Il Golfo Arabo sbircia nel mondo multipolare

MK Bhadrakumar – 11 ottobre 2014
635302-01-08Il tradizionale sistema di alleanze prevalente nella regione del Golfo da quando l’allora presidente degli Stati Uniti Franklin Roosevelt lasciò il vertice di Jalta (1945) con Winston Churchill e Josif Stalin e si diresse senza preavviso in Egitto per un appuntamento segreto con re Abdul Aziz ibn Saud dell’Arabia Saudita, a bordo del cacciatorpediniere statunitense USS Murphy, nelle acque dei Grandi Laghi Amari, si sta inesorabilmente indebolendo. L’ultimo segno di tale processo è l’annuncio del Cremlino della visita del re del Bahrayn Hamad ibn Isa al-Qalifa, che lascia il resort della città russa di Sochi per incontrare il Presidente Vladimir Putin e di partecipare al capitolo russo della Campionato mondiale di Formula Uno. Il sovrano del Bahrayn è un compare della famiglia reale saudita e fu solo il brutale intervento militare saudita che l’ha finora aiutato a frenare la rivolta per la democrazia e i diritti umani della maggioranza sciita del Paese.
L’importanza di ciò che oggi accade nel cortile dell’occidente, è che sembra quasi che la Russia sia il centro di pellegrinaggio dei governanti del Golfo Arabo scontenti dei modi del presidente Barack Obama e della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente per la promozione di democrazia e diritti umani. Se va indicato il momento decisivo di tale crescente tendenza degli arabi del Golfo a disilludersi verso l’amministrazione Obama, è quando Hillary Clinton svelò drammaticamente e con molto clamore il Secolo del Pacifico Americano, la strategia del “pivot”in Asia degli Stati Uniti.
I Clinton affiancano la famiglia Bush del Texas per devozione ai regimi del Golfo Arabo e la segretaria di Stato Clinton non anticipava l’effetto devastante che la sua brillante strategia del “pivot” avrà sul morale degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Gli autocrati arabi del Golfo sono travolti dall’angoscia che gli Stati Uniti taglino la corda per l’Asia-Pacifico, lasciandoli ai lupi della regione e che Washington non si adopererà per la sopravvivenza dei loro regimi arcaici. La primavera araba e gli eventi catastrofici che portarono alla caduta di Hosni Mubaraq in Egitto, momento cruciale delle strategie statunitensi in Medio Oriente, hanno scosso la fede degli autocrati arabi del Golfo nella fedeltà degli Stati Uniti come pretoriani dei loro regimi, soprattutto con le prova accumulatesi su Washington che si mette dalla “parte giusta della storia” e tranquillamente s’impegna con i Fratelli musulmani, che allora sembravano l’emergente “forza vitale” in Medio Oriente. Inoltre, rapporti hanno cominciato a circolare sulla dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio dal Golfo in drastica diminuzione con la vertiginosa produzione di shale gas negli USA, che a sua volta si tradurrebbe in geopolitica nel disinteresse di Washington nella sopravvivenza delle oligarchie dei petrodollari regionali. La tesi in sé è falsa perché il coinvolgimento degli Stati Uniti verso gli Stati dei petrodollari non è solo in termini di consumo di petrolio, ma anche di traffico nel mercato energetico mondiale ed esportazione di tecnologia del petrolio, nonché di processo di riciclaggio dei petrodollari, pilastro fondamentale del sistema bancario-economico occidentale. Ma avanzò comunque la tesi della strategia del “pivot” in Asia di Clinton, guadagnandosi credibilità.
Se la caduta di Mubaraq fu un campanello d’allarme, la riluttanza degli Stati Uniti a farsi trascinare nel “cambio di regime” in Siria degli Stati arabi del Golfo, trasmise ulteriormente l’impressione che la presa statunitense in Medio Oriente sia in declino continuo. E poi venne l’impegno diretto degli Stati Uniti con l’Iran (sciita). Spargendo sale sulle ferite, Washington s’impegnava con l’Oman, Stato del GCC, ad agire da intermediario per discutere i termini dell’impegno, mantenendo l’Arabia Saudita all’oscuro di ciò che che si svolgeva. Sembra, infine, che i peggiori timori sauditi si avverino, Stati Uniti e Iran normalizzano le relazioni e Riyad perde lo status di alleato chiave di Washington in Medio Oriente. Naturalmente, lo scenario post-Guerra Fredda contro il quale tutto ciò viene dispiegato è importante da notare: l’illusione sfuggente degli Stati Uniti del “momento unipolare” e l’emergere del mondo multipolare. Gli arabi del Golfo iniziano ad intuire la possibilità che l’ordine mondiale multipolare possa salvaguardare i loro interessi fondamentali. In poche parole, per loro gli USA sono ancora il miglior spettacolo in città, ma non più l’unico.
Arriva la Russia. La guerra civile siriana è stata una rivelazione per gli arabi del Golfo, la cartina di tornasole di quanto Mosca avrebbe fatto a sostegno di un vecchio amico e alleato (anche se la Russia ha i suoi interessi, anche). In netto contrasto con il malcelato disinteresse o la riluttanza degli Stati Uniti nel salvare il regime di Mubaraq. In secondo luogo, Mosca ha sempre ridimensionato la primavera araba, senza mezzi termini fredda verso la ragion d’essere della trasformazione democratica del Medio Oriente. Al contrario, è stata abbastanza accomodante con l’idea di fare affari con regimi autoritari. In realtà, Mosca ridicolizza apertamente e ovunque il piano di democratizzazione degli Stati Uniti. In terzo luogo, la Russia continua a considerare i fratelli “terroristi” e la Fratellanza musulmana resta un gruppo radicale proscritto nella “watch list” russa. Gli autocrati arabi del Golfo sono immensamente soddisfatti di come la Russia chiaramente bolli l’islam politico come anatema nel mondo moderno. In quarto luogo, la Russia non ha perso tempo ad abbracciare senza esitazione la giunta militare che ha preso il potere a Cairo con il colpo di Stato sponsorizzato dai sauditi in Egitto, nel luglio 2013. Avendo davvero impressionato i sauditi che, nel momento cruciale, gli statunitensi ancora predichino la virtù della democrazia sulle rive del Nilo. (Probabilmente, i russi sono anche costretti a ripensare all’approccio statunitense verso la giunta di Cairo, qualcosa che i sauditi non hanno potuto compreso da soli). In quinto luogo, la crisi Ucraina ha convinto gli arabi del Golfo che il DNA russo non è cambiato e che Mosca persegue i propri interessi vitali in gioco, non importa cosa comporti. In altre parole, gli arabi del Golfo hanno iniziato a giocare con l’idea di fare della Russia attore del loro benessere e della sopravvivenza dell’attuale sistema oligarchico arcaico regionale. In sesto luogo, la fredda profonda spaccatura USA-Russia attrae gli arabi del Golfo. Se la frattura si approfondisce, sarà ancora meglio. In poche parole, gli statunitensi saranno costretti a pensare alle ombre russe nella regione del Golfo, a sua volta costringendo Washington a rinnovare l’interesse per il vecchio sistema di alleanze costruito intorno alla serie impressionante di basi militari statunitensi nella regione. Infine, nonostante tutti i protagonismi sulla comprensione strategica tra la Russia e Iran, che entrambi i Paesi si sforzano costantemente di pianificare, gli arabi del Golfo sanno essere un rapporto incredibilmente complesso radicato su animosità, sospetti reciproci e tradimenti sordidi tra le due potenze regionali, risalenti al lungo cammino nella storia moderna.
La collaborazione della Russia nella strategia del contenimento degli Stati Uniti verso l’Iran, negli ultimi anni, sul problema nucleare; la conformità della Russia con le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran; l’avversione dell’élite russa verso l’Iran; gli interessi sovrapposti di Russia e Iran nel Caspio, Caucaso e Asia centrale, tutto ciò sottolinea la complessità del rapporto. Più importante, l’emergere della leadership filo-occidentale in Iran e l’accelerazione dell’impegno tra Stati Uniti e Iran preoccuperebbero la Russia. Lo spettro che si aggira in Russia è naturalmente un Iran potenziale strumento chiave del piano USA per ridurre la forte dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche russe (dalle gravi implicazioni per la leadership transatlantica degli Stati Uniti). Infatti, l’Iran è l’opzione migliore per l’Europa nel ricercare la diversificare delle fonti di energia, tramite l’hub energetico della Turchia. D’altra parte, qualsiasi riduzione della dipendenza energetica dell’Europa dall’energia russa è molto più questione di reddito drasticamente ridotto per la Russia, privandola del suo “strumento geopolitico” per sfruttare le politiche europee. Il punto è che un Iran integrato nella “comunità internazionale” cessa di avere qualsiasi convergenza di interessi con la Russia nel contestare le politiche regionali degli Stati Uniti. Sempre più spesso, Iran e Stati Uniti potranno anche trovarsi sullo stesso lato riguardo sicurezza e stabilità dell’Iraq (e forse della Siria pure). Tale tendenza potrebbe isolare la Russia e costringerla a cercare nuovi partenariati regionali per prepararsi ad ogni evenienza con la vicinanza strategica USA-Iran. Basti dire che le relazioni russo-iraniane sono a un bivio oggi. È vero, non vi è alcuna prospettiva imminente di un asse statunitense-iraniano, dato che il problema nucleare iraniano deve ancora essere risolto e non ci sono segni dagli Stati Uniti di un “salto di fede” verso l’Iran. Le lobby saudite e israeliane lavorano duramente a Washington per lo stallo sull’accordo nucleare, e gli interessi degli Stati Uniti inoltre sono troppo profondi ed estesi negli Stati arabi del Golfo, rendendo estremamente difficile all’amministrazione in carica alla Casa Bianca di cooptare apertamente l’Iran come alleato in Medio Oriente nel prossimo futuro. Detto questo, Mosca non perde alcuna possibilità, neanche. E ha fatto aperture verso gli Stati arabi del Golfo sperando che questi ultimi siano attratti dalle possibilità presentate dall’ordine mondiale multipolare; Mosca è riuscita ad avere un interlocutore costante nel re di Giordania Abdullah. L’anno scorso Abdullah ha visitato Mosca e quest’anno è già stato in Russia due volte (come il 2 ottobre) e ci sono altri due mesi ancora per una terza visita. Nel frattempo, Abdullah ha anche ospitato ad Amman un visitatore russo di eccezione, il leader ceceno Ramzan Kadyrov. È interessante notare che Mosca sa perfettamente bene che non cessa la partecipazione della Giordania al “cambio di regime” saudita in Siria e che la Giordania è un pesce piccolo per una grande potenza come la Russia, ma rimane un Paese interessante data la possibilità di Abdullah di essere un tramite per i contatti con la leadership saudita e l’occidente. Così, un dialogo fitto si sviluppa tra Abdullah e Putin sulla base della realpolitik e di una corrispondenza d’interessi dallo spirito pragmatico. Più che altro, la Giordania ha stretti legami con Israele e visti i crescenti contatti saudita-israeliani, Mosca vedrebbe la possibilità di una base comune da sviluppare, ad un certo punto, dalla comune antipatia/disillusione dei quattro i protagonisti verso la politica regionale degli Stati Uniti.
L’ Egitto, senza dubbio, s’inserisce anche in questo paradigma. I legami russo-egiziani si sviluppano velocemente e la visita del Presidente Abdelfatah al-Sisi a Mosca ad agosto è stata interpretata come il messaggio agli Stati Uniti che Cairo ha opzioni strategiche nel contesto multipolare. Dal punto di vista russo, però, il pesce grosso è l’Arabia Saudita. Mosca non ha lasciato nulla d’intentato negli ultimi anni, anche a fronte degli sgarbi diplomatici di Riyadh, per sviluppare il rapporto e trasformarlo in una partnership, ma i sauditi erano pesanti e lenti, almeno finora. La guerra civile in Siria pone una contraddizione acuta. Ma il nocciolo della questione è che i sauditi sono lungi dall’aver rinunciato all’alleanza strategica con gli Stati Uniti. I sauditi ancora sperano che l’amministrazione di Barack Obama possa fermarsi dal cercare un accordo con l’Iran entro novembre. Se nessun accordo nucleare fruttifica e se nel frattempo il Senato degli Stati Uniti cambia di mano finendo sotto il controllo dei repubblicani, l’impegno di Stati Uniti e Iran nato sotto cattive stelle, non andrebbe avanti per molto e, infatti, ci potrebbe anche essere una recrudescenza delle tensioni tra i due vecchi avversari. La strategia saudita, in breve, è sedersi e aspettare in qualche modo la fine della presidenza Obama nel 2016. Ma le cose possono cambiare drasticamente se ci sarà un accordo USA-Iran sulla questione nucleare. Mosca e Riyad avrebbero molto da perdere se l’integrazione dell’Iran con l’occidente iniziasse realmente. (E così in effetti anche Israele). In tale eventualità, il Medio Oriente probabilmente entrerà nel mondo multipolare. Ma poi ci sono tanti “se” e ‘ma’ impliciti in tale scenario. Molto dipenderà da come la guerra di Obama contro lo Stato islamico finirà. La grande questione è, cosa succede se lo Stato islamico prevale e arriva in Arabia Saudita? Dopo tutto, da movimento “neo-wahhabita”, l’obiettivo chiave dello SI è l’Arabia Saudita e non l’occidente. La sua strategia è provocare gli Stati Uniti ad intervenire militarmente in modo che possa cavalcare l’onda dei diffusi sentimenti antiamericani in Medio Oriente, che a loro volta apporterebbe alla causa nuove reclute e altri finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo.

3126fb7674e98090fe6701f5905ceea603d7cf74Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Oggi in Siria e Libia contro gli islamisti, domani in Ucraina contro i banderisti?

Alessandro Lattanzio, 24/9/2014

Ciò che ricevono oggi dagli USA i loro ex-alleati islamisti, in Siria e Iraq, è un monito per ciò che subiranno, domani, i futuri ex-alleati degli USA e della NATO: i banderisti locali e i loro camerati gladiatori atlantisti.

10341569Operazioni in Siria 19-23 settembre
Il 19 settembre, alle ore 11.00 a Raqqa, era previsto un incontro tra i capi del SIIL. L’intelligence militare siriana apprese della riunione ed infiltrò nella città un commando per le operazioni speciali il cui compito era fornire le coordinate del luogo della riunione, che avvenne presso l’Agricultural Research Building. Il commando trasmise le coordinate e piazzò un dispositivo di puntamento radio presso l’edificio. Alle 11:10, la SAAF compì una serie di sortite con attacchi di precisione sul luogo dell’incontro, dove erano presenti anche 8 tra ex-ufficiali dell’esercito iracheno e membri del Baath di Sadam Husayn, oltre ai capi del SIIL. 15 medici furono portati nella zona occupata dal SIIL, tra cui un medico statunitense e uno turco, per soccorrere i sopravvissuti, che furono poi trasferiti presso l’ex base militare di al-Manaqar, prontamente bombardata dalla SAAF sempre su indicazione del commando siriano. I terroristi, tra cui un alto responsabile del SIIL, e i 15 medici furono eliminati.
Il 20 settembre, la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana siriana liberava le Torri Fitina a Jubar, dopo aver eliminato 25 terroristi del Jaysh al-Islam. Il capo militare di Jabhat al-Nusra, Abu Abdalrahman al-Baqa, veniva eliminato da Hezbollah a Falita, presso Yabrud. L’EAS e l’Esercito di liberazione della Palestina (ELP) assaltavano le posizioni di Jabhat al-Islamiya ad Adra, eliminando decine di terroristi, tra cui 2 capi di Jabhat al-Islamiya, Hani al-Musa e Anad al-Halmi. L’EAS subiva 9 caduti. Il 21 settembre presso Idlib, l’EAS e le NDF liberavano la città di al-Aziziya, le fattorie Abu Ruayda e Rawdha al-Jalma, i villaggi al-Turaymisa e Luwaybida, le località di Zuru Abu Zayd, Hajiriya al-Saman, Qafr al-Uwayna, al-Qaramita, al-Husayniya, al-Huwayr e la città di Jibin. L’esercito siriano sgomberava così 130 chilometri quadrati, liberando la rotabile Maharda – Salamiya. Il 22 settembre, a Dair al-Zur la SAAF distruggeva le basi del SIIL nei distretti di al-Mayadin e Abuqamal, eliminando 120 terroristi e distruggendo 3 tecniche. Gli attacchi aerei si ebbero in concomitanza dell’attacco della 104.ta Brigata della Guardia Repubblicana dell’EAS alle posizioni del SIIL nel quartiere di Dair al-Zur di al-Hawiqa, eliminando 23 terroristi. Ad Arsal, Hezbollah effettuava un attacco aereo tramite un drone contro una base dei terroristi di Jabhat al-Nusra, eliminandone almeno 23. Le truppe di Hezbollah continuarono l’offensiva sulle basi dei terroristi, eliminando Layth Abu al-Shami, capo di Jabhat al-Nusra in Libano. Inoltre, la SAAF colpiva una postazione dei terroristi nei pressi di un valico di frontiera di al-Zamarani, tra Siria e Libano, eliminando 10 jihadisti. Altri 11 terroristi furono eliminati quando le truppe siriane distrussero una fabbrica di ordigni esplosivi a Sarqah, nella provincia di Idlib.
In concomitanza con l’avanzata dell’EAS, gli USA intervenivano allo scopo di ostacolare i progressi dell’esercito siriano, e il 23 mattina l’US Air Force e Giordania, Arabia Saudita, Bahrayn, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, effettuavano oltre 40 raid su 20 obiettivi del SIIL a Raqqa, Aleppo, al-Hasaqah, Dair al-Zur, Abu Qamal ed Idlib, utilizzando aerei da combattimento F-22, F-15E, F-16 e F-18, bombardieri strategici Rockwell B-1, droni Reaper e 47 missili da crociera Tomahawk sparati dalle navi della flotta statunitense Arleigh Burke e Philippine Sea. Le operazioni erano dirette dal CAOC (Combined Air Operations Center) della base statunitense di al-Udayd in Qatar, sede del Comando aereo avanzato del CENTCOM (Central Command) degli USA. 14 attacchi furono compiuti su Raqqa, “capitale del califfato” del SIIL, contro campi d’addestramento, centri comando, depositi di armi e munizioni, strutture per la produzione di esplosivi e diversi autoveicoli. Furono eliminati 60 terroristi del SIIL quando un Tomahawk centrò l’ospedale di al-Tabqa. Venne anche bombardato un gruppo di Jabhat al-Nusra, il cosiddetto “gruppo Qurasan“, presso Aleppo, eliminando altri 50 terroristi, tra cui un capo di Jabhat al-Nusra, Muhsan al-Fadli al-Quwayt. Va ricordato che Jabhat al-Nusra era stata pagata dal Qatar per rilasciare 40 terroristi del SIIL, in cambio della liberazione dei 46 diplomatici turchi sequestrati dal SIIL a Mosul, nel giugno 2014. Inoltre, la Turchia impiegava il SIIL per contrastare il PKK nel Kurdistan siriano. I terroristi del SIIL avevano le loro basi in Turchia, da dove avviavano i loro assalti contro le cittadine curde nella Siria settentrionale. “Siamo pronti a colpire obiettivi del SIIL in Siria degradandone le capacità“, aveva dichiarato in precedenza il generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs of Staff degli USA, “Questa non sarà simile alla campagna shock-and-awe, perché semplicemente il SIIL non è organizzato, ma ci sarà una campagna persistente e durevole“. Il segretario alla Difesa degli USA Chuck Hagel disse che il piano “comprende azioni mirate contro i santuari del SIIL in Siria, tra cui infrastrutture di comando e controllo e della logistica“. Finora gli Stati Uniti avevano lanciato circa 190 attacchi aerei contro il SIIL in Iraq. Il Ministero degli Esteri della Siria affermava che gli Stati Uniti aveva informato l’inviato di Damasco alle Nazioni Unite poche ore prima degli attacchi aerei contro il SIIL in Siria. Intanto le IDF (Forze di Difesa Israeliane) abbattevano un caccia MiG-21UM siriano utilizzando il sistema di difesa aerea Patriot. I due piloti a bordo riuscivano a lanciarsi dall’aereo, abbattuto mentre compiva una missione sulla zona di Qunaytra contro le postazioni dei terroristi islamisti protetti dagli israeliani. Il Ministero degli Esteri russo si dichiarava “profondamente preoccupato” dall’incidente, che “aggrava una situazione già tesa. Chiediamo a tutti i Paesi della regione, e altrove, di mostrare la massima moderazione“, aggiungendo che era di fondamentale importanza non aprire un nuovo “fronte”, ma unire gli sforzi di tutte le parti interessate per combattere la minaccia islamista.
Il 24 settembre, a Tripoli, in Libia, esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di “Alba della Libia” nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti“.

ByNnRn1IIAEslcW
Una modesta proposta: la Russia dovrebbe colpire il SIIL in Siria!

Ziad Fadil Syrian Perspective 22 settembre

547483Il fallimento della politica estera e militare statunitense è ben illustrato da ciò che gli Stati Uniti non dicono. Ho visto Leon Panetta, Scott Pelley e re Abdullah di Giordania umiliarsi nei più patetici momenti di 60 Minutes’ in 40 anni. Durante tutto la puntata, curiosamente limitata all’impavida campagna curda per bloccare il SIIL (i curdi sono alleati degli Stati Uniti, ora, e se lo meritano) e sui fallimenti di Obama ad armare l'”opposizione moderata” (come no!) siriana quando avrebbe dovuto, senza mai menzionare l’attore che potrebbe risolvere tutti i purulenti problemi del calderone chiamato “Pianificazione americana”. Con tutto il parlare del possibile attacco statunitense in Siria contro il SIIL e dell’impetuoso Obama che in TV dice come non esiterebbe a colpire tale organizzazione sociopatica ovunque si trovi, nessuno ha mai pensato a menzionare i russi. Ammettiamolo, Damasco non avrebbe alcun timore di un attacco delle forze armate russe. Mentre Vlad si cura degli affari in giro e l’esercito siriano scaccia i terroristi sul campo, gli Stati Uniti e i loro ritrovati amici curdi potrebbero essere visti sostenere l’esercito iracheno riprendere a contrastare il Califfone, e tutto senza truppe da combattimento statunitensi in Iraq o Siria! SyrPer è sempre all’avanguardia nel pensiero creativo, quando la capitale della nazione dorme o galleggia sul mare dell’irrilevanza. Con i francesi che dichiarano l’indisponibilità ad attaccare i virulenti parassiti del SIIL in Siria, probabilmente per paura di vedersi i loro jet Rafale abbattuti come tanti moscerini fastidiosi dagli S-300, e gli inglesi che zittiscono al parlamento il loro Miles Gloriosus, l’illustre David “Wellington” Cameron, ci sono davvero poche opzioni. Un osservatore mi aveva strappato una risata incontrollabile quando scrisse che i possibili candidati per l’attacco aereo in Siria potevano essere Arabia Saudita ed Emirati! Suggerendo anche la presenza di soldati arabi sul terreno. (Per favore non incolpatemi se vi rovesciate dal ridere. Non rimborserò il pranzo). Costui ovviamente ignora la sospetta assenza di addestrati da sauditi e arabi in tale viavai, (mercenari pakistani esclusi).
A meno che non si voglia impiegare la vantata aeronautica del Libano, davvero non c’è molto da scegliere. Ma Vlad è sempre lì a risolvere il problema che lasci. Con così tanto parlare di violazione del diritto internazionale da parte statunitense, perché il dr. Assad non invita la flotta di Vlad ad inviare i nuovissimi Sukhoj e MiG presso la base aerea di Mazah. I piloti russi acquisirebbero esperienza contro bersagli reali senza il disturbo dei noiosi occidentali che abbaiano “male!”… O qualcosa del genere alle proteste per l’occupazione sovietica dell’Afghanistan o per l’attuale Ucraina. Non vi sembra una soluzione plausibile? Possiamo salvare la faccia dei sauditi facendogli pagare carburante e manutenzione. Come ulteriore incentivo per i sauditi, tutte le parti potranno osservare con sospetto il prossimo trambusto se i sauditi decidessero di usare la loro impressionante potenza militare invadendo il truculento Qatar, liberando il mondo da tale pernicioso batterio. Ma sarebbe troppo semplice e facile. Gli Stati Uniti sostengono pubblicamente il coinvolgimento della Russia mentre segretamente fanno di tutto per sabotarlo. Oh, e Obama accusa i russi di trattare con un regime “illegittimo”, accusando i russi esattamente di ciò che tutti accusano fare gli statunitensi; usare il SIIL per attaccare l’Esercito siriano, anche se diverrebbe un sotterfugio moscovita attaccare il SIIL per farla finita con gli eroi statunitensi del gruppo al-Nusra! Non vi sembra così bizantino? I neocon sionisti avranno continue coliche renali contorcendosi sui freddi pavimenti nella capitale nazionale, trasudando urina e bile e spuntando veleno. “Non può farlo, Capo. Non può!” Hillary avrebbe una giornata campale condannando il malvagio Vlad e John McCain preannuncerebbe la Terza Guerra Mondiale mentre sarebbe misericordioso con il popolo dell’Arizona con una gradita e solitaria dipartita. Già. E’ meglio non pensarci troppo. Le buone idee in questi giorni sono per i piccioni. Vorrei solo che gli statunitensi sappiano quanto ottuso e noioso sia il loro governo.

10702010Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iraq: situazione dal 20 al 23 giugno

Alessandro Lattanzio, 24/6/2014
Iraqi army tanks take part in a parade in Baghdad's Green ZoneIn un’intervista ad al-Manar TV, il deputato della Coalizione per lo Stato di Diritto, Zaynab Wahid Salman, affermava che il ruolo distruttivo svolto dall’Arabia Saudita in Siria si ripeteva in Iraq. “Vuole controllare l’intera regione a scapito dei popoli della regione? L’Arabia Saudita non è soddisfatta dell’interferenza negli affari del di Bahrayn e Siria, perciò oggi conduce una guerra feroce tramite gruppi terroristici contro il processo politico e il progetto democratico dell’Iraq“. I media iracheni, riferivano che un ufficiale saudita era stato ucciso dalle forze irachene e che altri sauditi sono stati arrestati nella provincia di Dhi Qar. La maggior parte dei combattenti arrestati sono sauditi o che provengono dal regno saudita. L’attivista Fuad Ibrahim afferma che “Racconti sulla presenza di combattenti sauditi a Mosul, Salahuddin, Diyala e altrove traboccano sui social networking.” Alla fine del 2012, uno dei leader della Coalizione per lo Stato di Diritto, Sami al-Asqari, rivelò che al-Duri si era recato in Arabia Saudita dall’aeroporto di Irbil. Pochi mesi prima delle elezioni irachene, in un’intervista alla rivista Ahram al-Arabi, al-Duri disse, “L’Arabia Saudita rappresenta la base della fermezza e dell’opposizione ai complotti e tentativi contro l’identità della nazione. L’Iran safavide avrebbe dominato il Golfo e danneggiato questa regione vitale, il nostro Paese e la nostra nazione se il Regno dell’Arabia Saudita non fosse stato in allerta. Viva l’Arabia Saudita, e viva il suo ruolo rispettabile e le sue pure posizioni fedeli alla rivoluzione del popolo siriano, in Bahrain e nel Golfo in generale, così come verso il popolo dell’Iraq e la sua rivoluzione, il popolo d’Egitto, il suo esercito e  la sua rivoluzione, in Yemen, Palestina, Libano, Somalia e in qualsiasi Paese in cui vi sia una reale minaccia alla nazione (araba) e ai suoi interessi fondamentali”. Descrivendo ciò che accade in Iraq come “strenua resistenza” all’“egemonia dell’Iran”, al-Duri non menzionava i gruppi terroristici, ma parlava di “ribelli” utilizzando terminologie dei media sauditi. Al domanda se si aspettasse un cambiamento nella situazione irachena dopo le elezioni, al-Duri  sottolineava che la situazione sarebbe “peggiorata”, dicendo che il popolo iracheno “deve unirsi, abbracciare la strenua resistenza, sostenere le forze islamiche e nazionaliste per spazzare questo processo politico“. Parole in liena a ciò che il capo dell’intelligence saudita Turqi al-Faisal aveva detto durante la sessione plenaria della conferenza sulla sicurezza organizzata dal Center for Strategic, International and Energy Studies, in Bahrayn, il 22 aprile, “Se Nuri al-Maliqi, l’attuale primo ministro che ha terminato il  mandato, vincerò le prossime elezioni, l’Iraq sarà diviso“.
Molti non sanno che il regime baathista iracheno, seppur tendenzialmente laico in Iraq, nella politica regionale ha appoggiato, finanziato e armato organizzazioni islamiste e jihadiste, soprattutto in Siria e in Arabia Saudita, dove Baghdad finanziava la propaganda iqwanista (salafismo wahhbita locale) contro il dominio dei Saud. Perciò nulla di strano che il Baath oggi si alle forze del jhadismo taqfirista tramite organizzazioni sufi naqshbandi.
logo_of_the_army_of_the_men_of_the_naqshbandi_orderL’Esercito degli Uomini sulla Via Naqshbandi (Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshbandiyah – JRTN), venne fondato nel 2006, per combattere contro le forze d’occupazione e il governo filo-iraniano, da ex-militanti del Baath e da sufi dell’ordine della Naqshbandiyah. Il presunto capo del gruppo si fa chiamare Abdallah Mustafa al-Naqshbandi. Al-Duri sarebbe a capo dell’Alto Comando per la Jihad e la Liberazione in Iraq (al-Qiyadah al-Aliya lil-Jihad wal-Tahrir) di cui il JRTN fa parte. Al-Duri sarebbe legato al ramo curdo sufi al-Qasnazaniyah. Le aree d’influenza andrebbero da Mosul (provincia di Ninawa) a Hawijah (presso Kirkuk), Baqubah (provincia di Diyala), Fallujah e Ramadi (provincia di Anbar). L’ultima azione nota del JRTN risalirebbe al 25 aprile 2013 quando occupò temporaneamente la città irachena di Sulayman Baq, presso Hawijah. Nel 2009 si riteneva che il JRTN avesse cercato di fondersi con altri gruppi insurrezionali che aveva anche sostenuto, come Ansar al-Sunnah, Brigata rivoluzionaria 1920, Jaysh Islamiyah e Stato islamico dell’Iraq, precursore del SIIS. Il 10 febbraio 2014 un attacco congiunto di JRTN e SIIS a sud di Mosul causò la morte di 15 soldati iracheni. Il 31 maggio un funzionario amministrativo di Qalis, provincia di Diyala, Uday al-Qadran, accennò ad un’alleanza tra JRTN e SIIS a Diyala, indicando i gruppi insurrezionali guidati da al-Duri nella zona: qatiba al-Mustafa, qatiba al-Mujahidin e Jaysh al-Tahrir. Infine, il quotidiano al-Quds al-Arabi afferma di avere le prove che oltre al SIIS, diversi altri gruppi insurrezionali hanno partecipato alla presa di Mosul: gruppi salafiti jihadisti come Jaysh al-Mujahidin, Ansar al-Sunnah e infine il JRTN, in un’alleanza basata esclusivamente nella comune ostilità verso gli sciiti. Infine, rappresentanti di al-Duri e del capo del SIIS Abu Baqr al-Baghdadi, si sarebbero incontrati nei pressi del villaggio al-Qiyarah per formare l’alleanza. Al-Muraqib al-Iraqi riferiva il 2 giugno 2014 di scontri ed esecuzioni tra SIIS e JRTN a Baquba, Bayji e Tiqrit, mentre secondo al-Masdar News del 12 giugno 2014, testimoni videro i ribelli del JRTN brandire le immagini di Sadam Husayn e al-Duri, assieme ai terroristi del SIIS esibire le loro bandiere nere dopo la caduta di Tiqrit. Il SIIS poi chiese al JRTN di rimuovere le immagini di Sadam e al-Duri da Mosul, il cui rifiuto scatenava scontri tra SIIS e JRTN a Mosul e Tiqrit. In realtà, lo scontro sarebbe stato provocato dalla decisione di al-Duri di costituire un governo a Mosul senza la leadership del SIIS. Infine, il 21 giugno 2014, pesanti combattimenti tra ISIS e JRTN venivano segnalati ad Hawijah, ad est di Kirkuk, provocando 17 morti: 8 terroristi del SIIS e 9 del JRTN, mentre Sayf al-Din al-Mashadani, membro del Baath e comandante del JRTN, veniva rapito da elementi del SIIS.
19 giugno, i militanti del SIIS avrebbero attaccato le guardie di frontiera iraniane presso la città iraniana di Qasre Shirin. Il 21 giugno, il Brigadier-Generale Ahmad Reza Purdastan, dell’esercito iraniano, affermava che gli aggressori erano dal gruppo militante curdo Partito per la vita libera del Kurdistan – Pejak, aggiungendo che le unità militari iraniane lungo i confini occidentali dell’Iran erano in allerta, tra cui unità dell’aviazione dell’esercito dotate di elicotteri d’attacco AH-1 Cobra e Bell-214 Isfahan.
20 giugno, 30 miliziani sciiti vengono uccisi a Muqdadiyah, una cittadina a nord-est di Baghdad, sulla strada per Baquba, da dove i terroristi furono respinti.
21 giugno, il valico di Qaim tra Iraq e Siria, a 200 km a ovest di Baghdad, viene occupato dal SIIS. 30 soldati governativi sarebbero stati uccisi. Presso Baghdad vengono respinto i terroristi, in un’operazione organizzata dal Generale Qasim Jasim della 9.na Brigata corazzata. Le forze di sicurezza irachena circondano i terroristi nel distretto di Muqdadiyah, 35 chilometri a nord-est di Baqubah. Le forze di sicurezza effettuano attacchi aerei contro i terroristi. Tuz Khurmat, nella provincia di Salahuddin, finisce sotto controllo curdo. Israele riceve una petroliera con greggio del Kudistan iracheno. Muqtada Sadr riattiva la milizia del Mahdi: 50000 miliziani marciano armati e in divisa a Baghdad. Parate simili si svolgono in altre nel sud e un piccolo corteo si svolge anche a Kirkuk. Alcuni combattenti portavano armi anticarro utilizzate efficacemente contro i blindati della NATO e che si ritiene provengano dall’Iran. Secondo un funzionario del Pentagono 28 carri armati Abrams dell’esercito iracheno sarebbero stati danneggiati in combattimento dai terroristi, di cui 5 seriamente danneggiati da ATGM (missili anticarro). Gli Stati Uniti hanno fornito 140 carri armati M1A1 Abrams all’Iraq tra il 2010 e il 2012, che sebbene dotati di nuove attrezzature per la sorveglianza, non hanno la protezione all’uranio impoverito che ne aumenta la resistenza alle armi anticarro. Diversi  video mostrano degli Abrams colpiti da ATGM usati dai terroristi nella provincia di Al-Anbar. I terroristi sono dotati di armi come gli ATGM 9K11 Kornet e i  lanciarazzi anticarro RPG-7 e M70 Osa. Quest’ultimo è un’arma jugoslava ampiamente utilizzata dai terroristi in Siria, e finora raramente vista in Iraq. Altri tipi di blindati dell’esercito iracheno sembrano aver subito maggiori perdite rispetto agli Abrams come Humvee distrutti o catturati, trasporto truppa corazzati (APC) M113 e veicoli MRAP. Il funzionario ha anche affermato che 6 elicotteri iracheni sono stati abbattuti e 60 danneggiati in combattimento tra il 1° gennaio e tutto maggio, e un altro elicottero è stato abbattuto da un cannone antiaereo leggero su al-Saqlawiyah il 16 giugno; i suoi due membri dell’equipaggio sono stati uccisi.
22 giugno, l’Ayatollah Khamenei dichiara: “Gli Stati Uniti sono dispiaciuti dalle elezioni con alta affluenza, perché intendono dominare l’Iraq sostenendo coloro che gli obbediscono“. Un consigliere di Moqtada Sadr avverte che ogni “consigliere” statunitense inviato in Iraq sarà considerato un occupante e obiettivo legittimo. L’Iran avrebbe inviato aerei in Iraq, secondo una fonte del Ministero della difesa di Baghdad. La fonte spiega che gli aerei possono colpire obiettivi nelle province di Niniwa e Anbar. Gli aerei sarebbero quelli confiscati da Teheran nel 1991, quando l’Iraq ve l’inviò per sottrarli alla guerra del Golfo del gennaio-febbraio 1991.
23 giugno, il segretario di Stato USA John Kerry visita Baghdad. Maliqi gli dice che la crisi: “rappresenta una minaccia non solo per l’Iraq ma per la pace regionale e internazionale“. I capi tribali di Tal Afar inviano una delegazione a Irbil chiedendo alle autorità curde l’adesione al Kurdistan iracheno, infatti Hugh Evans, consigliere inglese nel Kurdistan iracheno, dichiara di “sperare di vedere presto la Repubblica del Kurdistan“, evidenziando gli aiuti di Londra ad Irbil, pari a 8 milioni di dollari. Scontri nella provincia di Salahudin tra il SIIS e l’Esercito islamico. Il capo della tribù al-Abid, in Iraq, shayq Anwar al-Asi, oppositore del SIIS, viene aggredito. Si rifugia a Sulaymaniyah, presso il governatore di Kirkuk. L’Australia ha deciso di espellere qualsiasi cittadino collegato al SIIS. Il portavoce dell’esercito iracheno Qasim Ata dichiara che l’esercito iracheno s’è ritirato dalle città occidentali di Rawa e Ana. Il capo dell’Ufficio centrale dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), Adil Murad, afferma che il SIIS è uno strumento di Washington supportato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Secondo Murad gli Stati Uniti sono interessati solo a dividere l’Iraq e la crisi rientra nel grande piano statunitense per diffondere caos in Medio Oriente. “I partiti politici iracheni devono essere uniti e impedire i piani dei nemici. Il SIIS attacca solo le forze peshmerga del PUK a Jalawla, Sadiyah e Khanaqan, ma non attacca le forze del Kurdistan Democratic Party (KDP)” di Barzani.
Nel frattempo, i vertici di Teheran emettevano una serie di dichiarazioni sulla situazione in Iraq:
944837_Il Presidente Hassan Ruhani, ad Ankara, “La violenza e il terrorismo si sono aggravati per le interferenze di potenze trans-regionali”. “Se il governo iracheno vuole aiuto,… naturalmente aiuto e assistenza sono una cosa ed interferenza e scontro altra… L’entrata di truppe iraniane non è mai stata considerata… non abbiamo mai inviato nostre truppe in un altro Paese… Se gruppi terroristici si avvicinano ai nostri confini, sicuramente li affronteremo”. “I recenti avvenimenti in Iraq sono dovuti al fatto che i gruppi terroristici sono irritati dai risultati delle elezioni irachene, che mantengono gli sciiti e il primo ministro Nuri al-Maliqi al potere con mezzi democratici“. Hossein Amir Abdollahian, “Il ruolo di alcuni “lati stranieri” negli eventi di Mosul è evidente. Coloro che sostengono i taqfiri dovrebbero seriamente preoccuparsi per l’azione anti-sicurezza di tale corrente terrorista nei loro Paesi”. “Sosterremo potentemente l’Iraq nel suo confronto con il terrorismo“. Il comandante dei Basij dell’Iran, Generale Mohammad Reza Naqudi, “i gruppi taqfiri commettono crimini in linea ai minacciosi obiettivi di potenze arroganti che obbediscono a think tank occidentali e israeliani, supportati dai petrodollari di certi Paesi arabi”. “L’Arabia Saudita arma i terroristi in Siria con diverse armi in violazione di ogni norma e convenzione internazionale”. “I gruppi taqfiri e salafiti in diversi Stati regionali, soprattutto in Siria e in Iraq, sono sostenuti dagli Stati Uniti“. “Gli Stati Uniti manipolano i terroristi taqfiri per offuscare l’immagine dell’Islam e dei musulmani“. “Gli attacchi del SIIS in Iraq sono un nuovo complotto degli Stati Uniti dopo che Washington è stata sconfitta dalla resistenza nella regione. Gli Stati Uniti subiscono la sconfitta nello scontro e nei complotti contro gli alleati dell’Iran in Palestina, Libano e Siria, e ora hanno iniziato la stessa esperienza in Iraq… Un enorme forza popolare è attiva nella regione, che sventerà i loro inquietanti complotti. Queste forze popolari si sono formate negli Stati regionali divenendo una catena che si estende in tutto il Medio Oriente”. Il portavoce del  ministero degli Esteri Marziyeh Afkham sollecitava l’arresto immediato del sostegno ai gruppi terroristici da parte di certi Stati, invitando tutti i Paesi ad adottare misure collettive per combattere il terrorismo. Il Presidente del Majlis Ali Larijani, “E’ ovvio che gli statunitensi e i Paesi vicini hanno attuato tali mosse… Il terrorismo è uno strumento delle grandi potenze per conseguire i loro obiettivi“. “L’Iraq ha le forze necessarie e i militari preparati per combattere il terrorismo e gli estremisti… Qualsiasi mossa che complichi la situazione in Iraq non sarà nell’interesse dell’Iraq e della regione“. Alaeddin Brujerdi, presidente della Commissione per la politica estera e di sicurezza della Majlis, “Il sostegno degli Stati Uniti, con invio di armi e addestramento militare (dei gruppi taqfiri), è la causa principale della diffusione del terrorismo e dei crimini disumani nella regione… L’Ummah musulmana deve porre fine agli interventi degli Stati Uniti nella regione“. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Zarif, in un’intervista alla rivista New Yorker: “E’ nell’interesse di tutti stabilizzare il governo iracheno. Se gli Stati Uniti si sono rendono conto che tali gruppi rappresentano una minaccia per la sicurezza della regione, e se vogliono davvero combattere il terrorismo e l’estremismo, allora c’è una causa comune globale“. Il Contrammiraglio Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo della sicurezza nazionale dell’Iran accusava Washington della creazione del SIIS. “Tutto ciò confuta la presunta cooperazione USA-Iran sull’Iraq di cui vaniloquia la ‘guerra psicologica’ occidentale contro l’Iran. Terrorismo ed instabilità contro l’Iraq sono gli obiettivi che gli Stati Uniti perseguono creando gruppi terroristici come il SIIS, ricorrendo alla cooperazione finanziaria, d’intelligenza e logistica con certi Paesi regionali nell’attuare tale politica. Chiediamo agli iracheni di restare vigili contro i complotti delle potenze straniere e di difendere il loro Paese. Qualsiasi aiuto iraniano all’Iraq sarà su base bilaterale e non avrà nulla a che fare con un Paese terzo“.

kurdistan-KRG-452x450Fonti:
al-Manar
BAS News
BAS News
Eurasia Rossa
IBTimes
Indian Punchline
Kashf al-Niqab
Veterans Today
Vineyard Saker
Vineyard Saker
War is boring

La fine dell’egemonia anglo-statunitense

Dean Henderson 18 giugno 2014

capital-ppt-map-of-gulf-cooperation-council-countriesGli oligarchi e i loro gendarmi fascisti hanno sequestrato l’Ucraina mentre i ribelli islamisti del SIIS si riprendono le città in Iraq. Le nazioni BRIC, guidate dall’ancora una volta il male Putin, si preparano alla fine dell’impero finanziario anglo-statunitense. L’oligopolio di banche/energia/armi/droga dei Rothschild/Rockefeller, che ha schiavizzato l’umanità e decimato la Terra negli ultimi secoli, va a pezzi. L’arroganza e la stupidità dei sedicenti “illuminati” che operano dalla loro matrice della City di Londra, è chiara a tutti. Tornando alle truppe di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) entrate in Bahrayn per aiutare la petro-monarchia al-Qalifa nel reprimere le proteste pro-democrazia; tale intervento, approvato dalle potenze occidentali, rappresenta l’un ultimo tentativo di salvare il Gulf Cooperation Council (GCC), a capo del modus operandi neocoloniale che guida il regime di riciclaggio degli eurodollari di Londra, puntellando sterlina e dollaro. Ma le teste dei monarchi possono ancora cadere. I popoli delle nazioni del GCC sono in fermento, in particolare in Arabia Saudita e Bahrayn. Non a caso i i ribelli siriani finanziati dai Saud vengono inviati a destabilizzare l’Iraq. Gli sceicchi traggono beneficio quando nazionalisti come Assad vengono abbattuti dagli islamisti al soldo degli oligarchi. Gli eventi in Ucraina e la rivolta del SIIS in Iraq sono legati. L’oligarchia globale si basa su tali violenze.

L’islamismo è fascismo. Il fascismo è la religione delle élite, ovunque risiedano
db72a96c-5eeb-4fff-abf6-35c546d0be38 Le sei nazioni del GCC: Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, siedono sul 42% del petrolio mondiale. Le monarchie unifamiliari che le controllano furono radunate dall’impero inglese e collaborano con Israele sottraendo il greggio dal popolo arabo. Non la Cina o il Giappone, ma esse sono i maggiori acquirenti di titoli del Tesoro USA. I loro interessi non sono nel popolo, ma nella City di Londra e Wall Street. L’élite reale dei sei Paesi del GCC ha fortemente investito nelle economie occidentali. L’alto volume della produzione di greggio fa fluire tali investimenti a Wall Street e City di Londra, consentendo alle élite del CCG di vivere in modo opulento. Come il ministro del petrolio saudita Hisham Nazir ha detto, “Siamo legati dai nostri reciproci interessi e sicurezza“. Mentre la dipendenza occidentale dalle risorse del Terzo Mondo aumentava, divenne sempre più necessario ai banchieri internazionali e alle loro aziende includere le cricche elitarie locali nei programmi di accumulazione del capitale, rendendo un piccolo gruppo di indigeni estremamente ricco, in modo che collabori nello svendere risorse locali all’occidente. Un esempio dell’uso delle élite locali come surrogati si può vedere nel caso dell’uomo più ricco del mondo. Hassanal Bolkiah, sultano del Brunei, una piccola enclave petrolifera sull’isola del Borneo, dove Royal Dutch/Shell detiene il quasi monopolio petrolifero e paga bene il sultano per continuare così. Il sultano del Brunei possiede oltre 60 miliardi di dollari e vive in un palazzo di 1778 stanze. Tale élite locale, a sua volta, consegna le proprie ricchezze ai banchieri occidentali per proteggerle da svalutazione e fallimenti bancari. Ma essi derubano il proprio Paese dei capitali necessari, spesso precipitandoli nella svalutazione e crisi debitoria. Gli Stati Uniti stessi sono un Paese debitore, i cui debiti, in parte, appartengono alle élites del Terzo Mondo che possiedono migliaia di miliardi depositati presso le grandi banche statunitensi, mentre i loro connazionali vivono in condizioni di estrema povertà. Le élite egiziane, per esempio, detengono 60 miliardi di ollari di depositi in banche estere, mentre l’egiziano medio guadagna 650 dollari all’anno. Nel caso del GCC, la quantità di petrodollari riciclati che scorre negli investimenti occidentali è davvero sconcertante.
I sauditi hanno più di 600 miliardi di dollari investiti all’estero. Citigroup possiede il 33% della Saudi American Bank controllata dalla Casa di Saud. Nel 1993 il principe saudita al-Walid bin Talal, proprietario della Saudi Commercial Bank, versò 590000000 di dollari alla Citibank. Bin Talal ora possiede il 17,34% di Citigroup, mentre il principe ereditario Abdullah possiede una quota del 5,4%, divenendo i due maggiori azionisti della banca. Bin Talal è anche il secondo maggiore azionista della Rupert Murdoch Newscorp, proprietaria di Fox News e Wall Street Journal. Le operazioni di acquisto saudite di Citigroup furono facilitate dal Gruppo Carlyle di Washington, che per il 20% è di proprietà della famiglia Mellon, che possedeva Gulf Oil e ora possiede una grande quota di Chevron Texaco. Carlyle è guidata dall’ex-segretario alla Difesa di Reagan e Bush, e presidente della NSC di Reagan, Frank Carlucci. George Bush Sr., James Baker III e l’ex-primo ministro inglese John Major erano consulenti e membri del consiglio della Carlyle. Bush Sr. fu Investment Advisor alla Carlyle per la famiglia bin Ladin fino al novembre 2001. Nel 1995 il principe bin Talal collaborò con il finanziere canadese Paul Reichmann, il presidente di Loews Larry Tisch e il finanziere libanese Edmund J. Safra, amico intimo del criminale di guerra Henry Kissinger, per comprare il complesso Canary Wharf di Londra per 1,04 miliardi di dollari. Il monarca dell’UAE shayq Zayad gestisce l’Abu Dhabi Investment Authority. Gran parte del denaro è gestito da una finanziaria privata come Carlyle Group e Donaldson, la Lufkin & Jenrette di proprietà per il 18% del gruppo saudita Olayan. Olayan possiede anche grandi azioni di JP Morgan Chase e CS First Boston. Il direttore dell’Abu Dhabi Investment Authority è consigliere per l’Asia del Carlyle Group. Il Bahrayn svolge un ruolo nel riciclaggio di petrodollari, essendo un importante centro offshore bancario per gli sceicchi del CCG e i loro partner mega-bancari internazionali. Il Bahrayn è anche la base della Quinta Flotta e di un gran numero di raffinerie che lavorano il greggio saudita. Il Libano fu il primo centro bancario del Medio Oriente in passato, ma con Beirut ridotta in macerie dai bombardamenti israeliani, le banche se ne andarono nel porto franco di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ora primo mercato dell’oro del pianeta. Le banche d’investimento sono in Quwayt. Ma è il Bahrayn ad ospitare i multi-miliardari mercati fondiari dei derivati dai ricavi in petrodollari di GCC/Quattro Cavalieri. La maggior parte delle banche in Bahrayn è di proprietà straniera e tutte le mega-banche statunitensi vi svolgono operazioni. Molte banche del Bahrayn sono di proprietà delle élite del GCC e sono un importante canale per il riciclaggio dei petrodollari. La Burgan Bank del Quwayt, per esempio, possiede una partecipazione del 28% di una delle più grandi banche del Medio Oriente, la Banca del Bahrayn.
osama-bin-bush L’azienda più potente in Bahrayn è Investcorp, che ha grandi quote del New York Department Store of Puerto Rico, Saks Fifth Avenue, BAT, Tiffany, Gucci, Color Tile, Carvel Ice Cream, Dellwood Foods, Circle K e Chaumet. Investcorp è stata co-fondata nel 1983 dal rampollo della famiglia regnante del Bahrayn shayq Qalifa bin Sulman al-Qalifa, che possedeva anche una grossa fetta dell’infame BCCI. Un recente prospetto dell’Investcorp elenca il ministro delle Finanze del Bahrayn quale proprietario. Il presidente d’Investcorp è Abdul-Rahman al-Atiqi, ex-ministro del Petrolio e delle Finanze del Quwayt. Il suo vicepresidente è Ahmad Ali Qanu della ricca famiglia saudita Qanu, che avrebbe 1,5 miliardi di dollari. L’ex-ministro del petrolio saudita shayq Yamani fu uno dei soci fondatori d’Investcorp insieme a sette membri della famiglia reale saudita. Investcorp ha  la sua sede di otto piani in Bahrayn, oltre a un ufficio a Park Avenue a New York e un ufficio a Mayfair a Londra. Partner dello sceicco al-Qalifa nel lancio d’Investcorp era Namir Qirdar, presidente della banca responsabile delle operazioni del Golfo Persico della Chase Manhattan. Numerosi dirigenti d’Investcorp sono ex-impiegati della Chase. Molti acquisti d’Investcorp si rivelarono dei flop e c’è un lato oscuro della banca. L’esecutivo della gioielleria francese Chaumet, Charles Lefevre, ha detto che Investcorp evitò d’informare gli azionisti di Chaumet mentre tentava di venderne le azioni a un prezzo superiore presso altri investitori del Golfo Persico. Un’altra denuncia sosteneva che Investcorp tentasse di saccheggiare la Saudi European Bank di Parigi. Il membro del consiglio d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, un miliardario saudita, ha investito pesantemente nell’Harken Energy di George W. Bush. Così fece anche lo sceicco del Bahrayn al-Qalifa. Bush e il co-proprietario Dick Cheney trasformarono la loro Arbusto Energy nell’Harken quando l’amico di Bush James Bath gli offrì 50000 dollari per l’avvio. La Skyway Aircrafts di Bath era sotto inchiesta della DEA per aver aiutato gli sceicchi del GCC ad inviare banconote da 100 dollari nelle Isole Cayman. Bath spesso prendeva in prestito denaro dagli sceicchi sauditi Qalid bin Mahfuz, primo azionista della BCCI, e Muhammad bin Ladin, che probabilmente gli diedero i 50000 dollari per lanciare ciò che divenne Harken Energy. Bin Mahfuz e bin Ladin aiutarono l’Harken a firmare un accordo esclusivo per la trivellazione petrolifera in mare, poco prima della Guerra del Golfo. Nel gennaio 1990 il presidente Bush Sr. aveva approvato lo status commerciale preferenziale del regime iracheno. Quello stesso mese Harken Energy s’aggiudicò la più grande concessione petrolifera in mare aperto nel Golfo Persico, al largo del Bahrayn. Altri investitori importanti della Harken furono i fratelli Bass di Ft. Worth, la famiglia sudafricana Rupert, l’Endowment Fund Harvard e il luogotenente dei Rothschild George Soros. Nel 1989 il governo del Bahrayn interruppe bruscamente i colloqui con l’Amoco sulla stessa concessione petrolifera, dopo che l’emiro al-Qalifa decise di concederla alla Harken Energy su richiesta del capo per le operazioni in Medio Oriente di Mobil Michael Ameen. Il finanziamento del progetto fu organizzato dall’amico di Bush Jr. Jackson Stephens, proprietario della Worthen Bank in Arkansas, determinante nel portare la BCCI negli Stati Uniti e che donò 100000 dollari a Bush Sr. per la campagna presidenziale del 1988. L’avvocato Allen Quasha di New York e suo padre William Quasha di Manila, favorirono l’accordo della Harken con il Bahrayn. Nel 1961 Bill Quasha aiutò George Bush Sr. a garantirsi i diritti di perforazione del primo pozzo petrolifero in Kuwait con la Zapata Offshore Oil Company. Più tardi Quasha fu consulente legale nelle Filippine della lavanderia della CIA Nugan Hand Bank. Suo figlio Allen era il maggiore azionista della Harken. Quasha aveva il 21%  di una società svizzera controllata dalla famiglia sudafricana Rupert, principale sostenitrice dell’ex-regime dell’apartheid del Paese.
Appena un mese prima che l’Iraq invadesse il Quwayt, George W. Bush vendette il 66% della sua partecipazione alla Harken Energy con un profitto del 200%. Mentre analisti come Charlie Andrews della 13D Research emettevano raccomandazioni contro gli “acquisti” dalla Harken, il 22 giugno 1990 Bush incassava 840mila dollari dalle azioni Harken, dicendo che “ho venduto per la buona novella“. Bush sapeva che Harken aveva violato i termini dei prestiti ed era ormai alle corde finanziariamente. Cinque settimane dopo Harken subì una perdita di 23 milioni di dollari e il suo prezzo azionario crollò. Bush segnalò la sua tempestiva vendita delle azioni Harken Energy solo nel marzo 1991. Ciò era illegale, ma Bush sostenne che la SEC smarrì i moduli e non fu mai perseguito. Nel 1993 Bush si dimise dal consiglio di amministrazione della Harken. Con il pesante sostegno finanziario della Enron, divenne governatore del Texas. Bush fu difeso nella causa per la truffa Harken dall’avvocato di Baker Botts Robert Jordan, pagato nel 2000 con la nomina ad ambasciatore degli Stati Uniti in Arabia Saudita. Il capo della SEC, clemente durante la debacle Harken, era Richard Breeden, uno dei maggiori sostenitori politici di Bush Sr. Al consiglio della SEC vi era James Doty, altro sostenitore di Bush che aiutò George W. ad acquistare la squadra di baseball dei Texas Rangers. Quando la Harken di George W. Bush si fuse con Spectrum 7 Energy, fu aiutato dall’insider d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, che acquistò il 17,6% della Harken tramite una holding nelle Antille olandesi. Alcuni dicono che Baqsh fosse un uomo dello sceicco Qalid bin Mahfuz. Baqsh fu  un importante investitore d’Investcorp in Bahrayn, avviata da ex-dirigenti della Chase Manhattan. Nel 1988 saccheggiò una banca araba di Londra. Baqsh fu anche accusato di saccheggio della Banca Saudita di Parigi, quando crollò nel 1988, poco prima del sorprendentemente simile crollo della BCCI. Baqsh è azionista della First Group Commercial Financial, una società di trading futures in materie prime di Chicago, sanzionata dalle autorità di regolamentazione degli Stati Uniti per check-kiting e frode. Poco prima della guerra del Golfo, Investcorp vendette il 25,8% delle azioni ad una società irachena, nonostante una legge del Bahrayn  vietasse tali operazioni.
1_23_201111248PM_3528182272 Sauditi e kuwaitiani sono leader negli investimenti del GCC all’estero. La Kuwaiti Investment Authority ha oltre 250 miliardi di dollari investiti all’estero ed è il primo investitore straniero in Giappone e Spagna. Citigroup e JP Morgan Chase gestiscono gli investimenti del Quwayt negli Stati Uniti, dove il clan al-Sabah possiede azioni in ciascuna delle 70 maggiori aziende quotate alla New York Stock Exchange. Le loro aziende statunitensi sono, per il 100% l’Occidental Geothermal, per il 29,8% le Great Western Resources, per il 100% l’Atlanta Hilton Hotel, per il 45% il Phoenician Hotel e per l’11% l’Hogg Robinson. In Germania possiede il 14% di Daimler-Chrysler, il 25% della Hoechst (erede della nazista IG Farben e seconda maggiore azienda farmaceutica del mondo), il 20% di Metallgesellschaft e parte del rivenditore tedesco Asko. In Italia possiede il 6,7% di Afil, l’holding della famiglia Agnelli che possiede FIAT e diverse altre iniziative. Nel Regno Unito possiede St. Martin’s Properties e il 5,4% di Sime Darby. In Malesia la sua società K-10 possiede la più grande testata, New Straits Times Press. Nella vicina Singapore, i kuwaitiani possiedono il 10,6% di Singapore Petroleum, il 37% di Dao Heng Holdings e il 49% della società d’intermediazione mobiliare JM Sassoon. La Kuwait Oil Company (KOC) fu tecnicamente nazionalizzata nei primi anni ’80, ma resta vicina ai suoi creatori Chevron Texaco e BP Amoco, vendendo a questi due cavalieri petrolio scontato. KOC ha reso ricchi gli emiri al-Sabah e la famiglia al-Ghanim, agente della società per decenni. Nel 1966 KOC comprò una controllata danese e divenne la prima compagnia petrolifera mediorientale a vendere benzina al dettaglio in Europa. La KOC fu la società della GCC più aggressiva negli investimenti all’estero. Nel 1982 acquistò centinaia di stazioni di servizio Q8 in tutta Europa. Nel 1987 possedeva più di 5000 rivenditori di benzina in Europa e Asia meridionale. Proprio la scorsa settimana KOC s’è aggiudicata un contratto per costruire le raffinerie di petrolio in Corea del Sud. I kuwaitiani hanno anche comprato in uno dei Quattro Cavalieri, la BP Amoco, di cui nel 1988 possedevano una quota del 22%. Poi ridussero la quota al 9,85%, ma sempre una quota di controllo. Acquistarono le operazioni di raffinazione a Napoli, Italia, della Mobil, possiedono quasi il 4% di ARCO (ora di BP Amoco) e il 2,39% di Phillips Petroleum (ora fusasi con Conoco). In Spagna i kuwaitiani dirigono l’azienda chimica Torras Hostench e in Giappone l’Arabian Oil.
Gli investimenti del GCC in banche e multinazionali occidentali totalizzano migliaia di miliardi. La maggior parte viene investita in titoli di Stato a lungo termine statunitensi e giapponesi. Gli sceicchi del GCC sono cruciali per mantenere l’intero castello di carte dell’economia globale. I loro acquisti sono garantiti dal debito degli Stati Uniti, in gran parte maturato con la spesa per la difesa del Golfo Persico, mantenendo un dollaro forte e impedendo che l’architettura finanziaria internazionale deperisca. Gli emiri e i loro amici elitari finanziano le operazioni segrete della CIA, mentre riequilibrano i loro surplus commerciali con l’occidente attraverso l’acquisto di armi degli Stati Uniti, per proteggere i propri feudi petroliferi. Gli eventi in Ucraina e Medio Oriente dimostrano la posizione disperata dell’oligopolio energetico Rockefeller/Rothschild. Putin ha appena iniziato a giocare potenti carte. Le marionette del GCC sono assediate. La fine dello standard petrolifero può essere scongiurata solo con un guerra permanente. Giorni curiosi.

31590-3x2-940x627Dean Henderson è autore di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito è  Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dal Bahrain all’Ucraina, arrivano gli spacciatori della sovversione e dell’inganno occidentali

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 09/12/2013

Chuck Hagel, Sheik Rashid bin Abdullah Al KhalifaIl Dialogo di Manama in Bahrain, tenutosi questo fine settimana in presenza del segretario alla Difesa statunitense Chuck Hagel e del ministro degli Esteri inglese William Hague, oltre ad altri alti funzionari occidentali, si è auto-presentato con gravità e importanza quale forum per discutere  “caldamente” dei “problemi della sicurezza” in Medio Oriente e altrove. In realtà, l’evento tenutosi nella capitale del Bahrein, Manama, non è altro che un ritrovo per chiacchierate false, atteggiamenti vuoti e concetti verbosi. Una vetrina vacua completa di manichini sgargianti, per nascondere il carattere macabro dei veri accordi politici occidentali che operano nel seminterrato della regione petrolifera. Come la posizione generale di Washington e Londra verso i regimi arabi del Golfo Persico, il Dialogo di Manama è volto a spacciare propaganda e inganni per coprire i fatti più brutali della vita, venduti da geniali e virtuosi commessi.
Uno di questi fatti brutali è che i governi occidentali sono pienamente complici della repressione da parte del loro cliente arabo del proprio popolo. Un altro fatto brutale è che i governi occidentali e i loro clienti del Golfo Persico alimentano insicurezza e violenza in tutto il Medio Oriente: in Siria, Iraq e Libano, sostenendo segretamente i mercenari estremisti nei cambi di regime; come al-Nusra e lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, collegati ad al-Qaida. Un altro fatto brutale è che il Golfo Persico è uno dei luoghi più militarizzati e insicuri nel mondo, anche a causa del supporto occidentale ad Israele quale Stato nucleare illegale, e anche a causa delle sconsiderate vendite di armi statunitensi ed inglesi nella polveriera regionale. Tuttavia, gli alti rappresentanti degli Stati  guerrafondai occidentali hanno il coraggio di presenziare ad una conferenza regionale su “pace e sicurezza”. Come in un universo parallelo, portavoce e delegati vengono sistemati in un lussuoso hotel del Bahrain, per sproloquiare di democrazia, Stato di diritto e terrorismo. Nel frattempo, a pochi chilometri, il regime filo-occidentale del Bahrain impiega la polizia antisommossa sparando gas contro i pacifici sostenitori dei club pro-democrazia. I manifestanti cercavano di esercitare il diritto universale alla libertà di riunione pacifica e di espressione, gli stessi diritti umani di cui Washington e Londra ripetutamente affermano esserne i campioni della rivendita. Questi diritti civili sono sistematicamente negati in Bahrein negli ultimi tre anni (e anche prima), dalla monarchia assoluta del Bahrain, sostenuta da statunitensi e inglesi. Dal febbraio 2011, quando il movimento pro-democrazia si riaccese nel regno del Golfo Persico, le forze del regime hanno ucciso quasi 100 civili, alcuni sono morti sotto tortura in prigione; centinaia hanno subito mutilazioni grottesche, come la perdita di arti ed occhi per i proiettili antisommossa; neonati e anziani sono stati avvelenati nelle loro case dal deliberato uso eccessivo di gas lacrimogeni, e migliaia di famiglie sono in miseria perché padri e figli sono rinchiusi nelle carceri senza una parvenza di processo legale. Tutta questa barbarie avviene con l’appoggio tacito di Washington e Londra, e nell’indifferenza vergognosa dei media occidentali.
Per la popolazione di soli 600000 nativi del Bahrein (la popolazione di lavoratori immigrati è della stessa dimensione) le brutalità e le sofferenze inflitte dal regime dei Qalifa sono state immense. E in questa feroce aggressione alla popolazione sciita, i governanti bahraini hanno avuto completa assistenza dall’Arabia Saudita, che aveva inviato truppe nell’isola confinante nel marzo 2011, per schiacciare le manifestazioni pro-democrazia. Le truppe saudite rimasero in Bahrein da allora, seppur discretamente, indossando uniformi del Bahrain. Washington e Londra erano completamente informate della situazione. In realtà, Stati Uniti e Gran Bretagna diedero via libera alla Casa dei Saud nella repressione delle proteste in Bahrain, proprio come i governanti sauditi fanno nella propria provincia orientale e in altre regioni del regno petrolifero. E’ istruttivo confrontare e contrapporre ciò che accade in Ucraina occidentale e la reazione ufficiale. Le proteste a Kiev, evidentemente guidate da una minoranza determinata ad attuare la sovversione violenta e organizzata volta al rovesciamento delle autorità elette. Questo non è l’esercizio dei diritti umani internazionali, come in Bahrain; nel caso dell’Ucraina si tratta di una sedizione. Inoltre, i gruppi d’agitazione in Ucraina, come il Partito Patria e il neo-fascista Partito liberale, sono noti per i loro solidi legami con agenzie straniere impegnate a fomentare i cambiamenti di regime nei Paesi presi di mira. Queste agenzie sono la CIA e l’apparentemente innocua National Endowment for Democracy. Certo, le meticolose tattiche d’assalto recentemente usate contro gli edifici governativi di Kiev, indicano fortemente un’azione militare segreta… Rimproverare lo Stato ucraino per reagire con mano pesante alla sfrenata sovversione contro l’autorità sovrana, come i governi occidentali accusano, è nel migliore dei casi ingenuo e nel peggiore palese propaganda che falsa la situazione reale. A quanto pare, passanti inermi sono stati coinvolti nelle zuffe subendo lesioni. Tuttavia, non vi sono stati morti ed il primo ministro ucraino Mykola Azarov si è pubblicamente scusato per il comportamento della polizia. Dopo il culmine emotivo della settimana prima, le manifestazioni nella capitale ucraina si erano placate. Questa modalità indica che proteste e opinione pubblica vengono manipolati su un’altra agenda, non si tratta semplicemente di esprimere il dissenso verso il rifiuto del governo all’Unione europea, ma di uno scopo più sinistro: destabilizzare lo Stato.
Il contrasto con il Bahrain non potrebbe essere più lampante. Qui l'”autorità” è un regime non eletto in gran parte composto da una famiglia, gli al-Qalifa, guidata da un auto-nominatosi re, Hamad bin Isa al-Qalifa. Il suo successore sarà il primogenito, il principe ereditario Salman. Il regime del Bahrein domina con decreti assoluti e un “parlamento” consultivo “eletto” attraverso un processo fortemente manipolato. Il regime del Bahrain e i suoi sostenitori stranieri, Washington, Londra ed Arabia Saudita, sostengono che gran parte delle pacifiche proteste pro-democrazia sono manipolate da agenti stranieri. Sostengono che tali agenti provengono dall’Iran e dal movimento di resistenza libanese Hezbollah. I governi statunitensi e inglesi non lo ribadiscono troppo forte o spesso, perché sanno benissimo che l’accusa è una fantasia assoluta. Non c’è un briciolo di prova del coinvolgimento di Iran, Hezbollah o qualsiasi altra agenzia straniera nelle manifestazioni del Bahrain. Queste proteste si svolgono da tre anni semplicemente per via del desiderio della popolazione di avere il diritto di eleggere democraticamente un governo, piuttosto che essere dominata da una cricca familiare venale e corrotta. A differenza dell’Ucraina, il Bahrain è un caso semplice e diretto di democrazia brutalmente negata alla popolazione che resta tranquilla nonostante la provocazione implacabile di un regime non eletto.
Il doppio standard e l’ipocrisia dei governi occidentali e dei media mainstream, come dimostrato dalla risposta divergente sugli eventi in Ucraina e in Bahrain, è lampante. Una manifestazione di breve durata per seminare il caos in Ucraina e una dimostrata sovversione estera contro un governo eletto, ottengono la massima attenzione dai governi e dai media occidentali, quale “nobile tentativo democratico contro un regime autocratico“. Considerando che in Bahrain, il continuo movimento pro-democrazia sostenuto da civili disarmati e pacifici contro un brutale autocrate viene, beh, semplicemente ignorato dall’occidente. Infatti, il Bahrain non è semplicemente ignorato dall’occidente. Viene accettato e tacitamente appoggiato, fino in fondo, da Washington e Londra. La presenza di figure di spicco come Chuck Hagel e William Hague al Dialogo di Manama, in Bahrain, durante questo fine settimana, dove disquisivano di luoghi comuni su sicurezza, democrazia e Stato di diritto, serve ai governi statunitense e inglese a rassicurare i regimi del Bahrein e dell’Arabia Saudita sul loro continuo supporto nella repressione della democrazia. Nel frattempo, Chuck Hagel annunciava in tale forum che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di ridurre la propria presenza militare (leggi: vendita di armi) nel Golfo Persico, nonostante la recente distensione diplomatica con l’Iran. “La diplomazia deve essere sostenuta con la forza militare“, ha detto Hagel  ai delegati. Il capo del Pentagono ha anche rivelato che gli Stati Uniti concluderanno la vendita di 15000 missili anticarro all’Arabia Saudita per un miliardo di dollari. Questi missili probabilmente andranno ai militanti di al-Qaida ingaggiati nella guerra terroristica contro la Siria per imporvi un cambiamento di regime filo-occidentale. Ironia della sorte, e ridicolmente, il ministro degli Esteri inglese William Hague ha avvertito che gli “estremisti” che operano in Siria (con il sostegno segreto di Stati Uniti, Gran Bretagna e Arabia Saudita, tra gli altri) rappresentano una grave minaccia alla sicurezza del Medio Oriente e dell’Europa.
Davanti alla conferenza di Manama, dove i manifestanti pacifici hanno avuto le teste spaccate dalla polizia antisommossa del Bahrein, uno striscione della folla diceva: “Perché i governi occidentali non chiedono la democrazia in Bahrain?” Che scherzo crudele. I governi occidentali non sostengono la democrazia in Bahrain, o in qualsiasi altro luogo, perché fanno soldi con la vendita di armi e petrolio sostenendo dittature, e frantumando e sovvertendo la democrazia. Bahrain e Ucraina sono solo due esempi del concetto generale. Nonostante la retorica con cui si pavoneggiano, Washington e Londra non sono altro che spacciatori di sovversione e inganni.

Hagel630La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.900 follower