Relazioni tra catalanismo e sionismo

Somatemps, 17 maggio 2015Quando il movimento sionista dopo la Seconda guerra mondiale fondò lo Stato d’Israele nei territori palestinesi, nel 1948, una parte del nazionalismo catalano, in particolare quella borghese, trovò in Israele un mito da riprendere. Tuttavia, l’uso del termine “ebrei” applicato ai catalani fu un insulto di molti che aborrivano i nazionalisti. Pío Baroja, per esempio, nel 1907 accusò i catalani di essere “gli ebrei di Spagna” (1). Le figure eccezionali catalane furono accusate di essere ebrei, come Companys o Cambó. Anche se i nazionalisti catalani del primo Novecento usavano lo stesso insulto verso i castigliani. Uuna costante del confronto tra politici nazionalisti e non. Josep Huguet, ex- ministro della Generalitat, continua a dire: “nel pensiero della destra radicale spagnola, noi catalani occupiamo il posto degli ebrei” (2). Molti catalani, indipendentemente dalla loro posizione politica, hanno simpatia per lo Stato d’Israele, la cui creazione influenzò sia i franchisti e Josep Pla, meravigliato quando si recò in Israele nel 1950, che l’anti-franchista Salvador Espriu, che presentò Israele “come mitica proiezione della Catalogna” (3). Contro la tradizione di ultra-sinistra di sostegno ai palestinesi, troviamo alcuni radicali nazionalisti identificarsi col mito sionista. È il caso di Toni Gisbert, ex-leader del Partit Socialista di Alliberament Nacional (PSAN), responsabile dell’Azione Culturale del Paese di Valencià e marito di Nuria Cadenas (indipendentista imprigionata per anni per terrorismo). Questo radicale identifica giudaismo e catalanismo con testi ricchi di manipolazioni storiche, vero omaggio al nazionalismo razziale: “I punti in comune con l’ebraismo sono notevoli… una parte importante del nostro popolo rivendica, come anche una parte importante dell’ebraismo, una propria patria. (…) Un territorio dove non siamo solo noi: come gli ebrei, siamo stati convertiti in una minoranza in alcune parti della nostra terra dopo secoli di occupazione. (…) Ma come loro, vi abbiamo vissuto sempre fin dalla nascita come popolo. (…) Né rinunciamo ai territori in cui siamo una minoranza: perché per noi la terra ha valore, ci identifica e ci unisce“(4). Le relazioni tra catalanismo e sionismo iniziarono già sotto il franchismo, forgiate, ad esempio, all’amicizia del padre di Jordi Pujol con l’imprenditore David Tennenbaum, creatore della Banca Dorca de Olot, da cui nacque la futura Banca Catalana (5). Le relazioni tra il nazionalismo dell’alta borghesia (al di là di CiU e PSC) sono il termometro delle vere aspirazioni della Catalogna all’indipendenza. Le pressioni politiche delle élite nazionaliste catalane permisero nel 2005 che le relazioni tra Israele e Catalogna avessero un balzo. Queste relazioni furono mantenute con l’incontro di Maragall con Shimon Peres e il consolidamento della cooperazione tecnologica tra Catalogna e Israele attraverso la Fondazione per la ricerca catalana.

Reti d’influenza politica, giornalistica e culturale
Secondo il quotidiano La Vanguardia (6), i politici dalla maggiore sensibilità verso Israele, riponendovi la fiducia per un possibile sostegno in caso d’indipendenza, sono: l’ex-presidente Jordi Pujol (ora caduto in disgrazia); Josep Lluís Carod-Rovira, quando era presidente di Esquerra Republicana de Catalunya e vicepresidente della Generalitat; Miquel Sellarès, giornalista e ex-capo della sicurezza nei governi del CiU; Joan Oliver, ex-direttore di TV3 e militante dek CiU, e Maria Josep Estanyol, dottoressa di filologia semitica presso l’Università di Barcellona e militante di ERC. Tra i giornalisti più influenti troviamo Pilar Rahola, partigiana viscerale delle politiche radicali di Ariel Sharon (a cui la lobby pubblicitaria ebraica di La Vanguardia chiese di mantenerla come giornalista, a qualsiasi prezzo); il giornalista Pere Bonín; Joan B. Culla, storico dell’Università autonoma di Barcellona e uno degli intellettuali indipendentisti più impegnati; la scrittrice Marta Pessarrodona e Lluís Bassat, di origine ebraica e uno dei catalani più influenti. Vicenç Villatoro merita un’attenzione particolare: fu vicepresidente di Convergencia i Unió (CiU), scrittore, giornalista ed ex-direttore del quotidiano nazionalista Avui e della Catalan Corporation of Radio and Television, che comprende le emittenti della Generalitat. Villatoro ha un impressionante curriculum formato all’ombra del potere e dei posti concessigli. Tra i media più filo-sionisti della Catalogna vanno innanzitutto indicati i quotidiani Avui e La Vanguardia, come abbiamo già detto, con Pilar Rahola come sua polena. Le stazioni radio e televisive pubbliche (TV3, C33 e Ràdio Catalunya), quando Vicenç Villatoro si dimise da direttore, ne rivelarono l’orientamento pro-Israele. Ciò perché una parte del nazionalismo catalano, risentito verso la borghesia, si paragona ai palestinesi (un popolo senza Stato oppresso da Israele). Anche così, nelle trasmissioni di TV3 e C33, Villatoro, Rahola, Joan B. Culla e altri rimangono ospiti fissi. Pilar Rahola era una degli ospiti fissi della rete televisiva controllata dal gruppo Godó (8TV). Anche la Fundació Catalunya Oberta, nel cui patronato troviamo figure indipendentiste cooptate da TV3 come Xavier Sala i Martin, è sempre a favore delle tesi israeliane sui palestinesi. C’è anche una rete mediatica impegnata a sostenere lo Stato d’Israele a tutti i costi. È la Tribuna Catalana, pagina dedicata alla politica generale che ha collegamenti con il Centre d’Estudes de Catalunya (CEEC) diretto da Miquel Sellarès, e la rivista Debat Nacionalista, che soprattutto pubblica interviste allo storico Joan B. Culla a cui dedica la copertina. Il Centre d’Estudis Estratégici de Catalunya, mostra una chiara linea anti-jihadista e a favore delle tesi israeliane. Quando la NATO invase l’Afghanistan, il CEEC parlò di “opzione che potrebbe sembrare “dura”, ma in verità realistica” (7). Ad esempio, in un altro articolo, la politica estera di Zapatero veniva attaccata come antiamericana, anti-israeliana e pro-araba. Con tale posizione, un altro articolo lamentava la decisione (finalmente revocata) di vendere aerei e navi al Venezuela del governo Zapatero, che avrebbe compromesso l’amicizia con gli Stati Uniti (8). Alcune pagine del sito web riportano articoli importanti come: “La Spagna si oppone al governo d’Israele?” o giustificano gli attacchi preventivi israeliani (9). Tribuna Catalana pubblica articoli anti-palestinesi, come quelli contro la vittoria elettorale di Hamas o gli aiuti europei all’Autorità palestinese. Ci sono anche dichiarazioni sorprendenti contro la posizione filo-palestinese di parte della sinistra israeliana. L’argomento avanzato da Tribuna Catalana è denunciare: “l’auto-odio dell’estrema sinistra israeliana avvicinatasi ai gruppi palestinesi” (10). Un altro media totalmente sovvenzionato dalla Generalitat, ma con sede a Valencia, è la rivista El Temps, chiaramente filo-Israele e contraria ai palestinesi. In essa, Pilar Rahola ha scritto una relazione sulla comunità ebraica dei “Paissos Catalans”, giustificando i massacri israeliani in Libano a seguito alla cattura di soldati israeliani per mano di Hezbollah.Dall’opinione… alla repressione
Vicenç Villatoro, quando era responsabile della radiotelevisione catalana, licenziò il giornalista Eugeni García, corrispondente a Gerusalemme di Ràdio Catalunya. Il comitato dei giornalisti della stazione radio denunciò con un comunicato che il licenziamento era dovuto alla “ripetuta pressione della comunità ebraica di Catalogna, che s’interroga sull’imparzialità delle informazioni nella redazione e del suo corrispondente a Gerusalemme” (12). Un’altra famosa polemica nel mondo del giornalismo catalano si ebbe quando Vicenç Villatoro attaccò il giornalista Antoni Bassas, di Radio Catalunya, con una lettera al giornale Avui, per non aver silenziato un ascoltatore che chiamando il programma di Bassas disse che “ebrei e Israele sono l’asse del male“. Altri attacchi, ad esempio dalla Tribuna Catalana, furono diretti contro l’infantilismo di TV3 nel trattare la guerra in Iraq o le informazioni su USA e Israele, accusandone il giornalista Joan Roura (13). Roura fu attaccato anche su La Vanguardia da Joaquim Roglán, che “denunciò” il giornalista televisivo per non essere “imparziale” nel conflitto arabo-israeliano, riferendosi in “modo sproporzionato” alle violenze dello Stato d’Israele.

La divisione nell’ERC sulla posizione palestinese
ERC è un partito che ha tradizionalmente favorito le tesi israeliane, coincidenti col pulpito di Pilar Rahola. Ma dato che l’ERC viene soverchiata dal nazionalismo di ultra-sinistra del PSAN e di Terra Lliure, le tesi pro-palestinesi guadagnano terreno. Ciò ha portato a conflitti interni sempre più o meno latenti. Carod-Rovira, quando era presidente, ebbe un forte scontro su questo argomento con Rosa Bonàs e Joan Puigcercós. La JERC, gioventù dell’ERC, seguendo questa posizione di ultrasinistra, manifestò ripetutamente a favore della causa palestinese. Tuttavia, l’ERC non si è mai espresso pubblicamente a favore della Palestina. Un esempio dell’influenza israeliana nell’ERC può essere verificato sul nº 70 (aprile-maggio 2006) di Esquerra Nacional, rivista ufficiale dell’ERC. Nella prima pagina di questo numero viene intervistato Jaime Fernández, storico e attivista dell’ERC, spiegando l’equilibrio di una conferenza su sionismo e catalanismo in cui partecipavano i consiglieri della Generalitat. Secondo Fernández, che per una “curiosa” coincidenza è anche membro del CEEC, la conferenza denunciava il “pensiero unico” contro Israele, “ancorato a una posizione ideologica ereditata da un marxismo esagerato” (15). Quando Carod-Rovira visitò Israele insieme a Maragall nel maggio 2005, per rendere omaggio a Yitzhak Rabin, ucciso da un ebreo ultraortodosso, polemiche esplosero nella sinistra sulla solidarietà con la causa palestinese, anche se la stampa ufficiale mantenne il silenzio assoluto sulla questione. Il collettivo Palestina Resisteix ricordò a Carod il passato terrorista di Rabin, quando ordinò alle unità militari di svolgere operazioni di pulizia etnica (16). Sembra che Carod fosse più simpatizzante del Partito laburista israeliano, e in alcune delle sue manifestazioni elettorali, ad esempio nel 2006, invitò l’ambasciatore israeliano.

Josep Lluis Carod-Rovira

Rosa Bonàs, la rappresentante della dissidenza anti-israeliana
Rosa Bonàs, che fu deputata al Parlamento spagnolo per l’ERC, è una delle eccezioni nel panorama nazionalista catalano filo-ebraico. Il suo merito è anche di aver sposato un israeliano, avendo figli di quella nazionalità e di aver trascorso diversi anni in Israele, Paese da cui fuggì, come spiega: “Poiché gli insediamenti si moltiplicavano a Gaza e Cisgiordania, l’esercito israeliano da difesa divenne d’occupazione con tutto ciò che comporta. (…) nel 1989, nostro figlio aveva dieci anni, sapevamo che aveva due opzioni: essere un soldato di un esercito di occupazione o passare la gioventù in prigione, come tanti amici che si rifiutarono di prestare servizio nei territori occupati” (17). Rosa Bonàs fu nell’occhio del ciclone sionista quando propose al Congresso dei Deputati, insieme a Puigcercòs, la sospensione di tutti gli aiuti statali spagnoli ad Israele, inclusa la cooperazione culturale, in segno di protesta contro la politica genocida di Ariel Sharon e l’occupazione dei territori palestinesi di Gaza e Cisgiordania, proprio mentre Carod e Maragall omaggiavano Rabin. Ciò sollevò le proteste irate dell’ambasciata israeliana e gli insulti gutturali di Pilar Rahola, accusandola di essere una nazista. Carod e Rovira risolsero la questione chiedendo scusa con una lettera in cui descrissero l’iniziativa di Rosa Bonàs come “grave errore politico che peraltro non è in alcun modo conforme alle nostre convinzioni” (18).

Se si hanno dubbi
Il quotidiano El País pubblicò il seguente articolo il 29 ottobre 1988: “Tutti sanno che sono interessato alla causa sionista e che sostengo gli ebrei dal 1950“, ricordò Jordi Pujol nel gennaio 1986 commentando il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Spagna e Israele. Ma la devozione di Pujol alla causa d’Israele può essere spiegata solo dalle sue convinzioni e concezioni religiose del nazionalismo. “Dobbiamo avere (noi catalani) la mistica collettiva del popolo israeliano e anche di più. Solo chi crede in se stesso e ha una profonda convinzione nella storia può sopravvivere“, disse nel maggio 1987 ai membri della maggiore organizzazione ambientale israeliana durante una visita di cinque giorni in Israele. Il viaggio si concluse con la firma di un documento di cooperazione agraria, ufficialmente una lettera d’intenti, tra la Generalitat catalana e il governo israeliano; l’impegno a creare una cattedra di catalano presso l’Università di Tel Aviv; la realizzazione di un’altra sull’uso del catalano nella comunità ebraica; un accordo per scambiare le produzioni televisive tra TV-3 e televisione israeliana, e la promessa di donare mezzo milione di lisas, un pesce d’acqua dolce, per ripopolare il lago di Tiberiade. Un anno dopo, nel maggio 1988, CiU impedì la votazione al Parlamento della condanna della repressione israeliana a Gaza e Cisgiordania. Il governo Pujol concesse la croce di Sant Jordi all’ex-ambasciatore d’Israele in Spagna, Samuel Hadas.Note:
1) Jordi Rovira. Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
2) Idem
3) Idem
4) Indymedia
5) Jordi Rovira. Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
6) Idem
7) CEEC
8) CEEC
9) CDC
10) Tribuna
11) Xevi Camprubí, L’altro lato del conflitto. El Temps, n. 1555, 1/8/2006
12) Jordi Rovira, Legami vivi tra Israele e Catalogna. La Vanguardia, 15/01/2006
13) Tribuna
14) Tribuna
15) Esquerra n°70
16) Palestina Resisteix
17) Rosa Maria Bonas
18) Desde Sefarad

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il governo catalano contatta il Mossad per creare la propria intelligence

El Confidencial Digital 26/09/2014Il governo catalano continua a lavorare sulle strutture del suo futuro Stato indipendente, incluso il desiderato servizio d’informazione. I rappresentanti della Generalitat hanno contattato agenzie d’intelligence occidentali per chiedere aiuto, come BND tedesca, DGSE francese e Mossad israeliano. Richiedendo l’avvio di una collaborazione e offrendo scambio di informazioni. Secondo quanto El Confidencial Digital ha appreso da fonti politiche, gli interlocutori che “parlano per conto del governo catalano” hanno recentemente contattato almeno tre agenzie d’intelligence straniere per cercare di averne il sostegno nella creazione della cosiddetta ‘CNI catalana’.

Lettere a Mossad, BND e DGSE
Approcci sono stati effettuati tramite telefonate e anche lettere inviate a Bundesnachrichtendienst, l’agenzia d’intelligence estera del governo tedesco, Direzione della sicurezza estera francese e Mossad israeliano. Secondo queste voci, sono stati contattati anche servizi di altri Paesi, anche se per ora non è noto quali. Come affermato da fonti consultate, le lettere sono state indirizzate ai responsabili delle relazioni istituzionali di tali enti, e sono state scritte in tedesco (BND), francese (DGSE) e inglese (Mossad).

Collaborare con una “nazione europea”
La richiesta specifica del governo è l’inizio dei colloqui bilaterali per fondare una futura collaborazione tra questi servizi d’informazione e un futuro ente d’intelligence catalano. Nelle lettere, come rivelato dalle fonti consultate, viene rivelato che “le esigenze informative” esistono in tutti gli Stati “per la sicurezza dei propri cittadini”. E descrivono la Catalogna come “nazione alleata europea”.

Armi, droghe, terrorismo islamico
Le lettere inviate alle tre organizzazioni d’intelligence indicavano tre settori specifici della collaborazione sulla sicurezza: lotta al traffico di armi e droga, alle reti della criminalità organizzata e alle cellule del terrorismo islamico. Quest’ultimo punto, il terrorismo islamico, è una delle più preoccupanti per le autorità catalane. Gli Stati Uniti sostengono che, come territorio, la Catalogna è “il più grande centro mediterraneo del jihadismo”, come si è visto in alcuni documenti dei servizi statunitensi pubblicati sulla rete da Wikileaks.

“Fuori dall’ombrello protettivo”
Il ministro degli Interni Jorge Fernández Díaz ha recentemente affermato che se la Catalogna sarà indipendente, il territorio sarà “al di fuori dell’ombrello protettivo” delle forze di sicurezza e degli organi dello Stato, così come dall’accesso alle informazioni ottenute dai servizi d’intelligence spagnoli e anche da quelle che lo Stato ottiene con la collaborazione con i servizi esteri. Lo scorso febbraio (2014), il direttore generale della Polizia Nazionale, Ignacio Cosidó, indicò la minaccia di gruppi di criminali organizzati attivi nel territorio catalano. Secondo lui, un terzo delle bande in Spagna si trova in Catalogna, e sono dedite a traffico di droga, riciclaggio di denaro e tratta di esseri umani. Come segnalato da El Confidencial Digital, l’ipotetica secessione dalla Catalogna lascerebbe le sue “forze di sicurezza” senza accesso ai database basilari per la lotta al terrorismo, ad esempio Adextra o la rete di allerta dell’Europol e di altre forze di polizia internazionali, a cui i Mossos d’Esquadra possono ora ricorrere attraverso Polizia Nazionale e Guardia Civil.

La Catalogna ha già la sua intelligence
La richiesta del governo catalano ai servizi BND, DGSE e Mossad tramite intermediari non è una mera richiesta di informazioni e assistenza, ma anche un’offerta di “collaborazione”. Secondo la testimonianza di chi conosce queste comunicazioni, il firmatario delle lettere afferma che la Catalogna “ha già una rete di fonti d’informazione”, anche se non specifica quali e in che misura. Finora, alcuna comunicazione, nota a chi conosce questa faccenda riservata, è giunta in risposta dai servizi d’intelligence esteri contattati.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Indipendenza catalana: 5 cose su cui riflettere

Tony Cartalucci – LD, 1 ottobre 2017Notizie e commenti sui media orientali e occidentali si concentrano sul referendum catalano per l’indipendenza e le azioni della polizia spagnola e i tentativi del governo spagnolo di disturbarlo. Tuttavia, si parla poco delle reali implicazioni che l’autonomia catalana potrà avere. Cosa faranno i politici catalani favorevoli all’indipendenza se avessero successo? Creeranno una Catalogna al servizio degli interessi del popolo? Oppure serviranno UE e NATO più efficacemente e più decisamente di quanto la Spagna farebbe?
Ci sono 5 punti che chi segue questo conflitto dovrebbe ricordarsi mentre gli eventi si svolgono:
1. La Catalogna ha un’economia industrializzata formidabile rispetto alle altre regioni spagnole, con un PIL e una popolazione superiore a nazioni come Scozia o Singapore, e probabilmente potrebbe raggiungere e sostenere l’indipendenza dalla Spagna.
2. La NATO sembra desiderosa d’incoraggiare l’indipendenza e accoglierà ciò che si aspetta sia una robusta capacità militare da usare nelle guerre di aggressione globale. Un articolo pubblicato nel 2014 dal Consiglio Atlantico, think-tank della NATO finanziato da Fortune 500, intitolato “Le implicazioni militari della secessione scozzese e catalana“, dichiara: “La Catalogna ha 7,3 milioni di persone, con oltre 300 miliardi di dollari in PIL. Spende solo l’1,6% per la difesa, per oltre 4,5 miliardi di dollari all’anno, o approssimativamente il bilancio della Danimarca, che ha forze armate ben considerate ed efficienti. I piani militari catalani sono più vaghi, ma finora enfatizzano la marina. Con ottimi porti a Barcellona e Tarragona, la Catalogna è ben posizionata come piccola potenza navale, “con il Mediterraneo come nostro ambiente strategico e la NATO nostro quadro”, sostengono i think tank nazionalisti verso la difesa. I piani invocano un gruppo di sicurezza litorale di poche centinaia di marinai, in un primo momento. Dopo alcuni anni, la Catalogna assumerebbe la responsabilità di “attore principale nel Mediterraneo”, con aeromobili marittimi basati a terra e piccole navi da combattimento di superficie. Infine, l’ambizione nazionalista includerebbe un gruppo d’assalto anfibio con una portaelicotteri leggera e centinaia di marinai, assumendo un ruolo importante nella sicurezza collettiva”. Il documento del Consiglio atlantico conclude con chiarezza che: “Se accuratamente caratterizzata dai pochi documenti emersi, la posizione dei separatisti suggerisce una visione preziosa e rinfrescante della specializzazione nella difesa collettiva: costruire una marina relativamente focalizzata sull’influenza degli eventi a terra”.
3. I politici catalani indipendentisti sembrano sostenere con entusiasmo l’appartenenza della Catalogna alla NATO. Un articolo del 2014 intitolato “Il premier catalano conferma l’adesione alla NATO, l’impegno alla sicurezza collettiva“, dichiara: “Il primo ministro Artur Mas ha confermato esplicitamente che la Catalogna vuole l’adesione alla NATO. In una recente intervista al quotidiano La Repubblica, il primo ministro catalano Artur Mas ha spiegato che una Catalogna indipendente si vede nel cuore della NATO. Questo è in linea con l’impegno della Catalogna verso la comunità internazionale, il principio della sicurezza collettiva, del diritto internazionale e dello Stato di diritto sul mare”. L’articolo afferma inoltre: “La Catalogna cerca la libertà, ma non evita le responsabilità inevitabili che si presentano, ma vuole esercitarle pienamente al fianco di partner e alleati. I catalani capiscono pienamente che la libertà non viene mai senza costi e che mentre l’indipendenza significa governo del popolo, del popolo e per il popolo, anziché dominio alieno, significa anche che non potrà guardare altrove in caso di crisi o sfide. Sa che quando arriverà il prossimo Afghanistan, anche sangue catalano verrà versato”. In sostanza, i politici catalani sembrano impegnati decisamente non solo verso la NATO, ma le guerre di aggressione che fomenta, spargendo il sangue del popolo per aiutare la NATO a combatterle.
4. Alcuni politici catalani hanno iniziato a pianificare l’integrazione militare nella NATO. Il gruppo di lavoro per la politica della difesa dell’Assemblea Nazionale Catalana, indipendentista, ha dichiarato in un documento del 2014, intitolato “Dimensioni delle forze di difesa catalane: Forze navali (Riepilogo esecutivo)” che: “Mediterraneo: nostro ambiente strategico. NATO: nostro quadro. La Catalogna deve partecipare al SNMG2 (Standing NATO Maritime Group 2, già Standing Naval Force Mediterranean), componente della NRF (NATO Response Force). Sarà anche conveniente partecipare al SNMCMG2 (Gruppo permanente cacciamine della NATO 2)”.
5. Come “il Kurdistan”, qualsiasi tipo di “indipendenza” non ha senso se lo Stato risultante è completamente dipendente e intrecciato all’egemonia occidentale e alle istituzioni che la guidano, soprattutto a spese degli Stati a cui aderiscono e degli agenti, siano curdi o catalani. Che i politici della Catalogna abbiano già apertamente e con impazienza promesso sangue e denaro catalano agli interessi stranieri e alle guerre che combattono nel mondo, suggerisce che la nozione di Catalogna che effettivamente realizzasse una qualche forma di “indipendenza”, difatti dipenderà ancora da un un padrone più grande e più lontano.

Altri pensieri
Questi 5 punti dovrebbero essere considerati da chi è pro o contro l’indipendenza catalana. Mentre la Catalogna potrebbe darsi un’indipendenza duratura e significativa sostenuta da pace e prosperità per il popolo, sembra che molti alla leadership intendano semplicemente spostare la sottomissione della Catalogna da Madrid a Bruxelles. Rimangono ulteriori questioni riguardanti l’economia della Catalogna, compreso agire sostenendo le grandi aziende estere che cercassero di aggirare barriere e ostacoli nell’attuale clima economico della Spagna, e sfruttare una Catalogna “indipendente”, e suoi popolo, mercato e risorse. Purtroppo, tali politiche economiche e loro conseguenze potrebbero prevalere per molto tempo prima che sia possibile per il popolo della Catalogna farci qualcosa. Per i cittadini catalani volti all’indipendenza, devono cercare ed utilizzare le leve locali e socioeconomiche necessarie per dirigere la nazione potenzialmente indipendente verso una rotta migliore per il proprio futuro, e non una manciata di politici catalani che desiderano servire gli interessi di Bruxelles, Londra, o Washington.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Dopo la Jugoslavia, la Spagna?

Régis de Castelnau, Comité Valmy 22 settembre 2017

Quando vedo chi supporta le iniziative avventurose di Carles Puigdemont, presidente di destra della Generalitat de Catalunya, sono convinto che ancora una volta attivisti sinistri e neo-liberali abbiano messo la testa sotto lo stesso cofano. Come con le Fiandre belghe, la Scozia o l’Italia settentrionale, l’UE istiga il separatismo nei Paesi che non sono già sotto lo stretto controllo della Germania, come nella Mitteleuropa. L’obiettivo dello smantellamento delle nazioni è sempre all’ordine del giorno e poiché queste ricche regioni non vogliono condividere nulla con quelle povere, Merkel, Schaüble e Junker giocano sul velluto. Come non ricordare come la Germania (insieme al Vaticano!) riconobbe immediatamente la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza della Slovenia, con la conseguente serie di guerre fratricide, pulizie etniche e smantellamento della Jugoslavia. La Germania è ora occupata a martirizzare e saccheggiare la Grecia con il sostegno dell’UE. La Spagna, che ha avuto una guerra civile atroce e 40 anni di feroce dittatura, ha istituzioni fragili. L’istituzione di una democrazia rappresentativa è recentissima. Il Paese Basco dà l’impressione di avere per il momento dominato i vecchi demoni, ma Galizia, Asturie e Andalusia? Che cosa sappiamo di ciò che accade nelle profondità di queste società, che vivono ricordi che ancora bruciano ed hanno subito a pieno le conseguenze della crisi finanziaria del 2008. Quali braci vi sono sotto le ceneri?
Carles Puigdemont, che vuole organizzare il referendum del 1° ottobre, è un nazionalista reazionario che disprezza gli altri popoli spagnoli. Non anima una lotta per la liberazione nazionale, ma eccita i particolarismi e cinicamente strumentalizza una memoria dolorosa. La Catalogna, che gode di notevoli margini di autonomia istituzionale, è la regione più prospera in Spagna e la pretesa sul dominio insopportabile di Madrid è solo il pretesto per mascherare l’egoismo, principale forza trainante della tentazione secessionista. Dalla stessa natura della secessione delle élite, le grandi metropoli dei Paesi sviluppati non vogliono più ascoltare gli strati popolari. Sbarazzarsi dei poveri, non condividere più nulla.
E nessuno parli del “diritto dei popoli all’autodeterminazione”, avendo applaudito al colpo di Stato di Majdan, diretto da Germania e Stati Uniti in Ucraina, e i massacri commessi contro le popolazioni russe del Donbas che chiedono un’autonomia modesta. Per non parlare naturalmente della delirante russofobia di chi istiga la Catalogna all’avventurismo. Invocando la guerra e confrontando Putin a Hitler, quando la Crimea entrò nella Federazione Russa, da cui uscì con l’assurdo ukase di Nikita Khrushjov di 52 anni prima. E questo dopo un referendum, certo unilaterale, ma i cui osservatori neutrali ne riconobbero la sincerità. Diritto dei popoli di disporre di se stessi a geometria variabile?
Infine, al di là degli affetti e delle passioni, piaccia o meno, emerge il vero problema. Queste avventure e tentazioni separatiste riflettono sola una cosa: chi sarà il migliore allievo della Germania avrà la migliore poltrona nella corsa per orbitarvi. Non è nell’interesse dei popoli spagnoli, se non stare insieme.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

D fur Deustchland

Alessandro Lattanzio, 25/9/2017

Bene, ora in Germania vedremo le stesse scenette americo-trumpiste: scimmiotti della sinistra anal-sorosiana inveire e aggredire per strada contro l’ultradestra liberal-sionista psicotica (in Italia ne abbiamo la versione del viscido neofascistume che chiagne-e-fotte di rendita sulle ‘vittime dei partigiani’, inventandosene una per ogni santo giorno dell’anno), preparando il terreno alla distruzione dei monumenti sovietici e della DDR in Germania, con una nuova fase della psichizzazione russofoba dilagante in occidente.
Il piano per dissolvere il trucco europeista accelera, non foss’altro per il pilastro sinistro della massoneria ‘eurofila’ socialdemocratica, che continua a deperire e a morire d’inedia dopo essersi blairianamente ‘modernizzata’ massacrando il ceto piccolo-borghese e medio-operaio su cui basava le proprie fortune politiche. Tolto di mezzo tale pilastro social-liberale, si è creato un vuoto, declinando il costrutto fasullo dell’Unione europea; un vuoto che viene colmato dalle varie frange del grande nulla sorosiano: redditizie ong composte da sfruttatori psicotici e psicotici autolesionisti; partitini-pirata formati dai guitti-cittadini formatisi nei decenni d’oro della TV, gli anni ’80-’90; hard discount delle carabattole vegane, animaliste, ecoedequosolidali e altra paccottiglia Made in Leftist Hollywood, una cascata di prodotti costosi ideati per le esigenze dei ricconi ‘alternativi’ della California da bere.
Dulcis in fundo, il ‘comunismo bianco’, ovvero la ‘rivoluzzzione’ spiegata e sognata dagli insulsi professorini, o vecchi babbioni professoroni, post-trotzkisti o neo-negriani passati in una strizzata d’occhio di Don Bertinotti dai poster del Che alle piume da pavone dei gay pride d’obbligo nelle scuole dell’obbligo.
Tutti costoro non sono per un’Europa alternativa, perchè l’Europa alternativa è stata distrutta nel 1989, con l’attivo collaborazionismo filo-atlantista anche di tale lercia neo-sinistra eurofila, o ‘sinistra bianca’. La Germania, e con essa l’Europa, diverranno la grottesca controfigura di Charlottenville, accompagnandosi verso la fine scoprendo la trucida realtà che fenomeni come la ‘Catalogna indipendente’ illustreranno ben presto: il trionfo dei segmenti più feroci e fanatici delle borghesie parassitarie formatesi nell”Europa Unita’; una massa amorfa di selvaggi hispter post-borghesi guidati da un’ideologia impastata di neoliberismo sorosiano, etnicismo sionista e squadrismo atlantista.