Colpo anti-italiano nella Libia in dissoluzione

Richard Galustian, Moon of Alabama

Il General National Accord (GNA) sostenuto dalle Nazioni Unite è arrivato a Tripoli più di una settimana fa, e gli eventi attuali puntano sempre più al colpo di Stato. Nel frattempo, il premier designato presso il GNA improvvisamente vola a Londra per una “visita privata”; momento strano per lasciare la Libia, no?

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Fayaz Saraj e Federica Mogherini

Ci sono conseguenze a Malta. La prima è che per la maggior parte delle sanzioni dell’UE previste nei confronti dei ‘nemici’ del GNA non sono un problema dato che né Abu Sahmayn (Congresso Nazionale Generale, o GNC, di Tripoli), né Aqila Salah (Camera dei Rappresentanti di Tobruq, o CdR) sono cittadini dell’Unione europea e neanche hanno granché all’estero, ma l’eccezione sembra essere Malta. Così le autorità maltesi si trovano a doversi trascinare dietro i voleri delle Nazioni Unite e dell’Unione europea nel trovargli i beni e quindi congelarli. Sapendo che ONU/UE li sbloccherebbero improvvisamente se questi due venissero intimiditi abbastanza per decidere di cooperare. Comunque Malta è in una posizione scomoda. Facciamo un passo indietro. Il GNA consisteva in una Presidenza del Consiglio di nove elementi guidata da un primo ministro scelto dalle Nazioni Unite, Fayaz Saraj, e con lo spazio aereo di Tripoli chiuso, furono trasportati nella capitale da una fregata italiana, trasferendosi poi in mare su un piccolo e arrugginito pattugliatore costiero libico per dare l’illusione che non fossero aiutati da potenze occidentali. Ma il GNA si era spezzato ancor prima che salisse a bordo della nave italiana, con due dei nove che bruscamente si dimettevano, accusando la dirigenza di essere troppo accondiscendente con le milizie di Tripoli e la loro opposizione al Generale Haftar, sempre a capo dell’esercito. Tuttavia, il cosiddetto GNA, o più correttamente Consiglio di Presidenza, ormai ridotto a sette, arrivava nella capitale scegliendo d’istituire l’ufficio nella base navale, l’unica parte della capitale giudicata al sicuro dalle milizie scorrazzanti.
Un colpo di Stato, in cui un piccolo numero di persone prende il controllo di uno Stato, può essere definito in molti modi. Da un lato un golpe può essere la presa di potere con la forza. Dall’altro, può essere l’usurpazione del potere senza violenze. La scorsa settimana s’è visto che in Libia è accaduto il secondo caso. A rafforzare tale realtà del colpo di Stato, 73 membri del parlamento di Tripoli, il GNC, accettavano questa settimana di ridenominarsi Consiglio di Stato, indicato dalle Nazioni Unite come parte del governo Saraj. Tuttavia, la maggior parte del 73 non fu eletta al GNC, come le regole delle Nazioni Unite prevedono, ma sono accoliti di Alba della Libia aggiunti al GNC dopo aver occupato Tripoli due anni fa. Ad aggravare la confusione, il Consiglio di Stato ha quindi modificato le regole delle Nazioni Unite, dichiarando di avere il diritto di auto-dichiarare valido il nuovo governo. Questo è un colpo di Stato, islamista, istigato dall’occidente.
Il CdR eletto a Tobruq, cui l’ONU insisteva accettasse il piano, è stato scartato. I funzionari delle Nazioni Unite erano arrabbiati vero il CdR che non votava a favore del piano e in effetti non l’ha neanche discusso nelle ultime settimane. Il fatto è che l’Accordo politico libico (LPA), il documento appoggiato dalle Nazioni Unite del 17 dicembre 2015, è stato strappato. Lo stesso per l’azione del LPA, secondo cui dei nuovi capi devono essere nominati per Libyan Investment Authority (LIA) e Central Bank of Libya (CBL), che detengono decine di miliardi di dollari di liquidità e beni all’estero. Invece, gli ex-capi, approvati da Alba della Libia, ne hanno il controllo. I grandi vincitori sono quindi i Fratelli musulmani, le varie fazioni di Misurata e Alba della Libia che, nonostante la sconfitta nelle elezioni del 2014, ora hanno un riconoscimento internazionale dalle potenze occidentali, e attraverso ciò il controllo di vaste risorse all’estero della Libia. Altri vincitori sono Abdalhaqim Belhadj e il capo della Fratellanza musulmana Ali Salabi, che hanno festeggiato con Martin Kobler a Istanbul, nei giorni scorsi. È anche una vittoria personale dell’inviato inglese in Libia Jonathan Powell, il principale mediatore dell’accordo che si vanta dei suoi stretti legami con la Fratellanza mussulmana. In una e-mail decisa, appena pubblicata, tra Sidney Blumenthal e Hillary Clinton, Powell scriveva della sua capacità di usare il suo successo nel negoziato tra IRA e governo inglese, venti anni fa, per porre fine alle campagne terroristiche. Powell inoltre si vantava che questo modello, utilizzato da numerosi Paesi attraverso ONG “insospettabili”, è praticabile dati i suoi stretti contatti, sostiene, con l’intelligence inglese. Un’asserzione molto dubbia. Ma la mancanza di trasparenza del processo in Libia, attira sempre più attenzione. Panamagate è in eruzione, evidenziando l’assenza di trasparenza sulle ricchezze nel mondo, ed è proprio tale assenza che Powell incoraggia in Libia.
La dissoluzione della Libia è imminente, lungo la frattura est-ovest, e l’ironia è che le potenze occidentali l’orchestrano. Sembra che il piano occidentale sulla Libia sia ora nella crisi finale.

Il laburista social-colonialista e filo-islamista Jonathan Powell

Il laburista social-colonialista e filo-islamista Jonathan Powell

Libia… prossimo disastro afgano del Regno Unito? Colonnello inglese avverte sulla ‘missione deviata’
Rinf 12 aprile 2016

ce32cc50-e105-11e5-98b2-952ea680dc16_1280x720I piani inglesi per inviare truppe in Libia potrebbero portare a un altro disastro afghano, secondo un ex-colonnello dell’esercito che ha guidato una missione “disastrosa” nello Stato nord-africano devastato dalla guerra, nel 2012. Il Tenente-Colonnello Rupert Wieloch ha detto al Telegraph che il coinvolgimento inglese comporta “il grave pericolo di una missione deviata“. La missione deviata, termine militare per una guerra che, per fattori politici o per una leadership inetta, devia dall’obiettivo strategico originale, è un’accusa regolarmente rivolta ai politici e capi militari inglesi che diressero la guerra nella provincia di Helmand in Afghanistan dal 2006. Come il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ammise di vedere la guerra libica quale suo “peggior errore” in carica. A marzo Obama avrebbe parlato privatamente del fallimento del conflitto, dicendo al premier del Regno Unito David Cameron che si trattava di uno “spettacolo di merda”.
Il governo inglese è bloccato dai rischi associati al dispiegamento di 1000 soldati nell’ambito di una brigata italiana, se e quando ci sarà un governo di unità. Wieloch ha detto che se qualcosa potesse portare alla pericolosa unificazione delle milizie in guerra, sarebbe “un grande intervento delle forze occidentali sul terreno“. Il piano con l’Italia alla guida avrebbe un effetto simile, ha detto, per il suo brutale passato coloniale in Libia. Le forze italiane commisero varie atrocità nel Paese, una delle più note fu la strage di Tripoli nel 1911, in cui circa 4000 civili furono uccisi da un vendicativo esercito italiano dopo una battaglia feroce contro le forze ottomane. Wieloch non si oppone all’intervento di forze musulmane, ma ha detto che l’uso di truppe italiane è fuori questione perché “i libici ricordano il regime fascista”. “Sarebbe molto forte la tentazione d’impegnarsi in cose diverse dall’addestramento, dalla risposta alle crisi o dalla sconfitta dello SIIL (Stato islamico)“, avvertiva il colonnello. “L’abbiamo già visto in varie operazioni”, ha detto, riferendosi alla guerra in Afghanistan. “E’ quindi molto facile per la popolazione locale non capire ciò che la comunità internazionale cerca di fare“, ha detto Wieloch. E’ “assolutamente così” che le truppe vengono trascinate nelle violenti dispute locali tra milizie.
Wieloch era comandante di una piccola missione militare inglese, brevemente responsabile della ricostruzione dopo la guerra aerea del 2011 che precipitò la Libia nell’anarchia. Parlando all’Express a marzo, ha detto che il gruppo non aveva budget, non ebbe alcuna lettera o medaglia, dovette acquistare l’attrezzatura e non fu nemmeno visitata da un alto ufficiale. Tuttavia, ne ha definito il ritiro nel 2012 “un errore disastroso”. Wieloch ha prestato servizio per oltre 20 anni nel Queen Royal Lancers, reggimento di cavalleria il cui trombettiere suonò la carica della Light Brigade in Crimea nel 1854.4d6ead10-0a6b-441d-ad59-c3d5585d83f6Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una ‘svolta’ in Libia

Alessandro Lattanzio, 11/4/2016

Fayaz al-Saraj e Federica Mogherini

Fayaz al-Saraj e Federica Mogherini

Il 7 marzo a Tripoli i colonnelli Umar Muhamad Duayhera, Abu Ghasim Amin Ali e Abdulhaqim Muftah Warafali, del Comitato temporaneo di sicurezza istituito per permettere al cosiddetto Governo di unità nazionale libico d’insediarsi nell’ex-capitale, venivano arrestati dalla RADA, la milizia islamista di Abdulrauf Qara, collaboratore di Abdalhaqim Balhadj. A Tobruq, i deputati del locale parlamento vicini al generale Haftar, come il componente del Consiglio della Presidenza Ali al-Qatrani, ed Umar al-Asuad, deputato di Zintan, si opponevano al riconoscimento del Governo di unità nazionale, accusando d’incompetenza il Consiglio della Presidenza (il governo) di Tobruq, nonostante l’inviato dell’ONU Martin Kobler invitasse il parlamento di Tobruq a votare a favore del nuovo governo nazionale. Il governo di unità nazionale, un volta insediato, avrebbe poteri di controllo su Banca Centrale, Libyan Investment Authority e National Oil Corporation, e si baserebbe sulla costituzione monarchica del 1963 e un Consiglio di Accordo Nazionale dedito al dialogo intra-libico. Compiti immediati del governo sarebbero “l’immediata cessazione delle ostilità in tutto il Paese, la lotta al terrorismo in tutte le sue forme e la soluzione al problema dell’immigrazione illegale in collaborazione con l’Unione Africana e l’UE”. Il capo della Fratellanza musulmana in Libia, Ali al-Salabi vicino a Qatar e Turchia, sostiene la formazione del Governo di unità nazionale, al contrario del generale Haftar, sostenuto dall’Egitto. Nella notte del 13 e 14 marzo, la Commissione presidenziale libica ordinava l’insediamento del “governo di unità nazionale” chiedendo alle istituzioni locali di giurarvi fedeltà, ed ordinando il trasferimento dalla Tunisia a Tripoli del nuovo governo, voluto da UE, USA e Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Nel frattempo, proprio in Tunisia, si svolgeva un attacco terroristico a Ben Gardan, il 7 e 8 marzo, attuato da 3 commando di 80 persone, di cui 68 provenienti da Sabratha, in Libia, che uccidevano 7 poliziotti e tredici civili. Il loro piano, secondo le tattiche applicate in Siria e Iraq, era occupare la città e proclamare l'”emirato islamico” nel sud della Tunisia. Nelle operazioni antiterrorismo furono eliminati 46 di tali terroristi e altri 7 furono arrestati. Tra di loro vi erano alcuni amnistiati dal governo della Fratellanza mussulmana in Tunisia, come Hasan Busbia, il capo dei commando, un terrorista recatosi in Libia nel 2013 per aderire allo SIIL, divenuto “giudice” dell'”emirato di Sabratha” e capo di un rete di contrabbando tra Libia e Tunisia. Dopo il bombardamento statunitense di Sabratha del 19 febbraio, Hasan Busbia rientrò in Tunisia stabilendosi a Ben Gardan. Nel frattempo, in Algeria un distaccamento della gendarmeria e dei militari neutralizzava, il 10 marzo, a Gamar, 16 km a nord-ovest di al-Uad, 3 terroristi su un fuoristrada che trasportava 6 sistemi missilistici antiaerei Stinger, 20 Kalashnikov, 3 lanciarazzi RPG-7, 2 mitragliatrici RPK, 2 fucili da cecchini, 2 pistole automatiche, 16 razzi RPG-7, 4 bombe a mano, 2 cinture esplosive, 383 proiettili di vario calibro, 97 caricatori, 2 dispositivi GPS, binocoli e telefoni cellulari. I terroristi erano attivi da diverse settimane nella regione di Uad Suf, al confine con la Tunisia, e probabilmente provenivano dalla Libia.
Khalifa-Ghwell-300x225Il 30 marzo, il capo del governo di unità nazionale della Libia, nominato dalle Nazioni Unite, Fayaz al-Saraj, arrivava a Tripoli assieme da alcuni membri del Consiglio di Presidenza. “Oggi, da Tripoli, capitale di tutti i libici, iniziamo a lavorare“, affermava il vicepresidente Ahmad Maytig. L’arrivo di Saraj fu accolto dall’Unione Europea come “opportunità unica per conciliarsi” e dalle Nazioni Unite come “passo importante per la transizione democratica in Libia“. A sua volta, il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault affermava, “Questo è un traguardo importante, sappiamo che ci sono molti ostacoli sulla via di questo governo. L’Unione europea ha deciso d’imporre sanzioni a coloro che lavorano per ritardare l’inaugurazione del governo e minacciano unità, sicurezza e stabilità della Libia e dei suoi vicini“. Ma il capo del governo islamista Qalifa al-Ghwayl definiva “illegale” il governo di Saraj invitandolo a “lasciare” Tripoli. Il governo di unità fu istituito dall’accordo firmato nel dicembre 2015 in Marocco, promosso dalle Nazioni Unite. Comunque, il 31 marzo Saraj arrivava a Tripoli su una nave, dopo che al-Ghwayl gli aveva interdetto l’aeroporto di Mitiga, controllato dal RADA di Qara, uomo di Belhadj. Saraj perciò s’insediava nella base navale Abu Sitha, a Tripoli, mentre le milizie islamiste di Misurata, capeggiate da Salah Badi, manifestavano all’inizio contro Saraj, con il supporto del terrorista islamo-atlantista Abdalhaqim Belhadj. A sua volta, Saraj incassava l’appoggio della banca centrale e della National Oil Company. Anche “un’unità militare libica di Misurata ha dichiarato il suo sostegno al nuovo governo. I suoi combattenti sono al soldo del governo italiano e proteggono gli impianti di estrazione del petrolio della compagnia petrolifera ENI in Libia occidentale”. Dei 32 ministri del nuovo governo di Saraj, quattro erano fondamentalisti islamici aderenti ai Fratelli musulmani o al Gruppo combattente islamico libico (LIFG) proprio di Belhadj, che a sua volta aveva incontrato il negoziatore delle Nazioni Unite Martin Kobler in Turchia, per trattare sulla formazione del nuovo governo. USA, UE, Italia, Germania, Francia e Regno Unito salutavano l’insediamento del governo di Saraj quale “unico rappresentante legittimo della Libia“, ed imponevano sanzioni ai politici libici contrari, come al-Ghwayl, come divieto di recarsi nell’UE e congelamento dei conti bancari europei. Il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayraul affermava: “Dobbiamo essere pronti a reagire se il governo di unità di Fayiz Saraj chiedesse aiuto, se necessario, sul fronte militare“, mentre
il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni chiedeva a tutte le forze libiche di riconoscere rapidamente il nuovo governo, minacciando che la “comunità internazionale” interverrebbe con attacchi militari; in ciò sostenuto dalla presidentessa del Parlamento italiano Laura Boldrini. Nel frattempo, al vertice sulla sicurezza nucleare a Washington, il presidente Barack Obama dichiarava al premier Renzi di essere a favore dell’intervento militare per “rafforzare la struttura” dello Stato libico, mentre il Giornale scriveva che l’Italia dovrà svolgere un ruolo di primo piano in Libia, e sul Corriere della Sera l’ambasciatore statunitense John Phillips invocava il dispiegamento di 5000 soldati italiani perché, “La Libia è una priorità assoluta per l’Italia, ed è anche molto importante per noi. È importante che l’Italia assuma la guida di un’azione internazionale“._83308707_libya_strikes_624v2Note
Global Research
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RussiaToday
Tunisie Secret

Le e-mail di Clinton, l’attentato a Bengasi finanziato dai sauditi

William Reynolds Medium Zerohedgec2cQualcosa è passato inosservato nel chiacchiericcio sull’inchiesta per le e-mail di Hillary Clinton, è il contenuto delle fughe originali che avviavano l’indagine. Nel marzo 2013, un hacker rumeno che si fa chiamare Guccifer, hackerava l’account AOL di Sidney Blumenthal e passava a RussiaToday quattro e-mail contenenti l’intelligence sulla Libia che Blumenthal inviò a Hillary Clinton. Per coloro che non hanno seguito questa storia, Sidney Blumenthal è un vecchio amico e consigliere della famiglia Clinton, che in veste non ufficiale inviò molti “memo d’intelligence” a Hillary Clinton durante il suo mandato a segretaria di Stato. Originariamente apparse su RT.com con font Comic Sans su sfondo rosa, con la lettera “G” maldestramente disegnata in filigrana, nessuno prese queste e-mail sul serio quando uscirono nel 2013. Ora, però, possiamo confrontare queste fughe con le e-mail che il dipartimento di Stato ha pubblicato. I primi tre messaggi di posta elettronica, passate a Russia Today, di Blumenthal a Clinton, appaiono parola per parola nei comunicati del dipartimento di Stato. Della prima e-mail, Clinton chiese fosse stampata e inoltrata al vicecapo staff Jake Sullivan. Della seconda e-mail Clinton la descriveva come “intuizione utile” e l’inoltrava a Jake Sullivan chiedendogli di farla circolare. La terza e-mail fu sempre trasmessa a Jake Sullivan. La quarta non appare nelle registrazioni del dipartimento di Stato. L’e-mail mancante è del 16 febbraio 2013, ed appare solo nella fuga originale, ed affermava che le agenzie d’intelligence francesi e libiche avevano prove che gli attacchi ad In Amenas e Bengasi furono finanziati da “islamisti sunniti dell’Arabia Saudita”. Ciò sembrava una stravagante affermazione, e come tale fu segnalata solo dai cospirazionisti. Ora, però, c’è la prova che le altre tre e-mail trapelate rientravano nella corrispondenza tra Blumenthal e Clinton che non solo la leggeva, ma pensava bene di fral circolare nel dipartimento di Stato. Guccifer parla inglese e la maggior parte dei suoi scritti è costituita da cospirazionismo sconnesso, ed è improbabile che possa falsificare tale briefing d’intelligence in modo convincente. Ciò significa che abbiamo un’e-mail da un consulente di fiducia di Clinton che sostiene che i sauditi finanziarono l’attacco di Bengasi, e non solo a ciò non seguì nulla, ma non c’è alcuna registrazione di tale e-mail, fatta eccezione la fuga presso Russia Today.
Perché questa e-mail manca? In un primo momento si pensava che ci fosse una sorta di cover up, ma è molto più semplice. L’e-mail in questione fu inviata dopo il 1° febbraio 2013, quando John Kerry divenne segretario di Stato, quindi non rientrava nel periodo indagato. Nessuno cercava una copia di questa e-mail. Dato che Clinton non era segretaria di Stato, il 16 febbraio, non era suo compito seguirla. Quindi cerchiamo di dimenticare per un minuto le implicazioni legali sulle indagini delle e-mail. Come è possibile che a tale rivelazione sull’Arabia Saudita resa pubblica con una fuga, e rivelatasi autentica, nessuno sembra badarci? Chiaramente Sidney Blumenthal era affidabile per Hillary Clinton. Due mesi prima, la segretaria Clinton trovò le sue intuizioni abbastanza preziose da condividerle con l’intero dipartimento di Stato. Ma due settimane dopo la fine del mandato a segretaria di Stato, ricevette un’e-mail che sosteneva che l’Arabia Saudita finanziò l’assassinio di un ambasciatore statunitense, e chiaramente non fece nulla di queste informazioni. Anche il non averle consegnate alla Commissione che indaga sugli attacchi di Bengasi, non sarebbe rilevante? Non doveva cedere volontariamente queste informazioni? E perché i repubblicani apparentemente così preoccupati per gli attacchi di Bengasi, non posero domande sul coinvolgimento saudita? Forse la segretaria Clinton non disse a nessuno ciò che sapeva del presunto coinvolgimento saudita negli attentati, perché non voleva mettere in pericolo i milioni di dollari in donazioni saudite per la Fondazione Clinton? Questi sono esattamente il tipo di conflitti che gli standard etici dovrebbero impedire.

Blumenthal e Clinton

Blumenthal e Clinton

Un’altra e-mail mancante salta fuori
Guccifer scoprì qualcosa di diverso nel suo pirataggio, ma che non poteva essere verificato finché l’ultimo dei messaggi di posta elettronica non fu pubblicato dal dipartimento di Stato la scorsa settimana. Oltre alle quattro e-mail rese pubbliche, trapelò anche uno screenshot della posta in arrivo su AOL di Sidney Blumenthal. Se s’incrociano questo screenshot con le e-mail di Blumenthal rese pubbliche dal dipartimento di Stato, si vede che l’e-mail con oggetto “H: ultime sulla sicurezza in Libia. Sid”, appare assente dalle e-mail del dipartimento di Stato. Questa e-mail certamente sarebbe richiesta nell’ambito delle indagini, essendo stata inviata prima del 1° febbraio e riferendosi chiaramente alla Libia. Il fatto che non sia presente suggerisce due possibilità:
– Il dipartimento di Stato ha una copia di questa e-mail, ma la ritiene top secret e troppo sensibile da pubblicare, anche in forma censurata. Ciò indicherebbe che Sidney Blumenthal inviò informazioni altamente riservate dal suo account AOL alla segretaria Clinton con un server per e-mail privato, nonostante non abbia mai avuto nemmeno il nulla osta di sicurezza per riferire di tali informazioni sensibili, innanzitutto. Se questo scenario spiega perché l’e-mail non è presente, i materiali classificati furono gestiti male.
– Il dipartimento di Stato non ha una copia, e questa e-mail fu cancellata da Clinton e Blumenthal prima di scambiarsi altre e-mail citate dagli investigatori, e ciò sarebbe considerata distruzione di prove e spergiuro ai funzionari federali. Ciò spiegherebbe anche il motivo per cui il server privato clintonemail.com fu creato. Se Blumenthal inviava periodicamente informazioni altamente sensibili anche se tecnicamente “non classificate” dal suo acconto AOL, all’indirizzo e-mail ufficiale governativo di Clinton, avrebbe potuto essere svelato con una richiesta FOIA. E’ già chiaro che Hillary Clinton cancellò 15 e-mail di Sidney Blumenthal, e tale discrepanza fu scoperta quando le e-mail di Blumenthal furono citate, anche se un funzionario del dipartimento di Stato afferma che alcuno di questi 15 messaggi di posta elettronica recasse informazioni sull’attacco di Bengasi. Sembrerebbe dal testo oggetto che tali e-mail invece l’avessero. Ma sono assenti dal registro pubblico.
In uno di tali scenari, Clinton e i suoi più stretti collaboratori violarono la legge federale. Nell’interpretazione più generosa queste e-mail furono semplicemente delle voci che Blumenthal sentì e inoltrò, senza richiesta, a Clinton, ma non avrebbe alcun senso che sparissero. Non sarebbero state classificate se fossero state solo aria fritta, e certamente non sarebbero state cancellate sia da Blumenthal che da Clinton rischiando di commettere un crimine. Nell’interpretazione meno generosa di questi fatti, Sidney Blumenthal e Hillary Clinton cospirarono per coprire un alleato degli Stati Uniti che finanziò l’assassinio di uno dei loro diplomatici in Libia.1 03SH0MPref0uZ_iEntJJoQ.jpeg

1 vX_WOY1V9u2iO69W4-cz0AUn gran giurì è probabilmente stato già riunito
Dopo che le ultime e-mail furono pubblicate dal dipartimento di Stato il 29 febbraio (2016), fu segnalato la scorsa settimana che: “un membro del personale IT di Clinton che gestiva il server di posta elettronica, Bryan Pagliano, ha avuto l’immunità da un giudice federale, suggerendo che testimonierà al gran giurì sulle prove a cui si riferisce l’indagine, portando a un’incriminazione. Finora, Pagliano aveva supplicato il quinto (emendamento) rifiutandosi di collaborare all’inchiesta“. L’hacker Guccifer (Marcel Lazar Lehel), padre di un bambino di 18 mesi, ha avuto concesso l’ordine di estradizione temporanea negli Stati Uniti da un tribunale rumeno, nonostante fosse stato incriminato dagli Stati Uniti nel 2014. Guccifer sarà estradato per testimoniare alla giuria che lo screenshot dell’e-mail assente è autentico? La procuratrice generale Loretta Lynch è stata intervistata da Bret Baier e non avrebbe risposto se un gran giurì sia stato convocato. Se non lo fosse, avrebbe potuto dirlo, ma se un gran giurì si riunisce per discutere le prove, non avrebbe legalmente il permesso di commentarlo. Tale scandalo può far saltare la campagna di Clinton per le elezioni presidenziali. Se Hillary Clinton ha veramente a cuore il futuro del Paese e del partito democratico, si dimetta ora mentre c’è ancora tempo per nominare un altro candidato. Non è una cospirazione di destra, ma si tratta del mancato rispetto di uno dei nostri più alti funzionari governativi delle leggi che preservano la trasparenza del governo e la sicurezza nazionale. E’ tempo di chiedere alla segretaria Clinton di dire la verità e fare la cosa giusta. Se il governo degli Stati Uniti davvero prepara una causa contro Hillary Clinton, non possiamo aspettare finché sarà troppo tardi.

Guccifer

Guccifer

Hillary Clinton è la vecchia pazza guerrafondaia che ha acceso i sogni bagnati dei nazipiddini.

Hillary Clinton è la vecchia pazza guerrafondaia che ha acceso i sogni bagnati dei nazipiddini.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama si confessa sulla Libia: ‘Spettacolo di merda’

Estratto dall’intervista di The Atlantic

Barack Obana, Susan Rice, John Kerry e Joe Biden

Barack Obama, Susan Rice, John Kerry e Joe Biden

(…) Ma ciò che sigla la visione fatalistica di Obama è il fallimento dell’intervento della sua amministrazione in Libia nel 2011. Questo intervento aveva lo scopo di evitare che l’allora dittatore del Paese, Muammar Gheddafi, massacrasse gli abitanti di Bengasi, come minacciava. Obama non voleva immischiarsi; fu consigliato da Joe Biden e dal segretario alla Difesa uscente Robert Gates, tra gli altri, a starne alla larga. Ma una forte fazione nella sicurezza nazionale, la segretaria di Stato Hillary Clinton e Susan Rice, allora ambasciatrice alle Nazioni Unite, insieme a Samantha Power, Ben Rhodes e Antony Blinken, allora consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, spinsero duramente a proteggere Bengasi, prevalendo. (Biden è aspro nel giudicare la politica estera di Clinton, dicendo in privato, “Hillary vuole solo essere Golda Meir”). Le bombe statunitensi furono sganciate e la gente di Bengasi fu risparmiata da ciò che poteva, o non poteva, essere un massacro, e Gheddafi fu catturato e giustiziato. Ma Obama dice oggi che l’intervento, “Non ha funzionato”. Gli Stati Uniti, crede, pianificarono l’operazione in Libia con attenzione, eppure il Paese è ancora un disastro. Perché, dato da ciò che sembra la naturale reticenza del presidente a un maggiore coinvolgimento militare dove la sicurezza nazionale statunitense non sia direttamente in gioco, accettò la raccomandazione dei consiglieri più attivisti d’intervenire? “L’ordine sociale in Libia si è spezzato”, aveva detto Obama spiegando il suo pensiero al momento. “C’erano proteste di massa contro Gheddafi. Divisioni tribali in Libia. Bengasi era il fulcro dell’opposizione al regime. E Gheddafi aveva inviato l’esercito verso Bengasi, dicendo, ‘Li stermineremo come topi’. “Ora, l’opzione era non fare nulla, e c’erano alcuni nella mia amministrazione che dissero, per tragico che fosse la situazione libica, non era un nostro problema. La vidi come cosa che sarebbe stata un nostro problema se, in realtà, caos e guerra civile scoppiavano in Libia. Ma non era così importante per degli interessi degli Stati Uniti da permetterci di colpire unilateralmente il regime di Gheddafi. A quel punto c’erano l’Europa e numerosi Paesi del Golfo che disprezzavano Gheddafi o erano preoccupati per motivi umanitari, che chiedono l’azione. Ma come al solito negli ultimi decenni in queste circostanze, c’è chi ci spingeva ad agire per poi mostrare assenza di volontà nel mettere la pelle nel gioco”.
“Banditi?” intervengo.
“Banditi”, disse continuando. “Allora, dissi a quel punto che dovevamo agire nell’ambito di una coalizione internazionale. Ma poiché questo non era al centro dei nostri interessi, dovevamo avere un mandato delle Nazioni Unite; che i Paesi europei e del Golfo fossero attivamente coinvolti nella coalizione; attuare la forza militare che solo noi abbiamo, ma ci aspettiamo che gli altri sopportassero la loro parte. E lavorammo con le nostri squadre della difesa per assicurarci una strategia senza inviare truppe e un impegno militare a lungo termine in Libia. “Così effettivamente attuammo il piano come avrei potuto aspettarmi: ottenemmo il mandato delle Nazioni Unite, costruimmo una coalizione costatatici 1 miliardo di dollaro, che per le operazioni militari fu molto a buon mercato. Impedimmo un gran numero di vittime, impedimmo quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinoso. E nonostante tutto questo, la Libia è un casino”. Casino è il termine diplomatico del presidente; privatamente, chiama la Libia “spettacolo di merda”, in parte perché è diventata il santuario dello SIIL già colpito da attacchi aerei. E’ diventato uno spettacolo di merda, pensa Obama, per ragioni che avevano poco a che fare con l’incompetenza statunitense e più con la passività degli alleati e la forza ostinata del tribalismo. “Quando mi volto indietro e mi chiedo cosa è andato storto”, aveva detto Obama, “c’è spazio per le critiche perché avevo più fiducia nei cittadini europei, data la vicinanza della Libia, che si occupassero del seguito”. Osservava che Nicolas Sarkozy, il presidente francese, perse la carica l’anno successivo. E disse che il primo ministro inglese David Cameron smise solo d’interessarsene, “distraendosi con varia altre cose”. Della Francia diceva, “Sarkozy si vantava della propria partecipazione nell’operazione aerea, nonostante avessimo spazzato via tutte le difese aeree configurando essenzialmente l’intera infrastruttura per l’intervento”. Questa vanteria andava bene, secondo Obama, perché permise agli Stati Uniti di “coinvolgere la Francia in modo meno costoso e meno rischioso per noi”. In altre parole, dando credito supplementare alla Francia in cambio di meno rischi e costi per gli Stati Uniti, fece uno scambio utile, tranne che “dal punto di vista di molta gente addetta alla politica estera, che pensava fosse terribile. Se abbiamo intenzione di fare qualcosa, ovviamente, dovevamo farci avanti e nessun altro deve condividere i riflettori”. Obama accusava anche le dinamiche libiche interne. “Il grado di divisione tribale in Libia era maggiore di quanto avevano previsto i nostro analisti. E la nostra capacità di avervi una qualsiasi struttura per poter interagire, avviare la formazione e iniziare a fornire le risorse fu distrutta assai rapidamente”. La Libia gli ha dimostrato che il Medio Oriente era meglio evitarlo. “Non c’è modo d’impegnarsi a governare Medio Oriente e Nord Africa”, aveva detto di recente a un ex-collega del Senato. “Sarebbe un errore fondamentale”.

Samantha Power, John Kerry e Barack

Samantha Power, John Kerry e Barack Obama

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “primavera araba” e la seduzione della sinistra occidentale

Donnchadh Mac an Ghoill, Zero Anthropology, 26 agosto 2013

I 'giovani democratici libici', vezzeggiati dalla sinisteria anche italiana (si pensi all'infermierina islamista Gino Strada e a un Paolo Ferrero che a tutt'oggi rivendica l'annientamento della Jamahiriya Libica), applicano la sofisticata metodologia democratica appresa nei salotti di Langley e Ryiadh.

I ‘giovani democratici libici’, vezzeggiati dalla sinistreria anche italiana (si pensi all’infermierina islamista Gino Strada e a un Paolo Ferrero che a tutt’oggi rivendica l’annientamento della Jamahiriya Libica), applicano la sofisticata metodologia democratica appresa nei salotti di Langley e Ryiadh.

Hosni Mubaraq è stato rilasciato dal carcere, l’esercito egiziano è tornato al potere, e questa volta con il supporto della maggior parte degli egiziani che non potevano più sopportare il caos inflittogli dal governo dei Fratelli musulmani. In Siria, i Fratelli musulmani ed alleati sono in piena ritirata, il governo di Bashar al-Assad ha vinto la battaglia per i cuori e le menti del popolo siriano. William Hague e gli altri ladri hanno cestinato i pretesti per “entrare” e salvare i loro terroristi settari. Mentre scrivo, un incidente sospettosamente comodo, possibilmente con armi chimiche, svela il trucco. In Tunisia il regime della Fratellanza affronta la rivolta popolare e la Libia è nel caos più totale. Le proteste in Bahrayn continuano ad essere violentemente schiacciate dalla dittatura fantoccio degli Stati Uniti. In breve, la vita della gente comune è incommensurabilmente peggiore oggi rispetto a prima della cosiddetta “primavera araba” nel dicembre 2010. Tutti i discorsi sulla “rivoluzione” si dimostrano le sciocchezza che sono sempre stati. In alcun luogo ciò è più vero che in Libia dove la classe operaia è stata spogliata di ogni potere e protezione, e il potere è ritornato nelle mani della classe compradora di Bengasi, che comandava durante il regno di re Idris. Non fu una rivoluzione, ma una restaurazione con la bandiera monarchica contro-rivoluzionaria e la potenza di fuoco degli eserciti imperialisti occidentali, chiarendo il punto anche ai più volutamente ottusi. Il fallimento dei movimenti contro la guerra nel fermare la guerra non è una novità. Non c’è mai stato un movimento di protesta che fermasse una guerra. Anche la guerra del Vietnam, che generò proteste di massa negli Stati Uniti, non fu fermata da queste proteste ma dalla sconfitta effettiva sul campo della macchina da guerra degli Stati Uniti. Nel 1912 i partiti socialisti s’incontrarono a Basilea, in Svizzera, promettendo che non avrebbero sostenuto i loro governi se la guerra fosse iniziata. Ma una volta che i tamburi patriottici della guerra cominciarono a battere, tali promesse furono dimenticate e la maggior parte dei leader socialisti vergognosamente incoraggiò i giovani della classe operaia d’Europa al macello. Con tale serie di fallimenti, ci fu comunque un movimento contro la guerra costante ed attivo, finanziato dalla sinistra in Europa e negli Stati Uniti per decenni. Nel 2003, mezzo milione di persone marciò a Washington contro la guerra in Iraq. Quasi un milione marciò a Londra. In molti modi, un drammatico successo. Naturalmente, la guerra non fu fermata ma si poté affermare che la macchina della propaganda imperialista fu gravemente indebolita da tale enorme dimostrazione di rigetto pubblico. La prossima volta, gli imperialisti sarebbero stati molto più intelligenti e molto più seducenti, come fu. Naturalmente, una volta che l’attacco alla Libia cominciò, i media occidentali fecero quello che se sempre ci aspetta da essi, generare e propagare la peggior propaganda contro il governo libico e il suo leader che avessero potuto architettare. Ci furono storie risibili su Gheddafi che dava il Viagra all’esercito libico, in modo che i soldati potessero stuprare i manifestanti pacifici, una storia ripetuta da Amnesty International. Tale storia era pari a quella dei soldati tedeschi che mangiavano i bambini belgi, o dei soldati iracheni che gettarono 500 neonati dalle incubatrici del Quwayt, anche se ce n’erano solo 50 in tutto il Quwayt (ancora una volta, una storia ripetuta da Amnesty International). Tali ridicole storie, a ben vedere, nella frenesia mediatica sul sangue del nemico, sono prese sul serio da enormi settori della popolazione, indebolendo qualsiasi tentativo di criticare o opporsi alla guerra. Fin dai primi giorni della cosiddetta rivolta a Bengasi, storie iniziarono a trapelare nei giornali occidentali, come il Guardian, su rastrellamenti, torture, linciaggio e pestaggio a morte di persone di colore. Tuttavia, Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, definì le persone di colore massacrate “mercenari sub-sahariani”. Allora era utile e i media ebbero la foglia di fico per sostenere il genocidio razzista. In tutto questo vi furono segnalazioni costanti, nei giornali migliori, sul fatto che la maggior parte dei massacri non lo fu sul campo militare. Infatti erano civili neri, molti dei quali lavoratori migranti.
Quindi, qual è stata la reazione della sinistra occidentale a tutto questo? Una reazione ancora più vergognosa di quella del 1914. Almeno le varie leadership socialiste nel 1914 potevano dire che le loro nazioni erano aggredite. La sinistra occidentale non aveva tale scusa nel 2011, quando la Libia fu attaccata. Qui c’era una piccola nazione di soli sei milioni di persone attaccata dalla potenza militare più devastante mai creata. 120 missili da crociera furono lanciati nei primi giorni, e poi oltre 26000 sortite di aerei militari della NATO in otto mesi. In prospettiva, si pensi a 150 bombardamenti al giorno su una popolazione delle dimensioni di quella dell’Irlanda, ogni singolo giorno per otto mesi. E tra tutto ciò, la sinistra occidentale applaudì la distruzione delle infrastrutture dello Stato socialista rallegrandosi del linciaggio della mafia razzista. Anche il noto pensatore Noam Chomsky minimizzò il ruolo delle bande salafite. Il movimento contro la guerra irlandese chiese il congelamento dei beni dello Stato libico, usati per pagare scuole, ospedali, ecc. e di usarli per armare il cosiddetto Consiglio nazionale di transizione (CNT), un minuscolo gruppo di ignoti, molti dei quali avevano trascorso gli ultimi vent’anni negli Stati Uniti, allevati dalla CIA per prendere il potere in Libia e farne uno Stato fantoccio degli Stati Uniti tramite un programma di privatizzazione. Come poté accadere una cosa simile? Come poté la bussola morale della sinistra occidentale crollare così vergognosamente dal 2003, quando manifestazioni di massa furono organizzate per opporsi alla guerra contro l’Iraq, uno Stato dalla situazione dei diritti umani infinitamente peggiore della Libia (che ricevette un premio per Diritti Umani dell’ONU, solo pochi mesi prima dell’invasione.) Nel caso della guerra all’Iraq, furono utilizzati dai media i soliti stratagemmi della propaganda. Sadam era un dittatore brutale. Certamente vero. Sadam era un pericolo per il suo stesso popolo. Molto spesso vero. E poi, per dirla tutta, Sadam avrebbe attaccato l’occidente con armi di distruzione di massa. Stronzata completa, ma abbastanza efficace sulle menti di coloro che seguono Fox News o CNN, tragicamente la maggioranza delle persone. Ma con tutto ciò, la sinistra resistette ed organizzò proteste di massa contro la guerra. Quindi, come si poteva immaginare che nel 2011 tale stessa sinistra sarebbe diventata la cheerleader di una genocida e razzista campagna contro uno Stato socialista dai più alti standard di vita nel mondo in via di sviluppo, e con un record di diritti umani che riceveva ampie lodi dalle Nazioni Unite, per non parlare di un avanzato sistema di Democrazia Diretta?
afrique-libye-otan A questo punto dobbiamo discutere dell’arte della seduzione. La seduzione è un gioco di fantasia. Si tratta di una promessa, una falsa promessa, per approfondire il desiderio del sedotto, per mutarne le fantasie in realtà. Di solito, come Freud chiarisce, abbiamo a che fare con fantasmi originari, cioè la fantasia di vedere e di far parte della scena da cui, da bambini, si è crudelmente esclusi, cioè l’amore tra i nostri genitori. E qual è la scena originaria della sinistra occidentale? Qual è la scena di gioia e liberazione da cui siamo sempre esclusi? Niente meno che la presa del Palazzo d’Inverno nel 1917. Siamo sempre sotto l’incantesimo del grande film sovietico di Sergej Ejsenstein, Ottobre 1917. I lavoratori in marcia a decine di migliaia, polizia e soldati che disobbediscono agli ordini unendosi ai lavoratori, mentre valorosamente marciano sul palazzo dello Zar. Non importa se ben poco di tutto questo è realmente accaduto, e che Ejsenstein creò una visione dell’assalto al Palazzo d’Inverno che è un omaggio al suo genio piuttosto che ai fatti di quella notte. Niente di tutto ciò conta. Negli ultimi 90 anni abbiamo cercato di ricreare quella scena primaria, con i nostri picchetti patetici e marce in cui gli organizzatori non hanno nemmeno il coraggio di parlare di rovesciare lo Stato borghese, non volendolo effettivamente. Ma poi, tutto ad un tratto la sinistra occidentale ebbe tutto ciò su cui aveva sempre fantasticato. Centinaia di migliaia di persone in Tunisia e in Egitto che scendevano in piazza, proprio come nel film, che sembravano abbattere i dittatori. Che gioia! Per anni ci fu detto che questo genere di cose era morto con Lenin. Ma qui era sotto i nostri occhi. E se i Paesi arabi potevano farlo, potremmo noi. Occupy Wall Street, certo, non ha funzionato a piazza Tahrir? E poi ci fu Bengasi sui nostri schermi televisivi. Il popolo che si ribella al dittatore! Era troppo bello per essere vero, ma perché guardare in bocca a un meraviglioso cavallo donato? Ne avevamo bisogno per poter mostrare alla nostra gente, qui in Europa e negli Stati Uniti, che in realtà si può fare. La seduzione non è stupro. Ha bisogno della complicità della sua vittima. Ha bisogno che la vittima voglia essere sedotta. Infatti, è la vittima che detta le condizioni con cui la seduzione ha luogo. La primavera araba è apparsa sui nostri schermi televisivi aziendali perché era così che la sinistra occidentale voleva essere sedotta. Jean Baudrillard osservò che i notiziari della TV divennero popolari solo dopo all’arrivo del televisore a colori. La guerra del Vietnam fu per molti una guerra in bianco e nero. La gente non poteva sopportare nel vederla. Il bianco e nero seduce. Il bianco e nero è sempre qualcosa d’inferiore alla realtà. La seduzione è sempre inferiore alla realtà. Si lascia un po’ desiderare. Non è possibile vedere l’immagine, a meno che non si riempiano i vuoti, e non si sia complici nella creazione dell’immagine. Il bianco e nero si traccia nell’orrore. Il bianco e nero è sempre orribile, sempre seducente. Il colore no. E’ troppo reale, oltre la realtà. E non lascia nulla all’immaginazione. Non lascia nulla al desiderio. Ci si può sedere tranquillamente di fronte a un televisore a colori, guardando corpi mutilati di bambini mentre si cena. Poiché non si è implicati, non si è sedotti, si è esclusi dall’orrore, respinto dall’eccesso di informazioni.
I saggi di Baudrillard del 1991, raccolti ne “La Guerra del Golfo non ha avuto luogo”, analizzano il modo in cui il sovradosaggio estremo di informazioni lascia lo spettatore con un totale senso d’irrealtà. È la guerra ridotta a videogioco. Per lo spettatore occidentale, nessuna persona reale viene uccisa o ferita. Tutto ciò che accade sono immagini ricreate. Anche i soldati statunitensi in Iraq raramente vedevano il risultato criminale delle loro azioni. Anche loro hanno visto la guerra attraverso le attrezzature video. Mentre la guerra del Golfo fu una guerra della TV a colori, si potrebbe dire che la “primavera araba” torni al seducente bianco e nero. Quando la violenza scoppiò a Bengasi, nel febbraio 2011, il governo libico invitò osservatori e media internazionali a recarsi a Bengasi per vedere cosa succedeva. Pochissimi accettarono. Non era quello il piano. Tunisia ed Egitto impostarono bene la scena, e le potenze imperialiste non avevano alcuna intenzione di disturbarla con la verità su violente bande di salafiti razzisti in collaborazione con CIA e dittature del Golfo, uccidendo poliziotti, soldati e qualsiasi nero su cui poterono mettere le mani. La seduzione porta sempre via qualcosa dalla scena, il piacere. La “primavera araba” fu un capolavoro degno del Don Giovanni. Senza avere idea di chi o cosa tali “ribelli” fossero, la sinistra occidentale ne divenne complice. Ne fu risucchiata, e con gioia. Riempivano i vuoti nelle fantasie su manifestanti democratici opporsi coraggiosamente ai soldati drogati di Viagra del dittatore odiato. Che un milione di libici scendesse riempiendo la Piazza Verde, sotto la minaccia dei bombardamenti della NATO, a sostegno di Muammar Gheddafi, venne facilmente trascurato. Una persona sedotta, che ama il brivido della seduzione, non ha più alcun riguardo per verità o fatti. E così anche dopo il brutale assassinio di Muammar Gheddafi, con l’attacco di droni e jet da caccia, e poi da una folla impazzita, la follia della sinistra occidentale continuò, sognando piazza Tahrir esplodere spontaneamente in Europa e negli Stati Uniti, anche se i fascisti Fratelli musulmani misero gli artigli sul potere in Egitto, servendo gli interessi statunitensi ed israeliani in modo ancora più servile di Mubaraq. Ancora oggi, dopo il fallimento totale dei movimenti di occupazione nel combinare qualsiasi cosa, ci sono ancora illusi, sempre sedotti, idioti della sinistra occidentale che sostengono le bande settarie di CIA/Mossad in Siria e si scandalizzano per la rimozione del governo Mursi in Egitto.
Così, dove siamo ora? Nel 1873 il sistema capitalista occidentale fu schiacciato da un massiccio crollo finanziario. Nulla in tale sistema poteva fornire la grande quantità di ricchezza reale per ripristinarlo. La risposta fu molto semplice. Nel 1873, Africa, Asia o America del Nord erano solo scarsamente sotto il dominio imperialista. Nei successivi dieci anni vi fu l’espansione imperialista più genocida mai conosciuta. Tutto il Nord America fu conquistato e la popolazione ingenua sterminata. L’assalto all’Africa incluse l’orrore indicibile dello stupro belga del Congo, dove 13 milioni di persone furono uccise, assieme alla conquista genocida dell’Africa del Sud da parte di Cecil Rhodes, finanziato dalla famiglia Rothschild e condotta nel nome sanguinoso dell’impero inglese. Nel 1890, il crollo del capitalismo occidentale divenne un boom senza precedenti, e la scena era pronta per la I Guerra Mondiale, mentre imperi fiorenti concupivano le altrui conquiste. Negli anni ’30 Germania e Giappone cercarono di uscire dalla paralizzante depressione economica intraprendendo conquiste coloniali. Ne risultò la II Guerra Mondiale. E ricordiamo che la Grande Depressione non finì negli Stati Uniti che all’avvio della II Guerra Mondiale e il trasferimento di tutta la riserva aurea dell’impero inglese negli Stati Uniti per pagare le armi, ecc. Oggi, il capitalismo occidentale affronta un crollo ancor più catastrofico che nel 1873. Ancora una volta ha intrapreso la conquista dell’Africa in risposta alla crisi. Il primo passo fu l’omicidio di un uomo che, sopra tutti, rappresentava l’unità africana contro il dominio imperialista, il Colonnello Muammar al-Ghaddafi. Anche se la Siria è riuscita a respingere l’attacco alla sua integrità e sovranità, resta sotto attacco dall’imperialismo occidentale e alleati locali. Come accennato in precedenza, la retorica bellica delle potenze imperialiste anglosassoni e francese è sempre più rabbiosa in proporzione alla sconfitta di al-Qaida/al-Nusra in Siria. L’Iran rimane sotto criminali sanzioni, così come Corea democratica e Cuba. Russia e Cina sono sotto il costante attacco dei media occidentali, e affrontano l’accerchiamento militare dalle forze imperialiste. In effetti, ci troviamo di fronte all’inizio della III Guerra Mondiale, da combattere esattamente per la stessa ragione per cui le prime due furono combattute, cioè sottrarre dal collasso finanziario il sistema capitalista.
Possiamo guardare ai capi della sinistra occidentale con fiducia? O vogliamo ripetere il tradimento del 1914? Sembra ovvio che abbiamo bisogno di una leadership che sappia superare la seduzione catastrofica del 2011. Dobbiamo ammettere apertamente che la sinistra ha completamente sbagliato analisi, che è stata aggirata da un nemico enormemente più competente della sinistra in generale. Dobbiamo cominciare a estirpare il marcio e che le persone non siano in balia dall’isteria della maggioranza. Abbiamo bisogno di persone che ammettano apertamente che spesso, se non sempre, abbiamo sbagliato completamente. Non sarà facile. Gli occidentali, di tutte le classi sociali, hanno la forte convinzione che se il dominio occidentale sul Terzo mondo dovesse finire, il loro stile di vita già minacciato ne soffrirebbe, se non crollare. In effetti vi è il consenso tacito sulle guerre imperiali come soluzione migliore dell’occidente per la ripresa economica. Non solo la sinistra non è riuscita a sfidare tale consenso ma, con le sue parole ed azioni ne fa ormai parte. Può anche darsi che la cultura occidentale non ha più la vitalità per produrre una sinistra attiva e utile. È una possibilità che va considerata. Gli stessi arabi non chiamano ciò che è successo nel 2011 “primavera araba”. Proprio come non chiamano ciò che successe nel 1919 “primavera araba”. E’ sempre un’immagine dell’imperialismo occidentale, impiegata per sedurre le popolazioni occidentali con il romanticismo alla Laurence d’Arabia che il termine evoca. La primavera araba non c’è mai stata nel mondo arabo, c’è stata solo nel mondo immaginario occidentale.bengasiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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