Ride bene chi ride per ultimo: la Russia riceverà gratuitamente la tecnologia delle Mistral

Sputnik 13.05.2017L’accordo russo-egiziano sulla vendita di elicotteri d’attacco Ka-52K sarebbe nelle fasi finali. I colloqui sul prezzo degli elicotteri, da imbarcare sulle navi d’assalto anfibio Mistral dell’Egitto, dovrebbero iniziare questo mese. L’esperto militare Aleksandr Sitnikov spiega come la Russia ci guadagnerà dall’accordo delle Mistral.
Gli analisti ritengono che gli elicotteri d’attacco navali Ka-52K Katran siano la scelta ottimale per le Mistral egiziane, perché appositamente progettati per essere imbarcati sulle navi d’assalto anfibio. I costruttori navali francesi avevano realizzato le due navi Mistral per la Russia, ma l’accordo fu stracciato nel 2015 per il deterioramento delle relazioni e le pressioni su Parigi di Washington. La Francia accettava di vendere le due Mistral russe all’Egitto per 950 milioni di euro e di restituire il deposito della Russia per le navi. La Marina aveva allora adattato i Ka-52K per le operazioni a bordo della portaerei Admiral Kuznetsov. Ogni Mistral può trasportare 16 Ka-52K. Tuttavia, gli osservatori militari ritengono che Cairo probabilmente ne acquisterà 8 per nave. Si dice che gli ingegneri russi già adattino gli elicotteri ai requisiti dei militari egiziani. Inoltre, come sottolineava l’analista militare russo Aleksandr Sitnikov, a parte gli elicotteri la Russia può anche installare le attrezzature che aveva rimosso dalle Mistral dopo la rottura dell’accordo con Parigi. Inoltre, osservava l’analista, vi sono prove che suggeriscono che la Russia si unirà alla Francia nella manutenzione tecnica delle navi e nell’addestramento degli equipaggi egiziani. “In questo modo”, ha scritto Sitnikov, “possiamo parlare degli inizi di una nuova alleanza strategica in Medio Oriente”. “Va ricordato che a gennaio l’Egitto annunciava la creazione della flotta meridionale (nel Mar Rosso) che oltre alle Mistral, costruite dalla STX France di St Nazaire, includerà una fregata multiruolo FREMM e 4 corvette Gowind 2500 di costruzione francese e 4 sottomarini diesel-elettrici Tipo 209 tedeschi“. “È evidente“, ha scritto Sitnikov, “che le capacità di questo gruppo di navi da guerra non corrisponderanno alle ambizioni geopolitiche dichiarate da Cairo senza supporto aereo“. Ecco dove entra la Russia, secondo l’analista. Dopo tutto, Mosca aveva lavorato con i francesi per vendere le Mistral dalle precedenti specifiche russe all’Egitto. Le relazioni di quest’ultimo con Washington si acuirono bruscamente nel 2013, quando il presidente islamista Muhamad Mursi fu rovesciato dai militari. “L’interferenza sconvolgente degli Stati Uniti negli affari interni dell’Egitto, appoggiando la cosiddetta primavera araba, diede un momento sobrietà alla maggiorana degli egiziani, che capirono che gli Stati Uniti li spingevano nell’abisso“. In questa situazione, Sitnikov osservava che era logico che Cairo si rivolgesse a Parigi e a Mosca “che, malgrado le pressioni di Washington, continuavano a mantenere i contatti“. “Il giornalista egiziano Ahmad Sayad, che segue la storia delle Mistral, ha preso atto delle speciali relazioni tra gli specialisti egiziani, francesi e russi che lavorano a bordo delle navi“, ricorda l’analista. La cancellazione del contratto sulle Mistral franco-russe ebbe un impatto negativo sulla reputazione di STX France in particolare “e sull’immagine dell’industria della Difesa francese nell’insieme“, sottolineava Sitnikov. Ciò fu confermato da un’indagine sugli atteggiamenti francesi nel 2015, quando il 72% degli intervistati confermò che il contratto militare era nell’interesse nazionale della Francia, mentre la cancellazione comportava considerevoli rischi economici. “Perciò Parigi fece tutto il possibile per assicurare che tutti fossero soddisfatti, restituendo il deposito russo di 949,7 milioni di dollari e trasferendo subito tecnologie chiave, tra cui la costruzione di grandi portaelicotteri e sottomarina. Le Monde stimava che il valore del progetto consegnato a Mosca nell’accordo sulle Mistral ammontasse a 220 milioni di euro. La questione del trasferimento di tecnologia era parte integrante dell’accordo con la Russia fin dall’inizio“.
Sulla cooperazione franco-russo-egiziana sulle Mistral, Sitnikov ha osservato che “fin dall’inizio della discussione sui dettagli della vendita delle Mistral, era chiaro che la Marina militare egiziana avrebbe avuto bisogno del sostegno attivo del Ministero della Difesa russo“. Dopo tutto, “le portaelicotteri furono costruite secondo i requisiti e per i sistemi russi. La ricostruzione a norme NATO era tecnicamente fattibile ma commercialmente non giustificabile: sarebbe stato più conveniente semplicemente demolirle“. Infine, l’osservatore militare notava che “se la Russia vince la gara per gli elicotteri delle Mistral (e la probabilità è molto elevata), gli esperti egiziani permetteranno agli ingegneri navali russi di accedere ai sistemi di bordo, cosa che permetterà ai nostri specialisti di capire come operano le portaelicotteri della NATO. In realtà, il Ministero della Difesa russo non nasconde che l’esperienza di tale cooperazione sarà presa in considerazione nello sviluppo di analoghe navi“. “In linea di massima“, scrive Sitnikov, “la Russia aveva intenzione fin dall’inizio di costruire navi portaelicotteri basate sulle Mistral nei propri cantieri navali. L’ordine di una e poi due navi d’assalto anfibie dalla Francia va considerata una concessione commerciale. Ad essere sinceri, Mosca ebbe gratuitamente la documentazione delle Mistral, precisamente in cambio dei finanziamenti per Cairo“. E l’Egitto stesso è il massimo vincitore in tutto questo, secondo l’analista. “Dopo aver dispiegato la flotta meridionale, Cairo sarà una potenza navale regionale e potrà proteggere i grandi giacimenti di gas appena scoperti nei pressi della zona economica esclusiva. Attualmente Turchia, Israele, Cipro e Grecia lo rivendicano, ma come dimostra l’esperienza nella risoluzione delle controversie, le navi da guerra sono l’argomento migliore“. Inoltre, la flotta del sud permetterà a Cairo di proteggere le rotte marittime del Golfo di Aden e d’influenzare Iran ed Arabia Saudita nel conflitto nello Yemen. In definitiva, “nessuno dei partecipanti all’accordo ci perde: Parigi, disobbedisce a Washington e ottiene altri contratti militari, la Russia ha ricevuto la documentazione delle Mistral, insieme al nuovo alleato strategico, e l’Egitto acquisisce lo status di potenza navale“.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria abbatte due aerei nemici: Israele nel panico

Alessandro Lattanzio, 18/3/2017

S-200

Il 17 marzo, aviogetti da combattimento israeliani avevano “violato lo spazio aereo siriano nelle prime ore del mattino ed attaccato un obiettivo militare vicino Palmyra, con un atto di aggressione a sostegno dello Stato islamico“. Gli aerei dell’IAF attaccavano obiettivi presso Palmyra, da pochi giorni liberata dal V Corpo dell’Esercito arabo siriano, un’unità addestrata dagli istruttori militari russi.
Il raid aereo, che secondo Tel Aviv era destinato contro un convoglio di Hezbollah, avveniva lontano dal confine con il Libano e dall’impianto SSRC presso Damasco, collegato ad Hezbollah. Il Ministero della Difesa siriano dichiarava che la difesa aerea aveva abbattuto un aereo israeliano sulla Palestina e danneggiato un altro. Invece i media israeliani riferirono che il radar Super Green Pine del sistema d’intercettazione antimissile Hetz (Arrow 2) avrebbe rilevato un missile antiaereo strategico S-200 siriano sui quartieri meridionali di Gerusalemme e la valle del Giordano. Se i resti del missile Hetz venivano rinvenuti ad Irbid, nel nord della Giordania, non veniva rinvenuto alcun resto del presunto missile siriano. Se il radar di allerta precoce del sistema Hetz aveva scambiato i frammenti dell’S-200 per un missile balistico, dove erano quindi finiti?
Le Forze di Difesa Israeliane affermarono che gli aerei israeliani avevano preso di mira “diversi obiettivi in Siria”, lontano dal confine tra Israele, Siria e Giordania, e che “diversi missili antiaerei furono lanciati dalla Siria“; una dichiarazione apparentemente anodina, ma in realtà insolita, in quanto è politica delle IDF non pubblicizzare gli attacchi aerei contro la Siria e il Libano. Le IDF riconoscono solo il bombardamento del territorio siriano al confine con Israele. Inoltre, se l’attacco israeliano avveniva a centinaia di chilomentri dal territorio israeliano, perché lanciarono gli intercettori del sistema Hetz su Gerusalemme? Infatti, gli S-200 non rappresentano una minaccia per il territorio d’Israele. Inoltre, il sistema Hetz non è destinato ad intercettare missili antiaerei, non essendo presenti nella banca dati del sistema “che dovrebbe monitorare automaticamente la traiettoria e prevedere il punto d’impatto del missile, prima di lanciare il missile antibalistico”. Il missile S-200 viene spinto da 5 booster, che una volta staccatisi dal corpo centrale del missile, creano 5 bersagli. Non è mai stato svolto, per il sistema Hetz, un test per affrontare una situazione del genere.
Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate siriane aveva dichiarato che, “aerei da guerra israeliani hanno violato lo spazio aereo siriano alle 2:40 su al-Baraj e si erano diretti ad est, presso Palmyra, per bombardare le installazioni militari siriane. Si annuncia con certezza che i missili del nemico non hanno causato alcun danno sul nostro territorio, non avendo raggiunto i loro obiettivi. Credo che l’aviazione israeliana sia scioccata da velocità, efficienza e accuratezza mostrata dall’Esercito arabo siriano nel proteggere il proprio spazio aereo. Le nostre forze della difesa aerea possono seguire il nemico anche sui cieli giordani e colpirlo in qualsiasi momento sulla Siria“. Il direttore del servizio informazioni dell’Esercito arabo siriano, Colonnello Samir Sulayman, spiegava che la decisione su eventuali nuove azioni dell’Esercito arabo siriano contro gli attacchi israeliani “non possono che essere adottate dal comando militare siriano“. La rapida risposta all’aggressione israeliana, per la prima volta nel conflitto, indica la decisione di Damasco, Teheran e Bayrut di mostrare le proprie capacità militari tutt’altro che degradate anche dopo sei anni di guerra di 4.ta generazione scatenatagli contro dalla NATO. Difatti, Damasco considera Israele stretto alleato dei terroristi in Siria, dato che l’aggressione alla Repubblica Araba Siria avviene sul campo tramite il ramo mediorientale della rete terroristica atlantista StayBehind/Gladio, ovvero Gladio-B. Quindi, Israele, alleato militare della NATO, ovviamente interviene spesso a supporto delle forze terroristiche dell’alleato atlantista. Assad aveva chiarito che a sostenere direttamente i terroristi sono NATO e Israele, “Se si vuole parlare del ruolo europeo in Siria, od occidentale, se guidato dagli statunitensi, l’unico ruolo svolto è sostenere i terroristi. Non supportano alcun processo politico. Ne parlano solo… Israele dall’altro lato sostiene direttamente i terroristi, logisticamente o con incursioni dirette sul nostro esercito”.
Il quotidiano israeliano Haaretz arrivava a scrivere, “Presumibilmente la salva antiaerea siriana è stato un segnale ad Israele che la politica di moderazione verso le incursioni aeree non rimarrà la stessa. I recenti successi del Presidente Bashar Assad, in primo luogo la conquista di Aleppo, hanno apparentemente aumentato la fiducia del dittatore. Israele dovrà decidere se l’esigenza operativa, per contrastare l’invio di armi avanzate ad Hezbollah, giustifichi anche il possibile rischio di abbattere un aviogetto da combattimento israeliano e un conflitto con la Siria. Vi è la domanda interessante se un sistema radar sia stato schierato dal nuovo grande amico d’Israele, la Russia, proprio una settimana dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu era tornato da Mosca, dopo l’ennesima visita al Presidente Vladimir Putin. Si può immaginare che la comunità d’intelligence sarà interessata a sapere se la decisione siriana di rispondere al fuoco sia stata coordinata con i collaboratori e partner di Assad: Russia, Iran e Hezbollah”. Ron Ben-Yishai, esperto militare del quotidiano israeliano Yediot Aharonot, osservava che “missili sono stati utilizzati nella risposta siriana, causando la caduta di uno dei quattro caccia israeliani. Assad sembra avere totale fiducia in sé stesso. Se questa volta ha risposto al raid israeliano è perché ha il sostegno di Putin. E per la prima volta, il regime siriano ha lanciato missili S-200 agli aerei israeliani. L’uso da parte del regime siriano degli S-200 per ritorsione contro Israele, segna un punto di svolta: la presenza russa e iraniana e la vittoria ad Aleppo permettono ad Assad di ricorrere alle armi strategiche contro i nemici e di non avere più paura. Il lancio degli S-200, mentre gli aerei israeliani erano lontani dal territorio siriano, è un avvertimento. Tutto può cambiare nel giro di pochi secondi e un vero e proprio confronto potrebbe avvenire“.
Il delirio di onnipotenza dei sionisti, non li sottrae dal terrore di trovarsi di fronte l’Asse della Resistenza tutt’altro che indebolito, ma in via di rafforzamento e consolidamento; e questo dopo non solo che le varie organizzazioni terroristiche islamo-atlantiste (al-Qaida, Stato islamico/Gladio-B, Esercito libero “siriano”, bande salafite, naqshbandi, di traditori sadamiti, neo-ottomani ed altro pattume) vengono demolite dalle forze armate siriane, irachene, iraniane e della Resistenza, ma anche le organizzazioni terroristico-spionistiche di NATO, Turchia, Israele e petromonarchie associate, con le relative appendici (governo al-Saraj in Libia, Sudan, Eritrea, Giordania), vengono devastate sia sul campo che nell’infosfera, tanto che le alleate multinazionali della disinformazione (CNN, FoxNews, LeMonde, Reuters, ANSA, AFP, AP, ecc.) invocano la repressione dell’informazione, vedendosi costrette a stringere i ranghi con i supporter della loro supposta “libera informazione”, ovvero le intelligence di USA, Regno Unito, Israele e Stati-vassallo della NATO e relative appendici “mondane”, come ONG (quali i Caschi Bianchi o Emergency), massmedia pseudo-indipendenti (un’infinità), organizzazioni filo-taqfirite (come la sinistra italiana, dal sindaco Sala ai centri sociali), financo ad autori, attori, registi, soubrette, boldrine, chiese di finti oppositori al sistema, ed altri spacciatori.
Il 2016 è stata una tale debacle per questa frazione elitaria dell’occidente, che oramai, preda del terrore e agendo come una scimmia armata di pistola, circola sparando a tutto ciò che non si conforma al bel mondo virtuale che si è fabbricato con solerzia fin dal 1989.

Schieramento dei 5 siti per i missili antiaerei S-200 in Siria.

Fonte:
Defense News
Defense and Strategy
FARS
ParsToday
Russia Insider
Russia Insider
SANA
Sputnik

Gli USA mutano l'”accordo iraniano” in confronto con l’Iran

Tony Cartalucci, New Eastern Outlook 02/03/02017iranIl cosiddetto “accordo iraniano” non è mai stato pensato come punto di partenza per il riavvicinamento tra Washington e Teheran, ma piuttosto come pretesto per un maggiore confronto. L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump capitalizza sugli sviluppi della guerra persa dai sauditi nello Yemen, così come sul test missilistico iraniano, per ritrarre l’Iran come ingrato verso l’accordo diplomatico che il dimissionato Consigliere della Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Michael Flynn suggeriva non dovesse mai esserci stato. L’articolo del Guardian, “L’amministrazione Trump ha ufficialmente avvertito l’Iran, dice Michael Flynn”, afferma: “L’amministrazione Trump ha detto che “ufficialmente invia all’Iran un preavviso” in reazione al test missilistico iraniano e all’attacco a una nave da guerra saudita dei ribelli filo-iraniani Huthi nello Yemen, ma senza dare dettagli su come Washington intende rispondere”. Mentre i commenti di Flynn, prima delle brusche dimissioni, sembravano genuine, contro la posizione ipocrita della presidenza Trump, chi ha seguito i veri autori della politica estera degli USA riconosce la sceneggiatura molto familiare letta da Flynn, scritta non dall’amministrazione Trump, ma dai pensatoi politici aziendal-finanziari non eletti, anni prima che “il presidente Trump” entrasse in carica. Le dimissioni di Flynn avranno scarso peso su tale politica, dato che fu pianificata e attuata sistematicamente anni prima che Donald Trump iniziasse la campagna presidenziale. Il fatto che la posizione di Flynn sull’Iran rifletta quella del resto dell’amministrazione Trump, ne è una prova sufficiente.

L'”offerta superba” della Brookings del 2009
Il documento della Brookings Institution intitolato “La via per la Persia: opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” (.pdf), delineava esplicitamente il complotto degli USA per il cambio di regime a Teheran, affermando: “…qualsiasi operazione militare contro l’Iran sarà probabilmente molto impopolare nel mondo e richiederà il contesto internazionale giusto, per garantirsi il supporto logistico all’operazione e ridurre al minimo i contraccolpi. Il modo migliore per ridurre al minimo l’obbrobrio internazionale e massimizzarne il supporto (riluttante o occulto) è colpire solo quando vi è la diffusa convinzione che gli iraniani abbiano avuto e respinta una superba offerta, tale che solo un regime deciso ad acquisire nucleare armi ed acquisirle per le ragioni sbagliate rifiuterebbe. In tali circostanze, Stati Uniti (o Israele) potrebbero rappresentare le loro operazioni come dolorose, non rabbiose, e almeno alcuni nella comunità internazionale concluderebbero che gli iraniani “ne sono responsabili”, rifiutando un ottimo affare”. L'”offerta superba” della Brookings fu presentata al pubblico e a Teheran nella forma del cosiddetto Piano comune d’azione globale (JCPOA) o “accordo iraniano”, nel 2015. E mentre Washington tentava di convincere il mondo di aver cercato il riavvicinamento con Teheran, perfino perseguendo tale accordo, versava denaro, armi e anche sostegno militare diretto al tentativo di rovesciare l’alleata dell’Iran, la Siria, altro prerequisito indicato dalla Brookings nel rapporto del 2009 sulla guerra all’Iran. L’accordo, quindi, è in malafede dall’inizio, come il suo tradimento inevitabile quando Washington ritenesse il clima politico e strategico ottimo per ritrarre Teheran come doppiogiochista e giustificare un confronto più ampio, in particolare sulla Siria significativamente indebolita dopo 6 anni di guerra, e un Iran significativamente legato finanziariamente e militarmente al destino della Siria.

Trump contestava l’Arabia Saudita nella campagna elettorale, la difende sul sentiero di guerra
La retorica di Trump durante la campagna elettorale nel 2016 per la presidenza, era pesantemente incentrata sulla lotta al terrorismo, e accusava l’Arabia Saudita. In un messaggio greve su Twitter, Trump annunciò: “Il principe asino @Alwaleed_Talal vuole controllare i nostri politici degli Stati Uniti con i soldi di papà. Non lo farà quando sarò eletto. # Trump2016
Ora, da presidente, la posizione di Trump sull’Arabia Saudita è amichevole, implicando un maggiore confronto con l’Iran accusato di armare e addestrare i combattenti nello Yemen che hanno attaccato una nave da guerra saudita. L’amministrazione Trump e i media in generale non ricordano che l’Arabia Saudita, da anni, impone la guerra totale allo Yemen, in aria, terra e mare, direttamente e attraverso gli ascari terroristici, dal territorio saudita e dalle acque internazionali, nel e sul territorio yemenita, con l’invasione via terra e gli attacchi aerei. La prospettiva che gli Stati Uniti invertano il riavvicinamento diplomatico con l’Iran a causa delle forze yemenite in lotta contro l’aggressione militare dell’Arabia Saudita, di per sé trasgredisce il diritto internazionale e gli interessi del popolo statunitense. Tuttavia, considerando i legami occulti dell’Arabia Saudita con il terrorismo nello Yemen e in tutta la regione, in particolare in Siria e Iraq, tramite al-Qaida, i suoi vari affiliati e il cosiddetto Stato Islamico (SIIL), e nel mondo, gli USA dichiarando l’Arabia Saudita “amica e alleata”, e accusando l’Iran di “comportamento destabilizzante nel Medio Oriente“, chiariscono che o ne permettono la sponsorizzazione saudita del terrorismo, o ne sono direttamente coinvolti. Naturalmente, Flynn, già direttore della Defense Intelligence Agency (DIA), sapeva della nota della DIA del 2012 in cui s’invocava la creazione di un “principato” (stato) “salafita” (islamico) su richiesta non solo delle monarchie del Golfo Persico, ma anche dal membro della NATO Turchia, dall’Europa e dagli stessi Stati Uniti. Così il resto dell’amministrazione Trump. Il memo diceva: “Se la situazione si dipana vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella parte orientale della Siria (Hasaqa e Dayr al-Zur), questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono, per isolare il regime siriano considerato profondità strategica per l’espansione sciita (Iraq e Iran)”.
Il memo della DIA spiegava poi esattamente chi fossero tali sostenitori “del principato salafita” (e i suoi veri nemici): “Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”. L’Iran veniva specificamente dichiarato contrario all'”opposizione” che comprendeva il nascente Stato islamico, così come l’organizzazione terroristica Jabhat al-Nusra (ora Jabhat Fatah al-Sham). Esibendosi con un surreale inganno, l’amministrazione Trump tenta di ritrarsi come “combattente antiterrorismo”, mentre si confronta con l’Iran che sul serio lo combatte nella regione. Gli Stati Uniti, difendendo l’Arabia Saudita, ammettono di sponsorizzare il terrorismo regionale. L’ipocrisia del presidente Trump sfida qualsiasi spiegazione a meno che non si riprenda il documento della Brookings Institution, e s’inseriscano gli eventi attuali nel contesto del complotto e della continuità del programma indicato dal documento. I media degli Stati Uniti tentavano di ritrarre l’ipocrisia del presidente Trump sill’Arabia Saudita come conflitto personale e connessa agli interessi delle sue imprese. I media degli Stati Uniti a quanto pare ritengono che il pubblico creda sia solo una coincidenza che l’amministrazione Trump continui la decennale politica estera statunitense e l’ambiguo rapporto con Riyadh che ha trasceso varie presidenze repubblicane e democratiche, tra cui la recentemente scomparsa amministrazione Obama.
Per capire la traiettoria geopolitica degli eventi globali, in particolare sulle relazioni tra Stati Uniti e Iran, osservatori, analisti e pubblico ne gioirebbero leggendo i documenti politici degli USA invece che le divertenti teorie dei media degli Stati Uniti, o i discorsi e le dichiarazioni dell’amministrazione Trump.iran3Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Chi uccide gli ambasciatori?

Gli omicidi della CIA sono un nuovo attacco alla Russia
Alessandro Lattanzio, 27/2/20178134156-3x2-940x627Nel novembre 2015 veniva rinvenuto nella sua stanza d’albergo il fondatore di RussiaToday ed ex-consigliere speciale del Presidente Putin Mikhail Lesin, ucciso per trauma cranico contundente.

Il 20 dicembre, a Mosca veniva rinvenuto il cadavere del diplomatico russo Pjotr Polshikov, poche ore dopo l’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia, Andrej Karlov, per mano di un sicario di Gladio, Mevlut Mert Altintas. Accanto al cadavere di Polshikov furono trovati due bossoli vuoti di pistola, scoperti sotto il lavandino in bagno. Polshikov aveva lavorato nell’ambasciata russa in Bolivia.pay-russian-diplomat-found-dead-in-moscow-3-petr-polshikov-east2west-newsIIl 25 dicembre, scompariva sul Mar Nero un aereo di linea Tupolev Tu-154 con a bordo 92 passeggeri, tra cui più di 60 membri del Coro dell’Armata Rossa. Il Tupolev era scomparso sul Mar Nero poco dopo il rifornimento di carburante nell’aeroporto di Sochi. Il velivolo volava verso la base militare russa di Humaymim, vicino Lataqia, per partecipare alle festività con le truppe russe schierate in Siria. A bordo era presente anche la nota attivista umanitaria Elizaveta Glinka. Secondo una teoria, l’incidente era dovuto a dei corpi estranei penetrati in un motore.

Il 26 dicembre, veniva trovato morto nella sua auto, a Mosca, Oleg Erovinkin, capo dello staff del presidente della Rosneft Igor Sechin. Oleg Erovinkin sarebbe morto per un infarto.

Ai primi di gennaio 2016 veniva trovato morto nel bagno di casa l’ambasciatore russo in Grecia Andrej Malanin, deceduto per cause ignote, e lo stesso mese moriva l’ambasciatore della Russia in India Aleksandr Kadakin, morto improvvisamente per infarto. Kadakin aveva supervisionato per molti anni i rapporti tra India e Russia.

Il 13 gennaio, veniva trovato morto, nella propria abitazione, il giornalista tedesco Udo Ulfkotte; le autorità tedesche evitavano una qualsiasi autopsia e ne cremavano subito il corpo. Nel 2014 Ulfkotte confessò di aver lavorato per la CIA e l’intelligence della NATO. Inoltre, secondo Ulfkotte, tutti i grandi media occidentali non sono altro che un ramo dei servizi segreti statunitensi. Il suo ultimo libro, Criminali senza limiti, ricostruisce i reati commessi dai migranti in Germania e la censura dei media tedeschi su tali crimini.23-24_udo-ulfkotte_megvasarolt-ujsagirok_sajtotajekoztato-jm-1Il 13 febbraio 2017, nell’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur veniva ucciso Kim Jong Nam, figlio di Kim Jong Il e fratello del leader nordcoreano Kim Jong Un. Furono accusati due donne e due uomini, ma a diffondere subito tale versione fu il canale televisivo via cavo Chosun (del quotidiano di propaganda sudcoreano Chosun Ilbo, notoriamente collegato all’intelligence statunitense). Si tratta della nota tecnica d’inquinamento per coprire la fuga dei veri assassini. Infatti, “Le dichiarazioni audaci fatte da spie e giornalisti della Corea del Sud, che hanno descritto i dettagli dell’assassinio prima che si avessero altre informazioni necessarie, vanno interpretate come un’indicazione del coinvolgimento di Seoul…

Il 20 febbraio, Vitalij Ivanovic Churkin, rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite dal 2006, moriva improvvisamente a New York per attacco cardiaco, dopo esser stato trasportato al Columbia Presbyterian Hospital. Moriva il giorno prima del 65.mo compleanno.vitaly-churkinQuesta scia di morte è una tecnica già vista, rivista, e controrivista; quindi oramai a Mosca non dovrebbero aver più dubbi su chi siano assassini e mandanti.  Non potendo vincere le guerre, se non a Hollywood, dove anche i documentari sono pornografia imperialista e i premi Oscar e Nobel null’altro che la tariffa della prostituzione di un intero sistema, i sicari atlantisti si dedicano a ciò in cui eccellono, l’omicidio. Non per una strategia precisa, che non c’è, ma per pura vendetta; perchè per i vertici degli USA, i loro ‘tecnocrati’ e la massa sociale su cui si basano, si deve vincere sempre e comunque, e se non nella realtà almeno nell’immaginario autoindotto, uccidendo un singolo o un simbolo e pretendendo con ciò di aver ottenuto una vittoria autentica sul piano militare, politico o economico. Un impero alienante non può avere che capi e responsabili alienati.

In questa intervista, Ulfkotte evocava la possibilità che l’uccidessero.

Fonti:
Zerohedge
The Duran
RussiaToday
RussiaToday
NEO
Mirror
Libero
Haaretz

Turchia e Stato islamico: una cooperazione anti-cinese

Ruben Kruglov, EoT, 18/2/2016

Se lo “Stato islamico” riuscisse ad occupare rapidamente i territori controllati in Afghanistan e Pakistan dai taliban ed annetterli all’autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina.7062304455_c395eeaa32_bGli ultimi mesi hanno dimostrato quanto profondamente la Turchia sia coinvolta con lo SIIL. La Turchia ha inscenato gli eventi dello “Stato islamico” per molto tempo, favorendone la attività non solo indirettamente o ufficiosamente. Tuttavia, una dichiarazione ufficiale avvenne nell’autunno 2015 ad Istanbul, che potrebbe essere vista come dichiarazione turca sullo “Stato islamico”. La dichiarazione fu fatta dal capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence della Turchia Hakan Fidan, che di solito non fa apparizioni pubbliche. Fidan dichiarò: “Lo ‘Stato islamico’ è una realtà. Dobbiamo riconoscere che non possiamo debellare un’organizzazione così radicata e popolare, come lo “Stato islamico”. E perciò esorto i nostri partner occidentali a riconsiderare le precedenti nozioni sui rami politici dell’Islam e mettere da parte la loro mentalità cinica, e insieme annullare i piani di Vladimir Putin per sopprimere la rivoluzione islamica in Siria“. In base a ciò Hakan Fidan trasse la seguente conclusione: è necessario aprire un ufficio o un’ambasciata permanente dello SIIL ad Istanbul, “La Turchia ci crede fortemente”. La storia della dichiarazione del capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence è curiosa. In primo luogo comparve sui media on-line il 18 ottobre 2015, ma non ebbe molta attenzione. La dichiarazione di Hakan Fidan divenne famosa quando fu ripubblicata sui siti web delle agenzie di stampa il 13 novembre, alla vigilia degli attacchi terroristici di Parigi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre. Il caso volle che la Turchia esortasse l’occidente a riconoscere un quasi-Stato che, da parte sua, si rifiuta di riconoscere il diritto degli altri Stati ad esistere. In sostanza, era un appello ad accettare le richieste del terrorismo globale dello SIIL. La pretesa è ben chiara, il giuramento di fedeltà al nuovo califfato.
983033-cpec-1446339827 Cosa significa la partecipazione diretta della Turchia nella vita del promesso “Stato islamico” per il mondo islamico e i suoi vicini (Russia compresa)? Questa domanda diventa più importante oggi, dopo che migliaia di rifugiati sono stati trasportati, non senza la partecipazione della Turchia, dal Medio Oriente all’Europa; dopo l’incidente con l’aereo russo che bombardava lo SIIL, abbattuto dalla Turchia; dopo le ampie affermazioni dei funzionari turchi. A questo proposito va ricordato un altro aspetto importante della politica mediorientale. La caduta del regime di Mubaraq in Egitto e la distruzione dello Stato gheddafino in Libia, all’inizio della “primavera araba”, quasi fecero crollare i legami economici di questi Paesi con la Cina, la cui presenza economica era in rapida crescita. In questo modo, è comprensibile come gli eventi della “primavera araba” abbiano creato una barriera all’espansione economica cinese in Medio Oriente e Africa, che minacciava gli Stati Uniti. In altre parole, la “primavera araba” era anche uno strumento efficace nelle mani degli Stati Uniti nella competizione globale con la Repubblica Popolare Cinese. Ora, studiando i collegamenti tra Turchia e SIIL, è necessario discutere cosa significhi l’espansione dello “Stato islamico” per la Cina.
Nell’autunno 2015, i media riferirono che le agenzie d’intelligence turche preparavano i terroristi uiguri cinesi. Si potrebbe pensare che il motivo qui siano i tradizionalmente forti legami tra i popoli turchi, oltre alla Turchia interessata a rafforzare l’influenza sulla parte orientale del mondo turcofono, il Turkestan. Tutto questo, naturalmente, è vero. Ma non è tutto. Si tratta anche dei gruppi uiguri addestrati e armati nelle fila dello SIIL. Vi sono sempre più prove della presenza di tali gruppi in Siria. Pertanto, lo SIIL è un nuovo strumento, migliorato dalla “primavera araba”, per destabilizzare il principale concorrente degli Stati Uniti, la Cina. Se lo “Stato islamico” riuscisse a catturare rapidamente i territori controllati dai taliban in Afghanistan e Pakistan e annetterli al loro autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina. Le capacità dell’organizzazione califista che vi comparirebbe, con la prospettiva di raggiungere gli uiguri, renderebbero tale destabilizzazione inevitabile. Tuttavia, lo SIIL non è riuscito ad avanzare rapidamente nella zona afghano-pakistana. Ricordiamo cosa scrisse il quotidiano Daily Beast nell’ottobre 2015 con un articolo intitolato “Un’alleanza talebano-russa contro lo SIIL?” Il giornale scrisse che i rappresentanti dei taliban andarono in Cina più volte per discutere il problema degli uiguri del Xinjiang che vivono nel sud dell’Afghanistan. The Daily Beast citò uno dei rappresentanti dei taliban: “Gli abbiamo detto che (degli uiguri) sono in Afghanistan, e che gli abbiamo impedito di compiere attività anti-cinesi“. Gli esperti insistono sul fatto che il Pakistan (le cui agenzie d’intelligence hanno giocato un ruolo decisivo nella creazione dei taliban) passano dagli Stati Uniti alla Cina. Dato che le prospettive di cedere le aree pashtun, proprie e afghani, allo “Stato islamico”, che non si fermerebbe, sono inaccettabili per il Pakistan. Questo è ciò che, ovviamente, ha causato la svolta del Pakistan verso la Cina. E questa volta è stata così drastica che le conseguenze creano una nuova minaccia agli Stati Uniti con l’espansione dell’influenza della Cina.
Durante il Forum sulla Sicurezza di Xiangshan, dell’ottobre 2015, il ministro della Difesa, Acqua ed Energia pakistano, Khawaja Muhammad Asif, annunciò la messa al bando dei terroristi uiguri del “Movimento islamico del Turkestan Orientale” dicendo: “Credo fossero pochi nelle zone tribali, e che siano stati tutti cacciati o eliminati. Non ce ne sono più“. Asif aggiunse che il Pakistan è pronto a combattere contro il “Movimento islamico del Turkestan Orientale”, perché non è solo nell’interesse della Cina, ma anche del Pakistan. Successivamente, nella prima metà di novembre 2015, il giornale cinese China Daily annunciava che la compagnia statale cinese China Overseas Port riceveva dal governo pakistano 152 ettari di terreno nel porto di Gwadar, in affitto per 43 anni (!). Forse è giunto il momento di ammettere che la Cina ha quasi raggiunto il Mare Arabico attraverso la regione d’importanza strategica pakistana del Baluchistan (dove si trova Gwadar) e che il progetto di ampliamento dello SIIL ad oriente non è riuscito ad evitarlo? E’ ovvio che la lotta degli Stati Uniti contro la Cina continuerà in questo senso, motivo per cui la Cina si affretta a consolidare i risultati raggiunti e a creare una propria zona economica nei pressi dello Stretto di Hormuz. China Daily ha scritto: “Nell’ambito dell’accordo, la società cinese di Hong Kong sarà incaricata del Porto di Gwadar, il terzo più grande porto del Pakistan“. C’è un dettaglio degno di nota in questa storia: Gwadar è considerata la punta meridionale del grande corridoio economico cino-pakistano. Questo corridoio inizia nella regione autonoma uigura dello Xinjiang nella Repubblica Popolare Cinese. Ciò significa che la necessità di destabilizzare la Cina diventa ancor più acuta per i suoi concorrenti.
13940407000518_photoi Dato che il Pakistan e i taliban rifiutano di radicalizzare i cinesi uiguri (più di 9 milioni dei quali vivono in Cina), questo ruolo va a, da un lato, alla Turchia come patrona degli uiguri, e dell’altro allo SIIL, in quanto islamista ultra-radicale. Poi, se il corridoio afgano-pakistano per rifornire i gruppi radicali in Cina viene bloccato, per il momento, significa che ne serve un altro. Quale? Ovviamente, il mondo turco, dalla Turchia ai Paesi turcofoni dell’Asia centrale e gli uiguri cinesi. E’ più che probabile che la regione del Volga e il Caucaso del Nord dovranno fare parte del corridoio che serve a Turchia e SIIL per collegarsi agli uiguri. I media cinesi lo sottolinearono alla fine del 2014. A quell’epoca il sito web Want China Times pubblicò un articolo intitolato “I separatisti del ‘Turkestan orientale’ vengono addestrati dallo SIIL e sognano di tornare in Cina“. Il sito riprendeva i dati pubblicati dal media cinese Global Times. Secondo questi dati, i radicali uiguri fuggivano dal Paese per unirsi allo SIIL, addestrarsi e combattere in Iraq e Siria. I loro obiettivi soono avere un ampio riconoscimento dai gruppi terroristici internazionali, stabilire dei canali di contatto ed acquisire esperienza nei combattimenti reali prima di esportare le loro conoscenze in Cina. Global Times riferiva, citando esperti cinesi, che uiguri dello Xinjiang entravano nello SIIL in Siria e Iraq, o nelle sue divisioni nei Paesi del Sud-Est asiatici. Inoltre, la pubblicazione informava che, dato che la comunità internazionale aveva lanciato la campagna anti-terroristica, lo SIIL ora evitava il reclutamento di nuovi membri secondo la propria “base”, preferendo separarli inviandoli in piccole cellule in Siria, Turchia, Indonesia e Kirghizistan.
Il problema uiguro complicò i rapporti turco-cinesi nell’estate 2015. Tutto iniziò in Thailandia. Le autorità decisero di espellere oltre 100 uiguri in Cina. Nella notte tra l’8 e il 9 luglio, gli uiguri turchi attaccarono l’ambasciata cinese a Istanbul, per protestare contro questa decisione. In risposta, le autorità della Thailandia cambiarono posizione e dichiararono che gli emigranti uiguri non sarebbero stati deportati in Cina senza le prove dei loro crimini. Invece… furono deportati direttamente in Turchia! Non fu una decisione nuova, deportazioni di uiguri in Turchia già si erano avute. 60mila uiguri vivono in Turchia. Ciò significa che non si parla di singoli casi di espulsione, ma di concentrazione consistente di gruppi uiguri dai vari Paesi asiatici in Turchia. A luglio il sito arabo al-Qanun citò Tong Bichan, alto funzionario del Ministero di Pubblica Sicurezza cinese, dire: “I diplomatici turchi nel sud-est asiatico hanno dato carte d’identità turche ai cittadini uiguri della provincia dello Xinjiang, inviandoli in Turchia a prepararsi alla guerra contro il governo siriano a fianco dello SIIL“. Infine, solo di recente la risorsa propagandistica dello “Stato islamico” ha registrato una canzone in lingua cinese. La canzone contiene l’appello a svegliarsi diretta ai fratelli musulmani cinesi. Tali appelli fanno parte della campagna anti-cinese lanciata dallo SIIL. Un altro video dei califisti mostra un 80enne predicatore musulmano dello Xinjiang esortare i compatrioti musulmani ad unirsi allo SIIL. Il video mostra poi una classe di ragazzi uiguri, di cui uno promette di alzare la bandiera dello SIIL nel Turkestan. Tutto questo porta alla conclusione che tra gli obiettivi che lo SIIL cerca di raggiungere in cooperazione con la Turchia, vi è l’avvio della “Primavera cinese” in termini piuttosto chiari. Tale obiettivo richiede “collaboratori” presenti nei territori vicini alla Cina, in primo luogo negli Stati turcofoni dell’Asia centrale. Ad esempio, il Kirghizistan, a questo proposito, chiaramente dovrebbe diventare il luogo di concentramento e addestramento dei gruppi radicali.
La grande riformulazione del Medio Oriente cerca di volgersi ad est, in direzione della Cina. Il che significa che nuove gravi fasi di tale guerra non sono lontane.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora