Le forze USA rimarranno in Siria finché non saranno scacciate

Elijah J. MagnierLe forze statunitensi rimarranno in Siria finché non saranno costrette a ritirarsi“. Questo è ciò che una fonte dai vertici in Siria (un dirigente) ha detto, in risposta al segretario di Stato USA Rex Tillerson, che rivelava l’intenzione degli Stati Uniti presenti nel nord-est della Siria di rimanervi per “impedire il ritorno dello SIIL”. “Quando fu pianificato l’attacco ad al-Buqamal, l’intelligence confermava la presenza di migliaia di terroristi dello SIIL nel Paese. La città era una roccaforte con enormi magazzini di armi, uomini e trincee difficili da gestire. Numerose forze attaccanti furono impiegate per circondare e assalire la città. Non fu considerato facile eliminare più di 2800 terroristi asserragliati per anni, e con un piano di difesa preparato e tunnel“, affermava la fonte. Il comandante confermò che “furono necessarie molte settimane per liberare al-Buqamal ed eliminare tutti i terroristi dello SIIL. Abbiamo anche tenuto conto del considerevole numero di vittime in questa difficile battaglia. Tuttavia, con nostra grande sorpresa, abbiamo affrontato un numero molto inferiore di terroristi rimasti per rallentare l’avanzata e permettere al grosso dei terroristi dello SIIL di fuggire ad est dell’Eufrate, dove operano le forze statunitensi. Ovviamente, lo SIIL considera gli Stati Uniti misericordiosi, offrendogli passaggio e residenza sicuri nell’area da loro controllata. Abbiamo sentito dal segretario di Stato USA ciò che abbiamo sempre sospettato: gli Stati Uniti vogliono rimanere in Siria per occuparne il territorio. Ciò significa che Siria ed Iraq dovranno aspettarsi ulteriori attacchi terroristici in futuro per due motivi: primo, lo SIIL si riorganizza sotto la supervisione degli Stati Uniti. Secondo, si prevede che gli attacchi dello SIIL riprendano in modo che gli Stati Uniti possano trovare una ragione per cui le proprie forze rimangano nel Paese“, osservava la fonte di alto rango. Quando Donald Trump era candidato alla presidenza, fece campagna affermando che Hillary Clinton, se fosse stata rieletta, avrebbe innescato la terza guerra mondiale restando in Siria e provocando la Russia. Non sorprende vedere Trump rimangiarsi le promesse, dato che non è la prima posizione che ha mutato con evidente mancanza di diplomazia e, anzi, mancanza di conoscenza negli affari mondiali. Oggi Trump, dopo la dichiarazione del suo ministro degli Esteri, ha deciso di occupare illegalmente il territorio siriano vicino a dove opera la Russia. Il linguaggio di Rex Tillerson era abbastanza confuso: nell’ultimo discorso ha ripetutamente affermato che “lo SIIL è stato sconfitto”, ma anche che, poiché “non è stato sconfitto”, è necessaria la presenza delle forze statunitensi in Siria, ed ha anche dato un’altra ragione contraddittoria, affermando che le sue forze “fermano l’influenza dell’Iran”, ma cambiava di nuovo attenzione parlando della questione libanese di Hezbollah e della sua “presenza ai confini tra Israele e Siria”. Ma lo SIIL è ancora in Siria, non solo nel nord-est sotto la protezione degli Stati Uniti, ma anche ai confini israeliani, con l’approvazione dei governanti israeliani. Israele e Tillerson cercano d’ignorare lo SIIL ai confini ma anche le dozzine di gruppi siriani pronti a schierarsi contro Stati Uniti ed Israele. Questi hanno primeggiato nelle guerra urbana e guerriglia per anni contro i taqfiri e hanno appreso l’esperienza di Hezbollah nella lotta decennale contro Israele. Hanno imparato l’arte dell’attacco, non solo della difesa; si sono addestrati nel fuoco e in battaglie vitali. Questi gruppi molto probabilmente creeranno un incubo per Tillerson e Israele.
La presenza delle forze statunitensi nel nord-est della Siria non influirà per nulla su presenza ed influenza iraniana che continuano ad aumentare dagli anni di guerra, e sono più forti che mai. In effetti, la politica estera degli Stati Uniti ha spinto la Siria tra le braccia dell’Iran. Questa stessa politica costrinse il presidente siriano a legarsi ad Hezbollah e a chiederne l’intervento nel momento in cui molti Paesi cospiravano contro la Siria per cambiarne il regime. Ancora una volta, è la stessa politica che ha spinto Assad a chiedere l’aiuto della Russia, riportandola sull’arena internazionale e ottenendo un rinnovato contratto di 49 anni per la base navale sulle coste siriane. In realtà, la maggior parte di ciò che Stati Uniti ed Israele non volevano accadesse è stato innescato da essi, materializzandosi nel Levante. L’unico risultato raggiunto è la distruzione delle infrastrutture siriane, con centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati e rifugiati, e un numero enorme di sfollati interni. Inoltre, l’ordine mondiale è ora mutato e il dominio unilaterale e incontrastato degli Stati Uniti è finito, grazie proprio alla loro politica estera. Washington cerca di rianimare ciò che è morto: ma non può resuscitarlo. “Chi non comprende il passato è condannato a ripeterlo”. Decidendo di occupare altro territorio in Medio Oriente, gli Stati Uniti davvero ignorano la storia: è inutile predicare ai sordi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Siria: neo-tandem franco-turco?

Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation 16 gennaio 2018Il ministero degli Esteri siriano ha dichiarato di aver condannato l’insistenza del governo francese a continuare la campagna di “false notizie” su ciò che accade in Siria. Campagna riassunta in queste poche righe sul sito “France Diplomatie” l’11 gennaio: “La Francia condanna gli intensi bombardamenti del regime di Bashar al-Assad e dei suoi alleati nella regione d’Idlib nei giorni scorsi, in particolare contro la popolazione civile e diversi ospedali. Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per la crisi umanitaria conseguente alla nuova offensiva aerea e terrestre nella regione d’Idlib. Decine di migliaia di persone sono state costrette a fuggire nelle ultime settimane. La Francia è indignata che nel Ghuta orientale, centinaia di migliaia di civili vivano ancora sotto assedio del regime di Bashar al-Assad, che rifiuta l’evacuazione medica di emergenza a centinaia di persone, tra cui molti bambini. Chiediamo che gli impegni presi ad Astana vengano rispettati, in modo che la violenza finisca il prima possibile. Va garantito immediatamente un accesso umanitario sicuro, completo e senza ostacoli a tutti i bisognosi. Questo ulteriore peggioramento della situazione in diverse regioni della Siria sottolinea l’urgenza di una soluzione politica nel quadro della risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite“[1]. In tali termini e col pretesto dell’urgenza della soluzione politica che porterebbe al potere un governo al soldo della coalizione internazionale di cui è stata e rimane punta di lancia, la diplomazia francese conferma, ancora una volta, di rifiutare l’intervento legittimo dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati per la liberazione dei territori siriani ancora massacrati dalle cosiddette organizzazioni armate internazionali “non statali”, riconosciuti terroristi dalle autorità internazionali e dalla risoluzione 2254. Le organizzazioni terroristiche che la Francia sostiene di combattere e che avrebbe sconfitto, come annunciato dal presidente Macron durante la visita alla base militare francese ad Abu Dhabi, nel novembre 2017: “Abbiamo vinto a Raqqa. E le prossime settimane, e i prossimi mesi, ci permetteranno, credo profondamente, di vincere completamente nella zona iracheno-siriana” [2]. Profonda convinzione riaffermata il 17 dicembre durante un’intervista esclusiva a France 2, senza che si capisse su quale base questo “noi” avrebbe vinto: “Entro la fine di febbraio, avremo vinto la guerra in Siria… Bashar al-Assad ci sarà (…) perché protetto da chi ha vinto la guerra sul campo, Iran e Russia“!? Questo “noi” includerebbe le cosiddette forze democratiche siriane (SDF) essenzialmente rappresentate dai separatisti curdi che hanno occupato Raqqa e da cui gli Stati Uniti ricavano una parvenza di legittimità per giustificare l’istituzione di una dozzina di basi militari nel nord della Siria? Emmanuel Macron è stato attento a non menzionare le SDF il 5 gennaio, durante la conferenza stampa congiunta con Erdogan: “…Su questo argomento (la Siria), devo dire che posso percepire comuni visione ed interessi strategici. La volontà, una volta che la guerra contro lo SIIL sarà vinta, di costruire la pace e la stabilità della Siria… E in questo contesto, vorrei poter lavorare insieme. I processi di Astana e Sochi, che avevano interesse nell’allentamento militare, ho detto al presidente (Erdogan), non costruiranno, ai miei occhi, la pace, perché sono di parte politicamente… Penso che il processo di Astana sia stato utile nel contesto militare. Ha permesso le zone di de-escalation e di smilitarizzazione e quindi è stato abbastanza utile, ma entreremo nelle prossime settimane, quando il conflitto armato sarà finito, in una situazione da dopoguerra allo SIIL. E questo è il processo politico che inizierà, e il formato Astana-Sochi è, ai miei occhi, non del tutto giusto… Perché? Perché penso che molti al tavolo non abbiano gli stessi interessi del presidente Erdogan. Il loro interesse è maggiore nel costruire influenza bilaterale, potere e compromesso con la Siria, piuttosto che costruire una vera stabilità inclusiva. E quindi, penso che sia necessario associare altre potenze della regione ed è necessario, soprattutto per modalità, cosa che non succede oggi a Sochi, assicurarci che tutte le sensibilità, tutte le opposizioni siano ben rappresentate e ponendosi nel quadro di ciò che è stato deciso nelle Nazioni Unite, vale a dire la possibilità di lasciare tutti coloro che sono fuggiti dallo SIIL, ma il più delle volte dal regime di Bashar al-Assad, di potersi esprimere nel processo che metteremo in atto… Ho fatto un’evoluzione dalla dottrina storica francese che avrebbe dovuto dire: per me, l’eliminazione di Bashar al-Assad non è un prerequisito a tutto, c’è! E così, deve avere i suoi rappresentanti in questo processo e deve rappresentarsi. Tuttavia, non sono ingenuo e non ritengo oggi che abbia chiara legittimità a decidere, lui, in modo distorto il futuro della Siria… Ecco perché la Francia parteciperà ai “gruppi di affinità” organizzati in febbraio dalla Turchia…“[4]. Mentre per Recep Tayyip Erdogan, la minaccia è altrove, poiché specifica che i processi di Ginevra, Astana e Sochi sono complementari e continuano con la partecipazione della Turchia, ma: “…Al momento, l’intero problema è che organizzazioni come il PYD (Partito dell’Unione Democratica dei siriani curdi) e le YPG (ala armata del PYD) sono organizzazioni sussidiarie del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan, un gruppo armato curdo considerato terrorista da buona parte della comunità internazionale, come Unione europea, Stati Uniti, Regno Unito…) cercano di passare dal nord della Siria al Mediterraneo. Questo, non c’è dubbio che non lo permetteremo… Ma sfortunatamente, Paesi amici, Stati Uniti, nostri amici nella NATO… continuano ad inviare tonnellate di armi e munizioni a PYD e YPG… Inoltre, abbiamo proposto di combattere insieme la lotta contro lo SIIL, ma non hanno accettato e cercano di combattere un’organizzazione terroristica (SIIL) con altre due organizzazioni terroristiche (PYD e YPG). Questa concezione non è combattere il terrorismo… Questo mese siamo a Sochi, il mese prossimo saremo ad Istanbul, poi saremo a Teheran e continueremo questo processo, ma il nostro obiettivo non è una soluzione con Bashar al-Assad. Il nostro obiettivo è una soluzione senza Bashar al-Assad…“[4].
L’intervento di Nasir Qandil, ex-deputato e redattore capo del quotidiano libanese al-Bina, in un articolo pubblicato poche ore prima della conferenza stampa Macron-Erdogan: “Il 5 gennaio 2018, il presidente francese e la sua controparte turca si danno l’opportunità di formare un tandem che soddisfi le loro aspirazioni internazionali e regionali, in un momento in cui i loro Paesi non possono più seguire ciecamente le politiche di Washington e non possono aderire al campo avversario guidato da Mosca e Teheran. Infatti, Francia e Turchia appartengono ancora all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, condividono le stesse preoccupazioni per la crescente importanza del ruolo di Russia e Iran, lo stesso desiderio di distruggere la vittoria siriana, lo stesso desiderio d’indebolire l’Asse della Resistenza in Medio Oriente; ma sono geograficamente in prima linea nelle conseguenze di qualsiasi destabilizzazione da forze interessate, minacce terroristiche, ondate migratorie, ecc. Da qui l’apparente disponibilità a distinguersi dagli Stati Uniti senza infastidirli adottando una strategia di stigmatizzazione che si forma gradualmente e che consiste in:
Sostenere una soluzione politica in Siria al di fuori della visione russa, senza entrare in conflitto con Mosca.
Mantenere l’accordo nucleare iraniano limitando il conflitto con l’Iran al ruolo d’indesiderabile nella regione.
Dichiarare l’impegno a rilanciare il processo politico tra palestinesi e israeliani al di fuori delle posizioni statunitensi che minano ogni possibilità di negoziato…
La Turchia, che non ha trovato seggi a Bruxelles, scopre che può ancora formare un’alleanza politica europea attraverso la Francia. Per la Francia, erede dell’egemonia ottomana e toccata dalla stessa nostalgia coloniale verso i Paesi della regione, scopre che potrebbe riservarsi una fetta della torta siriana con tale neo-tandem franco-turco…
“[5].
Un neo-tandem franco-turco dove tutti vedono la luce sulla propria porta, anche se la risposta quasi immediata del governo siriano al comunicato della diplomazia francese dell’11 gennaio denuncia il punto comune dei governi francese e turco: ancora una volta il rilancio di Jabhat al-Nusra, che fa un buon lavoro in Siria! La risposta dell’Agenzia d’informazione nazionale siriana (SANA), è in questi termini: “La Repubblica araba siriana è sorpresa dall’insistenza del ministero degli Esteri francese a continuare la campagna di disinformazione dell’opinione pubblica francese su ciò che accade in Siria, invocando motivi umanitari per camuffare la situazione. Fallimento amaro delle politiche che ha intrapreso contro la Siria. Il ministero degli Esteri francese mostra una grave ignoranza su ciò che accade nella regione d’Idlib. Pertanto, dovrebbe sapere che l’organizzazione Jabhat al-Nusra è classificata dalle Nazioni Unite organizzazione terroristica e che l’Esercito arabo siriano opera per liberare la regione dal terrorismo suo e di altre organizzazioni terroristiche che ne dipendono. La Siria smentisce categoricamente qualsiasi attacco ad ospedali e civili ed è indignata dal fatto che il ministero degli Esteri francese abbia riassunto le accuse di tale organizzazione terroristica; che, inoltre, non è interessata dagli accordi di Astana. Pertanto, coprire tale organizzazione terroristica è supportarla; costituendo flagrante violazione delle risoluzioni della legalità internazionale…” [6]. A cui vanno aggiunte le rivelazioni dell’esperto siriano di strategia militare Hasan Hasan, del 14 gennaio: “Negli ultimi giorni abbiamo visto che lo SIIL, crollato in gran parte della Siria, ora coopera con Jabhat al-Nusra, che la Turchia e altri Stati che sostengono il terrorismo tentano di riciclare. E Jabhat al-Nusra coopera con Partito del Turqistan, Ahrar al-Sham e ciò che resta dell’esercito libero siriano ad Idlib. Questi sono i ribelli gentili e moderati di cui la Coalizione internazionale e i suoi media s’impietosiscono!“[7]. Mentre l’ex-generale siriano Turqi al-Hasan spiegava ad al-Manar: “Ciò che suscita la rabbia di Erdogan è l’avanzata dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati su Idlib, mentre sperava che avrebbero combattuto i curdi, anche se il Presidente Putin, i suoi ministri degli Esteri e della Difesa, avevano chiaramente annunciato che il 2018 sarà l’anno dell’annientamento di Jabhat al-Nusra [8], cioè al-Qaida in Siria, che controlla l’80% della regione d’Idlib, mentre le altre fazioni terroristiche guidate dalla Turchia ne controllano solo il 20%. Così, quando l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati avranno eseguito la missione presso l’aeroporto di Duhur, i 70 villaggi nella sacca di 2000 kmq dove Jabhat al-Nusra e SIIL infuriano, saranno assediati e liberati. Quindi, il terrorismo sarà sconfitto e il ruolo della Turchia in Siria finirà” [9].
Il processo di Astana, non del tutto giusto agli occhi di Emmanuel Macron, e a cui la diplomazia francese chiede che gli impegni vengano rispettati, viene brevemente chiarito da Nasir Qandil: “I suddetti gruppi armati e il loro sponsor turco hanno agito come se non si fossero resi conto che le zone di de-escalation, definite dagli accordi Turchia-Iran-Russia di Astana dopo la sconfitta ad Aleppo, gli offrivano l’opportunità di preparare un processo politico su governo, Costituzione ed elezioni in Siria, e che se non avessero colto l’opportunità durante la guerra allo SIIL, le equazioni sarebbero cambiate una volta terminata la guerra. Va detto che anche tra i ranghi dei partigiani della Siria e dell’Asse della Resistenza, alcuni non hanno capito la funzione del processo di Astana che si concentra sull’allentamento di dozzine di fronti per eliminare lo SIIL e dare alla Turchia e ai gruppi armati che sostiene l’opportunità di adattarsi ai cambiamenti. Pertanto, la battaglia d’Idlib pone la Turchia di fronte a una delle due opzioni: rivivere la sconfitta di Aleppo o rispettare gli accordi di Astana e, inevitabilmente, perseguirli a Sochi, sapendo che in questa battaglia la Russia non è un mediatore ma un partecipe. Infatti, le sue basi militari in Siria sono state attaccate da droni lanciati da gruppi di cui la Turchia è garante diretta, ed è Mosca che invita al dialogo di Sochi contro cui la Turchia guida la sua guerra d’ostruzionismo” [10]. Poiché lo scopo del processo di Astana è chiarito, Nasir Qandil passava al processo successivo, con un breve titolo: Idlib o Sochi? “Quando il piano di Erdogan di rafforzare i gruppi armati sotto il suo comando per lanciare un contrattacco contro l’Esercito arabo siriano ed alleati si è concluso in un clamoroso fallimento, con tutti i villaggi invasi in un giorno, propose al presidente russo di fermare l’offensiva su Idlib contro il successo del “Congresso nazionale siriano” a Sochi, con la partecipazione della Turchia e dei rappresentanti dei ribelli moderati senza precondizioni. Questo perché Erdogan immaginava di aver risparmiato tempo grazie al processo di Astana e di poter ancora riciclare Jabhat al-Nusra a favore del Congresso di Sochi. Quindi non si è reso conto che se fosse stato accettato come garante dell’Accordo tripartito di Astana, nonostante la sua leggendaria doppiezza (e senza l’opposizione del governo siriano), non lo fu per la sua grande intelligenze, ma perché siriani, russi ed iraniani avevano bisogno di allentare per porre fine militarmente allo SIIL, e una volta raggiunto l’obiettivo, reagire alle sue vere intenzioni. Rispettando gli impegni, la partnership sarebbe continuata. Non li ha rispettati, e l’offensiva su Idlib non può aspettare. E oggi alcun fronte è più importante di quello di Idlib, l’equazione prioritaria è: Idlib e Sochi, niente Idlib o Sochi, o scelta tra liberazione d’Idlib e perdita di Sochi. Pertanto, Erdogan non ha altra scelta che accettare la liberazione di Idlib e il successo di Sochi o essere espulso dalla soluzione in Siria. Queste sono le condizioni della coalizione siriano-iraniano-russa, non potendo giocare da solo e non avendo più un posto nella coalizione statunitense…” [11]. Detto questo, l’ottimismo di Qandil non gli impedisce di ammettere che: “La regione è sull’orlo del precipizio, mentre la scena siriana dice che le linee rosse, tracciate nella valle dell’Eufrate e altrove dall’amministrazione USA, non contano; chi s’imbarca alla riconquista dell’aeroporto di Duhur non tiene conto di ciò che statunitensi, sauditi e israeliano considerano linea rossa turca che siriani ed alleati non oserebbero attraversare, ed eccoli invece attraversarla; e che domani attraverseranno la valle dell’Eufrate liberando Raqqa dopo Idlib. Quindi, Washington sceglierà la guerra o si adatterà come spesso fa? In un caso come nell’altro, l’Asse della Resistenza non scommette né predice, ma decide. E la decisione della Siria e dei suoi alleati è continuare ad andare avanti, di porre fine a Jabhat al-Nusra (e SIIL), poi alla sacca curda nel nord della Siria, prima di aprirsi la strada al processo di Sochi; non alle manovre del processo di Ginevra” [12]. A questo punto, sembra utile sottolineare che il processo di Sochi, politicamente di parte come quello di Astana agli occhi di Macron, dovrebbe ospitare circa 1500 personalità siriane di ogni sensibilità, anche rappresentanti dei partiti curdi, nonostante l’opposizione della Turchia, che non può più fingere minacce alla propria sicurezza nazionale per prolungare l’invasione del territorio siriano, e che dicono: purché non mettano in dubbio la legittimità del governo siriano ed unità ed integrità della Siria. Per come Washington reagirà, la risposta è stata rapida, poiché il servizio di comunicazione della Coalizione, guidato dagli Stati Uniti e che normalmente coinvolge Francia e Turchia, ha confermato la creazione di una presunta “Forza di sicurezza delle frontiere” [13] nel nord della Siria, che sarà sotto l’autorità delle SDF e, presumibilmente, dei residui di SIIL e consorelle. In tali circostanze, resta da vedere se il neo-tandem franco-turco continuerà e, soprattutto, quale processo di pace in Siria pretende di attuare Macron.Fonti:
[1] Diplomazia/Eventi Francia 2018/Prima pagina questo 11 gennaio
[2] “Abbiamo vinto a Raqqa”, dice Emmanuel Macron ad Abu Dhabi
[3] Intervista esclusiva di Emmanuel Macron a “20 heures” di France 2
[4] Conferenza stampa di Emmanuel Macron e Recep Tayyip Erdogan
[5] ركيا وفرنسا ثنائي جديد
[6] سورية تستهجن تبني الخارجية الفرنسية ادعاءات تنظيم (جبهة النصرة) الإرهابي
[7] استديو الحدث | رانيا عثمان
[8] بين قوسين | المنار
[9] Lavrov si riferisce al principale nemico in Siria aiutato “dall’estero”
[10] ستانة
[11] إدلب أم سوتشي
[12] حافة الهاوية
[13] Siria: curdi per formare una forza di confine con la coalizione internazionale

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria: Tillerson annuncia l’occupazione ed Erdogan fa vuote minacce

Moon of Alabama

Da alcuni giorni la Turchia minaccia d’invadere Ifrin, cantone curdo nel nord-ovest della Siria. La minaccia non è seria: Ifrin è per lo più montuosa. Immagini dalla Turchia mostravano lo sbarco di carri armati presso Ifrin, ma in Turchia. Questi erano vecchi carri armati M-60, leggermente migliorati da Israele, ma possono essere eliminati dai moderni razzi anticarro RPG e certamente dai missili anticarro (ATGM). I carri armati verrebbero distrutti se entrassero nel difficile terreno di Ifrin. Vi sono decine di migliaia di combattenti curdi e sono ben armati. Ifrin è sotto la protezione formale delle forze russe e siriane. Il vero pericolo per la Turchia non è Ifrin, ma il protettorato curdo molto più grande che gli USA annunciavano nel nord-est della Siria. Le minacce e il rumore dell’artiglieria turca hanno suscitato rumori dalla Siria e consigli più silenziosi dalla Russia. Il governo siriano vuole dimostrare di proteggere i cittadini siriani, arabi o curdi. La Russia è orgogliosa del ruolo di adulto che calma le parti. I due problemi reali per l’aspirante sultano Erdogan sono:
– il prossimo incontro dell’opposizione e dei partiti di governo siriani a Sochi e
– il sostegno degli Stati Uniti ai terroristi del PKK/YPG nel nord-est della Siria.
La Russia ha voluto invitare diversi partiti curdi, incluse le YPG, al grande incontro di Sochi. La Turchia respinge qualsiasi inclusione ufficiale dei curdi come entità costituente distinta. La Russia porrà la questione invitando alcune personalità d’etnia curda che parteciperanno in “qualità di privati”. Il secondo problema è emerso solo a causa della spacconata del CentCom e della politica statunitense scoordinata e fasulla: “Domenica scorsa, la coalizione militare a guida statunitense che combatteva lo Stato islamico, dichiarava strombazzando la creazione della “Forza di sicurezza delle frontiere” di 30000 persone. Ma l’annuncio, che ha scatenato le denunce turche, sorprese i funzionari di Washington, che mercoledì affermavano che la dichiarazione della coalizione era fuorviante, e il Pentagono rilasciava una dichiarazione per cercare di calmare i turchi. “Non si tratta di un nuovo “esercito” o convenzionale “forza di guardia di frontiera”, affermava la dichiarazione del Pentagono”. Non era la prima volta che il Comando Centrale del Medio Oriente agiva in modo apertamente aggressivo senza considerarne l’impatto strategico. La Turchia è un membro della NATO e annunciare l’installazione di una forza terroristica per proteggere un confine esterno della NATO è semplicemente pazzesco. Per anni il Pentagono ha ceduto troppo il guinzaglio al CentCom e deve riprenderlo. La forza della “guardia di frontiera” è stata rinominata forza di sicurezza interna che assicurerà che nessuno dei terroristi dello SIIL in zona, che Washington mantiene diligentemente vivo nell’est della Siria, fugga oltre confine sottraendosi ai prossimi incarichi.
Il segretario di Stato Tillerson annunciava la “nuova” posizione ufficiale degli Stati Uniti in Siria. Essenzialmente riassumendo la posizione dell’amministrazione Obama, vecchia e priva di senso: “Parlando ad un importante indirizzo sulla politica siriana ospitato dall’Istituto Hoover dell’Università di Stanford, Tillerson elencava sconfitta di al-Qaida, spodestamento dell’Iran e assicurazione di un accordo di pace che escluda il Presidente Bashar al-Assad, come obiettivi della presenza in Siria di 2000 soldati statunitensi dispiegati nell’angolo controllato dai curdi della Siria nord-orientale”. (Il numero reale di truppe statunitensi in Siria è 5000 soldati e altrettanti mercenari). Altri ascoltatori hanno rilevato ambizioni ancora più ampie: “Gli Stati Uniti hanno cinque obiettivi chiave in Siria, affermava Tillerson. Assicurarsi che Stato islamico ed al-Qaida non riemergano più; sostenere il processo politico guidato dalle Nazioni Unite; diminuire l’influenza dell’Iran; assicurarsi che il Paese sia privo di armi di distruzione di massa; e aiutare i rifugiati a tornare dopo anni di guerra civile”. Obiettivi che si escludono a vicenda. A Ginevra non accadrà nulla finché qualcuno insiste nel rimuovere il Presidente Assad. Al-Qaida e SIIL in Siria sono una conseguenza dell’azione degli Stati Uniti e della loro presenza (coperta) nel Paese. L’Iran attualmente ha poca presenza ed influenza limitata in Siria. Aumenterebbe solo se gli Stati Uniti tentassero di attaccare il governo siriano. I rifugiati non torneranno finché gli Stati Uniti minacciano d’infiammare nuovamente la guerra. Devo ancora leggere un analista che creda che l’amministrazione statunitense possa raggiungere i desiderata annunciati. È una sfortunata politica “fare qualcosa” che fallirà quando la resistenza sul campo aumenterà e i costi politici dell’occupazione diverranno evidenti. I curdi delle YPG nel nord-est, che hanno accettato l’occupazione, ne sopporteranno le conseguenze. Tutte le altre parti coinvolte in Siria li riterranno responsabili. Per ora il nuovo annuncio e la pessima presentazione hanno solo aiutato Erdogan a ricorrere di nuovo alle sue follie. Niente di tutto ciò avrà conseguenze serie.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Nella fornace: la guerra ai terroristi e il dilemma curdo

Ziad Fadil, Syrian Perspective 17 gennaio 2018Tutti gli occhi sono puntati su Idlib oggi e sulla retromarcia statunitense nel nord-est. La strategia del governo siriano delle tregue con i terroristi e offrirgli passaggio sicuro a Idlib, dove sono ammucchiati, paga. Ciò che sorprende è che così tanti capi terroristi non vedevano ciò. Oggi, anche con la collusione turca, i terroristi si preparano alla loro apocalisse. Come descrivono i propagandisti del terrorismo, “è la più violenta campagna aerea che abbiamo mai visto in Siria!” Oh, sorpresa! Il fatto che non possano immaginare che ciò accadasse è un buon segno dell’ingenuità del nemico. Era ovvio a tutti i lettori che sarebbe successo. La Turchia è in conflitto su questo stratagemma siriano-russo-iraniano. Mentre valutano le relazioni con Russia ed Iran, i turchi non sono disposti a rompere con la loro Assadofobia. Può darsi che si vergognino d’aver promosso così apertamente la guerra, ma ora non vedono via d’uscita se non aggrapparsi ai soliti mantra che ne giustificavano il coinvolgimento nella propagazione del terrore nella Mezzaluna Fertile, persistendo a prolungare la guerra contro Damasco. I turchi e la loro politica estera sono alla deriva in un mare di contraddizioni. Erdoghan, per quanto dettomi, sarebbe infuriato dalle mosse sioniste su Gerusalemme ispirate dalla follia di Trump. Erdoghan sarebbe irritato dalla riluttanza degli Stati Uniti ad estradare Fethullah Gulen in Turchia per processarlo per sedizione e tradimento, per non parlare del coinvolgimento nel tentativo di rovesciare il governo di Ankara. Erdoghan è infuriato dal sostegno degli Stati Uniti alle SDF curde, gruppo che i turchi identificano con il PKK con cui combattono un’infinita insurrezione che mira a creare uno Stato curdo in Turchia. Ha punito Stati Uniti e NATO acquistando il sistema antiaereo S-400 dalla Russia. Erdoghan è infuriato dagli sforzi dell’Arabia Saudita per punire il Qatar accoccolatosi con l’Iran. Ha inviato truppe in Qatar per aiutarlo a difendersi se i sauditi decidessero di ripetere un altro svarione ai propri confini. Erdoghan è infuriato dall’ostilità di sauditi ed Egitto verso i Fratelli musulmani, gruppo di cui si dice appartenga o sostenga con tutto il cuore. È ancora più infuriato per il maltrattamento da parte dell’Egitto dei funzionari e truppe di Hamas, tentativi di Cairo di smussare le capacità militari di Hamas, distruggendo tunnel, sequestrando armi e uccidendo pescatori. Hamas è, naturalmente, un ramo della Fratellanza musulmana. Erdoghan è seccato con tutti, ed addirittura infuriato dalla resilienza del Dr. Assad. Erdoghan è anche arrabbiato dalla massiccia operazione militare volta a sterminare l’intera struttura di al-Qaida ad Idlib. Ha inveito contro i bombardamenti delle basi di al-Qaida da parte della Siria, etichettandole come “omicidio di civili”. L’esercito turco avrebbe aiutato i terroristi di al-Qaida nella controffensiva per fermare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano sulla base aerea di Abu Dhuhur. L’avanzata è ricominciata e l’EAS ha riconquistato tutti i villaggi persi col contrattacco terroristico-turco.
Bene, è semplicemente un peccato. E non ha senso coinvolgere il proprio Paese in uno sforzo perso per mantenere i gruppi terroristici di Idlib mentre taglia i legami con statunitensi ed europei. Non so cosa Macron pensi ora, ma deve essere una qualche maledizione per l’arrivo di uno squinternato come Trump e del lunatico Erdoghan in ciò che sarebbe un mondo razionale. Erdoghan non lo percepisce, ma le sue opzioni diminuiscono ad ogni mossa. Ora minaccia d’invadere la Siria nord-orientale per reprimere il consolidamento del piano statunitense per creare uno Stato curdo (ricordate il mio post sull’argomento). Se lo fa, ordinerà alle sue forze di sparare a un altro membro della NATO, gli Stati Uniti, che ha oltre 10000 soldati sul campo ad aiutare i curdi a creare i requisiti per uno Stato. È in corso un disastro. Ogni volta che gli Stati Uniti sviluppano piani molto intelligenti, già s’immaginano impantanarsi in una nuova guerra oltreoceano. Ho informazioni sul fatto che il piano per istituire uno Stato coloniale curdo nel nord-est sia stato suggerito dall’entità sionista. Secondo la mia fonte, il Mossad sviluppò il piano su ordine di Mileikowski (alias Netanyahu) per dare agli statunitensi la possibilità di smorzare la rapida avanzata dell’influenza iraniana nella regione. Ora sappiamo che il nuovo Kurdistan a nord e l’infinito addestramento nel sud ad al-Tanaf, hanno lo scopo di ricacciare gli sforzi dell’Iran per proiettare la potenza economica estendendo un gasdotto attraverso la Siria al Mediterraneo e la potenza militare da Iraq e Siria al Sud del Libano, il territorio di Hezbollah. Non ci può essere piano più folle di questo. E se gli Stati Uniti contano sulla Turchia per completarlo, aiutando continuamente e favorendo i terroristi di Hayat Ahrar al-Sham (leggi: al-Qaida), tale aspettativa appare in sostanza un’illusione. I turchi si allontanano sempre più dalla NATO e hanno scarso rispetto degli Stati Uniti, come ho già scritto. Dal 2015 hanno chiuso i confini con i siriani ad Idlib. Hanno rafforzato i controlli sui rifornimenti ai terroristi di al-Qaida. L’unica cosa che non hanno fatto è fermare i contrabbandieri che consegnano il dovuto ai teppisti che popolano Idlib. È così che i terroristi poterono fabbricare i droni che attaccarono la base russa di Humaymim. Lo Stato che gli ha dato i piani della base è chiaramente quello dei coloni sionisti. La Russia reagì rapidamente contro i terroristi colpendone la fabbrica ed eliminando i responsabili della fabbricazione e progettazione dei droni. L’intelligence che identificò la posizione della fabbrica, secondo quanto riferito, proveniva dalla Turchia. E la vendetta russa è molto dolce.
Il bombardamento dell’Aeronautica siriana su Idlib s’intensifica esponenzialmente, come ammettono i propagandisti dei terroristi. L’Aeronautica siriana è stata rinnovata e modernizzata al 100%. L’esercito è molto più forte. Anche con il sistema anticarro TOW di fabbricazione statunitense, i terroristi non hanno possibilità perché gli ingegneri siriani hanno sviluppato i Sarab 1 e 2 che hanno efficacemente neutralizzato i TOW. Senza nuove tecnologie, i terroristi semplicemente aspettano i loro ultimi istanti. L’Arabia Saudita ha cessato i finanziamenti ad al-Qaida guidata da Muhaysini. Non ci sono contrabbandieri con valigette piene di soldi per pagare gli stipendi dei terroristi, le cui famiglie sono ora personaggi addolorati di una tragedia greca che si dispiega in modo orribile ogni giorno. Con un’Europa che non li accetta, il contrabbando ha una rapida ripresa con le famiglie che spendono ogni gioiello per passare in Grecia e, si spera, Europa. Non riesco ad immaginare uno scenario più disperato di quello che affrontano tali disgraziati. È solo questione di tempo. Gli statunitensi hanno dato i MANPAD al PKK. Ciò renderà Erdoghan davvero felice. Si dice già che l’offensiva turca ad Ifrin inizierà il 17 gennaio 2018. Spero che curdi e turchi si facciano saltare a vicenda. Prego per uno scontro sanguinoso che insegni ai turchi cosa significa sostenere il terrorismo e ai curdi il tradimento. Nel frattempo, un altro dramma si svolge nel Ghuta orientale. L’esercito dell’Islam riceve ancora gli stipendi dai sauditi. Ma, a quanto ho capito, i sauditi hanno dato un limite ai fratelli al-Lush. Gli è stato detto di negoziare a Ginevra o a Sochi o di restarne fuori. Non si creda alle assurdità spacciate dai notiziari falsi su quanto siano popolari i terroristi nel Ghuta. Non sono popolari, sono tollerati da una popolazione ferita. È stato deciso di schiacciare i terroristi con la forza aerea. Osservate attentamente la posizione presa da al-Lush a Sochi: prevediamo l’improvviso abbandono delle trincee e l’accettazione della leadership del Dr. Assad. Non hanno altra scelta. E c’è così poco tempo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Può sopravvivere il nuovo Stato-fantoccio degli USA in Siria?

Elijah J. Magnier, 15/1/2018Oggi è chiaro che le forze statunitensi rimarranno e occuperanno il nord-est della Siria dove i curdi di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, insieme a tribù arabe, hanno il controllo. Washington dichiarava la formazione di 30000 agenti per “difendere i confini” di questo “Stato nello Stato” appena dichiarato. La domanda è: può tale occupazione durare a lungo? E questa domanda ne pone un’altra fondamentale: uno Stato “curdo” può sopravvivere? Non c’è dubbio che gli Stati Uniti non vogliano lasciare la Siria e che la Russia estenda presenza e controllo, a patto che ci sia la possibilità che Washington disturbi e riduca l’influenza di Mosca nel Levante. Dichiarandosi forza di occupazione e quindi la volontà di formare uno “Stato per procura”, la posizione USA giustifica (a sé stessi ma non al popolo statunitense, né al mondo) la presenza finché ritenga opportuno abbandonare i curdi e lasciarli al loro destino. Gli Stati Uniti usano come scusa la presenza iraniana sul territorio siriano e l’ossessione di limitare il controllo di Teheran su Damasco. Non vi è alcun dubbio che le forze statunitensi possano badare ai loro interessi nel territorio occupato dalla Siria e impedire che una forza regolare possa avanzare. Tuttavia, la sicurezza dei loro soldati dipende dall’ambiente in cui si trovano, in questo caso un ambiente totalmente ostile dentro e fuori. Gli attacchi contro le forze statunitensi e i loro agenti curdi non sono affatto esclusi. Questo quando gli Stati Uniti dovranno ripensare la necessità di una presenza in un territorio di recente occupazione, così lontano da casa e in cui le vite statunitensi possono essere perse in cambio di alcun beneficio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’Iran ha una lunga esperienza nel combattere le forze statunitensi in Medio Oriente, dove i gruppi iracheni, sponsorizzati e addestrati dall’Iran, sono riusciti a infliggere ingenti danni all’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003 e molto prima, quando la Repubblica Islamica era giovane, nel 1983, i gruppi filo-iraniani colpirono i marines statunitensi in uno dei più grandi attacchi contro forze illegittimamente impegnati nella guerra civile libanese. Naturalmente, anche le forze statunitensi hanno acquisito esperienza nella lotta agli attori non statali. Ciononostante, questa esperienza non gli eviterà gravi danni, probabilmente costringendo al ritiro prima o poi. Il piano di occupazione statunitense ha molte carenze. Le 30000 forze curde dovrebbero:
– Proteggere i confini da Qamishlu a Yarubiya-Buqamal, contro l’Esercito arabo siriano ed alleati. Damasco ha già respinto le forze di occupazione statunitensi dichiarando che i curdi che collaborano con le forze di occupazione sono traditori.
– Proteggere i confini di al-Hasaqah, Ayn al-Arab, Tal Abiyad, Manbij con una Turchia che ha dichiarato guerra ai curdi e minacciato di distruggerli e d’impedire a tutti i costi uno loro Stato ai suoi confini. Ankara non starà a guardare. Quasi ogni giorno, il presidente turco Recep Tayyeb Erdogan minaccia di invadere i territori controllati dai turco-curdi e bombardare le province confinanti.
– Proteggere i lunghi confini con l’Iraq, dove le Unità di Mobilitazione Popolare sono pronte ad aiutare qualsiasi gruppo (tranne lo SIIL) disposto a scacciare le forze statunitensi dai confini iracheni, in particolare l’ultima sacca dello SIIL proprio al confine Siria-Iraq. Nonostante il controllo dei confini, c’è molto scontento nel vedere lo SIIL sul lato siriano dei confini protetto dagli Stati Uniti, consapevoli che Washington, non volendo porre fine al gruppo, permette a migliaia di terroristi di fuggire da Raqqah per usarli per “influenzare” i governi iracheno e siriano. Nonostante l’apparente impegno degli Stati Uniti per la stabilità dell’Iraq, Baghdad non vede alcuna giustificazione nella protezione degli Stati Uniti dello SIIL nell’enclave nel nord-est della Siria, un gruppo in grado di attraversare i confini in cui ha vissuto per anni e dove sa come muoversi. Gli Stati Uniti possono usare la propria esperienza acquisita in Iraq e in altre parti del mondo islamico per comprarsi la lealtà delle tribù locali, come i “Sahwa” iracheni. L’Arabia Saudita è disposta a ricostruire le aree danneggiate, nonostante la propria crisi finanziaria, assecondando le richiesta degli Stati Uniti, ed è disposta a finanziare e equipaggiare le tribù arabe di al-Hasaqah e Dayr al-Zur. Ma chi vende la fedeltà a qualsiasi acquirente può anche farsi comprare dagli avversari, come è accaduto in Iraq. Dopotutto, le tribù arabe nel nord-est della Siria fanno parte delle stesse tribù dell’Iraq.
– Proteggersi da dispute e lotte intestine tra i curdi fedeli a Damasco e i separatisti, e dagli attacchi IED e tattiche mordi e fuggi delle tribù arabe disposte a sostenere il governo siriano per liberare il territorio e destabilizzare le province curde.
– Proteggere un vasto territorio, circa 39500 kmq. Ciò significa un militante ogni 1,3 kmq per proteggere province circondate da nemici e forze non disposte a consentire la creazione di tale “Stato nello Stato”, qualunque sia la superiorità aerea statunitense e i droni che non lasciano mai i cieli della zona.
I curdi di al-Hasaqah (vi sono grandi concentrazioni curde ad Ifrin e Aleppo che non vogliono dividersi da Damasco) si trovano in una posizione scomoda sotto la protezione degli Stati Uniti, un alleato noto per aver abbandonato gli “amici” quando non servivano più. In definitiva, Damasco non accetterà l’occupazione statunitense del proprio territorio e combatterà un nemico considerato più grande e pericoloso della Turchia, che pure occupa territorio siriano. Alcuni osservatori ritengono che gli Stati Uniti potrebbero aver deciso di abbandonare la Turchia per proteggere e mantenere gli agenti curdi disposti a schierarsi col migliore alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Arabia Saudita, e l’alleato strategico Israele. Questo punto di vista è debole perché l’amministrazione statunitense è consapevole che i curdi non possono sostenere tale enclave per molto e che i Paesi circostanti attenderanno il momento giusto (da uno a dieci anni) per rimuovere la minaccia dai rispettivi confini. Damasco non abbandonerà le province ricche di risorse energetiche di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, e i suoi alleati supporteranno la cacciata delle forze statunitensi con mezzi militari dalla Siria. Gli alleati di Damasco hanno già addestrato e condiviso l’esperienza in guerriglia con diversi gruppi siriani, pronti ad impedire il ritorno dello SIIL e a rivendicare le alture del Golan occupate nel sud e la Siria nord-orientale. In questo momento, Damasco vede il pericolo più grave in al-Qaida (l’Hayat Tahrir al-Sham ha oltre 10000 terroristi) e nello SIIL. Certo, il governo siriano chiederà sempre il ritiro delle forze turche anche se Russia e Turchia sono alleati necessari. Il presidente turco cerca di rimanere, mantenendo un piede nel campo statunitense e l’altro in quello russo, non vuole perdere entrambi e continuare a beneficiare delle due superpotenze che condividono interessi militari ed economici vitali con Ankara (e viceversa). Erdogan può anche contare sul rifiuto di Damasco dello “Stato curdo nello Stato”, come obiettivo comune dei due Paesi anche senza un’alleanza e nonostante la dichiarata reciproca animosità dei presidenti Erdogan e Assad. La Russia, da parte sua, farà del suo meglio per sostenere Erdogan e, contemporaneamente, stringere legami coi curdi di Ifrin, nella speranza che i curdi di Ifrin e al-Hasaqa si parlino e si accordino su cosa affrontare, il giorno in cui gli Stati Uniti decideranno di ritirarsi dalla Siria.
L’amministrazione USA ancora una volta s’infila in un vespaio, pensando (se è la parola giusta) coi muscoli militari piuttosto che intelligentemente, ad assicurarsi gli interessi in Siria, fingendo di dimenticare che il suo potere militare “onnipotente” si rivelò inutile in Libano, Afghanistan e Iraq. Com’è possibile che l’amministrazione Trump possa credere che sia possibile avere successo in Siria? Gli USA ignorano i fatti.Traduzione di Alessandro Lattanzio