La Libia nel caos a due anni dalla liberazione umanitaria della NATO

F. William Engdahl, Global Research, 27 settembre 2013

930224c0-d1c9-4b8e-8724-877ff3fe3844_mw1024_n_sNel 2011, quando Muammar Gheddafi si rifiutò di lasciare tranquillamente il governo della Libia, l’amministrazione Obama, nascondendosi dietro le sottane dei francesi, lanciò una feroce campagna di bombardamenti e una “no-fly zone” sul Paese per supportare i cosiddetti combattenti per la democrazia. Gli Stati Uniti mentirono a Russia e Cina, con l’aiuto del filo-USA Consiglio di cooperazione del Golfo, per la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Libia, utilizzata per giustificare una guerra illegale. La dottrina della “responsabilità di proteggere” fu anche usata, la stessa dottrina che Obama vuole utilizzare in Siria. E’ utile guardare alla Libia due anni dopo l’intervento umanitario della NATO.

Il caos nel settore petrolifero
L’economia della Libia dipende dal petrolio. Subito dopo la guerra, i media occidentali salutarono il fatto che le installazioni petrolifere non fossero state danneggiate dai bombardamenti sulla popolazione e che la produzione di petrolio fosse quasi normale, pari a 1,4 milioni di barili/giorno (bpd). Poi, a luglio le guardie armate al soldo del governo di Tripoli improvvisamente si ribellarono e presero il controllo dei terminali dei giacimenti petroliferi orientali che dovevano proteggere. Vi si estraeva il grosso del petrolio della Libia, nei pressi di Bengasi, dove dalle pipeline le petroliere ricevevano il petrolio per l’esportazione nel Mediterraneo. Quando il governo perse il controllo della produzione e dei terminali, le esportazioni registrarono un netto calo. Poi un altro gruppo tribale armato prese il controllo dei due giacimenti petroliferi nel sud, bloccando il flusso di petrolio per i terminali sulla costa nord-ovest. Gli occupanti tribali chiedevano maggiori paghe e scesero in sciopero per chiedere maggiore retribuzione e la fine della corruzione. Il risultato finale, oggi, inizio di settembre, è che la Libia ha pompato solo 150.000 barili su una capacità di 1,6 milioni di barili al giorno. Le esportazioni sono diminuite a 80.000 barili al giorno. [1]

Milizie armate contro i Fratelli musulmani
La Libia è uno Stato artificiale, come gran parte del Medio Oriente e dell’Africa, tracciato dall’Italia in epoca coloniale, nella prima guerra mondiale. Era governato per consenso delle numerose tribù. Gheddafi fu scelto con un lungo processo di voto dagli anziani delle tribù, cosa che poteva richiedere fino a 15 anni, mi è stato detto da un esperto. Quando fu assassinato e la sua famiglia braccata, la NATO impose il dominio del Consiglio nazionale di transizione (CNT) dominato dalla Fratellanza musulmana. Ora, ad agosto, una nuova Assemblea è stata eletta, sempre dominata dalla Fratellanza come l’Egitto di Mursi o la Tunisia. Suonava bene sulla carta, ma la realtà è che, a detta di tutti, le bande di fuorilegge armati, per la prima volta dalla guerra, con armi moderne e jihadisti  stranieri di al-Qaida, compiono bombardamenti quotidiani in tutto il Paese per avere il controllo locale. Tripoli stessa ha numerose bande armate che ne controllano i quartieri. Si sta passando alla lotta armata tra le milizie tribali locali, che vanno formandosi, e la fratellanza che controlla il governo centrale. I leader delle province di Cirenaica e Fezzan prendono in considerazione la rottura con Tripoli, e le milizie ribelli di mobilitano in tutto il Paese. [2]

Attentati a Tripoli ogni giorno, mentre si diffonde l’illegalità
Nuri Abu Sahmain, fratello musulmano e neoeletto Presidente del Congresso, ha convocato le milizie alleate della Confraternita nella capitale, per cercare d’impedire un colpo di stato, un’azione che l’opposizione vede come un colpo di Stato della Fratellanza. Il principale partito di opposizione, le forze di centro-destra dell’Alleanza nazionale, di conseguenza ha abbandonato il Congresso insieme a diversi partiti etnici più piccoli, lasciando il partito della Giustizia e della Costruzione della Fratellanza a capo di un governo dall’autorità in rovina. “Il Congresso è  sostanzialmente collassato”, ha detto un diplomatico a Tripoli. [3] L’amministrazione Obama ha promosso il cambio di regime in tutto il mondo musulmano, dall’Egitto alla Tunisia alla Siria, in favore degli oscuri Fratelli musulmani, nell’ambito della strategia a lungo termine per il controllo dell’Arco di Crisi musulmano, dall’Afghanistan alla Libia. Mentre il colpo di Stato militare sostenuto dai sauditi contro il presidente della Fratellanza Muhammad Mursi, in Egitto, a luglio, ha dimostrato che la strategia di Obama ha qualche problema.

Rivolte e illegalità
Con l’aumento delle violenze, il ministro dell’Interno Muhammad Qalifa al-Shaiq si è dimesso ad agosto. Circa 500 prigionieri nel carcere di Tripoli entrarono in sciopero della fame per protestare contro due anni di detenzione senza accuse. Quando il governo ha ordinato al Comitato supremo della sicurezza di ristabilire l’ordine, spararono ai prigionieri attraverso le sbarre. A luglio, 1200 prigionieri fuggirono da una prigione dopo una rivolta a Bengasi. Illegalità e anarchia si  diffondono. [4] I berberi, la cui milizia aveva assaltato Tripoli nel 2011, hanno occupato temporaneamente il parlamento a Tripoli. Poiché Stati Uniti e NATO furono irremovibili nel non avere “stivali sul terreno”, consegnarono deliberatamente qualsiasi arma a tutti i ribelli che avrebbero sparato alle truppe del governo di Gheddafi. Ancora oggi hanno armi e la Libia mi viene descritta, da un giornalista francese che di recente vi si era recato, come “il più grande bazar all’aperto di armi del mondo“, dove chiunque può acquistare qualsiasi moderna arma della NATO. Gli stranieri sono in gran parte fuggiti da Bengasi, laddove l’ambasciatore statunitense fu ucciso nel consolato degli Stati Uniti dai miliziani jihadisti, lo scorso settembre. E il procuratore militare della Libia, colonnello Yusif Ali al-Asaifar, incaricato di indagare sugli omicidi di politici, militari e giornalisti, è stato lui stesso assassinato da una bomba nella propria auto, il 29 agosto. [5]
Le prospettive sono tristi mentre si allarga l’illegalità. Suleiman Qajam, un membro della commissione parlamentare per l’energia, ha detto a Bloomberg che “il governo utilizza le sue riserve. Se la situazione non migliora, non sarà in grado di pagare gli stipendi entro la fine dell’anno“. L’amministrazione Obama sostiene che l’uso, non ancora provato, del governo di Assad di armi chimiche in Siria giustifica una guerra con bombardamenti da parte della NATO e di alleati come Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Giordania, in base all’ingannevole dottrina “umanitaria” detta “responsabilità di proteggere”, che sostiene che certe violazioni dei diritti o della sicurezza delle persone, sono così gravi da trascendere il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite o le norme costituzionali degli Stati Uniti, facendo sì che per motivi morali, qualsiasi presidente degli Stati Uniti possa bombardare un Paese di sua scelta. C’è qualcosa di sbagliato qui…

Libyan Defence Minister Mohammed al-Bargathi looks on during a ceremony to mark the second anniversary of the country's revolution in BenghaziNote
[1] Krishnadev Calamur, Libya Faces Looming Crisis As Oil Output Slows To Trickle, NPR, 12 settembre 2013;
[2] Patrick Cockburn, We all thought Libya had moved on — it has, but into lawlessness and ruin, 3 settembre 2013
[3] Chris Stephen, Libyans fear standoff between Muslim Brotherhood and opposition forces, The Guardian, 20 agosto, 2013
[4] Patrick Cockburn, op.  cit.
[5] Ibid.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nell”opposizione siriana’ non ci sono ‘ribelli moderati’

Tony Cartalucci Global Research, 20 settembre, 2013

1010582Le ultime trovate occidentali, che tentano di ritrarre i “ribelli moderati” bloccati nei combattimenti con orde di militanti di al-Qaida, sono un escamotage per giustificare l’ulteriore armamento dei terroristi, e persino l’intervento diretto in Siria. Fermato, poco prima d’intervenire direttamente, dalle manovre geopolitiche siriano-russe, l’occidente tenta di economizzare l’agenda per sovvertire la Siria con una varietà di modi. Gli Stati Uniti ora starebbero infiltrando ufficialmente terroristi in Siria, dopo avervi per anni inviato semi-segretamente migliaia di tonnellate di armi e miliardi in contanti, direttamente e indirettamente, attraverso Arabia Saudita, Turchia, Giordania e Qatar. L’obiettivo, in parte, è sabotare qualsiasi tentativo d’intervento dell’ONU in Siria per verificare e disarmare le armi chimiche della Siria, usate, fallendo, per giustificare presso le Nazioni Unite l’intervento militare diretto.
Inoltre, una nuova narrativa prende forma mentre il governo siriano ristabilisce l’ordine in tutta la sua nazione devastata dalla guerra. L’occidente sostiene che i combattenti “moderati” che ha sponsorizzato dal 2011, sono bloccati in combattimenti contro i terroristi di al-Qaida in tutto il Paese, e questo dopo numerosi tentativi di negare che al-Qaida fosse anche presente in Siria, o presente in numero insignificante. Negli Stati Uniti d’America, l’articolo dal titolo “Kerry: i ribelli siriani non sono deviati dagli estremisti“, riferisce che: “I gruppi estremisti costituiscono tra il 15% e il 25% dei ribelli che combattono contro il leader siriano Bashar Assad, ma le forze moderate sono sempre più forti a causa del sostegno degli alleati regionali, ha detto al Congresso il segretario di Stato John Kerry. “Non sono d’accordo che la maggior parte sia di al-Qaida e pessima”, ha detto Kerry in una testimonianza davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera. “Non è vero.” Ma oggi i media occidentali ammettono che sono effettivamente presenti in Siria, e che travolgono i “sempre più forti” militanti armati da USA-Arabia Saudita che, secondo Kerry, costituiscono la stragrande maggioranza della cosiddetta “opposizione”. L’articolo del Washington Post, “I combattenti legati ad al-Qaida conquistano la città siriana di Azaz ai ribelli moderati“, afferma: “I militanti di al-Qaida hanno sequestrato una città chiave settentrionale siriana ai ribelli, mentre aumentano gli attriti tra anti-governativi estremisti e moderati, esplode il conflitto tra le fazioni dell’opposizione filo-occidentale”. Il Post riferisce anche: “‘C’è un enorme espansione dello Stato islamico in Iraq e nel Levante’, ha detto il colonnello Maliq al-Qurdi, comandante dell’esercito libero siriano, secondo cui gli estremisti avevano anche sequestrato la città di Qafarnaje. Con lo Stato islamico ben finanziato e armato, “il potere dell’ELS decresce”, ha detto.”
Ma se il cosiddetto “Esercito libero siriano” (ELS) è stato finanziato, armato, addestrato e sostenuto dalle risorse combinate di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Giordania, Israele e altri membri della NATO, com’è possibile che lo “Stato islamico” e altre fazioni estremiste, come il ramo siriano di al-Qaida, al-Nusra, abbiano ancora più denaro e armi? La risposta, come verrà spiegato più in dettaglio qui di seguito, è che non ci sono mai stati, né vi sono “moderati” che operano in Siria. L’occidente ha intenzionalmente armato e finanziato al-Qaida e altri estremisti settari in quanto, già nel 2007, preparava un bagno di sangue settario a vantaggio degli interessi di USA-Arabia Saudita-Israele. L’ultimo tentativo di ritrarre i terroristi, che operano uniti in Siria, “divisi” dalla linea estremisti/moderati è uno stratagemma per giustificare il continuo flusso di denaro e armi occidentali in Siria, per perpetuare il conflitto, creando così le condizioni in Siria con cui i partner degli occidentali, Israele, Giordania e Turchia, possano giustificare l’intervento militare diretto.

Non ci sono, né ci sono stati mai ‘moderati’ a combattere in Siria
Con un’ammissione sorprendente, il New York Times confermava, in un articolo dell’aprile 2013, che la cosiddetta “opposizione siriana” è interamente diretta da al-Qaida e letteralmente afferma: “In nessuna zona controllata dai ribelli in Siria, c’è una forza combattente laica di cui parlare.” Fin dall’inizio, era chiaro agli analisti geopolitici che il conflitto in Siria non era una manifestazione “pro-democrazia”, ma l’attuazione di una cospirazione ben documentata tra Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita per armare e dirigere gli estremisti settari, affiliati ad al-Qaida, contro il governo siriano. Ciò fu documentato già nel 2007, ben 4 anni prima che iniziasse la “primavera araba” del 2011, dal premio Pulitzer, il giornalista Seymour Hersh, nel suo articolo sul New Yorker dal titolo, “The Redirection: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” che dichiarava espressamente: “Per indebolire l’Iran, che è prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, che è sunnita, nelle operazioni clandestine destinate ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni segrete contro Iran e Siria, sua alleata. Una conseguenza di queste attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam, e che sono ostili agli USA e vicini ad al-Qaida.” Per oltre due anni Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Arabia Saudita, Qatar, Giordania e Turchia hanno inviato miliardi di dollari e migliaia di tonnellate di armi in Siria, assieme a ben noti terroristi di Libia  Cecenia,  Libano, Giordania e Iraq.
In articolo del Telegraph dal titolo “Stati Uniti ed Europa, ‘il ponte aereo delle armi ai ribelli siriani passa da Zagabria’“, si segnalava: “Ha sostenuto che fin da novembre, 3.000 tonnellate di armi dell’ex-Jugoslavia furono inviate con 75 voli cargo, dall’aeroporto di Zagabria ai ribelli, in gran parte passando dalla Giordania”. L’articolo confermava le origini ex-jugoslave delle armi viste in numero crescente in mano ai ribelli, nei video online, come avevano descritto il mese scorso The Daily Telegraph e altri giornali, ma suggerendo quantità di armi di gran lunga più grandi di quanto precedentemente sospettato. Le spedizioni sarebbero state pagate dall’Arabia Saudita per ordine degli Stati Uniti, con l’assistenza, nell’organizzazione della distribuzione delle armi, di Turchia e Giordania, i confinanti della Siria. L’articolo aggiungeva che oltre dalla Croazia, le armi provenivano “da molti altri Paesi europei, tra cui la Gran Bretagna“, senza specificare se fossero armi fornite o procurate dagli inglesi. Consiglieri militari inglesi, tuttavia, sarebbero operativi nei Paesi confinanti con la Siria, insieme a francesi e statunitensi, addestrando i capi dei ribelli ed ex-ufficiali dell’esercito siriano. Gli statunitensi avrebbero anche fornito addestramento sulla sicurezza dei depositi di armi chimiche in Siria. Inoltre, il New York Times nel suo articolo, “Il ponte aereo delle armi per i ribelli in Siria, si espande con l’aiuto della CIA“, ammette che: “Con l’aiuto della CIA, i governi arabi e la Turchia hanno notevolmente aumentato il loro aiuto militare ai combattenti dell’opposizione in Siria, negli ultimi mesi, con l’espansione del ponte aereo segreto per armi e attrezzature destinate alla rivolta contro il Presidente Bashar al-Assad, secondo i dati del traffico aereo, le interviste a funzionari di diversi paesi e i resoconti dei comandanti ribelli. Il ponte aereo, iniziato su piccola scala nei primi mesi del 2012, e proseguito ad intermittenza nello scorso autunno, si è ampliato in un costante e molto più pesante flusso, alla fine dello scorso anno, come mostrano i dati.  E’ cresciuto fino a comprendere più di 160 voli di aerei cargo militari giordani, sauditi e qataroti, che atterravano a Esenboga presso Ankara e, in misura minore, in altri aeroporti turchi e giordani. Il dipartimento di Stato degli USA aveva anche annunciato l’invio di centinaia di milioni di dollari in più in aiuti, attrezzature e anche veicoli blindati ai militanti che operano in Siria, insieme alle richieste ai loro alleati di “unirsi” al finanziamento per raggiungere l’obiettivo di oltre un miliardo di dollari”. Il NYT avrebbe riferito, nell’articolo “Kerry dice che gli USA raddoppieranno gli aiuti ai ribelli in Siria“, che: “Con la promessa di nuovi aiuti, l’importo totale del contributo non letale da parte degli Stati Uniti alla coalizione dei gruppi civili nel Paese, è di 250 milioni di dollari. Durante l’incontro, Kerry aveva esortato le altre nazioni ad intensificare la loro assistenza, con l’obiettivo di fornire un miliardo di dollari di aiuti internazionali.”
Nelle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno ammesso ufficialmente d’inviare equipaggiamento e terroristi in Siria. L’articolo del Washington Post, “Le armi statunitensi arrivano ai ribelli siriani“, riferiva: “La CIA ha iniziato a consegnare armi ai ribelli in Siria, dopo mesi di ritardo nell’inviare gli aiuti letali promessi dall’amministrazione Obama, secondo i funzionari statunitensi e i dati siriani. Le spedizioni hanno cominciato ad arrivare nel Paese nel corso delle ultime due settimane, insieme con invi separati, del dipartimento di Stato, di veicoli e altri equipaggiamenti; un flusso di materiale che segna la grande escalation del ruolo degli Stati Uniti nella guerra civile in Siria.”

Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha ammesso che al-Qaida è la principale forza combattente in Siria
E mentre questo torrente astronomico in denaro, armi e attrezzature viene apertamente inviato dall’occidente in Siria, e continua fino ad oggi, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, sin dall’inizio delle violenze, sa bene che il più importante gruppo combattente operativo in Siria è al-Qaida, precisamente il fronte al-Nusra. Il comunicato stampa ufficiale del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, dal titolo “Designazione dei terroristi del Fronte al-Nusra, alias al-Qaida in Iraq“, affermava esplicitamente che: “Dal novembre 2011 il Fronte al-Nusra ha rivendicato quasi 600 attentati, da più di 40 attentati suicidi di piccole dimensioni alle operazioni con ordigni esplosivi improvvisati, nei principali centri urbani di Damasco, Aleppo, Hama, Dara, Homs, Idlib e Dayr al-Zur”. Durante questi attentati sono stati uccisi numerosi civili siriani. Il dipartimento di Stato ammette che, fin dall’inizio al-Qaida ha condotto centinaia di attentati in tutte le principali città della Siria. Chiaramente, per chi legge il pezzo di Hersh sul New Yorker del 2007, e poi vede l’ascesa di al-Qaida in Siria, la spiegazione è abbastanza semplice: l’occidente ha intenzionalmente e sistematicamente finanziato e armato l’avvento di al-Qaida in Siria, per rovesciare il governo siriano con un inaudito bagno di sangue settario e conseguente catastrofe umanitaria, proprio come è stato pianificato anni fa.

Se gli Stati Uniti e i loro alleati finanziano i “moderati”, chi finanzia al-Qaida? (Gli Stati Uniti)
Tuttavia, ora, secondo i leader occidentali, l’opinione pubblica dovrebbe credere che, nonostante Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Siria e Turchia l’inondino di miliardi di dollari e migliaia di tonnellate di armi, tutti inviati esclusivamente ai “moderati laici”, in qualche modo, al-Qaida sia riuscita a conquistare la supremazia nell'”opposizione”. Come può essere? Se un asse di sette nazioni spende notevoli quote delle proprie risorse per sostenere i “moderati laici” nella regione, chi ha maggiori risorse per sostenere al-Qaida? La risposta è semplice. Non ci sono mai stati “moderati laici”, un dato di fatto che il New York Times ha ormai pienamente riconosciuto. Nell’articolo intitolato “I ribelli islamici creano un dilemma politico sulla Siria“, il New York Times ammette: “In tutta la Siria, aree controllate dai ribelli sono infestate da tribunali islamici con avvocati e chierici, e brigate combattenti guidate da estremisti. Anche il Consiglio supremo militare, l’organizzazione ombrello dei ribelli, con la cui formazione l’occidente sperava d’emarginare i gruppi radicali, ha rifornito i comandanti che vogliono instaurare la legge islamica con un futuro governo siriano. In nessuna parte controllata dai ribelli in Siria, c’è una forza combattente laica di cui parlare”. Tuttavia, con una spiegazione che sfida la ragione, l’articolo afferma: “Il carattere islamista dell’opposizione riflette la costituzione principale della ribellione, fondata fin dall’inizio sulla maggioranza sunnita della Siria, per lo più in emarginate zone conservatrici.  La discesa nella brutale guerra civile ha indurito le differenze settarie, e il fallimento degli altri gruppi ribelli tradizionali nel garantirsi regolari rifornimenti di armi, ha permesso agli islamisti di riempirne il vuoto e di avere sostenitori.” “Assicurarsi regolari rifornimenti di armi” da chi? Secondo l’occidente, ha rifornito ai “principali gruppi ribelli” miliardi di contanti e migliaia di tonnellate di armi, e ora secondo la BBC, anche l’addestramento. Dove, se non intenzionalmente e direttamente nelle mani di al-Nusra, vanno tutto questo denaro, queste armi e l’addestramento?
Il NYT ammette anche: “Di maggiore preoccupazione per gli Stati Uniti è il Fronte Nusra, il cui leader ha recentemente confermato che il gruppo collabora con al-Qaida in Iraq ed ha promesso fedeltà al capo di al-Qaida, Ayman al-Zawahri, il vice di Usama bin Ladin. Nusra ha rivendicato una serie di attentati suicidi ed è il gruppo scelto dai jihadisti stranieri che si riversano in Siria.

Non solo il governo siriano combatte dei dichiarati terroristi di al-Qaida, ma terroristi che non sono nemmeno di origine siriana
Più scandaloso, comunque, è il New York Times che ammette pienamente che dai campi petroliferi, a cui l’Unione europea ha revocato le sanzioni e da cui acquista petrolio siriano (vedasi “BBC: L’UE toglie l’embargo petrolifero alla Siria per aiutare l’opposizione“), sono completamente controllati da al-Qaida, il che significa che l’Unione europea scambia volutamente contanti con noti terroristi internazionali colpevoli di atrocità orribili, in cambio del petrolio. Il NYT riferisce: “Altrove, (al-Nusra) ha sequestrato i campi petroliferi del governo, mettendo i dipendenti al lavoro e approfittando del greggio che producono”. E: “Nelle province petrolifere di Deir al-Zur e Hasaqa, i combattenti di Nusra hanno sequestrato i giacimenti petroliferi del governo, mettendone alcuni sotto il controllo delle milizie tribali e gestendone altri loro stessi”. Il Times continua ammettendo: “La mano di Nusra si fa sempre più sentire ad Aleppo, dove il gruppo ha allestito un campo in un ex-ospedale per bambini e ha collaborato con altri gruppi ribelli per istituire una Commissione della Shariah nell’ospedale, per governare i vicini quartieri ribelli della città. La commissione guida una forza di polizia e un tribunale islamico che infligge pene come frustate, anche se non amputazioni o esecuzioni, come fanno alcuni tribunali islamici in altri Paesi. I combattenti di Nusra controllano anche la centrale e distribuiscono la farina per mantenere attivi i panifici della città”. Questo ultimo punto, “e distribuiscono la farina per mantenere attivi i panifici della città“, è di estrema importanza, perché quella “farina” che “distribuiscono” proviene certamente, direttamente dagli Stati Uniti d’America.

Gli USA alimentano al-Qaida…
Un articolo del Washington Post, “Gli USA alimentano i siriani, ma di nascosto“, si sostiene che: “Nel cuore del territorio controllato dai ribelli nella provincia settentrionale siriana di Aleppo, un piccolo gruppo di intrepidi occidentali intraprende una missione in grande clandestinità. Vivono in anonimato in una piccola comunità rurale, viaggiano quotidianamente su auto civette sfidando attacchi aerei, bombardamenti e la minaccia del sequestro di persona per consegnare cibo e altri aiuti ai siriani bisognosi, tutti pagati dal governo degli Stati Uniti”. Il Washington Post sostiene poi che la maggior parte dei siriani crede che al-Qaida/al-Nusra forniscano gli aiuti: “L’America non ha fatto nulla per noi. Niente di niente”, ha detto Muhammad Fuad Waisi, 50 anni, sputando fuori le parole con enfasi nel suo piccolo negozio di alimentari di Aleppo, che confina con una panetteria dove si compra il pane tutti i giorni. Il panificio è completamente rifornito con farina pagata dagli Stati Uniti. Ma Waisi accredita Jabhat al-Nusra, un gruppo di ribelli che gli Stati Uniti hanno designato organizzazione terroristica, per via dei suoi legami con al-Qaida, del rifornimento di farina nella regione, anche se ha ammesso che non era sicuro da dove provenisse”. Chiaramente, il puzzle è completo. Infatti il signor Muhammad Fuad Waisi ha ragione, Jabhat al-Nusra, un’organizzazione terroristica secondo il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, fornisce farina alle persone, ricevendo tonnellate di farina direttamente e intenzionalmente dagli Stati Uniti, in netta contraddizione con le proprie leggi antiterrorismo, quelle internazionali e le frequenti smentite del dipartimento di Stato degli Stati Uniti che starebbe rafforzando i terroristi in Siria.
Chiaramente gli Stati Uniti e i loro alleati puntellano il terrorismo, e peggio ancora l'”aiuto” che forniscono al popolo siriano, sembra essere usato come arma politica da al-Qaida, permettendole di occupare, controllare e soggiogare in modo permanente un territorio siriano. Va notato, ancora una volta, che il New York Time stesso ammette che le fila di al-Nusra sono piene di combattenti stranieri, non siriani. La narrativa degli USA mira a “salvare” degli inesistenti “moderati” da quei terroristi di al-Qaida che volutamente armano. Rivelando una cospirazione così insidiosa, così scandalosa e una rete di bugie così aggrovigliata, i governi occidentali forse contano sul fatto che le loro popolazioni non crederanno che le loro tasse siano utilizzate per finanziare e armare intenzionalmente il terrorismo selvaggio, mentre volutamente alimentano un bagno di sangue settario, dove il numero di morti aumenta ogni giorno fino a livelli astronomici. Le carte sono scoperte, gli Stati Uniti mostrano nel modo più trasparente il loro finanziamento, armamento e  rifornimento di al-Qaida in Siria da oltre due anni, che a sua volta è direttamente responsabile della morte, delle atrocità e delle catastrofi umanitarie che ha provocato in Siria.
Mentre gli Stati Uniti tentano di spacciare l’intervento militare per conto di al-Qaida in Siria, con il fragile pretesto familiare delle “armi chimiche “, sembra che prima ancora che uno stivale statunitense tocchi ufficialmente il suolo siriano, un crimine contro l’umanità, già orribile e dalle storiche proporzioni, sia stato commesso dagli Stati Uniti e dai loro alleati contro il popolo siriano. Questo è un crimine contro l’umanità che l’occidente intende aggravare pienamente, con la sua nuova favola dei “moderati” che combattono al-Qaida. L’obiettivo è giustificare il continuo torrente di denaro e di armi in Siria, volto ad alimentare il conflitto e, forse, per avere “zone sicure” da imporre in Siria con il pretesto dell'”eliminazione” di al-Qaida. Certo, al-Qaida continuerà ad essere armata e finanziata dagli interessi dei molti “che la gestiscono” sempre più in Siria.
E’ importante capire due innegabili fatti verificati. In primo luogo non ci sono moderati in Siria e, secondo, l’ascesa di al-Qaida in Siria è il risultato diretto della sua intenzionale infiltrazione da parte dell’occidente, che la finanzia, addestra, rifornisce con un supporto logistico tattico e strategico, nonché un finanziamento tramite il commercio con i campi petroliferi controllati da al-Qaida. La comprensione di questi fatti toglie il velo riguardo l’ultima serie di menzogne e falsificazioni dell’occidente, intenzionato a riprendersi l’iniziativa dopo oltre due anni di premeditata aggressione contro la Siria.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Jadran Express e i quattro giornalisti sequestrati in Siria

Alessandro Lattanzio, 8 aprile 2013

206421Il 10 giugno 2011 si scopriva che nel precedente mese di marzo, il materiale bellico sequestrato nel 1994 a bordo del cargo maltese Jadran Express, diretto al porto croato di Rijeka, costituito da 2000 tonnellate di armi stivate in 133 container e del valore di 30 milioni di dollari USA, e conservate nei depositi sotterranei dell’isola di Santo Stefano, a Caverna Guardia del Moro, controllati dal Ministero della Difesa, era stato imbarcato segretamente su un traghetto per Civitavecchia. Si sarebbe trattato di 30mila fucili d’assalto AK-47, 150.000 caricatori, 32 milioni di proiettili calibro 7,62mm, 50 lanciarazzi BM-21 Grad e relativi 5mila razzi da 122mm, 400 lanciarazzi anticarro RPG e relativi 11.000 razzi anticarro. Le armi, una volta giunte nel porto di Civitavecchia potrebbero esser state depositate temporaneamente in due centri della Marina Marina: il CIMA, Centro Interforze Munizionamento Avanzato di Aulla, in provincia di Massa e Carrara ma sotto la direzione del Maridipart La Spezia, e l’Officina Missili della Direzione di Munizionamento ‘Cava di Sorciano’, dipendente da MariSicilia e Maribase Augusta, nei pressi di Priolo Gargallo a una decina di chilometri da Siracusa e da Augusta. Probabilmente il materiale bellico, rimasto in deposito per 17 anni, aveva bisogno di essere revisionato presso questi centri, e ricondizionato per un nuovo impiego. Ad esempio il CIMA “oltre a svolgere un’attività di conservazione e stoccaggio di manufatti esplosivi, è diventato … l’unico Polo italiano di integrazione pirica di missili e siluri in ambito interforze e ditte private.” Il 7 marzo 2011 il pattugliatore Libra (P402), imbarcando forse parte del materiale bellico in questione, si sarebbe recato a Bengasi per consegnare il carico ai golpisti-terroristi del CNT, per poi rientrare ad Augusta il 9 marzo successivo. L’Italia di Larussa, Frattini e Berlusconi stava così armando il golpe attivato da Parigi, Londra e Doha contro la Repubblica Popolare Socialista della Jamahiriya Libica.
Secondo l’esperto d’intelligence Gianni Cipriani “l’Italia ha fornito clandestinamente armi ai ribelli di Bengasi. L’invio di armi è stato fatto ai primi di marzo, proprio durante le fasi del conflitto libico, circa due settimane prima dell’inizio dei raid aerei contro Gheddafi. Il governo italiano ha inviato fucili, mitra e munizioni prelevati dai depositi ex SISMI della Sardegna: parte delle armi facevano parte di vecchie forniture americane utilizzate dalle strutture che hanno ereditato Gladio. Le armi sono arrivate in Cirenaica a bordo di unità della Marina militare che, ufficialmente, portavano solo ‘aiuti umanitari’. Accanto a molte delle azioni diplomatiche e dei servizi d’informazione che hanno riguardato la Libia e l’appoggio agli insorti, si è parallelamente giocata una guerriglia sotterranea tra Italia, Francia e Regno Unito, che puntano a posizioni di maggiore influenza politica ed economica nella Libia del dopo Gheddafi”.
Un portavoce del pubblico ministero sardo Riccardo Rossi, che seguiva la vicenda, aveva dichiarato: “Tutti i tentativi di ottenere una qualsiasi informazione dal Ministero della Difesa si sono rivelati infruttuosi, essendoci stato riferito che la vicenda è coperta dal segreto di Stato. Tutto quello che vogliamo sapere è dove le armi siano ora, se sono state rimosse in modo sicuro e se non ci fosse stato alcun rischio per i passeggeri e l’equipaggio del traghetto che le hanno imbarcate.’ Inoltre, anche i tre parlamentari Gian Piero Scanu, Giulio Calvisi e Elio Lanutti hanno presentato richieste di notizie sulle armi, senza alcuna risposta. Un portavoce del ministero della Difesa aveva dichiarato: “Mi dispiace, non possiamo parlarne, è stato posto il segreto dall’ufficio del primo ministro, che vieta qualsiasi informazione.” Un esperto militare italiano aveva affermato: “Con quella quantità di armamenti si potrebbe iniziare e vincere una piccola guerra. E’ assai strano che siano state detenute nonostante dovessero essere distrutte. Il fatto che l’ordine di segretezza sia stato imposto su tutta la vicenda è molto intrigante, c’è da chiedersi se il governo abbia spedito queste armi all’estero.”
Nei giorni in cui il governo Berlusconi faceva arrivare clandestinamente le armi ai golpisti bengasini, il ministro degli esteri Frattini dichiarava “l’Italia ha avviato discretamente contatti con esponenti dell’opposizione libica e ritiene che farlo in questo modo sia la soluzione migliore. C’è quasi una corsa all’incontro con il Consiglio provvisorio di Bengasi. I nostri amici inglesi ci hanno provato e il Consiglio ha detto ‘ci rifiutiamo di incontrarli’. Noi abbiamo delle conoscenze migliori di altri, siamo spesso richiesti in queste ore conoscendo coloro che sono lì. Conosciamo certo l’ex ministro della Giustizia libico ora a capo del consiglio di Bengasi, per i rapporti dell’Italia con la Libia. Conosciamo quella rete di ambasciatori libici che ha detto che da ora loro sono al servizio del popolo libico e non più del regime. Alcuni di loro stanno esercitando un’azione importante per coagulare un consenso”.
Nelle ore in cui Frattini rilasciava questa dichiarazione, il governo italiano inviava agli islamisti del CNT casse “umanitarie” cariche di armi, illudendosi di guadagnarsi il primo posto dei favoriti del golpismo anglo-qatariota di Bengasi.
Nel gennaio 2013 si è scoperto che altro materiale bellico, questa proveniente dalla Croazia, veniva acquistato dai sauditi e dai qatarioti per armare le bande terroristiche e mercenarie che infestano la Siria dal marzo 2011. Hugh Griffiths, che si occupa del traffico illegale di armi presso lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), afferma che le rotte seguite dai velivoli che imbarcano armi in Croazia per trasportarle in Medio oriente, indicano l’esistenza di una operazione clandestina per armare il terrorismo integralista attivo in Siria. “Ci sono tre flussi principali: dalla Croazia alla Giordania, dal Qatar alla Turchia e dall’Arabia Saudita alla Turchia. Questa è la tendenza e queste rotte sono altamente anomali“. Griffiths ha affermato che vi sono stati almeno 160 voli per consegnare le armi comprate da Arabia Saudita e Qatar, tra cui una recente spedizione di materiale non identificato dal Qatar alla Turchia. Inoltre, i voli dalla Croazia alla Giordania hanno avuto l’autorizzazione diplomatica per il sorvolo degli spazi aerei, confermando così un traffico di merci pericolose e di munizioni belliche. Da ciò si evince l’esistenza, da mesi, di un’operazione clandestina per armare la cosiddetta ‘opposizione’ armata in Siria. “E’ giusto dire che il livello di coordinamento che coinvolge così tanti alleati degli Stati Uniti, suggerisce anche il coinvolgimento di Washington“. “Niente è paragonabile, in termini d’intensità, a questo traffico aereo nel corso degli ultimi mesi“. Eliot Higgins, un inquirente che segue il traffico di armi sul suo blog Brown Moses, ha sottolineato che le organizzazioni terroristiche salafite-taqfirite Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham utilizzano armi provenienti dalla Croazia.
Il New York Times aveva confermato le notizie riguardanti le spedizioni di armi croate, aggiungendovi le prove del coinvolgimento degli Stati Uniti citando funzionari secondo cui agenti della CIA aiutano i Paesi del Golfo ad acquistare armi dalla Croazia e a spedirle alle brigate terroristiche ‘accuratamente vagliate’. Secondo un alto funzionario arabo, un diplomatico e due esperti militari, quindi è in corso un’operazione segreta e preparata con cura volta ad armare i terroristi mercenari islamisti in Siria, e questa operazione coinvolge Giordania, Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Stati Uniti e diversi governi occidentali. Il funzionario arabo aveva detto che il numero di voli per trasportare le armi è raddoppiato nelle ultime settimane. La Giordania aveva aperto una nuova rotta, specificatamente dedicata al traffico di armi croate, alla fine del 2012. In effetti, il quotidiano croato Jutarnji List aveva riferito che negli ultimi mesi c’è stato un numero insolitamente elevato di avvistamenti di aerei Iljushin-76 di proprietà della Cargo International Air Jordan (una compagnia controllata dall’aeronautica militare giordana), presso l’aeroporto Pleso di Zagabria; e sempre secondo il giornale croato, gli Stati Uniti, principale alleato politico e militare della Croazia, ne sarebbero gli intermediari. Ivica Nekic, direttore dell’agenzia incaricata delle esportazioni di armi della Croazia, aveva definito queste affermazioni pure speculazioni. Tuttavia, secondo i dati dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), nel dicembre 2012 la Giordania aveva improvvisamente cominciato ad acquistare dai croati 230 tonnellate di armi e munizioni, per un valore di 6,5 milioni dollari. In precedenza, nel 2001, la Croazia aveva venduto ad Amman solo 15 pistole per un totale di 1053 dollari. In un’intervista all’AP, il re di Giordania Abdullah II aveva detto che i giorni del Presidente Bashar al-Assad erano contati, e il canale aperto da Amman per rifornire di nuove armi i terroristi mercenari attivati in Siria, ne indica il pieno coinvolgimento nella tragedia siriana. Secondo Shashank Joshi, esperto militare che ha monitorato il flusso di armi per conto del think tank inglese Royal United Services Institute,In questo modo si apre un nuovo fronte nel sud della Siria, liberandosi degli intermediari dei sauditi e dei libanesi in Turchia, garantendo che le armi arrivino ai ribelli dell’ELS, piuttosto che ai jihadisti”.
Islam al-Lush, portavoce della brigata islamista Liwaa al-Islam che opera presso il confine giordano-siriano, negava di ricevere armi dalla Giordania, “Se vengono portate delle armi, ciò avverrebbe da nord“, anche se poi ha detto che i ‘ribelli’ si preparano per l’ennesima battaglia per Damasco. “Ci siamo preparati a questo a lungo. Abbiamo la nostra strategia. Se Dio vuole, la battaglia per Damasco inizierà presto”. Anche se altre fonti affermano che nella provincia siriana di Daraa, al confine con la Giordania, dal 1° gennaio 2013 sono apparse grandi quantità di armi prodotte nella ex-Jugoslavia, come il cannone senza rinculo M60, i lanciarazzi M79 Osa e RPG-22, e il lanciagranate MGL/RBG-6 Milkor. Secondo l’analista James Miller, i terroristi “non sembravano preoccuparsi di conservare le munizioni per queste armi. I ribelli tendono ad accaparrarsi i proiettili per i loro kalashnikov, quindi il fatto che abbiano sprecato munizioni di armi più potenti e più recenti è degno di nota. Inoltre, a differenza dei più recenti attacchi alle installazioni del regime, l’assalto alla base siriana di Busr al-Harir è stato condotto principalmente dalle unità dell’Esercito Libero siriano”. Da Daraa, queste munizioni sono comparse in altre province, a Idlib, Hama e Aleppo. Questo processo di proliferazione delle nuove armi al nord e al sud del Siria, sembra essere iniziato a fine novembre per concludersi alla fine di dicembre 2012, indicando che queste nuove armi sono entrate dalla Giordania e dalla Turchia. Ma uno scenario più plausibile del coinvolgimento diretto di Zagabria, (che comunque supporta l’azione di Istanbul contro la Siria), è che queste armi provengano dalla Libia del CNT, che arma e alimenta i terroristi attivi in Siria. L’ex Jugoslavia, che produceva gli M60 e gli M79, aveva stretti legami con la Jamahiriya Libica, così come anche la Croazia. Quindi, è possibile che gli M60, M79, RPG-22 e RBG-6 siano stati venduti alla Libia dalla Jugoslavia e dalla Croazia, e a sua volta il CNT libico le abbia cedute ai mercenari salafiti su ordine di Washington e di Londra che, vedendo il fallimento delle offensive delle brigate islamiste e le gravi perdite subite ad opera della reazione dell’esercito siriano, hanno deciso di incrementare i rifornimenti di armi e munizioni ai mercenari dell’opposizione islamista attiva in Siria. Ma un alto funzionario statunitense ha osservato che l”opposizione’ rimane frammentata e operativamente incoerente, aggiungendo che le recenti acquisizioni dei sauditi e dei qatarioti “di per sé non apportano una svolta decisiva. Resto convinto che non siamo vicini a quella svolta“.
In tutto questo l’Italia svolge la sua parte. Il carico della Jadran Express era solo uno degli otto che hanno raggiunto la Croazia partendo dall’Ucraina, nel 1992-1994. Quindi, il materiale bellico disponibile alle bande armate operanti in Siria, resta notevole. Così come resta notevole il materiale disponibile a Roma per questo tipo di operazioni. L’Italia, tramite la Libia, invia materiale bellico ai terroristi che operano in Siria? E forse le forze speciali e d’intelligence italiane non intervengono solo indirettamente nel conflitto siriano. Il 21 dicembre 2011, un funzionario libanese dichiarò che un velivolo dell’Aeronautica militare italiana aveva sbarcato, nell’aeroporto di Beirut, ‘aiuti’ per le forze insurrezionali antisiriane. Il segretario del Comitato direttivo del Movimento nasseriano indipendente libanese, Mustafah Hamdan, aveva anche detto che il velivolo militare era arrivato all’aeroporto di Beirut nel “tentativo di fornire aiuto a coloro che vengono descritti come profughi siriani”, ma né il Primo ministro libanese Najib Miqati, né i ministri della sanità e degli esteri libanesi ne sapevano nulla. Era solo stato segnalato che individui sconosciuti erano presenti nell’aeroporto, in attesa dell’aereo italiano. Secondo Hamdan, questi elementi volevano creare instabilità in Libano, in linea con l’azione dell’assistente per gli Affari del Vicino Oriente del segretario di Stato USA, Jeffrey Feltman, volta a creare in Libano delle basi con cui alimentare l’aggressione islamo-atlantista alla Siria.
Si ricordi ora l’operato dei quattro ‘giornalisti’ italiani che sarebbero stati sequestrati nel nord della Siria, al confine con la Turchia, il 3 aprile 2013. Si tratta di un reporter della RAI e di tre freelance, noti per essere dei supporter dell’aggressione islamista alla Siria e della distruzione del governo socialista e panarabo di Damasco. I quattro si sarebbero infiltrati in Siria passando il confine turco-siriano ad Atme, per poi essere segnalati nel villaggio di Yaqubiya, a nord di Idlib, dove sarebbero stati ‘fermati’ perché “avevano filmato e fotografato postazioni militari sensibili”. Secondo fonti ‘locali’, ovvero i militanti delle fazioni anti-siriane, a sequestrarli sarebbero stati i terroristi salafiti di Jabhat al-Nusra, una filiazione di al-Qaida. Le “fonti vicine ai gruppi di attivisti siriani”, assicurano che si tratterebbe di un semplice fermo. Insomma, una pura formalità che richiederebbe “pochi giorni” per essere espletata. I reporter in questione si erano già distinti in precedenza per i loro ‘reportage’ ad Aleppo, per conto della RAI. Ovviamente in ‘giornalisti’ si sono infiltrati in Siria partendo dalla Turchia assieme ai terroristi islamisti e ai mercenari che partecipano al piano di aggressione della NATO contro l’esercito, il governo e il popolo siriani. “I giornalisti italiani sono entrati nella Siria controllata dai ribelli lo scorso 2 aprile, nell’area di Guvecci facendo tappa, tra l’altro, all’ospedale da campo di Yamadiye, di fronte alla località turca di Yayladagi. Il programma era rientrare ogni sera in territorio turco e, quindi, mantenersi sempre vicini alla striscia frontaliera tra i due Paesi.” Ovvero, la RAI partecipa militarmente all’aggressione alla Siria, diffondendo la propria propaganda e la propria disinformazione strategica a favore delle truppe mercenarie islamiste che tormentano la Siria. I suoi ‘giornalisti’ vi partecipano, come in precedenza in Libia, sotto una doppia veste: sulla prima linea, partecipando ai combattimenti contro l’esercito regolare siriano, e sul fronte interno/propagandistico, diffondendo propaganda e disinformazione mediatica contro il legittimo governo siriano. Esattamente come in Libia. E come in Libia, è impossibile escludere attività di spionaggio ai danni delle difese siriane. Non è un mistero che diversi ‘giornalisti’, in Libia, abbiano segnalato alla NATO postazioni e assembramenti di truppe libiche per farle bombardare, mentre svolgevano i loro cosiddetti ‘reportage’; così come non è un caso che diversi ‘giornalisti’, al momento convenuto, abbiano gettato microfoni e telecamere per imbracciare le armi combattendo al fianco dei golpisti del CNT e di altri mercenari inviati ad abbattere la Jamahiriya libica. Diversi eventi hanno dimostrato una dinamica simile anche in Siria.
Qualcuna delle diverse bande di ‘freedom fighter’ del momento, che cercano di spartirsi gli ‘aiuti umanitari’ degli occidentali e delle petro-monarchie, non ha gradito i favoritismi accordati dagli italiani? Non a caso la Farnesina ha dichiarato “occorre mantenere il massimo riserbo” perché “l’incolumità dei connazionali resta la priorità assoluta“. Perché tale riserbo? I terroristi e i loro sequestrati si troverebbero in Siria, non Italia. Presumibilmente non dovrebbero seguire i media italiani, e difficilmente consulterebbero internet, sempre che sappiano l’italiano, in una zona di guerra.

Fonti:
Altreconomia
Daily Mail
Panorama
La Nuova Sardegna
Elio Lannutti
Free Republic
The Guardian
Ukrainian Week
IB Times
Time
Now Mmedia
New York Times
Reporting Project
PressTV
Repubblica
Il Fattoquotidiano


Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, invoca la distruzione della Siria

Gli ascari della NATO usano armi chimiche in Siria

Tony Cartalucci, Land Destroyer 19 marzo 2013

360c08cad949fde4d1bbb5b4c0def68b_XLDopo una guerra e un’occupazione decennale in Iraq, la morte di oltre un milione di persone, tra cui migliaia di soldati statunitensi, il tutto dovuto a indicazioni palesemente false secondo cui tale nazione era in possesso di “armi di distruzione di massa” (ADM), appare l’ipocrisia scandalosa dell’occidente che arma, finanzia e appoggia politicamente i terroristi in Siria, che in realtà hanno e utilizzano tali armi contro il popolo siriano. Almeno 25 persone sono morte dopo un attacco con armi chimiche contro soldati siriani, condotto dai terroristi filo-NATO ad Aleppo.
Sebbene i terroristi sostenuti dalla NATO non abbiano la “competenza” per usare le armi chimiche, viene riportato dalla CNN, in un articolo del dicembre 2012 “Fonti: Gli USA addestrano i ribelli siriani sulla sicurezza delle armi chimiche“, che “Gli Stati Uniti e alcuni alleati europei utilizzano aziende private della difesa per addestrare i ribelli siriani su come proteggere le scorte di armi chimiche in Siria, hanno detto alla CNN un alto funzionario degli Stati Uniti e diversi diplomatici di alto livello.” E mentre alcuni tentano di suggerire l’uso di armi chimiche da una parte e dall’altra parlano di “scorte non protette” e a “rischio sicurezza”, le armi potrebbero probabilmente provenire dalla Libia. Aleppo si trova vicino al confine turco-siriano.
Se le scorte di armi chimiche depredate dalla Libia vengono spedite in Siria, le armi libiche inviate dagli USA, come le migliaia di terroristi libici che certamente operano in Siria, avrebbero attraversato la Turchia e molto probabilmente per essere usate per colpire città come Aleppo. Peggio ancora, le armi chimiche importate nel Paese coinvolgerebbero la NATO, direttamente o per grave negligenza, in quanto le armi avrebbero attraversato un membro della NATO, la Turchia, come ammettono ex-agenti della CIA che operano lungo il confine e al fianco dei terroristi filo-occidentali attivi in Siria.

Le ADM della Libia sono in mano ai terroristi
L’arsenale della Libia era caduto nelle mani degli estremisti settari, grazie al supporto della NATO nel 2011, durante il culmine degli sforzi per rovesciare la nazione nordafricana. Da allora, i militanti libici guidati dai comandanti del Gruppo Combattente Islamico libico (LIFG) di al-Qaida hanno armato gli estremisti settari di tutto il mondo arabo, tanto a occidente in Mali, quanto a oriente in Siria. Oltre ad armi leggere, anche quelle pesanti vengono inviate attraverso questa vasta rete. Il Washington Post, nel suo articolo “I missili libici a piede libero“, riferisce: “Due ex ufficiali antiterrorismo della CIA mi hanno detto, la scorsa settimana, che i tecnici hanno recentemente inviato 800 di questi sistemi di difesa antiaerea portatili (noti come MANPADS ), una parte al gruppo jihadista africano Boko Haram, spesso visto come un alleato di al-Qaida, per un possibile uso contro i jet commerciali che volano su Niger, Chad e forse Nigeria“. Anche se indubbiamente queste armi sono anche dirette in Niger, Ciad, Nigeria e forse, lo sono probabilmente anche in Siria.
I terroristi libici del LIFG invadono la Siria partendo dalla Libia. Nel novembre 2011, il Telegraph, nell’articolo “Gli islamisti libici incontrano l’ELS dell’opposizione siriana“, avrebbe riferito: “Abdulhakim Belhadj, capo del Consiglio militare di Tripoli ed ex leader del Gruppo combattente islamico libico, ‘ha incontrato i leader dell’esercito libero siriano a Istanbul e al confine con la Turchia’, ha detto un ufficiale che collabora con Belhadj. Mustafa Abdul Jalil (il presidente ad interim libico) l’ha mandato lì.” Un altro articolo del Telegraph,I nuovi governanti della Libia offrono armi ai ribelli siriani”, ammetterebbe che: “I ribelli siriani hanno avuto colloqui segreti con le nuove autorità della Libia, per garantirsi armi e denaro per la loro rivolta contro il regime del presidente Bashar al-Assad, ha appreso il Daily Telegraph. Nel corso della riunione che si era tenuta a Istanbul con funzionari turchi, i siriani hanno chiesto ‘aiuto’ ai rappresentanti libici che hanno offerto armi e, potenzialmente, volontari. ‘C’è in programma l’invio di armi e anche di combattenti libici in Siria’, ha detto una fonte libica, parlando in condizione di anonimato. ‘Un intervento militare è in corso. Nel giro di poche settimane si vedrà.’” Più tardi, quel mese, circa 600 terroristi libici sarebbero entrati in Siria per iniziare le operazioni di combattimento e da allora invadono il Paese.

Libyan_Terrorists_In_Syria
Il libico Mahdi al-Harati, del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), organizzazione terroristica secondo il dipartimento di Stato USA, le Nazioni Unite e le autorità britanniche (pagina 5,  .pdf), colloquia con altri terroristi in Siria. Harati è ora al comando di una brigata libica operativa in Siria, nel tentativo di distruggere il governo siriano e soggiogare la popolazione siriana. Tradizionalmente, ciò si chiama “invasione”.

Il Washington Post ha riferito di “missili dispersi” in Libia spediti ora sul campo di battaglia in Siria. Mentre giornali come il Guardian, nel suo articolo “Armi e MANPADS: i ribelli siriani ricevono missili antiaerei“, riportano che i missili vengono distribuiti in tutta la Siria, tentando di minimizzare qualsiasi connessione tra il saccheggio dell’arsenale della Libia e i terroristi di al-Qaida che li importano. Al contrario, il Times ha pubblicato le aperte rivendicazioni degli stessi terroristi, che ammettono di ricevere armi pesanti dalla Libia, tra cui missili superficie-aria. Nell’articolo del Times,I combattenti libici esportano la loro rivoluzione in Siria“, viene riportato che: “Alcuni siriani sono più franchi a proposito del contributo che i libici forniscono. ‘Hanno armi più pesanti di noi”, osserva Firas Tamim che si è recato nelle zone controllate dai ribelli per tenere sotto controllo i combattenti stranieri. “Hanno portato queste armi in Siria, che vengono utilizzate in prima linea.” Tra le armi, Tamim ha visto missili superficie-aria di fabbricazione russa, noti come SAM SA-7. I combattenti libici in gran parte negano i trasferimenti di armi, ma a dicembre mi dicevano che stavano facendo proprio questo. ‘Stiamo raccogliendo armi in Libia’, ha detto al quotidiano francese Le Figaro un combattente libico in Siria. ‘Una volta fatto questo, dovremo trovare un modo per portarle qui’.”
Chiaramente l’intervento della NATO in Libia ha lasciato un vasto e devastante arsenale nelle mani degli estremisti settari, guidati dal LIFG, definito organizzazione terroristica da dipartimento di Stato USA, Nazioni Unite e autorità britanniche (pagina 5, .pdf), che oggi esporta armi e militanti nell’altro fronte della NATO in Siria. Confermando che terroristi e armamenti libici attraversano il confine turco-siriano con l’assistenza della NATO, è ormai chiaro che le armi pesanti, tra cui armi antiaeree, hanno attraversato il confine. The Guardian ha riferito nel suo articolo del novembre 2011, “Intatte le scorte di armi chimiche dei libici, dicono gli ispettori“, che: “Le scorte di iprite e di sostanze chimiche della Libia utilizzate per la fabbricazione di armi, sono integre e non sono state sottratte durante la rivolta che ha rovesciato Muammar Gheddafi, hanno detto gli ispettori”. Ma ha anche riferito che: “L’abbandono o la scomparsa di alcune armi ha suscitato il timore che tale potenza di fuoco possa erodere la sicurezza regionale, se cadesse nelle mani di militanti islamici o dei ribelli attivi nel nord Africa. Alcuni temono che potrebbero essere utilizzate dai fedelissimi di Gheddafi per diffondere l’instabilità in Libia. Il mese scorso Human Rights Watch ha esortato il CNT della Libia ad intervenire sul gran numero di armi pesanti, tra cui missili superficie-aria, che resta incustodito a più di due mesi dal rovesciamento di Gheddafi. Il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha detto che l’ONU dovrebbe inviare esperti in Libia per garantire che materiale nucleare e armi chimiche non siano caduti nelle mani sbagliate.”
E mentre gli ispettori sostengono che in Libia le armi chimiche sono nelle mani del ‘governo’ e non in quelle degli ‘estremisti’, è chiaro per ammissione del governo libico che esso stesso è coinvolto nell’invio di combattenti e armi in Siria. Resta da vedere la provenienza di queste armi chimiche. Se sembrano provenire dagli arsenali della Libia, la NATO, in particolare gli Stati Uniti e la Turchia, dovrebbero essere implicati nella fornitura di ADM ai terroristi di al-Qaida, il vero scenario che ha paralizzato l’occidente dalla paura, negli ultimi 10 anni, rinunciando alla libertà e versando il sangue di migliaia di soldati per impedirlo. L’implicazione dei terroristi appoggiati dall’occidente con le armi chimiche, indipendentemente dalla loro origine, costa all’occidente la sua già discussa legittimità, mette a repentaglio le sue istituzioni e colpisce ulteriormente la fiducia dei tanti alleati che vi investono sul piano politico, finanziario, industriale e strategico. Tali alleati farebbero bene ad iniziare a cercare di uscirsene e di coltivare alternative esterne all’ordine internazionale voluto da Wall Street-Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Uccidere la speranza: Laura Boldrini, Eritrea e Libia

Il rovesciamento della Jamahiriya Libica e l’assassinio del suo leader non avevano nulla a che fare con i diritti umani e altra spazzatura ideologica. “Chi oggi cerca di far credere ciò, dovrebbe essere accusato di apologia di crimini di guerra e complicità dalla Corte penale internazionale, se questa vuole ancora avere un minimo di credibilità.”

'Combattenti per la Libertà' in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il supporto della Comunità Internazionale (ovvero, l'intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

‘Combattenti per la Libertà’ in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il ‘supporto della Comunità Internazionale’ (ovvero, l’intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

Nell’estate del 2010, montò un’aspra campagna anti-libica, volta a sabotare gli accordi strategici tra Tripoli e Roma. In vista anche dell’assalto e della distruzione della Repubblica popolare socialista delle Masse (Jamahiriya) di Libia. La campagna propagandistica, attuata dai mass media di sinistra: l’Unità, Repubblica-L’espresso, Rai3/TG-3, ecc. verteva su una storia diffusa da alcune ONG e dal CIR (Consiglio Italiani  dei Rifugiati) che, basandosi sulle oramai oggi famose e fumose ‘anonime voci locali’, affermavano che il 30 giugno 2010, 247 ‘profughi’ eritrei e somali sarebbero stati “caricati a forza su tre container e, dopo un viaggio di 10 ore, portati a Saba (ma le stesse fonti poi parlano di  Misurata. NdR), nel mezzo del deserto del Sahara, come punizione per una rivolta e un tentativo di fuga dal centro di ‘detenzione’ di Misurata”.
A queste ‘notizie’, il PD, la sinistra e i verdi prontamente scattavano chiedendo l’intervento del premier Silvio Berlusconi, del ministro degli Esteri Franco Frattini e di quello degli Interni Roberto Maroni, affinché “l’Italia si faccia carico di queste persone”. In tale quadro, i Verdi, oramai in via di estinzione, nel tentativo di riguadagnare i galloni da campo agli occhi della dirigenza atlantista, scattavano a loro volta pretendendo “un’inchiesta internazionale immediata e ai massimi livelli“, mentre il loro presidente Angelo Bonelli insisteva “é materia da Tribunale penale internazionale, se le notizie che arrivano dai campi libici fossero confermate, avremmo una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, con una implicita complicità dell’Italia, cosa che getterebbe vergogna e fango sulla storia della nostra democrazia“. I Verdi, come da tradizione, accorrevano ad oliare i fucili della NATO, assieme ad altri figuri, come il senatore dell’UDC Giampiero D’Alia che invitava il governo a “non mettere la testa sotto la sabbia e a dimostrare almeno una volta di non essere succube del colonnello Gheddafi“, mentre il deputato del PdL Enrico Pianetta, ex-presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, si appellava a Frattini e Maroni “Per salvare i nostri 300 fratelli eritrei che hanno diritto ad avere asilo politico e non di essere trattati come bestie dalla Libia…” concludendo che era una cosa “più grande degli interessi geopolitici internazionali”. E difatti, un anno dopo, nel 2011, Frattini accoglieva l’appello strappalacrime mettendo davanti agli interessi nazionali ben altri interessi… Pianetta se ne sarà felicitato.
Infatti, la ben istruita Amnesty International avviava la sua ben rodata prassi di disinformazione e propaganda negativa contro i prossimi bersagli della NATO; Riccardo Noury di Amnesty International Italia collegava le due ‘feroci dittature’ libica ed eritrea, da sempre invise sia alla NATO che ai suoi petro-ascari arabi: “Il destino per chi viene rispedito in Eritrea è il carcere, torture e maltrattamenti per loro e i familiari. Chiediamo alla Libia il rispetto degli obblighi umanitari”, corredandole di accuse contro Asmara: leva militare permanente, mancanza di libertà di stampa, persecuzioni religiose, ecc. Al solito, tutto l’occorrente hollywoodiano per creare il fantoccio del nemico perfetto da bombardare in modalità ‘politically correct’.
Difatti, nel dicembre 2009, le Nazioni Unite imponevano le routinarie sanzioni all’Eritrea, compreso il congelamento dei beni e il divieto di espatrio dei membri del Governo. Le solite cose viste, regolarmente applicate ai nemici della NATO e delle istituzioni finanziarie internazionali, come le agenzie finanziarie di George Soros, bandito transnazionale, uso pagare ONG e guitteria dirittumanitarista affinché svolgano i richiesti servizi mirati di disinformazione strategica. Infatti, il governo libico, davanti alle operazioni di ingerenza interna imbastita guarda caso dall’Alto Commissariato dei Rifugiati delle Nazioni Unite, la cui portavoce era proprio Laura Boldrini, decideva di espellere dalla Libia l’UNCHR, per l’opera di destabilizzazione che stava svolgendo soprattutto, sempre un caso, a Misurata, futura roccaforte della sovversione salafita-atlantista del 2011.
Di fronte alla pronta reazione di Tripoli, scattavano la controffensiva mediatica delle varie guapperie del ‘politically correct’ viola o arancione che fossero. In sostanza le associazioni anti-razziste, pro-migranti, dirittumanitariste a senso unico, iniziavano il battage pubblicitario anti-libico, ottenendo il sostegno dei su ricordati pavidi ‘personaggi istituzionali’, nel mettere sotto pressione il governo italiano, affinché auto-sabotasse la propria iniziativa verso la Jamahiriya Libica. All’orizzonte, intanto, si profilava il golpe-insurrezionale anglo-franco-qatariota di Bengasi. Fonte principale di questa storia dei profughi eritrei picchiati e internati in Libia, erano le ONG Fortress Europe e Habesha, che da Roma raggiunsero agevolmente alcuni presunti ‘detenuti’ a Misurata. Resta da spiegare come fosse possibile che dei ‘detenuti vessati e picchiati’, potessero colloquiare tranquillamente al telefono con esponenti di note ONG eritree anti-governative e foraggiate da frazioni della dirigenza italiana e dal Vaticano. Ma nonostante tutto, la terribile repressione denunciata dall’ONG Habesha riguardava dei feriti e dei tentati suicidi “per evitare la compilazione dei moduli di identificazione”; una pratica normale in qualsiasi Paese.
Va ricordato che Habesha è un’agenzia diretta e gestita da elementi contrari al governo di Asmara, e che a sua volta rilanciava tali notizie presso l’UNCHR, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il CIR, e gli immancabili Amnesty International e Human Rights Watch. Lo scopo come detto era sabotare un’intesa italo-libica, da sempre contrastata dai partiti di centro-sinistra e della destra filo-sionista, da sempre totalmente proni agli interessi statunitensi, inglesi, francesi e israeliani, come ben dimostra la carriera ONUsiana dell’attuale presidente della Camera Laura Boldrini. Anche lei direttamente coinvolta e partecipe in tali eventi dalle origini e modalità più che dubbie.
Esilarante, poi, quando quell’estate 2010 accade un evento che sebbene svoltosi sotto gli occhi di un pubblico di milioni telespettatori, sfuggì totalmente alla loro attenzione. Ebbene, il TG-3, il telegiornale di sinistra, gestito dal PD in base alla spartizione partitocratica (e privatistica) delle risorse pubbliche, trasmise per alcuni giorni la notizia allarmante sui migranti eritrei, lanciando l’allarme sulle brutali condizioni vigenti nei ‘campi di concentramento’ di Gheddafi, dove perfino un milione, dicevano, di africani veniva brutalizzato e perfino lasciato morire. I ‘migranti eritrei’ denunciavano al TG-3 i maltrattamenti subiti dalla polizia di Gheddafi: torture, bastonature, incatenamenti, isolamento, denutrizione, maltrattamenti, malattie e fame. Sembrava che tutte le storie horror delle varie agenzie antirazziste, oggi scopertesi al soldo della NATO, del social-colonialismo parigino e dei petro-emirati del Golfo Persico, venissero verificate e dimostrate. Ma la cosa strana, che ai giornalisti del TG-3 sfuggì, o che semplicemente ignorarono contando sulla dabbenaggine del telespettatore medio di ‘sinistra’, era dato dal fatto che i poveri migranti eritrei, ‘internati e torturati’ nei lager gheddafiani, potessero tranquillamente spargere questa disinformazione intervenendo in diretta, durante il telegiornale stesso, parlando con lo speaker del TG-3 che, candidamente, diceva al pubblico che i “migranti-prigionieri” intervenivano grazie alla disponibilità di un telefono satellitare. Ovviamente si guardarono bene dallo specificare come fosse possibile che dei ‘prigionieri’ incatenati in un lager, avessero a disposizione, e chissà grazie a chi, addirittura un telefono satellitare con cui poter screditare il sistema libico parlando in diretta con i giornalisti del TG-3.
Il TG 3 si era prestato ad un’operazione di disinformazione strategica e di preparazione all’aggressione bellica alla Jamahiriya Libica, e questo ben sei-sette mesi prima che si sentisse parlare di “Primavera Araba”, con ciò dimostrando che l’intervento contro la Libia Popolare era in preparazione da molto tempo, anni se non decenni prima del 2011. Come si vedrà, la presunta ‘Primavera Araba’ in Libia è sempre stata seguita, coccolata e protetta fin dal primo giorno della “rivolta” di Bengasi. Altrimenti, cosa ci facevano la Portaeromobili Garibaldi e la nave-spia Elettra della marina militare italiana, nelle acque al largo di Bengasi, proprio nei giorni dell’esplosione della rivolta contro Gheddafi? Senza parlare poi della nave da carico utilizzata dalla nota ONG Emergency per prestare soccorso ai golpisti islamisti di Misurata (e solo a loro), che veniva regolarmente utilizzata per trasportare armi, mercenari, terroristi e consulenti occidentali, addirittura dei droni canadesi, per supportare la sanguinaria rivolta islamista e atlantista contro la Libia socialista e popolare.


Assalto all’ambasciata jamhiriyana libica di Roma da parte delle forze politiche (sinistra italiana e islamisti nordafricani) di cui, oggi, è espressione la neo-eletta presidente della camera Laura Boldrini.

Come mai al centro di queste vicende si trovano dei profughi eritrei? E come mai la pronta sollecitudine di ONG eritree, o presunte tali, nel denunciare sia Tripoli che Asmara? Come scrive un intellettuale-gangster nemico di Gheddafi e di Afeworki: “Se si dovesse ricomporre una vecchia canzone eritrea per descrivere quante volte il Presidente eritreo ha visitato la Libia negli ultimi dieci anni, uno dei versi reciterebbe così: ‘L’aereo vola, vola, viaggiare da Asmara a Tripoli è diventato un divertimento'”.
Isaias Afeworki è il leader del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo e  presidente dell’Eritrea. In un’intervista del presidente eritreo ai media libici, del 5 gennaio 2011, descrisse la relazione tra i due Paesi come speciale e storica. Aveva anche dichiarato di aver visitato la Libia durante le sanzioni delle Nazioni Unite imposte alla Jamahiriya Libica dal 1992 al 2003, sottolineando la forte opposizione della Libia quando sanzioni analoghe sono state inflitte Eritrea, nel 2007. L’ultimo viaggio del Presidente Isaias Afeworki in Libia avvenne il 9-12 ottobre 2010, mentre l’ultimo incontro tra i due leader libico ed eritreo, avvenne a N’djamena, in Chad, il 21 luglio e poi in Libia il 23 dello stesso mese. Aferworki si recava in Libia per avere supporto materiale e politico, per affrontare le cospirazioni organizzategli contro. Afeworki compì la sua prima visita in Libia il 3 febbraio 1998, stabilendo in quell’occasione le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, che migliorarono notevolmente dopo la guerra eritreo-etiopica del maggio 1998, quando l’Eritrea ricevette il sostegno dalla Libia, che dopo di allora chiese di spostare la sede dell’OUA da Addis Abeba a Tripoli.
In tale quadro, il 4 febbraio 1998, la Jamahiriya Libica creò la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD), con sede a Tripoli. La Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara è una delle Comunità economiche regionali del continente (CER) riconosciuti dall’Unione africana. L’Unione Africana riconosce attualmente otto CER, ognuna di esse ha un ruolo chiave nel processo d’integrazione africana. Al vertice di fondazione del CEN-SAD parteciparono Gheddafi, i capi di Stato di Mali, Chad, Niger, Sudan e un rappresentante del presidente del Burkina Faso (come non notare tra essi i diversi Paesi aggrediti negli ultimi anni, dalle forze atlantiste). Le relazioni tra i due Paesi divennero ancora più strette dopo che l’Eritrea aderì all’organizzazione nell’aprile 1999. Difatti, il CEN-SAD arrivò a riunire 23 Strati (circa il 43% di tutti i membri dell’Unione Africana) divenendo a sua volta una piccola Unione africana. In ultima analisi, in questo attivismo anti-coloniale della Libia, che ostacolava l’invadenza dell’Unione del Mediterraneo, sponsorizzata dalla Francia, e del Comando Africa degli USA (AFRICOM), sul continente africano, risiede la motivazione profonda dell’aggressione e della distruzione della Jamahiriya Libica. Aggressione e distruzione sponsorizzate da Laura Boldrini, che nel suo ruolo di esponente dell’UNCHR, ha condotto la campagna mediatica volta a promuovere il bombardamento umanitario della Libia, così come oggi, marzo 2013, la medesima Boldrini svolge una campagna mediatica per promuovere il bombardamento della Siria baathista.
Gheddafi, promuovendo la sua politica panafricana, avviò il CEN-SAD per conseguire i seguenti obiettivi:
– la creazione di un’unione economica basata sull’attuazione complessiva di un piano di sviluppo della comunità integrando e supportando i piani di sviluppo nazionali dei Paesi membri, comprendenti diverse aree di sviluppo economico e sociale come l’agricoltura, l’industria, l’energia, le iniziative sociali, culturali e sanitarie
– L’eliminazione di tutte le restrizioni che ostacolano:
• La libera circolazione delle persone, dei capitali e degli interessi dei cittadini degli Stati membri
• Le libertà di residenza, proprietà ed esercizio di attività economiche
• Le libertà di commercio e di circolazione di beni, prodotti e servizi degli Stati membri
• La promozione del commercio estero e di una politica di investimenti negli Stati membri
• Lo sviluppo dei trasporti tra gli Stati membri e di congiunti progetti per le comunicazioni terrestri, aerei e marittime
• Riconoscimento ai cittadini degli Stati membri degli stessi diritti e obblighi
• Armonizzazione dei sistemi di istruzione, educativi, scientifici e culturali Sempre più Stati africani s’interessavano ai piani di Gheddafi.
Nel 2009, all’ottavo vertice dell’organismo erano presenti 28 Stati: Libia, Burkina Faso, Mali, Chad, Sudan, Niger, Repubblica Centrafricana, Eritrea, Senegal, Gambia, Gibuti, Egitto, Marocco, Tunisia, Nigeria, Somalia, Togo, Benin, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Ghana Sierra, Leone, Guinea, Comore, Kenya, Mauritania, Sao Tome e Principe, Liberia. In conclusione: in meno di dieci anni l’organizzazione del CEN-SAD era riuscita a riunire 28 paesi con 350 milioni di abitanti, che si estendevano dall’Atlantico al Oceano Indiano, dal Mar Mediterraneo al Golfo di Guinea, cioè la metà settentrionale del continente. Il governo jamahiriyano libico copriva il 15 per cento dell’intero bilancio dell’Unione Africana, pagando le quote annuali degli stati africani più piccoli e poveri. Negli ultimi dieci anni, aveva donato miliardi di dollari in aiuti a vari Paesi africani, e aveva istituito un fondo di 1,5 miliardi dollari per l’Africa.
Fu questo imponente e rapido processo che spinse le potenze occidentali, soprattutto le vecchie potenze coloniali come Francia e Regno Unito, ad organizzare il sabotaggio di questo programma, con l’attivo supporto di frange dell’ONU e delle ONG finanziate o da Parigi/Londra, o dai loro nuovi alleati del Golfo Persico, gli oscurantisti regni petro-islamisti del Golfo Persico come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Quwait e Oman. Gli USA a loro volta reagirono costituendo nel 2004 l’iniziativa antiterrorismo trans-sahariana e nel 2008 l’AFRICOM. Per poter giustificare la nuova ingerenza delle potenze della NATO, vennero ricreati e favoriti i locali ‘gruppi islamici terroristi’ come Ansar al-Din, MUJAO o l’AQMI, al-Qaida nel Maghreb Islamico, di cui fa parte il Gruppo islamico combattente in Libia (LIFG), armato e finanziato dalla NATO allo scopo di distruggere la Libia. Il LIFG é principale ispiratore della repressione degli immigrati africani e della minoranza libica-africana,la cittadina di Tarhouna, composta da 40000 abitanti discendenti degli schiavi africani, è stata rasa al suolo, sotto lo sguardo compiaciuto di Laura Boldrini e di quelle ONG dirittumanitariste e ‘antirazziste’ che per prima sparsero la voce che i 2,5 milioni di immigrati presenti nella Jamahiriya Libica fossero ‘mercenari di Gheddafi’. Menzogna diffusa per giustificare i veri crimini contro l’umanità commessi dai mercenari salafiti-taqfiriti arruolati dalla NATO e dal Qatar.
Gheddafi visitò l’Eritrea il 7-9 febbraio 2003, dove fu ricevuto a Massaua e ad Asmara da migliaia di eritrei. Fu proprio in quel periodo che l’agenzia para-governativa bzrezinskiana statunitense Human Rights Watch lanciò l’offensiva mediatica mondiale tesa a screditare l’Eritrea. Allo scopo sono stati fondati e finanziati ONG e Partiti di Opposizione che, come il Partito Nazionale Wufaq, che apertamente invoca la rivolta armata per rovesciare il governo eritreo, prendendo come esempio le ‘Primavera araba’. Il Partito Wufaq fa parte del Congresso nazionale per il cambio democratico (NCDC); più che un titolo un marchio di fabbrica che porta direttamente alle agenzie d’influenza e d’intelligence statunitensi, come il NED, l’IRI e la CIA. La sigla standard di ‘Congresso democratico’ è già stata ampiamente utilizzata dagli ascari delle forze d’opposizione siriane, irachene e iraniane, che hanno sempre fatto ricorso al terrorismo e hanno sempre invocato l’intervento armato della NATO contro i rispettivi Paesi. Ed è a questo tipo di forze che si richiama Laura Boldrini, quando parla di “richieste di pace e libertà” in Siria.
Ritornando al NCDC, non è una pura coincidenza che abbia sede ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, con cui l’Eritrea è in conflitto da decenni. Nel frattempo i cosiddetti Democratici ed attivisti dei diritti umani eritrei, radunati dalla Rete della Società Civile eritrea in Europa (NESC-Europe), dopo aver trovato “edificante vedere questa nuova ondata democratica che attraversa l’Africa, l’emergere dell”Africa in movimento’”, ovvero l’intervento della NATO in Costa d’Avorio, Libia, Repubblica centrafricana e Mali, i ‘democratici euro-eritrei’ chiedono all’Unione europea di saper cogliere “l’ora della resa dei conti” con il governo di Asmara, per “cambiamento strategico”. Cambiamento, l’attuale parola d’ordine degli ascari del Pentagono e di Wall Street risuona in continuazione in questi ultimissimi anni, in tutti gli angoli in cui vi siano interessi degli statunitensi e dei loro alleati. Infatti, la Rete NESC-Europa chiede all’UE supporto finanziario-politico; l’avvio di una campagna d’infiltrazione presso la ‘società civile’ eritrea, ovvero preparare l’ennesima rivoluzione colorata; il riconoscimento di unico rappresentante legittimo dell’Eritrea; ecc.
Insomma, il solito armamentario mieloso, che serve solo a nascondere i proiettili e le bombe dell’armamentario effettivo. Non a caso una copia di tale ‘appello’ era stata speranzosamente inviata a Nicolas Sarkozy, l’ex-presidente della Repubblica francese, primo responsabile della tragedia libica. E infatti, l’UE, e soprattutto Roma, ha prestato orecchio a tale commovente appello. L’Intergovernmental Authority on Development (IGAD) è un’ente regionale per lo sviluppo del Corno d’Africa, rifondato nel 1996, e che riunisce Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Uganda. Notare che nel 2007 l’Eritrea è stata sospesa, mentre l’inesistente Somalia, e lo Stato fantoccio Sud Sudan, prede di una inestinguibile guerra civile, continuano a farne parte, ricevendo i sostanziosi fondi elargiti dai ‘partner’ occidentali dell’IGAD, riuniti nel FPI (Forum dei Partner dell’IGAD), fondato a Roma nel gennaio 1998, dove si decise d’istituire il Comitato di attuazione del progetto, poi attivato nel novembre 1998. Il Presidente dell’IGAD è il Presidente del FPI, e il governo italiano è il primo co-presidente. Si noti che all’FPI fa parte anche la già accennata Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), coinvolta nella sovversione in Libia. In sostanza, l’Eritrea è stata sospesa dall’IGAD, e quindi esclusa da qualsiasi finanziamento per lo sviluppo dall’UE e dagli USA, e l’Italia in tale decisione ha avuto un ruolo determinate. Si ricordi che all’epoca era al governo in Italia il centro-sinistra, cui ideologicamente si richiama Laura Boldrini.
Le ONG eritree, soprattutto quelle che si occuperebbero di migranti e profughi, sono finanziate dai Paesi occidentali, dal Vaticano e dalle petro-monarchie, tutti nemici dichiarati del governo Afeworki. Quindi, non è una casualità che si sia colta l’occasione dei presunti abusi, probabilmente inventati, sugli immigrati eritrei in Libia. Si è cercato di colpire non solo i rapporti tra Roma e Tripoli, ma anche quelli tra Tripoli e Asmara. L’Eritrea, come visto, aveva un grande amico in Gheddafi, colpendo i legami tra Eritrea e Libia, quindi, si è cercato di destabilizzare anche Aferworki, giocando la carta di una presunta persecuzione dei migranti eritrei pur di suscitare una reazione tra la popolazione eritrea contro il governo in Patria.
Tale accanimento contro l’Eritrea è dettato soprattutto dall’importante posizione strategica che occupa, sul Mar Rosso, laddove passa la maggior parte del flusso petrolifero che va dal Golfo Persico al Mediterraneo-Europa occidentale. Asmara coltiva solidi rapporti con potenze eurasiatiche come l’Iran e la Cina popolare, Stati percepiti come avversari strategici dagli USA, e quindi dalla NATO, e dai loro petro-ascari delle monarchie oscurantiste arabe e delle varie fazioni terroristiche salafite che tormentano il Medio Oriente. E quindi non è un caso che, dopo la farsa del presunto ‘golpe’ del gennaio 2013, quando vi fu un’azione sconclusionata di alcuni squinternati in cerca di denaro, venne gonfiata e trasfigurata in una ‘rivoluzione’ dagli organi di disinformazione occidentali. Tra queste, in prima linea, la solita al-Jazeera, e quindi l’emiro del Qatar, che cercava di esportare la sua ‘democrazia’ anche in Eritrea. Giustamente il governo di Asmara ha adottato i provvedimenti necessariamente adeguati nei confronti delle spie e dei propagandisti del salafismo militante qatariota, espellendoli dal Paese. Difatti, anche in Eritrea il regime del Qatar ha dimostrato di cooperare con Israele.
Secondo il think tank statunitense Stratfor:Iran, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto stanno diventando stretti alleati del piccolo Paese africano. L’Iran ha fornito armi e addestra i ribelli yemeniti al-Houthi sistemati sulle coste eritree. Ciò ha svegliato l’interesse dell’Arabia saudita per l’Eritrea, poiché Riyadh vuole contenere i ribelli. Il Qatar, che vuole aumentare la sua influenza in Africa orientale, ha mediato nella disputa di confine tra Eritrea e Gibuti”. D’accordo con il governo di Asmara, nel 2008 l’Iran ha attivato una piccola guarnigione militare a protezione della raffineria di Assab, e nel 2009 l’Export Development Bank of Iran ha investito nel paese 35 milioni di dollari. Secondo Stratfor, per l’Iran è importante la posizione strategica dell’Eritrea, che controlla lo stretto di Bab el-Mandeb, importante passaggio del traffico marittimo internazionale, soprattutto del trasporto di greggio.
Sempre secondo Stratfor,Israele ha una piccola ma significativa presenza” in Eritrea: una stazione di ascolto ad Amba Soira e un attracco nell’arcipelago delle isole Dahlak. “L’arrivo degli israeliani, secondo fonti dell’intelligence italiana, è stato mascherato da investimenti nel settore ittico, in particolare nella costruzione di progetti per l’allevamento intensivo dei gamberetti. La funzione di questa presenza sarebbe tenere sotto controllo i movimenti degli iraniani, senza però ledere le relazioni, importanti per la politica africana di Israele, con l’Etiopia. Secondo la stampa israeliana, l’attracco nelle isole Dahlak verrebbe utilizzato dai sottomarini israeliani nelle operazioni per contrastare il presunto traffico di armi dall’Iran verso Hamas ed Hezbollah, via Sudan.” E secondo l’intelligence italiana, nel Paese vi sarebbero anche i cinesi, che controbilanciano la presenza nella confinante Gibuti di statunitensi e francesi, tutte presenze che rientrano nelle missioni navali antipirateria di NATO, Russia India, Iran e Cina popolare, che pattugliano Bab el-Mandeb e le acque del Golfo di Aden.

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Fonti:
RAI-news24
Il Fattoquotidiano
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Il Fattoquotidiano
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Alessandro Lattanzio, 18/03/2012

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