Perché la sovversione degli USA è fallita in Iran

Tony Cartalucci, LD, 23 febbraio 2018Alla fine del dicembre 2017 i media occidentali riferirono di proteste “diffuse” che investivano l’Iran. Narrazioni indistinguibili dalla “primavera araba” progettata dagli Stati Uniti nel 2011 invasero testate e social media su una “rivolta popolare” stimolata da presunti risentimenti economici, prima che i manifestanti iniziassero a fare richieste riecheggianti il dipartimento di Stato degli USA sugli affari interni interni e la politica estera dell’Iran. Le proteste erano in effetti così indistinguibili dalla “primavera araba”, dichiaratamente statunitense, che la disillusione sul destino di nazioni come Libia e Siria probabilmente ebbe un ruolo nel sventarle in Iran.

Propaganda occidentale sopravvive ai disordini
Un articolo di Politico intitolato “Perché la rivolta iraniana non morirà”, nel tentativo di promuovere la narrativa occidentale sulle proteste iraniane, pretendeva che: “…Gli iraniani erano infuriati mentre lottavano per nutrire i figli, mentre il loro governo spendeva miliardi nelle avventure in Libano, Siria, Iraq e altrove. Mentre l’Iran è impoverito, il regime è più ricco. Mentre gli iraniani soffrono, gli alleati del regime sono diventati potenti e prosperi”. Tuttavia, quando Politico pubblicò l’articolo il 7 gennaio 2018, scritto da Alireza Nader, analista della RAND Corporation, le proteste erano già “morte”. L’articolo di Politico non fu l’unico pubblicato giorni e persino settimane dopo che le proteste erano finite, indicando che i media occidentali avevano preparato settimane, persino mesi, di propaganda sui disordini iraniani nell’informazione, e con gruppi d’opposizione sostenuti dagli Stati Uniti che tentavano di alimentarli sul campo. Nonostante i preparativi che i documenti politici degli Stati Uniti indicavano attivi da anni, comprendendo non solo la creazione di gruppi opposizione e armati in e ai confini dell’Iran, ma l’accerchiamento dell’Iran stesso con basi militari statunitensi in Siria e Iraq col pretesto di “combattere lo Stato islamico (SIIL)”, le proteste fecero rapidamente il loro corso e finirono. Se la maggior parte degli iraniani fosse davvero spinta sulle strade da gravi rimostranze economiche e politiche, e poiché tali rimostranze non sarebbero state affrontate, è improbabile che le proteste si estinguessero così rapidamente e con uso minimo della forza del governo iraniano, anche secondo i media occidentali. Tuttavia, se le proteste furono organizzate dall’occidente e guidate da movimenti di opposizione illegittimi ed impopolari in Iran e all’estero, dopo che l’occidente ha già abusato a lungo di tali tattiche di trasparente sovversione, le proteste “diffuse” che spariscono in pochi giorni non solo era probabile, ma inevitabile.

I vasti preparativi di Washington
I preparativi per il rovesciamento dell’Iran hanno ben più di un decennio e trascendono le varie amministrazioni presidenziali statunitensi, repubblicane o democratiche, compresa quella del presidente Trump e del suo predecessore Obama. La Brookings Institution, nel suo “Percorso verso la Persia: Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” del 2009, tracciava ampi piani per minare e rovesciare il governo iraniano.
Capitoli del documento:
Capitolo 1: Un’offerta che l’Iran non dovrebbe rifiutare: Persuasione;
Capitolo 3: Andare in fondo: Invasione;
Capitolo 4: L’opzione Osiraq: Attacchi aerei;
Capitolo 5: Scatenare Bibi: Permettere o incoraggiare l’attacco militare israeliano;
Capitolo 6: Rivoluzione di velluto: Supportare un rivolta popolare;
Capitolo 7: Ispirare un’insurrezione: sostenere le minoranze e gruppi di opposizione iraniani;
Capitolo 8: Colpo di Stato: Sostenere un golpe militare contro il regime.
Va notato che ogni opzione fu perseguita dal 2009, sia contro l’Iran direttamente o contro la Siria nel tentativo di diffondere il conflitto oltre i confini iraniani. Ciò include l’uso da parte di Washington d’Israele per effettuare attacchi aerei sulla Siria, mentre gli Stati Uniti tentano di mantenere la plausibile negazione. In tali capitoli furono elaborati piani dettagliati per creare e sostenere organizzazioni di opposizione politica che gruppi armati islamisti; definire una serie di sanzioni economiche con cui poter fare pressione su Teheran e creare divisioni e malcontento nella popolazione iraniana; proporre metodi per attaccare militarmente l’Iran sia segretamente che apertamente, nonché possibili modi di spingere Teheran alla guerra. Il documento fu scritto poco dopo la fallita “rivoluzione verde” sostenuta dagli Stati Uniti lo stesso anno, una protesta da essi progettata, più ampia per dimensioni e durata delle ultime.

Gli Stati Uniti tentavano di stressare l’Iran in vista della sovversione
Un altro documento della RAND Corporation del 2009, intitolato “Pericoloso ma non onnipotente: esplorare portata e limiti del potere iraniano in Medio Oriente“, osservava che la politica estera dell’Iran persegue principalmente l’autodifesa. Il documento notava esplicitamente che: “La strategia dell’Iran è in gran parte difensiva, ma con alcuni elementi offensivi. La strategia dell’Iran per proteggere il regime da minacce interne, scoraggiare l’aggressione, salvaguardare la patria in caso d’aggressione ed estendere l’influenza in gran parte difensiva, anche se utile ad alcune tendenze aggressive se accoppiata ad aspirazioni regionali iraniane. È in parte una risposta a dichiarazioni e posizioni politiche degli Stati Uniti nella regione, specialmente dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. I leader iraniani prendono molto sul serio la minaccia d’invasione con l’aperta discussione negli Stati Uniti del cambio di regime, discorsi che definiscono l’Iran parte dell'”asse del male” e gli sforzi statunitensi per accedere nelle basi degli Stati circostanti l’Iran”. Il documento discute degli ampi legami dell’Iran con la Siria ed Hezbollah in Libano, nonché i crescenti legami con l’Iraq. Questi legami, secondo lo stesso documento della RAND, furono perseguiti per creare un cuscinetto nel vicino estero dell’Iran contro l’aggressione militare degli Stati Uniti. Nel 2011, gli Stati Uniti perseguivano la guerra per procura che consuma il Medio Oriente e Nord Africa (MENA) con la Libia rovesciata e in rovina quell’anno, e la Siria consumata dai conflitti alimentati da terroristi stranieri armati dai Paesi confinanti come Turchia e Giordania. Il fatto che la Libia fu rovesciata prima e poi usata come trampolino di lancio per l’invasione della Siria, illustra il contesto regionale che guidò l’intervento USA-NATO in Libia. In sostanza, gli Stati Uniti attaccavano i pilastri della difesa nazionale dell’Iran nel vicino estero. Sapendo quanto Siria, Libano e Iraq siano cruciali per la strategia della difesa nazionale dell’Iran, ostacolando l’accerchiamento degli Stati Uniti e tenendone a bada gli alleati regionali, in particolare nel Golfo Persico, la destabilizzazione della regione era volta ad attirare gli iraniani in un costoso intervento regionale. Le forze iraniane diedero ampio aiuto a Siria e Iraq, anche militare diretto e indiretto, nella misura in cui, insieme a decenni di sanzioni economiche imposte all’Iran da Stati Uniti ed alleati occidentali, contribuivano alle cosiddette “proteste economiche” sostenute dagli Stati Uniti in Iran, nel tentativo di farvi leva. Gli Stati Uniti hanno truppe in diversi Stati del Golfo Persico tra cui Qatar e Bahrayn, in Iraq dall’invasione del 2003 e in Afghanistan ai confini orientali dell’Iran dal 2001. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno occupato la Siria orientale e aiutano ampiamente i gruppi armati curdi in Siria e Iraq. Gli Stati Uniti forniscono anche sostegno politico e segreto ai terroristi baluci nel Pakistan sudoccidentale e nell’Afghanistan occidentale. È chiaro che gli Stati Uniti continuano a circondare ulteriormente l’Iran dal 2011 sia con proprie forze, sia con fantocci impegnati nei costosi conflitti ai confini dell’Iran.

Un’opposizione lasciata intenzionalmente “Senza nome”
Nonostante i sensazionali titoli occidentali che promuovevano e tentavano di perpetuare disordini in Iran, i media occidentali furono particolarmente attenti a non identificare i gruppi politici e armati scesi nelle strade. Proprio come in Libia e Siria, dove i “manifestanti pro-democrazia” alla fine si rivelavano estremisti di note organizzazioni terroristiche, molti dei protestanti in Iran avevano origine oscure. I manifestanti in Iran invocarono gruppi di opposizione e figure nominati nel documento della Brookings del 2009 dal titolo “Trovare i fantocci giusti“. Tra questi, il Mujahedin-e Khalq (MEK), designato terroristico dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, tolto nel 2012 con l’unico scopo di consentire agli Stati Uniti di finanziare e armare apertamente il gruppo. Includeva anche la figura dell’opposizione in esilio Reza Pahlavi, figlio del detestato Shah che risiede negli Stati Uniti. La maggior parte delle notizie pro-opposizione in Iran proveniva da media apertamente finanziati dagli Stati Uniti, come la versione in lingua farsi di Voice of America del dipartimento di Stato USA e il “Centro per i diritti umani in Iran” di New York. Affermare che le recenti “proteste” iraniane erano semplicemente espressioni “spontanee” di frustrazione iraniana e non semplicemente il passo successivo della cospirazione statunitense contro Teheran, è un’assurdità che i media occidentali hanno sempre più difficoltà a spacciare presso il pubblico globale.

Il ritorno degli investimenti di Washington
Tuttavia, i disordini, uniti agli sforzi degli Stati Uniti per circondare l’Iran, hanno perlomeno fatto pressione su Teheran, costringendolo ad investire più risorse interne mentre combatte molteplici conflitti con gli Stati Uniti nella regione. Il documento del 2009 della BrookingsQuale percorso per la Persia?” afferma esplicitamente che: “Mentre l’obiettivo finale è rimuovere il regime, lavorare con l’opposizione interna potrebbe anche essere una forma di pressione coercitiva sul regime iraniano, dando agli Stati Uniti una leva su altre questioni”. Continua affermando: “In teoria, gli Stati Uniti potrebbero creare una leva coercitiva minacciando il regime d’instabilità o addirittura rovesciarlo e, dopo, usare questa leva per strappare concessioni su altre questioni come il programma nucleare iraniano o il sostegno ai militanti in Iraq”. Tuttavia, ogni volta che gli Stati Uniti tentano di usare l’opposizione finanziata dall’estero e gruppi armati per destabilizzare l’Iran, specialmente se le alternative ai dominanti media occidentali crescono, tale tattica perde credibilità, sostenibilità e quindi fattibilità. Che le recenti proteste abbiano fatto il loro corso così rapidamente nonostante l’Iran sia oberato militarmente ed economicamente da anni dai conflitti in Siria, Iraq e Yemen, illustra quanto sia insostenibile tale opzione della politica estera per gli Stati Uniti, quando la si punta contro Stati formidabili come l’Iran. Una combinazione di preparazione nella guerra delle informazioni, forze di sicurezza ben preparate e contro-proteste ben organizzate da Teheran, smussava quest’ultima sovversione sostenuta dagli Stati Uniti. La chiara impotenza di Washington verso Teheran, unita ai tentativi di rovesciare il governo siriano ed affermare l’egemonia sull’Iraq, indebolisce ulteriormente l’illusa legittimità che gli Stati Uniti tentato da decenni di costruire attorno la loro politica egemonica ed illegittima. L’ingerenza sempre più sciatta e trasparente di Washington in Iran minerà gli sforzi di quest’anno, quando Washington si prepara a destabilizzare altre nazioni, dal Sud America all’Asia sud-orientale. E con gli Stati Uniti che accusano la Russia d’intromettersi nella politica interna, si porranno ovvie domande sul motivo per cui non è accettabile che Mosca “influenzi le elezioni statunitensi”, ma sia accettabile che gli Stati Uniti attraverso organizzazioni come National Endowment for Democracy (NED) e USAID non solo influenzino apertamente le elezioni nel mondo, ma dirigano apertamente interi partiti d’opposizione da Washington DC. Il ritorno dell’investimento di Washington sui suoi ampi e finora falliti tentativi di destabilizzare e rovesciare l’Iran è davvero discutibile. L’Iran, così come altre nazioni che potrebbero essere prese di mira dagli Stati Uniti, esamineranno semplicemente questo ultimo giro di proteste e saranno meglio preparati per la prossima volta. Man mano che sempre più persone sono consapevoli delle tattiche utilizzate dalla sovversione sostenuta dagli Stati Uniti, tali tattiche diverranno meno efficaci.

Gli Stati Uniti ancora perdono in Siria e Iraq
Nel frattempo, le proteste in Iran sembrano aver avuto scarso impatto sulla precaria posizione di Washington nella vicina Siria, mentre le forze siriane continuano ad avanzare su Idlib, e lotta per giustificare la propria presenza nella regione orientale del Paese. Se Idlib viene liberata, lascerà le forze di occupazione statunitensi e turche ai margini del conflitto e della legittimità internazionale. Una guerra irregolare contro le forze turche o statunitensi in Siria potrebbe trasformare le rispettive occupazioni in conflitti insostenibili e costosi. Sarà difficile distinguere tra forze irregolari siriane, russe o iraniane ed organizzazioni terroristiche che Turchia e Stati Uniti armano e finanziano mentre contemporaneamente dicono di combattere. Proprio come il ripetuto abuso delle proteste sostenute dagli Stati Uniti gli è costato uno strumento prezioso, una volta nel suo bagaglio dei trucchi geopolitici, l’uso del terrorismo contro Stati presi di mira sembra destinato a ritorcersi contro Washington. Come tutti gli imperi decadenti nella storia umana, gli Stati Uniti non potranno semplicemente “tornare a casa”. Ci vorranno molti anni di conflitti diretti e indiretti prima che gli Stati Uniti siano completamente sradicati dalla regione MENA. Tuttavia, lo spettacolare fallimento della sovversione sostenuta dagli Stati Uniti in Iran prima di Capodanno, potrebbe essere l’ulteriore prova del declino irreversibile dell’egemonia statunitense.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Dissezionare le rivolte iraniane

Marwa Osman AHT 6 gennaio 2018Le guardie rivoluzionarie iraniane annunciavano il 3 gennaio la “fine dei disordini” sollevati in cinque giorni proteste in Iran. Ciò avveniva durante le grandi manifestazioni a sostegno della leadership iraniana, che non hanno impedito al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di continuare le provocazioni. Dopo un’ondata di proteste in Iran dal 28 dicembre, proseguite per tre giorni, la calma prevaleva nella maggioranza delle città iraniane. Nella prima risposta all’appello del Presidente iraniano Hassan Rouhani alla cooperazione, l’IRGC mostrava disponibilità ad “aiutare il governo a superare le sfide economiche“, mentre decine di migliaia di persone manifestavano ad Ahwaz, Arak, Ilam, Kermanshah, Gorgan e altre città a sostegno della leadership iraniana e per rigettare le “interferenze straniere”. I sostenitori intonavano “Morte all’America”, “Morte ad Israele”, “Morte agli ipocriti”, riferendosi all'”Organizzazione dei mujahidin del popolo” dell’Iran, noto come Mojahedin-e-Khalq Organization (MEK) che accusavano di “incitamento alle violenze”. La calma in Iran segnalava che le cosiddette “proteste” erano finite, mentre il Comandante della Guardia rivoluzionaria, Mohammad Ali Jafari, ufficialmente annunciava la “fine dei disordini”, affermando che “la prontezza della sicurezza dell’Iran ha di nuovo sconfitto il nemico; perché se vivessimo nelle condizioni di Egitto, Tunisia e Libia, le perdite sarebbero state enormi”. Nelle osservazioni pubblicate sul sito “La Guardia”, Jafari dichiarava che “durante i moti, coloro che vi parteciparono non superavano i 1500 individui e i rivoltosi non superavano i 15000 in tutto il Paese”, sottolineando che “migliaia di persone vivevano all’estero e sono state addestrate dagli Stati Uniti“, e tenendo presente “anche i sostenitori del ritorno del dominio dello Shah e del MEK”. Jafari affermava anche che “i nemici della rivoluzione sono intervenuti pesantemente coi social media”. Sulla stessa nota, il Ministro delle Comunicazioni Mohammad Jawad Azeri Jahromi disse che il Paese non toglierà il divieto ai social media Telegram, a meno che i contenuti che incitano al “terrorismo” non vengano rimossi. Jahromi osservò in televisione che “le autorità accolgono le critiche dai social media, ma nelle condizioni attuali, in particolare su Telegram, c’è propaganda che invoca violenze e terrorismo”.

Cosa scatenò le proteste in Iran?
L’insoddisfazione per la situazione economica è la fondamentale scusa delle proteste accesesi nella città di Mashhad il 28 dicembre, a differenza delle ragioni politiche che scatenarono le proteste di massa nel 2009. Nonostante la pesante propaganda mediatica occidentale che ha vomitato quantità abnormi di menzogne etichettando il movimento come politico, la vera causa delle proteste era economiche, risultate dell’annuncio del fallimento fatti da 10 banche e aziende a Mashhad, punto d’appoggio perfetto affinché forze estere ne approfittassero incoraggiando e promuovendo atti terroristici nell’Iran. Il 29 dicembre 2017, le autorità iraniane avevano tracciato il quadro della situazione nella periferia del Paese. Le dimostrazioni si propagarono nell’ovest, nella provincia di Kermanshah, così come nella città nordorientale di Mashhad, dove i rivoltosi ripeterono gli stessi slogan: Morte a Rouhani/No a Siria/No al Libano/No a Gaza/ Corruzione ovunque. L’indicatore più importante della natura politica di tale mossa si ebbe quando i rivoltosi di Mashhad si radunarono nei pressi della casa di Sayyed Ibrahim Raissi, uno dei più importanti assistenti del Leader supremo Ayatollah Sayyed Ali Khamenei, indicando che il “movimento” mirava al simbolo della rivoluzione islamica, Imam Ali Khamenei, piuttosto che a migliorare condizioni economiche e tenore di vita. In questo particolare aspetto, il Dott. Mohammad Sadeq al-Husseini, ricercatore e commentatore politico iraniano, rivelava ad al-Mayadin il 30 dicembre, che gli incaricati di gestire tale movimento rivoluzionario anti-islamico in Iran agivano da un centro operativo ad Irbil, che supervisiona direttamente le operazioni nelle regioni occidentali dell’Iran. Secondo il Dott. Husseini, che affermava che le informazioni provenivano dall’intelligence iraniana, questo centro operativo era gestito da un organismo composto da: 4 alti ufficiali statunitensi, 3 ufficiali israeliani, 4 ufficiali sauditi, 1 rappresentante personale del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, 3 funzionari dell’Organizzazione dei mujahidin del popolo (MEK). Un altro centro operativo era responsabile delle operazioni nell’Iran orientale, nella città afgana di Herat. Secondo il Dott. Husseini, questo centro era supervisionato da un ente composto da: 3 ufficiali statunitensi, 3 ufficiali israeliani, 2 ufficiali sauditi, 1 rappresentante personale del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, rappresentanti del gruppo Army of Justice e dell’Organizzazione dei mujahidin del popolo (MEK). Tali centri operativi sono tra i tanti fondati a Dubai, Riyadh, Kabul, Baku, Londra, Strasburgo, New York e Tel Aviv. Il Dott. Husseini poi aggiunse che le fonti iraniane avevano rivelato che Michael D’Andrea, ufficiale della Central Intelligence Agency (CIA) e neonominato capo della missione iraniana dell’Agenzia, responsabile del dossier iraniano, a fine maggio Il 2017, era dietro i disordini. Tale ufficiale è famigerato nella comunità di sicurezza degli Stati Uniti per l’estrema crudeltà nel torturare i detenuti di Guantanamo. Tuttavia, ciò che sarebbe ben noto di lui è che ha ottimi rapporti col Mossad israeliano e che partecipò all’assassinio del comandante di Hezbollah Imad Mughnyah. D’Andrea è legato a due grandi fallimenti. Nel 2009, quando un afghano, reclutato dallo stesso D’Andrea, si fece esplodere a una riunione di ufficiali della CIA in Afghanistan uccidendone sette. E nel 2015 quando ordinò l’attacco coi droni su un obiettivo in Afghanistan, uccidendo due ufficiali della CIA in ostaggio nell’area colpita.
D’Andrea attualmente supervisiona i centri operativi a Riyadh, Tel Aviv, Irbil e Herat. Mentre aiutò a crearne uno a Riyadh per le operazioni del MEK. Questo centro è diretto da un certo Dr. Mahmud Zahedi. Un altro centro operativo del MEK fu attivato a Parigi col consenso del governo francese ed è attualmente gestito dall’assistente di Mariam Rajavi, Dr. Reza, il cui cognome è sconosciuto. Mariam Rajavi è a capo del gruppo MEK sponsorizzato da Stati Uniti e NATO, elencato dall’Iran come organizzazione terroristica. Nel frattempo, le autorità iraniane arrestavano un cittadino europeo durante le proteste ant-governative nella città di Borujerd, nella provincia del Lorestan, nell’Iran occidentale. Il funzionario giudiziario iraniano Tariq al-Hassan fu citato dall’agenzia Tasnim dire che “un cittadino europeo è stato arrestato nella regione di Borujerd” aggiungendo che “si ritiene sia stato addestrato dai servizi d’intelligence europei e guidasse i rivoltosi nell’area“. Questa notizia apparve mentre si parlava del rinvio della visita del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in Iran, apparentemente su richiesta del Presidente iraniano Hassan Rouhani che sollecitava l’omologo francese, presidente Emmanuel Macron, ad agire concretamente contro il gruppo di Rajavi, MEK, coinvolto nelle rivolte in Iran, prima della visita del suo ministro degli Esteri a Teheran.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sala operativa di Irbil dietro i disordini in Iran

IFP News 7 gennaio 2018Il segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezaei afferma che una sala operativa nel Kurdistan iracheno, guidata da un agente della CIA, ha orchestrato i recenti disordini in Iran.
Parlando a una cerimonia, Rezaei ha detto che i recenti disordini in Iran sono stati ideati da una sala operativa istituita pochi mesi prima nella capitale della regione irachena del Kurdistan, Irbil. “La sala è guidata da Michael D’Andrea, capo delle operazioni della CIA in Iran“, aggiungeva, secondo l’agenzia Khabar online. “Alle riunioni della sala operatoria di Irbil partecipavano il cognato di Sadam Husayn, il capo dello staff del figlio di Sadam, e vari rappresentanti dell’Arabia Saudita e del gruppo terroristico Mojahedin-e Khalq Organization (MKO)“, aggiungeva. Rezaei osservava che il Consiglio degli Esperti riceveva anche rapporti e indagava sulla presenza di un rappresentante degli Emirati Arabi Uniti nella sala. Rezaei, Comandante in capo dell’IRGC negli anni ’80, affermava che la sala operativa attingeva ai social media per lanciare il piano per creare disordini in Iran a fine dicembre. “Durante la prima fase del piano denominato Surefire Convergence Strategy, gli organizzatori della sala operativa pensavano di poter prendere il controllo delle città iraniane. Avevano programmato il contrabbando di armi in Iran nella fase successiva per preparare ulteriori assassini in Iran per convincere la comunità internazionale ad imporre nuove sanzioni al Paese“. “Dall’altro lato, ci si aspettava che il gruppo terrorista MKO chiedesse aiuto ai Paesi europei per entrare in Iran e minarne la sicurezza“, osservava. Rezaei aveva anche detto che le commissioni politiche, di difesa e di sicurezza del Consiglio degli Esperti studieranno i recenti disordini in Iran per stilare altri rapporti per il consiglio.
La settimana scorsa erano scoppiate numerose proteste pacifiche per problemi economici in diverse città iraniane, ma divennero violente quando gruppi di partecipanti, alcuni dei quali armati, danneggiarono proprietà pubblica e attaccarono stazioni di polizia ed edifici governativi.

Michael D’Andrea, a sinistra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Europa non segue gli Stati Uniti sull’Iran

Moon of Alabama – 4 gennaio 2018La reazione alle piccole proteste in Iran è un altro cuneo tra Stati Uniti ed Europa, esponendo la belluina lobby sionista e la sua influenza su media e politica statunitensi. Il problema dimostra la crescente divergenza tra gli interessi autentici di Stati Uniti e d’Israele. Alcune dimostrazioni antigovernative e attacchi ad istituzioni pubbliche continuano in Iran. Ma, come mostra il grafico, tali proteste e rivolte continuano a diminuire. Le manifestazioni ieri si sono svolte in soli 15 luoghi mentre, dal 28 dicembre, 75 città e cittadine hanno visto alcune forme di protesta od incidenti. Oltre alle varie marce filogovernative svoltesi ieri, ognuna delle quali di gran lunga più grande di quelle antigovernative. Le violenze contro la proprietà pubblica di alcuni rivoltosi ha alienato i legittimi manifestanti che avevano ampie ragioni nel respingere la politica neo-liberista dell’attuale governo iraniano. L’istigazione alle violenze dall’estero, probabilmente a causa delle macchinazioni della CIA, gli ha usurpato la voce. Già mi chiedevo: “Perché gli Stati Uniti lo fanno? Il piano potrebbe non essere rovesciare immediatamente il governo iraniano, ma istigare una forte reazione del governo iraniano contro i terroristi nel suo Paese… Questa reazione può quindi essere utilizzata per attuare sanzioni peggiori contro l’Iran, in particolare dall’Europa. Sarebbe un altro tassello del grande piano per soffocare il Paese ed ulteriore passo nell’escalation”, e “L’amministrazione ha appena chiesto una sessione di emergenza delle Nazioni Unite sulla situazione. È una mossa risibile…” Davvero ridicolo. Altri membri del Consiglio di sicurezza e il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno respinto i piani degli Stati Uniti. Non è compito delle Nazioni Unite inserirsi negli affari interni di un qualsiasi Paese. Ma anche per chi crede che l’ONU ne abbia diritto, le proteste in Iran, valutate in non più di 15000 persone alla volta, e forse 45000 in totale, sono insignificanti per giustificare qualsiasi reazione delle Nazioni Unite. L’Unione Europea, principale obiettivo dei piani statunitensi per reimporre le sanzioni all’Iran, ha ufficialmente rifiutato tali tentativi. Il ministro degli Esteri svedese dichiarava che sono “inaccettabili” e che la situazione non lo giutifica. Il presidente francese Macron avvertiva che la rottura delle relazioni con l’Iran porterebbe alla guerra. Era piuttosto esplicito sugli autori di tali mosse: “La Francia ha relazioni solide con le autorità iraniane e vuole mantenere questo legame perché “agire in altro modo significa ricostruire surrettiziamente un ‘asse del male’”,… vediamo chiaramente il discorso ufficiale di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, nostri alleati in molti aspetti, è un discorso che ci porterebbe alla guerra con l’Iran”, aggiungeva, osservando senza ulteriori dettagli che si tratta di una “strategia deliberata di certuni“.” Il ministro degli Esteri russo avvertiva gli Stati Uniti contro ogni interferenza negli affari interni dell’Iran.
Nel frattempo la TV ammiraglia saudita, al-Arabiya, sfidava The Onion affermando che l’Iran aveva convocato Hezbollah, unità irachene e mercenari afghani per sedare le proteste. Il vicepresidente Pence sul Washington Post si lamentava della presunta mancanza di reazione dell’amministrazione Obama alle proteste in Iran, ma non annunciava alcuna reazione dell’amministrazione Trump. I redattori del Washington Post aggiungono numerosi editoriali di lobbisti pro-sionisti che attaccano l’Iran e accusano l’Europa di non seguire la linea di Trump. L’anti-iraniana Fondazione per la difesa delle democrazie, finanziata da uno speculatore estremista sionista, riceve ampio spazio nei giornali statunitensi:
Adam H. Johnson @adamjohnsonNYC – 4:04 AM – 3 Jan 2018
Nelle ultime 72 ore il gruppo pro-cambio di regime radicale FDD ha avuto presenze su NYTimes, Washington Post, NYPost, Politico e WSJ sull’Iran, ripetendo in ciascuno gli stessi punti di discussione triti e interventisti.
Adam H. Johnson @adamjohnsonNYC – 6:14 PM – 3 Jan 2018
Avendo esaurito i rispettivi spazi designati nei rispettabili WSJ, WaPo, Politico e NYTimes per questa settimana, il FDD è calato oggi sul Washington Times. Triste!
Il blog apparentemente “centrista” Lawfare pubblicava un appello per inviare mine improvvisate con “Penetratori Forgiati Esplosivi” ai manifestanti iraniani. (Durante l’invasione dell’Iraq, la resistenza locale li usò contro gli occupanti statunitensi. Le forze armate statunitensi mentirono affermando che provenissero dall’Iran). Il redattore di Lawfare, il famigerato Benjamin Wittes, sembra essere d’accordo, scrive che non pubblica mai nulla di suo sul suo sito. L’unica lamentela riguarda il fatto che la richiesta di armare i rivoltosi in Iran manca di valido ragionamento giuridico. (Ci si chiede come reagiranno gli scrittori di Lawfare se la Cina consegnasse armi anticarro alla prossima incarnazione di Occupy Wall Street). C’è una grande campagna negli Stati Uniti che segue le manifestazioni piuttosto piccole in Iran. La campagna è volta a creare un’atmosfera da guerra. I media danno ampio spazio, ma gli Stati Uniti sono soli. L’Arabia Saudita è una tigre di carta che non conta niente ed Israele non può fare nulla contro l’Iran. L’Asse della Resistenza è pronto alla guerra, dice il leader di Hezbollah Nasrallah, spiegando che sarà condotta in Israele. Stephen Kinzer sottolinea che l’ostilità statunitense per l’Iran e il suo governo non ha alcun senso strategico: “La storia decreta che qualsiasi governo iraniano dev’essere fortemente nazionalista e un vigile difensore degli sciiti ovunque, quindi l’idea che il “cambio di regime” produca un Iran filo-USA è fantasia. La sicurezza degli Stati Uniti non sarà seriamente compromessa dal corso della politica interna dell’Iran… Nel 1980 il presidente Carter proclamò che qualsiasi sfida al dominio statunitense del Golfo Persico sarebbe considerata “assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America”. Era guidato dagli imperativi globali della sua era. Gran parte del petrolio statunitense arrivava dal Golfo Persico e l’occidente non poteva rischiare di cederlo al potere sovietico. Oggi non esiste l’Unione Sovietica e non ci affidiamo più al petrolio del Medio Oriente. Tuttavia, sebbene le basi della nostra politica siano svanite, essa rimane invariata, una reliquia del passato”.
Kinzer ha ragione sull’assenza di argomenti strategici. Ma trascura l’influenza della lobby sionista e il suo interesse nel trascinare gli Stati Uniti nella distruzione qualsiasi potenziale avversario al suo colonialismo. L’autentico interesse del popolo degli Stati Uniti non è ciò che guida la politica statunitense, non lo è da tempo. (se mai lo è stato).Traduzione di Alessandro Lattanzio

Proteste iraniane: continuo traffico dello Stato profondo

Tony Cartalucci, LD, 4 gennaio 2018Proteste furono segnalate in diverse città in Iran negli ultimi giorni di dicembre 2017. I manifestanti presumibilmente attaccavano l’economia dell’Iran e il suo coinvolgimento in Siria. I media occidentali hanno tentato di coltivare due narrative, una incentrata sul ritrarre le proteste come diffuse, spontanee e focalizzate sulle “lamentele economiche” prima di diventare politiche, un’altra narrativa ammette apertamente il coinvolgimento degli Stati Uniti ed elogia il presidente Trump per “opporsi” al “regime iraniano”. Di certo, alcuna delle due narrazioni è lontanamente realistica.

La decennale intromissione degli Stati Uniti in Iran
Le operazioni di cambio di regime degli Stati Uniti contro l’Iran risalgono a decenni fa e continuano all’interno di una singolare strategia geopolitica, indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca, anche con le ultime amministrazioni Bush, Obama e Trump. Mentre gli ambienti guerrafondai degli Stati Uniti affermano che la Rivoluzione iraniana del 1979 fu la prima volta in cui l’Iran sparse sangue, la rivoluzione in realtà fu la risposta diretta a decenni d’ingerenza negli Stati Uniti risalenti al 1953 con l’Operazione AJAX della CIA. Riguardo l’Operazione AJAX, in una voce sul sito della CIA intitolata “Tutti gli uomini dello Shah: colpo di Stato degli USA e radici del terrorismo in Medio Oriente“, ammette: “L‘obiettivo non era un oppressivo burattino sovietico, ma un governo democraticamente eletto la cui ideologia populista e il fervore nazionalista minacciavano gli interessi economici e geopolitici occidentali. Il TPAJAX, l’intervento segreto della CIA, preservò il potere dello Shah e il controllo occidentale dell’infrastruttura petrolifera estremamente redditizia. Trasformò anche una turbolenta monarchia costituzionale in una assolutista inducendo conseguenze non intenzionali almeno fino alla rivoluzione islamica del 1979, e Kinzer argomenta nella sua storia popolare, ben scritta e studiata, forse fino ad oggi”. L’articolo, una recensione dello staff storico della CIA di un libro riguardante l’Operazione AJAX, ammette che la politica degli Stati Uniti sull’Iran si limitò a riprendere dall’impero inglese lo sforzo per riaffermare il controllo occidentale sul globo. In alcun modo gli sforzi degli Stati Uniti per indebolire e controllare il governo iraniano vengono descritti come protezione della sicurezza nazionale degli Stati Uniti o promozione della democrazia, e in realtà sono definiti invece minacce all’autodeterminazione iraniana. È tale ammissione che rivela la verità alla base delle tensioni odierne tra Iran e Stati Uniti. L’occidente cerca ancora di riaffermarsi coi suoi interessi economici in Medio Oriente. Le nozioni di “libertà”, “democrazia” e le minacce del “terrorismo”, “olocausto nucleare” e persino il conflitto con Israele, Arabia Saudita e altri Stati del Golfo Persico sono solo facciate dietro cui tale opportunistica agenda neo-imperialista viene perseguita.
La Brookings Institution nel suo “Quale percorso verso la Persia? Opzioni per una nuova strategia statunitense nei confronti dell’Iran“, del 2009, dedica un capitolo su come pianificare il rovesciamento del governo iraniano. Intitolato “La rivoluzione di velluto: supportare una rivolta popolare“, che articola: “Poiché il regime iraniano è ampiamente avversato da molti iraniani, il metodo più ovvio e accettabile per porne fine sarà promuovere una rivoluzione popolare sulla falsariga delle “rivoluzioni di velluto” che rovesciarono molti governi comunisti nell’Europa orientale dal 1989. Per molti sostenitori del cambio di regime, è evidente che gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare il popolo iraniano a prendere il potere nel proprio nome e che questo sarebbe il metodo più legittimo per cambiare il regime. Dopo tutto, quale iraniano o straniero obietterebbe nell’aiutare il popolo iraniano a soddisfare i propri desideri?” Il documento ammette quindi: “Il vero obiettivo di tale opzione politica è rovesciare il regime clericale a Teheran e vederlo sostituito, si spera, da uno il cui punto di vista sia compatibile cogli interessi degli Stati Uniti nella regione”. In sostanza, Brookings ammette che la sua “rivoluzione di velluto” adempirà ai desideri di Washington, non del popolo iraniano, perseguiti semplicemente col pretesto di aiutare gli iraniani a soddisfare i propri desideri. Come la stessa CIA ammette nei suoi documenti storici, gli “interessi regionali” degli Stati Uniti sono lo sfruttamento economico e l’arricchimento di Wall Street e Washington, non salvare, rafforzare o arricchire il popolo iraniano. È un’ammissione aperta sui piani degli Stati Uniti per l’Iran, illustratisi in diverse occasioni altrove, dall’Iraq alla Libia, dalla Siria all’Ucraina e allo Yemen: ciò che è promosso come rivoluzione politica progressista sostenuta dall’occidente “democratico” è in realtà distruzione e sottomissione di una nazione, del suo popolo e delle sue risorse a costo della pace e della prosperità globali.

Creare un’opposizione fasulla
Il documento della Brookings dichiara apertamente: “Gli Stati Uniti potrebbero svolgere più ruoli nel facilitare una rivoluzione. Finanziare e aiutare ad organizzare i rivali interni del regime, gli Stati Uniti potrebbero creare una leadership alternativa per prendere il potere. Come sostiene Raymond Tanter del Comitato di politica iraniana, studenti e altri gruppi “hanno bisogno di un sostegno occulto per le loro dimostrazioni. Hanno bisogno di un fax, di accedere ad Internet, fondi per replicare materiali e impedire ai vigilanti di picchiarli”. Oltre a ciò, i media sostenuti dagli Stati Uniti potrebbero evidenziare le carenze del regime e rendere più seri dei critici altrimenti ignoti. Gli Stati Uniti supportano la televisione satellitare in lingua persiana (Voice of America Persian) e la radio (Radio Farda) che trasmettono notizie non filtrate agli iraniani (negli ultimi anni hanno fatto la parte del leone dei finanziamenti aperti statunitensi per promuovere la democrazia in Iran). La pressione economica degli Stati Uniti (e forse anche militare) può screditare il regime, rendendo la popolazione affamata della leadership rivale”. Va notato che le pressioni economiche e militari sono state citate da BBC e altri notiziari occidentali come “rimostranze” della cosiddetta “opposizione” nelle ultime proteste in Iran. Brookings elenca “intellettuali”, “studenti, lavoratori e organizzazioni della società civile” in una sottosezione del capitolo intitolato “Trovare i fantocci giusti“. In una sottosezione intitolata “Intervento militare”, la Brookings ammette: “…se gli Stati Uniti riusciranno mai a scatenare una rivolta contro il regime clericale, Washington potrebbe valutare se fornire un qualche supporto militare per impedire a Teheran di schiacciarla”. Il rapporto continua affermando: “…se gli Stati Uniti perseguiranno tale politica, Washington dovrà considerare tale possibilità. Si aggiungano alcuni requisiti molto importanti alla lista: o la politica deve includere modi per indebolire l’esercito iraniano o la volontà dei leader del regime di appellarsi all’esercito, o altrimenti gli Stati Uniti dovranno essere pronti ad intervenire per sconfiggerlo”. Armate di tale consapevolezza, le proteste iraniane si trasformano in violenze grazie a misteriosi uomini armati e a gruppi armati nebulosi che improvvisamente appaiono, e possono essere visti col prisma più realistico delle bande armate pre-posizionate dagli Stati Uniti per espandere i disordini ed ostacolare le operazioni di sicurezza volte a pacificare le rivolte organizzate dagli Stati Uniti.

Secondo passo: insurrezione armata
Considerando la consapevolezza della Brookings che qualsiasi rivolta gli Stati Uniti suscitassero in Iran verrebbe semplicemente spazzata via, seguiva un capitolo di “Rivoluzione di velluto” intitolato “Ispirare la rivolta: sostenere i gruppi di opposizione e minoranze iraniane“. Qui, c’è l’ammissione grave di voler apertamente e ampiamente armare e sostenere organizzazioni terroristiche dalle mani sporche di sangue statunitense, un”opzione” spudoratamente considerata dai politici statunitensi nel 2009, per divenire un fatto nel 2011 con la “primavera araba” e le successive guerre alimentate dagli Stati Uniti in Libia e Siria combattute tramite al-Qaida e la miriade di filiali che vi s’ispirano. La Brookings ammette sfacciatamente: “Per quanto molti statunitensi vorrebbero aiutare il popolo iraniano a ribellarsi e prendere il destino nelle proprie mani, le prove suggeriscono che tale probabilità è bassa e che l’aiuto statunitense potrebbe renderlo meno probabile piuttosto che di più. Di conseguenza, alcuni a favore del cambio di regime in Iran sostengono che sia utopistico sperare in una rivoluzione di velluto; invece sostengono che gli Stati Uniti dovrebbero rivolgersi ai gruppi d’opposizione iraniani già esistenti e che hanno già dimostrato il desiderio di combattere il regime ed appaiono disposti ad accettare l’aiuto degli Stati Uniti”. Tra tali gruppi, la Brookings ammette: “Forse il gruppo d’opposizione più importante (e certamente più controverso) che ha attirato attenzione come potenziale agente statunitense è l’NCRI (Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana), movimento politico istituito dal MEK (Mujahedin-e Khalq)”. Del MEK, la Brookings ammette: “…il MEK rimane nell’elenco del governo degli Stati Uniti delle organizzazioni terroristiche straniere. Negli anni ’70, il gruppo uccise tre ufficiali e tre contraenti civili statunitensi in Iran. Durante la crisi degli ostaggi del 1979-1980, il gruppo elogiò la decisione di prendere ostaggi statunitensi ed Elaine Sciolino riferì che mentre i capi del gruppo condannarono pubblicamente gli attacchi dell’11 settembre, le celebrazioni nel gruppo furono ampie. Innegabilmente, il gruppo compì attacchi terroristici, spesso scusati dagli avvocati del MEK perché contro il governo iraniano. Ad esempio, nel 1981, il gruppo bombardò il quartier generale del Partito della Repubblica Islamica, allora principale organizzazione politica della leadership clericale, uccidendo circa 70 alti funzionari. In seguito, il gruppo rivendicò oltre una dozzina di attacchi con mortai, assassini e assalti a obiettivi civili e militari iraniani tra il 1998 e il 2001. Per lo meno, per collaborare col gruppo (almeno in modo palese) Washington dovrebbe rimuoverlo dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere”. Non è un caso che, mentre la Brookings scrisse il rapporto del 2009, c’erano già sforzi per rimuovere il MEK dall’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, da cui fu rimossa nel 2012, secondo il dipartimento di Stato.

Molti sostenitori del presidente Donald Trump hanno avuto un ruolo diretto nel far uscire l’organizzazione terroristica MEK dall’elenco FTO del dipartimento di Stato USA. Il loro lavoro iniziò con Bush e continuò con Obama. Fu infatti con l’amministrazione di Obama che il MEK fu definitivamente escluso.

Dicendo che il MEK si ritrovò rimosso dall’elenco delle organizzazioni terroristiche perché gli Stati Uniti lo richiesero per una campagna terroristica che pianificavano contro Teheran, per cui l’organizzazione stessa si era riformata senza formalità, modalità e scopi, Brookings e altri politici statunitensi ammettono di voler suscitare ulteriori atrocità, semplicemente in nome del cambio di regime degli Stati Uniti in Iran. Il MEK è affiancato da altre organizzazioni terroristiche che gli Stati Uniti hanno coltivato alle periferie dell’Iran dal 2011, con le loro guerre nella regione, come al-Qaida, milizie curde e cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). La Brookings distingue in una sottosezione intitolata “Trovare canali e rifugi sicuri” che: “Di pari importanza (e dalla potenziale difficoltà) sarà trovare un Paese vicino disposto a fungere da canale per gli aiuti degli Stati Uniti al gruppo ribelle, oltre a fornire rifugio sicuro in cui il gruppo si addestri, pianifichi, organizzi, curi e si rifornisca… senza tale partner, sarà molto difficile per gli Stati Uniti sostenere un’insurrezione. Una cosa che gli Stati Uniti avrebbero a loro favore cercando uno Stato che svolga tale ruolo, è che molti dei vicini dell’Iran non amano e temono la Repubblica islamica”. Dal 2009, gli Stati Uniti si sono assicurati più conali e santuari, motivo principale per cui l’Iran è intervenuto così profondamente in Siria con la guerra scoppiata nel 2011. La Siria occidentale ora ospita basi militari statunitensi e un grosso contingente per procura costituito da milizie curde ed estremisti di al-Qaida/SIIL riqualificati dagli Stati Uniti per schierarli nelle continue guerre per procura in tutta la regione. Se l’Iran non avesse impedito il rovesciamento dello Stato siriano, la nazione sarebbe divenuta trampolino di lancio di al-Qaida, SIIL e miliziani curdi per invadere e decimare l’Iran prima di passare alla Russia meridionale. Va notato che la Brookings, tra le sue conclusioni sulla creazione di un'”insurrezione” contro l’Iran, afferma: “L’appoggio occulto e corretto a un’insurrezione fornirebbe agli Stati Uniti una “plausibile negazione”. Di conseguenza, il contraccolpo diplomatico e politico sarebbe probabilmente inferiore di quello nel caso in cui gli Stati Uniti organizzassero l’azione militare diretta”. Naturalmente, la cospirazione resa pubblica dalla Brookings, accoppiata al chiaro impiego degli Stati Uniti di agenti in Siria, Iraq, Libia, Yemen e ora Iran, denuda tale strategia e mitiga qualunque “plausibile negazione” che Washington sperava di mantenere. Indipendentemente da ciò, l’occidente, con la sua formidabile influenza mediatica, tenterà di mantenere la plausibile negazione sul coinvolgimento degli Stati Uniti nei disordini iraniani fino all’ultimo, non diversamente da come nascose il loro ruolo nell’esecuzione della cosiddetta “primavera araba”, durante l’avvio, nonostante pianificazione ed organizzazione anni prima del caos.

Gli Stati Uniti sperano di spezzare l’Iran, ma si accontenterebbero di ridimensionarlo
Proprio come gli Stati Uniti speravano in un rapido cambio di regime in Siria nel 2011, ma optarono per la distruzione della nazione, la divisione del suo territorio e l’indebolimento dell’Esercito arabo siriano, hanno obiettivi primari e secondari già predisposti per il cambio di regime contro l’Iran. La relazione della Brookings ammette: “...anche se il sostegno degli Stati Uniti a un’insurrezione non riuscisse a rovesciare il regime, potrebbe ancora mettere Teheran sotto pressione considerevole, il che potrebbe impedire al regime di colpire all’estero e persuaderlo a fare concessioni agli Stati Uniti su questioni importanti (come il programma nucleare e il sostegno ad Hamas, Hezbollah e taliban)”. In effetti, Washington potrebbe decidere che tale secondo obiettivo sia motivo più che convincente nel sostenere un’insurrezione rispetto all’obiettivo (assai meno probabile) di rovesciare il regime. In altre parole, il cambio di regime degli Stati Uniti è ammesso apertamente come atto di coercizione geopolitica, non di autodifesa. La strategia della Brookings è più che semplici “suggerimenti”. Si tratta di una tabella di azioni prescritte eseguite in modo chiaro in Siria, Libia e Yemen e che ora si manifestano nel vicino Iran. Nel mondo dell’analisi geopolitica, non è frequente che una confessione firmata e datata possa essere citata quando si descrivono cospirazioni contro un altro Stato-nazione. Nel caso dell’intromissione degli Stati Uniti in Iran, la Brookings fornisce proprio tali prove, in quasi 200 pagine che dettagliano ogni cosa, dall’opposizione inventata alla sponsorizzazione del terrorismo degli Stati Uniti e persino alle provocazioni ideate da Stati Uniti ed Israele per scatenare una grande guerra. Mentre l’occidente sonda l’Iran e le storie sulle “agitazioni” fanno notizia, guardando oltre i diversivi dei media occidentali, le scuse e le menzogne, verso la natura artificiale di tale conflitto, si può decifrare rapidamente la verità, capirne le colpe e rivelare inganni e collaborazioni di un’altra campagna d’aggressione occidentale a migliaia di chilometri dalle coste statunitensi, da combattere col denaro dei contribuenti statunitensi e forse anche col sangue dei soldati statunitensi.Traduzione di Alessandro Lattanzio