South Stream cambia direzione. La Russia non può essere scacciata dal mercato dell’energia

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 08/12/2014780963215Durante il suo viaggio in Turchia il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato la decisione di rinunciare al gasdotto South Stream in favore di una nuova rotta per la Turchia. Un evento importante ha preceduto la dichiarazione. Israele ha proposto che i Paesi dell’UE investano miliardi di euro per un gasdotto dal suo territorio al continente. Alla conferenza internazionale “Costruire il ponte dell’energia euromediterraneo” conclusosi a Roma a metà novembre, il ministro per l’energia israeliano Silvan Shalom ha descritto un progetto per inviare in Europa il gas prodotto nel Mediterraneo orientale, al vicepresidente della Commissione europea e commissario per l’energia Maros Sefcovic. Shalom ha assicurato Sefcovic che le risorse degli enormi giacimenti di gas off-shore Tamar e Leviathan (240 e 480 miliardi di mc rispettivamente) possono essere indirizzati verso l’Europa attraverso Cipro e Italia ad un “prezzo speciale”. Ha apertamente dichiarato che il progetto può ridurre la dipendenza dell’UE dal gas russo. In poche parole, la domanda interna non basta mentre Israele si barcamena cercando di esportare il suo gas. Il governo israeliano ha deciso di cogliere l’opportunità e sottrarre la tradizionale quota russa del mercato mentre il South Stream incontra difficoltà e le tensioni con la Russia sono alte. Il progetto è un elemento chiave del piano per cambiare il vettore delle forniture di gas dell’Europa da est (direzione latitudinale) a sud (direzione meridionale e mediorientale). Le forniture di gas israeliano dovevano essere seguite da quelle da Qatar e altri Paesi del Golfo Persico. Il 4-5 dicembre Federica Guidi, ministra dello Sviluppo Economico italiana, ha presentato ai suoi colleghi europei il progetto. Il recente accordo raggiunto dal leader russo con il presidente turco Erdogan ad Ankara è un duro colpo a tali piani. In un primo momento Israele ha cercato di raggiungere un’intesa con la Turchia sulla costruzione di un gasdotto sul suo territorio, come via migliore per fornire gas all’Europa al costo più basso.
Gli strateghi occidentali credevano che le forniture di gas dal Qatar potessero aggiungersi dopo una soluzione pacifica (cioè l’avvento al potere di un regime filo-occidentale) in Siria. Il governo turco è stato abbastanza saggio da respingere tali proposte dubbie in favore di opzioni più valide. Israele ha già iniziato ad estrarre il gas in mare aperto ed ha avviato colloqui sul suo trasporto senza aver risolto alcun problema giuridico con i vicini. Palestina, Libano, Siria e Turchia, nella parte che controlla di Cipro, reclamano i giacimenti di gas offshore. La prospettiva che tutti i membri dell’UE approvino l’accordo con Israele sono estremamente desolanti, soprattutto perché molti Stati membri dell’UE riconoscono i diritti dello Stato della Palestina (la Svezia l’ha riconosciuto e la Francia è sulla via). L’approvazione del progetto israeliano sarebbe una violazione fragrante del diritto internazionale e comporterebbe numerose azioni legali. Ankara sostiene di essere il principale sostenitore della Palestina cercando di aumentare la propria influenza nella regione.
Il progetto del corridoio marittimo di Silvan Shalom sembra avventato. La Turchia considera il piano israeliano con scetticismo (soprattutto dopo averne discusso con Mosca). Esperti israeliani dicono che il gasdotto Israele-Cipro-Grecia-Italia è difficilmente realizzabile e praticabile. I piani prevedono la posa di una conduttura di 1500 km a 3000 metri di profondità al costo stimato di 15 miliardi di dollari. Come dimostrano i fatti, normalmente il costo finale supera di 2-3 volte le spese inizialmente previste. Se attuato, sarebbe il più lungo gasdotto sottomarino al mondo con una capacità limitata di 10 miliardi di metri cubi l’anno, e non potrebbe competere con i 63 miliardi di metri cubi del South Stream. Il progetto è destinato a non essere redditizio. I problemi ecologici, economici e tecnici menzionati dagli europei riguardo il South Stream non scompariranno. Al contrario, diverranno molto più complicati. Infine, la Turchia ha rifiutato di permettere all’oleodotto d’Israele di attraversare il suo territorio e non ha interesse in una rotta sulle sue acque. Ankara può fermare il progetto. L’accordo Putin-Erdogan per la costruzione del gasdotto da 63 miliardi di cubi metri fino al confine greco rende inutile il progetto israeliano. L’accordo Russia – Turchia è anche fattibile perché non vi è alcuna possibilità che il gas del Qatar arrivi in Europa attraverso la Siria. In primo luogo, nonostante tutti i tentativi per rovesciarlo, compreso il sostegno turco alle forze antigovernative in Siria, il regime di Bashar Assad ha dimostrato la sua resistenza. In secondo luogo, se rimosso, c’è scarsa possibilità che le forze fedeli ad Ankara arrivino al potere. Al contrario, vi è la grave probabilità che la Turchia faccia i conti con gli islamisti ostili ad Ankara. Con la prospettiva delle forniture di gas dal Golfo Persico svanita, la Turchia inevitabilmente perderà interesse a cambiare il potere in Siria. È un’altra implicazione dell’accordo Putin-Erdogan. L’Unione europea resta esclusa per i suoi dispetti volti ad ostacolare South Stream, rendendo possibile a Mosca introdurre drastici cambiamenti nella politica dell’esportazione del gas (aggiungendo alle direzioni latitudini e meridiani).
Non vi è alcuna seria alternativa al gas russo in Oriente. Il progetto Nabucco è stato sepolto nel 2013. Le prospettive sul gas per l’Europa dall’Iran non sono altro che parole. Nessuno vuole sostituire la “dipendenza” da Mosca con la “dipendenza” dall’Iran. L’unica fonte di gas per l’Europa, tranne la Russia, è la Trans Adriatic Pipeline o TAP, gasdotto dal Mar Caspio (gas dal giacimento Shah Deniz-2 nelle acque azere del Mar Caspio) alla Grecia e, attraverso Albania e Mar Adriatico, all’Italia e all’Europa occidentale. Con la limitata capacità di 10 miliardi di metri cubi e i piuttosto piccoli giacimenti, non c’è partita con i gasdotti della Russia. Le stime delle riserve del giacimento Shah Deniz-2 sono state abbassate di molto. TAP è più un concorrente del progetto israeliano perché entrambi devono arrivare nel sud d’Italia. L’Italia sarà la prima a ricevere il gas dall’Azerbaijan. I flussi di gas russo e azero potrebbero convergere su un unico punto ottimizzando la spesa. Le tanto chiacchierate forniture di costoso gas di scisto degli Stati Uniti all’Europa sono andate in fumo per i costi elevati. Non c’è alternativa al gas russo in Europa, almeno nel prossimo futuro. L’accordo raggiunto ad Ankara elimina il South Stream? È vero, il progetto nella sua forma precedente è cosa passata. La Russia potrebbe ritornarvi, ma solo alle sue condizioni e al momento giusto per concentrarsi di nuovo sul progetto. Molti esperti ritengono che il corridoio debba arrivare al confine con la Grecia. L’Unione europea ha fatto del suo meglio per ostacolare il South Stream e così ora dovrà assumersene l’onere finanziario. Se Bruxelles vuole ottimizzare la spesa secondo i desideri dei Paesi membri interessati, dovrà far passare il gas nel corridoio precedentemente programmato in Grecia, Macedonia Serbia, Ungheria e Austria. Alcune iniziative sono già state prese per avviare la costruzione. Si può allungare la rotta, ma non richiederà ulteriori spese in caso di costruzione della pipeline sottomarina. L’unico Paese ad esserne escluso sarà la Bulgaria che non ha preso una decisione autonoma e non ha potuto resistere alla pressione nel respingere il South Stream. Con la sua economia in stasi, la Bulgaria subirà molte più perdite: 3 miliardi di euro in investimenti e profitti dai diritti di transito (450 milioni di euro all’anno), che vanno ai vicini rafforzandoli quali rivali regionali dei bulgari. Non è la prima volta che la leadership del Paese, una volta amico della Russia, adotta tali misure. Tra i membri dell’Unione Europea la Bulgaria è la più vulnerabile a un’altra “primavera”, tanto più che tale stagione arriva presto in questo Paese.

south-stream_1_engLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra continua d’Israele contro la Siria

Moon of Alabama, 7 dicembre 2014

syriaattackOggi jet israeliani hanno attaccato alcune posizioni militari siriane vicino Damasco. I dettagli sono ancora ignoti, ma è importante notare che non si tratta di attacchi casuali, ma parte dell’attiva campagna d’Israele contro la Siria, soprattutto attraverso le sue forze “ribelli” ascare. Tre giorni fa il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha ricevuto una relazione della Missione di osservazione delle Nazioni Unite sulle alture del Golan (UNDOF). Il rapporto accusa Israele per la sua stretta collaborazione con i ribelli siriani, del gruppo siriano di al-Qaida Jabhat al-Nusra. Per i lettori di MoA il vasto supporto d’Israele a Jabhat al-Nusra e altri contro l’Esercito arabo siriano, anche con il tiro diretto dell’artiglieria contro le truppe governative siriane, non è una novità. Ma i media main-stream finora non ne avevano mai parlato. Oggi il quotidiano israeliano Haaretz è il primo a scrivere del rapporto delle Nazioni Unite, in toni sommessi e senza i particolari più significativi: “I rapporti degli osservatori dell’ONU nelle alture del Golan negli ultimi 18 mesi, rivelano tipo e portata della cooperazione tra Israele ed esponenti dell’opposizione siriana. … Secondo il rapporto, gli osservatori delle Nazioni Unite hanno dichiarato che delle tende sono stati stese a 300 metri dalle posizioni d’Israele, per circa 70 famiglie di disertori siriani. L’esercito siriano ha inviato una lettera di denuncia all’UNDOF a settembre, sostenendo che tale tendopoli è una base dei “terroristi armati” che attraversano il confine con Israele”. Mentre Haaretz rileva il supporto medico agli insorti feriti in Israele, non rivela che si tratta di centinaia di essi.
Haaretz osserva che il campo dei “rifugiati” è stato istituito vicino al villaggio di al-Ayshah in Siria, a 300 metri dalla posizioni israeliane, ma omette che le Nazioni Unite hanno confermato l’affermazione siriana che si tratta di un campi dei ribelli. UNDOF nota: “UNDOF stima che 60-70 famiglie vivano nei campi. Il 23 settembre, la postazione 80 (dell’UNDOF) osservò individui armati riunirsi nel villaggio di al-Ayshah scaricando armi da un camion. Alcuni individui erano in abiti civili e altri in uniformi mimetiche. Un veicolo con un’arma contraerea era stato osservato in prossimità del luogo di scarico. … Il 27 ottobre, la posizione 80 osservò due soldati dell’IDF ad est della recinzione tecnica, rientrare dalla direzione della linea Alpha, verso la recinzione tecnica. L’UNDOF ha osservato l’IDF aprire il cancello della recinzione tecnica e lasciare che le due persone passassero dalla linea (siriana) Bravo alla linea (israeliana) Alpha. Dopo l’evacuazione del personale dell’UNDOF dalla posizione 85, il 28 agosto, l’UNDOF ha sporadicamente osservato membri armati dell’opposizione interagire con l’IDF attraverso la linea del cessate il fuoco, in prossimità della posizione 85 delle Nazioni Unite”. Gli osservatori dell’UNDOF dovettero ritirarsi da alcune delle posizioni sul lato siriano dopo essere stati attaccati da Jabhat al-Nusra e altri insorti. Ora hanno limitate capacità di osservare i vari scambi tra soldati israeliani e insorti. Questo era probabilmente l’obiettivo dei loro attacchi alle truppe delle Nazioni Unite.
L’attacco di oggi presso Damasco difficilmente cambierà il corso della guerra. Probabilmente è solo una mossa politica del primo ministro israeliano Netanyahu che usa la Siria come un “sacco da boxe” per distrarre dalla sua disgrazia in politica interna. E’ tempo per la Siria e i suoi alleati di dimostrare a Netanyahu ed Israele che ulteriori attacchi avranno conseguenze disastrose.

syria%20strike%201
10636005

syriaisraeldrone
Israele sostiene i terroristi in Siria, due raid aerei vicino a Damasco

Samir R. Zughayb, al-Ahad News, 8 dicembre 2014 – Reseau International

Netanyahu-visitAerei da guerra “israeliani” domenica hanno attaccato due postazioni dell’Esercito arabo siriano, nella provincia di Damasco, senza causare vittime. Un portavoce delle forze armate siriane ha annunciato che “due aree protette, a Dimas (nord-ovest) e l’International Airport Damascus“, sono state prese di mira dagli aerei nemici. Il portavoce militare siriano ha detto che tali attacchi sono la prova vivente del sostegno d'”Israele” ai movimenti terroristici in Siria. Tale nuovo intervento israeliano diretto nel conflitto, avviene mentre l’offensiva dei gruppi terroristici attivi nel sud e nella provincia siriana di Qunaytra, confinante con le alture occupate del Golan, comincia a vacillare. Dopo un certo successo, i movimenti estremisti iniziano a perdere terreno per la controffensiva dell’Esercito arabo siriano, che ha liberato la maggior parte della città strategica di Shayq Misqin, occupata dai terroristi a metà novembre. La liberazione della città assicura le linee di rifornimento delle truppe regolari nelle posizioni più a sud, in particolare nella città di Darah e provincia. A Qunaytra la situazione dei gruppi terroristici non è migliore. La stretta striscia di sicurezza lungo il Golan occupato dall’esercito “di Israele” è indifendibile. Secondo fonti informate, l’Esercito arabo siriano ha recentemente introdotto un nuovo tipo di missile a lungo raggio e ad alta precisione che colpisce le posizioni dei terroristi, facendo numerose vittime nei loro ranghi e distruggendo le loro fortificazioni. Queste fonti indicano che l’ingresso in battaglia dell’arma è un messaggio ad “Israele” che supporta i terroristi nei pressi del Golan.

Terroristi in difficoltà a Qunaytra
Nel frattempo, l’aviazione siriana ha ripreso le incursioni e la ricognizione sul Golan, pochi mesi dopo che un missile Patriot “israeliano” aveva abbattuto un caccia siriano. Nello stesso contesto, l’Esercito arabo siriano si prepara a prendere la base di Qan al-Shayq, nodo strategico delle operazioni dei terroristi tra la provincia di Qunaytra e Damasco, e Monte Hermon (Jabal al-Shayq). Non è la prima volta che l’aviazione israeliana è direttamente coinvolta nel sostegno ai gruppi terroristici in difficoltà. L’ultimo attacco aereo israeliano si ebbe a marzo contro posizioni militari nella zona di Qunaytra. Nel maggio 2013, quadroni nemici effettuarono massicci attacchi contro le posizioni della Guardia Repubblicana siriana ed altre unità d’élite a Damasco. Dopo l’attacco, il Presidente Vladimir Putin lanciò un chiaro avvertimento al primo ministro “israeliano” Benjamin Netanyahu, in una intervista telefonica.

14 milioni di dollari per curare i terroristi
E non è tutto. Negli ultimi attacchi terroristici a Qunaytra, i cannoni nemici gli assicurarono lo sbarramento d’artiglieria colpendo direttamente le posizioni dell’Esercito araba siriano, per consentirgli di avanzare sul campo. Non dobbiamo dimenticare le cure mediche ai terroristi feriti, anche del Jabhat al-Nusra alqaidista, curati negli ospedali dell’entità sionista. In tale contesto, il quotidiano “Maariv” riferiva che “Israele” ha speso più di 14 milioni di dollari per curare i terroristi feriti (circa 1200). Le spese sono pagate dai ministeri della Difesa, Finanze e Salute, aggiungeva il giornale. A livello strategico, i raid aerei avvenivano in un momento in cui la Russia inizia la vasta offensiva politico-diplomatica caratterizzata da maggiore sostegno militare all’Esercito arabo siriano, costringendo al dialogo con il governo Damasco gli oppositori non manipolati da occidente, Turchia e Paesi del Golfo.

5304cafc33ecc1b0Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Soldato dell’anno. Il riconoscimento militare Musa ibn Nusayr / Tawfiq al-Juhani

Ziad Fadil Syrian Perspective 16 novembre 2014alalam_635322087941876952_25f_4x3Ora che siamo al quarto anno di guerra contro le Forze del Male, Stati Uniti, NATO, Stato-ghetto sionista, trogloditi arabi e loro tirapiedi, è giunto il momento di riconoscere i brillanti leader militari dell’Esercito Arabo Siriano e dell’Aeronautica Siriana, che hanno dedicato la vita a proteggere la società siriana, le sue istituzioni, il suolo e l’onore della sua Presidenza. Questo premio prende il nome dallo straordinario Generale Musa ibn Nusayr, nato in Siria intorno al 640 d.C. nel Qalamun, vicino Homs (Jabal al-Jalil) e che ebbe il merito di conquistare l’estremo occidente nordafricano. Ibn Nusayr ordinò al leggendario Tariq ibn Ziyad di attraversare le colonne d’Ercole nella prima invasione islamica della Penisola Iberica. Musa poi raggiunse il suo luogotenente berbero e completò la conquista di Spagna/Portogallo. Mentre Tariq diede a Gibilterra il suo nome (Jabal al-Tariq), Musa lo diede a una montagna in Marocco: Jabal Musa.
Questo premio prende anche il nome dal Tenente-Generale Muhammad Tawfiq al-Juhani, noto come il Dominatore dell’esercito sionista nella battaglia del lago Qarun in Libano, durante l’invasione sionista del 1982. Il 9 giugno 1982 il Generale al-Juhani, ex-comandante della 1ª Divisione corazzata siriana, assunse il comando del teatro tra le montagne e la Siria infliggendo gravi colpi agli invasori sionisti, uccidendone centinaia e abbattendone molti bombardieri. Mentre l’EAS perse molti blindati nella battaglia, la splendida apparizione di al-Juhani, comandante nel campo di battaglia, sconvolse i sionisti e li mise in ginocchio. Così molti ebrei stranieri morirono nella battaglia, e il tentativo di ritrovare i corpi si tradusse nell’affare spionistico di Ziyad al-Humsi. Il nome del Generale al-Juhani è iscritto a caratteri d’oro negli annali dell’Esercito arabo siriano. Ecco il primo candidato:
gen-al-freij-visits-army-sites-in-aleppo1. Tenente-Generale Fahd Jasim al-Furayj: Nel luglio 2012, un agente saudita, “arruolato” con promesse di denaro e Paradiso, collocò una bomba al Ministero della Difesa di Damasco. Era un dipendente delle pulizie ritenuto insospettabile. Quando l’incontro iniziò vi erano 4 alti ufficiali della Difesa della Siria: il Tenente-Generale Dawud Abdullah Rajiha (Ministro della Difesa) e primo cristiano ortodosso a tenere questa carica nella storia della Siria moderna; il Tenente-Generale Hisham Yqtiyar; il Tenente-Generale Hasan Turqmani (Consigliere Militare del Presidente); il Tenente-Generale Asif Shawqat, Vicecapo di Stato Maggiore e cognato del Presidente. Quando la bomba esplose, Rajiha, Turqmani e Shawqat furono uccisi all’istante. Yqtiyar morì per le ferite pochi giorni dopo. In Siria, il Capo di Stato Maggiore è un ufficiale in servizio attivo che, quando raggiunge una certa età, diventa Ministro della Difesa se la carica è vacante. Il Capo di Stato Maggiore era il Tenente-Generale al-Furayj. Con stile freddo, deciso e senza soluzione di continuità, caratteristico di chi è istruito nelle scienze, il Dr. Assad nominava al-Furayj alla carica di Rajiha e assegnò un altro candidato alla carica di Capo di Stato Maggiore, Generale Alì Abdullah Ayub. I sauditi previdero il panico a Damasco, ma non ebbero nulla se non una successione flemmatica, snella ed efficiente. Si aspettavano che il nuovo Ministro della Difesa fosse meno aggressivo del predecessore. Non fu affatto così. Infatti, il re dei ratti al-Lush, che si prese la responsabilità dell’assassinio, poi osservò che i nuovi incaricati erano più feroci dei precedenti. Nato a Rahjan, provincia di Hama, il Tenente-Generale al-Furayj è un esperto di guerra corazzata e comandante delle forze speciali nel sud della Siria. Da quando il Generale di al-Furayj ha assunto il nuovo incarico, ha mostrato notevole destrezza, percettività e innovazione. Sapeva fin dall’inizio che l’esercito doveva riorganizzarsi e adattarsi a un nuovo tipo di guerra per sconfiggere la costellazione di terroristi sponsorizzati volta ad abbattere il Presidente del suo Paese. È stato determinante nel convincere il Ministero della Difesa russo che la Siria poteva assorbire nuovi sistemi d’arma e mantenerne riservata la tecnologia. Ha costantemente e con successo mediato le dispute tra i suoi generali dimostrando freddezza e riservatezza, dimostrandosi sempre il campione del coscritto, come duro soldato in trincea privo del lusso della limousine con le guardie di sicurezza. Quando finirà tale guerra, sarà ricordato come un gigante nella storia militare siriana.

army_12. Tenente-Generale Alì Abdullah Ayub: è l’Omar Bradley siriano. Capo di Stato Maggiore Generale sostituto del Generale al-Furayj dopo che assunse la carica di Ministro della Difesa. Il Generale Ayub è l’apoteosi della volontà di ferro, altamente professionale, gelido freddo soldato che non può essere scosso. In ogni decisione nel spostare questa o quella brigata, è presente. Decide l’invio delle Brigate Tigre a Idlib o a Darah. E’ il mago della tattica che si occupa la vertiginosa serie di unità militari al suo comando, delle loro capacità ed esigenze logistiche. È colui che informa il Generale al-Furayj su carenze di carburante o munizioni. È colui che avverte il comandante dell’Aeronautica, Tenente-Generale Isam Halaq dei necessari servizi. È colui che coordina l’intelligence distribuita ai comandanti sul campo e che in ultima analisi prende le decisioni più difficili, nell’abbandonare o tenere ad ogni costo delle posizioni. Le sue capacità sono più che eccellenti. Molti l’accrediteranno della vittoria dell’Esercito siriano sulle forze delle tenebre ed erigeranno statue alla sua memoria.

general-issam-zahreddine-syrie3. Maggiore-Generale Isam Zhahradin: come molti ufficiali delle forze od operazioni speciali, questo generale, noto come il “druso pazzo”, si porta con spavalderia che trasuda carisma. Come altri paracadutisti, degli Stati Uniti o degli Speznaz, coltiva una personalità da macho che elettrizza i soldati al suo comando. Quando si opera nella 104.ta Brigata della Guardia Repubblicana del Generale Zhahradin, si opera sotto il comando di un equivalente di Patton, Montgomery e Rommel, uomini dalla reputazione di audaci e coraggiosi in combattimento. La sua posizione oggi è solitaria, a Dayr al-Zur. Nonostante la scarsità di materiale a disposizione, a differenza di altre unità nella parte occidentale del Paese, questo ferreo Aiace ha sconfitto i terroristi cannibali di SIIL e al-Nusra. Hanno cercato di ucciderlo l’11 novembre 2013, ma lo ferirono solo alla gamba. Si riprese rapidamente e inflisse colpi paralizzanti strappando ai ratti al-Huwayqa e Muhasan. Oggi, lui e le sue brigate di ranger e paracadutisti hanno strappato il controllo di Huwayat al-Saqr e sono volti a sterminare ogni barbaro ratto straniero del SIIL spedito dalle viscere dell’Asia o dai fetidi vicoli di Londra. Per i ratti è la personificazione della Morte e promessa di un’unica indissolubile Siria.

B00jr7fIUAAawDz4. Colonnello Suhayl al-Hasan “La Tigre”: nato sulle coste della Siria, nelle montagne che hanno generato i leoni che ne costruirono il formidabile esercito, questo altro gatto ha già mostrato coraggio e risoluzione assai più ferina e flessibile, riuscendo ad essere ubiquo in più posti, infiltrando a velocità inaudita i suoi carri armati davanti ai ruggenti camion verso ogni punto in cui il fetore dei bastardi ratti jihadisti può essere annusato, mentre i letali bombardieri che solcano l’aria al suo comando consegnano alle fiamme dell’Inferno coloro che portano nichilismo distruttivo in Siria. La sua velocità è leggendaria, anche se non ha ancora 50 anni la sua fama di brillante tattico è filtrata in ogni buco infestato dalla peste dei ratti wahhabiti che si crogiolano nel fango puzzolente dei loro rituali pagani. Se a nord di Aleppo o ad Homs spezza la schiena della morsa di al-Nusra, le sue truppe scelte annientano il SIIL nel Jabal al-Shair e nei pozzi di petrolio a sud-est, e a Mawraq le sue truppe vittoriose liberano la città, da cui passa un’arteria cruciale, e le sue unità del Direttorato dell’Intelligence dell’Aeronautica eseguono operazioni speciali a Darah, il suo stile metodico e la capacità d’infondere ai suoi uomini il desiderio di devastare il nemico, ne hanno fatto l’ufficiale preferito dal Dottor Assad. Oggi, si dirige di nuovo a sud per un cruciale scontro con al-Nusra a Nawa.
Il vincitore di questo premio sarà annunciato alla fine dell’anno sulla nostra patentata grande via.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il governo siriano è essenziale alla stabilità regionale

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 14 novembre 20143879548-3x2-940x627Il governo della Siria continua a lottare tenacemente contro nazioni e jihadisti internazionali che cercano di distruggere il tessuto secolare del Paese del Presidente Bashar al-Assad. In realtà, ciò significa che le grandi potenze del Golfo e NATO, insieme ai jihadisti internazionali, cercano la grande destabilizzazione. Dopo tutto, l’ingerenza delle potenze del Golfo e NATO in Afghanistan, Iraq e Libia ha prodotto caos, settarismo, terrorismo, instabilità, scomparsa del controllo centrale, odio religioso, sottomissione delle donne e altre realtà negative, come l’ascesa dell’eroina in Afghanistan. Pertanto, senza ombra di dubbio, gli stessi petrodollari del Golfo e delle potenze occidentali sono impiegati per creare Stati falliti. Contro tutte le probabilità, il governo del Presidente Assad dimostra che non tutti gli Stati nazionali indipendenti possono essere schiacciati, anche se instabilità grave persiste in alcune parti della nazione per via dell’ingerenza estera. In effetti, la barbarie assoluta dell’esercito libero siriano (ELS) e di vari altri gruppi terroristici non riguarda le potenze NATO e del Golfo. Ciò può essere indicato chiaramente, perché anche davanti alle immagini di decapitazioni, impiccagioni, stupri delle minoranze religiose, di bambini cui viene insegnato a decapitare e squartare soldati prigionieri siriani, le stesse nazioni continuano a finanziare, addestrare e cospirare con tali forze brutali. Tuttavia, quando un paio di ostaggi occidentali vengono decapitati e cristiani e yazidi venduti come schiavi dal SIIL in Iraq (rapporti affermano atti simili in Siria contro vari gruppi), sono costrette al ripensamento alcune nazioni coinvolte nella destabilizzazione della Siria. Naturalmente, tale realtà non sembra riguardare Francia, Quwayt, Qatar, Turchia e Arabia Saudita. Tuttavia, fedele alla confusione di massa che attanaglia il governo del presidente Obama, mentre alcuni attacchi aerei avvengono contro il SIIL (Stato islamico dell’Iraq e Siria – Stato islamico/SI), ne lascia comunque intatte le roccaforti, per esempio Raqa in Siria, lo stesso ordine del giorno anti-siriano è vivo e vegeto nei corridoi del potere a Washington. Francia, Quwayt, Qatar, Arabia Saudita e Turchia continuano ad agitarsi contro la laica Siria. Ciononostante SIIL, Nusra e altre forze terroristiche e settarie continuano la pulizia etnica contro curdi e minoranze religiose come cristiani, alawiti, shabaq (in Iraq) e altri. Verso la minoranza sciita in Siria e la maggioranza sciita in Iraq, i taqfiri e altre forze islamiste sunnite settarie continuano a massacrarle con gioia dichiarata. Nonostante tale realtà, le potenze NATO e del Golfo recitano ancora il mantra che la Siria laica del Presidente Assad debba essere sconfitta. E’ difficile capire perché le potenze occidentali ancora una volta cerchino di distruggere uno Stato laico che tutela tutte le fedi religiose e dà un respiro tanto necessario ai cristiani della regione. Nonostante ciò, le principali potenze occidentali sono schierate con la Turchia e la sua storia anti-cristiana, e l’Arabia Saudita laddove non una sola chiesa cristiana è permessa. In altre parole, le forze del settarismo e della xenofobia sono sostenute contro la nazione indipendente della Siria che permette a tutte le comunità religiose di coesistere sotto il suo controllo. Ovviamente, le minoranze religiose come i cristiani di Siria fuggono da SIIL, Nusra, ELS e altri gruppi settari e terroristi supportati dalle diverse potenze NATO e del Golfo.
Chuck Hagel, segretario alla Difesa degli USA, evidenzia la grave confusione dell’amministrazione Obama, osservando: “Basta trattare con Assad, come ora… così non metteremo da parte il SIIL“. Hagel proseguiva affermando: “Potremmo cambiare Assad oggi, ma ciò non cambia le cose… con chi sostituire Assad? Che tipo di esercito può affrontare il SIIL?” Quanto sopra evidenzia chiaramente che non si ha alcuna soluzione rapida, perché Hagel indica che solo un futuro peggiore attende una Siria dominata da forze terroristiche e settarie esistenti. Purtroppo, la logica conclusione non viene colta, perché sicuramente è nell’interesse della stabilizzazione della Siria fermare il supporto degli Stati anti-siriani a caos e massacri dei barbari settari. Ma la grave confusione nei corridoi del potere a Washington continua, perché invece di cercare di risolvere la crisi fermando l’ingerenza esterna, Washington risponde sostenendo ancora le cosiddette forze moderate, inesistenti al di fuori delle Forze armate siriane che proteggono il mosaico nazionale. Il capo di stato maggiore statunitense Martin Dempsey, evidenza tale confusione affermando: “...la nostra strategia è rafforzare l’opposizione moderata al punto da poter, in primo luogo, difendere e controllare i propri territori e poi riprendersi le aree perdute per mano del SIIL, ed infine, avendo sviluppato capacità e forza, creare le condizioni per una soluzione politica in Siria“. In altre parole, il governo siriano continua ad essere attaccato dai fantocci degli USA per l’ulteriore indebolimento dello Stato centralizzato. Tale realtà significa che uno scenario da Afghanistan, Iraq e Libia aspetta la Siria se il governo di questa nazione sarà sconfitto. Pertanto, la follia persiste negli USA e negli altri potenti membri della NATO come Francia, Turchia e Regno Unito; cioè tali nazioni sono alleate alle potenze del Golfo che sostengono terrorismo, settarismo e grave instabilità nel Levante e Iraq. Dopo tutto, molti potenti capi jihadisti in Siria provengono da nazioni come l’Arabia Saudita, così come cittadini soprattutto sauditi causarono l’11 settembre; tale realtà equivale a follia. E’ evidente che le nazioni estere provocavano, e continuano provocare, carneficina e caos totale che affliggono Afghanistan, Iraq e Libia. Le stesse forze dell’instabilità operano in Siria, ma questa volta è chiaro che la barbarie tramonta mentre scattano i campanelli d’allarme in altre nazioni illuse dalle stesse menzogne. Pertanto, la stabilità di Levante e Iraq dipende dalla sopravvivenza del governo e delle forze armate siriani. Altrimenti un altro Stato destabilizzato da terrorismo, distruzione delle minoranze religiose, sottomissione delle donne, povertà di massa e altre realtà brutali danneggerà le generazioni future.

Syria_Opinion_Amin_pic_1

1331939220-rally-pro-assad-on-the-anniversary-of-the-syrian-uprising_1108034562d82bc25420df048e4febb0dc75c28_articleTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iran e la guerra per procura in Kurdistan

Eric Draitser New Eastern Outlook 16/10/2014

tumblr_mqep8m3Mwo1s6c1p2o1_1280Nella guerra contro il SIIL (Stato islamico) che si svolge in Iraq e Siria, un eventuale cambio di alleanze, che potrebbe modificare sostanzialmente l’equilibrio di potere nella regione, si svolge senza che nessuno sembri notarlo. In particolare, il rapporto nascente tra Repubblica islamica dell’Iran e regione semi-autonoma del Kurdistan del nord dell’Iraq può mutare il panorama politico del Medio Oriente. Naturalmente, un tale sviluppo è parte di una più ampia azione geopolitica dall’Iran, e avrà conseguenze significative per tutti gli attori regionali. Tuttavia, Turchia, monarchie del Golfo e Israele avranno più da perdere da tale sviluppo. Mentre l’Iran ha vecchie controversie con elementi della propria minoranza curda, ha palesemente preso l’iniziativa di favorire i curdi iracheni nella guerra contro gli estremisti del SIIL. Come il presidente curdo Massud Barzani ha spiegato a fine agosto, “La Repubblica islamica dell’Iran è stato il primo Stato ad aiutarci… fornendoci armi e attrezzature”. Questo fatto da solo, insieme ad accuse plausibili anche se non confermate, del coinvolgimento militare iraniano nell’Iraq curdo, dimostra chiaramente l’alta priorità che Teheran concede alla cooperazione con il governo di Barzani e il popolo curdo nella lotta ai militanti filo-sauditi e filo-qatariori del SIIL. La domanda è perché? Cosa spera di ottenere l’Iran da un coinvolgimento in questa lotta? Cosa rischia di perdere? E come potrebbe cambiare la regione?

L’equazione iraniana
Mentre molte sopracciglia si aggrottano sul coinvolgimento iraniano al fianco dei curdi nella lotta contro il SIIL, forse non dovrebbe sorprendere. Teheran ha costantemente puntellato le sue relazioni con Irbil, sia come genuino desiderio di formare un’alleanza che come contromisura alla cacciata dell’alleato e partner ex-primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi. Dalla guerra statunitense in Iraq iniziata nel 2003, e soprattutto dopo che le truppe statunitensi l’hanno lasciato nel 2011, l’Iran si è posizionato come attore chiave, e per certi versi dominante, in Iraq. Non solo aveva un’influenza significativa con Maliqi e il suo governo, ma vedeva l’Iraq come opportunità per spezzare l’isolamento imposto da Stati Uniti, Unione europea e Israele per il controverso programma nucleare. Per l’Iran, l’Iraq di Maliqi era un ponte fisico (collegando l’Iran ai suoi alleati Siria e in Libano meridionale) e politico (da intermediario nei negoziati con l’occidente). Inoltre, l’Iraq di Maliqi doveva essere il fulcro di una nuova strategia economica che includeva il proposto gasdotto Iran-Iraq-Siria, un progetto che avrebbe fornito all’Iran accesso al mercato europeo dell’energia, consentendo così alla Repubblica islamica di togliere al Qatar il dominio regionale nell’esportazione del gas all’Europa. Inoltre, l’Iraq era in prima linea nella continua lotta dell’Iran contro i gruppi terroristici filo-occidentali, il più infame dei quali è il Mujahidin-e-Khalq (MeK). Fu il governo di Maliqi che chiuse Camp Ashraf, la base da cui il famigerato MeK operava conducendo una continua guerra terroristica contro l’Iran. Naturalmente non è un segreto che il MeK sia il beniamino della dirigenza neocon, lodato da quasi ogni architetto, supporter e attuatore della guerra in Iraq di Bush. Visto così, l’Iraq era una necessità economica e politica per l’Iran, che non poteva semplicemente far scivolare di nuovo nell’orbita di Washington. E così, con l’emergere del SIIL e il conseguente rovesciamento del governo Maliqi tramite pressioni e propaganda globali occulte, che lo ritraevano come un dittatore brutale pari a Sadam Husayn, l’Iran chiaramente dovette ricalcolare la propria strategia. Sapendo di non poter fidarsi del nuovo governo di Baghdad, più o meno scelto dagli Stati Uniti, Teheran vede chiaramente una nuova opportunità nel Kurdistan.

Perché il Kurdistan?
Mentre gli imperativi per l’Iran ad impegnarsi in Iraq sono chiari, rimane la domanda su ciò che specificamente il Kurdistan offre a Teheran come necessità strategica e geopolitica della proiezione di potenza. Per capire il movente iraniano, si deve esaminare come curdi e Kurdistan rientrano nelle relazioni nazionali ed internazionali dell’Iran. Prima di tutto l’Iran, come Iraq, Siria e Turchia, ospita una considerevole minoranza curda costantemente manipolata da Stati Uniti e Israele, ed usata come pedina nella partita a scacchi geopolitica con la Repubblica islamica. Con il caos in Iraq e Siria, e la continua oppressione ed emarginazione della minoranza curda in Turchia, sembra che un Kurdistan indipendente che possa modificare sostanzialmente la mappa regionale sia una possibilità sempre più praticabile. Quindi, al fine di evitare ogni possibile destabilizzazione curda dell’Iran e del suo governo, Teheran sembra aver iniziato un alleanza, invece che di contrastare, con gli interessi curdi in Iraq. Probabilmente l’Iran vede in questa alleanza un tacito, se non palese, accordo che una qualsiasi indipendenza curda non venga usata come arma contro Teheran. In secondo luogo, schierandosi con il governo di Barzani e fornendogli sostegno materiale e tattico, l’Iran chiaramente manovra per posizionarsi contro i rivali regionali. Da un lato, l’Iran riconosce la minaccia rappresentata dal membro della NATO Turchia, il cui governo guidato da Erdogan e Davutoglu è intimamente coinvolto nella guerra contro la Siria e nell’armamento e finanziamento del SIIL e degli altri gruppi terroristici nel Paese. Mentre Ankara ha pubblicamente rifiutato di partecipare ad operazioni militari in Siria, le sue azioni dimostrano il contrario. Ospitando e rifornendo i terroristi tramite CIA ed altre agenzie d’intelligence, fomentando la guerra civile in Siria, la Turchia si è dimostrata parte integrante del tentativo USA-NATO-GCC di effettuare un cambio di regime. Ovviamente non sfugge ai curdi esattamente ciò che la Turchia ha fatto e continua a fare. Non solo conduce una guerra ultradecennale contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), ma ha sempre rifiutato di considerare la propria minoranza curda come qualcosa di diverso da cittadini di seconda classe. E ora, dato il ruolo centrale che Erdogan, Davutoglu & Co. giocano nel fomentare la guerra in Siria, permettono ai loro ascari terroristici del SIIL di massacrare altri curdi. Non dovrebbe quindi sorprendere che molti curdi vedano la Turchia, e non Siria o Iran, come grave minaccia e nemico del proprio popolo. E così l’Iran colma il vuoto, offrendo ai curdi non solo sostegno materiale, ma anche politico e diplomatico. Dal punto di vista di Teheran, la Turchia continua ad essere il rappresentante dell’agenda USA-NATO-GCC; Ankara ha svolto un ruolo chiave nel bloccare lo sviluppo economico iraniano, in particolare sull’esportazione di energia. Va ricordato che la Turchia è uno dei principali attori nella corsa all’energia nel Caspio, fornendo gli oleodotti necessari sia al TANAP (Trans-Anatolian Pipeline) che al progetto di gasdotto Nabucco ovest, tra gli altri. Tali progetti sono sostenuti dagli Stati Uniti in concorrenza al South Stream della Russia (gasdotto russo verso l’Europa meridionale) e alla proposta pipeline Iran-Iraq-Siria. In sostanza quindi la Turchia dovrebbe essere un potente pezzo degli scacchi utilizzato per bloccare le mosse iraniane verso l’indipendenza economica e l’egemonia regionale.
Le aperture iraniane verso i curdi e il coinvolgimento nella lotta contro il SIIL in generale, devono essere interpretati come un passo contro i rivali regionali dell’Iran, Arabia Saudita e Qatar. Entrambi implicati nell’organizzazione e finanziamento di gruppi e reti di terroristi operanti sotto la bandiera del SIIL, usato come ascaro per spezzare l'”Asse della Resistenza” tra Hezbollah, partito Baath siriano e Iran. Gli interessi economici e politici di Arabia Saudita e Qatar, in particolare delle famiglie regnanti di tali Paesi, sono evidenti; la loro presa sul potere è possibile solo mantenendo il dominio sul commercio dell’energia. Nell’Iran, le monarchie del Golfo vedono una potente e ricca nazione che, data l’opportunità di svilupparsi economicamente, probabilmente li eliminerebbe quali leader regionali. Quindi, naturalmente, devono attivare le loro reti jihadiste per privare l’Iran dei suoi due alleati strategici Iraq e Siria, spezzando così il legame con Hezbollah e rompendo l’arco sciita. Una politica di potenza, in sostanza, grazie a cui ora i curdi pagano con la propria vita le aspirazioni meschine dei monarchi del Golfo. Infine, l’azione in Kurdistan degli iraniani rappresenta una nuova fase della lunga guerra per procura tra Iran e Israele. Non è un segreto che, come detto sopra, alcune fazioni e organizzazioni curde siano state a lungo assai vicine a Tel Aviv. In realtà, il rapporto ultradecennale tra i due è uno dei motivi principali dell’acquiescenza curda ai piani occidentali contro Iraq e Iran. Come il blogger filo-israeliano e auto-proclamatosi “saggio prodigioso” Daniel Bart ha scritto: “Ci fu un assai stretta cooperazione tra Israele e KDP nel 1965-1975. In quel periodo vi erano di solito circa 20 specialisti militari di stanza in una località segreta nel sud del Kurdistan. Rehavam Zeevi e Moshe Dayan erano tra i generali israeliani che prestarono servizio in Kurdistan… Gli israeliani addestrarono l’esercito curdo di Mustafa Barzani e persino ne guidarono le truppe in battaglia… La cooperazione “segreta” tra Kurdistan e Israele fu principalmente in due campi. Il primo nell’intelligence e questo è difficilmente notevole avendo avuto la metà del mondo, tra cui molti Stati musulmani, tali rapporti con Israele. Il secondo è l’influenza a Washington”. Bart, basandosi sul lavoro dello scrittore e ricercatore israeliano Shlomo Nakdimon, ha ragione nel sottolineare che l’intelligence israeliana, tra cui alcuni dei più celebri (o famigerati, a seconda della prospettiva) leader israeliani, ebbe rapporti con la leadership curda per più di mezzo secolo. Anche se le prove sono scarse, coloro che seguono da vicino la vicenda in generale credono che la cooperazione tra Tel Aviv e Irbil sia aumentata drammaticamente, soprattutto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, infatti Israele ha probabilmente agenti segreti e ufficiali dei servizi segreti in Kurdistan, e da qualche tempo. Questo non è certamente un segreto per gli iraniani, convinti (e probabilmente a ragione) che molti degli omicidi, attentati e altri atti terroristici perpetrati da Israele siano stati pianificati e organizzati dal territorio curdo. Tale pensiero è sostenuto dalle indagini del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh che notò nel 2004: “Gli israeliani hanno avuto lunghi legami con i clan Talabani e Barzani (in) Kurdistan e molti ebrei curdi emigrati in Israele hanno ancora molti contatti. Ma a un certo momento, prima della fine dell’anno (2004), non mi è chiaro esattamente quando, sicuramente direi sei/otto mesi fa, Israele ha iniziato a collaborare con alcuni commando curdi, apparentemente con l’idea di alcuni comandanti israeliani di unità d’élite antiterrorismo, o terroristiche a seconda dei punti di vista, di accelerare l’addestramento dei curdi”. I leader iraniani sono profondamente consapevoli della presenza di forze speciali ed intelligence israeliane in Kurdistan, sapendo che in ultima analisi Teheran è nel mirino. Così l’Iran ha chiaramente approfittato di un’opportunità per affermare la propria influenza sul Kurdistan, inserendosi in quello che era, finora, un dominio degli israeliani. Resta da vedere come Tel Aviv risponderà.
Mentre il mondo guarda con orrore la continua avanzata del SIIL in Iraq e Siria, c’è un’altra storia che si svolge, quella di come l’Iran, da tempo demonizzato come paria regionale, trasformi un caos volto a distruggerlo con i suoi alleati in un possibile trampolino per una futura cooperazione. E’ la storia di ex-nemici che terrorismo e guerra per procura hanno avvicinato, esponendo al mondo il tradimento dei governi una volta visti come alleati. E’ la storia di alleanze mutevoli come la sabbia del deserto. Ma in questa storia, il prossimo capitolo deve ancora essere scritto.

000_mvd6580355_03Eric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org, ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.211 follower