Ambasciatore dell’Iraq: “Cerchiamo ancora la vittoria ideologica sullo Stato islamico”

Muhsan Abdalmuman, AHT 10 gennaio 2018Muhsan Abdalmuman: Qual è la situazione attuale in Iraq?
SE Ambasciatore dell’Iraq Dr. Jawad al-Shlaihawi: Attualmente la situazione è ovviamente assai migliore di uno, due anni o addirittura qualche mese fa, specialmente dopo l’annuncio della vittoria finale sullo SIIL e il terrorismo, e la liberazione totale del territorio iracheno dal gruppo terroristico. L’Iraq attraversa un periodo di consolidamento nazionale, politico e di sicurezza. Il popolo iracheno vede chiaramente l’assenza quasi totale da circa quattro o cinque mesi di esplosioni precedentemente osservate a Baghdad e altre città. Questo dimostra l’annientamento completo del gruppo terrorista. Posso confermare la scomparsa del cosiddetto Stato islamico del Califfo al-Baghdadi come struttura statale con ministri, servizi, istituzioni, ecc. Questo fenomeno, estraneo alla nostra cultura strutturale statale in Iraq, nella regione o nel mondo, è quasi totalmente distrutto. Ma in verità, l’ideologia dello SIIL rimane viva. In altre parole, il gruppo terroristico è sconfitto, le azioni terroristiche sono finite, il territorio liberato, ma le idee che hanno creato lo SIIL, che formano questo gruppo terroristico, rimangono operative in Iraq e all’estero. Semplicemente perché il luogo di nascita di questa ideologia non è l’Iraq, è un’altra area geografica, altro Paese e si trova quasi ovunque, nella regione e all’estero, generando altri fenomeni come al-Qaida, Jabhat al-Nusra, ecc. L’ideologia dello SIIL rimane operativa, non dirò intatta ma mantiene un certo dinamismo. Ecco perché, in Iraq, rimaniamo molto vigili in questo stato di cose e in altri Paesi del mondo, in particolare in Europa, che rimane molto vigile riguardo l’ideologia del terrorismo. Così, ieri o l’altro ieri, il presidente Macron annunciava la volontà della Francia di organizzare ad aprile un simposio sul finanziamento dello SIIL. Ciò significa che i Paesi del mondo sono consapevoli che l’ideologia dello SIIL rimane viva. In Iraq, in particolare, ne siamo consapevoli, e il governo e il popolo iracheni mettono in guardia tutti che, mentre è vero che abbiamo ottenuto una vittoria militare sullo SIIL, abbiamo ancora la vittoria ideologica da ottenere sul fenomeno SIIL.

Questo mi ricorda l’ex-capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino, il defunto Generale Muhamad Lamari che, quando l’Algeria combatteva il terrorismo, disse che aveva sconfitto il terrorismo militarmente, ma che il fondamentalismo rimase intatto. Che dire della lotta ideologica al jihadismo in Iraq? È questo il prossimo passo?
La lotta al fondamentalismo, o all’ideologia dello SIIL e del terrorismo, sono cose diverse. L’ideologia del fondamentalismo l’abbiamo sperimentata negli anni ’80-90. Questa ideologia esisteva nei Paesi musulmani e anche europei, ma forse in termini diversi: fondamentalismo nei Paesi musulmani, estremismo nei Paesi europei. L’esclusione di alcune entità dalla società è un fenomeno presente nei Paesi europei, negli Stati Uniti, nei Paesi musulmani e nei Paesi arabi. Questo fenomeno esiste ed esisterà sempre.

Pensa che sia impossibile combatterlo?
Questo fenomeno del fondamentalismo od estremismo va distinto dal fenomeno e dall’ideologia dello SIIL, dal puro e semplice terrorismo che abbiamo vissuto in Iraq.

Intende SIIL e al-Qaida o solo SIIL?
SIIL e al-Qaida sono la stessa cosa. Al-Qaida, Jabhat al-Nusra, SIIL, al-Baghdadi, è lo stesso. Tutti questi gruppi provengono dalla stessa fonte ideologica, per cui tali fenomeni, fondamentalismo, terrorismo, estremismo, ideologia dello SIIL, vanno combattuti totalmente, non solo militarmente ma anche con azioni che promuovano giustizia sociale e pace.

E anche i testi religiosi, i testi che fanno appello a questo jihadismo?
Naturalmente, tutto: giustizia, pace sociale, stabilità, lotta alle disuguaglianze. C’è qualcosa di molto importante riguardo l’ideologia dello SIIL e come evitarne l’espansione. Questa cosa riguarda il rispetto delle regole del diritto internazionale. Quando gli Stati o le grandi potenze non rispettano il diritto internazionale o tentano di applicare regole unilaterali inadeguate al diritto internazionale e alla sovranità dei Paesi, queste azioni promuovono le violenze.

E consentono il reclutamento.
Esattamente. Ci si muove inconsciamente verso le violenze quando le grandi potenze sfuggono alle regole internazionali, occupano Paesi e non dicono nulla.

Come ad esempio la questione palestinese, in particolare la decisione arbitraria del presidente Trump di riconoscere al Quds (Gerusalemme) capitale d’Israele.
Esattamente. Molti nella regione dicono che la situazione del popolo palestinese è la fonte di tutti i problemi che viviamo attualmente. Pertanto, è molto importante per i leader dei Paesi mostrare ai popoli la volontà di rispettare il diritto internazionale, la volontà dei popoli e la sovranità degli Stati, qualunque siano. La democrazia o il diritto internazionale non dovrebbero essere usati per opprimere certi popoli.

Come abbiamo visto ad esempio con l’Iraq.
Con l’Iraq e altri Paesi come libia, Siria… Non a caso, purtroppo, lo SIIL è in questa regione, non è apparso in Venezuela, Spagna o Europa. Operava in Siria, Iraq, Libano ed Egitto… Il fenomeno SIIL è concomitante a ciò che fu chiamato, sette o dieci anni fa, Piano del Nuovo Medio Oriente, il Nuovo Ordine Mondiale.

Il “caos creativo” di Condoleezza Rice.
Esattamente. Lo SIIL è nato con questo piano.

Quindi, possiamo dire che ha creato lo SIIL?
Non sono io a dirlo, ma gli esperti.

Inoltre, Clinton ha detto che gli Stati Uniti crearono al-Qaida.
Sì, l’ha detto. Ecco perché dobbiamo insistere sulla volontà degli Stati e dei loro capi di rispettare le regole, la Convenzione internazionale, la volontà dei popoli e promuovere pace e stabilità. Attualmente, sfortunatamente, perché l’ideologia dello SIIL persiste? Semplicemente perché non c’è la volontà dei leader delle grandi potenze di rispettare le regole internazionali. Guardate la guerra nello Yemen, un caso significativo d’inosservanza della sua volontà, d’insultare sovranità ed autorità del Paese, di distruggerne il popolo, e nessuno ne parla, nessuno reagisce.

I media non ne parlano.
Guardate il caso della Palestina. È la stessa cosa. Guardate la relazione tra comunità internazionale e Iran, è quasi la stessa cosa. L’Iran è un Paese che opera politicamente, cioè, se c’è un’influenza iraniana nella regione, è politica. L’Iran non è un’associazione a scopo di lucro; ma uno Stato che cerca i propri interessi, come tutti i Paesi.

Pensa come alcuni miei amici europei che non vogliono rivedere l’accordo sul nucleare iraniano? Soprattutto che è l’amministrazione Trump, dalla posa guerrafondaia, a voler rivedere l’accordo nucleare iraniano.
Esattamente. Dev’esserci il reale desiderio dei leader dei grandi Paesi di rispettare la volontà degli altri popoli, di rispettare la sovranità degli altri Stati e di non interferire nei loro affari interni. Quando si vede che lo SIIL è presente solo in questa parte del Medio Oriente, dovete farvi delle domande. Perché? Vedete, in questa regione ci sono tre cose a cui le grandi potenze sono molto affezionate dal 1920. Israele, petrolio ed Islam come civiltà, non solo religiosa. Queste tre cose decidono la politica degli altri Stati nei confronti della regione: Israele-Palestina, petrolio, Islam. Questi tre parametri decidono la politica estera delle potenze Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna… e le loro azioni nella regione nei confronti di Iraq, Iran, Siria, Libano, si modulano in base a questi tre parametri. Non è un caso se nel 1990 si iniziò a parlare, scrivere, discutere di “scontro di civiltà”. Cosa significa civiltà? Significa Islam, Cristianesimo e Giudaismo. E non è un caso che Israele sia soddisfatto dalla sicurezza che ciò gli dà.

Secondo voi, perché i neoconservatori si sono concentrati strategicamente sull’Iraq per le azioni volte a destabilizzare la regione, dal primo intervento negli anni ’90? Perché soprattutto l’Iraq?
Perché l’Iraq, rispetto ad altri Stati della regione, ha ricchezze naturali come il petrolio, ecc., e ricchezza umana. L’Arabia Saudita, per esempio, ha ricchezza naturale ma non umana. L’Egitto ha ricchezza umana, ma non naturale. L’Iraq ha due fiumi (Tigri ed Eufrate), ricchezza naturale, civiltà, storia, cultura, è un Paese con una storia di settemila anni. Quindi, ricchezza umana, ricchezza naturale. Destabilizzare l’Iraq significa destabilizzare la regione.

Questo è il motivo per cui hanno agito per dividere sciismo e sunnismo, cioè, usare i rami dell’Islam per rovinare la regione.
Esattamente. La religione è usata come copertura per ragioni politiche. Ecco perché vi ho parlato dei tre parametri: Israele, petrolio, Islam.Vorrei tornare su ciò che ha detto il Primo ministro Haydar al-Abadi: “la lotta alla corruzione è l’estensione diretta delle operazioni militari”. Formulava questa frase estremamente coraggiosa che significa che la vera lotta allo SIIL è guidata da azioni militari ma anche dalla lotta alla corruzione. Penso che parlasse di ciò che chiama giustizia sociale.
Certo, la giustizia sociale è necessaria. Per raggiungere uno standard accettabile di giustizia sociale nazionale è necessario combattere la corruzione, ovviamente. Per raggiungere la sicurezza nazionale, si deve combattere lo SIIL. Per raggiungere la giustizia sociale, dobbiamo combattere la corruzione. Una società senza giustizia è una società morta. Ecco perché la nostra seconda battaglia è contro la corruzione. Combattere la corruzione significa lottare per la giustizia sociale.

C’è un coordinamento nella lotta al terrorismo tra Iraq e Paesi occidentali?
Sì, c’è una collaborazione molto importante tra Stato iracheno, con tutti i suoi servizi, militari, polizia, dogana, e gli Stati arabi, regionali ed occidentali che combattono lo SIIL. La nostra umile missione umana di combattere lo SIIL in Iraq è anche combatterlo in Francia e altri Paesi.

Infine, Paesi come Iraq e Siria, e posso anche menzionare Algeria ed Egitto, sono in prima linea nella lotta al terrorismo. C’è anche un coordinamento con questi Paesi che conoscono il terrorismo?
Naturalmente, l’Algeria nel 1989-90 subì la prima guerra dello SIIL.

Quindi per voi il terrorismo è lo SIIL? Anche al-Qaida possiamo chiamarlo SIIL?
Qaida – SIIL incarnano il terrorismo, naturalmente, sia in Afghanistan che in Pakistan… È lo stesso motore, è solo il marchio che cambia, il titolo. Ma è lo stesso ceppo, lo stesso tessuto.

Secondo voi, l’Algeria combatté lo SIIL già negli anni ’80 -90?
Combatté il terrorismo? Ovviamente. Quello che è successo in Algeria all’epoca è lo stesso fenomeno che abbiamo vissuto in Iraq, massacro di persone, ecc. È la stessa cosa. La differenza è nel tempo, in Algeria nell’89-90, prima dell’occupazione dell’Iraq.

Dal crollo dell’Unione Sovietica.
Sì. La seconda differenza del terrorismo vissuto dall’Algeria è che era un fenomeno vissuto in Africa. Il terrorismo vissuto da Iraq, Siria, Libano lo si ha in Medio Oriente. Parlare del Medio Oriente non è lo stesso che parlare del Nord Africa. Il Medio Oriente è un’altra cosa. In Medio Oriente, come ho detto, c’è il petrolio, l’Islam e tutta la civiltà. Non solo l’Islam, inoltre, poiché Gesù è nato in Palestina, era un arabo.

Non pensa che l’Algeria, che ha petrolio ed anche una civiltà, abbia vissuto ciò che l’Iraq ha vissuto e sia stato quasi distrutta? Perché si avvicinò al collasso.
La differenza è che c’è un’occupazione in Iraq con la presenza statunitense. Da quando c’è la presenza statunitense, ci sono fenomeni estranei. Alcune situazioni consentono la nascita di fenomeni estranei. E c’è la presenza statunitense in aree del Medio e Vicino Oriente. C’è anche qualcos’altro. Dopo l’occupazione statunitense, ci fu lo smantellamento dell’esercito iracheno.

Stavo per porre questa domanda. Ho intervistato un diplomatico statunitense, Matthew Hoh, che si dimise per l’intervento in Iraq. Era del dipartimento di Stato e comandante dei marines in Iraq. Secondo lei, non fu un errore strategico degli statunitensi smantellare l’esercito iracheno?
Noi lo consideriamo un errore strategico. Da parte statunitense, alcuni lo considerano così, altri in modo diverso. Ma il risultato osservato dagli iracheni dopo l’occupazione dimostra che si trattò di un errore strategico. La vittoria dell’Algeria sul terrorismo è dovuta all’esistenza dell’esercito algerino e dello Stato algerino. Se non ci fosse stato l’esercito, se non ci sarebbe stato lo Stato, sono convinto che l’Algeria e la regione sarebbero state la culla del terrorismo, SIIL, al-Qaida, ecc.

Un santuario, come la Libia crollata di oggi.
Esattamente. Lo smantellamento dell’esercito iracheno ebbe un ruolo importante nell’esacerbare il terrorismo.

Parliamo ora del rimpatrio dei jihadisti occidentali che si trovano nelle prigioni irachene. Ne parliamo molto al momento. Gli occidentali hanno formalmente contattato lo Stato iracheno per rimpatriare i loro terroristi?
A mia conoscenza, sì, ci sono stati contatti tra i servizi competenti della Repubblica dell’Iraq e i servizi di certi Paesi occidentali come Francia e Belgio. Ci sono stati contatti su questo e altri problemi.

Puoi darci il numero di terroristi incarcerati?
Tutti i Paesi insieme, circa 500-600. Non è una cifra esatta, ma approssimativa.

Rischiano la pena di morte?
Dipende dalla loro partecipazione. Caso per caso.

I Paesi occidentali che hanno sopportato il peso maggiore del fenomeno terroristico hanno appreso la lezione irachena, specialmente nella lotta al terrorismo, o non hanno capito nulla, come è avvenuto con l’esperienza algerina?
È ovvio che i Paesi occidentali sono allertati dal terrorismo, non solo sull’Iraq, ma anche da ciò che accade nei loro Paesi, a Parigi o in Belgio, e così via, dove affrontano questo fenomeno in modo diretto sul loro territorio, e non indirettamente da ciò che accade in Iraq e in altri Paesi. Ma penso che dobbiamo cambiare la situazione. Siamo noi, gli iracheni, che subiamo il terrorismo proveniente dall’estero, da Belgio, Francia, Asia, ecc. La maggior parte dei terroristi che opera in Iraq o in Siria, vale a dire il 70%, è straniera. Sono addestrati in Afghanistan o Siria o Iraq, ma la loro casa è altrove.

I Paesi occidentali hanno capito la lezione?
Ovviamente. La prova è che i Paesi occidentali, negli ultimi anni, iniziano a prendere misure draconiane su sicurezza, polizia e contatti coi servizi segreti iracheni e siriani.

Hanno contatti coi servizi segreti siriani?
Penso di sì. Non posso parlare per gli europei, ma in modo logico, in generale, i Paesi europei, l’Iraq e altri Paesi sono molto preoccupati e attenti alla sicurezza dei loro cittadini. Quando viene menzionata la questione della sicurezza e della sicurezza nazionale, non c’è limite nel parlare con iracheni, siriani, iraniani, russi o algerini. Qui sicurezza, sicurezza pubblica, ordine pubblico, annullano altri aspetti, altre controversie secondarie o strategiche. Non si può tollerare un pericolo pubblico astenendosi dal contattare siriani o iracheni. L’interesse per l’ordine pubblico è maggiore dei dettagli.

Non pensate che l’amministrazione statunitense debba scusarsi col popolo iracheno per i suoi due interventi mortali e il blocco che causò centinaia di migliaia di morti?
Sinceramente, questo non è all’ordine del giorno. Tra noi e gli statunitensi ci sono accordi strategici, la lotta al terrorismo. Lo combattiamo in modo netto, statunitensi o altri lo combattono per contenere lo SIIL.

Precisamente, non è un errore voler contenere il fenomeno terroristico?
Questa è una domanda discutibile. In ogni caso, chiedere le scuse dagli statunitensi per gli errori commessi non è la priorità degli iracheni. La nostra priorità è riuscire a combattere lo SIIL ed ora dobbiamo combattere la corruzione e passare alla ricostruzione del Paese.

Volevo anche farvi una domanda importante. Quando vediamo l’enorme militanza dello SIIL all’inizio e persino il Presidente Putin dire alla coalizione che si poteva vedere l’acqua su Marte ma non i camioncini nel deserto. Un numero enorme e ci si chiede dove siano finiti tutti questi terroristi. Pensate, come lo specialista iracheno Hisham al-Hashami, che hanno ancora dei depositi di armi?
Certamente. Stiamo scopriamo nascondigli di armi qua e là. Ci sono ancora cellule dormienti, ma le stiamo ripulendo.

Si parla di rischieramento di SIIL e al-Qaida in Libia. Avete qualche informazione?
Si ridirigono in Africa in generale. Libia, Nigeria, Sahel.

Quindi c’è una minaccia per i Paesi della regione? Non pensa che i terroristi vi si concentreranno?
Penso che sia così. Inoltre, una conferenza sul terrorismo si tenne recentemente in Giordania, un mese fa. Fu organizzata dalla Giordania e inaugurata dal re e vi parteciparono molti responsabili occidentali. Il tema era il trasferimento dello SIIL in Africa.

Sulla crisi dello Stato centrale iracheno con i curdi, è finalmente risolta?
È attualmente in fase di regolamento.

I curdi hanno abbandonato le rivendicazioni all’indipendenza?
Vi sono divergenze tra le parti e queste si basano sul contributo al bilancio nazionale, sull’aspetto economico e dopo il referendum, la regione del Kurdistan non sogna più l’indipendenza. Le discussioni ora si concentrano su questioni economiche, cooperazione, questioni doganali, aeroporti e questioni non politiche. Fa parte dell’Iraq, quindi restiamo uno Stato federale. Penso che tra qualche mese o settimana, la situazione sarà risolta.

C’è stata una mediazione straniera o delle Nazioni Unite?
No, abbiamo deciso tra noi.

Secondo voi, lo Stato iracheno può ricostruirsi nel lungo e medio termine con istituzioni forti? E possiamo sperare in una ripresa economica del Paese?
La situazione economica del Paese è corretta. Non dico che è ciò che vorremmo, ma è una buona situazione. Ovviamente speriamo di svilupparci, siamo in fase di sviluppo, abbiamo una base per la ricostruzione. Sfortunatamente, c’è la limitazione delle risorse petrolifere a causa del prezzo. La quantità da esportare è corretta e attualmente abbiamo una produzione di circa 5 milioni al giorno. È molto. 4 milioni per l’esportazione e 1 milione per il consumo locale. Quindi, la situazione economica è corretta e pensiamo alla ricostruzione, allo sviluppo del Paese secondo un solido piano economico e finanziario, sperando che la situazione si sviluppi entro due, tre o quattro anni.

Ho lavorato molto sulle questioni irachene, incluso il traffico di opere d’arte saccheggiate in Iraq dallo SIIL per finanziare le azioni criminali. Avvierete azioni concrete presso tribunali internazionali per recuperare questa eredità che appartiene al popolo iracheno sparsa nel mondo?
Sì. Da tempo l’Iraq compie passi molto concreti nella cooperazione con le Nazioni Unite e altri Paesi come Stati Uniti ed Europa, e vediamo risultati molto positivi. Abbiamo recuperato molti oggetti d’arte rubati dallo SIIL o durante l’occupazione. L’Iraq ha recuperato molto e continua.

E’ ottimista sul futuro dell’Iraq?
Ovviamente. Dopo la lotta contro lo SIIL, che è stata molto dura, abbiamo avuto l’innegabile successo dell’Iraq; l’inizio per gli iracheni come società, Stato e classe politica, superando i limiti economico, politico e militare. Sono molto ottimista e l’Iraq è ora fulcro tra gli Stati della regione. Ha stabilità politica; è uno Stato democratico, uno Stato di diritto che segue la sua via democratica. Questa è la risorsa dell’Iraq.Intervista realizzata a Bruxelles da Muhsan Abdalmuman.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

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UE e USA si dividono mentre Washington si gioca la carta curda

Ziad Fadil Syrian Perspective 8/1/2018Dimenticate la decisione di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. In ogni caso non ha senso ed è “irrilevante” perché si tratta solo di un’altra città della Siria con una storia di morte. L’unica ragione di tali clamore e clangore è il Santuario Nobile Islamico e i vari siti cristiani che hanno tutti qualcosa a che fare con la crescita e la sofferenza di Gesù. Questo è tutto. Per gli ebrei non dovrebbe avere alcun significato perché la loro vera Gerusalemme è nella provincia di Asir dello Yemen, come dimostrato dal professor Qamal Salibi nel suo monumentale libro: “La Bibbia è arrivata dall’Arabia”. Inoltre, non dovrebbe avere senso perché l’ebreo medio in Palestina non ha alcun DNA correlato. Ciò che è più importante è che gli Stati Uniti pensano a creare uno Stato curdo in Siria, sfidando l’assoluta ostilità della Turchia all’idea. E, come il governo siriano ha ripetutamente notato, tale azione violerebbe il diritto internazionale. Finora, gli europei sono stati più scrupolosi nell’aderirvi, come dimostra la quasi unanime condanna del riconoscimento di Trump di Gerusalemme capitale dello Stato colonizzatore sionista. Anche se la Gran Bretagna fosse in combutta con gli Stati Uniti nel tentativo di creare uno Stato curdo, il rifiuto di deviare dalle posizioni tradizionali dell’Europa nel trattare il conflitto arabo-sionista sembrerebbe smentirlo. Vedo una seria frattura tra Europa e Stati Uniti grazie a Trump. Col nuovo anno è possibile sentire l’attrito di Vladimir Putin che si sfrega febbrilmente le mani a Mosca. Trump siglerà il destino degli Stati Uniti con l’Europa. Ha già ostracizzato il Pakistan per aver preso denaro statunitense senza restituire nulla. Ha anche deciso di rimanere in Afghanistan anche se la guerra entra nel 17° anno senza una fine in vista e i taliban che dilagano su altri territori catturati. Con Gran Bretagna e Francia che non vogliono condividere il suo ottimismo alla Pollyanna sulla longevità del governo di Kabul, ci si può aspettare che con l’ascesa di Jeremy Corbin nel Regno Unito, gli inglesi abbandonino la nave che affonda e tornino all’Old Blighty. I francesi faranno lo stesso.
In tutto questo, sono patetici i curdi che firmano il proprio sterminio. La Turchia non accetterà alcun loro Stato in Siria o Iraq e i turchi sanno di avere un alleato nel Dr. Assad. Gli iracheni sono altrettanto ansiosi, poiché la costruzione di uno Stato curdo in Siria quasi certamente guadagnerà terreno nel nord dell’Iraq. L’Iran, naturalmente, col grande interesse ad estendere il gasdotto al litorale siriano, farà tutto il necessario per rigettare le speranze statunitensi. Ciò significa che i curdi dovrebbero prepararsi al meglio a una guerra totale contro gli eserciti di Siria, Iraq, Turchia ed Iran. Non c’è modo di uscirne, anche se gli Stati Uniti decidessero di combattere fino all’ultimo curdo per attuarlo. Questo piano è dei sionisti. Se ricordate l’analisi del Dott. Bashar Jafari che menzionai in diversi saggi, capirete immediatamente perché Netanyahu è dedito a uno Stato curdo. Come spiega il Dott. Jafari, il sionismo deve balcanizzare il Vicino Oriente in staterelli, ognuno con un particolare nucleo religioso o etnico, per giustificare l’apartheid che il sionismo pratica contro i palestinesi. Solo con l’esistenza di uno Stato maronita, uno druso, uno alawita, uno sunnita, uno ebraico e uno curdo, gli ebrei in Palestina possono giustificare la struttura perversa della loro nazione-ghetto di Varsavia. I curdi giocano proprio su tale follia e il loro destino sarà peggiore di quello degli scià Khwarezmiani.
Chris mi dice che ci sono migliaia di marines nell’enclave curda che chiameremo “Rojava”, nonostante il fatto ormai noto che i curdi abbiano poco a che fare con la Siria. Gli Stati Uniti li prendono in giro con la bugia che i marines siano lì per proteggerne i confini. Certamente, questo è ridicolo e tipico della stupidità immortale degli imbecilli di Washington DC. È un nuovo piano promosso dalla CIA per compensare le disastrose conseguenze del sostegno ai terroristi ossessionati dall’espulsione del governo centrale siriano. Come ho già scritto, ci sono ancora i resti della squadra della CIA che si rifiuta di accettare il crollo del priprio piano in Siria, portando al reindirizzamento per bloccare il gasdotto iraniano. Ciò significa che il Dottor Assad non è mai stato il vero bersaglio: era solo secondario nel piano. Lui e il suo governo dovevano essere rimossi solo perché permettevano le macchinazioni di Teheran. Ora, la CIA non è interessata alla durata del mandato del Dott. Assad, questo è ovvio; invece punta allo Stato curdo che ci si aspetta di riconoscere una volta stabiliti tutti gli attributi statuali. Allora, e solo allora, Nikki Haley, WOG dell’anno, potrà presentare all’UNSC il fatto compiuto aspettandosi che i membri la mandino giù. Non lo faranno e lei tornerà a minacciare e ad atteggiarsi. Nel frattempo, Turchia, Siria, Iraq e Iran faranno tutto il possibile per sabotare tale miserabile stratagemma. Ora, affinché il piano funzioni, è necessaria una preparazione militare. Se e quando l’Iraq alla fine dirà agli Stati Uniti di andarsene coi loro aerei; e i turchi diranno a Washington di fare i bagagli e lasciare Incirlik, gli Stati Uniti saranno costretti a manovrare militarmente per proteggere il Rojava. Tuttavia, se avete seguito le notizie, gli Stati Uniti hanno costruito basi aeree nell’area obiettivo e tutto in previsione del rancore che si scaricherà sul piano statunitense per ridisegnare il Medio Oriente. Oh, che rete intricata si tesse quando si ci esercita ad ingannare.
Il piano di Trump sarà un flop alla grande, se notate che le basi statunitensi nell’area curda in via di sviluppo sono facilmente a tiro dell’artiglieria siriana. È anche dell’artiglieria di tutti gli altri. Se si considera il vasto arsenale missilistico della Siria, progettato per distruggere le basi aeree sioniste nella Palestina occupata, diventa ancora più facile capire come tale piano fallirà miseramente. Sembra che gli Stati Uniti stiano accelerando l’arrivo delle truppe in Siria perché, beh, sono statunitensi dopotutto e non verrebbero assalite per timore che gli aggressori debbano subire l’ira scatenata degli impareggiabili militari statunitensi. Che noia. Gli Stati Uniti non hanno vinto una guerra da quando la Russia gli permise la vittoria nella Seconda guerra mondiale contro la Germania (ad eccezione dei trionfi sulle repubbliche delle banane Panama e Grenada). Che si tratti di Vietnam, Iraq o Afghanistan, la storia degli Stati Uniti è triste. Questa avventura siriana non la migliorerà. Anzi! Convincerà tutti che gli Stati Uniti sono una tigre di carta impotente quanto l’Arabia Saudita. Nessun riposo per i malvagi. Non appena la Siria sconfiggerà i ratti terroristi, gli Stati Uniti punteranno a un altro cattivo di Damasco da combattere. Ma, come Chris mi ha scritto spesso: la battaglia per la Siria non va vista come una sorta di baraccone frivolo, piuttosto, va al centro dei piani statunitensi-sionisti-massonici per il Medio Oriente. Fa parte del futuro immediato degli USA nei rapporti con l’Europa. Come Chris opinava, il piano per rubare petrolio delle alture del Golan; distruggere il fiorente potere dell’Iran; asservire gli iracheni; rafforzare ulteriormente regimi regressivi regionali è parte integrante dell’egemonismo sionista il cui fetore porta direttamente alle camere ornate dei Rothschild e Rockefeller. Tale piano non sparirà presto perché è stato steso per dare la linfa vitale dei popoli arabi alle orde sioniste che infettano la terra di Palestina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Russia impone nuove regole d’ingaggio in Siria a Israele e Stati Uniti

Elijah J. Magnier, 30.12.2017La Russia impone nuove regole d’ingaggio (ROE) a Israele e Stati Uniti in Siria, riflettendo il modo in cui preserva gli interessi nazionali nel Levante e oltre il Medio Oriente, soprattutto in Ucraina, dove gli Stati Uniti hanno deciso di fornire armi all’autorità locale e puntano ad attirare Kiev nella NATO, una mossa considerata da Mosca ostile. La risposta di Mosca è stata chiaramente espressa dal Capo di Stato Maggiore russo Valerij Gerasimov che affermava che “consiglieri, istruttori, ufficiali dei servizi segreti, personale di artiglieria e tutte le altre unità militari russe sono integrati in ogni singola unità da combattimento siriana, brigata, unità e perfino battaglione“. Gerasimov osservava che “tutti i piani militari e di combattimento sono decisi in collaborazione con l’Esercito arabo siriano. Siamo sul campo, collaborando su obiettivi strategici e piani comuni“. Quindi, l’attore politico-militare russo sa come inviare messaggi al fronte meridionale siriano ogni volta che gli Stati Uniti si muovono contro gli interessi di Mosca in altre parti del mondo. La Russia, attraverso il suo Capo di Stato Maggiore, riconosce che le operazioni militari siriane non sono decisioni unilaterali siriane, con le sue forze di terra e i suoi partner, cioè Iran, Hezbollah, iracheni e altri alleati, ma sono anche un prodotto della valutazione e pianificazione russe. Quindi, la liberazione di Bayt Jin, ultima roccaforte dei terroristi nel Ghuta occidentale e ai piedi della montagna meridionale Jabal al-Shayq (Monte Hermon) confinante con le posizioni israeliane, è anche una decisione russa. La liberazione di Bayt Jin da al-Qaida e loro alleati supportati, equipaggiati e finanziati da Israele dal 2015, aiuta l’Esercito arabo siriano a spezzare l’immaginaria “zona cuscinetto” israeliana. Israele mirava a impedire ad Hezbollah ed Iran di raggiungere l’area per evitare il contatto con le sue forze. In seguito alla decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di fornire all’Ucraina missili anticarro, adottando una posizione più aggressiva nei confronti della Russia, Mosca ha deciso di spostarsi anche sul fronte siriano, ampliando il divario tra Russia e Stati Uniti.
L’Esercito arabo siriano, insieme alle forze speciali Ridwan di Hezbollah, attaccavano via terra Bayt Jin liberando le colline circostanti e la città stessa, seguito dalla resa di al-Qaida (circa 300 terroristi) e sua evacuazione dall’area, prima dell’assalto finale, verso a città settentrionale di Idlib, e di altri verso la città meridionale di Dara. Pertanto, il coordinamento delle forze russo-iraniane-siriane-Hezbollah sul fronte siriano-israeliano è stato pianificato per impedire qualsiasi intervento militare israeliano in difesa dei propri fantocci (al-Qaida ed alleati dell’Itihad Quwat Jabal al-Shayq). La Russia impone una nuova regola d’ingaggio ad Israele: qualsiasi attacco israeliano può mettere in pericolo uno o diversi ufficiali russi che collaborano con l’Esercito arabo siriano, come rivelato dal Capo di Stato Maggiore russo Valerij Gerasimov. Israele non potrà aggirare la nuova equazione russa perché, se colpisse le forze attaccanti metterebbe Tel Aviv in conflitto con una superpotenza, la Russia, attirandola nel conflitto Hezbollah/Iran – Israele. L’attacco russo-iraniano-siriano giunge in un momento in cui Israele forniva supporto di artiglieria ed intelligence ad al-Qaida ed alleati a Bayt Jin. Liberando l’area e gli altopiani circostanti, la Russia infligge un primo schiaffo all’alleato principale degli Stati Uniti in Medio Oriente. Israele da tempo teme la presenza di Iran e Hezbollah alle frontiere e ha fatto di tutto per impedire all’Esercito arabo siriano di raggiungere le fattorie di Shaba occupate da Israele, come avviene oggi dopo la liberazione di Bayt Jin. Tuttavia, vi sono ancora aree sotto indiretta l’influenza israeliana nella Siria meridionale occupata (sotto il controllo di al-Qaida ed alleati), come l’area di Qunaytra e i villaggi circostanti (Tarangah, Jabat al-Qashab e Ayn al-Baydah). Il presidente degli Stati Uniti ha reindirizzato la bussola della “Resistenza” verso Gerusalemme dopo anni di negligenza, danneggiata dalle organizzazioni taqfire (SIIL e al-Qaida) quando decisero di colpire musulmani e non musulmani in Siria, Iraq, Libano e altre parti del Mondo islamico. Quando Trump “ha riconosciuto” Gerusalemme capitale d’Israele, ha unito e focalizzato altre ideologie organizzate sotto l’egida delle Guardie Rivoluzionarie iraniane in Siria (cittadini siriani) verso il confine siriano-israeliano ed ogni territorio occupato della Siria e della Palestina.
La guerra siriana ha mancato l’obiettivo del cambio di regime siriano e ha prodotto gruppi che hanno beneficiato dell’addestramento (ed ideologia) iraniana e della straordinaria esperienza in combattimento di Hezbollah, dal 1982 ad oggi. Questi sono (per nominarne solo alcuni): “Hezbollah Siria“, “Forze al-Ridha“, “Brigata Muqtar al-Thaqafi”, “Brigata Imam al-Baqir“, “Qamar Bani Hashim“, “Abas bin Ali“,”Forza di resistenza islamica 313“,”Brigata Zayn al-Abidin“,”Saraya al-Wad“,”Brigata Rad al-Mahdi“,”Brigata al-Husayn“,”al-Ghalabun” ed altri gruppi simili in tutta la Siria. Il maggiore successo dell’Iran nella guerra siriana è la nuova dottrina operativa siriana, passata dall’essere un regolare esercito classico a combattere con un’ideologia che proteggerà il Paese dal ritorno dei taqfiri nel Levante e si schiererà contro Israele. Sarò anche diretta a combattere per la liberazione di tutti i territori occupati da Turchia e Stati Uniti, nel nord della Siria, se decidessero di rimanere nonostante la richiesta di Damasco di andarsene. È chiaro che le regole del gioco in Siria sono cambiate. Continueranno ad evolversi incontrando interessi in evoluzione: cambiamenti interni e regionali e sviluppi. Di certo, una nuova resistenza è nata da questi sei lunghi anni di guerra, ed è pronta a perseguire propri obiettivi, e anche quelli di Siria, Iran e Russia.La Russia ha “ricevuto un tesoro” di informazioni sull’F-22
Sputnik 06.01.2018

Il conflitto siriano ha dato alla Russia la possibilità di apprendere di più sull’operatività degli aerei stealth statunitensi come l’F-22 Raptor, dichiarava una generale dell’Aeronautica statunitense durante un briefing pubblico dell’Air Force Association. “I cieli sull’Iraq e in particolare della Siria sono stati davvero un tesoro per loro vedendo come operiamo”, affermava la generale Veralinn Jamieson. “I nostri avversari ci osservano, imparano di noi“. Il generale proseguiva dicendo che “i russi hanno acquisito informazioni inestimabili operando in uno spazio aereo contestato accanto noi in Siria“. “Quando incontriamo i nostri partner della coalizione occidentale in volo, ci siamo sempre trovati ‘sulle loro code’ come dicono i piloti, il che significa vittoria in duello”, dichiarava il 28 dicembre Maksim Makolin, Maggiore delle Forze Aerospaziali Russe, riferendosi al vantaggio tattico d’inseguire gli aerei avversari dalla favorevole posizione di coda, angolo cieco dell’avversario. F-22 statunitensi e Su-35 russi hanno avuto alcuni incontri ravvicinati nello spazio aereo siriano, ma hanno utilizzato la linea di comunicazione di deconflitto per evitare errori. “Continueremo il deconflitto coi russi, ma non abbiamo intenzione di operare in aree attualmente controllate dal regime (siriano)“, aveva detto a dicembre Felix Gedney, general-maggiore dell’esercito inglese e della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo SIIL. “Oltre ad osservare le tattiche di volo classificate, la Russia potrebbe anche “dipingere” i caccia occidentali e altri mezzi aerei con i radar di ricerca e di controllo aereo e terresti”, diceva a Business Insider Justin Bronk, analista dei combattimenti aerei del Royal United Services Institute. Ma dato che la Russia ha visionato le tattiche dell’US Air Force, anche gli Stati Uniti hanno avuto l’opportunità di vedere come opera la sua Aeronautica, sottolinea l’analista. “Mentre la Russia certamente fa ogni uso possibile dell’opportunità di conoscere operazioni e capacità aeree occidentali nei cieli della Siria, questo processo è reciproco dato che qualsiasi aereo militare russo opera all’interno di uno spazio aereo pesantemente sorvegliato dai mezzi occidentali”, affermava Bronk.

Veralinn Jamieson

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria: vincitori e vinti

Pierre Van Grunderbeek, Mondialisation, 29 dicembre 2017Solo un anno fa non molti si sarebbero azzardati a dire che Bashar al-Assad e l’Esercito arabo siriano (EAS) avevano la possibilità di vincere la guerra contro ribelli, combattenti stranieri e terroristi. Chiamiamoli come vogliamo, erano più di centomila con armi spesso sofisticate e con potenti sostenitori arabi, turchi e occidentali. Al massimo, le autorità siriane potevano sperare di negoziare una pace e condividere il potere da una posizione di forza. Cos’è successo oggi, l’Esercito arabo siriano vola di vittoria in vittoria?

Le rivalità tra gli oppositori
È certamente uno dei due elementi più importanti che ha permesso l’attuale serie di vittorie del governo siriano. L’EAS ha resistito ai due assalti su Aleppo e Damasco nel 2012, permettendo allo Stato siriano di sopravvivere, di vedere l’opposizione priva di unità rivelare estremismo, criminalità e persino terrorismo di certi gruppi.
C’erano cinque gruppi armati principali che avevano obiettivi e supporto stranieri concorrenti.
Jabhat al-Nusra, ribattezzato Jabhat Fatah al-Sham nel 2016 per far dimenticare la fedeltà ad al-Qaida. È un gruppo wahhabita che ha beneficiato dell’aiuto dei principi sauditi e di altri emiri del Golfo. Un giorno sarà necessario capire da quali poteri arrivavano gli aiuti. Il potere in Arabia Saudita è una nebulosa di clan in cui i principi potevano usare soldi dello Stato e delle loro mafie col tacito accordo del re. È certo che Jabhat al-Nusra ricevette armi dalle monarchie del Golfo e che i Paesi occidentali almeno chiusero gli occhi. Inizialmente tale gruppo era composto principalmente da combattenti sunniti iracheni e intendeva prendere il potere in Siria per formare un califfato. Radunò molti altri gruppi di combattenti siriani.
Ahrar al-Sham è un gruppo islamista rivoluzionario ideologicamente legato alla Fratellanza musulmana. È presente soprattutto nella Siria settentrionale e centrale. Aveva il sostegno di Turchia e Qatar che l’hanno rifornito di armi. A causa della vicinanza alla fratellanza, tale gruppo è osteggiato dall’Arabia Saudita ed è continuamente in conflitto con Jabhat Fatah al-Sham. Il suo obiettivo era arrivare al potere per installare una costituzione basata sulla sharia. Ahrar al-Sham radunò dozzine di altri gruppi armati che rappresentavano circa 25000 combattenti. Tale gruppo aveva un relativo sostegno popolare grazie a una rete di distribuzione di aiuti alla popolazione.
– Stato Islamico o Stato Islamico di Iraq e Levante, SIIL o DAISH, apparve nella Siria orientale nel 2013. Era un gruppo iracheno pesantemente armato che acquisì un impressionante materiale bellico conquistando Mosul e le province sunnite dell’Iraq nel 2014. Tale gruppo ha un’ideologia simile a quella dei sauditi e si ritiene che l’abbiano aiutato agli inizi. Era composto da esperti combattenti di al-Qaida affiancati da ex-ufficiali baathisti iracheni incontratisi nelle prigioni irachene dal 2003. Attraversando il confine siriano ed estendendo la visione jihadista all’Africa e Asia, lo Stato islamico divenne un pericolo globale che gli Stati Uniti combatterono per la prima volta in modo moderato in Siria [i] nella speranza d’indebolire il potere del presidente siriano. Probabilmente un errore di calcolo che gli si rivolse contro. Il primo obiettivo dello Stato islamico era formare un proto-Stato a cavallo delle regioni sunnite di Iraq e Siria sotto il comando del califfo Abu Baqr al-Baghdadi. L’Arabia Saudita quindi comprese il pericolo di tale organizzazione e smise di supportarlo. Lo Stato islamico poteva un giorno rivendicare diritti sui luoghi santi dell’Islam. È difficile stimare il numero di combattenti attuale. Al culmine della sua espansione, c’erano tra 50000 e 125000 uomini in Siria e Iraq, principalmente iracheni sunniti ma anche europei, ceceni, uiguri, tunisini e così via. Va inoltre notato che lo SIIL non corrispose ai piani di Stati Uniti e Israele per una regione divisa in una moltitudine di Stati piccoli e deboli.
Free Syrian Army (FSA) è composto inizialmente da disertori e soldati del 2011. Ricevette sostegno, illegale, dai Paesi occidentali, incluso massiccio invio di armi dalla Libia organizzato dalla CIA. In origine era un esercito non confessionale che in gran parte si disintegrò con l’abbandono di molti gruppi armati per gli islamisti. Il Pentagono tentò di addestrarli e controllarli, ma fu inutile. Una volta armati e pronti a combattere, la maggior parte di essi aderì ai gruppi islamisti. L’FSA ancora esiste nel sud della Siria, presso la città di Dara. Tale esercito riceve supporto logistico israeliano ed è circondato da consiglieri occidentali e israeliani. Date le molte defezioni, è difficile stimarne il numero di combattenti. Forse 5-6000.
– SDF, comprendenti milizie arabe e curde siriane (YPG), attualmente la principale forza sostenuta dagli Stati Uniti con grande dispiacere della Turchia. Nel 2011 i curdi non erano ostili al potere in Siria. Fu l’arrivo degli islamisti nella loro regione che li costrinse a prendere le armi e a formare un gruppo di combattenti abbastanza efficaci. Sembrano essere strumentalizzati dal Pentagono per formare uno Stato nel nord della Siria, dove gli Stati Uniti potrebbero stabilire basi militari permanenti. Una volta sconfitto lo Stato islamico, sarà necessario verificare se gli Stati Uniti saranno pronti a violare il diritto internazionale e a scontrarsi con la Siria per raggiungere i loro scopi. I curdi siriani hanno tre grossi ostacoli al raggiungimento dell’indipendenza. Un possibile Stato curdo in Siria sarebbe circondato da Paesi ostili; Turchia, Iraq, Iran e Siria. Come in questo caso garantirne la sopravvivenza senza avere ricchezze nel territorio? PYD (civili), YPG (militari) e il partito fratello PKK della Turchia sono partiti curdi neo-marxisti. Come riconciliarlo con l’ideologia conservatrice-liberale degli Stati Uniti? I curdi non hanno alcun diritto storico sui territori siriani che occupano. Originariamente, il popolo curdo era un popolo nomade gradualmente stabilizzatosi da solo un secolo, solo in piccola parte nella Siria settentrionale.
La particolarità di questa guerra è che tali gruppi si combattono, sia che si tratti di territori, armi. ragioni ideologiche o alleanze. Non è auspicabile per nessuno vedere un gruppo islamista prevalere e imporre la legge islamica a Damasco. Va notato, di passaggio, che tali milizie sono finanziate. Se lo Stato islamico riceveva denaro dal traffico di petrolio e antichità, le altre milizie sono remunerate con fondi dalle origini sconosciute, ma è immaginabile che ci siano ricchi donatori dal Golfo. Ci sono almeno un centinaio di milizie insurrezionali che si riuniscono per opportunità con altri gruppi più potenti. Spesso hanno una presenza locale e giurano fedeltà ai più forti per non subire ritorsioni. Sarà interessante vedere cosa succederà quando le milizie islamiche più radicali saranno sradicate.

L’ingresso di Russia e Iran
Il coordinamento tra Russia e Iran a sostegno dell’Esercito arabo siriano è un altro fattore decisivo della liberazione della gran parte dei territori siriani persi. I dettagli dell’intervento furono sviluppati durante le visite di Qaiem Sulayimani, comandante in capo della forza iraniana al-Quds, a Mosca nell’estate 2015. La modernizzazione e il rinnovamento degli equipaggiamenti pesanti, il potenziamento dell’Aeronautica, la formazione di nuove unità da combattimento, il controllo dei cieli siriani e nuove tattiche hanno permesso l’attuale successo dell’EAS. Le unità di Hezbollah dal Libano, la forza iraniana al-Quds, le milizie filo-governative e i volontari sciiti erano i rinforzi di cui le forze lealiste avevano disperatamente bisogno. Va notato che il costo dell’intervento russo in Siria è insignificante ed è quasi totalmente coperto dal budget ordinario della Difesa. Oltre ai vantaggi geopolitici che segnano il ritorno della Russia in Medio Oriente, l’esercito russo ha rafforzato la presenza militare nella regione e ora ha due basi permanenti. Ha avuto l’opportunità di testare con successo armi di ultima generazione sul campo di battaglia. Inoltre, incrementa le esportazioni dell’industria della Difesa a vantaggio dell’economica russa.

Stanchezza e usura
Il popolo siriano è stanco del conflitto. Gli altri belligeranti anche perché non vedono alcuna vittoria militare. L’Arabia Saudita inizia a sentirne il costo, poiché è in conflitto su altri fronti e le sue entrate petrolifere diminuiscono drasticamente. Conoscendone la versatilità, gli Stati Uniti sono riluttanti a fornire armamenti sofisticati ai ribelli e non vogliono ingaggiare le truppe a terra. [ii] I dolorosi ricordi di Iraq e Afghanistan sono troppo vicini. Dopo aver respinto i principali gruppi ribelli nella provincia di Idlib dove si lacerano a vicenda, e dopo aver confinato gli altri in sacche assediate, l’EAS avviava con successo la liberazione dell’oriente del Paese dalla presa dello Stato islamico. Una volta consolidata la connessione con l’esercito iracheno, verrà ripristinato il collegamento stradale tra i due Paesi. L’importanza di ciò non è stata ancora ben valutata dagli analisti. Permetterà un flusso continuo senza ostacoli di rinforzi, armi e rifornimenti dall’Iran. Il prossimo passo sarebbe la sicurezza del sud del Paese intorno Dara, la riduzione delle sacche dei ribelli nel Ghuta e la sicurezza del nord del Paese con un’offensiva verso l’aeroporto di Abu Duhur vicino Idlib, attualmente occupato dall’Hayat Tahir al-Sham, coalizione dominata da Jabhat Fatah al-Sham (al-Qaida). La liberazione della riva destra dell’Eufrate è molto più problematica a causa della presenza dell’esercito statunitense. Questo senza dubbio farà parte dei negoziati finali, ma c’è una divergenza tra i governi siriano e iraniano da un lato, e Russia dall’altro, che vuole evitare lo scontro (per il momento) con gli Stati Uniti. Ad eccezione delle SDF, le forniture di armi e munizioni ai terroristi si sono prosciugate. Non si può dire che siano ancora pagati ovunque. Dovrebbe essere noto che il denaro era la motivazione principale dell’impegno dei terroristi. I motivi ideologici sono sempre stati secondari tranne che per una minoranza di fanatici. Il traffico di denaro, il rapimento per riscatto e il racket furono la nervatura della guerra per oltre sei anni. Tale situazione porterà inevitabilmente a radunare la maggior parte dei piccoli gruppi ribelli verso il governo siriano, con la mediazione russa, e vedrà il ritorno alla vita civile della maggior parte di chi prese le armi.

I vinti
“Vae victis” [iv] per i ribelli. Pagheranno caro aver creduto alle promesse dei loro mandanti. Le guerre civili sono sempre state le più crudeli e questa non fa eccezione. Possiamo immaginare il destino dei sostenitori del Presidente Assad se gli islamisti avessero prevalso, allora non siamo sensibili al loro destino, sarà molto meno crudele. Molti di tali ribelli sopravvissuti, i più fanatici e chi ha commesso crimini, non avranno altra scelta che andare in esilio con le famiglie se non saranno giustiziati prima. Sarà un peso per i Paesi vicini e l’Unione europea che hanno sostenuto tale guerra. Gli Stati Uniti non ne saranno colpiti perché hanno chiuso i confini ai cittadini dei Paesi arabi interessati. Possiamo distinguere tre gruppi di perdenti. I gruppi terroristici, gli Stati che li hanno sostenuti e i rifugiati siriani. Tra i gruppi terroristici, lo Stato islamico otteneva l’unanimità dell’ostilità e probabilmente non sopravviverà nella forma attuale alla sconfitta militare. I gruppi legati ad al-Qaida e Fratelli musulmani troveranno difficile sopravvivere in Siria senza il sostegno delle monarchie del Golfo, della Turchia e del Qatar. Il CNS, il ramo civile dell’FSA, dovrà affrontare le elezioni e dato che non ha una base locale, sarà spazzato via dall’opposizione non rivoluzionaria (CNCD) che ha sostenuto un pacifico processo di cambiamento del regime. I movimenti indipendentisti curdi dipendono dall’aiuto militare statunitense. È difficile prevedere le decisioni dell’amministrazione Trump divisa tra il desiderio di danneggiare Siria, Russia ed Iran e la necessità di non perdere l’alleato turco. I curdi siriani non possono sperare in un’indipendenza che non chiedono più in Siria. Al massimo possono ottenere l’autonomia culturale. Col doppio gioco, gli Stati Uniti perdono su tutti i fronti del Medio Oriente. A meno che non intraprendano un massiccio impegno militare rischiando il confronto diretto con Russia e Iran, gli Stati Uniti non avranno altra scelta che ritirarsi dalla Siria per limitare le perdite. Va notato che il conflitto tra il presidente Trump e l’establishment degrada la posizione degli Stati Uniti ed è impossibile prevedere cosa succederebbe in caso di (improbabile) rimozione di Trump. Le monarchie del Golfo avranno gettato miliardi di dollari. Il Qatar è stato sconfitto in Libia, Egitto e Siria. La sua politica di sostegno ai Fratelli musulmani attira anche l’ira di Arabia Saudita, Egitto e monarchie del Golfo. La disastrosa politica saudita fu avviata dal defunto re Abdullah per estendere l’influenza saudita sul mondo arabo-sunnita e indebolire il ruolo dell’Iran nella regione. Muhamad bin Salman (MBS), l’attuale uomo forte del Paese, sembra il responsabile di tale fallimento presso la cerchia del re. MBS deve ora gestire un Paese le cui entrate sono notevolmente ridotte mantenendo la pressione sull’Iran. Unione europea e Francia in particolare si sono allontanati dall’inizio della crisi siriana. Chiedendo la dipartita di Bashar al-Assad prima di qualsiasi trattativa col CNS, UE e Francia hanno perso l’opportunità di avere qualche influenza nella regione in futuro. Sarà necessario mantenere la perfetta evanescenza di Mogherini e l’assente presidenza europea di Tusk. Si ha il diritto di chiedersi l’utilità di tali funzioni. Sebbene la Francia avesse chiuso l’ambasciata a Damasco sotto la presidenza di Nicolas Sarkozy, la presidenza di Francois Hollande fu caratterizzata da profonda ostilità nei confronti del regime laico siriano che non voleva rompere con Iran e Hezbollah. Il passaggio di Laurent Fabius al ministero degli Esteri è stato uno dei più disastrosi nella storia della Francia. I mass media di regime e i loro esperti hanno mancato di neutralità nell’informare allineandosi con la linea politica del governo. [V] Israele può essere considerato perdente perché i gruppi terroristici che sosteneva sono stati sconfitti dall’EAS, e i suoi obiettivi politici non sono stati raggiunti. Da parte sua, Hezbollah s’è rafforzato ed ha acquisito esperienza in combattimento, l’Iran è vicino al confine israeliano e la Russia controlla i cieli siriani. D’altra parte, c’è il riavvicinamento dei governanti sunniti contro l’Iran. I rifugiati siriani sono tra i massimi perdenti. Chi è fuggito dagli islamisti troverà spesso rovine al ritorno. I rifugiati islamisti siriani non potranno reintegrarsi in una Siria pluralista e il loro destino è un vero rompicapo internazionale. Il destino delle brigate jihadiste internazionali è ancora più complicato. Il motto era eliminarli sul posto, ma che dire di chi tornerà nel Paese comunque? Si accusano gli Stati Uniti di rafforzare le SDF coi daishisti recuperati e di trasferirne altri in Afghanistan. Un caso da seguire da vicino. Infine, ci sono migliaia di giovani siriani fuggiti dal Paese per evitare gli obblighi militari. Principalmente figli di ricche famiglie sunnite che gli hanno pagato il viaggio. Sono stati visti violare i posti di frontiera europei nel 2015. La stragrande maggioranza di loro è istruita e si adatterà all’Europa senza troppi problemi. La loro assenza si farà sentire quando si ricostruirà la Siria ma, salvo un perdono magnanimo, il loro ritorno sarà difficile.

I vincitori
L’Esercito arabo siriano e le sue forze d’élite sono i vincitori sul campo di battaglia. Se non un successore di Bashar al-Assad, sicuramente tra i suoi generali si trovano i futuri leader siriani. L’Iran era infrequentabile all’inizio della guerra nel 2011 ed è ora un interlocutore chiave. Lo stesso per Hezbollah. Si è guadagnato il rispetto dei libanesi che non vogliono una nuova guerra civile a beneficio delle potenze straniere. Inutile dire che la Russia di Vladimir Putin, che nel 2011 contava poco, è tornata ad essere un attore importante tra le potenze mondiali. Il popolo siriano ha resistito a una cospirazione internazionale che voleva vederlo sotto il dominio di fanatici islamisti. Dovrà ricostruire il Paese, probabilmente senza aiuti occidentali, ma recuperare la sovranità non ha prezzo. Al momento è difficile collocare la Turchia nel campo dei vincitori o dei perdenti. Il suo riavvicinamento con la Russia permetterà senza dubbio di limitare le perdite, ma non ottiene benefici impegnandosi in questa guerra. [vi] Non bisogna mai dimenticare che la principale minaccia alla sua integrità proviene dalla minoranza curda che i suoi nemici possono in qualsiasi momento sostenere militarmente. Altri due Paesi confinanti, Libano e Giordania, non sono stati destabilizzati nonostante i milioni di rifugiati siriani che hanno dovuto ospitare. L’Iraq, un altro vicino della Siria, ha sconfitto lo SIIL. La zona più importante del Paese, la sciita del sud, non fu toccata dalla guerra. L’Iraq ha i mezzi per recuperare la piena indipendenza e liberarsi dalla tutela statunitense.

Conclusioni
In 75 anni le condizioni per vincere una guerra non sono cambiate. Serve la supremazia aerea e truppe combattenti sul terreno. Solo le forze lealiste e i loro alleati hanno entrambi. La supremazia aerea è stata assicurata dalla Russia e le truppe combattenti, principalmente unità di élite rinforzate dai formidabili Hezbollah libanesi e dalle unità iraniane, furono impiegate in modo massiccio nel Paese con una flotta di blindati moderni. L’EAS ha anche potuto contare sull’aiuto di esperti militari iraniani e russi. La Russia aveva un obiettivo strategico coerente, la lotta al terrorismo islamico, il sostegno a un governo legale e la sovranità popolare, e non cambiò posizione. Il risultato è il ritorno delle influenze russa e iraniana in Medio Oriente. [vii] Questa guerra è una prima pesante sconfitta per le potenze occidentali, che si sono proclamate “comunità internazionale” alla fine dell’URSS. Col senno del poi, si nota che tale conflitto segna la nascita del mondo multipolare in cui il blocco occidentale avrà un avversario di fronte. La guerra può durare ancora anni ma i vincitori sono noti. Conoscendo il realismo di Vladimir Putin, lascerà un’onorevole via d’uscita ai perdenti in modo che non perdano la faccia ma lui e i suoi alleati sono i vincitori indiscussi di questa parte della geostrategia e si spera che gli occidentali ricordino la lezione ed esitino d’ora in poi ad impegnarsi nella destabilizzazione di un Paese sovrano. Gli storici dovranno ricordare la stupefacente dichiarazione di Roland Dumas nel 2011, prima di accusare del conflitto Bashar al-Assad e mantenere il mito di un popolo oppresso che si sarebbe spontaneamente sollevato contro un regime impopolare.

Più recentemente, c’è anche il documentario della BBC con rivelazioni dell’ex-primo ministro del Qatar Hamad bin Jasim al-Thani che ammette che vi fu l’intervento straniero dall’inizio della crisi.

Infine, va eliminato il mito del ritiro del Presidente Assad per motivi morali. La sua legittimità può essere sfidata solo dal popolo sovrano con elezioni imparziali. Le Nazioni Unite potrebbero controllarle per garantirne l’integrità. Nelle attuali circostanze, Bashar al-Assad ha tutte le possibilità di vincere delegittimando i ribelli armati e sconfiggendo tutti i Paesi che li hanno sostenuti. È per rimediare a ciò che gli occidentali richiedono il ritiro del Presidente Assad o la sua non presentazione alle prossime elezioni. Le ragioni morali menzionate sono solo cavilli per evitare una pesante delusione quando il popolo sovrano si esprime.

Note
[i] Solo quando l’EAS ed alleati avanzarono vittoriosamente verso est, gli Stati Uniti e i loro alleati combatterono seriamente lo Stato islamico in Siria al costo della quasi totale distruzione di Raqqa.
[ii] Le forze che attualmente operano in Siria sono unità d’élite con la missione di addestrare e supportare le SDF.
[iii] Non ci sono corrispondenti occidentali nelle zone ribelli per questo motivo. Le analisi dei media occidentali sono basate su informazioni di corrispondenti locali le cui simpatie sono sconosciute ed inaffidabili.
[iv] “Guai ai vinti. ”
[v] Ripetendo il mantra di Bashar che uccide il suo popolo, è lecito chiedersi quanti appelli jihadisti abbia suscitato tale discorso. In una guerra civile, tutti i protagonisti uccidono compatrioti e insistere sui morti è parteggiare. Secondo stime recenti, il numero di vittime era diviso in due. Solo di recente la percentuale dei terroristi morti è aumentata drasticamente.
[vi] Il trasferimento a lungo termine di molte società dalla periferia di Aleppo coi loro dirigenti e personale in Turchia è, ad esempio, un vantaggio turco.
[vii] Da molto tempo i media occidentali e francesi in particolare hanno affermato in tono perentorio che la Russia non ha i mezzi per misurarsi cogli occidentali e che, per ragioni economiche, prima o poi dovrà battere in ritirata. Il summit del G8 di Belfast del 2013 è ancora nella memoria di tutti. Vladimir Putin aveva resistito alla pressione degli altri sette membri e non cedette sul sostegno alla Siria.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria-Hezbollah, incubo dell’imperialismo

Bruno Guigue, Mondialisation 26 dicembre 2017La guerra, ha detto Clausewitz, pone fine al sangue con una divergenza d’interessi“. Contrariamente alla credenza popolare, Stati Uniti e loro alleati non hanno cercato di abbattere la Siria per impossessarsi dei suoi idrocarburi. I progetti gasiferi del Qatar potrebbero spiegarne l’impegno nei confronti degli insorti, ma non bastavano ad alimentare un conflitto di tale portata. La rabbia distruttiva dei padrini di tale guerra esiziale non fu più motivata dalla difesa dei “diritti umani”. Solo i creduloni possono credere a tali assurdità, accreditate, è vero, da un’inaudita propaganda. La vera ragione di tale guerra per procura non è né economica né ideologica. Schierando mezzi colossali, l’imperialismo aveva un altro obiettivo, molto più ambizioso: scongiurare una minaccia strategica. Distruggendo la Siria, Washington sperava di liquidare l’unico Stato arabo che si oppone ad Israele e che sostiene a pieno la resistenza armata all’invasione sionista. Colpire a morte la Siria significava la fine di Hezbollah, e il crollo dello Stato siriano avrebbe messo fine all’anomalia di un governo arabo alleato del regime dei “mullah” e del russo Vladimir Putin. La prova definitiva di tale piano geopolitico fu fornita dall’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton nella sua e-mail del 30 novembre 2015: “Il modo migliore per aiutare Israele a gestire la crescente capacità nucleare dell’Iran“, scrisse, è aiutare il popolo siriano a rovesciare il regime di Bashar al-Assad. Se avesse avuto successo, questo tentativo di “cambio di regime” col terrorismo avrebbe privato l’asse Teheran-Damasco-Beirut del collegamento centrale. Avrebbe lasciato Hezbollah orfano dalla Siria e respinto l’Iran nel cortile del Medio Oriente nell’orbita occidentale. Sfortunatamente per Washington e seguaci, tale vasta operazione fallì. Nonostante migliaia di mercenari lobotomizzati dal wahhabismo, nonostante miliardi di dollari versati dalle monarchie del Golfo, il conglomerato taqfirita si ruppe sul muro d’acciaio di un esercito nazionale sostenuto dagli alleati Russia, Libano, Iraq e Iran. Anche se non ha soppresso la resilienza degli Stati Uniti, questa sconfitta ha messo fine alla politica di Washington del “caos costruttivo” per provocare l’implosione e lo smembramento degli Stati sovrani del Medio Oriente.
Il 2017 rimarrà negli annali per il nuovo fallimento dell’imperialismo. Destinata ad eliminare un centro di resistenza araba, la guerra imposta alla Siria intendeva vendicare l’umiliazione inflitta ad Israele nel luglio-agosto 2006, mirando a respingere l’incubo di una forza araba vittoriosa, capace di scacciare il potente esercito sionista in un piccolo Paese che credeva alla sua mercé. Raramente menzionato, questo significato conflitto è tuttavia essenziale. Lungi dall’essere distinti, i conflitti in Medio Oriente sono strettamente collegati. La crisi regionale ha diverse dimensioni, ma è la stessa crisi. Che ne sarebbe del Libano se le fazioni estremiste avessero infettato l’est del Paese? Hezbollah, unitosi all’esercito libanese, le ha estirpate. Sopprimendo tali nidi di scorpioni su entrambi i lati del confine, la resistenza protesse il Libano, e anche chi ha diffamato il suo intervento in Siria è costretto ad ammetterlo. L’ossessione per Hezbollah d’Israele è costato sangue, attingendo al conflitto siriano come preziosa esperienza. L’imperialismo voleva sconfiggerlo privandolo dell’alleata. Punizione sventata. Incubo sionista, vincitore di al-Qaida, protettore delle minoranze, Hezbollah è più forte e più rispettato che mai. Non è un caso che l’esercito israeliano abbia inasprito l’aggressione al territorio siriano negli ultimi mesi. Diversi capi sionisti l’hanno detto: la prossima guerra opporrà nuovamente Israele ed Hezbollah, e sarà di una violenza rara. Ma c’è ancora molta strada e l’aggressore dovrebbe riflettere sulle lezioni del conflitto precedente. Il 12 luglio 2006, denunciando il rapimento di due soldati israeliani al confine col Libano, un’imponente armata israeliana invase il Libano con l’obiettivo dichiarato di “sradicare Hezbollah“. L’esito di tale operazione, tuttavia, lasciò molto sorpresi gli aggressori. Durante tale guerra di 33 giorni, lo squilibrio delle forze era enorme. Israele ha una forza militare colossale, quasi imbattuta nei teatri di operazioni del Medio Oriente, alimentata dai trasferimenti tecnologici dal potente protettore Stati Uniti. Fanteria meccanizzata, artiglieria pesante, corazzati, aviazione, marina e droni da combattimento colpirono il Libano. A tale forza di spedizione di 40000 soldati e 450 corazzati si oppose Hezbollah, partito politico della minoranza libanese con una milizia coraggiosa, ma priva di armi pesanti.
Per dare credito alla minaccia rappresentata da questa organizzazione odiata dalle potenze occidentali, una vera drammaturgia fu orchestrata sui razzi lanciati contro Israele. Psicologicamente, avvantaggiò i due belligeranti: permetteva ad Hezbollah di sfidare Israele e ad Israele di recitare la commedia dell’aggressore attaccato. Ma mascherò soprattutto il danno sproporzionato inflitto alle parti. Mentre un migliaio di libanesi furono uccisi dalle bombe delle “IDF”, i media puntarono i riflettori sulla dozzina di civili uccisi dai razzi di Hezbollah. Affascinati dal loro stesso potere, i sionisti colpirono ponti, fabbriche, porti, aeroporti, devastando il sud di Bayrut, dispiegando un apparato distruttivo senza precedenti contro il Paese. Ma questo vantaggio aereo non aggiudicò la vittoria. Hezbollah, da parte sua, ha risorse innegabili: solido radicamento nella comunità sciita, coesione interna e valore dei suoi combattenti, sostegno della larga maggioranza della popolazione libanese. Saldando i libanesi attorno a Hezbollah, la nuova invasione israeliana, inoltre, ebbe l’effetto di mostrarne l’utilità militare. Ancora confusa alla vigilia del conflitto, l’idea che Hezbollah fosse un baluardo contro Israele era la prova evidente di una forza materiale: se Hezbollah cedeva, non c’era più il Libano ma un nuovo Bantustan israeliano. Un semplice pretesto, il doppio sequestro del 12 luglio fornì ai capi israeliani difatti l’opportunità di sognare una nuova guerra da cui intesero trarre dividendi. Con la Resistenza in ginocchio, il Libano poteva riprendersi lo status di Stato cuscinetto senza sovranità, coesione nazionale o forza militare. Israele può solo tollerare uno Stato fantoccio alla frontiera settentrionale, ne distrusse la flotta aerea civile nel 1968, ne invase il territorio nel 1978 e attuò una devastante offensiva militare contro Bayrut nel 1982. Invaso, occupato e bombardato per decenni, il Libano vide la dipartita delle truppe israeliane dal sud del Paese. Questa tarda vittoria era dovuta ad Hezbollah che tormentò l’occupante per vent’anni, abbattendo 900 suoi soldati e costringendolo al ritiro unilaterale. Il violento attacco israeliano del 12 luglio 2006, ovviamente, era un tentativo di pareggiare. Giocando ai matamoros, i capi israeliani promisero d’infliggere una magistrale punizione alla Resistenza. Giudicati indistruttibili dagli esperti, 52 corazzati delle “IDF” furono comunque ridotti in scolapasta. 170 soldati furono eliminati, 800 feriti. Più di 1500 libanesi perirono nei bombardamenti sionisti ed Hezbollah riconobbe la perdita di 200 combattenti. Con i loro lanciamissili anticarro, i combattenti di Hezbollah costrinsero le forze israeliane a fuggire. Inconcepibile per gli ammiratori d’Israele, s’impose la dura realtà: il “più potente esercito del Medio Oriente” si ritirò davanti le milizie di un partito politico libanese. All’indomani del conflitto, Hezbollah si oppone ancora e il suo potenziale militare minaccia ancora.
Con l’aureola della resistenza all’invasore, gode nel mondo arabo di un prestigio ineguagliato che trascende la scissione artificiale tra sunniti e sciiti. Nel cercare di dare a questa guerra un carattere punitivo, Israele si punì da sé. I suoi soldati non poterono occupare una manciata di villaggi di confine e l’azione principale fu una devastante campagna aerea. Israele voleva sradicare Hezbollah. Tutto ciò che fece fu uccidere civili. Sconfitto, il suo esercito rientrò con la coda tra le gambe. Il ricordo di questa vittoria araba continua a perseguitare i capi israeliani ed occidentali. Questa è una delle ragioni principali della loro perseveranza contro la Siria e l’aggressione a Damasco nel 2011 risiede nella sconfitta d’Israele nel 2006. Ma gli eventi non hanno seguito il corso sperato dai loro brillanti strateghi. Con la sconfitta dei wahhabiti in Siria, il piano fu sventato e il fallimento alimenta altro fallimento. Nel 2006, Israele subì una sconfitta da Hezbollah sostenuto dalla Siria. Nel 2017, l’imperialismo ha perso la partita contro la Siria sostenuta (tra gli altri) da Hezbollah. I disperati tentativi di spezzare questa alleanza si sono infranti come vetro sulla resistenza dei fratelli siriani e libanesi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio