Il governo siriano è essenziale alla stabilità regionale

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 14 novembre 20143879548-3x2-940x627Il governo della Siria continua a lottare tenacemente contro nazioni e jihadisti internazionali che cercano di distruggere il tessuto secolare del Paese del Presidente Bashar al-Assad. In realtà, ciò significa che le grandi potenze del Golfo e NATO, insieme ai jihadisti internazionali, cercano la grande destabilizzazione. Dopo tutto, l’ingerenza delle potenze del Golfo e NATO in Afghanistan, Iraq e Libia ha prodotto caos, settarismo, terrorismo, instabilità, scomparsa del controllo centrale, odio religioso, sottomissione delle donne e altre realtà negative, come l’ascesa dell’eroina in Afghanistan. Pertanto, senza ombra di dubbio, gli stessi petrodollari del Golfo e delle potenze occidentali sono impiegati per creare Stati falliti. Contro tutte le probabilità, il governo del Presidente Assad dimostra che non tutti gli Stati nazionali indipendenti possono essere schiacciati, anche se instabilità grave persiste in alcune parti della nazione per via dell’ingerenza estera. In effetti, la barbarie assoluta dell’esercito libero siriano (ELS) e di vari altri gruppi terroristici non riguarda le potenze NATO e del Golfo. Ciò può essere indicato chiaramente, perché anche davanti alle immagini di decapitazioni, impiccagioni, stupri delle minoranze religiose, di bambini cui viene insegnato a decapitare e squartare soldati prigionieri siriani, le stesse nazioni continuano a finanziare, addestrare e cospirare con tali forze brutali. Tuttavia, quando un paio di ostaggi occidentali vengono decapitati e cristiani e yazidi venduti come schiavi dal SIIL in Iraq (rapporti affermano atti simili in Siria contro vari gruppi), sono costrette al ripensamento alcune nazioni coinvolte nella destabilizzazione della Siria. Naturalmente, tale realtà non sembra riguardare Francia, Quwayt, Qatar, Turchia e Arabia Saudita. Tuttavia, fedele alla confusione di massa che attanaglia il governo del presidente Obama, mentre alcuni attacchi aerei avvengono contro il SIIL (Stato islamico dell’Iraq e Siria – Stato islamico/SI), ne lascia comunque intatte le roccaforti, per esempio Raqa in Siria, lo stesso ordine del giorno anti-siriano è vivo e vegeto nei corridoi del potere a Washington. Francia, Quwayt, Qatar, Arabia Saudita e Turchia continuano ad agitarsi contro la laica Siria. Ciononostante SIIL, Nusra e altre forze terroristiche e settarie continuano la pulizia etnica contro curdi e minoranze religiose come cristiani, alawiti, shabaq (in Iraq) e altri. Verso la minoranza sciita in Siria e la maggioranza sciita in Iraq, i taqfiri e altre forze islamiste sunnite settarie continuano a massacrarle con gioia dichiarata. Nonostante tale realtà, le potenze NATO e del Golfo recitano ancora il mantra che la Siria laica del Presidente Assad debba essere sconfitta. E’ difficile capire perché le potenze occidentali ancora una volta cerchino di distruggere uno Stato laico che tutela tutte le fedi religiose e dà un respiro tanto necessario ai cristiani della regione. Nonostante ciò, le principali potenze occidentali sono schierate con la Turchia e la sua storia anti-cristiana, e l’Arabia Saudita laddove non una sola chiesa cristiana è permessa. In altre parole, le forze del settarismo e della xenofobia sono sostenute contro la nazione indipendente della Siria che permette a tutte le comunità religiose di coesistere sotto il suo controllo. Ovviamente, le minoranze religiose come i cristiani di Siria fuggono da SIIL, Nusra, ELS e altri gruppi settari e terroristi supportati dalle diverse potenze NATO e del Golfo.
Chuck Hagel, segretario alla Difesa degli USA, evidenzia la grave confusione dell’amministrazione Obama, osservando: “Basta trattare con Assad, come ora… così non metteremo da parte il SIIL“. Hagel proseguiva affermando: “Potremmo cambiare Assad oggi, ma ciò non cambia le cose… con chi sostituire Assad? Che tipo di esercito può affrontare il SIIL?” Quanto sopra evidenzia chiaramente che non si ha alcuna soluzione rapida, perché Hagel indica che solo un futuro peggiore attende una Siria dominata da forze terroristiche e settarie esistenti. Purtroppo, la logica conclusione non viene colta, perché sicuramente è nell’interesse della stabilizzazione della Siria fermare il supporto degli Stati anti-siriani a caos e massacri dei barbari settari. Ma la grave confusione nei corridoi del potere a Washington continua, perché invece di cercare di risolvere la crisi fermando l’ingerenza esterna, Washington risponde sostenendo ancora le cosiddette forze moderate, inesistenti al di fuori delle Forze armate siriane che proteggono il mosaico nazionale. Il capo di stato maggiore statunitense Martin Dempsey, evidenza tale confusione affermando: “...la nostra strategia è rafforzare l’opposizione moderata al punto da poter, in primo luogo, difendere e controllare i propri territori e poi riprendersi le aree perdute per mano del SIIL, ed infine, avendo sviluppato capacità e forza, creare le condizioni per una soluzione politica in Siria“. In altre parole, il governo siriano continua ad essere attaccato dai fantocci degli USA per l’ulteriore indebolimento dello Stato centralizzato. Tale realtà significa che uno scenario da Afghanistan, Iraq e Libia aspetta la Siria se il governo di questa nazione sarà sconfitto. Pertanto, la follia persiste negli USA e negli altri potenti membri della NATO come Francia, Turchia e Regno Unito; cioè tali nazioni sono alleate alle potenze del Golfo che sostengono terrorismo, settarismo e grave instabilità nel Levante e Iraq. Dopo tutto, molti potenti capi jihadisti in Siria provengono da nazioni come l’Arabia Saudita, così come cittadini soprattutto sauditi causarono l’11 settembre; tale realtà equivale a follia. E’ evidente che le nazioni estere provocavano, e continuano provocare, carneficina e caos totale che affliggono Afghanistan, Iraq e Libia. Le stesse forze dell’instabilità operano in Siria, ma questa volta è chiaro che la barbarie tramonta mentre scattano i campanelli d’allarme in altre nazioni illuse dalle stesse menzogne. Pertanto, la stabilità di Levante e Iraq dipende dalla sopravvivenza del governo e delle forze armate siriani. Altrimenti un altro Stato destabilizzato da terrorismo, distruzione delle minoranze religiose, sottomissione delle donne, povertà di massa e altre realtà brutali danneggerà le generazioni future.

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1331939220-rally-pro-assad-on-the-anniversary-of-the-syrian-uprising_1108034562d82bc25420df048e4febb0dc75c28_articleTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iran e la guerra per procura in Kurdistan

Eric Draitser New Eastern Outlook 16/10/2014

tumblr_mqep8m3Mwo1s6c1p2o1_1280Nella guerra contro il SIIL (Stato islamico) che si svolge in Iraq e Siria, un eventuale cambio di alleanze, che potrebbe modificare sostanzialmente l’equilibrio di potere nella regione, si svolge senza che nessuno sembri notarlo. In particolare, il rapporto nascente tra Repubblica islamica dell’Iran e regione semi-autonoma del Kurdistan del nord dell’Iraq può mutare il panorama politico del Medio Oriente. Naturalmente, un tale sviluppo è parte di una più ampia azione geopolitica dall’Iran, e avrà conseguenze significative per tutti gli attori regionali. Tuttavia, Turchia, monarchie del Golfo e Israele avranno più da perdere da tale sviluppo. Mentre l’Iran ha vecchie controversie con elementi della propria minoranza curda, ha palesemente preso l’iniziativa di favorire i curdi iracheni nella guerra contro gli estremisti del SIIL. Come il presidente curdo Massud Barzani ha spiegato a fine agosto, “La Repubblica islamica dell’Iran è stato il primo Stato ad aiutarci… fornendoci armi e attrezzature”. Questo fatto da solo, insieme ad accuse plausibili anche se non confermate, del coinvolgimento militare iraniano nell’Iraq curdo, dimostra chiaramente l’alta priorità che Teheran concede alla cooperazione con il governo di Barzani e il popolo curdo nella lotta ai militanti filo-sauditi e filo-qatariori del SIIL. La domanda è perché? Cosa spera di ottenere l’Iran da un coinvolgimento in questa lotta? Cosa rischia di perdere? E come potrebbe cambiare la regione?

L’equazione iraniana
Mentre molte sopracciglia si aggrottano sul coinvolgimento iraniano al fianco dei curdi nella lotta contro il SIIL, forse non dovrebbe sorprendere. Teheran ha costantemente puntellato le sue relazioni con Irbil, sia come genuino desiderio di formare un’alleanza che come contromisura alla cacciata dell’alleato e partner ex-primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi. Dalla guerra statunitense in Iraq iniziata nel 2003, e soprattutto dopo che le truppe statunitensi l’hanno lasciato nel 2011, l’Iran si è posizionato come attore chiave, e per certi versi dominante, in Iraq. Non solo aveva un’influenza significativa con Maliqi e il suo governo, ma vedeva l’Iraq come opportunità per spezzare l’isolamento imposto da Stati Uniti, Unione europea e Israele per il controverso programma nucleare. Per l’Iran, l’Iraq di Maliqi era un ponte fisico (collegando l’Iran ai suoi alleati Siria e in Libano meridionale) e politico (da intermediario nei negoziati con l’occidente). Inoltre, l’Iraq di Maliqi doveva essere il fulcro di una nuova strategia economica che includeva il proposto gasdotto Iran-Iraq-Siria, un progetto che avrebbe fornito all’Iran accesso al mercato europeo dell’energia, consentendo così alla Repubblica islamica di togliere al Qatar il dominio regionale nell’esportazione del gas all’Europa. Inoltre, l’Iraq era in prima linea nella continua lotta dell’Iran contro i gruppi terroristici filo-occidentali, il più infame dei quali è il Mujahidin-e-Khalq (MeK). Fu il governo di Maliqi che chiuse Camp Ashraf, la base da cui il famigerato MeK operava conducendo una continua guerra terroristica contro l’Iran. Naturalmente non è un segreto che il MeK sia il beniamino della dirigenza neocon, lodato da quasi ogni architetto, supporter e attuatore della guerra in Iraq di Bush. Visto così, l’Iraq era una necessità economica e politica per l’Iran, che non poteva semplicemente far scivolare di nuovo nell’orbita di Washington. E così, con l’emergere del SIIL e il conseguente rovesciamento del governo Maliqi tramite pressioni e propaganda globali occulte, che lo ritraevano come un dittatore brutale pari a Sadam Husayn, l’Iran chiaramente dovette ricalcolare la propria strategia. Sapendo di non poter fidarsi del nuovo governo di Baghdad, più o meno scelto dagli Stati Uniti, Teheran vede chiaramente una nuova opportunità nel Kurdistan.

Perché il Kurdistan?
Mentre gli imperativi per l’Iran ad impegnarsi in Iraq sono chiari, rimane la domanda su ciò che specificamente il Kurdistan offre a Teheran come necessità strategica e geopolitica della proiezione di potenza. Per capire il movente iraniano, si deve esaminare come curdi e Kurdistan rientrano nelle relazioni nazionali ed internazionali dell’Iran. Prima di tutto l’Iran, come Iraq, Siria e Turchia, ospita una considerevole minoranza curda costantemente manipolata da Stati Uniti e Israele, ed usata come pedina nella partita a scacchi geopolitica con la Repubblica islamica. Con il caos in Iraq e Siria, e la continua oppressione ed emarginazione della minoranza curda in Turchia, sembra che un Kurdistan indipendente che possa modificare sostanzialmente la mappa regionale sia una possibilità sempre più praticabile. Quindi, al fine di evitare ogni possibile destabilizzazione curda dell’Iran e del suo governo, Teheran sembra aver iniziato un alleanza, invece che di contrastare, con gli interessi curdi in Iraq. Probabilmente l’Iran vede in questa alleanza un tacito, se non palese, accordo che una qualsiasi indipendenza curda non venga usata come arma contro Teheran. In secondo luogo, schierandosi con il governo di Barzani e fornendogli sostegno materiale e tattico, l’Iran chiaramente manovra per posizionarsi contro i rivali regionali. Da un lato, l’Iran riconosce la minaccia rappresentata dal membro della NATO Turchia, il cui governo guidato da Erdogan e Davutoglu è intimamente coinvolto nella guerra contro la Siria e nell’armamento e finanziamento del SIIL e degli altri gruppi terroristici nel Paese. Mentre Ankara ha pubblicamente rifiutato di partecipare ad operazioni militari in Siria, le sue azioni dimostrano il contrario. Ospitando e rifornendo i terroristi tramite CIA ed altre agenzie d’intelligence, fomentando la guerra civile in Siria, la Turchia si è dimostrata parte integrante del tentativo USA-NATO-GCC di effettuare un cambio di regime. Ovviamente non sfugge ai curdi esattamente ciò che la Turchia ha fatto e continua a fare. Non solo conduce una guerra ultradecennale contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), ma ha sempre rifiutato di considerare la propria minoranza curda come qualcosa di diverso da cittadini di seconda classe. E ora, dato il ruolo centrale che Erdogan, Davutoglu & Co. giocano nel fomentare la guerra in Siria, permettono ai loro ascari terroristici del SIIL di massacrare altri curdi. Non dovrebbe quindi sorprendere che molti curdi vedano la Turchia, e non Siria o Iran, come grave minaccia e nemico del proprio popolo. E così l’Iran colma il vuoto, offrendo ai curdi non solo sostegno materiale, ma anche politico e diplomatico. Dal punto di vista di Teheran, la Turchia continua ad essere il rappresentante dell’agenda USA-NATO-GCC; Ankara ha svolto un ruolo chiave nel bloccare lo sviluppo economico iraniano, in particolare sull’esportazione di energia. Va ricordato che la Turchia è uno dei principali attori nella corsa all’energia nel Caspio, fornendo gli oleodotti necessari sia al TANAP (Trans-Anatolian Pipeline) che al progetto di gasdotto Nabucco ovest, tra gli altri. Tali progetti sono sostenuti dagli Stati Uniti in concorrenza al South Stream della Russia (gasdotto russo verso l’Europa meridionale) e alla proposta pipeline Iran-Iraq-Siria. In sostanza quindi la Turchia dovrebbe essere un potente pezzo degli scacchi utilizzato per bloccare le mosse iraniane verso l’indipendenza economica e l’egemonia regionale.
Le aperture iraniane verso i curdi e il coinvolgimento nella lotta contro il SIIL in generale, devono essere interpretati come un passo contro i rivali regionali dell’Iran, Arabia Saudita e Qatar. Entrambi implicati nell’organizzazione e finanziamento di gruppi e reti di terroristi operanti sotto la bandiera del SIIL, usato come ascaro per spezzare l'”Asse della Resistenza” tra Hezbollah, partito Baath siriano e Iran. Gli interessi economici e politici di Arabia Saudita e Qatar, in particolare delle famiglie regnanti di tali Paesi, sono evidenti; la loro presa sul potere è possibile solo mantenendo il dominio sul commercio dell’energia. Nell’Iran, le monarchie del Golfo vedono una potente e ricca nazione che, data l’opportunità di svilupparsi economicamente, probabilmente li eliminerebbe quali leader regionali. Quindi, naturalmente, devono attivare le loro reti jihadiste per privare l’Iran dei suoi due alleati strategici Iraq e Siria, spezzando così il legame con Hezbollah e rompendo l’arco sciita. Una politica di potenza, in sostanza, grazie a cui ora i curdi pagano con la propria vita le aspirazioni meschine dei monarchi del Golfo. Infine, l’azione in Kurdistan degli iraniani rappresenta una nuova fase della lunga guerra per procura tra Iran e Israele. Non è un segreto che, come detto sopra, alcune fazioni e organizzazioni curde siano state a lungo assai vicine a Tel Aviv. In realtà, il rapporto ultradecennale tra i due è uno dei motivi principali dell’acquiescenza curda ai piani occidentali contro Iraq e Iran. Come il blogger filo-israeliano e auto-proclamatosi “saggio prodigioso” Daniel Bart ha scritto: “Ci fu un assai stretta cooperazione tra Israele e KDP nel 1965-1975. In quel periodo vi erano di solito circa 20 specialisti militari di stanza in una località segreta nel sud del Kurdistan. Rehavam Zeevi e Moshe Dayan erano tra i generali israeliani che prestarono servizio in Kurdistan… Gli israeliani addestrarono l’esercito curdo di Mustafa Barzani e persino ne guidarono le truppe in battaglia… La cooperazione “segreta” tra Kurdistan e Israele fu principalmente in due campi. Il primo nell’intelligence e questo è difficilmente notevole avendo avuto la metà del mondo, tra cui molti Stati musulmani, tali rapporti con Israele. Il secondo è l’influenza a Washington”. Bart, basandosi sul lavoro dello scrittore e ricercatore israeliano Shlomo Nakdimon, ha ragione nel sottolineare che l’intelligence israeliana, tra cui alcuni dei più celebri (o famigerati, a seconda della prospettiva) leader israeliani, ebbe rapporti con la leadership curda per più di mezzo secolo. Anche se le prove sono scarse, coloro che seguono da vicino la vicenda in generale credono che la cooperazione tra Tel Aviv e Irbil sia aumentata drammaticamente, soprattutto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, infatti Israele ha probabilmente agenti segreti e ufficiali dei servizi segreti in Kurdistan, e da qualche tempo. Questo non è certamente un segreto per gli iraniani, convinti (e probabilmente a ragione) che molti degli omicidi, attentati e altri atti terroristici perpetrati da Israele siano stati pianificati e organizzati dal territorio curdo. Tale pensiero è sostenuto dalle indagini del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh che notò nel 2004: “Gli israeliani hanno avuto lunghi legami con i clan Talabani e Barzani (in) Kurdistan e molti ebrei curdi emigrati in Israele hanno ancora molti contatti. Ma a un certo momento, prima della fine dell’anno (2004), non mi è chiaro esattamente quando, sicuramente direi sei/otto mesi fa, Israele ha iniziato a collaborare con alcuni commando curdi, apparentemente con l’idea di alcuni comandanti israeliani di unità d’élite antiterrorismo, o terroristiche a seconda dei punti di vista, di accelerare l’addestramento dei curdi”. I leader iraniani sono profondamente consapevoli della presenza di forze speciali ed intelligence israeliane in Kurdistan, sapendo che in ultima analisi Teheran è nel mirino. Così l’Iran ha chiaramente approfittato di un’opportunità per affermare la propria influenza sul Kurdistan, inserendosi in quello che era, finora, un dominio degli israeliani. Resta da vedere come Tel Aviv risponderà.
Mentre il mondo guarda con orrore la continua avanzata del SIIL in Iraq e Siria, c’è un’altra storia che si svolge, quella di come l’Iran, da tempo demonizzato come paria regionale, trasformi un caos volto a distruggerlo con i suoi alleati in un possibile trampolino per una futura cooperazione. E’ la storia di ex-nemici che terrorismo e guerra per procura hanno avvicinato, esponendo al mondo il tradimento dei governi una volta visti come alleati. E’ la storia di alleanze mutevoli come la sabbia del deserto. Ma in questa storia, il prossimo capitolo deve ancora essere scritto.

000_mvd6580355_03Eric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org, ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Oggi in Siria e Libia contro gli islamisti, domani in Ucraina contro i banderisti?

Alessandro Lattanzio, 24/9/2014

Ciò che ricevono oggi dagli USA i loro ex-alleati islamisti, in Siria e Iraq, è un monito per ciò che subiranno, domani, i futuri ex-alleati degli USA e della NATO: i banderisti locali e i loro camerati gladiatori atlantisti.

10341569Operazioni in Siria 19-23 settembre
Il 19 settembre, alle ore 11.00 a Raqqa, era previsto un incontro tra i capi del SIIL. L’intelligence militare siriana apprese della riunione ed infiltrò nella città un commando per le operazioni speciali il cui compito era fornire le coordinate del luogo della riunione, che avvenne presso l’Agricultural Research Building. Il commando trasmise le coordinate e piazzò un dispositivo di puntamento radio presso l’edificio. Alle 11:10, la SAAF compì una serie di sortite con attacchi di precisione sul luogo dell’incontro, dove erano presenti anche 8 tra ex-ufficiali dell’esercito iracheno e membri del Baath di Sadam Husayn, oltre ai capi del SIIL. 15 medici furono portati nella zona occupata dal SIIL, tra cui un medico statunitense e uno turco, per soccorrere i sopravvissuti, che furono poi trasferiti presso l’ex base militare di al-Manaqar, prontamente bombardata dalla SAAF sempre su indicazione del commando siriano. I terroristi, tra cui un alto responsabile del SIIL, e i 15 medici furono eliminati.
Il 20 settembre, la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana siriana liberava le Torri Fitina a Jubar, dopo aver eliminato 25 terroristi del Jaysh al-Islam. Il capo militare di Jabhat al-Nusra, Abu Abdalrahman al-Baqa, veniva eliminato da Hezbollah a Falita, presso Yabrud. L’EAS e l’Esercito di liberazione della Palestina (ELP) assaltavano le posizioni di Jabhat al-Islamiya ad Adra, eliminando decine di terroristi, tra cui 2 capi di Jabhat al-Islamiya, Hani al-Musa e Anad al-Halmi. L’EAS subiva 9 caduti. Il 21 settembre presso Idlib, l’EAS e le NDF liberavano la città di al-Aziziya, le fattorie Abu Ruayda e Rawdha al-Jalma, i villaggi al-Turaymisa e Luwaybida, le località di Zuru Abu Zayd, Hajiriya al-Saman, Qafr al-Uwayna, al-Qaramita, al-Husayniya, al-Huwayr e la città di Jibin. L’esercito siriano sgomberava così 130 chilometri quadrati, liberando la rotabile Maharda – Salamiya. Il 22 settembre, a Dair al-Zur la SAAF distruggeva le basi del SIIL nei distretti di al-Mayadin e Abuqamal, eliminando 120 terroristi e distruggendo 3 tecniche. Gli attacchi aerei si ebbero in concomitanza dell’attacco della 104.ta Brigata della Guardia Repubblicana dell’EAS alle posizioni del SIIL nel quartiere di Dair al-Zur di al-Hawiqa, eliminando 23 terroristi. Ad Arsal, Hezbollah effettuava un attacco aereo tramite un drone contro una base dei terroristi di Jabhat al-Nusra, eliminandone almeno 23. Le truppe di Hezbollah continuarono l’offensiva sulle basi dei terroristi, eliminando Layth Abu al-Shami, capo di Jabhat al-Nusra in Libano. Inoltre, la SAAF colpiva una postazione dei terroristi nei pressi di un valico di frontiera di al-Zamarani, tra Siria e Libano, eliminando 10 jihadisti. Altri 11 terroristi furono eliminati quando le truppe siriane distrussero una fabbrica di ordigni esplosivi a Sarqah, nella provincia di Idlib.
In concomitanza con l’avanzata dell’EAS, gli USA intervenivano allo scopo di ostacolare i progressi dell’esercito siriano, e il 23 mattina l’US Air Force e Giordania, Arabia Saudita, Bahrayn, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, effettuavano oltre 40 raid su 20 obiettivi del SIIL a Raqqa, Aleppo, al-Hasaqah, Dair al-Zur, Abu Qamal ed Idlib, utilizzando aerei da combattimento F-22, F-15E, F-16 e F-18, bombardieri strategici Rockwell B-1, droni Reaper e 47 missili da crociera Tomahawk sparati dalle navi della flotta statunitense Arleigh Burke e Philippine Sea. Le operazioni erano dirette dal CAOC (Combined Air Operations Center) della base statunitense di al-Udayd in Qatar, sede del Comando aereo avanzato del CENTCOM (Central Command) degli USA. 14 attacchi furono compiuti su Raqqa, “capitale del califfato” del SIIL, contro campi d’addestramento, centri comando, depositi di armi e munizioni, strutture per la produzione di esplosivi e diversi autoveicoli. Furono eliminati 60 terroristi del SIIL quando un Tomahawk centrò l’ospedale di al-Tabqa. Venne anche bombardato un gruppo di Jabhat al-Nusra, il cosiddetto “gruppo Qurasan“, presso Aleppo, eliminando altri 50 terroristi, tra cui un capo di Jabhat al-Nusra, Muhsan al-Fadli al-Quwayt. Va ricordato che Jabhat al-Nusra era stata pagata dal Qatar per rilasciare 40 terroristi del SIIL, in cambio della liberazione dei 46 diplomatici turchi sequestrati dal SIIL a Mosul, nel giugno 2014. Inoltre, la Turchia impiegava il SIIL per contrastare il PKK nel Kurdistan siriano. I terroristi del SIIL avevano le loro basi in Turchia, da dove avviavano i loro assalti contro le cittadine curde nella Siria settentrionale. “Siamo pronti a colpire obiettivi del SIIL in Siria degradandone le capacità“, aveva dichiarato in precedenza il generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs of Staff degli USA, “Questa non sarà simile alla campagna shock-and-awe, perché semplicemente il SIIL non è organizzato, ma ci sarà una campagna persistente e durevole“. Il segretario alla Difesa degli USA Chuck Hagel disse che il piano “comprende azioni mirate contro i santuari del SIIL in Siria, tra cui infrastrutture di comando e controllo e della logistica“. Finora gli Stati Uniti avevano lanciato circa 190 attacchi aerei contro il SIIL in Iraq. Il Ministero degli Esteri della Siria affermava che gli Stati Uniti aveva informato l’inviato di Damasco alle Nazioni Unite poche ore prima degli attacchi aerei contro il SIIL in Siria. Intanto le IDF (Forze di Difesa Israeliane) abbattevano un caccia MiG-21UM siriano utilizzando il sistema di difesa aerea Patriot. I due piloti a bordo riuscivano a lanciarsi dall’aereo, abbattuto mentre compiva una missione sulla zona di Qunaytra contro le postazioni dei terroristi islamisti protetti dagli israeliani. Il Ministero degli Esteri russo si dichiarava “profondamente preoccupato” dall’incidente, che “aggrava una situazione già tesa. Chiediamo a tutti i Paesi della regione, e altrove, di mostrare la massima moderazione“, aggiungendo che era di fondamentale importanza non aprire un nuovo “fronte”, ma unire gli sforzi di tutte le parti interessate per combattere la minaccia islamista.
Il 24 settembre, a Tripoli, in Libia, esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di “Alba della Libia” nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti“.

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Una modesta proposta: la Russia dovrebbe colpire il SIIL in Siria!

Ziad Fadil Syrian Perspective 22 settembre

547483Il fallimento della politica estera e militare statunitense è ben illustrato da ciò che gli Stati Uniti non dicono. Ho visto Leon Panetta, Scott Pelley e re Abdullah di Giordania umiliarsi nei più patetici momenti di 60 Minutes’ in 40 anni. Durante tutto la puntata, curiosamente limitata all’impavida campagna curda per bloccare il SIIL (i curdi sono alleati degli Stati Uniti, ora, e se lo meritano) e sui fallimenti di Obama ad armare l'”opposizione moderata” (come no!) siriana quando avrebbe dovuto, senza mai menzionare l’attore che potrebbe risolvere tutti i purulenti problemi del calderone chiamato “Pianificazione americana”. Con tutto il parlare del possibile attacco statunitense in Siria contro il SIIL e dell’impetuoso Obama che in TV dice come non esiterebbe a colpire tale organizzazione sociopatica ovunque si trovi, nessuno ha mai pensato a menzionare i russi. Ammettiamolo, Damasco non avrebbe alcun timore di un attacco delle forze armate russe. Mentre Vlad si cura degli affari in giro e l’esercito siriano scaccia i terroristi sul campo, gli Stati Uniti e i loro ritrovati amici curdi potrebbero essere visti sostenere l’esercito iracheno riprendere a contrastare il Califfone, e tutto senza truppe da combattimento statunitensi in Iraq o Siria! SyrPer è sempre all’avanguardia nel pensiero creativo, quando la capitale della nazione dorme o galleggia sul mare dell’irrilevanza. Con i francesi che dichiarano l’indisponibilità ad attaccare i virulenti parassiti del SIIL in Siria, probabilmente per paura di vedersi i loro jet Rafale abbattuti come tanti moscerini fastidiosi dagli S-300, e gli inglesi che zittiscono al parlamento il loro Miles Gloriosus, l’illustre David “Wellington” Cameron, ci sono davvero poche opzioni. Un osservatore mi aveva strappato una risata incontrollabile quando scrisse che i possibili candidati per l’attacco aereo in Siria potevano essere Arabia Saudita ed Emirati! Suggerendo anche la presenza di soldati arabi sul terreno. (Per favore non incolpatemi se vi rovesciate dal ridere. Non rimborserò il pranzo). Costui ovviamente ignora la sospetta assenza di addestrati da sauditi e arabi in tale viavai, (mercenari pakistani esclusi).
A meno che non si voglia impiegare la vantata aeronautica del Libano, davvero non c’è molto da scegliere. Ma Vlad è sempre lì a risolvere il problema che lasci. Con così tanto parlare di violazione del diritto internazionale da parte statunitense, perché il dr. Assad non invita la flotta di Vlad ad inviare i nuovissimi Sukhoj e MiG presso la base aerea di Mazah. I piloti russi acquisirebbero esperienza contro bersagli reali senza il disturbo dei noiosi occidentali che abbaiano “male!”… O qualcosa del genere alle proteste per l’occupazione sovietica dell’Afghanistan o per l’attuale Ucraina. Non vi sembra una soluzione plausibile? Possiamo salvare la faccia dei sauditi facendogli pagare carburante e manutenzione. Come ulteriore incentivo per i sauditi, tutte le parti potranno osservare con sospetto il prossimo trambusto se i sauditi decidessero di usare la loro impressionante potenza militare invadendo il truculento Qatar, liberando il mondo da tale pernicioso batterio. Ma sarebbe troppo semplice e facile. Gli Stati Uniti sostengono pubblicamente il coinvolgimento della Russia mentre segretamente fanno di tutto per sabotarlo. Oh, e Obama accusa i russi di trattare con un regime “illegittimo”, accusando i russi esattamente di ciò che tutti accusano fare gli statunitensi; usare il SIIL per attaccare l’Esercito siriano, anche se diverrebbe un sotterfugio moscovita attaccare il SIIL per farla finita con gli eroi statunitensi del gruppo al-Nusra! Non vi sembra così bizantino? I neocon sionisti avranno continue coliche renali contorcendosi sui freddi pavimenti nella capitale nazionale, trasudando urina e bile e spuntando veleno. “Non può farlo, Capo. Non può!” Hillary avrebbe una giornata campale condannando il malvagio Vlad e John McCain preannuncerebbe la Terza Guerra Mondiale mentre sarebbe misericordioso con il popolo dell’Arizona con una gradita e solitaria dipartita. Già. E’ meglio non pensarci troppo. Le buone idee in questi giorni sono per i piccioni. Vorrei solo che gli statunitensi sappiano quanto ottuso e noioso sia il loro governo.

10702010Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qualcuno già combatte il SIIL: l’Esercito Arabo Siriano

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 15/09/2014

13921221000486_PhotoI1Dal 2011, l’Esercito Arabo Siriano (EAS) ha intrapreso una guerra implacabile sul territorio siriano contro ciò che fin dall’inizio ha chiamato invasione di estremisti settari armatissimi ed eterodiretti. In retrospettiva, la natura ridicola degli articoli del Guardian, come “I ribelli siriani si uniscono per cacciare Assad e sostenere la democrazia” è chiara. L’articolo riporta affermazioni sulla Siria in linea con le storie raccontate in occidente, affermando: “In uno degli scontri più feroci dall’insurrezione, le truppe siriane finalmente hanno preso il controllo della città di Rastan, dopo cinque giorni di intensi combattimenti con i disertori dell’esercito schieratisi con i manifestanti. Le autorità siriane hanno detto che combattono bande terroriste”. Col senno del poi, e dopo aver esaminato l’evidente situazione sui campi di battaglia della Siria oggi, le autorità siriane hanno chiaramente ragione. Poco dopo che la NATO effettuò con successo il “cambio di regime” in Libia nel 2011, sotto il falso pretesto dell'”intervento umanitario”, armando, finanziando e sostenendo via aerea i mercenari settari in Libia, ha iniziato ad infiltrarli costantemente in Siria dal confine settentrionale con il membro della NATO Turchia. I terroristi dell’organizzazione terroristica, secondo il dipartimento di Stato, del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), contattò ufficialmente i terroristi che combattono in Siria per offrirgli armi, denaro, addestramento e combattenti. Il London Telegraph riferiva nell’articolo “I capi libici islamici incontrano il libero gruppo dell’opposizione armata siriana“, che: “Gli incontri indicano i crescenti legami tra il nuovo governo della Libia e l’opposizione siriana. Il Daily Telegraph ha rivelato che le nuove autorità libiche avevano offerto denaro e armi alla crescente insurrezione contro Bashar al-Assad. Belhaj ha anche discusso l’invio di combattenti libici per addestrare le truppe, ha detto la fonte”. Infatti, i vertici, anche nel lontano 2011-2012, dei cosiddetti “ribelli moderati” erano legati ad al-Qaida, confermando le dichiarazioni del governo siriano di lottare contro il terrorismo straniero, e non una “rivolta pro-democrazia”. Oggi, l’occidente ha espunto ogni retorica “pro-democrazia”, con l’estremismo settario che chiaramente guida i militanti dalle frontiere della Siria con Libano e Iraq. Invece, l’occidente non s’è rassegnato ai tentativi di distinguere i gruppi come al-Nusra affiliati ad al-Qaida. e la loro controparte dello Stato islamico (SIIL), sostenendo che quest’ultimo deve essere affrontato con urgenza, anche a costo di cooperare ancora con l’ex-organizzazione terroristica designata dal dipartimento di Stato USA.

La lunga guerra della Siria
77829 Mentre i combattimenti feroci in Siria iniziarono nel 2011, la guerra dell’estremismo settario eterodiretto iniziò una generazione prima. Nel 1976-1982 il padre del presidente siriano Bashar al-Assad, Hafiz al-Assad, avviò la grande guerra ai Fratelli musulmani. Dopo la dissoluzione dell’organizzazione in Siria, fuggirono e successivamente furono ricostituiti da Stati Uniti e Arabia Saudita, divenendo al-Qaida nelle montagne dell’Afghanistan, combattendo l’Unione Sovietica. Nella relazione del 2008 del Centro antiterrorismo (CTC) dell’US Army di West Point, “Dimamitardi, conti bancari e sangue: al-Qaida da e per l’Iraq“, affermava inequivocabilmente che: “Nella prima metà degli anni ’80 il ruolo dei combattenti stranieri in Afghanistan era trascurabile ed ignorato dagli osservatori esteri. Il flusso di volontari provenienti dal centro dei Paesi arabi era solo un rivolo, anche se c’erano legami significativi tra i mujahidin e i musulmani dell’Asia centrale, soprattutto tagiki, uzbeki e kazaki. Individui come il suddetto Abu al-Walid, furono reclutati con campagne di sensibilizzazione ad hoc avviate in Afghanistan, ma nel 1984 le risorse versate nel conflitto da altri Paesi, in particolare Arabia Saudita e Stati Uniti, aumentò come l’efficacia e la raffinatezza dei reclutamenti. Solo allora gli osservatori stranieri notarono la presenza di volontari stranieri. La repressione dei movimenti islamici in Medio Oriente contribuì ad accelerare la partenza dei combattenti arabi per l’Afghanistan. Un processo importante fu la brutale campagna del regime siriano di Hafiz Assad contro il movimento jihadista in Siria, guidato dall'”avanguardia combattente” (al-Talia al-Muqatila) dei Fratelli musulmani siriani. Il giro di vite avviò l’esodo dei militanti dell’avanguardia negli Stati arabi confinanti. Nel 1984, molti di loro si diressero da Arabia Saudita, Quwayt e Giordania al sud-est Afghanistan per combattere i sovietici”. Nonostante termini come “repressione” e “brutale campagna,” è chiaro che il CTC si riferisce ai pesantemente armati e militarizzati movimenti estremisti su cui gli USA presumibilmente conducono “repressive e brutali” campagne in tutto il pianeta, anche nel vicino Iraq. E’ anche chiaro che la Siria combatte l’estremismo settario da decenni, di cui l’attuale violenza protratta è semplicemente l’ultimo capitolo. E’ anche chiaro che Stati Uniti ed Arabia Saudita certamente puntellano l’estremismo regionale dei Fratelli musulmani e delle sue varie fazioni armate, come di al-Qaida e quindi del SIIL. La Siria combatte una lunga guerra contro gli ascari dell’imperialismo, i terroristi armati fino ai denti ed infiltrati che agiscono da mercenari e da pretesto, se tutto il resto fallisse, per i loro Stati-sponsor d’intervenire direttamente per fermare il caos sparso dai loro piani.

C’è solo un logico alleato nella guerra al SIIL
Se l’occidente fosse veramente interessato a combattere il SIIL, avrebbe un solo alleato nella regione, l’Esercito Arabo Siriano che combatte ferocemente il SIIL ed i suoi affiliati dal 2011, e i suoi predecessori da decenni. Ciò che l’occidente invece propone è aumentare l’armamento e il finanziamento dei cosiddetti “moderati” del SIIL, al-Nusra e innumerevoli altre fazioni estremiste, svelando l’ipocrisia e la doppiezza assoluta delle sue intenzioni in Medio Oriente e Nord Africa (MENA). Si tratta di geopolitici incendiari che cercano di spegnere le fiamme dei loro crimini gettando benzina sull’inferno che infuria. Infatti, dal 2011 i cosiddetti “moderati” dell'”esercito libero siriano” collaborano apertamente con il LIFG, organizzazione terroristica per gli Stati Uniti. Sarebbe inoltre confermato che l'”esercito libero siriano” combatte al fianco della filiale di al-Qaida (se non sua componente integrale) al-Nusra nel territorio che ora sarebbe controllato dal SIIL. Il SIIL infatti non nasce da moderati idealisti, solo il racconto per nascondere l’esistenza e l’entità degli aiuti esteri al SIIL in Siria, e ora in Iraq e in Libano, è cambiato. Fin dall’inizio, e in effetti, prima della guerra in Siria, una grossa forza mercenaria genocida e settaria fu prevista per devastare la regione per conto degli Stati Uniti e dei loro partner regionali, il piano fu svelato già nel 2007. Il giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh avvertì, in un profetico articolo sul New Yorker del 2007, intitolato “The Redirection, la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” che: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso in effetti di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione collabora con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli USA inoltre partecipano ad operazioni clandestine contro l’Iran e la sua alleata Siria. Sottoprodotto di tali attività è il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti dalla visione militante dell’Islam ed ostili agli USA, e inclini verso al-Qaida”. Non si può più negare che l’occidente sia la causa, non la soluzione, del caos che lentamente devasta tutto il Medio Oriente e oltre. Non si può negare che l’unica vera forza regionale che combatte al-Qaida e la miriade di suoi alias sia il governo siriano con l’appoggio degli alleati Libano, Iraq, Iran e anche della Russia. L’occidente che posa da “nemico” del SIIL creando una coalizione composta dagli stessi patrocinatori dell’organizzazione terroristica, illustra l’audacia concessa all’occidente con i suoi immensi potere ed influenza ingiustificati, potere ed influenza che devono essere ridimensionati per risolvere veramente le violenze in Medio Oriente ed evitare che un caos simile sia istigato in altre parti del mondo.

1852Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica a Bangkok, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bisogna distruggere Qatar e Arabia Saudita per evitare la terza guerra mondiale

John Wayne Tunisie Secret 14 agosto 2014

Non è un mistero che John Wayne, pseudonimo di un ex-alto funzionario degli Interni e degli  Esteri della Tunisia, ostacoli mercenari e traditori in sonno. Seguendo il nostro articolo “Con prove, un oppositore del Qatar accusa il suo Paese di finanziare il terrorismo“, ci ha inviato le cinque osservazioni seguenti.

623930-11-03-31-bashar-al-assadFui il primo al mondo ad aver predetto il ritorno della Guerra Fredda, sulla rivista elettronica tunisina Business News, meno di un anno dopo il 14 gennaio 2011, quando la Siria era immersa in  violenze inaudite e il cui regime laico e nazionalista di Bashar a-Assad, ancora una volta, mostrava al mondo il suo rapporto storico, stretto e leale con la Russia. Sì, la guerra fredda è tornata e i nazionalisti arabi sono felici, perché dopo tutto, l’ex-Guerra Fredda vide il sostegno incrollabile dell’URSS al mondo arabo abbandonato e sabotato dall’occidente a favore di Israele. Chi non ricorda il momento di gloria del Canale di Suez, quando Mosca minacciò di colpire con i missili Parigi e Londra, e quando Israele, Francia e Gran Bretagna si ritirarono davanti a un Nasser determinato e un Canale di Suez chiuso alla navigazione con le navi affondate dal Rais? Quel giorno fu l’indipendenza della Tunisia, uno dei momenti di maggiore orgoglio della mia vita.

La III guerra mondiale è iniziata
Ma questa non è una nuova guerra fredda. È l’inizio della terza guerra mondiale in cui le potenze nucleari NATO e Russia combattono tramite Paesi terzi… Per ora! Ciò che è peggio, è che la fine della guerra nel prossimo futuro è assai improbabile ed è molto probabile che si traduca anche nella morte di milioni di civili inermi, come nella Prima e Seconda Guerra Mondiale. Ma peggio ancora, questa guerra è arrivata alle porte della Russia, in Ucraina, dove l’incoscienza della NATO esegue esercitazioni militari sotto il naso di una Mosca infuriata e la cui costituzione prevede che il Paese, storicamente vicino agli arabi, si riserva il diritto di usare le armi nucleari per proteggere la propria sovranità e integrità territoriale. La III guerra mondiale è cominciata. E se si contano pogrom, abusi, atrocità e uccisioni in Siria, Libia e Iraq, tale guerra avrà presto il suo milione di morti e il genocidio di una minoranza religiosa, come nella seconda guerra mondiale. Mancano i campi di concentramento, ma esistono le prigioni in cui carcerieri libici salafiti, vicini a Bernard Henry Levi, ammucchiano neri africani accusati di lavorare per il regime di Gheddafi. E nel caso dei salafiti in avanzata nell’Iraq, hanno le camere a gas nelle tombe del deserto in cui seppelliscono vivi donne e bambini accusati del reato di essere cristiani.

Il 14 gennaio 2011 ci fu un colpo di Stato della CIA
Tale guerra non è iniziata con un incidente come l’assassinio di un arciduca o l’invasione della Polonia, ma con l’uccisione di un ex-detenuto trasformato in martire del regime per presunti abusi e le cui malefatte furono esagerate presso milioni di tunisini, uno più ignorante dell’altro. Un incidente istigato dalla CIA dopo aver incaricato un ufficiale dell’esercito tunisino, con il complesso dell’uomo bianco, compiendo uno dei colpi più intelligenti della sua storia. Anche più intelligente di quelli a Teheran, Saigon, Santiago, Cile e Guatemala. Il golpe della CIA dal 14 gennaio 2011 fu attuato così abilmente da lasciare ancora dubbi e confusione nella popolazione tunisina, che ancora crede fermamente che la piazza abbia cacciato Ben Ali dal palazzo di Cartagine, una vittoria del popolo che ha galvanizzato le rivoluzioni per la libertà e la dignità in altri Paesi arabi contro i tiranni. Le rivoluzioni di barbuti Gavroche in qamis che brandiscono teste mozze esangui e occhi vitrei. I colpi di Stato della CIA hanno generalmente la firma di tali servizi segreti distruttivi.  Questa volta non è così, in generale non ha alcuna maschera. Saigon e i suoi generali addirittura aspettarono ufficialmente il via libera dall’ambasciata degli Stati Uniti, sotto forma di una telefonata. A Santiago, in Cile, la CIA mobilitò cacciatorpediniere e sottomarini e migliaia di marines che effettuarono anche uno sbarco preventivo. A Teheran, il colpo di Stato contro Mossadeq vide Kermit Roosevelt, nipote del presidente Roosevelt supportato dai mullah di Qom, distribuire biglietti da 100 dollari negli inferi e nelle strade ai bazari iraniani, mentre l’esercito del generale Fazlollah Zahidi arrestava il presidente democraticamente eletto Mossadeq. Il golpe di Teheran fu un colpo di Stato in valuta, costando la modica somma di diecimila dollari. Diecimila dollari per rimuovere dalla carica il presidente di un Paese dal passato millenario così che la Anglo Persian Oil Company, poi chiamata British Petroleum, potesse restare inglese e rifornire le navi dell’impero di Londra che viaggiavano per l’India o il Corno d’Africa attraversando il Canale di Suez. A Tunisi, nel febbraio 2011, le banconote furono distribuite in Avenue Habib Bourguiba da ignoti alla guida di Mercedes, poco prima delle dimissioni di Muhammad Ghannuchi. Non c’è dubbio che l’uso dei dollari sia stato fin troppo evidente. A volte la CIA si rinnova nei suoi colpi, Come quando incaricò il suo servo Qatar di far crollare completamente il regime di Ben Ali e di non  lasciare al potere nessuno dei suoi geniali dirigenti. Gli spazi politici erano favorevoli ai parassiti dell’umanità, i cosiddetti islamisti alimentati nelle loro gabbie del fanatismo spirituale da CIA, MI6 e Mossad. C’è il diritto di porsi la domanda, oggi: quanto è costato il colpo di Stato del 14 gennaio 2011, a Cartagine? Spero sia costato più di diecimila dollari, una somma che sarebbe umiliante e ridicola per la Tunisia, il suo passato e cultura con tremila anni di storia.

Gli ultimi grandi politici francesi sono de Gaulle, Chirac e Le Pen
E questa guerra in cui i cristiani vengono sepolti vivi nel deserto iracheno, ha alla testa CIA, MI6 e Mossad, ma il corpo, e in particolare le banche, sono Qatar e Arabia Saudita, Paesi più ricchi da quando il prezzo del barile è rimasto elevato e stabile dopo che George W. Bush ha cancellato dalla mappa l’Iraq e immerso l’intera regione nella guerriglia permanente tra sciiti e sunniti. I regimi feudali di Golfo e Arabia Saudita hanno il massimo desiderio di perpetuare per secoli la loro sopravvivenza, che dipende dalla creazione di una zona che raccolga gli islamisti del mondo arabo. Tali Paesi non attaccheranno mai Israele, anche se compie un genocidio, in quanto servono lo Stato ebraico indirettamente, ed essendo essi stessi e Israele grandi basi militari statunitensi. Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Tunisia come altrove, sono sotto il comando statunitense. Condannano le atrocità di Israele, ma aiutano lo Stato ebraico obbedendo a Washington e promuovendo islamismo e barbarie nel mondo. Hamas è un’astuta creazione del Mossad affinché i palestinesi non abbiano mai uno Stato. Non ci saranno mai più altri accordi di Camp David con l’ostinazione degli islamisti palestinesi, caduti nella trappola della estrema destra israeliana che sogna sempre di radere la moschea di al-Aqsa di Gerusalemme.
Nei miei anni alla Sorbona, mi appassionai della cultura russa soprattutto perché ebbi la possibilità, come a Sadiqi e altrove, di frequentare gli insegnanti di storia più intelligenti e più colti. Per me c’è la civiltà russa e il resto del mondo. I russi, anche se a volte politicamente in pubblico appaiono maldestri nelle convenzioni internazionali in cui il sionismo è dilagante e domina, sono dei notevoli esseri umani. L’URSS ha combattuto il nazismo senza mendicare aiuti agli statunitensi e senza resistere pacificamente con dei governi di Vichy. I russi preferirono perdere dieci milioni di uomini affrontando la sesta armata del Führer, piuttosto che capitolare. La Francia cedette alla Blitzkrieg, ma peggio collaborò con i nazisti per mantenere lo stile di vita aristocratico, raffinato e sofisticato dei suoi politici. Infine, alcuni francesi erano buoni solo a uccidere civili algerini inermi, uccidendoli come si uccide un cane sospettato di avere la rabbia. Certo, la Francia mi ha istruito, ma ciò che rimprovero a questo Paese è il suo colonialismo il cui mascheramento ha attraversato i decenni. La Francia promuove i diritti umani nel mondo pur essendo uno dei Paesi più colonialisti. Falsifica il suo passato genocida in Algeria condannando i genocidi, tranne quelli d’Israele. Gli ultimi grandi politici francesi sono de Gaulle, Chirac e Le Pen. Alcuni nuovi politici francesi sono dei Menachem Begin e Golda Meir in incognito, quando non degli Al Capone, come colui che ha distrutto la Libia e ora gioca al salvatore provvidenziale di una Francia economicamente malconcia. Sì, a volte ho un certo risentimento verso la Francia, anche se la sua cultura mi affascina e alcuni dei suoi grandi capi meritano rispetto. Ma non posso perdonare questo Paese per aver colonizzato il mio popolo e io celebro la sconfitta di Dien Bien Phu più spesso del mio compleanno. E nemmeno intendo soffermarmi sulla campagna militare in Libia con cui la Francia, come tutta le campagne coloniali, ha distrutto questo Paese e il suo povero popolo, aggrappato all’Islam come soluzione al sottosviluppo voluto. E neanche oso affrontare la questione del supporto logistico e delle armi fornite ai salafiti siriani da Francois Hollande, che ora decapitano i cristiani dell’Iraq e giocano a bocce con le loro teste. Sì, molti francesi e alcuni dei loro  politici, come del resto tunisini, sono dei pezzenti. Anche dopo secoli di colonizzazione e abusi impuniti, continuano ad oltraggiare il diritto del popolo arabo e glorificano Israele.

Assad è il Georges Clemenceau degli arabi
Per vincere le guerre, si devono affrontare le infrastrutture e i finanziamenti dei nemici. Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Alleati bombardarono ogni notte gli stabilimenti della Ruhr e le raffinerie tedesche. Un Paese senza denaro o petrolio difficilmente può continuare la guerra.  Durante la prima guerra del Golfo, l’esercito statunitense avanzò con i carri armati Abrams in Quwayt seguiti da centinaia di autocisterne. In guerra, è il petrolio la linfa vitale. Questa terza guerra mondiale potrebbe durare anni, soprattutto se si tiene conto del fatto triste che Paesi come Iran e Libano potrebbero essere attaccati dai jihadisti trascinandoli in un conflitto sanguinoso. L’uomo che emerge da questo conflitto come un eroe leggendario non è il Maresciallo al-Sisi, ma il Dottor Bashar al-Assad. Il Maresciallo al-Sisi ha certamente salvato il suo Paese dalle grinfie dell’islam, ma deve spezzare gli accordi di Camp David. Se difficilmente si può battere militarmente Israele, dev’essere isolato e gli arabi vinceranno con una continua guerra fredda che riduca lo Stato ebraico a una repubblica delle banane nel deserto, affollata e avendo, come il Terzo Reich e la Gestapo, dei generali inquisiti dalle Nazioni Unite per aver commesso genocidi in serie. L’aiuto statunitense all’Egitto è una forma di colonizzazione e di pressione per mantenere delle relazioni diplomatiche con Israele prive di significato. Non deve conciliarsi con un Paese che un tempo aveva progettato di sganciare la bomba atomica su Cairo.
Come ho già detto, questo sanguinoso conflitto farà della Siria il Paese arabo militarmente più potente. La Russia ha bisogno della Siria, perché è una zona cuscinetto all’islamismo che ne minaccia la popolazione musulmana. Perché se la Siria cade, le popolazioni musulmane del Caucaso settentrionale, tra Mar Caspio e Mar Nero, cederanno alla Jihad e attaccheranno il Cremlino. Dopo tutto, un sesto della popolazione russa è musulmana. Questa guerra potrebbe essere breve se la Siria e la sua alleata Russia attaccassero le infrastrutture degli sponsor della Jihad globale, cioè Arabia Saudita e Qatar. Senza le loro infrastrutture del gas e petrolio, verrebbero neutralizzati per decenni e travolti dalla bancarotta. La Russia ha fornito alla Siria missili balistici di nuove generazioni, ma questi, anche se molto precisi, possono raggiungere solo città come Ankara e Istanbul. La Turchia di Erdogan è un Paese di pezzenti e colonia israeliana. Non vale un missile russo. Ma se la Russia dovesse inviare in Siria dei missili balistici a lungo raggio che possano colpire il complesso gasifero del Qatar e gli impianti petroliferi in Arabia Saudita, la distruzione di essi sarebbe la svolta nella guerra globale, che potrebbe costare la vita di decine di milioni di innocenti. In ogni guerra serve una strategia di reciprocità. Qatar e Arabia Saudita preparano la loro versione crudele e falso di Islam, per distruggere il mondo arabo a vantaggio dell’espansione israeliana. Questi sono i nemici del mondo arabo e dell’umanità. La distruzione di questi due Paesi farebbe giustizia delle vittime del conflitto, ma anche del profeta Muhammad stesso, la cui parola è usurpata da regimi feudali assetati di sangue e privi di alcun rispetto per lui stesso o la specie umana.
Bashar al-Assad ha iniziato la guerra di logoramento contro i jihadisti della NATO da cui non può che emergere vittorioso. Una vittoria che farà della Siria un Paese distrutto, ma rafforzato, come la Russia, dopo l’Operazione Barbarossa di Hitler. L’Armata Rossa vittoriosa avanzò con i suoi carri armati fino a Berlino. I missili di Bashar devono colpire Doha e Riyadh. Bashar al-Assad è il Georges Clemenceau degli arabi, che devono sostenerne la linea dura.

Syria's President Bashar al-Assad and Russia's President Dmitry Medvedev review the honor guards at al-Shaaeb presidential palace in DamascusF. M. alias John Wayne. Ex-studente al Sadiqi College, laureato in Storia e Scienze Politiche presso l’Università di Parigi – Sorbona. Ex funzionari dei ministeri degli Esteri e degli Interni dei governi tunisini di Habib Burguiba e Zin al-Abidin Ben Ali. Diplomatico di carriera ed esperto di sicurezza e intelligence.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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