Trump rischia grosso su Gerusalemme

Frontier Insights 7 dicembre 2017Il presidente Trump annunciava che intende trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme entro sei mesi, oltre a dichiarare l’audace riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Tale atto inaudito è stato ampiamente denunciato dalla maggior parte dei capi di Stato, ad eccezione ovviamente del governo israeliano. Attualmente, quasi tutti i Paesi con relazioni diplomatiche con Israele hanno la missione a Tel Aviv. Trump ha appena fatto una grande scommessa per risolvere il lungo conflitto tra Israele e Palestina. Ma già da come le cose si svolgono, le speranze di una soluzione sono lontane.

Breve riassunto del conflitto arabo-israeliano
Questo è un conflitto molto lungo, teso e complicato, quindi il riassunto non si garantisce in alcun modo adeguato, non potendo coprire tutto, poiché probabilmente richiederebbe un intero libro. In breve, l’ultimo grande cambiamento che emerge quale riferimento della maggior parte dei tentativi di accordi di pace, è la guerra dei 6 giorni del 1967, quando Israele sconfisse gli arabi. Israele finì col prendere il Sinai dall’Egitto, Gerusalemme Est e Cisgiordania dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Da allora, il Sinai fu restituito all’Egitto con l’accordo di pace nel 1979, mentre le alture del Golan e la Cisgiordania (nota anche come Giudea e Samaria in Israele), sono rimaste sotto occupazione israeliana. La maggior parte dei tentativi di risoluzione del conflitto arabo-israeliano da allora faceva frequenti riferimenti ai confini precedenti al 1967, quando la composizione politica di Israele e Palestina era molto più vicina al piano di partizione originale dell’ONU del 1947, Risoluzione 181. Il motivo per cui ciò non è esatto è che il piano di partizione originale cambiò dopo la guerra del 1948, quando gli arabi dichiararono guerra ad Israele il giorno dopo aver dichiarato l’indipendenza. Israele vinse la guerra e occupò più terra di quella in origine lasciata dall’ONU.

Problemi chiave
Diritto al ritorno
I palestinesi espulsi e/o fuggiti da Israele durante la guerra del 1948, che all’epoca erano oltre 700000, si stabilirono in grandi campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Oggi sono 4-5 milioni. Il diritto al ritorno è una richiesta che sancisce il diritto ai rifugiati di tornare in Israele. Israele si oppone fermamente a ciò per ovvi motivi; ne cambierebbe i dati demografici in favore degli arabi.

Status di Gerusalemme
Entrambe le parti rivendicano Gerusalemme come capitale, con Gerusalemme Ovest conosciuta come la metà israeliana, e Gerusalemme Est conosciuta come la metà araba. L’ONU dichiarò Gerusalemme città internazionale, per la sua importanza sia per gli israeliani che per gli arabi, così come per cristiani, ebrei e musulmani. La Chiesa ortodossa russa orientale, il Vaticano e il musulmano Waqf possiedono le proprietà storiche di Gerusalemme e sovrintendono vari monumenti sacri, consolidando così la nozione di status internazionale.

Sicurezza
Con la divisione dell’Autorità Palestinese tra Hamas a Gaza e Fatah a Ramallah (Cisgiordania), Fatah riconobbe il diritto d’Israele ad esistere all’inizio degli anni ’90, prima degli accordi di pace di Oslo del 1993. Tuttavia, Fatah non riconosce il diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico. Hamas non riconosce il diritto d’Israele di esistere in alcuna forma, mentre Israele lo esige. Perciò, Gaza subisce un intenso blocco aereo, marittimo e terrestre da Israele, mentre la Cisgiordania ha libertà di movimento molto limitata, con limitate forze di sicurezza palestinesi autorizzate a controllare una zona interna alla zona esterna dei checkpoint della sicurezza israeliana. Israele insiste su un’autorità palestinese smilitarizzata in qualsiasi accordo. L’AP probabilmente insisterà su una più ampia forza di polizia e di confine, ma qualsiasi cosa al di là di ciò sarà considerata grave minaccia per Israele. Israele ha costruito il famigerato muro di cemento, la “barriera di sicurezza”, attorno ai territori palestinesi, impedendo gli attacchi suicidi dell’Intifada, ma divenendo anche simbolo di oppressione. La peggiore minaccia che ora affronta sono gli attacchi coi razzi dall’estero e quelli dei lupi solitari all’interno. I palestinesi non hanno praticamente forze di sicurezza e sono vulnerabili alle IDF.

Confini e insediamenti
Questo è un importante punto critico perché il governo israeliano attivamente persegue un cambio demografico a proprio favore costruendo insediamenti ebraici illegali in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e sfrattando i palestinesi a Gerusalemme e Cisgiordania. Molti lo vedono come un modo per pregiudicare i territori palestinesi. Le IDF sono note fare nulla contro i coloni illegali che molestano i palestinesi. L’espansione degli insediamenti è l’opportunismo israeliano verso un’Autorità palestinese disunita. La costruzione della “barriera di sicurezza” portava Israele ad assorbire circa il 10% delle terre palestinesi in Cisgiordania. Quindi, la richiesta dell’Autorità Palestinese dei confini di prima del ’67 rimane un argomento molto controverso. Questi sono i problemi principali. Ora si analizzano le azioni di Trump in tale contesto.Gli Stati Uniti in veste di mediatori sono permanentemente danneggiati
Trump ha una posizione fin troppo filoisraeliana screditando gli USA come mediatori del conflitto. Ridurrà ancor più il prestigio degli Stati Uniti nel mondo arabo, in particolare nel contesto degli ultimi due decenni d’imperialismo statunitense in Medio Oriente, causando incessanti massacri attraverso cambi di regime, ingerenza palese nella guerra tra sunniti e sciiti, così come ierrorismo sponsorizzato da Stati. Francamente, la mediazione degli Stati Uniti non può più essere presa sul serio. Adottare un approccio non sfumato e riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele senza menzionarne l’importanza per palestinesi e musulmani, è sbagliato. Tale posizione è grossolanamente incompatibile con la soluzione dei 2 Stati. Si ha solo la soluzione di uno Stato: quello ebraico. Trump ha fatto una mossa estrema anche per gli standard statunitensi, dove alcuna precedente amministrazione degli Stati Uniti osò fare una simile dichiarazione. I politici europei hanno condannato tale mossa. Quindi lo status di Gerusalemme come questione chiave del conflitto arabo-israeliano è ormai danneggiato da tale posizione nettamente filo-israeliana. Jared Kushner chiaramente lavora per l’agenda sionista e Trump ne è un burattino.

L’escatologia di fondo
Credo che le basi di tale dichiarazione siano state poste tempo fa dai neocon filo-sionisti. Le loro guerre e destabilizzazione del mondo musulmano hanno contribuito a indebolirlo con lotte intestine, guerre ed odio, permettendo ai sionisti di promuovere la loro agenda mentre il mondo islamico rimane diviso. La politica estera degli Stati Uniti è guidata da un’alleanza tra sionisti cristiani di destra ed sionisti ebrei, rappresentati da cittadini statunitensi-israeliani che operano negli USA per promuovere il programma israeliano. Tale alleanza di convenienza mira a schiacciare l’opposizione musulmana in Israele, dato che gli evangelici credono che Israele debba essere solo uno Stato ebraico, pre-condizione per la seconda venuta di Cristo. Gli ebrei d’altra parte, in ultima analisi, mirano a ricostruire il loro terzo tempio, che necessariamente significa distruggere le moschee di al-Aqsa e della Cupola della Roccia, entrambe molto sacre per l’Islam. Questa è una resa dei conti religiosa di proporzioni potenzialmente apocalittiche. Purtroppo, auto-avverantesi e delirante. Il fattore religioso è il fine a Gerusalemme. Escatologia significa fine dei tempi, segno distintivo di tutte le religioni abramitiche convergenti su Israele.

Il fattore russo
La Russia potrebbe rispondere bilanciando la situazione aprendo l’ambasciata a Gerusalemme Est, dando così speranza alla causa palestinese. A ciò potrebbe seguire la corsa di varie nazioni ad aprire le missioni diplomatiche a Gerusalemme Ovest od Est, legittimando la città come internazionalmente importante. Sarebbe una mossa rischiosa per Putin, ma comunque possibile. Aiuterebbe Trump a salvare la faccia, calmando una situazione potenzialmente esplosiva. La volontà del contrappeso russo sarà seguita nel mondo arabo, specialmente dopo la decisa dimostrazione di forza in Siria.

Potenziale scissione con alleati arabi
Dopo la guerra del 1973, gli Stati arabi si unirono per mettere in ginocchio l’occidente con un devastante embargo petrolifero. Fu la risposta al sostegno occidentale ad Israele nella guerra e una dimostrazione così profonda di potere che diede vita all’accordo sul petrodollaro, con cui gli USA sterilizzarono l’arma petrolifera araba fatturandone la vendita in dollari USA in cambio di garanzie per la sicurezza agli Stati arabi. Così, la mossa di Trump rischia di alienare gli alleati arabi, in particolare gli Stati fantoccio nel Golfo, già visti come troppo vicini a Israele e USA dal loro popolo. Questo potrebbe imbarazzarli seriamente, venendo visti come filo-sionisti e costringendoli a prendere le distanze da Stati Uniti e Israele. Trump potrebbe benissimo finire per unire il mondo musulmano con tale mossa e contro USA ed Israele, perdendo altri alleati e annullando decenni di complotti di CIA-Mossad volti esattamente al contrario, seminare discordia nel mondo musulmano. Non va dimenticato che potrebbe anche spingere l’Arabia Saudita, se abbastanza irritata, a rinunciare al petrodollaro per il petroyuan e scartare qualsiasi possibilità di quotare Aramco sulla borsa di New York. Qui appare un possibile sospetto; Jared Kushner avrebbe convinto l’ingenuo Muhamad bin Salman ad impegnarsi nella faida familiare per indebolire i sauditi poco prima dell’annuncio di Gerusalemme? Non si sa a questo punto, ma è possibile che l’alleanza evangelico-sionista si sia posizionata per distruggerli, per così dire, in Israele. Ma ciò potrebbe tremendamente ritorcerglisi contro, essendoci già in programma proteste di massa. Vladimir Putin osserverà da vicino come ciò influirà sulla posizione degli USA nel mondo musulmano, e potrebbe cogliere l’opportunità d’intervenire in soccorso laddove gli USA hanno fallito, ancora una volta. Il fatto che questo accada poco prima di Natale dimostra che la mossa ha intenti evangelico-sionisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Mueller indica la potenza straniera “collusa” con Trump: Israele

Wayne Madsen SCF 04.12.2017Nell’accusa al gran giurì federale del consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, tenente-generale Michael Flynn, il consigliere speciale del dipartimento di Giustizia Robert Mueller indica chiaramente la potenza straniera collusa con la squadra di transizione presidenziale di Trump prima del giuramento del 20 gennaio 2017. La potenza straniera non era la Russia, la Cina o il Regno Unito, ma Israele. Subito dopo che Mueller annunciava che Flynn accettava di dichiararsi colpevole della sola accusa di falso a un agente del Federal Bureau of Investigation, l’autorevole squadra di propaganda israeliana, penetrata in ogni redazione di New York e Washington DC, entrava in azione. L’accusa a Flynn, che enuncia una delle sue due false dichiarazioni all’FBI, presenta una falsa dichiarazione di Flynn: “Il 22 dicembre 2016, Flynn non chiese all’ambasciatore russo di ritardare il voto o impedire una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni“. Kushner e il suo principale controllore, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, sepperp dell’intenzione dell’amministrazione uscente Obama di astenersi su una risoluzione egiziana, la 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sottoposta al Consiglio il 21 dicembre 2016, per condannare la decisione d’Israele d’espandersi in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nello specifico, la risoluzione chiedeva che “Israele cessasse immediatamente e completamente tutte le attività d’insediamento nel territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est“. L’astensione degli USA sulla 2334 rompeva col precedente degli Stati Uniti di porre il veto a qualunque risoluzione anti-israeliana nel Consiglio di sicurezza. Israele usò la considerevole influenza sulla squadra di Trump per sabotare la risoluzione delle Nazioni Unite, il cui voto era prevista il 23 dicembre 2016. L’accusa a Flynn afferma che chiese, su ordine di Kushner, all’ambasciatore russo a Washington di ritardare o comunque bloccare la risoluzione egiziana. L’accusa dichiara: “Intorno al 22 dicembre 2016, un membro del team di transizione presidenziale disse a Flynn di contattare funzionari di governi stranieri, inclusa la Russia, per sapere come ogni governo vedesse la risoluzione e l’influenzasse per ritardare il voto o non votare la risoluzione“. La dichiarazione sui reati di Flynn recita: “Durante il colloquio del 24 gennaio con l’FBI, Flyn rese ulteriori dichiarazioni false sulle chiamate fatte alla Russia e molti altri Paesi sulla risoluzione presentata dall’Egitto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 21 dicembre 2016“. L’accusa a Flynn afferma inoltre che aveva falsamente affermato di aver solo chiesto le posizioni dei Paesi sul voto, e che non chiese d’intraprendere azioni specifiche sulla risoluzione. Flynn affermò anche falsamente che l’ambasciatore russo non gli descrisse la risposta della Russia alla richiesta”. Flynn mentì in tutti e tre i casi. L’ambasciatore russo Sergej Kisljak respinse la richiesta di Flynn d’interferire col voto delle Nazioni Unite. L’episodio, lungi dal mostrare la “collusione” tra la squadra di Trump e la Russia, dimostra che la Russia non aderiva alle pretese di Trump, Kushner, Flynn o chiunque altro, inclusa l’ambasciatrice nominata alle Nazioni Unite Nikki Haley, che cercò di convincere l’ambasciatrice in carica Samantha Power a far decadere il voto del Consiglio di sicurezza. Secondo la rivista Foreign Policy, Flynn fece una tremenda pressione per affondare la risoluzione delle Nazioni Unite, riferendo: “Il team di transizione di Trump contattò il dipartimento di Stato con una richiesta urgente: avere numero di cellulare, e-mail e altri contatti degli ambasciatori e ministri degli Esteri dei 15 Stati membri del Consiglio di sicurezza“. Trump convinse il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ad ordinare alla delegazione ONU di ritardare il voto. L’Egitto poi ritirò il sostegno alla 2334. Tuttavia, quattro membri del Consiglio di sicurezza, Malaysia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela, vi si opposero e portarono la risoluzione al voto del Consiglio. Passò e fu promulgata con l’astensione statunitense. È certo che l’amministrazione Obama cercasse l’aiuto dell’alleata militare e d’intelligence Nuova Zelanda, nel sostenere Malesia, Senegal e Venezuela contro la furiosa opposizione di retroguardia d’Israele e della squadra di transizione di Trump. Trump e Kushner decisero, poco prima dell’accusa a Flynn, di manifestare fedeltà ad Israele annunciando che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto Gerusalemme sua capitale trasferendovi l’ambasciata. Tali azioni, lungi dal mostrare la “collusione” con una potenza straniera, accusa una lealtà conflittuale, per lo meno.
Non è noto chi nel team di transizione di Trump abbia molestato, tramite cellulare ed e-mail, ambasciatori e ministri degli Esteri di Russia, Egitto, Nuova Zelanda, Malesia, Senegal, Venezuela, Cina, Francia, Gran Bretagna, Angola, Giappone, Spagna, Ucraina e Uruguay, ma gli affari di Kushner e Trump hanno interessi finanziari significativi in Angola (miniere di diamanti), Cina (immobiliari ed abbigliamenti di Ivanka Trump), Gran Bretagna (corsi di golf di Trump) e Ucraina (partner commerciale di Kushner e Trump). Dopo che Netanyahu dichiarò al ministro degli Esteri della Nuova Zelanda Murray McCully che il suo sostegno alla risoluzione equivaleva a una dichiarazione di guerra, la Nuova Zelanda ritirò il suo sostegno. Kushner, secondo chi lo conosce, sarebbe stato più che capace di unirsi a Netanyahu nel minacciare diplomatici e governi rappresentati alle Nazioni Unite. Con un impeto di rabbia, Netanyahu richiamò gli ambasciatori israeliani in Senegal e Nuova Zelanda, cancellò i programmi di assistenza al Senegal e tolse l’accredito al ministro degli Esteri senegalese Mankeur Ndiaye per una visita programmata in Israele. In Israele chiamò gli ambasciatori di Stati Uniti ed altri dieci Paesi che votarono a favore della 2443 per rimproverarli verbalmente. Fu anche cancellata una visita programmata in Israele del primo ministro ucraino Volodymyr Grojsman, ebreo. Israele bloccò anche i visti di lavoro per i dipendenti di cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite attive nella West Bank ed espulse il portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi della Palestina e del Vicino Oriente (UNRWA). La collusione israeliana con la squadra di transizione presidenziale di Trump va oltre Trump, Kushner e Flynn, e viola il Logan Act del 1799, legge arcana che proibisce ai cittadini statunitensi di avere una propria politica estera. Convincendo Trump, Kushner e Flynn che Obama fosse dietro la risoluzione 2443, Israele cooptò la squadra di transizione di Trump. Il Logan Act è irrilevante quando Trump, Kushner, Flynn e altri hanno commesso un tradimento virtuale contro il proprio Paese per promuovere gli obiettivi politici di Israele. Non c’è mai stato un processo riuscito col Logan Act e probabilmente non ce ne sarà mai. Tuttavia, chi aveva accesso ad informazioni classificate, Trump, Kushner, Flynn, Haley e altri che contemporaneamente prendevano ordini da Israele sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, potrebbe essere ritenuto colpevole di violazione della legge sullo spionaggio. Il “pianto greco” dei sostenitori d’Israele nei media e al Congresso degli Stati Uniti ha promosso il Logan Act per minimizzare il danno causato dalla collusione tra l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon, Netanyahu, Kushner, Flynn, Trump e Haley per sabotare la risoluzione. Se il Logan Act avesse avuto qualche efficacia, sarebbe stato usato da tempo per incriminare George Soros, Sheldon Adelson, Haim Saban, Paul Singer e altri miliardari filo-israeliani che rappresentano gli interessi di altre nazioni e s’impegnano in proprie politiche estere. L’aspetto più falso del cosiddetto “Russiagate” è che lo scandalo politico che coinvolge Trump, Kushner, Flynn, l’ex-direttore elettorale di Trump Paul Manafort, i consiglieri Steve Bannon e Stephen Miller e altri, difficilmente coinvolge il governo russo. Invece, gli oligarchi europeorientali-israeliani, insieme alle loro migliaia di società off shore in luoghi lontani come le Isole Vergini inglesi, l’Isola di Jersey, le Isole Marshall e le Seychelles, insieme a ben piazzati agenti d’influenza statunitense filo-Israele, sono in prima fila nello scandalo che ora minaccia di far cadere l’amministrazione Trump. È praticamente impossibile per i media aziendali statunitensi convincersi che il titolo appropriato per lo scandalo Trump sia “Israelgate” e non “Russiagate”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele fra isteria e nuovo ruolo nella guerra contro la Siria

Nasser Kandil al-Bina, 8 dicembre 2014
Traduzione dall’arabo di Mouna Alno-Nakhal per Global Research

BzdB3oeIcAEvcx0Il 7 dicembre, i commentatori sui “raid israeliani” vicino Damasco erano divisi in due gruppi. Da un lato coloro che cercano di capire cosa potesse nascondere e se fosse l’inizio di una nuova fase, dopo un periodo di calma, di tale aggressione. Dall’altra, coloro preoccupati se la Siria avrebbe risposto e come. Due domande che meritano analisi e riflessioni, evitando esagerazioni e demonizzazioni. Inutile soffermarsi a discutere del valore militare di tali incursioni. L’operazione è “nulla” dato che la rete della difesa aerea siriana non ha risposto e gli obiettivi colpiti erano vecchi impianti vuoti e facilmente sostituibili. Tuttavia, le ragioni politiche meritano spiegazioni, questi raid sono inseparabili da quattro osservazioni strettamente connesse:
La prima osservazione riguarda ciò che accade in Israele, dove la discordia nel governo è giunta alla dissoluzione della Knesset provocando le elezioni anticipate [1] in un contesto in cui la classe politica continua ad essere impantanata, che decida per la guerra o la pace; così le elezioni non cambieranno la situazione, se non creando ulteriori divisioni politiche. Infatti, la decisione in favore della pace portò al potere Yitzhak Rabin con una larga maggioranza, ma il suo assassinio la sventò. Gli accordi di Oslo lanciarono Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu e il loro fallimento nelle guerre contro il Libano portò Ehud Barak con lo slogan del “ritiro in un anno”. Ma il ritorno di Sharon con lo scoppio dell’Intifada palestinese abbatté la possibilità della ritirata, che avrebbe limitato i danni. Sharon non è riuscito a schiacciare la rivolta palestinese. E dal ritiro da Gaza nel 2005 e dal fallimento della guerra del luglio 2006 (contro il Libano), Israele non riesce a formare una leadership politica che abbia un chiaro piano adeguato alla attuazione. Qui le incursioni e la minaccia alla sicurezza svolgono diverse funzioni contemporaneamente. Secondo i casi si tratta della falsa promessa di una guerra; dell’immagine eroica offerta da Netanyahu per le prossime elezioni; della presentazione di credenziali agli Stati Uniti per un nuovo ruolo all’ombra della crisi siriana; della preoccupazione davanti lo sviluppo delle relazioni militari tra Russia e Siria, in relazione alla Resistenza in Libano; e secondo il parere degli oppositori di Netanyahu guidati da Avigdor Lieberman, del fallimento elettorale con la guerra, un fatto compiuto imposto alla regione e al mondo che significa: “siamo in difficoltà, vi trascineremo, salvateci!”
La seconda osservazione riguarda le discussioni tra Stati Uniti e Turchia sulla versione di “zona di sicurezza” [2] al confine siriano-turco, divenuta conditio sine qua non per il coinvolgimento del governo Erdogan nella coalizione contro il SIIL, non riuscendo ad imporre la prima esigenza di rovesciare il regime siriano. Il requisito turco (zona cuscinetto da 20 a 40 km in territorio siriano, accoppiata a una no-fly zone) per ammissione del governo degli Stati Uniti, potrebbe portare ad un confronto con la difesa aerea siriana, anche con la resistenza libanese e forse anche con le forze regionali e internazionali che sostengono la Siria. Quindi, per evitare la crisi con il governo turco, gli USA in alternativa ridurrebbero la cosiddetta zona di sicurezza a una sottile “striscia di sicurezza” al confine turco, volta ad ospitare unità armate della presunta opposizione siriana “moderata” sostenuta da Washington e Ankara, su cui la Siria dovrebbe chiudere gli occhi per paura del confronto. Una prova statunitense dai risultati negativi; da un lato, a seguito delle dichiarazioni congiunte di Siria e Russia secondo cui gli attacchi aerei della coalizione internazionale di Washington in territorio siriano sono illegali [3]; dall’altra, con l’annuncio del presidente siriano Bashar al-Assad che in sintesi dice che tali attacchi sono “inefficaci”. [4] Un messaggio secondo cui la Siria cesserà di tollerare tali attacchi in caso si continuasse con l’idea di una “striscia di sicurezza” al confine settentrionale. Cosa che l’amministrazione statunitense ha colto pienamente evitando il confronto e portando la sua idea da nord a sud, affidando la missione a Israele “già sponsor di Jabhat al-Nusra [5] [6], organizzazione terroristica con cui ha “cellule operative congiunte“. Il coordinamento tra Israele e Jabhat al-Nusra, evidente con i raid israeliani sul fronte di Qunaytra di marzo [7] e il supporto dell’intelligence israeliano nelle imboscate all’esercito libanese a Balbaq. Pertanto, i raid sulla Siria annunciano l’espansione della missione israeliana dalla zona al confine meridionale della Siria alla periferia di Damasco, per installare una formazione militare protetta da Israele. Pertanto, gli Stati Uniti possono concentrarsi sulla loro guerra contro il SIIL mentre Israele s’impegna a continuare la guerra di logoramento contro la Siria.
La terza osservazione riguarda la geografia delle zone interessate dai raid israeliani del 7 dicembre. al-Dimas, ad ovest di Damasco, nel Qalamun e l’aeroporto di Damasco, dietro Ghuta est e ovest. Due zone in cui è noto che i gruppi armati sono in una situazione disastrosa davanti l’avanzata “pericolosa” dell’Esercito arabo siriano, secondo tali gruppi, Israele, Stati Uniti e Turchia. L’avanzata è ancora più “pericolosa” con l’Esercito arabo siriano che procede sui fronti di Aleppo e Dayr al-Zur, che appare vicino a liberare Dara, Shayq Misqin, Jubar e Duma. Pertanto, i raid israeliani alzerebbero il morale ai gruppi armati, dicendogli che non sono soli, suggerendo che è sempre possibile coprirli dall’aria, aiutandoli a respingere gli attacchi dell’Esercito arabo siriano e anche a colpirne i comandi.
La quarta osservazione è legata alla situazione in Libano, con Israele che cerca d’infiltrarsi, con cautela, dati gli avvertimenti della Resistenza libanese dopo l’ultima operazione nelle fattorie di Shaba nel sud del Libano. [8] Pertanto, tali raid israeliani sulla Siria mirano a rafforzare la prima linea dei gruppi armati ad Arsal (Libano) e Qalamun, bypassando la divisione territoriale tra Siria e Hezbollah, quest’ultima responsabile della dissuasione verso Israele dall’avanzare nelle sue regioni. Nel Qalamun, essendo una regione montuosa in cui si sovrappongono Libano e Siria, una tale pressione sul lato siriano potrebbe alleviare i gruppi armati minacciati di accerchiamento, e che non possono sperare nella salvezza né con il terrore che seminavano, né con le decapitazioni dei soldati libanesi, né con le operazioni di sostegno logistico israeliane; il che spiega tali incursioni, dopo i successi dell’Esercito arabo siriano in coordinamento con Hezbollah contro le posizioni di Jabhat al-Nusra nel Qalamun.
In conclusione, i raid israeliani coincidono con l’inizio di una nuova fase, ma non riflettono un cambio del rapporto di forze. Se vi è un cambio, è a favore di Siria e Resistenza. Detto ciò, non cadranno nella trappola dell’escalation e della risposta diretta e immediata. La vera risposta è la determinazione dell’Esercito arabo siriano e della resistenza a ripulire i fronti a partire da Aleppo, continuando per Ghuta e Qalamun, prima che Israele e Jabhat al-Nusra riescano ad aprire i fronti di Qusaya e Arqub in Libano.

10583782Note:
[1] Deputati israeliani votano lo scioglimento del Parlamento
[2] Siria: 4 domande sulla “zona cuscinetto” voluta dalla Turchia
[3] Siria: Fabius, Lavrov e le bugie dei media francesi
[4] L’intervista completa al presidente siriano Bashar al-Assad di Paris Match
[5] Rapporto delle Nazioni Unite: Rapporto del Segretario Generale sul disimpegno degli osservatori della forza delle Nazioni Unite dal 4 settembre al 19 novembre 2014
[6] La guerra continua d’Israele contro la Siria
[7] Netanyahu: la nuova minaccia da nord-est
[8] L’operazione militare contro Hezbollah dei soldati sionisti nel sud

Nasser Kandil, ex-deputato libanese, direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano al-Bina.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra continua d’Israele contro la Siria

Moon of Alabama, 7 dicembre 2014

syriaattackOggi jet israeliani hanno attaccato alcune posizioni militari siriane vicino Damasco. I dettagli sono ancora ignoti, ma è importante notare che non si tratta di attacchi casuali, ma parte dell’attiva campagna d’Israele contro la Siria, soprattutto attraverso le sue forze “ribelli” ascare. Tre giorni fa il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha ricevuto una relazione della Missione di osservazione delle Nazioni Unite sulle alture del Golan (UNDOF). Il rapporto accusa Israele per la sua stretta collaborazione con i ribelli siriani, del gruppo siriano di al-Qaida Jabhat al-Nusra. Per i lettori di MoA il vasto supporto d’Israele a Jabhat al-Nusra e altri contro l’Esercito arabo siriano, anche con il tiro diretto dell’artiglieria contro le truppe governative siriane, non è una novità. Ma i media main-stream finora non ne avevano mai parlato. Oggi il quotidiano israeliano Haaretz è il primo a scrivere del rapporto delle Nazioni Unite, in toni sommessi e senza i particolari più significativi: “I rapporti degli osservatori dell’ONU nelle alture del Golan negli ultimi 18 mesi, rivelano tipo e portata della cooperazione tra Israele ed esponenti dell’opposizione siriana. … Secondo il rapporto, gli osservatori delle Nazioni Unite hanno dichiarato che delle tende sono stati stese a 300 metri dalle posizioni d’Israele, per circa 70 famiglie di disertori siriani. L’esercito siriano ha inviato una lettera di denuncia all’UNDOF a settembre, sostenendo che tale tendopoli è una base dei “terroristi armati” che attraversano il confine con Israele”. Mentre Haaretz rileva il supporto medico agli insorti feriti in Israele, non rivela che si tratta di centinaia di essi.
Haaretz osserva che il campo dei “rifugiati” è stato istituito vicino al villaggio di al-Ayshah in Siria, a 300 metri dalla posizioni israeliane, ma omette che le Nazioni Unite hanno confermato l’affermazione siriana che si tratta di un campi dei ribelli. UNDOF nota: “UNDOF stima che 60-70 famiglie vivano nei campi. Il 23 settembre, la postazione 80 (dell’UNDOF) osservò individui armati riunirsi nel villaggio di al-Ayshah scaricando armi da un camion. Alcuni individui erano in abiti civili e altri in uniformi mimetiche. Un veicolo con un’arma contraerea era stato osservato in prossimità del luogo di scarico. … Il 27 ottobre, la posizione 80 osservò due soldati dell’IDF ad est della recinzione tecnica, rientrare dalla direzione della linea Alpha, verso la recinzione tecnica. L’UNDOF ha osservato l’IDF aprire il cancello della recinzione tecnica e lasciare che le due persone passassero dalla linea (siriana) Bravo alla linea (israeliana) Alpha. Dopo l’evacuazione del personale dell’UNDOF dalla posizione 85, il 28 agosto, l’UNDOF ha sporadicamente osservato membri armati dell’opposizione interagire con l’IDF attraverso la linea del cessate il fuoco, in prossimità della posizione 85 delle Nazioni Unite”. Gli osservatori dell’UNDOF dovettero ritirarsi da alcune delle posizioni sul lato siriano dopo essere stati attaccati da Jabhat al-Nusra e altri insorti. Ora hanno limitate capacità di osservare i vari scambi tra soldati israeliani e insorti. Questo era probabilmente l’obiettivo dei loro attacchi alle truppe delle Nazioni Unite.
L’attacco di oggi presso Damasco difficilmente cambierà il corso della guerra. Probabilmente è solo una mossa politica del primo ministro israeliano Netanyahu che usa la Siria come un “sacco da boxe” per distrarre dalla sua disgrazia in politica interna. E’ tempo per la Siria e i suoi alleati di dimostrare a Netanyahu ed Israele che ulteriori attacchi avranno conseguenze disastrose.

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Israele sostiene i terroristi in Siria, due raid aerei vicino a Damasco

Samir R. Zughayb, al-Ahad News, 8 dicembre 2014 – Reseau International

Netanyahu-visitAerei da guerra “israeliani” domenica hanno attaccato due postazioni dell’Esercito arabo siriano, nella provincia di Damasco, senza causare vittime. Un portavoce delle forze armate siriane ha annunciato che “due aree protette, a Dimas (nord-ovest) e l’International Airport Damascus“, sono state prese di mira dagli aerei nemici. Il portavoce militare siriano ha detto che tali attacchi sono la prova vivente del sostegno d'”Israele” ai movimenti terroristici in Siria. Tale nuovo intervento israeliano diretto nel conflitto, avviene mentre l’offensiva dei gruppi terroristici attivi nel sud e nella provincia siriana di Qunaytra, confinante con le alture occupate del Golan, comincia a vacillare. Dopo un certo successo, i movimenti estremisti iniziano a perdere terreno per la controffensiva dell’Esercito arabo siriano, che ha liberato la maggior parte della città strategica di Shayq Misqin, occupata dai terroristi a metà novembre. La liberazione della città assicura le linee di rifornimento delle truppe regolari nelle posizioni più a sud, in particolare nella città di Darah e provincia. A Qunaytra la situazione dei gruppi terroristici non è migliore. La stretta striscia di sicurezza lungo il Golan occupato dall’esercito “di Israele” è indifendibile. Secondo fonti informate, l’Esercito arabo siriano ha recentemente introdotto un nuovo tipo di missile a lungo raggio e ad alta precisione che colpisce le posizioni dei terroristi, facendo numerose vittime nei loro ranghi e distruggendo le loro fortificazioni. Queste fonti indicano che l’ingresso in battaglia dell’arma è un messaggio ad “Israele” che supporta i terroristi nei pressi del Golan.

Terroristi in difficoltà a Qunaytra
Nel frattempo, l’aviazione siriana ha ripreso le incursioni e la ricognizione sul Golan, pochi mesi dopo che un missile Patriot “israeliano” aveva abbattuto un caccia siriano. Nello stesso contesto, l’Esercito arabo siriano si prepara a prendere la base di Qan al-Shayq, nodo strategico delle operazioni dei terroristi tra la provincia di Qunaytra e Damasco, e Monte Hermon (Jabal al-Shayq). Non è la prima volta che l’aviazione israeliana è direttamente coinvolta nel sostegno ai gruppi terroristici in difficoltà. L’ultimo attacco aereo israeliano si ebbe a marzo contro posizioni militari nella zona di Qunaytra. Nel maggio 2013, quadroni nemici effettuarono massicci attacchi contro le posizioni della Guardia Repubblicana siriana ed altre unità d’élite a Damasco. Dopo l’attacco, il Presidente Vladimir Putin lanciò un chiaro avvertimento al primo ministro “israeliano” Benjamin Netanyahu, in una intervista telefonica.

14 milioni di dollari per curare i terroristi
E non è tutto. Negli ultimi attacchi terroristici a Qunaytra, i cannoni nemici gli assicurarono lo sbarramento d’artiglieria colpendo direttamente le posizioni dell’Esercito araba siriano, per consentirgli di avanzare sul campo. Non dobbiamo dimenticare le cure mediche ai terroristi feriti, anche del Jabhat al-Nusra alqaidista, curati negli ospedali dell’entità sionista. In tale contesto, il quotidiano “Maariv” riferiva che “Israele” ha speso più di 14 milioni di dollari per curare i terroristi feriti (circa 1200). Le spese sono pagate dai ministeri della Difesa, Finanze e Salute, aggiungeva il giornale. A livello strategico, i raid aerei avvenivano in un momento in cui la Russia inizia la vasta offensiva politico-diplomatica caratterizzata da maggiore sostegno militare all’Esercito arabo siriano, costringendo al dialogo con il governo Damasco gli oppositori non manipolati da occidente, Turchia e Paesi del Golfo.

5304cafc33ecc1b0Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

SIIL d’Israele

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 13/10/2014

wpid-israel-likeisis__articleIl flagello noto come Stato “islamico” dell’Iraq e del Levante (SIIL), noto anche come Stato Islamico dell’Iraq e Sham (SIIS) e Stato islamico (IS), è stato da tempo istruito nei think tank e uffici di pianificazione militare d’Israele. All’idea di un gruppo come il SIIL contro gli Stati nazionali arabi del Medio Oriente erano consacrato due piani politici israeliani: “La strategia d’Israele negli anni Ottanta” scritto nel 1982 dall’ex-funzionario del ministero degli Esteri israeliano Oded Yinon e “Un taglio netto: una nuova strategia per la protezione del reame”, in gran parte scritto dal falco guerrafondaio neoconservatore statunitense Richard Perle per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e pubblicato nel 1996, che includeva contributi di agenti d’influenza israeliani compari di Perle dentro e vicini a sensibili cariche governative negli Stati Uniti: Douglas Feith e David e Meyrav Wurmser. Il gruppo di neocons assunto da Netanyahu, noto come “Gruppo di studio per la nuova strategia israeliana per il 2000”, ha tracciato la politica statunitense in Medio Oriente per oltre vent’anni ed è tale gruppo responsabile delle disastrose politiche degli Stati Uniti che hanno portato all’occupazione dell’Iraq e al coinvolgimento nelle rivolte islamiste in Libia e Siria. I pentoloni politici che hanno contribuito alla fondazione del SIIL in Siria e in Iraq, attuando il piano Yinon e il Taglio netto, si trovano nella grande Washington DC, nelle organizzazioni non-profit pro-israeliane come l’Istituto Ebraico per la Sicurezza Nazionale (JINSA), l’Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente (WINEP), e l’Istituto per la Strategia Avanzata e gli Studi Politici (IASPS).
La politica del Taglio netto fu studiata da tempo da Netanyahu, che per primo lanciò l’idea di un Grande Israele o “Eretz Israel” che domini i vicini arabi attraverso guerre civili intestine, alla Conferenza di Gerusalemme sul terrorismo internazionale convocata dal Jonathan Institute il 2 luglio 1979. L’Istituto Jonathan prende il nome dal fratello di Netanyahu, il commando Jonathan Netanyahu ucciso nel raid israeliano del 1976 nell’aeroporto di Entebbe in Uganda, per liberare gli ostaggi di un aereo di linea Air France dirottato. Documenti segreti inglesi in seguito rivelarono che Netanyahu è morto in un’operazione false flag progettata dal Mossad per creare simpatia per Israele in Francia e in altri Paesi. Il Piano Yinon, come il “Taglio netto”, fu ideato dal brain trust di neocon ebraico-statunitensi di Netanyahu, chiamati a demolire l’intero processo di pace palestinese ed annettere e assorbire Cisgiordania, Gerusalemme Est, alture del Golan e Gaza. Le ultime proposte israeliane per reinsediare forzatamente i palestinesi di Gaza e Cisgiordania nel deserto del Sinai in Egitto, sotto sovranità quasi-israeliana, indica che Israele continua a prevedere una striscia di Gaza spopolata con la forza dai suoi residenti palestinesi. Il piano Yinon, pubblicato sul Kivunim giornale per l’ebraismo e il sionismo, prevede la dissoluzione di Libano, Siria, Iraq, Egitto e Arabia Saudita in mini-Stati etno-settari in guerra tra essi, tra cui almeno uno Stato sunnita, uno sciita e uno curdo in Iraq. Il piano Yinon afferma: “l’Iraq, ricco di petrolio e lacerato internamente, è sicuramente un candidato degli obiettivi d’Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. … Ogni confronto inter-arabo ci aiuterà nel breve periodo e accorcerà la strada all’obiettivo più importante, spezzare l’Iraq in domini come Siria e Libano. In Iraq, la divisione in province lungo linee etno-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano, è possibile. Così esisteranno almeno tre Stati attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo. … L’intera penisola arabica è un candidato naturale della dissoluzione su pressioni interne ed esterne, e la questione è inevitabile soprattutto per l’Arabia Saudita”.
zionists-promised-land-eretz-israel La comparsa sulla scena del SIIL con il supporto logistico, militare, finanziario e d’intelligence d’Israele, soddisfa i piani di Yinon e Netanyahu. Israele ora è pronta a capitalizzare il caos creato dal SIIL. Per alcuni aspetti, Netanyahu ha modificato i piani Yinon e Taglio netto. Il SIIL è intento a stabilire un unico califfato sunnita su Iraq e Siria, mentre sottopone curdi, sciiti e altre minoranze a conversioni forzate alla setta wahabita o, in caso contrario, all’esecuzione. Vi sono anche rapporti secondo cui il SIIL deporta bambini profughi da Siria e Iraq agli insediamenti in Cisgiordania per aumentarne la popolazione israeliana. L’idea che i coloni israeliani, molti dei quali sostengono apertamente il SIIL agitandone le bandiere in Cisgiordania, Gerusalemme e Tel Aviv, giudaizzino forzatamente cristiani, sciiti, sunniti, alawiti, drusi e yazidi siriani e iracheni per vivere come cittadini israeliani nella West Bank, rivaleggia con le peggiori politiche etno-demografiche del Terzo Reich nazista. Vi sono state segnalazioni dalla provincia irachena di Anbar, da cui le forze del SIIL puntano su Baghdad, che commando israeliani consegnino armi alle forze del SIIL. Inoltre, almeno un adolescente ebreo francese sarebbe andato in Siria per unirsi alle forze del SIIL che combattono contro il governo del Presidente Bashar al-Assad. Le truppe israeliane presenziano all’esfiltrazione dalla Siria del SIIL e dell’alleato Jabhat al-Nusra sulle alture del Golan per l’assistenza medica e logistica. Aerei da guerra israeliani hanno bombardato le forze governative siriane mentre erano bloccate in battaglie con le forze di SIIL e al-Nusra. Gli illegali coloni israeliani della Cisgiordania hanno promosso il SIIL nei raduni tenuti a Gerusalemme e Tel Aviv. Attivisti della destra israeliana, principale sostenitrice del governo Netanyahu, indossavano le blasfeme t-shirt nere del SIIL con il sigillo del Profeta Maometto e sventolavano la bandiera nera del SIIL con lo stesso sigillo. L’intelligence iraniana ritiene che ci sia un coordinamento nelle operazioni anti-governative in Iraq tra SIIL e il gruppo terroristico iraniano Mohajedin-e-Khalq (MEK), fortemente sostenuto da famosi neocon statunitensi come Richard Perle e Rudolph Giuliani. I rapporti su unità del SIIL che attraversano il confine con l’Iran si sommano ai rapporti sulle accresciute attività del MEK al confine iracheno-iraniano. Non c’è dubbio che Israele coordini le attività transfrontaliere di SIIL e MEK in Iran. Vi sono anche rapporti secondo cui SIIL e MEK hanno avuto colloqui informali in Francia, a conoscenza del primo ministro Manuel Valls. Si suppone che i francesi supervisionino le operazioni militari contro SIIL in Siria e in Iraq. La moglie di Valls, Anne Gravoin, è una nota sostenitrice d’Israele, essendo di origine ebraico-moldava.
Anche se il SIIL riceve gran parte dei finanziamenti da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati del Golfo, il suo mentore ideologico rimane Israele. Nessun politico e capo militare israeliano ha suggerito che il SIIL rappresenti una minaccia per lo Stato ebraico. Gli apprendisti raramente minacciano i loro padroni. Il principe saudita Walid bin Talal, finanziatore del neocon Rupert Murdoch e della sua fanaticamente filo-israeliana News Corporation, ha indicato l’esistenza dell’alleanza tra Israele, Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Quwayt. Tale diabolica alleanza utilizza il SIIL come avanguardia per cercare di ridisegnare i confini del Medio Oriente secondo Yinon e Taglio netto. Tale vero “asse del male” minaccia Iran ed Egitto nel breve termine e, nel lungo Russia e Cina.

10441421La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora