L’Ucraina è sull’orlo di una vera rivolta?

Andrew Korybko The Saker 19 agosto 2015367879Lo si dice dall’inizio della guerra civile iniziata la scorsa primavera, ma l’Ucraina potrebbe finalmente essere sul punto di una rivolta legittima del popolo contro il governo. Le rivoluzioni colorate nel 2004 e 2014 furono organizzate dall’estero (nonostante la rappresentazione fuorviante dei mass media quali movimenti popolari), per raggiungimento obiettivi geopolitici concreti per conto dell’occidente, screditandosi quindi come veri e propri interventi ed esponendone la natura. Anche se l’Ucraina finora non ha avuto una vera rivoluzione (organizzata da ucraini per gli ucraini), non significa che non sia imminente, avendo tutti gli “ingredienti” pronti. Tre sviluppi recenti indicano che il Paese sia assai più vicino a una vera rivoluzione di quanto la maggior parte degli osservatori pretendano, e se la popolazione prende l’iniziativa cogliendo l’opportunità che ha di fronte, potrebbe invertire le disastrose politiche del regime prima che sia troppo tardi.

Divieto di libri
Kiev ha deciso di vietare vari di libri di autori russi, in particolare le opere del famoso crociato anti-rivoluzione colorata e storico Nikolaj Starikov e del consigliere presidenziale Sergej Glaziev. Questi in particolare sono estremamente critici verso il regime, e sembra che Kiev li veda quali minacce ideologiche al proprio domino. Il divieto dei libro spunta nell’ambito dell’esistente oppressione politica contro tutti i dissidenti politici, mediatici o semplici cittadini. Le autorità esprimono chiaramente che alcuna opinione contraria sarà tollerata e cercano di controllare le informazioni ricevute dalla popolazione. Ciò va letto come nient’altro che paura della propria cittadinanza dato che se Kiev e i suoi rappresentanti fossero sicuri del proprio dominio, non avrebbero alcun bisogno di essere così autoritari. Il fatto che ora adottano il passo pubblicizzato ed estremo di vietare alcuni libri ci parla di paranoia acuita, che a sua volta può essere letta (gioco di parole) come grave minaccia dai cittadini che credono di affrontare. Il fatto è, e potrebbe non essere mera paranoia, la realtà oggettiva di alcuni elementi della società, e non solo dei battaglioni neonazisti (anche se per propri motivi), che si preparano a ribellarsi a Kiev.

La minaccia dell’embargo russo al cibo
L’ultima notizia da Mosca è Medvedev annunciare la campagna delle contro-sanzioni “estendersi a Albania, Montenegro, Islanda e Liechtenstein e, soggetta a certe condizioni, Ucraina”. Specificando ha avvertito che se l’Ucraina va avanti sull’accordo di associazione economica con l’UE, che dovrebbe entrare in vigore all’inizio del prossimo anno, i suoi prodotti agricoli saranno soggetti alle stesse restrizioni. Il divieto d’importare frutta e verdura lo scorso ottobre ha già minacciato la perdita di un mercato da 51milioni per i produttori ucraini, ed includervi tutti i prodotti agricoli potrebbe essere catastrofico per l’economia già in ginocchio. Secondo Business New Europe, l’agricoltura è più grande dell’industria oggi, (grazie per lo più al crollo della produzione subito con la guerra al Donbas) e l’unica a segnare una crescita lo scorso anno; quindi, se le esportazioni dell’Ucraina verso il principale partner commerciale sono escluse, le conseguenze potrebbero benissimo essere fatali. Ulteriore punto su questo argomento, va notato che è assai improbabile che le esportazioni possano essere riorientate verso l’UE, perché i produttori nazionali già ululano di dolore per la miseria economica inflittagli dalle contro-sanzioni della Russia e sono animosamente in competizione tra loro in un mercato saturo. Sarebbe quindi una mossa politica esiziale per qualsiasi governo dell’Unione europea dare priorità ai prodotti agricoli ucraini sui propri, tanto più che l’Unione europea soffre la peggiore crisi sul latte da trent’anni e non può assolutamente assorbire eventuali importazioni ucraine. Se l’Ucraina non può vendere i propri prodotti all’Europa l’eccesso che sarebbe originariamente finito in Russia rimarrà sul mercato domestico precipitando il crollo dei prezzi, preludendo l’improvviso crollo di tutta l’agricoltura. Ciò, a sua volta influenzerebbe la capacità del Paese di nutrirsi, e cioè costosi prodotti alimentari esteri (prodotti probabilmente con OGM degli Stati Uniti) verrebbero importati per soddisfare la domanda. Con un’agricoltura sempre meno redditizia, i terreni agricoli verrebbero venduto a prezzi di costo a società straniere (di nuovo probabilmente statunitensi, in particolare Monsanto), inaugurando così l’acquisizione estera completa di una delle più ricche regioni agricole del mondo. Tale scenario disastroso può essere evitato però, a condizione che gli ucraini adottino l’azione urgente di cambiare il governo prima della fine dell’anno, portando all’esame degli sviluppi successivi.

Il Comitato per la Salvezza dell’Ucraina
Ultimo ma non meno importante, uno dei più importanti, anche se non indicati, aspetti che potrebbero spingere gli ucraini a una vera rivoluzione è l’istituzione del Comitato per la Salvezza dell’Ucraina (CSU), governo in esilio a Mosca. Come dice il proverbio, “meglio tardi che mai” che sembra abbastanza adatto al caso. Da ciò che si può discernere, il CSU è un’idea dell’ex-primo ministro Nikolaj Azarov, e anche se non è il leader (Vladimir Alejnik lo è), sembra dirigere la scena. Azarov ha promesso che se va al potere, il CSU terrà immediatamente nuove elezioni, libere e giuste, ma affinché ciò avvenga “chiede a tutti i cittadini, partiti, sindacati e movimenti sociali di unirsi e ristabilire l’ordine a casa nostra tramite uno sforzo congiunto“. Il punto, a quanto pare, è unire le organizzazioni della società civile e i cittadini in una campagna antigovernativa coordinata, nella convinzione che possa rivelarsi il punto di svolta fondamentale per il regime. Quasi ogni osservatore sarebbe d’accordo che Kiev non lascerà mai il potere senza combattere, ma Azarov non menziona la violenza nella lotta imminente, anche se si può compendere che sarebbe una risposta logica all’aspra repressione dello Stato; alcuni sostenitori potrebbero decidere di reagire in questo modo. Oggi il CSU non sembra ispirare molto entusiasmo, ma ciò potrebbe cambiare con il tempo. Dopo tutto, l’organizzazione non è perfetta (e gran parte di sue composizione e attività è ancora misteriosa e non aperta)m ma si distingue simbolicamente come prima forma realistica di opposizione al governo di Majdan, aiutata dal fatto di essere all’estero, al sicuro dalle grinfie di Kiev. La cosa più importante oggi, però, è che l’organizzazione probabilmente costruisca una rete di cellule di supporto in Ucraina, al fine di costruire una piattaforma anti-governativa unificata da cui partire per sfidare lo Stato. Ciò significa che il CSU potrebbe essenzialmente agire come comitato di coordinamento delle campagne di sensibilizzazione nel Paese, delle manifestazioni pubbliche (quando è il momento giusto) e forse, dopo essere violentemente represse, anche delle operazioni di guerra ibrida. Parlando delle proteste e di responsabilità ed interessi del CSU, se mai c’è un ambiente sociale perfetto per testare le teorie di Gene Sharp su “dalla dittatura alla democrazia” e “non ci sono alternative realistiche”, questo è l’Ucraina contemporanea, dove esiste un’indubbia dittatura. Se la rivoluzione legittima del popolo si verificasse in Ucraina, allora sarà sicuro che il CSU avrà un ruolo di primo piano e probabilmente sfrutterà le manifestazione per catapultarsi con la propria leadership da Mosca a Kiev.

Conclusioni
Mai prima d’ora l’Ucraina è vicina a una rivoluzione legittima di oggi. Molti cittadini avevano paura del nuovo regime del colpo di Stato del febbraio 2014, ma non molti, fuori da Crimea e Donbas, hanno manifestato pubblicamente contro di esso. Quando accadeva, come ad esempio a Odessa nel maggio dello stesso anno, furono orribilmente uccisi e i criminali protetti dalla giustizia (volutamente). Certuni, incerti sul dal farsi per resistere al regime, decisero di “provarci” passivamente e vedere cosa infine fare per il proprio bene. Quasi 18 mesi dopo, le autorità di Majdan non fanno altro che dividere il Paese con guerra civile, assassinio di migliaia di civili e crash economico, e il tempo viene speso con ridicole tirate per ‘incolpare la Russia’, sempre più stantie e inverosimili presso la maggioranza della popolazione. I problemi dell’Ucraina dal rovesciamento di Janukovich sono interamente attribuibili alle nuove autorità, e sembra che parte degli ucraini finalmente lo comprenda, perciò Kiev istiga altra paranoia per sopprimere il pensiero indipendente, arrivando scandalosamente a vietare dei libri. I media ucraini potrebbero essere politicamente fuorvianti, ma la maggior parte è abbastanza intelligente da capire che il Paese va a rotoli e che è sempre più difficile far quadrare i conti. Con l’ultimatum delle contro-sanzioni russe all’Ucraina, alcuni potrebbero finalmente disperarsi tanto da andare contro il governo, pur consapevoli della probabile repressione (o peggio) che subirebbero. Tuttavia, questi individui presumibilmente non hanno il senso della direzione organizzata, ed qui che il CSU entra. Si presume che non agirà pubblicamente, non avendo mostrato alcuna forma di presenza sotterranea in Ucraina, non importa quanto piccola, e si potrebbe concludere (secondo lo stesso Azarov) che ciò è favorevole delle attività antigovernative di massa, e che farà il possibile per sostenerle. Secondo questa logica e facendo due più due, il CSU potrebbe benissimo organizzare tale movimento raccogliendo i segmenti disillusi della società ucraina, portando al cambio di regime prima della fine dell’anno. Se le autorità di Majdan restano al potere e non fanno marcia indietro sull’accordo di associazione economica con l’UE, l’Ucraina sprofonderà in una crisi ancora più profonda che potrebbe involontariamente mutare la paranoia di Kiev sul cambio di regime in solida realtà.ukraine-map-regions_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio: Intervista a Geopolitika (Belgrado)

A cura di Srdjan Novakovich, Geopolitika, 24 luglio 2015

1. 11 settembre: c’è stato un “passaggio di mano” del potere al livello di Stato Profondo negli USA?
11817266L’11 settembre 2001 fu attuata un’operazione militare statunitense nel territorio nazionale. Ciò è dimostrato dalla commissione d’indagine del Congresso e del Senato degli USA che hanno in pratica insabbiano le (scarse) indagini ufficiali governative sull’attentato, e dal fatto che i responsabili della difesa aerea e altri leader militari responsabili della difesa degli USA, furono tutti promossi e nessuno indagato per inefficienza. In sostanza avevano portato a termine ‘con successo’ l’operazione militare dell’11 settembre 2001. Va notato che l’autoattentato ha avuto maggiore impatto negli USA, che all’estero, al di là della retorica sulla Guerra al Terrore. Certo, architettare l’11 settembre solo per invadere Iraq o Afghanistan fu chiaramente eccessivo. L’obiettivo vero erano Iran e Corea democratica popolare. Ma le avventate avventure militari di Washington e dei neo-con in Medio Oriente hanno svelato invece la fragilità estrema della macchina militare statunitense, incapace di conquistare ed occupare i territori devastati di Afghanistan e Iraq. Figurarsi uno scontro militare diretto con l’Iran. Sarebbe stata una catastrofe militare per gli statunitensi, una prospettiva occultata dall’apparato mediatico mondiale di disinformazione e propaganda diretto da New York e Los Angeles (Hollywood). Quindi gli obiettivi geopolitici di Washington, perseguiti tramite l’11 settembre, furono completamente mancati, e l’intervento in Iraq sostanzialmente controproducente, permettendo all’Iran di consolidarsi quale potenza regionale, nonostante Washington utilizzi ancora oggi il territorio iracheno per attuare la sua guerra ‘non-ortodossa’ o asimmetrica tramite lo Stato Islamico, creazione delle intelligence di NATO (Gladio) e Mossad israeliano. Sul piano interno, l’11 settembre ha avuto più successo potendo imporre il Patriot act, una legge che viola la stessa costituzione statunitense, senza opposizione e acutizzando un clima paranoico vigente negli USA, già potentemente coltivato da un sistema mediatico che instilla terrore psicologico nella propria popolazione (una serie infinita di telefilm polizieschi o d’azione ricolmi di cadaveri, violenze, ecc.)

2. Il 2001 ha accelerato la guerra sui gasdotti e i corridoi energetici, il narcotraffico e i cambi di regime geopolitico-energetici?
Gli USA hanno sempre utilizzato i cambi di regime, si pensi a Panama nel 1902, staccato dalla Colombia per poter costruirvi il canale interoceanico; ‘corridoio’ del primo ‘900. Con la caduta dell’URSS si accelerò la guerra sotterranea per il controllo di gasdotti e oleodotti, e da allora non è mai cessata se non nelle zone recuperate all’influenza russa o cinese, come in Asia centrale. L’ultimo esempio di tale guerra ‘energetica’ è lo scontro tra Pravij Sektor (alias Polonia, neocon USA, Gladio) e junta golpista di Kiev (alias Germania, Francia, amministrazione Obama) a Mukachevo, seconda città della Transcarpazia ucraina, regione da cui passano fisicamente tutti i gasdotti ucraini diretti in Europa. La Transcarpazia sarà al centro della futura lotta energetica in Ucraina, dopo una prima sconfitta della NATO, nella guerra per la regione del Donbas, la più importante regione energetica dell’Ucraina.
Il narcotraffico è sempre stato un utile strumento di Washington e della CIA per destabilizzare governi ostili e finanziare i propri ascari: narcoguerriglieri antivietnamiti in Indocina; mujahidin islamisti in Afghanistan, Bosnia e Kosmet; paramilitari in America Latina (Colombia, Messico, Panama, Nicaragua, Paraguay e Venezuela). La storia della simbiosi tra narcotraffico e operazioni coperte statunitensi è ben illustrata dall’esplosione della produzione di eroina nell’Afghanistan post-taliban e della relativa rete di smercio rappresentata dagli staterelli creati dalla NATO in Kurdistan e Kosmet.

3. La Siria e le guerre permanenti dei neocon usraeliani. Qual e’ il ruolo della Turchia di Erdogan?
In Medio Oriente l’amministrazione Obama ha tentato di attuare una politica alternativa a quella dei neocon di Bush II e Cheney. Non più interventi diretti del Pentagono, che come già osservato si sono rivelati costosi e controproducenti svelando definitivamente la debolezza militare degli USA. Qui Washington, con la ‘Primavera araba’, vera e unica carta geopolitica di Obama, ha tentato di sovvertire a proprio vantaggio lo status quo mediorientale utilizzando l’ultima risorsa rimasta a Washington, la propaganda e la disinformazione dei propri apparati ‘mediatico-culturali’, pensatoi o ‘centri studi’ (think tank) e dalla montagna di carta straccia nota come dollari USA. Nei Paesi mediorientali Washington ha applicato la tattica delle ‘rivoluzioni colorate’, con la variante dell’estremismo taqfirita, concessione dovuta al fatto di dover imbarcare nella guerra civile, da scatenare in Medio oriente, gli alleati di Israele, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, concedendogli fette di territori e risorse da dominare una volta strappate a Libia, Egitto, Algeria, Yemen, Siria e Iraq. Anche in tale caso, principale obiettivo di Washington era la distruzione dell’Iran. E ancora, come nel caso della ‘Guerra al terrore’, la ‘Primavera araba’ di Washington, dopo un primo ed effimero successo, è collassata nel disastro totale che ne risucchia gli alleati; ad esempio il Qatar è stato emarginato dopo un paio di anni di peana elevati nei riguardi di Doha da un ceto giornalistico-accademico occidentale oramai totalmente prostituitosi ai petrodollari degli emiri del Golfo Persico. Il ‘successo’ libico è un buco nero; in Egitto e Tunisia i regimi-fantoccio dei fratelli musulmani, a libro paga di Doha, sono stati scacciati dalle relative borghesie nazionaliste; Siria, Iraq e Yemen resistono efficacemente alle varie manovre aggressive della NATO (tramite Gladio-B), anzi, l’Arabia Saudita, maggiore risorsa degli USA in Medio Oriente, viene risucchiata dalla guerra immotivata e irrazionale che ha scatenato contro lo Yemen (va rilevato che lo Yemen ha una popolazione superiore a quella saudita), mentre Israele non solo non ha aderito alle sanzioni contro la Russia, imposte per la crisi ucraina, ma cerca evidentemente di entrare nell’area economica che Russia e Cina costruiscono in Eurasia, volendosi porre come polo alternativo all’Iran. Da qui l’apparentemente irragionevole posizione di Netanyhau sull’accordo nucleare con l’Iran e l’apertura a una Grecia minacciata ed emarginata dall’Unione europea. Su questo piano, entra in concorrenza anche la Turchia neo-ottomanista di Erdogan, che vuole fagocitare le zone industriali ed energetiche di Siria e Kurdistan, per trattare poi da posizioni di forza con l’UE e Mosca. Ma anche qui, l’irrazionalità di Erdogan lo danneggia fortemente. In Turchia, ad esempio, sono scoppiati dei tentati pogrom anticinesi, maggiori alleati della Russia, mettendo in forse un ulteriore avvicinamento al Patto di Shanghai, cosa cui Erdogan pare ancora ambire, entrando così in concorrenza diretta con Iran e Israele. In sostanza, il triangolo Tel Aviv – Ankara – Tehran ruota attorno a Mosca e all’area economica eurasiatica che costruisce con Pechino. Una corsa che probabilmente terminerà con la vittoria dell’Iran, avendo maggiori ragioni geopolitiche e storiche dalla propria parte.

4. Il miracolo cinese e il potere deterrente dell’Esercito popolare. Russia-India-Cina, BRICS e SCO. Hezbollah, Songun e i futuri conflitti, quali prospettive?
Il blocco continentale dell’Eurasia va creando il proprio polo militar-strategico oltre che economico-commerciale. La Cina ne è il pilastro economico, ma anche militare (sul piano convenzionale). La politica avviata da Deng, una volta sbarazzatosi del settarismo vigente negli apparati statali e del partito cinese, prevedeva quattro grandi modernizzazioni, consapevole che una grande economia permette una grande società, grande patrimonio tecnico-scientifico e grandi forze armate. Perciò il Partito comunista cinese puntò soprattutto sullo sviluppo economico-industriale negli anni ’80 e ’90, avviando il ‘Grande balzo’ militare solo dal 2001, davanti alle minacce di Washington. Gli ‘esperti’ occidentali guardano la Cina come se fosse ancora negli anni ’80, sottovalutandone i progressi militari degli ultimi 15 anni. Tra l’altro, tali ‘esperti’ continuano a sottovalutare perfino la potenza militare russa attuale, soggiogati dai depliant delle industrie belliche statunitensi, o peggio dalla filmografia di Hollywood. Non va dimenticato che il 90% dei cosiddetti ‘esperti’ militari occidentali sono giornalisti prezzolati dalle grandi industrie belliche occidentali, il cui compito e far credere che bombardare Paesi come Grenada, Afghanistan o la Libia equivalesse a sconfiggere sul campo le forze armate di Russia, Cina o Iran. I risultati di tale ragionamento sono evidenti in Novorossija, Georgia, Siria e Iraq. Come già detto, il blocco eurasiatico si forma attorno all’alleanza tra Russia, Cina e India, tutte grandi potenze nucleari e industriali, tutt’altro che da sottovalutare, e a cui si aggregano altre potenza militari e nucleari come Pakistan, Iran e probabilmente Corea democratica, uno Stato denigrato dalla dozzinale propaganda atlantista e hollywoodiana, ma che nel 2014, grazie alle politiche seguite dal Partito dei Lavoratori, ha perfino registrato una crescita economica superiore a quella dell’eurozona. Un dato che i pagliacci mediatici che infangano di continuo la Corea democratica nascondono accuratamente. Come la Corea del Songun è l’avanguardia del blocco continentale eurasiatico, nella regione dell’Asia-Pacifico, così lo è il movimento di resistenza libanese Hezbollah nel Mediterraneo, costruendo il solido asse Libano-Siria-Iraq-Iran (e Yemen) che doveva essere vittima ultima della cosiddetta ‘Primavera araba’. L’intervento di Hazbollah in Siria ha permesso di porre al servizio dell’Asse della Resistenza, la sua enorme esperienza nella lotta ai terroristi islamisti (Gladio-B, ovvero la NATO) e contro le truppe d’invasione delle IDF e il Mossad israeliani. I martiri di Hezbollah caduti sul campo di combattimento hanno permesso all’organizzazione libanese di acquisire la massima maturità operativa nell’affrontare la potente sovversione taqfirita (atlantista e sionista) in Libano, Siria e Iraq.

5. L’arsenale strategico sovietico e russo. Putin, i cristiano-zionisti e Armageddon. L’Atomo Rosso di Stalin fu l’unico garante della pace nel mondo? Greci, serbi e russi dovranno chiedere scusa ai nazisti tedeschi e pagare risarcimenti?
Riguardo l’Atomo Rosso di Stalin, senza dubbio impedì che l’aggressività di Washington si scatenasse totalmente sul Mondo. Contraccolpo dell’atomica sovietica fu il terrore interno negli USA (Maccartismo), che non ha mai abbandonato la società statunitense, come già ricordato. Un terrore poi opportunamente rinfocolato l’11 settembre 2001. Perciò, avendo l’URSS di Stalin costruito il blocco sovietico dotato di armi nucleari, fu impedita l’imposizione del ‘Nuovo ordine mondiale’ anglosassone agognato da Londra e Washington fin dal fine ‘800. Perciò la propaganda, se non l’odio, contro Stalin e l’URSS che ha imperversato non solo tra i nazisti e i neonazisti (cui bruciava la sconfitta decisiva subita nella guerra di sterminio contro l’URSS); non solo tra le fazioni ideologico-sociali totalmente subordinate al mondo anglosassone; ma anche tra le varie frazioni settarie dell’estrema sinistra, ex-comunisti, anarchici e radicali occidentali che già negli anni ’50 rivendicavano la necessità di dissolvere l’URSS quale ‘necessario passo rivoluzionario’ per combattere l’imperialismo! Ed infatti, perseguendo nella loro sovietofobia e stalinofobia, alla fine le cosiddette forze ‘rivoluzionarie’ o ‘marxiste’ occidentali (in realtà sinistra ultraliberale) si allinearono con la CIA e le forze più reazionarie, come nel caso dell’Afghanistan negli anni ’80, della Bosnia e del Kosmet negli anni ’90, di Libia e Siria negli anni 2010. In realtà, la guerra contro la Jugoslavia degli anni ’90 fu il canto del cigno del ‘radicalismo’ di sinistra occidentale, quando affiancò e supportò l’aggressione della NATO contro le popolazioni jugoslave colpite dal neofascismo croato e dall’integralismo wahhabita. Dopo il crollo del 1989-1990, i settarismi della sinistra occidentale furono abbandonati dall’apparato mediatico occidentale e dalle intelligence atlantiste: non erano più utili nella guerra ideologica condotta contro l’URSS, oramai scomparsa. Infatti, dal 1991, le forze della sinistra radicale occidentale sono semplicemente scomparse, all’improvviso e lasciando in patrimonio null’altro che mera propaganda ultraliberale: matrimoni omossessuali, eco-radicalismo, pacifismo e ‘interventismo’ allineato alla NATO (Tibet, Aung Saa Su Ky, Yoani Sanchez, subcomandante Marcos, rivoluzioni colorate, ecc.), e perfino quel razzismo soft (la guerra in Mali o la soddisfazione per l’omicidio di Gheddafi) che già Jean-Paul Sartre, negli anni ’60, definì “razzismo delle anime belle”. Una sua forma si può vedere nell’aggressione inconsulta e schizofrenica verso Tsipras e Syriza in Grecia, rei di non avere realizzato i sogni di tanti ‘rivoluzionari accomodati’ esistenti in occidente. Un quadro sorprendente, vedendo chi sono i maggiori esponenti ideologici di tale moda anti-Tsipras.

6. Le rivoluzioni colorate di CIA-Soros, dissoluzione della Jugoslavia e creazione di un cordone di statarelli fantoccio in Europa Orientale. L’invasione islamica. La controrivoluzione in Serbia e Ucraina. La situazione in Novorussia.
Non c’è dubbio che l’Europa orientale sia stata l’obiettivo dove Washington ha riscosso i maggiori successi, con l’allargamento della NATO e il saccheggio industriale cui sono stati sottoposti dalla ‘liberazione’ del 1989. Effettivamente la NATO ha steso un ‘cordone sanitario’ in Europa, tra Germania e Russia-Bielorussia. Tralasciando la Polonia, caso patologico di Grande Nazionale dominata da un ceto politico da sempre miserabile, su cui rifulge la figura dell’unico vero statista che la Polonia moderna abbia mai avuto, il Generale Jaruzelsky, che ha riscattato dallo squallore politico-strategico dei generali polacchi come Pilsudsky e successori. Gli altri Stati, soprattutto quelli baltici o la Croazia, perseguono una politica di vero e proprio aparthaid, odio etnico e riabilitazione del collaborazionismo con il Terzo Reich. Uno stile ripreso dall’Ucraina ‘europeista’ di Majdan. Ed in effetti tale forma di ‘europeismo’ è consono anche all’UE medesima, che riabilita i peggiori incubi del passato recente per adattarsi alla campagna revanscista di Washington contro il programma eurasiatico di Putin. Non a caso tale revanscismo, che ricorda poi il ‘cordone sanitario’ creato da Londra e Parigi negli anni ’20, è ispirato dalle centrali ideologiche (think tank) statunitensi, soprattutto da Neocon e Neo-dem (banda della famiglia Clinton, Brzezinski, ecc.), che hanno dichiarato guerra a Mosca rinata potenza globale. E quindi logico che a tale ennesima campagna anti-russa vengano arruolati coloro che ne furono più conseguenti: i nazisti hitleriani e i loro kollabos riciclatisi dopo la seconda guerra mondiale nella Gladio, la rete terroristica della NATO tutt’ora attiva, come l’esempio ucraino dimostra. Ed ecco che rinasce ‘inspiegabilmente’ tale aborrita ideologia. Si tratta sempre delle operazioni da guerra psicologica della NATO, che sfruttano una combinazione di organizzazioni terroristiche (taqfirite, neonziste), resti spionistiche (ONG e think tank) e disinformazione (mass media occidentali e filo-occidentali). Tali operazioni si svolgono anche in Europa occidentale, con la citata questione dell’immigrazione. Ora, le radici di tale fenomeno, attualmente, risiedono nella devastazione attuata dalle potenze occidentali in Africa e contro i popoli africani. L’aggressione alla Libia jamhiriayana, camuffata da rivolta interna e pianificata dalla NATO, soprattutto da USA, Francia e Regno Unito, così come gli interventi imperialisti e neocoloniali contro Costa d’Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana, Congo, Sudan e altri, erano volti a bloccare lo sviluppo continentale africano guidato dalla Libia di Gheddafi, Tutto ciò non poteva che destabilizzare la realtà socio-economica e politica dell’Africa, suscitando un ulteriore ondata emigratoria. La Jamahirya libica ospitava 2,5 milioni di lavoratori immigrati, oggi cacciati e spogliati di lavoro, reddito e casa dai ‘rivoluzionari’ libici, spesso trafficanti di esseri umani come la mafia di Bengasi, la mafia ribellatasi al regime libico nel febbraio 2011. Si tratta di schiavisti, come poi si è visto, la cui rivolta fu salutata e celebrata dalle miserabili forze del radicalismo di sinistra e dalle ONG ‘umanitarie’ occidentali che accusarono la Libia di Gheddafi di ‘sfruttare e torturare’ centinaia di migliaia di ‘negri’. Ovviamente era tutto falso, e le ONG ‘umanitarie’ ed ‘antirazziste’ occidentali si erano prestate alla propaganda imperialista, neocolonialista e taqfirita della NATO e degli emiri del Golfo Persico, giustificando la distruzione della Libia jamahiriyana. Va detto, e ne sono personalmente testimone, che anche persone seriamente impegnate nel fronte antimperialista avevano abboccato all’amo propagandistico della NATO, nonostante li avessi messi in guardia. Ecco, ora le stesse ONG ‘umanitarie’ e ‘antirazziste’, che si prestarono all’operazione di aggressione dalla Libia, intervengono sulla questione dell’immigrazione in Europa stavolta per demonizzare e denigrare l’Ungheria di Orban. Un filma visto e rivisto, ma che viene sempre proiettato dagli stessi agitprop della NATO.
Come avevo già accennato, tali ambienti del radicalismo di sinistra occidentale, dirittumanitari a senso unico e sostenitori dell’interventismo della NATO (Perché la NATO non interviene qui o là? Si chiedevano costoro fino a ieri), furono impiegati sul campo dalla NATO e da Gladio per frantumare la Jugoslavia che, nel caso la Russia risorgesse, come effettivamente è accaduto, sarebbe stata un suo notevole alleato in Europa. La Jugoslavia, nonostante tutto, aveva una forte base industriale e un esercito potente. Tutto ciò andava distrutto, e perciò l’UE e gli USA usarono qualsiasi mezzo: neoustascia, integralisti wahhabiti, mafie (Bosnia, Montenegro), separatismo di tipo leghista (Slovenia, Vojvodina), quinte colonne della borghesia compradora in Serbia, e fazioni ultraoccidentaliste o americaniste presenti nei ceti medi di Belgrado. Senza trascurare l’enorme macchina propagandistica-terroristica che ha visto l’intero spettro mediatico occidentale scatenarsi contro il popolo serbo, dipinto come un popolo di mostri da sterminare. Gioie del tanto vantato ‘pluralismo’ ideologico occidentale, dove i settori più scatenati ed efferati furono proprio le solite varie sinistre occidentali. Il risultato di tutto ciò sono dieci anni di guerra civile, l’aggressione della NATO contro le Repubbliche serbe di Bosnia e Croazia, contro il Kosmet, l’instabilità in Macedonia, la mafia al governo in Montenegro, la distruzione del patrimonio economico-industriale della Jugoslavia, similmente a quanto accaduto alla Repubblica Democratica Tedesca e alla Romania, ed infine l’indebolimento militare e della sicurezza di Belgrado. Ed ecco che il palcoscenico di Belgrado, nel 2000, rappresentò quel copione scritto a Langley, sede della CIA, che fu poi ripreso con più o meno successo a Tbilisi, Kiev, Bishkek, Cairo, Bengasi e Sana.

7. La situazione in Novorossia, Lega nord, governo Renzi, scena mediatica e politica italiana.
La questione novorussa s’intreccia con l’Italia, va ricordato che Federica Mogherini, attuale commissario per la politica estera dell’UE, era presente a Kiev nei giorni precedenti al colpo di Stato. Mogherini, e quindi il PD, sapevano che i golpisti stavano preparando non solo il colpo di Stato contro il presidente Janukovich, ma la repressione armata contro gli oppositori e l’aggressione alle popolazioni del sud e dell’est ucraini. Il PD è coinvolto direttamente nella crisi Ucraina, e supporta vari esponenti della junta golpista di Kiev. Ad esempio ha accolto nella propria sede il ministro degli Interni ucraino Avakov, responsabile dell’assassinio e dell’incarcerazione di centinaia di oppositori ucraini al golpe di Gladio a Kiev, nonché uno dei maggiori responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità contro la popolazione di Donestk, Lugansk, Kharkov e Odessa. Non va dimenticato che il Partito Democratico ha svolto e continua a svolgere, tramite le sue reti mediatiche, come il gruppo editoriale Repubblica-Espresso, il Fatto quotidiano e il canale TV Rai Tre, una martellante propaganda a sostegno dell’interventismo armato della NATO, contro Russia, Cina e Iran, e a sostegno del terrorismo di Gladio in Ucraina e Siria. Purtroppo la Lega di Salvini si distingue dalle posizioni del PD per un superficiale e strumentale appoggio alla Russia. Ultimamente i capi della Lega hanno deciso di visitare Israele, in funzione anti-iraniana, e gli USA per sostenere il partito repubblicano contro Obama. Ad esempio la Lega Nord si è coalizzata con forze neofasciste che sostengono Pravij Sektor e le organizzazioni razziste messe fuori legge in Russia. Un’altra forza alleata alla Lega ha svolto propaganda a favore dell’acquisto dei caccia statunitensi F-35. Inoltre, il programma e l’ideologia della Lega Nord e del fronte elettorale che guida è fortemente contrario ai BRICS, demonizzando Cina, India, Iran, principali alleati della Russia. E a proposito di figuri inquietanti nel panorama politico italiano, ricordo alla più grande manifestazione elettorale della Lega, questa primavera, era presente un ex-ministro del governo Monti, ex-ambasciatore italiano negli USA e sostenitore dell’interventismo d’Israele nel Medio Oriente. Ecco, da qui si può evincere la strumentalità della Russofilia di Salvini, una russofilia che sarà gettata via assieme alla maschera anti-europeista che indossa non appena l’amministrazione Obama sarà sostituita da quella di Bush III. In realtà l’azione di Salvini per l’Italia potrebbe risultare perfino più regressiva di quella di Matteo Renzi, il quale non solo ha stipulato accordi con Cina, Vietnam e Kazakstan, ma a Berlino, il 1.mo luglio ha detto, “La Russia deve rispettare sovranità e indipendenza dell’Ucraina, ma considerare l’Europa come contrappeso della Russia è un errore politico e un crimine culturale”. Si tratta di un discorso del premier Renzi, non a caso ignorato in Italia, anche da coloro che fanno finta di seguire la Geopolitica e la politica internazionale.

8. Sulla possibilità del “primo colpo” degli USA alla Russia. USA e UE si preparano all’occupazione armata della Repubblica Serba di Bosnia e della Serbia?
Brevemente, gli USA e l’UE, non solo non hanno la forza militare per scatenare una guerra nucleare contro la Russia (e la Cina), avendo Washington meno testate nucleari della Federazione russa, ma l’esercito statunitense è notevolmente indebolito dalle avventure militari in Medio Oriente e Afghanistan, e non può avventurarsi certo contro il più forte esercito dei Balcani, quello serbo. Washington, nonostante tutto e nonostante i vari proclami sull’espansione delle attività militari statunitensi in Europa orientale, il massimo che può fare e far girare i suoi carri armati più e più volte, proprio come faceva Mussolini negli anni ’30 per fare credere di essere più potente di quanto non fosse in realtà. Obama fa lo stesso, ma i fatti hanno la testa dura, e ad esempio alla Polonia, che insisteva di volere basi permanenti della NATO sul proprio territorio, la NATO e gli USA hanno risposto picche facendo notare che in Polonia saranno schierati a rotazione, come sempre, reparti e distaccamenti delle forze armate degli USA e della NATO. Se la tigre atlantista non è tutta di carta, di sicuro ha artigli e zanne di cartone.

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La portaelicotteri Mistral arriverà in Russia attraverso Egitto o Arabia Saudita?

Valentin Vasilescu, Reseau International 15 agosto 20157775941731_le-navire-mistral-vladivostok-le-15-novembre-2014-a-saint-nazaireAlla cerimonia per l’ampliamento del Canale di Suez a Ismailia, il presidente francese ha annunciato che le due portaelicotteri Mistral che si è rifiutato di consegnare alla Russia, potrebbero essere vendute all’Egitto, ma l’Egitto non ne ha bisogno e non ha i soldi per comprarle. L’Arabia Saudita aveva offerto al governo del Generale Abdalfatah al-Sisi, in un momento difficile, l’assistenza finanziaria per 3,7 miliardi di euro. Immediatamente l’Egitto ha firmato un contratto da 1 miliardo di dollari per acquistare 4 corvette francesi Gowind da 2500 tonnellate. Successivamente, nel febbraio 2015, l’Egitto ha siglato un accordo per l’acquisto da Parigi di 24 Rafale e una fregata FREMM. E’ possibile che l’Egitto sia usato come facciata dell’Arabia Saudita per acquistare le portaelicotteri Mistral? E in questo caso, la domanda è: l’Arabia Saudita ne ha bisogno? La nave da guerra degli Stati Uniti HSV-2 Swift (velocità di 80 kmh) ha partecipato, il 15 luglio 2015, al conflitto nello Yemen sotto bandiera degli Emirati Arabi Uniti. Questa nave ultra veloce può caricare 500 tonnellate e ha due piattaforme per gli elicotteri MH-60. Hanno usato tale stratagemma dato che Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita non hanno navi da sbarco per la fanteria di Marina. Fino al 3 agosto la nave ha trasportato e sbarcato ad Aden in due settimane una brigata di fanteria meccanizzata degli Emirati Arabi Uniti composta da un battaglione corazzato con 45 carri armati Leclerc, un battaglione di fanteria meccanizzata (40 APC BMP-3M), un battaglione di artiglieria con pezzi autopropulsi Denel G6 da 155mm e un battaglione delle forze speciali di 350 soldati. Dal punto di vista operativo, i marines sauditi dotati di 140 APC spagnoli (BMR-600P) non hanno i mezzi necessari per un gruppo d’assalto basato su una nave d’assalto anfibio (portaelicotteri), perché mancanti degli elementi fondamentali. Il compito principale della nave portaelicotteri d’assalto anfibio è imbarcare, schierare e proiettare all’estero un corpo di spedizione della fanteria di Marina con elicotteri da trasporto, hovercraft e mezzi da sbarco classici. L’Arabia Saudita non ha né hovercraft né mezzi da sbarco convenzionali. Come missione secondaria, la portaelicotteri assicura la superiorità aerea sulla zona dello sbarco e supporto aereo durante lo sbarco, grazie agli elicotteri d’attacco a bordo. La marina saudita non è dotata di elicotteri d’attacco imbarcati. Per proteggere la portaelicotteri e fornire tiro di supporto nella zona dello sbarco, il corpo di spedizione ha bisogno di due cacciatorpediniere con missili mare-terra, mare-mare, mare-aria e di cannoni. La Marina saudita non ne ha. I cacciatorpediniere vanno integrati con due fregate con lo stesso armamento. L’Arabia Saudita ha 3 fregate costruite in Francia della classe al-Riyadh (Lafayette) armate con missili da crociera SCALP EG, missili anti-nave Exocet MM40 Block II, missili antiaerei Aster 15 (30 km di raggio) e cannoni da 100mm e 20mm. Possiamo aggiungere quattro fregate male armate della classe al-Madinah costruite in Francia negli anni ’80. Queste navi non hanno la potenza di fuoco necessaria per supportare le portaelicotteri. Un altro tipo di mezzo d’appoggio essenziale per il gruppo d’assalto anfibio è il sottomarino, per neutralizzare un possibile attacco dei sottomarini nemici. L’Arabia Saudita non ne ha.
La Russia ha ricevuto dall’Armenia 200 milioni di dollari e sta per consegnarle missili Iskander-M. L’Arabia Saudita vuole rafforzare le relazioni con la Russia in tutti i campi, anche militare, ha detto il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr durante la visita a Mosca ad agosto. Era giunto con la proposta d’investire 10 miliardi di dollari nell’economia russa. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita ha avuto diversi negoziati con la Russia per l’acquisto di missili Iskander. Il missile Iskander ha una quota di crociera di 50000 m, rendendosi invulnerabile alla maggior parte dei sistemi terra-aria. Inoltre, vola a 7/9000 km/h eseguendo manovre d’evasione in volo. I missili da crociera, anche con tecnologia “stealth” e volando a 800 km/h, possono essere rilevabili a 80 km (anteriormente) e a 145 km (posteriormente) dai velivoli con rilevatori ad infrarossi (IRT). Per decenni i piloti russi del Comando Caccia si addestrarono alle procedure per intercettare e distruggere missili da crociera, ciascuno con almeno quattro tiri reali all’anno presso il poligono di Astrakhan contro aeromobili telecomandati che volavano a bassa quota e di notte, simulando perfettamente il profilo di volo dei Tomahawks.
Non è escluso che l’Arabia Saudita riceva la portaelicotteri Mistral invece dell’Egitto per poi cederla alla Russia in cambio dei sistemi missilistici Iskander. Se accedesse, ci sarebbero due ipotesi al lavoro. La prima riguarda il sistema di guida dei nuovi missili Iskander, con probabile deviazione di 2-5 m su una gittata di 500 km. Gli Stati Uniti, desiderosi di entrare in possesso di questo sistema, potrebbero ottenerlo dall’Arabia Saudita. Per gli Stati Uniti, il fatto che le due portaelicotteri Mistral da 21000 t e 16 elicotteri a bordo, finiscano in Russia non pone alcun pericolo, perché gli Stati Uniti hanno 8 navi d’assalto anfibio classe Wasp da 41335 t, ognuna dotata di 12 elicotteri da trasporto CH-46 Sea Knight, 6 aerei d’attacco al suolo a decollo e atterraggio verticale AV-8B, 4 elicotteri d’attacco AH-1W Super Cobra, 9 elicotteri antisom CH-53 Sea Stallion e 4 elicotteri di soccorso UH-1N Huey. La seconda ipotesi contesta l’equilibrio di potere in Medio Oriente. Forse l’Arabia Saudita prevede la sostanziale avanzata del ruolo della Russia nel Golfo nel prossimo futuro, supportando l’Iran che sfrutta enormi risorse energetiche. La cooperazione russo-iraniana sarebbe esponenziale per la crescita economica e militare dell’Iran, colpendo gravemente i Paesi della penisola arabica. Stati Uniti ed Israele non possono contrastare questa tendenza. Successivamente, l’Arabia Saudita (il più grande esportatore di petrolio al mondo e terzo di gas naturale) sarebbe costretta a cercare protezione volgendosi alla Russia (seconda per riserve di petrolio e prima per riserve di gas naturale). I due Paesi formerebbero un nuovo cartello del petrolio a scapito dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), a cui la Russia non appartiene. L’OPEC è subordinata agli interessi dell’occidente, così, imponendo le sanzioni economiche alla Russia, il prezzo del petrolio è sceso artificialmente da 100 a 42 dollari. Ricordiamo che il 14 febbraio 1945 il presidente Franklin Delano Roosevelt incontrò re Abdulaziz bin al-Saud sull’incrociatore USS Quincy, nel Mar Rosso. L’incontro si svolse in segreto e pose le condizioni per una collaborazione che garantisse la stabilità nel Medio Oriente del dopo-guerra. Gli Stati Uniti garantivano la sicurezza dell’Arabia Saudita e un seggio alle Nazioni Unite, e l’Arabia Saudita diveniva, per sempre, alleata degli Stati Uniti, consentendogli ogni speculazione sul mercato del petrolio.RIMPAC 2004Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’esercito degli USA non può combattere contro la Russia

‘Carne morta’ volante: l’F-35 sarà fatto a pezzi dai vecchi caccia
Sputnik 16/08/2015AIR_F-35_Manufacture_Aft_lgLe polemiche sullo statunitense Joint Strike Fighter (JSF) F-35 è ancora bollente, spingendo esperti a porre la domanda: cosa sarebbe successo se l’United States Air Force avesse mollato l’F-35 molti anni prima? Il Lockheed Martin F-35 Joint Strike Fighter, il più nuovo e costoso aereo da guerra del Pentagono di sempre, è una grande delusione per l’United States Air Force e scatena feroci critiche di esperti e parlamentari occidentali. “Tentando di sviluppare un nuovo jet da combattimento, il Pentagono ha speso 100 miliardi, fino ad oggi, per il programma F-35, con cui avrebbe potuto acquistare circa 740 Eurofighter Typhoon. L’euro-qualcosa, naturalmente, non è certo nello stile dell’USAF e il dipartimento dellla Guerra non compra un caccia francese dal 1918“, ha osservato l’esperto statunitense James Hasik del Centro Brent Scowcroft per la sicurezza internazionale. “Allora, cosa altro avrebbe potuto fare l’USAF? Come primo quadro in questa storia alternativa, supponiamo che l’ex-segretario alla Difesa Robert Gates non avesse posto fine al programma F-22 nel 2009 dopo 187 velivoli. Detto ciò, la risposta non è mai solo ancor più F-22“, ha aggiunto. Infatti, oltre l’US Air Force, Marina e Marines speravano che il nuovo jet da combattimento gli desse l’imbattibilità nei cieli. Invece, s’è scoperto che anche se il progetto è andato fuori budget per 165 miliardi di dollari, l’aereo non è efficiente come ampiamente pubblicizzato. La lamentela principale è che l’F-35 è meno maneggevole rispetto al F-22. Nel luglio 2015 il aircraft_f-6.vs.f-4sparlamentare federale australiano Dr. Dennis Jensen ha sottolineato nel suo articolo “Ricordiamoci la lezione della guerra aerea del Vietnam” che il produttore dell’aereo aveva evidentemente dimenticato le amare lezioni della guerra del Vietnam. Riferendosi alla dottrina militare degli Stati Uniti degli anni ’50, Jensen ha osservato che sosteneva che l’era del “dogfighting” era finita. Di conseguenza, gli F-4 Phantom statunitensi avevano un avanzato radar di ricerca e puntamento, otto missili aria-aria e altre attrezzature sofisticate. Tuttavia, dato che l’era del “dogfighting” erano presumibilmente finita, il F-4 Phantom fu progettato senza cannone, osserva Jensen. “Poi arrivò l’ora della verità. La potenza degli Stati Uniti, con il sofisticato F-4 Phantom, avrebbe dovuto distruggere facilmente i caccia nemici come il MiG-17. L’obsoleto MiG-17 non aveva radar da combattimento aereo o missili a lungo raggio, ma aveva i cannoni. In combattimento, i missili non funzionarono come pubblicizzato e l’agile MiG-17 causò all’F-4 ogni sorta di problema“, ha sottolineato il parlamentare australiano. E ci risiamo, ha osservato. L’F-35 è dotato di avanzati radar e sensori, ma ciò che è recentemente emerso è che “il JSF è stato ampiamente battuto dall’F-16 progettato 40 anni fa“. “E’ chiaro che il JSF sarà carne morta in caso di combattimento ravvicinato con caccia vecchi di decenni“, ha sottolineato Jensen.
È interessante notare che, in un colloquio con RT, il famoso ingegnere aerospaziale statunitense Pierre Sprey, co-progettista dell’F-16 Falcon e dell’A-10 Warthog, ha osservato che il famigerato F-35 “potrebbe essere fatto a brandelli anche dall’antiquato MiG-21“, per non parlare dei combattimenti ravvicinati con aviogetti di quarta generazione russi Su-27 e MiG-29. Ciò che peggiora le cose è che molti esperti considerano il progetto uno scandaloso spreco di denaro. La RAND Corporation, istituto di ricerca e analisi senza scopo di lucro, ha dichiarato che sebbene il Pentagono persegua numerosi programmi aeronautici comuni, tra cui l’F-35 Joint Strike Fighter, per ridurre il Life Cycle Cost (LCC), ha ovviamente fallito in questa missione. Inoltre, i programmi portano ad ancora più elevati costi complessivi. “A meno che i servizi protagonisti abbiano esigenze identiche, stabili, il dipartimento della Difesa statunitense dovrebbe evitare il futuro caccia comune e altri programmi congiunti per sviluppare aeromobili complessi“, raccomandano gli analisti della RAND lamentandosi della presenza di un minor numero di prime contractor nel mercato statunitense, minando la potenziale concorrenza futura e “rendendo più difficile controllare i costi“.

Un caccia Su-27 può distruggere tre F-35
Sputnik 14/08/2015

10670258Attualmente il dipartimento della Difesa USA (DoD) esamina il numero di F-35 da acquistare. Secondo un rapporto pubblicato dalla Rete per la sicurezza nazionale, i piani d’acquisto e gestione del DoD riguardano 2500 aerei per un costo di circa 1400 miliardi di dollari. Alla luce di ciò, l’analista Bill French ha scritto una relazione dal titolo “Tuono senza fulmine: costo elevato e limitato sviluppo dell’F-35“, analizzando il nuovo velivolo. Il documento afferma che in base ai parametri tecnici, l’F-35 “Perde verso i caccia di quarta generazione MiG-29 e Su-27 sviluppati dalle forze aeree russe e utilizzati in tutto il mondo“. Gli aerei da combattimento sovietici MiG-29 e Su-27 sono superiori in prestazioni tecniche al nuovo caccia statunitense F-35. Tale conclusione è stata raggiunta dall’analista statunitense Bill French, che lavora per l’ONG Rete per la sicurezza nazionale. “L’F-35 è notevolmente inferiore ai russi Su-27 e MiG-29 per carico alare (ad eccezione dell’F-35C), accelerazione e rapporto spinta-peso (il rapporto tra spinta dei motori e peso del velivolo)“, afferma l’analista. Inoltre, tutti gli F-35 hanno una velocità massima significativamente inferiore a quella dei velivoli dell’URSS. French ha anche detto che nei combattimenti aerei simulati, i risultati tracciano un “quadro ancor più preoccupante“. Secondo lui, nel 2009, gli analisti dell’US Air Force Intelligence e della Lockheed Martin Company, che sviluppano il nuovo caccia statunitense, osservarono che nonostante la superiorità del F-35 nella tecnologia stealth e nell’avionica, di fronte a Su- 27 e MiG-29 il rapporto di perdite sarebbe 3:1, cioè per ogni Su-27 o MiG-29 distrutto ce ne sarebbero tre F-35. Inoltre, in un duello istruttivo, un veterano dell’US Air Force su un F-16 ha battuto facilmente l’F-35. Quest’ultimo chiaramente non ha abbastanza manovrabilità, il velivolo non è riuscito a prendere posizione per il lancio di missili o sparare con il cannone mentre l’F-16 è riuscito a inquadrare l’avversario almeno 10 volte. In precedenza i problemi dell’F-35 furono notati in Australia. News.com.au paragonava l’F-35 al caccia di quinta generazione T-50 rilevando, a giudicare dai video, che il velivolo russo surclassa notevolmente in manovrabilità quello degli Stati Uniti.

Il MiG-21 può spazzare via l’F-35
Sputnik 5/08/2015

10606486Il tanto vantato jet da combattimento di quinta generazione degli Stati Uniti F-35 è così pessimo che sarebbe un bersaglio anche per i MiG-21 russi progettati negli anni ’50, afferma il famoso ingegnere aerospaziale statunitense Pierre Sprey ai media russi. “L’F-35 è così malmesso che è assolutamente senza speranza quando affronta aerei moderni. In realtà, verrebbe fatto a pezzi anche dall’antiquato MiG-21“, ha detto Sprey a RT, commentando la recente perizia che respinge il programma F-35 come fallimento totale. Il Lockheed Martin F-35 Lightning II, descritto dai media statunitensi come “aereo d’oro puro” per il prezzo esorbitante, sarebbe impotente in un duello con gli aviogetti di quarta generazione della Russia Su-27 e MiG-29, ha detto Pierre Sprey. “Su-27 e anche MiG-29 hanno grande superficie alare, motori più potenti e trasportano più armi aria-aria e aria-terra… Ecco perché l’F-35 sarà totalmente impotente contro di essi perché quando si affronta un aereo più manovrabile, che accelera più velocemente ed è meglio armato, allora sei nei guai“, ha aggiunto. Poche persone sono qualificate a parlare di aerei da caccia di Pierre Sprey. È il co-progettista dell’F-16 Fighting Falcon e del cacciacarri A-10 Warthog, due degli aerei di maggior successo nell’US Air Force. In un rapporto intitolato “Tuono senza fulmine: Alto costo e limitato beneficio del Programma di Sviluppo dell’F-35” pubblicato negli Stati Uniti dall’organizzazione no-profit Rete della sicurezza nazionale, l’analista Bill French ha scritto che, secondo parametri tecnici, l’F-35 “perde con i caccia di quarta generazione MiG-29 e Su-27, sviluppati dalle forze aeree russe e utilizzati in tutto il mondo.” “L’F-35 è notevolmente inferiore ai russi Su-27 e MiG-29 per carico alare (a eccezione dell’F35C), accelerazione e rapporto spinta-peso (il rapporto tra spinta del motore e peso del velivolo)”, ha detto il analista. Inoltre, tutti gli F-35 hanno velocità massima significativamente inferiore rispetto ai velivoli sovietici. French ha anche scritto che nei combattimenti aerei simulati, i risultati danno un “quadro ancor più preoccupante“. Secondo lui, nonostante la superiorità dell’F-35 nella tecnologia stealth e nell’avionica, nel confronto con Su-27 e MiG-29 la perdita attesa è di 3:1, cioè per ogni Su-27 o MiG-29 distrutto ci sarebbero tre F-35 distrutti. Il rapporto afferma che l’F-35 è leggermente migliore ai jet veterani F-16 e F-18.

L’esercito degli USA non può combattere contro la Russia
15 anni di inutile fallimentare guerra “al terrorismo” ha ridotto le capacità degli USA di combattere una guerra contro un grande avversario
Nancy A. Youssef, The Daily Beast, 14 agosto 2015 – Russia Insider

1069276Una serie di esercitazioni estive classificate preoccupano il dipartimento della Difesa sulle proprie forze impreparate a una seria campagna militare contro la Russia, hanno detto due funzionari della difesa a The Daily Beast. Molti militari ritengono che 15 anni di guerra al terrorismo hanno lasciato le truppe mal preparate e senza la logistica o il livello necessario se la Russia avanzasse sugli alleati della NATO, hanno detto. Tra le lacune svelate dalle esercitazioni vi è il numero di munizioni di precisione disponibili insufficienti per i piani di guerra e difficoltà nel sostenere grandi truppe. “Potremmo probabilmente battere i russi oggi (in una grande battaglia)? Certo, ma ci vorrebbe tutto quello che abbiamo”, ha detto un funzionario della difesa. “Ciò che diciamo è che non siamo pronti come vorremmo“. Un’esercitazione teorica classificata, “TTX”, una sorta di gioco di guerra, “ci ha detto che le guerre (in Iraq e Afghanistan) hanno impoverito la nostra capacità operativa“, spiegava il secondo funzionario della difesa, utilizzando il gergo militare per capacità di combattimento. L’esercitazione fu condotta dal dipartimento della Difesa e coinvolse molte altre agenzie federali. Negli ultimi mesi gli alti ufficiali delle forze armate hanno cominciato a definire la Russia di Putin “minaccia esistenziale” agli Stati Uniti. I risultati delle esercitazioni e l’avanzata delle forze filo-russe in Ucraina non placano tali paure. Ma queste preoccupazioni su prontezza e resistenza non sono universalmente condivise, nemmeno al Pentagono. Tutti nella dirigenza della sicurezza degli Stati Uniti riconoscono che Mosca ha circa 4000 armi nucleari, il terzo maggiore budget militare del mondo e un leader sempre più bellicoso. C’è poco accordo su come sarà la minaccia. “Una guerra tra Russia e NATO è improbabile date le pesanti ripercussioni che la Russia affronterebbe. Oltre alla travolgente reazione che provocherebbe, il vecchio equipaggiamento militare e capacità logistiche tese della Russia rendono un’offensiva riuscita molto difficile“, ha detto un funzionario dell’intelligence statunitense. “In breve, un diretto conflitto con la Russia ha scarsa probabilità, in situazione ad alto rischio. La sfida della leadership irregolare di Putin è che gli eventi a bassa probabilità siano leggermente più probabili“. L’esercito degli USA ha ancora il sopravvento su vari aspetti, dopo tutto. Ma ci sono dei limiti, gravi limiti, a tali vantaggi. Nella potenza aerea, per esempio, l’esercito statunitense si appoggia a usurati piloti di caccia e capacità di manutenzione limitate dei loro aerei. I droni da ricognizione necessari dovrebbero essere ritirati da altre zone di conflitto. “Contro un avversario come la Russia, non possiamo avere il dominio dell’aria che abbiamo dato per scontato nei conflitti dall’11 settembre“, ha spiegato il secondo funzionario della difesa. “Ogni conflitto di rilevante entità contro un avversario come la Russia significa impegnare aviatori e risorse che operano in altre parti del mondo, ad una velocità che ne riduce al minimo l’addestramento a quel tipo di combattimento“. Il funzionario ha aggiunto: “Possiamo benissimo fornire la potenza aerea che a noi e nostri alleati permetterebbe di prevalere in un grande scontro, ma allo stato attuale delle nostre forze aeree non è una scommessa sicura“.
F117wreckage Durante a TTX, a giugno, l’esercito statunitense ha svolto quattro grandi esercitazioni con la NATO, chiamate Allied Shield, con 15000 soldati da 19 Paesi membri. A marzo, la Russia ha svolto le proprie esercitazioni, schierando ben 80000 effettivi. “L’obiettivo delle esercitazioni è rilevare le proprie aree più deboli, con la NATO che si concentra su Stati baltici e Polonia, mentre la Russia su regione artica e Grande Nord, Kaliningrad, Crimea e le aree al confine con i membri della NATO Estonia e Lettonia“, come riporta il riassunto delle manovre. (PDF) E come l’esercitazione teorica, Allied Shield ha suggerito che gli Stati Uniti non possono combattere per molto contro i russi. Inoltre, la combinazione della Russia di forze speciali, agenti locali, propaganda, spionaggio informatico e attacchi furtivi, impegna molti nell’esercito statunitense su come rispondere. Naturalmente, vogliono controllare l’aggressività russa, soprattutto se Putin agisce verso gli alleati NATO degli USA dei Paesi baltici. Non si è sicuri di come farlo senza avviare la Terza Guerra Mondiale. Soprattutto ora che la Russia s’è dichiarata aperta al concetto di utilizzo del primo colpo nucleare nel conflitto convenzionale. Anna Nemtsova di Daily Beast, attualmente con gli istruttori militari in Ucraina, ha chiesto cosa avrebbero fatto se le loro unità venissero circondate della forze filo-russe. “Fammi pensare un momento, questo è un anno difficile“, ha detto un soldato statunitense. All’ultimo briefing con i giornalisti, il generale Raymond Odierno, ex-capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ha detto che le esercitazioni della NATO in Europa illustrano anche piccole sfide che potrebbero avere impatto sproporzionato nella lotta contro la Russia. “Una delle cose che abbiamo appreso è la sfida logistica in Europa orientale. Ad esempio, l’Europa orientale ha una ferrovia a scartamento diverso da quello dell’Europa occidentale (dove gli Stati Uniti tradizionalmente si addestrano) rendendo i rifornimenti più difficili. Quindi ne traiamo grandi lezioni“, ha detto Odierno. Peggio è l’avviso di Odierno che “solo il 33 per cento” delle brigate dell’US Army sono sufficientemente addestratr per affrontare la Russia. Questo è assai meno del 60 per cento necessario. Odierno ha detto che non crede che l’esercito raggiungerà quel livello per molti anni ancora. Al culmine della Guerra Fredda c’erano 250000 soldati statunitensi in Europa. Dopo la prima guerra del Golfo, scesero a circa a 91000. Oggi sono 31000, anche aggiungendo truppe supplementari dopo l’invasione furtiva dell’Ucraina. Eppure, molti nel governo non sono preoccupati quanto i militari. In realtà, gli addetti ai lavori sospettano che l’avvertimento del Pentagono sia un mezzo per fare leva contro le minacce di tagli al bilancio. L’esercito spera di scongiurare tagli importanti alle forze di terra e ai fondi, mentre la guerra in Afghanistan si esaurisce. Lawrence Korb del Centro per il Progresso Americano di Washington DC, allineato con la Casa Bianca di Obama e Hillary Clinton, ha detto che crede che l’esercito approfitti delle aggressioni russe negli ultimi due anni per combattere le battaglie sul bilancio. Inoltre, Korb non è convinto che le esercitazioni riflettano la realtà, osservando che gli Stati Uniti spendono circa 600 miliardi per la difesa rispetto ai 60 miliardi alla Russia. Le armi russe sono molto meno moderne, e Putin ha dovuto abbandonare il piano da 400 miliardi per aggiornarle all’inizio dell’anno con il crollo del rublo russo. “Ci piacerebbe pulirgli gli orologi. (Lle truppe russe non sono) molto buone. Non sono così moderne“, ha detto Korb. “Credo che (i militari) approfittino della recente aggressione russa perché è chiaro che non utilizzeremo grandi eserciti per affrontare i gruppi come l’autoproclamato Stato islamico”. L’esercito degli Stati Uniti ora si preoccupa della Russia “come la Marina (una volta) parlava dei cinesi” per fermare i tagli al bilancio, ha aggiunto. Ma il tenente-generale Mark Hertling, in pensione nel 2012 da comandante dell’US Army in Europa, ha detto che la minaccia russa esiste da molto prima degli ultimi battibecchi sul bilancio. E i suoi avvertimenti del 2010 caddero nel vuoto. “Stavamo battendo il tamburo sulla Russia nel 2010 e ci dissero (i funzionari di Washington) ‘Vivi ancora nella guerra fredda.’ Tutto ciò che avevamo previsto è accadduto, ma ora è tardi”, ha detto Hertling. “Ciò per mancanza di fiducia tra governo e forze armate“, ha aggiunto. “Monitoravamo i movimenti russi e aumentavano non solo il budget, ma il ritmo delle operazioni e dello sviluppo dei nuovi equipaggiamenti. Sono sempre più aggressivi e provocatori, anche se abbiamo cercato di collaborare”. Da allora, l’esercito si è ridotto rapidamente di 80000 truppe. Qualora il Congresso attuasse i tagli lineari del bilancio come il sequestro, l’esercito passerebbe da 450000 soldati a 420000, il più piccolo esercito degli Stati Uniti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Odierno ha definito tali cifre pericolose. “L’impasse del bilancio inesorabile ci ha costretto a degradare la prontezza a livelli storicamente bassi“, ha detto in una conferenza. Comunque, la Rete per la dirigenza europea di Londra ha pubblicato un rapporto e concluso che le grandi esercitazioni militari aggravano le tensioni, e non dissuadono come previsto. “La Russia si prepara al conflitto con la NATO, e la NATO a un possibile confronto con la Russia. Non suggeriamo che le leadership abbiano deciso la guerra, o che un conflitto militare sia inevitabile, ma che il profilo modificato delle esercizi è un fatto e gioca un ruolo sostenendo il clima di tensione in Europa“, afferma il rapporto intitolato “Prepararsi al peggio: Le esercitazioni militari russe e della NATO rendono la guerra in Europa più probabile?

Il comandante del NORAD: la nostra difesa missilistica strategica non funzionerà
Sputnik, 08/12/2015

250px-Continental_NORAD_Region_-EmblemNonostante i miliardi spesi per un sistema di difesa missilistico avanzato, i comandanti del Nord America Aerospace Defense hanno ammesso che sarà inefficace. La soluzione? Aggiungere elementi offensivi alla difesa. “Abbiamo fatto progressi incredibili nella difesa missilistica“, ha detto l’Ammiraglio Bill Gortney, capo del NORAD e del Comando del Nord durante una conferenza su Spazio e Difesa Missilistica, secondo Breaking Defense. Tra i successi c’è lo sviluppo dell’intercettore SM-6 in grado di abbattere missili da crociera e balistici. Ma questi sistemi di difesa sono costosi, portando Gortney ad un’altra conclusione. “Non solo è insostenibile, ma non funzionerà“, ha detto. “Perderemo questa battaglia con l’attuale strategia“. Questo perché non importa quanti sistemi di difesa costosi siano acquistati, non basteranno mai a contrastare ogni potenziale minaccia. Allora che deve fare il Dipartimento della Difesa? Secondo le valutazioni dell’ex-Capo di Stato Maggiore dell’esercito Generale Ray Odierno e del Capo delle Operazioni Navali Ammiraglio Jonathan Greenert, la soluzione è duplice. In primo luogo, il NORAD potrebbe prendere in considerazione l’organizzazione di una rete globale per la trasmissione rapida di dati di puntamento alle varie forze armate. Questo tipo di rete ha operato nell’ultimo decennio ed è poco noto. Un rinnovato interesse potrebbe sostenerne il programma. “E’ una delle cose su cui pensiamo si debba investire realmente per avere dati utili al lancio… in tutti i campi“, ha detto Gortney. “Dobbiamo averlo nel DoD“. Tale rete non sarebbe oltre il regno della possibilità. “Abbiamo la tecnologia. Le tecnologie sono probabilmente tutte pronte“, ha detto Gortney, secondo Breaking Defense. “Si vanno formando“. La seconda fase prevede la strategia del “pronto al lancio“. Utilizzando i dati di puntamento, il NORAD identifica i missili prima di essere lanciati avviando l’attacco preventivo agli impianti di lancio. “Quando osservate il ‘pronti al lancio’, dovete avere una profonda conoscenza dell’avversario, prima di tutto… anche prima che (il missile) sia sulla rampa di lancio“, ha detto Gortney. “Se va in posizione verticale ed ha un nostro obiettivo nel suo sistema, secondo me siamo in ritardo nel problema. Ed è per questo che la capacità offensiva del nostro apparato militare è importante“, ha aggiunto. Se Gortney non specifica la minaccia che potrebbe sopraffare le capacità del NORAD, alluse alla crescente potenza russa davanti alla Commissione per i Servizi Armati del Senato, a marzo. “Se queste tendenze continueranno“, ha detto, “il NORAD si troverà ad affrontare crescenti rischi alla capacità di difendere il Nord America contro le minacce missilistiche, aeree e navali russe“.Pentagon

L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita, da vittoriosi a megaperdenti

F. William Engdahl New Eastern Outlook 08/08/2015kerry-saudi_wide-7bfca96325d9ca9656ae9c2f4715d6141fbec18e-s900-c85Chi avrebbe pensato che saremmo arrivati a questo? Non certo l’amministrazione Obama e i suoi brillanti think-tank di strateghi geopolitici neoconservatori. La brillante proposta “win-win” di John Kerry dell’11 settembre scorso, durante il suo incontro a Jeddah con il malandato re saudita Abdullah era semplice: replicare il grande successo dell’accordo tra dipartimento di Stato e sauditi del 1986, quando Washington convinse i sauditi a inondare il mercato mondiale con l’eccesso di offerta comprimendo i prezzi del petrolio, una sorta di “shock petrolifero al contrario”. Nel 1986 ebbe successo contribuendo a piegare la vacillante Unione Sovietica fortemente dipendente dai proventi in dollari delle esportazioni di petrolio per mantenere il potere. Così, anche se non fu reso pubblico, Kerry e Abdullah decisero l’11 settembre 2014 che i sauditi avrebbero usato i loro muscoli petroliferi per piegare la Russia di Putin oggi. Sembrava brillante, al momento non c’era dubbio. Il giorno successivo, il 12 settembre 2014, l’appropriatamente nominato Ufficio terrorismo ed intelligence finanziaria del Tesoro USA, guidato dal sottosegretario al Tesoro David S. Cohen, annunciava nuove sanzioni contro i giganti energetici della Russia Gazprom, Gazprom Neft, Lukoil, Surgutneftgas e Rosneft, vietando alle compagnie petrolifere degli Stati Uniti dal partecipare a joint venture con le società russe su petrolio o gas, in mare o nella regione artica. Poi, proprio mentre il rublo calava rapidamente e grandi aziende russe versavano dollari per i pagamenti di fine anno, il crollo dei prezzi mondiali del petrolio sembrava por fine al regno di Putin. Questo fu chiaramente il pensiero delle anime tormentate degli uomini di Stato a Washington. Victoria Nuland era giubilante, lodando la nuova arma di precisione della guerra finanziaria dell’unità del terrorismo finanziario del Tesoro di David Cohen. Nel luglio 2014, il West Texas Intermediate, prezzo di riferimento negli Stati Uniti del mercato petrolifero domestico, arrivava a 101 dollari al barile. Il profitto del petrolio di scisto era in piena espansione, rendendo gli Stati Uniti importanti attori petroliferi per la prima volta dal 1970. Quando WTI arrivò a 46 dollari all’inizio di gennaio, improvvisamente le cose sembrarono diverse. Washington si rese conto di essersi data la zappa sui piedi, l’industria del petrolio di scisto statunitense era eccessivamente indebitato e cedeva sotto il prezzo del petrolio in calo. Dietro le quinte, vi fu la collusione tra Washington e Wall Street per stabilizzare artificialmente ciò che era l’imminente reazione a catena dei fallimento dovuto al crollo del petrolio di scisto negli Stati Uniti. Di conseguenza i prezzi del petrolio iniziavano una lenta risalita, arrivando a 53 dollari a febbraio. La propaganda di Wall Street e Washington cominciò a parlare di fine della caduta dei prezzi del petrolio. A maggio i prezzi erano saliti a 62 e quasi tutti erano convinti della ripresa del petrolio. Come si sbagliavano.

Sauditi scontenti
Dall’incontro Kerry-Abdullah dell’11 settembre (data curiosa, visto il clima di sospetto sulla famiglia Bush che copre il coinvolgimento dei sauditi sugli eventi dell’11 settembre 2001), i sauditi hanno un nuovo re decrepito, monarca assoluto e Custode delle due Sacre Moschee, re Salman, che sostituisce il deceduto re Abdullah. Tuttavia, il ministro del petrolio è sempre il 79enne Ali al-Naymi, che avrebbe visto un’occasione d’oro nella proposta di Kerry di avere la possibilità di eliminare contemporaneamente anche la crescente sfida sul mercato degli Stati Uniti del petrolio di scisto non convenzionale. Al-Naymi disse ripetutamente che era determinato a eliminare il “disturbo” del petrolio di scisto degli USA al dominio saudita sui mercati mondiali del petrolio. Non solo i sauditi non erano felici dell’intrusione dello scisto degli Stati Uniti nel loro dominio petrolifero, sono ancor più arrabbiati dal recente accordo dell’amministrazione Obama con l’Iran che probabilmente porterà tra diversi mesi all’eliminazione delle sanzioni economiche all’Iran. In realtà i sauditi sono fuori di sé dalla rabbia contro Washington, tanto che hanno ammesso apertamente l’alleanza con l’arcinemico Israele per combattere ciò che vedono come crescente dominio dell’Iran nella regione: in Siria, Libano e Iraq. Ciò ha contribuito alla determinazione di ferro dei sauditi, aiutati dagli stretti alleati del Golfo, a spezzare ulteriormente i prezzi del petrolio fino a quando l’ondata di fallimenti delle aziende del petrolio di scisto, interrotta a gennaio dalle manipolazioni di Washington e Wall Street, metta fine alla concorrenza del petrolio di scisto dagli Stati Uniti. Quel giorno potrebbe arrivare presto, ma con conseguenze non volute per l’intero sistema finanziario mondiale in un momento in cui le conseguenze non possono essere affrontate. Secondo un recente rapporto della banca di Wall Street Morgan Stanley, uno dei principali attori nel mercato del greggio, i produttori di petrolio dell’OPEC, aumentano aggressivamente le forniture di petrolio a un mercato mondiale già saturo, senza alcun suggerimento di una tregua. Nel rapporto, Morgan Stanley osserva con allarme visibile, “l’OPEC ha aggiunto 1,5 milioni di barili/giorno di forniture globali negli ultimi quattro mesi soltanto… il mercato del petrolio attualmente ha 800000 barili/giorno di offerta in eccesso. Ciò suggerisce che l’eccesso di offerta attuale del mercato del petrolio è interamente dovuto all’aumento della produzione dell’OPEC da febbraio”. Il rapporto della banca di Wall Street aggiunge una nota sconcertante: “Prevedevamo che l’OPEC non avrebbe ridotto, ma non avevamo previsto un tale brusco aumento”. In breve, Washington ha perso completamente influenza strategica sull’Arabia Saudita, un regno considerato vassallo di Washington dall’accordo di FDR per darne l’esclusiva alle major petrolifere degli USA nel 1945. La rottura delle comunicazioni tra USA e Arabia Saudita da nuova dimensione all’ultima visita di alto livello a San Pietroburgo, il 18 giugno, di Muhamad bin Salman, viceprincipe ereditario, ministro della Difesa saudita e figlio del re Salman, per incontrare il Presidente Vladimir Putin. L’incontro fu preparato con cura da entrambe le parti, discutendo di accordi commerciali da 10 miliardi di dollari, tra cui la costruzione di reattori nucleari russi nel regno e la fornitura di avanzate attrezzature militari russe ed investimenti sauditi in Russia nel settore agricolo, medico, logistico, vendita al dettaglio e immobiliare. L’Arabia Saudita oggi è il maggior produttore di petrolio al mondo e la Russia il secondo. Un’alleanza russa-saudita a qualunque livello non era di certo prevista dai pianificatori strategici del dipartimento di Stato di Washington…. Oh merda!
Ora che l’OPEC sovraproduce petrolio, i sauditi hanno incrinato lo sforzo traballante degli Stati Uniti per aumentare i prezzi del petrolio. Il calo dei prezzi è stato ulteriormente alimentato dai timori che l’accordo con l’Iran aggiunga altra sovrabbondanza, e che il secondo più grande importatore di petrolio al mondo, la Cina, riduca le importazioni o almeno non le aumenti dato il rallentare dell’economia. La bomba è esplosa sul mercato del petrolio l’ultima settimana di giugno. Il prezzo del petrolio WTI è andato da 60 dollari al barile, livello su cui molti produttori di petrolio di scisto potevano rimanere a galla un po’ di più, a 49 il 29 luglio, con un calo di oltre il 18% in quattro settimane, con tendenza verso il basso. Morgan Stanley ha suonato il campanello d’allarme, affermando che se il trend delle ultime settimane continua, “questa crisi sarà più grave di quella del 1986. Poiché vi è stata una forte flessione nei 15 anni precedenti, la crisi attuale potrebbe essere la peggiore degli ultimi 45 anni. Se accadesse, non ci sarà nulla nella nostra esperienza che possa guidare le prossime fasi di tale ciclo… In realtà, non ci sarebbe un precedente storico analizzabile“.251DCE7000000578-2928222-image-a-20_1422382770842‘October Surprise’
Ottobre è la prossima svolta per decidere, presso le banche degli Stati Uniti, se restringere i prestiti alle aziende del scisto o continuare ad estendere credito (come finora), nella speranza che i prezzi risalgano lentamente. Se, come fortemente accennato, la Federal Reserve aumentasse i tassi d’interesse negli Stati Uniti a settembre, per la prima volta in otto anni della crisi finanziaria globale, quando esplose il mercato immobiliare statunitense nel 2007, i fortemente indebitati produttori di petrolio di scisto degli Stati Uniti affronteranno un disastro immane. Nelle ultime settimane il volume della produzione statunitense di petrolio di scisto era al massimo con i produttori di scisto che disperatamente cercano di massimizzare il flusso di liquidi, ironia della sorte, ponendo le basi della sovrabbondanza di petrolio mondiale, causa della loro scomparsa. La ragione per cui le compagnie petrolifere di scisto statunitensi hanno potuto continuare le attività da novembre scorso e non dichiarare fallimento è la politica del tasso zero della Federal Reserve che porta banche e altri investitori a cercare tassi d’interesse più elevati nel cosiddetto mercato obbligazionario “High Yield“. Negli anni ’80 quando furono creati da Michael Millken e altri truffatori presso la Drexel Burnham Lambert, Wall Street giustamente li chiamò “junk bonds“, perché quando le cose vanno male, come ora per le aziende dello scisto, si trasformavano in spazzatura. Un recente rapporto della banca UBS afferma: “il mercato globale ad alto rendimento è raddoppiato di dimensioni; settori che videro l’emissione più vivace negli ultimi anni, come energia e miniere metallifere, hanno visto il debito triplicarsi o quadruplicarsi”. Supponendo che la più recente flessione dei prezzi del petrolio WTI continui settimana dopo settimana fino ad ottobre, ci potrebbe essere anche panico e corsa a vendere miliardi di dollari di tali obbligazioni spazzatura ad alto rendimento e alto rischio. Come nota un’analista degli investimenti, “quando la folla della vendita al dettaglio, infine, si volge per uscire in massa, i gestori dei fondi si troveranno faccia a faccia con i mercati secondari del credito aziendale senza liquidi, privi di profondità… ciò può innescare l’incendio delle vendite“. Il problema è che questa volta, a differenza del 2008, la Federal Reserve non ha spazio per agire. I tassi d’interesse sono già prossimi allo zero e la FED ha acquistato migliaia di miliardi di dollari di debito bad bank per evitare la reazione a catena del panico bancario statunitense. Una possibilità che non è stata discussa per nulla a Washington sarebbe il Congresso che abroga il disastroso Federal Reserve Act del 1913, che cede il controllo del denaro della nostra nazione a una banda di banchieri privati, per creare una Banca nazionale pubblica di proprietà del governo degli Stati Uniti, che potrebbe emettere credito e vendere debito federale senza per intermediari i corrotti banchieri di Wall Street, come previsto dalla Costituzione. Inoltre, si potrebbero nazionalizzare completamente le sei o sette banche “troppo grandi per fallire” responsabili del disordine finanziario che distrugge le fondamenta degli Stati Uniti e, per estensione, il ruolo del dollaro quale valuta di riserva mondiale della maggior parte del mondo.12660_srcF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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