Si chiude la morsa sul terrorismo di Obama

Il Ministero della Difesa della Siria incontra quelli di Russia e Iran nel vertice risolutore, siglando il destino del fallimento politico saudita-sionista-atlantista
Ziad Fadil, Syrian Perspective 8/6/2016

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Il volto del Generale Shojgu dice molto sulla Russia e la sua demografia. La Russia è ad est e il volto del generale lo rispecchia esattamente.

Il Ministro della Difesa siriano, Tenente-Generale Fahd al-Jasim Furayj e l’omologo iraniano, Generale Hossein Dihqan s’incontravano con il Ministro della Difesa russo Generale Sergej Shojgu a Teheran, per completare il piano per spazzare via i terroristi e i loro sponsor sionista-saudito-atlantisti.1936989La guerra in Siria per spodestare il Presidente Assad ha preso una brutta piega per gli sponsor della criminalità internazionale. Il buon medico non se n’è andato gentilmente quella bella notte. Il Dr. Assad ha perseverato contro una propaganda di guerra concertata su livelli inauditi d’isteria cacofonica modulata con astuzia. Dal New York Times a Washington Post, BBC, Le Monde, Der Spiegel, Jerusalem Post ed ogni miserabile “notiziario” arabo, il tema era lo stesso: non mostriamo i soldati siriani o apparirebbero quali esseri umani; invece lasciamo che il pubblico l’immagini come mostri con le corna, piedi caprini e code da lucertole. Ebbene, prendendo spunto da ciò, SyrPer ha fatto esattamente il contrario illustrando, in ogni occasione, foto dei nostri soldati per dargli un volto umano. Questo non è ciò che CIA, MI6, BND e il resto dei servizi di spionaggio sionistoidi volevano. Vedete, per spianare la via a un intervento diretto in Siria per rimuovere il Partito Baath e il Presidente della Repubblica, dovevano preparare l’opinione pubblica. Assad (in tutti gli articoli, medico mite e timido più simile all’autoironico Marcus Welby che al neurochirurgo supponente Ben Casey) doveva apparire un minaccioso e crudele autocrate, un rifacimento di Gheddafi o Sadam Husayn. Doveva essere ritratto come persona rovesciata da masse urlanti libertà, giustizia e modello statunitense. Sbadiglio. Dopo tutto questo trambusto durato cinque anni durante cui i gangster più ricchi della terra, travestiti da governi amanti della libertà o da adorabili gargoyle wahabiti, hanno cercato di smantellare, sconvolgere e distruggere uno Stato membro delle Nazioni Unite, lo stesso Paese diffamato nella stampa occidentale e relegato ad ogni tipo di atrocità, ora riemerge, ancora una volta, mostrandosi al vertice del suo Ministro della Difesa con gli omologhi russi e iraniani a Teheran, per tracciare la fase finale di tale mostruosa e criminale guerra.
Perché a Teheran?… ci si potrebbe chiedere. Per la semplice ragione che le discussioni faccia a faccia avvengono in un mondo di intercettazioni onnipresenti e di miracolosi aggeggi che inevitabilmente violano i limiti della privacy. Questo vertice non è ordinario, secondo la mia fonte. Anche se non poteva essere più specifico. Questo vertice porrà fine alla guerra, con il Dr. Assad al potere e gli stivali dei militari siriani che schiacciano le vipere in contorsione che tramavano dalle incubatrici del terrorismo in Turchia, Giordania, Arabia Saudita e, sì, occidente. Questo è quanto, e qui ciò che sappiamo della riunione. L’Iran insisteva a che la conferenza avesse luogo a Teheran dato che il Generale Dihqan voleva che gli altri due generali e i loro aiutanti vedessero l’esercito dell’Iran apprestarsi ad entrare in Siria per aiutare a “chiudere” la campagna per sterminare i topi. Siamo in grado di dirvi con la massima fiducia che l’Iran ha il permesso del governo di Haydar al-Abadi, a Baghdad, di compiere illimitati sorvoli dell’Iraq e di fare attraversare alle forze iraniane il territorio iracheno per assaltare i presidi dello SIIL a Raqqa e Dair al-Zur. Il Generale Dihqan vuole creare un centro di coordinamento congiunto russo-iraniano per assicurare una cooperazione totale aeroterrestre tra Mosca e Teheran. C’è ne già uno tra Iran e Siria. Una delle ragioni di questo vertice è la sicurezza che Hillary Clinton sia nominata e la convinzione che tale criminale possa effettivamente essere eletta alla presidenza degli Stati Uniti. Poiché è decisa a dimostrare che le donne possono inviare uomini in guerra con la stessa allegra indifferenza dei vecchi uomini, e dati i legami dimostrati con il sionismo e le plutocrazie arabe, vi è la convinzione che ora vada sfruttata l’occasione per por termine ad ogni speranza occidentale di vittoria in Siria. Dico ai miei lettori che l’Iran ha un esercito di oltre 175000 uomini pronti a marciare in Siria per porre fine al regno del terrore saudita-occidentale-sionista nei confronti del popolo del grande Paese nazionalista arabo. Un altro fattore è la decrepita Inghilterra di Cameron che ora si rende conto di non avere il supporto per la sua criminale campagna in Siria. Oltre a qualche mercenario indipendente che lavora per l’MI6, non può rappattumare un piano credibile per impedire la distruzione dei suoi ascari terroristici. Lo stesso vale per Hollande in Francia. I russi francamente sperano nella vittoria di Marine Le Pen, che metterebbe fine alle politiche saudofile del predecessore cretino. La Russia sa che questo è il momento favorevole, e che non si può aspettare. Ieri il discorso del Dr. Assad dà un’idea di ciò che accade. Vi è la decisione di Mosca di adottare l’assioma di Colin Powell della “forza schiacciante” e Vladimir Putin ora sostiene esattamente questo. Potrebbe anche adottare l’assioma di Georgij Zhukov della “distruzione totale” del nemico, motivo per cui la Russia sta segretamente inviando decine di bombardieri ad Humaymim, mentre si parla del rischieramento della portaerei Kuznetsov e di sottomarini nucleari nel Mediterraneo. Un’altra pista viene asfaltata mentre scrivo.
La Siria ha appena laureato 30000 nuovi miliziani per i PDC. Ci vorrà circa un mese affinché queste nuove forze si acclimatino. Prevediamo che entro 30 giorni le forze iraniane saranno in Siria e s’inizierà a vedere la fine, la fine totale, del taqfirismo e del wahhabismo, non solo in Siria, ma in tutta la nazione araba. I sauditi lo sanno e fanno i bagagli. Ed anche gli hashimiti. Ovunque vadano, il popolo della Siria li rintraccerà e li liquiderà nelle loro tane. Non possono sfuggirvi, come le lumache lasciano sempre nel fango le loro tracce.13350361

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La verità sulla Siria: una guerra istigata contro un Paese indipendente

Caleb T. Maupin, Mint Press, 26 maggio 201614378_123966871092416_1348221974_nA fine aprile, il presidente Barack Obama annunciava che 250 truppe per operazioni speciali degli degli Stati Uniti erano impiegati in Siria. A differenza delle forze russe e iraniane che favoriscono l’antiterrorismo nel Paese, i militari degli Stati Uniti sono entrati in Siria contro la volontà del governo riconosciuto a livello internazionale. Nel diritto internazionale, gli Stati Uniti hanno invaso la Siria, Paese sovrano e membro delle Nazioni Unite. Non è la prima volta, però, il senatore dell’Arizona John Mccain entrò in Siria senza visto per incontrare i combattenti anti-governativi nel 2013. Mentre nuovi soldati statunitensi vengono ufficialmente spediti per combattere lo SIIL, molto probabilmente adempiranno a un vecchio obiettivo della politica estera del Pentagono: rovesciare con la forza il governo siriano. Mentre il terrorismo di SIIL e altri estremisti s’intensifica e milioni di siriani sono profughi, i pesanti costi delle operazioni du cambio di regime” in Siria del governo degli Stati Uniti dovrebbero essere discussi.

Istruzione, assistenza sanitaria e rinascita nazionale
539868 Il governo nazionalista indipendente siriano, ora nel mirino della politica estera occidentale, è nato dalla lotta al colonialismo. Ci sono voluti decenni di grande sacrificio da parte dei cittadini della Siria per liberare il Paese dal dominio straniero, innanzitutto dall’impero francese e poi dei capi fantoccio. Negli ultimi decenni, la Siria è stato un forte Paese autosufficiente del Medio Oriente ricco di petrolio. Ed era anche relativamente pacifico. Dopo aver preso l’indipendenza, la leadership baathista siriana ha fatto molto per migliorare gli standard di vita della popolazione. Tra il 1970 e il 2009, l’aspettativa di vita in Siria è aumentata di 17 anni. Durante questo periodo la mortalità infantile è scesa drasticamente da 132 morti per 1000 nati vivi a soli 17,9. Secondo un articolo pubblicato da Avicenney Journal of Medicine, questi cambiamenti notevoli nell’accesso alla sanità pubblica sono il risultato degli sforzi del governo siriano per portare l’assistenza medica nelle zone rurali del Paese. Uno studio del 1987 sulla campagna della Siria, pubblicato dall’US Library of Congress, descrive gli enormi successi nell’istruzione. Negli anni ’80, per la prima volta nella storia della Siria, il Paese raggiunse “la piena iscrizione alla scuola primaria dei maschi” con l’85 per cento delle femmine iscritte anche nella scuola primaria. Nel 1981, il 42 per cento della popolazione adulta della Siria era analfabeta. Nel 1991, l’analfabetismo in Siria fu spazzato via da una campagna di alfabetizzazione di massa del governo. Il nome del partito politico principale in Siria è “Partito Socialista Arabo Baath“, e “Baath” si traduce letteralmente “Rinascita” o “Resurrezione”. E il partito baathista ha rispettato il suo nome creando un Paese completamente nuovo con un’economia autonoma, strettamente programmata e regolamentata. Il Country Study of the Library of Congress descrive la grande costruzione della Siria negli anni ’80: “la spesa enorme per lo sviluppo di irrigazione, energia elettrica, acqua, progetti stradali, espansione dei servizi sanitari e dell’istruzione nelle zone rurali ha contribuito alla prosperità“. Rispetto allo Yemen dominato dai sauditi, molte zone dell’Africa e altri angoli del globo che non hanno avuto l’indipendenza economica e politica, i risultati della Repubblica araba siriana sono molto interessanti. Nonostante più di mezzo secolo di investimento di Shell Oil e altre compagnie occidentali, il CIA World Factbook riporta che circa il 60 per cento dei nigeriani non sa leggere e l’accesso ad alloggi e cure mediche è molto limitato. Nel Guatemala dominato dagli Stati Uniti, il 18 per cento della popolazione è analfabeta, e la povertà è dilagante nelle campagne. Ciò che i colonizzatori occidentali non raggiunsero con secoli di dominazione, il governo siriano indipendente lo raggiunse rapidamente con l’aiuto dell’Unione Sovietica e di altri Paesi antimperialisti. L’Unione Sovietica diede alla Siria un prestito di 100 milioni di dollari per la costruzione della diga Tabaqa sul fiume Eufrate, “considerata la spina dorsale dello sviluppo economico e sociale in Siria“. 900 tecnici sovietici lavorarono al progetto infrastrutturale che portò l’elettricità per molte parti del Paese. La diga permise anche l’irrigazione in tutta la campagna siriana. In seguito, la Cina ha creato molte joint ventures con aziende energetiche siriane. Secondo una relazione della Jamestown Foundation, nel 2007 la Cina aveva già investito “centinaia di milioni di dollari” in Siria per “modernizzare le infrastrutture obsolete del petrolio e gas del Paese“. Questi enormi vantaggi per la popolazione siriana non furono limitati e ridotti come i commentatori occidentali abitualmente ripetono con la storia su “Assad dittatore”. Per persone che hanno sempre avuto accesso a istruzione e cure mediche, si banalizzano tali risultati. Ma per i milioni di siriani, in particolare nelle zone rurali che vivevano in condizioni di estrema povertà pochi decenni fa, cose come accesso ad acqua corrente, istruzione, elettricità, cure mediche ed istruzione universitaria rappresentano un grande cambiamento al meglio. Come quasi ogni altro regime nel mirino della politica estera degli Stati Uniti, la Siria ha una forte economia nazionale controllata. La Siria non è uno “Stato cliente” come le autocrazie del Golfo che la circondano, e spesso ha agito a dispetto di Stati Uniti e Israele. Ed ciò, non altruistiche preoccupazioni sui diritti umani, che motiva l’aggressione occidentale al Paese.

La Siria ha bisogno di riforme, non di terrorismo
Nel 2012, la Siria ratificava la nuova costituzione in risposta alle proteste della primavera araba. In conformità alla nuova costituzione, la Siria tenne le elezioni nel 2014, con osservatori internazionali provenienti da 14 Paesi. Una cosa che distingue la Siria da Arabia Saudita, Qatar, Bahrayn e vari altri regimi allineati agli USA nella regione è la libertà religiosa. In Siria, sunniti, cristiani, alawiti, drusi, ebrei e altri gruppi religiosi sono autorizzati a praticare la fede religiosa liberamente. Il governo è laico, rispetta i diritti della maggioranza sunnita e delle minoranze religiose. Oltre alla libertà religiosa, la Siria tollera apertamente l’esistenza di due forti partiti marxisti-leninisti. Il Partito Comunista Siriano e il Partito Comunista di Siria (Bakdash) che operano apertamente nella coalizione antimperialista che sostiene il Partito Socialista Arabo Baath. I comunisti guidano i sindacati e le organizzazioni delle comunità a Damasco e altre parti del Paese. Anche se il Presidente siriano Bashar Assad è un alawita, la moglie, Asma, è sunnita come la maggior parte del Paese. Storicamente, i maggiori oppositori del governo siriano erano sostenitori dei Fratelli musulmani, protagonisti di un episodio sanguinoso nel 1982. Nella speranza di appianare le tensioni, il Presidente Assad compì molti gesti di solidarietà verso la comunità sunnita negli ultimi anni. S’è impegnato in pratiche religiose non comuni presso gli alawiti, come la preghiera nelle moschee e studiare il Corano. Poco dopo l’inizio degli scontri nel 2011, il governo siriano concesse l’autonomia alle regioni curde e trasferì l’autorità politica alle organizzazioni nazionaliste curde di sinistra. Il sistema politico della Siria certamente aveva bisogno di riforme e modernizzazione, e i rappresentanti del governo siriano, come l’ambasciatore alle Nazioni Unite Bashar al-Jafari, l’ha prontamente ammesso. Tuttavia, la guerra civile che imperversa in Siria negli ultimi cinque anni, non riguarda riforma, democratizzazione e modernizzazione. La BBC ha pubblicato una “guida ai ribelli siriani” nel 2013. Tra loro vi è non solo la famigerata organizzazione “Stato islamico”, che ora fa orrore al mondo, ma anche il Fronte Nusra, già noto come al-Qaida in Siria. Sono presenti anche altre organizzazioni come “Fronte islamico”, “Fronte di liberazione islamico” e “Brigate Ahfad al-Rasul”. Mentre i media occidentali presentano la guerra civile siriana come “battaglia per la democrazia” guidata dai “rivoluzionari”, l’obiettivo primario delle organizzazioni degli insorti è la creazione del califfato sunnita, che in realtà non piace ai sunniti però, ma piuttosto a una perversione politicizzata del sunnismo creata dall’Arabia Saudita per controllare ideologicamente la regione. Il punto di vista religioso unificante dei “ribelli” siriani è l’interpretazione dell’islam sunnita praticata e promossa dall’Arabia Saudita, nota come wahabismo.

Combattenti stranieri, armi chimiche e bambini-soldato
Un gran numero di insorti non è siriano. Poveri da tutto il Medio Oriente vengono reclutati per combattere contro il governo siriano. Strutture in Bahrayn addestrando le reclute ad uccidere e le inviano in Siria. Strutture per l’addestramento dei terroristi esistono in molti altri Stati del Golfo filo-Stati Uniti. Combattenti stranieri provenienti da Paesi lontani come Malaysia e Filippine si trovano tra le fila degli insorti wahhabiti che cercano di deporre il governo siriano. Il flusso di insorti violenti in Siria non è casuale, essendo direttamente favorito da Stati Uniti ed alleati. La CIA ha speso miliardi di dollari per i campi di addestramento in Giordania per i combattenti antigovernativi. I regimi filo-USA di Turchia e Arabia Saudita sostengono apertamente il Fronte Nusra, organizzazione collegata ad al-Qaida che ha già ucciso decine di migliaia di innocenti in Siria. Il generale David Petraeus chiese agli Stati Uniti di unirsi a questi sforzi ed inviare armi direttamente ad al-Nusra. Il governo israeliano ha aiutato gli estremisti wahabiti fornendogli assistenza medica nelle alture del Golan occupate. Israele ha anche preso di mira gli alleati del governo siriano con attacchi aerei. Mentre i media occidentali hanno accusato il governo siriano di usare armi chimiche, Carla Del Ponte delle Nazioni Unite ha confermato che i ribelli eterodiretti da tempo usano gas nervino sarin ed altre armi chimiche. Mentre gli insorti rendono la vita invivibile in Siria, sequestrano persone a scopo di estorsione, bombardano scuole ed ospedali, decapitano e torturano persone, e creano migliaia di bambini-soldato. Bambini poveri da tutto il mondo arabo reclutati per rovesciare con le violenze il governo siriano, secondo l’UNICEF. Tra il 50 e il 72 per cento della popolazione vive in aree controllate dal governo siriano. Nel frattempo, anche l’USAID ha confermato che il tasso di partecipazione alle elezioni del 2014 in Siria fu di oltre il 70 per cento. Mentre i terroristi stranieri, assieme a una minoranza della popolazione, armati da potenze occidentali e loro alleati, s’impegnano a far cadere il governo siriano, il popolo siriano vi si oppone nettamente. Il fatto che il governo siriano rimane forte ed intatto dopo un assalto di cinque anni, dimostra che il Paese vuole preservare l’indipendenza. La rivista Time e altri media tradizionali sono stati addirittura costretti ad ammettere che il Presidente Assad non sarà probabilmente deposto.

Come porre fine alla guerra?
1798433 Mentre i combattenti stranieri affluiscono in Siria, centinaia di migliaia di persone sono morte negli ultimi cinque anni, e i media occidentali continuano a incolparne il governo siriano. Tuttavia, la guerra sarebbe stata molto breve, se non fosse per il sostegno straniero agli estremisti. Come Paese indipendente dall’economia pianificata, la Siria è un esempio per il mondo. Ha dimostrato che senza il neoliberismo e il dominio economico occidentale, è possibile migliorare le condizioni di vita e svilupparsi in modo indipendente. Il governo siriano ha fatto enormi sacrifici per aiutare il popolo palestinese e la sua resistenza ad Israele, e questo è un fattore che contribuì ad includere la Siria tra gli Stati sponsor del terrorismo secondo il dipartimento di Stato USA. La Siria ha stretti rapporti economici con Russia e Repubblica islamica dell’Iran. La guerra in Siria non è un conflitto interno, ma una guerra imposta alla Siria da Israele, Stati Uniti e altre potenze capitaliste occidentali. Il promotore principale dell’estremismo wahabita nel mondo è il Regno di Arabia Saudita, Stato cliente degli Stati Uniti. Turchia e Giordania, Paesi filo-USA al confine con la Siria, mantengono aperte le frontiere in modo che armi, rifornimento e soldi possano continuare a fluire a SIIL ed altri terroristi antigovernativi. Almeno 470000 persone sono morte, e milioni di altre sono profughe, ma i capi occidentali e i loro alleati non finiscono la loro campagna. Il coro folle di “Assad deve andarsene” ha trasformato un piccolo episodio di agitazione interna in una grave crisi umanitaria. La guerra non ha nulla a che fare con le richieste di riforme democratiche e le proteste pacifiche del 2011. Con lo SIIL che ora minaccia il mondo intero, le conseguenze del cambio di regime di Wall Street, promosso con la propaganda sui “diritti umani”, diventano molto più acute. Il governo siriano dirige una coalizione di cristiani, comunisti, rivoluzionari islamici e altre forze che si battono per mantenere la stabilità e sconfiggere il terrorismo taqfiro (termine indicante i gruppi di sunniti che definiscono gli altri musulmani apostati e cercano di stabilire un califfato con la violenza). L’unico vero piano di pace per la Siria è finirla con la crociata neoliberale di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Turchia, Giordania e altre potenze. Il governo siriano, riconosciuto a livello internazionale e appena rieletto potrebbe facilmente sconfiggere gli insorti se l’ingerenza straniera cessasse. Mentre i media statunitensi lamentano la crisi umanitaria, incolpandone il governo siriano e il suo presidente, e gli Stati Uniti inviano forze militari nel Paese, i popoli di tutto il mondo dovrebbero chiedere ai capi occidentali e ai loro alleati: Perché prolungate questa guerra? Perché non potete semplicemente lasciare la Siria da sola? Perché continuate a finanziare e aiutare i terroristi? Non bastano cinque anni di guerra civile? Rovesciare il governo siriano vale davvero tanta sofferenza e morte?Baath_pic_1_0Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il popolo siriano ha parlato

Thierry Meyssan Voltairenet 5 giugno 2014

L’elezione presidenziale siriana ha sorpreso i siriani e i loro alleati e nemici. Il voto, su cui tutti sono d’accordo essere genuino, ha mobilitato il 73,42% degli elettori, nonostante l’incapacità di alcune persone di recarsi alle urne per l’occupazione di parte del Paese dai mercenari stranieri. Bashar al-Assad ha raccolto l’88,7% dei voti ed è stato confermato per sette anni.

0603-Syria-Election-bashar-asma-assadPer diversi mesi, i restanti 11 membri del Gruppo di Londra (già noto come “Amici della Siria” quando erano 114) hanno denunciato le elezioni presidenziali siriane, il 3 giugno, come una “farsa”.  Secondo loro, da un lato sarebbe stato ridicolo tenere elezioni in un Paese afflitto dalla “guerra civile”, dall’altra parte, il presidente uscente Bashar al-Assad è un tiranno che utilizza massicciamente torture e bombarda il suo popolo, ed è quindi illegittimo. Secondo questi 11 Stati, l’unica via d’uscita dalla guerra, che ha già fatto “almeno 160000 morti tra i siriani”, sarebbe cedere il passo ad un “ente di transizione” designato non dai siriani, ma da loro. I grandi media dei membri di NATO e GCC erano quindi tenuti ad ignorare questa “non-elezione”, seguendo il segretario di Stato John Kerry. Tuttavia, quando il voto anticipato dei siriani all’estero ha suscitato manifestazioni di massa in Libano e Giordania, era ovvio che quasi tutti i siriani avrebbero votato. Pertanto, i media mainstream in extremis inviarono le troupe a seguire l’evento. Fino a quel momento veniva generalmente accettato, tranne che da Rete Voltaire, che i siriani in esilio fossero oppositori della Repubblica e che avevano lasciato il Paese per sfuggire alla “repressione politica”. Il voto a Beirut e Amman ha dimostrato che in realtà la stragrande maggioranza di loro è fuggita dalle esazioni dei mercenari stranieri che attaccano il loro Paese. Altrettanto sorpreso dell’ambasciatore siriano in Libano, il ministro degli Interni libanese ha denunciato la presenza sul suo territorio di presunti rifugiati siriani sostenitori del governo, rifiutandosi di considerare l’aggressione al loro Paese e la distruzione delle loro case per mano di oltre 250000 mercenari in 3 anni.
La repubblica siriana s’è sforzata di seguire scrupolosamente gli standard democratici occidentali. Il Parlamento ha adottato una nuova legge elettorale che riconosce ai candidati il diritto di apparire in televisione e sui giornali, e la scorta per garantirne la sicurezza in periodo di guerra. Il Paese, che ha abbandonato il sistema a partito unico adottando il multipartitismo con la costituzione del 26 febbraio 2012, ha avuto due anni per creare diversi partiti e conoscere il dibattito pubblico. La repubblica siriana, che accetta la presenza di giornalisti occidentali dal novembre 2011, ha avuto due anni e mezzo per poter incontrare le loro esigenze professionali. Ha gradualmente stabilito buoni contatti con molti di essi, soprattutto dopo la Conferenza di Ginevra 2. Sono stati accreditati oltre 360 media stranieri, con piena libertà di movimento in tutto il Paese, nonostante la guerra.

Argomenti politici
Secondo il Gruppo di Londra, sarebbe stato impossibile tenere le elezioni in un situazione di guerra. Dimenticano che recentemente gli stessi Stati hanno salutato le elezioni presidenziali in Afghanistan e Ucraina. In Afghanistan, il 5 aprile si svolse il primo turno delle elezioni presidenziali sotto il controllo delle truppe NATO. Un elettore su tre ha lasciato il Paese, ma poteva votare all’estero. Secondo gli Stati membri del gruppo di Londra, necessitava il 50% dei voti per essere eletti al primo turno (ce ne sarà un secondo il 14 giugno). In tale caso, dato il tasso di astensione del 67%, il presidente sarebbe eletto dal 16,5% dell’elettorato. In Ucraina, i golpisti di Kiev annunciavano una affluenza alle urne, il 25 maggio, del 60%, non contando gli elettori della Crimea, anche se dicono che questa regione sia ancora parte del loro Paese. Il presidente  Poroshenko ha raccolto il 54% dei voti espressi. Tuttavia, se tale voto si confronta a tutti gli elettori su tutto il territorio rivendicato, ha avuto il sostegno del 27% di loro. Non bisogna sorprendersi della debole pretesa del Gruppo di Londra: nelle ultime elezioni del Parlamento europeo (25 maggio), il tasso di partecipazione è stato eccezionalmente basso (solo il 13% nella Repubblica Ceca). Tale elezione senza popolo viene comunque considerata “democratica” (sic).

Il ruolo bellicoso della stampa atlantista nel 2011-2012
La guerra contro la Siria è iniziata nel 2011 come guerra di quarta generazione. Cioè la NATO era intenta a rovesciare il governo, scoraggiando il popolo a difendersi piuttosto che provocare una guerra convenzionale. I principali media internazionali (al-Arabiya, al-Jazeera, BBC, CNN, France24, Sky), coordinati dall’alleanza dovevano illudere i siriani e il mondo affermando che il loro Paese fosse scosso da una “rivoluzione”, e che il loro governo sarebbe stato inevitabilmente rovesciato. La guerra doveva culminare nei primi mesi del 2012 sostituendo con false reti TV le vere reti TV siriane, e annunciando la scomparsa del Presidente al-Assad e l’istituzione di un “governo di transizione”. Tuttavia l’operazione fu sventata e fallì. Russia e Stati Uniti conclusero nel giugno 2012 un accordo che prevedeva la pace in Siria e la suddivisione della regione. Tuttavia, Francia, Israele e opposizione democratica nell’amministrazione Obama (Hillary Clinton, David Petraeus, James Stavridis) rilanciarono la guerra sotto altra forma. Fu questo il momento di attaccare il Paese con forze non statali, sull’esempio dei capitani di ventura del Rinascimento e più recentemente dei Contras in Nicaragua. Durante questo secondo periodo, la stampa atlantista e del Golfo continuò a descrivere una rivoluzione immaginaria contro una dittatura crudele, mentre l’opinione pubblica in Siria si raccoglieva intorno al governo. Così quando la campagna presidenziale siriana è cominciata, i media diedero narrazioni completamente diverse della situazione, a seconda fossero dei Paesi NATO e GCC o meno. Quindi come i media atlantisti hanno gestito questa elezione?

La strategia denigratoria dei media atlantisti nel 2014
Nei giorni precedenti hanno usato diversi argomenti per screditare il processo elettorale.
• “Il risultato è noto in anticipo”, martellavano. Infatti, non vi era alcun dubbio che il presidente uscente, Bashar al-Assad, sarebbe stato eletto al terzo mandato di 7 anni. Questa affermazione lascia supporre che le elezioni non sarebbero genuine. Tuttavia, se gli europei sono disposti a confrontare ciò che è comparabile, la situazione in Siria ricorda l’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il 26 agosto 1944 il presidente del governo provvisorio della Repubblica francese (GPRF), istituito ad Algeri pochi giorni prima dell’invasione della Normandia, Generale Charles De Gaulle, salì sugli Champs-Elysees scortato da una folla immensa. Non ci fu nessuna elezione allora. La legittimità di De Gaulle era indiscutibile perché fu il primo politico a negare la collaborazione nel 1940 e ad entrare immediatamente nella Resistenza. I francesi lo salutarono come l’uomo che seppe opporsi al destino e guidarli alla vittoria. Allo stesso modo, i siriani vedono Assad l’uomo che s’è opposto alla colonizzazione del Paese guidandoli alla vittoria.
• “Gli altri due candidati sono semplici tirapiedi” continuano i media atlantisti, il che implica che il Paese è rimasto ai tempi del partito unico e che questa elezione sia una messinscena. Tuttavia, caratteristica propria del multipartitismo è poter votare il candidato che si sceglie. In molte elezioni, gli elettori non s’identificano con alcun candidato, possono quindi astenersi se ritengono che il sistema sia imperfetto o votare scheda bianca, se vogliono sostenere le istituzioni ma nessun candidato, o votare per un candidato marginale per relativizzare il voto del candidato principale (il cosiddetto “voto di protesta”). Pertanto, anche prima di considerare il voto dei candidati, la cosa più importante è la partecipazione. Nella Siria in guerra una parte del territorio è attualmente occupata da almeno 90000 mercenari stranieri, e nonostante il richiamo della Coalizione nazionale siriana al boicottaggio, il 73,42% degli elettori s’è recato al voto. Per confronto, è superiore alla Francia in tutte le elezioni per il Parlamento europeo (dal 1979), in tutte le elezioni legislative (dal 1986), ma inferiore alle elezioni presidenziali (80,34%). La differenza, naturalmente, è che la Francia non è in guerra.
• “Il Paese è in gran parte distrutto e i bombardamenti continuano”, riferisce la stampa atlantista.  L’elezione sarebbe quindi un epifenomeno, la realtà quotidiana è pervasa dalla guerra. Inoltre AFP assicurava che il governo controllasse il 40% del Paese che ospita il 60% della popolazione. La partecipazione è stata superiore al 60%, così in primo luogo si nota che tali cifre dell’AFP sono immaginarie. Le regioni controllate dall’Esercito arabo siriano sono molto più ampie da quando ha liberato le coste. I mercenari sono ancora presenti al confine turco e in alcune sacche sparse. Così, la provincia di Damasco è di 18000 kmq, di cui solo 75 kmq occupata dai Contras, ma AFP sostiene che l’intera provincia sia nelle mani dei “rivoluzionari”. Inoltre, in alcune aree, l’Esercito arabo siriana è assente, ma i funzionari statali sono sempre presenti. È il caso delle aree curde che garantiscono da sé la sicurezza pur riconoscendo la Repubblica. Infine, la maggior parte del territorio è un deserto inabitabile che ognuno pretende di controllare. Tuttavia, quando i Contras l’attraversano, vengono liquidati dall’Aeronautica siriana. Mostrare le immagini di Homs devastata non significa che il governo “bombarda il suo popolo”. Anche in questo caso, se prendiamo l’esempio della seconda guerra mondiale, queste immagini sono paragonabili a Stalingrado mentre i metodi dei Contras sono gli stessi dei nazisti: quello delle “linee dei ratti”. Per non essere eliminati uscendo per strada, i cecchini stranieri scavano passaggi da una casa all’altra attraverso le pareti laterali. Infine, bombardando le postazioni nemiche, può essere che l’Esercito arabo siriano bombardi i civili come fecero gli Alleati quando bombardarono Lisieux, Vire, Le Havre, Tilly, Villers-Bocage, Saint-Lô, Caen, ecc., durante lo sbarco in Normandia. Tuttavia, se si discute il modo seguito dagli alleati, a nessuno viene l’idea di accusarli di aver deliberatamente ucciso 20000 francesi.

Le conseguenze del voto
Sorprendendo tutti, l’affluenza è stata massiccia ovunque fosse possibile votare, anche nelle zone curde, mentre la stampa atlantista chiede ai curdi di boicottarle. Dobbiamo dunque concludere:
• Le accuse di dittatura e torture sono immaginarie. In nessuno Stato al mondo abbiamo visto la gente votare per il dittatore che li opprime. Il partito nazista tedesco non ha mai avuto più del 43,9% dei voti (marzo 1933) ed immediatamente eliminò le elezioni multipartitiche. I Siriani certamente sanno meglio ciò che accade a casa che non i siriani della Coalizione Nazionale, molti dei quali vivono all’estero da almeno 20 anni. Non credono più alle favole statunitensi dull’avvio degli eventi (i bambini torturati dalla polizia a Dara) e non ha mai creduto alle favole attuali (10000 persone torturate e morte di fame nelle prigioni del “regime”).
• La Coalizione Nazionale siriana non rappresenta il popolo siriano. La coalizione, un organismo creato dai servizi francesi e ora controllata da Arabia Saudita, dopo esserla stata dal Qatar, fu riconosciuta “unico rappresentante del popolo siriano” dal Gruppo di Londra. Nonostante il boicottaggio, l’astensione è stata solo il 26,58% degli elettori registrati, corrispondenti agli elettori impediti dal votare dall’occupazione di una parte del territorio da parte dei Contras. Non è inoltre chiaro come un’istanza che utilizza la bandiera verde-bianco-nera a tre stelle, la bandiera della colonizzazione francese tra le due guerre, possa essere sostenuta dal popolo siriano.
• I collaborazionisti delle potenze coloniali sono screditati. Durante i dibattiti televisivi, membri della Coalizione hanno spiegato l’assenza di un leader capace di competere con Bashar al-Assad, la cui lunga dittatura soffoca il Paese. Ora, come abbiamo visto, non c’è dittatura in Siria oggi. Se paragoniamo alla Seconda Guerra Mondiale, l’assenza di un rivale di Charles De Gaulle nel 1944, non significa che avesse imposto una dittatura, ma che i politici francesi erano screditati per aver collaborato con i nazisti. Ecco perché nessuno di coloro che ha partecipato alla Coalizione Nazionale può sperare di svolgere un ruolo politico nel futuro del Paese.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia rivoluzionaria dell’Iraq

Dean Henderson 20 maggio 2014

Ieri è stato annunciato che la coalizione guidata dal partito della Legge di Stato del Primo ministro Nuri al-Maliqi è emerso vittorioso nelle tormentate elezioni parlamentari del mese scorso in Iraq. Mentre militanti sauditi dello Stato islamico in Iraq e Levante (SIIL) controllano Falluja e parte di Ramadi, oltre 3500 persone sono già state uccise nelle violenze settarie quest’anno. L’occupazione statunitense dell’Iraq ha portato con sé l’insediamento di una classe dirigente esiliata da decenni. Questa cricca monarchica tenta di trasformare il Paese da Stato arabo egualitario a bastione del capitalismo selvaggio occidentale. Anni di lotta rivoluzionaria avevano liberato l’Iraq dall’egemonia bancaria internazionale guidata dai Rothschild. Tale lotta non sarà abbandonata senza combattere.

iraqNel 1776 la British East India Company stabilì il quartier generale in quello che oggi è il Quwayt. Quando i membri del clan quwaitiano al-Sabah aiutò i turchi ottomani a sedare le rivolte nel sud dell’Iraq, lo shayq della tribù dei Muntafiq diede agli al-Sabah boschetti di datteri presso Fao e Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Quwayt fu considerato altamente strategico dagli inglesi nella protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi siglarono un accordo con Mubaraq al-Sabah, separando il Quwayt dall’Iraq e facendone un protettorato inglese. La stragrande maggioranza delle persone che vi abitava s’oppose al piano britannico, volendo continuare a far parte dell’Iraq da sempre considerando il Quwayt parte della provincia di Bassora dell’Iraq. [1] Per decenni i leader iracheni contestarono la legittimità dell’accordo Sykes-Picot del 1920, attraverso cui francesi e inglesi fecero del Quwayt un protettorato inglese. Gli iracheni non furono mai  consultati quando fu firmato il “gentlemans agreement”. Il Quwayt divenne un importante fornitore di petrolio per l’occidente e di petrodollari per i banchieri dell’economia mondiale. L’ex-ministro degli Esteri inglese Selwyn Lloyd dichiarò che i soldi del petrolio kuwaitiano puntellano la sterlina inglese. Una battuta di Wall Street dice: “Perché gli Stati Uniti e il Quwayt hanno bisogno l’uno dell’altro?” La risposta “Il Quwayt è un sistema bancario senza patria. Gli Stati Uniti un Paese senza sistema bancario“.
Nel 1937 e di nuovo nel 1946 il Partito Comunista Iracheno indisse scioperi presso l’Iraq Petroleum Company (IPC), a Kirkuk. Da quando la BP divenne l’importante proprietario dell’IPC, gli inglesi  inviarono truppe per sedare gli scioperi. Mezzo milione di acri di terra nella provincia di Qut fu rilevato dai fratelli al-Yasin, lacchè degli inglesi. Nel 1958, l’1% dei proprietari terrieri in Iraq controllava il 55% dei terreni. [2] Nel 1950 l’IPC fu al centro del boom del petrolio in Iraq. I suoi numerosi tentacoli includevano Bassora Petroleum e Mosul Petroleum. Chevron, Texaco, Exxon, Mobil, Gulf e RD/Shell furono esclusi dall’IPC dopo che tali predecessori dei Quattro Cavalieri firmarono l’accordo della Linea Rossa. La rivoluzione in Egitto del 1952, che depose la monarchia di Faruq e portò al potere il leader nazionalista Gamal Abdal Nasser, ispirò una serie di rivolte in Iraq contro l’IPC e la monarchia irachena. Nel 1958 re Faysal fu assassinato insieme a numerosi membri della famiglia reale. La monarchia irachena, da tempo marionetta dell’impero inglese, fu deposta. Gli Stati Uniti e gli inglesi agirono rapidamente per garantirsi l’installazione di un altro burattino nel generale Nuri al-Sayd. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna convinsero al-Sayd a firmare il Patto di Baghdad, di cui una parte chiedeva il riconoscimento ufficiale del Quwayt. Un’altra parte dell’accordo autorizzava l’invio di forze irachene in Libano per sostenere il governo filo-occidentale e impopolare di Camille Chamoun. [3] Nel 1958 al-Sayd fu deposto da un colpo di Stato guidato da ufficiali nazionalisti dell’esercito fedeli a Abdul Qarim Qasim. Il settimanale parigino L’Express riferì, “Il colpo di Stato iracheno è stato ispirato dalla CIA per placare i nazionalisti. La CIA ha visto Qasim come contenibile e preferibile agli elementi più radicali che rapidamente guadagnano consensi tra il popolo iracheno“. Inizialmente i membri del Partito comunista furono banditi dal governo Qasim. Ma sotto la pressione della potente sinistra irachena, Qasim subito sciolse la monarchia irachena e coltivò legami con l’Unione Sovietica e la Cina. Si ritirò dal Patto di Baghdad e chiese l’annessione del Quwayt alla provincia di Bassora. Tolse il divieto del Partito Comunista Iracheno che divenne una forza importante nel suo governo. Creò l‘Iraqi National Oil Company statale (INOC), facendo dell’Iraq il primo Paese del Medio Oriente a nazionalizzare le attività dei Quattro Cavalieri. Nel 1961 Qasim approvò la legge 80 che recuperava il 99,5% dei terreni inesplorati dell’IPC e chiese l’annessione del Quwayt. Big Oil e le sue otto famiglie proprietarie ne ebbero abbastanza. Nel 1960 Sydney Gottlieb della Divisione Servizi Tecnici della CIA ordì un piano per assassinare il Presidente Qasim. [4] Una campagna terroristica a bassa intensità fu organizzata dalla CIA con i partiti nazionalista e baathista che attaccavano il Partito Comunista Iracheno, il partito di sinistra più formidabile della regione. La CIA diede ai suoi sgherri gli elenchi dei leader di sinistra da colpire. Nel 1961 il Quwayt dichiarò l’indipendenza, prendendosi lo sbocco del solo porto dell’Iraq, Bassora. Le truppe statunitensi sbarcarono in Libano e quelle inglesi in Giordania. [5]
abdul_karim_kassemNel 1963 l’agente della CIA Bruce Odell organizzò un ponte aereo per armare la cellula di destra del partito Baath di Baghdad. Gli operatori del Baath scatenarono un’ondata di terrorismo segnata da innumerevoli massacri di civili. L’uomo di punta della CIA, la cui fazione di destra nel Baath emerse vittoriosa dopo l’assassinio Qasim nel 1963, fu Sadam Husayn. [6] Secondo un articolo del 17 aprile 2003 dell’Indo-Asian News Service, la CIA fece uscire Sadam dall’Iraq dopo l’assassinio e lo piazzò in un hotel di Cairo per qualche notte. Adb al-Salam al-Arif fu nominato presidente. Il suo primo decreto abrogò la legge 80. I Quattro Cavalieri erano di nuovo in sella all’IPC. Nel 1967 l’IPC perforò diversi pozzi con un potenziale di 50000 barili al giorno. Si nascosero questi risultati al governo iracheno. Quando la notizia trapelò il popolo iracheno ne fu indignato. Arif ne seguì l’esempio. Nazionalizzò banche e compagnie di assicurazione, insieme a trentadue altre grandi imprese. L’Iraq approvò le leggi 97 e 123 che diedero all’INOC statale un ruolo maggiore nell’industria petrolifera irachena, tra cui il diritto esclusivo di sviluppare il giacimento petrolifero di Rumayla Nord, presso il Quwayt. La Brown & Root di Houston aveva costruito il terminal petrolifero dell’IPC di Fao che serviva Rumayla Nord, mentre la società tedesca Mannesman costruì la pipeline Kirkuk-Dortyol dell’IPC. [7] Ora le multinazionali corsero ai ripari mentre un Iraq irritato ruppe le relazioni con gli Stati Uniti. L’anno dopo il presidente di sinistra Hasan al-Baqr combatteva l’Unione Patriottica del Kurdistan sostenuta dalla CIA e guidata da Jalal Talabani, mentre le truppe lealiste curde di Mustafa Barzani attaccarono le strutture del’IPC nei pressi di Kirkuk. Il decreto del governo iracheno dell’11 marzo 1970 premiò i curdi di Barzani con l’autonomia delle province settentrionali di Kirkuk e Dohuk. Nel 1971 l’Iraq ruppe i rapporti con l’Iran dopo che lo Shah fu scoperto aiutare la fazione di Talabani per conto della CIA. Nel 1972 al-Baqr nazionalizzò l’IPC. Nel 1973 la Bassora Petroleum fu nazionalizzata. Entro dicembre 1975 tutte le aziende straniere in Iraq erano state nazionalizzate. [8] Non dovrebbe sorprendere che il flessibile Jalal Talabani sia il presidente dell’Iraq occupato dagli USA.
La Siria guidava i Paesi della regione seguendo l’esempio iracheno. La nazionalizzazione dell’IPC fu molto popolare e fu sostenuta dal governo di al-Baqr, che costituì l’Iraqi Company for Oil Operations (ICOO) per commercializzare all’estero il petrolio dell’INOC. ICOO siglò accordi di fornitura con Giappone, India, Brasile, Grecia e molte nazioni del Patto di Varsavia. Nel 1973-1978 i proventi del petrolio iracheno passarono da 1,8 miliardi di dollari a 23,6 miliardi dollari all’anno. [9] L’Iraq implementò controlli valutari rigorosi per evitare che i banchieri internazionali sabotassero il dinaro. Introdussero restrizioni alle importazioni di valuta estera, affinché non venisse sprecata in beni di lusso frivoli. L’Iraq divenne un leader rispettato della fazione dei falchi dei prezzi dell’OPEC. Fu un esempio mondiale del tentativo di liberarsi dalla schiavitù della otto famiglie della mafia bancaria che voleva la testa di al-Baqr. Dopo un fallito tentativo di colpo di stato nel 1975 contro al-Baqr, la polizia irachena scoprì i dollari in possesso dei golpisti. [10]
Nel corso di quattro decenni, i Quattro Cavalieri e i loro scagnozzi della CIA cercarono di sedare il  nazionalismo del popolo iracheno. Il successo fu minimo e i loro regimi fantoccio di breve durata. Il regime di Sadam Husayn sembrava promettente ai banchieri internazionali. Un giro di vite sui partiti nazionalisti uccise e deportò gli elementi più radicali. Invase l’Iran rivoluzionario con una gomitata del tirapiedi dei Rockefeller Zbigniew Brzezinski. Aprì l’economia irachena alle multinazionali occidentali. Ma quando sauditi e kuwaitiani iniziarono a pretendere da Sadam il rimborso di 120 miliardi di dollari in prestiti per la guerra all’Iran, che avevano originariamente chiamato “sovvenzioni”, Sadam esplose. Gli Stati Uniti dissero ai monarchi al-Sabah d’insistere, spingendo Sadam sulla nota via socialista del popolo iracheno. Presto si trovò nel mirino dei suoi ex-sponsor. Una volta ritiratisi completamente gli Stati Uniti dall’attuale multimiliardario incubo neo-coloniale, gli iracheni sembrano destinati a continuare sul familiare percorso rivoluzionario socialista. Non è facile abrogare la storia di un popolo, a dispetto dell’arroganza e della ricchezza del propagandista.

531655_Note
[1] Beyond the Storm: A Gulf Crisis Reader. Phyllis Bennis and Michel Monshabeck. Olive Branch Press. Brooklyn, NY. 1991. p.39
[2] Iraq Since 1958: From Revolution to Dictatorship. Marion Farouk-Sluglett and Peter Sluglett. I.B. Tauros & Company, Ltd. New York. 1990.
[3] Diplomacy in the Near and Middle East: A Documentary Record: 1914-1956. J.C. Hurewitz. D. Van Nostrand Company, Inc. Princeton, NJ. 1956. p.236
[4] Iraq and Kuwait: A History Suppressed. Ralph Schoenman. Veritas Press. Santa Barbara, CA. 1990. p.14
[5] Ibid
[6] Ibid. p.14
[7] Ibid
[8] Sluglett and Sluglett. p.120
[9] Bennis and Monshabeck. p.31
[10] Schoenman. p.20

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel.  Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria divide la sinistra araba

Nicolas Dot-Pouillard Le Monde Diplomatique 4.8.2012

Le violenze si approfondiscono e diffondono. Eppure, a differenza di Egitto e Tunisia, la rivolta siriana non ha avuto il sostegno unanime della sinistra araba. C’è una spaccatura tra coloro che simpatizzano con le richieste dei manifestanti e quelli che temono l’ingerenza straniera, sia politica che militare.
Lo scorso agosto il quotidiano della sinistra nazionalista libanese, al-Akhbar, ha attraversato la sua prima crisi dal suo lancio nell’estate del 2006 (1). Il caporedattore Khaled Saghieh lasciato il giornale che aveva contribuito a creare, a causa della sua copertura della crisi siriana. Saghieh ha denunciato la mancanza di sostegno da parte del giornale, alla rivolta popolare che ha avuto inizio nel marzo 2011. Al-Akhbar non ha mai negato le sue simpatie politiche verso Hezbollah, uno dei principali alleati di Bashar al-Assad nella regione, o nascosto il fatto che preferisce il dialogo tra il governo di Damasco e una sezione dell’opposizione, alla caduta del regime di Assad. Il giornale ha dato voce ad alcuni membri dell’opposizione siriana, tra cui Kaileh Salameh, un intellettuale marxista siriano-palestinese che è stato arrestato lo scorso aprile dai servizi di sicurezza.
Un articolo di giugno di Amal Saad-Ghorayeb (2) ha provocato tensioni all’interno della versione inglese del giornale online. Il commentatore libanese si è posizionato stabilmente con il regime di Damasco, e ha criticato i sostenitori di una “terza via”, quelli che denunciano il regime, mentre metteva in guardia contro l’intervento militare occidentale, sul modello libico. Lo stesso mese un altro giornalista di al-Akhbar, l’inglese Max Blumenthal, ha annunciato che stava rilasciando un articolo di critica verso gli “apologeti di Assad” nella redazione (3).
La crisi di al-Akhbar è sintomatica del dibattito che divide la sinistra araba, ideologicamente e strategicamente. Alcuni continuano a sostenere il regime siriano in nome della lotta contro Israele e la resistenza all’imperialismo. Altri stanno fermamente con l’opposizione, in nome della rivoluzione e della difesa dei diritti democratici. Altri ancora sostengono una via di mezzo tra la prova di solidarietà (a distanza) con le richieste dei manifestanti per la libertà, e il rifiuto dell’ingerenza straniera: sostengono una sorta di riconciliazione nazionale. Sembra che la crisi siriana stia gettando la sinistra araba – strettamente comunista, tendenzialmente marxista, nazionalista di sinistra, radicale o moderata – nel disordine.
C’è un piccolo sostegno inequivocabile per il clan Assad, e poche persone chiedono al regime di andare avanti così com’è, ma i sostenitori incondizionati della rivoluzione non sembrano essere in maggioranza. La maggior parte di loro sono all’estrema sinistra dello schieramento politico, di solito trotzkisti (Forum socialista in Libano, socialisti rivoluzionari in Egitto) o maoisti (Via democratica in Marocco). Hanno legami con sezioni dell’opposizione, come la Sinistra Rivoluzionaria siriano di Ghayath Naisse. Dalla primavera del 2011 hanno preso parte a manifestazioni occasionali davanti alle ambasciate e consolati siriani nei loro paesi. Ci sono anche alcuni intellettuali indipendenti di sinistra che appoggiano l’insurrezione, come lo storico libanese Fawwaz Traboulsi (4). Chiedono la caduta del regime, ed escludono il dialogo. Anche se difendono la pacifica protesta popolare, credono che i ribelli hanno il diritto di ricorrere alla forza delle armi. Sostenitori della rivoluzione dell’estrema sinistra si distanziano dal Consiglio Nazionale siriano (CNS)(5), una delle principali coalizioni di opposizione, perché credono che i suoi legami con paesi come il Qatar, la Turchia e l’Arabia Saudita, potrebbero compromettere l’indipendenza del movimento popolare.

A prudente distanza
Una parte della sinistra radicale, anche se denuncia il regime di Assad e chiede la sua caduta, è diffidente verso il supporto che le monarchie del Golfo stanno dando ai rivoluzionari siriani; allo stesso modo, non osano sottoscrivere pienamente il discorso anti-Assad della “comunità internazionale”, in particolare degli Stati Uniti. Ma questo riflesso anti-imperialista non ha la precedenza sul sostegno alla rivoluzione: ciò che conta è la situazione interna in Siria, e il principio di rivolta popolare, come fatto in Tunisia ed Egitto.
Ma la maggioranza della sinistra araba mantiene una prudente distanza dalla rivolta siriana. Condannano  la sua militarizzazione, che dicono vada a vantaggio dei gruppi radicali islamici e dei combattenti stranieri che si affollano in Siria. Criticano il settarismo del conflitto, che mettendo prima gli alawiti, e poi le minoranze cristiane davanti a una maggioranza sunnita radicalizzata dalla repressione, temono, porterà a una guerra civile senza fine. E si preoccupano per l’equilibrio regionale e internazionale del potere. Con l’Iran e la Siria contro le monarchie del Golfo, e la Russia e la Cina contro gli Stati Uniti, la Siria è in prima linea nel grande gioco della guerra internazionale. La sinistra tende a favorire l’Iran e la Siria, e la Russia e la Cina, piuttosto che quelli che vi si oppongono.
Una coalizione di sei partiti di sinistra e nazionalisti, tra comunisti e nazionalisti arabi, si è incontrata ad Amman il 4 aprile, in occasione del nono anniversario dell’invasione statunitense dell’Iraq. Ma era la crisi in Siria, non la caduta di Saddam Hussein, che ha dominato le discussioni. I relatori hanno denunciato con forza “l’intervento straniero” in Siria, e tracciato un parallelo tra l’operazione del 2003 contro l’Iraq e il sostegno delle principali potenze occidentali al CNS e all’opposizione armata in Siria.
Il potente Sindacato Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT, cui alcuni membri dell’esecutivo sono di estrema sinistra) ha emesso un comunicato il 17 maggio, ribadendo il suo sostegno alle esigenze democratiche del popolo siriano, ma mettendo in guardia contro un “complotto degli Stati arabi coloniali e reazionari“. Due mesi prima, il Partito Comunista dei Lavoratori tunisino (POCT) e gruppi nazionalisti arabi avevano indetto una manifestazione per protestare contro le “Amici della Siria” (un organizzazione che riunisce circa 60 rappresentanti internazionali e il CNS), quando ha tenuto una conferenza a Tunisi.
Il Partito Comunista Libanese ha assunto un atteggiamento particolarmente prudente. Anche se ha pubblicato articoli nel suo giornale dei leader dell’opposizione siriana come Michel Kilo, che non fa parte del CNS, è rimasto in diparte dalle manifestazioni che hanno avuto luogo nel corso dell’ultimo anno, di fronte all’ambasciata siriana a Beirut. Inoltre, il partito è finito sotto il fuoco della sinistra libanese, perché parte della sua leadership resta vicino al del Partito della volontà popolare di Qadri Jamil. Jamil è un membro dell’opposizione “ufficiale” siriana, e nel giugno Assad lo ha nominato viceprimo ministro per l’economia, nel governo di Riad Hijab.
Un’altra parte degli appelli della sinistra arabi per un approccio graduale e riformista al conflitto siriano, sostiene che la soluzione deve essere politica e non militare. Questa posizione ha trovato riscontro nel comunicato finale del Congresso nazionalista arabo, che ha riunito circa 200 delegati provenienti da gruppi nazionalisti arabi e di sinistra, e di alcuni islamisti, a Hammamet, Tunisia, a giugno (6). Il documento cercato di essere il più possibile consensuale. Pur riconoscendo il diritto del popolo siriano a “libertà, democrazia e alternanza pacifica del potere tra i partiti“, ha condannato la violenza da tutte le parti, criticando sia il regime cje l’opposizione armata, e chiedendo di impegnarsi in un dialogo sulla base del piano di pace di Kofi Annan, del marzo 2012.

Due facce
Mentre una parte della sinistra radicale araba crede ancora che la rivoluzione è in gioco, carte, una percentuale molto più grande l’ha abbandonata, dal momento che in realtà non vuole vedere un violento collasso del regime. La contraddizione si trova nella tacita guerra fredda non detto. Temono più un vuoto di potere e una Siria post-Assad riconciliata con gli Stati Uniti e i loro alleati degli Stati del Golfo, più che la prosecuzione del regime attuale.
Gli attivisti arabi di sinistra vedono la Siria come Giano bifronte. Pochi negano la sua natura autoritaria e repressiva, ma ancora oggi gli argomenti a difesa del regime, combinati con le sanzioni internazionali contro di esso, risuonano nella sinistra araba, profondamente radicata nella convinzione unitaria anti-imperialista e terzomondista. In alcuni, questi sentimenti sono temperati da un attaccamento alla natura popolare della rivolta, in altri sono amplificati dalla crescente internazionalizzazione del conflitto.
La primavera araba ha dato una spinta agli islamisti, portando al potere i partiti dalle origini nella Fratellanza Musulmana, in Marocco, Tunisia ed Egitto. Non c’è dubbio che questo ha spinto alcuni esponenti della sinistra a spostarsi da un’altra parte, temendo che le rivoluzioni arabe possano portare all’egemonia islamista. Il Movimento Ennahda in Tunisia, come la Fratellanza Musulmana in Egitto e Giordania, appaiono come ardenti sostenitrici dell’opposizione siriana. Quindi la posizione che gran parte della sinistra araba assume verso la Siria, riflette il suo scontro con l’Islam politico. Ecco perché i partiti che di solito pretendono di essere “rivoluzionari” e “progressisti”, anche se non sono necessariamente marxisti, paradossalmente sperano in una soluzione negoziata e nella transizione graduale in Siria, per paura di una delusione futura.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora