La difesa aera siriana spara per prima

PressTV 17 ottobre 2017

Il Segretario Generale di Hezbollah ha predetto nell’ultimo discorso che una guerra è vicina e che gli ebrei anti-sionisti dovrebbero lasciare Israele tornando nei Paesi d’origine, altrimenti “bruceranno” senza che Netanyahu possa o abbia il tempo di salvarli. Abdalbari Atwan, rinomato editore del quotidiano Rai al-Yum, ritornava nell’ultimo articolo sul combattimento aereo tra Israele e forze armate siriane sul Libano, il 16 ottobre, sullo sfondo della reazione della difesa aerea siriana all’aggressione degli aerei da combattimento israeliani che conducevano una missione da ricognizione, non nel cielo siriano ma in quello libanese: “Il comunicato dell’Esercito arabo siriano sugli aerei da combattimento israeliani colpiti e costretti a fuggire, è uno sviluppo completamente nuovo che segna una svolta nella strategia dell’Asse della Resistenza, una strategia che non tollera più alcuna violazione dello spazio aereo libanese o siriano“. “È vero che la dichiarazione dell’esercito israeliano, pubblicata precipitosamente nei minuti successivi l’attacco, deforma la realtà nascondendo il panico dell’esercito israeliano. A credere al testo, l’aeronautica israeliana avrebbe distrutto una batteria di missili dispiegati a est di Damasco. I capi politici e militari di Tel Aviv non hanno dimenticato che per la prima volta “subivano e non infliggevano”. In seguito, ufficiali israeliani si sono susseguiti ad affermare che “Israele non cerca tensioni a tutti i costi e preferisce la tranquillità su tutto! Calma, dicono… strano!” Nel resto dell’articolo, l’autore ribadisce i termini del comunicato israeliano e aggiunge: “La cosa più strana di tutti è il silenzio del primo ministro Netanyahu e dei suoi portavoce, che non hanno detto nulla dell’attacco. Netanyahu si è accontentato di generalizzare: “Chiunque voglia attaccare Israele o la sua sicurezza sarà punito” o “ho fatto della salvaguardia della sicurezza una missione personale”, che verrà svolta “secondo le esigenze specifiche d’Israele”. Ciò significa che anche Lieberman, il capo dell’esercito, non può più garantire la sicurezza d’Israele. E capiamo perché Netanyahu abbia cercato di aiutarlo calmando i coloni che ora si aspettano il peggio“. Allo stesso tempo, Atwan si concentra, non senza ragione, sul messaggio del “missile sparato dall’antiaerea siriana” scrivendo: “Il messaggio è più che chiaro: la pazienza di Damasco ha raggiunto il limite. Non è più tollerabile vedere aerei di combattimento sionisti spiare siti sensibili sul suolo siriano dal cielo libanese, prima di abbatterli impunemente. Come Israele sa, il cielo del Libano costituisce ora il prolungamento naturale dello spazio aereo della Siria e pertanto qualsiasi violazione del cielo libanese sarà contrastato, non importa a quale prezzo. Il messaggio è cruciale. Israele è nel panico totale davanti a uno Stato siriano che, dopo sette anni di guerra, è riuscito a distruggergli degli aerei. Stato siriano che, inoltre, è affiancato da Hezbollah ben armato e pronto a qualsiasi evenienza. Il panico si legge soprattutto nelle parole di Avigdor Lieberman affidate a Walla, dove riconosceva la vittoria di Assad con franchezza inedita: “Assad ha vinto, e tutti i Paesi musulmani si accodano per averne i favori“.”
Poi nell’editoriale, l’autore collega il bellicismo anti-siriano d’Israele e la risposta di Damasco da un lato e la nuova strategia degli Stati Uniti verso l’Iran dall’altro, una strategia basata sul rifiuto del presidente Trump di certificare l’accordo nucleare o sulle sanzioni imposte al Corpo dei Guardiani Rivoluzionari Islamici. “Una strategia espressa durante un discorso che accusava l’Iran di sostenere il terrorismo, destabilizzando il Medio Oriente e gli alleati di Washington“: “Questi sono i segni di una conflagrazione del fronte che si stagliano all’orizzonte, una sfida su cui il Segretario generale di Hezbollah, Nasrallah, avvertiva indicando al premier israeliano come colui che la vuole. Ciò che preoccupa Netanyahu in realtà sono lo Stato siriano in ripresa, un Iraq che ritorna e un “ponte” che viene issato tra Iran e Libano attraverso Siria e Iraq, così come le forze di Hezbollah schierate a Qunaytra e Dara col sostegno dei consiglieri militari iraniani, permettendogli di costruire delle basi, anche se significa aprire un fronte sul Golan occupato, alle porte d’Israele. “Questo corridoio”, di cui lui e i suoi compari continuano a parlare, si estende da Mazar i-Sharif in Afghanistan a Zahiya, a sud di Beirut, sul Mediterraneo, una via per inviare armi e munizioni per l’Asse della Resistenza. E questo asse è una realtà poiché l’Esercito arabo siriano ora usa le batterie dei missili antiaerei S-200 contro i caccia israeliani in fuga. Nulla dice che i prossimi missili non siano S-400 che Damasco sparerebbe contro aerei attaccanti col via libero russo”.
Atwan è pronto a scommettere che “il Medio Oriente cambierà” perché “la Siria è sul punto di riprendere forza molto rapidamente, con l’aiuto di Russia e Iran“: “È un una realtà così profondamente capita da Washington e Tel Aviv, da far tremare Israele e i generali statunitensi… Non senza motivo Nasrallah invitava gli ebrei a lasciare Israele prima che sia troppo tardi, dato che la prossima guerra con Israele sarà diversa: ora arabi e musulmani del Medio Oriente possiedono una “forza deterrente”. Queste persone, gli israeliani le hanno già messe alla prova tre volte senza poterli sconfiggere. I nemici d’Israele non sono più dei regimi arabi corrotti che puntano tutto sulle carte truccate statunitensi. Sono diversi, nuovi a memoria dell’uomo mediorientale“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Gli Stati Uniti aumentano la pressione su Iran ed Hezbollah, senza risultati

Elijah J. Magnier, 14 ottobre 2017Gli Stati Uniti hanno aumentato le tensioni con l’Iran senza intraprendere alcuna iniziativa concreta per uscire dall’accordo nucleare. Il motivo per cui Trump si limiterà all’abuso verbale continuando a minacciare misure ostili contro Teheran, senza eseguirle, è fondamentalmente evitare una frattura tra Stati Uniti ed UE. L’accordo nucleare non è bilaterale, per cui il ritiro degli Stati Uniti non può teoricamente estinguerlo. Ciononostante, per l’Iran, probabilmente in questo caso l’accordo sarebbe totalmente nullo, con ciò che implica. Così gli Stati Uniti continuano la loro aggressiva campagna verbale contro l’Iran, confondendo gli europei che giustamente non riescono a prevedere quali decisioni questo presidente degli Stati Uniti possa adottare nel medio-lungo termine. Tuttavia, l’obiettivo non è solo l’Iran ma anche il principale alleato e braccio militare in Medio Oriente: Hezbollah libanese. Gli Stati Uniti hanno pubblicato le taglie di due aderenti al Consiglio militare di Hezbollah (la massima autorità militare dell’organizzazione), Haj Fuad Shuqr e Haj Talal Hamiyah, assegnando “12 milioni di dollari a chiunque possa dare informazioni” utili a processarli. La taglia mostra volutamente vecchie foto dei due uomini per evitare di rivelare le fonti d’intelligence che ne hanno fornito di più recenti. Resta la domanda: quale Paese ne trarrebbe vantaggio? L’Iran non è più interessato a ciò che Donald Trump farà dell’accordo nucleare. La leadership iraniana ha creato centinaia di società commerciali durante l’embargo, soprattutto in Oman, Dubai e Abu Dhabi, per contrastare oltre 30 anni di sanzioni ed embargo statunitensi. Inoltre, l’Iran impiega oro e petrolio in cambio di beni e tecnologia da molti anni accettando di acquistare a prezzi più elevati che sul mercato aperto. Oggi l’accordo nucleare ha aperto il mercato iraniano e l’ha collegato a quelli europei. L’Unione europea non è disposta a perderlo in questo momento, soprattutto con la crisi finanziaria che il vecchio continente vive dal 2008, solo perché Trump, presidente degli Stati Uniti (l’unico tra i firmatari) ritiene unilateralmente che “lo spirito dell’accordo nucleare sia stato violato”. Gli Stati Uniti vorrebbero vedere il programma missilistico iraniano finire assieme all’invio di armi ad Hezbollah: questo sarebbe favorito anche da Arabia Saudita e Israele. Tuttavia questi temi sono considerati da tutti i Paesi firmatari (incluso l’Iran ma con l’eccezione degli Stati Uniti) come non correlati ed esclusi dall’accordo nucleare. I funzionari sauditi hanno visitato recentemente Washington, offrendo assistenza finanziaria illimitata affinché gli Stati Uniti distruggano Hezbollah e limitino l’influenza dell’Iran nel Medio Oriente. Infatti, Hezbollah è considerato la rovina del gioco dei Paesi internazionali e regionali che sostennero il cambio di regime in Siria. Pertanto, molti vorrebbero vedere Hezbollah, braccio dell’Iran, eliminato completamente, perché così l’Iran diverrebbe un gigante senza braccia. Inoltre, durante la visita del re saudita a Mosca, la monarchia informò il Presidente Vladimir Putin che tutti i gruppi operanti in Siria, come “Stato islamico” (SIIL), al-Qaida e Hezbollah, sono considerati terroristi e dovrebbero essere eliminati. Putin, nonostante la generosa offerta finanziaria del re ad investire nei prodotti russi, era molto chiaro: qualsiasi Paese o gruppo che combatte in Siria su richiesta del governo legittimo non è un gruppo terroristico. Il “capo di Hezbollah” non era sul tavolo della capitale russa.
Per quanto riguarda le ricompense statunitensi, i leader di Hezbollah del primo, secondo e terzo ramo dell’organizzazione si muovono liberamente tra Beirut, Damasco, Teheran e Baghdad, in base alle esigenze della “guerra al terrore” in cui l’organizzazione partecipa contro “Stato islamico” (SIIL) e al-Qaida in Siria e in Iraq. Nessuna autorità, né libanese né statunitense, oserebbe arrestare uno dei leader di Hezbollah senza subire conseguenze dirette, che andrebbero dall’attacco ai loro soldati ad attaccare i loro interessi in Medio Oriente. Il rapimento (o cattura) va trattato in modo simile e respinto senza esitazione. L’ultimo “incidente” si verificò in Iraq quando Washington espresse il desiderio, quando Baghdad chiedeva alle forze statunitensi di uscire dall’Iraq sotto il presidente Barack Obama, di rapire negli USA il comandante di Hezbollah Ali Musa Daqduq. Hezbollah quindi inviò un messaggio chiaro all’amministrazione statunitense, attraverso i leader iracheni, che rapire Daqdouq avrebbe significato che ogni soldato e ufficiale statunitense in Medio Oriente, soprattutto in Iraq, sarebbero stato un ostaggio. Ciò spinse Washington a chiudere un occhio e lasciare gli iracheni decidere sul destino dell’ufficiale di Hezbollah che partecipò all’eliminazione di cinque soldati e ufficiali statunitensi in un’operazione impressionante a Qarbala. Nel gennaio 2007, Daqduq, insieme al gruppo della resistenza di Muqtada al-Sadr, Asaayb Ahl al-Haq, utilizzò le auto blindate di un ministro iracheno che gli stessi Stati Uniti gli avevano donato. Il fatto che Daqduq fosse a bordo facilitò l’ingresso del convoglio nell’edificio governativo senza sollevare i sospetti delle forze statunitensi all’interno. Hezbollah sa che molti soldati e ufficiali statunitensi viaggiano liberamente in Libano, operando principalmente con l’esercito libanese. Pertanto, l’organizzazione si assicura che gli Stati Uniti sappiano della sua capacità di rispondere e di non lasciare suoi uomini prigionieri senza una risposta. Hezbollah ritiene che i propri leader siano sicuri dal rapimento, ma non dai tentativi di assassinio. Così, “le taglie” degli Stati Uniti sui due comandanti di Hezbollah mirano ad accontentare gli alleati mediorientali (Israele e Arabia Saudita) dicendo che “siamo tutti sulla stessa barca contro la presenza e le capacità operative di Hezbollah”. Infatti, dimostra come Washington prenda seriamente misure politiche piuttosto che operative per limitare Hezbollah e Iran nel Medio Oriente. Entrambi considerati nemici degli Stati Uniti e dai loro stretti collaboratori israeliani e sauditi.
Tel Aviv, come Washington, si limita ad adottare una minacciosa retorica, parlando di “guerra imminente” contro Hezbollah, ma senza andare oltre od adottare passi bellicosi oltre al rullo dei tamburi. Nell’improbabile caso di guerra tra Israele e Hezbollah, non c’è dubbio che Israele abbia la capacità militare distruttiva di riportare il Libano all'”età della pietra”, come afferma. Tuttavia, è una situazione che i libanesi hanno già vissuto con la guerra civile nel 1975 e le due (1982 e 2006) guerre israeliane. In queste guerre Israele attaccò e distrusse le infrastrutture libanesi, uccidendo migliaia di civili e centinaia di militanti di Hezbollah. Tuttavia, non c’è dubbio anche che Hezbollah avrebbe inflitto ad Israele lo stesso scenario da “età della pietra”, con decine di migliaia di razzi e missili, anche ad alta precisione. La popolazione israeliana però non è abituata a un tale scenario: i missili di Hezbollah colpirebbero infrastrutture (ponti, centri di concentrazione, mercati, acqua, elettricità, impianti chimici e altro), porti, aeroporti, caserme e istituzioni militari e case civili. È vero che i capi politici e militari israeliani non sono ingenui e non scambiano mai la propria sicurezza col sostegno economico e finanziario (offerto dall’Arabia Saudita per distruggere Hezbollah), non importa quanto sia sostanziale. Israele non scambia un rapporto diplomatico pubblico con l’Arabia Saudita e la maggior parte dei Paesi del Golfo rinunciando alla propria sicurezza e al benessere del proprio popolo. I comandanti israeliani sanno bene dell’esperienza militare unica che Hezbollah ha sviluppato in Siria e Iraq e come utilizzi nuovi bunker sotterranei per i missili a lungo raggio al confine libanese-israeliano. Tuttavia, Israele e Stati Uniti possono effettuare attacchi militari e d’intelligence per colpire i leader di Hezbollah, come fecero in passato col Segretario generale Sayad Abas al-Musaui, con il vice di Sayad Hasan Nasrallah Imad Mughniyah e contro altri della leadership come Husayn al-Laqis, Samir Qantar, Jihad Mughniyah ecc. Il “conto” è ancora aperto tra Hezbollah e Israele. L’organizzazione libanese ha certamente tentato simili attacchi d’intelligence contro Israele. Tuttavia, diversi tentativi sono falliti a causa della cattiva pianificazione e della violazione per mano dell’intelligence statunitense e israeliana della sicurezza di Hezbollah, tramite un ufficiale dell’unità per le operazioni estere. Ma l’equilibrio del terrore tra Hezbollah e Israele rimane: Hezbollah è più a suo agio in Siria oggi e può dedicare più risorse alla lotta contro Israele ed alleati nella regione. Così, la pressione statunitense rimane nei limiti dell’incapacità di chiunque ad attuarla: non c’è Paese o entità che voglia affrontare un rivale come Hezbollah, addestrato nell’arte della guerra e della politica ed attore essenziale nel Medio Oriente e nelle arene internazionali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Iraq: lo scopo del referendum voluto da Barzani

Nasser Kandil, Globalization, 27 settembre 2017Il Kurdistan è indipendente. È un dato di fatto. Ha il suo parlamento, il suo governo, il suo esercito, la sua diplomazia, i suoi servizi di sicurezza, dispone delle risorse petrolifere delle regioni sotto suo controllo senza restituire nulla al governo centrale, si riserva le entrate doganali ai confini dello Stato iracheno, l’esercito iracheno non penetra nel suo territorio se non su autorizzazione, sempre limitata nel tempo e nello spazio, nonostante la necessità della guerra al terrorismo. In altre parole, il rapporto del Kurdistan con l’Iraq è paragonabile al rapporto di qualsiasi Paese europeo con l’Unione europea. D’altra parte, l’analogia con il modello catalano della Spagna o scozzese della Gran Bretagna è una falsificazione di storia, geografia, legge e politica. Inoltre, il cosiddetto sistema “federale” attualmente in vigore è una menzogna pura, perché il Kurdistan iracheno ha i vantaggi di un’entità federale e indipendente, un sistema che consente al governo iracheno di parlare d’Iraq unificato, ma dove Baghdad è solo un partner nel rischio, mentre Irbil è un partner solo nel raccogliere i profitti. In tali circostanze, qual è lo scopo del referendum di Barzani in questo dato momento? La risposta è una truffa che vorrebbe imporsi come “fatto compiuto” nelle aree controverse tra governo centrale ed Irbil, in particolare il governatorato di Qirquq, fonte di grandi ricchezze. Con questo referendum, Barzani intende cogliere tre piccioni con una fava:
– Annettersi Qirquq beneficiando del fatto che è praticamente sotto il controllo dei peshmerga, essendo l’esercito iracheno occupato altrove, al culmine della guerra allo SIIL.
– Insabbiare i duecento miliardi di dollari corrispondenti alla vendita di petrolio per dieci anni, intascati da Barzani e non inclusi nel bilancio dell’Iraq o della regione.
– Dare a Stati Uniti e Israele una piattaforma politica per minacciare le forze regionali e disegnare nuove mappe regionali, avendo la sicurezza d’Israele come obiettivo principale, dato che lo SIIL ha perso valore in questo ambito.
In altre parole, una transazione tripartita: a Barzani il denaro; agli Stati Uniti il vantaggio nei negoziati; a Israele la continuazione della guerra d’attrito contro l’Asse della Resistenza. E in tale contesto, se fosse necessario designare il primo candidato “avvelenatore avvelenato”, sarebbe senza dubbio il governo turco guidato da Erdogan. Il regime di Ankara non immaginava che cercando di attuare il piano distruttivo della Siria avrebbe compromesso coesione, unità e integrità territoriale del proprio Paese. Non previde che Iran e Russia si sarebbero così tanto coinvolti per sconfiggere tale piano; o che dopo il suo fallimento, Washington passasse al piano alternativo di sostenere i curdi ai danno della Turchia; né che avrebbe dovuto combattere contro i suoi partner di SIIL e Jabhat al-Nusra (gli accordi di Astana; NdT). Ancora peggio, né Erdogan, né le autorità politiche turche, né i loro servizi di sicurezza, avevano immaginato che chi deviò il petrolio iracheno per tangenti, cooperando coi capi della mafia turca, avrebbe spinto il tradimento fino a chiedere questo referendum separatista tra gli attuali disordini, venendo inoltre supportato da Israele e Stati Uniti, aprendo così la via allo smantellamento della Turchia. Anzi, per anni Irbil è stato l’alleato inevitabile di Ankara, mentre Teheran era il nemico designato, ma ora tutto è cambiato. E mentre la Turchia giocava su tutte le corde del conflitto settario, in partnership con Qatar e Arabia Saudita, sperando di avere il sopravvento sul mondo sunnita, è diventato un partner di chi chiede l’unione tra sciiti e sunniti in Iraq e nella regione, come l’Iran. Una svolta impossibile senza la minaccia della balcanizzazione annunciata nel 2006 da Joseph Biden sul New York Times, sotto il titolo: “Unità attraverso l’autonomia in Iraq”. E ora che Barzani attuta tale minaccia, malgrado gli avvertimenti dai Paesi limitrofi e Israele che l’applaude, Turchia e Iran chiudono lo spazio aereo iracheno del Kurdistan con il sostegno di Baghdad, che annunciava decisioni legislative e legali in risposta al referendum, Erdogan affermava che l’opzione militare è sul tavolo se necessario, e l’Iran avviava “manovre militari” alle frontiere, ecc.
Qualunque sia il gioco, gli Stati Uniti scopriranno finalmente che ogni loro mossa sarà più costosa del previsto beneficio e che tentando di uscire dall’impasse, finiranno in un altro. Dichiarare il sostegno ai separatisti curdi equivarrebbe a farsi nemici i governi di Baghdad e Ankara. La loro disapprovazione susciterebbe la frustrazione dei curdi che credono nella loro promessa e, soprattutto, a quella di Barzani sulla forza invincibile del “fatto compiuto” imposto dal referendum e dal sostegno d’Israele. Israele vuole solo una cosa: che i curdi s’impongano come entità ostile a Teheran e Baghdad, un’entità dai confini strategicamente interessanti per il perseguimento dei suoi piani destabilizzanti e col minimo costo. Quindi, può solo offrirgli illusioni e incoraggiarli a suicidarsi. Barzani sega il ramo su cui era seduto per tanti anni e non è detto che possa tornare indietro… si vedrà.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Due anni in Siria: un successo delle Forze Armate russe

Peter Korzun SCF 01.10.2017Il 30 settembre era il secondo anniversario dell’operazione antiterrorismo in Siria. Due anni fa, il 30 settembre del 2015, i velivoli russi lanciavano i primi attacchi aerei. Oggi la guerra volge al termine. L’operazione è un successo. Le Forze Aerospaziali hanno condotto 30650 sortite operative in Siria compiendo 92000 attacchi su 96800 bersagli terroristici. 53700 terroristi sono stati eliminati. I centri di comandi nonché la logistica sono stati i primi obiettivi da distruggere. I terroristi sono stati isolati dai rifornimenti e dai flussi finanziari perché l’invio illegale di petrolio è stato fermato. Le Forze Aerospaziali hanno utilizzato aerei da attacco Su-24M e Su-25, bombardieri Su-34, bombardieri strategici Tu-22M3, Tu-160 e Tu-95, caccia multiruolo Su-27SM, Su-30SM e Su-35S, intercettatori MiG-31, elicotteri Mi-8, Mi-24, Mi-28N, Ka-52, aerei-radar A-50, aerei da ricognizione Tu-214R, aerei da intelligence elettronica Il-20M1 e aerei da guerra elettronica. Il gruppo aereo non ha mai superato i 35 aeromobili in un dato momento. Gli aeromobili russi usano il nuovo “sottosistema di calcolo speciale” SVP-24 per migliorare la precisione degli attacchi. Viene installato su aerei da combattimento Tu-22M, Su-24M e Su-25. Il sottosistema utilizza il sistema di navigazione satellitare GLONASS per confrontare costantemente la posizione del velivolo e del bersaglio. Misura i parametri ambientali (pressione, umidità, velocità del vento, velocità dell’aereo, angolo di attacco, ecc.) e riceve informazioni dai collegamenti dati (altri aerei, velivoli-radar, stazioni a terra, ecc.) per calcolare “scatola”, altitudine, rotta) entro cui una bomba a gravità viene automaticamente sganciata nel momento dato. Di conseguenza, le bombe a gravità colpiscono con la stessa precisione delle munizioni guidate. Anche se GLONASS viene disturbato, i numerosi sensori consentono al computer di puntare. Le condizioni meteo o l’ora del giorno non hanno alcun ruolo. Il puntamento lancia e dimentica consente al pilota di concentrarsi sulla rilevazione di minacce e obiettivi. Il SVP-24 è montato sull’aereo (non sulla bomba) venendo riutilizzato più e più volte. Il sottosistema può essere installato su praticamente qualsiasi velivolo ad ala rotante o fissa. Lo sviluppo di sofisticati sistemi di puntamento ha permesso alle Forze Aerospaziali russe di colpire obiettivi con la massima precisione, utilizzando un enorme stock di munizioni dai costi trascurabili rispetto alle bombe guidate. Nel complesso, la Russia ha perso tre aerei. Uno colpito da un aereo turco e due, un Su-33 e un MiG-29K, persi a causa di incidenti, non di fuoco nemico. Le perdite comprendono cinque elicotteri. 38 militari hanno perso la vita. Il gruppo aereo basato a Humaymim, base principale della Russia in Siria, non ha perso un solo velivolo ad ala fissa in tutta l’operazione. In realtà, le Forze Aerospaziali non hanno avuto alcuna perdita. Gli elicotteri perduti appartenevano all’Aviazione dell’Esercito. È un risultato straordinario. In generale, l’operazione non ha avuto problemi. Il problema del rifornimento in volo che ha inizialmente ostacolato l’operazione, è stato superato. Bersagli chiave sono stati colpiti da aerei e missili a lunga gittata a bordo di navi. Dopo aver acquisito la capacità di svolgere missioni accurate con missili a lunga gittata, la Russia è entrata in un club esclusivo degli armamenti. Il contributo delle Forze per le operazioni speciali (SOF) è stato immenso. Sono coinvolti nell’acquisizione di bersagli per gli aerei da combattimento e per altri scopi, come l’addestramento di truppe governative siriane, l’eliminazione dei terroristi e distruzione di oggetti nemici cruciali. L’addestramento fornito dai consiglieri russi ha trasformato l’Esercito arabo siriano in una forza formidabile, segnando una vittoria dopo l’altra. Ad esempio, l’Esercito arabo siriano ha condotto un’operazione aerea unica il 12 agosto, dispiegando paracadutisti dietro le posizioni dello Stato islamico a 20 km dal fronte. L’operazione portò alla liberazione della città di al-Hadar. I consiglieri militari russi furono coinvolti nella pianificazione. Il mese scorso, i militari russi costruivano un ponte sul fiume Eufrate vicino Dayr al-Zur per spostare truppe e veicoli sull’altro lato per sostenere l’offensiva siriana. 8000 veicoli da 50 tonnellate possono attraversare il ponte in 24 ore, compresi carri armati. Il ponte fu eretto sotto il tiro dei terroristi in meno di 48 ore. Può anche essere utilizzato per fornire aiuti umanitari e evacuare malati e feriti. I militari russi hanno ottimi intelligence, logistica e addestramento. L’intelligence è stata efficace per definire gli obiettivi degli attacchi missilistici dal mare.
Quando la Russia è intervenuta, i gruppi terroristici controllavano il 70% del territorio siriano e guadagnavano terreno. Oggi, il territorio controllato delle forze governative della Siria è aumentato di quattro volte da 19000 a 78000 kmq. Gran parte della popolazione risiede nei territori liberi dai gruppi armati illegali. I terroristi sono ridimensionati nelle province di Hama e Homs. Sono stati scacciati da Lataqia. Aleppo e Palmyra sono state liberate. La strada principale che collega Damasco alla parte settentrionale del Paese è stata sbloccata. Le autorità legittime hanno riconquistato il controllo della città di Dayr al-Zur. Alcuni importanti campi di petrolio e gas sono ora controllati. Le aree che si estendono per oltre 180 km lungo il confine siriano-iracheno e per 195 km lungo il confine con la Giordania (le province di Suwayda e Damasco) sono state sgombrate dai terroristi. Vedere combattere coi propri occhi è incredibilmente importante. Gli equipaggi spesso ruotano per far acquisire esperienza a quanti più uomini possibile. Dal settembre 2017, l’86% del personale di volo delle forze aerospaziali ha acquisito un’esperienza in combattimento, tra cui gli equipaggi dell’Aviazione a Lungo Raggio: 75%, dell’Aviazione Tattica: 79%, dell’Aviazione da Trasporto Militare: 88%. L’89% degli equipaggi dell’Aviazione dell’Esercito ha operato in Siria. Le Forze Armate russe hanno comandanti con esperienza nelle missioni congiunte. Il principio della cooperazione predomina nelle Forze Armate. L’esperienza del comando congiunto ha reso possibile l’assegnazione del Colonnello-Generale Sergej Surovikin al comando delle Forze Aerospaziali, posizione che assumerà questo mese. La sua esperienza nelle operazioni congiunte è decisiva per la nomina. Anche le forze russe hanno acquisito esperienza nell’organizzare operazioni umanitarie. I medici militari hanno aiutato decine di migliaia di siriani. Lo sminamento è parte importante della campagna in Siria. I genieri russi hanno eliminato mine da 5295 ettari di terreno, distruggendo 60384 dispositivi esplosivi. 586 genieri siriani sono stati addestrati e 102 vengono addestrati adesso.
In due anni le forze russe schierate in Siria, dopo la richiesta di assistenza dal governo legittimo di Damasco, hanno mutato completamente la situazione nel Paese. L’operazione ha danneggiato notevolmente le fonti finanziarie dei terroristi, compromettendone gravemente la capacità di reclutare nuovi aderenti, di acquistare armi e di diffondere il jihadismo. Il successo militare ha reso possibile l’iniziativa della Russia volta a promuovere il cessate il fuoco tra il governo siriano e gruppi di opposizione “moderati”. Di conseguenza, vi sono quattro zone di de-escalation nel Paese. Le prospettive per la pace sono diventate reali. Il coinvolgimento militare russo ha dato al popolo siriano la speranza di una vita normale ed ha anche riaffermato lo status della Russia a superpotenza globale in grado di proiettare forze lontano dalle proprie frontiere.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Per grazia d’Israele – Il clan Barzani e l’indipendenza curda

Moon of Alabama, 28 settembre 2017La regione curda dell’Iraq ha tenuto un “referendum” sulla separazione dall’Iraq per formare uno Stato indipendente. Il referendum era altamente irregolare e dal risultato assicurato. Tale referendum aveva più a che fare con la situazione confusa dell’illegittimo presidente regionale Barzani che con l’autentica opportunità di raggiungere l’indipendenza. Il referendum non era vincolante. Adesso tocca a Barzani dichiarare l’indipendenza o mettere da parte la questione in cambio, in sostanza, di altri soldi. Scrivemmo la prima volta del problema curdo e delle ambizioni curde in Iraq nel dicembre 2005 (!) I problemi per una regione curda indipendente che osservammo sono ancora gli stessi: “Uno Stato curdo senza sbocchi potrebbe produrre un sacco di petrolio, ma come arriverebbe ai mercati, in particolare ad Israele? I Paesi vicini, Turchia, Iran e Siria, hanno minoranze curde e non hanno motivo di aiutare uno Stato curdo ad arricchirsi e vedere quel denaro versato alle loro minoranze insignificanti. Dopo che i curdi presero Qirquq, il resto dell’Iraq non supportò gli oleodotti per il petrolio curdo“. Arabi, turchi e iraniani vedono i curdi come una tribù nomade recalcitrante e stregata dagli interessi israeliani. A metà degli anni Sessanta e Settanta Israele collaborò con l’Iran, alleato degli Stati Uniti sotto lo shah, per combattere contro i nemici arabi, Iraq, Siria e Egitto. Nell’ambito della cooperazione, il Mossad inviò il colonnello Tzuri Sagi a sviluppare piani e costiuire un esercito curdo per combattere le truppe irachene nel nord dell’Iraq. Tzuri Sagi era anche responsabile degli attentati a Sadam Husayn. Il suo partner curdo era il capoclan Barzani, Mullah Mustafa Barzani. L’esercito curdo creato dagli israeliani è ora conosciuto come Peshmerga. Il figlio di Mullah Mustafa Barzani, Masud Barzani, è ora il presidente illegittimo della regione curda dell’Iraq.
I Barzani fanno parte di una grande tribù curda e di un clan leader nella regione curda dell’Iraq. (L’altro grande clan sono i Talabani, attualmente assai meno potenti). Nel 2005 Masud Barzani fu eletto presidente della regione curda dell’Iraq. Il suo mandato di otto anni terminò nel 2013. Il parlamento regionale ne estese la presidenza per due anni. Ma dal 2015 governa senza alcuna base giuridica, vietando di convocare il parlamento per farlo dimettere. Il figlio di Masud Barzani, Mazrur Barzani, è cancelliere del Consiglio di sicurezza della regione. Controlla l’intelligence militare e civile. Nechirvan Barzani, nipote di Masud Barzani, è il primo ministro della regione curda. Gli interessi petroliferi statunitensi hanno contribuito a costruire il potere dei Barzani. I curdi pompavano e vendevano petrolio senza il consenso di Baghdad, che viene esportato attraverso gli oleodotti turchi e venduto principalmente ad Israele. La famiglia del presidente turco Erdogan è intimamente coinvolta in tali attività. Ma nonostante i miliardi dalle vendite di petrolio (illegali), la regione curda è fortemente indebitata. La corruzione nel Kurdistan e nel governo regionale spogliarono le banche locali dal denaro fresco. Ciò non basta a pagare gli stipendi. La mafia della famiglia Barzani ha derubato la regione. Per andare avanti, il governo locale deve sequestrare altra ricchezza e allargare la propria economia.
La famiglia Barzani ha profondi legami religioso-storici con l’ordine spirituale sufi dei naqshbandi. L’Esercito degli uomini dell’Ordine Naqshbandi era uno dei gruppi della resistenza sunnita-baathista all’occupazione statunitense dell’Iraq. Nel 2014 aiutò (o no?) lo Stato islamico a prendere Mosul prima di esserne sconfitto. I curdi iracheni con Masud Barzani, nel maggio 2014 furono complici dell’occupazione dello Stato islamico di Mosul e della regione del Sinjar abitata dai curdi yezidi, che videro come opportunità per prendere altro petrolio e dichiarare l’indipendenza da Baghdad. Solo dopo che lo Stato islamico puntò verso la capitale curda Irbil, dove l’intelligence statunitense e israeliana, nonché le compagnie petrolifere occidentali, hanno sede, i Barzani si opposero allo Stato islamico. Quindi, usarono la lotta allo Stato islamico per allargare l’area occupata del 40%. Le minoranze, come yezidi e assiri, furono cacciate dalle loro case dallo Stato islamico ed ora non possono tornarvi a causa degli occupanti curdi. Come la corrispondente del NYT Rukmini Callimachi riferiva: “Un ritornello comune che sento è che l’esercito iracheno scappò quando lo SIIL prese Mosul, mentre i curdi rimasero. Purtroppo non è vero. Una delle aree controllate dalle truppe curde era il monte Sinjar, che ospita gran parte dei 500000 yazidi che vivono in Iraq. Secondo decine di interviste che feci ai sopravvissuti del genocidio dello SIIL, le truppe curde scapparono quando lo SIIL apparve. Aggiungendo l’insulto al danno, dicono i leader della comunità, le truppe curde disarmarono gli yazidi e non li avvertirono dell’avanzata dello SIIL. Migliaia di donne yazidi furono rapite e violentate dallo SIIL. Molte mi dissero che ciò era anche colpa delle truppe curde”. Callimachi riferisce inoltre che le truppe curde ora impediscono agli yezidi di tornare a casa. Barzani ha ampliato unilateralmente il proprio territorio dichiarandolo unilateralmente parte della regione curda. I curdi occupano anche terre e villaggi già menzionati nella bibbia, che appartengono ai cristiani assiri. Un altro nodo è Qirquq, città ricca di petrolio nella regione turco-araba. I curdi l’occuparono nel 2014 mentre lo Stato islamico marciava su Baghdad. La mossa su Qirquq era, presumibilmente, coordinata con lo Stato islamico. Ora vogliono annetterla. Lo Stato iracheno è naturalmente duro su questo e invia l’esercito. Il governo turco, che si vede difensore dei turcomanni, minaccia d’intervenire. Dopo il referendum per l’indipendenza curda, il governo iracheno ha dichiarato il blocco parziale della regione. L’Iraq è uno Stato sovrano, la regione curda no. Questo dà a Baghdad molti modi per rispondere alle ambizioni curde, a partire dai voli internazionali (civili) per Irbil vietati da Baghdad. È probabile che si abbia un blocco terrestre e l’arresto dei trasferimenti commerciali e monetari. Siria, Iran e Turchia sono tutti contro l’indipendenza curda e hanno minacciato di rispondere. Ufficialmente gli Stati Uniti sono contro lo Stato curdo indipendente. Israele è l’unico a sostenere il referendum. Tale simpatia (o convenienza politica) è reciproca: ad Irbil, il capo dei sondaggi gridava: “Siamo il secondo Israele!
Chuck Schumer, capo democratico al senato e agente sionista, invitava l’amministrazione Trump a riconoscere il Kurdistan indipendente. Trump non può farlo perché metterebbe gli Stati Uniti contro gli “alleati” del governo turco e iracheno. Ma la posizione ufficiale è diversa da quella che gli Stati Uniti hanno sul terreno. Le armi statunitensi continuano ad arrivare alle forze curde in Iraq e in Siria. Allo stesso modo la Turchia è ufficialmente molto preoccupata dall’indipendenza dei curdi dell’Iraq, ma anche dagli interessi commerciali. A lungo termine teme i movimenti per l’indipendenza della propria grande popolazione curda e vede il referendum in Iraq come mossa degli USA contro la sicurezza turca: “I turchi ritengono che il referendum sia effettivamente parte del desiderio di Washington di creare “un secondo Israele” nella regione. Il sostegno d’Israele al referendum del KRG alimenta questa percezione”. Secondo il primo ministro iracheno, la Turchia ha accettato d’isolare la regione curda. Ma le compagnie turche, e la famiglia Erdogan, hanno interessi commerciali sul petrolio della regione curda. La Turchia esporta circa 8 miliardi di dollari all’anno in prodotti alimentari e beni di consumo nella regione curda. Mentre Ankara teme che la sua popolazione curda segua l’esempio iracheno, l’avidità dei parenti potrebbe prevalere sugli interessi nazionali a lungo termine. Senza l’accordo turco, una regione curda “indipendente” in Iraq non può sopravvivere. Tale indipendenza dipende totalmente dai capricci di Ankara. Se Masud Barzani guadagnasse abbastanza sostegno estero prevalendo nella mossa indipendentista, la situazione in Siria cambierebbe. I curdi in Siria sono attualmente guidati dal PKK/YPG, un culto politico-militare che segue la cruda filosofia di Abdullah Öcalan. Politicamente contrari ai Barzani hanno interessi e atteggiamenti simili. Anche se sono solo l’8% della popolazione, hanno occupato il 20% del territorio della Siria e ne controllano il 40% delle riserve petrolifere. Il continuo sostegno statunitense ai curdi siriani e l’esempio in Iraq potrebbero incoraggiarli a staccarsi dalla Siria. Damasco non sarà mai d’accordo. L’indipendenza curda, come il Barzanistan in Iraq e/o il cultismo anarco-marxista di Ocalan in Siria, avvierebbe un altro decennio di guerre tra le entità curde e le nazioni vicine, o tra le stesse disunite tribù curde.Traduzione di Alessandro Lattanzio