Tre fronti per la Russia: come Washington susciterà il caos in Asia centrale

Ivan Lizan Odnako  - Vineyard Saker

1009158-LAsie_centrale_1992La dichiarazione del Generale “Ben” Hodges degli Stati Uniti secondo cui nel giro di quattro o cinque anni la Russia potrebbe sviluppare la capacità di combattere contemporaneamente su tre fronti non è solo un riconoscimento del crescente potenziale militare della Federazione russa, ma anche una promessa che Washington premurosamente si garantirà che i tre fronti siano ai confini della Federazione russa. Nel contesto dell’inevitabile ascesa della Cina e della crisi finanziaria che si aggrava, con lo scoppio contemporaneo di diverse bolle speculative, l’unico modo per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia globale è indebolire gli avversari. E l’unico modo per raggiungere tale obiettivo è innescare il caos nelle repubbliche confinanti con la Russia. È per questo che la Russia inevitabilmente entrerà in un periodo di conflitti e crisi ai confini. Così il primo fronte, infatti, esiste già in Ucraina, il secondo sarà probabilmente tra Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, e il terzo, naturalmente, sarà aperto in Asia centrale. Se la guerra in Ucraina porta milioni di rifugiati, decine di migliaia di morti e la distruzione di città, lo sbrinamento del conflitto del Karabakh minerebbe completamente la politica estera della Russia nel Caucaso. Ogni città in Asia centrale corre il pericolo di esplosioni e attentati. Finora questo “fronte imminente” non ha attirato l’attenzione dei media, la Nuova Russia domina sui canali televisivi nazionali, giornali e siti, ma questo teatro di guerra potrebbe diventare uno dei più complessi dopo il conflitto in Ucraina.

Una filiale del califfato nel ventre della Russia
La tendenza indiscutibile in Afghanistan, la principale fonte di instabilità nella regione, è un’alleanza tra taliban e Stato islamico. Anche così, la formazione imminente di tale unione ha scarsi e frammentati riferimenti, e la vera portata delle attività degli emissari IS è chiara quanto un iceberg la cui punta emerge poco al di sopra della superficie dell’acqua. Ma è stabilito che agitatori sono attivi in Pakistan e province meridionali dell’Afghanistan, controllate dai taliban. Ma, in questo caso, la prima vittima del caos in Afghanistan è il Pakistan, con insistenza e aiuto dei taliban alimentati dagli Stati Uniti negli anni ’80. Tale piano ha una sua vita ed è l’incubo ricorrente di Islamabad, che ha deciso di stabilire rapporti amichevoli con Cina e Russia. Questa tendenza può essere vista negli attentati dei taliban contro le scuole pakistane, i cui insegnanti hanno ora il diritto di portare armi, negli arresti di terroristi nelle grandi città e nel’inizio delle attività a sostegno di tribù ostili ai taliban nel nord. L’ultimo sviluppo legislativo in Pakistan è un emendamento costituzionale per espandere la giurisdizione dei tribunali militari (sui civili). In tutto il Paese terroristi, islamisti e simpatizzanti sono detenuti. Solo nel nord-ovest sono stati effettuati più di 8000 arresti, anche di membri del clero. Le organizzazioni religiose sono state bandite e gli emissari del IS vengono catturati. Dato che gli statunitensi non amano mettere tutte le uova nello stesso paniere, aiuteranno il governo di Kabul permettendogli di rimanere nel Paese legittimamente, e allo stesso tempo i taliban, che diventano IS. Il risultato sarà uno stato di caos in cui gli statunitensi non prenderanno formalmente parte; invece, porranno le loro basi militari in attesa di vedere chi vince. E poi Washington aiuterà il vincitore. Si noti che i suoi servizi di sicurezza hanno sostenuto i taliban per molto tempo e in modo abbastanza efficace: alcuni ufficiali delle forze di sicurezza e deòla polizia in Afghanistan sono ex-taliban e mujahidin.

Metodo di distruzione
Il primo modo per destabilizzare l’Asia centrale è creare problemi ai confini, insieme alla minaccia che i mujahidin penetrino nella regione. Il collaudo sui vicini è già iniziato; problemi sono sorti in Turkmenistan, che ha anche dovuto chiedere a Kabul di attuare operazioni militari su larga scala nelle province di confine. Il Tagikistan fu costretto dai taliban a negoziare il rilascio delle guardie di frontiera da loro rapite, e il servizio di confine tagiko riferisce di un grande gruppo di mujahidin ai confini. In generale, tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan hanno intensificato la sicurezza delle frontiere. Il secondo modo è inviare islamisti dietro le linee. Il processo è già iniziato: il numero di estremisti nel solo Tagikistan è cresciuto di tre volte l’anno scorso; tuttavia, anche se vengono catturati, ovviamente non sarà possibile catturarli tutti. Inoltre, la situazione è aggravata dal ritorno dei lavoratori migranti dalla Russia, espandendo la base del reclutamento. Se il flusso di rimesse dalla Russia inaridisce, il risultato sarà malcontento popolare e rivolte eterodirette. L’esperto del Kirghizistan Kadir Malikov riporta che 70 milioni dollari sono stati stanziati per il gruppo armato del IS a Maverenahr, comprendente rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Asia centrale, per compiere atti di terrorismo nella regione. Particolare enfasi è posta sulla valle di Fergana, nel cuore dell’Asia centrale. Un altro punto di vulnerabilità sono le elezioni parlamentari del Kirghizistan, in programma per questo autunno. L’apertura di una nuova serie di rivoluzioni colorate porterà caos e disintegrazione dei Paesi.

Le guerre autosufficienti
La guerra è costosa, quindi la destabilizzazione della regione deve essere autosufficiente o almeno redditizia per il complesso militare-industriale statunitense. In questa zona Washington ha avuto un certo successo: ha dato all’Uzbekistan 328 blindati che Kiev aveva chiesto per la sua guerra con la Nuova Russia. A prima vista, l’affare non è redditizio, perché i mezzi sono un dono, ma in realtà l’Uzbekistan sarà legato agli USA da ricambi e munizioni. Washington ha preso una decisione analoga sul trasferimento di equipaggiamenti e armi ad Islamabad. Ma gli Stati Uniti non hanno avuto successo nel tentativo d’imporre propri sistemi d’arma all’India: gli indiani non hanno firmato alcun contratto, e Obama ha visto materiale militare russo quando ha presenziato a una parata militare. Così gli Stati Uniti trascinano i Paesi della regione in una guerra con i propri pupilli, i taliban e Stato islamico, e allo stesso tempo riforniscono di armi i nemici. Quindi il 2015 sarà caratterizzato dai preparativi per la destabilizzazione dell’Asia centrale e la diffusione della filiale dello Stato islamico dall’AfPak ai confini di Russia, India, Cina e Iran. L’inizio di una guerra su vasta scala, che inevitabilmente seguirà una volta che il caos sommergerà la regione, portando a un bagno di sangue nei “Balcani eurasiatici”, coinvolgendo automaticamente più di un terzo della popolazione del mondo e quasi tutti i rivali geopolitici degli Stati Uniti. Un’opportunità che Washington troverà troppo bella per perderla. La risposta della Russia a tale sfida deve essere multiforme: coinvolgere la regione nel processo d’integrazione eurasiatica, fornendo aiuto militare, economico e politico, lavorando a stretto contatto con gli alleati di Shanghai Cooperation Organization e BRICS, rafforzando l’esercito pakistano e naturalmente aiutare la cattura dei servi barbuti del Califfato. Ma la risposta più importante dovrà essere la modernizzazione accelerata delle proprie forze armate, nonché quelle degli alleati, rafforzare la Collective Security Treaty Organization e dargli il diritto di aggirare le assai inefficienti Nazioni Unite.
La regione è estremamente importante: se l’Ucraina è un fusibile della guerra, l’Asia centrale è un deposito di munizioni. Se esplode, metà del continente sarà colpito.

dNt58u6sQBTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sconfitta delle ONG degli USA in Asia centrale

Washington userà le ONG in Asia centrale
Vladimir Odintsov New Eastern Outlook 08/01/2015Central-Asia-Map2Gli Stati Uniti ed i loro satelliti hanno usato le organizzazioni non governative (ONG) per preparare e attuare le “rivoluzioni colorate” in Nord Africa, Medio Oriente e Paesi ex-sovietici, facendo notizia sui media internazionali. Le conseguenze di tale “attività democratica” svolta da Washington si possono vedere chiaramente in Libia, Iraq, Ucraina e molti altri Paesi in cui tale strategia ha portato al caos incontrollato. Le tattiche delle ONG di Washington possono essere riassunte da una citazione famosa dell’ex-tenente-colonnello degli USA Ralph Peters: “Hollywood prepara il campo di battaglia e gli hamburger precedono proiettili. La bandiera segue il traffico“. Come regola generale, l’obiettivo di tali “attività di copertura” svolte dalle ONG è la lotta per i mercati dell’energia o contro gli avversari politici, tra cui la Casa Bianca mette Russia, Cina e Iran. Ciò spiega molto deugli ultimi eventi a Hong Kong. Washington ha effettivamente creato una rete di organizzazioni non governative che promuovono gli interessi statunitensi con il pretesto di promuovere la “democrazia”, utilizzando i social network per diffondere la sua agenda. Tale modello è stato duplicato numerose volte nel mondo, tentando il cambio di regime nei Paesi che la Casa Bianca percepisce quali minacce al dominio degli USA. Per sponsorizzare tali attività Washington ha assegnato miliardi di dollari ogni anno tramite il National Endowment for Democracy (NED), organizzazione responsabile di innumerevoli colpi di Stato nel mondo assieme alla CIA, al pari di numerose fondazioni private. Non è un caso quindi che solo in Russia c’erano 650 ONG straniere nel 2012, che ricevevano un miliardo di dollari all’anno, di cui 20 milioni consegnati direttamente dalle missioni diplomatiche occidentali. Quindi, se vogliamo badare alla regione post-sovietica, negli ultimi anni le ONG occidentali sono state particolarmente attive negli Stati dell’Asia centrale, dove accanitamente cercano d’innescare “rivoluzioni colorate”, ovunque possibile. L’avidità di Washington verso tale regione è dovuta a una serie di fattori, tra cui i notevoli giacimenti di risorse naturali e la possibilità di controllarne il flusso insediandosi solidamente nella regione, come nel destabilizzato Afghanistan. Ma il fattore “chiave” del pensiero di Washington è la capacità d’influenzare il futuro geopolitico e la stabilità del continente asiatico e della Russia. Ecco perché il territorio dell’Asia centrale è considerato dai think tank degli USA area primaria per la proiezione dell’influenza politica su Russia e Cina, lanciando campagne militari contro l’Afghanistan e potenzialmente l’Iran. In questo caso, gli Stati Uniti cercano di staccare gli Stati dell’Asia centrale dall’influenza russa, con l’ampio ricorso ad organizzazioni internazionali e ONG. Dopo aver fallito nel ridisegnare il panorama politico dell’Asia centrale, dopo la cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan nel 2005 e il conseguente spostamento dell’interesse della Casa Bianca alle “riforme politiche democratiche” in Ucraina e Hong Kong, il dipartimento di Stato e l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) nel 2011 hanno ridotto drasticamente il finanziamento ai loro “progetti” in Asia centrale, passando a 126 milioni di dollari dagli iniziali 436 milioni. Nel 2013 il finanziamento è stato ridotto ulteriormente a 118 milioni di dollari (con un decremento del 12% di rispetto al 2012). Tuttavia, a causa della crescente forza politica ed economica della Russia e della partecipazione attiva degli Stati dell’Asia centrale al progetto dell’Unione doganale attuato dalla Federazione russa e ad altre iniziative per l’integrazione, la Casa Bianca ha adottato significative modifiche nella politica verso i Paesi dell’Asia centrale. Pertanto, per “promuovere l’accesso a liberi e imparziali” media, l’USAID ha stanziato altri 3,8 milioni di dollari per le ONG in Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan nel 2014. Allo stesso tempo, George Soros ha speso 80 milioni di dollari in convulse “riforme democratiche” in Kirghizistan negli ultimi 11 anni. Nel novembre 2014, l’84enne investitore e filantropo s’è recato in Kirghizistan attirando ampia attenzione mediatica, insieme a “considerevole” assistenza finanziaria fornita alle organizzazioni non governative per la “rivoluzione” in Ucraina. George Soros ha espresso chiaramente la sua posizione anti-russa in una conferenza stampa del Gruppo di crisi internazionale di Bruxelles, dove ha esortato l’Europa a “svegliarsi”. Questo è il motivo per cui la sua visita in Kirghizistan è stata considerata dalla maggior parte degli osservatori stranieri un tentativo d’impedire l’ingresso del Kirghizistan nell’Unione doganale e il riavvicinamento alla Russia. Non è un caso che durante la visita, l’ambasciata statunitense in Kirghizistan abbia assistito a numerose manifestazioni dove i manifestanti invitavano le ONG locali ad astenersi dal “farsi compare”. E’ ovvio che Washington continuerà a perseguire attivamente i propri interessi in Asia centrale con le organizzazioni non governative, cogliendo ogni possibile occasione per aumentare l’influenza sugli affari interni degli ex-territori sovietici e portando al potere capi fedeli in quegli Stati che ritiene di priorità assoluta. E’ ovvio che la Casa Bianca tenterà di sfruttare il fattore religioso per destabilizzare, soprattutto ha già testato lo scenario dello “Stato islamico” insieme ai suoi satelliti nel Golfo, dimostratosi molto efficace nel diffondere il caos non solo in una determinata regione, ma anche in tutto il mondo.

Vladimir Odintsov commentatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

image2Il Nuovo Grande Gioco n°82
Christoph Germann

Dalla fine del 2013, la Turchia è travolta dall’implacabile lotta di potere tra Recep Tayyip Erdogan, che ha lasciato la carica di primo ministro turco lo scorso anno per diventare il 12° presidente del Paese, e l’influente movimento appoggiato dalla CIA dell’auto-descritto “imam, predicatore e attivista della società civile” Fethullah Guelen, che vive negli Stati Uniti da quando fu costretto a fuggire in Turchia nel 1999. Il conflitto tra gli ex-alleati ha ormai raggiunto un punto in cui il presidente Erdogan si prepara ad aggiungere il movimento di Guelen nel ‘libro nero’ della Turchia, dato che l’organizzazione sarà classificata minaccia alla sicurezza nazionale della Turchia. Anche se la lotta per il potere in gran parte ha luogo in Turchia, altri Paesi, come l’Azerbaigian, ne sono colpiti ed Erdogan non è l’unico che cerca di contenere le attività dell’oscuro movimento. I regimi in Asia Centrale sono sempre più sospettosi verso le scuole di Guelen e con buona ragione. Dopo Russia e Uzbekistan, che avevano già chiuso le scuole oltre un decennio fa, il Turkmenistan ha seguito l’esempio, negli ultimi anni, e le scuole di Guelen in Tagikistan sono ora sotto esame, come il quotidiano filo-Erdogan Sabah ha trionfalmente annunciato questa settimana:
Il Tajikistan chiude le scuole di Guelen, definendole ‘missione ombra’
Sajdov Nuriddin Sajdovich, ministro dell’educazione e della scienza del Tagikistan, ha annunciato che non estenderà l’accordo con il Movimento Guelen sul permesso di aprire scuole nel Paese, in quanto considera la missione delle scuole del gruppo come “oscura”. Secondo la stampa locale, un funzionario del ministero, Rohimjon Sajdov, ha anche detto che sarà dissolto l’accordo tra il movimento Guelen e il governo tagiko sulle sue scuole nella regione. Sajdov ha aggiunto che l’accordo con gli istituti d’istruzione in questione scade nel 2015 e che il Paese non lo prorogherà. Attualmente vi sono 10 scuole in Tagikistan gestite dal movimento. La prima scuola del gruppo fu aperte nel 1992. Negli ultimi dieci anni, le finalità delle scuole sono al centro di un acceso dibattito nel governo turco. Vi sono state numerose richieste di chiusura da parte di Ankara”.

tadjikistan-2Il Tagikistan controlla le scuole di Guelen, preparandosi al caos afgano
È interessante notare che, secondo i media tagiki, Sajdov non ha menzionato la parola “ombra”. Invece ha detto che il governo tagiko sta per rivedere le licenze per le scuole Guelen perché la loro missione è “poco chiara”. Il quotidiano Sabah è noto caricare il caso quando si tratta del movimento Guelen, ma dato che le scuole di Guelen svolgono un ruolo decisivo nell’islamizzazione di Asia centrale e Caucaso e furono utilizzate per varie operazioni segrete della CIA, le autorità tagike dovrebbero considerare la missione delle scuole come “oscura”. Dushanbe ha a lungo lamentato che i giovani tagiki, che studiano illegalmente nelle scuole religiose islamiche all’estero, “possono facilmente radicalizzarsi ed essere reclutati nei gruppi estremisti o militanti”, mentre si fa poco per fermare indottrinamento e reclutamento dei terroristi interi. Tuttavia, le ultime azioni indicano che ciò potrebbe cambiare nel prossimo futuro:
Un presunto capo islamista e suoi subordinati detenuti in Tagikistan
Il presunto capo di una cellula del Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU) e 10 presunti collaboratori sono stati arrestati in Tagikistan. Il ministero dell’Interno tagiko ha detto in una dichiarazione televisiva, il 7 gennaio, che Ikrom Halilov, ex-imam di una moschea locale e altri erano stati arrestati nel distretto di Shakhrinav, a 50 chilometri ad ovest della capitale Dushanbe. Secondo il ministero, il gruppo è sospettato di pianificare l’attacco a una stazione di polizia, al fine di rubarne le armi”.
Negli ultimi mesi, il Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU) fa notizia nel nord dell’Afghanistan, dove i combattenti dell’Asia centrale appartenenti al gruppo IMU o a schegge, come Jamat Ansarullah, e le alleate forze taliban si ammassano ai confini di Tagikistan e Turkmenistan. Alla fine dello scorso anno, Zamir Kabulov, rappresentante speciale del presidente russo Vladimir Putin per l’Afghanistan, ha rilasciato una lunga intervista ad Interfax avvertendo della minaccia all’Asia centrale e alla Russia, ma stranamente ha detto che i jihadisti nel nord dell’Afghanistan provengono dallo Stato islamico (SIIL). Kabulov ha descritto in dettaglio come molti combattenti si concentrino sulle teste di ponte in Tagikistan e Turkmenistan e sottolineato che “i nostri alleati Tagikistan e Uzbekistan lo sanno, confermando le stesse informazioni e prendendo misure“. Perché per Kabulov gli insorti siano combattenti del SIIL non è chiaro. Alcuni jihadisti tagiki del SIIL hanno recentemente proclamato l’intenzione di “combattere gli infedeli” in Tagikistan, ma non hanno ancora ottenuto il permesso:
I militanti del SIIL chiedono a Baghdadi il permesso di combattere gli ‘infedeli’ in Tagikistan
I militanti dello Stato Islamico (IS) in Iraq hanno pubblicato un video dicendo di aver chiesto il permesso al gruppo dirigente per la jihad in Tagikistan, ha riferito RFE/RL tagiko. Abu Umarijon dice che lui e i suoi camerati tagiki hanno chiesto a Baghadi, capo dello Stato islamico, il permesso di tornare in Tagikistan e combattere con il gruppo estremista Jamat Ansarullah. Tuttavia, Baghdadi non gliel’ha concesso. “Agli emiri (capi) militanti che hanno trasmesso il messaggio ad Baghdadi è stato detto che in questo momento devono attendere”, spiega il militante tagiko”.
Il video ha causato scalpore in Tagikistan e il Centro Islamico del Tagikistan ha condannato i jihadisti chiedendo come sia possibile “la jihad in uno Stato la cui popolazione è al 99 per cento musulmana“. Ma anche senza il ritorno dei combattenti tagiki del SIIL, le autorità tagike hanno tutte le ragioni di preoccuparsi della situazione nel nord dell’Afghanistan. I sequestri sul confine tagiko-afgano evidenziano recentemente la gravità della minaccia. Questa settimana, i funzionari tagiki hanno reso pubblica l’identità delle quattro guardie di frontiera tagiki rapite il mese scorso, e hanno respinto le affermazioni secondo cui i taliban avevano fatto richieste per il loro rilascio. A causa del deterioramento della situazione della sicurezza, i servizi speciali del Tagikistan avrebbero preso “una serie di misure per rafforzare i tratti più vulnerabili” del confine tagiko-afghano e ora sorvegliano molto da vicino le attività degli insorti nel nord dell’Afghanistan. Oltre a questo, il Tagikistan ha anche creato una nuova base militare vicino al confine:
Per sorvegliare i taliban, il Tagikistan crea una nuova base militare al confine afghano
Le forze armate del Tagikistan creano una nuova base vicino al confine con l’Afghanistan in risposta all’apparente aumento dei combattenti sul lato afghano del confine. La base, chiamata “Khomijon”, sarà nella regione di Kuljab. “Carri armati, veicoli corazzati e altri armamenti” saranno impiegati nella base che “unità di tutte le strutture di sicurezza del Paese utilizzeranno per le manovre operative”, ha riferito RFE/RL citando una fonte del Ministero della Difesa del Tagikistan. Mentre non vi è alcuna “minaccia immediata” del concentramento di combattenti taliban al confine con il Tagikistan, Dushanbe ha scelto di adottare “misure preventive”, ha detto il funzionario. Una fonte anonima nel Comitato di Stato sulla Sicurezza Nazionale (GKNB) del Tagikistan ha detto all’agenzia russa TASS che “gruppi non controllati da Kabul” si sono ammassati sul lato afgano del confine”.

afghan_pakistan_786I taliban smentiscono le affermazioni del governo, mentre Ghani chiede agli USA di rimanere per sempre
Lo stesso giorno, un anonimo funzionario del servizio di sicurezza nazionale dell’Uzbekistan con linguaggio simile avvertiva dell'”aumento della presenza di formazioni armate non controllate dal governo dell’Afghanistan“. L’Uzbekistan prende alcune misure per affrontare il problema, ma le autorità uzbeke non costruiscono nuove basi militari, perché sono meglio preparate ad affrontare la minaccia dei vicini Tagikistan o Turkmenistan. Dopo che i taliban si sono avvicinati al Turkmenistan un mese fa, riprendendosi Khamjab nel distretto afgano di Jowzjan, il governo afgano ora cerca di calmare i nervi di Ashgabat. Il capo della polizia di Jowzjan, generale Fakir Muhammad Jaujani ha annunciato, la scorsa settimana, che le forze armate afgane preparano operazioni su vasta scala nelle province di Jowzjan e Faryab, dove gli insorti hanno ripetutamente provocato problemi negli ultimi mesi. Anche se l’International Security Assistance Force (ISAF) della NATO ha concluso la guerra in Afghanistan solo di nome, il presidente afgano Ashraf Ghani non ha perso tempo nel rimpiangere le truppe della coalizione:
Il presidente afgano dice agli USA di ‘riesaminare’ la data del ritiro
Il presidente afghano Ashraf Ghani ha detto in un’intervista che gli Stati Uniti dovrebbero “rivedere” il calendario della ritirata delle restanti truppe della coalizione nel Paese entro la fine del 2016. Le “scadenze sono dettate dalla mente ma non dovrebbero essere dei dogmi”, ha detto Ghani al programma della CBS “60 Minutes” sulla questione. Alla domanda cosa avesse detto al presidente USA Barack Obama, Ghani ha detto: “Il presidente Obama mi conosce, non abbiamo bisogno di spiegarci”.
Dato che Ghani è l’uomo di Washington, le sue parole sono una vera sorpresa e questa intervista probabilmente gli guadagnerà altri tributi sulla stampa statunitense. Ma mentre i funzionari e i media degli Stati Uniti non perdono occasione per elogiare il nuovo leader dell’Afghanistan, il popolo afgano è meno impressionato dalle prestazioni di Ghani, finora. Secondo l’ultimo sondaggio del notiziario afgano TOLOnews e dell’istituto di ricerca ART, Ghani ha perso popolarità tra la popolazione afgana, quasi il 50 per cento, dal suo insediamento a fine settembre. Uno dei motivi probabili è che Ghani non ha formato un governo con il direttore generale del suo governo di unità nazionale, Abdullah Abdullah. Anche se i due uomini hanno raggiunto un accordo per la condivisione del potere a settembre, c’è lo stallo sulle cariche governative. Ghani ha anche sperato di portare tre capi taliban nel suo governo, ma il gruppo ha respinto l’offerta:
I taliban rifiutano l’offerta di posti nel governo afghano
Ai taliban sono stati offerti posti nel nuovo governo afghano, ma hanno rifiutato, afferma la BBC. L’offerta proviene dal nuovo presidente Ashraf Ghani, nel tentativo di porre fine alla ribellione che minaccia il Paese. I tre uomini che il presidente Ghani aveva sperato di attirare nel suo governo erano Mullah Zaif, ex-ambasciatore talib in Pakistan, che ha vissuto relativamente apertamente a Kabul per alcuni anni, Wakil Muttawakil, ex-ministro degli Esteri talib, e Ghairat Bahir, un parente di Gulbuddin Hekmatyar, le cui forze sono alleate ai taliban”.
Se Ghani non riesce a raggiungere un accordo con i taliban, la situazione in Afghanistan può solo peggiorare e il presidente afghano avrà difficoltà a restare al potere. Così l’appello di Ghani agli Stati Uniti di “riesaminare” la scadenza del ritiro ha perfettamente senso. Tuttavia, come già detto, le preoccupazioni di Ghani sul cosiddetto ritiro della NATO sono completamente infondate. L’esercito statunitense ha risposto all’intervista di “60 minutes” dicendo che gli Stati Uniti “prevedono di restare in forze e non ci sono stati cambiamenti sul ritiro”, ma anche se gli Stati Uniti proseguono con il piano per avere una “normale” ambasciata a Kabul alla fine del 2016, ciò significa tenere migliaia di contractor nel Paese devastato dalla guerra. Tuttavia, al momento non sembra come gli Stati Uniti prendano sul serio il piano della ritirata:
A Camp Lejeune i marines si preparano a schierarsi in Afghanistan
Pochi mesi dopo la presunta fine delle operazioni di combattimento del Corpo in Afghanistan, ufficiali rivelano che i marines sono diretti di nuovo nel Paese dilaniato dalla guerra, ma i dettagli dell’operazione sono pochi. La notizia arriva con un comunicato stampa del Corpo dei Marines che delinea i preparativi compiuti dalla 2.nda Compagnia di collegamento d’artiglieria aero-navale di Camp Lejeune, North Carolina. La compagnia ha testato ls disponibilità della squadra di collegamento inter-arma Alpha a uno schieramento imminente in Afghanistan per la soluzione di vari scenari “reali” tra l’8 e l’11 dicembre, secondo il comunicato. Oltre al comunicato stampa, ufficiali del Corpo dei Marines si sono rifiutati di discutere dell’imminente schieramento del 2° ANGLICO. Citando la sicurezza operativa, un portavoce della Marine Expeditionary Force ha rifiutato di specificare quando, e per quanto, verrà schierata l’unità, dove opererà in Afghanistan e se altre unità dei marines l’accompagneranno”.

Azerbaijan_mapLa lotta agli agenti del ‘regime change’ di Washington nel Caucaso meridionale
Oltre alle truppe statunitensi, l’operazione Resolute Support, la missione di prosieguo dell’ISAF, conta su numerose truppe di altri Paesi della NATO e alleati, come Georgia e Azerbaigian. Un gruppo di soldati azeri è appena partito per l’Afghanistan a sostegno della missione della NATO, nonostante le tensioni tra il regime del leader dell’Azerbaigian Ilham Aliev e l’occidente. Negli ultimi mesi, l’Azerbaigian ha ripetutamente fatto notizia per la repressione di ONG, attivisti per i diritti umani e giornalisti, molti supportati da Stati Uniti e Unione europea. Dopo che le autorità azere avevano già arrestato Khadija Ismailova, giornalista investigativa che collabora per il servizio azero del portavoce della CIA, Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), all’inizio del mese scorso, le relazioni tra Baku e Washington peggioravano quando il regime di Aliev ha chiuso l’ufficio di RFE/RL di Baku, un paio di settimane dopo:
USA ‘allarmati’ dall’Azerbaijan che chiude gli uffici a Baku di RFE/RL
Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti è preoccupato per la situazione dei diritti umani in Azerbaigian, aggravatosi dopo che le autorità hanno fatto irruzione e chiuso l’ufficio di RFE/RL a Baku ed interrogato dipendenti e collaboratori. Il portavoce del dipartimento di Stato Jeff Rathke ha riferito alla conferenza del 29 dicembre a Washington: “Queste azioni, insieme alla negazione dell’assistenza legale in tali interrogatori, sono ulteriore motivo di preoccupazione. Gli uffici azeri di RFE/RL, conosciuta come Radio Azadliq, sono stati perquisiti il 26 dicembre dagli investigatori del pubblico ministero confiscando documenti, file e attrezzature, prima di sigillare i locali”.
Com’era prevedibile, la guerra verbale tra Stati Uniti e Azerbaigian s’è intensificata dopo il giro di vite su RFE/RL. L’ex-presidente di RFE/RL Jeffrey Gedmin ha condannato l’azione di Aliev contro “una delle poche agenzie di stampa indipendenti rimaste in Azerbaigian” nei termini più forti possibili e ha avvertito l’amministrazione Obama che la visione di Washington di un’Europa “libera e unita” è a rischio. “Tutta l’Europa libera” è un codice spesso usato ma raramente spiegato, perché in pratica significa il consolidamento di un’Europa unita controllata da Bruxelles per conto degli Stati Uniti. L’Azerbaigian supportava la visione di Washington, ma al momento cruciale il regime Aliev è più interessato alla sua sopravvivenza che a un'”Europa unita e libera”. Anche se le tensioni sono forti al momento, resta da vedere se l’Azerbaigian davvero “snobberà l’occidente”, come alcuni suggeriscono:
L’Azerbaijan snobba l’occidente
Questi eventi sono stati segnalati all’estero soprattutto come ulteriore restrizione del già piccolo spazio in Azerbaigian per le opinioni alternative. Ed è così, suggerendo anche un drastico cambio geopolitico nell’instabile regione del Mar Caspio: crescente ostilità del governo azero verso Washington, con l’attacco a RFE/RL dopo mesi di retorica estrema anti-occidentale. Alti funzionari governativi azeri hanno accusato l’ambasciatore degli Stati Uniti a Baku di “gravi interferenze” e l’ex-ministro degli Esteri della Svezia Carl Bildt di essere una spia statunitense. Ai primi di dicembre, il capo dello staff presidenziale, Ramiz Mehdiev, ha pubblicato un articolo di 13000 parole sostenendo che la CIA escogita cambi di regime nello spazio post-sovietico (le cosiddette rivoluzioni colorate) definendo gli attivisti per i diritti umani in Azerbaigian “quinta colonna” degli Stati Uniti”.
Vale la pena sottolineare che la stampa israeliana suona l’allarme sul presunto cambio della politica estera dell’Azerbaigian, ma l’ambasciatore d’Israele a Baku Rafael Harpaz ha affrontato tali articoli dopo pochi giorni placando i timori e sottolineando che nulla cambia nei rapporti azerbaigiano-israeliani. Pertanto, i rapporti allarmistici nei media occidentali sul cambio geopolitico di Baku devono essere presi con cautela. Gli Stati Uniti non accetteranno di perdere l’Azerbaigian, considerando che la vicina Armenia è ufficialmente membro dell’Unione economica eurasiatica (UEE) cementando i legami con Mosca. Dopo i falliti tentativi d’impedire l’adesione dell’Armenia al blocco commerciale guidato dalla Russia, Washington apparentemente non è più interessata a “far progredire valori, pratiche e istituzioni democratici” in Armenia e decidendo di chiudere l’ufficio locale del National Democratic Institute (NDI), per “problemi finanziari”, ovviamente una scusa:
NDI sospende le attività in Armenia
L’ufficio armeno del National Democratic Institute (NDI) degli Stati Uniti, che opera in Armenia dal 1995, sospende le operazioni per problemi finanziari, ha detto Gegam Sargsjan, capo dell’ufficio, il 7 gennaio. Il NDI non riceve finanziamenti dal suo sponsor principale, l’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), quindi da marzo 2015 l’ufficio blocca le attività “per un tempo indefinito, fino a quando i fondi saranno disponibili” ha detto Sargsjan. “L’USAID sospese il finanziamento del NDI un anno fa e poi ricevemmo fondi dal National Endowment for Democracy degli USA” ha detto Gegam Sargsjan aggiungendo che oggi USAID preferisce sostenere organizzazioni locali piuttosto che internazionali, mentre “per la NDI non sono una priorità attuale“.

11120114176d0ec302adaa11b1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Cremlino rafforza l’influenza sul Mar Caspio

Vladimir Sotnikov Russia Direct 14 ottobre 2014

La visita del ministro della Difesa russo Sergej Shojgu in Azerbaigian è un’ulteriore prova che la Russia cerca di aumentare l’influenza e bloccare le ambizioni occidentali nella regione del Caspio.

0DEEFC5B-C619-4996-95A4-E822E0A331A1_cx0_cy15_cw0_mw1024_s_n_r1Durante la visita del ministro della Difesa russo Sergej Shojgu in Azerbaigian, Baku e Mosca hanno deciso d’istituire un sistema di sicurezza collettiva nella regione del Caspio. Uno dei passaggi chiave saranno le esercitazioni congiunte di reazione alle emergenze nel 2016. Alla luce dell’ultimo vertice del Caspio, il 29 settembre ad Astrakhan, tale mossa ha implicazioni sul rapporto tra Russia e NATO, sulla capacità di combattere la diffusione del jihadismo e sui futuri progetti di gasdotti alternativi nella regione. La visita di Shojgu a Baku è il primo contatto attivo tra le due nazioni da quando Azerbaigian e Russia non poterono accordarsi sull’estensione del contratto di locazione della stazione radar di Gabala. Ora il periodo di disaccordi sembra essere stato superato con vari successi, tra cui i risultati del vertice del Caspio. Questa volta i capi di Russia, Iran, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan hanno partecipato al vertice. Il problema principale degli Stati costieri del Mar Caspio, come in passato, continua ad essere la suddivisione del fondale del Caspio. Secondo il presidente russo Vladimir Putin, l’accordo dei cinque riguarda suddivisione marittima, dei fondali e sottosuolo, trasporto e pesca del Mar Caspio. La maggior parte delle acque Caspio resterà d’uso comune per tutti. Mosca ha anche proposto che i Paesi partecipi tengano esercitazioni congiunte di pronta reazione nel 2016. Il vertice ha adottato una dichiarazione politica, firmata dai capi dei Cinque del Caspio. Le parti coinvolte nel vertice hanno deciso che, entro il 2018, la questione della suddivisione del fondale del Caspio sarà finalmente risolta e il relativo documento firmato. Il documento, dopo 20 anni di negoziati, stabilirà lo status giuridico del Mar Caspio e definirà i principi per lo sfruttamento delle sue risorse da parte dei Paesi rivieraschi, oltre a fornire una delineazione delle sue zone marittime. Tuttavia, i risultati del vertice dei Paesi del Mar Caspio ad Astrakhan difficilmente possono essere considerati una “svolta epocale”, o anche un incontro che finalmente rimuove ogni ostacolo alla collaborazione tra i responsabili politici di questi Paesi. Tuttavia, vi è stata una decisione importante sulla questione della divisione della piattaforma del Caspio, adottata e registrata nella dichiarazione politica del vertice. La decisione dei Cinque del Caspio prevede una zona di 25 miglia per ciascuno dei partecipi, 15 miglia di responsabilità per ogni Stato costiero, per lo sviluppo delle risorse del Caspio (principalmente giacimenti di idrocarburi) e 10 miglia per pesca e navigazione. Il rappresentante speciale del Presidente della Federazione Russa, Igor Bratchenko, ha annunciato la posizione originaria della Russia: il Mar Caspio dovrebbe essere disponibile all’uso comune. Questa posizione è sostenuta dall’Iran che è comunque partner strategico di Mosca. Tuttavia, gli altri Paesi, come Azerbaigian e Kazakistan, erano a favore di una zona di 25 miglia di responsabilità. Nessuna decisione finale è stata presa al vertice di Astrakhan, relativa alla divisione della piattaforma, s’è solo dichiarato l’intenzione di volere mettere a punto un documento per il prossimo vertice, tra due anni. Tuttavia, ciò non sminuisce l’importanza del vertice per la Russia e gli altri attori dell'”accordo sul Caspio”. Per Mosca, questo vertice s’è rivelato importante per il fatto che v’è la reale opportunità di negoziare lo sfruttamento delle risorse minerarie del Mar Caspio con tutte e cinque le potenze rivierasche. Per avviarlo, la Russia ha mostrato flessibilità diplomatica su questo difficile argomento.

Perché l’occidente è interessato al vertice sul Caspio?
Per i giocatori esterni, Stati Uniti, UE, Turchia e Israele, che hanno interessi rilevanti nel Mar Caspio o cooperano con alcuni Paesi della regione, non considerano la questione come definitivamente risolta. Non è un caso che la portavoce del dipartimento di Stato gli Stati Uniti, Jen Psaki, commentando i risultati del vertice di Astrakhan, ha detto che si tratta solo di una dichiarazione di intenti. Tuttavia, in realtà, Washington seguiva da vicino la riunione, essendo il Mar Caspio un settore prioritario per gli interessi nazionali degli Stati Uniti, così come per la Turchia e gli altri Paesi della NATO. La ragione è che i progetti energetici che coinvolgono l’esportazione di idrocarburi sono promossi da Stati Uniti e altri Paesi occidentali (e dalla Turchia) in alternativa ai progetti russi incentrati sui grandi giacimenti di petrolio e gas nel bacino del Caspio. Washington ha già proposto (e continua a proporre) ad alcuni Paesi, in particolare l’Azerbaijan, di ospiti una “forza di reazione rapida” che, composta soprattutto da truppe USA, sarebbe usata “per la protezione degli oleodotti in costruzione” dei progetti energetici occidentali.

Le implicazioni del vertice Caspio per il Medio Oriente
Per i Paesi di Medio Oriente e Asia Centrale, il vertice è importante soprattutto per l’attenzione di grandi organizzazioni internazionali come la Shanghai Cooperation Organization (SCO), in cui Paesi come Russia e Kazakistan sono membri. Per la regione del Medio Oriente, è importante l’intenzione espressa dalle controparti nella lotta al terrorismo internazionale. Ciò è particolarmente importante oggi, alla luce della guerra dello Stato islamico (IS) in vasti territori di Siria e Iraq. Secondo dati recenti, tale organizzazione è supportata da un gruppo terroristico dell’Asia centrale, il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU), i cui combattenti sono coinvolti in attività terroristiche in Afghanistan e Pakistan.

Perché il vertice Caspio è importante per la Russia?
Il risultato più importante del vertice di Astrakhan è che Mosca ha delineato le priorità politiche in questa regione molto importante per la Russia, sia sui progetti energetici con finanziamenti russi che dal punto di vista del rafforzamento della posizione politica di Mosca rispetto ai Paesi presenti al vertice come Iran, Kazakistan e Turkmenistan. Oggi, il ruolo del Mar Caspio negli interessi nazionali della Russia è aumentato considerevolmente. Particolarmente importante è il ruolo della regione in connessione al ritiro delle truppe NATO e USA dall’Afghanistan, alla grave crisi politica in Ucraina e al riorientamento della politica estera della Russia verso l’Asia. Mosca dovrà prendere in considerazione tutto questo per promuovere la propria politica nel Mar Caspio, data la collisione delle posizioni di Russia e occidente, in particolare nel contesto della crisi in Ucraina. Il Mar Caspio è anche un fattore della politica estera, nel perpetuarsi delle sanzioni occidentali a Russia e Iran. Gli Stati Uniti vedranno mai l’Iran come partner strategico dopo l’annullamento delle sanzioni finanziarie ed economiche occidentali a Teheran per lo sviluppo del proprio programma nucleare? Tuttavia, il rischio principale per la Russia nel Mar Caspio è l’alta probabilità dei progetti alternativi occidentali sul trasporto degli idrocarburi in alcuni Paesi rivieraschi, così come il loro riorientamento politico verso l’occidente, con l’eventuale spiegamento di contingenti e navi militari occidentali nel Mar Caspio. A questo proposito, la proposta di Mosca ai Paesi al vertice di tenere esercitazioni congiunte di risposta alle emergenze nel 2016, è molto probabilmente una risposta all’esercitazione militare “Rapid Trident 2014” in Ucraina occidentale. Ciò dimostra la disponibilità della Russia, in collaborazione con i partner dei Cinque del Caspio, a rispondere alla NATO che si avvicina ai confini della Russia, anche in relazione agli eventi in Ucraina. Lo confermano gli accordi raggiunti nel corso della visita del ministro della Difesa russo Sergej Shojgu in Azerbaijan, e i risultati dei colloqui con il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliev.

Russia e Azerbaijan si alleano nonostante le differenze passate
Russia e Azerbaigian concordano sulla prospettiva di creare un sistema di sicurezza collettiva nella regione del Caspio. Tale sistema dovrebbe includere tutti gli Stati litoranei sulla base del principio, confermato al vertice, di permettere la presenza di forze armate e armamenti sul Mar Caspio dei soli Cinque del Caspio e a nessun Paese esterno. Così i partecipanti al vertice di Astrakhan hanno firmato un accordo per condurre esercitazioni militari congiunte, tra i due Paesi, nel 2015. Molti media russi si sono affrettati a definire gli accordi ‘svolta sul Caspio’, sorprendendo molti esperti che credevano che Baku fosse più concentrata su partenariati, anche militari, con Stati Uniti, Turchia e Israele. Così, Baku difficilmente avrebbe accettato di partecipare alle esercitazioni congiunte con la Russia, per non parlare della creazione di un sistema di sicurezza collettiva dei Cinque del Caspio. Sembra che Baku abbia seriamente rivisto le esigenze sulla sicurezza alla luce dei recenti avvenimenti in Ucraina. Ovviamente, preoccupata dalla prospettiva di una Majdan in Azerbaijan, così come la più reale minaccia islamista jihadista del SIIL (che potrebbe diffondersi in Azerbaijan), Baku ci ha ripensato. Rimane la questione del Turkmenistan, che molto probabilmente gioca una grande partita con l’occidente. Il Turkmenistan desidera evidentemente esportare i propri idrocarburi (soprattutto gas) partecipando attivamente ai progetti di gasdotti occidentali alternativi a quelli russi. Tuttavia, l’avanzata della minaccia islamista nella regione dell’Asia centrale, ancora una volta alla luce delle possibili attività terroristiche congiunte di SIIL e taliban, può incoraggiare Ashgabat a partecipare al sistema di sicurezza collettiva nel Mar Caspio proposto dalla Russia. Quindi, a quanto pare, possiamo dire che la Russia inizia a sciogliere il difficile “nodo del Caspio”.

Caspian_sea_region_RUVladimir Sotnikov è un esperto di affari internazionali presso l’Istituto di Economia Mondiale e Relazioni Estere e l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa (RAS).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia della British Petroleum

Dean Henderson 18 dicembre 2013

bpNel 1872 il barone inglese Julius du Reuter ebbe la concessione esclusiva per 50 anni di estrarre e commercializzare in Persia, dal Trono del Pavone, la monarchia del Paese. Nel 1921 il governo inglese insediò Shah Mohammed Reza Khan con un golpe di palazzo. Con il suo burattino al potere, la compagnia di du Reuter, uno dei tentacoli più importanti dell’impero inglese, si mise a sfruttare le ricche riserve di petrolio dell’Iran. L’Anglo-Persian Oil Company crebbe rapidamente, prima cambiando il suo nome in Anglo-Iranian Oil, e poi divenendo British Petroleum (BP). Durante gli ultimi due decenni del 20.mo secolo, la BP accelerò l’espansione mondiale, assorbendo Britoil e Standard Oil of Ohio negli anni ’80, e poi inghiottendo Amoco e Atlantic Richfield (ARCO) alla fine degli anni ’90. Nel 1991, la Russia traeva 13 miliardi di dollari dalle esportazioni di petrolio. Nel 1992, il fantoccio del FMI Boris Eltsin annunciò che la Russia, leader mondiale del petrolio, con 9,2 miliardi di barili/giorno, sarebbe stata privatizzata. Il sessanta per cento dei giacimenti siberiani della Russia non era mai stato sfruttato. Nel 1993 la Banca Mondiale annunciò un prestito di 610 miliardi di dollari per modernizzare l’industria petrolifera russa, il più grande prestito nella storia della banca. La Banca Mondiale, controllata dall’International Finance Corporation, acquisì le azioni in diverse società petrolifere russe e diede un ulteriore prestito alla Conoco della famiglia Bronfman, per l’acquisto della Siberian Polar Lights Company.
Il mezzo principale del controllo bancario internazionale sul petrolio russo fu la Lukoil, inizialmente con il 20% di BP e Credit Suisse First Boston. Una manciata di oligarchi sionisti russi con passaporto israeliano, noti collettivamente come la mafia russa, possedeva il resto della Lukoil, La collaborazione dei Quattro Cavalieri nel sfruttare petrolio e gas del Paese trascinò quantità impressionanti di capitale. Tra questi Sakhalin I, una joint venture di 15 miliardi di dollari dell’Exxon Mobil, e Sakhalin II, un affare di 10 miliardi di dollari della Royal Dutch/Shell comprendente Mitsubishi, Mitsui e Marathon Oil quali partner. Lo sfruttamento siberiano fu ancora più grande. RD/Shell fu partner al 24,5% di Uganskneftegasin, che controllava un enorme giacimento di gas naturale siberiano. A Prjobskoe, la BP Amoco gestiva un progetto da 53 miliardi di dollari, mentre a Timan Pechora, sul Mar Glaciale Artico, un consorzio composto da Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e dalla norvegese Norsk Hydro, creò una joint venture da 48 miliardi di dollari. Nel novembre 2001, l’Exxon Mobil annunciò l’intenzione di investire altri 12 miliardi di dollari su un progetto su petrolio e gas nell’Estremo Oriente russo, mentre RD/Shell annunciò altri 8,5 miliardi dollari di investimenti nelle sue concessioni sull’isola Sakhalin. BP Amoco fece proclami simili. Nel 1994 Lukoil estrasse 416 milioni di barili di petrolio diventando così il quarto più grande produttore mondiale dopo RD/Shell, Exxon Mobil e la relativa proprietà BP Amoco. I suoi 15 miliardi di barili di riserve di greggio erano secondi al mondo solo a Royal Dutch/Shell. Lukoil possiede anche il 26% del porto strategico russa sul Mar Nero di Novorrossijsk.
Il Caucaso sovietico, con l’incoraggiamento dell’intelligence occidentale, ben presto venne diviso dalla Russia. La mappa dell’Asia centrale fu ridisegnata con Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Armenia, Azerbaigian, Ucraina e Georgia che dichiararono la propria indipendenza. La privatizzazione dell’industria petrolifera venne rapidamente annunciata in queste nuove repubbliche dell’Asia centrale, confinanti con i vasti giacimenti di petrolio e di gas del Mar Caspio. Già nel 1991, Chevron ebbe colloqui con il Kazakhstan. Le repubbliche dell’Asia centrale subito divennero i maggiori beneficiari degli aiuti dell’USAID, così come dei prestiti di Exim Bank, OPIC e CCC. Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakhstan furono particolarmente favoriti, dato che questi Paesi, insieme a Iran e Russia, si affacciano sul Mar Caspio. L’Istituto del libero scambio e le Camere di commercio degli Stati Uniti invitarono funzionari kazaki a studiare le arti più sottili del capitalismo globale. I Quattro Cavalieri si mossero in fretta, con Chevron Texaco che rivendicava il premio più grande, i 20 miliardi di dollari del giacimento Tenghiz, insieme a quello di Korolev. L’Exxon Mobil firmò un accordo per sviluppare una concessione offshore sul Mar Caspio. Tengizchevroil ottenne il 45% da Chevron Texaco e il 25% da Exxon Mobil. Bush il minore, e l’agente dell’NSA e poi segretaria di Stato Condaleeza Rice, esperta di Asia centrale, sedettero nel CdA di Chevron, accanto all’ex-segretario di Stato di Reagan e insider della Bechtel George Schultz, nel 1989-92. Condie più tardi diede il suo nome a una petroliera della Chevron.
Oltre il Mar Caspio, l’Azerbaigian ricevette centinaia di milioni di dollari in aiuti statunitensi. BP Amoco guidò un consorzio di sette giganti del petrolio che riversarono 8 miliardi di dollari per sviluppare tre concessioni al largo della costa della capitale azera Baku, l’ex campo base di Big Oil nella regione prima che i bolscevichi vincessero nel 1917. BP Amoco e Pennzoil (oggi della Royal Dutch/Shell) presero il controllo della compagnia petrolifera dell’Azerbaigian, il cui consiglio di amministrazione comprendeva l’ex-segretario di Stato di Bush Sr., James Baker. Nel 1991 il super-spettro dell’Air America Richard Secord si presentò a Baku sotto la copertura della MEGA Oil. Secord & Co. fornivano addestramento militare ed armi israeliane, passavano “pacchetti marroni pieni di contanti” e spedirono oltre 2000 mercenari islamisti dall’Afghanistan con l’aiuto del sostenitore dei taliban Gulbuddin Hekmatyar. L’eroina afgana inondò Baku. L’economista russo Aleksandr Daskevich disse che i 184 laboratori di eroina scoperti dalla polizia a Mosca, nel 1991, “erano gestiti da azeri, che utilizzavano il ricavato per acquistare armi per la guerra dell’Azerbaijan contro l’Armenia per il Nagorno-Karabakh“. Una fonte dell’intelligence turca afferma che Exxon Mobil era dietro il colpo di Stato del 1993 contro il presidente eletto Abulfaz Elchibey. Gli islamisti di Secord vi parteciparono, mentre Usama bin Ladin istituì una ONG a Baku, quale base per attaccare i russi in Cecenia e Daghestan. Venne nominato il più flessibile presidente azero Heidar Aliev che nel 1996, per volere del presidente dell’Amoco, fu invitato alla Casa Bianca ad incontrare il presidente Clinton, il cui agente dell’NSA Sandy Berger deteneva 90.000 dollari di titoli dell’Amoco (ora BP).
Nel 2003 il dipartimento della Difesa propose un corso per l’addestramento militare da 3,8 milioni dollari all’Azerbaigian, nell’ambito della guerra al terrore. Più tardi, ammise che servivano a proteggere l’accesso al petrolio degli Stati Uniti. Come ha indicato l’autore Michael Klare, “Lentamente ma inesorabilmente, l’esercito statunitense si converte nel servizio globale di protezione del petrolio“. Con i Quattro Cavalieri saldamente aggrappati ai giacimenti del Mar Caspio, nacque il Caspian Pipeline Consortium. La Chevron Texaco si prese una quota del 15% e gli altri tre Cavalieri e la Lukoil, controllata da BP, si spartirono il resto. Il gasdotto del Caspio fu costruito da Bechtel in partnership con GE e Willbros Group. Il gasdotto iniziò a trasferire petrolio e gas dal novembre del 2001, appena due mesi dopo l’11 settembre. L’amministrazione Bush poi ancora più tranquillamente, programmò una serie di ulteriori pipeline dal Mar Caspio per completare la linea Tenghiz-Mar Nero. L’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan fu costruito da un consorzio dei Quattro Cavalieri guidato da BP Amoco. Lo studio legale che rappresentava il consorzio BP era della famiglia di James Baker, la Baker Botts. Il gasdotto BP Amoco attraversa la Georgia, passando per la sua capitale Tblisi. Nel febbraio 2002, gli Stati Uniti inviarono 200 consiglieri militari ed elicotteri d’attacco in Georgia, per “consolidare il nostro terrorismo“. Piuttosto ironico dato che nel settembre 2002 il ministro degli Esteri russo Igor Ivanov accusò la Georgia, fedele alleato degli Stati Uniti, di ospitare ribelli ceceni. Nell’ottobre del 2003 il presidente georgiano Eduard Schevardnadze fu costretto a dimettersi con una rivoluzione incruenta. Secondo un articolo dell’11 dicembre 2003 sul sito del Partito Socialista Mondiale (WSWS), la CIA appoggiò i golpisti. Nel settembre del 2004 centinaia di bambini di una scuola russa furono uccisi quando i separatisti ceceni occuparono il loro edificio. Il presidente russo Vladimir Putin disse dell’incidente, “Certi ambienti politici occidentali vogliono indebolire la Russia, proprio come i romani volevano indebolire Cartagine“, accusando “servizi segreti stranieri” di complicità negli attentati. Il suo consigliere Aslanbek Aslakhanov andò oltre, affermando sul notiziario russo di Canale 2, “Questi uomini avevano colloqui non con la Russia, ma con altri Paesi. Erano al guinzaglio. I nostri sedicenti amici hanno lavorato per decenni per smembrare la Russia… (sono i burattinai) e finanziano il terrorismo.” KM News Russia titolò “Il sequestro del scuola è stato pianificato a Washington e Londra“.
La Lukoil, controllata da BP, incarna la corruzione dilagante in Russia dal crollo sovietico. La corruzione è una caratteristica normale delle offerte di Lukoil. La società diede un jet di lusso al sindaco di Mosca, al capo della Gazprom (monopolio del gas statale) e al presidente del Kazakhstan Nazarbaev. Secondo Kurt Wulff dell’impresa di investimento petrolifero McDep Associates, i Quattro Cavalieri si scatenarono nei loro nuovi pascoli dell’Estremo Oriente, osservando un aumento delle attività nel 1988-94 così: Exxon Mobil 54%, Chevron Texaco 74%, Royal Dutch/Shell 52% e BP Amoco 54%. I Quattro cavalieri raddoppiarono il loro patrimonio collettivo in sei anni, mentre la Russia cadde in due decenni di povertà.

84-bpNel 1928 Sir John Cadman della BP tenne una piccola riunione nel suo castello di Achnacarry in Scozia. Erano presenti Sir Henry Deterding della Royal Dutch/Shell, un accanito sostenitore di Adolf Hitler, Walter Teagle della Exxon, che in seguito inviò sostanze chimiche ai nazisti, e William Mellon della Gulf Oil, ora parte dell’abominio ChevronTexaco. L’accordo di Achnacarry divise le riserve mondiali di petrolio tra i Quattro Cavalieri. BP e Shell, la fazione Rothschild dei Cavalieri, si presero l’Iraqi Petroleum Company e il Consorzio iraniano, mentre Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf Oil, l’ala Rockefeller dei Cavalieri, si presero la Saudi Aramco. Nel 1949 BP e RD/Shell controllavano il 52% del petrolio del Medio Oriente, mentre i Cavalieri statunitensi ne controllavano il 42%. Nel 1931-1933 questo cartello tagliò spietatamente il prezzo del greggio East Texas da 98 centesimi a barile a 10, rovinando molti produttori indipendenti del Texas. Coloro che sopravvissero furono messi sottoposti a un rigoroso regime di quote di produzione, esistente ancora oggi. Nel frattempo, il Cartello trasferì le sue operazioni nei pascoli dal lavoro a buon mercato del Medio Oriente, licenziando migliaia di lavoratori del petrolio degli Stati Uniti in Texas e Louisiana. I contribuenti statunitensi finanziarono le guerre in Medio Oriente a beneficio di questi baroni del petrolio, da allora. Se si vuole incolpare qualcuno della nostra dipendenza dal petrolio straniero, la colpa è della BP e dei suoi amici del Cartello.
La BP Amoco acquistò poi l’Arco nel 1999, divenendo proprietaria del 72% dell’Alaskan Pipeline. Alla fine del 1998, una serie di email della BP rivelò i piani a “breve termine sul mercato della West Coast“, per deviare il petrolio dagli Stati Uniti in Asia. L’azienda voleva creare “un’insurrezione sulla West Coast” e ricattare i consumatori degli Stati Uniti. Alla fine del giugno 2006, BP fu accusata di cercare di accaparrarsi il mercato del propano statunitense. La BP è anche uno dei produttori di bauxite più grandi al mondo, con grandi miniere in Giamaica. La BP s’interseca con i CdA delle compagnie finanziarie inglesi più vecchie, quali Hudson Bay, Kleinwort Benson, Jardine Matheson, HSBC e P&O Nedlloyd Shipping, l’operatore portuale più grande del mondo. Deutsche Bank, controllata dalla famiglia Warburg, JP Morgan Chase e Wells Fargo ne sono i maggiori azionisti, insieme ai Rothschild e ai reali europei. La British Petroleum, precedentemente nota prima come Anglo-Persian Oil e poi Anglo-Iranian Oil, ideò l’operazione Ajax nel 1953, impiegando agenti della CIA, del Mossad israeliano e dell’M16 inglese per rovesciare il governo iraniano democraticamente eletto di Muhammad Mossadegh. Tale evento è alla base dell’attuale tensione USA/Iran. In Colombia, la BP è implicata nel finanziamento degli squadroni della morte di destra, che terrorizzano quella nazione. Alla fine degli anni ’90, la BP ebbe la quota di maggioranza della compagnia petrolifera russa Lukoil, già nazionalizzata. Le attività di BP quadruplicarono, mentre la Russia veniva derubata delle sue risorse petrolifere e subiva una grave crisi finanziaria. E fu la BP che scaricò ai contribuenti degli Stati Uniti le sue passività, ripulendosi dei titoli tossici attraverso la sua controllata Arco di Milltown, MT, quando quel settore gravemente inquinato divenne un Superfondo.
La BP è una delle quattro compagnie petrolifere giganti che controllano l’industria petrolifera mondiale dal grande pennacchio di gas fiammeggiante. Nel mio libro, Big Oil e i suoi Banchieri nel Golfo Persico… li chiamo I Quattro cavalieri: BP Amoco, ExxonMobil, Chevron Texaco e Royal Dutch/Shell. Dopo decenni di fusione-mania, i Quattro Cavalieri, di proprietà in gran parte delle famiglie Rockefeller e Rothschild e della nobiltà europea, non solo hanno integrato verticalmente l’industria petrolifera, ma hanno anche integrato orizzontalmente l’intero settore energetico, dato che sono anche i più grandi proprietari di carbone, metano e gas naturale del pianeta. La BP ha il più grande impianto offshore di tutto il mondo. Riguardo la politica energetica degli Stati Uniti, è il momento di spezzare Big Oil e lanciare una società energetica statunitense nell’ambito del dipartimento dell’Energia, incentrata sulla produzione di energia alternativa. Se il fiasco del 2010 della BP, nel Golfo del Messico, non è una sveglia, si prendano in considerazione i pensieri economici di Daniel Webster, “Il governo più libero non può reggere a lungo se la tendenza della legge è accumulare rapidamente proprietà nelle mani di pochi, e rendere le masse povere e dipendenti“.

Oil RefineryDean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve e Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gladio, Gladio-B e al-Qaida

Dedefensa, 28 maggio 2013

gladioPer oltre un decennio, polemiche e varie rivelazioni sono occasionalmente comparse riguardo Sibel Edmonds, giovane accademica multilingue assunta come traduttrice dell’FBI subito dopo l’attacco dell’11/9 per un lavoro di traduzione su ciò che si sono dimostrati essere dei documenti ultra-sensibili. Fu licenziata dopo essere intervenuta presso i suoi superiori sul contenuto di alcuni cabli top-secret che aveva tradotto, che dimostravano la fattiva collaborazione tra i vari dipartimenti e funzionari del governo degli Stati Uniti e diversi individui ed organizzazioni terroristiche vagamente affiliate al-Qaida, o raggruppati sotto questo nome. Edmonds ha pubblicato un libro sulla sua storia l’anno scorso (Classified Woman: The Sibel Edmonds Story). Ha incontro l’accademico, giornalista, scrittore e attivista Nafeez Mosaddeq Ahmed che ha pubblicato questa intervista con un lungo articolo sul rapporto tra gli statunitensi e i gruppi islamisti. L’articolo è stato pubblicato il 17 Maggio 2013 sul sito della rivista Ceasefire, ripreso da vari siti e finalmente pubblicato sul sito di Nafeez Mosaddeq Ahmed, Cutting Edge, il 21 maggio, 2013. In questa ultima versione, Nafeez Mosaddeq Ahmed aggiunge alcuni dettagli, tra cui il nome di determinate persone precedentemente designate in forma anonima. Ecco il lungo resoconto, molto dettagliato, della straordinaria complessità delle connessioni USA-islamisti e della miriade di implicazioni e operazioni sotto copertura che l’accompagnano.
Pubblichiamo la presentazione dell’articolo di Nafeez Mosaddeq Ahmed, l’inizio del articolo che descrive la carriera Edmonds, del suo licenziamento dall’FBI, delle pressioni e varie sfide legali che ha dovuto affrontare, e un passaggio particolarmente interessante che caratterizza lo sviluppo e la diffusione di una organizzazione designata Gladio-B, sviluppatasi da Gladio. L’uso dello schema Gladio-B prevede che i gruppi terroristici islamici siano utilizzati dal 1990, nello stesso modo dei gruppi neofascisti e neonazisti utilizzati principalmente in Europa negli anni ’70, in operazioni terroristiche attuate con le operazioni Gladio, soprattutto in Italia e in Belgio. Il collegamento è ovviamente molto interessante e permette di prendere in considerazione una panoramica delle operazioni sotto copertura e delle attività terroristiche del gruppo dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti, di numerosi Paesi della NATO e di altri Paesi associati al blocco BAO, come quello del presidente egiziano Mubaraq. Si conferma l’importanza fondamentale di Gladio, estesa a Gladio-B, per l’intero periodo post-1945. Vediamo che l’operazione in generale, tendeva e tende a sorvegliare, se non a riunire, tutto il sistema delle operazioni sovversive del Sistema nel suo ramo americanista, durante questo periodo e fino ad oggi, secondo lo scenario volto ad attuare cambiamenti politici o di governo/regime in Paesi di diverse regioni (l’Europa con Gladio, l’Asia centrale e dintorni con Gladio-B) attraverso la strategia della provocazione che utilizza lo strumento del terrorismo per fini specifici che possono variare. Questi dati confermano l’analisi di Daniele Ganser, universitario svizzero e migliore specialista di Gladio, che ha trovato i collegamenti diretti tra l’azione di Gladio durante la guerra fredda e le implicazioni della stessa Gladio nell’attacco dell’11/9 e in generale con questo periodo del post-guerra fredda (vedasi due nostri testi su Ganser e Gladio, un’intervista del 27 dicembre 2005, e un’analisi simile del 27 dicembre 2005).

Introduzione di Nafeez Mosaddeq Ahmed
Venerdì scorso, la rivista Ceasefire ha pubblicato il mio esclusivo e approfondito articolo investigativo che svela la sponsorizzazione occulta del Pentagono dei terroristi di al-Qaida dalla fine degli anni ’90 all’11 settembre, tra cui la sponsorizzazione dello stesso Ayman al-Zawahiri. La mia relazione si basa su interviste all’informatrice dell’FBI Sibel Edmonds, il cui caso straordinario è stato seguito dai professionisti di Vanity Fair e American Conservative, così come dai giornalisti del Sunday Times che hanno corroborato le sue affermazioni e parlato di una serie investigativa su cui stavano lavorando nel 2008 sulla base delle sue rivelazioni, che fu “ritirato” inspiegabilmente su  pressione del governo degli Stati Uniti. L’articolo è andato veramente bene raccogliendo oltre 4.000 contatti su Facebook, 500 su Tweets e venendo ripubblicato in tutto il web. L’articolo è stato anche ripubblicato dall’assai rispettata rivista investigativa Counterpunch. Ma c’è di più…
Le versioni pubblicate finora sono state modificate per evitare di fare certi nomi. Qui di seguito, in esclusiva per questo blog, pubblico la versione originale che indica il “funzionario del dipartimento di Stato” indicato da Sibel in passato, Marc Grossman, un alto funzionario del governo che ha lavorato per le amministrazioni Bush e Obama prima di passare al settore privato/lobbying...”

Il Sistema contro Sibel Edmonds
“Un’informatrice ha rivelato notizie straordinarie sul sostegno del governo degli Stati Uniti alle reti terroristiche internazionali e alla criminalità organizzata. Il governo ha negato le accuse ed ha anche  fatto di tutto per farla tacere. I suoi critici l’hanno derisa come affabulatrice e falsificatrice. Ma ora arriva la notizia che alcune delle sue più gravi accuse sono state confermate da un importante quotidiano europeo, solo per essere scacciate su richiesta del governo degli Stati Uniti. In un libro recente, Sibel Edmonds, ex traduttrice dell’FBI, descrive come il Pentagono, la CIA e il dipartimento di Stato hanno avuto legami intimi con al-Qaida fino al 2001. Nelle sue memorie Donna classificata: la vicenda di Sibel Edmonds, pubblicata l’anno scorso, accusa alti funzionari governativi di negligenza, corruzione e collaborazione con al-Qaida nel contrabbando di armi e  traffico di droga in Asia centrale.
Nell’intervista a questo autore ai primi di marzo, Edmonds ha sostenuto che Ayman al-Zawahiri, attuale capo di al-Qaida e vice di Usama bin Ladin all’epoca, ha avuto innumerevoli incontri periodici all’ambasciata statunitense di Baku, in Azerbaijan, con militari e funzionari dei servizi segreti statunitensi tra il 1997 e il 2001, nell’ambito di una operazione denominata ‘Gladio B’. Accusando che al-Zawahiri così come i vari membri della famiglia bin Ladin e altri mujahidin, furono trasportati su aerei della NATO in varie parti dell’Asia centrale e dei Balcani per partecipare alle operazioni di destabilizzazione del Pentagono. Secondo due giornalisti del Sunday Times, che parlano in condizione di anonimato, queste e altre rivelazioni sono state confermate dai vertici del Pentagono e da funzionari dell’MI6 nell’ambito di una serie investigativa in quattro parti che avrebbe dovuto essere pubblicata nel 2008. I giornalisti del Times hanno descritto come la storia sia stata inspiegabilmente abbandonata su pressione di non dichiarati “gruppi di interesse” che, suggeriscono, sarebbero stati associati al dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Descritta dall’American Civil Liberties Union come la “persona più imbavagliata negli Stati Uniti d’America“, Edmonds ha studiato diritto penale, psicologia e politica presso le università George Washington e George Mason. Due settimane dopo gli attacchi terroristici dell’11/9, la sua fluidità del turco, persiano e azero l’è valsa un contratto dell’FBI presso l’ufficio di Washington DC. Fu incaricata di tradurre fonti d’intelligence altamente classificate in operazioni contro sospetti terroristi dentro e fuori gli Stati Uniti. Nel corso del lavoro, è venuta a conoscenza di elementi che  provano come militari e agenzie di intelligence degli Stati Uniti collaborassero con i militanti islamici affiliati ad al-Qaida, proprio le forze incolpate degli attacchi dell’11/9, e di come i funzionari dell’FBI coprissero tali prove. Quando Edmonds si lamentò con i suoi superiori, la sua famiglia venne minacciata da uno dei soggetti della sua denuncia, e lei venne licenziata. Le sue accuse di spionaggio contro i suoi colleghi dell’FBI furono poi esaminati dall’Ufficio dell’Ispettore Generale del dipartimento della Giustizia, che non diede dettagli sulle accuse rimaste classificate. Anche se non vi sono conclusioni definitive raggiunte sulle accuse di spionaggio, il dipartimento della Giustizia ha concluso che molte delle accuse di Edmonds “sono provate, che l’FBI non le prese abbastanza sul serio e che furono, difatti, il fattore più significativo nella decisione dell’FBI di interrompere il suo servizio“.
Quando tentò di rendere pubblica la sua vicenda nel 2002, e di nuovo nel 2004, il governo degli Stati Uniti mise a tacere Edmonds invocando un precedente giuridico noto come “privilegio del segreto di Stato”, un potere illimitato per annullare una causa basata esclusivamente sulla pretesa del governo che prove o testimonianze potrebbero divulgare informazioni che potrebbero minare la “sicurezza nazionale”. Con questa dottrina, il governo cercò di classificare retroattivamente le informazioni riguardanti il caso Edmonds già note al pubblico, tra cui, secondo il New York Times, “quali lingue Edmonds traducesse, quali casi avesse gestito e con quali dipendenti avesse lavorato, disse il funzionario. Informazioni anche di routine e ampiamente diffuse, come e dove lavorava, sono ora classificate“. Anche se non è stata di certo la prima invocazione del “privilegio del segreto di Stato”, il caso Edmonds è stato utilizzato più volte come precedente nell’era post-11/9 dalle amministrazioni Bush e Obama per proteggere il governo degli Stati Uniti dal giudizio del tribunale su tortura, estradizioni, intercettazioni senza mandato, così come nella rivendicazione dei poteri di guerra del presidente. Altri esperti d’intelligence concordano che Edmonds sia inciampata su una cospirazione criminale nel cuore del sistema giudiziario statunitense. Nelle sue memorie, racconta che l’agente speciale dell’FBI Gilbert Graham, che lavorava per l’ufficio di Washington sulle operazioni di controspionaggio, le aveva detto davanti a un caffè “come si controllassero i precedenti dei giudici federali” nei “primi anni novanta per conto dell’FBI… Se arriviamo alla merda, agli scheletri nei loro armadi, il dipartimento della Giustizia li teneva in serbo per usarli contro di loro in futuro o per fargli fare ciò che voleva  su alcuni casi. Casi come il tuo“. Una versione redatta della divulgazione classificata di Graham al dipartimento di Giustizia, riguardo queste accuse, uscì nel 2007, riferendosi all'”abuso di autorità” dell’FBI nel condurre intercettazioni illegali per avere informazioni su funzionari pubblici degli Stati Uniti.

Descrizione di Gladio-B
Nella sua intervista di marzo a questo autore, Edmonds ha detto che le operazioni del Pentagono con gli islamisti erano l'”estensione” di un’originale programma di ‘Gladio’, scoperto negli anni ’70 in Italia, nell’ambito europeo dell’operazione segreta della NATO avviata già negli anni ’40. Come lo storico svizzero Daniele Ganser indica nel suo libro fondamentale, Gli eserciti segreti della NATO, un’inchiesta parlamentare italiana confermò che l’MI6 britannico e la CIA avevano stabilito una rete segreta “stay-behind” di eserciti paramilitari, gestiti da collaborazionisti fascisti e nazisti.  Gli eserciti segreti compirono attacchi terroristici in tutta l’Europa occidentale, ufficialmente attribuiti ai comunisti in quello che l’intelligence militare italiana chiamò ‘strategia della tensione’. “Si dovevano attaccare civili, donne, bambini, innocenti, sconosciuti assai lontani da ogni gioco politico“, ha spiegato Vincenzo Vinciguerra, operativo di Gladio, durante il suo processo nel 1984. “La ragione era molto semplice. Dovevano costringere queste persone… a chiedere allo Stato maggiore sicurezza“. Mentre la realtà dell’esistenza di Gladio in Europa è una questione storica, Edmonds sostiene che la stessa strategia è stata adottata dal Pentagono negli anni ’90 in un nuovo teatro di operazioni: l’Asia. “Invece di usare i neonazisti, hanno usato i mujahidin diretti dai vari bin Ladin, così come al-Zawahiri“, ha detto.
L’ultimo incontro di Gladio noto pubblicamente si svolse al Comitato Clandestino Alleato della NATO (ACC) di Bruxelles nel 1990. Mentre l’Italia era un punto focale per le maggiori attività europee, Edmonds ha detto che la Turchia e l’Azerbaigian furono i principali condotti per una completamente nuova e diversa serie di operazioni in Asia con i veterani della campagna anti-sovietica in Afghanistan, i cosiddetti “arabi afghani” addestrati da al-Qaida. Queste nuove grandi operazioni del Pentagono ebbero il nome in codice ‘Gladio B’ dal controspionaggio dell’FBI: “Nel 1997, la NATO chiese [al presidente egiziano] Hosni Mubaraq di scarcerare i militanti islamici affiliati ad Ayman al-Zawahiri [il cui ruolo nell’assassinio di Anwar Sadat portò all’ascesa di Mubaraq]. Furono trasportati, agli ordini degli Stati Uniti, in Turchia per [l’addestramento e l’impiego in operazioni] del Pentagono“, ha detto. Le accuse di Edmonds trovano qualche pubblica conferma indipendente. Il Wall Street Journal riferisce di un accordo nebuloso tra Mubaraq e “l’ala operativa della Jihad islamica egiziana, che fu poi guidata da Ayman al-Zawahiri… Molti dei combattenti di quel gruppo accettarono un cessate il fuoco con il governo dell’ex presidente Hosni Mubaraq, nel 1997.” Youssef Bodansky, ex direttore del Congressional Task Force sul terrorismo e la guerra non convenzionale, ha citato fonti dell’intelligence USA in un articolo per la difesa e gli affari esteri: Politica strategica, confermando le “discussioni tra il leader terrorista egiziano Ayman al-Zawahiri e un arabo-statunitense noto per essere un emissario della CIA e del governo degli Stati Uniti.” Fece riferimento a un'”offerta” fatta ad al-Zawahiri nel novembre 1997 per conto dell’intelligence degli Stati Uniti, concedendo mano libera in Egitto ai suoi islamisti mentre  sostenevano le forze statunitensi nei Balcani. Nel 1998, il fratello di al-Zawahiri, Muhammed, guidava un’unità d’elite dell’Esercito di liberazione del Kosovo contro i serbi durante il conflitto in che Kosovo, avrebbe avuto contatti diretti con la leadership della NATO. “È per questo”, continuò Edmonds nella sua intervista, “anche se l’FBI regolarmente monitorava le comunicazioni  diplomatiche di tutti i Paesi, solo quattro ne furono esenti, Regno Unito, Turchia, Azerbaijan e Belgio, sede della NATO. Nessun altro Paese, nemmeno gli alleati Israele e Arabia Saudita, ne furono esenti. Ciò perché questi quattro Paesi erano parte integrante delle cosiddette operazioni Gladio-B del Pentagono“.
Edmonds non specula sugli obiettivi delle operazioni ‘Gladio B’ del Pentagono, ma evidenzia le seguenti possibilità: proiezione di potenza degli Stati Uniti nell’ex sfera di influenza sovietica per avere un accesso strategico, precedentemente inutilizzato, all’energia e alle riserve di minerali per le aziende statunitensi ed europee; respingere la presenza russa e cinese e ampliare la portata delle lucrose attività criminali come particolarmente il traffico di armi e droga. L’esperta di finanza del terrorismo Loretta Napoleoni stima il valore totale dell’economia criminale a circa 1.500 miliardi dollari ogni anno, la maggior parte dei quali “finisce nelle economie occidentali, dove viene riciclata negli Stati Uniti e in Europa“, un “elemento vitale del flusso monetario di queste economie.” Non è un caso quindi che il commercio dell’oppio, come Edmonds ha detto a questo autore, sia cresciuta rapidamente nell’Afghanistan occupato dalla NATO: “So per certo che gli aerei della NATO inviano abitualmente eroina in Belgio, da dove poi finiscono in Europa e nel Regno Unito. Hanno anche inviato eroina nei centri di distribuzione di Chicago e New Jersey. Le operazioni di controspionaggio dell’FBI e della DEA (Drug Enforcement Agency) acquisirono le prova di questo traffico di droga sorvegliando una vasta gamma di obiettivi, tra cui funzionari del Pentagono, della CIA e del dipartimento di Stato. Nell’ambito di questa sorveglianza, il ruolo dei Dickerson, con il supporto di Grossman, nel facilitare il traffico di droga, aumentò d’importanza. Era chiaro da ciò che l’intero traffico di droga, denaro e terrorismo in Asia centrale era diretto, prima dell’11/9, da Grossman.” La prova di ciò, secondo Edmonds, resta nelle registrazioni di sorveglianza del controspionaggio dell’FBI che le venne chiesto di tradurre. Anche se queste presunte prove non sono mai apparse in tribunale, a causa degli sforzi del governo degli Stati Uniti con il ‘privilegio del segreto di Stato’, poteva testimoniare in dettaglio le sue accuse contro Grossman e altri, fatte sotto giuramento nel 2009. Inoltre, diffuse queste accuse con un’intervista all’ex funzionario della CIA Philip Giraldi della rivista American Conservative, quello stesso anno…

scott2cia_opiummapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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