Chi ha paura del cattivone S-300?

Eric Draitser New Eastern Outlook 16/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora Iran-Russia-China_MapL’ordine esecutivo emesso dal presidente russo Vladimir Putin, che toglie il divieto di esportazione dei sistemi d’arma in Iran, è stato accolto dalla tagliente condanna d’Israele e dall’ammonimento dagli Stati Uniti. Mentre Mosca deve ancora prendere una decisione definitiva su se e quando fornire i missili della difesa aerea S-300 all’Iran, che Teheran acquistò con un contratto del 2007 inadempiuto dalla Russia per l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite, è chiaro che solo la possibilità segna un cambio significativo nella geopolitica regionale. Da un lato, le difese aeree iraniane sarebbero notevolmente aggiornate con un sistema d’arma avanzato come l’S-300 che, anche se non proprio nuovo, è ancora molto efficace nel difendere lo spazio aereo del Paese da un eventuale attacco israeliano o statunitense. D’altra parte, la possibile consegna degli S-300 è un passo simbolico verso l’integrazione dell’Iran nell’ampia architettura della sicurezza non-NATO che prende forma sotto la guida di Russia e Cina. Mentre i BRICS pongono la parola d’ordine del multipolarismo, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) emerge quale alleanza militare, di sicurezza e d’intelligence, oltre ad essere un forum economico-politico per le relazioni sino-russe. La possibilità di fare aderire l’Iran all’alleanza sia partecipando ai vertici della SCO che con contratti militari e non, nonché altre forme di cooperazione, è uno spartiacque per l’Iran e il mondo non-occidentale. Se pochi anni fa, gli Stati Uniti e i loro alleati potevano dettare i termini delle relazioni tra l’Iran e gli altri Stati, oggi semplicemente non possono, accordo sul nucleare o no. Gli S-300 sono solo la punta dell’iceberg.

Cosa significa ciò per l’Iran e la regione
16611 In primo luogo, l’Iran ha la possibilità di avere, almeno in una certa misura, condizioni di parità a livello internazionale. Anche se non sono ancora chiare le specifiche dell’accordo concluso, compreso l’odioso regime di sanzioni e la misura in cui verranno effettivamente tolte, ciò che è certo è che l’Iran avrà un più ampio margine di manovra per perseguire la cooperazione economica con potenziali partner internazionali. Naturalmente, i vari propagandisti di Washington e Tel Aviv hanno colto l’opportunità di usare la mossa russa per revocare il divieto, come segnale della “disastrosa” politica di “appeasement” dell’amministrazione Obama. Commentando la decisione della Russia, il ministro degli affari strategici e dell’intelligence israeliano Yuval Steinitz ha detto che è, “Il risultato diretto della legittimità che l’Iran riceve dall’accordo nucleare che si prepara, e la prova che la crescita economica iraniana dopo la revoca delle sanzioni sarà sfruttata per armarsi e non per il benessere del popolo iraniano… Invece di chiedere all’Iran di desistere dalle attività terroristiche in Medio Oriente e nel mondo, gli è consentito dotarsi di armi avanzate che non faranno che aumentarne l’aggressività”. Tali osservazioni sono forse molto più rivelatrici di quanto Steinitz possa capire. L’ammissione palese nella dichiarazione è che Israele vede la crescita economica iraniana come sua vera minaccia (leggi egemonia d’Israele). In netta contraddizione con la propaganda sull’Iran che vuole “cancellare Israele dalla carta geografica”, Steinitz qui giustamente anche se forse inavvertitamente, ammette che il potenziale economico iraniano è ciò che ne fa una minaccia regionale. Mentre include gli obbligatori riferimenti alle “attività terroristiche” e all'”aggressione” iraniane, Steinitz illustra il pensiero dei pianificatori strategici israeliani che vedono nell’Iran un potenziale motore economico che attrae investimenti occidentali e non allo stesso modo, non ultimo quelli delle compagnie energetiche occidentali. Come Bloomberg ha osservato a fine marzo, alla vigilia dell’accordo quadro, “(l’Iran) emerge di nuovo come possibile premio per le compagnie petrolifere occidentali come BP, Royal Dutch Shell Plc, Eni SpA e Total SA. I cinesi potrebbero gareggiarvi, mentre le compagnie statunitensi più gravate da sanzioni ed eredità, saranno svantaggiate...” L’Iran è il primo premio… La dimensione delle risorse è molto interessante. “Da tale prospettiva, Stati Uniti e Israele sono i principali perdenti dell’accordo nucleare e all’Iran è permesso avere investimenti cruciali dai partner internazionali. Ma il problema non sono solo gli investimenti, perché se così fosse Israele e Stati Uniti potrebbero probabilmente controllare il discorso. Invece, la possibile consegna dalla Russia degli S-300 cambia i calcoli strategici di Washington e Tel Aviv, con la loro leva principale, la minaccia dell’uso della forza dagli attacchi aerei limitati alla guerra totale, notevolmente indebolita se non annullata. Infatti, mentre Steinitz e altri parlano di “armi avanzate che non faranno che aumentare l’aggressività (iraniana)“, sanno perfettamente che gli S-300 sono armi difensive la cui funzione è proteggere l’integrità dello spazio aereo di un dato Paese da missili e aerei. Così Israele e Stati Uniti sono molto più preoccupati di perdere il vantaggio strategico che non da qualche atteggiamento aggressivo dell’Iran. C’ ancora più da preoccuparsi per Stati Uniti e Israele, cioè l’Iran potrebbe avere maggiore cooperazione militare e tecnologica con la Russia, fornendo all’Iran la possibilità di fornire maggior sostegno materiale e tecnico a Siria e Hezbollah nella lotta contro SIIL e al-Qaida nella regione. Questo, naturalmente, sarebbe disastroso per l’agenda del cambio di regime di USA-NATO-GCC-Israele in Siria che, nonostante più di quattro anni di guerra terroristica orchestrata e sostenuta a livello internazionale, non mostra segni di capitolazione. Insomma, gli S-300 simbolicamente e concretamente altererebbero l’equilibrio di potere nella regione.

Il significato geopolitico
Bisogna stare attenti a non sottovalutare l’importanza della mossa della Russia. A parte l’importanza strategica evidente di tale sistema d’arma per un Paese assediato come l’Iran, vi è l’importanza simbolica internazionale. Secondo ogni indicazione Russia e Iran si avvicinano parecchio, come dimostra il recente accordo di cooperazione militare firmato dai ministri della Difesa dei due Paesi. Russia e Iran hanno numerosi interessi reciproci, dalle questioni relative al conflitto in Siria, a risorse e sicurezza nella regione del Caspio alle esportazioni energetiche sui mercati mondiali. Tali complesse questioni internazionali richiedono non solo una stretta collaborazione, ma una comprensione reciprocamente vantaggiosa in vari ambiti; precisamente ciò che preoccupa Stati Uniti e Israele soprattutto. Ma purtroppo per Washington e Tel Aviv, l’integrazione dell’Iran in un ordine multipolare non-occidentale è molto più profonda. Il potenziale emergente dall’ingresso dell’Iran nella SCO guidata da Russia-Cina muterebbe radicalmente l’equilibrio di potere in Asia, in particolare alla luce anche della crescente propensione di Pakistan e India a partecipare alla SCO. Un tale sviluppo potrebbe vedere un nuovo blocco di potenze asiatiche, comprendente le potenze economiche e militari di Cina e Russia, con l’emergente potenza economia dell’India e, in misura minore, del Pakistan: due potenze militari proprie. E’ evidente il grado di minaccia che tale alleanza rappresenta, per non parlare del contrappeso, per l’egemonia della NATO e i suoi vecchi ascari. Assieme all’emergere delle istituzioni economiche connesse con i BRICS, Banca di sviluppo dei BRICS e Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), che fornirebbero l’alternativa tanto necessaria a FMI e Banca mondiale dominati da USA-UE, i contorni di un nuovo ordine economico e militare diventano più evidenti. Mentre naturalmente tutti questi importanti sviluppi sono ben oltre la semplice revoca del divieto di esportare l’S-300 all’Iran, ne sono collegati. Infatti, con l’Iran che diventa partner militare e commerciale effettivo della Russia, s’integra nel sistema politico ed economico globale. Oggi può semplicemente essere un sistema missilistico di difesa, ma domani le possibilità sono illimitate. I pianificatori di Mosca e Teheran lo capiscono, così come quelli di Tel Aviv e Washington. Perciò gli S-300 sono molto più dei missili: sono il simbolo di un futuro multipolare.

image3Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org e editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran e una nuova geopolitica dell’energia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 12/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

engdahl1_bkIl tentato accordo tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare iraniano apre la prospettiva della fine di quasi 36 anni di sanzioni economiche statunitensi all’Iran. Viene accolto da minacce di attacchi militari unilaterali da parte di Israele all’Iran per “impedirgli” di sviluppare la bomba nucleare. Un’alleanza che sembrerebbe inverosimile tra la monarchia saudita ultra-conservatrice e il governo d’Israele, emerge contro l’accordo tra Iran e Stati Uniti. La vera domanda è quale sia il motivo più recondito dell’amministrazione Obama sull’Iran. Qui la geopolitica energetica gioca il ruolo principale, come spesso accade nel Medio Oriente ricco di energia. E la Russia è l’obiettivo. Recentemente ho dialogato con Shervin, esperto di energia iraniano che ho conosciuto due anni fa a Teheran, su questi sviluppi. Voglio condividere alcuni punti salienti della discussione. È uno specialista di energia presso la principale agenzia stampa internazionale dell’Iran, Tasnim News Agency. Il discorso fornisce una visione utile nel pensiero degli intellettuali iraniani su sanzioni degli Stati Uniti, possibile ruolo dell’Iran nel mondo e geopolitica dell’energia.

Tasnim: Qual è la tua opinione sulle sanzioni all’Iran?
WE: Le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran sono illegali secondo le norme del diritto internazionale e un atto di guerra, così come le sanzioni contro la Siria e ora la Russia.

Tasnim: I negoziati con l’Iran hanno raggiunto un accordo definitivo che vedrà le sanzioni economiche dell’occidente all’Iran annullate?
WE: Dobbiamo essere chiari. Le sanzioni sono di Washington e dell’unità di guerra finanziaria del Tesoro USA, in particolare le ultime sanzioni sull’uso del sistema interbancario di compensazione SWIFT per vendere petrolio iraniano, un passo inaudito di Washington che ora viene minacciato contro la Russia. L’UE vorrebbe riaprire il commercio con l’Iran. Finché Washington è controllata dalle banche di Wall Street e dal complesso militare-industriale ci si può aspettare qualche scusa, anche con l’accordo nucleare, per continuare le sanzioni in qualche modo. Guardate Cuba.

Tasnim: Come gli attuali bassi prezzi del petrolio influenzano l’economia degli USA?
WE: Il segretario di Stato degli USA John Kerry incontrò il re saudita in Arabia Saudita lo scorso settembre e propose il crollo dei prezzi del petrolio per fare pressione su Iran e soprattutto Russia di Putin, essendo determinati a distruggere l’unica grande potenza militare che potrebbe minacciare la totale egemonia militare del Pentagono. Se la Russia capitola, e sono convinto che non avverrà, il mondo attuale crollerà, l’Iran sarà isolato e distrutto, la Cina anche e tutte le nuove strutture alternative multipolari che si oppongono al totalitarismo sempre più evidente degli egemoni anglo-statunitensi subiranno una sconfitta devastante. Ironia della sorte, lo shock petrolifero saudita dello scorso anno ha un impatto devastante sulla nuova grande industria petrolifera dello scisto in North Dakota, Texas, California ecc. Credo che tra 3-6 mesi inizieremo a vedere una valanga di fallimenti di compagnie petrolifere per l’oltre miliardo di dollari di prestiti delle compagnie petrolifere o di obbligazioni “spazzatura”. Finora le compagnie petrolifere dello scisto hanno inondato il mercato con il loro petrolio per avere il denaro per evitare l’inadempienza bancaria nella speranza che la crisi finisca presto. I tizi di Big Oil come ExxonMobil, Chevron, BP, Shell possono cavalcare la tempesta essendo ben capitalizzati e globalizzati. Per l’economia in generale degli Stati Uniti, praticamente l’unico punto positivo della crescita di posti di lavoro furono le centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro nell’industria dello scisto nazionale. Ma ormai scompaiono rapidamente. L’amministrazione Obama non è riuscita, ancora una volta, a vedere le gravi conseguenze delle proprie azioni. Si sono sparati ai piedi per la guerra petrolifera contro Putin.

Tasnim: Come le sanzioni economiche all’Iran hanno colpito l’economia degli Stati Uniti?
WE: Le sanzioni del Tesoro USA contro l’Iran non hanno praticamente alcun impatto sull’economia statunitense, rendendole così diaboliche.

Tasnim: Le sanzioni economiche all’Iran sono più vantaggiose per gli USA o l’Iran?
WE: In realtà, e l’ho visto quando ero a Teheran due anni fa, s’avvantaggia molto di più l’Iran. Ciò perché vi costringe ad essere autosufficienti e a non lasciare che la vostra economia, le vostre industrie, la vostra agricoltura siano distrutte dalle importazioni occidentali a basso prezzo come hanno fatto tanti Paesi di Asia, Africa e America del Sud. Costringono l’Iran a sviluppare le proprie meravigliose capacità interne, a controllare il proprio credito e a non divenire un vassallo del sistema del dollaro che va in bancarotta. Gli iraniani sono persone molto istruite, molto intelligenti e molto intraprendenti. Penso che si faccia benissimo a non importare iPhone6 o il tossico soia OGM della Monsanto.

Tasnim: Washington ha fatto scendere il prezzo dai sauditi, per danneggiare la Russia e forse l’Iran?
WE: Sì, naturalmente. Fu una ripetizione di ciò che George Schultz e il vicepresidente Bush Sr. fecero nel 1986 permettendo ai sauditi, allora, d’invadere il mercato e far scendere i prezzi al di sotto dei 10 dollari al barile, in modo da mandare in bancarotta l’Unione Sovietica durante la guerra in Afghanistan contro i mujahidin filo-USA di Usama bin Ladin. Ma la gente del dipartimento di Stato e della CIA di Washington è stata piuttosto stupida stavolta. Non ha calcolato che i sauditi avevano la propria agenda con il petrolio a buon mercato, cioè distruggere la crescente concorrenza del petrolio di scisto degli Stati Uniti. Ora è troppo tardi per Obama e Washington invertire facilmente i prezzi petroliferi. La qualità intellettuale dei burocrati di Washington, anche rispetto a trent’anni fa, è miserabile per memoria storica, cultura, economia e strategia. Si noti che alcuni dei peggiori individui della politica estera degli Stati Uniti, come Brzezinski e Kissinger, sollecitano Obama a non provocare una guerra con la Russia. Sanno almeno qualcosa di storia. I neo-conservatori come Victoria Nuland del dipartimento di Stato o il segretario alla Difesa Ashton Carter o Hillary Clinton, che punta il suo sguardo freddo sulla Casa Bianca, non hanno spessore oltre ad essere malvagi. Pertanto sono pericolosi tanto per la loro nazione che per il mondo.

Tasnim: I sauditi vedono nella richiesta di Washington l’opportunità di espellere il fracking statunitense dal mercato, preservando in tal modo il loro mercato statunitense?
WE: Non si tratta del mercato statunitense dei sauditi. Le esportazioni saudite principalmente vanno in Asia oggi, e piuttosto poco, circa 800000 barili al giorno, negli Stati Uniti, dove il consumo di petrolio giornaliero è circa 19 milioni di barili al giorno, il 4%. E’ il mercato globale che i sauditi sono interessati dominare con la leva dell’OPEC araba: Arabia Saudita, Quwayt, Emirati. Senza Iran, naturalmente per i sauditi, ma il conflitto tra sunniti e sciiti, soprattutto quando Washington ha deliberatamente avviato le rivoluzioni colorate della primavera araba alla fine del 2010, mira a creare totale disordine tra i membri dell’OPEC che una volta cooperavano, per stabilire il controllo militare statunitense diretto su tutto il Medio Oriente. I Paesi OPEC e i loro fondi sovrani, con i loro enormi proventi petroliferi, cominciavano a creare le reti bancarie islamiche indipendenti dall’usura e dalla schiavitù del debito occidentale; Tunisia, Libia, Egitto… continuando, in pochi anni il dollaro sarebbe diventato la moneta senza valore di una repubblica delle banane, proprio come la minaccia che Washington vede oggi nei BRICS e nell’Infrastructure Asian Investment Bank. È utile ricordare i due pilastri dell’egemonia di Washington: controllare il denaro tramite Wall Street e avere il dollaro quale valuta di riserva mondiale; e controllare la potenza militare. Il controllo del denaro iniziò a collassare con la stupida deregulation bancaria quando Alan Greenspan era alla Federal Reserve e la conseguente orgia speculativa chiamata Asset Backed Securitization che portò all’inevitabile crisi finanziaria del 2007-2008. Dopo di che, la “soluzione” militare è divenuta sempre più dominante con il pilastro finanziario troppo debole per supportare la spinta al dominio globale, o come Bush e David Rockefeller lo chiamavano, Nuovo Ordine Mondiale. Potrebbe essere utile sapere che oggi tali oligarchi statunitensi, come li chiamo io, sono terrorizzati come mai in 100 anni dal rischio di poter perdere tutto. Sono disperati. Washington oggi è pieno di gente confusa che si scontra e combatte il mondo. E’ un po’ come gli ultimi anni dell’impero romano, nel IV secolo d.C. Ricordando l’antico detto greco, “chi gli dei vogliono distruggere, prima fanno impazzire”. Oggi Washington ha perso l’egemonia e ospita certi pazzi, mentre Israele è guidato dal gangster Binjamin Netanyahu.

Tasnim: La riduzione del prezzo del petrolio per l’Iran è una minaccia o un’opportunità?
WE: Un’opportunità meravigliosa, per assumere un ruolo guida nel nuovo sistema commerciale internazionale ma solo a prezzi che escludono i dollari. Finché il mondo vende il petrolio in dollari, sostiene l’impero del dollaro e si autodistrugge. Qui Cina, Russia e altri giocano un ruolo cruciale con i prezzi in valuta locale, quindi con la de-dollarizzazione delle proprie economie. Oggi l’unica cosa che puntella il sistema del debito mastodontico in dollari USA sono le vendite di petrolio in dollari, il narcotraffico mondiale in dollari e i militari degli Stati Uniti in tutto il mondo come poliziotti globali. Questo è un sistema piuttosto fragile, a mio avviso.

Tasnim: Quali suggerimenti avete per le autorità economiche?
WE: L’Iran è un Paese meraviglioso con belle persone di buon cuore ed enorme intelligenza e risorse economiche. Se fossi a capo dello Stato iraniano avrei indirizzato il mio governo nel pianificare in tutto l’Iran e in tutte le regioni, se non c’è di già, coinvolgendo i cittadini nel dialogo con i funzionari economici regionali per definire gli obiettivi economici prioritari di ogni regione nei prossimi 5 anni (oltre diventa troppo rigido). Proprio come Charles de Gaulle, che non era certo comunista, fece con la sua “Pianificazione” di Jacques Rueff. Poi i ministri del governo centrale si incontrano e rivedono desideri ed esigenze della popolazione dell’Iran e traccia le priorità da realizzare. Vorrei vietare tutti i vaccini occidentali. Una dieta sana e amorevoli famiglia e comunità sono l’unico modo per avere un sistema immunitario sano. Vorrei vietare gli OGM e la Protezione chimica killer come il Roundup della Monsanto, sempre immanente, anche indirettamente tramite la soia o il mais OGM di Stati Uniti e Argentina. La Cina solo ora comprende l’errore nel permettere che il 60% dei suoi semi di soia sia OGM importato. Farei sviluppare la meravigliosa cultura alimentare dell’Iran naturalmente, con metodi naturali e senza chimica, sovvenzionandola con una politica fiscale positiva e punendo l’industria agroalimentare tipo USA con tasse punitive. Oggi gli oligarchi occidentali hanno un semplice ordine del giorno: il genocidio di tutti i non-anglosassoni dalla pelle scura. Ne ho incontrato molti negli anni nelle conferenze di Davos, Francoforte e molti luoghi. Sono razzisti sanguinari, eugenetisti, gente come Gates con i suoi vaccini uccide i neonati e rende sterili le ragazze. Bill Gates, George Soros, David Rockefeller, Warren Buffett, i DuPont, la famiglia Russell della Yale University, e altri i cui nomi non sono così noti. Sono tutte persone fondamentalmente stupide e ridicole, incapaci di vedere le conseguenze di ogni vita che tolgono dalla totalità dell’umanità. Per uccidere “le bocche inutili” come noi, fanno guerre, diffondono malattie, rendono sempre più malati e paralizzati i nostri bambini con i loro vaccini velenosi, distruggono la sana medicina tradizionale non chimica come quella che esiste ancora in alcune parti di Cina, Iran e Russia, in favore di farmaci e tossine delle aziende farmaceutiche occidentali che, tra l’altro, controllano. Creano organizzazioni terroristiche per diffondere le loro guerre di sterminio come al-Qaida in Libia, Iraq, Yemen e nel mondo arabo, il Cemaat di Fethullah Gülen in Turchia e altrove, il SIIL è una creazione di Stati Uniti e servizi segreti israeliani per distruggere Bashar al- Assad e il legame tra Siria, Iran e Iraq.
Washington ora vuole sedurre Iran per allontanarlo dall’alleata Russia e ridurre le esportazioni di gas russo verso la Turchia e l’Unione europea. A mio avviso il futuro dell’Iran non è divenire un nuovo alleato degli attuali neoconservatori di Washington per qualche biscotto economico occidentale; abbandonando la sua alleanza naturale con l’Eurasia, in particolare con Russia, Cina e i Paesi della Shanghai Cooperation Organization. Le riserve accertate di gas naturale dell’Iran sono stimate da BP in circa 34 miliardi di metri cubi, mentre per la Russia sono 33 miliardi di metri cubi. La cooperazione tra queste due superpotenze del gas naturale è essenziale per costruire l’architettura dell’Eurasia in modo vantaggioso per tutti, anche per la Germania e il resto dell’UE. Questa è un’occasione d’oro per allontanare la geopolitica energetica globale dalle potenze dell’asse Washington-Londra-Riyadh che la controllano dall’accordo iniziale tra il presidente statunitense Roosevelt e il re saudita Ibn Saud del 1943, dando alle transnazionali petrolifere statunitensi di Rockefeller il controllo esclusivo delle vaste ricchezze petrolifere dell’Arabia Saudita.

screenshot 2015-01-20 08.09.56.pngF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: AIIB minaccia strategica per l’egemonia globale del dollaro USA (AUDIO)

Teheran (IRIB) 14 aprile 2015CBKXQViUQAAHfA- Alessandro Lattanzio, saggista, analista delle questioni politiche internazionali e redattore della rivista Eurasia é stato intervistato dalla nostra Redazione sull’AIIB, l’Asian Infrastructure Investment Bank e la forza economica e politica della Cina negli equilibri internazionali.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervista cliccate qui.

AIIB, Banca BRICS e mondo emergente

F. William Engdahl New Eastern Outlook 10/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora5421346c05a0d_itj8fxenb1v0La Germania ne è uno dei membri fondatori, come la Francia, Lussemburgo e anche la Gran Bretagna. La Russia di Putin e l’India sono anche tra i fondatori. Per la sorpresa di molti, quindi del Fondo monetario internazionale (FMI), ente finora pilastro del sistema del dollaro. Parliamo dell’Asian Infrastructure Investment Bank o AIIB della Cina. La questione è se l’AIIB sia sulla via d’impiantare il seme di un nuovo ordine monetario che potrebbe sostituire l’influenza distruttiva del dollaro? O sarà infettato dai cavalli di Troia come Regno Unito e FMI? La risposta potrebbe modellare l’architettura di un nuovo mondo in cui il dollaro e le sue strutture del debito non detteranno al mondo le politiche economiche. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava la creazione di una nuova banca internazionale per finanziare grandi progetti infrastrutturali in Asia. La spinta principale della Cina era finanziare la ferrovia ad alta velocità della Nuova Via della Seta eurasiatica, anche progetti infrastrutturali marittimi e il rifiuto degli Stati Uniti di accettare la grande riforma del voto nel FMI, che darebbe alla Cina ed altre nazioni economiche emergenti, più vce. Pechino annunciava che avvierà con 50 miliardi dollari la nuova banca. Al momento, Washington e la maggior parte del resto del mondo ignoravano la banca, mentre l’amministrazione Obama attaccava l’AIIB per possibile scarsa trasparenza o scarsa preoccupazione per rischi ambientali o violazioni di brevetto, e cioè che l’AIIB sia una minaccia strategica all’egemonia globale del dollaro USA.

Il tiro ben assestato di Washington ai propri piedi
L’amministrazione Obama si è ferocemente opposta quando Regno Unito, Australia, Giappone e altri grandi alleati degli Stati Uniti espressero interesse ad aderire all’AIIB, ed ora si sono sparati ai piedi. Oggi, al 31 marzo più di 40 nazioni hanno aderito alla nuova banca della Cina da Soci Fondatori. La banca potrebbe rivaleggiare con FMI, Banca Mondiale e Banca asiatica di sviluppo quale creditore a lungo termine capace di attrarre capitali per investimenti in grandi infrastrutture in Eurasia e forse altrove. Queste tre banche pubbliche nacquero con il trattato di Bretton Woods, negli Stati Uniti, nel dopoguerra, e tutte sono controllate strettamente da Washington a vantaggio del dollaro e dei suoi interessi. Ora la Cina non agisce furtivamente alle spalle dei cari amici di Washington. Nel 2010 Cina, Brasile e altri Paesi in via di rapido sviluppo si accordarono sulla riforma del Fondo monetario internazionale, raddoppiando i fondi a disposizione del FMI in cambio di un maggior peso di Paesi come Cina, Russia, India, Brasile ed altre economie neanche esistenti nel 1944 per dimensione economica relativa. La proposta ebbe il 77% dei voti di tutti i Paesi membri del FMI. La riforma del 2010 sul diritto di voto del FMI prevedeva che la Cina divenisse il terzo maggiore Paese membro del FMI, e che quattro economie emergenti: Brasile, Cina, India e Russia, fossero tra i 10 maggiori azionisti del Fondo. In base alle norme attuali, Washington detiene opportunamente il diritto di veto pari al 16,75%. Gli stretti alleati geopolitici degli statunitensi, Giappone con il 6,23%, Regno Unito e Francia ciascuno con il 4,29% e Germania con il 5,81%, assicurerebbero che la politica del FMI in ogni campo sia “amichevole” agli interessi nazionali statunitensi.
Cina, Russia, India, Brasile e altre economie in rapida emersione trovano manifestamente assurdo che i diritti di voto di oggi, al consiglio esecutivo del FMI, diano alla Francia, con un PIL di 3000 miliardi di dollari, di gran lunga più voti alla Cina con un PIL di oltre tre volte, 10 trilioni di dollari, o dia al Belgio (1,86%), con un PIL di 500 miliardi di dollari, una quota di voto maggiore del Brasile (1,72%), dal PIL quattro volte maggiore di 2200 miliardi di dollari. Secondo gli statuti del FMI, i diritti di voto di un Paese membro dovrebbero essere proporzionali al PIL relativo tra i 147 Paesi membri del FMI. Quando Washington elaborò lo statuto del FMI nel 1944, decise comodamente che nessuna decisione importante del FMI entrasse in vigore a meno che non ricevesse l’85% dei voti dei membri. Washington agisce da pit bull del vecchio statuto in cui gli USA hanno diritto di veto. Il Congresso degli Stati Uniti si rifiuta di far passare le riforme del FMI e di superare l’impasse. Un modo di spingere la Cina e gli altri Paesi in rapida crescita dei BRICS a cercare oltre FMI e Banca mondiale e costruire una nuova architettura. L’AIIB oggi appare rapidamente al centro della nuova architettura globale emergente. Piuttosto che cercare d’influenzare il nuovo AIIB dall’interno, Washington ha scelto una tattica che gli è costata un’enorme ed umiliante sconfitta geopolitica, e che probabilmente escluderà le società statunitensi da lucrosi contratti di costruzione. La politica estera di Obama, come di George W. Bush, è gestita da un branco di neo-con incapaci di una risposta flessibile. Per loro tutto ciò che la Cina fa è “cattivo” e deve essere contrastato con tutti i mezzi dagli USA. La Cina per questa gente di Washington è l’emergente potenza militare sfidante globale, così Obama impone la strategia militare del “Pivot in Asia” per circondare e assaltare Pechino. L’influenza economica e finanziaria della Cina minaccia il sistema del dollaro tanto che deve opporvisi. I BRICS rischiano di sottrarre dal controllo di Washington gli Stati vassalli, quindi gli Stati dei BRICS devono subire “una lezione”, mentre Washington ha recentemente tentato, con la consueta rivoluzione colorata, di organizzare proteste dell’opposizione contro la presidentessa pro-BRICS Dilma Rousseff, nella speranza d’installarvi un liberista filo-USA. Il problema per Washington è che niente di tutto ciò funziona come una volta. E Washington vede i suoi “alleati” più vicini abbandonarla per aderire all’AIIB della Cina. Viene in mente la dichiarazione del primo ministro inglese Lord Palmerston, “l’Inghilterra non ha amici, ma solo interessi“.

La nuova architettura emergente
001ec949c22b15317d4a06 Non solo Russia, Brasile e India,sono tra i fondatori dell’AIIB, quattro dei cinque Paesi BRICS, ma anche Australia, Nuova Zelanda, Indonesia, Pakistan, Filippine, Vietnam, Paesi che l’amministrazione Obama cerca di fare aderire militarmente al Pivot in Asia contro la Cina, hanno deciso di aderire alla nuova banca della Cina. Anche Taiwan ha chiesto di aderirvi come Taipei. E un altro colpo devastante per l’immagine di Washington e, forse, per il futuro del suo dominio nel FMI e Banca mondiale, è il fatto che cinque delle sette maggiori potenze industriali occidentali: Italia, Francia, Germania, Regno Unito e anche in Giappone, probabilmente vi aderiranno. In tutto oltre quaranta nazioni hanno chiesto di diventarne membri fondatori. “Il denaro parla e nessuno cammina”, come diceva il folle jingle radiofonico trasmesso negli anni ’60 in dal DJ rock Charlie Greer sulla popolare stazione radio WABC Top 40 di New York, per pubblicizzare il negozio di abbigliamento Dennison. La Cina ha i soldi, e nessuno, tranne gli Stati Uniti, sembra tenersene lontano. La corsa per aderire all’Asian Infrastructure Investment Bank della Cina da parte di tutti i maggiori Paesi dell’UE realizza l’idea che Asia ed Eurasia creeranno o distruggeranno il futuro economico del pianeta. Le economie di Stati Uniti e Canada soffocano sotto debiti inesigibili, infrastrutture marcescenti e arrugginite città fantasma industriali come Detroit o Pittsburgh. Gli USA non sono più il magnete commerciale che attrae tutti gli altri. Il Paese è devastato e i dati economici del governo sono una raccolta di menzogne: il suo vero tasso di disoccupazione è al 23,2%, a livelli da Grande Depressione, secondo le statistiche oscurate dal governo di John Williams.
La Cina è nella posizione cruciale di fondare una nuova banca per finanziare grandi infrastrutture transnazionali come la ferrovia ad alta velocità trans-eurasiatica della Nuova Via della Seta a cui la Russia si collega. Emergeranno grandi richieste per la costruzione di infrastrutture per l’energia elettrica ed autostrade in tutta l’Eurasia e l’Asia. Infrastrutture economiche sono allo studio per collegare la Corea del Sud alla grande economia cinese attraverso la Corea democratica. Il gap infrastrutturale in Asia ed Eurasia è sufficiente per stimolare la crescita industriale globale per decenni. L’Asian Development Bank (ADB) stima che l’Asia avrà bisogno di 8000 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per energia, trasporti, telecomunicazioni, acqua ed igiene. Ora gli investimenti privati nelle infrastrutture arrivano a soli 13 miliardi di dollari l’anno, la maggior parte per progetti a basso rischio. L’aiuto pubblico allo sviluppo aggiunge altri 11 miliardi di dollari l’anno. Ciò significa un deficit superiore a 700 miliardi di dollari l’anno. Rifiutando di aderirvi e cercando di fermare l’AIIB, Washington in effetti contrasta gli investimenti regionali asiatici che espanderanno il commercio, sostenendo lo sviluppo dei mercati finanziari e la stabilità macroeconomica, migliorando le condizioni sociali, ambientali e sanitarie. Invece Washington ha da offrire solo la sciocca Trans-Pacific Partnership, un accordo di libero scambio favorevole agli USA per consentire a Monsanto e altre aziende statunitensi d’ignorare le leggi nazionali asiatiche nel perseguimento del profitto. Il fatto stesso che l’AIIB abbia raccolto tale supporto in tutto il mondo dimostra l’impotenza delle istituzioni di Bretton Woods, Banca Mondiale, FMI e Banca asiatica di sviluppo, dominate dagli USA.

E la nuova Banca dei BRICS
L’Asian Infrastructure Investment Bank non è l’unica nuova iniziativa delle economie emergenti del mondo. Al summit dei BRICS a Fortaleza, in Brasile, nel 2014, i cinque capi di Stato dichiararono senza mezzi termini, “siamo delusi e seriamente interessati dall’attuale mancata attuazione delle riforme del Fondo Monetario Internazionale del 2010, incidendo negativamente su legittimità, credibilità ed efficacia del FMI“. Collettivamente, i BRICS rappresentano 16000 miliardi dollari di PIL e il 40% della popolazione mondiale, nulla da poter alla leggera trascurare come gruppo di repubbliche delle banane, come certi politici a Washington evidentemente ancora pensano. Non fanno visite oculistiche dal 1944 a quanto pare. La Nuova Banca di Sviluppo, come viene formalmente chiamata, o informalmente Banca di sviluppo dei BRICS, avrà sede a Shanghai, centro finanziario mondiale in rapida espansione in Cina. Si aprirà al business con 100 miliardi di dollari di riserva liquida in dollari, per difendersi da eventuali guerre valutarie come quelle che Washington e Wall Street lanciarono nel 1997 per distruggere le economie delle tigri asiatiche, allora nel boom guidato da Corea del Sud, Malaysia e Indonesia. La nuova banca avrà anche un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari, a cui ogni Paese BRICS contribuisce con 10 miliardi, con l’opzione per arrivare a 100 miliardi per finanziare i progetti infrastrutturali dei BRICS. La Carta della NBS specifica che l’adesione sarà aperta a tutti gli Stati delle Nazioni Unite. Tuttavia, e ciò è fondamentale, il capitale sociale dei cinque fondatori dei BRICS non dovrà mai scendere al di sotto del 55 per cento, e un membro non-fondatore non potrà mai andare oltre il 7 per cento. In breve, la banca BRICS sarà gestita dai governi che condividono profonda insoddisfazione verso le istituzioni di Bretton Woods controllate da Washington. La combinazione delle due nuove banche infrastrutturali rappresenta la maggiore minaccia al sistema del dollaro statunitense e al suo controllo dei flussi finanziari mondiali dal 1944. Questa minaccia guida l’agenda estera allo sbando di Washington. Pace e cooperazione sono molto più utili per risolvere le questioni tra nazioni civili.

600x458F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il fascino discreto dell’AIIB cinese

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 8 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraasianbank4-wb2Le motivazioni che operano nella mente cinese, mentre avanza l’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB), continuano ad essere argomento di discussioni animate. Diverse interpretazioni sono possibili, ve n’è una gamma incredibile. E’ un obiettivo a senso unico o ce ne sono altri? Sono prevalse considerazioni economiche o, come nella buona economia, la politica non può esserne separata? L’iniziativa dell’AIIB è un’altra manifestazione “assertiva” della Cina o un vero e proprio esempio di cooperazione “piena”? L’AIIB è una lama puntata al cuore del sistema di Bretton Woods? La Cina distrugge o crea? L’AIIB è una sfida strategica all’egemonia globale degli Stati Uniti? La Cina spera di governare il mondo con il potere del denaro, non importa quanto sia grande la superiorità militare degli Stati Uniti? Queste sono tutte domande plausibili, e la risposta ad ognuna di esse non può bastare a spiegare i calcoli della Cina sull’AIIB. Nel frattempo, un’altra domanda si pone: Pechino ha deciso la rotta e l’AIIB viene implementata secondo un copione prestabilito; o la Cina improvvisa e si sintonizza sull’iniziativa mentre l’AIIB salta fuori dai progetti imponendosi e ampliandosi ben oltre le aspettative di Pechino, anche in parti del mondo considerate improbabili? Un editoriale sul New York Times del noto accademico, autore e studioso della Cina presso la Johns Hopkins, Ho-Fung Hung, traccia un’interpretazione romanzesca sorprendente per la semplicità e accattivante freschezza, cioè che iniziative multilaterali come AIIB e Banca dei BRICS in realtà implichino “un vincolo auto-imposto” dalla Cina verso le “iniziative bilaterali aggressive” (dai successi irregolari) che la Cina aveva perseguito finora, e che base del cambiamento dell’approccio essenzialmente sia la necessità di adottare una via alternativa per proficui investimenti all’estero da parte del massiccio fondo sovrano accumulato, cercando “di coprirli e legittimarli con la partecipazione di altri Paesi“. A sostegno di ciò, il viceministro delle finanze cinese Shi Yaobin avrebbe detto che Pechino è consapevole che “la quota di ogni aderente” di potere decisionale nella nuova AIIB, “diminuirà proporzionalmente al progressivo aumento dei Paesi aderenti“, cioè la Cina consapevolmente si tarpa deliberatamente le ali nell’ambito decisionale dell’AIIB. (NYT) Certo, c’è il merito nell’argomento. E’ inconcepibile che Paesi come Gran Bretagna, Francia o Germania vogliano essere membri fondatori dell’AIIB senza la speranza di potervi decidere le politiche di gestione e prestito. Vi sono segnalazioni secondo cui la Cina ha fatto un buon lavoro persuadendo le influenti potenze europee a collaborare al progetto AIIB garantendo che Pechino è disposta a concedere diffusi poteri decisionali e che lo spirito ‘win-win’ vi prevarrà. Dovremo aspettare giugno, quando la carta dell’AIIB sarà pronta, per una decisione definitiva. Ma il fatto che la Cina dimostri spirito democratico, coinvolgendo i soci fondatori in discussioni attive, è un segno positivo. Nel frattempo, è possibile trarre già alcune conclusioni politiche.
A dire il vero, l’AIIB è un colpo da maestro della Cina dal punto di vista politico e diplomatico. Un vantaggio minimo irriducibile per la Cina che in qualche modo intacca l’immagine di crescente potenza “assertiva” nella regione asiatica. In questo senso, la strategia del “pivot in Asia” degli Stati Uniti, volta a contene la Cina, viene messa sulla difensiva. L’AIIB rende il progetto Trans-Pacific Partnership degli USA (che esclude la Cina) ancora più inane. Secondo indicazioni, c’è la buona possibilità che il Giappone possa finalmente decidere di entrare nell’AIIB. Se accadesse, gli Stati Uniti rimarrebbero senza alternativa se non associarsi all’AIIB attraverso una formula che ne salvi la faccia (e che la Cina potrebbe facilmente accettare). In secondo luogo, vi è stata l’ernome “defezione” dei tradizionali alleati dagli Stati Uniti sul progetto AIIB, nonostante i robusti sforzi di Washington per impedire che ciò accadesse. Una cosa del genere non era mai accaduta prima nel mondo degli affari. Sicuramente, si va degradando l’influenza degli Stati Uniti sugli alleati europei. In terzo luogo, se la Cina dimostra come un sistema di governo democratizzato si possa combinare con politiche di prestiti non prescrittiva, diventa assai difficile rinviare ulteriormente la tanto necessaria riforma di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Infine, la saga dell’AIIB testimonia la tendenza, percettibile ultimamente, della Cina ad allontanarsi dal primato precedentemente assegnato in politica estera alle relazioni con gli USA. L’AIIB ‘punta’ ai Paesi in via di sviluppo e l’iniziativa “Belt and Road” si concentra su un’ampia rete di Paesi in via di sviluppo dell’Asia del sud-est, del sud e centrale, di Medio Oriente e Africa; in ogni caso, la Via della Seta risale a prima che Colombo scoprisse l’America.

the-straits-times-photo_20141106091109Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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