Guy Verhofstadt ammette che l’Europa è in crisi, tra terrorismo e rivolte di migranti

Teheran (FNA), 9 gennaio 2017Verhofstadt, President of the Group of the Alliance of Liberals and Democrats for Europe, addresses the European Parliament during a debate on the situation in Ukraine in StrasbourgL’ex-primo ministro del Belgio e leader del gruppo Liberali e Democratici al Parlamento europeo ha ammesso che “l’Europa è in crisi”. Guy Verhofstadt ha fatto tali osservazioni alcuni giorni dopo aver annunciato la candidatura alla presidenza del parlamento dell’UE, promettendo che non ci sarà un “superstato europeo”, informa RIA Novosti. Guy Verhofstadt ha da tempo l’ambizione di assumere uno dei ruoli principali dell’Unione Europea, la Presidenza del Parlamento europeo. La sua candidatura è significativa in quanto arriva in un momento di grave crisi nell’Unione europea, con immigrazione e terrorismo che dominano l’agenda. “L’Europa è in crisi. Dalle nostre difficoltà economiche persistenti e dalla crisi dei rifugiati ai molteplici attentati terroristici sul suolo europeo. L’Europa reagisce sempre troppo poco e troppo tardi“, dice Verhofstadt nel suo programma. “Niente equivoci, l’Unione del futuro non sarà un superstato europeo, difatti l’opposto di un’unione più efficace e integrata, che saprà meglio proteggere la nostra cara diversità europea in lingue, culture, tradizioni, stili di vita“.
Verhofstadt concorre alla presidenza nel tentativo di rompere la lunga intesa tra i due maggiori gruppi politici, il partito popolare europeo (PPE) e i Socialisti e Democratici (S&D) che formano la “grande coalizione” dal 2004, quando decisero di collaborare al Parlamento in cambio della condivisione della presidenza. Il presidente iniziale del parlamento attuale, avviatosi nel 2014, fu il membro degli S&D Martin Schulz, il cui ruolo passerebbe al PPE. Tuttavia, il presidente del gruppo S&D, Gianni Pittella, si è proposto alla presidenza, minacciando il collasso della “grande coalizione”. Il PPE, il 13 dicembre, votava un altro italiano, l’ex-commissario europeo e uno dei 14 vicepresidenti del Parlamento Antonio Tajani, alla presidenza, che sarà votata il 17 gennaio. “Sono convinto che il continuo gioco tra i due grandi gruppi non sia nell’interesse del Parlamento né dell’Unione. Questo è il momento per un candidato dalla comprovata capacità di condurre una vasta coalizione e che possa unire le forze europeiste in questa casa, mettendo prima l’interesse dei cittadini europei“, ha detto Verhofstadt. “Dobbiamo rompere con la solita ‘grande coalizione’ che ha governato il Parlamento per troppo tempo e invece diventare i principali decisori politici europei. I cittadini si aspettano soluzioni reali da noi. Ciò significa, tra le altre cose, considerevoli polizia di frontiera e guardia costiera, antiterrorismo europeo e rinnovati investimenti nella nostra economia“, ha detto.
Verhofstadt è il negoziatore del Parlamento europeo sul Brexit e per molti commentatori dovrà farsi da parte in caso diventi presidente del Parlamento.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Austria si allinea ai Quattro di Visegrad

Butros Husayn, Chika Mori e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times

visegradL’Austria è sempre più in linea con il Gruppo di Visegrad (V4 – Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia) nel cercare di proteggere l’Europa dalle politiche fallimentari di capi politici come la cancelliera della Germania Merkel. In altre parole, l’Austria propone controlli alle frontiere più stretti e conseguenze economiche per le nazioni che rifiutano di riprendersi i cittadini che non ottengono asilo. Allo stesso modo, la debacle del terrorista sunnita che ha massacrato innocenti a Berlino, va affrontata. Questo vale per una serie di problemi, ad esempio, deportare richiedenti respinti e criminali stranieri che abusano delle nazioni ospiti. Pertanto, l’Austria, proprio come i V4, cerca di preservare cultura e tradizioni europee proteggendo i cittadini dagli attentati, come quello di Berlino. Dopo tutto, il terrorista del massacro a Berlino avrebbe dovuto essere cacciato dall’Europa per vari fatti negativi. Invece, l’assassino di Berlino ha utilizzato tutte le debolezze dell’Unione europea (UE) e la brigata del politicamente corretto che non si preoccupa della propria comunità. Sebastian Kurz, ministro degli Esteri austriaco, ha indicato con forza che le nazioni devono essere ritenute responsabili del rifiuto di riprendersi i propri cittadini. Questo vale in particolare per le deportazioni dei richiedenti asilo respinti. Altre aree che necessitano di controllo sono il rinvio dei criminali che hanno commesso reati in Europa, individui che sostengono il terrorismo sunnita, chi ha commesso reati nelle nazioni di provenienza e i respinti per vari motivi.
L’Austria, seguendo il mantra dei V4, cerca nuovi modi per arginare la marea di abusi e proteggere le comunità d’Europa. Affinché le nazioni assumano le responsabilità dei propri cittadini, come il terrorismo a Berlino, l’Austria propone sanzioni economiche. Ad esempio, l’UE potrebbe facilmente ridurre gli aiuti allo sviluppo economico di nazioni che non si assumono le responsabilità, e in altri campi dell’UE. Kurz, in un’intervista a Der Spiegel ha detto, “i Paesi che non sono disposti a riprendersi i propri cittadini, devono aver ridotti i fondi per la cooperazione allo sviluppo“. In passato l’Austria avrebbe seguito la follia della Merkel in Germania della “politica della porta aperta”. Eppure, è apparso subito chiaro che i migranti provenienti da innumerevoli nazioni abusavano delle preoccupazioni umanitarie verso i veri rifugiati. Invece, le forze negative hanno riempito il vuoto, come la massa di aggressioni sessuali a donne di Colonia, prevalentemente da parte di nordafricani sunniti, fino ai vari attentati terroristici sunniti in diverse nazioni europee.
Modern Tokyo Times ha detto in passato, “Austria e V4 devono contattare le altre nazioni su base geopolitica, per avare un approccio di buon senso a un problema molto grave che minaccia la ricchezza culturale e dei valori europei. Pertanto, con la crisi politica interna in Turchia sul punto di ebollizione, è essenziale che le nazioni europee si preparino a proteggere i cittadini di ogni singolo Stato dell’Unione europea… L’attenzione va inoltre messa sulla collaborazione con le nazioni al di fuori dell’UE, per esempio la Serbia, al fine di puntellare il continente verso le migrazioni di massa perenni che creano il paradiso dei contrabbandieri e un terreno fertile per i taqfiriti”.
Si spera che V4 e Austria consolidino l’approccio di buon senso su immigrazione di massa e crescente minaccia del terrorismo che alterano il paesaggio europeo secondo l’islamismo sunnita. In altre parole, nazioni come Francia, Italia e Germania devono pensarsi una nuova forza europea che cerchi di preservare le ricche tradizioni del continente. Allo stesso tempo, i veri rifugiati come alawiti musulmani, cristiani del Medio Oriente, yazidi che non hanno uno Stato-nazione, cristiani del Pakistan e altri, devono essere l’obiettivo principale nel caso dei rifugiati. Allo stesso modo, le nazioni del Golfo, Cina, India, Giappone, Malaysia, Corea del Sud e altre nazioni e regioni, devono condividere l’onere piuttosto che lasciare che le nazioni più povere (Giordania e Uganda) e l’UE ne sopportino gli oneri perenni. Pertanto, il flusso infinito di migranti economici e il pericolo dei petrodollari del Golfo che finanziano moschee e strutture scolastiche taqfirite, vanno eliminati per preservare coesione e continuità europea.

 Sebastian Kurz

Sebastian Kurz

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ‘Battaglia di Berlino’ sarà l’ultima del globalismo

Wayne Madsen  Foundation Strategic Culture 02/12/2016angela-merkel-martin-schulz-1-770x561Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha smesso di lavorare a Strasburgo e punta a una carica più alta a Berlino. Schulz, che nel 2003 fu paragonato dal Primo ministro italiano Silvio Berlusconi a una guardia di campo di concentramento nazista, sembra pronto a prendere il timone del partito socialdemocratico (SPD) per impedire alla Germania di entrare nei ranghi della nazioni anti-Unione europea. Schulz, intuendo che Angela Merkel, capo dell’Unione Democratica Cristiana (CDU) e cancelliera eurofila della Germania, in difficoltà mentre annuncia l’intenzione di concorrere al quarto mandato nel 2017, cerca di prendere finalmente da Sigmar Gabriel le redini della SPD, partner della coalizione della Merkel. Per il momento, Schulz sarà felice di divenire ministro degli Esteri al posto di Walter Steinmeier del SPD, che ha deciso di divenire presidente della Germania. Schulz torna a Berlino politicamente ferito. Il Parlamento dell’UE respinge Schulz dal terzo mandato come suo presidente. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, campione spesso alticcio di un’Europa federale e dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, minacciava di dimettersi se Schulz veniva respinto dall’assemblea di Strasburgo. Schulz, sconfitto, decideva di continuare la lotta per l’Europa unita al Bundestag tedesco e nella “grande coalizione” della Merkel tra CDU e SPD. Tuttavia, il tiepido sostenitore della coalizione della Merkel, il Primo ministro bavarese Horst Seehofer, avanzava l’intenzione di sfidare la Merkel a cancelliere. Seehofer è un feroce critico della politica dei migranti della Merkel, che ha aperto i confini della Germania a oltre un milione di rifugiati musulmani principalmente dalle zone di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan e Africa. Merkel, Schulz e Gabriel continuano a sostenere la politica migratoria della porta aperta, anche da elettori. Seehofer ha realizzato un’alleanza anti-migrazione con i leader dei Paesi alpini limitrofi, in particolare l’Austria. Il candidato presidenziale del Partito della Libertà (OVP) austriaco Norbert Hofer, che si oppone a UE e politica migratoria della Merkel, ha recentemente espresso le sue idee sulla Merkel nel corso di un dibattito con l’avversario pro-UE dei Verdi. Hofer ha detto che Merkel “ha inflitto danni considerevoli all’Europa aprendo i confini ai rifugiati e, di conseguenza, centinaia di migliaia di profughi, tra cui terroristi, sono passati dall’Austria”. Seehofer ha più in comune con il Partito Liberale austriaco di Hofer e il suo leader Heinz-Christian Strache, che la presunta alleata Merkel. L’unica cosa che continua a legare Seehofer alla campionessa delle frontiere aperte Merkel è l’avanzata della controparte tedesca dell’OVP, Alternativa per la Germania (AfD). L’anti-migranti AfD ha sottratto il supporto a CDU-CSU in Germania, con la notevole eccezione della Baviera. L’AfD ha vinto seggi in dieci assemblee statali ed ha il 15 per cento nei sondaggi di opinione. Questo “matrimonio di convenienza” tra Seehofer e Merkel volgerebbe al termine mentre il Primo ministro della Baviera vede l’opportunità di sfidare Merkel per la leadership della CDU-CSU, alla guida di una coalizione conservatrice anti-migranti che sfida l’euro-fanatico Schulz sul palcoscenico nazionale.
TV duel of Schulz, Juncker for EU electionsI rapporti tra gli “alleati” CDU e CSU si ruppero nel 1976, quando il capo della CSU Franz-Josef Strauss recise l’alleanza del partito bavarese con la CDU di Helmut Kohl. Seehofer sa che ha più forza politica di Merkel poiché nei sondaggi i sostenitori dell’AfD indicano che il leader bavarese è più popolare della leader dell’AfD Frauke Petry. La CSU di Seehofer ha, quindi, adottato la dura politica sulla migrazione dell’AfD per corteggiarne i sostenitori. La retorica di Seehofer sui migranti corrisponde a quella dell’AfD. Nel gennaio 2016, Seehofer disse al congresso della CSU che tre milioni di migranti in Germania creeranno un “Paese diverso”, aggiungendo che “la gente non vuole che la Germania o la Baviera diventino un Paese diverso”. Con la CSU e l’AfD Seehofer può estromettere Merkel dalla leadership dell’Unione CDU-CSU. Non solo Seehofer crea un’alleanza operativa con il Partito della Libertà austriaco, ma ha anche raggiunto l’anti-migranti Primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban. Seehofer si recò a Budapest a marzo per sostenere l’opposizione di Orban al piano dell’UE di Juncker, Schulz e Merkel per ridistribuire i migranti tra i 28 Stati membri dell’UE, oltre ai quattro membri del trattato di libero scambio di Schengen (Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda) sulla base del sistema delle quote. Seehofer ha anche stretti legami con l’anti-UE e anti-migranti Partito del Popolo svizzero (SVP), arrivato al 29,5 per cento nelle elezioni del 2015 per la camera del Parlamento svizzero. Seehofer ha raggiunto anche il neo-Presidente degli USA Donald Trump, che ha definito la politica dei migranti della Merkel un “disastro” che ha solo aumentato la criminalità in Germania. Seehofer ha invitato Trump in Baviera, nella possibilità che il primo viaggio all’estero di Trump presidente sia per la conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera nel febbraio 2017. Ciò che preoccupa di più globalisti e atlantisti è un’Europa dominata da leader nazionalisti in Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna, Austria, Svizzera, Ungheria e altri Paesi, che cooperi con Trump a Washington e il Presidente Vladimir Putin a Mosca per districare l’Europa da UE, confini aperti, NATO e politica globalista. Quando Seehofer visitò Mosca l’anno scorso incontrando Putin, l’SPD fu aspramente critico verso la politica estera parallela di Seehofer. Un funzionario dell’SPD tuonò, “La politica estera è fatta a Berlino, non a Monaco di Baviera”. La CSU e Seehofer hanno rifiutato tale premessa. La Baviera, dalla lunga storia d’indipendenza da Berlino, vede il governo della CSU creare stretti legami con i partiti affini alpini, tra cui l’UDC in Svizzera, OVP in Austria e il piccolo partito irredentista del Sud Tirolo SVP nel nord Italia. Seehofer ha portato il minuscolo Liechtenstein nell’alleanza alpina. Nel viaggio del 2015 a Monaco, per visitare Seehofer, il primo ministro del Liechtenstein Adrian Hasler affermò “Vorremmo continuare a coltivare l’ottimo clima con la “Baviera libera” in senso positivo. Sono quindi lieto di vedere la continuazione dei buoni rapporti tra Baviera e Liechtenstein”. Seehofer ha anche più in comune con l’anti-migranti presidente socialdemocratico della Repubblica Ceca Milos Zeman e l’alleato partito comunista ceco, che con i partner dell’SPD tedesca. Seehofer può anche contare sul sostegno anti-migranti dei Quattro di Visegrad (V4); Polonia, Slovacchia, Ungheria e Cechia. L’austriaco Hofer vede anche una causa comune tra Austria e V4 sui temi dei migranti e l’UE.
schulzSeehofer coincide su Trump con la leader del Fronte Nazionale e candidata presidenziale francese Marine Le Pen, che definisce l’elezione di Trump “rivoluzione politica”. Le Pen e altri leader nazionalisti europei vedono nascere la “rivoluzione” nel giugno 2016 con il “sì” a sorpresa per la Brexit, con il Regno Unito che lascia l’UE, seguita dalla vittoria a sorpresa di Trump nelle elezioni presidenziali degli USA e la previsione della vittoria della Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno. Le Pen ha promesso di tenere il referendum per la “Frexit” sull’adesione francese all’UE. Con i sogni euro-atlantisti dei globalisti in frantumi Seehofer vede, ovviamente, la possibilità di prendere il timone della Germania da una Merkel sempre più impopolare e guidare la Germania verso l’“atterraggio morbido” sulla scia della dissoluzione dell’UE. Il primo compito di Seehofer a capo della Germania sarebbe scartare con cura l’euro e reintrodurre il marco in una forma che possa essere utilizzata anche da Austria, Benelux e Stati dell’Europa orientale che scelgano di optare per un comune sistema monetario a guida tedesca. Se Seehofer assumesse il cancellierato della Germania dalla screditata Merkel, ci sarà la battaglia finale contro la globalizzazione e l’UE nelle sale del potere a Berlino. Tale battaglia vedrà Seehofer e i suoi alleati anti-immigrati e anti-UE contro le forze guidate dal “kapò” Schulz. Una lotta politica che deciderà non solo il futuro dell’Europa, ma del mondo intero.

Seehofer e Orban

Seehofer e Orban

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Foundation Strategic Culture.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Brexit spezza l’asse franco-tedesco

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation 28/07/2016ADAMS20160721-large_trans++uQQdgZTh0ln6MqH4Nw1VP2ymwfxgHQuryvrYAjO8QpYBerlino e Parigi sono da tempo visti quali principali fautori dell’Unione europea. Quando la Gran Bretagna votò l’uscita dal blocco dei 28 membri, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande rafforzarono il loro ruolo di leadership indicando l’allineamento all’“Europa unita” e a difendere il concetto di base dell’UE. Tuttavia, tale ricompattamento delle due prime nazioni dell’UE è soggetta alla debilitante competizione degli interessi nazionali, che tendono a divergere minando l’unità tanto annunciata tra Berlino e Parigi. Ciò che si attende dalla Brexit è l’aumento delle tensioni tra Germania e Francia che potrebbe comportare un’ulteriore frattura nell’UE. Già una divergenza notevole di posizioni è emersa. Quando la nuova prima ministra conservatrice inglese Theresa May ha intrapreso la prima visita all’estero avrebbe dovuto incontrare la cancelliera Merkel a Berlino, e il giorno dopo il presidente Hollande al Palazzo dell’Eliseo, a Parigi. May ha dovuto aspettare fino a sera del secondo giorno per essere ricevuta da Hollande, che lo stesso giorno si era recato in visita ufficiale nella Repubblica d’Irlanda. La strana assenza di Hollande sembrava un affronto sornione alla leader inglese. Più sostanziale è il contrasto di posizioni tedesche e francesi sulla Brexit. La premier inglese aveva annunciato che non ci sarebbe stato l’avvio formale dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea fino all’inizio del prossimo anno. La Gran Bretagna, ha detto May, doveva formulare condizioni economiche adeguate con l’UE prima di firmare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona del 2007, innescando così il processo di uscita. Su questa uscita ritardata dall’UE della Gran Bretagna, la cancelliera tedesca sembrava essere d’accordo con l’omologa inglese. Merkel disse che capiva l’importanza per la Gran Bretagna di sistemare le questioni economiche. Al contrario, Hollande avrebbe adottato un atteggiamento molto più irritato, chiedendo che “al più presto possibile” la Gran Bretagna lasci l’UE. Mentre il presidente francese è apparso ammorbidirsi incontrando May, continuava comunque ad esprimere la frustrazione del suo governo con la Gran Bretagna. Parlando a fianco della leader inglese, Hollande ha detto che la Gran Bretagna non può continuare ad avvalersi del mercato unico pur imponendo restrizioni alla libertà di movimento.
La posizione diversa tra Berlino e Parigi verso la Brexit era evidente subito dopo il risultato del referendum inglese. I francesi puntano di più a por termine bruscamente all’adesione della Gran Bretagna all’UE che non i tedeschi. La divergenza tradisce gli interessi nazionali tra Germania e Francia. Per la Germania, il problema è l’economia. La Gran Bretagna in questi ultimi anni è emersa come partner commerciale globale chiave per le esportazioni tedesche. Il mercato inglese dei prodotti tedeschi è quasi il doppio di quello della Francia. Il surplus commerciale annuale della Germania con la Gran Bretagna avrebbe raggiunto circa 48 miliardi di euro, il 25 per cento del surplus totale commerciale della Germania con il resto del mondo. Data l’importanza strategica della crescita economica trainata dalle esportazioni, per il governo tedesco, la Gran Bretagna rappresenta quindi un partner vitale e non va maltrattata. Non stupisce quindi che Merkel mostri comprensione verso la contrattazione di Londra sul piano economico. La cancelliera sa che un rapporto irritato con la Gran Bretagna potrebbe affliggere le esportazioni con tariffe commerciali punitive. E si sa che la Gran Bretagna è ben consapevole della forza contrattuale verso gli interessi di Berlino. Ciò fu accennato dal ministro degli Esteri inglese Boris Johnson quando commentò a New York che la dipendenza economica significa che è “chiaramente nell’interesse dei nostri amici (dell’Unione) continuare un buon rapporto”.
JS95409696 Anche per la Francia, la Gran Bretagna è, ovviamente, un importante partner commerciale. Nelle classifiche mondiali, sono in quinta posizione per esportazioni ed importazioni. Mentre per Germania e Gran Bretagna tali posizioni sulle mutue esportazioni ed importazioni sono seconda e terza. Cioè, per Germania e Gran Bretagna l’economia domina, come riportava il Wall Street Journal. Ciò che sembra più urgente per la Francia è la ripercussione politica della Brexit. il governo nominalmente socialista di Hollande affronterà impegnative elezioni presidenziali e parlamentari all’inizio del prossimo anno. Ciò che interessa ai socialisti in carica e ai rivali di centro-destra di Nicolas Sarkozy è l’ascesa del Fronte Nazionale guidato da Marine Le Pen. Il partito di Le Pen è nettamente anti-UE e si batteva per la Brexit per colpire il “totalitarismo” di Bruxelles. Come il Financial Times riferì poco dopo il referendum inglese: “il partito anti-euro ed anti-immigrazione francese ha sempre attirato la quota maggiore di voti al primo turno delle elezioni locali ed europee negli ultimi due anni. La leader Marine Le Pen, che potrebbe passare al secondo turno delle elezioni presidenziali del prossimo anno, ha già avviato la campagna per invocare un referendum sull’adesione francese, se vincesse”. Ciò che teme la dirigenza francese è il “contagio” della Brexit infervorarsi nei prossimi mesi fino alle elezioni nazionali. Tale è il malcontento popolare verso l’establishment politico, non solo in Francia ma in tutta l’UE, per l’austerità economica, i problemi dell’immigrazione, il terrorismo, le sanzioni inutili e le tensioni con la Russia, e il servilismo verso la politica estera di Washington, che il Fronte Nazionale di Le Pen ha una buona probabilità di ricevere un voto di protesta enorme. Tanto più che la debacle della Brexit porta acqua al mulino di Le Pen, così come ad altri partiti anti-europei in ascesa nei Paesi Bassi, Italia, Danimarca e Germania. Con il Fronte Nazionale francese che ottiene notevoli guadagni elettorali negli ultimi anni, l’ultima cosa che le autorità di Parigi vogliono vedere è Le Pen ricavare ulteriore impulso dalla Brexit. Se la Gran Bretagna esce dall’UE facendo dispute sui termini del divorzio, il pericolo è che ciò rafforzi la piattaforma politica anti-UE di Le Pen e incoraggi gli elettori francesi a seguire il Fronte Nazionale.
Nel frattempo, in Germania, il partito anti-UE Alternative fur Deutschland (AFD) ancora non costituisce una minaccia elettorale seria per la CDU di Merkel e i partner della coalizione, i socialdemocratici. La prima preoccupazione della Germania è concedere alla Gran Bretagna un pacchetto economico tale da mantenere forte l’economia basata sull’export. Ma così la posizione morbida di Berlino verso Londra irriterà Parigi, dove una Brexit ritardata e favorevole sarà vista come una spinta elettorale del Fronte Nazionale. Così la Brexit spinge Berlino e Parigi in due direzioni opposte che inevitabilmente affliggeranno le relazioni tra i due pilastri dell’UE. La turboeconomia guidata dalle esportazioni della Germania e la sua austerità fiscale furono la fonte di recriminazioni tra Berlino e Parigi e altri Stati dell’Europa meridionale. Berlino è accusata di egoismo e di perseguire spietatamente i propri interessi economici nazionali a danno dell’interesse collettivo dell’UE. Ad esempio, la Germania fu chiamata a stimolare l’importazione dalle deboli economie europee, concedendo il sostegno di cui hanno molto bisogno. D’altra parte, Berlino vede Parigi come trasgressore cronico del deficit commerciale e di bilancio. Le posizioni contrastanti sulla Brexit di sicuro accentueranno tali vecchie tensioni tra Berlino e Parigi. Ciò illustra il limite della presunta unità europea. Mentre i sostenitori dell’Unione europea come Merkel e Hollande invocano “solidarietà e forza collettiva”, appare ovvio che quando si punta sul serio, ogni Stato membro persegua i propri interessi nazionali, anche a scapito degli altri membri.7e6780f16ba44109bddf351ac4f58796-593x443La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Italia, crisi in arrivo

Jacques Sapir, Russeurope 8 luglio 2016Germany ItalyLa situazione delle banche italiane è ormai critica. La questione della loro ricapitalizzazione occuperà gran parte dell’estate, coinvolgendo direttamente le regole dell’Unione bancaria in vigore dal 1° gennaio 2016. L’incapacità del governo italiano di rispettare le regole dell’Unione bancaria mette in evidenza le disfunzioni sempre più gravi della zona euro. La quota dei prestiti denominati “non performing” nel bilancio delle banche ha ormai raggiunto il 18%, secondo uno studio del FMI [1]. A parte la Grecia, dove il tasso era oltre il 34%, il tasso più alto nella zona euro, il Portogallo segue tale tendenza, ma a un livello di molto inferiore, poiché la percentuale di debito cattivo è “solo” il 12%. In sintesi, si stima che il volume totale sia di 360-400 miliardi di euro, con 70-100 miliardi da coprire da parte dello Stato o con altri meccanismi.

A-01-Bad-loans-1-500x315Quota di crediti “non performing” nei bilanci delle banche

Va notato che il movimento dei “crediti inesigibili” può essere correlato a diverse cause. In Irlanda e in Spagna è stata la speculazione immobiliare a causarlo. Niente come nel caso dell’Italia, e questo è ciò che rende la progressione dei debiti inesigibili ben più grave. Tali problemi sono i prestiti delle banche regionali a piccole e medie imprese. In realtà, è la stagnazione economica degli ultimi anni causa dell’attuale crisi bancaria in Italia. L’evoluzione dei dati macroeconomici dell’economia italiana mostra l’estensione della crisi, in particolare dimostra che la sua causa è chiaramente l’introduzione dell’euro. Se calcoliamo l’evoluzione dell’economia italiana dal 1990, tenendo conto del decennio precedente l’introduzione dell’euro, le modifiche sono molto marcate e importanti.

A-01-Italie-500x306Evoluzione di PIL, investimenti e risparmio in Italia dal 1990
Fonte: dati del FMI, Dati del rapporto economico mondiale, aprile 2016

Roma-incontro-al-vertice-fra-Angela-Merkel-e-Matteo-RenziLa crescita del PIL, relativamente forte nel decennio 1990-2000, è disastrosa negli anni successivi all’introduzione dell’euro. L’Italia inoltre è tornata al PIL precedente la crisi del 2007. In effetti, il PIL del 2015 è il 116% di quello del 1990, ma era il 127% nel 2007. Se l’Italia avesse continuato a crescere al ritmo degli anni 1993 – 1999, nel 2015 avrebbe avuto un indice da 2015; cioè l’euro è costato il 34% del PIL nel 2015. Il PIL pro capite, dimensione in linea con l’evoluzione della ricchezza della popolazione, assumendo che la distribuzione interna della ricchezza resta invariata, ha un indice solo del 108% rispetto al 1990. In altre parole, in 25 anni, la crescita pro capite è stata di solo l’8%. Ma l’evoluzione degli investimenti (pubblici e privati) è ancora più preoccupante. Il forte calo degli investimenti nei primi anni ’90, crollo necessario per ridimensionare il deficit di bilancio, fu successivamente corretto, e gli investimenti salirono all’indice del 125% nel 2007. Ma da allora è calato a un indice dell’87%. In altre parole, l’Italia investe il 13% in meno nel 2015 di quanto investiva nel 1990. Non c’è quindi da stupirsi se la produttività del lavoro sia in declino in questo Paese, e che la qualità delle infrastrutture pubbliche, nazionali o locali, si degrada assai rapidamente. Tale situazione di crisi economica generale quindi è riflessa nei bilanci delle banche dalla crescita dei “crediti inesigibili”. Ma qui c’è il problema delle regole imposte dall’Unione bancaria. Questa chiede che le banche siano ricapitalizzate dai loro azionisti e risparmiatori. Ma gli azionisti sono i nuclei familiari che hanno acquistato i titoli di debito delle banche. Ora, queste famiglie hanno acquistato tali titoli in una situazione in cui il rischio fallimento veniva superato dalla possibilità di un “bail-out” (salvataggio) dallo Stato italiano. Le famiglie sono in gran parte pensionati e persone modeste, ora intrappolati dalle nuove regole dell’Unione bancaria che impongono un “bail-in”, cioè riporre la maggior parte del rischio bancario su azionariato e clienti. Una prima ricapitalizzazione delle banche, nel novembre 2015, ha provocato la spoliazione parziale dei risparmiatori.
Il governo italiano, indebolito dai risultati delle elezioni comunali del giugno 2016, che hanno visto il successo del M5S a Roma e Torino, non ha intenzione di causare una gravissima crisi sociale il prossimo anno. Pertanto, vuole imporre alle autorità europee il “bail-out”, cioè la socializzazione delle perdite. Ma ciò è rifiutato dalla Germania, rifiuto non solo dettato da considerazioni di natura finanziaria, ma soprattutto perché significherebbe il fallimento dell’Unione bancaria, dopo meno di un anno dall’entrata in vigore. Nella prova di forza che contrappone il governo italiano e il governo tedesco ci saranno solo perdenti. Se la Germania impone la sua idea, l’impatto sociale della crisi bancaria metterà l’Italia a ferro e fuoco, causando il crollo dei partiti tradizionali (PD e Forza Italia), sempre più coinvolti in casi di collusione e corruzione coi direttori di banca. Se il governo italiano ignora l’opposizione tedesca e decide di optare per un “bail-out”, la somma richiesta (almeno 70 miliardi di euro, pari al 4,4% del PIL) si tradurrà in un forte aumento del deficit di bilancio e ridurrà a zero la credibilità delle istituzioni della zona euro.

A-01-pPub-Italie-500x302Stato delle finanze pubbliche in Italia
Souce: Stesso Tabella 2.

La crisi bancaria italiana certamente occuperà gran parte dell’estate e dell’autunno. Tuttavia, si sia consapevoli che tale crisi si snoderà mentre la situazione della Deutsche Bank in Germania è molto preoccupante, e che le entrate del bilancio in Grecia crollano, in particolare con la caduta media del 20% delle entrate dall’IVA per via dello “sciopero fiscale” che avanza in quel Paese. Tutto sarà pagato, un giorno o l’altro. Dopo aver rifiutato il principio di solidarietà nella zona euro, la Germania ha imposto la sua visione delle regole; ma oggi si rende conto che tale punto di vista è insostenibile per i Paesi dell’Europa meridionale, incuneandosi tra il perseguimento di una politica suicida che non funziona e il riconoscimento degli errori passati. Ciò che rende più grave il problema è che il peso dell’Italia è assai maggiore di quello della Grecia. Tutti capiscono che l’uscita dell’Italia dall’euro certificherà la morte della moneta unica. La crisi greca del 2015 fu l’antipasto estivo; la crisi italiana è la crisi della zona euro.Italian Prime Minister Renzi gestures to German Chancellor Merkel during a news conference at the Chancellery in Berlin[1] Dati FMI sugli indicatori di solidità finanziaria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora