Il tentativo degli USA di dividere Iraq e Iran fallisce

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 26 ottobre 2017Il piano statunitense per creare una frattura tra Iraq e Iran falliva solo un paio di giorni il lancio da Riyadh, il 22 ottobre, da parte del segretario di Stato USA Rex Tillerson. Washington ha cercato di rilanciare l’Arabia Saudita in contrappeso all’Iran nel teatro iracheno, basandosi sulla presunzione che l’accordo di Riyad per concedere finanziamenti per la “ricostruzione” dell’Iraq post-SIIL fosse irresistibile per Baghdad. Washington immaginava che il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi cercasse di respingere Teheran, poiché la dipendenza dal sostegno militare iraniano ne sminuisce la vittoria sullo SIIL. Tillerson si recava Riyad nel fine settimana per presenziare quale ospite speciale alla riunione inaugurale del cosiddetto Consiglio di coordinamento Arabia Saudita-Iraq. Le cose sembravano andare bene e le osservazioni di Tillerson sui media erano ottimistiche. In una conferenza stampa a Riyadh affermò che la larghezza saudita “rafforzerà l’Iraq come Paese indipendente e integro… (e) questo sarà contrario alle influenze improduttive dell’Iran in Iraq“. Tillerson poi giunse al punto: “Certamente, le milizie iraniane in Iraq, ora che i combattimenti contro lo SIIL vanno concludendosi, devono tornare a casa. Ogni combattente straniero in Iraq deve tornare a casa e permettere al popolo iracheno di controllare le aree occupate dallo SIIL e liberate, consentendogli di ricostruire la propria vita con l’aiuto dei vicini. E ritengo che questo accordo tra Regno dell’Arabia Saudita e Iraq sia cruciale per aiutare il popolo iracheno”. Il riferimento era ai gruppi sciiti finanziati, addestrati e guidati dal Corpo della Guardia Rivoluzionaria iraniana e che hanno sopportato il peso della lotta contro lo SIIL negli ultimi anni. Washington è particolarmente ossessionata dal ruolo dei gruppi paramilitari sciiti che hanno liberato recentemente Qirquq dai pishmirga curdi alleati degli Stati Uniti. (Vedasi La campane di Qirquq suonano anche per la strategia degli Stati Uniti in Siria). Evidentemente, Tillerson è andato oltre. Il punto è che questi gruppi sciiti, conosciuti collettivamente come Forze di mobilitazione popolare, con decine di migliaia di effettivi, faranno probabilmente parte delle Forze Armate irachene. L’ufficio di Abadi a Baghdad ha subito rimproverato che, “Nessuno ha il diritto d’interferire nelle questioni irachene“, e definiva i paramilitari sciiti “patrioti”. Il giorno dopo, quando Tillerson si presentò a Baghdad per incontrare Abadi, questi fu abbastanza esplicito dichiarando che le Forze di mobilitazione popolare sono “parte delle istituzioni irachene” e sono “la speranza del Paese e della regione“. (Reuters) Poi, in un’intervista alla stampa statunitense, Abadi ribadiva: “Vorremmo lavorare con gli Stati Uniti… Ma per favore non portate i vostri problemi in Iraq. Potete farlo altrove“. Abadi quindi suggeriva il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq, affermando che il potere aereo statunitense non è più necessario e il requisito iracheno sarà d’ora in poi la condivisione delle informazioni e l’addestramento delle forze irachene. Per come le cose vanno tra Washington e Teheran, la presenza militare statunitense in Iraq diverrebbe un problema nel prossimo futuro. Nel frattempo, dopo aver usato il referendum sull’indipendenza solo per perdere Qirquq, il capo curdo-iracheno Masud Barzani decideva il cessate il fuoco e i colloqui con Baghdad. Gli Stati Uniti invitavano Abadi a rispondere all’offerta di Barzani e ad impegnarsi in colloqui. L’amministrazione Trump assicurava il sostegno forte del Congresso alle richieste ad Abadi. Segnalandone la serietà al presidente della Camera Paul Ryan, al presidente del Comitato sull’Intelligence Devin Nunes, al presidente del Comitato per gli affari esteri Ed Royce, e al presidente del Comitato per le forze armate Mac Thornberry, che stilavano una dichiarazione per far pressione su Baghdad: “Gli scontri tra le forze governative irachene e del governo regionale del Kurdistan minano i progressi della lotta contro lo SIIL e minacciano d’immergere l’Iraq in nuove violenze settarie. Lo spargimento di sangue deve finire immediatamente. Noi sosteniamo un Iraq unito sotto il governo federale di Baghdad e sosteniamo il governo regionale del Kurdistan. A tal fine salutiamo le dichiarazioni dei curdi che s’offrono di sospendere i risultati del referendum in cambio del cessate il fuoco e di negoziati col governo centrale. Baghdad dovrebbe accettare questa offerta e discutere seriamente delle preoccupazioni curde riguardo autonomia, quota del bilancio nazionale e ricavi petroliferi. Nel frattempo, è fondamentale che il governo iracheno consideri la preoccupazione del segretario Tillerson su ruolo e attività delle milizie sciite sostenute dall’Iran. Siamo molto preoccupati dal coinvolgimento iraniano nelle recenti operazioni. Queste forze sono state responsabili di orribili abusi, tra cui la morte di statunitensi. Non hanno posto in un Iraq pacifico, unito e stabile”.
Ma Abadi rispondeva visitando Ankara per consultare il presidente Recep Erdogan (Rudaw). Le ultime notizie suggeriscono che le forze irachene col sostegno delle forze sciite potrebbero isolare i curdi iracheni. Baghdad vuole sfruttare il vantaggio sui curdi divisi tra PUK (guidato dai Talabani) incline a collaborare con Baghdad e Teheran, isolando così Barzani che si riduce sempre più a fantoccio d’Israele e USA. Sputnik riferiva “notizie straordinarie” sulle truppe irachene e le milizie sciite che impiegavano armi pesanti contro le posizioni dei pishmirga vicino Zumar, bombardandole. (Sputnik) Se nei prossimi giorni si avranno scontri, gli Stati Uniti saranno messi in un angolo, a meno che non rompano con Baghdad. Il problema statunitense è, in sostanza, che le loro intenzioni sono sospette presso le capitali che affrontano la questione curda, Ankara, Baghdad, Teheran. Nell’ultimo incontro con l’ambasciatore statunitense Douglas Sliman, il Vicepresidente iracheno Nuri al-Maliqi dichiarava con brutale franchezza, “Non permetteremo la creazione di un secondo Israele nell’Iraq settentrionale“.
Gli eventi della scorsa settimana sottolineano tre cose. Uno, gli Stati Uniti non intendono finirla con la loro presenza militare in Iraq (e Siria), anche se il pretesto della guerra allo SIIL non è più presente. Due, gli Stati Uniti vogliono fare dell’Iraq l’arena del confronto con l’Iran. Il controllo statunitense sull’Iraq permetterebbe di fare pressione sull’Iran da diverse direzioni, interferendo con le rotte iraniane di approvvigionamento per la Siria e il Libano; rientrare in gioco sulla sistemazione siriana; interferire sulla crescente produzione di petrolio in Iraq e attuare operazioni segrete per destabilizzare il regime iraniano. Infatti, con la presenza militare statunitense in Afghanistan, l’intenzione è quella di schiacciarlo con un Paese confinante ad occidente sotto tutela statunitense. Tre, fondamentalmente appare evidente che l’alleanza statunitense-saudita nella politica regionale è molto viva e scalcia, e qualsiasi indicazione contraria è esagerata. Il ritorno degli USA sulla scena dell’Iraq per sfidarne l’influenza regionale ravviverebbe l’alleanza con l’Arabia Saudita. È interessante notare che il giornale di regime saudita Asharq al-Awsat riferiva che il Pentagono pensa di aumentare la presenza in Medio Oriente proprio per contrastare l’Iran. Il rapporto citava il generale Joseph Votel, comandante del Comando centrale statunitense, affermare: “Gli Stati Uniti vogliono aiutare i Paesi arabi ad affrontare le minacce iraniane. Il Pentagono lavora per adempiere a questo desiderio e a garantirne l’efficace attuazione. Ciò include la creazione di battaglioni statunitensi per missioni regionali progettate appositamente per fornire consulenza e assistenza”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Prima e dopo Qirquq: l’Iraq non sarà diviso

Elijah Magnier, al-RaiIl piano per dividere l’Iraq è stato affrontato con la decisione del Primo ministro iracheno Haydar Abadi d’inviare l’esercito e le forze di sicurezza a recuperare tutti i territori iracheni controllati dai curdi di Masud Barzani. Il capo curdo cavalcava la divisione irachena (difatti, su un cavallo zoppo) per creare uno Stato curdo nel settentrione del Paese. Dopo il fallimento del piano di Barzani d’approfittare della lotta contro lo SIIL e dichiarare il suo “Stato”, ogni Paese del Medio Oriente l’abbandona perché alcuno ama essere associato al fallimento. Barzani aveva inviato suoi emissari (ne ho incontrati personalmente alcuni) in tutto il mondo, tornando con risultati apparentemente promettenti: “oltre 80 Paesi hanno promesso di riconoscere il nuovo Stato del Kurdistan“. Queste promesse si sono rivelate false (“nessun amico se non le montagne”), altre alleanze politiche (esistenti) si sono rivelate più forti e Barzani è rimasto solo con le sue promesse vuote e i suoi consigli infidi. I Paesi nella regione, Francia, Arabia Saudita ed Emirati per cominciare, ora instaurano un rapporto chiaro e inequivocabile col governo di Baghdad. Abadi, dopo l’autorizzazione del parlamento, ha usato il pugno di ferro per frantumare il piano di divisione, non solo dell’Iraq ma dell’intera regione, che doveva essere scatenato dai curdi in Iraq e in Siria attraverso il tentato cambio di regime nel Levante. In meno di 48 ore le forze irachene, con tutti i loro servizi (esercito, unità di mobilitazione popolare, antiterrorismo e polizia federale), imponevano il controllo su Qirquq, Qanaqin (Diyala), Bashiqa, Maqmur (Niniwa) fino ai confini con la Siria. Tutti i territori posti sotto il controllo di Baghdad dall’amministratore statunitense di Paul Bremer nel 2003-2004 (coi limiti sul Kurdistan) sono stati recuperati. Abadi ha costretto i pishmirga a tornare nelle aree che controllavano nel 2003, dopo aver approfittato dell’occupazione dello Stato islamico (SIIL) di grandi territori nel nord dell’Iraq nel 2014. Più importante, il governo di Baghdad inizia il recupero del territorio (dopo il referendum del Kurdistan) della provincia di Qirquq, che produce oltre il 65% del petrolio dell’Iraq settentrionale (circa 500000 bpd), circa il 40% della produzione totale nazionale di petrolio. Qirquq comprende i campi petroliferi di Tuqi, Pishqabir, Atrush, Shayqan, TaqTaq, Qurmala, Bab Jambur, Bab Hasan: tutti recuperati e ora sotto il controllo del governo centrale di Baghdad. Così, liberando Qirquq (e i suoi campi petroliferi), Abadi fermava l’ascesa dello “Stato del Kurdistan”, che non può esistere con il rimanente petrolio e il sostanziale sostegno finanziario di Baghdad per pagare gli stipendi dell’esercito (pishmirga) e dei funzionari, e questo fin quando Irbil consegnerà la produzione totale di petrolio, in cambio del 17% delle entrate dovute al Kurdistan. Masud Barzani dovrà ritirarsi dalla scena politica perché non sarà disposto a chiedere il ritorno del vecchio rapporto col governo di Baghdad e ad obbedire al Primo ministro, sarebbe troppo umiliante.
Bafil Talabani, figlio dell’ex-presidente iracheno Jalal Talabani, dichiarava che l’esercito curdo nelle regioni orientali di Qanaqin-Sulaymaniyah è sotto il comando del comandante in capo delle Forze Armate, Primo ministro Haydar al-Abadi, distanziandosi così da Irbil, isolando ulteriormente il capo curdo Masud Barzani: in realtà il grande perdente oggi in Iraq. La prima ad abbandonare Barzani è stata la Turchia che annunciava la chiusura del confine (dopo giorni di esitazione in attesa dei risultati concreti del rifiuto di Masud di attenersi alla costituzione e alle direttive di Baghdad) col Kurdistan, e consegnava il valico di frontiera principale tra i due Paesi al governo centrale di Baghdad e alle sue forze. Il re dell’Arabia Saudita Salman subito contattava direttamente, offrendo le sue congratulazioni, Abadi e condannava la ribellione di Barzani. Con il crollo del piano di Barzani, gli Stati Uniti avevano ancor meno speranze di spingere i curdi siriani verso l’indipendenza da Damasco. Baghdad ha ripreso il controllo dei valichi tra Iraq e Siria di Sinjar-Rabiyah. Due ulteriori valichi non sono controllati da Baghdad: Tanaf, temporaneamente sotto il controllo statunitense, e Qaim, occupato dallo SIIL. Ciò significa che alcun sostegno, uscita od ingresso è legalmente disponibile ai curdi siriani. La nuova situazione bloccherà lo spazio aereo su al-Hasaqa, circondata dalla Turchia ad ovest, dalle forze di Damasco a sud e dalle forze irachene ad est. L’accordo di Sykes-Picot, che divise il Levante dopo la Prima guerra mondiale, è stato ripreso dopo che analisti e diplomatici pretesero la ridefinizione dei confini del Medio Oriente, in particolare Iraq e Siria, creando i nuovi Stati chiamati Kurdistan (Iraq e Siria), Sunnistan (dai sunniti di Anbar in Iraq, e Idlib in Siria) e Sciistan nel sud dell’Iraq. La Turchia ha cominciato a rivedere la politica verso l’Iraq e cercherà certamente di trovare un terreno comune con Baghdad affinché ritiri le proprie truppe da Bashiqa e altre aree, ora che Abadi ha mostrato i denti contro la decisione di Irbil e disponibilità a combattere contro chi vuole dividere l’Iraq (e senza badare ai costi). L’attraente rapporto commerciale, al centro dell’attenzione del presidente Recep Tayyip Erdogan, prevarrà e incoraggerà Iraq e Turchia a ristabilire relazioni di buon vicinato (le relazioni turco-siriane certamente seguiranno dopo la fine della guerra in Siria). Gli Stati Uniti saranno costretti a riconsiderare la loro presenza nel nord-est della Siria, perché diventata inutile. Le forze statunitensi sono stanziate ad al-Tanaf senza alcuna finalità strategica e ad Hasaqa/Raqqah coi curdi, mentre lo SIIL è stato sconfitto nella propria capitale. Infatti, è probabilmente più facile per i propri agenti, i curdi siriani, lasciare in tempo tale alleanza, prima che gli stessi Stati Uniti li abbandonino. Gli interessi curdi non sono a Washington ma a Damasco, pronta a ristabilire un dialogo costruttivo se smettono di farsi sedurre dai temporanei interessi statunitensi nel Levante. Infine, Haydar al-Abadi si è dato la forza politica che aveva perso negli ultimi anni. Sì, l’Iran ha svolto un ruolo chiave avvertendo Masud Barzani, il giorno prima dell’inizio dell’operazione irachena per recuperare tutti i territori dai pishmerga: il comandante della Guardia rivoluzionaria iraniana Qasim Sulaymani avvisò Barzani della gravità della situazione (invano). Ha spinto l’alleato Talabani ad abbandonare Barzani e a sostenere Abadi contrastando i “piani di divisione” del Kurdistan. Ma la decisione di agire era di Abadi, rendendo un servizio enorme alla Siria e al suo Paese. Abadi si è assicurato la preminenza nell’arena politica irachena e per le prossime elezioni un secondo mandato da primo ministro. Sarà assai difficile fargli concorrenza, avendo distrutto lo SIIL, ma soprattutto essendo l'”eroe” che ha sventato il più peggiore pericolo: la divisione dell’Iraq… e della Siria.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Indipendenza curda, Exxon Mobil e Grande Israele

Dean Henderson,  20/17/2017Ieri, quando le forze irachene presero la città di Qirquq e le sue installazioni petrolifere ai ribelli pishmirga curdi, i cittadini della città strategica del nord dell’Iraq uscivano per dimostrare giubilo. Il 25 settembre, dopo settimane di propaganda pro-curda nei media occidentali, Masud Barzani, presidente autodichiarato del governo regionale del Kurdistan, votava il referendum per la creazione del Kurdistan indipendente nella regione petrolifera. Non sorprese che il risultato fosse una valanga, il 93% dei curdi votava per l’indipendenza dal governo di Baghdad. Iraq, Iran, Turchia e Russia erano fortemente contrari al referendum. Anche l’amministrazione Trump richiamò la sua opposizione, anche se l’ex-CEO di Exxon Mobil, Rex Tillerson, ora segretario di Stato, sapeva che si trattava di un paravento. I curdi, pur essendo stati ritratti per decenni come perseguitati e sconfitti, sono in realtà assai meglio trattati della popolazione araba irachena. Parte importante della ragione di ciò è che i curdi di destra si sono dimostrato affidabili partner di CIA e Mossad nel destabilizzare la regione per conto di Big Oil. Il padre di Barzani, Mustafa, aveva guidato il Partito democratico curdo (KDP) nelle lotte contro vari governi iracheni progressisti. Un colpo di Stato iracheno del 1958 depose il fantoccio degli USA Nuri al-Said e diede origine a una serie di leader nazionalisti partendo da Abdalqarim Qasim.
Alla fine degli anni Sessanta, lo Shah dell’Iran cominciò ad armare i ribelli del KDP di Barzani per conto di Stati Uniti ed Israele. L’Iraq fece pace coi curdi nel 1970, ma nel 1972 Henry Kissinger e John Connelly si rivolsero a Teheran per arruolare lo Shah nella distruzione della tregua. Il colonnello Richard Kennedy, aiutante di Kissinger, incontrò il figlio di Mustafa Barzani, Masud, per consegnargli 16 milioni di dollari di aiuti militari della CIA. Nel 1972, l’Iraq aveva truppe in Siria. Armando i curdi, gli Stati Uniti poterono aprire un secondo fronte nella guerra segreta contro il governo di sinistra di al-Baqr, a Baghdad, che aveva chiesto l’unità araba come soluzione per un prezzo equo nella vendita del petrolio ai Quattro Cavalieri (Exxon Mobil, Royal Dutch Shell, Chevron Texaco e BP Amoco). Il presidente libico Muammar Gheddafi e il presidente egiziano Gamal Abdel Nasir avevano fatto dichiarazioni simili e furono obiettivo delle operazioni della CIA.
Il 3 ottobre 2017, il rivale curdo di Barzani, Jalal Talabani, moriva a Berlino. Talabani aveva fondato l’Unione patriottica del Kurdistan (PUK), alternativa progressiva al KDP reazionario di Barzani. Fu presidente dell’Iraq nel 2005-2014, sottolineando l’unità tra curdi ed arabi. Con Talabani moriva una voce della ragione, illustrando al meglio la tempistica della sua morte misteriosa. Il vero problema nel nord dell’Iraq è duplice: petrolio e acqua. Tillerson supervisionò i negoziati tra la sua società Exxon Mobil e il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi sui ricchi campi petroliferi di Qirquq. Quando Maliqi, che gli Stati Uniti avevano insediato dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, si rifiutò di svolgere il ruolo di fantoccio che pensavano fungesse, trasferendo il campo petrolifero di Qirquq alla Exxon Mobil e quello di Rumalah alla BP, lo SIIL lanciò l’offensiva sull’Iraq settentrionale e gli Stati Uniti insistettero affinché Maliqi si dimettesse. Il 14 agosto 2014 annunciò le dimissioni. Ma invece di ottenere un nuovo burattino che sottraesse i campi petroliferi a Baghdad, ebbero il primo ministro Haydar al-Abadi. Il ricco Abadi era tornato dall’esilio a Londra, proprio come Maliqi dopo l’invasione dell’Iraq, ma si disilluse su come l’insider della Kissinger Associates Paul Bremer gestiva l’Autorità provvisoria della coalizione (dal non così sottile acronimo CPA). Nel 2010 fu uno dei tanti politici iracheni a sostenere una causa contro i mercenari della Blackwater, che commisero molti crimini in Iraq. Sottolineò l’unità tra tutti gli iracheni, equilibrando l’aumento dell’influenza sciita, che segna l’Iraq post-invasione, nominando il prominente leader sunnita Qalid al-Ubaydi a ministro della Difesa e mediando un accordo col KDP di Barzani per dare ai curdi la metà delle entrate del petrolio di Qirquq. Ma l’unità non è ciò che Exxon Mobil o Israele vogliono in Iraq. Israele ambisce alle risorse idriche del Kurdistan iracheno del nord e prevede il giorno in cui la regione sia parte del Grande Israele, garantendogli petrolio e acqua.
Abadi fu sempre più critico sul sostegno tacito dell’amministrazione Obama allo ISIS e sull’addestramento e armamento dei pishmirga curdi di Barzani da parte di Stati Uniti e Israele. A causa di ciò, l’Iraq allacciò stretti legami con Russia e Iran. Con lo SIIL quasi sconfitto in Siria e Iraq con le forze di Russia, Iran ed Hezbollah, i tizi della CIA/Mossad pensano di poter contare sui loro combattenti curdi, ben armati e addestrati, per continuare a rubare il petrolio di Qirquq per conto dei Quattro cavalieri, una funzione che lo SIIL aveva svolto così bene? Con gli appelli del governo iracheno che accusano di corruzione Masud Barzani e molti cittadini che manifestavano ieri per le strade di Qirquq, felici per l’arrivo delle forze armate irachene che liberavano la loro città, gli ignoranti che guidano questi due letamai devono nuovamente grattarsi le teste pelate.

Curdi in fuga da Qirquq verso Irbil

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sankara è ancora vivo?

Decrypt 15 ottobre 2017Se uccidi oggi un Sankara, domani avrai a che fare con mille Sankara”. Trent’anni dopo l’assassinio, il 15 ottobre 1987, al Consiglio dell’intesa, è chiaro che l’ex-presidente del Burkina Faso avesse ragione. Il 30 e 31 ottobre 2014, migliaia di giovani scesero in piazza gridando forte e chiaro l’appartenenza alla generazione di Sankara. Ma se, come lo slogan cittadino risuona ad ogni marcia, “Il nostro numero è forza”, a livello politico non è del tutto corretto. Le politiche basate sui suoi ideali, o che almeno sostengono di essere “sankariste”, sono infatti affette da una malattia apparentemente incurabile. Dall’istituzione del sistema multipartitico nel 1991, i dieci partiti sankaristi che cercano di entrare nella scena politica del Burkina Faso sono sempre più divisi, con una nuova divisione che nasce ad ogni tentativo di ravvicinamento. Dopo l’insurrezione del 2014 che scacciò il presidente Blaise Compaoré dopo ventisette anni di potere, un via gli si aprì comunque. I numerosi giovani scesi in piazza doveva essere la loro forza elettorale per le presidenziali e legislative di fine 2015. Ma l’alternanza passò sotto i loro nasi. In Burkina Faso è sempre questione di mentalità: il numero due della rivoluzione ordinò l’assassinio del numero uno? Quattro giorni dopo l’assassinio, Blaise Compaoré, il cui colpo di Stato lo mise alla testa di un “Fronte popolare”, giustificò il crimine assicurando che fu commesso contro la sua volontà: “Informati in tempo, i rivoluzionari sinceri si ribellarono sconfiggendo la trama in 20 ore ed evitando così una tragedia sanguinosa, un bagaglio di sangue inutile“. Per il fronte popolare, questa operazione dalla “fine inaspettata e improvvisa”, che doveva portare al semplice arresto di Thomas Sankara, era necessaria per salvare la rivoluzione. Secondo loro, “Thom Sank” preparava l’assassinio di Compaore nella riunione prevista lo stesso 15 ottobre alle 8 di sera. Una versione ritenuta inaffidabile dai parenti di Thomas Sankara. “Era così convinto della sua amicizia con Blaise …Non potevamo toglierglielo dalla testa. Il padre di Thomas disse che aveva due figli: Blaise e Thomas, dice Alouna Traoré. I suoi parenti gli dissero che un complotto contro di lui era pronto. Le sue guardie del corpo gli dissero: “Questo gentiluomo, ci brucerà tutti”. Rispose che Blaise non l’avrebbe mai fatto”. Più volte, i suoi collaboratori gli proposero di occuparsi del caso Compaoré. “La mia posizione era non attaccare Blaise, mai sparare per primi, non la condividono. (…) Ma in realtà preparo una risposta istituzionale, non un massacro“, disse pochi giorni prima della morte all’amico Youssouf Diawara, come quest’ultimo racconta nel suo libro “Intervista a Thomas Sankara”. Riorganizzazione e unificazione piuttosto che prendere le armi, Sankara ci credeva. Negli ultimi mesi si ritirò dall’amministrazione del potere per preparare la “risposta istituzionale”. Contava su Compaoré per l’amministrazione, proponendolo primo ministro, ma quest’ultimo rifiutò. Nel 1987, la rivoluzione vacillò. A Ouagadougou, volantini sordidi contro Compaoré e Sankara furono distribuiti alla teppa per mettere l’uno contro l’altro. A tale guerra dei volantini si aggiunse la frattura tra le organizzazioni aderenti al CNR. Da un lato, i sostenitori dell’apertura e dell’unione delle organizzazioni, con Sankara alla testa. Dall’altro gli avversari, sostenitori della “rettifica”, allineati dietro Compaoré. “Tutto questo, per parata. Fu il desiderio di soddisfare ambizioni individuali che uccise Sankara, non una linea politica”, denuncia Basil Guissou, tre volte ministro sotto la rivoluzione. La spiegazione di tale assassinio è chiara: la torta. Più volte disse Sankara al consiglio dei ministri: “Ci sono alcuni che vogliono mangiare, glielo impedisco. Se volete mangiare, dovete prima passare sul mio cadavere. Abbiamo preso il potere per servire il popolo, non per servircene“.
Con la sua leggendaria incorruttibilità, Sankara disturbava i rivoluzionari di circostanza. Ai capi impose austerità e l’esemplarità. Al popolo chiese partecipazione, fisica nelle opere e pecuniaria per finanziarle. Il radicalismo di Sankara affascinava quanto irritava. Così, nell’agosto 1987, riconobbe “la necessità di fermare” la rivoluzione, di “convincere e non imporre”, come racconta il biografo Bruno Jaffré nella nuova raccolta dei discorsi, “Thomas Sankara, Libertà contro Destino”. “Preferiamo un passo col popolo che dieci passi senza“, affermò Sankara. La “rettifica” della rivoluzione che, secondo i suoi parenti fu usata come pretesto da Compaoré per giustificare l’opposizione politica di facciata, dietro cui c’erano ambizioni personali motivate dall’irresistibile desiderio di avere il potere. A Youssouf Diawara, Thomas Sankara disse: “Non credo in una soluzione politica con Blaise. Vuole il potere, vuole essere il primo, da sempre“. Lui o il suo entourage? Per alcuni, la svolta di Compaoré contro il fratello in armi va ricercata nella consorte ivoriana. Nel 1985, Blaise sposò Chantal Terrasson de Fougeres, ivoriana vicina a Félix Houphouët-Boigny, allora presidente della Costa d’Avorio, famoso per la vicinanza alla Francia e l’anticomunismo. L’agitazione rivoluzionaria del capitano infastidiva il capo dello Stato, che si descriveva come un “coccodrillo che si nutre di capitani“. “Houphouet non poteva dormire a causa del regime rivoluzionario del vicino, portando idee cattive ai giovani ivoriani“, afferma Fidèle Toé, amico d’infanzia ed ex-ministro del Servizio pubblico di Sankara. Costoro cercavano il collegamento per infiltrarsi nel CNR. Fu Blaise, e cosa meglio di un matrimonio per siglare un’alleanza ad vitam aeternam? Sankara, persuaso che “l’imperialismo sarà sepolto a Ouagadougou“, disturbava all’estero. Durante la visita a Ouagadougou nel novembre 1986, il presidente Francois Mitterrand affermò di “ammirarne le qualità, grandi, ma esagerò, a mio parere, quando andò oltre al dovuto“. Costa d’Avorio e Francia avevano interesse a vederne la caduta. Che ruolo ebbero? Fantasia per certuni, realtà inafferrabile per altri, la questione rimane sospesa. Nel 1987, Sankara capi che la fine vicina era inevitabile. “Mi sento come un ciclista su un crinale e che non può smettere di pedalare, altrimenti cade“, disse. “È l’idealismo che lo rovinò“, dice Alouna Traoré. “Alcuni dissero che era un sognatore, che non aveva i piedi per terra”. Idea condivisa da Fidèle Toé: “Thomas disse di Blaise: “Dormiamo sulla stessa stuoia ma non abbiamo gli stessi sogni”.” Il suo, e quello di milioni di burkinabé, si concluse giovedì 15 ottobre 1987, alle 16.30, al Consiglio d’intesa.

Sankara è ancora vivo?
Non un passo senza il popolo”: fu lo slogan elettorale di Bénéwendé Sankara (nessuna parentela), leader dell’Unione per la rinascita – Partito sankarista (UNIR-PS), il partito più sankarista. Una formula che sintetizza la famosa massima di “Thom Sank”: “Preferiamo un passo col popolo, che mille senza“. Il suo programma di “alternativa sankarista”, basato sull’azione rivoluzionaria di Thomas Sankara, fu già testato nelle elezioni presidenziali precedenti. Ma nel 2010, come nel 2015, l’avvocato non convinse raccogliendo solo il 4,9% e il 2,8% dei voti. Nel maggio 2015, al momento della Convenzione per il rinnovamento sankarista, nove parti tuttavia decisero di nominare Bénéwendé Sankara loro candidato. Ma mentre il ballottaggio si avvicinava, le candidature dei sankaristi si moltiplicarono. In discussione c’era il disaccordo sul posizionamento dei vari candidati nelle elezioni legislative. “I sankaristi hanno i difetti che si trovano nei partiti borghesi, come egoismo e follia“, riconosce Bénéwendé Sankara, che da allora è “passato ad altro” abbandonando ogni prospettiva di unione dei partiti sankaristi. Dalla doppia votazione del 2015, la famiglia sembra più disunita di prima. Il colpo di grazia, che portò all’UNIR-PS varie critiche, fu l’adesione alla maggioranza del Movimento Popolare per il Progresso (MPP). “È loro libertà esserne sconvolti, a condizione che non ne siano fulminati“, dice l’avvocato. “Questa è la politica”. Eppure nel 1999, era proprio la vicinanza col partito al potere, il Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP) di Blaise Compaoré, che denunciò. All’epoca, Sankara non aveva ancora un partito, ma era membro della neonata Convenzione dei partiti sankaristi che riuniva la maggior parte delle formazioni affiliate. Per aver “rifiutato di collaborare col regime di Compaore“, lui e i suoi parenti furono indotti ad andarsene. Nel 2000, il suo partito, l’UNIR, appena creato si scisse, dando vita ad una nuova formazione chiamata Convergenza della speranza. “Il problema dei sankaristi è che le loro ambizioni personali hanno la precedenza sulle idee“, dice Jonas Hien, presidente della Fondazione Thomas Sankara per l’Umanità. “Sankarista purosangue” che “non si è mai unito ad alcun partito sankarista“, Jonas Hien fu in diverse occasioni il mediatore che mise a tacere l’ego per unificare la grande famiglia intorno a idee concrete. Ma ogni volta fu una disillusione. L’ultimo tentativo, il più deludente, fu all’inizio del 2014. “Sapevamo che il regime di Compaore sarebbe caduto a breve. Fu il momento per i partiti sankaristi di dimenticare i rancori ed unirsi. Ma l’insurrezione ci precedette“, deplora. Oggi Jonas Hien è realistico: “I burkinabé sono stanchi. Poiché i sankaristi non si sono mai messi d’accordo, gli elettori non vedono come riusciranno a gestire la situazione se vanno al potere“. Per l’economista Ra-Sablga Seydou Ouedraogo, direttore dell’Istituto indipendente di ricerca Free Afrik, c’è un problema fondamentale: “Richiamarsi al più grande uomo nella storia del nostro Paese richiede contenuti. Dove sono? Questa è la domanda! C’è assenza di contenuti strategici rispetto agli ideali di Thomas Sankara. È paradossale: in Burkina Faso Sankara è ovunque, ma in nessun posto”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cala il sipario sul secolo americano

Wayne Madsen SCF 16.10.2017La storia mostrerà che gli Stati Uniti, trascinati per più di un decennio dai rabbiosi falchi neo-con in conflitti costosi e sconsiderati in Afghanistan e Iraq, vedono calare il sipario sulla loro guerra fredda del “Secolo Americano”. La nomina di Donald Trump, che agisce più come un Caligila o un Nerone che da statista, accelera la fine della sceneggiata della Pax Americana. Scaltri leader mondiali sfruttano l’incompetente politica estera statunitense per fasi avanti mentre gli USA sono preoccupati da ciò che il segretario di Stato Rex Tillerson ha chiamato idiota, che il senatore del Comitato per le relazioni estere del Senato, Bob Corker, definisce bambino che va controllato dagli adulti, e che il governo nordcoreano ha chiamato vecchio “rimbambito” dell’ufficio ovale. Il capitolo finale del secolo americano ha dato a leader difficili come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il leader nordcoreano Kim Jong Un, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, re Salman e il re del Marocco Muhamad VI l’incoraggiamento a seguire le proprie agende in assenza della passata rete della frammentazione geopolitica degli USA. Trump ha esternalizzato la politica mediorientale ad Israele, con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti cheerleader degli israeliani. Il primo indizio che Trump cedeva la politica sul Medio Oriente a Israele si ebbe con la nomina del sionista anti-palestinese David Friedman ad ambasciatore in Israele. Seguì la nomina di Trump del genero pro-Likud Jared Kushner ad inviato speciale in Medio Oriente. Il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, amico della famiglia Trump dagli anni ’80, ha approfittato di un dipartimento di Stato impotente per annettesi altre terre occupate in Cisgiordania, in violazione di numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Netanyahu è anche un amico stretto di Kushner e del padre Charles Kushner. In pochi giorni, Trump ha compiuto due atti contrari all’interesse statunitense, ma forzati da Netanyahu; il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), perché Trump la considera eccessivamente anti-israeliana, e la denuncia ufficiale di Trump del piano d’azione comune complessivo P5 + 1 (JCPOA) sul programma nucleare iraniano. In precedenza, Trump ritirava gli USA dall’Accordo sul Clima di Parigi, rendendoli gli unici al mondo a rifiutarlo. L’eclisse dell’influenza statunitense sulla scena mondiale ha visto molti leader mondiali iniziare ad agire contro Washington confrontandosi direttamente con gli Stati Uniti o rinnegando trattati e accordi internazionali. Trump, che ha fatto smantellare i trattati internazionali per i suoi traffici, pone un cattivo esempio agli altri leader nel rispettare accordi e patti di lunga durata. Forse nessun leader ha approfittato della politica estera e delle turbolenze militari statunitensi più di Erdogan. L’anno scorso il governo dittatoriale di Erdogan arrestava il pastore protestante statunitense Andrew Brunson accusato di coinvolgimento nel tentato colpo di Stato contro il governo di Erdogan del 2016. Erdogan tentò di scambiare Brunson con Gulen, affarista e predicatore miliardario esiliato politico in Pennsylvania. La richiesta di Erdogan non fu considerata e quindi, come un bullo, prese un altro ostaggio, Metin Topuz, impiegato turco del consolato generale statunitense d’Istanbul. Il governo Erdogan, insoddisfatto dell’inattività degli USA su Gulen, arrestava un secondo impiegato del consolato generale degli Stati Uniti, insieme a moglie e figlio. Gli Stati Uniti hanno reagito sospendendo la concessione dei visti per non immigrati ai turchi che desiderano entrare negli Stati Uniti. Erdogan ordinava agli uffici dei visti turchi negli Stati Uniti di fare lo stesso con le domande di visto statunitensi per la Turchia. Erdogan ha comunque ordinato l’arresto di mezza dozzina di cittadini turco-statunitensi con analoghe accuse di aiuto al colpo di Stato del 2016 e di connivenza con l’organizzazione di Gulen.
Il governo Kim Jong Un persegue una guerra verbale con Trump dopo che il presidente degli Stati Uniti invitava a chiamare il leader nordcoreano “rocketman” nei tweet e all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La Corea democratica, che misura gli attacchi di Trump all’accordo sugli armamenti nucleari JCPOA con l’Iran, non ha alcun desiderio di raggiungerne uno dopo la dimostrazione che per gli Stati Uniti alcuna firma vale più della carta su cui è impressa. Va notato che la Corea democratica ha firmato l’Accordo sul Clima di Parigi, un accordo che Trump ha denunciato. Danni simili al diritto internazionale si hanno in tutto il mondo con la preoccupazione a Washington per un presidente considerato anche dai più vicini aiutanti militari e della sicurezza nazionale troppo squilibrato per ricevere i codici di lancio nucleare. L’Ucraina, incoraggiata dalle promesse di alcune fazioni dell’amministrazione Trump di ricevere armamenti letali statunitensi, si è allontanata dagli accordi del Quartetto di Normandia e di Minsk tra Russia, Ucraina, Francia e Germania per la cessazione delle ostilità nell’Ucraina orientale. Dopo aver visto Trump trasformare gli accordi internazionali in carta igienica, il presidente ucraino Petro Poroshenko, presidente di una kleptocrazia di oligarchi ucraini legati alle organizzazioni criminali di Trump e Kushner, non vede alcuna ragione di rispettare gli accordi con la Russia elaborati con gli uffici diplomatici di Francia, Germania e Bielorussia. Anche se la Corte europea di giustizia ha stabilito l’anno scorso che il Marocco non poteva pretendere il territorio controverso del Sahara Occidentale, riconosciuto come Stato indipendente da 40 nazioni, il Marocco rinnegava l’accordo sul referendum nel Sahara Occidentale per l’indipendenza. Cone Trump, riferendosi all’ONU come malagestione, il re Muhamad si sente incoraggiato ad ignorare le ripetute risoluzioni ONU sul Sahara Occidentale. Seguendo re Muhamad, il primo ministro di Papua Nuova Guinea, afflitto da scandali, Peter O’Neill, rinuncia al referendum per l’indipendenza di Bougainville prima del 2020. Il referendum è garantito dall’accordo di pace di Bougainville del 2001, e se passasse, chiederà alla Papua Nuova Guinea di concedere l’indipendenza a Bougainville. Il presidente francese Emmanuel Macron ha anche mostrato la volontà di violare l’accordo di Noumea del 1998, che prevede un referendum sull’indipendenza della colonia sud-occidentale della Nuova Caledonia, che si terrà prima del novembre 2018. La Francia sembra incline a vedere altri cittadini francesi recarsi in Nuova Caledonia prima del voto per assicurarsi il “no”. Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, erede politico del dittatore fascista Francisco Franco, minaccia d’imporre il controllo diretto sulla Catalogna secessionista, con l’approvazione dell’Unione europea. Tale mossa porrà fine all’autogoverno della Catalogna, ritornando alla politica di Franco verso la Catalogna. L’Arabia Saudita, con l’incoraggiamento di Trump, ha imposto il boicottaggio economico e dei trasporti al Qatar, violando diversi accordi internazionali, tra cui la Carta delle Nazioni Unite. I sauditi persino pensarono di abbattere un jumbo della Qatar Airways, sostenendo che violasse lo spazio aereo saudita. Gli Emirati Arabi Uniti hanno apparentemente innescato la crisi del Qatar, violandone l’agenzia stampa e inserendo una storia che citava l’emiro del Qatar che criticava il re saudita. Più tardi si scoprì che Israele era coinvolto nell’attacco con una delle proprie organizzazioni di lobbying a Washington, la neo-con Fondazione per la difesa delle democrazie. I sauditi hanno inoltre attaccato Gibuti, nel Corno d’Africa, per espellervi i 500 militari in missione di pace del Qatar che controllavano il confine con l’Eritrea. I sauditi hanno anche ignorato una recente relazione dell’ONU sul genocidio commesso dalle loro forze ai danni dei bambini dello Yemen.
Lo smantellamento degli accordi internazionali nel mondo fa seguito alla preoccupazione negli USA su un presidente squilibrato che disprezza gli accordi internazionali. Le azioni unilaterali di Trump nei confronti del JCPOA, dell’UNESCO e dell’accordo climatico di Parigi saranno probabilmente seguite da altre azioni brutali sul palcoscenico internazionale. La Norvegia, forse incoraggiata dal rumore di sciabole anti-russe del suo ex-primo ministro, divenuto segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, viola i termini dell’accordo sulle Svalbard del 1920. L’accordo garantisce il libero accesso internazionale all’arcipelago artico delle Svalbard. La Norvegia ha iniziato ad imporre illegalmente normative norvegesi sui visti per le isole che, nella maggior parte dei casi, sono volte a tenere fuori i cittadini russi.
Il minuto dopo che Trump giurava da presidente, nuovi e vecchi focolai hanno cominciato ad accendersi nel mondo, dalla Rocca di Gibilterra e alla striscia di Caprivi in Africa alla frontiera Sikkim-Tibet e all’isola di Socotra del Mar Arabico. Con Trump che sprofonda nella follia, molti di tali focolai innescherebbero un conflitto. L’epoca di Trump sarà conosciuta nei libri di storia come non solo la fine del “secolo americano”, ma che nell’assenza di leadership ed impegno internazionale degli USA, immerge il mondo nel nichilismo violento.Traduzione di Alessandro Lattanzio