Chi è il nuovo segretario di Stato di Trump

Chi e cosa c’è dietro questo cambio di funzionari diplomatici e d’intelligence? Un cambio di strategia o un rafforzamento della linea belluina degli Stati Uniti?
Mision Verdad, 13 marzo 2018Da quando Donald Trump assunse la guida del governo degli Stati Uniti nei primi mesi del 2017, un’ondata di funzionari è stata licenziata, come il presidente-magnate ha fatto molte volte nel suo spettacolo The Apprentice, ma tramite Twitter, o fu dimessa su pressione politica. Si contano almeno 25 funzionari di alto rango, tra cui Steve Bannon, Michael Flynn e ora, la notizia del giorno dalla Casa Bianca, il maggiore azionista individuale di ExxonMobil ed ex-segretario di Stato Rex Tillerson.
Donald J. Trump @realDonaldTrump
Mike Pompeo, Direttore della CIA, sarà il nuovo segretario di State. Farà un fantastico lavoro! Grazie a Rex Tillerson per il suo servizio! Gina Haspel sarà il nuovo direttore della CIA, e la prima donna ad esserlo. Congratulazioni a tutti!
13:44 – 13 mar. 2018
Il repubblicano Mike Pompeo, che subentra al principale incaricato diplomatico degli Stati Uniti, e sarà presto confermato dal Senato, operava nell’amministrazione Trump dirigendo la Central Intelligence Agency (CIA). A sua volta, Gina Haspel fa carriera: ora assume la guida della CIA, dopo aver ricoperto l’incarico di vicedirettrice, la seconda posizione dell’istituzione. Ciò va confermato prima dal Congresso (si richiede l’approvazione legislativa dopo la nomina presidenziale), tuttavia Trump presume che sarà approvata e Haspel diventerà la prima donna ad assumere tale posizione nella storia degli USA. Tale mossa può essere letta da varie angolazioni, dato che Pompeo e Haspel sono figure in ascesa che collaborano col presidente e ne influenzano le decisioni e siedono nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca.

L’ombra della CIA
Da quando i fratelli Dulles fondarono la più importante agenzia d’intelligence negli Stati Uniti oltre 60 anni fa, lasciarono il segno non solo nel Paese ma nel mondo. Il quartier generale di Langley (Stato della Virginia) è, come sintetizzato dall’analista Larry Chin, quello dello Stato profondo e del governo invisibile. La CIA è un covo in cui si decidono le principali questioni di potere negli Stati Uniti. I direttori della CIA furono affaristi importanti, membri dell’establishment politico e/o strateghi geopolitici che assunsero la filosofia suprematista secondo cui l’Americano deve eccezionalmente civilizzare (“democratizzare”) il resto del mondo. Ecco perché Mike Pompeo rientra nel profilo: imprenditore e rappresentante dell’ala radicale e conservatrice del Partito repubblicano, fece carriera nella comunità dei servizi segreti senza sfuggire a polemiche e al mondo delle armi e del petrolio. Le sue connessioni col complesso militare-industriale l’hanno portato a tale importante posizione. Con la sua nomina a nuovo segretario di Stato, Pompeo copre anche il profilo aziendale di Tillerson, con l’essenziale provenienza diretta dagli uffici in cui si elaborano strategie e tattiche delle operazioni segrete internazionali, come dal confermato record della CIA. Infatti, Tillerson e Pompeo sono strettamente collegati (attraverso finanziamenti e lobby) ad ExxonMobil. L’ascesa della CIA raggiunge il polso internazionale diplomatico dell’amministrazione Trump. D’altra parte, Gina Haspel ha un curriculum meno interessante ma molto più sorprendente come spia e capo dei centri di detenzione e tortura. L’attuale direttrice della CIA era responsabile di una prigione segreta (“sito nero”) della CIA in Thailandia nel 2002, un piano segreto dell’agenzia. Si scoprì con la declassificazione dei cablo che Haspel nascose e distrusse documenti in cui la tortura veniva indicata come “annegamento simulato”, oltre ad ospitarvi terroristi di al-Qaida. Haspel è una veterana delle operazioni di spionaggio, entrò nella CIA nel 1985. Fu ambasciatrice degli Stati Uniti a Londra. Nel 2013 fu nominata capo ad interim del National Clandestine Service, un ufficio in cui sono pianificate le operazioni segrete della CIA, ma fu sostituita dopo poche settimane per gli scandali sulla tortura. Mike Pompeo la loda così: “Gina è un’ufficiale dell’intelligence esemplare, una patriota con più di 30 anni di esperienza nell’agenzia, un capo collaudato dalla misteriosa capacità di fare cose e ispirare chi le sta intorno”. E così ascendono due personaggi influenti nella CIA e nel governo degli Stati Uniti. La domanda su cosa ci sia dietro la commedia è la cosa più interessante da esporre, con questa ombra della CIA ovunque.

Perché il cambio di funzionari?
Negli ultimi mesi ci sono stati disaccordi e contraddizioni pubbliche tra Rex Tillerson e Donald Trump. Uno ha sdegnato l’altro tramite twitter o nei discorsi in qualsiasi parte del mondo. Il declino del petroliere texano si vedeva da tempo, e la sua sostituzione con Pompeo fu anche annunciata, come recensito da The American Conservative. Con Tillerson fuori dal governo, l’attuale segretario di Stato è visto come agente in supporto alle decisioni diplomatiche più aggressive dell’amministrazione Trump. Di fatto, l’opinione per relazioni conflittuali tra Stati Uniti e Repubblica islamica dell’Iran assume una dimensione maggiore con Pompeo segretario di Stato, dato che diversamente dal predecessore crede che nulla vada negoziato cogli iraniani. Sostiene l’assenza di politica estera sugli accordi nucleari con la potenza del Medio Oriente anziché il dialogo politico, e privilegia l’embargo attuale. È la linea belluina neoconservatrice. Il modo di relazionarsi con la Corea democratica è diverso con Pompeo. A una conferenza di gennaio, ammise che si doveva negoziare di fronte a guerra nucleare e scontro diretto con Kim Jong-un: questo fattore è fondamentale nella congiuntura attuale, con l’annuncio che Trump e il leader nordcoreano s’incontreranno al tavolo dei negoziati. Anche se le dichiarazioni dell’ex-direttore della CIA indicano i problemi che gli Stati Uniti hanno attualmente con Iran, Corea democratica e Siria, Pompeo è riconosciuto avere il pugno di ferro sulla comunità dei servizi segreti. La strategia delle sanzioni e del blocco finanziario contro il Venezuela è un’idea di Mike Pompeo, come ha confessato di recente. Va riconosciuto che l’influenza della CIA nelle decisioni di Donald Trump è, come nei precedenti presidenti dall’assassinato John F. Kennedy, piuttosto elevato. Tanto da concedere al suo direttore la posizione principale diplomatica dell’amministrazione. Per la Russia, Pompeo non ha saputo dimostrare che i russi hanno interferito nelle elezioni presidenziali del 2016 e quindi optò a febbraio d’incontrare i funzionari del Cremlino dell’intelligence e del controterrorismo (parlando della Siria?) Approccio criticato da alcuni, lodato da altri. L’attuale guerra commerciale di Trump con la Cina non ha un chiaro rappresentante diplomatico in Pompeo, ma gli analisti statunitensi concordano sul fatto che, a differenza di Tillerson, l’ex della CIA è d’accordo con lo scontro commerciale internazionale. Mentre ciò che viene deciso nella CIA, coll’insieme di interessi aziendali e guerrafondai, avrà maggiore importanza nella politica estera di Trump, non c’è una linea che riunisca le politiche statunitensi in relazione ai suddetti Paesi. Piuttosto, sembrano esserci contraddizioni e accordi bilaterali secondo i contesti globali e locali.
Una delle poche certezze evocate da tale cambio di funzionari è che Trump conta su Pompeo come importante funzionario per riunire, per quanto possibile, gli agenti che rappresentino un cambiamento nel governo degli Stati Uniti. Il presidente magnate portò Pompeo alla CIA per riorganizzarla a suo favore, ora lo porta nella sede diplomatica dopo mesi di fiducia e consigli influenti. Da parte sua, Gina Haspel continuerà il lavoro del suo precedessore, tenendo conto che avrà il permesso del nuovo segretario di Stato e di Donald Trump. Sembra che non ci sia fine a questo periodo interessante, oltre che pericoloso. Soprattutto con la CIA in prima linea e scoperta nella politica estera degli Stati Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Washington corre a vendere le sue armi ormai obsolete

Martin Berger New Eastern Outlook 13.03.2018

“Attenzione! Svendita Armi Obsolete statunitensi!”, annunci simili potrebbero presto apparire in quasi tutte le prime pagine dei principali siti di produttori di armi e degli innumerevoli media degli Stati Uniti che elogiarono la potenza di tali armi nel tentativo di venderle al mondo: alleati della NATO, terroristi che operano in Siria, Iraq, Afghanistan, Ucraina e in ogni altro angolo remoto di questo pianeta. Il piano di Washington di dettare la volontà al resto del mondo attraverso l’aggressione continua si è fermata bruscamente dopo il recente discorso del Presidente Vladimir Putin all’Assemblea federale della Federazione russa. Nonostante ciò, il sottosegretario per la politica alla Difesa USA John Charles Rood annunciava che le rivelazioni di Putin sui nuovi armamenti strategici sviluppati e testati in Russia non erano una sorpresa per Washington, anche se tali dichiarazioni sono difficili da credere. L’anno scorso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò di avere il più grande pulsante nucleare del mondo, ma dopo l’annuncio di Putin, Trump potrebbe rivedere tale affermazione. La Russia ha presentato una nuova serie di armi nucleari avanzate, come notato da numerose fonti tedesche. Ecco perché Washington si è affretta a vendere le proprie armi obsolete ed inutili, mentre può ancora convincere alcuni acquirenti. Mentre Mosca ha scelto di rivedere la posizione sulla vendita di armi avanzate come il sistema di difesa aerea S-400, Washington è sempre più disperata. Come rileva il notiziario iracheno Shafaq, oltre alla Turchia, a fine febbraio l’Iraq annunciava l’intenzione di acquistare un certo numero di sistemi di difesa aerea S-400. Mentre l’Egitto è nelle ultime fasi dei negoziati per l’acquisto di armi russe, l’Arabia Saudita ha anche quasi concluso un accordo per i sistemi S-400. Ciò che è ancor più curioso è che se il Presidente Putin decidesse di vendere armi ipersoniche, allora Washington non potrà usare la sua “schiacciante potenza militare” per abbattere anche gli Stati più piccoli. Al contrario, non sarà la prima volta che Washington si ritrova a vendere armi obsolete, facendo finta che siano di qualche utilità per chi le acquista.
Nel 2001, in risposta a una richiesta formale del governo di Taiwan d’acquisto di moderne armi statunitensi, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush decise di venderne di obsolete, come i cacciatorpediniere classe Kidd dismessi, diversi aerei antisom obsoleti insieme a un mucchio di altre apparecchiature chiaramente vecchie. Ci sono anche i fucili M-14 leggermente modernizzati che Washington vendette alla Lituania dal 1999. Quest’arma era in servizio nelle Forze Armate degli USA dal 1959 al 1970. Nel 2014, tutti gli M-14 esistenti furono consegnati al Fondo Armeria, che vendette le vecchie scorte trasformando la Lituania in un immenso museo militare. Si può anche ricordare come alcuni funzionari statunitensi corrotti abbiano iniziato a vendere all’Ucraina ed altri Paesi clienti lanciagranate RPG-7 di fabbricazione sovietica, alcuni dei quali vecchi di cinquantanni. L’ironia qui è che il processo di liquidazione di armi vecchie di mezzo secolo con decorazioni in plastica viene descritta come “messa a punto” dai funzionari statunitensi, che vendono materiale obsoleto agli alleati, esprimendo la crisi dell’industria della Difesa USA. Finora, tale processo non fu formalizzato in quanto interessa varie gare e contratti riflessi dal mercato libero. Tuttavia, oggi ci occupiamo delle pressioni dirette agli Stati-cliente da numerosi rappresentanti di spicco degli Stati Uniti. Tale passo non cambia molto il grande piano delle cose, poiché finora la maggior parte del mondo mantiene l’industria della difesa statunitense. Un chiaro esempio è l’aereo da combattimento F-16 o i missili Patriot fabbricati negli Stati Uniti, per cui la Polonia è pronta a spendere miliardi insieme ai Paesi baltici. Sfortunatamente, gran parte della NATO dovrà percorrere la stessa strada della Polonia. Allo stesso tempo, non va dimenticato che i missili Patriot sono armi non più utilizzate dagli stessi statunitensi, ma sono altamente redditizie per i produttori di armi statunitensi che continuano a vendere il sistema obsoleto alle nazioni più povere.
La propaganda anti-russa occidentale mira a creare l’impressione che la Russia rappresenti una minaccia imminente per la NATO, una scusa per l’acquisto di armi statunitensi. Il presidente Trump ha chiesto che almeno il 2% del PIL di ciascun membro della NATO sia assegnato alle armi, armi che sarebbero certamente “Made in USA”. Oggi, gli Stati Uniti esportano armi attraverso tre canali: governo, Pentagono ed industrie sotto il controllo del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e varie società che hanno chiesto di liberarsi delle loro armi obsolete. È risaputo che gli acquirenti di armi russe subiscono forti pressioni dagli Stati Uniti. Washington chiede regolarmente che queste nazioni pongano fine alla cooperazione con Mosca. Ci sono molti conflitti e guerre nel mondo e molti acquirenti tradizionali dei russi possono trovarvisi in mezzo. Inoltre, la Russia ha mostrato la potenza delle proprie armi in Siria. Tuttavia, non ha provocato tali conflitti per esportarle. Ad esempio, l’Iraq nel 2015 è diventato il secondo cliente di armi russe dopo l’India. Lo shock provocato dall’assalto alla Libia guidato dagli Stati Uniti, che comprendeva i membri europei della NATO, contribuì all’acquisto di armi russe di nazioni come l’Algeria. Gran parte delle armi di fabbricazione statunitense vengono acquistate dalle monarchie del Golfo Persico in cambio della sicurezza da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Ma così stanno solo ringraziano i funzionari occidentali, ma li corrompono. Come ha dimostrato la campagna siriana, la Russia è altrettanto competitiva nel fornire garanzie di sicurezza. Finora Arabia Saudita e Qatar non sono riusciti a percepire la Russia in tale veste, quindi non acquistano praticamente nulla dalla Russia. Tuttavia i tempi cambiano.
Le armi russe sono solitamente acquistate da quei Paesi che perseguono una politica di difesa indipendente da Washington. In alcuni casi, questa politica potrebbe essere fortemente anti-americana. Eppure, Stati come Cina, Malesia ed Indonesia non perseguono politiche anti-americane, ma perseguono una posizione indipendente sulla scena internazionale, perché hanno fonti diversificate di armamenti. L’India è una questione complessa. New Delhi vive l’euforia del riavvicinamento cogli Stati Uniti. È necessario aspettare e vedere se l’India avrà l’amara delusione della maggior parte degli alleati degli Stati Uniti. E ci sono numerose delusioni in tale “riavvicinamento”, come nel gennaio 2014, quando Delhi espulse l’ambasciatore USA dal Paese, in risposta alla detenzione a New York del Viceconsole indiano Devyani Khobragade. Non va inoltre dimenticato che oggi l’India ha bisogno di Washington solo per bilanciare il potere di Pechino. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di partner alla pari, ma solo di satelliti o vassalli, e l’India non vi si adatta. Il vero pericolo per occidente e Stati Uniti non è la capacità della Russia d’attacco nucleare schiacciante. Ciò che è molto più pericoloso sono le opportunità che si presentano con l’introduzione di armi ipersoniche dalla grandi gittate. E ora la Russia sembra avanti a tutti, non lasciando praticamente alcuna zona di Anti-Accesso ed Interdizione (A2/AD) agli Stati Uniti, il che significa che non ci sono territori protetti dalle armi di fabbricazione russa. Pertanto, la vendita urgente di armi obsolete fabbricate negli USA è la massima priorità per Washington oggi.Martin Berger è un giornalista freelance e analista geopolitico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Missile-gate: gli USA ignoravano i progressi nucleari della Russia

Gilbert Doctorow, Consortium News 2 marzo 2018Il lungo discorso del Presidente Vladimir Putin all’Assemblea federale, in sessione congiunta di entrambe le camere russe, oltre a un gran numero di organizzazioni culturali, economiche e altre, costituiva la piattaforma per le imminenti elezioni presidenziali del 18 marzo, invece di partecipare ai dibattiti televisivi sui canali televisivi federali in cui altri sette candidati sono impegnati in questi giorni. Ma come nel caso di molte delle più importanti presentazioni di Vladimir Putin, il discorso era rivolto a un pubblico molto più ampio dell’elettorato russo. Molti dei circa 700 giornalisti invitati a partecipare erano corrispondenti stranieri. In effetti, si potrebbe ragionevolmente sostenere che il discorso fosse diretto all’estero, precisamente negli Stati Uniti. L’ultima parte dell’indirizzo, dedicato alla difesa e che presentava per la prima volta diversi importanti nuovi e tecnicamente ineguagliabili sistemi d’arma nucleari offensivi, rivendicava la piena parità nucleare russa cogli Stati Uniti, ribaltando il ritiro del Paese dallo status di superpotenza risalente al crollo dell’Unione Sovietica nel 1992. Alcuni commentatori russi, con scoppio di orgoglio nazionale, affermarono che il potere dell’Unione Sovietica era ristabilito e che i torti degli anni ’90 finalmente annullati. A suo modo, questo discorso è stato altrettanto importante, forse più importante del discorso di Putin alla Conferenza di sicurezza di Monaco nel febbraio 2007, in cui discusse a lungo le lamentele della Russia verso l’egemonia mondiale degli Stati Uniti insediata negli anni ’90 e il totale disprezzo o rifiuto degli interessi nazionali della Russia. Quel discorso fu un punto di svolta nelle relazioni USA-Russia che portava al profondo confronto di oggi. Il discorso di ieri suggeriva non l’inizio di una nuova corsa agli armamenti, ma la sua conclusione, con l’assoluta vittoria russa e sconfitta degli USA.
L’indirizzo di Putin era un evento “shock and awe”. Lascio ad altri, più competenti di me nella tecnologia militare, commentare le capacità specifiche dei vari sistemi svelati ieri. Sia che si tratti di distanza ravvicinata o raggio illimitato, di lanciati da terra o dall’aria, di missili balistici o da crociera, che volino nell’atmosfera o navighino silenziosamente e ad alta velocità nelle profondità degli oceani, questi sistemi sono indicati invincibili per qualsiasi difesa nota o futura, su cui gli Stati Uniti hanno investito pesantemente da quando lasciarono unilateralmente il Trattato ABM e avviarono la rotta che doveva rovesciare la parità strategica. Dal 2002, la politica degli Stati Uniti mirava a permettere il primo colpo eliminando gli ICBM russi e rendendo inutili le forze nucleari residue della Russia da poter lanciare. I nuovi missili russi altamente manovrabili e ad altissima velocità (Mach 10 e Mach 20) e il drone nucleare sottomarino rendono illusorio ogni scenario basato su una risposta non devastante alla patria statunitense dopo un attacco alla Russia. Di conseguenza, i nuovi sistemi rendono anche inutili e trasformano in bersaglio facile l’intera flotta statunitense con le sue formazioni di portaerei. La risposta dei media statunitensi e occidentali al discorso di Putin è stata varia. Il Financial Times ha fatto del suo meglio per un resoconto neutro e, a metà dell’articolo, aveva un paragrafo con due dei più autorevoli politici russi con competenze specifiche nei rapporti con l’occidente: Konstantin Kosachev e Aleksej Pushkov, ex-presidenti della Commissione Esteri della della Duma. Tuttavia, i loro reporter e supervisori editoriali erano spiazzati, incapaci di una visione coerente su ciò che il Cremlino fa. Da un lato le dichiarazioni di Putin sulle armi nucleari “inarrestabili” della Russia sono ridotte a “pretese”, suggerendo un certo scetticismo; dall’altra parte, la conseguenza è “alimentare la preoccupazione per una nuova corsa agli armamenti cogli Stati Uniti”. Non riescono a capire che la corsa è finita. Il Washington Post è stato piuttosto veloce nel postare un lungo articolo nell’edizione online di ieri. Una parte insolitamente grande consisteva in citazioni del discorso di Putin. La linea editoriale dice tutto nel titolo dato: “Putin sostiene che la Russia sviluppa armi nucleari in grado di evitare le difese missilistiche.” Vorrei mettere l’accento su “affermazioni” ed “sviluppa”. I reporter e la direzione dei giornali sembrano non capire: uno di questi sistemi è già schierato nel Distretto militare meridionale della Russia e altri entrano in produzione in serie. Questi sistemi non sono una lista dei desideri, sono fatti concreti. Il New York Times è stato al solito lento nel pubblicare articoli su un fatto che l’ha colto totalmente impreparato. Nell’arco di un paio d’ore, ha messo due articoli occupandosi della sezione difesa del discorso di Vladimir Putin. In entrambi, ma più in particolare nell’articolo dei co-autori Neil MacFarquhar e David E. Sanger, si sottolinea il “bluff”. È presumibilmente scontato che Putin abbia solo pronunciato un discorso elettorale per suscitare “le passioni patriottiche dei russi” e consolidare così la prossima vittoria elettorale. Gli autori si fidano del fatto che “l’inganno è nel cuore dell’attuale dottrina militare russa”, cosicché “sorgono domande se queste armi esistessero”. Tali speculazioni, specialmente del New York Times, ci dicono una cosa: che i nostri media ignorano intenzionalmente i semplici fatti su Vladimir Putin. Primo, che ha sempre fatto ciò che ha detto. Secondo, che è per natura molto cauto e metodico. La parola “attentamente” è un elemento costante nel suo vocabolario. In questo contesto, la nozione “bluff” in una questione che metterebbe a rischio la sicurezza nazionale russa e potrebbe costare decine di milioni di vite russe, se venisse scoperto, è di un’assurdità assoluta. Mi piacerebbe credere che i Capi di Stato Maggiore a Washington non saranno così vertiginosi o superficiali nel giudicare ciò che hanno ascoltato dal Signor Putin. Se è così, raccomanderanno urgentemente al loro presidente di avviare negoziati molto ampi coi russi sul controllo degli armamenti. E torneranno nei loro uffici a rivedere completamente le raccomandazioni su materiale e installazioni militari che gli Stati Uniti finanziano per il 2019 e oltre. Il nostro bilancio attuale, inclusi i trilioni di dollari stanziati per il potenziamento di testate nucleari e la produzione di armi a bassa potenza, è uno spreco di denaro dei contribuenti. Tuttavia, ancora più importante, le implicazioni dell’indirizzo di Vladimir Putin sono che l’intelligence statunitense ha dormito per 14 anni, se non di più. È uno scandalo nazionale perdere una corsa agli armamenti che nemmeno si conosceva. Teste dovrebbero cadere, e il processo dovrebbe iniziare con audizioni adeguate a Capitol Hill. Per ragioni che saranno chiare da quanto segue, tra i primi testimoni chiamati a testimoniare dovrebbero esserci l’ex-vicepresidente Dick Cheney e l’ex-segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.
In passato una tale rivelazione sull’ampio divario sulla sicurezza con il principale concorrente geopolitico e militare del Paese avrebbe portato a recriminazioni politiche e accuse. Ciò che è successo ieri è molto peggio del “divario missilistico” della fine degli anni ’50 che portò John Kennedy alla Casa Bianca in una campagna per ridare vigore alla cultura politica statunitense e svegliarsi dai sonnolenti anni di Eisenhower compiaciuti sulle questioni su sicurezza e molto altro. Inoltre, la presentazione delle nuove armi russe che cambiano l’equilibrio energetico mondiale è solo uno della serie di notevoli risultati russi negli ultimi quattro anni che ha colto di sorpresa la leadership statunitense. La spiegazione è stata finora la presunta imprevedibilità di Vladimir Putin, anche se assolutamente tutto ciò che ha fatto sarebbe stato prevedibile da chi prestava attenzione. Un primo esempio fu la presa russa sulla Crimea nel febbraio-marzo 2014 senza un colpo o un singolo morto laddove 20000 soldati russi erano nell’enclave di Sebastopoli affittata, affrontando 20000 militari ucraini nella penisola. I media occidentali parlarono d'”invasione” russa, nient’altro che truppe russe che uscivano dalle caserme. I russi non usarono niente di più esotico della guerra psicologica, “psy-ops” vecchio stile, come viene chiamata negli Stati Uniti, eseguita alla perfezione da professionisti, il tutto risalente ai tempi di Von Clausewitz. Poi il Pentagono fu colto di sorpresa nel settembre 2015 quando Putin all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite annunciò l’invio di aerei militari russi in Siria per le operazioni contro lo SIIL e sostenere Assad che iniziarono il giorno successivo. Perché non sospettammo nulla? Forse perché la Russia era troppo povera per portare a termine una missione così impegnativa all’estero con obiettivi precisi e scadenze precise? Nello stesso teatro di guerra, i russi hanno nuovamente “sorpreso” gli statunitensi istituendo un centro d’intelligence militare congiunto a Baghdad con Iraq e Iran. E ulteriormente “sorpresero” la NATO con le missioni di bombardamento sul teatro siriano sorvolando lo spazio aereo iraniano ed iracheno dopo avergli negato i diritti di sorvolo dei Balcani. Con migliaia di militari e diplomatici in Iraq, come mai gli Stati Uniti non seppero nulla degli accordi russi con la leadership irachena? Il mio punto è che la confusione su come interpretare l’annuncio di Putin della nuova capacità di difesa della Russia è un fallimento sistemico dell’intelligence degli USA. La prossima domanda ovvia è perché? Dov’è la CIA? Dove sono i capi dell’intelligence quando non indagano su Trump? La risposta non è semplice, di sicuro. Né è un fallimento recente. C’è una buona dose di accecante compiacimento nei confronti della Russia come “Stato fallito” che riguarda l’intera dirigenza politica degli Stati Uniti sin dagli anni ’90, quando la Russia era in un angolo. Semplicemente non si poteva immaginare che il Cremlino si ergesse sfidando con le sue missioni in Crimea, Siria, sviluppando gli armamenti high-tech più sofisticati del mondo. E non è solo cecità sulla Russia. È un fallimento totale non capire che il potere statale ovunque non dipende solo da PIL e tendenze demografiche, ma anche da grinta, determinazione patriottica ed intelligenza di migliaia di ricercatori, ingegneri e addetti alla produzione. Tale povertà concettuale infetta alcuni dei nostri più brillanti scienziati politici della Realpolitik nella comunità accademica, che in linea di principio dovrebbero essere disposti a comprendere il mondo così com’è, non come vorremmo che fosse. In qualche modo sembra che abbiamo dimenticato la lezione di Davide e Golia. In qualche modo abbiamo dimenticato i 4 o 5 milioni di israeliani che si oppongono militarmente a 100 milioni di arabi. Era inimmaginabile per noi che la Russia fosse il Davide del nostro Golia. Ma ci sono ragioni più obiettive per il totale fallimento dell’intelligence statunitense nel cogliere portata e gravità della sfida russa all’egemonia globale degli Stati Uniti. Nello specifico, dobbiamo considerare l’indebolimento delle nostre capacità d’intelligence russe nei giorni, mesi, anni successivi all’11 settembre.
Ci sono quelli che diranno, con ragione, che il declino delle capacità d’intelligence degli Stati Uniti sulla Russia iniziò già con la seconda amministrazione Reagan, quando la Guerra Fredda si concluse e l’esperienza dei Cold Warriors non sembrava più rilevante. Sicuramente gli esperti sulla Russia poterono ridursi per logoramento. Eppure, quando l’11 settembre colpì, molti di coloro che occupavano i vertici della CIA vi erano entrati in qualità di esperti di Russia. Fu la mancanza di competenze della CIA in lingue e conoscenza del Medio Oriente che si osservò dopo l’attacco di al-Qaida alle Torri Gemelle a guidare la ridefinizione delle priorità dell’intelligence. Chiaramente tale deficienza e la necessaria nuova definizione delle competenze non potevano essere di buon auspicio per la carriera dei detentori dell’ufficio sovietico. Ma un fattore ancora maggiore nel netto declino delle competenze sulla Russia nelle agenzie d’intelligence statunitensi fu il passaggio dalla dipendenza da dipendenti del servizio civile all’utilizzo di fornitori di servizi esterni, cioè l’esternalizzazione del lavoro d’intelligence. Questo era totalmente in linea con le tendenze del vicepresidente Dick Cheney, che introdusse l’outsourcing in modo generalizzato per affrontare le nuove sfide della guerra al terrorismo. Lo stesso fenomeno colpì le forze armate statunitensi, specialmente dal 2003 con l’invasione dell’Iraq. I compiti operativi di sicurezza delle forze armate statunitensi furono esternalizzati a società mercenarie come Blackwater. E le normali procedure di approvvigionamento di materiale furono cortocircuitate dal vicepresidente per soddisfare rapidamente le urgenti richieste sul campo: da qui l’acquisizione di flotte di mezzi di trasporto truppe corazzati non tradizionali ma assai necessari, e simili. Diversi articoli su Consortium News e altrove negli ultimi mesi hanno richiamato l’attenzione sul fenomeno dell’esternalizzazione dell’intelligence. Tuttavia, cosa succedeva, perché e in che modo era già chiaramente noto un decennio prima e non prometteva nulla di buono. In un certo senso, la comunanza di tali cambiamenti nel provvedere intelligence, equipaggiamento e forze fu dovuta a mentalità svelta e all’intervento politico diretto in processi distinti nella pubblica amministrazione con le sue procedure burocratiche. L’intervento politico significa in ultima analisi politicizzare metodi e risultati. L’intelligence esterna è più propensa a soddisfare le richieste del supervisore piuttosto che avere integrità intellettuale e propria ampia prospettiva. Per comprendere meglio il fenomeno, rimando il lettore a un articolo eccezionale e ben documentato risalente al marzo 2007, pubblicato dall’European Intelligence Security Center (ESISC) intitolato “Outsourcing Intelligence: l’esempio degli Stati Uniti“. L’autore, Raphael Ramos, ricercatore associato all’ESISC, ci dice che all’epoca il 70% del budget della comunità dell’intelligence statunitense fu speso in contratti con società private. All’epoca si diceva che l’outsourcing fosse la maggiore delle agenzie collegate al dipartimento della Difesa. La CIA quindi affermò di avere un terzo del personale proveniente da società private. Oltre alle mutevoli priorità dell’intelligence estera, risultanti dalla fine della Guerra Fredda e dall’inizio della Guerra al Terrore, un altro fattore nella struttura mutevole dell’intelligence statunitense fu dettato dalla tecnologia, in rifermento alle moderne tecnologie di telecomunicazione, con molte start-up che appaiono nei campi specializzati delle Signals Intelligence ed Imagery Intelligence. L’NSA si avvalse di questi nuovi fornitori di servizi divenendo pioniere dell’intelligence nell’outsourcing. Altre agenzie del Pentagono che seguirono lo stesso corso furono il National Reconnaissance Office, responsabile dei sistemi d’intelligence spaziali, e l’Agenzia nazionale d’intelligence geospaziale, incaricata di produrre informazioni geografiche dai satelliti. Si aggiunga une prassi in continua evoluzione per lo sviluppo d’internet, privilegiando l’intelligence open source, OSINT, che prospera nel privato perché non richiede speciali autorizzazioni alla sicurezza. Questo presto arrivò tra il 35% e il 90% degli acquisti per l’intelligence. Come su notato, l’outsourcing ha permesso alla comunità d’intelligence di modernizzarsi, acquisire competenze rapidamente e cercare di soddisfare nuove urgenti necessità. Tuttavia, a giudicare dai risultati verso la Russia di Putin, sembra che l’esternalizzazione non sia produttiva. Il Paese era cieco mentre assumeva posizioni stravaganti e insopportabili facendo il prepotente mondiale come se godesse del dominio a spettro totale e la Russia non esistesse.Gilbert Doctorow, analista politico indipendente di Bruxelles, osservatore internazionale per le elezioni presidenziali del 18 marzo in Russia. Il suo ultimo libro, Gli Stati Uniti hanno un futuro? è stato pubblicato nell’ottobre 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

AFRICOM: un gigantesco spreco di denaro

Wayne Madsen SCF 26.02.2018Il Comando Africa degli USA (AFRICOM), creato nel 2007 per rivaleggiare con le controparti della struttura militare geopolitica, Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) e Comando Meridionale (SOUTHCOM), come versione moderna della Compagnia delle Indie Orientali inglese assegnata a un continente, si è rivelato un gigantesco fallimento e spreco totale di denaro dei contribuenti. L’AFRICOM, a differenza degli equivalenti a Tampa, Miami, Honolulu e Stoccarda, non è mai riuscito ad avere un proprio quartier generale ma è stato costretto a condividerlo a Stoccarda con l’US European Command (EUCOM). AFRICOM si trova nelle Kelley Barracks, l’ex-quartier generale del 5° comando trasmissioni della Luftwaffe nazista. L’AFRICOM non ha responsabilità sull’Egitto, che ricade sotto l’egida del CENTCOM. Sebbene alcuni Paesi africani offrissero il quartier generale all’AFRICOM, la maggioranza dei membri dell’Unione Africana si oppose alla presenza militare statunitense permanente nel continente africano. Un luogo pianificato era vicino la città portuale di Tan Tan, nel sud del Marocco, al confine con l’ex-colonia spagnola del Sahara Occidentale, occupata dai marocchini. In realtà, Tan Tan è posta strategicamente tra due ex-colonie spagnole, Sahara occidentale e l’ex-enclave spagnola di Ifni. I piani abortiti per la base di Tan Tan furono spinti tra il servizio d’intelligence militare e la Direzione Generale per la Sicurezza Estera (DGED) del Marocco e l’Ufficio della Difesa dell’ambasciata USA a Rabat. L’opzione della base in Marocco, che sarebbe costata 50 miliardi di dollari per costruirla e avviarla, fu sostituita da un sistema d’invio truppe e personale di supporto statunitense in vari Paesi africani coi compiti temporanei di istruttori, costruzione di impianti ed intelligence. Tra le responsabilità dell’AFRICOM vi sono le “operazioni di stabilità” in Africa, che il Pentagono cita come “missione militare centrale statunitense”. Tale missione è sostenuta dalla presenza di ciò che il Pentagono chiama Cooperative Security Locations o “ninfee”, magazzini nascosti di armi, veicoli e altro materiale spesso integrati da nuovi aeroporti che possono ospitare velivoli militari e droni. Le ninfee (Lily pads) sono state costruite in Algeria, Botswana, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Gabon, Ghana, Kenya, Liberia, Mali, Mauritania, Namibia, Niger, Nigeria, Sao Tome e Principe, Senegal, Seychelles , Sierra Leone, Somalia, Tunisia, Uganda e Zambia. Ci fu la proposta che AFRICOM istituisse un comando nel Golfo di Guinea degli Stati Uniti a Sao Tome. Il comando sarebbe stato responsabile della protezione delle compagnie petrolifere statunitensi che operano nella regione. Sebbene il comando del Golfo di Guinea non sia mai stato istituito, AFRICOM conduce l’Obangame Express annuale, che comprende l’addestramento alla sicurezza marittima delle forze di Angola, Benin, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Congo, Gabo, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Guinea equatoriale, Liberia, Marocco, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Sao Tome e Principe e Togo.
Sebbene l’AFRICOM abbia l’incarico di condurre “operazioni di stabilità”, ci sono prove che si sia impegnato a fomentare colpi di Stato militari in Africa. Nel 2009, un gruppo di ufficiali della Guinea che tentò di assassinare il presidente della Guinea, capitano Moussa Dadis Camara, stava operando su ordine delle Forze Speciali assegnate al Comando Africa degli USA (AFRICOM) e al personale dell’intelligence militare francese. Lo stesso Camara prese il potere con un colpo di Stato nel dicembre 2008 dopo la morte del presidente Lansana Conte. Apparentemente Camara aveva firmato un accordo con la Cina affinché quella nazione ricevesse i contratti minerari sulla bauxite delle aziende statunitensi e francesi con la promessa che la Cina avrebbe raffinato la bauxite costruendo una fabbrica di alluminio in Guinea. Statunitensi e francesi esportavano la bauxite grezza per fonderla all’estero. L’offerta dei cinesi di fondere la bauxite in Guinea, con la promessa di lavori ben pagati per la nazione povera, era troppo per Francia e Stati Uniti e un “golpe” fu ordinato contro Camara, usando gli elementi delle forze armate guineane addestrati dall’AFRICOM in Guinea, Germania e Stati Uniti. L’Agenzia per la sicurezza nazionale, l’agenzia di spionaggio delle informazioni (SIGINT) di punta degli USA aveva investito centinaia di milioni di dollari per addestrare all’intercettazione in numerose lingue, anche africane. AFRICOM gestiva un programma di formazione ridondante e bilingue che rispecchiava il programma del NSA. AFRICOM spese milioni inutilmente duplicando la NSA nell’addestramento nelle lingue Bemba, Bete, Ebira, Fon, Gogo, Kalenjin, Kamba, Luba-Katanga, Mbundu/Umbundu, Nyanja, Sango, Sukuma, Tsonga/Tonga, Amarico, Dinka, Somalo, Tigrinya e Swahili. Questo è solo uno dei tanti esempi di come l’AFRICOM sia un completo spreco di denaro con sforzi duplicanti quelli di altre agenzie ed enti governativi. La morte per strangolamento il 4 giugno 2017 a Bamako, in Mali, del sergente dei berretti verdi dell’esercito statunitense Logan Melgar per mano di due Navy SEALs, tutti schierati sotto il comando di AFRICOM, era legato alla scoperta di Melgar che i due della Marina intascavano i fondi ufficiali utilizzati da AFRICOM per pagare gli informatori nel Paese dell’Africa occidentale. La frode è un altro esempio della cultura del malaffare presente tra le fila dell’AFRICOM. Tale disaffezione è nota dal 2012 quando il primo capo di AFRICOM, generale William “Kip” Ward, fu degradato da generale a tenente-generale. Si scoprì che Ward usò la sua posizione al vertice di AFRICOM per “spese non autorizzate” e “viaggi lussuosi”, tra cui un soggiorno al Ritz-Carlton Hotel di McLean, in Virginia, al Fairmont Hamilton Princess Hotel nelle Bermuda e al Waldorf-Astoria Hotel di New York. Ward viaggiò con la moglie e tredici assistenti diverse volte, in Burkina Faso, Senegal, Ruanda, Madagascar, Namibia (dove Ward soggiornò al Windhoek Country Club), Gibuti, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Francia con solo alcuni giorni dell’itinerario riservati agli affari ufficiali. In alcuni viaggi, Ward accettò cene da uomini d’affari che cercavano contratti con AFRICOM.
Le manovre annuali dell’AFRICOM portano titoli come African Lion, Flintlock, Cutlass Express, Unified Accord, Phoenix Express, Unified Focus, Justified Accord e Shard Accord. Tali esercitazioni implicano milioni di dollari in spese di viaggio e alloggio, offrendo ogni opportunità di frode, spreco e abuso commessi dal primo comandante dell’AFRICOM. Nell’ottobre 2017, quattro membri dell’esercito statunitense furono uccisi dalle forze ribelli presso il villaggio Tongo-Tongo in Niger. Il Pentagono non ha mai spiegato che tipo di “addestramento” stessero svolgendo coi militari nigerini. Nel febbraio 2016, il personale delle forze speciali dell’AFRICOM si ritrovò sotto attacco terroristico islamista all’Hotel Radisson Blu di Bamako. Il mese precedente, altro personale delle forze speciali dell’AFRICOM fu visto mentre una cellula terrorista islamista attaccò l’Hotel Splendid e il vicino ristorante Cappuccino di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, di proprietà ucraina. Gli attacchi a Bamako e Ouagadougou erano simili alla destabilizzazione effettuati dalle forze di destra e fasciste nell’Europa occidentale durante la Guerra Fredda. Gli attacchi “false flag” furono attribuiti a gruppi di sinistra, ma erano orchestrati da Central Intelligence Agency e NATO nell’ambito dell’operazione Gladio e relativi programmi segreti. L’AFRICOM è una copertura del Pentagono per proteggere gli interessi economici degli Stati Uniti in Africa e garantire che i governi africani aderiscano alla linea filo-USA. Tuttavia, AFRICOM viene eclissata dalla crescente influenza della Cina in Africa, accolta con favore da molte nazioni africane. L’ingresso del “soft power” cinese in Africa fa dell’AFRICOM un ulteriore spreco di denaro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Russia minaccia il dominio aereo statunitense

Frank Sellers, The Duran 28 febbraio 2018Mentre gli USA cercano di preservare la loro egemonia, in questo caso in Medio Oriente, sempre più continuano ad imbattersi in ostacoli direttamente o indirettamente eretti dall’attività della Russia nella regione secondo la politica per sradicare lo SIIL e stabilizzare la nazione siriana aiutandola a preservare l’integrità territoriale. Questi interessi, tuttavia, non sono solo della Russia, ma sono condivisi da Iran e Turchia, e quindi sono considerati dal generale statunitense minaccia al dominio degli USA nella regione, così come ai loro interessi regionali, una prospettiva esposta nella nuova dottrina militare rilasciata questo mese. RT riporta:
Gli Stati Uniti cercano di contenere la crescente influenza dell’Iran in Medio Oriente e di respingere le sfide all’egemonia di Washington poste da Russia e Cina, ha detto al Congresso il più alto generale statunitense nella regione. Il generale Joseph Votel, capo del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), informava il Comitato per i servizi armati della Camera (HASC) sugli sforzi contro lo Stato islamico (SIIL) e le guerre in Siria, Afghanistan e Yemen. Tutto ciò rientra nella competenza del CENTCOM, “l’unico comando operativo geografico che esegue operazioni di combattimento attive”, sottolineava Votel. Gli Stati Uniti hanno diviso il globo in sei comandi operativi. In base a ciò, l’area di responsabilità del CENTCOM si estende dal confine libico con l’Egitto ai confini dell’India, e dai confini tra Russia e Kazakistan al Sudan. Dalla testimonianza di 45 pagine preparata da Votel, era evidente che gli Stati Uniti considerano l’Iran la peggiore sfida nella regione, seguita dagli sforzi russi e cinesi per frenare l’egemonia di Washington. “L’aumento dei sistemi missilistici terra-aria russi nella regione minaccia il nostro accesso e la capacità di dominare lo spazio aereo”, lamentava Votel a un certo punto, discutendo sulla Siria. A differenza delle forze statunitensi presenti nel Paese, le forze russe sono in Siria su invito del governo di Damasco. Votel sostiene che la base legale della presenza delle truppe statunitensi era “l’autodifesa collettiva dell’Iraq” dallo SIIL. “La ragione principale per cui siamo in Siria è sconfiggere li SIIL, e questo rimane il nostro unico e solo compito”, diceva Votel ai legislatori, facendo eco alle dichiarazioni del presidente Donald Trump. Dichiarando che lo SIIL è sconfitto, Votel ammonisce che “le popolazioni sunnite restano vulnerabili al reclutamento identitario” dei gruppi terroristici, aggiungendo che “giovani impressionabili in questa regione tumultuosa, alla ricerca di comunità e giustizia, sono assai suscettibili agli insegnamenti degli estremisti”. Votel non dava alcun riconoscimento all’intervento della Russia in Siria nella scomparsa dello SIIL. Piuttosto, il generale aveva parole dure per Mosca, accusandola d’interpretare il ruolo di “incendiario e pompiere”, alimentando il conflitto in Siria e poi “reclamando di agire da arbitro per risolvere la disputa”. Come spiegava Votel, Mosca offriva alternative diplomatiche a “negoziati politici a guida occidentale” in Siria e Afghanistan. L’influenza della Russia nei Paesi dell’Asia centrale che erano parte dell’Unione Sovietica è “problematica”, poiché potrebbe “limitare le opzioni d’ingaggio degli Stati Uniti” e mettere in pericolo le linee di rifornimento della NATO in Afghanistan, ha detto Votel. Il generale descriveva Russia e Iran come “rivali storici” che condividono comunque interessi, “compreso il desiderio di mettere da parte, se non espellere, gli Stati Uniti dalla regione”. Gli imperi russo e persiano hanno combattuto una serie di guerre nel Caucaso dal 1651 al 1828. L’Iran era un alleato di Washington dal colpo di Stato della CIA del 1953 alla rivoluzione islamica del 1979, quando i due Paesi divennero nemici acerrimi. Ciò si riflette nella testimonianza di Votel, che si riferiva ai trionfi di Washington sull’imperialismo iraniano e la “mezzaluna sciita” dall’Iran al Libano. Tuttavia, il capo del CENTCOM sembrava rimangiarsi la precedente narrativa sulla guerra in Yemen istigata dall’Iran, scegliendo di descriverla come guerra civile in cui l’Iran interveniva per danneggiare la rivale regionale Arabia Saudita. “Il conflitto nello Yemen ha aperto opportunità all’Iran, che continua a sostenere gli huthi con l’obiettivo di costruire un’agente che faccia pressioni sulla coalizione guidata dai sauditi ed estendere la sfera d’influenza”, aveva detto Votel, che anche rivelava che gli Stati Uniti avevano aumentato i consiglieri dell’esercito saudita nell’ultimo anno, per “aiutare a mitigare le vittime civili evitabili nello Yemen”. La coalizione a guida saudita combatte nello Yemen dal marzo 2015, senza molto successo. Anche se Votel ha negato esplicitamente che la missione di Washington in Siria è contrastare l’Iran, ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero “costruire una forte relazione” con le forze democratiche siriane (SDF) “per impedire l’obiettivo dell’Iran di avere linee di comunicazione in queste aree critiche”. L’intervento della coalizione degli Stati Uniti e delle “potenze regionali”, con cui presumibilmente intendeva la Turchia, ha già “bloccato la capacità di Assad di riconquistare grandi porzioni della Siria settentrionale”, aveva detto il generale riferendosi al Presidente siriano Bashar Assad. Aveva anche parlato di “organizzazioni democratiche ad-hoc” istituite nei territori liberati dalle SDF, dai finanziamenti statunitensi e della coalizione per sopravvivere. I finanziamenti che “aiuterebbero a mantenere il sostegno popolare e a stabilire condizioni per una governance stabile”, affermava Votel. Tuttavia, gli sforzi degli Stati Uniti per lavorare coi curdi nel nord della Siria sono minacciati dall’incursione turca nel distretto d’Ifrin detenuto dai curdi. Mentre le milizie curde che non fanno parte delle SDF sostenute dagli Stati Uniti, hanno legami familiari e tribali. “La nostra alleanza con la Turchia è fondamentale”, aveva detto Votel, “ma dobbiamo continuare a sollecitare moderazione perché le loro azioni hanno chiaramente aumentato i rischi per la nostra campagna per sconfiggere lo SIIL”. Il capo del CENTCOM affermava anche che Mosca e Teheran cercano la fine della guerra in Siria perché riversano “miliardi di dollari” in aiuti a Damasco. Eppure, nella stessa udienza, sosteneva che la Russia “deve ammettere che non è capace o che non vuole giocare un ruolo nel porre fine al conflitto siriano” e che era “incredibilmente destabilizzante”. Nessuna spiegazione veniva data su tale contraddizione”.
Chiaramente, quindi, secondo Votel, le azioni della Russia nella regione, militari e diplomatiche, servono solo a contrastare gli interessi statunitensi nella regione che, sostiene il generale, potrebbero essere realizzati in modo molto più efficace se la Russia non agitasse le acque. Anche se è ormai noto che gli USA finanziano e addestrano organizzazioni terroristiche nella regione che continuano a minacciare la stabilità in Siria, e altrove, i loro generali accusano la Russia di alimentare le fiamme dell’instabilità e delle violenze. Questo è, quindi, un caso molto chiaro di proiezione del generale, che mente consapevolmente al Congresso su ciò che fa e sul ruolo della Russia con le azioni e gli sforzi legali per sradicare il terrorismo e stabilire la sicurezza nella regione. In una recente testimonianza allo stesso comitato del Congresso, l’ammiraglio Herry Harris, capo del Comando del Pacifico degli Stati Uniti, aveva una posizione analoga su Cina e sue attività nel Mar Cinese Meridionale, indicando la ragione per cui gli USA dovrebbero essere pronti alla guerra contro la Cina. In linea con la nuova dottrina militare, i vertici statunitensi sono molto preoccupati per l’egemonia USA e sostengono con veemenza “i necessari preparativi” strategici per preservarla e contrastare le nuove minacce, in particolare Russia e Cina.Traduzione di Alessandro Lattanzio