devono avere l’approvazione di oltre la metà dei rappresentanti delle minoranze del Paese (che hanno garantita una rappresentanza proporzionale dallo stesso documento), in tal senso la minoranza albanese può sostanzialmente tenere in ostaggio la volontà della popolazione maggioritaria se loro o i loro padroni della NATO a Tirana, lo vogliono. Non solo, ma gravi disordini etnici o attacchi terroristici, come nei primi mesi del 2001, potrebbero derivarne. L’anno scorso ha ricordato ai macedoni la fragilità delle relazioni etniche del proprio Paese dopo che gli albanesi si ribellarono a Skopje per la decisione su un controverso caso giudiziario. Sei albanesi sono stati giudicati colpevoli per l’attacco terroristico in cui uccisero cinque macedoni, durante la Pasqua ortodossa nel 2012, mettendo in evidenza i timori della nazione sulla radicalizzazione della minoranza in questi ultimi anni. Il nazionalismo albanese ribolle in Macedonia, e un ex-politico radicale ha persino tentato di dichiarare la ‘Repubblica Illirida’ indipendente degli albanesi a settembre, intendendo formare un nuovo Stato federale. Anche se non preso sul serio, al momento, vi sono preoccupazioni che possa avere grande sostegno in futuro, se la situazione continua a degenerare e una ripetizione degli eventi del Kosovo non è certamente esclusa. E’ facile immaginare uno scenario in cui l’Albania supportata dalla NATO persuada gli albanesi di oltreconfine ad effettuare con precisione tale piano ostacolando ogni futuro tentativo russo di far risorgere South Stream lungo la Via della Seta cinese balcanica nel Paese.

La Cina scommette sui Balcani
Per quanto impegnative appaiano tali minacce, non sono insormontabili e la chiave per superarle riposa nella Cina. L’enorme quantità di denaro che il Paese può usare promuovendo legami commerciali con tutto il mondo (soprattutto in Africa) gli ha guadagnato la reputazione di appianare quasi qualsiasi differenza politica immaginabile tra i suoi partner. Non sarebbe diverso nel cercare di usare i Balcani quale testa di ponte per la conquista del mercato europeo. Essendo il ‘mediatore’ tra gli ‘attori’ dei Balcani, Russia e Turchia, la Cina può contribuire a spingere tutti a raggiungere il più possibile una pacifica soluzione, cui dovrebbe avere interesse (e sembra discutibilmente averne). Capitale e investimenti cinesi (finanziando anche politici estremi potenziali sobillatori) potrebbero lenire gli effetti del nazionalismo reazionario in Grecia e Albania, che Pechino corteggia negli ultimi anni. La Grecia, come detto all’inizio dell’articolo, ha il porto del Pireo che accoglie la maggior parte delle merci cinesi che entrano in Europa, e Cina e Albania hanno recentemente cercato di riavviare i loro legami con programmi culturali, dei trasporti e agricoli ripristinando il rapporto dell’era della Guerra Fredda. prima della rottura sino-albanese nel 1978. Attraverso tali partnership profonde e in sviluppo, la Cina può esercitare un’influenza moderatrice sui Paesi dei Balcani impedendo ad essi o agli estremisti, d’impedire la ripresa del South Stream lungo la Via della Seta balcanica che Pechino costruisce sul loro territorio. Non è una panacea a tutte le provocazioni eterodirette, ma forza e successo del partenariato strategico russo-cinese finora (e l’importanza accresciuta nelle condizioni attuali), probabilmente stabilizzeranno la regione, se si decidesse di continuare il Souht Stream in futuro.

Successo o perdita di tempo
Il potenziale collegamento russo-cinese-turco nei Balcani è una scommessa che probabilmente porterà dividendi solo a coloro che avranno il coraggio di giocare, scommettendo sul mondo multipolare contro quello unipolare. Il primo ha interesse nel vedere South Stream re-inserirsi nei Balcani, mentre il secondo sarebbe più che felice del suo fallimento. La seguente valutazione è tratta dal punto di vista della multipolarità:

Colpo grosso:
Il ristabilimento del progetto South Stream, anche se attraverso Grecia e Macedonia, invece della Bulgaria, porterebbe a un partenariato strategico russo-turco che interagirebbe e stabilizzerebbe i Balcani similmente all’accordo russo-cinese con l’Asia centrale. Ciò dipende in fondo da Russia e Turchia nell’influenzare i rispettivi ambiti religiosi e di civiltà, con la Russia che influenza gli ortodossi (ad eccezione della Romania, anche se temprare pragmaticamente i politici recalcitranti e la mentalità della società è sicuramente un obiettivo a lungo termine) mentre la Turchia influenza i musulmani in Albania e Bosnia. La Cina avrebbe la supervisione finanziaria del rapporto e rapporti privilegiati data la sua distanza storica dai Balcani e l’assenza di un passato contaminato o avvantaggiato. Il denaro potrebbe ingrassare eventuali snodi del ‘motore’ russo-turco e agevolare l’entrata delle grandi potenze multipolari in Europa attraverso i Balcani, affrontando direttamente il mondo unipolare occidentale sul proprio cortile.

Grande perdita di tempo:
Al contrario, una grande strategia del genere è assai rischiosa, con Stati Uniti e NATO che mai ne permetterebbero la riuscita senza attuare il massimo sforzo contrario possibile. Inizierebbero in Anatolia tramite l”Operazione per abbattere la Turchia’, nome dato dall’autore al piano degli Stati Uniti CEU952 per smembrare geopoliticamente la Turchia se mai ne perdesse il controllo e si allontanasse radicalmente dal consensus unipolare occidentale (stabilendo un legame russo-cinese-turco nei Balcani, anche senza lasciare formalmente la NATO). La carta curda è l’opzione più prevedibile, date le enormi implicazioni geografiche e demografiche; sicuramente una minaccia esistenziale che Ankara deve considerare con serietà. Se tale pericolo venisse mitigato, il fronte anti-multipolare si ritirerebbe lungo il tracciato del gasdotto proposto, attivando la resistenza della ‘terra bruciata’ sulla sua scia. La seconda fase potrebbe essere una crisi nelle relazioni turco-greche per mettere in pericolo l’adesione internazionale al gasdotto, ma se ciò venisse superato o evitato, allora il problema greco-macedone sarebbe la prossima contesa. Continuando, se il gasdotto entrasse nel Paese slavo meridionale, gli albanesi potrebbero essere incentivati ad intraprendere una massiccia campagna di destabilizzazione che potrebbe fare del Paese il buco nero dei Balcani. Spostandosi verso nord, la retorica estremista euro-atlantica di Sarajevo potrebbe essere utilizzata con intenzionale provocazione tentando la secessione della Republika Srpska dalla Bosnia-Erzegovina, il che destabilizzerebbe i Balcani occidentali e potrebbe trascinare la Serbia in un nuovo conflitto o nell’isolamento internazionale. Infine, l’occidente potrebbe bloccare il ‘collo di bottiglia’, abbattendo l’ungherese Viktor Orban con una rivoluzione colorata e sostituendolo con un liberal-nazionalista (tipo Navalnij) che contemporaneamente ripristinerebbe il corso filo-occidentale del Paese, infiammando le tensioni etniche con la minoranza serbo-ungherese della Vojvodina. Tutto sommato, a meno di una grande guerra tra mondi unipolare e multipolare, il primo userà qualsiasi insidia e mezzo indiretto possibile per prolungare la propria egemonica e impedire all’altro di entrare nel ventre geopoliticamente vulnerabile dell’Europa, i Balcani.

Conclusioni
Uno dei principi centrali del partenariato strategico russo-cinese è che dove va uno, l’altro segue, e certamente sarà così nei Balcani, passaggio della Via della Seta costruita da Pechino collegando la Grecia all’Ungheria. La Russia ha l’occasione unica per rilanciare il gasdotto South Stream (completando l’impianto LNG in Turchia) facendolo passare da Grecia e Macedonia lungo la Via della Seta balcanica, fino allo snodo serbo originariamente previsto prima che il progetto venisse rottamato. Tale visione richiederebbe un partenariato strategico russo-turco a completamento di quello russo-cinese e, infine, un condominio trilaterale sui Balcani verrebbe creato a sostegno del piano. Naturalmente, il mondo unipolare non subirebbe tale affronto geopolitico con un sorriso e respingerebbe il progetto con ogni mezzo asimmetrico disponibile. Se Russia-Cina-Turchia decidessero di giocare il destino del mondo multipolare nei Balcani, lo troverebbero certamente un rischio che vale la pena prendere, sbarazzandosi infine dell’occidentale.

Andrew Korybko è analista politico e giornalista presso Sputnik, vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Balkan

Il potenziale dell’Uzbekistan nel commercio transfrontaliero
Umida Hashimova, The Jamestown Foundation, 14 gennaio 2015 – The Modern Tokyo Times

cartina_seconda_cenaL’Uzbekistan si trova al centro dell’Asia centrale e confina con tutti i Paesi dell’Asia centrale e l’Afghanistan; inoltre, è relativamente vicino ai vari mercati dell’Asia in prodigiosa via di sviluppo.  Tuttavia, l’Uzbekistan è lento ad abbracciare o propugnare significativi programmi di trasporto regionale, trattenendo così il Paese dal divenire un hub di transito eurasiatico. Eppure, alcuni grandi progetti di trasporto che coinvolgono l’Uzbekistan sono attualmente in varie fasi di pianificazione. Il progetto ferroviario Uzbekistan-Kirghizistan-Cina ha da tempo, a livello presidenziale, il sostegno di due dei tre Paesi del corridoio ferroviario. I presidenti di Uzbekistan e Cina, Islam Karimov e Xi Jinping, rispettivamente, spesso chiedono di accelerare l’attuazione del progetto nei loro frequenti incontri, e dicono che i loro Paesi sono pronti ad iniziarne la costruzione in qualsiasi momento.  L’ultima appello si è avuto durante il viaggio del Presidente Karimov in Cina nell’agosto 2014 (Xinhuanet 19 agosto 2014). Il presidente del Kirghizistan Almazbek Atambaev annunciò nel 2013 che la ferrovia sarebbe stata utile solo all’Uzbekistan e il Kirghizistan non vi avrebbe partecipato. Ma l’inviato di Xi Jinping, Yang Jiechi, ha visitato Atambaev questo mese (gennaio 2015), spingendo il leader del Kirghizistan a cambiare atteggiamento verso il progetto (Kyrtag, 9 gennaio 2015). Se la visita darà frutti, permetterà alla ferrovia Uzbekistan-Kirghizistan-Cina di superare la fase concettuale. Il Kirghizistan ha ormai chiarito l’interesse a costruire la tratta Cina-Kirghizistan della ferrovia, e ulteriori negoziati sono in programma per quest’anno (Azattyk, 9 gennaio 2015). Tuttavia, con il Kirghizistan sotto la stretta sorveglianza della Russia in quanto membro dell’Unione eurasiatica di Mosca, eventuali negoziati sul progetto ferroviario coinvolgenti Bishkek, molto probabilmente coinvolgeranno anche Mosca. Dato che la Russia vede la ferrovia Uzbekistan-Kirghizistan-Cina concorrente al corridoio sul territorio russo, permettendo alla Cina d’inviare merci in Europa (Review.uz, 25 dicembre 2014), vi sono motivi per ritenere che la Russia tenti di controllare pesantemente il progetto, assumendo che il Cremlino ne permetta la realizzazione. Tuttavia, sembra che la Cina ne sia particolarmente interessata e sia pronta a negoziati con il Kirghizistan e, molto probabilmente, con la Russia, garantendo il successo della tratta ferroviaria. Data la rilevanza economica della Cina per Asia centrale e Russia, il pieno appoggio di Pechino basterebbe a completare il progetto ferroviario Uzbekistan-Kirghizistan-Cina.
Nel frattempo, l’Uzbekistan lavora allo sviluppo di relazioni più strette con i suoi vicini meridionali e accordi intergovernativi sono stati sottoscritti su un corridoio dei trasporti con Turkmenistan, Iran e Oman, ad agosto 2014 (Uzdaily, 7 agosto 2014). L’Iran è entusiasta del progetto e ha già proposto d’inviare petrolio all’Uzbekistan tramite tale rotta nord-sud. Teheran promette di spedire un milione di tonnellate di petrolio all’anno “attraverso il corridoio Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman” per coprire gli approvvigionamenti che l’Uzbekistan importa normalmente da Kazakistan e Russia, secondo l’ambasciatore dell’Iran in Uzbekistan Ali Mardani Fard (12news, 13 agosto 2014). L’ambasciatore Fard ha anche aggiunto che l’Uzbekistan è al centro  dell’Asia centrale e l’Iran offre il modo “più rapido, sicuro ed economico” di accedere ai mercati di Golfo Persico e Mar d’Oman. La ferrovia Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman, ha affermato il diplomatico iraniano, è “il presupposto più importante allo sviluppo delle relazioni economiche tra Iran e Uzbekistan” (Trend.az, 11 febbraio 2014). Tuttavia, il motivo principale dell’entusiasmo dell’Iran per la ferrovia potrebbe essere la possibilità di far accedere le materie prime iraniane nel mercato cinese attraverso l’Asia centrale. Inoltre, Teheran sicuramente cerca d’influenzare politicamente l’Asia centrale e di rafforzarvi la propria influenza (Review.uz, 25 dicembre 2014). Numerose simili vie di trasporto e commerciali regionali strategiche si sviluppano con il patrocinio del Turkmenistan. Ad esempio, la ferrovia Iran-Turkmenistan-Kazakhstan (parte del cosiddetto Corridoio internazionale Nord-Sud), avviata nel dicembre 2014, ha già portato alla sottoscrizione di importanti accordi d’import-export tra i vicini regionali (IRIB 15 ottobre 2014). Altri corridoi commerciali emergenti sono la ferrovia Turkmenistan-Afghanistan-Tagikistan, che sarà terminata entro la fine di quest’anno (Centralasiaonline.com 5 gennaio 2015), e il proposto progetto Afghanistan-Turkmenistan-Azerbaigian-Georgia-Turchia (Trend.az 17 novembre 2014). Quindi data la posizione geografica centrale dell’Uzbekistan, ricco capitale umano e di potenziale, perché il Paese, ad oggi, non s’è  interessato di più alla rete dei trasporti regionali? Secondo Bakhtijor Ergashev, del Centro per la ricerca economica (Uzbekistan), in primo luogo la politica dell’Uzbekistan di sostituzione delle importazioni rende la repubblica dell’Asia centrale una meta poco desiderabile per le merci estere, a causa degli elevati dazi su importazioni e transito merci e le complesse norme doganali ed altri regolamenti. In secondo luogo, le infrastrutture dei trasporti dell’Uzbekistan rimangono sottosviluppate; gli investimento attualmente vengono incanalati verso la ristrutturazione di ferrovie e autostrade esistenti, mentre la costruzione di infrastrutture ausiliarie è in ritardo. In terzo luogo, i principali nodi stradali internazionali in Uzbekistan si concentrano nelle grandi città, senza ridurre i costi dei trasporti. In quarto luogo, la maggior parte delle strade in Uzbekistan non sono idonee al carico assiale internazionale standard di 13 tonnellate. Piuttosto sono adatte a un carico assiale di 10 tonnellate, cosa che causa l’usura veloce delle strade (Review.uz, 25 dicembre 2014). A conferma di tali problemi, tra l’altro, nel 2014 l’Uzbekistan fu posto ultimo sui 189 Paesi esaminati sulla facilità di passaggio delle frontiere, secondo la relazione annuale Doing Business della Banca Mondiale (Doingbusiness.org, 29 ottobre 2014).
I Paesi dell’Asia centrale saranno integrati nelle grandi reti commerciali internazionali nel prossimo decennio, attraverso lo sviluppo dei diversi nuovi corridoi. La ferrovia Iran-Turkmenistan-Kazakistan è già avviata e gli incipienti corridoi Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman, Turkmenistan-Afghanistan-Tajikistan e Afghanistan-Turkmenistan-Azerbaijan-Georgia gettano le basi future del trasporto e del commercio. Escluso dalla maggior parte dei grandi progetti di trasporto regionale, l’Uzbekistan nel frattempo si limita allo sviluppo del trasporto e ferroviario nel Paese che, se preso in considerazione, diverrebbe precursore del traffico transfrontaliero futuro. Oggi lo sviluppo industriale ed economico generale e l’aumento del tasso di crescita annuale, sono le priorità del governo dell’Uzbekistan. Ciò porta a concludere che il Paese probabilmente non sia interessato a divenire il leader regionale nei trasporti. Il Turkmenistan, invece, sembra cogliere la possibilità di assumere e mantenere tale ruolo.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Turkmenistan sarà lo scudo anti-jihadisti?

Stanislav Ivanov New Eastern Outlook 10/01/2015

Dmitry_Medvedev_in_Turkmenistan_13_September_2009-1Dopo il ritiro delle forze NATO dall’Afghanistan, un aumento dell’attività islamista è previsto nel Paese e nella regione. Washington e i suoi alleati occidentali non sono riusciti ad infliggere una seria sconfitta al movimento dei taliban afghani, inoltre questo potrebbe non solo mantenere il controllo su un certo numero di province afghane, ma anche sviluppare stretti legami con il movimento talib pakistano e i capi del califfato islamico creato nel territorio di Siria e Iraq. Oggi, i cosiddetti “jihadisti” cercano di ampliare al massimo l’area d’influenza, anche penetrando nei Paesi dell’Asia centrale e del Caucaso. Esperti e scienziati politici discutono attivamente la possibilità del ripetersi di una “primavera araba”, questa volta nei Paesi dell’Asia centrale e in Azerbaigian. Questi Stati hanno alcune caratteristiche comuni con i Paesi vittime della “primavera araba”. Il Turkmenistan potrebbe divenire l’anello debole o al contrario lo scudo contro i “jihadisti” dei Paesi dell’Asia centrale e Caucaso? Il Turkmenistan occupa un posto speciale nel sistema di sicurezza regionale. La caratteristica della sua storia post-sovietica è lo status di neutralità riconosciuta dalle Nazioni Unite, conseguenza della sua non-partecipazione ad alleanze e associazioni militari e politiche. L’assenza di potenziali avversari esteri permette al governo del Paese di mantenere delle insignificanti, in dimensioni e potenza, forze armate. L’equidistanza di Ashgabat da tutti i centri globali e regionali e i giacimenti di idrocarburi del Paese dalla rilevanza mondiale permettono anche di costruire riuscite relazioni commerciali ed economiche reciprocamente vantaggiose con più di cento Paesi; i Paesi principali partner commerciali del Turkmenistan sono Iran (21,7%), Russia (18%), Turchia (16,4%) e Cina (10,8%). La principale voce dell’esportazione del Turkmenistan rimane il gas, ma c’è una tendenza alla diversificazione delle esportazioni aumentando la produzione di petrolio e prodotti petroliferi, energia elettrica, materiali da costruzione, cotone e altri beni. USA e UE mostrano interesse per lo sviluppo degli scambi economici e altri rapporti con il Turkmenistan. Vi sono piani per costruire nuovi gasdotti, oltre a quello esistente verso nord, a ovest e sud-est, in particolare il gasdotto TAPI di 1735 chilometri dal Turkmenistan ad Afganistan, Pakistan e India. La sua capacità è pari a 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno, il costo è stimato in 7,9 miliardi di dollari. La Turchia ha un ruolo particolare nelle relazioni bilaterali del Turkmenistan con altri Paesi. La somiglianza in cultura, lingua, religione, tradizioni, costumi e abitudini favoriscono ulteriormente tale ravvicinamento in tutti i settori. In particolare, durante la visita del presidente turco R. Erdogan ad Ashgabat nel novembre 2014, l’attenzione era attirata sul fatto che più di 600 imprese ed aziende turche lavorano con successo nel Paese, mentre il valore complessivo dei progetti realizzati dalle aziende turche in Turkmenistan ammonta a 42 miliardi di dollari. Certo, rimane la forte concorrenza tra i Paesi interessati agli idrocarburi turkmeni e al mercato delle materie prime e dei servizi; tuttavia la concorrenza non è accompagnata da tentativi di rafforzarvi l’influenza di un particolare Paese o alleanza militare. La concorrenza è per lo più limitata al lobbying su alcuni gasdotti (da UE, Turchia, Iran, Pakistan, Cina, India). Sembra che tutti gli attori internazionali siano soddisfatti dalla neutralità di Ashgabat in politica estera e dal suo netto status neutrale. Il governo turkmeno ritiene che il Paese rimarrebbe ai margini in caso di conflitto regionale o internazionale, mantenendo così integrità territoriale e sovranità. Tuttavia, è sempre più chiaro ad Ashgabat che la minaccia alla sicurezza del Paese può provenire da attori non statali, soprattutto da gruppi islamici stranieri. È dimostrato che taliban turkmeni combattano insieme ad afghani e pakistani in Siria e Iraq, e che “Movimento islamico del Turkestan orientale” e “Movimento islamico dell’Uzbekistan” sono stati creati nel Waziristan settentrionale (Pakistan). Vi sono notizie su “taliban turkmeni” che controllano quasi tutti i territori in cui il gasdotto TAPI dovrebbe essere costruito (nei territori afghani e pakistani).
big Nel 2014 gli attacchi contro i posti di controllo di frontiera turkmeni al confine afghano-turkmeno sono aumentati. Centinaia di cittadini sono stati uccisi, alcuni decapitati, le loro proprietà saccheggiate, bestiame derubato e decine di case bruciate. Le guardie di frontiera turkmene subiscono non solo perdite, ma anche prigionieri per mano degli islamisti. Si parla di prime operazioni “di pulizia” dei militanti che cacciano le popolazioni dalle aree adiacenti al confine e preparano corridoi per ulteriori puntate in profondità nel Paese. Controllano l’autostrada al confine turkmeno e possono, in ogni momento, marciare sulla valle Murgaba (Bagdis) e sulla provincia di Andkhoya (Faryab). Le autorità afghane e turkmene non controllano alla frontiera il traffico di droga, il contrabbando e l’infiltrazione dei gruppi islamici, né possono controllare i movimenti degli allevatori che pascolano il bestiame su entrambi i lati del confine. Si dovrebbe ricordare che quando il movimento basmachi venne sconfitto in URSS, negli anni ’20-’30, una serie di grandi e influenti clan turkmeni fuggì in Afghanistan, nelle regioni al confine. Ancora pretendono la restituzione delle loro terre ancestrali, oggetto del ricatto continuo del governo del Turkmenistan. La questione ha acquisito particolare importanza quando due grandi giacimenti di gas, le oasi Serakh e Murgab, si ritrovano vicino alle terre reclamate dai turkmeni afghani. Quindi, vi è la crescente possibilità di attacchi di taliban e “jihadisti” afghani di ogni risma e colore contro il Turkmenistan, nella primavera 2015. I molti popoli che stabilmente vi risiedono, hazara, turkmeni, curdi, uzbeki e tagiki, sono raggiunti, ultimamente, da un numero crescente di persone provenienti da altre province dell’Afghanistan e da “jihadisti” stranieri. Si prevede che possano invadere il Turkmenistan dal velayat Bagdis lungo la valle del fiume Murgab. Nonostante il fatto che l’area abbia fortificazioni e la presenza di un’unità di guardie di frontiera, la valle di Murgab attrae i militanti essendo la via più veloce alla successiva marcia verso nord. Vi è una popolazione (che potrebbe essere presa in ostaggio), molto bestiame, depositi, buone strade, numerosi veicoli e perfino armi. Da Takhta-Bazar, si può facilmente arrivare, su una strada asfaltata, alla città strategica di Jolotan, nei pressi della quale vi è il grande giacimento di gas di Galkynysh, fonte del “TransCaspio” per l’Europa. E’ da questo luogo che il nuovo gasdotto strategico “Est-Ovest” parte per le rive del Caspio.
Il governo turkmeno, anche se con un certo ritardo, reagisce alla crescente minaccia dall’Afghanistan. Sono state adottate rapide misure per rafforzare il controllo delle frontiere e altre agenzie della difesa in questa parte del confine di Stato costruiscono nuove fortificazioni. Un fossato, largo quattro metri e profondo cinque, è stato scavato lungo il confine afgano, rinforzato da una rete metallica. Inoltre, si sviluppano i contatti con i potenziali alleati nella lotta agli islamisti. Così, il 14 settembre 2014, il Generale Khossein Dehgan, ministro della Difesa iraniano, ha visitato il Turkmenistan per coordinare gli sforzi dei due Paesi nella sicurezza regionale. Il tema principale dei negoziati Iran-Turkmenistan è l’interazione in caso d’invasione dei “jihadisti” dall’Afghanistan. La parte iraniana ha espresso disponibilità a svolgere, al più presto, manovre dell’esercito iraniano nella provincia nord-orientale, invitando i militari turkmeni in qualità di osservatori. L’11 settembre 2014, il Presidente del Turkmenistan G. M Berdymukhammedov improvvisamente arrivò a Dushanbe per partecipare al vertice SCO da ospite d’onore, anche se il suo Paese non è membro dell’organizzazione e aveva già dimostrativamente preso le distanze da qualsiasi iniziativa regionale. Nel corso del vertice, il presidente del Turkmenistan ha incontrato i presidenti di Iran, Mongolia, Repubblica popolare cinese, nonché i rappresentanti di India e Pakistan. Si potrebbe suggerire che le questioni di sicurezza regionale furono discusse in questi incontri. Nell’agosto 2014, il governo turkmeno effettuò la “de-islamizzazione” del suo sistema educativo. Nel quadro dell’attuazione del trattato bilaterale sulla cooperazione nell’istruzione, concluso tra i governi di Turkmenistan e Turchia, il 15 agosto 2014, furono chiuse la scuola turkmeno-turca e l’Università turkmeno-turca. La scuola turca fu lasciata solo per i figli dei dipendenti dell’ambasciata e delle società turche che lavorano in Turkmenistan. L’Università è divenuta un’università nazionale, i suoi programmi sono stati rivisti e una sostanziale (in termini locali) tassa viene riscossa per gli studi. Allo stesso tempo, il nuovo trattato concluso tra Turkmenistan e Turchia sull’istruzione ha completamente eliminato qualsiasi interferenza non statale. I soggetti relativi agli studi religiosi sono stati rimossi dai programmi scolastici, le ore di preghiera (obbligatorie) sono state abolite. Tutte le innovazioni nell’educazione, introdotte su iniziativa del noto chierico turco Fethullah Gulen, sono state liquidate. Pertanto, il governo del Turkmenistan adotta misure preventive per difendere lo Stato contro eventuali attentati alla sovranità da parte di gruppi islamisti afghani. Nonostante il carattere autoritario ancora conservato dal governo e alcuni elementi da “primavera araba” che gli sono propri, non si attende un rovesciamento violento del governo e l’espansione “jihadista” in Turkmenistan nei prossimi anni. Il Paese ha solide tradizioni di potere secolare contro cui, oggi, non c’è alternativa visibile o opposizione organizzata. La maggioranza dei turkmeni pratica un Islam tradizionale moderato, i 5 milioni di abitanti del Paese si distinguono su carattere tribale e vivono su un territorio comune, vi sono salari minimi garantiti e sufficienti per tutte le categorie della cittadinanza, e il governo presta attenzione allo sviluppo di industria, infrastrutture, alloggi, al miglioramento dei sistemi di istruzione e assistenza sanitaria, ed altri aspetti di vitale importanza per la vita sociale.
In caso d’invasione “jihadista” del Turkmenistan, Ashgabat avrà un rapido aiuto da autorevoli organizzazioni internazionali, prima di tutto l’Organizzazione delle Nazioni Unite, così come dalle grandi potenze (Russia, Cina, Stati Uniti) e dai partner regionali (Turchia, Iran, ecc).

Turkeys President Recep Tayyip Erdogan visits TurkmenistanStanislav Ivanov, ricercatore presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa, ricercatore in Storia ed editorialista di “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La svolta politica globale della Cina

F. William Engdahl New Eastern Outlook 10/01/2015

Sono stato in Cina negli anni più di una dozzina di volte. Ho parlato con persone di ogni livello del processo decisionale, e una cosa che ho capito è che quando Pechino compie un’importante svolta politica, lo fa con cura e grande decisione. E quando c’è un nuovo consenso, l’eseguono con notevoli effetti su tutti i livelli. Questo è il segreto del miracolo economico trentennale. Ora i vertici della Cina hanno preso una decisione politica che trasformerà il nostro mondo nel prossimo decennio.Vladimir Putin, Xi JinpingIl 29 novembre 2014, un incontro poco noto ma molto significativo ha avuto luogo a Pechino mentre Washington era assorbita dai suoi vari tentativi di paralizzare e destabilizzare la Russia di Putin. S’era tenuta ciò che è stata definita la Conferenza centrale sul lavoro negli affari esteri. Xi Jinping, presidente cinese e presidente della Commissione militare centrale, ha tenuto ciò che è stato definito “un importante discorso”. Un’attenta lettura del comunicato ufficiale del ministero degli Esteri sulla riunione ne conferma l'”importanza”. La direzione centrale della Cina ha reso ufficiale la svolta strategica globale delle priorità geopolitiche della politica estera cinese. La Cina non considera più i suoi rapporti con Stati Uniti e UE di massima priorità. Piuttosto ha definito prioritario il nuovo raggruppamento di Paesi per la propria attenta mappa geopolitica comprendente la Russia e tutte le economie in rapido sviluppo dei BRICS, i vicini asiatici della Cina così come l’Africa e altri Paesi in via di sviluppo. In prospettiva, nel 2012 la visione della politica Estera della Cina comprendeva le Organizzazioni multilaterali (ONU, APEC, ASEAN, FMI, Banca Mondiale, ecc), e la diplomazia pubblica decideva in quali ambiti impegnarsi nel mondo. Chiaramente la Cina ha deciso che tali priorità non le sono più funzionali nel quadro generale così descritto: Grandi Potenze (principalmente Stati Uniti, Unione europea, Giappone e Russia); Periferia (tutti i Paesi che confinano con la Cina); Paesi in via di sviluppo (tutti i Paesi dai bassi PIL). Nel suo discorso alla riunione, il Presidente Xi ha evidenziato una sotto-categoria dei Paesi in via di sviluppo: “Potenze dal Maggiore Sviluppo (Kuoda fazhanzhong de guojia). La Cina “amplierà la cooperazione e stringerà l’integrazione per sviluppare il nostro Paese” con le grandi potenze in via di sviluppo, ha dichiarato Xi. Secondo gli intellettuali cinesi, questi Paesi sono ritenuti dei partner particolarmente importanti “nel sostenere la riforma dell’ordine internazionale“, e sono Russia, Brasile, Sud Africa, India, Indonesia e Messico, cioè i partner della Cina nei BRICS così come Indonesia e Messico. La Cina non si definisce più “Paese in via di sviluppo”, indicando una mutata immagine di sé.
Il Viceministro degli Esteri Liu Zhenmin ha indicato un aspetto rilevante della nuova politica, quando alla conferenza di Pechino ha dichiarato che lo “squilibrio in Asia tra sicurezza politica e sviluppo economico è un problema sempre più importante“. La proposta della Cina di creare una comunità asiatica “dal destino condiviso” è volta a risolvere tale squilibrio. Ciò implica legami economici e diplomatici più stretti con Corea del Sud, Giappone, India, Indonesia, Vietnam e Filippine. In altre parole, anche se il rapporto con gli Stati Uniti rimane di massima priorità a causa della loro potenza militare e finanziaria, ci si può aspettare una Cina sempre più apertamente contraria a ciò che considera l’interferenza statunitense. Questo s’è visto chiaramente ad ottobre, quando il China Daily ha scritto un editoriale, durante l'”Umbrella Revolution” di Hong Kong, chiedendosi “Perché Washington crea le rivoluzioni colorate?” L’articolo denunciava il coinvolgimento del vicepresidente dell’ONG dei cambi di regime del governo USA, il National Endowment for Democracy. Tale immediatezza sarebbe stata impensabile solo sei anni fa, quando Washington cercava d’imbarazzare Pechino suscitando violente proteste del movimento del Dalai Lama in Tibet, poco prima delle Olimpiadi di Pechino del 2008. La Cina rifiuta apertamente la solita critica occidentale sui diritti umani e ha recentemente dichiarato il congelamento delle relazioni diplomatiche Cina-Regno Unito dopo una riunione del governo Cameron con il Dalai Lama, e con la Norvegia per il riconoscimento del dissidente Liu Xiaobo. Lo scorso anno, Pechino ha respinto le critiche di Washington per le sue storiche rivendicazioni sul Mar Cinese Meridionale. Ma cosa forse più significativa, negli ultimi mesi, la Cina ha coraggiosamente adottato l’agenda per costruire istituzioni alternative a FMI e Banca Mondiale controllati dagli statunitensi, un colpo potenzialmente devastante per la potenza economica degli Stati Uniti, se riesce. Per contrastare il tentativo degli Stati Uniti d’isolare economicamente la Cina dall’Asia con la creazione del partenariato Trans-Pacifico (TPP) degli USA, Pechino ha annunciato la propria idea di zona di libero scambio della regione Asia-Pacifico (FTAAP), un accordo commerciale “all inclusive, all-win” che promuove realmente la cooperazione Asia-Pacifico.

Elevare le relazioni con i russi
Allo stato attuale, ciò che emerge chiaramente è la decisione della Cina di mettere le relazioni con la Russia di Putin al centro delle nuove priorità strategiche. Nonostante decenni di diffidenza dopo la frattura sino-sovietica degli anni ’60, i due Paesi hanno iniziato una profonda e nuova cooperazione. Le due grandi potenze dell’Eurasia saldano i legami economici creando un futuro unico potenziale “sfidante” alla supremazia globale statunitense, come lo stratega della politica estera statunitense Zbigniew Brzezinski ha descritto nel suo La Grande Scacchiera nel 1997. Nel momento in cui Putin è impegnato in una vera guerra delle sanzioni economiche della NATO volta a rovesciarne il regime, la Cina non ha firmato uno, ma diversi giganteschi accordi energetici con le compagnie statali russe Gazprom e Rozneft, consentendo alla Russia di compensare la crescente minaccia alle esportazioni energetiche europee, una questione di vita o di morte per l’economia russa. Nel corso della riunione di novembre dell’APEC a Pechino, dove Obama ha subito un ridimensionamento diplomatico inconfondibile con la foto ufficiale a fianco della moglie di uno dei presidenti asiatici, mentre Putin era accanto a Xi. I simboli politici, soprattutto in Cina, hanno grande importanza essendo parte essenziale della comunicazione. Nella stessa occasione, Xi e Putin hanno concordato di costruire il gasdotto West Route dalla Siberia alla Cina, oltre alla storica Pipeline East Route concordata con la Russia a maggio. Quando saranno completati, la Russia fornirà il 40% del gas della Cina. Nella stessa occasione, a Pechino, il Capo di Stato maggiore Generale russo annunciava nuove importanti cooperazioni tra forze armate russe e PLA cinese.
Ora, nella grande guerra valutaria di Washington contro il rublo, la Cina ha annunciato di essere pronta, se richiesto, ad aiutare il partner russo. Il 20 dicembre, con il calo record nel rublo rispetto al dollaro, il ministro degli Esteri Wang Yi ha detto che la Cina fornirà aiuto, se necessario, ed espresso fiducia che la Russia supererà le difficoltà economiche. Allo stesso tempo, il ministro del Commercio Gao Hucheng ha detto che l’espansione del currency swap tra le due nazioni e il maggiore uso dello yuan negli scambi commerciali avrebbero maggiormente favorito la Russia. Ci sono altre sinergie tra Russia e Cina, in cui si coordinano più strettamente, come la decisione di Putin d’incontrare in primavera il Presidente della Corea democratica così come quello dell’India, un vecchio alleato dei russi con cui la Cina ha avuto rapporti fragili dagli anni ’50. Inoltre la Russia ha una posizione di forza verso il Vietnam dalla Guerra Fredda, con le imprese petrolifere russe che sviluppano le scoperte petrolifere offshore del Vietnam. In breve, una volta armonizzata la strategia geopolitica di entrambi, il peggior incubo geopolitico di Brzezinski si avvererà grazie, in gran parte, alle stupidissime politiche dei falchi neo-conservatori di Washington, del presidente Obama e dei cinici ricconi che li hanno comprati.
Tali mosse, sebbene pericolose, indicano che la Cina ha profondamente capito il gioco geopolitico di Washington e le strategie dei falchi neo-conservatori degli Stati Uniti e, come la Russia di Putin, non ha intenzione di piegarsi a ciò che considera la tirannia globale di Washington. Il 2015 sarà uno degli anni più decisivi e interessanti della storia moderna.

800px-Zh_tw-Map_SCO.svgF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Via della seta marittima della Cina passa per Suez

M K Bhadrakumar Indian Punchline 25 dicembre 20142014122320221021256La cintura economica della Via della seta marittima della Cina del 21.mo secolo compie un grande balzo in avanti con la visita del presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi al Presidente Xi Jinping a Beijing, indicando nei due progetti una “opportunità importante per rinvigorire” il suo Paese. Sisi era in visita di Stato in Cina. (Xinhua) Secondo le fonti, la Cina ha segnato un importante colpo diplomatico, come evidenzia l’annuncio di Xi e Sisi nell’elevare i rapporti tra i due Paesi a “partnership strategica globale”. Xi ha assicurato Sisi che la Cina “integrerà le iniziative per costruire congiuntamente la cintura della seta e la via della seta marittima con grandi piani inerenti lo sviluppo dell’Egitto, rafforzandone la cooperazione nelle industrie delle infrastrutture, nucleare, delle nuove energie ed aerospaziale, integrandola con investimenti appropriati e accordi di finanziamenti”. Interessante, la cooperazione militare e nella sicurezza era anche all’ordine del giorno. Xi avrebbe indicato che i due Paesi potrebbero “congiuntamente reprimere il terrorismo”. La dichiarazione congiunta firmata dai due leader comprende una sezione su ‘settori militari e della sicurezza’. Sisi resta vigile sull’Islam radicale e la Cina ha un utile partner nell’Egitto nel rintracciare gli islamisti che fomentano problemi nello Xinjiang. Data la natura della struttura di potere egiziana, la Cina vorrà favorire le relazioni militari. Infatti, mentre la marina cinese si espande ulteriormente e si farà vedere nel Mediterraneo nei prossimi decenni, il canale di Suez sarà di grande importanza per la strategia militare di Pechino. Sisi ha lanciato la partecipazione cinese nel progetto per il nuovo canale di Suez. Per la Cina è una miniera d’oro strategica, poiché attraverso il canale di Suez la Via della seta marittima arriverà al Mediterraneo e a Venezia, dove s’incontrerà con la nuova Via della seta terrestre (proveniente da Xian nella Cina centrale passando per Xinjiang e Asia centrale, nord dell’Iran, prima di volgere a occidente attraverso Iraq, Siria e Turchia e a nord-ovest verso l’Europa passando da Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Germania, per Rotterdam, in Olanda, e subito dopo a sud, verso Venezia in Italia). La Via della seta marittima parte da Quanzhou nella Provincia di Fujian e passa per lo stretto di Malacca e l’Oceano Indiano per raggiungere Nairobi, da dove punta a nord passando per il Corno d’Africa e il mare rosso, arrivando al Mediterraneo attraverso il canale di Suez. (A proposito, le Maldive sono entrate con lo Sri Lanka nel progetto).
Xinhua osserva evidenziando che l’aspetto principale per la Cina è l’espansione dei legami economici con l’Egitto, dove vede enormi opportunità. Ma la crescente dimensione strategica del rapporto è immediatamente evidente. Il punto è che l’Egitto è cruciale nella strategia della Via della seta marittima della Cina. Sembra che Xi visiterà l’Egitto nel prossimo futuro per suggellare il partenariato strategico. La Cina ha evitato scrupolosamente d’immischiarsi nella primavera araba e Xi ha chiarito a Sisi che il sistema politico dell’Egitto o il relativo sviluppo è solo una questione interna. Xi ha adottato la posizione del presidente russo Vladimir Putin (Sisi visitò Mosca ad agosto). I rapporti di Sisi con Russia e Cina dovrebbero essere elevati. Il primo ministro egiziano ha recentemente costituito un’unità speciale per monitorare, promuovere e accelerare i legami con la Russia e la Cina. Cairo spera di sfruttare i legami con Russia e Cina per scongiurare l’invadenza politica statunitense. Naturalmente, Washington non può che preoccuparsi per tali inconfondibili segnali dell’approfondimento dei rapporti dei russi e cinesi con l’Egitto, alleato chiave degli Stati Uniti fino a poco prima. Il presidente Barack Obama deve essere abbastanza preoccupato da chiamare al-Sisi e chiacchierarci la scorsa settimana, poco prima che il leader egiziano volasse a Pechino.

xinjiang-graphicTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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