I missili Pershing ritornano in Europa?

Vladimir Kozin (Russia) Oriental Review 19 giugno 2015raduga_kh555Il 4 giugno parte della relazione del generale Martin Dempsey, presidente dell’US Joint Chiefs of Staff, è stata declassificata, sostenendo che Washington va considerando lo schieramento di missili da crociera a testata nucleare in Europa in risposta alle presunte “violazioni” della Russia del trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio o INF, a cui Stati Uniti e Unione Sovietica aderirono nel 1987. Quattro giorni dopo una dichiarazione simile è stata fatta dal ministro degli Esteri inglese Philip Hammond, annunciando la volontà di Londra di accettare ancora una volta missili nucleari degli Stati Uniti, rimossi dalle basi inglesi nel 2006. In tal modo il Regno Unito si unisce a coloro che criticano Mosca per una “violazione” che non ha mai commesso. Il fatto è che il nuovo missile da crociera tattico russo R-500, di cui si parla nei documenti militari statunitensi, non rientra in alcuna delle categorie elencate nell’INF. Quel trattato richiese la distruzione di due classi di missili: missili balistici e da crociera terrestri a “gittata intermedia e media”, cioè 1000-5500 km e 500-1000 km rispettivamente. Il nuovo missile da crociera russo in questione ha una gittata massima di meno di 500 km. I russi non hanno rilasciato ufficialmente altre informazioni sulla sua gittata. Né gli statunitensi ne hanno ufficialmente rilasciate. Inoltre, la delegazione degli Stati Uniti non ha depositato alcuna lamentela specifica sul missile nelle consultazioni speciali USA-Russia sul controllo degli armamenti dello scorso autunno e scorsa primavera. Affermarono solo che i russi avevano testato “un tipo di missile e sanno di cosa abbiamo parlato…” Ma ciò non è un discorso serio. Come il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha osservato il 9 giugno, “Siamo pronti ad esaminare qualsiasi prova concreta che dia agli statunitensi motivo di pensare che abbiamo violato qualcosa“. Il missile balistico intercontinentale nucleare russo di nuova generazione, citato dagli Stati Uniti (RS-26 o Rubezh), ha una gittata superiore a 5500 km e non è soggetto all’INF, dato che quel trattato non si applica ai missili balistici intercontinentali nucleari con gittata di oltre 5500 chilometri. Il numero di questi missili viene ridotto principalmente attraverso altri accordi, come i trattati per le riduzioni strategiche offensive. Washington ha lanciato un’ampia campagna propagandistica, pochi anni fa, per screditare la Russia in risposta a certe “violazioni” dell’INF, ma sempre senza fornirne alcuna prova. Questa era la situazione a gennaio, luglio e novembre dello scorso anno, quando funzionari statunitensi espressero accuse infondate in tal senso contro Mosca. E lo stesso scenario si gioca anche quest’anno. La domanda sorge spontanea: perché Washington crea un dramma manifestamente controproducente su alcune pseudo-violazioni dell’INF dai russi, in particolare ricorrendo a minacce così roboanti?
La ragione principale è che gli Stati Uniti cercano d’impedire alla Russia di sviluppare due efficaci “antidoti” al sistema d’intercettazione dei missili balistici e da crociera degli USA: Mosca sviluppa un nuovo missile da crociera e un missile balistico intercontinentale nucleare di nuova generazione in grado di sconfiggere le infrastrutture high-tech della difesa antimissile degli USA. Washington vuole poter colpire con un primo attacco nucleare Russia, Cina, Iran e altri Stati senza timore di rappresaglie, puntando a creare un futuro ordine mondiale. Dopo tutto, il Pentagono ha ancora le stesse dottrine offensive che consentono un primo attacco nucleare preventivo. La seconda ragione del perché Washington ha deciso di uscirsene con tali accuse improbabili sulle “violazioni” dell’INF della Russia, è che l’hanno già più volte violato e continuano a violarlo utilizzando missili balistici e da crociera a “raggio breve, medio e intermedio” come bersagli per testare i propri sistemi di difesa missilistica. In particolare, i missili-bersaglio utilizzati sono ERA (con gittata di 1100-1200 km), MRT-1 (1100 km) e LRALT (2000 km). Un altro esempio di violazione di Washington del trattato saranno i missili da crociera terrestri installati sui sistemi di lancio dalla difesa missilistica statunitense in Romania e Polonia (che saranno operativi nel 2015 e 2018 rispettivamente) e che saranno dotati di 48 missili (24 ciascuno). L’Associated Press ha giustamente osservato che il possibile ritorno dei missili a medio raggio statunitensi in Europa, come ha ricordato il generale Martin Dempsey, richiama i giorni più bui della guerra fredda. Ciò è vero se si tiene conto del fatto che, come sottolinea AP, la Casa Bianca considera tre opzioni militari come risposta alle “violazioni” dell’INF della Russia: sviluppare la difesa, cioè i sistemi antibalistici; lanciare un “attacco controforza” preventivo contro tutte le armi che violano il trattato; e uso di “armi nucleari per distruggere obiettivi militari” in territorio nemico, cioè in Russia. Ma sarebbero violazioni dirette del trattato da parte degli Stati Uniti.
Come dovrebbe procede la Russia, considerando che sono gli Stati Uniti in realtà a violare l’INF? Dovrà decidere di usare “armi nucleari per distruggere obiettivi militari” in territorio nemico? Come dovrebbe rispondere la Russia se Washington continua a mantenere un significativo arsenale nucleare offensivo strategico e che per preservare il proprio “potenziale” include la Russia nella lista dei Paesi che possono essere sottoposti al primo colpo nucleare? Quale risposta la Russia ha il diritto d’impiegare se gli Stati Uniti si rifiutano di rimuovere le armi nucleari tattiche dall’Europa o di smantellarne le infrastrutture, essendo l’unico Paese al mondo che schiera continuamente armi nucleari tattiche in altri Stati dai primi anni ’50? Cosa la Russia dovrebbe fare per rafforzare la propria sicurezza e dei suoi alleati, se gli Stati Uniti continuano a stendere sul mondo la rete di armi offensive e strumenti d’intelligence del suo sistema di difesa antimissile combinata a missili nucleari e armi convenzionali? Come dovrebbe rispondere la Russia quando il potenziale militare combinato della componente europea della difesa missilistica degli Stati Uniti è molte volte superiore a quello necessario per neutralizzare eventuali minacce missilistiche, esistenti o potenziali, per i Paesi europei? Fin dalla creazione della difesa missilistica, gli USA violano i trattati INF e New START (2010), naturalmente la Russia ha il diritto di rispondere schierando nuove armi che neutralizzino il sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti. Come la Russia deve agire se Stati Uniti ed alleati annullano qualsiasi iniziativa volta ad impedire l’introduzione di armi nello spazio?
I russi potrebbero legittimamente pretendere risposte da Washington a molte domande del genere. Potrà facilmente presentare almeno un’altra dozzina di lamentele del genere. E’ del tutto evidente che Mosca dimostra la volontà di agire nel caso di violazione dell’INF degli Stati Uniti, oltre che rispondere prontamente e adeguatamente all’approccio distruttivo degli statunitensi, risolvendo molti altri problemi sul controllo degli armamenti. Allo stesso tempo, è significativo che Mosca affermi di essere ancora disposta a un dialogo onesto, non mere parole, dissipando eventuali preoccupazioni sul controllo degli armamenti. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov l’ha ribadito alla conferenza stampa del 9 giugno, “la Russia non ha alcuna intenzione di violare questo trattato“. ABM_MDA_Missile_Defense_SystemsProf. Vladimir Kozin è il principale esperto russo di questioni su disarmo e stabilità strategica, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gasdotti e geopolitica: la vera ragione della visita di Putin in Italia

Nikolaj Starikov Fort Russ 15 giugno 2015b9057b08367328d6aa81d7de5c909e5cLa scorsa settimana una serie di eventi strettamente correlati ha avuto luogo. C’è stata la riunione dei capi dei sette Stati occidentali, la visita di Putin in Italia e l’apertura dei “giochi europei” a Baku.
Analizziamo cause e significati di questi eventi. La riunione dei capi dei sette principali Paesi occidentali ha avuto luogo nel quadro della riunione dei capi di otto Stati. La Russia fu aggiunta ai Paesi occidentali. Il nostro Presidente, insieme ai leader di Stati Uniti, Giappone, Italia, Germania, Francia, Canada e Regno Unito discuteva questioni urgenti di politica mondiale. Tale formato non fu formalizzato, ma si aveva solo ogni volta che i leader degli otto Paesi venivano invitati alla riunione. Dopo la crisi in Ucraina, la Russia non è più invitata. Le ragioni sono ovvie, espressione di dispiacere e pressione sul nostro Paese. Non ci sono assolutamente conseguenze per la Russia, semplicemente una piattaforma in meno in cui i capi dell’occidente parlavano a Putin tutti insieme o uno alla volta. Preoccuparsene è una perdita di tempo. Non vi è alcun isolamento internazionale della Russia. La visita di Vladimir Putin in Italia l’ha mostrato chiaramente. Cioè, sapevamo già che il “mondo” che esprime insoddisfazione per la nostra politica rappresenta una piccola parte dell’umanità, che vive per lo più in Europa e Nord America. La visita di Putin in Italia ci ha dimostrato che è difficile parlare d’isolamento anche in Europa. Il 7 e 8 giugno 2015, nella località tedesca di Garmisch-Partenkirchen dove, tra l’altro, nel febbraio 1936 l’occidente permise ad Adolf Hitler di tenere le Olimpiadi, la riunione del cosiddetto “G7″ ha avuto luogo. “I capi del gruppo dei sette annunciavano che le sanzioni saranno rimosse se saranno soddisfatti gli accordi di Minsk, altrimenti, la CNN citava certe fonti, nei prossimi mesi nuove sanzioni contro individui e società finanziarie potranno essere attuate” (1TV).
Nella riunione dei sette capi la Russia è stata regolarmente accusata, anche se è evidente che essa è interessata alla pace in Ucraina. Ma il divertimento iniziava dopo tale incontro. Il 7 e 8 giugno 2015 il primo ministro italiano era nella riunione in Germania, a solidarizzare con i partner, accusando la Russia e concordando sulle necessarie sanzioni. Il 10 e 11 giugno incontrava il Presidente Putin… in Italia. Molto interessante. Se s’immagina che il primo ministro italiano Renzi considera davvero la Russia un “aggressore” e il suo presidente responsabile della crisi in Ucraina, allora era molto strano vederlo un paio di giorni dopo il vertice “G7″, stringere la mano a Vladimir Putin in Italia. Ciò significa che l’Italia non considera la Russia né aggressore né colpevole. In caso contrario, la visita del Presidente della Russia sarebbe stata annullata. Ancora più significativo è stato l’incontro di Putin con il capo dei cattolici. Papa Francesco ha dato al nostro Presidente una medaglia del secolo scorso con l’immagine di un angelo che, secondo il capo della Chiesa cattolica, “porta pace, giustizia, solidarietà e protezione“. E’ evidente che il segnale inviato a 1,5 miliardi di cattolici e alle élite politiche era inequivocabile. Pace con la Russia e fine del confronto. Il nemico numero uno del cristianesimo oggi è il SIIL creato dagli USA e non la Russia. Barack Obama considera la Russia un nemico, e il capo dei cattolici assume una posizione diversa. I risultati della visita di Putin in Italia, sono stati magnificamente espressi da un analista politico italiano: “La visita del presidente russo Vladimir Putin in Italia suggerisce che in occidente ci sia disaccordo nei confronti della Russia, ha detto in un’intervista a RT Francia il capo del programma “Eurasia” dell’Istituto superiore di studi geopolitici italiano Dario Citati. “Prima di tutto, la visita di Putin significa che non esiste una posizione unanime in occidente su questione ucraina e crisi con la Russia”, ha detto. Secondo Citati, questa visita è importante per l’Italia perché gli italiani capiscono che le sanzioni contro la Russia sono controproducenti: non hanno cambiato la posizione della Russia e sono troppo onerose per l’economia italiana… Pertanto tale unanimità, ben osservata quando i Paesi europei parlano in nome dell’UE o in formati come il G7, per così dire s’infrange contro la realtà”, scrive Citati. Il significato dell’incontro del Presidente con il Primo ministro italiano, secondo l’analista, marca le differenze nell’Unione europea, perché ci saremmo aspettati la cancellazione della visita, tuttavia, ma non è stata annullata e, inoltre, una visita è stata dedicata al Vaticano, attore importante nelle relazioni internazionali“. (RIA)
Ora qualche parola sul perché Putin s’è recato in Italia, e perché ora. Parliamo sempre di geopolitica e gasdotti. Una lotta invisibile infuria per le rotte del gas russo verso l’Europa. Obiettivo della Russia è costruire una “condotta” aggirando l’Ucraina privando gli USA della possibilità di ricattare Europa e Russia tramite le marionette di Kiev, chiudendo le forniture di gas attraverso l’Ucraina. L’obiettivo degli Stati Uniti non è non permettere alla Russia di bypassare l’Ucraina, ma fare pressione su Europa e Russia. Dopo il blocco di “South Stream“, Mosca ha fatto un accordo con la Turchia per la costruzione del gasdotto “Turkish stream“. Il piano prevede un gasdotto prima in Turchia e poi in Grecia. Ulteriori piani prevedevano la Macedonia, ma improvvisamente vi è stata una majdan in questo Paese e un attacco di combattenti albanesi dopo di che il primo ministro di Macedonia ha “capito” i suggerimenti e dichiarato che il gasdotto sarà costruito solo dopo la firma dell’accordo tra Commissione della Comunità europea e Gazprom. L’assenza di tale accordo ha ucciso “South Stream” e la Russia cerca nuove opportunità per tracciare il gasdotto. La nostra parte usa l’artiglieria pesante, il nostro Presidente che vola in Italia per spiegare ai colleghi italiani la cosa più ovvia. Dopo la Grecia, il gasdotto andrà in Italia, da dove il gas passerà all’Europa. Per resistere in ciò, la Russia deve… terminare il gasdotto in Grecia, o anche in Turchia. E’ quindi giusto e logico estenderlo in Italia. E’ un’ottima prospettiva per tutta Europa, e per l’Italia è semplicemente perfetto. Non è un caso che durante la visita Putin abbia parlato di relazioni bilaterali con questo Paese con una modalità mai vista nella “Commissione Europea”. “Ha parlato della necessità di mantenere lo slancio nelle relazioni bilaterali in tutti i campi, non permettendo che siano ostaggio delle varie difficoltà attualmente osservate”, ha detto il segretario stampa del presidente russo”. (SPDnevnik)
Come i “partner” italiani abbiano risposto, lo capiremo più tardi. Tuttavia, il prosieguo del viaggio del nostro Presidente è molto eloquente. Il 12 giugno 2015 s’è recato all’apertura dei “giochi europei” nella capitale dell’Azerbaijan. Lo sport è fantastico, la nostra squadra va supportata. Ma la cosa principale per il presidente russo è l’incontro con il capo della Turchia, che ha avuto luogo a Baku a porte chiuse. Tutto molto logico. In primo luogo, parlare con l’Italia sulla destinazione del “Turkish stream“, e poi un faccia a faccia con la Turchia, diretto, senza intermediari né giornalisti. “I grandi progetti energetici, tra cui la costruzione del “Turskish stream”, oggi sono stati discussi dai presidenti Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan a Baku, all’apertura dei primi giochi europei. I colloqui si sono svolti a porte chiuse e dettagli sono noti solo da un’ora… Si potrebbe immaginare di cosa i presidenti di Russia e Turchia abbiano parlato a porte chiuse, guardando la composizione delle delegazioni. La partecipazione ai negoziati dei capi di Gazprom e del Ministero dell’Energia chiaramente lasciano intendere che si parlasse di energia, e più precisamente forniture di gas. Anche di fronte alle telecamere, Putin e Erdogan hanno discusso solo delle ultime novità, l’apertura a Baku dei primi giochi sportivi europei, senza perdere le opportunità di scherzare sull’Europa unita”. (1TV) Nel frattempo, questo scambio a Baku ha un altro aspetto. Turchia e Russia possono discutere del “business del gas” con l’Azerbaigian. Il fatto è che gli statunitensi vogliono utilizzare il gas dall’Azerbaijan come alternativa al gas dalla Russia. “Le forniture di gas dell’Azerbaigian nei prossimi anni sarà l’unica vera alternativa al gas russo per l’Europa… Il “Corridoio meridionale del gas” è uno dei progetti prioritari dell’UE, che prevede il trasporto di gas dalla regione del Caspio attraverso Georgia e Turchia ai Paesi europei. Nella fase iniziale, il gas prodotto dalla seconda fase dello sviluppo del campo gasifero condensato azero “Shah Deniz” è considerato fonte principale del progetto di “Corridoio meridionale del gas”. Successivamente altre fonti potranno collegarsi al progetto. Il gas dal giacimento in seconda fase di sviluppo sarà esportato in Turchia e nei mercati europei ampliando il gasdotto del Caucaso meridionale e con la costruzione delle pipeline Trans-Anatolian (TANAP) e Trans-Adriatico (TAP)”. (Day)
Riassumendo:
• Ancora una volta, come alcuni anni fa, la politica mondiale è concentrata sulla rete dei gasdotti.
• La battaglia è molto intensa e il suo esito è difficile da prevedere. Non abbiamo meno possibilità di vincere rispetto ai nostri rivali.
• Il nostro Presidente è costretto a prendere l’iniziativa nei momenti più difficili e agire d’artiglieria pesante per “sfondare” le posizioni nemiche.
Gli auguriamo il pieno successo, con aiutanti di fiducia per le missioni più importanti…

l43-vladimir-putin-papa-131125203847_bigTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

INF minacciato: si torna ai giorni peggiori della guerra fredda?

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 11/06/201519127L’amministrazione statunitense valuta una serie di mosse per contrastare le presunta violazione russa del trattato Intermediate-Range Nuclear Forces (INF), tra cui rafforzare la difesa missilistica o perfino distribuire missili in Europa, secondo AP del 4 giugno. Washington ha accusato la Russia di testare un missile da crociera terrestre in violazione del trattato sul controllo degli armamenti. Il dipartimento di Stato ha detto lo scorso luglio che la Russia aveva testato un missile in violazione dell’INF, che vieta a tempo indeterminato possesso, produzione e test dei missili, nucleari e convenzionali, con gittata tra 500 e 5500 km. Il segretario alla Difesa statunitense Ash Carter espresse preoccupazione a febbraio sulla presunta violazione della Russia dei termini del trattato. L’amministrazione non ha detto se ritiene il missile russo nucleare o convenzionale. Gli Stati Uniti rimuginano una serie di risposte possibili, tra cui schieramento di sistemi missilistici in Europa per un attacco preventivo contro la Russia. Robert Scher, assistente segretario alla Difesa per strategia, piani e capacità, ha detto ai legislatori ad aprile che si potrebbero rinforzare le difese dei potenziali bersagli del missile da crociera russo. Una seconda opzione sarebbe “cercare e attaccare laddove si trova il missile in Russia”, ha detto Scher. E una terza opzione sarebbe “vedere ciò che possiamo ritenere a rischio in Russia”, spiegava. I suoi commenti sembravano segnalare l’impiego di forze per colpire obiettivi militari russi, oltre i missili che presumibilmente violano l’accordo INF. L’Associated Press ha ottenuto la parte non classificata di una relazione dell’ufficio del Generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs of Staff, che esamina le armi che gli Stati Uniti potrebbero sviluppare e schierare se liberati dai vincoli del Trattato INF, individuandone quattro che “potrebbero contribuire a colmare… il divario di capacità”. Tra i quattro vi sono missili da crociera lanciati da terra schierati in Europa o in Asia, e missili balistici a medio raggio lanciati da terra, dotati di tecnologia che consente di regolare la traiettoria di una testata rientrando nell’atmosfera e puntando sul bersaglio. Il ministro degli Esteri inglese Philip Hammond dice che il Regno Unito potrebbe ospitare nuovi missili nucleari statunitensi. Tali osservazioni sollevano la prospettiva del ritorno a una corsa agli armamenti da Guerra fredda quando gli alleati di Washington della NATO ospitarono missili da crociera e missili balistici Pershing-2 per contrastare i missili sovietici SS-20. La risposta di Stati Uniti e NATO creò un movimento di protesta europeo, seguito dai negoziati USA-URSS per il Trattato INF, il primo a vietare un’intera classe di missili.

La Russia afferma la sua posizione sulla questione
La Russia ha ripetutamente negato le accuse, e accusa gli Stati Uniti di schierare sistemi di difesa in Romania e Polonia violando il trattato. Il capo del dipartimento di non proliferazione e controllo degli armamenti del Ministero degli Esteri russo Mikhail Uljanov ha descritto le affermazioni di Washington come infondate. “Gli Stati Uniti si rifiutano di fornire dati in supporto delle accuse. O è più probabile che non possano farlo. Si ha l’impressione che il vero obiettivo sia screditare la Russia e farla apparire uno Stato che viola gli obblighi internazionali”, ha detto Uljanov. La Russia è pienamente conforme agli impegni assunti nell’ambito del trattato Intermediate-Range Nuclear Forces (INF) e non vuole ritirarsene, ha detto Viktor Ozerov, presidente del Consiglio della Federazione per la Difesa e la Sicurezza. Tuttavia, se gli Stati Uniti decidono di schierare missili in Europa orientale, la Russia prenderà seriamente in considerazione l’uscita dal trattato, ha aggiunto. Se Washington dispiega missili in Europa orientale, i suoi obiettivi non saranno in Medio Oriente, ma sparare sulla Russia da distanza ravvicinata, ha osservato Ozerov, aggiungendo che in questo caso la Russia dovrà rispondere con la forza. Il Ministero della Difesa russo ha chiesto spiegazioni al Pentagono sulle recenti dichiarazioni del presidente del Joint Chiefs of Staff, Generale Martin Dempsey, sugli Stati Uniti che potrebbero schierare in Europa e Asia missili da crociera e balistici puntati sulla Russia, ha detto il Viceministro della Difesa Anatolij Antonov. “Il Ministero della Difesa russo conduce un’analisi scrupolosa delle informazioni sulla conformità al trattato INF provenienti da fonti diverse. Certo, prendiamo atto di tali pubblicazioni sulla stampa occidentale. Per avere una risposta ufficiale dagli statunitensi, abbiamo inviato una richiesta attraverso i canali militari-diplomatici di spiegazioni sulle posizioni del Pentagono riguardo le dichiarazioni del presidente del Joint Chiefs of Staff, Generale Martin Dempsey. Le misure citate dagli Stati Uniti equivarrebbero a un loro attacco al trattato INF”, ha sottolineato il funzionario. L’estate scorsa il Ministero degli Esteri russo espresse preoccupazione per la violazione degli Stati Uniti del trattato. La dichiarazione dice: “Abbiamo indirizzato molti reclami agli Stati Uniti nel quadro del Trattato. Queste sono le prove sui missili della difesa missilistica, che hanno caratteristiche simili ai missili a medio raggio, e produzione di droni armati statunitensi, che evidentemente rientrano nella definizione di missili da crociera lanciati da terra nel Trattato. Il tema dei sistemi di lancio Mk-41, che gli Stati Uniti intendono schierare in Polonia e Romania nel quadro dell’attuazione dell’“approccio graduale” per il dispiegamento della difesa missilistica globale, è molto attuale ultimamente. Tali sistemi di lancio possono lanciare missili da crociera a medio raggio, ma la loro versione lanciata da terra parrebbe una violazione diretta del trattato INF”.

A cosa porta la mossa degli USA
I piani degli Stati Uniti sono una chiara minaccia per la Russia. Lo schieramento di nuovi missili a medio raggio offensivo sul territorio degli alleati in Europa permette di colpire in profondità nel territorio russo grazie all’allargamento della NATO verso est. Un’arma statunitense a medio raggio lanciata da Polonia o Repubblica Ceca con un volo di breve durata supererebbe gli Urali. Di conseguenza, si avrebbe un grave squilibrio strategico per non parlare dell’inizio di una nuova, che recentemente sembrava dimenticata, fase di confronto con l’occidente. La Russia dovrà rispondere come i suoi funzionari hanno già avvertito. Dato che gli Stati Uniti perseguono i piani per sviluppare lo “scudo” antimissile in Europa, la Russia dovrà schierare missili a corto raggio Iskander nella regione di Kaliningrad e lungo i confini occidentali per acquisire la capacità di colpire in anticipo i mezzi della NATO. Attacchi nucleari statunitensi contro la Russia sono impensabili comunque, perché garantirebbero una disastrosa risposta sul territorio degli Stati Uniti continentali. Il pericolo di errori di calcolo e di fraintendimenti che portino a una guerra sarà immensamente accresciuto. Washington non può presentare prove convincenti della violazione russa, gli Stati Uniti verrebbero visti dal mondo come i rottamatori del Trattato INF. I militari degli USA non dispongono di missili a medio raggio pronti per lo schieramento. Tali missili richiederanno anni per progettazione e costruzione, sottraendo fondi da altre priorità della Difesa. L’attuazione dei piani inevitabilmente creerebbe problemi politici con una forte opposizione nei Paesi che ospiteranno le armi. Sarà un’impresa ardua. Il tutto si collega alla guerra fredda. Sicuramente peggiorerebbe il rapporto USA-Russia, già al minino, destinato a complicare le prospettive di ulteriori riduzioni delle armi nucleari. Tali piani potrebbero ostacolare gli sforzi del presidente Obama nell’avere il sostegno del Congresso nella politica con l’Iran.

Missile-Defense-How-it-would-workLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina: cosa resta di Minsk?

Jacques Sapir, Russeurope 6 giugno 2015rtr4p7j3La situazione in Ucraina e nelle zone ribelli del Donbas si deteriora gradualmente. I combattimenti degli ultimi giorni, certamente limitati, sono stati i più violenti dal gennaio 2015. L’accordo “Minsk-2″ è in procinto di decadere e ciò è dovuto soprattutto al governo di Kiev. Era prevedibile. Dobbiamo quindi rivedere la situazione per cercare di capire come ci si é arrivati.

Le violazioni del cessate-il-fuoco
Il cessate-il-fuoco dichiarato dopo gli accordi di Minsk-2 non è mai stato pienamente rispettato. Gli osservatori dell’OSCE insistono che tali violazioni siano, il più delle volte, opera delle forze di Kiev. I bombardamenti da fine maggio sono gradualmente aumentati, provocando la “controffensiva” delle forze ribelli su Marinka. Ma, dopo aver preso il controllo della cittadina, dove osservatori guidavano il tiro dell’artiglieria delle forze di Kiev, le forze ribelli non sono andate oltre. Il discorso del 4 giugno del presidente Poroshenko a Kiev, al parlamento (Rada), dove ricordava le migliaia o decine di migliaia di soldati russi nel Donbas, va preso per ciò che è: propaganda [1]. Kiev ha ovviamente voluto giocare la carta della strategia della tensione per cercare di ricucire con i sostenitori internazionali che appaiono disintegrarsi. Il meno che si possa dire è che tale tentativo s’è invece rivolto contro gli autori. Tali violazioni del cessate il fuoco non indicano solo la possibile ripresa dei combattimenti. Sono significativi solo nel contesto della non applicazione dell’accordo di Minsk-2. Ricordiamo che l’accordo di Minsk-2 ha un’importante componente politica oltre che militare (cessate il fuoco, scambio di prigionieri). Tale componente politica riguarda la federazione dell’Ucraina nel rispetto dell’integrità territoriale del Paese, con notevole autonomia concessa a Lugansk e Donetsk. Fin dall’inizio, il governo di Kiev ha dimostrato forte riluttanza ad attuare la parte politica dell’accordo. Ma se non procede all’applicazione dell’aspetto politico, la questione militare necessariamente riemergerà. Ecco perché c’è l’impasse politica che rischia la ripresa di ampi scontri.

Il campo di battaglia
Qui dobbiamo dire che da entrambe le parti c’è chi chiede la ripresa delle ostilità. Riguardo Kiev, i vari gruppi di destra, anche apertamente fascisti, ovviamente spingono per la ripresa dei combattimenti. Oltre a sperare nelle vittorie sul campo, tali gruppi sanno che conteranno nello spazio politico di Kiev mantenendo clima di ostilità e conflitto. Se la tensione scendesse, tali gruppi appariranno per ciò che sono, bande pericolose di eccitati nostalgici del nazismo. Altri elementi versano benzina sul fuoco: certi oligarchi che formano la spina dorsale del regime di Kiev e cercano di prosperare sugli aiuti militari (soprattutto statunitensi). Anche loro interessati a nuovi combattimenti. Gli insorti, ci sono gruppi e individui che si rammaricano che le forze di RPD (Donetsk) e RPL (Lugansk) non abbiano sfruttato le avanzate del settembre 2014. Al momento l’esercito di Kiev era in disordine. Era possibile riprendere Marjupol, e anche arrivare a Kherson. Se le offensive di RPD e RPL si erano fermate, ciò è dovuto all’intervento russo. Il governo russo chiarì agli insorti che dovevano fermarsi. E qui vi è uno dei paradossi della crisi ucraina: Unione europea e Stati Uniti avrebbero dovuto prendere in considerazione l’atteggiamento della Russia. Non è accaduto, contribuendo non poco a convincere la leadership di Mosca della malafede degli interlocutori. Se i rapporti sono così difficili oggi tra questi Paesi e la Russia, è anche dovuto al loro atteggiamento verso la Russia, quando quest’ultima ha fatto di tutto per calmare la situazione militare. Le relazioni di Mosca con RPD e RPL sono complesse. Coloro che vogliono ignorare l’esistenza dell’autonomia di Donetsk (più che di Lugansk) commettono un grave errore. Naturalmente, i leader di RPD e RPL cercano di avere buoni rapporti con la Russia, ma i loro obiettivi non necessariamente coincidono.

La vita nello status quo
Senza l’attuazione della componente politica dell’accordo di Minsk, la vita tende a basarsi sull’indipendenza di fatto di Lugansk e Donetsk. Ed è chiaro che è una vita tutt’altro che facile. La popolazione delle zone sotto il controllo degli insorti è di circa 3 milioni di persone, di cui 1 milione fuggito in Russia. I continui combattimenti impediscono qualsiasi seria ricostruzione, tranne il ripristino della linea ferroviaria tra Lugansk e Donetsk. Uno dei motivi, del resto, dei combattimenti e delle continue violazioni del cessate il fuoco da parte delle forze ucraine è la chiara volontà dei dirigenti di Kiev di tenere la popolazione del Donbass in un clima di grave insicurezza e terrore. Il governo di Kiev ha sospeso il pagamento delle pensioni, in qualche modo riconoscendo di non considerare più Lugansk e Donetsk di sua competenza. Ricordate anche che il governo russo aveva sempre pagato le pensioni in Cecenia quando Dudaev proclamò la cosiddetta “indipendenza”. Non è detto che la leadership di Kiev misuri le implicazioni legali delle proprie azioni. Uno dei punti dell’accordo Minsk-2 è garantire il ripristino dei pagamenti. Inutile dire che Kiev continua ad opporvisi. La popolazione in gran parte dipende dagli aiuti russi. Una produzione minima di carbone continua nelle miniere e in alcun impianti, ed era venduta a Kiev fino a dicembre. Poi, dopo la distruzione da parte ucraina della linea ferroviaria per Kiev, queste vendite hanno smesso e sono state sostituite dalle vendite in Russia. Insistendo su questo punto si provoca il progressivo impoverimento della grivna nel Donbas e l’ascesa del Rublo Russo. Inoltre, data la maggiore resistenza del rublo rispetto alla grivna, è divenuto mezzo di risparmio massiccio e unità di conto nel Donbas. Ma la questione della moneta che circola è eminentemente politica. Le autorità di RPD e RPL hanno tre opzioni: mantenere la grivna (e riconoscere che RPD e RPL sono repubbliche autonome nell’ambito dell’Ucraina), passare al rublo, che parrebbe l’annessione alla Russia, o creare una propria moneta e rivendicare l’indipendenza. Quest’ultima soluzione non è impossibile. Gli Stati baltici, prima di adottare l’euro, ebbero proprie valute. Ma solleva problemi estremamente complessi da risolvere. Infatti, sulla questione della moneta si basa quella del futuro istituzionale del Donbas. Le autorità di RPD e RPL, per il momento, mantengono la grivna. Ma la scarsità di banconote e la disponibilità del rublo potrebbero costringere tra alcuni mesi a cambiare idea. Va poi visto cosa comporta. Se Donetsk e Lugansk avranno lo status di repubblica autonoma nell’Ucraina, andrà rivista la Costituzione, o se passassero all’indipendenza di fatto, sarà riconosciuta dalla comunità internazionale? La Russia per ora invece sostiene il primo passo, mentre i leader di RPD e RPL non nascondono la loro preferenza per il secondo.

La posizione occidentale
Di fronte a una situazione che degenera per mancanza di volontà nell’attuare una soluzione politica, non vi è stato nelle ultime settimane alcun cambio di posizione di Stati Uniti e Unione europea. Gli Stati Uniti, attraverso il segretario di Stato John Kerry, sottolineano la necessità di Kiev di applicare l’accordo Minsk-2 [2]. Chiaramente gli Stati Uniti non intendono sopportare il peso dell’Ucraina, la cui economia si disintegra e potrebbe nei giorni o settimane prossimi chiedere il default sul debito, come sembra annunciare il fallimento delle trattative con i creditori privati [3] .A-Dette-UkrL’Ucraina, che in questi mesi subisce un’inflazione galoppante e la cui produzione potrebbe scendere del 10% nel 2015, dopo un calo del 6% nel 2014, ha disperato bisogno di massicci aiuti. Ma gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di fornirli. Guardano all’Unione europea, anch’essa riluttante. Naturalmente, il segretario di Stato alla Difesa Ash Carter insiste su nuove sanzioni alla Russia [4]. Ma questo attesta l’inefficacia delle sanzioni precedenti, ora accertata. La posizione francese comincia a cambiare dagli ultimi mesi. Non solo il Quai d’Orsay comincia a riconoscere che la questione non può essere riassunta come scontro tra “democrazia” e “dittatura”, ma si sente da certe dichiarazioni molta stanchezza sulle posizioni del governo di Kiev che non applica gli accordi di Minsk. Si comincia a rimpiangere, ma probabilmente è troppo tardi, l’adesione alla logica diplomatica dominante nelle istituzioni dell’Unione europea, che danno un peso sproporzionato alle posizioni polacche e baltiche sul tema. Il vertice UE del 21-22 maggio a Riga, infatti, suona la fine delle speranze ucraine e di certi Paesi vocianti nell’UE [5]. Anche la Germania comincia ad evolvere sul tema. Dopo aver adottato una posizione istericamente anti-russa per mesi, sembra essere sorpresa dal cambio di posizione degli Stati Uniti. Chiaramente, vedono che se gli USA riescono a scaricare il peso dell’Ucraina sull’Unione europea, la Germania avrà più da perderci. E’ estremamente interessante leggere nel verbale della riunione di Riga che l’accordo di libero scambio globale o Deep and Comprehensive Free Trade Agreement (DCFTA) è ora soggetto all’applicazione di un accordo trilaterale. Essendo due delle parti evidenti (UE e Ucraina) non si può che pensare che la terza sia la Russia, e quindi si dovranno riconoscere gli interessi di quest’ultima nell’accordo che lega l’Ucraina alll’UE. In realtà, siamo tornati alla situazione invocata dai russi nel 2012 e 2013, ma dopo un anno di guerra civile in Ucraina. Così sembra che solo la Gran Bretagna continui ad avere un atteggiamento aggressivo nei confronti della Russia, mentre altre capitali sono piuttosto stanche da corruzione, incompetenza e cinismo politico che dominano a Kiev.

La Russia in posizione di arbitro
Gli ultimi eventi dimostrano che la Russia è in realtà in posizione di autorità sul problema ucraino. La posizione ufficiale del governo russo chiede la piena attuazione degli accordi di Minsk-2. Ma d’altra parte, si sa che il tempo è dalla sua parte e potrebbe essere tentata di lasciare deteriorare la situazione. Incapace di riforme, vivendo una drammatica crisi economica, Kiev è già gravata da problemi seri. La guerra degli oligarchi continua nell’ombra mostrando chiaramente che nell’alleanza di governo a Kiev vi sono importanti differenze. La nomina da parte del presidente Poroshenko dell’ex-presidente georgiano Mikhail Sakaachvili, responsabile della guerra in Ossezia del Sud nel 2008 e accusato di abuso di potere nel suo Paese, a governatore della regione di Odessa mostra che Kiev diffida nettamente dei grandi feudatari ucraini, che potrebbero cambiare fedeltà all’improvviso. Una recente indagine mostra che la popolarità di Poroshenko è molto diversa in occidente e Oriente. Gli eventi degli ultimi 18 mesi non hanno eliminato l’eterogeneità politica e della popolazione in Ucraina.A-Sondage-UkrLa realtà del Paese, una nazione divisa e fragile attraversata da gravi conflitti, può essere mascherata per un certo tempo con repressione e terrore, come avvenuto negli ultimi mesi. Ma tali pratiche non risolvono nulla e i problemi rimangono. Ancora più importante, anche il governo ucraino capisce il ruolo economico delle relazioni con la Russia fino al 2013. Senza un accordo con la Russia, l’Ucraina non può sperare di riprendersi. Anche il governo russo lo sa. La Russia sa che vincerà: sia con il governo di Kiev che gradualmente diventa sensibile ai suoi argomenti sia con la disintegrazione dell’Ucraina. Preferirebbe vincere a costi minimi, sicuramente, ma non lesinerà sul prezzo da pagare con tale vittoria. Ricordiamo questi versi della poesia Gli Sciti:
La Russia è una sfinge. Felice e triste allo stesso tempo,
E coperta del suo sangue nero,
Guarda, guarda te”.4062015Note
[1] Sul tema delle forze russe nel Donbas e della “minaccia” all’Ucraina, si veda l’audizione del Generale Christophe Gomart, direttore dei servizi segreti militari, alla commissione per la Difesa Nazionale e le Forze Armate, 25 marzo 2015
[2] J. Helmer Naked Capitalism 19/05/2015
[3] Karin Strohecker e Sujata Rao, “L’Ucraina e i suoi creditori lontani da un accordo sul debito“, Thomson-Reuters, 6 giugno 2015
[4] Challenges
[5] Cfr La risoluzione finale

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

SEAL Team 6: storia segreta di omicidi silenziosi e linee confuse

L’unità meglio nota per l’omicidio di Usama bin Ladin è stata convertita in una macchina da caccia all’uomo globale con scarso controllo
Mark Mazzetti, Nicholas Kulish, Christopher Drew, Serge F. Kovaleski, Sean D. Naylor e John Ismay, New York Times, 6 giugno 2015
Matthew Rosenberg e Richard A.Oppel Jr. hanno contribuito alla segnalazione e alla ricerca hanno contributo Kitty Bennet, Alain Delaquérière, Susan Campbell Beachy e William M. Arkin.

Obama e il Generale McChrystal

Obama e il Generale McChrystal

Hanno eseguito missioni mortali da basi segrete nella selvaggia Somalia. In Afghanistan, si sono impegnati in combattimento ravvicinati da cui uscivano coperti di sangue altrui. Nelle incursioni clandestine nel cuore della notte, le loro armi scelte spaziavano dalle carabine personalizzate ai tomahawk primordiali. In tutto il mondo hanno gestito stazioni di spionaggio camuffate da imbarcazioni commerciali, si spacciavano da impiegati di società di copertura e da coppie sotto copertura nelle ambasciate, monitorando chi gli Stati Uniti volevano uccidere o catturare. Tali operazioni fanno parte della storia occulta del Team 6 dei SEAL dell’US Navy, una delle più mitizzate organizzazioni militari più segrete e meno controllate della nazione. Una volta piccolo gruppo riservato a rare missioni specializzate, noto per aver ucciso Usama bin Ladin, fu addestrato per oltre un decennio di combattimenti in macchina per la caccia all’uomo globale. Il ruolo riflette il nuovo tipo di guerra degli USA, in cui il conflitto si distingue non per vittorie e sconfitte sul campo di battaglia, ma dall’uccisione implacabile di sospetti militanti. Quasi tutto ciò che riguarda il Team 6 dei SEAL, indicato come unità per Operazioni Speciali, è avvolto nel mistero, il Pentagono non riconosce pubblicamente neanche quel nome, anche se alcune sue gesta sono emerse in resoconti ampiamente ammirati negli ultimi anni. Ma l’esame dell’evoluzione del Team 6, dovuta a decine di interviste con i membri del team, attuali ed ex, opinioni di altri ufficiali e documenti governativi, si rivela un molto più complesso racconto provocatorio. Mentre si combattevano le guerre di logoramento in Afghanistan e Iraq, il Team 6 effettuò missioni altrove offuscando la separazione tra soldato e spia. L’unità dei cecchini della squadra fu ricostituita per effettuare operazioni d’intelligence clandestine, ed i SEAL si unirono agli agenti della Central Intelligence Agency in un’iniziativa chiamata Programma Omega, che dava carta bianca alla caccia ai nemici. Il Team 6 ha effettuato con successo migliaia di incursioni pericolose che i leader militari ritengono abbiano indebolito le reti militanti, ma le sue attività hanno suscitato preoccupazioni ricorrenti su eccessi omicidi e civili morti. Gli abitanti dei villaggi afgani e un comandante inglese accusano i SEAL di aver ucciso indiscriminatamente in un piccolo villaggio. Nel 2009, i membri del team assieme a CIA e forze paramilitari afghane compì un raid che uccise un gruppo di giovani e infiammò le tensioni tra funzionari afghani e della NATO. Anche un ostaggio statunitense, liberato in un drammatico salvataggio, l’ha messo in discussione perché i SEAL uccisero tutti i suoi rapitori.
seals Quando si ebbero sospetti sulla cattiva condotta, la sorveglianza esterna fu limitata. Il Joint Special Operations Command, che sovrintende alle missioni del Team 6 dei SEAL, condusse delle indagini su oltre mezza dozzina di episodi, ma raramente riferendo agli investigatori dell’US Navy. “Il JSOC indaga il JSOC, e questo è parte del problema“, ha detto un ex-alto ufficiale esperto in operazioni speciali che, come molti altri intervistati per l’articolo, ha parlato sotto anonimato perché le attività del Team 6 sono classificate Anche i sorveglianti civili dei militari non esaminano periodicamente le operazioni dell’unità. “Questo è un settore in cui il Congresso notoriamente non vuole saperne troppo“, ha dichiarato Harold Koh, ex-consigliere superiore legale del dipartimento di Stato, che ha fornito una guida sulla guerra clandestina all’amministrazione Obama. Fiumi di denaro arrivano al Team 6 SEAL dal 2001, consentendogli di espandere significativamente le fila, raggiungendo le 300 truppe d’assalto, chiamati operatori e 1500 personale di supporto, per soddisfare le nuove esigenze. Ma alcuni membri del team si chiedono se il ritmo incessante delle operazioni abbia eroso la cultura d’élite dell’unità e logorato la squadra in missioni di combattimento di poca importanza. Il gruppo è stato inviato in Afghanistan per cacciare i capi di al-Qaida, ma invece ha trascorso anni a condurre battaglie contro taliban di medio e basso livello e altri combattenti nemici. I membri del team 6, ha detto un ex-operatore, erano come “riserve con i fucili”. Il costo era alto: sono morti più membri dell’unità negli ultimi 14 anni che in tutta la storia precedente. Aggressioni ripetute, salti con paracadute, salite scoscese e scoppio di esplosivi hanno lasciato molti malconci, fisicamente e mentalmente. “La guerra non è quella bella cosa che gli Stati Uniti sono arrivati a credere“, ha detto Britt Slabinski, ex-membro del Team 6 e veterano di Afghanistan e Iraq. “E’ emozionante, un essere umano che ne uccide altri a lungo, tirando il peggio fuori di sè, ed anche il meglio di sé“. Il Team 6 e la sua controparte dell’US Army, Delta Force, hanno compiuto azioni così intrepide spingendo i due ultimi presidenti a schierarli sempre più in lontani focolai di crisi, come Siria e Iraq, ora minacciate dallo Stato Islamico, e Afghanistan, Somalia e Yemen, impantanati nel caos. Come la campagna della CIA degli attacchi dei droni, le operazioni speciali offrono ai responsabili politici un’alternativa alle costose guerre di occupazione. Ma il baluardo della segretezza intorno il Team 6 rende impossibile valutare pienamente l’elenco e le conseguenze delle sue azioni, in particolare le vittime civili o il risentimento profondo nei Paesi in cui operano. Le missioni sono entrate nelle operazioni di combattimento statunitensi con poco o senza dibattito pubblico. L’ex-senatore Bob Kerrey, democratico del Nebraska e membro dei SEAL durante la guerra del Vietnam, avvertiva che il Team 6 e le altre forze per Operazioni Speciali sono abusati. “Sono diventati una sorta di numero verde da fare in qualsiasi momento per qualcuno che vuole che qualcosa sia fatto“, ha detto. Ma affidarsi a loro così tanto, ha aggiunto, è inevitabile ogni volta che i capi statunitensi si trovano ad affrontare “una di quelle situazioni in cui la scelta che hai è tra una orribile e una sbagliata, uno di quei casi in cui non si ha altra scelta”. Mentre rifiuta di commentare specificamente sul Team 6 dei SEAL, il Comando Operazioni Speciali degli Stati Uniti ha detto che dall’11 settembre 2001 le sue forze “sono state coinvolte in decine di migliaia di missioni e operazioni in molteplici teatri geografici, e mantenendo coerentemente i più alti standard richiesti dalle Forze Armate degli Stati Uniti“. Il comando ha detto che i suoi operatori sono addestrati ad operare in ambienti complessi e in rapida evoluzione e che ha fiducia in un loro comportamento appropriato. “Le accuse di cattiva condotta sono prese sul serio“, dice la nota, aggiungendo: “Fatti comprovati sono trattati dalle autorità militari o forze dell’ordine“. I fautori dell’unità non hanno dubbi sul valore di tali guerrieri invisibili. “Se vuoi che queste forze facciano cose che a volte violano le regole del diritto internazionale”, ha detto James G. Stavridis, ex-ammiraglio ed ex-comandante supremo alleato nella NATO, con riferimento alle azioni di guerra non dichiarata, “certamente non vuoi che siano pubbliche”, il Team 6 ha aggiunto, “dovrebbe continuare a operare nell’ombra“. Ma altri avvertono la seduzione di una campagna infinita di missioni segrete, lontano dalla vista del pubblico. “Se siete in un inconfessato campo di battaglia“, ha detto William C. Banks, esperto di diritto della sicurezza nazionale presso la Syracuse University, “Non ne siete responsabili“.

Combattimenti ravvicinati
seal-team-6 Durante uno scontro caotico nel marzo 2002 sulla cima del monte Takur Ghar, al confine con il Pakistan, il primo sottufficiale Neil C. Roberts, specialista d’assalto del Team 6 dei SEAL, scese da un elicottero su un terreno tenuto da al-Qaida. I combattenti nemici l’uccisero prima che le truppe statunitensi potessero arrivare, mutilandone il corpo nella neve. Fu la prima grande battaglia del Team 6 in Afghanistan, e il primo membro a morire. Il modo in cui fu ucciso fece rabbrividire la comunità affiatata. La nuova guerra degli Stati Uniti sarebbe stata ravvicinata e brutale. A volte le truppe effettuarono i più orrendi compiti: tagliare dita o pezzi di cuoio capelluto per l’analisi del DNA dai militanti appena uccisi. Dalla campagna del marzo 2002 la maggior parte dei combattenti di Usama bin Ladin fuggirono in Pakistan, e il Team 6 raramente ebbe altri combattimenti in battaglie campali contro la rete terroristica in Afghanistan. Il nemico che si doveva prendere era scomparso. A quel tempo, alla squadra fu vietata la caccia ai taliban ed anche inseguire al-Qaida in Pakistan per la preoccupazione di alienarsi il governo pakistano. Per lo più limitati alla base aerea di Bagram, presso Kabul, i SEAL erano frustrati. La CIA però non aveva restrizioni simili, e il Team 6 alla fine collaborò con l’agenzia di spionaggio e sotto la sua autorità, partecipò a più ampi combattimenti, secondo ex-ufficiali militari e d’intelligence. Le missioni nell Programma Omega, permisero ai SEAL di condurre “operazioni segrete” contro i taliban e altri militanti in Pakistan. Omega era basato sul Programma Phoenix in Vietnam, quando gli ufficiali della CIA e le truppe per Operazioni Speciali conducevano interrogatori ed omicidi per cercare di smantellare la guerriglia Vietcong nel Vietnam del Sud. Ma una vasta campagna di operazioni letali in Pakistan era considerata troppo rischiosa, dicono i funzionari, così il programma Omega si concentrava principalmente sull’impiego dei pashtun afgani per lo spionaggio nelle aree tribali del Pakistan, così come collaborare con le milizie afgane addestrate dalla CIA nei raid notturni in Afghanistan. Un portavoce della CIA ha rifiutato di commentare ciò. L’escalation del conflitto in Iraq attraeva sempre più l’attenzione del Pentagono, richiedendo un continuo accumularsi di truppe, tra cui il Team 6 dei SEAL. Con la relativamente piccola presenza militare statunitense in Afghanistan, le forze taliban si riorganizzarono. Allarmato, il Generale Stanley A. McChrystal, che guidava il Joint Special Operations Command, nel 2006 ordinò a SEAL e truppe di assumere un compito più ampio in Afghanistan: colpire i taliban, portando ad anni di incursioni notturne o scontri del Team 6, scelto come prima forza per le Operazioni Speciali negli anni più violenti di ciò che è la guerra più lunga degli Stati Uniti. L’unità segreta, creata per svolgere le operazioni più rischiose fu invece impegnata in combattimenti pericolosi, ma sempre più di routine. L’ondata di operazioni fu avviata d’estate quando il Team 6 e i Rangers dell’US Army iniziarono a dare la caccia ai taliban di medio livello nella speranza di trovare capi del gruppo nella provincia di Kandahar, il centro dei taliban. Furono usate le tecniche sviluppate dalla Delta Force nelle operazioni uccidi-e-cattura in Iraq. La logica della caccia all’uomo era che le informazioni raccolte da un santuario dei militanti, insieme a quelle raccolte da CIA e National Security Agency, avrebbe portato a una fabbrica di bombe e infine a casa di un comandante dei ribelli. Le truppe per Operazioni Speciali colpirono una serie infinita di obiettivi. Non si hanno dati pubblici sul numero di incursioni che il Team 6 ha effettuato in Afghanistan o il loro prezzo. Gli ufficiali dicono che nessun colpo è stato sparato nella maggior parte dei raid. Ma tra il 2006 e il 2008, gli operatori del Team 6 hanno detto che ci furono intensi periodi in cui, per settimane, la loro unità era coinvolta in 10-15 uccisioni a notte, e talvolta fino a 25. Il ritmo accelerato “fece divenire i ragazzi feroci”, ha detto un ex-ufficiale del Team 6. “Queste stragi erano diventate routine“. I comandanti delle operazioni speciali dicono che i raid smantellarono le reti dei taliban. Ma alcuni membri del Team 6 dubitano fossero di grande utilità. Un ex-membro del SEAL, pressato sui dettagli su una missione, disse, “Era così per molti di questi obiettivi, solo un altro nome. Che fossero fiancheggiatori, subcomandanti, comandanti, finanziatori dei taliban, non era più importante“. Un altro ex-membro del Team 6, un ufficiale, fu ancora più sprezzante su alcune operazioni, “Entro il 2010, i ragazzi divennero dei teppisti di strada“, ha detto. “La forza più altamente qualificata al mondo, seguiva i teppisti di strada“. L’unità fu spinta a compiere operazioni più veloci, silenziose e letali, godendo di un budget gonfiatosi e dei progressi della tecnologia dal 2001, il Team 6 dal blando nome di copertura Gruppo di sviluppo della guerra speciale navale, accennando alla missione ufficiale per sviluppare nuove attrezzature e tattiche per l’organizzazione SEAL, comprendeva anche nove squadre non classificate. Gli armaioli dei SEAL personalizzarono un nuovo fucile di fabbricazione tedesca e dotarono quasi tutte le armi di silenziatori, riducendone suoni e lampi. I laser a infrarossi, che permettono ai SEAL di sparare con maggiore precisione di notte, sono diventati standard, come l’ottica termica per rilevare il calore dei corpi. I SEAL sono dotati di una granata di nuova generazione, un modello termobarico particolarmente efficace nel far crollare gli edifici. Spesso gestiti in gruppi più grandi di quelli tradizionali i SEAL, dotati di armi più letali, lasciano meno nemici fuggire vivi. Alcuni del Team 6 hanno anche usato dei tomahawk realizzati da Daniel Winkler, produttore di coltelli del North Carolina che ha forgiato le lame per il film “L’ultimo dei Mohicani“. Per un periodo, i membri del Team 6, il Red Squadron, con nel logo il volto di un guerriero nativo americano sovrapposto da un tomahawk, ricevettero una scure Winkler nel primo anno in squadra, secondo due membri. In un’intervista, Winkler si rifiutava di discuterne ma ha detto che molti furono pagati da donatori privati. Le armi non sono state solo un ornamento. Diversi ex-membri del Team 6 hanno detto che alcuni uomini andavano in missione con le asce, e almeno uno uccise un combattente nemico con tale arma. Dom Raso, ex-operatore del Team 6, che lasciò l’US Navy nel 2012, ha detto che le accette furono utilizzati “per sfondare porte, manipolare serrature, combattimenti corpo a corpo e altre cose“, aggiungendo che asce e lame furono usate per uccidere quando era nei SEAL. “Qualunque strumento necessario per proteggere te stesso e i tuoi fratelli, se sia una lama o una pistola, viene usata“, ha detto Raso, che ha collaborato con Winkler nella produzione di una lama. Molti operatori SEAL respinsero un qualsiasi uso dei tomahawks dicendo che erano troppo ingombranti per i combattimenti e inefficaci come armi, anche se comprendono il disordine in guerra. “E’ un affare sporco“, ha detto un ex-operatore del Team 6, “Qual è la differenza tra sparargli come mi è stato detto, e tirare fuori un coltello e accoltellarli?”

Dam Neck Annex, la base dei SEAL

Dam Neck Annex, la base dei SEAL

La Cultura
Il quartier generale del Team 6 dei SEAL è un recinto presso il Dam Neck Annex della Naval Air Station Oceana, a sud di Virginia Beach, che ospita una base militare segreta dell’esercito. Lontano dalla vita pubblica, la base ospita non solo i 300 operatori della squadra (che disdegnano il termine “commandos”), i loro ufficiali e comandanti, ma anche piloti, costruttori Seabee, artificieri, ingegneri, medici e un’unità d’intelligence dotata di sofisticati sistemi di sorveglianza e tracciamento globale. I Navy SEAL, acronimo per Sea, Air, Land forces, nascono dai sommozzatori della seconda guerra mondiale. Il Team 6 nacque decenni più tardi, con la fallita missione del 1980 per salvare 53 ostaggi statunitensi sequestrati nell’ambasciata di Teheran. Scarsa pianificazione e errate previsioni costrinsero i comandanti ad abortire la missione, e otto militari morirono quando due aerei entrarono in collisione sul deserto iraniano. L’US Navy poi chiese al comandante Richard Marcinko, un duro veterano del Vietnam, di costituire un’unità SEAL che potesse rispondere rapidamente alle crisi terroristiche. Il nome stesso è un tentativo di disinformazione da guerra fredda: Solo due squadre SEAL erano esistenti al momento, ma il comandante Marcinko chiamò l’unità SEAL Team 6 sperando che gli analisti sovietici sovrastimassero la dimensione della forza. Disattese le regole e favorì l’immagine anticonformista dell’unità. (Anni dopo aver lasciato il comando, fu condannato per frode in un contratto militare). Nella sua autobiografia, “Rogue Warrior“, Marcinko descrive le grandi bevute in solidarietà al Team 6 SEAL; le sue interviste per reclutare spesso erano chiacchiere da ubriachi in un bar. Nel Team 6 vi erano inizialmente due gruppi d’assalto chiamati Blu e Oro, dai colori dell’US Navy. Il Blu della bandiera dei pirati Jolly Roger usata come insegna gli diede subito il soprannome di “Bad Boys in Blue” per la serie di arresti per guida in stato di ubriachezza, tossicodipendenza e incidenti con auto a noleggio nelle esercitazioni, in quasi impunità. I giovani ufficiali a volte furono cacciati dal Team 6 per aver cercato di ripulire ciò che percepivano come cultura dell’incoscienza. L’Ammiraglio William H. McRaven, divenuto capo del Comando Operazioni Speciali e che supervisionò il raid contro Bin Ladin, fu cacciato dal Team 6 e assegnato ad un’altra squadra SEAL quando Marcinko ne era il comandante, dopo le lamentele sulle difficoltà nel mantenere la disciplina delle truppe. Ryan Zinke, ex-ufficiale del Team 6 e ora deputato repubblicano del Montana, ha ricordato un episodio dopo una missione di addestramento della squadra a bordo di una nave da crociera, in preparazione della potenziale liberazione di ostaggi alle Olimpiadi del 1992 a Barcellona, Spagna. Zinke scortò un ammiraglio in un bar nei ponti in basso della nave. “Quando aprimmo la porta, mi sembrò si essere tra i ‘Pirati dei Caraibi‘”, disse Zinke, ricordando che l’ammiraglio era sconvolto da capelli lunghi, barbe e orecchini degli operatori. “La mia Navy?“, l’ammiraglio gli chiese. “Questi tizi sono nella mia Navy?” Fu l’inizio di ciò che Zinke definì “la grande strage”, quando l’US Navy epurò la leadership del Team 6 per professionalizzarla. Attuali ed ex operatori del Team 6 hanno detto che la cultura era diversa da quella di oggi. Ora si è più istruiti, atletici, vecchi e maturi anche se alcuni si spingono ai limiti. “Sono stato buttato fuori dai Boy Scout”, dice un ex-ufficiale. La maggior parte del Team 6 SEAL, ha aggiunto, “era come me“.
I membri della Delta Force, che hanno la reputazione di essere rigidi, spesso iniziano come fanteria regolare per divenire Ranger dell’Esercito ed entrare nelle squadre delle Forze Speciali prima di entrare nei Delta. Ma il Team 6 dei SEAL è isolato dal resto dell’US Navy, con molti degli uomini che passano la brutale trafila dei SEAL esterna a quella militare. Dopo diversi anni nelle squadre regolari SEAL, dai numeri pari in Virginia Beach, dispari a San Diego, e un’unità nelle Hawaii dedita ai mini-sommergibili, i SEAL possono tentare per il Team 6. Molti sono desiderosi di raggiungere l’unità d’élite, ma circa la metà non ci arriva. Gli Ufficiali ruotano nel Team 6, a volte tornando dopo diversi turni, ma i SEAL in genere rimangono molto più a lungo, avendo un’influenza smisurata. “Molti ragazzi arruolati pensano che in realtà daranno spettacolo”, ha detto un ex-membro. “Questo fa parte dello stile Marcinko“. E tendono alla spavalderia, dicono critici e difensori. Mentre le altre squadre SEAL (chiamate “bianche” o “vaniglia” nelle forze armate) compiono attività simili, il Team 6 persegue obiettivi di maggior valore e la liberazione di ostaggi nelle zone di combattimento. Opera di più con la CIA e compie più missioni clandestine fuori dalle zone di guerra. Il Team 6 è l’unica squadra a ricercare le armi nucleari se cadono nelle mani sbagliate. Il ruolo del Team 6 nell’incursione del 2011 contro Bin Ladin ha prodotto un’industria casalinga di libri e documentari, lasciando a denti stretti le Delta Force a roteare gli occhi. I membri del Team 6 sono tenuti a rispettare il silenzio sulle missioni, e molti membri, attuali ed ex, sono arrabbiati dai due che hanno parlato del loro ruolo nella morte del capo di al-Qaida. Matt Bissonnette, autore di due best seller sulla sua permanenza nel Team 6 dei SEAL, e Robert O’Neill, che ha detto in uno special televisivo di aver ucciso Bin Ladin, sono indagati dal Naval Criminal Investigative Service per aver rivelato informazioni classificate. Altri sono stati tranquillamente cacciati per uso di droga o per conflitti d’interesse con aziende militari o lavori collaterali. L’US Navy ha cacciato 11 operatori, nel 2012, per divulgazione su tattiche dei Team 6 o consegna di video classificati per l’addestramento, per promuovere il videogioco “Medal of Honor: Warfighter“. Con diversi schieramenti negli ultimi 13 anni, pochi membri dell’unità sono illesi. Circa tre dozzine di operatori e personale di supporto sono morti in missioni di combattimento, secondo un ex-membro del team, tra cui i 15 membri del Gold Squadron e due artificieri uccisi nel 2011, quando un elicottero con il nominativo Extortion 17 fu abbattuto in Afghanistan, il giorno più devastante della storia del Team 6. Esplosioni per violare edifici nei raid, assalti ripetuti e percosse guidando barche d’assalto ad alta velocità nei salvataggi marittimi o per addestramento, richiedono un prezzo. Alcuni uomini hanno subito lesioni cerebrali traumatiche. “Il mio corpo è finito“, ha detto un operatore da poco in pensione. “Il cervello anche“. “I SEAL sono un po’ come i tizi del NFL, non vogliono mai dire ‘me ne esco’“, ha detto il dottor John Hart, medico direttore scientifico presso il Centro di salute mentale dell’Università del Texas a Dallas, che ha molti pazienti tra i SEAL. “Se rispediscono ragazzi già affetti da commozione cerebrale, non fanno altro che pestare costantemente su una condizione cerebrale già esistente. Il cervello ha bisogno di tempo per guarire“.

Carta bianca per uccidere
seal-team-six-cast-gigandit-rodriguezAll’inizio della guerra in Afghanistan, il Team 6 SEAL fu assegnato a protezione del leader afghano Hamid Karzai; uno fu sfiorato durante un attentato al futuro presidente. Ma negli anni seguenti, Karzai divenne un aspro critico delle truppe per Operazioni Speciali degli Stati Uniti, lamentandosi che abitualmente uccidevano civili nei raid. Considerava l’attività del Team 6 ed altre unità come una manna per il reclutamento dei taliban e infine ha cercato di bloccare del tutto le incursioni notturne. La maggior parte delle missioni non era letale. Diversi membri del Team 6 hanno detto che donne e bambini venivano ammassati insieme e buttavano fuori gli uomini con una spinta o il calcio del fucile, per perquisirne le case. Spesso presero dei prigionieri; numerosi detenuti ebbero il naso rotto dopo che i SEAL li picchiavano per sottometterli, ha detto un ufficiale. Il Team 6 spesso operava sotto gli occhi attenti dei comandanti, ufficiali dei centri operativi d’oltremare e del Dam Neck che di routine sorvegliavano in tempo reale le incursioni con i droni, ma ebbero anche carta bianca. Mentre le truppe per Operazioni Speciali adottano le stesse regole d’ingaggio degli altri militari in Afghanistan, i membri del Team 6 eseguivano missioni notturne, decidendo vita e morte in stanze buie con pochi testimoni e fuori dalla portata di una vieocamera. Gli operatori potevano usare armi silenziate per uccidere tranquillamente i nemici mentre dormivano, un atto che difendono non essere diverso dal far cadere una bomba su una caserma nemica. “Mi intrufolavo nelle case della gente mentre dormiva“, Bissonnette dice nel libro “No Hero“, scritto con lo pseudonimo di Mark Owen. “Se li trovavo con un’arma, li uccidevo, proprio come tutti i ragazzi del commando“. E nelle loro decisioni tendono ad essere netti. Notando che sparano per uccidere, un ex-sottufficiale ha aggiunto che gli operatori sparavano “colpi di sicurezza” su quelli abbattuti, per assicurarsene la morte. (In una missione del 2011 su uno yacht dirottato al largo delle coste africane, un membro del Team 6 accoltellò un pirata 91 volte, secondo un medico legale, dopo che l’uomo e gli altri attaccanti avevano ucciso quattro ostaggi statunitensi. Gli operatori sono addestrati “per tagliare e mutilare tutte le principali arterie“, ha detto un ex-SEAL). Le regole si riducono a questo, ha detto un sottufficiale: “Se nella vostra valutazione vi sentite minacciati, in una frazione di secondo uccidete qualcuno”. Ha descritto come un cecchino dei SEAL uccise tre persone inermi, tra cui una ragazzina, in diversi episodi in Afghanistan, e disse ai superiori che sentiva rappresentare una minaccia. Legalmente ciò bastava. “Ma questo non funziona” nel Team 6, ha detto il sottufficiale. “Bisogna davvero essere minacciati“, aggiungendo che il cecchino fu cacciato dal Team 6. Una mezza dozzina di ex-ufficiali e soldati intervistati ha dichiarato di sapere di civili uccisi dal Team 6. Slabinski, ex-membro del Team 6 dei SEAL, ha detto che ha visto membri del Team 6 uccidere erroneamente civili “probabilmente quattro o cinque volte” durante le sue missioni. Diversi ex-ufficiali hanno detto che gli operatori del Team 6 venivano regolarmente interrogati quando si avevano sospetti su omicidi ingiustificati, ma di solito non ne trovavano chiare prove. “Non c’era alcun incentivo a scavare a fondo”, ha detto un ex-alto ufficiale delle Operazioni Speciali. “Cosa penso quando ci accadono cose brutte?” Chiese un altro ex-ufficiale, “Penso che ci siano state più uccisioni del dovuto? Certo“. “Penso che l’inclinazione naturale era, se si tratta di una minaccia, uccidere e poi controllare. ‘Oh, forse ho esagerato la minaccia’“, ha detto. “Se penso che i ragazzi abbiano intenzionalmente ucciso persone che non lo meritassero? Ho difficoltà a crederlo“. La morte di civili è inevitabile di ogni guerra, ma nei conflitti senza fronti distinti e dove i combattenti nemici sono spesso indistinguibili dai non combattenti, alcuni esperti di diritto militare dicono che le regole tradizionali della guerra sono obsolete e nuovi protocolli per la Convenzione di Ginevra sono necessari. Ma altri sobbalzano all’idea, dicendo che da tempo chiare norme di comportamento dovrebbero governare i torbidi combattimenti moderni. “Sottolineare queste linee e regole diventa ancora più importante quando si combatte un nemico spietato e senza legge“, ha detto Geoffrey S. Corn, ex-esperto di diritto di guerra per l’ufficio del procuratore generale dell’US Army ed ora professore al South Texas College of Law. “Questo è quando l’istinto di vendetta è forte. E la guerra non è vendetta“.
navy-seals-team-6-logo-i12 Verso la fine del dispiegamento afgano del Blue Squadron del Team 6, all’inizio del 2008, degli anziani si lamentarono dal generale inglese le cui forze controllavano la provincia di Helmand. Chiamò subito il capitano Scott Moore, comandante del Team 6 SEAL, dicendo che due anziani avevano riferito che i SEAL avevano ucciso dei civili in un villaggio, secondo un ex-membro del Team 6. Il capitano Moore affrontò i responsabili della missione, che aveva lo scopo di catturare o uccidere una figura dei taliban dal nome in codice Obiettivo Pantera. Quando il capitano Moore chiese cosa fosse successo, il comandante dello squadrone, Peter G. Vasely, negò che gli operatori avessero ucciso dei non combattenti, ma di aver ucciso tutti gli uomini che incontrarono perché erano tutti armati, secondo l’ex-membro del Team 6 e ufficiale. Il capitano Vasely, che ora sovrintende le squadre SEAL regolari della costa orientale, ha rifiutato di commentare. Il capitano Moore chiese al Joint Special Operations Command d’indagare l’episodio. In quel periodo, il comando ebbe rapporti da decine di testimoni su un villaggio in cui le forze statunitensi effettuarono esecuzioni sommarie. Un altro ex-operatore del Team sosteneva che Slabinski, al comando del Blue Squadron, indicò prima della missione che ogni maschio nel mirino doveva essere ucciso. Slabinski l’ha negato dicendo che non c’era una politica del genere. “Non ho mai detto questo ai ragazzi“, ha detto in un’intervista. Disse che nel periodo dell’incursione era turbato dopo aver visto uno degli operatori più giovani tagliare la gola di un talib morto. “Sembrava mutilasse il corpo“, ha dichiarato Slabinski, aggiungendo che subito gridò: “Smettila!” Il Naval Criminal Investigative Service poi concluse che l’operatore potrebbe aver tagliato l’equipaggiamento dal torace del combattente morto. Ma i capi del Team 6 si dissero preoccupati da alcuni operatori fuori controllo, e il protagonista dell’episodio fu rispedito negli Stati Uniti. Slabinski, sospettando che i suoi uomini non avessero seguito le regole d’ingaggio correttamente, li radunò per quello che ha definito un “discorso molto severo“. “Se qualcuno di voi sente il bisogno di punire, mi dovrebbe chiamare“, gli aveva ricordato. “Non c’è nessuno che possa autorizzarlo se non io“, disse che il suo messaggio era volto a comunicare che l’autorizzazione non sarebbe mai arrivata, perché tale comportamento non era appropriato. Ma ammise che forse alcuni dei suoi uomini l’avrebbero frainteso. Il JSOC scagionò lo squadrone dell’operazione Pantera, secondo due ex-membri del team 6. Non è chiaro quanti afghani furono uccisi nel raid o esattamente dove accadde, anche se un ex-ufficiale ha detto di ritenere fosse a sud di Lashkar Gah, capitale della provincia di Helmand. Ma le uccisioni indussero una discussione ad alto livello su come, in un Paese dove molti uomini girano armati, il Team 6 potesse “garantire che siamo solo contro i veri cattivi“, ha detto uno degli ex-capi del team. In altre inchieste, di solito gestite dal JSOC e non da investigatori dell’US Navy, nessuno è stato condannato. In genere, gli uomini venivano rimandati a casa quando preoccupazioni sorgevano; tre per esempio furono rispediti a Dam Neck dopo ilo pestaggio di un detenuto durante un interrogatorio, secondo un ex-ufficiale, così come alcuni membri del team coinvolti in uccisioni dubbi. Più di un anno dopo, un’altra missione creò forti proteste degli afghani. Appena dopo la mezzanotte del 27 dicembre 2009, decine di truppe statunitensi e afghane sbarcarono dagli elicotteri a parecchie miglia dal piccolo villaggio di Ghazi Khan, nella Provincia di Kunar, e camminarono verso i villaggio nel buio. Quando se ne andarono, 10 residenti erano stati uccisi.
Ciò che successe quella notte è ancora discusso. Lo scopo della missione era catturare o uccidere un operativo dei taliban, ma fu subito evidente che nessun capo talib erano presente. La missione si basava su informazioni errate, un problema che ha tormentato le operazioni degli Stati Uniti per anni in Afghanistan. Un ex-governatore della provincia indagò e accusò gli statunitensi di aver ucciso degli studenti. La missione delle Nazioni Unite in Afghanistan rilasciò una dichiarazione dicendo che una prima indagine concluse che “otto delle vittime erano studenti iscritti nelle scuole locali“. Il portavoce militare statunitense inizialmente disse che i morti facevano parte di una cellula di insorti che costruiva ordigni esplosivi improvvisati. Alla fine, abbandonarono tale spiegazione. Ma alcuni militari statunitensi ancora insistono che i giovani erano armati e legati ai taliban. Una dichiarazione della NATO affermò che gli autori del raid “non erano militari”, apparentemente un riferimento alla CIA, a capo dell’operazione. Ma i membri del Team 6 avevano partecipato a quella missione. Nell’ambito del programma segreto Omega, si unirono a una forza d’assalto composta da agenti CIA, paramilitari e soldati afgani addestrati dall’agenzia di spionaggio. Da allora, il programma iniziato con la guerra afghana era cambiato. Le incursioni in Pakistan furono limitate perché difficile operarvi senza essere notati da soldati pakistani e spie, così le missioni furono per lo più limitate alla parte afghana del confine. Nel tempo, il Generale McChrystal, divenuto comandante in capo statunitense in Afghanistan, rispose alle lamentele di Karzai sui morti civili serrando le norme sui raid notturni e ridimensionando il ritmo delle operazioni speciali. Dopo anni di raffinazione delle tecniche per infiltrarsi nelle sedi del nemico, il Team 6 veniva spesso chiamato “per invitare alla resa” prima di attaccare un sito, come lo sceriffo che annuncia con il megafono, “Vieni fuori con le mani in alto“. Slabinski ha detto che le vittime civili si ebbero più spesso durante l'”appello alla resa”, che avrebbe dovuto mitigare proprio tali perdite. I combattenti nemici, ha detto, a volte inviavano i famigliari per poi sparare da dietro di loro, o davano ai civili torce per farsi segnalare posizioni degli statunitensi. O’Neill, ex- membro del Team 6, conveniva che le norme potessero essere frustranti. “Ciò che abbiamo capito era che maggiore è il margine di manovra nei danni collaterali, più efficaci eravamo non perché ce ne avvantaggiavamo, ma sapendo che non ci avremmo ripensato”, ha detto in un’intervista. “Quando c’erano più regole, era più difficile“.

1-93216Missioni di salvataggio
Anni fa, prima dei raid notturni afghani e delle missioni di guerra, il Team 6 dei SEAL si addestrava costantemente nel salvataggio degli ostaggi, missioni pericolose e difficili in cui non ebbero mai la possibilità di esibirsi prima del 2001. Da allora, il gruppo ha tentato almeno 10 salvataggi che furono tra i successi più celebri e i fallimenti più amari. Gli operatori dicono che i salvataggi sono considerati missioni “in cui non si sbaglia”, dove muoversi velocemente ed esporsi a rischi maggiori rispetto a qualsiasi altro tipo di operazione, per proteggere gli ostaggi colpiti o altrimenti feriti. I SEAL spesso finiscono per uccidere la maggior parte dei rapitori. Il primo saavataggio di alto profilo avvenne nel 2003, quando il Team 6 dei SEAL recuperò la soldatessa Jessica Lynch, ferita, catturata e tenuta in un ospedale nei primi giorni della guerra in Iraq. Sei anni più tardi, i membri del Team 6 balzarono da un aereo cargo nell’Oceano Indiano con le loro barche d’assalto appositamente progettate prima della missione di salvataggio di Richard Phillips, il capitano della Maersk Alabama, nave portacontainer dirottata da pirati somali. Gli operatori ripresi da un video mostrato da O’Neill, si paracadutarono con le pinne legate agli stivali dopo aver lanciato le quattro piccole e veloci barche dalle caratteristiche stealth per eludere i radar, legate a più paracaduti. I cecchini dei SEAL infine uccisero tre pirati. Nel 2012, gli operatori si tuffarono dal cielo in Somalia per liberare una cooperante statunitense, Jessica Buchanan, e il collega danese Poul Hagen HALOThisted. Il JSOC considera alte prestazioni come standard per tali missioni. I SEAL usarono una tecnica di paracadutismo a caduta libera chiamata “Haho“, per alta apertura a quota alta con cui, saltando da alta quota e guidati dal vento per molte miglia, si attraversa una frontiera di nascosto, un’azione così rischiosa che negli anni molti uomini sono morti addestrandovisi. Buchanan ha ricordato che quattro dei sequestratori erano a 5 metri da lei, quando il Team 6 si avvicinò col favore delle tenebre. Uccisero i nove rapitori salvando i cooperanti. “Fin quando non si identificarono, non credevo che un salvataggio fosse possibile“, ha detto la signora Buchanan in un’intervista. Nell’ottobre 2010, un membro del Team 6 commise un errore durante il tentativo di salvare Linda Norgrove, cooperante inglese di 36 anni prigioniera dei taliban. Il disastro si ebbe nei primi due minuti dopo che gli operatori erano saltati dagli elicotteri nelle montagne della provincia di Kunar, scivolando giù per 20 metri di corda intrecciata per un ripido pendio, secondo due alti ufficiali. Mentre scendevano nel buio verso la sede dei taliban, il nuovo membro del team si confuse, ha poi detto agli investigatori. La sua arma s’era inceppata. “Pensare a un milione di miglia di un minuto” ha detto, gettò una granata su coloro che credeva fossero dei combattenti nascosti in un fosso. Ma dopo lo scontro a fuoco che uccise diversi taliban, i SEAL trovarono l’ostaggio, con abiti scuri e una sciarpa testa, morta nel fosso. Inizialmente, l’operatore che lanciò la granata e un altro membro dell’unità riferì che Norgrove fu uccisa da un giubbotto esplosivo suicida, ma la storia andò subito a pezzi. Il video di sorveglianza mostra che morì quasi istantaneamente da ferite di frammentazione su testa e schiena causate dall’esplosione della granata, osservava il rapporto investigativo. L’inchiesta congiunta dei governi statunitense ed inglese concluse che l’operatore che aveva gettato la granata aveva violato le procedure per la liberazione di ostaggi. Fu espulso del Team 6, anche se ebbe il permesso di rimanere in un’altra unità SEAL. Un’operazione di salvataggio, due anni dopo, riuscì a liberare un medico statunitense, anche se a caro prezzo. Una notte nel dicembre del 2012, un gruppo di operatori del Team 6 che indossavano occhiali per la visione notturna irruppe in una villetta in Afghanistan, dove i taliban detenevano il dottor Dilip Joseph, che lavorava con un’organizzazione umanitaria. Il primo operatore ad entrare fu abbattuto da un colpo alla testa, gli altri risposero con efficienza brutale, uccidendo tutti e cinque i rapitori. Ma il dottor Joseph e altri ufficiali diedero dei resoconti nettamente diversi sul raid. Il medico ha detto in un’intervista che un 19enne, di nome Wallakah, fu il solo sequestratore a sopravvivere all’assalto. Fu catturato dagli operatori SEAL e si sedette a terra, le mani intorno le ginocchia, la testa in basso, ha ricordato il medico. Wallakah, secondo lui, aveva sparato all’operatore del Team 6. Pochi minuti dopo, in attesa di salire a bordo di un elicottero per la libertà, il dottor Joseph disse a uno dei suoi soccorritori SEAL di riportarlo in casa, dove vide alla luce della luna Wallakah giacere in una pozza di sangue, morto. “Ricordo queste cose chiaramente come il giorno“, ha detto il medico. Ufficiali delle forze armate, parlando solo in base all’operazione classificata, hanno sostenuto che tutti i rapitori furono uccisi subito dopo che la squadra SEAL era entrata e xhw Wallakah non era mai stato fatto prigioniero. Hanno anche detto che il dottor Joseph sembrava disorientato, al momento e non rientrò nella casa, né poteva vedere quello che accadeva nella notte buia. Due anni dopo, il dottor Joseph è grato per il salvataggio e il sacrificio del sottufficiale Nicolas D. Checque, il membro del team ucciso in missione. Ma ancora si chiede cosa sia successo a Wallakah. “Ci misi settimane a venire a patti con l’efficienza del soccorso“, ha detto il dottor Joseph. “Fu così chirurgica“.

new-SEALS-maps-1040Una Forza di Spionaggio Globale
Da una serie di basi lungo il confine con l’Afghanistan, il Team 6 regolarmente invia locali nelle aree tribali del Pakistan per raccogliere informazioni. Il team ha trasformato i grandi e variopinti camion “tintinnanti”, popolari nella regione, in stazioni di spionaggio mobili, nascondendo sofisticate apparecchiature d’intercettazione nei camion, utilizzando dei pashtun per guidarli oltre il confine. Fuori dalle montagne del Pakistan, il team si è anche avventurato nel sud-ovest del deserto del Paese, compresa la regione instabile del Baluchistan. Una missione quasi finì in un disastro quando i militanti spararono una granata a razzo sfondando il tetto della loro villetta e facendo finire la sovrastante squadra di 6 cecchini in mezzo al piccolo gruppo di combattenti, che un cecchino statunitense vicino uccise rapidamente, ha raccontato un ex-operatore. Oltre Afghanistan e Pakistan, i membri del Team 6 Black Squadron sono sparsi in tutto il mondo in missioni di spionaggio. Originariamente l’unità dei cecchini del Team 6, il Black Squadron, fu riconfigurato dopo gli attacchi dell’11 settembre per condurre “operazioni d’avanguardia”, gergo militare per la raccolta di informazioni e altre attività clandestine in preparazione di una missione speciale. Era un concetto particolarmente popolare nel Pentagono dell’ex-segretario alla Difesa Donald H. Rumsfeld. A metà dello scorso decennio, il Generale McChrystal aveva designato il Team 6 a un ruolo più ampio nelle missioni di raccolta a livello mondiale, e gli operatori del Black Squadron sono schierati nelle ambasciate statunitensi dall’Africa sub-sahariana all’America Latina e al Medio Oriente. Il Team 6 dei SEAL usa valigie diplomatiche per inviare regolarmente documenti classificati e altro materiale diplomatico statunitense, e avere le armi per gli operatori del Black Squadron di stanza all’estero, secondo un ex-membro. In Afghanistan, gli operatori del Black Squadron indossano abiti tribali, di nascosto piazzano telecamere e dispositivi di ascolto nei villaggi ed interrogano i residenti nei giorni o settimane precedenti le incursioni notturne, secondo molti ex-membri del Team 6. L’unità adotta società di copertura per gli operatori del Black Squadron in Medio Oriente, e gestisce stazioni di spionaggio galleggianti camuffate da navi mercantili al largo delle coste di Somalia e Yemen. Membri del Black Squadron lavoravano nell’ambasciata statunitense a Sana, capitale yemenita, al centro della caccia ad Anwar al-Awlaqi, il religioso radicale e cittadino statunitense affiliato ad al-Qaida nella penisola arabica. Fu ucciso nel 2011 da un drone della CIA. Un ex-membro del Black Squadron ha detto che in Somalia e Yemen gli operatori non sono autorizzati a sparare, a meno che obiettivi di alto valore siano nel mirino. “Al di fuori di Iraq e Afghanistan non gettiamo alcuna rete“, ha detto l’ex-membro. “Facciamo tutt’altro“. Il Black Squadron ha qualcosa che il resto del Team 6 dei SEAL non ha: le operatrici, donne dell’US Navy ammesse al Black Squadron e inviate all’estero per raccogliere informazioni, di solito nelle ambasciate con controparti maschili. Un ex-ufficiale del Team 6 ha detto che i membri maschili e femminili del Black Squadron spesso lavorano in coppia. Si chiama “profilo d’ammorbidimento”, rendendo la coppia meno sospetta ai servizi segreti ostili o ai gruppi militanti. Il Black Squadron ora ha più di 100 membri, la sua crescita coincide con l’espansione delle minacce percepite nel mondo. Riflette inoltre il cambio tra i responsabili politici statunitensi. Dall’ansioso utilizzo dei guerrieri ombra negli anni seguenti la debacle del 1993, il “Black Hawk Down” di Mogadiscio in Somalia, i funzionari del governo oggi sono disposti a mandare unità come il Team 6 dei SEAL nei conflitti, che gli Stati Uniti ne riconoscano il ruolo o meno. “Quando c’ero io, eravamo sempre a caccia di guerre“, ha dichiarato Zinke, deputato ed ex-operatore del Team 6. “Questi ragazzi le hanno trovate“.

Bing-Map-of-Osama-Compound-Mockup-620x324Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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