Mar Cinese Meridionale e geopolitica delle Isole

Leonid Savin Strategic Culture Foundation 31/07/2015Johnson-South-reef-China-reclamation-South-China-SeaIl 22 luglio, la stampa cinese riferiva che l’Esercito di Liberazione del popolo cinese conduceva per dieci giorni manovre al largo dell’isola di Hainan nel Mar Cinese Meridionale. L’amministrazione per la sicurezza marittima della Cina affermava che durante le esercitazioni, “alcuna nave può entrare nelle zone marittime designate”. Commentando l’evento, Xu Liping, esperto di questioni del sud-est asiatico presso l’Accademia delle scienze sociali cinese, ha osservato che la Cina esegue le esercitazioni legittimamente nel proprio territorio e che non “hanno niente a che vedere con le tensioni nel Mar Cinese Meridionale… Si tratta di normale esercizio della sovranità. La Cina vuole modernizzare la flotta per assicurarsi la protezione delle proprie isole e rotte”. Poco prima delle manovre il nuovo comandante della Flotta del Pacifico degli Stati Uniti, Ammiraglio Scott Swift, compì un volo di sorveglianza di sette ore sul Mar Cinese Meridionale. Il 20 luglio il Ministero della Difesa cinese espresse contrarietà alle frequenti missioni di sorveglianza degli USA ritenute troppo vicine ai confini della Cina, minando seriamente la fiducia sino-statunitense. Il vecchio dibattito sul possesso delle isole della regione è diventato ancora un tema caldo su numerose pubblicazioni politiche, soprattutto negli Stati Uniti. Perché il soggetto, sensibile per molti Paesi del Sudest asiatico, agita attivamente ancora una volta la situazione, infiammandola soprattutto attraverso la presenza militare di un Paese a migliaia di chilometri di distanza? Gli Stati Uniti effettuavano una serie di esercitazioni navali nella regione nel 2015 e intendono svolgerne molte altre. L’“asse sul Pacifico” di Obama, che ha portato alla riassegnazione nella regione di una parte significativa di Marina, Corpo dei marines e Aeronautica degli Stati Uniti, stanziandola nelle basi dei Paesi alleati di Washington, è anche direttamente collegato alla strategia marittima della Cina e alla creazione di avamposti logistici su scogliere brulle e isolotti rocciosi. Nell’aprile 2015, Pechino completava con successo la costruzione di infrastrutture su un’isola artificiale nelle Spratly, quindi praticamente designava la zona precedentemente inabitabile di sua sovranità. La Cina ha dichiarato il diritto su queste isole con un indirizzo ufficiale al Segretario Generale delle Nazioni Unite, nel maggio del 2009, e le sue intenzioni sono evidenti. Con la sua economia in crescita e l’aumento di energia e materie prime che attraversano lo Stretto di Malacca, Pechino deve creare roccaforti marittime per assicurarsi contro possibili rischi. La strategia del “filo di perle”, indicato anche come l’alternativa marittima della Grande Via della Seta, ha lo scopo di risolvere il problema ripetendo l’esperienza storica di molti altri Paesi, tra cui Gran Bretagna e Stati Uniti. Sulla questione della proprietà delle isole, Pechino insieme ad altri attori regionali si è avvalsa dell’antica legge della Terra Incognita nell’assimilazione di questi territori.
0_90d1c_a4f3a636_orig Sulla barriera Gaven, per esempio, un isola è letteralmente spuntata dall’acqua nell’ultimo anno e mezzo. Moderne infrastrutture che rispondono alle esigenze logistiche di un grande Paese come la Cina sono apparse anche su altre barriere coralline. Tuttavia, è evidente che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di permettere alla Cina di rafforzare le proprie roccaforti e si preparano ad opporvisi con la forza militare. Questo dovrebbe coinvolgere non solo US Navy e US Air Force (secondo la strategia su una possibile guerra contro la Cina chiamata “Battaglia Aero-Navale”), ma anche l’US Army. Nelle linee guida per la strategia dell’esercito degli Stati Uniti in Asia 2030-2040, pubblicata nel 2014 dalla RAND Corporation, si dice che la strategia militare statunitense dovrebbe mirare al contenimento globale della Cina, anche coinvolgendo partner regionali degli USA. Il Pentagono ha tracciato la Southeast Asia Maritime Security Initiative, con cui prevede di spendere 425 milioni di dollari. Washington inoltre incoraggia lo sviluppo delle relazioni bilaterali tra i suoi satelliti in opposizione alla Cina. Un esempio è la dichiarazione comune e una serie di altri documenti firmati tra Filippine e Giappone il 4 giugno 2015, riflettendo non solo l’intenzione di unire le forze di fronte alle nuove sfide, ma anche di aiutare gli Stati Uniti in ogni modo possibile, compreso l’accesso alle loro basi e una sicurezza appropriata. Alcuni esperti ritengono che gli Stati Uniti siano deboli e agiscano in modo reattivo, mentre la Cina usa la finestra di opportunità, presumibilmente comportandosi aggressivamente seguendo una politica espansionista. Chiedono agli Stati Uniti di reclutare Giappone, Indonesia, Australia e India contro la Cina. Anche se non hanno nulla a che fare con le dispute nel Mar Cinese Meridionale, circondano la regione dall’esterno e sono i principali attori in proprio. Il Pentagono aumenta la propria presenza sul territorio di tutti i partner della regione: Singapore, Australia, Corea del Sud, Giappone, Filippine, Indonesia, Taiwan e Guam (c’è anche una base inglese nel Brunei). I fatti dimostrano tuttavia che la Cina è solo un capro espiatorio, un ruolo datogli con l’aiuto dei media occidentali e di tutto il mondo. Secondo una pubblicazione specializzata in relazioni internazionali nella regione Asia-Pacifico, la Cina è ben lungi dall’essere l’unico Paese che ha unilateralmente imposto la sovranità sulle isole Spratly. Il Vietnam ne occupa 21, cinque delle quali sono naturali, e il resto sono scogli o banchi di sabbia. Di questi, 17 hanno status territoriale. Sud Cay fu occupata dalle Filippine nel 1975 che ora ne possiede nove, una delle quali è un rilievo sottomarino. C’erano anche piani per aggiornare la pista di atterraggio sull’isola Thitu. Nel 2014, visto quanto velocemente la Cina erige infrastrutture, le Filippine chiesero una moratoria sulle costruzioni nel Mar Cinese Meridionale. Nel 1983 la Malesia occupò cinque isole e Taiwan una, Itu Aba, investendovi 100 milioni di dollari per ripristinare le infrastrutture del porto e la pista di atterraggio per immettervi forze armate. Il lavoro fu completato nel febbraio 2015. C’è anche Brunei, ma secondo i dati ufficiali, utilizza solo piattaforme per l’estrazione di petrolio e gas sul fondale del Mar Cinese Meridionale.
E’ estremamente significativo che prima del 2014, quando la Cina cominciò a costruire la pista di atterraggio di 3 km sul Fiery Cross Reef, nella parte meridionale delle Spratly, Pechino non avesse alcuna pista di atterraggio sulle isole. La costruzione iniziò nel 2014 anche sul versante meridionale del Johnson South Reef. E così i cinesi ripetono ciò che altri Paesi hanno già fatto, Paesi le cui azioni non suscitano l’indignazione degli Stati Uniti. Per inciso, i cinesi hanno sempre sottolineato che non hanno alcuna intenzione di effettuare alcuna azione aggressiva nel Mar Cinese Meridionale e sperano che Obama non programmi alcuna provocazione. Tuttavia, gli Stati Uniti versano costantemente benzina sul fuoco, non solo con operazioni militari e d’intelligence, ma retoricamente. Così il dipartimento di Stato degli USA, rappresentato dal segretario di Stato e altri rappresentanti, ha più volte affermato che la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale è d’interesse nazionale degli Stati Uniti, una dichiarazione che ricorda dolorosamente quella dell’ex-presidente degli USA Jimmy Carter sul Golfo Persico nel 1980, quando minacciò di usare la forza militare se venivano minacciati gli interessi degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, e con il cinismo tipico dei politici statunitensi, gli Stati Uniti dichiarano che non devono ratificare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare per difendere i propri interessi nazionali nel Mar Cinese Meridionale. Anche se secondo il piano d’azione nella regione, Washington sosterrà eventuali azioni legali contro la Cina nei tribunali arbitrali. Se si tiene conto del fatto che il 60 per cento del traffico commerciale mondiale attraversa la regione, così come i continui tentativi di Washington di promuovere la sua Trans-Pacific Partnership, allora è improbabile che gli Stati Uniti fermino le provocazioni e la Cina non avrà altra scelta che rafforzare la propria sicurezza.Southchina_sea_882_risultatoLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Nuova Via della Seta, “New Deal” cinese: conseguenze economiche e geopolitiche

Global Europe Anticipation Bulletin (GEAB) Global Research, 31 luglio 2015Eurasian mapGli storici ricorderanno che il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato ufficialmente la nuova “Via della Seta” con un discorso di 30 minuti alla Conferenza Economica di Boao sull’isola di Hainan, il 28 marzo 2015, di fronte a 16 capi di Stato o di governo e a circa 100 ministri dei 65 Paesi sulla via, terrestre o marittima di questa nuova rotta commerciale[1]. Per noi, interessati alla previsione politica, che sfida ha lanciato! La Cina suggerisce ciò che immaginiamo il futuro facendo un passo indietro di diversi secoli, anche due millenni. Tale mossa non è assurda, ma un dato di fatto! La forza di nazioni come Russia, Iran, India o Cina deriva dalla loro capacità di pensare al futuro. L’Europa ha una profondità storica, le due guerre mondiali l’hanno incoraggiata a riscoprire l’età prima delle nazioni, di Carlo Magno o anche dell’impero romano. Questo modo di pensare è probabilmente più estraneo agli Stati Uniti che esamineranno il progetto cinese con il peggior sospetto. Tuttavia dovranno convivere con la realtà: l’appetito per questa “resurrezione del passato” degli alleati europei, ma anche di un Paese come Israele [2]; tutti Paesi che hanno appena deciso di aderire all’Asian Infrastructure Investment Bank creata dalla Cina per l’occasione, confermando che il progetto che si basa su un antico passato ha un futuro. Di seguito ci si propone di abbozzare le prevedibili conseguenze dell’iniziativa cinese. Tre elementi vanno identificati con maggiore chiarezza: Parliamo di “Via e Corridoio” del potere cinese? Quali saranno le ripercussioni sul resto dell’Eurasia? Quale sarà l’atteggiamento degli Stati Uniti di fronte a ciò che rappresenta la prima sfida della nuova era, dove apprenderà che il potere è condiviso.
65 Paesi, 4,4 miliardi di persone, 63% della popolazione mondiale, sono interessati dalla Nuova Via della Seta. Per il momento questi Paesi rappresentano solo il 29% della produzione mondiale, ma siamo solo all’inizio di un riequilibrio globale intorno l’Eurasia. La Cina prevede che entro 10 anni le sue relazioni commerciali con i Paesi lungo ciò che definisce “Via e Corridoio” dovrebbero più che raddoppiare a 2,5 trilioni di dollari. La Cina ha inviato un segnale molto forte: in un momento in cui la sua crescita economica rallenta, non ha scelto di stimolare la propria economia attraverso la spesa militare, giustificando una possibile “guerra fredda” con gli Stati Uniti[3]. Ha scelto diplomazia e commercio per riequilibrare: per dipendere meno dal rapporto economico transatlantico, sembra debba rafforzare varie relazioni “in occidente”. E’ questione letteralmente di ridiventare “Il Regno di Mezzo”[4]. Per raccogliere i capitali necessari per la nuova gigantesca infrastruttura viaria economica, la Cina ha lanciato l’Asian Infrastructure Investment Bank con 52 Paesi partecipanti, tra cui le nove principali economie europee. Il capitale iniziale doveva originariamente essere di 100 miliardi di dollari, ma dato l’afflusso di adesioni, sarà più alto. La Cina ha già fatto sapere che, per attirare gli investimenti, il diritto di veto sarà dato dal Consiglio di Amministrazione (a differenza degli Stati Uniti nelle istituzioni finanziarie di Bretton Woods). Tuttavia, cerchiamo di non avere illusioni, la Cina, attingendo dall’immemorabile esperienza diplomatica, troverà tutti i mezzi indiretti per controllare la banca di investimento pubblico di cui ha preso l’iniziativa[5]. Il Paese intende approfittare di una situazione favorevole per promuovere i propri interessi: la Russia ha bisogno del suo sostegno se vuole resistere alla resa dei conti con gli Stati Uniti sul futuro dell’Ucraina. E l’Unione europea è seriamente tentata dall’aumento degli investimenti cinesi in Europa, per uscire dalla crisi[6]. Tuttavia, non si sopravvaluti la posizione di forza della Cina. Avendo accumulato enormi riserve di dollari, sente, data la fragilità dell’economia statunitense, la necessità di diversificare il proprio patrimonio. Investire parte delle riserve di valuta in un progetto importante come la “Nuova Via della Seta” corrisponde a un bisogno. D’altra parte nella lotta diplomatica che la mette contro gli Stati Uniti, la Russia non è totalmente dipendente dalla Cina: non solo può contare sul suo deterrente nucleare, ma anche sul supporto, diretto o indiretto, di India, Iran e Turchia. Infine, ricordiamo con cura che la Cina è una potenza finanziaria lungi dall’essere sufficiente negli investimenti su due continenti e quattro mari. Il progetto “Via e corridoio” avrà successo solo se i gruppi regionali v’investiranno massicciamente[7]. Dal punto di vista dell’UE ciò solleva la questione di sapere cosa seguirà il Piano Juncker. La Banca europea per gli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo svolgeranno un ruolo sempre più importante nei prossimi anni permettendo all’Europa di fare la sua parte nella “Nuova Via della Seta”.
L’Unione europea è a un bivio. La crisi ucraina diventa un handicap se continua: non solo le sanzioni economiche imposte alla Russia influenzano negativamente l’economia europea, ma sempre più opportunità di investimenti vanno persi in Asia centrale, e l’Unione rischia di dividersi tra un campo atlantista e uno desideroso di accordarsi con la Russia. A dire il vero non c’è altra via che il rafforzamento degli accordi di Minsk. E per evitare una crisi infinita, la Germania gradualmente sostanzierà il pilastro europeo dell’Alleanza atlantica, abbastanza da influenzare gli Stati Uniti ed uscire dalla crisi. Il modo in cui i Paesi europei si sono gettati sull’Asian Infrastructure Investment Bank conferma il riequilibrio verso l’Eurasia dal legame transatlantico, l’equivalente europeo del movimento cinese dal transpacifico alla “Nuova Via della Seta” che potrebbe avvenire rapidamente. La mappa che si dispiega davanti ai nostri occhi è affascinante per uno storico abituato a pensare come Fernand Braudel, storico del Mediterraneo e del capitalismo, su un approccio “a lungo termine”: dal punto di vista cinese, la Via di terra parte da Xian, passando per Bishkek, Tashkent, Teheran, Ankara, Mosca, Minsk prima di raggiungere Rotterdam, Anversa, Berna e Venezia. L’antica città dei Dogi è all’estremità occidentale della Via marittima che passa da Atene, Cairo, Gibuti, Nairobi, Colombo, Kuala Lumpur, Singapore (con un ramo verso Jakarta), Hanoi, Hong Kong e Fuzhou terminando a Hangzhou. La Cina dunque si offre di riaprire un collegamento commerciale vecchio di 2000 anni, e di proporre, a differenza della visione fatalista di Huntington, un vero dialogo tra le civiltà confuciana, indiana, persiana, turca, araba, africana orientale, cristiana ortodossa e le zone d’influenza occidentali. Gli attori della globalizzazione policentrica, gli eredi degli imperi cinese, mongolo, persiano, russo, ottomano, arabo, bizantina, romano-germanico, francese e inglese hanno l’affascinante possibilità di vivere finalmente una storia comune e pacifica. Va prestato attenzione, nell’equilibrio dell’Eurasia, a che all’India sia sempre ricercata e meglio integrata nelle nuove reti che la Cina attualmente pianifica. Francia e Germania, con il resto dell’Unione europea, ha una carta naturale da giocarvi, anche importante dal punto di vista dei loro interessi a lungo termine: questa “Nuova Via della Seta” sarà utile ai Paesi interessati basandosi sull’equilibrio di forze. Il riavvicinamento con l’India è un vantaggio prezioso da fare pesare su Russia e Cina. Inoltre, permette di rimanere in linea con la logica BRICS, una logica a cui la Via della Seta non appartiene al momento, mentre il dinamismo cinese e l’esigenza russa di neutralizzare l’influenza degli USA in Asia centrale favoriscono la Shanghai Cooperation Organization. Il progetto cinese di “Nuova Via della Seta” è reso possibile dalla nuova età organizzativa, dove Internet è una delle manifestazioni più eclatanti. I leader cinesi hanno sicuramente capito più velocemente degli omologhi europei che la rivoluzione informatica ha fatto esplodere la vecchia opposizione geopolitica tra potenze continentali e marittime.
Attraversata da treni ad alta velocità, chiamata a dipendere sempre meno dalla concentrazione geografica delle proprie risorse energetiche, l’Eurasia è in procinto di diventare uno “spazio liquido”[8]. La Nuova Via della Seta può, senza esagerare, essere considerata un doppio asse “liquido” rientrando negli stessi criteri di analisi. Ovviamente, un tale sviluppo avrà le sue zone d’ombra. Gli “spazi liquidi” potrebbero essere infestati da pirati, già numerosi su Internet. Pepe Escobar su Asia Times online chiama da tempo “guerra liquida” [9] il modo in cui gli Stati Uniti contribuiscono a distruggere Stati come Iraq, Libia o Ucraina. Tuttavia, cerchiamo di misurare il cambiamento in atto e gli immensi cambiamenti all’orizzonte per l’Unione europea, la cui missione non è più costruire questo “piccolo promontorio del continente asiatico”, di cui Paul Valéry parlava, ma di organizzare una tripla connessione: euro-atlantica, euro-africana ed eurasiatica…

020140520112112Note
[1] Die Welt, 30/03/2015
[2] Japan Times, 04/01/2015
[3] Mentre nel 2010, la Cina decise di ridurre la spesa militare (fonte: Wikipedia), le tensioni tra occidente e nazioni emergenti, espressasi nel 2014 con la crisi ucraina, tuttavia portarono ad aumentarle del 12,2% lo scorso anno e al 10% annunciato per il 2015. Detto questo, in percentuale sul PIL, metodo abitualmente scelto per misurare le spese militari di un Paese (ricordiamo che gli Stati Uniti chiedono ai membri della NATO di contribuire per il 2% del PIL al bilancio dell’Alleanza), la quota di questa spesa è più o meno stabile, intorno al 2,1% (gli Stati Uniti spendono oltre il 4%), tenendo conto del fatto che il PIL della Cina è aumentato di quasi il 7% quest’anno. Un altro sembra dire che la Cina aumenta la spesa militare in modo ragionevolmente possibile e ciò nel contesto della sua apertura al mondo, dov’è costretta ad essere più trasparente co una serie di spese occulte che indubbiamente, semplicemente con questo processo, emergono allo scoperto. Ma il bilancio totale delle spese militari non supera i 95 miliardi di euro rispetto ai 460 miliardi degli Stati Uniti, sapendo che tale somma è in gran parte dedicata al mantenimento di un enorme forza militare (2,1 milioni), e che la quota dedicata all’acquisto di attrezzature è tanto più ridotta (fonte: Deutsche Welle, 03/04/2015). Questi fattori portano il nostro team a considerare che, contrariamente a ciò che i media occidentali vorrebbero farci credere, la Cina non è militarmente aggressiva.
[4] Michel Aglietta/Guo Bai, La voie chinoise. Capitalisme et empire, Paris, Odile Jacob, 2012
[5] François Godement, Que veut la Chine?, Paris, Odile Jacob, 2012
[6] Claude Meyer, La Chine banquier du monde, Fayard, Paris 2014
[7] Eurasia Review, 30/03/2015
[8] Ho preso in prestito questo concetto da John Urry, Global complexity 2000
[9] Pepe Escobar, Globalistan: come il mondo globalizzato si dissolve nella guerra liquida 2007

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Legge sulle ONG cinese: contrastare soft power e sovversione occidentali

Eric Draitser New Eastern Outlook 25.07.2015W020140504338467884447La Cina ha recentemente compiuto un passo importante nel regolare più strettamente le organizzazioni non governative (ONG) straniere nel Paese. Nonostante la condanna dai cosiddetti gruppi per i diritti umani occidentali, la mossa della Cina va intesa come decisione cruciale per affermare la sovranità sul proprio spazio politico. Naturalmente, le grida stridule su “repressione” e “ostilità verso la società civile” delle ONG occidentali hanno avuto scarso effetto sulla determinazione di Pechino avendo il governo riconosciuto l’importanza cruciale di spezzare le vie per la destabilizzazione politica e sociale. L’argomento prevedibile, ancora una volta agitato contro la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina, è che sia una restrizione alla libertà di associazione e di espressione, per soffocare settori della fiorente società civile della Cina. I sostenitori delle ONG ritraggono questa proposta di legge come altro esempio di violazione dei diritti umani in Cina e ulteriore prova di mancato adempimento di Pechino. Ipotizzano che la Cina rafforzi ulteriormente il governo autoritario chiudendo lo spazio democratico emerso negli ultimi anni. Tuttavia, tra tali strette di mano su diritti umani e democrazia, viene convenientemente ignorato il semplice fatto che le ONG straniere e nazionali finanziate dall’estero siano in larga misura agenti di interessi stranieri, assai usate come armi del soft power per la destabilizzazione. Non è mera teoria della cospirazione come testimonia la voluminosa documentazione sul ruolo delle ONG nei recenti disordini politici in Cina. Non è una forzatura dire che Pechino ha finalmente riconosciuto, così come la Russia prima, che per mantenere la stabilità politica e la vera sovranità, deve controllare lo spazio della società civile, altrimenti manipolabile da Stati Uniti e alleati.

‘Soft Power’ e destabilizzazione della Cina
Joseph Nye ha notoriamente definito il ‘soft power’ come la capacità di un Paese di persuadere gli altri e/o di manipolare gli eventi senza forza o coercizione per avere risultati politicamente desiderabili. Uno dei principali strumenti del soft power moderno sono la società civile e le ONG che la dominano. Con il sostegno finanziario di singoli od istituzioni potenti, tali ONG utilizzano la coperture della “promozione della democrazia” e dei diritti umani per promuovere l’agenda dei loro finanziatori. E la Cina fu particolarmente vittima di tale strategia. Human Rights Watch e il complesso delle ONG in generale hanno condannato la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina perché giustamente credono che ostacolerà gravemente gli sforzi per agire in modo indipendente da Pechino. Tuttavia, contrariamente all’ineccepibile espressione di innocenza che tali organizzazioni usano per mascherarsi, la realtà è che agiscono come braccio delle agenzie d’intelligence e dei governi occidentali, svolgendo un ruolo centrale nella destabilizzazione della Cina negli ultimi anni. Senza dubbio l’esempio più pubblicizzato di tale ingerenza politica si ebbe nel 2014 con il molto pubblicizzato movimento “Occupy Central” di Hong Kong, noto anche come movimento degli ombrelli. I media occidentali rifilarono al loro pubblico disinformato continue storie su un movimento “pro-democrazia” che cercava di dare voce a ciò che il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest aveva cinicamente definito, “… le aspirazioni del popolo di Hong Kong”. Ma tale retorica vuota fu solo parte della storia. Ciò che i media aziendali occidentali non dissero erano i collegamenti profondamente radicati tra movimento Occupy Central e i principali organi del soft power USA. Il capo spesso propagandato di Occupy Central era l’accademico filo-occidentale Benny Tai, professore di diritto presso l’Università di Hong Kong. Anche se si presentava come il capo di un movimento di massa, Tai per anni ha collaborato con oò National Democratic Institute (NDI), una ONG di nome ma direttamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED). In realtà, NDI fu uno dei principali sostenitori e finanziatori del Centro di diritto comparato e pubblico presso l’Università di Hong Kong, un programma con cui Benny Tai era intimamente connesso, essendone anche un membro del consiglio dal 2006. Quindi, lungi dall’essere semplicemente un capo emergente, Tai era una persona accuratamente scelta per un movimento da rivoluzione colorata sponsorizzato dagli USA. Altre due figure di alto profilo coinvolte in Occupy Central erano Audrey Eu, fondatrice del Partito civico di Hong Kong, e Martin Lee, fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong. Eu e Lee hanno vecchi legami con il governo degli Stati Uniti attraverso NED e NDI, essendo stata Eu frequente ospite dei programmi sponsorizzati dal NDI, ed essendo Lee un glorioso destinatario dei riconoscimenti di NED e NDI, oltre ad aver incontro il vicepresidente degli USA Joe Biden nel 2014 insieme all’avvocato anti-cinese Anson Chan. Non ci vogliono poteri eccezionali di deduzione per vedere che, in misura diversa, Tai, Eu, Lee e Chan sono il volto pubblico di un’iniziativa del governo statunitense volta destabilizzare Hong Kong, una delle più economicamente e politicamente importanti regioni della Cina. Tramite le ONG, Washington promuove una linea anti-Pechino sotto l’egida della “promozione della democrazia”, proprio come ha fatto dall’Ucraina al Venezuela. Fortunatamente per la Cina, il movimento non è stato supportato dalla classe operaia di Hong Kong e Cina, e neanche dalla classe media che vi ha visto poco più di un inconveniente, al meglio. Tuttavia, ciò richiese l’azione rapida del governo per contenere il fiasco nelle relazioni pubbliche e nei media che avrebbe comportato il movimento, un fatto di cui Pechino, senza dubbio, ha preso atto. Come il portavoce per il Congresso nazionale del popolo ha spiegato ad aprile, la legge sulle ONG è necessaria per “la salvaguardia della sicurezza nazionale e il mantenimento della stabilità sociale”. In effetti, alla fine del 2014, sulla scia di Occupy Central, il presidente cinese Xi Jinping s’è recato a Macao parlando della necessità di garantirne la “retta via”. Con velato riferimento a Hong Kong, Xi ha elogiato Macao che continua a seguire il principio “un Paese, due sistemi”, la politica con cui le regioni amministrative speciali di Macao e Hong Kong hanno autonomia, ma sono soggette alla legge cinese. In sostanza, Xi ha chiarito che nonostante il movimento delle ONG straniere, fabbricato a Hong Kong, Pechino aveva saldamente il controllo. Ed è proprio questo il problema: il controllo.

ONG, Soft Power e terrorismo nello Xinjiang
xijinping-newspaper L’arma del ‘Soft power’, l’ONG, non è relegata solo ad Hong Kong. In realtà, la provincia occidentale cinese del Xinjiang, una delle regioni più instabili del Paese, ha visto costante destabilizzazione e sovversione attiva da parte del soft power negli ultimi anni. Sede dell’etnia a maggioranza musulmana uigura, il Xinjiang è stato ripetutamente attaccato dal terrorismo e dalla propaganda vile che cerca di dipingere la Cina oppressiva e nemica degli uiguri e dei musulmani in generale. Il Xinjiang è stato vittima di una serie di attacchi terroristici mortali negli ultimi anni, tra cui l’odioso attentato con autobombe che uccise e ferì oltre 100 persone nel maggio 2014, accoltellamenti di massa e bombardamenti del novembre 2014, e il mortale attacco dei terroristi uiguri a un posto di blocco il mese scorso, che ha lasciato 18 morti. Se tali attacchi, che hanno causato la morte di decine di inermi cittadini cinesi, fossero stati effettuati contro, per esempio, gli statunitensi, i media occidentali avrebbero parlato di jihad contro il mondo intero. Tuttavia, dato che sono accaduti in Cina, questi diventano incidenti isolati causati da “marginalizzazione” e “oppressione” del popolo uiguro dalle parte delle cattive grandi autorità cinesi. Tale racconto disgustosamente parziale è in gran parte dovuto alla penetrazione delle ONG nella comunità uigura e a una vasta rete di relazioni pubbliche finanziate dal governo degli Stati Uniti. Lo stesso National Endowment for Democracy (NED), che ha erogato fondi al NDI e altre organizzazioni coinvolte nella destabilizzazione di Hong Kong, è il primo finanziatore del complesso delle ONG uigure. Le seguenti organizzazioni hanno ricevuto un significativo sostegno finanziario dalla NED: Congresso Mondiale Uiguro, Associazione americana uigura, Fondazione internazionale per la democrazia e i diritti dell’uomo uigura e l’International Uighur PEN Club. Tali ONG sono spesso le fonti citate dai media occidentali per commentare ciò che riguarda lo Xinjiang, sempre pronte a demonizzare Pechino per ogni problema nella regione, compreso il terrorismo. Forse il miglior esempio di tale propaganda e disonestà s’è avuto nelle ultime settimane quando i media occidentali hanno diffuso storie che accusavano la Cina di aver vietato l’osservanza del Ramadan nello Xinjiang. In effetti, ci furono letteralmente centinaia di articoli che condannavano la Cina per tale “restrizione della libertà religiosa” raffigurante il governo cinese come repressivo e violatore dei diritti umani. È interessante notare che la fonte non era altro che il Congresso mondiale uiguro finanziato dalla NED. Inoltre, a metà luglio, il giorno della Ayd al-Fitr (l’ultimo giorno del Ramadan), il Wall Street Journal pubblicò una storia per sminuire i media cinesi che, nelle ultime settimane, pubblicizzavano come nel Xinjiang e in Cina si celebri apertamente il Ramadan. E, come ci si aspettava, la fonte anti-cinese era come al solito un rappresentante del Congresso mondiale degli uiguri. Sembra che tale organizzazione, lungi dal difendere i diritti umani, sia portavoce della propaganda statunitense contro la Cina. E quando la propaganda è sfidata e screditata dalla Cina, ciò non suscita che altra propaganda ancor più dozzinale.

Impronte geopolitiche
Tale demonizzazione ha assunto un chiaro significato geopolitico e strategico quando la Turchia s’è immischiata condannando la Cina per la sua presunta “persecuzione” degli uiguri, che Ankara vede come turchi nella sua prospettiva revanscista neo-ottomana. Il ministero degli Esteri turco ha detto in un comunicato che “Il nostro popolo è rattristato dalla notizia che agli uiguri turchi è vietato il digiuno o effettuare altri compiti religiosi nella regione dello Xinjiang… La nostra profonda preoccupazione per questi rapporti sono stati trasmessi all’ambasciatore della Cina ad Ankara“. La Cina ha risposto considerando inappropriati i commenti dal ministero degli Esteri della Turchia, specialmente alla luce della definizione assurda degli uiguri (cittadini cinesi) come “turchi.” Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina Hua Chunying ha dichiarato, “La Cina ha già chiesto alla Turchia di chiarire questi rapporti ed abbiamo espresso preoccupazione per la dichiarazione del ministero degli Esteri turco… Dovete sapere che tutti nello Xinjiang godono della libertà religiosa accordatagli dalla Costituzione cinese“. Mentre il governo cinese, come fa quasi sempre, ha usato un linguaggio decisamente moderato per esprimere dispiacere, le implicazioni della dichiarazione non sono state ignorate dagli osservatori politici più acuti e con una qualche comprensione del rapporto tra Cina e Turchia. Anche se i due Paesi hanno molti interessi allineati, come dimostra il ripetuto desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), il fatto poco noto è che la Turchia è uno dei principali animatori del terrorismo in Cina. Anche se non c’è stata alcuna fanfara dai media internazionali, nel gennaio 2015 le autorità cinesi arrestarono almeno dieci turchi accusati di aver organizzato e facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere di numerosi estremisti uiguri. Fu inoltre rivelato che tali estremisti progettavano di recarsi in Siria, Afghanistan e Pakistan per addestrarsi e combattere con gli altri jihadisti. La storia è ancora una prova ulteriore della ben finanziata rete del terrore internazionale gestita e/o supportata dai servizi segreti turchi. Secondo il ministero degli Esteri turco, i dieci cittadini turchi furono arrestati a Shanghai il 17 novembre 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mentre le accuse formali contro di loro vanno dalla falsificazione dei documenti all’emigrazione illegale, la maggiore questione è il terrorismo internazionale che si cela sotto la superficie. Perché naturalmente, come le prove sembrano indicano, tali immigrati uiguri non viaggiavano per vedere i propri cari all’estero. Al contrario, erano probabilmente parte di un flusso di estremisti uiguri che si recava in Medio Oriente per combattere con lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Tali reti estremiste hanno eseguito l’attentato mortale ad Urumqi, capitale dello Xinjiang. In realtà, proprio tale tendenza fu denunciata due mesi prima, nel settembre 2014, quando la Reuters riferì che Pechino aveva formalmente accusato i militanti uiguri dello Xinjiang di essersi recati nel territorio controllato dallo Stato islamico per addestrarsi. A ulteriore conferma di tali accuse, il Jakarta Post indonesiano riferiva che quattro jihadisti uiguri cinesi erano stati arrestati in Indonesia dopo esser giunti dalla Malesia. Altri articoli simili sono emersi negli ultimi mesi, dipingendo il quadro di una campagna concertata per aiutare gli estremisti uiguri a collaborare in tutta l’Asia con i gruppi terroristici transnazionali come lo Stato islamico. Così, i terroristi uiguri con documenti falsi forniti dalla Turchia sono implicati nella stessa rete del terrore che ha effettuato una serie di attentati mortali contro cittadini e poliziotti cinesi. Non c’è da stupirsi che la Cina non faccia molto per asciugare le lacrime di coccodrillo di Erdogan e del governo turco. Tuttavia, nonostante la guerra del terrore, le ONG uigure finanziate dagli USA continuano a rappresentare la Cina come responsabile del terrorismo. La destabilizzazione della Cina prende molte forme. Da movimento di protesta prodotto a Hong Kong e promosso dalle ONG collegate al governo degli Stati Uniti, alla guerra di propaganda fabbricata e spacciata da altre ONG promosse dal governo degli Stati Uniti, alla guerra terroristica fomentata da un membro della NATO; la Cina è una nazione sotto attacco del soft e hard power. Che Pechino finalmente prenda misure per frenare la perniciosa influenza di tali ONG e delle forze che rappresentano, non è solo un passo positivo, è assolutamente necessario. La sicurezza nazionale e la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese non richiedono nulla di meno.Xinjiang_mapEric Draitser è analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come la Cina vede l’adesione alla SCO dell’India

MK Bhadrakumar Indian Punchline 20 luglio 2015Xi Jinping, Jacob Zuma, Narendra ModiL’ultimo numero della Beijing Review presenta un’analisi di ciò che l’adesione di India e Pakistan alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) presagisce per il raggruppamento regionale e per questi due Paesi. I principali obiettivi della strategia di sviluppo della SCO per il 2025, adottati al vertice di Ufa, indicano che nel prossimo decennio gli Stati aderenti si concentreranno sul consolidamento delle fiducia reciproca e relazioni amichevoli, lavorando a stretto contatto per far fronte alle sfide alla sicurezza, approfondire i legami economici e commerciali ed estendere la cooperazione su tecnologia, sanità e istruzione. In breve, la SCO prevede di concentrarsi sulla “costruzione di due piattaforme“: uno per “aiutare lo sviluppo degli Stati membri” e due “per promuovere la comprensione reciproca e il dialogo tra gli Stati aderenti“. Inoltre, la strategia incoraggia gli Stati aderenti alla SCO a partecipare all’Iniziativa Fascia e Via della Cina come modello chiave della cooperazione economica regionale. In effetti, l’India ha un compito ritagliato per essa date le relazioni tese con il Pakistan e l’atteggiamento tiepido verso i progetti della Via della Seta della Cina. La questione è chiaramente fino dove l’India sarà disposta a utilizzare le “piattaforme” della SCO, in linea al suo discorso sul “secolo asiatico”. Beijing Review cita un esperto cinese secondo cui la motivazione principale per l’espansione degli aderenti alla SCO (includendo India e Pakistan) deriva dalla consapevolezza che “i problemi attuali in Asia centrale vanno oltre i confini degli Stati aderenti alla SCO. Inoltre, minacce terroristiche si riversano dal Medio Oriente al Centro e Sud Asia. La SCO non può affrontare queste sfide con una cooperazione limitata a soli sei Paesi membri. Pertanto, la SCO deve espandere l’adesione e migliorare il meccanismo operativo per svolgere un ruolo maggiore nella cooperazione per la sicurezza regionale“. L’articolo precisa come India e Pakistan possano trarre beneficio dalla loro appartenenza alla SCO, illustrando le possibilità di non meno sei direzioni diverse:
– India e Pakistan sperano di partecipare alle “questioni regionali” attraverso la SCO, vista la crescente statura internazionale dell’ente.
– sperano di tutelare meglio i propri interessi sulla sicurezza tramite la rete della SCO. In realtà, dovrebbero “rafforzare la cooperazione con la SCO… (di cui) la lotta al terrorismo è una delle missioni condivise“.
– la SCO contribuirà a promuovere la crescita economica dei due Paesi.
– India e Pakistan non vogliono “perdere l’opportunità” data dalla connettività avanzata risultante dalla proposta d’integrare l’Iniziativa Fascia e Via della Cina al progetto dell’Unione economica eurasiatica della Russia, con l’obiettivo dell’integrazione economica regionale.
– da economia in rapida crescita, l’India può utilizzare l’appartenenza alla SCO per approfondire la cooperazione energetica con Russia e Paesi dell’Asia centrale.
– infine, date le irrisolte “controversie territoriali” tra India e Pakistan, la SCO “potrebbe agire da piattaforma del dialogo” dei due Paesi “per alleviare le tensioni al confine e migliorare le relazioni nel quadro multilaterale“.
È interessante notare che l’articolo si conclude con l’osservazione che la SCO affronta “nuove sfide” con l’adesione di India e Pakistan; il raggruppamento “deve riformare la propria infrastruttura per preparare i nuovi aderenti“. In particolare, la SCO “deve trovare un modo migliore per impostare l’agenda e rendere più efficaci le politiche“. Finora, locomotiva della SCO sono Cina e Russia. Secondo Pechino ciò cambierebbe con l’ingresso dell’elefante indiano nella tenda. Il senso globale dell’articolo è positivo in termini neutri. Infatti, la Cina si aspetta che l’adesione alla SCO di India-Pakistan possa promuoverne la normalizzazione, ma farebbe anche sapere che solo il tempo dirà se sia un’aspettativa esagerata. Da parte sua, la Cina ha usato brillantemente la piattaforma della SCO per “normalizzare” i rapporti con i vicini dell’Asia centrale svezzati con la pesante dieta della propaganda sovietica violentemente anti-cinese, armonizzando le propria politica in Asia centrale con quella della Russia. In teoria, l’India potrebbe fare lo stesso per la stabilizzazione della situazione afghana lavorando sugli interessi comuni con il Pakistan. Ma se la Cina ha una grande visione regionale, l’India ne ha una? Se c’è, si aprono possibilità interessanti. Resta il fatto che i processi nella SCO hanno luogo a livello politico, economico, di sicurezza e militare, riunendo regolarmente le dirigenze di India e Pakistan e delle relative agenzie di sicurezza e militari. Ovviamente, la Cina spera che nell’ambito della SCO l’India superi la reticenza (scetticismo) verso le strategie win-win della Via della Seta di Pechino. In realtà, il Pakistan potrebbe effettivamente esser posto sotto pressione per facilitare i rapporti tra India e gli altri Paesi della SCO. Senza dubbio, l’India seguirà la sua strada bilaterale per la normalizzazione delle relazioni con il Pakistan. Ma detto questo, gli Stati Uniti furono attivi promotori delle relazioni tra India e Pakistan e Delhi vi era disponibile. L’India dovrà tollerare un ruolo simile della SCO da dietro le quinte, e non sarebbe una brutta cosa se accadesse. A dire il vero, d’ora in poi la SCO è un'”azionista” delle relazioni tra India e Pakistan a vantaggio della sicurezza nelle regioni dell’Asia centrale e meridionale. Anche in questo caso, la cooperazione regionale nella SCO non può terminare sulla frontiera Wagha. Può funzionare solo a vantaggio dell’India a condizione, naturalmente, che abbia anche un grande piano vantaggioso nello spirito del compromesso.
Non molta attenzione è rivolta all’adesione alla SCO del Nepal quale “Paese partner”. Questo sviluppo va attentamente osservato. In teoria, Pechino l’ha promosso da una prospettiva di medio e lungo termine. Perché il Nepal? La mossa della SCO di stabilire una partnership formale con il Nepal avrà un impatto significativo sul rafforzamento della sicurezza del Tibet e collegherà Tibet e India (via Nepal), oltre a creare un contesto ulteriore per lo sviluppo delle relazioni sino-nepalesi. L’India non dovrebbe vederlo in termini di somma zero. L’articolo della Beijing Review è qui.

nepal-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E’ tempo per il Giappone di ascoltare la Russia

Jibril Khoury, Takeshi Hasegawa e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 23 luglio 2015 south-korea-japan-russia-and-china-concerned-abou-11634-1243436308-3La crisi degli ostaggi in Algeria nel 2013 comportò la morte di dieci cittadini giapponesi insieme a molte altre persone di diverse nazioni. Purtroppo era evidente fin dall’inizio che la connessione libica rientrava nel caso. Dopo tutto, l’infiltrazione terroristica avveniva dal vicino confine della Libia. Inoltre, dalla morte di Gheddafi la regione è piena di armi ed innumerevoli gruppi terroristici. Nella stessa Libia vi sono varie organizzazioni terroristiche islamiste e milizie che ne controllano delle parti. Pertanto, nella Libia del 2015 vi è il caos e uno Stato assente che non può controllare tutto.

Ingerenze esterne
Nel 2015 il Giappone deve mettere in discussione i cosiddetti alleati quando si tratta di contrastare il terrorismo e di geopolitica, e non dell’economia. Dopo tutto, le nazioni del Golfo e le grandi potenze della NATO continuano a creare instabilità in Medio Oriente e Nord Africa, aggiungendosi al caos in Afghanistan. Un caos che va dall’Afghanistan estendesi al Mali in Africa occidentale. Il Pakistan, potenze del Golfo, USA e Regno Unito s’intromettono in Afghanistan da più di 40 anni. Da allora migliaia di miliardi di dollari sono stati spesi per cercare di stabilizzare e centralizzare la nazione, nonostante il sostegno ai settari taqfiri e l’indottrinamento islamista negli anni ’80 e ’90. La politica adottata in Afghanistan non fu solo un misero fallimento totale, ma permise anche la destabilizzazione del Pakistan (auto-indotta), l’emergere della rete dell’11 settembre e il prosperare del potente movimento jihadista internazionale. Il Giappone di oggi è ormai sempre più trascinato dagli obiettivi di Washington. Ciò si vede nella politica estera negativa verso il governo della Siria, nonostante la crisi sia lontana dal Giappone. Altrettanto importante, è chiaro che i cittadini giapponesi brutalmente assassinati nella regione hanno subito tale destino per le politiche di destabilizzazione dei cosiddetti alleati del Giappone. Non serve un attacco terroristico che uccide cittadini giapponesi per svegliare il governo del Giappone. Sì, purtroppo, sembra che le nazioni spesso ne prendano atto quando le conseguenze uccidono civili inermi. Gli Stati Uniti l’hanno scoperto nel modo più barbaro quando migliaia di civili furono uccisi l’11 settembre. Dopo tutto, le forze terroristiche di al-Qaida erano collegate a CIA, ISI del Pakistan e servizi segreti inglesi manipolando la causa islamista in Afghanistan e replicarla in Bosnia (11 settembre, attentati di Madrid ed altri legati ad Afghanistan e Bosnia). Pertanto, quando il Giappone annunciò la morte del suo decimo cittadino per la brutale crisi degli ostaggi dei terroristi islamisti in Algeria, allora questo semplicemente non fu sufficiente. Le ratlines che collegano le politiche di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e le altre nazioni de Golfo, vanno esaminate per ciò che hanno creato in Libia e continuano a creare in Siria. Tale realtà deve anche concentrarsi su come Mali e Pakistan siano stati inghiottiti dalle politiche fallimentari di altre nazioni (Pakistan vi si è autoindotto a differenza del Mali). Ugualmente allarmante è l’ampia evidenza che le nazioni che si sono ingerite in Afghanistan e Iraq, e poi in Libia, non solo hanno creato Stati falliti divenuti terreno fertile per i gruppi jihadisti islamici, ma hanno iniziato a destabilizzare altre nazioni come la Siria. Tutto ciò è stato fatto mentre la carneficina quotidiana continua in Afghanistan, Iraq e Pakistan. Non solo è una follia, ma è una politica “vergognosa” che rovina USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Paesi del Golfo.

Federazione Russa
La Federazione russa cerca di “contenere gli incendi” appiccati dalle suddette nazioni perché le élite politiche di Mosca comprendono chiaramente appieno realtà ed implicazioni geopolitiche a lungo termine delle fallimentari politiche di NATO e Golfo. Ciò vale per l’instabilità massiccia, le sempre più ampie reti terroristiche, settarismo, asservimento delle donne, povertà, assenza di strutture sanitarie, Stati falliti e altre potenti forze negative. Pertanto, è giunto il momento per le élite politiche del Giappone del 2015 di riconoscere alla Federazione russa priorità invece di seguire Washington e gli altri che creano “nuove strade pericolose”. Il presidente della Federazione russa Vladimir Putin ha dichiarato: “lo sconvolgimento della Libia, accompagnato dalla proliferazione incontrollata delle armi, ha contribuito al deterioramento della situazione in Mali. Gli attacchi terroristici in Algeria che hanno ucciso persone innocenti, anche straniere, sono conseguenza di tali sviluppi tragici“. Il Presidente Vladimir Putin continuava affermando che la Federazione russa “si sente responsabile del mantenimento della sicurezza globale ed è volta a collaborare con i partner al fine di affrontare i problemi globali“. E’ tempo per l’establishment politico di Tokyo di guardare profondamente agli eventi dall’Afghanistan all’Africa occidentale, in Mali. Ciò vale per molte aree instabili e le nazioni estere che continuano a partecipare, avviare o essere coinvolte in operazioni segrete destabilizzanti. La cosiddetta “primavera araba” ha inaugurato solo l'”inverno islamista” e la creazione di Stati falliti per ingerenza estera creando grandi aree di odio taqfirita. Basta guardare alle politiche contraddittorie attuate da varie nazioni verso Bahrain, Egitto, Libia, Siria, Yemen e altre nazioni dai gravi problemi interni. Ciò vale per le politiche distruttive basate su “interessi dalla mentalità ristretta”. La Federazione russa conosce le convulsioni di intere aree dal crollo dell’Unione Sovietica e dall’indipendenza dei popoli in Europa orientale. Una volta che Vladimir Putin ha preso il timone, gradualmente la Federazione russa è divenuta potente con la centralizzazione e l’esecuzione di diverse politiche interne ed estere. Inoltre, la Federazione Russa ha una posizione unica essendo prevalentemente di fede cristiana ortodossa, ha anche una consistente minoranza musulmana nazionale. Infatti, in alcune parti della Federazione russa la fede musulmana è maggioritaria. Inoltre la realtà geografica della nazione appartenente alla casa eurasiatica, collega Europa ed Asia. Pertanto, i leader politici della nazione vogliono smorzare le divisioni attualmente esistenti in molte parti dello spazio geografico coincidente con la Federazione russa, insieme alla tradizionale proiezione di potenza in alcune parti di Medio Oriente, Balcani, Asia centrale, Asia del Nord-Est ed Europa.

Giappone e crisi degli ostaggi
La morte di dieci cittadini giapponesi in Algeria (2013) per mano di terroristi islamici è un chiaro richiamo al governo di Tokyo di dover svolgere un ruolo più costruttivo nella politica internazionale. Il Giappone sostiene le Nazioni Unite e altre importanti istituzioni che si occupano di educare, alleviare la povertà e sostenere i Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, spesso sembra che il Giappone sia troppo legato agli USA, anche quando ciò gli è dannoso. Naturalmente, le relazioni tra Giappone e USA rimarranno la spina dorsale della politica estera del Giappone, non del tutto negativa. Ad esempio, le forze statunitensi aiutarono notevolmente il Giappone dopo il brutale terremoto di magnitudo 9.0 che innescò lo tsunami che uccise molte persone. Inoltre, la regione del nord-est asiatico è molto volatile e data la realtà dell’articolo 9 della Costituzione del Giappone, è chiaro che gli USA hanno un ruolo importante nella difesa del Giappone, contenendo possibili situazioni regionali pericolose. Nonostante ciò, quando si tratta di altri aspetti connessi alle ambizioni geopolitiche degli USA il Giappone dovrebbe valutare ogni situazione per merito, piuttosto che dare carta bianca agli USA. Hillary Clinton, ex-segretaria di Stato, ha dichiarato: “Non c’è dubbio che i terroristi algerini ricevano armi dalla Libia. Non vi è dubbio che i maliani dell’AQIM ricevano armi dalla Libia”. L’omissione di Hillary Clinton è un altro richiamo deciso al contraccolpo che ha creato l’attuale crisi regressiva in Afghanistan e Pakistan, permettendo l’11 settembre. Gli USA ancora una volta confermano che la destabilizzazione della Libia e i tragici eventi nel 2013 in Algeria sono correlati. Nel complesso, il governo del Giappone dovrebbe chiedersi chi siano gli attori della destabilizzazione della vasta regione che si estende dall’Afghanistan al Mali? La Federazione russa o, in tutta onestà, USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Paesi del Golfo? Altrettanto importante, cittadini giapponesi muoiono a causa dell’ingerenza degli alleati negli affari interni altrui, o sono minacciati dalle politiche della Federazione Russa? Se il Giappone ne vuole uscire cercando di proteggere i propri cittadini, allora è giunto il momento di promuovere relazioni più strette con la Federazione russa e di temere le politiche di destabilizzazione dei cosiddetti amici.f04da2db148412e969f204Il Giappone accusa la Cina di rubare gas dal mare
Tyler Durden Zerohedge 22 /07/2015

Negli ultimi mesi la Cina si trova al centro di un piuttosto vivace “dibattito” internazionale sulla bonifica delle acque contese del Mar Cinese Meridionale. Per ricapitolare, Pechino ha creato più di 1500 acri di territorio sovrano sull’arcipelago Spratly utilizzando draghe per costruire isole artificiali in cima alle scogliere. Anche se la Cina non è il primo Paese ad intraprendere la bonifica nella regione, i suoi progetti sono descritti da Stati Uniti e alleati come molto più ambiziosi dei vicini. La situazione è peggiorata rapidamente quando la marina cinese ha minacciato un aereo-spia statunitense con a bordo un team della CNN. Poco dopo, gli Stati Uniti hanno affermato di aver avvistato artiglieria su una delle isole e l’intera situazione è culminata nella propaganda esilarante dei cinesi apparentemente pronti a dimostrare che la vita sulle nuove isole è solo ragazze, giardinaggio, maiali e cuccioli. Ora la Cina si trova al centro di un altro contenzioso marittimo, questa volta la costruzione di piattaforme petrolifere e gasifere nel Mar Cinese Orientale. Reuters: “La Cina si riserva il diritto di una “reazione necessaria” dopo che il Giappone ha pubblicato una revisione della Difesa invitando Pechino a fermare la costruzione di piattaforme di esplorazione nei pressi delle acque contese nel Mar Cinese orientale, ha detto il Ministero della Difesa. Nel documento Tokyo ha espresso preoccupazione che le trivellazioni cinesi possano colpire i giacimenti che si estendono nelle acque del Giappone. “Questo tipo di azione mette completamente a nudo la natura bifronte della politica estera del Giappone e ha un impatto negativo su pace e stabilità nella regione Asia-Pacifico”, ha detto il Ministero della Difesa cinese in una dichiarazione. La Cina valuterà ulteriormente la revisione della Difesa del Giappone, o libro bianco, quando il testo completo sarà diffuso e per poi adottare la “reazione necessaria a seconda della situazione”, ha detto. Nell’escalation della polemica, il Giappone ha pubblicato le foto aeree delle attività di costruzione cinesi nella zona, accusando Pechino di agire unilateralmente e di atteggiamento svogliato verso l’accordo del 2008 per lo sviluppo congiunto delle risorse. “Le attività di sviluppo della Cina nel Mar Cinese orientale non mostrano alcun segno di cessare. Dato l’aumento delle preoccupazioni dentro e fuori il Giappone sui vari tentativi della Cina di cambiare lo status quo, abbiamo deciso di diffondere ciò che può essere appropriatamente pubblicato”, ha detto il Capo del Segretario di Gabinetto Yoshihide Suga, in conferenza stampa“. A quanto pare “ciò che può essere diffuso”, sono le seguenti immagini:

ChinaOilRigs_risultatoEd ecco una mappa che mostra dove le piattaforme sono situate, in relazione alla linea di demarcazione che separa le zone economiche esclusive dei due Paesi.

ChinaOilRigMapAllora, qual è il problema, vi chiederete? Sembra che tutte le strutture siano nella parte cinese della linea. Bloomberg: “Il Ministero degli Esteri del Giappone ha presentato una mappa e fotografie di ciò che afferma siano 16 piattaforme marine cinesi nei pressi della parte giapponese delle acque contestate sul Mar Cinese Orientale. Le piattaforme sono sul lato cinese della latitudine che il Giappone sostiene debba segnare il confine tra le loro zone economiche esclusive. Il Giappone ha da tempo espresso preoccupazione che tali strutture aspirino gas dai giacimenti sottomarini che si estendono sul suo lato”. Quindi, in sostanza, il Giappone ritiene che la Cina stia tentando di derubarlo con la costruzione di impianti di perforazione proprio accanto alla linea per succhiare gas sottomarino verso la parte cinese. In altre parole:

Per quanto riguarda la posizione di Pechino, il Ministero degli Esteri afferma che le sue attività di esplorazione sono “giustificate, ragionevoli e legittime”. In ogni caso, la controversia non aiuterà le relazioni sino-giapponesi e anche se Suga afferma che il problema non danneggerà il processo diplomatico, va ritenuto che Pechino ne abbia avuto abbastanza di sentirsi dire cosa può e non può fare in ciò che considera acque territoriali.
Dichiarazione completa dalla Ministero degli Esteri giapponese: “Negli ultimi anni, la Cina ha rivitalizzato lo sviluppo delle risorse nel Mar Cinese orientale, mentre il governo ha confermato che nella parte cinese della linea di divisione geografica vi sono 16 strutture finora. Le 2 zone economiche esclusive sulla piattaforma continentale del Mar Cinese orientale non sono ancora state definite, e il Giappone ritiene che ciò vada effettuato sulla base della latitudine. Così in assenza di confini definiti, anche se nella parte cinese della linea di divisione, è estremamente deplorevole che la parte cinese promuova attività di sviluppo unilaterali. Il governo chiede alla parte cinese di fermare le attività di sviluppo unilaterale, coerentemente all’accordo sulla cooperazione tra Giappone e Cina sullo sviluppo delle risorse del Mar Cinese Orientale del giugno 2008. Richiedendo la rapida ripresa dei negoziati per l’attuazione; richiesta ancora una volta con forza. La posizione giuridica del Giappone sullo sviluppo delle risorse nel Mar Cinese orientale, oggi, in base alle disposizioni pertinenti della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (CNUDM), che definiscono la zona economica esclusiva e territoriale sulla piattaforma continentale marittima per 200 miglia marine. Dato che la distanza tra i confini territoriali marittimi sul Mar Cinese Orientale è meno di 400 miglia marine, la zona economica esclusiva e la piattaforma continentale si sovrappongono e vi è la necessità di ridefinirle. Alla luce delle pertinenti e precedenti disposizioni internazionali del CNUDM, vanno definite le acque territoriali con soluzione equa. (Nota: un miglio marittimo = 1,852 chilometri, 200 miglia marine = 370,4 km) (1) La parte cinese estende la divisione nel Mar Cinese orientale quale naturale estensione della terraferma sulla piattaforma continentale e le isole del Mar Cinese Orientale, in contrasto agli obblighi, dato che la divisione non segue la latitudine e senza che la parte cinese ne definisca i limiti, sostenendo che la piattaforma continentale si estenda naturalmente fino ad Okinawa. (2) D’altra parte, si tratta dell’estensione del teoria del 1960 che utilizza la giurisprudenza sulla delimitazione della piattaforma continentale dei Paesi confinanti, concetto adottato in passato dal diritto internazionale. Sulla base delle disposizioni internazionali pertinenti e successive della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, adottata nel 1982 sui confini delle acque territoriali dei Paesi a meno di 400 miglia nautiche, si è piuttosto ricorso alla teoria dell’estensione naturale, anche se non ha alcun significato giuridico, come ad Okinawa (perforazione del fondale marino). Pertanto, l’idea che si possa vantare una piattaforma continentale fino al Canale di Okinawa non ha fondamento alla luce della normativa internazionale vigente. (3) Su tale premessa, il nostro Paese ha preso posizione sui confini e può esercitare diritti sovrani e giurisdizione nella parte giapponese del territorio marittimo delimitato. Ciò senza abbandonare la latitudine quale confine definito al momento per l’esercizio dei diritti sovrani e la giurisdizione nelle acque delimitate. Pertanto, poiché la demarcazione nel Mar Cinese orientale non è definita, in una situazione in cui la parte cinese non riconosce alcun reclamo relativo ai confini e alla zona economica esclusiva a 200 miglia marine, le acque territoriali del nostro Paese non diversamente, infatti, hanno titolo sulla piattaforma continentale”.map-locating-disputed-southLa Cina furiosa sulle immagini: “Il Giappone cerca il confronto”
Tyler Durden Zerohedge 23/07/2015

IslandDispute_risultatoAvevamo dettagliato l’ultima disputa marittima della Cina con un alleato degli Stati Uniti. Proprio mentre l’incessante andirivieni per la dimostrazione di forza sulle attività di bonifica di Pechino nelle Spratlys diminuiva, Washington e Manila hanno passato il testimone a Tokyo nella gara per vedere chi può spingere l’ELP allo scontro navale. Ricapitolando, il Giappone crede che la Cina stia posizionando strategicamente piattaforme nei pressi della linea di divisione geografica per dirottare il gas sottomarino dalle acque giapponesi.… La posizione di Tokyo è che le attività di esplorazione di Pechino violano l’accordo del 2008 sullo sviluppo congiunto tra i due Paesi. Pechino, d’altra parte, “erroneamente” ritiene di avere il diritto di sviluppare i giacimenti di ga situati nelle sue acque territoriali. Come avevamo notato, la garanzia del capo di gabinetto Yoshihide Suga che il battibecco non mette in pericolo il lento disgelo delle relazioni sino-giapponesi non convince, date le circostanze: “La disputa non aiuterà per nulla le relazioni sino-giapponesi e anche se Suga afferma che il problema non danneggerà i progressi diplomatici, va immaginato che Pechino ne abbia avuto abbastanza di sentirsi dire cosa può e non può fare in ciò che considera acque territoriali”. Certo, la Cina alza la retorica di una tacca. Reuters: “La diffusione da parte del Giappone di immagini sulle attività di costruzione cinesi nel Mar Cinese Orientale possono soltanto provocare lo scontro tra i due Paesi e non aiutano gli sforzi per promuovere il dialogo, ha detto il Ministero degli Esteri cinese. In una dichiarazione il Ministero ha detto che ha tutto il diritto di sviluppare le risorse petrolifere e gasifere nelle acque che rientrano sotto la sua giurisdizione. Quello che ha fatto il Giappone provoca il confronto tra i due Paesi, e non è affatto costruttivo per la gestione della situazione nel Mar Cinese Orientale e il miglioramento delle relazioni bilaterali”, ha detto”. Secondo alcune fonti, le operazioni di sviluppo cinesi sono legate alla lunga disputa sulle isole tra i due Paesi. Ancora Reuters: “Nel 2012, il governo giapponese fu irritato da Pechino con l’acquisizione di una contestata catena di isole disabitate nel Mar Cinese orientale. Finora Pechino aveva ridotto le attività secondo un accodo con il Giappone per lo sviluppo congiunto delle risorse sottomarine nelle zone contese”. Quindi, dispettosa rappresaglia o legittimi esplorazione e sviluppo? Lasceremo ai lettori decidere con l’aiuto dei seguenti dati della BBC sulla storia sulla isole Senkaku. Dalla BBC, “Al centro della disputa vi sono otto isole disabitate e scogli nel Mar Cinese Orientale, dalla superficie totale di circa 7 kmq a nord-est di Taiwan, ad est del continente cinese e a sud-ovest della prefettura più meridionale del Giappone, Okinawa. Le isole sono controllate dal Giappone, e sono importanti perché vicine alle più importanti rotte, hanno fondali ricchi e vicini a potenziali giacimenti di petrolio e gas. Sono anche in una posizione strategicamente significativa, nella crescente competizione tra Stati Uniti e Cina per il primato militare nella regione Asia-Pacifico. Il Giappone dice che esplorò le isole per 10 anni nel 19.mo secolo scoprendo che erano disabitate. Il 14 gennaio 1895 il Giappone vi pose la sua sovranità, annettendole formalmente al territorio giapponese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone rinunciò alle pretesa su una serie di territori e isole tra cui Taiwan, nel Trattato di San Francisco del 1951. Queste isole, tuttavia, passarono sotto amministrazione fiduciaria degli Stati Uniti e furono restituite al Giappone nel 1971 con l’accordo di restituzione di Okinawa. Il Giappone dice che la Cina non sollevò obiezioni e che solo dal 1970, quando emerse la questione delle risorse petrolifere della zona, le autorità cinesi e taiwanesi iniziarono ad avanzare le loro richieste. La Cina dice che le isole fanno parte del suo territorio da sempre, essendo importanti zone di pesca gestite dalla provincia di Taiwan”.

201292553837941734_20Il Giappone tenta di affondare i tedeschi sulla costruzione di sottomarini per l’Australia
Sputnik 23/07/2015

Con l’Australia che vuole assegnare un contratto da 50 miliardi di dollari per dei sottomarini, l’opzione populista riguarda una società tedesca che favorisce l’economia australiana utilizzando manodopera locale. Ma un consorzio di aziende giapponesi e inglesi tenta di farsi assegnare il contratto, mettendo i politici di Canberra in una posizione difficile. Puntando a un programma per sottomarini da 50 miliardi di dollari, l’azienda della difesa tedesca ThyssenKrupp (TKMS) ha lanciato un appello al partito liberale del primo ministro Tony Abbott. In caso di aggiudicazione, TKMS assumerà imprenditori australiani per costruire i sottomarini. Questa sarebbe una spinta importante per l’economia australiana, facendo del Paese un costruttore navale regionale a lungo termine. Ma TKMS ha una nuova concorrenza, secondo anonimi funzionari del governo giapponese. Due grandi aziende inglesi, Babcock International Group e BAE Systems, sono in trattative con il governo giapponese. L’obiettivo è assicurarsi che il contratto dell’Australia vada alle aziende giapponesi Mitsubishi Heavy Industries e Kawasaki Heavy Industries.Con la Mitsubishi Heavy che prende l’iniziativa, raccogliamo informazioni da aziende giapponesi e straniere sull’industria australiana, ma non possiamo rivelarne i nomi“, un portavoce del ministero della Difesa giapponese ha detto a Reuters. Le società inglesi sono saldamente insediate in Australia. Babcock esegue lavori di manutenzione per la flotta sottomarina di Canberra, mentre BAE Systems impiega 4500 persone nella costruzione di navi d’assalto anfibio da 27000 tonnellate. Le aziende hanno tutto l’interesse a mantenere i concorrenti europei fuori dal mercato. “Il Giappone è senza dubbio avanti tecnologicamente a tedeschi e francesi, ma è in ritardo negli affari in Australia e nell’organizzarvi un pacchetto industriale“, ha detto una fonte giapponese. Vi è inoltre la possibilità che la società svedese SAAB collabori con il Giappone, anche se non ha commentato un coinvolgimento. Nonostante la crescente opposizione del gruppo internazionale, TKMS rimane fiduciosa che i benefici che fornirebbe all’economia australiana, saranno troppo forti per essere ignorati dal governo. “Ci sono molti politici… che non saranno molto felici se questo costoso e sofisticato programma da 50 miliardi risolverà il disavanzo del Giappone“, ha detto alla Reuters il Presidente della TKMS Australia John White. “Penso che sia interessante costruire sottomarini in Australia“, ha aggiunto il senatore Sean Edwards, presidente della commissione economica, “Credo che sia un problema per il Giappone“. Tuttavia, la pressione politica potrebbe favorire Tokyo. Il primo ministro Abbott l’ha descritto come il più importante alleato regionale dell’Australia, e anche gli Stati Uniti spingono per relazioni più forti tra Canberra e Tokyo. Soprattutto a causa dell’interesse nel contrastare ciò che considera come crescente minaccia cinese nel Mar Cinese Meridionale, Washington fa pressioni sugli alleati del Pacifico per avere legami più stretti. Giappone e Australia sono cruciali per gli obiettivi del Pentagono nella regione. Una decisione non sarà presa prima di novembre, dopo che il Ministero della Difesa avrà tempo di rivedere i preventivi presentati dagli offerenti.1024979564Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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