La balcanizzazione dell’Ucraina

Miroslav Lazanski, Rete Voltaire Internazionale, Belgrado (Serbia) 25 febbraio 2015

La guerra che devasta l’Ucraina s’internazionalizza. Le divisioni che compaiono nei Balcani non sono nuove, c’erano durante la disgregazione della Jugoslavia e in precedenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Per Miroslav Lazanski, una vecchia divisione si riproduce.

Nikolaj Vasilevich Ogarkov

Nikolaj Vasilevich Ogarkov

Lav Tolstoj scrisse in Guerra e Pace, che “alla vigilia del 1812 c’era una concentrazione di potere in Europa occidentale, dall’ovest all’est, ai confini della Russia“. Non so cosa questo grande scrittore e pensatore direbbe oggi se vedesse i primi anni del 21° secolo. E’ come se avesse già previsto l’attuale accerchiamento NATO della Russia e la pressione politica e psicologica sugli Stati neutrali per aderire all’alleanza, avviate in Europa nel 1999, con i bombardamenti della Repubblica Federale di Jugoslavia, e che prosegue oggi con la tragedia ucraina. Le immagini di edifici e ponti distrutti sono incredibili; case bruciate, cadaveri per le strade. Tutto nel 21° secolo! e non è un film, ma la cruda realtà. L’Europa politica rimase in silenzio sulle stesse immagini in Jugoslavia nel 1999, e oggi è indifferente alla sofferenza umana in Ucraina. L’Europa politica ha imposto al popolo ucraino una scelta e quindi la guerra. Dopo gli accordi Minsk 2 [1], certuni ancora pensano, in Europa e anche negli Stati Uniti, che inviare aiuti militari a Kiev potrebbe cambiare la situazione militare. Ma i missili anticarro occidentali non cambieranno l’equilibrio di potere, perché i soldati di Kiev non sono stati addestrati ad usarli e avrebbero bisogno di almeno sei mesi di addestramento. I sistemi di artiglieria della NATO non sono compatibili con quelli dell’esercito ucraino. L’occidente può fornire all’Ucraina semplici blindati per il trasporto di fanteria, ciò che gli inglesi hanno fatto, elettronica per le comunicazioni radio e radar per l’artiglieria, già consegnati a Kiev. Tuttavia, se la NATO consegna a Kiev altri tipi di armi, o se invia propri specialisti per l’addestramento militare, potremmo vedere nel Donbas carri armati T-80 e T-90 invece che T -72. Vedremo poi se i missili sarebbero efficaci con essi. L’ingresso di unità della NATO in Ucraina potrebbe causare l’ingresso dell’esercito russo nel teatro delle operazioni. In un conflitto convenzionale in questo campo, nessun esercito occidentale, neppure quello degli Stati Uniti, potrebbe sconfiggere l’esercito russo, poiché i generali occidentali dimenticano ovviamente la dottrina del Maresciallo Ogarkov, sempre attuale nell’esercito russo: la sconfitta nella prima fase di un conflitto convenzionale con la distruzione degli obiettivi chiave in profondità del territorio nemico, nei primi momenti della guerra, e conquistare rapidamente territorio nemico facendo avanzare l’esercito. La vittoria totale nella prima fase della guerra, senza l’uso di armi nucleari tattiche. La strategia offensiva, con l’obiettivo di una profonda penetrazione nel territorio nemico senza usare armi nucleari, era l’essenza della visione sovietica della guerra in Europa. Gli statunitensi cercarono di fare di meglio con la dottrina della “Battaglia aero-terrestre 2000″.
Questo è precisamente il motivo per cui né Stati Uniti né NATO inviano forze in Ucraina, perché non hanno alcuna possibilità di vincere una guerra convenzionale. Infatti, se le truppe NATO o degli Stati Uniti subissero la sconfitta affrontando l’esercito russo in Ucraina, Bruxelles e Washington dovrebbero ammettere la sconfitta con tutte le conseguenze politiche e militari, o utilizzare armi nucleari tattiche. In tale situazione, sapendo che i Tomahawk possono raggiungere gli obiettivi russi in cinque o sei minuti, il Cremlino avrebbe poco tempo per decidere ed eseguire una diretta risposta nucleare, che avverrebbe in tre minuti al massimo, altrimenti non potrebbe lanciare controffensive se i missili statunitensi colpissero gli obiettivi russi. In altre parole, il confine tra uso tattico e strategico delle armi nucleari è pericoloso. Il rischio di conflagrazione è spaventoso, le parti potrebbero interpretare l’uso di armi nucleari tattiche come introduzione all’uso delle armi nucleari strategiche. In questo caso, solo Dio potrebbe salvare il pianeta. Secondo il parere del professor Lowell Wood del Livermore National Laboratory (USA), nel 1982, tra 500 milioni e 1,5 miliardi di persone morirebbero. Ed essendo la tecnologia nucleare progredita nel frattempo, il numero dei morti sarebbe molto più alto. Chi vorrebbe internazionalizzare il conflitto ucraino, ci pensa?
L’opinione pubblica in Russia in questi giorni non è sorpresa dall’arrivo di cittadini croati in rinforzo all’esercito di Kiev, Pravij Sektor e Guardia nazionale ucraina. Solo coloro che non conoscono la storia ne sono sorpresi. I soldati dello Stato indipendente di Croazia combatterono durante la seconda guerra mondiale a fianco di Hitler a Stalingrado, mentre sul fronte orientale non c’erano serbi. Lo Stato indipendente di Croazia inviò la sua aviazione sul fronte orientale. Il generale Franjo Dzal fu uno dei piloti che abbatté aerei russi. Nell’ex-Jugoslavia, la Croazia ha ottimi rapporti con l’Ucraina e la Serbia con la Russia. In che misura la religione ha influenzato ciò (in Ucraina ci sono cattolici e uniate) è una lunga storia. In ogni caso, i croati fiancheggiano l’Ucraina, e i serbi, seguendo i volontari, sostengono il Donbas. Balcanizzando l’Ucraina, si continua la guerra sospesa nel 1945…

6[1] “Pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi di Minsk”, Rete Voltaire, 12 febbraio 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Syriza al servizio dell’impero, anzi no!

Joaquin Flores, Fort Russ 26 gennaio
Riforme significative possono avvenire con i BRICS e la Russia, ma l’idea deve assumere consistenza2015013065503-alexis-tsiprasI suoni dei tappi di champagne e le acclamazioni esuberanti tra gli attivisti e gli elettori di Syriza, e la loro base borghese socialista di lotta e di governo, nell’intellighenzia e intellettuale, potrebbe farsi sentire nei bar più prestigiosi di Atene. Le elezioni si sono concluse questa sera in Grecia, con una netta vittoria di Syriza. Ma chiunque si aspetti un cambiamento significativo per la Grecia dovrebbe trattenere il respiro fin quando il nuovo governo avrà (o meno) il giusto rapporto con Russia, Turchia e BRICS. La politica estetica e simbolica, che sostituisce programma e piattaforme reali, è diffusa in Europa, compresa nella sinistra ‘radicale’, che a lungo tempo ha utilizzato i ceppi euro-comunisti in Europa per mantenere il vecchio status quo. Forse questa volta sarà diverso. Forse no. Ma ancora una volta, dipenderà in gran parte dall’atteggiamento nei confronti di Russia, Turchia e nuova Banca di Sviluppo dei BRICS. Le elezioni parlamentari in Grecia hanno portato alla solida vittoria della cosiddetta coalizione della sinistra radicale, Syriza. Questo è il risultato che molti greci, ma anche la Russia, speravano e, a modo loro, sostenuto. Allo stesso modo, il partito filo-russo e “anti-sanzioni EU” della Francia, il Fronte Nazionale, ha riecheggiato il desiderio di vedere la coalizione della sinistra radicale vincere le elezioni [1]. Un altro Paese si unisce all’Ungheria, con un partito decisamente di destra al potere, nell’opposizione alle sanzioni alla Russia, con le prime di tre che dovrebbero scadere il prossimo marzo. Allo stesso modo, il cambio del discorso con mandato popolare può essere usato dall’Europa, soprattutto se si diffonde alla Spagna con Podemos, per giustificare qualsiasi dovuto cambiamento di direzione nelle sanzioni anti-russe e nella risoluzione amichevole del conflitto in Ucraina. Il mythos della legittimazione democratica è importante in Europa, e le élite europee che favoriscono stabilità e integrazione eurasiatica ora hanno un altra fiche da portare al tavolo delle trattative nella lotta con le élite europee atlantiste e filo-USA. Posizione e direzione della Grecia nell’Unione europea sono critiche, e la posizione di Syriza, secondo cui il suo governo non sosterrà le sanzioni alla Russia, segna una svolta significativa. Come o in che modo avverrà nelle prossime settimane e mesi, tuttavia, resta da vedere. La scorsa estate, prima dell’aumento della pressione degli Stati Uniti sull’Europa, almeno nove Paesi dell’Unione europea indicarono disponibilità a bloccare ulteriori sanzioni contro la Russia [2]. Il giorno dopo, votarono per continuarle.
Il sostegno politico al Cremlino, a livello tattico, in Europa è generalmente radicato nei partiti e movimenti anti-UE ed euroscettici, che tendenzialmente sono di destra in Europa settentrionale e orientale, e di sinistra in Europa meridionale. Ciò è importante almeno sul punto delle sanzioni e del conflitto in Ucraina. Ma c’è di più. Il risultato di questa elezione è fondamentale, non tanto per motivi ideologici. Le dichiarazioni del leader e candidato vincente Alexis Tsipras e la nuova piattaforma di Syriza non rendono particolarmente entusiasti gli anti-capitalisti e neanche i riformisti europei [3]. Il linguaggio usato per descrivere la piattaforma del partito Syriza, meno-che-riformista, è più radicale del reale, o meglio letterale, significato che il programma sembra giustificare [4]. E’ assente l’appello a nazionalizzare le industrie, per non parlare di quelle chiave o grandi. C’è la ‘promessa’ di creare 300000 miseri nuovi posti di lavoro, in un Paese di 11 milioni di abitanti con un tasso ufficiale di disoccupazione del 26% [5]. Insieme ad altri settori cruciale, attualmente in mani private e straniere, oggi la Grecia è il secondo Paese per miniere d’oro in Europa, e si prevede che supererà la Finlandia (il primo) nel 2016 [6]. Perché non c’è una richiesta di Syriza a nazionalizzare tale settore cruciale (o qualsiasi altra industria)? La Grecia dovrebbe avere le maggiori, o almeno le più promettenti, riserve d’oro nella banca centrale della regione e dell’Europa. Tali miniere estinguerebbero il debito, ma non le possiede; eppure ha un enorme debito creato con banconote stampate su dettame di Bruxelles, rispetto cui l’oro è solo una frazione, e prestate alla Grecia con l’obbligo di rimborsare entro termini impossibili. Se la Grecia possedeva oro depositato nella banca centrale, poteva subito attuare la ‘Grexit’ stampando dracme, ‘moltiplicando i soldi’ o monetizzando l’oro, impostando il valore della dracma in un rapporto di 3 a 1 con l’Euro, ma rapportando un euro d’oro a 100, 500 o addirittura 1000 dracme in banconota. Questa mossa avrebbe fornito liquidità e una Grecia sovrana avrebbe avuto il tempo di re-industrializzarsi grazie alla sostituzione delle importazioni (ISI), scegliendo i propri partner commerciali e, con oro e capacità produttiva, anche diventare l’egemone regionale tra una Turchia forte e una debole Italia. Questo tipo di riserva frazionaria, solidamente basata sul metallo prezioso, si sarebbe opposta alla monetizzazione delle riserve in valuta estera, dovuta alle infinite e ingiustificabili emissioni delle banche centrali, anche con dati più prudenti di quelli attuali dell”UE. Come Sir Mervyn King, ex-governatore della Banca d’Inghilterra, una volta ha detto: “I libri di testo danno scontato che il denaro sia esogeno… Nel Regno Unito, il denaro è endogeno” [7]. Possiamo aggiungere che è vero nel sistema bancario occidentale. Ma per la Banca Centrale greca? Beh, non c’è un vero ente sovrano, come una banca centrale che emetta in base all’oro. Nel caso ci sia, è di proprietà privata azionaria (SpA) simile alla Federal Reserve degli Stati Uniti [8]. Ma in realtà, c’è un altro problema ancora più grande per la Grecia, e piattaforma e programma di Syriza non li affronta. La SpA che esiste come ‘Banca di Grecia’, è in realtà essenzialmente un comitato di sorveglianza che regola le emissioni di euro-dollaro ad altre banche private, e in base all’indice dei prezzi al consumo. Il suo ruolo è così superfluo che la ‘Banca di Grecia’ è stata incaricata di regolamentare le assicurazioni. In realtà, la Banca della Grecia quale banca centrale è stata sostituita dalla Banca centrale europea (BCE) nel 2001 [ibid]. Non si può ignorare quale enorme problema sia per la Grecia. La mancanza di una propria banca centrale, per non parlare di una che sia di proprietà pubblica e gestita su programma di utilità socializzata, è un doppio problema a cui Syriza non ha una risposta programmatica. Ciò garantisce costante sottomissione e vassallaggio all’UE, e senza modo di operare almeno su tale problema (rimanere nell’UE), costruendo un programma di sviluppo nazionale intorno a un rapporto con la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS (NDB), Russia e Turchia, Syriza non potrà mantenere le sue promesse elettorali. Può sembrare la solita politica, ma per la Grecia sarà qualcosa di monumentale. In realtà la vittoria di Syriza potrebbe essere troppo grande, con una vittoria meno travolgente avrebbe dovuto formare un governo di colazione con il partito Nuova Democrazia, e potuto sfruttare il passaggio al gioco parlamentare.
Supponiamo una probabilità abbastanza naturale e mettiamo da parte qualcosa di ‘straordinario’ come la socializzazione delle industrie chiave e una banca centrale nazionalizzata. Ora, se o quando Syriza non risolverà la crisi del debito sovrano della Grecia e la solvibilità connessa, senza migliorare i rapporti con Russia e BRICS, le masse greche sperimenteranno un enorme cambiamento culturale nel rapporto con la nominalmente (o esteticamente apparente) sinistra “radicale”. Questo nuovo rapporto sarà decisamente pessimo, e la politica operaista, anticapitalista e euroscettica si esprimerà solo con l’avanzata degli anarchici ed anche con i partiti nazionalisti come Alba Dorata, che ha ricevuto il 6,3% dei voti, 17 seggi in parlamento. Ciò significa che uno ogni diciannove greci ha votato per ‘Alba dorata’, presumibilmente di ‘estrema destra’. ‘Alba Dorata’, cosa interessante, chiede la nazionalizzazione dell’industria dell’oro, così come di altre grandi industrie, e della banca centrale [9]. Questi sono i veri cambiamenti economici che potrebbero liberare la Grecia, ma a sinistra solo il Partito comunista della Grecia (KKE) ha una posizione simile [10]. Solo i partiti più radicali hanno soluzioni ragionevoli e oneste al problema attuale della Grecia, rappresentando un problema particolare per la Grecia. In ‘Studio della Storia’, Toynbee sviluppa il concetto di civiltà che attraversano le fasi di crescita e di disgregazione, così come quelle di civiltà abortite e fallite. Sembrerebbe che il marchio di garanzia di civiltà disintegrata, abortita o fallita si abbia quando le soluzioni più cruciali vengono interamente emarginate e presentate dagli estremisti. Peggio, AD e KKE sono gli estremi del presente spettro politico, reificando fittiziamente l’ormai mitico costrutto del ‘comunismo contro il fascismo’ di gigantesca importanza in Grecia, rendendo un qualsiasi sforzo congiunto su tali questioni pratiche probabilmente impossibile. È interessante allora che mentre tutti ignorano i problemi spalancati dalla piattaforma magnificamente carente di Syriza, alcuni affermino che la vittoria della sinistra sia dovuta alla sfida allo spettro del nascente ‘fascismo’ di Alba Dorata. Ma se fossero davvero preoccupati dall’avanzata del ‘fascismo’, allora si renderebbero conto che il ‘fascismo’ sì è avuto quando i partiti socialdemocratici dell’apparente ‘sinistra’ furono visti complici di banchieri ed élite straniere o internazionali. Ma tale complicità è proprio ciò di cui Syriza non sarà solo accusata, ma di cui sarà oggettivamente colpevole se non adotta una ‘Grexit‘ o non si accorda con i Paesi BRICS o, sul piano energetico, con Russia e Turchia. Ci sono alcuni modi con cui il nuovo governo greco può pensare di sfruttare il sistema multipolare emergente, ma ciò presuppone di poter prendere decisioni sovrane.
Syriza probabilmente prevede un ulteriore debito, ma per scopi diversi. In tale scenario pensa di poter sfruttare la minaccia di allinearsi all’accordo sul gas Russia-Turchia (Southstream 2.0/Nabucco Rivisitato) per ottenere il permesso dalla Troika (Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea) di utilizzare altro debito per mitigare l’austerità. Allo stesso modo, pensa che Stati Uniti e Unione europea, a fronte di tale propensione all’accordo sul gas tra Turchia, Russia e Grecia, possano trattenete la Grecia dandole parte di ciò che vuole, contrastando i piani russi. Lasciamo da parte tale pio desiderio, o qualsiasi altra cosa possa sembrare, si ritorcerebbe contro entro pochi anni. Ciò significa un piano di riassetto che si concentri su maggiori imposte a piccoli commercianti, o anche più grandi come le catene locali come i supermercati Veropoulos. Ciò li spingerà sull’orlo della distruzione, favorendo le grandi imprese straniere e, per un breve periodo, i salariati regolari, giustificandosi con la nozione che l’aumento dei salari si tradurrà in un aumento della spesa, e che le grandi aziende straniere non saranno sfidate dalla coalizione Syriza, assai prossima a multinazionali ed UE (in questo scenario ipotetico). Si giustificheranno maggiori dazi sull’importazione di beni di consumo deperibili e durevoli, acquistati in massa, per pagare il debito estero, il che significa che le piccole imprese dovranno acquistare e vendere a prezzi più elevati. Pochi piangeranno per Veropoulos, ma come nell’economia francese all’inizio degli anni ’90, la maggior parte delle operazioni di vendita al dettaglio saranno tolte ai negozi di bottegai, spingendoli tra le braccia di Alba Dorata. Inoltre, questi piccoli negozi subiranno tasse più elevate, giustificate dall’aumento delle vendite che verrà detto possibile grazie alla riduzione della disoccupazione o dalla deflazione salariale. Ma in realtà non ci sarà deflazione salariale, per cui queste piccole imprese probabilmente non vedranno un aumento delle vendite, anche se le nuove tariffe e tasse saranno politicamente giustificate proprio da ciò. Perché?
Poiché Unione europea e BCE sostengono il quantitative easing, sì il QE per l’UE. E’ quasi inquietante che ruoti intorno la Grecia. I problemi in Grecia, oggi, sono in sostanza proprio il risultato della BCE che rigetta i suoi problemi sulla Grecia, defraudandola e rendendola responsabile delle obbligazioni spazzatura riconfezionate ed acquistate dagli Stati Uniti nel 2008. E gli Stati Uniti le hanno riconfezionate, in definitiva, attraverso la propria QE1 stampando, come tutti ricordiamo, almeno un trilione di dollari basati sul nulla, creando un’altra bolla speculativa, svalutando ulteriormente il dollaro e senza risolvere i problemi economici cronici degli USA, anche se i ricchi sono divenuti più ricchi [11]. Come riporta Jana Randow di Bloomberg, “il presidente della BCE Mario Draghi ha battuto l’opposizione al Consiglio direttivo della banca centrale, il 22 gennaio, e ha presentato un piano per acquistare titoli di Stato nell’ambito del programma di acquisto di asset per circa 1100 miliardi di euro (1300 miliardi dollari). La prospettiva dello stimolo con l’euro che cade dall’inizio del mese al livello più basso rispetto al dollaro, in un decennio […] la QE in Europa, in stile FED, dovrà superare sfide pratiche e politiche. Le aziende avranno la maggior parte dei loro finanziamenti con i prestiti bancari, piuttosto che con obbligazioni, cosa più comune negli Stati Uniti, rendendo i mercati finanziari europei più piccoli e molto meno liquidi“. [12] Ma certo, Syriza non farà questo, giusto? Sbagliato, di fatto il suo piano di ‘recupero’ si basa su ciò. “Tsipras ha promesso di convincere la BCE e l’eurozona a svalutare il valore delle loro partecipazioni nel debito greco, in modo che possa aumentare la spesa pubblica e creare posti di lavoro. Ha detto questa settimana che escludere la Grecia dal programma QE punirebbe un Paese che già soffre da anni l’austerità“, scrivono Marcus Bensasson e Nikos Crisolora [13].
Sul sito di Syriza, nella pagina della piattaforma, si dice chiaramente: “Chiediamo l’intervento immediato della decisione popolare e un forte mandato per negoziare:…
* L’accordo sul “New Deal Europeo” con investimenti pubblici per lo sviluppo e il finanziamento dalla Banca europea per gli investimenti.
* Allentamento quantitativo dalla Banca centrale europea, con l’acquisto diretto di titoli di Stato“. [14]
Tsipras, però, deve sapere che la svalutazione viola le regole della BCE. O forse c’è un altro accordo? Per quanto improbabile sembri, dovremo aspettare e vedere. Quello che sappiamo già è che Tsipras ha detto che la Grecia rappresenta un caso unico, e fa ricorso a un passo speciale (allora, cosa si dovrebbe dire di Podemos in Spagna?). E’ un casino, e se l’orientamento geopolitico corretto verso BRICS non viene adottato senza ulteriori ritardi, allora semplicemente sempre più strati della società saranno totalmente contrariati da qualsiasi tipo di “socialdemocrazia 2.0″ e anche dalla stessa ‘sinistra’. Ancora, solo Alba Dorata illustrerà una volontà politica, con il KKE che lotta per distanziasi egualmente da Syriza. Ciò pone le basi per una guerra civile o un colpo di Stato militare, se non c’è una rifondazione geopolitica. Tale golpe militare non può essere il peggiore scenario per la Grecia, a condizione che passi a un vero e proprio rinnovamento nazionale. Ciò significherebbe, per definizione, uscire dal controllo della Troika e nazionalizzazione delle principali industrie, seguendo il modello dei colpi di Stato militari popolari, anticoloniali, anticapitalisti, socialisti e nazionalisti come il primo tentativo bolivariano di Chavez in Venezuela, la rivoluzione dei garofani di Otelo Saraiva de Carvalho in Portogallo, la Rivoluzione verde di Gheddafi o la rivoluzione di Nasser del 23 luglio in Egitto. Per una serie di ragioni, tra cui la cultura militare greca, per estetica, riferimenti e lingua, un tale colpo di Stato probabilmente avrà i crismi dell”estrema destra’, mentre al di fuori della sfera sovrastrutturale, il carattere progressivo riposerà sul programma sociale ed economico attuale. Ciò bloccherà interamente il discorso politico, e la vecchia-nuova sinistra fuori dalla Grecia vi si opporrebbe abbastanza nettamente. In Grecia, con tale scenario, la sinistra sarà ancor più screditata, grazie a Syriza. Eppure, si tratta di processi molto dolorosi e difficili, che ancora possono essere evitati facilmente. Allora, è forse possibile non segnalare una Grexit che possa alleviare la pressione reale sulla Grecia, senza affidarsi alla stupidità di porre la liquidità prima della solvibilità?
Rifondazione e riorientamento geopolitico per la Grecia potranno risolvere gran parte di tutto ciò. In primo luogo, dobbiamo ricordare che quando Gazprom annunciò la cancellazione della linea South Stream, dichiarò anche un nuovo progetto in collaborazione con la Turchia [15]. tale rotta attraversa il confine con la Grecia, ponendo la Grecia in una posizione privilegiata quale primo punto d’ingresso del gas russo-turco nell’UE. Ciò le darà un’influenza mai avuta prima, come la possibilità di porre tariffe di transito, e altro ancora. Inoltre, ciò, sul piano geopolitico e geostrategico, non solo avvicina la Grecia alla Russia, ma anche alla vecchia rivale (in realtà partner di lunga data) Turchia. Inoltre, poiché la Grecia non può giocare secondo le regole scritte e mantenere la sua SpA controllata dalla BCE, spacciata da ‘banca centrale’, perché non crearsi una seconda banca, di proprietà dello Stato? Avrebbe bisogno solo di attribuirle inizialmente funzioni che giuridicamente e tecnicamente non violino il controllo della BCE sulla ‘Banca di Grecia’. Che Syriza possa fare tutto questo non è irragionevole, e in effetti sembra del tutto possibile. Vi sono infatti segnali che ciò possa accadere. Questa possibilità aleggia nella storia tra Syriza e Grecia. E tuttavia va ammesso che la BCE probabilmente dovrebbe guardare con favore alla vittoria di Syriza avendo promesso contro una Grexit, e così probabile sarà. C’è anche la parte di Russia e Turchia nella frustrante corsa nel gioco delle rotte energetiche. Inoltre la penetrazione della CES (Confederazione europea dei sindacati) tra le fila limitate del lavoro organizzato greco influenzando la possibilità che Syriza agisca con più decisione, e quindi da ulteriore leva di controllo di Bruxelles sulla Grecia, ma ‘da sinistra’ [16]. Tutto ciò comprova che Unione europea e troika ritengono Syriza una valvola di controllo della pressione sociale sulle masse greche. Ma ancora ci troviamo di fronte a una trama che, infittendosi, spiegherebbe perché Russia e partiti filo-russi, indipendentemente dall’orientamento politico, hanno sostenuto in modo netto la vittoria di Syriza. Una cosa che sappiamo per certo è che i russi sono degli strateghi molto abili e dei pianificatori seri, che utilizzano tutta una serie di strumenti strategici prestati dalla teoria dei giochi e altro ancora. Sanno qualcosa. Noi dobbiamo ricordare che il partito Syriza ha definito l’adesione greca alle sanzioni contro la Russia “catastrofica per l’agricoltura greca”, denunciando la politica estera dell’attuale governo come congelata nella mentalità da Guerra Fredda, seguendo i dettami di Bruxelles e Washington. Potrebbero essere solo chiacchiere, ma è forse probabile che sia un fatto. Syriza ha apertamente criticato la deferenza dell’UE verso il colpo di Stato neo-nazista appoggiato dagli Stati Uniti in Ucraina. Una rifondazione geopolitica sembra essere un modo per evitare il destino della Bulgaria, che ha subito a lungo le minacce dell’UE e sembra, almeno per ora, aver rinnegato l’impegno a costruire South Stream. Grecia e Turchia già incamerano diversi miliardi di euro l’anno commerciando, e non esistono disposizioni comunitarie che possano interferire con ‘South Stream 2.0‘ mentre entra di soppiatto in Europa travestita da ‘Nabucco rivisto’. La struttura delle relative società energetiche turche non viola i termini del Terzo Pacchetto sull’Energia del 2009 dell’UE. Finora, vi sono ragioni molto interessanti per un piano russo verso la Grecia. Ci si può solo chiedere, se vero, quali garanzie e accordi segreti furtivi abbia fatto l’FSB russo con elementi dell’apparato militare e d’intelligence greco, e come questo sia potuto sfuggire a CIA, NSA, MI, e delegati europei.
Ciò di cui abbiamo parlato è la possibilità di Syriza di creare in Grecia una banca sovrana, con un nome fittizio. Infatti, nella piattaforma Syriza vi è un aspetto interessante. Infatti, la Nuova Banca di sviluppo, non quello dei BRICS, fondata contro il FMI, ma che Syriza cerca di creare in Grecia [17]. Si tratta di una strana scelta di parole, no? In uno scenario di riallineamento, la Grecia crea ‘una’ nuova Banca di sviluppo quale interfaccia con l’attuale Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS. Idealmente, la Grecia ha il permesso d’iscrivere il debito dalla BCE o ristrutturarla in modo creativo, anche con l’aiuto della Nuova Banca di Sviluppo dei Paesi BRIC, interfacciata con la ‘Nuova Banca di Sviluppo’ della Grecia. In tale scenario, nel migliore dei casi, opererebbe anche con l’Unione Eurasiatica Economica (UEE) e l’Unione europea, così come con la Grecia. Ci sono veramente molti modi di pelare questa gatta, come numerosi accordi che Russia e Cina possono stipulare con un’UE che inizia ad uscire dal controllo degli Stati Uniti. In effetti, potrebbero avere lo stesso valore remunerativo (o superiore!) di ciò che la Grecia deve apparentemente all’Unione europea. L’integrazione pacifica con il resto d’Europa e l’Eurasia è uno degli obiettivi strategici e di sviluppo a lungo termine della Russia, che gli Stati Uniti hanno cercato di ostacolare con il golpe organizzato in Ucraina un anno fa. Stranamente, allora, ciò che accade in Grecia può benissimo essere intimamente connesso a ciò che accade sui campi di battaglia in Ucraina e in Siria. Naturalmente, non possiamo dimenticare che, in molti modi, tale debito è una finzione e può essere in gran parte cancellato, e che l’economia greca può essere ricostruita oggi. La Grecia deve solo dire ai dottrinari e alla vecchia guardia dell’UE ciò che Nuland gli disse. Premere il pulsante cancella e guardare tutti gli 0, che gravano così pesantemente gli schermi dei computer negli uffici delle banche centrali, semplicemente sparire.
Gli Stati Uniti sono il principale ostacolo a qualsiasi normalizzazione tra Europa, Grecia e Russia. L’elezione di Syriza potrebbe rivelarsi un importante punto di svolta, ma come andrà a finire resta da vedere. Nonostante ciò che la vecchia guardia dell’UE, al servizio degli Stati Uniti, aveva in mente per la Grecia con il trucco di Syriza, la collaborazione della Grecia di Syriza con la Russia e i BRICS finirebbe per sconvolgere e ribaltare l’intero scenario.

Nikos Kotzias e Panos Kammenos

Nikos Kotzias e Panos Kammenos

Joaquin Flores è uno statunitense che vive a Belgrado, analista presso il Centro per gli Studi Sincretici, un pensatoio geostrategico pubblico. I suoi interessi riguardano Europa dell’Est ed Eurasia ed ha grande competenza in questioni mediorientali. Flores è particolarmente abile ad analizzare la psicologia delle guerre di propaganda. Scienziato politico presso la California State University. Negli Stati Uniti ha operato per anni come organizzatore, capo negoziatore e stratega per una grande federazione sindacale.

Note:
1. Thetoc
2. RT
3. Jacobin Mag
4. Socialist Network
5. Trading Economics
6. Reuters
7. Wenku
8. Bank of Greece
9. Golden Dawn
10. KKE
11. Economix
12. Bloomberg
13. Bloomberg
14. Syriza
15. Global Research
16. KPS
17. Socialist Network

Copyright © Center for Syncretic Studies 2015

Nikos Kotzias, il Prof. Aleksandr Dugin al centro,  a destra Alexis Tsipras

Nikos Kotzias, il Prof. Aleksandr Dugin al centro, a destra Alexis Tsipras

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele e il multipolarismo dei TRIC

Andrew Korybko (USA) 27 gennaio 2015Eastern-Mediterranean-gas-fields-630x385Israele è in modo stereotipato pensato come un Paese che interagisce prevalentemente con il mondo unipolare occidentale (ciò rafforzato in parte dall’atteggiamento unipolare del Paese mediorientale), ma tale immagine non è del tutto esatta. Anche se non si nota a causa del blackout dei media sul tema, gli Stati multipolari Turchia, Russia, India e Cina (TRIC) hanno stretti legami con Israele che sfuggono agli inesperti. I TRIC hanno le loro ragioni per aumentare l’interazione con Israele, mentre Russia e Cina possono anche avere un o due assi strategici nella manica.

Le interazioni
Diamo uno sguardo alle interazioni dei TRIC con Israele e che i media mainstream ignorano:

Turchia:
Pur con una dura retorica contro Israele, la Turchia gli è in realtà sorprendentemente vicina in termini energetici e militari. Ospita due oleogasdotti che riforniscono Israele dall’Azerbaijan (40% del fabbisogno d’Israele) e dal Kurdistan iracheno. Essendo l”Ucraina del Medio Oriente’ (con tanto di possibile balcanizzazione), potrebbe facilmente negare il petrolio ad Israele se lo volesse, ma ha scelto di non farlo perché la cosiddetta ‘rivalità’ tra i due è una falsa costruzione a scopo politico, e sarà descritta successivamente. Negli affari militari, i due Paesi coordinano le loro attività di destabilizzazione contro la Siria, e ci sono indicazioni che nel 2013 la Turchia permise ad Israele di utilizzare una sua base per attaccare Lataqia. Tutto ciò implica un alto livello di cooperazione militare, più di quanto pubblicamente ammesso.

Russia:
Le interazioni di Mosca con Israele si concentrano sulla sfera etnico/linguistica ed energetica. Oltre 1000000 di ebrei emigrati dall’Unione Sovietica in Israele dal 1991 ne fa il terzo Paese non-ex-sovietico russofono, con una presenza etnica russa pari al 15% della popolazione. Ciò ha trasformato il tessuto sociale del Paese, e i russi sono riconosciuti il più riuscito gruppo di immigrati mai giunto nel Paese. Sul piano energetico, Gazprom ebbe i diritti esclusivi, nel 2013, per vendere GNL del giacimento gasifero israeliano Tamar, uno dei più grandi del mondo, che avrebbe 238 miliardi di metri cubi di gas.

India:
Lo Stato dell’Asia meridionale ha recentemente rinvigorito le relazioni con Israele (che aveva riavviato considerevolmente dalla fine della guerra fredda), apparentemente per la comune minaccia del terrorismo. I due hanno ora un rapporto strategico da cui deriva un accordo sugli armamenti da mezzo miliardo di dollari, raggiunto lo scorso ottobre, senza dubbio influenzato dal fatto che l’India sia già il maggiore acquirente di armi d’Israele e ospiti la sua seconda più grande delegazione militare (dopo solo gli Stati Uniti). Così, non senza ragione, Netanyahu disse a settembre che “il cielo è il limite” alle relazioni bilaterali. Tuttavia, queste sembrano andare a scapito dei legami storici dell’India con la Palestina, con New Delhi che ne riconsidererebbe il sostegno alle Nazioni Unite nella lotta ultradecennale per uno Stato.

Cina:
Come Netanyahu ha detto, “La Cina è il principale partner commerciale asiatico d’Israele e diverrà forse il principale partner commerciale d’Israele, nel nostro prossimo futuro“. Probabilmente sarà cosi, tanto più che la Cina incorpora Israele nella sua Via della Seta Marittima tramite il progetto ‘Red-Med’, che vede la Cina costruire una ferrovia che collega le coste d’Israele su Mar Rosso e Mediterraneo, presumibilmente in alternativa al Canale di Suez, nel caso ne venisse interrotto il transito. In realtà c’è una componente profondamente strategica in gioco (come per le altre iniziative regionali della Via della Seta della Cina), ma ciò sarà discusso in seguito.

La grande idea
Ognuno di questi attori ha un grande obiettivo in mente, favorito dalle interazioni con Israele:

Turchia:
Ankara sfrutta la sua falsa rivalità con Israele nella speranza di garantirsi punti politici nella ‘piazza araba’. La Turchia vuole ripristinare l’antico retaggio imperiale con la politica del ‘neo-ottomanismo’, che ha elementi politici interni socio-religiosi ed internazionali. In breve, vuole sottoporsi alla pseudo-reinvenzione del proprio ruolo per ridivenire lo Stato preminente nel mondo musulmano (con un’ideologia ‘islamista chic’), ma comprendendo che il vero rapporto con Israele glielo impedirebbe, ovviamente ricorre a metodi chiassosi per cercare di nascondere tale realtà e ‘conquistare cuori e menti” del Medio Oriente. La ragione per cui Israele segue tale stratagemma è perché, proprio come gli Stati Uniti, ci guadagna nell’avere nella Turchia un fattore ‘eterodiretto’ negli affari unipolari nella regione. Ora, però, la situazione è sempre più complessa mentre la Turchia cerca di sottrarsi dalla presa unipolare e tende una mano alla multipolarità. In tali circostanze, la Turchia dovrebbe sfruttare tutti a proprio vantaggio (compresi i suoi storici “partner occidentali), arrivando alla logica conclusione che, a lungo termine, ciò includerà Israele. Anche se non è ancora accaduto (se non del tutto), emerge una situazione in cui se la Turchia sottoponesse sul serio Israele a una pressione e sentisse di poter resistere alle ripercussioni esistenziali del supporto israelo-occidentale al separatismo curdo, allora userebbe la propria influenza nel tentativo di avere una sorta di dividendo politico. Tuttavia, tale scenario è ancora improbabile dato che la Turchia ha maggiore interesse ad essere un via energetica affidabile per i suoi clienti, piuttosto che accettare la scommessa molto rischiosa di essere il rubinetto d’Israele.

Russia:
Gli obiettivi di Mosca sono radicalmente diversi da quelli di Ankara, e non evita d’illustrare appieno il suo rapporto con Israele. Soprattutto dal punto di vista energetico, la Russia vuole usare l’accordo sul GNL di Tamar per posizionarsi quale principale attore gasifero nel Mediterraneo orientale, e l’accordo dovrebbe essere visto come un trampolino di lancio per tale scopo. Si può pensare che essendo partner affidabile per l’LNG del giacimento Tamar, in un futuro possa stipulare un contratto simile per Leviathan, il maggiore giacimento offshore scoperto negli ultimi dieci anni, stimato pari a 620 miliardi di metri cubi. Oltre a portare avanti i propri interessi commercial-energetici, la Russia avrebbe un vantaggio utilizzando le proprie ancore etno-culturali in Israele, espandendo la propria influenza nel Paese e tra i suoi futuri vertici. Di per sé, ciò è solo speculazione, senza molta sostanza, ma se combinata con la strategia di Cina e Russia, ciò inizia a prendere forma. Di conseguenza, successivamente si parlerà del partenariato strategico russo-cinese rispetto Israele, comprendendo perché i dettagli sono qui volutamente vaghi.

India:
La politica Estera del Paese è definita da due preoccupazioni principali, contrastare Cina e Pakistan, alleati strategici. Il partito al governo di Modi BJP perseguirebbe un nazionalismo indù che lo mette in contrasto con i musulmani dell’Asia del Sud e del Pakistan, aumentando le prospettive di un teorico ‘scontro di civiltà’. Tenendo presente la rivalità con il Pakistan, il nazionalismo indù del BJP e l’onnipresente spettro dello ‘scontro di civiltà’, si può capire il motivo per cui l’India abbracci Israele, anche felicemente, a possibile scapito della Palestina. L’India è uno Stato filo-multipolare, ma non ha esitato a collaborare con il mondo unipolare quando ritiene che possa migliorare la propria posizione regionale, assomigliando molto alla Turchia. Questa interpretazione non solo spiega il florido rapporto con Israele (che utilizza per migliorare la sua posizione in Asia del Sud), ma anche la stretta collaborazione con il Giappone nel sud-est asiatico con la sua politica Verso Oriente e la cooperazione nucleare privilegiata e l’approfondita partnership con gli Stati Uniti, dettate da preoccupazioni condivise sul terrorismo, già brevemente accennate, rendondo perfette (se non etiche) le relazioni dell’India con Israele.

Cina:
L’idea alla base della strategia di Pechino è trovare un modo di posizionare Israele nel quadro economico globale. I piani sulla Via della Seta in genere possono essere visti come partenariati multilaterali, supervisionati dai cinesi, nelle regioni strategiche del mondo, ma nel caso di un’adesione a sorpresa d’Israele a tale quadro, sarebbe più che altro bilaterale data l’assenza di qualsiasi altro partner prossimo. La Cina intende utilizzare il corridoio Red-Med per il traffico di prodotti in una direzione, ma anche del gas nell’altra direzione. Le merci cinesi possono entrare nel mercato israeliano in cambio del gas d’Israele (GNL via ferrovia o gasdotti) arrivando in Cina attraverso i porti. Questo semplice concetto, merci cinesi in cambio di gas israeliano, costituisce il punto cruciale delle relazioni e, abbastanza interessante, la realtà del possibile forte ruolo russo (dietro le quinte) che renderebbe tutto ciò multilaterale.

East-Med-pipeline-and-connectionsIl partenariato strategico russo-cinese verso Israele
Spiegate le interazioni di Turchia e India con Israele, è ora opportuno concentrarsi esclusivamente sulle relazioni russo-cino-israeliane, non importa quanto poco disposto a partecipare possa essere Israele in questo accordo trilaterale. Come già spiegato, Israele è percepito avere esclusivamente relazioni bilaterali con la Cina, ma anche Mosca vi svolge un ruolo, che Tel Aviv lo voglia o meno. Mentre in precedenza sembrasse che la Russia fosse ottimista sul piano politico-economico (se non ingenua) nel promuovere i propri interessi, ciò non sarebbe più lontano dalla verità, dato che compie significativi passi avanti strategici sostenendo grandi obiettivi, propri e dei partner cinesi. Diamo uno sguardo a tale approccio in tre fasi, seguito dalle possibili conseguenze:

Potenziale del gasdotto (o sua assenza) per Israele
La prima cosa da capire è che Israele, attraverso i giacimenti gasiferi Leviathan e Tamar, vuole posizionarsi come alternativa al gas russo per l’Europa. Non è concepibile rivaleggiare con la Russia, ma in questo momento d’iper-russofobia economica e politica ideologicamente indottrinata, l’Europa è sicuramente interessata ai rifornimenti israeliani, per quanti miseri (8-12 miliardi di metri cubi rispetto ai 60 miliardi di metri cubi di South Stream). Si prevede la costruzione di un gasdotto Israele-Cipro-Grecia, alimentato dal gigantesco giacimento di gas israeliano Leviathan, coinvolgendo anche un possibile collegamento con la Libia (quarta maggiore riserva di gas in Africa) via Creta, creando un ‘super gasdotto’. Tuttavia, nonostante l’attrattiva geopolitica di tale ‘chimera’, rimarrebbe una fantasia per anni a causa delle difficoltà economiche e di possibili destabilizzazioni territoriali (marittime e a Cipro) che potrebbero affondare il progetto. Anche se il progetto fosse infine costruito (se i prezzi si alzano, l’ideologia dell’UE si riprende, ecc), allora la Russia sarà pronta a giocarsi un asso e a neutralizzare l’intero sforzo richiamando la sua crescente partnership con Grecia e Turchia. Rivolgendosi ad Atene, Mosca ha compiuto un’apertura strategica dicendo che avrebbe ceduto le devastanti contro-sanzioni agricole se la Grecia lasciasse l’Unione europea. Non è importante se sia realistico o fattibile, al momento, ma ciò che è saliente è la Russia che compie una potente mossa verso ciò che appare lo Stato membro più debole dell’Unione europea. Inoltre, la Cina usa il porto greco del Pireo come nodo per la sua Via della Seta dei Balcani, e la Grecia così viene ulteriormente sedotta dal mondo multipolare. Allo stesso tempo, la Russia potrebbe realisticamente usare questa apertura greco-cinese per riprendere il South Stream, implicando un profondo partenariato strategico tra Russia, Grecia e Turchia (queste ultime due collaborano sul gasdotto TANAP, nonostante le differenze storiche).

Intasamento dei gasdotti
Così la Russia gestirebbe il problema con due soluzioni, annullare la componente ‘anti-russa’ del futuro gasdotto israelo-cipriota-greco cooptando la Grecia (con l’aiuto di Cina) o utilizzando lo sviluppo del partenariato strategico russo-turco per sostenere implicitamente le pretese di Ankara su Cipro del Nord, ritardando indefinitamente la costruzione del gasdotto. Vista da una prospettiva opposta, può anche darsi che il partenariato strategico russo-cinese possa svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione dell’ultradecennale questione cipriota tramite i rapporti con Grecia e Turchia, trascinando l’isola dal mondo unipolare a quello multipolare. In ogni caso, tali scenari (che richiederebbero ancora parecchi anni ) ‘intaserebbero i tubi’ spingendo l’Unione europea a riconsiderare i grandi investimenti per superare gli ostacoli politico-giuridico-economici nel creare un altro gasdotto, potenzialmente influenzato dai russi (specialmente se Gazprom a sorpresa avesse influenza sull’omologo greco).

Riaprire i rubinetti
In ogni caso, Israele avrebbe ancora il gas, ma non possibilità realistiche di venderlo direttamente in Europa. Potrebbe ovviamente usare il GNL, ma con la Russia che controlla le esportazioni di Tamar (e Leviathan tra ritardi nelle misure anti-trust e ritiro del principale partner), sarebbe un’auto-goal dell’Unione europea nel tentativo d’acquisire tali risorse (anche se ancora probabile che lo faccia comunque). Le vendite a Paesi mediorientali come Egitto e Giordania sono all’orizzonte e sicuramente anche un vantaggio strategico a lungo termine per Israele, ma imprevisti regionali o grandi proteste nazionali potrebbero affondarle o renderle politicamente impossibili in futuro. Anche se ciò non accadesse, ci potrebbero essere partner più redditizi altrove, in particolare in Asia, e Israele avrebbe ancor gas da vendere. Questo è il punto esatto in cui il partenariato strategico russo-cinese entra in gioco. I due potrebbero coordinarsi al punto di far risorgere South Stream (il che renderebbe il gas israeliano superfluo per l’Europa) e/o bloccare il gasdotto israelo-cipriota-greco (se l’idea non decade da sé), creando così le condizioni in cui gli israeliani dovrebbero guardare a Oriente e non a occidente, per vendere il loro gas. La tratta Red-Med della Via della Seta raggiunge la città di Ashdod, incidentalmente anche il luogo in cui il gas di Tamar passa per essere liquefatto dai russi. Dato che l’infrastruttura è nel porto, è prevedibile che i rifornimenti da Leviathan vi vengano collegati. Ciò apre la possibilità alla Russia di trasformare in GNL il gas di entrambi i giacimenti, prima di spedirli via rotaie dal Mar Rosso alla Cina o altrove nella regione Asia-Pacifico. Non è realistico che il terminale di Gazprom ad Ashdod venga trascurato per costruire un oleodotto nel deserto e un nuovo impianto GNL, israeliano o altrui, sul Mar Rosso, quando c’è l’impianto russo sulle coste mediterranee.

L’effetto della ricaduta
Così, anche se Israele ha previsto questa situazione, si attuerebbero i seguenti (redditizi) tre passi:
1. Israele estrae il gas
2. La Russia lo liquefa
3. La Red-Med lo spedisce dal Mar Rosso alla Cina
Israele svolge il ruolo di fornitore, la Russia è l’intermediario (tecnologicamente necessario) che facilita l’operazione, e la Cina è il cliente. Il rapporto che si sviluppa potrebbe avere una ricaduta politica fornendo al partenariato strategico russo-cinese l’opportunità di tentare il (molto) difficile processo di addomesticamento delle azioni regionali d’Israele (se lo desiderano e non sono distratte dai profitti). Israele si comporterà sempre in modo unipolare, in un modo o nell’altro (non stancandosi di ricordarlo al mondo) in gran parte grazie alla potenza militare e all’arsenale nucleare propri, ma a lungo termine potrebbe essere possibile per Russia e Cina moderarlo tramite la loro influenza. Lo stereotipo è che Stati Uniti ed Israele siano strettissimi alleati, ma Israele può cercare di diversificare le relazioni e collaborare con il ‘nemico multipolare’ per promuovere i propri interessi. Non dovrebbe essere immediatamente respinto che tale cambio possa verificarsi nel tempo, come il perno della Turchia che ha sorpreso molti osservatori, e anche se appare improbabile oggi, potrebbe sembrare una conclusione scontata col senno di poi, proprio come appare ora per la Turchia. Non si sa quali sfide attuali saranno ancora presenti nel futuro (la guerra in Siria può essere risolta, bene o male, mentre l’opposizione dell’Iran sarà una costante regionale in futuro), ma a prescindere, Russia e Cina prevedono di utilizzare i semi dell’influenza che hanno piantato in Israele molto prima di raccoglierne i frutti a beneficio dei loro alleati regionali. Potrebbe non succedere, ma tali sforzi comunque sarebbero un miglioramento rispetto alla situazione attuale, in cui nessuno dei due giganti ha una presenza stabile nel Paese. In realtà, può anche rivelarsi che i futuri leader d’Israele possano essere discendenti di ebrei russi che avrebbero legami personali con la Russia (soprattutto se le radici culturali e linguistiche rimangono intatte), che potrebbero utilizzare a beneficio di entrambe le parti (e tangenzialmente, forse anche degli alleati di Russia e Cina).

515da5b762cc3bc081863ccb65a0080d651dd2b9Andrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Balcani e Asia centrale, future arterie d’Eurasia

Come la Via della Seta nei Balcani può resuscitare South Stream
Andrew Korybko (USA) Oriental Review 14 gennaio 2015

south_streamLa Cina estende la Via della Seta ai Balcani, con un progetto per costruire una ferrovia dal porto greco del Pireo a Budapest. Collegando la principale via d’ingresso dei beni commerciali di Pechino a una delle principali arterie dei trasporti dell’Europa centrale, spinge la Via della Seta nel cuore dell’Europa e nel resto del continente. Come nel resto del mondo, dall’azione della Cina non è scontato che la Russia ne tragga benefici in quanto parte del partenariato strategico globale russo-cinese, ma in questo caso permetterebbe la risurrezione del progetto South Stream, che tutti i partner europei implorano dalla sua cancellazione.

Il gioco
Esiste la possibilità che South Stream rinasca su una rotta leggermente modificata, seguendo la ferrovia cinese che attraversa Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria. Ci sarebbero poche difficoltà giuridiche con serbi e ungheresi (Budapest è già decisa a sfidare i dettami dell’UE), e la Macedonia non-UE, che non sarebbero legati ai mandati di Bruxelles riguardanti il fastidioso Terzo Pacchetto dell’Energia, lasciando sola la Grecia e la sua adesione all’Unione europea quale principale ostacolo al progetto. Vi sono tuttavia, due grandi scommesse che possono cambiare l’equazione consentendo la costruzione di South Stream in territorio greco:

Una completa ‘Grexit':
Se la Grecia si ritira completamente dall’UE, non solo dall’EuroZone ma da tutto il contorto sistema che lo supporta, allora non sarebbe sottoposta al Terzo Pacchetto sull’Energia e la costruzione di South Stream potrebbe teoricamente riprendere quasi subito, una volta raggiunto l’accordo con Atene. Naturalmente, ciò è lo scenario più estremo e non appare all’orizzonte, ma con molti attivisti ancora in armi e la rabbia collettiva in crescita, la situazione può sconfinare nella ripetizione delle violenze del 2012, in particolare se l’Unione europea attuasse una sorta di ‘punizione’ asimmetrica contro una ‘Grexit’ economica. Ciò potrebbe causare molti effetti collaterali non intenzionali che potrebbero fare apparire la piena ‘Grexit’ assai mite al confronto.

Il partenariato strategico russo-turco:
L’alternativa più probabile al risorgere del South Stream sarebbe il partenariato strategico russo-turco coordinato nel settore energetico dei Balcani. In particolare, è previsto una soluzione strutturale che evita i vincoli del Terzo Pacchetto sull’Energia separando tecnicamente il fornitore dal distributore, per cui la Russia continuerebbe a fornire gas, ma attraverso una società turca. Mosca dovrebbe attuare tale mossa importante solo se sicura di Ankara, potendo fidarsi senza ripetere lo scenario ucraino; il che significherebbe che la Turchia dovrebbe comprendere correttamente gli immensi benefici (economici, politici, strategici) che tale condominio comporterebbe e il danno ai propri interessi che ne risulterebbero se sabotasse l’operazione. Tale partenariato strategico russo-turco, presupposto necessario per questo scenario, potrebbe essere già in divenire. La Turchia ha dichiarato con forza il suo orientamento multipolare accettando di ospitare il New South Stream, in primo luogo, e se un accordo russo-turco sarà raggiunto sulla Siria (e la Turchia mostra alcuni vaghi segnali), una partnership strategica potrebbe essere il prossimo passo logico. Per quanto sorprendente tale racconto possa sembrare ad alcuni lettori, non va ignorato dato che la Turchia è attualmente oggetto di un mutamento d’identità e consapevolezza geopolitica, e la transizione globale verso il multipolarismo ha un forte effetto sul futuro calcolo della sua leadership.

Lanciare la sfida
A condizione di una decisione per far risorgere South Stream sulla rotta greco-macedone, vi sono due questioni che potrebbero minacciare la sopravvivenza del progetto e che possono realisticamente essere aggravate dalle forze occidentali nel perseguimento dei loro scopi anti-russi:

Nazionalismo greco:
Non importa quale forma assuma, che sia la retorica di sinistra di Syriza o di destra di Alba Dorata, la Grecia è sempre più nazionalista e questo fa presagire un problema importante per qualsiasi futura risurrezione di South Stream.

Contro la Turchia:
Grecia e Turchia sono state storicamente acerrime rivali, e le controversie irrisolte su isole dell’Egeo e Cipro del nord sono gravi ostacoli a un’ampia cooperazione, come il ripristino di South Stream. Tali problemi possono essere facilmente manipolati da forze estere producendo un ancora più forte sentimento anti-turco che renderebbe qualsiasi accordo greco-turca politicamente impossibile per Atene. Naturalmente, la Pipeline Trans-Adriatico per trasportare una moderata quantità di gas azero nel Sud Europa attraverso Turchia e Grecia ha la stessa vulnerabilità socio-politica, ma poiché è pienamente sostenuta da Stati Uniti e Unione europea, i capi della Grecia faranno il possibile affinché non sia vittima di eventuali reazioni nazionaliste contro il progetto russo.

Contro la Macedonia:
Il secondo fronte in cui il nazionalismo greco rischia di far deragliare qualsiasi rilancio del South Stream è la Macedonia, impegnata nell’aspra disputa sul suo nome con Atene fin dalla nascita dell’ex-Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale. La polemica ha raggiunto un tale livello che ha impedito l’avvicinamento della Macedonia a UE e NATO (quest’ultima esercita il protettorato non ufficiale sul Paese dall”Operation Essential Harvest’ del 2001), sviluppi che avrebbero avuto conclusioni scontate se non ci fosse stata la controversia. Non si sa esattamente quale piega la resistenza greca al passaggio macedone del gasdotto possa prendere, ma considerando la gravità dei sentimenti greci sul problema (e una campagna ventennale nel Paese per impedire l’integrazione della Macedonia con altri soggetti a dispetto dei “vantaggi”), non è sicuro che tutto ciò possa prevedibilmente adattarsi a questi piani.

Nazionalismo albanese:
Il secondo impedimento principale al ripristino di South Stream è il nazionalismo albanese, che presenta una delle maggiori minacce alla sicurezza europea dato che l’alleanza con la NATO potrebbe essere attivata in caso di conflitto con Serbia o Macedonia. Rispetto a quest’ultima, gli albanesi formano quasi un quarto della popolazione del Paese e hanno una rappresentanza politica privilegiata a seguito dell’accordo di Okhrid steso dalla NATO che concluse l’operazione ‘Essential Harvest‘. Con tale accordo, la maggior parte dei processi politici in Macedonia devono avere l’approvazione di oltre la metà dei rappresentanti delle minoranze del Paese (che hanno garantita una rappresentanza proporzionale dallo stesso documento), in tal senso la minoranza albanese può sostanzialmente tenere in ostaggio la volontà della popolazione maggioritaria se loro o i loro padroni della NATO a Tirana, lo vogliono. Non solo, ma gravi disordini etnici o attacchi terroristici, come nei primi mesi del 2001, potrebbero derivarne. L’anno scorso ha ricordato ai macedoni la fragilità delle relazioni etniche del proprio Paese dopo che gli albanesi si ribellarono a Skopje per la decisione su un controverso caso giudiziario. Sei albanesi sono stati giudicati colpevoli per l’attacco terroristico in cui uccisero cinque macedoni, durante la Pasqua ortodossa nel 2012, mettendo in evidenza i timori della nazione sulla radicalizzazione della minoranza in questi ultimi anni. Il nazionalismo albanese ribolle in Macedonia, e un ex-politico radicale ha persino tentato di dichiarare la ‘Repubblica Illirida’ indipendente degli albanesi a settembre, intendendo formare un nuovo Stato federale. Anche se non preso sul serio, al momento, vi sono preoccupazioni che possa avere grande sostegno in futuro, se la situazione continua a degenerare e una ripetizione degli eventi del Kosovo non è certamente esclusa. E’ facile immaginare uno scenario in cui l’Albania supportata dalla NATO persuada gli albanesi di oltreconfine ad effettuare con precisione tale piano ostacolando ogni futuro tentativo russo di far risorgere South Stream lungo la Via della Seta cinese balcanica nel Paese.

La Cina scommette sui Balcani
Per quanto impegnative appaiano tali minacce, non sono insormontabili e la chiave per superarle riposa nella Cina. L’enorme quantità di denaro che il Paese può usare promuovendo legami commerciali con tutto il mondo (soprattutto in Africa) gli ha guadagnato la reputazione di appianare quasi qualsiasi differenza politica immaginabile tra i suoi partner. Non sarebbe diverso nel cercare di usare i Balcani quale testa di ponte per la conquista del mercato europeo. Essendo il ‘mediatore’ tra gli ‘attori’ dei Balcani, Russia e Turchia, la Cina può contribuire a spingere tutti a raggiungere il più possibile una pacifica soluzione, cui dovrebbe avere interesse (e sembra discutibilmente averne). Capitale e investimenti cinesi (finanziando anche politici estremi potenziali sobillatori) potrebbero lenire gli effetti del nazionalismo reazionario in Grecia e Albania, che Pechino corteggia negli ultimi anni. La Grecia, come detto all’inizio dell’articolo, ha il porto del Pireo che accoglie la maggior parte delle merci cinesi che entrano in Europa, e Cina e Albania hanno recentemente cercato di riavviare i loro legami con programmi culturali, dei trasporti e agricoli ripristinando il rapporto dell’era della Guerra Fredda. prima della rottura sino-albanese nel 1978. Attraverso tali partnership profonde e in sviluppo, la Cina può esercitare un’influenza moderatrice sui Paesi dei Balcani impedendo ad essi o agli estremisti, d’impedire la ripresa del South Stream lungo la Via della Seta balcanica che Pechino costruisce sul loro territorio. Non è una panacea a tutte le provocazioni eterodirette, ma forza e successo del partenariato strategico russo-cinese finora (e l’importanza accresciuta nelle condizioni attuali), probabilmente stabilizzeranno la regione, se si decidesse di continuare il Souht Stream in futuro.

Successo o perdita di tempo
Il potenziale collegamento russo-cinese-turco nei Balcani è una scommessa che probabilmente porterà dividendi solo a coloro che avranno il coraggio di giocare, scommettendo sul mondo multipolare contro quello unipolare. Il primo ha interesse nel vedere South Stream re-inserirsi nei Balcani, mentre il secondo sarebbe più che felice del suo fallimento. La seguente valutazione è tratta dal punto di vista della multipolarità:

Colpo grosso:
Il ristabilimento del progetto South Stream, anche se attraverso Grecia e Macedonia, invece della Bulgaria, porterebbe a un partenariato strategico russo-turco che interagirebbe e stabilizzerebbe i Balcani similmente all’accordo russo-cinese con l’Asia centrale. Ciò dipende in fondo da Russia e Turchia nell’influenzare i rispettivi ambiti religiosi e di civiltà, con la Russia che influenza gli ortodossi (ad eccezione della Romania, anche se temprare pragmaticamente i politici recalcitranti e la mentalità della società è sicuramente un obiettivo a lungo termine) mentre la Turchia influenza i musulmani in Albania e Bosnia. La Cina avrebbe la supervisione finanziaria del rapporto e rapporti privilegiati data la sua distanza storica dai Balcani e l’assenza di un passato contaminato o avvantaggiato. Il denaro potrebbe ingrassare eventuali snodi del ‘motore’ russo-turco e agevolare l’entrata delle grandi potenze multipolari in Europa attraverso i Balcani, affrontando direttamente il mondo unipolare occidentale sul proprio cortile.

Grande perdita di tempo:
Al contrario, una grande strategia del genere è assai rischiosa, con Stati Uniti e NATO che mai ne permetterebbero la riuscita senza attuare il massimo sforzo contrario possibile. Inizierebbero in Anatolia tramite l”Operazione per abbattere la Turchia’, nome dato dall’autore al piano degli Stati Uniti CEU952 per smembrare geopoliticamente la Turchia se mai ne perdesse il controllo e si allontanasse radicalmente dal consensus unipolare occidentale (stabilendo un legame russo-cinese-turco nei Balcani, anche senza lasciare formalmente la NATO). La carta curda è l’opzione più prevedibile, date le enormi implicazioni geografiche e demografiche; sicuramente una minaccia esistenziale che Ankara deve considerare con serietà. Se tale pericolo venisse mitigato, il fronte anti-multipolare si ritirerebbe lungo il tracciato del gasdotto proposto, attivando la resistenza della ‘terra bruciata’ sulla sua scia. La seconda fase potrebbe essere una crisi nelle relazioni turco-greche per mettere in pericolo l’adesione internazionale al gasdotto, ma se ciò venisse superato o evitato, allora il problema greco-macedone sarebbe la prossima contesa. Continuando, se il gasdotto entrasse nel Paese slavo meridionale, gli albanesi potrebbero essere incentivati ad intraprendere una massiccia campagna di destabilizzazione che potrebbe fare del Paese il buco nero dei Balcani. Spostandosi verso nord, la retorica estremista euro-atlantica di Sarajevo potrebbe essere utilizzata con intenzionale provocazione tentando la secessione della Republika Srpska dalla Bosnia-Erzegovina, il che destabilizzerebbe i Balcani occidentali e potrebbe trascinare la Serbia in un nuovo conflitto o nell’isolamento internazionale. Infine, l’occidente potrebbe bloccare il ‘collo di bottiglia’, abbattendo l’ungherese Viktor Orban con una rivoluzione colorata e sostituendolo con un liberal-nazionalista (tipo Navalnij) che contemporaneamente ripristinerebbe il corso filo-occidentale del Paese, infiammando le tensioni etniche con la minoranza serbo-ungherese della Vojvodina. Tutto sommato, a meno di una grande guerra tra mondi unipolare e multipolare, il primo userà qualsiasi insidia e mezzo indiretto possibile per prolungare la propria egemonica e impedire all’altro di entrare nel ventre geopoliticamente vulnerabile dell’Europa, i Balcani.

Conclusioni
Uno dei principi centrali del partenariato strategico russo-cinese è che dove va uno, l’altro segue, e certamente sarà così nei Balcani, passaggio della Via della Seta costruita da Pechino collegando la Grecia all’Ungheria. La Russia ha l’occasione unica per rilanciare il gasdotto South Stream (completando l’impianto LNG in Turchia) facendolo passare da Grecia e Macedonia lungo la Via della Seta balcanica, fino allo snodo serbo originariamente previsto prima che il progetto venisse rottamato. Tale visione richiederebbe un partenariato strategico russo-turco a completamento di quello russo-cinese e, infine, un condominio trilaterale sui Balcani verrebbe creato a sostegno del piano. Naturalmente, il mondo unipolare non subirebbe tale affronto geopolitico con un sorriso e respingerebbe il progetto con ogni mezzo asimmetrico disponibile. Se Russia-Cina-Turchia decidessero di giocare il destino del mondo multipolare nei Balcani, lo troverebbero certamente un rischio che vale la pena prendere, sbarazzandosi infine dell’occidentale.

Andrew Korybko è analista politico e giornalista presso Sputnik, vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Balkan

Il potenziale dell’Uzbekistan nel commercio transfrontaliero
Umida Hashimova, The Jamestown Foundation, 14 gennaio 2015 – The Modern Tokyo Times

cartina_seconda_cenaL’Uzbekistan si trova al centro dell’Asia centrale e confina con tutti i Paesi dell’Asia centrale e l’Afghanistan; inoltre, è relativamente vicino ai vari mercati dell’Asia in prodigiosa via di sviluppo.  Tuttavia, l’Uzbekistan è lento ad abbracciare o propugnare significativi programmi di trasporto regionale, trattenendo così il Paese dal divenire un hub di transito eurasiatico. Eppure, alcuni grandi progetti di trasporto che coinvolgono l’Uzbekistan sono attualmente in varie fasi di pianificazione. Il progetto ferroviario Uzbekistan-Kirghizistan-Cina ha da tempo, a livello presidenziale, il sostegno di due dei tre Paesi del corridoio ferroviario. I presidenti di Uzbekistan e Cina, Islam Karimov e Xi Jinping, rispettivamente, spesso chiedono di accelerare l’attuazione del progetto nei loro frequenti incontri, e dicono che i loro Paesi sono pronti ad iniziarne la costruzione in qualsiasi momento.  L’ultima appello si è avuto durante il viaggio del Presidente Karimov in Cina nell’agosto 2014 (Xinhuanet 19 agosto 2014). Il presidente del Kirghizistan Almazbek Atambaev annunciò nel 2013 che la ferrovia sarebbe stata utile solo all’Uzbekistan e il Kirghizistan non vi avrebbe partecipato. Ma l’inviato di Xi Jinping, Yang Jiechi, ha visitato Atambaev questo mese (gennaio 2015), spingendo il leader del Kirghizistan a cambiare atteggiamento verso il progetto (Kyrtag, 9 gennaio 2015). Se la visita darà frutti, permetterà alla ferrovia Uzbekistan-Kirghizistan-Cina di superare la fase concettuale. Il Kirghizistan ha ormai chiarito l’interesse a costruire la tratta Cina-Kirghizistan della ferrovia, e ulteriori negoziati sono in programma per quest’anno (Azattyk, 9 gennaio 2015). Tuttavia, con il Kirghizistan sotto la stretta sorveglianza della Russia in quanto membro dell’Unione eurasiatica di Mosca, eventuali negoziati sul progetto ferroviario coinvolgenti Bishkek, molto probabilmente coinvolgeranno anche Mosca. Dato che la Russia vede la ferrovia Uzbekistan-Kirghizistan-Cina concorrente al corridoio sul territorio russo, permettendo alla Cina d’inviare merci in Europa (Review.uz, 25 dicembre 2014), vi sono motivi per ritenere che la Russia tenti di controllare pesantemente il progetto, assumendo che il Cremlino ne permetta la realizzazione. Tuttavia, sembra che la Cina ne sia particolarmente interessata e sia pronta a negoziati con il Kirghizistan e, molto probabilmente, con la Russia, garantendo il successo della tratta ferroviaria. Data la rilevanza economica della Cina per Asia centrale e Russia, il pieno appoggio di Pechino basterebbe a completare il progetto ferroviario Uzbekistan-Kirghizistan-Cina.
Nel frattempo, l’Uzbekistan lavora allo sviluppo di relazioni più strette con i suoi vicini meridionali e accordi intergovernativi sono stati sottoscritti su un corridoio dei trasporti con Turkmenistan, Iran e Oman, ad agosto 2014 (Uzdaily, 7 agosto 2014). L’Iran è entusiasta del progetto e ha già proposto d’inviare petrolio all’Uzbekistan tramite tale rotta nord-sud. Teheran promette di spedire un milione di tonnellate di petrolio all’anno “attraverso il corridoio Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman” per coprire gli approvvigionamenti che l’Uzbekistan importa normalmente da Kazakistan e Russia, secondo l’ambasciatore dell’Iran in Uzbekistan Ali Mardani Fard (12news, 13 agosto 2014). L’ambasciatore Fard ha anche aggiunto che l’Uzbekistan è al centro  dell’Asia centrale e l’Iran offre il modo “più rapido, sicuro ed economico” di accedere ai mercati di Golfo Persico e Mar d’Oman. La ferrovia Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman, ha affermato il diplomatico iraniano, è “il presupposto più importante allo sviluppo delle relazioni economiche tra Iran e Uzbekistan” (Trend.az, 11 febbraio 2014). Tuttavia, il motivo principale dell’entusiasmo dell’Iran per la ferrovia potrebbe essere la possibilità di far accedere le materie prime iraniane nel mercato cinese attraverso l’Asia centrale. Inoltre, Teheran sicuramente cerca d’influenzare politicamente l’Asia centrale e di rafforzarvi la propria influenza (Review.uz, 25 dicembre 2014). Numerose simili vie di trasporto e commerciali regionali strategiche si sviluppano con il patrocinio del Turkmenistan. Ad esempio, la ferrovia Iran-Turkmenistan-Kazakhstan (parte del cosiddetto Corridoio internazionale Nord-Sud), avviata nel dicembre 2014, ha già portato alla sottoscrizione di importanti accordi d’import-export tra i vicini regionali (IRIB 15 ottobre 2014). Altri corridoi commerciali emergenti sono la ferrovia Turkmenistan-Afghanistan-Tagikistan, che sarà terminata entro la fine di quest’anno (Centralasiaonline.com 5 gennaio 2015), e il proposto progetto Afghanistan-Turkmenistan-Azerbaigian-Georgia-Turchia (Trend.az 17 novembre 2014). Quindi data la posizione geografica centrale dell’Uzbekistan, ricco capitale umano e di potenziale, perché il Paese, ad oggi, non s’è  interessato di più alla rete dei trasporti regionali? Secondo Bakhtijor Ergashev, del Centro per la ricerca economica (Uzbekistan), in primo luogo la politica dell’Uzbekistan di sostituzione delle importazioni rende la repubblica dell’Asia centrale una meta poco desiderabile per le merci estere, a causa degli elevati dazi su importazioni e transito merci e le complesse norme doganali ed altri regolamenti. In secondo luogo, le infrastrutture dei trasporti dell’Uzbekistan rimangono sottosviluppate; gli investimento attualmente vengono incanalati verso la ristrutturazione di ferrovie e autostrade esistenti, mentre la costruzione di infrastrutture ausiliarie è in ritardo. In terzo luogo, i principali nodi stradali internazionali in Uzbekistan si concentrano nelle grandi città, senza ridurre i costi dei trasporti. In quarto luogo, la maggior parte delle strade in Uzbekistan non sono idonee al carico assiale internazionale standard di 13 tonnellate. Piuttosto sono adatte a un carico assiale di 10 tonnellate, cosa che causa l’usura veloce delle strade (Review.uz, 25 dicembre 2014). A conferma di tali problemi, tra l’altro, nel 2014 l’Uzbekistan fu posto ultimo sui 189 Paesi esaminati sulla facilità di passaggio delle frontiere, secondo la relazione annuale Doing Business della Banca Mondiale (Doingbusiness.org, 29 ottobre 2014).
I Paesi dell’Asia centrale saranno integrati nelle grandi reti commerciali internazionali nel prossimo decennio, attraverso lo sviluppo dei diversi nuovi corridoi. La ferrovia Iran-Turkmenistan-Kazakistan è già avviata e gli incipienti corridoi Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman, Turkmenistan-Afghanistan-Tajikistan e Afghanistan-Turkmenistan-Azerbaijan-Georgia gettano le basi future del trasporto e del commercio. Escluso dalla maggior parte dei grandi progetti di trasporto regionale, l’Uzbekistan nel frattempo si limita allo sviluppo del trasporto e ferroviario nel Paese che, se preso in considerazione, diverrebbe precursore del traffico transfrontaliero futuro. Oggi lo sviluppo industriale ed economico generale e l’aumento del tasso di crescita annuale, sono le priorità del governo dell’Uzbekistan. Ciò porta a concludere che il Paese probabilmente non sia interessato a divenire il leader regionale nei trasporti. Il Turkmenistan, invece, sembra cogliere la possibilità di assumere e mantenere tale ruolo.

transport-links
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli attacchi terroristici in Francia. Le implicazioni geopolitiche

Umberto Pascali, Global Research, 10 gennaio 2015

abc_tw_breziznski_110130_wg-e1323901545845Domanda: Signor Pascali, un dramma inaudito si svolge in Francia sotto i nostri occhi. Dopo che dei presunti terroristi hanno ucciso 12 persone presso gli uffici di Charlie Hebdo, nuovi atti terroristici colpiscono la Francia. Ostaggi sono stati presi in un negozio di Parigi dopo un omicidio, due sospetti sono circondati dalla polizia francese con la prospettiva di un lungo assedio. Notizie confuse e terrificanti provengono dal terreno e dalla stampa. Uno dei sospetti del massacro di Charlie Hebdo si è consegnato alla polizia affermando di essere stato a scuola al momento della strage. I media riferiscono che gli autori sospetti della strage sono stati per diversi anni nei database del terrorismo statunitense e inglese e che quindi erano ben noti e furono anche già arrestati. Il video dei terroristi che uccidono un poliziotto di fronte all’edificio Charlie Hebdo, e la reazione di paura della popolazione civile, creano un clima di ciò che viene definito 11 settembre europeo. Cosa succede?
Pascali: Non c’è dubbio, ovviamente, siamo nel bel mezzo di una operazione terroristica. Una vera e propria operazione terroristica ha due aspetti. In primo luogo l’atto vero e proprio con persone uccise. Ma secondo, e più importante, la capacità di terrorizzare la popolazione presa di mira. Un’azione terroristica è una tattica, tattica militare si può definire, che ha per obiettivo un gruppo più grande delle vittime immediate. Il vero obiettivo, al di là degli uomini e delle donne cinicamente massacrati, spesso sotto gli occhi delle telecamere, è la popolazione. Per terrorizzare la popolazione e ricattare la leadership di un Paese. Il messaggio al governo: non sei in grado di difendere il tuo popolo, abbiamo il sopravvento, ora devi accettare le nostre condizioni! Un atto terroristico che non raggiunge, e influenza, il pubblico non raggiunge lo scopo. Lo scopo è terrorizzare tutti, terrorizzarci. Si dovrebbe esserne ben consapevoli, mantenere la calma e capire cosa realmente accade e chi fa cosa a chi. Naturalmente c’è l’elemento della non-chiarezza, della paura, del “come è potuto accadere? Come è potuto accadere nel centro di Parigi contro un evidente bersaglio del terrorismo, con dei terroristi ben noti alle agenzie d’intelligence e sicurezza di Francia, Stati Uniti e Regno Unito? Come? Quali sono le prospettive?… Nei libri di testo militari ciò è chiamato “nebbia di guerra” ed è un grande vantaggio poter provocare isteria e paralizzare l’avversario.

Domanda: Lei dice che l’obiettivo è “terrorizzare la popolazione e ricattare il governo“. Qual è lo scopo di tutto ciò?
Pascali: Questa è la domanda cui si deve rispondere ora. La Francia ha una grande popolazione musulmana, ed è coinvolta negli attacchi militari contro Paesi e regioni arabi. Durante la presidenza di Nikolas Sarkozy ha attuato una forte politica di repressione interna, soprattutto nelle periferie delle città francesi abitate da arabi. Le misure contro il velo islamico… ecc. Eppure non c’è stato niente di paragonabile a questo. Il SIIL, organizzazione terroristica ombrello creata da uomini finanziati e addestrati dai servizi segreti occidentali per distruggere la Siria e devastare Libia, Iraq, Yemen e così via, questo fantomatico SIIL non ha mai attaccato la Francia o l’Europa. Si consideri, inoltre, che gli assassini di Charlie Hebdo erano chiaramente ben addestrati, militarmente. Avevano intelligence. Vestivano uniformi da forze speciali, non come squadre suicide fondamentaliste. Erano mascherati, il contrario di ciò che i fondamentalisti avrebbero fatto. Parlavano francese, non hanno distrutto il “materiale blasfemo” che presumibilmente dovevano distruggere, come detta il modus operandi del SIIL. Se dobbiamo credere alle prime relazioni sulla loro identità, erano cittadini francesi ben noti alle forze di sicurezza della Francia e, soprattutto, i loro nomi, dati e profili erano in un apposito elenco compilato dai servizi segreti inglesi e statunitensi. Nonostante l’apparente addestramento militare, si sono comportati come se girassero un film. Hanno messo su uno spettacolo: “Dite alla gente che siamo di al-Qaida dello Yemen“. Si muovevano lentamente, troppo lentamente, come se volessero essere visti e magari uccisi.

Domanda: Allora perché?
Pascali: Bisogna chiedersi che cosa ha fatto la Francia per subire tale “punizione”? Non può essere una piccola tattica. Beh, il maggior cambio nella strategia del governo francese è stata la dichiarazione di Hollande sulla necessità di porre fine alle sanzioni alla Russia e di avviare un periodo di cooperazione tra Europa e Russia. Il 4 gennaio, tre giorni prima del massacro, ha avuto un inedito colloquio di due ore su Radio France Inter: “Le sanzioni devono fermarsi ora!” Ha affermato: “Se la Russia ha una crisi, non sarà necessariamente un bene per l’Europa, non sono per perseguire obiettivi facendo peggiorare le cose, penso che le sanzioni debbano fermarsi ora… Putin non vuole annettere l’Ucraina orientale. Me l’ha detto. Ciò che vuole è restare influente. Vuole che l’Ucraina non finisca nel campo della NATO“. Tra pochi giorni ci sarà l’incontro che dovrebbe porre fine alla crisi ucraina sponsorizzata dagli anglo-statunitensi, ponendo fine alla divisione artificiale tra Europa e Russia: il vertice del 15 gennaio in Kazakhstan, dove il Presidente ucraino Petro Poroshenko incontrerà Vladimir Putin assieme a Hollande e Angela Merkel. Hollande si è detto molto ottimista sul fatto che un accordo sarà raggiunto, “andrò a Astana il 15 gennaio a una condizione, che ci sia la possibilità di nuovi progressi… E penso che ci saranno!

Domanda: la Francia e Hollande personalmente hanno preso l’iniziativa di organizzare il riavvicinamento tra Europa e Russia…
Pascali: Esattamente. Non devo sottolineare quanto sia fondamentale il cambio del gioco su iniziativa francese. Hollande aveva già mostrato la direzione che stava prendendo con l’incontro privato e senza preavviso con Putin, lo scorso dicembre, di ritorno da una missione in Kazakhstan. Hollande, che è apparso uno dei più stretti alleati della politica liberal-imperiale di Obama/Brzezinski, ha dovuto svoltare radicalmente. Il suo partito è divenuto quasi irrilevante. La sua credibilità era al 12%, mentre i francesi si voltano verso qualsiasi alternativa che non li condanni a miseria e guerra, in particolare il Fronte Nazionale di Le Pen, che apertamente loda Putin. La crisi ucraina, con il colpo di Stato sponsorizzato dagli Stati Uniti a Kiev, il tentativo di creare una base NATO in Crimea, le feroci pressioni sui capi europei per mettersi contro i propri popoli o interessi economici e strategici, al fine dell’escalation verso una vera guerra con la Russia, tale folle piano è stato minato dalla decisione francese. E nei centri finanziari di Wall Street e della City di Londra, tale strategia bellica è considerata nientemeno che l’ultima opzione per sopravvivere. L’ultima opzione di tale sistema di saccheggi. Allora… tre giorni dopo la Francia è stata attaccata e affronta uno scenario da guerra civile…

Domanda: Che cosa accadrà ora?
Pascali: Ora c’è una guerra in terra di Francia. L’elemento di confusione e isteria è la componente più importante della strategia. Tuttavia, non c’è molta profondità. Gli interessi fondamentali della Francia, dell’Europa, non cambieranno. Non c’è nulla che i destabilizzatori possano offrire se non miseria e guerra. Quindi sono fiducioso, la guerra lampo fallirà stavolta. Questo, ovviamente, dipende anche da ciò che il resto d’Europa farà, che l’Italia e in particolare la Germania faranno. Una volta che la Francia ha preso una posizione, chiaramente le forze razionali in Germania, quelle che chiamo il partito di Alfred Herrhausen, diverranno molto più importanti, a partire dal vicecancelliere e ministro dell’Economia Sigmar Gabriel che ha detto al Bild am Sonntag, il 4 gennaio: “Coloro che vogliono destabilizzare economicamente e politicamente la Russia, perseguono interessi completamente diversi dai nostri“. Certuni in Europa e negli Stati Uniti, vogliono distruggere la Russia, ma “ciò non è nell’interesse della Germania o dell’Europa. Vogliamo contribuire a risolvere il conflitto in Ucraina, non piegare la Russia. L’obiettivo non è mai stato spingere nel caos politico ed economico la Russia. Vogliamo contribuire a risolvere il conflitto in Ucraina, non piegare la Russia. Chi lo vuole provocherà una situazione molto più pericolosa per tutti noi in Europa”. Parlando a coloro che vogliono spingere la Germania in guerra con la Russia, Gabriel ha ricordato che la Russia è una potenza nucleare…

Domanda: E come vede la situazione nei Balcani e in Macedonia, in questo contesto? Cosa significa tutto ciò per la Macedonia?
Pascali: Prima di tutto, i leader dei governi devono ricordarsi che lo scopo di tale operazione terrorista, o di guerra non ortodossa, è spaventare e paralizzare. Per evitare che persone responsabili prendano le decisioni giuste per il proprio popolo. Devono anche capire che tale attacco non è un segno di forza. È un segno di disperazione e debolezza. Ora minacciano tutta l’Europa, ma molto probabilmente l’Europa è già persa per loro, o meglio è già sulla via di una nuova indipendenza. In Macedonia siete fortunati ad avere uno statista come Nikola Gruevski, che ha mente strategica, coraggio morale e può trasformare le debolezze oggettive della situazione della Macedonia in punti di forza soggettiva… può attuare una politica gollista, a 360 gradi… tous azimut. Ciò ha dato alla Macedonia un ruolo molto più grande rispetto alla dimensione percepita del Paese. La Macedonia ora fa parte del grande gioco regionale nei Balcani e anche oltre. In realtà, il momento è pericoloso, ma è pericoloso perché siamo alla vigilia di una svolta storica, l’emergere di un nuovo sistema più giusto di relazioni internazionali e di progresso economico. Ciò è particolarmente vero nei Balcani.

Domanda: Perché nei Balcani?
Pascali: Perché questa zona ha già di fatto conquistato un margine notevole di indipendenza. In realtà invertendo il processo di asservimento secolare ideato dal vecchio impero inglese: la balcanizzazione. Tale terribile parola, balcanizzazione, significa polverizzazione di un Paese in entità più piccole facilmente manipolabili e incapaci di difendersi. Fu la versione più estrema della tattica “divide et impera”. Guardate i Balcani, ciò che avevano fatto. C’era la Turchia contro la Grecia, la Macedonia e in Albania. Croazia contro Serbia, la Bosnia divisa. Il Kosovo trasformato in zona franca della NATO… Bulgaria, Romania… Turchia da un lato che doveva essere contro la Russia (un principio fondamentale della geopolitica coloniale inglese), la guerra in Siria, ecc. Ora s’inizia a vedere il contrario. Le popolazioni sottoposte a tale esperimento geopolitico dagli scienziati pazzi inglesi stanno sconfiggendo la manipolazione e la balcanizzazione. La Turchia oggi ha trovato un terreno comune con la Russia nel loro interesse. L’Ungheria si ribella alle grandi banche. La Grecia sta per eleggere Alexis Tsipras a primo ministro invertendo la vecchia politica di miseria e guerra. Ciò cambia le dinamiche in Turchia e Macedonia. Paesi che avrebbero dovuto essere le cavie delle tecniche imperiali… ora si ribellano allo scienziato pazzo. Non sono istigati e messi l’uno contro l’altro. I Balcani diventano una zona di grande sviluppo. Cina e Russia (che hanno superato il trucco geopolitico che doveva imporgli di combattersi per sempre) creano un’alleanza in collaborazione concreta con i Paesi dei Balcani. I grandi progetti infrastrutturali di cui l’Europa ha parlato, ma mai veramente iniziato, ora iniziano con gli investimenti cinesi. Un fiume di sviluppo e, quindi, pace e riconciliazione fluirà dalla Turchia a Grecia, Macedonia, Serbia. Programmi di trasporti rapidi, super-moderni e veloci (si veda ad esempio il treno Budapest-Belgrado) in Austria e nel Nord Europa. Il gasdotto dalla Russia alla Turchia è più vivo che mai… E’ quasi comprensibile (non voglio essere cinico) la reazione omicida di coloro che sono abituati a governare e a spartirsi il bottino in questa zona cruciale del mondo. Stanno perdendo al grande gioco.

Domanda: Ma il pericolo del terrorismo…?
Pascali: Proposi qualche tempo a Grecia e Macedonia di chiedere a Vladimir Putin di mediare sulle loro differenze. Potete immaginare potenze come Cina e Russia avviare in stretta relazione mutualmente vantaggiosa con i Paesi dei Balcani. La Cina si occupa, per semplificare, del lato economico. Se s’inizia a risolvere i problemi economici e strategici, poi la questione del terrorismo, credo, sarà gestibile. Un’alleanza antiterrorismo con i Paesi eurasiatici, unitamente alla cooperazione economica, colpirà i veri centri del terrorismo. Potrebbe porre fine a tale guerra non ortodossa sanguinosa… La Macedonia è in una buona posizione per proporre agli altri Paesi la creazione di un’alleanza antiterrorismo. La cosa importante è mantenere la calma. Non fatevi impressionare dalle fiammate sanguinarie di un impero al collasso. E tagliate chirurgicamente i tentacoli terroristici…

vladimir-putin-xi-jinping
Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 468 follower