La storia del carro armato sovietico che fermò i nazisti a Minsk

Sputnik 10.09.2017Il giornalista militare Aleksandr Khrolenko ritorna sull’incredibile storia di come un solitario carro armato medio sovietico T-28 condusse un audace scontro nella Minsk occupata dai nazisti nelle prime settimane della Grande Guerra Patriottica. Il 10 settembre la Russia festeggia la giornata dei carristi, la festa ufficiale degli equipaggi dei carri armati fondata nel 1946 in onore della vittoria delle forze meccanizzate nella Grande Guerra Patriottica. Alla luce della celebrazione, l’autore di RIA Novosti Aleksandr Khrolenko ha scritto un pezzo su uno degli episodi più sorprendenti sull’eroismo dei carristi durante la guerra: il caso incredibile dell’equipaggio di un carro armato sovietico T-28 a Minsk, nel luglio 1941.

12.mo giorno di guerra
All’inizio di luglio 1941, il carro armato medio T-28 comandato dal Sergente-Maggiore Dmitrij Malko fu colpito dalla Luftwaffe mentre si ritirava con una colonna meccanizzata sovietica nei pressi di Berezino, 90 km ad est di Minsk occupata dai nazisti subito dopo l’inizio della guerra. Il motore del carro armato fu danneggiato. Malko, un esperto meccanico, riuscì a ripararlo ma perse i contatti col resto della colonna. Piuttosto che cercare di raggiungerla, il sottufficiale e il suo equipaggio decisero di dirigersi verso ovest e visitare i tedeschi a Minsk. Recuperando le munizioni da un deposito abbandonato, il T-28 si diresse verso la capitale bielorussa. Le forze armate del feldmaresciallo Hans Guderian erano già avanzate verso est, e il solitario T-28 sovietico che viaggiava lungo le strade non attirò l’attenzione dei tedeschi, abituati a vedere i blindati nemici catturati.Scontro feroce
Dirigendosi verso ovest, i carristi di Malko incontrarono una colonna di motociclisti tedeschi a 40 km da Minsk, sul ponte sul fiume Svislach. Khrolenko scrive: “Il T-28 piombò sulla colonna, sparando alle forze nemiche con il cannone e le quattro mitragliatrici. Dopo di che, l’equipaggio distrusse due camion, un blindato Hanomag e decine di soldati tedeschi di fronte a una distilleria. Recandosi in città, il T-28 correva sparando alle truppe naziste nelle strade e nel parco Gorkij (che ospitava un campo militare)“. “Nel corso dell’attacco a Minsk, i sei carristi sovietici distrussero 10 carri armati e blindati, 14 camion e 3 batterie di artiglieria nemici. Le truppe tedesche subirono perdite per circa 360 soldati e ufficiali”. Il coraggioso equipaggio del T-28 attraversò Minsk, sparando finché non finirono le munizioni, prima che il comando tedesco avesse finalmente capito cosa succedesse. Un cannone anticarro della Wehrmacht sparò sul carro armato sovietico, ma la corazzatura frontale assorbì il colpo, dopo di che il Sergente-Maggiore Vasechkin rispose al fuoco, distruggendo il cannone. Khrolenko scrive che dopo aver completato la missione, “il T-28 uscì dalla città, ma alla periferia, nell’area del cimitero Kalvarijskoe, fu colpito dal tiro di un pezzo d’artiglieria nemico e prese fuoco”. I soldati dell’Armata Rossa riuscirono ad abbandonare il carro armato.Il destino dell’equipaggio
L’equipaggio del carro armato subì diverse sorti. Il Sergente-Maggiore Vasechkin lasciò il carro armato dal portello del comandante, sparando con la pistola TT prima di essere ucciso dai nazisti. I cadetti Aleksandr Rachitskij e Sergej (cognome sconosciuto) caddero anche nella battaglia. Il cadetto Nikolaj Pedan fu preso prigioniero e detenuto per quattro anni in un campo di concentramento nazista. Fu infine liberato, reintegrato nell’esercito e smobilitato nel 1946. Il cadetto Fjodor Naumov si nascose e aderì al potente movimento partigiano della Bielorussia. Fu ferito gravemente nel 1943 ed evacuato verso est. Il Sergente-Maggiore Malko riuscì a scappare verso est, incontrando le truppe sovietiche. Khrolenko scrive: “Combatté nelle truppe corazzate per il resto della guerra, il suo carro armato fu colpito sedici volte… vide il Giorno della Vittoria nella Prussia orientale, promosso al momento vicecomandante di una compagnia di carri armati. Esattamente tre anni dopo il raid del 1941, nel luglio 1944, il Tenente-Maggiore Malko si trovò nella Minsk liberata e vide lo scafo bruciato del suo T-28“. “Più tardi, nella primavera del 1945, la controintelligence statunitense interrogò il maggiore tedesco Rudolf Hale, prigioniero nella Ruhr. Durante l’interrogazione, il maggiore disse agli statunitensi che nell’estate del 1941 la sua compagnia fu quasi completamente distrutta dall’apparizione inaspettata di un T-28 sovietico a Minsk; il comando statunitense consegnò questa testimonianza agli organi appropriati delle controparti sovietiche, ma nessuno credette alla storia del carrista Dmitrij Malko e del maggiore Rudolf Hale. Nikolaj Pedan la confermò, per cui fu assegnato a Malko l’Ordine della Guerra Patriottica di Prima Classe“.
Ombreggiato dal cugino più giovane, il leggendario T-34, il T-28 era uno dei carri armati medi più formidabili del mondo durante il periodo pre-bellico. Il mostro d’acciaio aveva una corazzatura frontale spessa 80 mm e una laterale e posteriore di 40 mm. L’insolita configurazione multi-torretta del carro armato comprendeva un cannone da 76 mm e quattro mitragliatrici da 7,62 mm. Il cannone del carro armato poteva penetrare corazze spesse 50 mm alla distanza di 1000 metri. Il suo motore da 500cv gli permetteva di muoversi a velocità superiori ai 40 km/h e di attraversare fossati, scarpate e altri ostacoli. La stazione radio a bordo permetteva di comunicare fino a 60 km. Il carro armato aveva un equipaggio standard di sei elementi. Nel giugno 1941, l’Armata Rossa aveva in servizio circa 250 T-28. L’ultimo impiego in combattimento del T-28 avvenne nel 1944.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Seconda guerra mondiale: quanto fu utile l’aiuto statunitense?

Evgenij Spitsyn, Oriental Review, 05/12/2015La Lend-Lease Act o “Legge per promuovere la difesa degli Stati Uniti”, firmata dal Presidente Roosevelt l’11 marzo 1941, gli diede il diritto di “vendere, trasferire, scambiare, affittare, prestare o altrimenti disporre… qualsiasi prodotto per la difesa… al governo di qualsiasi Paese la cui difesa il presidente ritenesse vitale per gli Stati Uniti”. Il termine “qualsiasi prodotto per la difesa” era inteso per armi, attrezzature militari, munizioni, materie prime strategiche, prodotti alimentari e beni di consumo richiesti dall’esercito e dalle forze di difesa nazionale, nonché le informazioni di carattere militare. La struttura della Lend-Lease Act chiedeva alla nazione beneficiaria di soddisfare una serie di condizioni:
1) il pagamento non era richiesto per oggetti mancanti o perduti o distrutti durante le ostilità, ma qualsiasi proprietà che sopravvivesse e idonea all’uso civile andava pagata in tutto o in parte, come rimborso del prestito a lungo termine concesso dagli Stati Uniti
2) gli articoli militari immagazzinati nei Paesi beneficiari potevano restarvi fin quando gli Stati Uniti non ne richiedessero la restituzione
3) a loro volta, i beneficiari dovevano assistere gli Stati Uniti utilizzando tutte le risorse e le informazioni in loro possesso
La Lend-Lease Act chiese ai Paesi che la richiesero di fornire agli Stati Uniti una relazione finanziaria esaustiva. Il segretario del Tesoro degli Stati Uniti Henry Morgenthau, Jr. riconobbe questo requisito come qualcosa di inedito negli affari mondiali, sostenendo presso la commissione del Senato che, per la prima volta nella storia, uno Stato e un governo volontariamente fornissero informazioni a un altro sulla propria posizione finanziaria. Con l’aiuto della Lend-Lease Act, l’amministrazione del Presidente Roosevelt si preparò ad affrontare una serie di questioni urgenti, sia estere che interne. In primo luogo, la legge permetteva di creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, non ancora completamente usciti dalla grave crisi economica del 1929-1933. In secondo luogo, la Lend-Lease Act permise al governo statunitense di esercitare una certa influenza nei confronti dei Paesi che ne avrebbero ricevuto i prestiti. In terzo luogo, inviando agli alleati armi, beni e materie prime, ma non soldati, il Presidente Roosevelt riuscì a rimanere fedele alla promessa elettorale secondo cui: “I vostri figli non saranno inviati in alcuna guerra straniera“. Il sistema dei prestiti non fu in alcun modo progettato per aiutare l’URSS. Gli inglesi furono i primi a chiedere assistenza militare secondo la speciale relazione del prestito (simile a un leasing operativo) a fine maggio 1940, nel momento in cui la sconfitta netta della Francia aveva lasciato la Gran Bretagna senza alleati nel continente europeo. Londra chiese a Washington 40-50 “vecchi” cacciatorpediniere, offrendo tre opzioni di pagamento: gratuitamente, in contanti o affitto. Il Presidente Roosevelt accettò subito la terza opzione, e la transazione fu completata alla fine dell’estate 1940. A questo punto, gli impiegati del dipartimento del Tesoro degli USA ebbero l’idea di usare il concetto alla base di questo accordo privato ed estenderlo a tutte le relazioni intergovernative. I dipartimenti di Guerra e della Marina furono portati a sviluppare il disegno di legge del prestito, e il 10 gennaio 1941 l’amministrazione statunitense la presentò alle camere del Congresso, dove fu approvata l’11 marzo. Nel settembre 1941, dopo un lungo dibattito, il Congresso degli Stati Uniti approvò ciò che è noto come programma della vittoria, la cui essenza, secondo gli storici militari Richard Leighton e Robert Coakley, era che “il contributo degli USA alla guerra sarebbe stato in armi, e non eserciti”. Il 1 ottobre 1941, il Commissario per gli Affari Esteri Vjacheslav Molotov, il ministro degli Approvvigionamenti inglese Lord Beaverbrook e l’inviato speciale degli USA Averell Harriman firmarono il primo protocollo di Mosca che segnò l’inizio dell’espansione del programma dei prestiti all’Unione Sovietica. Successivamente furono firmati diversi protocolli aggiuntivi.Quanto fu importante il prestito statunitense?
Durante la guerra, le fabbriche sovietiche produssero più di 29,1 milioni di armi leggere dei principali tipi, mentre solo 152000 (0,5% del totale) furono prodotte da impianti statunitensi, inglesi e canadesi. Guardando ai sistemi di artiglieria di ogni calibro, si vede un quadro simile: 647600 cannoni e mortai sovietici contro 9400 di origine estera, meno dell’1,5% del totale. I numeri sono più importanti per altri tipi di armamenti: il rapporto tra carri armati e artiglierie semoventi nazionali ed alleati è rispettivamente 132800 contro 11900 (8,96% ) e per gli aerei da combattimento 140500 contro 18300 (13%). Dei 46 miliardi di dollari spesi per i prestiti, gli Stati Uniti ne stanziarono solo 9,1, cioè poco più del 20%, per l’Armata Rossa, che sconfisse il grosso delle divisioni da Germania e dei suoi satelliti militari. In quel periodo l’impero inglese ebbe più di 30,2 miliardi di dollari, la Francia 1,4, la Cina 630 milioni di dollari e anche l’America Latina (!) ricevette 420 milioni di dollari. Le forniture in prestito furono consegnate a 42 Paesi. Ma forse, nonostante il fatto che i quantitativi dell’aiuto transatlantico fossero abbastanza trascurabili, è possibile che abbiano svolto un ruolo decisivo nel 1941, quando i tedeschi erano alle porte di Mosca e di Leningrado, a 24-40 km dalla Piazza Rossa? Si guardino le statistiche dell’invio di armi di quell’anno. Dall’inizio della guerra fino alla fine del 1941, l’Armata Rossa ricevette 1,76 milioni di fucili, armi automatiche e mitragliatrici, 53700 cannoni e mortai, 5400 carri armati e 8200 aerei. Di questi, i nostri alleati nella coalizione anti-hitleriana fornirono solo 82 pezzi d’artiglieria (0,15%), 648 carri armati (12,14%) e 915 aerei (10,26%). Inoltre, gran parte degli equipaggiamenti militari inviati, in particolare, 115 dei 466 carri armati fabbricati nel Regno Unito, non furono nemmeno portati al fronte nel primo anno di guerra. Se si contano queste consegne di armi ed attrezzature militari nell’equivalente monetario, secondo lo storico Mikhail Frolov in Velikaja Otechestvennaja Vojna 1941-1945 v Nemetskoj Istoriografii (La Grande guerra patriottica 1941-1945 nella storiografia tedesca), San Pietroburgo, 1994, “fino alla fine del 1941, il periodo più difficile per lo Stato sovietico, secondo la legge Lend-Lease, gli Stati Uniti inviarono materiali nell’URSS per 545000 dollari, sui 741 milioni di dollari per tutti i Paesi della coalizione anti-hitleriana. Ciò significa che durante questo periodo straordinariamente difficile, meno dello 0,1% degli aiuti degli USA fu inviato nell’Unione Sovietica. “Inoltre, le prime spedizioni dei prestiti, nell’inverno 1941-1942, arrivarono nell’URSS molto tardi, anche se in quei mesi critici l’URSS poté affrontare da sola l’impressionante scontro con gli aggressori tedeschi, senza alcuna assistenza promessa dalle democrazie occidentali. Entro la fine del 1942 solo il 55% delle consegne previste fu effettuato nell’Unione Sovietica“. Per esempio, nel 1941 gli Stati Uniti promisero d’inviare 600 carri armati e 750 aerei, ma effettivamente ne inviarono rispettivamente 182 e 204.
Nel novembre 1942, cioè al culmine della battaglia per il Caucaso e Stalingrado, l’invio di armi praticamente fu fermato. L’interruzione iniziò già nell’estate 1942, quando i velivoli e i sommergibili tedeschi eliminarono quasi completamente l’infausto Convoglio PQ17 abbandonato (su ordine dell’Ammiragliato) dai cacciatorpediniere inglesi incaricati di accompagnarlo. Tragicamente solo 11 delle 35 navi arrivarono nei porti sovietici, una catastrofe usata come pretesto per sospendere i successivi convogli dalla Gran Bretagna, fino al settembre 1942. Un nuovo convoglio, il PQ18, perse 10 delle 37 navi lungo la rotta e il successivo convoglio fu inviato solo a metà dicembre 1942. Quindi, per tre mesi e mezzo, quando una delle battaglie più decisive della Secondo guerra mondiale si svolgeva sul Volga, meno di 40 navi cariche di prestiti giunsero ad intermittenza a Murmansk e Arkhangelsk. Perciò molti erano comprensibilmente sospettosi verso Londra e Washington, che passavano il tempo in attesa di vedere chi sarebbe sopravvissuto dalla battaglia di Stalingrado. Di conseguenza, tra il 1941 e il 1942 solo il 7% dei carichi di guerra spediti dagli Stati Uniti fu diretto nell’Unione Sovietica. La maggior parte delle armi e degli altri materiali arrivò nell’Unione Sovietica nel 1944-1945, una volta che i venti di guerra cambiarono decisamente.

Hawker Hurricane

Qual era la qualità delle attrezzature militari?
Dei 711 aerei da combattimento arrivati nell’URSS dal Regno Unito alla fine del 1941, 700 erano modelli antiquati come Kittyhawk, Tomahawk e Hurricane, significativamente inferiori ai tedeschi Messerschmitt e ai sovietici Jakovlev sia in velocità che agilità, e non erano nemmeno equipaggiati con armi da fuoco. Anche se un pilota sovietico riusciva ad avere un asso tedesco nel mirino delle mitragliatrici, queste armi dal calibro di fucile erano spesso completamente inutili contro la robusta blindatura degli aerei tedeschi. Riguardo ai più recenti aerei da combattimento Airacobra, solo 11 furono consegnati nel 1941, e il primo arrivò nell’Unione Sovietica smontato, senza documentazione e avendo già svolto la sua vita utile. Per inciso, fu così per i due squadroni di caccia Hurricane armati di cannoni da 40 mm e progettati per l’impiego contro i veicoli corazzati tedeschi. Ma questi aerei da combattimento si rivelarono talmente inutili che non parteciparono alla guerra rimanendo sotto nafatlina nell’URSS poiché non si trovarono piloti sovietici che li volessero pilotare. Una situazione simile si ebbe con i carri armati leggeri Valentine inglesi, che i carristi sovietici soprannominarono “Valentina“, e i carri armati medi Matilda, ai quali riservarono un epiteto peggiore: “Addio alla nostra Patria“. La loro sottile blindatura, i motori a benzina altamente infiammabili e le trasmissioni preistoriche li resero facile preda di cannoni e lanciagranate tedeschi. Secondo Valentin Berezhkov, interprete di Josif Stalin che partecipò a tutti i negoziati tra i leader sovietici e i visitatori anglo-statunitensi, Stalin fu spesso profondamente offeso dalle azioni inglesi come l’offerta di aerei obsoleti, quali gli Hurricane, come materiale in prestito, invece di nuovi caccia come lo Spitfire. Inoltre, nel settembre 1942, in una conversazione con Wendell Willkie, leader del partito repubblicano statunitense, Stalin chiese di fronte agli ambasciatori statunitense ed inglese William Standley e Archibald Clark Kerr, perché i governi inglese e statunitense inviano equipaggiamenti di scarsa qualità in Unione Sovietica? Spiegò di parlare principalmente dell’invio dei P-40 statunitensi invece dei più aggiornati Airacobra e aggiunse che gli inglesi fornivano i caccia completamente inadeguati Hurricane, assai inferiori a quelli tedeschi. Stalin affermò che una volta che gli statunitensi si prepararono ad inviare 150 Airacobra in Unione Sovietica, gli inglesi intervennero e se li presero. “Sappiamo che statunitensi ed inglesi hanno aerei uguali o superiori ai modelli tedeschi, ma per qualche motivo non li inviano nell’Unione Sovietica“. L’ambasciatore statunitense Ammiraglio Standley, non sapeva nulla, ma l’ambasciatore inglese Archibald Clark Kerr ammise di esserne a conoscenza, ma difese il loro reimipiego con la scusa che nelle mani inglesi questi caccia sarebbero stati molto più utili alla comune causa alleata che non nell’Unione Sovietica…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

ARMIR e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

Luca BaldelliL’ARMIR, l’Esercito fascista di occupazione dell’URSS al seguito delle armate naziste, continua a tenere banco nelle ricostruzioni storiche di parte e nelle polemiche che, con cadenza regolare, riaffiorano ogni qualvolta occorre distogliere l’attenzione dalla rinascita della potenza russa e dalla riscoperta dei valori e delle conquiste del socialismo reale, che è poi l’unico socialismo realizzato, con buona pace delle anime candide che coi loro irenismi non hanno costruito non solo il comunismo, ma nemmeno una seria socialdemocrazia di transizione. Sull’ARMIR, come abbiamo avuto modo di constatare varie volte, la confusione regna sovrana: cifre ballerine, oscillanti secondo le modalità del pendolo propagandistico, documenti palesemente falsificati o di dubbia autenticità; testimonianze di comodo, contrastanti tra loro e senza il crisma della minima scientificità ed obiettività. Ci fu un periodo, nel 1992, in cui i tromboni dell’anticomunismo nostrano, addirittura, vollero convincere l’opinione pubblica che i soldati in URSS li aveva mandati a morire Togliatti e non, invece, Benito Mussolini, con le armi e i gagliardetti benedetti dai preti. Negli anni passati, addirittura, è stato scoperto, alle porte di Mosca, un centro per la falsificazione “scientifica” dei documenti d’archivio del periodo comunista, con timbri, carte, bolli e tutto un apparato logistico-materiale approntato per il taroccamento. A denunciare il tutto fu, alla Duma, il Deputato comunista Iljukhin, guarda caso morto poco dopo, in circostanze assai dubbie…
Si esaminarono documenti sulle fosse di Katyn, su Beria, su Stalin, sulle trattative tra URSS e Germania e si riconobbero, inconfutabilmente, le “stimmate” della falsificazione, dell’inquinamento, dell’interpolazione di interi incartamenti. Personaggi al vertice della politica ai tempi di Gorbaciov e di Eltsin, storici, militari, archivisti, furono chiamati in causa e riconobbero le malefatte, ma il manto protettivo della politica compiacente intervenne a coprire tutto. Come si poteva riconoscere, ufficialmente, e dalle più alte cariche dello Stato, che tutta la storia diffusa sul comunismo dopo il 1989 era composta da bufale preconfezionate in modo tale da trarre in inganno persino inossidabili comunisti in buona fede? E’ lecito supporre che, tra i documenti falsificati, ve ne fossero e ve ne siano ancora anche molti riguardanti l’ARMIR, naturalmente costruiti ad arte per accreditare il mito di decessi in massa nei campi di prigionia sovietici (come se, oltretutto, un Paese devastato dai nazifascisti, che aveva avuto anche per mano nostra 20 milioni di morti, fosse tenuto a garantire caviale e champagne a chi l’aveva aggredito!).
A distanza di 70 e più anni, si è più o meno siamo riusciti a sapere quale fu la consistenza numerica dell’8.va Armata italiana in Russia, ossia 230000 uomini agli ordini del Generale Italo Gariboldi (c’è però anche chi sostiene che il numero sia eccessivo, utilizzato per gonfiare artatamente il numero dei caduti e dispersi), molti sono i margini di incertezza circa il numero effettivo di soldati caduti prigionieri, per via di documenti tra loro contrastanti, in aperta contraddizione. Le autorità russe anticomuniste, dopo il 1991, ci hanno propinato la cifra di 40000 morti italiani nei campi di prigionia sovietici: una cifra, questa, assurda, che presto si dovette ridurre per evidenti, palesi incongruità. Si trovarono, infatti, ben 6000 nomi ripetuti più volte e si dovette scendere, in prima battuta, a 34000 nominativi. Dopo anni di ricerche, raffronti e “ripuliture” operate da storici di provata fede anticomunista ed antisovietica, si scese (udite udite!) a 24200 nominativi e qui il colpo di scena: anche questi 24200 cognomi, a parte poche eccezioni, non è stato possibile associarli ad una morte certa, effettivamente avvenuta. Si tratta di dispersi per i quali non v’è alcuna notizia sicura, tanto che i familiari ancora vivi, sulla pelle dei quali si è consumata la cinica operazione di criminalizzazione del comunismo, quasi che a mandarli in guerra fosse stato Stalin, hanno alla fine protestato e chiesto i dovuti chiarimenti alle reticenti autorità che il lavoro degli storici avevano “patrocinato”. Naturalmente, da parte del Ministero della Difesa (lo stesso che, assieme alla Procura generale militare, per decenni aveva “dimenticato” negli scantinati e negli “armadi della vergogna” faldoni interi sui crimini nazisti) non sono venuti mai lumi e risposte soddisfacenti. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, Carlo Vicentini, dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, chiarisce in maniera esemplare come avveniva la registrazione dei decessi: “la registrazione giornaliera dei decessi era compito dei soldati incaricati del controllo delle presenze: essi annotavano per lo più, solo cognome e nome del morto (qualcuno aggiungeva la classe ed il grado) in base alle dichiarazioni dei compagni di bunker o di baracca”. I dati compilati frettolosamente, e con larghi margini di errori, data la fonetica sconosciuta ai russi, venivano poi inviati alle autorità centrali, che provvedevano a riscriverli. Ebbene, come vennero riscritti questi nomi? Nel caos della guerra, vi furono comprensibilissime difficoltà logistiche, la disorganizzazione regnava e tutto questo non poté influenzare la redazione dei registri dei decessi dei campi di prigionia. Come abbiamo sopra accennato, vi furono sbagli anche clamorosi, con ripetizioni frequenti degli stessi nominativi; “le trascrizioni successive di questi dati, fatte manualmente in corsivo (solo di rado dattilografate) hanno quasi sempre mutato il testo iniziale, ammesso che fosse esatto. In base a tali dati sono state redatte, sempre a mano, le schede individuali dello schedario generale di Mosca e queste sono state la base per la compilazione computerizzata degli elenchi giunti fino a noi”. Moltissimi nominativi forniti dalle autorità russe, si faccia attenzione a questo elemento centrale, non trovavano corrispondenza alcuna negli elenchi dei soldati dispersi sul fronte russo. Anche in ordine ai soldati catturati, i bollettini sovietici del 1943 parlavano di 80/100000 prigionieri, ridotti poi, chissà perché, a 70000, poi a 60000 e anche meno, a seconda delle fonti. Degli 8268 nominativi di deceduti ricondotti al famigerato campo di Tambov, solo per fare un esempio, alla fine ne vennero certificati solo 4053. Insomma, non c’è che dire: un bel groviglio! in queste ambiguità, incongruenze, inesattezze, non è difficile scorgere i segni di una falsificazione volta a deviare l’attenzione da altre scoperte ben più corpose: ricordiamo che, alla fine degli anni ’80, lo storico polacco nazionalista Jacek Wilczur, (il quale, alla faccia degli anticomunisti ululanti contro la Polonia popolare, poté sempre operare in piena libertà sotto la democrazia socialista) scoprì varie tombe ricollegabili ai soldati italiani dell’ARMIR catturati dai nazisti e uccisi in vari modi. La congiura del silenzio cercò di soffocare questo lavoro, poi, quando i suoi strateghi non poterono più farlo, quella congiura si tramutò in deviazione dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale verso i campi di prigionia sovietici e verso i “crimini” dell’NKVD, ovvero verso crimini commessi dai nazisti e addossati all’URSS (Katyn, tanto per citare un caso).
Anche sul numero dei decessi “accertati” di prigionieri, però, la partita è tutt’altro che chiusa: i campi di prigionia sovietici, nei primi tempi (primavera 1943), erano sottoposti ad una vigilanza che definire all’“acqua di rose” è una gentile concessione. In un Paese devastato dai nazifascisti e da ricostruire, è evidente che le forze dell’NKVD e dell’Armata Rossa avessero altro a cui pensare che non piantonare prigionieri italiani smunti, laceri, spesso abbandonati dai loro superiori in grado e, nella maniera più vile e cinica, dai nazisti. Di questo ci offre uno spaccato eloquente un’altra fonte al di sopra di ogni sospetto, lo storico Arrigo Petacco, che nessuno può tacciare di simpatie comuniste. Ne “L’Armata scomparsa”, egli scrive: “l’organizzazione interna (nei campi di Tambov, Khrinovoje, Miciurinsk, Suzdal, Oranki e altri ancora, ndr) era praticamente inesistente. A Khrinovoje, per esempio, il campo era formato da alcune costruzioni adibite in passato a scuderie (…). Anche la vigilanza era relativa: all’interno del campo i prigionieri erano lasciati liberi di scannarsi a vicenda per una coperta o un tozzo di pane. All’esterno poche guardie, immerse nella neve, coperte dal pelliccione da scolta scampanato e lungo fino a terra, voltavano indifferenti le spalle. Il lato che confinava con la steppa o con il bosco non era neppure vigilato o chiuso da un recinto. Tanto, fuggire equivaleva a morire”. Se la conclusione macabra è una deduzione impropria dell’autore, dal momento che il bosco russo è, da sempre, anche tesoro di preziose risorse alimentari da sempre (si pensi alle battute di caccia e alle raccolte massicce di funghi narrate da un’altra fonte di parte anticomunista, Varlam Shalamov, autore de “I racconti di Kolyma”), Petacco non mente quando descrive il livello di vigilanza presente nei campi sopra richiamati nei primi tempi della loro istituzione. Questo fatto, inoppugnabilmente, rendeva facilissime le fughe di prigionieri; dal momento che, come abbiamo visto, i decessi venivano segnalati alle guardie dagli stessi prigionieri, è consequenziale e logico pensare che la gran parte delle morti annotate nei registri fossero, in realtà, fughe mascherate da decessi da parte dei compagni dei fuggiaschi, i quali avevano buon gioco ad agire così in quanto, il più delle volte, le sepolture avvenivano in maniera sommaria e nessuno tra i guardiani, o quasi nessuno, pretendeva l’esibizione del cadavere. Petacco però è illuminante nel suo racconto, anche rispetto alle modalità di redazione dei registri dei decessi e, nella sua esposizione, approfondisce e va oltre la stessa disamina di Carlo Vicentini, pur da lui citato in cinque pagine della sua opera. Nel capitolo “Il mistero dei dispersi”, leggiamo: “anche dopo il crollo dell’URSS, quando gli archivi del KGB furono aperti agli inviati del nostro governo, non fu ugualmente possibile venire a capo della vicenda. Risultò infatti che i prigionieri arrivati ai campi venivano registrati al loro ingresso e controllati alla fine di ogni mese. Ma i controllori si limitavano ad elencare dei numeri senza fornire spiegazioni quando quei numeri non corrispondevano. Un esempio per tutti: il 1° maggio del 1943 figurano presenti nel lager n° 188 di Tambov 2500 prigionieri italiani. All’inizio del mese successivo i prigionieri risultano 160. Ma non è spiegata la causa della drastica riduzione. Ossia se sono morti, se sono trasferiti o l’una e l’altra cosa insieme”. In poche parole, le registrazioni dei morti potrebbero esser state, almeno in certi casi, dettate più da approssimazione e da stime eseguite, che non da una prassi scientifica e rigorosa di registrazione. Certo, le condizioni nei campi di prigionia sovietici non erano idilliache e questo per ovvi motivi; specie nei primi tempi, lo ripetiamo, vi furono difficoltà insormontabili, situazioni ai limiti dell’emergenza, in un Paese saccheggiato e messo a ferro e fuoco dai nazifascisti. Se il pane mancò per lungo tempo, fu per colpa di chi aveva distrutto granai e incendiato kolkhoz e sovkhoz, non certo del potere sovietico che anzi fece di tutto per migliorare le condizioni dei prigionieri, portando ordine, rigore, disciplina e regolarità degli approvvigionamenti nei vari campi, dopo i primi mesi tremendi del ’43.
Innanzitutto, va detto che molti soldati italiani arrivarono ai campi di prigionia già stremati dai combattimenti, dal “si salvi chi può” imperante dopo la disfatta dell’ARMIR, con generali e colonnelli fascisti (e anche qualcuno della truppa) che, spesso, alla faccia della solidarietà umana, pensarono a salvarsi la pelle e basta, quando addirittura non bruciarono, d’intesa coi nazisti, depositi di vettovaglie e magazzini con indumenti e altri generi di conforto (le denunce precise ed articolate di Robotti e di altri in questo senso, non furono mai confutate in sede giornalistica e giudiziaria). In secondo luogo, va sottolineato che, specie nei primi tempi, il vero potere all’interno dei campi di prigionia era nelle mani degli stessi militari italiani internati. A dirigere e coordinare tutto, i sovietici, che avevano ben altri pensieri e priorità, collocarono generali, colonnelli, tenenti e soldati anziani. Laddove questi erano umani, comprensivi, onesti e magari pure di fede antifascista, per i prigionieri i patimenti erano meno pesanti; laddove invece vi erano dei fascisti inveterati, che fingevano soltanto agli occhi dei sovietici, per puro opportunismo, di essersi convertiti al credo democratico e al marxismo-leninismo, le traversie e, spesso, le tragedie, erano assicurate per i poveri soldati prigionieri. Cibo distribuito con criteri discrezionali ai loro tirapiedi, soprusi e soperchierie quotidiane, corvée imposte ai compagni di prigionia: nel carniere delle malefatte dei kapò fascisti vi fu ogni nefandezza possibile, e ciò non poté che incidere anche sull’andamento della mortalità nei campi, specie dal febbraio al giugno del ’43. Accanto agli italiani, vi furono i rumeni della Bessarabia che avevano combattuto con l’Asse e gli ungheresi, a distinguersi per crudeltà contro italiani e prigionieri di altre nazionalità. Al contrario di quelli nazisti, però, questi kapò non poterono contare su protezioni in alto loco. Infatti, venute all’orecchio di Stalin e del Vk(b)P le vergogne e i crimini di questi aguzzini e dei loro complici, si abbatté sulle loro teste la mannaia della giustizia sovietica, equa ed inflessibile come sempre. Ancora una volta, affidiamo la narrazione di questi fatti all’anticomunista e antisovietico Petacco; egli cita, come testimone, nientemeno che don Guido Turla, feroce nemico dell’ideologia comunista e dello Stato sovietico, presente nella Campagna di Russia tra le forze italiane: “Don Guido Turla riferisce che, in quei giorni (siamo nella tarda primavera del ’43. Ndr), un fuoriuscito italiano comunista (Vincenzo Bianco?) visitò per la prima volta il campo (quello di Khrinovoje, dove le condizioni di vita erano ai limiti della vivibilità, ndr) e promise il suo intervento. Qualche tempo dopo le sentinelle sovietiche informarono i prigionieri che era giunto un prikaz, un ordine: Stalin non vuole più morti. ‘I russi, racconta il cappellano, mi riferiscono quest’ordine e non nascondono la loro paura. Sanno che se qualcuno ha sbagliato ora dovrà pagare’. Infatti, nei giorni seguenti il comandante del campo e i suoi subalterni furono tutti passati per le armi nel piazzale del lager”. Altro che tolleranza verso i criminali! Altro che Stalin complice del lassismo, dei crimini, della corruzione di alcuni funzionari periferici infedeli. L’occhio del Piccolo Padre tutto vedeva e pesava, anche in quei tragici giorni, senza nulla concedere a giustizie sommarie e ad abusi. La superiorità della civiltà sovietica stava anche nel trattare umanamente chi con una divisa straniera aveva invaso il Paese non per sua volontà, ma perché costretto. E, naturalmente, nell’individuare e colpire i nemici travestiti opportunisticamente da amici, ora che i rovesci dei vari fronti minacciavano l’uragano sulla peste bruna. Si è parlato anche (principalmente per bocca di Don Guido Turla) di atti di cannibalismo compiuti nei campi di prigionia nei primissimi tempi, atti che sarebbero poi stati puniti severamente dai sovietici e dai sorveglianti interni. Su questo terreno, però, preferiamo non entrare e non per ritrosia nel parlare di argomenti certamente scabrosi, macabri e anche velati di bestialità, la bestialità che ogni guerra porta con sé, ma perché sono davvero flebili le prove a sostegno della realtà di simili azioni che, se fossero state davvero compiute, chiamerebbero in causa non certo l’URSS, ma chi aveva portato ovunque fame in terra straniera fino alla disperazione. Anche quando certi fatti rientrano nei documenti sovietici, essi vi rientrano come ipotesi di reato da perseguire, non come crimini certamente commessi e puniti, come pretendono certuni, che allo scrupoloso lavoro filologico di analisi delle fonti preferiscono un sensazionalismo da film horror. Finché i contorni di quei fatti non saranno chiariti, preferiamo, per rispetto umano e per onestà intellettuale, non profonderci in racconti che farebbero la gioia di un Lovercraft, ma non quella di un amante della verità.
Dal momento in cui Stalin impartì l’ordine di portare legalità e rigore nei campi di prigionia, le cose per i soldati andarono sempre meglio. Il numero dei decessi, quali che siano i dati che s’intende prendere a riferimento, diminuirono drasticamente e le condizioni di vita divennero accettabili, a volte persino migliori di quelle di tanti cittadini sovietici che, avendo perso tutto per colpa delle belve hitleriane, si ritrovarono a dover costruire tutto da zero, vivendo in capanne, rifugi sotterranei (zemljanki), parti di stazioni non distrutte ecc. La grande URSS si tolse il pane di bocca per sfamare chi l’aveva occupata e calpestata coi suoi stivali: se i criminali di guerra conobbero l’inesorabile pugno della giustizia operaia e contadina, la truppa, specie italiana, fu trattata con clemenza e sopravvisse solo grazie alla generosità del popolo sovietico, prima e dopo la prigionia. Abbandonati dagli “alleati” nazisti, i soldati italiani vennero nutriti e scaldati a decine di migliaia nelle izbe di pacifici e umanissimi contadini russi, gente che magari aveva figli e parenti stretti al fronte, ma sapeva distinguere, come solo sa fare il popolo lavoratore, tra capi e gregari, tra guerrafondai e uomini che la guerra la stavano subendo loro malgrado. Molti dei soldati salvati in questo modo da morte sicura, nel dopoguerra non vollero tornare e divennero cittadini sovietici, cambiando nome e cognome: questo fatto, negato da tutta la pubblicistica anticomunista, è invece ribadito e messo in evidenza da varie fonti. L’Italia che li aveva mandati in guerra era, da questi uomini, talmente odiata e disprezzata che, al termine del sanguinosissimo conflitto, essi decisero di voltarle le spalle e di rifarsi una vita nella nuova Patria sovietica. Diverse persone date per morte (ecco l’attendibilità di certi documenti!) furono comprese in certificati di morte presunta, non essendo possibile indicare i loro cadaveri e, d’altro canto, non essendovi prova della loro esistenza in vita dopo il 1944-45 e, in particolar modo, dopo l’ultimo rimpatrio del 1954. In “Lettere dal Don” di Pino Scaccia, giornalista rigoroso e non certo di fede bolscevico-stalinista, racconta la storia di un villaggio, Filonovo, presso il quale vivono o sono vissute varie donne figlie di soldati italiani; viene poi menzionato un reduce, La Guidara, autore di “Ritorniamo sul Don” (1963), che parlò di numerosi italiani, ex-soldati dell’ARMIR, da lui incontrati nel 1960 in Ucraina vivi e vegeti (li presentò come trattenuti dal regime, ma ciò è ragionevolmente impossibile, visto che poté incontrarli liberamente, senza impedimenti). Lo stesso Scaccia, nel blog di “Lettere dal Don” ricorda, in un commento interlocutorio: “Il caso di Arturo Campalto, il camionista di Vicenza che vive e lavora a Kiev, è sintomatico: nel paese di origine c’è anche il nome nella lapide dei caduti. Ovvio che lo hanno dato per deceduto. E’ sicuro, per esempio, che molti antifascisti sono rimasti in Russia perché in Italia c’era ancora il regime. Una cosa è certa: sia la prima volta che sono stato nella valle del Don che la seconda ho raccolto molte testimonianze che parlavano degli ‘italiani‘”.
Ancora oggi, ammettere che tanti italiani preferirono fingersi morti, e magari produrre documenti in tal senso per avvalorare la bugia, piuttosto che tornare in un’Italia dove i fascisti non mollavano la presa e già si stavano riciclando in massa, è per gli anticomunisti in servizio permanente effettivo un trauma da evitare in ogni modo. Il loro costante rivolgere la testa all’indietro impedisce ogni analisi obiettiva, onesta e spassionata di ciò che fu. Figuriamoci se questi anticomunisti ottusi e subdoli hanno la franchezza e l’onestà intellettuale di un Arrigo Petacco o di un Enrico Reginato o di un Egisto Corradi nel raccontare come si viveva nelle izbe o nei campi dopo le sane misure di “pulizia” disposte da Stalin e dal governo sovietico contro aguzzini, grassatori e criminali! Abbiamo scelto questi tre autori, tutti anticomunisti a mille carati, proprio per rimarcare la differenza tra loro e certa pubblicistica e memorialistica accecata dall’odio antisovietico. “Per trascorrere le lunghe giornate, scrive Petacco, i prigionieri si dedicavano al lavoro di ristrutturazione degli ambienti improvvisandosi falegnami o muratori. Altri rileggevano i loro gualciti diari correggendo o aggiungendo impressioni. Di tanto in tanto, all’improvviso, una squadra di soldati invadeva le camerate per periodiche perquisizioni (…). Malgrado la mancanza degli utensili necessari, fioriva l’artigianato. Con l’aiuto di un seghetto sdentato o di un coltello arrugginito, venivano realizzati autentici capolavori: bastimenti, giocattoli, pettini d’osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile. Racconta Carlo Vicentini che due ufficiali riuscirono addirittura a costruire un orologio a pendolo con ingranaggi di legno e rotelle fatte a chiodi. Era anche preciso: tardava di appena un’ora al giorno e il successo fu grande. Dopo il primo ne dovettero costruire altri perché il mercato, fra i russi, tirava molto. Più tardi qualcuno si ricordò di aver ricevuto pochi anni prima una certa istruzione (…) fu così che alla produzione di calzini, carte da gioco e utensili vari, si aggiunse una consistente attività culturale. Un nobile pugliese, di nome Ferrante, cominciò a dare lezioni d’inglese. Un certo Martelli, bolognese, laureando in ingegneria, insegnò ai suoi volonterosi allievi la geometria analitica, i medici dissertarono di anatomia e di biologia. Il tenente Sandulli (…) tenne un corso di diritto civile e costituzionale (…) Un tenente umbro portò a termine un lavoro che pareva irrealizzabile. Intervistando uno per uno i compagni più colti e stimolando i loro ricordi di scuola, riuscì a compilare una storia della letteratura italiana che conteneva i brani più noti della Divina Commedia, del Petrarca, del Boccaccio e del Tasso, del Foscolo, del Leopardi, del Carducci fino a D’Annunzio”.
Un quadro che, incontestabilmente, pone i campi di prigionia sovietici su un terreno ben diverso dai campi nazisti e, anche, dai campi alleati, nei quali i prigionieri morivano come le mosche tra l’abbrutimento, la fame più nera, il più crudele terrore. L’ufficiale medico degli alpini Enrico Reginato, nel suo libro dal titolo “12 anni di prigionia nell’URSS”, parla, tra l’altro, della festa per il suo compleanno il 5 febbraio del 1946: “Tutti concorsero con regali e auguri a farmi trascorrere lietamente quella giornata. Ebbi in dono una scatola di sigarette, una saponetta e un paio di calze. Un ungherese mi fece omaggio di un astuccio in legno sul quale era stato artisticamente scolpito il profilo del Monte Cervino. Per l’occasione ci fu anche un pranzetto, che terminò con un brindisi in versi di Italo Stagno (…)”. Ogni commento ci appare superfluo. Non è tutto: Reginato riconosce che, contro i soprusi di alcuni appartenenti agli organi di sicurezza sovietica, la giustizia del primo Stato operaio e contadino puntualmente riconobbe i diritti dei prigionieri. “Un secondo sciopero, si legge nell’opera sopra citata, venne iniziato quando i sovietici pretesero di imporci il lavoro. Avevamo accettato di andare nella foresta a spaccar legna, ma ciò non doveva costituire un obbligo. Le stesse autorità russe, in analoghe precedenti circostanze, avevano riconosciuto la facoltà del lavoro volontario per gli ufficiali delle cosiddette piccole nazionalità, cioè per tutti, esclusi i tedeschi. Di fronte alle ingiuste imposizioni del comando piantammo una grana formidabile e riuscimmo ad ottenere l’intervento di un ufficiale di polizia, giunto espressamente dalla capitale della Repubblica dei Mari. La questione fu a lungo dibattuta, con esito conforme ai nostri diritti. L’ufficiale riconobbe che la ragione stava dalla nostra parte”. Ce lo vedete un uomo di Himmler discutere una controversia di lavoro con gli ebrei dei lager e, alla fine, dar loro ragione dopo una disamina obiettiva del nodo del contendere?
Egisto Corradi, autore de “La ritirata di Russia”, è infine prezioso non per la descrizione dei campi di prigionia, ma per aver sviscerato una per una le menzogne fasciste sulla guerra e i contorni non certo chiari di battaglie pur esaltate ed epicamente assurte a simboli intoccabili dell’immaginario della Campagna di Russia. Egli analizza uno per uno i bollettini fascisti e nazisti sulle operazioni belliche in URSS, mettendo in evidenza le macroscopiche falsità, le montature, le distorsioni sistematiche operate in nome di una propaganda menzognera e criminale. Due esempi, in questo senso: “21 gennaio 1943. ‘Forti attacchi ovunque respinti. A Stalingrado, i tedeschi lottano eroicamente in condizioni sempre più difficili’. Da una corrispondenza italiana da Berlino: ‘L’Armir ha respinto gli assalti talora successivi di ben sette armate sovietiche’. (Non si comprende il senso di questa corrispondenza. L’Armir era in dissoluzione)”. “31 gennaio 1943. ‘Dai giornali italiani: ‘Mussolini nel ventennale della Milizia: Non molleremo mai fino a quando saremo capaci di tenere in pugno un’arma’. (I resti del Corpo d’Armata alpino giungono sulle linee tedesche a nord di Karkov dopo due settimane di ritirata)”. Un quadro impietoso, quello di Corradi, delle menzogne sulla base delle quali fu scatenato un conflitto immane, bestiale, in odio alla prima Patria che aveva portato al potere i lavoratori, liquidando il giogo dello sfruttamento, e che pertanto era, oltre ad un Paese immenso e ricchissimo, anche un “cattivo esempio da estirpare”. Si potrebbe parlare poi delle scuole di antifascismo attivate in URSS per iniziativa del PCI e del VK(b)P, con l’entusiastica partecipazione di esuli antifascisti di indistruttibile fede comunista, primo tra tutti il compagno Paolo Robotti. Si potrebbe raccontare nel dettaglio la gloriosa storia del giornale “L’Alba”, narrare le vicende di tanti prigionieri dell’ARMIR convertiti non certo con la coercizione, ma con la forza dell’esempio e del messaggio liberatore del marxismo-leninismo, alla fede antifascista e progressista… Si potrebbe certamente, ma sviliremmo un capitolo di importanza capitale che preferiamo trattare degnamente in un prossimo studio, sempre con al centro le vicende umane dei protagonisti e fonti al di sopra di ogni sospetto.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Arrigo Petacco: “L’Armata scomparsa” (Mondadori, 1998)
Enrico Reginato: “12 anni di prigionia nell’URSS” (Garzanti, 1971)
Egisto Corradi: “La ritirata di Russia” (Longanesi & C., 1965)
Pino Scaccia: “Lettere dal Don” (RAI-ERI, 2011)
Lettere dal Don
Plini Alpini

La battaglia di Kursk; ‘Punto di non ritorno’ per la Germania nazista

Sputnik 04.07.2017Situato a 315 miglia a sud di Mosca e attraversato dai fiumi Kur, Tuskar e Sejm, Kursk è una pittoresca città russa di 500000 abitanti col più grande giacimento di ferro conosciuto del mondo. Tuttavia, tra il 4 luglio e il 23 agosto 1943 fu teatro della sfida titanica tra Wehrmacht della Germania nazista e Armata Rossa dell’Unione Sovietica. Nel 1943, l’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’Asse dell’Unione Sovietica, s’era impantanata. Dopo diversi stupefacenti successi iniziali, l’Armata Rossa mutò l’andazzo della guerra con le epiche vittorie a Mosca nel 1941 e a Stalingrado nel 1942, e la Wehrmacht era ormai in ritirata. Kursk fu l’ultimo sforzo con cui la Germania nazista impegnò risorse inedite per ribaltare il corso della guerra in proprio favore, o almeno fermare l’inesorabile avanzata delle forze sovietiche. Nel complesso i nazisti concentrarono 900000 truppe, 10000 pezzi d’artiglieria, 2700 corazzati e 2000 aerei, circa un terzo dell’intera forza militare tedesca. L’obiettivo dei nazisti era circondare e schiacciare cinque armate sovietiche, prima di schiacciare l’Armata Centrale del Maresciallo Rokossovskij e l’Armata di Voronezh del Maresciallo Vatutin con una brutale manovra a tenaglia.
Se ovviamente era l’obiettivo militare desiderabile, la strategia aveva considerazioni politiche al centro: la direzione sovietica era sempre più frustrata dalla mancanza di volontà degli alleati occidentali ad aprire un secondo fronte e alleviare l’intenso onere della lotta dal 1941. Hitler sapeva che il successo in Oriente poteva sabotare permanentemente l’associazione tra Unione Sovietica, USA e Regno Unito. Inoltre, avrebbe dimostrato che la Germania nazista era stata solo danneggiata severamente, ma non fatalmente, a Stalingrado. La pianificazione dell’operazione iniziò nel febbraio 1943, ma Adolf Hitler volle ritardare l’attacco il più a lungo possibile, nonostante il desiderio del Feldmaresciallo Erik von Manstein di lanciarla al più presto possibile. Conoscendo il ruolo svolto dall’incredibile inverno sovietico su Barbarossa, il Fuhrer voleva guadagnare tempo finché il terreno non fosse completamente scongiurato; inoltre, il suo amore per il nuovo carro armato Tigre, di cui pensava che un battaglione valesse una divisione di qualsiasi altro carro armato, lo convinse a ritardare fin quando non ne fossero disponibili altri. Con un ritmo di produzione di 12 alla settimana, Manstein dovete attendere molto, e nel frattempo l’Armata Rossa rese le proprie postazioni praticamente impenetrabili.
Il 4 luglio le forze sovietiche erano ben preparate, e in alcune aree i reggimenti d’artiglieria superavano la fanteria cinque a uno, con oltre 20000 cannoni puntati sulla Wehrmacht, tra cui oltre 6000 cannoni anticarro da 76,2mm e 920 lanciarazzi multipli Katjusha. Inoltre, con l’aiuto della popolazione civile di Kursk, l’Armata Rossa scavò 5000 chilometri di trincee dotate di filo spinato, ostacoli elettrificati e lanciafiamme. Alcune zone difensive sovietiche erano profonde sei chilometri, con 2200 mine anticarro e 2500 mine antiuomo posate su ogni singolo miglio del fronte, una densità quattro volte quelle delle difese di Stalingrado. Nel complesso fu posato oltre mezzo milione di mine anticarro e 440000 mine antiuomo. Tuttavia, la Wehrmacht avviò l’assalto il 4 luglio sul villaggio di Prokhorovka. Lo scontro durò 50 giorni.
La Seconda guerra mondiale è un conflitto dalle statistiche immense e Kursk ne illuminò alcune delle più sorprendenti: 3 milioni di soldati, 8000 carri armati e 5000 aerei furono coinvolti, e i relativi scontri compresero la battaglia tra carri armati più grande della storia e i singoli giorni di guerra aerea più costosi. In confronto alla battaglia d’Inghilterra, del Bulge, del D-Day, di El Alamein o Midway, lo scontro per la civiltà a Kursk è ignoto in occidente, raramente menzionato dai media e apparentemente noto solo a pochi storici professionisti. Tuttavia, coloro che hanno anche solo contezza di Kursk, sono ben consapevoli del significato cruciale e credono che fu lo scontro più importante della Seconda guerra mondiale. Tra loro vi è l’eminente Dennis Showalter, nel suo libro Armor and Blood Showalter conclude che la battaglia fu la “svolta del Fronte Orientale… il punto di non ritorno”. Dopo Kursk, i nazisti non compirono mai più passi coraggiosi e fiduciosi nel domani, venendo spinti in una posizione difensiva virtualmente perpetua in Europa. Viceversa, se la Wehrmacht fosse prevalsa la guerra avrebbe potuto decisamente essergli favorevole, con una possibile sconfitta dell’Unione Sovietica e trionfo della Germania nazista in Europa, se non del Mondo.
Quando le truppe occidentali sbarcarono in Normandia il 6 giugno 1944, incontrarono forze tedesche senza supporto aereo, carburante e rifornimenti; se l’Armata Rossa non avesse trionfato a Kursk, le truppe d’invasione statunitensi, inglesi e canadesi avrebbero incontrato i nazisti in piena potenza e il D-Day sarebbe fallito.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità

Luca Baldelli

Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”. Con queste brevi, incisive parole, il sublime scrittore Ernest Hemingway, progressista, antifascista, amico dell’Unione Sovietica, della pace e della mutua comprensione tra gli uomini, sintetizzava magistralmente l’importanza del tributo al primo Stato mondiale degli operai e dei contadini, mettendone in evidenza il contributo incancellabile nella lotta alla tirannide nazifascista e nella difesa del mondo dalle mire guerrafondaie dell’imperialismo. Non sminuiremo certamente l’immortale autore de “Il vecchio e il mare” se, accanto alla sua affermazione vibrante di sincerità e schiettezza, ne collochiamo un’altra, non meno pregnante e realistica: ogni essere umano che ami la libertà e la pace non può non riconoscere e non onorare, fin nel profondo del cuore, il sacrificio di Zoja Kosmodemjanskaja. Questa figura è infatti patrimonio non solo dell’URSS e della Russia, terre in cui ogni zolla era ed è impregnata del sangue degli eroi combattenti per la libertà nella Grande Guerra Patriottica, ma anche di tutta l’umanità progressiva, nemica del bellicismo, della reazione, del revisionismo infausto, della negazione dei diritti e della dignità del lavoratore in quanto tale e in quanto persona.
Chi era Zoja Kosmodemjanskaja? Nata da una famiglia di insegnanti nel villaggio di Osino Guj, nella Regione di Tambov, nella zona centrale del bassopiano del Don, il 13 settembre 1923, Zoja Kosmodemjanskaja compì gli studi prima in Siberia (dove i suoi si erano trasferiti), quindi a Mosca. Sull’onda dell’entusiasmo per l’avanzata impetuosa del socialismo, nel 1938 si iscrisse al Komsomol, la Gioventù comunista sovietica, e si dette da fare in una vasta opera di lavoro sociale e pedagogico volta ad eliminare le ultime sacche di analfabetismo esistenti in URSS, Paese dove il potere socialista aveva insegnato a leggere e scrivere a contadini ed operai che mai avevano tenuto una penna o un libro in mano, conseguendo in pochissimi anni l’obiettivo del 90% di alfabetizzazione, traguardo conquistato dalle società borghesi in un secolo (e con tanto di analfabetismo di ritorno!) Zoja, come tutte le persone “speciali”, non aveva un carattere facile: il suo zelo, il suo fervore militante, furono causa di invidie ed incomprensioni che la fecero soffrire enormemente. Alla fine, però, il bene trionfò ed anche i malevoli aprirono il loro cuore e apprezzarono, come si apprezza un dono particolare, l’infinita umanità della ragazza, autentica e mai affettata negli slanci più profondi del cuore. Sul Paese, intanto, si addensava, minacciosa ed oscura, la tremenda nube del nazifascismo coi suoi folli piani di conquista messi a punto anni prima nel “Mein Kampf”. Il tragico giugno del ’41 non trovò Zoja impreparata, né titubante, come non trovò né impreparati né titubanti 200 milioni di onesti cittadini sovietici, guidati dal grande Stalin, la cui lampada mai si spegneva nelle concitate notti di riflessione, programmazione, azione per difendere la Patria. L’attività antifascista, rivolta contro l’occupante, marciava senza sosta nel Komsomol e in ogni ambito della società sovietica.
Nell’ottobre 1941 Zoja, assieme ad altri 2000 volontari del Komsomol, raggiunse il proprio posto di combattimento, ingaggiando una lotta per la vita o per la morte contro i barbari invasori che razziavano, uccidevano, deportavano. Il gruppo di Zoja non dette pace al nemico: agguati, attacchi, incendi di avamposti e depositi utilizzati dai nazifascisti per far partire attacchi contro gli inermi cittadini, o per stoccare beni rubati col terrore al popolo, si succedettero da Petrishevo a Gribtsovo, da Pushkino a Korovino e in tutti i villaggi della Regione di Mosca interessati dai più intensi combattimenti. I tentativi dei nazifascisti di creare terra bruciata attorno ai partigiani sovietici fallirono uno dopo l’altro: l’unità tra tutte le genti dell’URSS contro il feroce invasore era, ogni giorno, più forte che mai e a nulla o a molto poco servivano le minacce, i ricatti, le false promesse. Quando i nazifascisti, a ottobre–novembre ’41, provarono a costituire una milizia collaborazionista nei villaggi per neutralizzare il movimento partigiano e garantire alle loro armate il successo senza intoppi delle barbare azioni pianificate, non trovarono a seguirli che pochi, sparuti elementi rinnegati ed opportunisti, la gran parte dei quali oltretutto disertò non appena ne ebbe l’occasione. Uno di questi elementi, la spia Sviridov, per una bottiglia di vodka consegnò Zoja ai nazisti assetati di sangue ed inferociti dall’efficienza militare dei partigiani del gruppo in cui Zoja militava.
La giovane combattente fu interrogata in maniera brutale, con un allucinante corredo di bestiali torture, dagli sgherri nazisti, alla presenza anche di alti militari. Nonostante l’indicibile supplizio, reso ancor più straziante dal coraggio e dall’abnegazione della ragazza, Zoja non si fece uscire dalla bocca alcun nome di compagni e fiancheggiatori: i combattenti della libertà sovietici, che sempre più andavano ingrossando le file dei partigiani con i mitra, i fucili da caccia, le “molotov” e ogni tipo di arma utile a cacciare le belve naziste, nulla ebbero da temere da questa intrepida amazzone sovietica che andava al martirio serena, con gli occhi pieni di quell’odio per l’ingiustizia, la tirannia, la prepotenza, che è vivido amore dell’umanità.
Zoja Kosmodemjanskaja venne condotta al patibolo nel villaggio di Petrishevo in un tragico 29 novembre 1941. Neppure tra i boia del Nuovo Ordine Europeo retto dalle baionette di Hitler, Himmler e Goering e disseminato di cadaveri, Zoja poté però tacere trattenendosi: anzi, l’inumana violenza che era stata usata sul suo corpo aveva sortito l’effetto di un diluvio di benzina su una fiamma. La giovane, prima di venire impiccata tra lo sdegno, l’incredulità e la bile dei suoi aguzzini, incitò il popolo con parole vibranti a resistere: “Cittadini! Non state in piedi a guardare mentre c’è bisogno di combattenti!” E ancora: “Compagni, la vittoria sarà nostra! L’URSS è invincibile e non verrà sconfitta! Stalin verrà! Non possono uccidere 200 milioni di persone!” Ciechi di rabbia, incapaci di concepire altro dall’odio e dalla sopraffazione, i carnefici portarono a termine il loro sporco lavoro compiendo l’esecuzione di Zoja. La fulgida luce dell’esempio di questa eroina però era destinato a trionfare! Un esempio unico di sprezzo del pericolo, attaccamento lucido e indefettibile alla verità, alla giustizia, alla libertà, amore inestinguibile per i valori della società socialista, brilla ancora su tutta l’umanità progressiva e ha un nome scritto a caratteri indelebili: Zoja Kosmodemjanskaja.