Traffici nel Pipelineistan

Chroniques du Grand Jeu 16 giugno 2017Se più caselle nel continente-mondo sono in subbuglio, il Grande gioco eurasiatico-energetico – 2.0 affettuosamente chiamato guerra fredda di Washington, non è da meno. Il Pipelineistan si muove ai quattro angoli indebolendo sempre più l’impero. E se qualcuno ancora dubita che gli statunitensi cerchino e tentino di silurare l’integrazione dell’Eurasia e isolare la Russia, un membro della commissione esteri del Congresso ricordava le basi della politica estera del suo Paese: “Gli Stati Uniti dovrebbero agire contro il progetto del gasdotto russo per sostenere la sicurezza energetica dell’Unione europea (vietato ridere; chi avrebbe mai pensato che sarebbe stata divertente la neolingua?) Amministrazione Obama e Unione europea hanno lavorato contro il Nord Stream II (…) L’amministrazione Obama ha fatto della sicurezza energetica europea una priorità della politica estera degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump farebbe bene a continuare su questa strada”. Oh che ammissione… Il fedele lettore del blog ovviamente non si sorprende del sistema imperiale che s’impiccia delle pipeline a 10000 km dai suoi confini e che non lo riguarda. Si comprende la delusione della senatrice sul nuovo presidente, che non sembra attinto da acuta russofobia e meno interessato alla divisione dell’Eurasia rispetto ai predecessori. In realtà, l'”ombrello” della Pax Americana in Europa inizia a svanire e le discussioni che si pensavano sepolte, di certo tornano sul tappeto. È il caso del defunto South Stream. Russi, ungheresi e serbi iniziano a parlare del progetto su scala ridotta. Anche Austria e Bulgaria, che liquidò il progetto dopo l'”amichevole” visita di McCainistan, ed ora vi sembra interessata, soprattutto perché un presidente filo-russo è stato eletto a novembre. Vojislav Vuletic, il capo dell’agenzia del gas serba, dice senza mezzi termini: “Tutto indica che l’Europa è libera dagli Stati Uniti, permettendo il South Stream“. Diamine, che confessione. Scommettiamo che i media specializzati non diranno un tubo? L’amico Vojislav sarebbe ottimista, ma è chiaro che qui come altrove, il reflusso imperiale lascia ora delle possibilità insospettate fino a ieri. Se i vassalli euronullità preferiscono ancora aggrapparsi alla solita assurdità, testimone l’incredibile bravata del commissario europeo per l’energia (“il trasferimento del gas del Caspio sul mercato europeo diventa realtà“), semplicemente perché Azerbaigian, Turkmenistan, UE e Turchia creano un gruppo di lavoro sul tema; mentre il primo non ha gas e il secondo non lo darà mai, il principio di realtà alla fine prevale. La realtà è che la domanda europea di oro blu aumenta, facendo dire a Gazprom, con abbastanza rilevanza, che Nord Stream II e TurkStream non bastano a soddisfare la crescente domanda del vecchio continente. La storia convincerà sulla necessità di un nuovo gasdotto (South Stream o TurkStream II)? Non è impossibile… annunciammo qualcosa del genere due anni fa. Si noti inoltre che la rotta del TurkStream lascia la porta aperta (freccia nera) a una piccola spinta verso Eurolandia se Bruxelles infine decide di rinsavire dal proprio leggendario masochismo…
E’ un caso che il senato degli Stati Uniti, garante del sistema imperiale, ora che la Casa Bianca “è passata al nemico”, abbia approvato nuove sanzioni contro Mosca che influenzerebbero le aziende europee che partecipano ai progetti gasiferi russi? “Germania e Austria denunciavano la votazione del senato degli Stati Uniti di nuove sanzioni contro Mosca. Berlino e Vienna notano che tali misure punitive, in caso di successo, colpirebbero le aziende europee coinvolte nei progetti energetici in Russia, tra cui il gasdotto Nord Stream 2, con multe per infrazione della legge degli Stati Uniti. I senatori degli Stati Uniti approvavano all’unanimità, con 97 voti contro 2, un emendamento per punire la Russia per la presunta ingerenza nella campagna elettorale degli Stati Uniti nel 2016, l’annessione della Crimea nel 2014 e il suo sostegno al governo siriano. L’emendamento è parte di una legge sulle sanzioni contro l’Iran, a sua volta adottata con 98 voti contro due, del repubblicano Rand Paul e di Bernie Sanders del gruppo democratico. Il progetto deve ancora essere approvato dalla Camera dei Rappresentanti e promulgato dal presidente Donald Trump. In una dichiarazione congiunta, il capo del ministero degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel e il cancelliere austriaco, Christian Kern denunciavano la decisione che, dicono, minaccia le forniture di gas russo per l’Europa. “Le sanzioni politiche non dovrebbero essere collegate agli interessi economici”, dicono i due. “Minacciare le aziende di Germania, Austria e altre europee con multe dagli Stati Uniti, se partecipano a progetti energetici come il Nord Stream 2, aggiunge una nuova dimensione negativa alle relazioni tra Stati Uniti ed Europa”, affermando di sostenere gli sforzi del dipartimento di Stato degli USA per modificare le sanzioni. I partner dell’Europa occidentale di Gazprom, ad aprile, conclusero un accordo sul finanziamento del progetto di gasdotto russo per 9,5 miliardi di euro. Nel corso della firma a Parigi, Uniper, BASF Wintershall, Shell, OMV e Engie accettavano di finanziare il 10% del progetto con 950 milioni di euro. Gazprom da parte sua sosterrà metà del finanziamento del gasdotto, che dovrebbe passare nel Mar Baltico ed avviarsi nel 2019“.
Diverse osservazioni:
– Il dipartimento di Stato cerca di alleviare tale progetto di sanzioni che deve ancora passare alla Camera dei Rappresentanti e alla Casa Bianca. Non è ancora detto nulla.
– L’opposizione antisistema si ritrova da entrambi i lati (Sanders, Paul). Alla Camera dei rappresentanti, la deliziosa Tulsi farà sicuramente sentire la sua voce.
– Nonostante l’ipocrisia (le euronuillità non protestarono quando Obama decise di sanzionare a catena), la reazione di Berlino e Vienna è molto interessante. Avevamo conosciuto una Frau Milka più vendicativa, ecco improvvisamente trasformarsi in amorevole dolce colomba che si lamenta di non poter commerciare liberamente con la Russia…All’altra estremità dell’Eurasia, la casella di nord-est è sempre più importante. Ne avevamo già accennato brevemente: “Il gasdotto Skorovodino-Daqing, aperto nel 2011, ha visto passare dall’inizio 100 milioni di tonnellate, pari a circa 400000 barili al giorno. E’ parte dell’enorme complesso ESPO (East Siberia-Pacific Ocean) che potrebbe presto ridisegnare la mappa energetica dell’Asia orientale con i suoi tentacoli verso Corea e Giappone, tanto più che la fonte ha un futuro luminoso. Di passaggio, si noti l’assoluta importanza strategica che riceve l’Asia del Nord, un punto su cui tornare presto”. Promesso, promesso… Intanto, parallelamente alla rete dei gasdotti che già dilaga nella regione, Gazprom valuta la possibilità di costruire un gasdotto per il Giappone. Non c’è dubbio che si collegherà al titanico Potenza della Siberia ben avviato verso la Cina. L’orso e il dragone cominciano discussioni specifiche sull’ordine del giorno dell’invio di oro blu a partire dal 2019. Bene, bene, lo stesso anno il Nord Stream II dovrebbe avviarsi.
Russia – Europa (Nord Stream I e II, TurkStream e varianti), Russia – Cina (Potenza della Siberia, Altaj per ora in attesa), Russia – Giappone forse, e forse anche Russia – India? Come affermava il Ministro dell’Energia, il flemmatico Novak. Eppure ci sarebbe abbastanza per perdere la pazienza: l’Eurasia nel complesso è irrigata dagli idrocarburi russi, emarginando l’impero statunitense. Incubo della coppia Mackinder-Spykman e del dottor Zbig che li ha appena raggiunti. Detto questo, il progetto indo-russo è ancora poco chiaro, e per una buona ragione. Le sfide geografiche (Pamir, Himalaya) e geopolitiche (Pakistan e Cina) sarebbero enormi. Ma forse è proprio ciò che serve per la Cooperazione di Shanghai, dove India e Pakistan sono entrati. Dialogo, relazioni rilassate, a poco a poco cancellano le frizioni.
Che ne è del cugino dell’oro blu? Se il petrolio russo dovrebbe presto salpare per l’Uzbekistan (i due Paesi cooperano già nel settore del gas) attraverso il Kazakistan, stringendo ulteriormente i contatti eurasiatici, la grande novità è la firma dell’accordo tra Mosca e il governo regionale del Kurdistan (KRG) dell’Iraq: “Nell’ambito del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, Rosneft, il gigante petrolifero russo, ha detto di aver firmato accordi con il governo regionale del Kurdistan iracheno, che daranno ampio accesso all’importante sistema del traffico petrolifero regionale, dalla capacità di 700000 barili al giorno. Entro la fine del 2017, questa capacità dovrebbe superare il milione di barili al giorno. Questi accordi furono firmati dal CEO di Rosneft Igor Setchin e dal ministro delle Risorse Naturali del Governo Regionale del Kurdistan Ashti Hawramijuste poco prima dell’incontro tra il Presidente Vladimir Putin e il primo ministro del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani. Secondo questi accordi, la società russa avrà accesso a “una delle regioni più promettenti del mercato globale dell’energia, che attualmente sviluppa giacimenti stimati in circa 45 miliardi di barili di petrolio e 5,66 triliono di metri cubi di gas (secondo il dipartimento delle Risorse Naturali del governo regionale del Kurdistan)”, affermava Rosneft. “Questo importante contratto offre condizioni favorevoli a Rosneft. Perciò accediamo a un vasto gasdotto che si estende dal Kurdistan alla Turchia. È un contratto ventennale”, affermava il portavoce di Rosneft Mikhail Leontev. “E’ un investimento strategico in una delle regioni più strategicamente sviluppate del mondo. Altri investitori, come gli Stati Uniti, vogliono accedervi. Il Kurdistan è molto promettente nella produzione petrolifera e vuole diversificarne la produzione”, aggiungeva”. Questa notizia, ultimo esempio della crescente forte influenza della Russia in Medio Oriente dall’intervento in Siria, è stato un colpo di fulmine per via delle importanti ramificazioni geopolitiche. L’emergere di Rosneft, che ora acquista petrolio curdo per inviarlo via gasdotto e raffinarlo in Germania, nel cortile di turchi e statunitensi, è interessante per diversi aspetti. Per il KRG è una spinta nel contesto del proposto referendum sull’indipendenza, il 25 settembre che, non a caso, tutti gli Stati della regione hanno duramente criticato. Ciò non mette tutti i barili nello stesso paniere e rende meno dipendenti da Ankara e Washington, ma è comunque gradito nel complesso gorgo del Medio Orientale. Da parte russa è certamente un magnifico colpo, ma ci si può ancora interrogare sul relativo “tradimento” verso Baghdad. Il Cremlino aveva l’abitudine di discutere con il governo centrale e con le regioni, se autonome. Uno degli osservatori intervistati ha detto che la Russia si aspetta la divisione dell’Iraq in tre regioni federali, quindi interagisce meno con Baghdad da qualche tempo.
Si comprenderà meglio l’irruzione di Mosca in questa regione altamente strategica leggendo due vecchie note. La prima: “L’oleodotto Iraq-Turchia è stato il bersaglio di un attacco del PKK, due giorni dopo l’esplosione del gasdotto iraniano (di cui abbiamo parlato qui). Se Ankara non placa la crociata contro il movimento curdo, la Turchia rischia di essere esclusa da tutte le fonti di energia diverse da quella russa. I gasdotti da Iran, Iraq e persino il BTC dall’Azerbaigian e dalla Georgia attraversano le aree curde. Nel grande gioco energetico, questi oleogasdotti non russi sono l’unica speranza per gli Stati Uniti d’impedire alla Russia di rifornire l’Europa. Non c’è dubbio che gli ultimi sviluppi del conflitto turco-curdo siano seguiti con molta attenzione da Mosca e Washington. Una volta di più, i russi sono interessati a che la situazione si aggravi, gli statunitensi che si plachi”. Si comprenderà, i russi hanno più di un interesse a che il PKK non faccia saltare gli oleodotti nella regione, per ora… La seconda: “Il mondo si è svegliato con la straordinaria notizia dell’incursione di un battaglione turco e due dozzine di carri armati nel nord dell’Iraq, nella regione autonoma del Kurdistan… per addestrare combattenti curdi in lotta contro lo SIIL! Uno sguardo al calendario mi rassicura: non è il 1° aprile. Allora, cosa fanno davvero i soldati turchi presso Mosul? In realtà, la storia non è così aberrante come sembra. Va innanzitutto ricordato che il Kurdistan iracheno è polarizzato tra due tendenze inconciliabili: da un lato il PUK di Talabani, filo-PKK e YPG, e contrario senza compromessi allo SIIL; dall’altro il KDP di Barzani, non in cattivi rapporti con Ankara, e neanche non molto tempo prima (2014) con lo SIIL. (Presto faremo un punto sulle forze nel triangolo Iraq-Turchia-Siria e nel Kurdistan, perché la situazione è in realtà piuttosto complicata, come spesso in Medio Oriente). L’accordo fu firmato il 4 novembre durante la visita del ministro degli Esteri turco ad Irbil, dove regna Barzani; ciò incluse la creazione di una base permanente turca nella regione di Mosul per aiutare i peshmerga curdi contro lo SIIL. Bene, bene, è proprio qui che passa l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan… Questo è l’oleodotto che il PKK (avversario di turchi e Barzani, va ricordato) fece esplodere a luglio, come avevamo riferito allora. La base turca quindi deve garantire l’invio dell’oro nero dal Kurdistan? C’è (forse) dell’altro… Una storia molto sorprendente, anche se presa con cautela, è apparsa nei giorni scorsi in seguito allo scandalo del petrolio dello SIIL. Un quotidiano arabo di Londra, di solito abbastanza informato, registrava un traffico di grandi dimensioni dai giacimenti dello SIIL ad Israele tramite gruppi mafiosi locali (curdi e turchi), con il KDP Barzani che fa finta di niente. Non è impossibile visti i compromessi tra costoro, ma ciò resta non dimostrato e le quantità è in ogni modo abbastanza inferiore all’oro nero che scorre nell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan. Il fatto, però, merita di essere citato perché, particolare divertente, anche nella zona della prevista base turca, in particolare presso Zaqu, avrebbe luogo tale losco traffico”.
Si tratta dell’intera area che Rosneft si appresta a prendersi…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Congresso degli USA indaga su Soros

Kurir  – The American Spectator 10 maggio 2017

Hoyt Brian Yee

Il presidente del comitato sulla giustizia del Congresso, il repubblicano Bob Goodlatte (R-VA), guida una delegazione di 15 membri in una missione urgente in Grecia, Bosnia, Albania, Macedonia, Kosovo e Italia, per testimonianze sul favoritismo dell’era Obama che continua a danno di cittadini, istituzioni e stabilità regionali. La delegazione del Congresso (noto come codel) è partita il 6 maggio per un’indagine congressuale di dieci giorni. Un addetto dell’ufficio giustizia del Congresso rifiutava di commentare citando preoccupazioni sulla sicurezza. Anche se sei dei nove membri sono repubblicani, come i conservatori Steve King (IA) e Tom Marino (PA), la natura della missione estera del Congresso, Codel, dipende dal dipartimento di Stato; dove gli ambasciatori in ogni Paese sono nominati dall’amministrazione Obama che continuano ad attuarne le politiche. È difficile immaginare che la delegazione riceva informazioni imparziali dalle ambasciate assai invadenti nella politica locale, secondo le comunità dirigenti di ogni Paese.

Procuratore Generale contro ambasciata USA a Tirana
Quest’anno apparve una brutta emergenza tra il Procuratore Capo dell’Albania, un’entità nazionale politicamente neutrale, e l’ambasciatore cino-statunitense Donald Lu. “Il primo ministro Edi Rama, sostenuto dall’ambasciatore statunitense, ha distrutto l’indipendenza della nostra giustizia“, dichiarava un procuratore di Tirana all’American Spectator. “Sotto la bandiera della riforma giudiziaria, c’è la politicizzazione“. Edi Rama, vecchio capo del Partito Socialista, è un amico fidato di George Soros, la cui rete è profondamente presente in Albania e collabora con l’ambasciata degli Stati Uniti su numerosi progetti, tra cui uno dell’USAID da 8,8 milioni di dollari su… s’indovini, la riforma giudiziaria. “Quando abbiamo espresso opinioni professionali diverse dall’ambasciata statunitense, opinioni professionali su diversi approcci, Lu si arrabbiò“, affermava il procuratore, non disposto ad essere nominato. Spiegò che la Commissione di Venezia dell’Unione Europea, concepita per adeguare le proposte di riforma rispettando la legislazione europea, ha spesso affiancato i procuratori albanesi in queste controversie tecniche. Il procuratore aggiunse che il suo ufficio ha cercato di dare priorità al traffico di droga e criminalità, questioni importanti in Albania, mentre l’ambasciata statunitense ha rigettato la massiccia coltivazione ed esportazione di cannabis come “non un problema statunitense”. Le priorità divergenti tra autorità giuridiche albanesi e ambasciata degli Stati Uniti sono confermate dal sito indipendente Exit.al. Donald Lu ha punito i procuratori e i giudici che non sono d’accordo con lui revocando i visti per gli USA, già concessi, a circa 70 giudici e procuratori, secondo il procuratore capo Adriatik Llalla. In risposta, Llalla avvertì l’ambasciatore Lu accusandolo di manipolazione e ricatto in una lettera pubblicata sul sito dell’ufficio e in una conferenza stampa, a febbraio. Llalla ha anche accusato Lu di cercare d’impedire al suo ufficio d’indagare sulla corruzione di una grande società cinese, Bankers Petroleum. Come titolava Washington Times su questo conflitto, riassunto tre mesi fa, “il dipartimento di Stato infetto da Soros gioca in Albania“.

Crisi politica in Macedonia
Non soddisfatto dal danneggiare il proprio Paese, Edi Rama ha colpito la vicina Macedonia provocando profonde instabilità nel tentativo aggressivo di aiutare socialisti ed albanesi musulmani. L’ambasciata statunitense è ampiamente considerata una base del partito socialista in Macedonia come in Albania. Rama convocava una riunione dei tre partiti politici macedone-albanesi (il 15-20% della Macedonia è albanese) e ha elaborato la cosiddetta “Piattaforma di Tirana”, un documento pericolosamente separatista che mina l’identità della Macedonia. Questi partiti albanesi quindi si sono coalizzati con i socialisti macedoni e chiedono il diritto di formare un nuovo governo, contro il partito conservatore VMRO-DPMNE, che fino all’attuale crisi ha gestito l’economia di libero mercato più riuscita nei Balcani. In tutto il Paese, i macedoni protestano contro la piattaforma di Tirana e contro l’ambasciatore Jess Baily, ritenuto pregiudizievole verso il VMRO. Ultimamente, il conflitto è esploso nel parlamento. Ancora una volta, la maggior parte dei funzionari locali ha priorità diverse rispetto all’ambasciata: i macedoni hanno subito secoli di incursioni dai vicini. Sono preoccupati soprattutto per la sicurezza, mentre gli statunitensi finanziano le ONG su “mobilitazione” e “attivismo”. Come il leader macedone-statunitense Bill Nicholov scrisse a fine aprile: “Il dipartimento di Stato e l’ambasciata statunitensi in Macedonia sono… s’ingannano sugli affari interni della Macedonia, provocando sconvolgimenti e attacchi all’origine etnica e alla sovranità dei macedoni“. Nicholov invita il presidente Trump a cambiare strada sul piccolo Paese a nord della Grecia.

Crisi nella crisi in Grecia
Proprio come in Albania e Macedonia, il governo degli Stati Uniti appoggia apertamente il giovane leader di sinistra in Grecia che implementa politiche polarizzanti come il primo ministro e capo del partito Syriza (coalizione dei partiti radicali di sinistra). Durante il suo ultimo tour europeo, il presidente Barack Obama visitava Atene per vedere il primo ministro greco Alex Tsipras, coerente marxista cui gli Stati Uniti si concedono: istituti multilaterali di prestito sarebbero gentili con il suo governo. Obama è stato solidale e protettivo con Tsipras quanto Bill Clinton quando il primo ministro visitò New York per partecipare a un’iniziativa della Clinton Global Initiative nel settembre 2015. Eppure, l’immediata liberalizzazione della politica d’immigrazione quando prese il potere nel 2015 è il fattore più importante della crisi dei rifugiati che travolge e mette in pericolo l’Europa. A pochi mesi dalla presa del potere, un ministro di Syriza annunciò che il governo avrebbe trasformato le strutture di detenzione dei rifugiati in centri di accoglienza ed interrotto la politica aggressiva di identificazione e deportazione dei migranti clandestini. Nei quattro mesi successivi alla dichiarazione del governo, nell’aprile 2015, secondo cui i profughi siriani avrebbero ricevuto documenti di viaggio per l’Europa, gli arrivi aumentarono del 721%. Ancora oggi i migranti continuano ad arrivare dalla Turchia, Paese che non ha ancora la situazione finanziaria in ordine. Può l’ambasciatore statunitense ricevere fiducia dal rapporto del congressista Goodlatte del Codel sulla disastrosa crisi che colpisce la Grecia? Probabilmente no. L’ambasciatore Geoffrey Pyatt fu inviato ad Atene lo scorso anno, dopo tre anni a Kiev, dove fu ampiamente considerato agente di coloro che promossero il colpo di Stato, tra cui George Soros. Pyatt è meglio noto, forse, per essere l’interlocutore sulla telefonata “si fotta l’Europa!” dell’assistente segretaria Victoria Nuland. Anche se Nuland si è dimessa dopo l’elezione del presidente Donald Trump, il suo vicesegretario aggiunto per gli affari europei e eurasiatici Hoyt Brian Yee rimane responsabile della politica del dipartimento di Stato nei Balcani. Continua a viaggiare spesso nei Balcani, anche se solo poche settimane prima il presidente macedone si rifiutasse d’incontrarlo, sconvolto dalla manipolazione statunitense del proprio Paese.

Geoffrey Pyatt

Kosovo
Yee è stato accolto con entusiasmo dai funzionari in Kosovo, dove la pressione statunitense e i bombardamenti crearono la piccola nazione di 1,8 milioni di persone. (La giornalista balcanica Masha Gessen indica come il bombardamento NATO della Serbia nel 1999, senza consultare la Russia, creò il precedente per l’intervento della Russia in Crimea secondo il governo russo). Tuttavia, anche in Kosovo, i funzionari locali reagiscono alle direttive statunitensi, regolarmente svolte in pubblico piuttosto che discrete o per via diplomatica. Per esempio, Yee s’è recato a Pristina a fine marzo per ordinare ai capi nazionali, che contemplavano la decisione di trasformare la forza di sicurezza della nazione in un esercito formale, di “escludere la legge”. Se gli Stati Uniti non vogliono che Pristina crei un esercito, perché diavolo li abbiamo addestrati e incoraggiati per anni? È facile per l’ambasciatore statunitense Greg Delawie pubblicare video sconvolgenti su YouTube in cui appare come un clown mentre discute dei piani anticorruzione, ma la sicurezza non è uno scherzo per chi vive nei Balcani.

Scommettere in Bosnia
Un altro ambasciatore statunitense che sembra preferire la diplomazia amatoriale degli #hashtag sui media sociali e gli scontri pubblici con funzionari nazionali, è l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Bosnia Erzegovina Maureen Cormack, altro Paese che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare e a cui i contribuenti statunitensi versano 1,6 miliardi di dollari di aiuti. A una settimana dall’arrivo nel Paese nel 2015 postò un blog sull’istruzione della Bosnia, accusandola di essere discriminatoria ed etnicamente divisiva. Mi scusi, ambasciatrice Cormack, ma il governo degli Stati Uniti ha creato una nazione sulla divisione etnica secondo gli accordi di Dayton, così … benvenuta al suo posto. Quest’anno, la sconvolgente incuria verso il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, presidente della regione autonoma serba, la Repubblica Srpska, problema nel problema nell’accordo sul Paese, ha raggiunto nuove altezze: fece imporre al Tesoro degli Stati Uniti le sanzioni al presidente per aver celebrato una festa serba ortodossa il 9 gennaio, giorno di Santo Stefano. In risposta, la dichiarò “nemica dei serbi, sgradita nella Repubblica serba“. Bel lavoro.
Nel complesso, gli ambasciatori dell’era Obama sono riusciti a favorire la tensione etnica (in particolare in Macedonia e Bosnia), promuovendo favoriti politici recuperati, soprattutto socialisti e membri della rete di George Soros (Albania, Grecia, Macedonia), che reputano di sapere cosa sia meglio per il proprio Paese (Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia). Il segretario di Stato Rex Tillerson annunciava la scorsa settimana che gli Stati Uniti non imporrano più agli altri Paesi l’adozione dei valori statunitensi. Le nostre ambasciate nei Balcani chiaramente non hanno ricevuto il memo.

Maureen Cormack

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dopo le false “rivoluzioni” di Soros, una vera in Macedonia!

La voce del popolo sarà ascoltata nelle prossime elezioni
Umberto Pascali

Georgi Ivanov e Nikola Gurevski

Nonostante provocazioni, pressioni, minacce e sporchi trucchi, la Macedonia continua con coraggio, determinazione e vigilanza a ripristinare indipendenza e sovranità nazionale. La mobilitazione del popolo della Macedonia continua e cresce, e l’ultimo emissario della “Comunità Internazionale”, Hoyt Brian Yee, non si aspetta di recuperare dai fallimenti imbarazzanti di Federica Mogherini e Carl Bildt. La prossima tappa della rivoluzione sono le inevitabili elezioni, dove questa troverà il suo culmine istituzionale: un governo nazionale che garantisce gli interessi dei cittadini e della sovranità nazionale. Nessuno potrà impedire un governo democraticamente eletto. I burattini di Soros, da Zaev in giù, hanno perso credibilità e rispetto dal popolo macedone. La cosiddetta comunità internazionale non potrà impedire un governo del popolo, dal popolo e per il popolo!
Si tratta di una guerra d’indipendenza a cui il mondo assiste ogni giorno nelle città e nei paesi della Macedonia. Le bugie dei media internazionali non possono più nascondere la realtà di un popolo che ha rigettato la malvagia politica di George Soros e della cosiddetta comunità internazionale che pensavano di spaventare, minare e fare a pezzi questo piccolo Paese. No, a quanto pare la sofisticata guerra cibernetica (la “bomba”!) commissionata da una “potente agenzia d’intelligence occidentale” a Zoran Verusevki per creare un sanguinoso “scenario ucraino”, è fallita! Non importa quanti mezzi e mercenari politici nei Balcani, Europa e altrove siano mobilitati dal vecchio perdente regime di Obama/Clinton/Bush! Lentamente ma sicuramente, i dettagli del tradimento iniziano a emergere in Italia e altri Paesi, sfidando e terrorizzando burattinai e burattini.
No, la piattaforma di Tirana presentata nella capitale albanese dagli emissari della dirigenza perdente di Obama/Cinton/Bush e affidata a Edi Rama… non funziona! L’operazione eterodiretta attuata dal regime super-corrotto di Washington, sconfitto nelle ultime elezioni statunitensi, s’è schiantata contro il muro della volontà popolare. Il piano per innescare le violenze per creare la Grande Albania è fallito. In realtà, i Paesi destinati ad essere vittime di tale sistema criminale, invece, formano un’alleanza inedita contro i nemici comuni. Paesi condannati dalla vecchia geopolitica imperiale inglese a combattersi in infinite guerre autodistruttive… ora reagiscono contro il divide et impera della balcanizzazione. Paesi come Turchia, Grecia, la Macedonia, Serbia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Moldavia e molti altri… ora vedono bene chi sia il nemico comune. Anche l’Albania, usata col massimo disprezzo dalla comunità internazionale e dalle “potenti agenzie occidentali” come pedina da usare e scartare a piacere dal padrone, comincia a vedere che Soros, Brennan & co. sono amichevoli quanto una vipera sotto la camicia. No, la provocazione inaudita, nominando illegalmente il vecchio terrorista dell’UCK Ali Ahmeti a presidente del Parlamento, non è gradita ai macedoni, e da alcun Paese rispettoso e onorato nel mondo! Non c’è dubbio che l’azione di Zaev e complici fosse destinata ad insultare e provocare chi difende giorno e notte il Paese il cui governo eletto è stato aggredito da Soros. Come l’idea di smembrare il Paese per creare l’illusoria Grande Macedonia è una provocazione verso qualsiasi Paese dei Balcani e oltre, così la nomina di Ahmeti a presidente del Parlamento, i cui soldati sono stati assassinati nel modo più brutale, era un’altra provocazione calcolata.
La comunità internazionale era pronta a considerare tali crimini terroristici come legittima “protesta” per costringere il popolo ad accettare il terrorismo sponsorizzato e controllato dall’estero. Quanto era diversa la musica di tali forze spudorate quando i macedoni hanno reagito al tentato colpo di Stato nel proprio parlamento! Il sangue e il terrore delle rivoluzioni colorate di Soros sono stati celebrati come trionfo della democrazia. Chi può dimenticare come la Gauleiterin Victoria Nuland istruì i suoi burattini ad occupare con la violenza governo e parlamento dell’Ucraina? Ma non oggi! Ora a nessuno va consentito di reagire a un colpo di Stato. Un colpo di Stato accettato immediatamente dalla ambasciatore nominale degli Stati Uniti, Jess Baily. Un colpo di Stato accettato dai vari Mogherini, Bildt e galoppini di Soros e Wall Street. La verità è che la banda di Soros cerca disperatamente di far esplodere la Macedonia e una guerra nei Balcani. Ha i suoi ordini, ma non può eseguirli. Il popolo di Macedonia è deciso e i suoi leader, statisti del calibro di Georgi Ivanov e Nikola Gruevski, non possono essere comprati o intimiditi. La filosofia della banda Soros è: distruggi ciò che non puoi controllare. Ma questa volta non funziona. La potenza dei sorosoidi diminuisce col denaro finora garantito da Washington. Questi cani pazzi non hanno più fiducia nel loro padrone e cercano di fare branco, giocandosi tutto ciò che gli è rimato sulla roulette della storia. Perdono e di brutto!
Vedasi il relitto dell’era Victoria Nuland, Hoyt Brian Yee, viceassistente del segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici. Nella maniera usuale, tale galantuomo del regime passato si è presentato a Skopje. Perché? Ovviamente per spingere il Presidente Ivanov e i macedoni a cedere non al governo statunitense, ma alla cricca corrotta Obama/Clinton che viene rapidamente risucchiata nella discarica della storia. Non c’è serio osservatore che non veda la coincidenza dell’arrivo frenetico di Yee con la provocazione di Zaev/Ahmeti. No, non funzionerà signor Yee. No, non funzionerà, signor Baily! La Macedonia è mobilitata, vigile, decisa. Le provocazioni non funzioneranno. E la Macedonia non è assolutamente isolata. Sempre più Paesi e movimenti nei Balcani e altrove osservano con entusiasmo la magnifica resistenza dei macedoni. Una rete di partiti e Paesi amici esprimerà sempre più concretamente simpatia al Paese. La piovra Soros, invece, affronta studio e avversione disgustata da sempre più Paesi. Molti media e organizzazioni negli Stati Uniti denunciano con forza Soros, spaventato dall’amministrazione Trump, specialmente per ciò che teme nel prossimo futuro. E questo è ciò che il Ministero degli Esteri della Russia aveva da dire sull’ultimo tentato golpe nel Parlamento della Macedonia: “Siamo molto preoccupati dagli ultimi sviluppi nella Repubblica di Macedonia. Il 27 aprile, l’opposizione che ha perso le elezioni parlamentari ha tentato d’impadronirsi del potere con l’elezione del Presidente dell’Assemblea (Parlamento) sostanzialmente con la forza, di propria iniziativa e in violazione delle regole. Gente è stata ferita nella lotta tra manifestanti ed “impostori”, e alcuni sono stati ricoverati in ospedale. I rappresentanti ufficiali dell’Unione Europea, gli ambasciatori di certi Pesi europei e degli Stati Uniti, senza esitazione hanno elogiato il nuovo “presidente del parlamento” che tra l’altro è un ex-capo del cosiddetto National Liberation Army pro-albanese. La risposta ben coordinata e veloce, senza dubbio, attesta come tali eventi fossero stati pianificati con la connivenza segreta dei “curatori esteri” dell’opposizione macedone. Ciò conferma ancora una volta che l’attuale crisi politica nella Repubblica di Macedonia è dovuta alla grave interferenza negli affari interni del Paese. Assistiamo all’impudente manomissione dei risultati elettorali con la rimozione del governo legittimo dal potere. I successivi sviluppi di tale scenario, i tentativi di cambiare il Paese secondo la cosiddetta “piattaforma Tirana”, sono ancor più rischiosi, e la situazione potrebbe degenerare in un conflitto, anche interetnico… l’occidente ovviamente asseconda i sostenitori della Grande Albania”.
No, Hoyt Brian Yee ha già fallito nel piano per spaventare i leader della Macedonia. Dovrebbe essere preoccupato, molto preoccupato, invece, per la sua futura carriera. Anche Soros presto non potrà sostenere i suoi agenti. Le provocazioni di Zoran/Ahmeti sono definitivamente fallite. Il popolo esprimerà la propria volontà nelle prossime elezioni. Anche gli elettori del SDSM possono vedere chi sia il loro falso capo. Tutte le persone libere del mondo guardano con orgoglio Ivanov e Gruevski. La Macedonia riconquisterà libertà e futuro!

Georgi Ivanov con una perdente

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Per i Balcani, Trump non è diverso da Obama

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 03.05.2017

Nikola Gruevski

Badando alla promessa elettorale del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, si sarebbe creduto che gli Stati Uniti avrebbero cessato i continui tentativi di sostituire i governi sgraditi con regimi conformi tramite il processo antidemocratico delle rivoluzioni “a tema” o “colorate”. Mentre interventisti e neocon globali continuano a infiltrarsi nell’amministrazione Trump, la politica statunitense nei Balcani di Trump non è molto diversa da quella di Barack Obama. Donald Trump denunciò la campagna presidenziale di Hillary Clinton per i suoi stretti legami con George Soros il miliardario speculatore che istiga i “cambi di regime” in altri Paesi. Tuttavia, il presidente Trump ora attua le “rivoluzioni colorate” dirette da Soros in Macedonia e Serbia, due nazioni vicine alla Russia. Inoltre, invece di “prosciugare la palude” degli agenti di Soros, Trump ha nominato un ex-dipendente di Soros, Steve Mnuchin, segretario del tesoro. Il genero di Trump Jared Kushner, che influenza Trump, è notoriamente vicino alle organizzazioni finanziate da Soros. Pubblicamente, Soros ha definito Trump inaffidabile ed aspirante dittatore. In privato, ciò che accade in Macedonia e in Serbia è un tentativo di Soros, che collabora con la CIA di Mike Pompeo, di rovesciare i governi eletti democraticamente e sostituirli con regimi fantoccio globalisti filo-NATO di Stati Uniti e Unione europea. Trump con impazienza ratificava l’adesione del Montenegro alla NATO, anche se l’opposizione parlamentare nel Paese e molti suoi sostenitori ricordano che la NATO bombardò la nazione nel 1999. Le operazioni mediatiche finanziate da Soros nei Balcani e all’estero diffondono la “falsa notizie” del complotto russo per un colpo di Stato in Montenegro contro l’ex-primo ministro filo-NATO Milo Djukanovic. Storie simili sono destinate da Soros a dipingere i partiti politici anti-NATO in Macedonia e in Serbia da agenti di Mosca. L’amministrazione Trump, che non dimostra alcuna capacità di discernere fatti dalle fantasie, si è bevuta tale complottismo. L’attuale azione di destabilizzazione di CIA/Soros non riguarda solo i governi di Macedonia e Serbia, ma anche la Repubblica Srpska della Federazione di Bosnia-Erzegovina. Gli sforzi della CIA sono, secondo il giornale macedone “Dnevnik”, parte di un piano denominato Operazione Mago di Oz. L’operazione, secondo quanto riferito, è organizzata da una speciale stazione CIA-MI6 a Milano. L’obiettivo di Mago di Oz è sostituire i governi vicini alla Russia in Macedonia, Serbia e Repubblica Srpska.
Il Ministero degli Esteri russo e il Ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto hanno condannato il coinvolgimento di Soros nella destabilizzazione della Macedonia. Szijjarto ha affermato che “Paesi lontani”, ossia Stati Uniti e Gran Bretagna, sono responsabili delle ultime manifestazioni violente in Macedonia. CIA e Soros vogliono assicurasi che il partito nazionalista macedone VMRO-DPMNE e il suo capo, ex-primo ministro Nikola Gruevski, dimessosi per via delle dimostrazioni di piazza finanziate da Soros e CIA nel 2016, e il presidente Gjorge Ivanov, siano rovesciati. Soros e CIA proteggono il capo socialdemocratico anti-russo e filo-NATO e filo-UE Zoran Zaev, per sostituire il VMRO-DPMNE. Allo stesso modo, Soros ha coltivato diversi accoliti a Skopje affinché rovescino la presidenza Ivanov. Vi sono piani per eliminare definitivamente il VMRO-DPMNE dalla politica macedone, uguali a quelli dei neocon per distruggere il Partito Socialista Ba’ath in Iraq e il Partito delle Regioni filo-russo in Ucraina. Il VMRO-DPMNE è il successore del partito politico anti-ottomano macedone, chiamato anche VMRO, durante l’occupazione ottomana della Macedonia. L’amministrazione Trump ha creato un’alleanza tacita con il governo islamista del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, con cui Trump s’è congratulato personalmente per la vittoria del referendum truccato in Turchia, con cui Erdogan assume poteri dittatoriali. Il consigliere della sicurezza nazionale di Trump, l’ex-generale Michael Flynn, fu assunto dal governo Erdogan, con cui si era accordato per far rapire il capo dell’opposizione turca Fethulleh Gulen dalla Pennsylvania in Turchia, dove avrebbe subito la sicura esecuzione. Un risultato dell’alleanza Trump-Erdogan è il potenziamento dei nazionalisti albanesi filo-turchi in Paesi come la Macedonia per arraffare altro potere. Erdogan spera di aumentare l’influenza dei musulmani albanesi nei Balcani cercando di ricreare l’impero ottomano nell’Europa sudorientale.
Il 27 aprile 2017, i sostenitori del VMRO-DPMNE assaltavano il parlamento macedone per protestare contro la nomina di un albanese del partito Unione Democratica per l’Integrazione (DUI). Circa 100 manifestanti del VMRO-DPMNE furono feriti dai poliziotti negli scontri. Il partito albanese chiede che l’albanese sia lingua ufficiale della Macedonia, cosa rifiutata perché gli albanesi rappresentano solo il 15 per cento della popolazione macedone.
Il presidente serbo Aleksandar Vucic, che affrontava simili proteste di strada contro la sua rielezione, vede un piano complesso e ampio di Soros e occidente per sconvolgere la stabilità dei Balcani. Anche se Vucic fu rieletto con il 55 per cento dei voti, i gruppi di Soros l’accusano di brogli e il suo Partito progressista serbo di usurpare le elezioni. Come in Macedonia, i gruppi di Soros, sostenuti dalla CIA, chiedono che il governo del Partito progressista serbo si dimetta insieme a Vucic. I gruppi di Soros ora cercano di dipingere Vucic come un altro Slobodan Milosevic, lo stesso stratagemma della demonizzazione personale che Soros tentò contro il Presidente russo Vladimir Putin, il Primo ministro ungherese Viktor Orban, la candidata presidenziale francese Marine Le Pen, il Presidente venezuelano Nicolas Maduro e, prima di passare con i neocon globalisti, Trump. Le campagne per denigrare leader politici come “Hitler” e “genocidi” furono raffinate dalla CIA, in collaborazione con Soros, non miravano solo a Milosevic, ma anche a Sadam Husayn, Muammar Gheddaf e Bashar al-Assad. Le autorità macedoni hanno scoperto che le ultime operazioni di cambio di regime della CIA hanno il nome in codice Umbrella. Trump ormai attacca regolarmente Assad usando la tipica retorica dei neocon e di Soros, cosa che probabilmente non va troppo a genio alla Prima Signora Melania Trump, nativa della Slovenia, che ha spesso parlato con nostalgia dell’ex-Jugoslavia, il primo obiettivo del dopoguerra fredda di neocon e Soros. Un altro obiettivo di neocon, Soros e Casa Bianca di Trump è il leader della Repubblica Srpska Milorad Dodik, che pure affronta proteste. C’è la pretesa del governo federale di Bosnia-Erzegovina, dominato dai musulmani a Sarajevo, affinché Dodik e i serbi rinuncino all’autonomia garantita dalla costituzione della Repubblica Srpska e prendano ordini da Sarajevo tagliando i legami con il governo di Belgrado. Serbia e Russia difendono Dodik e hanno avvisato Sarajevo e i suoi padroni di UE e NATO contro ogni tentativo di ridurre l’autonomia della Repubblica Srpska. Vucic sa bene che prima di lasciare la carica di direttore della CIA, John Brennan visitò Tirana il 7 dicembre 2016 per dare via libero alla creazione della “Grande Albania” incorporando Repubblica d’Albania, Kosovo, regioni albanesi in Macedonia e Montenegro. L’azione avrebbe probabilmente deciso la fine della Macedonia, con la restante parte della nazione assorbita da Serbia e Bulgaria. Il primo passo dell’operazione Mago di OZ è federalizzare la Macedonia e cambiarne il nome per placare la Grecia, che vi si oppone, prima di assorbire la Macedonia nell’UE e nella NATO. Dopo la federalizzazione, verrà avviata l’aggregazione delle regioni albanesi al Kosovo. La Grande Albania diverrebbe un importante alleato religioso, militare e politico dell’impero neo-ottomano di Erdogan. Il piano di Soros, CIA, NATO e UE per la Grande Albania ha ora il sostegno attivo di Pompeo e dei neocon dell’amministrazione Trump, come il consigliere della sicurezza nazionale ed ex-generale David Petraeus, capo del generale HR McMaster, e del direttore della National Intelligence Dan Coats.
Il rappresentante repubblicano Dana Rohrabacher, presidente della commissione per l’Europa e l’Eurasia, ha già spiegato la politica dell’amministrazione Trump verso la Macedonia e la creazione della Grande Albania. Disse al comitato a febbraio che “kosovari… e albanesi in Macedonia dovrebbero far parte del Kosovo, mentre il resto della Macedonia dovrebbe far parte della Bulgaria o di altri Paesi“. Rohrabacher disse anche di voler modificare i confini dei Balcani. Il senatore John McCain, dal disprezzo psicopatico per la Russia, aveva recentemente visitato Albania, Serbia, Montenegro, Kosovo, Croazia, Slovenia e Bosnia-Erzegovina. Le discussioni di McCain nella regione hanno anche toccato la possibilità di ridisegnare i confini. McCain, Rohrabacher e altri neocon di Trump giocano col fuoco nei Balcani. Rendendo la situazione più pericolosa, Trump ha dato via libero alla continuazione delle interferenze dell’era Obama.

Milorad Dodik

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso la vittoria della Resistenza al pensiero unico

Umberto Pascali, FRN, 4 marzo 2017 – Fort RussAncora una volta la Macedonia ha dato una lezione al mondo e salvato l’indipendenza. E’ stata una lezione di coraggio, leadership, diritto costituzionale e sovranità nazionale. Questa volta la lezione è stata data dal Presidente Gjorge Ivanov, grande intellettuale e grande statista. Negli ultimi giorni la Macedonia è stata colpita da pressioni e minacce combinate dal solito sospetto ambasciatore (non per molto) Jess Baily, del temporaneo satrapo della NATO Jens Stoltenberg, uno sciame di funzionari iperattivi ed agenti d’influenza inglesi iper-isterici, come indica la dinamica dell’intromissione della coppia Mia&Lawrence Marzouk e del ministro Alan Duncan, e anche dell’avanzo dell’amministrazione Obama, l'”attuale” (non per molto a quanto pare) portavoce del dipartimento di Stato Mark Toner… e molti altri. Tali rappresentanti della falsa e in via di estinzione “comunità internazionale” hanno concentrarono la loro potenza di fuoco sul Presidente Ivanov: Ivanov deve (“deve”) cedere “senza indugio” il mandato per formare il nuovo governo a Zoran Zaev. Nemmeno il viceré inglese dell’India avrebbe osato parlare così ai subalterni coloniali! Lo sporco trucco per annullare la volontà del popolo è stato questa volta l’uso del primo ministro albanese Edi Rama, che organizzò (sotto la direzione dei burattinai della comunità internazionale) un incontro di ben controllati capi “albanesi” per diffondere una fasulla “piattaforma albanese” che avrebbe dovuto disintegrare la Macedonia e avviare un processo di violenza sociale ed etnica, evocando il fantasma delle guerre balcaniche.

Ivanov: definizione della parola dirigente
Ma il 1° marzo, quando gli aspiranti padroni pensavano che Ivanov si fosse corretto, il presidente mostrava a burattini e burattinai il significato delle parole leadership e coraggio. La sua notevole affermazione non mancherà d’ispirare molti altri, ora e in futuro: “Né la Costituzione né la mia coscienza mi permettono di dare un mandato a chiunque eroda la sovranità e l’indipendenza della Repubblica di Macedonia!” Riferendosi alla trappola della “piattaforma”, Ivanov sottolineava: “Con tale piattaforma, la sovranità e l’indipendenza del Paese sono in pericolo, subordinandolo a un altro Paese… Le fondamenta del Paese macedone vengono contestate. Mi aspettavo che i leader politici l’avessero categoricamente respinto, ma certuni le hanno messe all’asta, non capendo che in tal modo indicevano l’asta del Paese… ho pubblicamente chiesto a Zoran Zaev di rifiutare tale piattaforma… E’ contraria alla Costituzione della Repubblica di Macedonia. Allo stesso tempo, accettare una piattaforma straniera è un atto punibile…” Non solo Ivanov non cedeva; ma attaccava apertamente e con argomenti chi progettava ulteriore destabilizzazione. Ora i congiurati hanno paura. Il tempo è contro di loro trovando una resistenza che non si aspettavano. La “comunità internazionale”, e non la Macedonia, si scioglie come neve al sole torrido.

Il tempo è contro i congiurati
In realtà, il tempo è contro i cospiratori. L’istituzione che dominava l’occidente da decenni, esemplificata dalle opposte e uguali dinastie dei Bush e Clinton e dai burocrati anti-europei di Bruxelles, perde rapidamente potere. Il suo piccolo odioso e megalomane psicopatico George Soros impazzisce. Ecco perché, mentre perdono, tali giocatori d’azzardo esasperano l’aggressione. Devono creare caos, violenze e destabilizzazione il più possibile. Se non altro, per dimostrare che sono ancora al potere. Ciò porta a molti errori e più si agitano più il cappio della storia gli si stringe al collo. Con l’elezione di Donald Trump perdono rapidamente il controllo degli Stati Uniti. Non si rendono neanche conto che al vertice dell’élite anglo-statunitense non serve più una grande dirigenza capace solo di saccheggiare l’economia reale e chiedere nuove guerre infinite e altra destabilizzazione all’estero. Ha indebolito l’economia reale e la struttura statale degli Stati Uniti, divenendo inutile e pericolosa anche per chi intendeva utilizzare il potere degli Stati Uniti per proteggere i propri interessi. Come una vecchia cosca mafiosa perdente, va “ripulita”. Le grida di rabbia e dolore visti sui media degli Stati Uniti, al Congresso, nella vecchia macchina clintoniana nel DP, e nei circoli di John McCain&Co nel partito repubblicano, gli sporchi trucchi, le violenze di piazza dirette dal carrozzone di Soros, tutto questo non indica forza ma debolezza. Con il tempo le operazioni dentro e fuori gli Stati Uniti saranno sempre meno rilevanti, anche se ora cercano di far credere al mondo di essere duri e spaventosi.
Donald Trump non è un umanitario la cui missione è risolvere i problemi del mondo. Ma è evidente che la sua missione, il motivo per cui è stato eletto, è “ripulire” e rilanciare l’economia e la struttura statale degli Stati Uniti. Infatti, la ripulitura sarà relativamente più facile che non ricreare una solida economia produttiva smantellata dal successo dalle follie finanziarie: l’illusione che il denaro provenga da denaro, guerre e sporchi trucchi, invece che da lavoro ed investimenti nell’economia reale. Ma proprio perché Trump dovrà rilanciare l’economia reale degli Stati Uniti, è molto positivo per le molte nazioni vittime di Soros e del vecchio regime. La maggior parte delle battaglie che Trump dovrà combattere sarà interna. Quando parla della lotta a SIIL e terrorismo, un osservatore non superficiale capisce che si tratta tanto di una lotta in famiglia quanto di una guerra estera. Il cosiddetto terrorismo moderno, almeno da quando l’Afghanistan di bin Ladin, è una forma “non rintracciabile” di guerra. Ora, tali forme surrettizie di guerra sono considerate inutili e controproducenti. Ma la lotta tra le due concezioni arriva ai vetrici dei servizi segreti. Si farà pulizia. Per il momento si tratta di guerra dell’informazione o “fughe di notizie”; con imminenti rivelazioni incriminanti, non da lontano (la mitologia della Russia, grande nemico), ma dall’apparato statale. Lo stesso vale per la guerra alla droga, la lotta alle bande violente che controllano molti ghetti o centri delle città statunitensi. Le bande sono lì per un motivo: per distribuire sostanze stupefacenti di ogni tipo. Si tratta di grandi quantità di denaro che hanno distrutto la mente delle persone e il riavvio di un’economia reale. Molte agenzie, dentro o fuori l’apparato statale, mangerebbero da tale zozza ciotola. Vanno fermate. Gli Stati Uniti di Trump hanno bisogno di pace e tempo per concentrarsi sull’economia. Paradossalmente, i principali problemi degli Stati Uniti sono ora: lavoro e pace. Ciò naturalmente ha innescato un terremoto positivo in Europa. Un processo che interessa perfino le letargiche e suicide Francia, Germania e Italia. Sarà un processo piuttosto irregolare, ma il genio non tornerà nella lampada.
Per questi e correlati motivi, non importa quanta realpolitik si pretenda, Paesi come la Macedonia hanno molto da guadagnare dalla presenza della nuova amministrazione degli Stati Uniti. Le bande scatenate contro la Macedonia (prima fra tutte la macchina di Soros) sono indebolite alla fonte e nuovi strumenti dello “Stato profondo” saranno creati. La Macedonia e tanti altri Paesi sotto il tallone della Comunità Internazionale, hanno ora la possibilità di agire in modo indipendente, con grande cautela, ma con indipendenza. Le forze macedoni, reduci da una grande guerra di resistenza, possono fornire una guida ideale e programmatica al movimento crescente in molti Paesi dei Balcani che vuole finalmente passare dalla resistenza alla liberazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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