“Operazione Impensabile” e la minaccia di guerra USA-NATO alla Russia

Oriental Review, 9 maggio 2016Cinque giorni prima della celebrazione del 71° anniversario della capitolazione della Germania nazista alle truppe sovietiche e alleate nella Seconda guerra mondiale, il nuovo comandante supremo della NATO in Europa, Curtis Scaparrotti, annunciò che era venuto per battere i tamburi di guerra. Ignorando fatti storici e legittimi interessi russi, nel primo discorso dopo aver assunto l’incarico condannava il presunto “comportamento aggressivo russo che sfida le norme internazionali” e incitava i membri del blocco a “combattere stasera se la deterrenza fallisce”. Tale dichiarazione era correlata alla strategia militare e mediatica adottata dalla classe dirigente occidentale da decenni. Anche mettendo da parte la ben argomentata tesi secondo cui l’ascesa di Hitler a fuhrer del Terzo Reich nella Germania umiliata del dopoguerra fu un’operazione attentamente pianificata e condotta dall’intelligence militare statunitense, per metterla contro l’Unione Sovietica, l’analisi dei fatti disponibile dimostra che il nucleo del nazismo fu profondamente favorito dai centri ideologici occidentali molto tempo prima della sconfitta nel maggio 1945. Non c’è paradosso qui: la lotta per il dominio globale era (ed è ancora) l’idea fissa di molte élite nella storia dell’umanità, e su tale retrospettiva il fenomeno del nazismo tedesco va considerato come mero strumento dei suoi istigatori per raggiungere tale obiettivo. Nonostante alcune difficoltà tattiche (ad esempio, nel marzo 1939 Hitler improvvisamente fece il proprio gioco, ma fu ricondotto all’obbedienza nel maggio 1941), lo sviluppo generale del conflitto globale a metà del XX secolo fu ammissibile per le élite. Almeno alla Conferenza di Bretton Woods tenutasi nel luglio del 1944, il mese dopo che gli Alleati sbarcarono in Francia per controbilanciare l’offensiva sovietica in Oriente (che a quel punto avrebbe inevitabilmente portato alla sconfitta unilaterale dei nazisti da parte dell’URSS), fissò le regole chiave del monopolio finanziario del dollaro della Federal Reserve. (Secondo l’Atto finale di Bretton Woods, tutti i tassi delle valute internazionali erano legati a un paniere al 96% col dollaro della Federal Reserve e al 4% della sterlina inglese, potendo acquisire l’oro solo attraverso questo tasso; la Nota della Federal Reserve era quindi eguagliata all’oro come misura universale di valore).
La sfida principale che gli autori di Bretton Woods affrontarono all’inizio dei colloqui era l’atteggiamento sovrano della delegazione sovietica. Dovevano attirare l’Unione Sovietica in tale sistema draconiano con qualsiasi mezzo. Mentre Stalin e i suoi inviati non mostravano alcuna intenzione di essere tentati dalla carota, Wall Street dovette prendere il bastone. L’idea era raggiungere una tregua separata con la Wehrmacht sui teatri occidentale e meridionale per rinforzare il fronte orientale tedesco (in particolare, i documenti relativi all’operazione Sunrise nel marzo 1945 non ancora declassificati dagli Stati Uniti). A causa della tempestiva contromisura da parte dell’intelligence sovietica e dopo un duro scambio diplomatico, i tre colloqui per la tregua a Lucerna, in Svizzera, furono sospesi, ma i contatti clandestini nazisti-statunitensi procedettero. Di fatto, dalla fine di marzo 1945, senza alcuna tregua formale le truppe tedesche iniziarono ad arrendersi massicciamente alle forze anglo-statunitensi che avanzarono rapidamente verso Berlino incontrando i sovietici sull’Elba il 25 aprile 1945. Non sorprende che la famigerata rete Odessa (Organizzazione degli ex-membri delle SS) venisse attivata nello stesso momento permettendo a 30mila(!) criminali di guerra nazisti di fuggire dall’Europa attraverso “finestre” nella zona di occupazione anglo-statunitense. Molti furono in seguito legalizzati negli Stati Uniti per servire lealmente i nuovi padroni…
Una volta scomparso il “fattore tedesco”, gli “alleati” si affrettarono ad elaborare segretamente un nuovo piano di guerra per sconfiggere militarmente l’Unione Sovietica, esaurita dalla drammatica campagna durata quattro anni. Il dossier dell’Operazione Impensabile fu declassificata nel 1998. Secondo essa, il 1° luglio 1945 gli “alleati” previdero l’attacco alle forze sovietiche in Europa e alle aree industriali chiave dell’URSS. L’obiettivo era “imporre alla Russia la volontà degli Stati Uniti e dell’Impero inglese”. Così nell’estate 1945 Wall Street pianificò Barbarossa 2.0 per aggredire l’URSS, come quella lanciata dalla loro frenetica creatura Hitler quattro anni prima.Operazione impensabile: URSS: minaccia alla civiltà occidentale“, Gabinetto di guerra inglese, Staff della pianificazione congiunta (Bozze e rapporti finali: 22 maggio, 8 giugno e 11 luglio 1945), Ufficio del registro pubblico, CAB 120/691/109040/002. (declassificato nell’ottobre 2004)

Il motivo per cui il piano non fu mai attuato fu che gli esperti militari occidentali valutarono “l’equilibrio delle forze” in Europa insufficiente per un’efficace rapida sconfitta dei sovietici. Gli Stati Uniti possedevano in esclusiva la bomba atomica e speravano che tale minaccia avrebbe impressionato Stalin tanto da ratificare Bretton Woods. L’episodio di Potsdam tuttavia dimostrò il contrario, così gli Stati Uniti decisero di rendere questa minaccia più vivida. La certezza di 200mila morti giapponesi non significò molto per il presidente Truman nel suo Grande Gioco per l’egemonia della Federal Reserve. La conseguente Guerra Fredda (dopo che Stalin aveva definitivamente rifiutato la ratifica degli accordi di Bretton Woods nel dicembre 1945) va oltre l’ambito del presente articolo. Il fatto comunque è che la grandiosa e continua operazione mediatica per eguagliare Stalin e Hitler e rivedere e distorcere le verità fondamentali della storia moderna presso le persone “istruite” nel mondo, è solo un aspetto dell’agenda globale elitaria per sopprimere la prima potenza che si oppone al loro dominio illimitato sul mondo. Gli strumenti per creare tale dominio sono gli stessi: creazione di un progetto chimerico controllato (al-Qaida o nazismo ucraino) e interpretare il ruolo di “peacekeeper” e “filantropi” nel sanguinoso caotico conflitto.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’intreccio d’amore di Hitler col Regno Unito

La “neutralità” fasulla del Regno Unito e l’operazione “Barbarossa” contro l’Unione Sovietica
Nikolaj Starikov, Global Research, 21 giugno 2015

Mai in quel periodo la Gran Bretagna accettò negoziati di pace. Continuò costantemente a bombardare le città tedesche. Mostrò determinazione a combattere fino alla fine. Il Regno Unito poteva essere combattuto e persino sconfitto, ma dopo aver esaminato le sue opzioni, Adolf Hitler si pose due domande. Quale prezzo sarebbe costata questa vittoria? E la cosa più importante, qual era il punto? E poi il 10 maggio 1941, l’alleato più stretto di Hitler, Rudolf Hess, volò nel Regno Unito, apparentemente di sua iniziativa. [1] Fu il tentativo disperato di concludere la pace tra Germania e Regno Unito. Sebbene in senso stretto, l’obiettivo di Hess non era in realtà un segreto: “Hess conosceva ed comprendeva la mente di Hitler, il suo odio per la Russia sovietica, la sua brama nel distruggere il bolscevismo, la sua ammirazione per la Gran Bretagna e il desiderio sincero di essere amico dell’impero inglese…” [2] A poco più di un mese dall’attacco programmato all’URSS. Hitler doveva decidere se lanciare o meno l’operazione Barbarossa. I piani dell’invasione non erano ancora completati. La decisione di attaccare l’Unione Sovietica non era ancora stata presa mentre Hess preparava il suo volo. Hitler non avrebbe mai iniziato una guerra su due fronti. Allora perché fece proprio questo? Perché quando lanciò l’offensiva contro l’Unione Sovietica era convinto che non ci fosse un secondo fronte e mai ci sarebbe stato! Fu il risultato del volo di Hess. È importante capire che il grande segreto dietro la misteriosa fuga in Regno Unito del vice di Hitler non aveva nulla a che fare con l’offerta di Hitler, ma con la risposta inglese!
Gli inglesi garantirono una benevola neutralità sulla futura guerra di Hitler con l’Unione Sovietica. E promisero di accettare la vecchia proposta di pace dalla Germania una volta che l’URSS fosse stata vinta. “Il famigerato Hess fu effettivamente inviato nel Regno Unito dai nazisti per persuadere i politici inglesi ad unirsi alla crociata collettiva contro l’Unione Sovietica. Ma i tedeschi fecero un grave errore di calcolo. Nonostante gli sforzi di Hess, Regno Unito e Stati Uniti… erano, al contrario, nello stesso campo dell’URSS contro la Germania nazista“, dichiarò Stalin dall’assediata Mosca. Quando Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica, significò che il Regno Unito aveva approvato la campagna. È l’unica spiegazione. La Gran Bretagna metodicamente mise la Germania nazista contro l’URSS, e infine gli inglesi riuscirono a spingere il Fuehrer ad attaccarla. Hitler fu ingannato dalla sua ammirazione per l’Inghilterra. Il capo della Germania si comportò scioccamente perché gli inglesi gli promisero la loro neutralità. I bombardamenti aerei tedeschi che infuriavano sul Regno Unito improvvisamente finirono, immediatamente dopo la visita di Hess, per poi riprendere nel gennaio 1943.
Il 17 agosto 1987, Rudolf Hess, l’ultimo dei capi del Terzo Reich, fu trovato impiccato nel carcere di Spandau a 93 anni. Era detenuto da 46 anni. Tutti gli altri condannati alla prigione insieme a lui al processo di Norimberga se ne erano andati da tempo. Dal 1966 era l’unico detenuto della prigione di Spandau. Il diplomatico Konstantin von Neurath scontò otto dei 15 anni di pena prima di essere rilasciato, ufficialmente per problemi di salute. Anche l’ammiraglio Karl Doenitz e il capo della gioventù hitleriana, Baldur von Schirach, furono rilasciati dalla prigione, dopo aver scontato rispettivamente dieci e venti anni. Ma l’incarcerazione di Rudolf Hess continuò. Perché? Perché, dirà il lettore, fu condannato all’ergastolo. Ma… non è corretto. La stessa condanna non impedì all’ammiraglio Raeder di essere liberato dopo soli dieci anni, o a Walter Funk, ministro dell’Economia del Reich, di passarvi 12 anni. Furono rilasciati perché non avevano il terribile segreto di Hess. Solo lui sapeva quali promesse gli inglesi fecero a Hitler e perché il Fuehrer gli credette… Le circostanze della sua morte sono completamente oscure. Gli esami autoptici mostrarono che Hess fu strangolato e fatto passare per suicidio. Ma chi avrebbe commesso un atto così atroce? Il figlio di Hess, Wolf Ruediger, non dubitò mai che suo padre fosse stato assassinato dagli inglesi. Il terribile segreto della diplomazia inglese, che spine Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica, non sarà mai rivelato. E la causa involontaria della sua morte fu… Mikhail Gorbaciov. Il fatto è che alcune voci in occidente chiedevano da tempo il rilascio di Hess. Ma l’URSS era sempre stata nettamente contraria, convinta da tempo che i nazisti non dovessero aver alcun posto nel mondo. Ma con la perestrojka al culmine, Gorbaciov disse ai suoi amici occidentali che era pronto a fare un gesto di buona volontà liberando Hess. Così ne firmò la condanna a morte. Gli inglesi dovettero agire rapidamente per zittire questo testimone indesiderabile. Tutte le prove materiali della morte di Rudolf Hess: la serra, il cavo elettrico, i mobili e persino la prigione di Spandau furono distrutti subito dopo la scomparsa. Le cartelle coi documenti sul caso Hess furono classificate dal governo inglese fino al 2017. Scopriremo mai la verità sui negoziati del Regno Unito con Hess nel maggio 1941? Solo il tempo lo dirà.…Quando Hitler attaccò l’Unione Sovietica, fu crudelmente ingannato dagli inglesi dal primo giorno. La sera del 22 giugno Churchill, parlando alla BBC, promise: “Abbiamo deciso di distruggere Hitler e ogni traccia del regime nazista…. quindi, daremo tutto l’aiuto possibile alla Russia e al popolo russo“. [3] Ma è interessante notare che l’Unione Sovietica non ricevette aiuti da Regno Unito o Stati Uniti nel momento in cui erano veramente necessari o nelle quantità necessarie (per maggiori dettagli, si legga la concessione dei prestiti nella seconda guerra mondiale: L’aiuto degli Stati Uniti fu utile?). Gli inglesi prestarono molta attenzione alle cruciali battaglie sul fronte orientale, in attesa della sconfitta dell’URSS e della possibilità d’infliggere il colpo mortale alle truppe esauste di Hitler. Solo quando divenne chiaro nel 1944 che l’Unione Sovietica stava sconfiggendo la Germania nazista senza aiuto, Washington e Londra decisero di aprire un secondo fronte in modo da poter rivendicare gli allori dei “vincitori”. Nel frattempo, la storia dell’ascesa al potere di Adolf Hitler, le fonti del successivo “miracolo” economico della Germania col capo nazista al timone, il suo amore per il Regno Unito e la sua simpatia per i metodi inglesi di dominio delle nazioni soggiogate, indicano chiaramente il vero colpevole della Seconda guerra mondiale. Quel colpevole merita di condividere i vergognosi allori assegnati all’assassino di milioni di persone, proprio a fianco del Terzo Reich, che fu così accuratamente e rapidamente eretto dalle ceneri tedesche della Prima guerra mondiale.Oriental Review ha tradotto la ricerca documentaria di Nikolaj Starikov “Chi spinse Hitler ad attaccare Stalin” (San Pietroburgo, 2008). Starikov è uno storico russo.

Note:
[1] Il momento del volo di Hess fu scelto con cura. Secondo il piano redatto dallo Stato Maggiore tedesco, i preparativi per l’operazione Barbarossa dovevano essere completati entro il 15 maggio 1941.
[2] Winston Churchill. La grande alleanza. Pg. 44.
[3] Christopher Catherwood. La sua ora migliore. Pg. 154.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La controffensiva sovietica che cambiò il corso della storia

Sputnik 19.11.2017Domenica scorsa era il 75° anniversario dell’inizio della controffensiva sovietica a Stalingrado, la drammatica battaglia che sconfisse gli eserciti dell’Asse e divenne il punto di svolta nella guerra contro i nazisti. Il giornalista militare russo Andrej Stanavov ripercorre gli eventi chiave della battaglia e le sue lezioni.
Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, lungo le steppe innevate sulle rive del Volga, la macchina da guerra nazista subì la sconfitta più devastante della sua storia, da cui non si sarebbe mai ripresa. La controffensiva sovietica su Stalingrado, nota come “Operatsija Uran” (Operazione Urano) iniziò il 19 novembre e proseguì fino al 2 febbraio 1943. L’audace operazione, pianificata dall’Alto Comando sovietico ed eseguita dai Generali Georgij Zhukov, Konstantin Rokosovskij, Aleksandr Vasilevskij e Nikolaj Vatutin, culminò con l’accerchiamento e la liquidazione di oltre 300000 truppe della Wehrmacht comandate dal feldmaresciallo Friedrich Paulus e partner dei tedeschi nell’Asse.‘Inferno sulla terra’
La battaglia fu preceduta dall’offensiva nazista nella Russia meridionale e nel Caucaso nell’estate del 1942, durante la quale la Germania nazista raggiunse l’apice delle conquiste territoriali nell’invasione dell’URSS. Tra gli obiettivi dell’operazione c’era Stalingrado, la strategica città industriale sul Volga con l’ulteriore, simbolica importanza di portare il nome di Josif Stalin, Comandante in capo dell’Armata Rossa. Per oltre due mesi le unità meccanizzate, l’artiglieria e l’aviazione naziste avanzarono su Stalingrado, premendo contro la 62.ma e 64.ma Armate sovietiche e radendo al suolo metodicamente la città. “Tuttavia“, il giornalista militare e collaboratore di RIA Novosti Andrei Stanavov ricorda: “il nemico non riuscì conquistare l’argine del Volga e il centro della città, nonostante la superiorità numerica e di potenza di fuoco di cinque volte“. “Stalingrado è l’inferno sulla terra, Verdun, la bella Verdun, ma con nuove armi. Attacchiamo quotidianamente, se al mattino riusciamo ad avanzare di 20 metri, la sera i russi ci respingono“. Fu così che Walter Oppermann, soldato della Wehrmacht, descrisse la campagna di Stalingrado in una lettera al fratello del 18 novembre 1942, il giorno prima dell’inizio della controffensiva sovietica. Detestando i confronti tra Stalingrado e il sanguinoso tritacarne della Prima guerra mondiale, Hitler chiese che i suoi generali lanciassero le loro maltrattate unità su Stalingrado ancora e ancora. L’ultima spinta, iniziata ad autunno con cinque divisioni di fanteria e due di carri armati, fu bloccata dall’Armata di Vasilij Chujkov, esaurita e intrappolata, ma ancora combattiva, rifiutando di cedere una sola strada, casa o stanza al nemico senza combattere. “A metà novembre, i tedeschi furono fermati lungo tutto il fronte, costretti a passare alla difesa e al trinceramento“, scrive Stanavov. “In totale furono perduti oltre 1000 carri armati, 1400 aerei, 2000 cannoni e mortai, e 700000 soldati e ufficiali della Wehrmacht davanti alle mura impenetrabili della città. Prendendo rapidamente in considerazione la situazione, l’Alto Comando sovietico decise di non dare al nemico un momento di riposo, decidendo invece d’iniziare un contrattacco schiacciante“.
Con i nazisti impantanati dentro e intorno la città, l’Armata Rossa radunò un potente gruppo di forze dai fronti sud-occidentale, Don, Stalingrado e Voronezh e li concentrò a Stalingrado, rinforzandoli con unità meccanizzate della riserva. Il gruppo comprendeva oltre un milione di soldati, 15000 cannoni e mortai, circa 2000 aerei, 1500 carri armati e pezzi d’artiglieria semoventi. “Nel novembre del 1942, dal punto di vista operativo, la Wehrmacht non era nella posizione più favorevole verso Stalingrado“, spiega il giornalista militare. “Concentrati sull’assalto, i tedeschi spostarono le migliori formazioni per attaccare la città, coprendo i fianchi con le deboli divisioni romene e italiane: fu contro di esse che partirono i potenti assalti delle forze dell’Armata Rossa sui fronti Sud-Ovest e Stalingrado. Il comando sovietico scelse le aree di Serafimovich e Keltskaja come teste di ponte per gli assalti, così come l’area dei laghi Sarpinskij, a sud della città“.‘Storditi e confusi’
Il 19 novembre, le truppe del Fronte Sud-Ovest al comando del Colonnello-Generale Vatutin e parte del Fronte del Don iniziarono l’offensiva. Colpendo il gruppo dell’Asse sul fianco sinistro da nord con un’avanzata lampo, l’Armata Rossa spezzò le difese della 3.za Armata romena, respingendo le forze nemiche per 35 km. Il giorno dopo, le divisioni dei fucilieri del Fronte di Stalingrado, comandato dal Colonnello-Generale Andrej Eremenko, colpirono da sud-est, distruggendo la 4.ta armata romena e avanzando di 30 km, devastando le trincee nemiche con 80 minuti di fuoco concentrato dell’artiglieria. Un ufficiale dei servizi segreti tedesco in seguito ricordò il disastro imminente che stava per colpire la Wehrmacht: “Storditi e confusi, non abbiamo distolto lo sguardo dalle mappe… Spesse linee e frecce rosse indicavano le direzioni dei molteplici attacchi nemici, le manovre di avvolgimento e le aree dove avevano sfondato, e con tutto il nostro presagio, non potemmo nemmeno immaginare la possibilità di una catastrofe così tremenda!” Consolidando le conquiste, l’Armata Rossa iniziò ad avvicinare i gruppi d’assalto. Il 22 novembre, il 26.mo Corpo Corazzato sovietico prese il ponte sul Don e la città di Kalach, proprio dietro la 6.ta Armata tedesca e parte del 4.to Corpo panzer. Nel giro di pochi giorni, l’Armata Rossa creò un anello di ferro attorno alle 300000 forze dell’Asse, comprendenti tedeschi, rumeni, italiane, croati e collaborazionisti dei territori occupati, intrappolando 22 divisioni tedesche e oltre 160 unità. Entro il 30 novembre, i tentativi del nemico di rompere l’accerchiamento furono fermati. Stanavov ricorda: “Le truppe dell’Asse circondate occupavano un’area di oltre 1500 km quadrati: la lunghezza del perimetro della sacca era di 174 km… Privi di cibo, munizioni, carburante e medicine, i soldati e gli ufficiali del feldmaresciallo Paulus congelarono a 30 gradi sottozero: morivano di fame, mangiarono i loro cavalli e cacciavano cani, gatti e uccelli, e nonostante l’evidente disperazione della situazione, le direttive che ordinavano di “combattere fino alla fine e di non arrendersi” continuavano a provenire da Berlino“.
Da dicembre, il gruppo d’armate del Don di Hermann Hoth, composto da 30 divisioni, tentò di sfondare l’anello presso il villaggio di Kotelnikovo. Furono accolti dalla 2.da Armata della Guardia di 122000 soldati comandato dal Tenente-Generale Rodion Malinovskij. In feroci battaglie, i carri armati di Hoth s’impantanarono lungo il fiume Myshkova e l’offensiva fu fermata. Il feldmaresciallo Erich von Manstein, comandante dell’operazione, chiese al Fuhrer di permettere a Paulus di sfondare per incontrare Hoth, ma Hitler rifiutò credendo che la 6.ta Armata potesse ancora resistere a Stalingrado.Svolta nella seconda guerra mondiale
Durante i combattimenti tra gennaio e inizio di febbraio 1943, le forze del Fronte del Don dell’Armata Rossa, comandate dal Generale Konstantin Rokosovskij, gradualmente spezzò il gruppo accerchiato e lo distrusse. Il 31 gennaio, Paulus e il suo comando furono catturati e prontamente si arresero. Truppe e ufficiali dell’Asse si arresero a frotte, nonostante gli ordini contrari di Berlino. Il resto della 6.ta Armata capitolò il 2 febbraio 1943. Si stima che furono catturati 91500 soldati, inclusi 2500 ufficiali e 24 generali. Per molti anni, dopo la battaglia, gli storici occidentali accusarono l’Unione Sovietica di aver deliberatamente maltrattato i prigionieri di guerra dell’Asse. Gli storici sovietici e russi smentirono tali affermazioni, sottolineando che la maggior parte delle truppe nemiche fu catturata dopo essere stata gravemente indebolita dai combattimenti e dai successivi tre mesi di fame, mentre erano circondate. Nei primi tre mesi dopo la cattura, il tasso di mortalità dei prigionieri nell’accampamento 108 appositamente organizzato presso l’insediamento operaio di Beketovka, a Stalingrado, fu estremamente alto, con circa 27000 prigionieri di guerra morti in viaggio per il campo o poco dopo essere arrivati. Circa altri 35100 furono curati presso gli ospedali allestiti nel campo; altri 28100 furono inviati negli ospedali di altre località. Solo circa 20000 prigionieri furono ritenuti idonei a lavorare ed inviati ai lavori di costruzione. Dopo il terribile picco di mortalità nei primi tre mesi, i tassi di mortalità delle truppe catturate a Stalingrado si stabilizzarono, e tra luglio 1943 e gennaio 1949, 1777 prigionieri morirono. Con l’eccezione di truppe e ufficiali condannati per crimini di guerra, gli ultimi prigionieri di guerra della Battaglia di Stalingrado furono rilasciati per la Germania nel 1949.
Stalingrado fu il principale punto di svolta nel teatro europeo della Seconda guerra mondiale e la prima seria sconfitta della Germania nazista dalla battaglia d’Inghilterra del 1940. Nel 1943, dopo la sconfitta nelle grandi battaglie tra carri armati a Kursk e l’invasione alleata dell’Italia, la capitolazione totale e incondizionata dei nazisti divenne solo questione di tempo. Stalingrado fu il primo chiodo sulla bara.

Il pilota del 237.mo Reggimento caccia della 16.ma Armata Aerea sul Fronte di Stalingrado, Sergente Ilija Mikhailovich Chumbarov davanti ai resti dell’aereo da ricognizione tedesco Focke-Wulf Fw.189, abbattuto il 14 settembre 1942 col suo aereo da caccia Jakovlev Jak-1. L’equipaggio dell’aereo nemico fu fatto prigioniero presso Ivanovka.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Euro-regioni e indipendenza neo-globalista: farsa catalana… a Bruxelles!

Frexit TV 30 ottobre 2017

Se non ci fossero centinaia di feriti e minacce di povertà, caos e guerra civile riflettersi in filigrana su tale questione esplosiva, rideremmo della grande farsa catalana in salsa spagnola! Ed hop, appena proclamata l’indipendenza, ecco il buffone Puigdemont prendere cricca e claque per esiliarsi virtualmente a Bruxelles mentre il procuratore spagnolo chiede di processarlo, per l’accusa di sedizione che lo porterebbe in prigione per 25 anni!!
Comunque, i suoi fratelli della “Catalogna del Nord” (comprendente i Pirenei orientali francesi) gli avevano riservato un bel posticino, a due passi dal confine… catalano. Ma all’improvviso, non c’è più ovviamente tale “possibilità”; l’Europa di Bruxelles, uscita dalla porta d’ingresso, rifiutandosi di pronunciarsi su un “affare interno” della Spagna, visto lo spirito comico a cui nessuno ha creduto per un attimo, ora rientra dalla finestra poiché dovrà esprimersi sul diritto di asilo tra Paesi europei, un diritto in realtà inesistente nei trattati dell’Unione europea…
Allungando questa pantomima generale, Puigdemont ha deciso di partecipare al referendum del 21 dicembre previsto dai suoi avversari, anche se organizzato, secondo il punto di vista indipendentista, da un Paese terzo se non nemico: la Spagna!
Quanto sprofonderanno Catalogna, Spagna ed Europa in tale travolgente e sconfortante mascherata? Nessuno lo sa fintanto tale questione viene totalmente manipolata da poteri occulti che appaiono totalmente sconnessi dalla realtà. Ma ciò che appare certo è che prima del caos finale, il grande qualcosa dovrebbe ancora avere i suoi momenti!La Cina sostiene l’unità della Spagna
Xinhua 30/10/2017

La Cina esprimeva sostegno allo sforzo del governo spagnolo per mantenere l’unità nazionale dopo che il parlamento catalano dichiarava l’indipendenza. Poco dopo l’annuncio del parlamento catalano, il premier spagnolo Mariano Rajoy dimissionava il capo catalano Carles Puigdemont e il suo governo e annunciava nuove elezioni regionali per il 21 dicembre. Il senato spagnolo approvava l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sospende l’autonomia della Catalogna e controlla le principali istituzioni catalane da Madrid. “La posizione della Cina su questo tema è coerente e chiara: la Cina lo considera un affare interno della Spagna e comprende e sostiene lo sforzo del governo spagnolo nel mantenere l’unità nazionale, la solidarietà etnica e l’integrità territoriale“, dichiarava il portavoce del Ministero degli Esteri Hua Chunying commentando la periodica conferenza stampa a Pechino. “La Cina è contraria a sconvolgere il Paese e violarne lo stato di diritto, e ritiene che la Spagna possa proteggere l’ordine sociale e i diritti dei cittadini nel quadro giuridico e istituzionale“, dichiarava Hua. La Cina ha sviluppato una cooperazione amichevole con la Spagna in vari settori secondo i principi del rispetto dell’integrità sovrana e territoriale e di non interferenza negli affari interni, concludeva il portavoce.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il tandem russo-cinese muta il quadro geopolitico

Mosca va “a tutta forza” verso l’Asia, per la costernazione e a danno di Europa ed USA
Gilbert Doctorow Consortiumnews23 ottobre 2017Gran parte di ciò che gli “esperti” occidentali affermano sulla Russia, in particolare la supposta fragilità economica e politica e l’asserita associazione insostenibile con la Cina, è sbagliato, derivante non solo dalla limitata conoscenza della situazione reale, ma da pregiudizi che non cercano i fatti, cioè da un pensiero desiderante.
La Russia non avrebbe una crescita dinamica, ma negli ultimi due anni è sopravvissuta a una crisi dovuta ai prezzi del petrolio depressi e alla guerra economica da parte occidentale che avrebbe abbattuto governi meno solidi con una popolarità meno forte di quanto non lo sia nella Russia di Vladimir Putin. Inoltre, per quanto stagnante sia il PNL russo, i numeri sono in linea con la crescita molto lenta dell’Europa occidentale. Nel frattempo, l’agricoltura russa è in piena espansione, coi raccolti di grano del 2017 migliori in 100 anni, nonostante le condizioni climatiche molto avverse dalla primavera. Parallelamente, la produzione nazionale di macchine agricole va a pieno ritmo. Altri importanti settori industriali come la produzione di aeromobili civili si sono ripresi lanciando nuovi e credibili modelli per i mercati interni e le esportazioni. I grandi progetti infrastrutturali dalla storia ingegneristica fenomenale, come il ponte sullo stretto di Kerch in Crimea, procedono come da programma per un riuscita completa nel bagliore di continue trasmissioni televisive. Quindi, dove è questa Russia decrepita decritta quotidianamente dai commentatori occidentali? Il motivo principale di tali osservazioni sbagliate non è così difficile da capire. Il costante conformismo nel pensiero occidentale sulla Russia controlla non solo i nostri giornalisti e commentatori, ma anche gli specialisti accademici che spacciano agli studenti e al grande pubblico ciò che si attendono e pretendono: la prova della perversità del “regime di Putin” e la celebrazione delle anime coraggiose che in Russia si oppongono a questo regime, come il blogger-politicante Alexander Navalny o la sua Paris Hilton, l’attivista politicante glamour Ksenia Sochak. Sebbene sia disponibile molta informazione sulla Russia da fonti aperte, come stampa russa, pubblicità commerciale e televisione statale, questa è ignorata. Le acide personalità russe isolatesi negli Stati Uniti hanno invece voce per denigrare la propria ex-patria. Nel frattempo, qualcuno che bada a leggere, ascoltare e analizzare le parole di Vladimir Putin ne diventa, in questi circoli, un “agente”. Tutto ciò limita notevolmente serietà e utilità di ciò che passa per comprensione della Russia. Insomma, gli studi sulla Russia soffrono, come durante il primo periodo della guerra fredda di ristretta prospettiva ideologica e mancata diffusione di informazioni sulla Russia; a un certo punto inquadrando come la Russia s’inserisce nel quadro internazionale comparato. Proprio il significato di ciò riceveva una prospettiva la scorsa settimana, con un raro momento di erudizione sulla Russia, quando il professore emerito della London School of Economics Dominic Lieven tenne una conferenza a Sochi, nell’ultima riunione annuale del Valdai Club, riassumendo il quadro della rivoluzione russa del 1917. Lieven, probabilmente il più grande storico della Russia imperiale, è una delle rarità che ha dato, coi suoi studi sulla Russia, una profonda comprensione del resto del mondo e in particolare delle altre potenze imperiali del XIX secolo con cui la Russia era in competizione. Questa comprensione riguarda hard e soft power da un lato, abilità militare e diplomatica dall’altro, nei processi intellettuali utilizzati per giustificare il dominio imperiale e costruire una visione del mondo, se non un’ideologia piena.

“Esperti” coi paraocchi
Al contrario, oggi gli “esperti” di relazioni internazionali non conoscono la Russia tanto da dire qualcosa di serio per la formulazione di politiche. Tale campo di studi si è atrofizzato negli Stati Uniti negli ultimi 20 anni, con una comprensione effettiva della storia, delle lingue e delle culture in gran parte limitate all’abilità meccanica che garantiscano un’occupazione nelle banche e ONG dopo la laurea. Le lauree sono sistematicamente svalutate. Il risultato di ciò è che ci sono pochissimi accademici che possono inquadrare l’alleanza russo-cinese emergente in un contesto comparato. E questi sono sistematicamente esclusi dalle pubblicazioni di regime e dai dibattiti pubblici negli Stati Uniti, non essendo sufficientemente ostili alla Russia. Se non fosse così, si potrebbe guardare la partnership russo-cinese confrontandola innanzitutto con la partnership statunitense-cinese creata da Richard Nixon e Henry Kissinger, ora sostituita dall’emergente relazione russo-cinese. Kissinger poté farlo pienamente quando scrisse il libro sulla Cina nel 2011, ma scelse di ignorare il partenariato russo-cinese anche se la sua esistenza era perfettamente chiara quando lo scrisse. Forse non voleva affrontare la realtà di come la sua eredità degli anni ’70 sia andata sprecata. Ciò che descrive Kissinger delle sue realizzazioni negli anni ’70 è che il partenariato statunitense-cinese fu sempre possibile. Non ci fu un’alleanza o un trattato, in linea con l’impegno costante della Cina di non impegnarsi in obblighi reciproci con altre potenze. Il rapporto fu tra due Stati sovrani che regolarmente si dedicarono agli sviluppi internazionali nell’interesse reciproco e perseguendo politiche che in pratica procedevano in parallelo, influenzando gli affari globali in modo coerente. Questa relazione minimale è stata superata da quella tra Russia e Cina qualche tempo fa. La relazione è passata agli investimenti congiunti sempre più grandi nei maggiori progetti infrastrutturali dalla grande importanza per entrambe le parti, non solo i gasdotti che porteranno grandi volumi di gas siberiano sui mercati cinesi, con un accordo da 400 miliardi di dollari. Nel frattempo, in parallelo, la Russia ha sostituito l’Arabia Saudita come primo fornitore di petrolio greggio della Cina, e il commercio avviene ora in yuan invece che petrodollari. Ci sono anche enormi investimenti congiunti in programmi ad alta tecnologia civili e militari. E vi sono le esercitazioni militari congiunte in aree sempre più lontane dalle basi nazionali in entrambi i Paesi. Penso sia utile considerare questa partnership come il partenariato franco-tedesco che guidò la creazione e lo sviluppo di ciò che oggi è l’Unione europea. Sin dall’inizio, la Germania fu il partner più forte in economia con l’economia francese in stagnazione relativa. Infatti, ci si può benissimo chiedere perché i due Paesi rimasero nominalmente paritari in questa partnership. La risposta non fu mai difficile da trovare: con il peso storico del nazismo, la Germania era e rimane ancora oggi incapace di assumersi direttamente la responsabilità dell’Unione europea. I francesi fungevano da cortina del potere tedesco. Dagli anni ’90 questo ruolo passò in gran parte agli organi centrali dell’UE di Bruxelles, in cui le posizioni decisionali fondamentali sono effettivamente dominate da Berlino. Tuttavia, la Francia rimane un importante partner nel processo guidato dalla Germania.

Il tandem russo-cinese
Si può dire lo stesso per il tandem russo-cinese. La Russia è essenziale per la Cina a causa della lunga esperienza di Mosca nel gestire le relazioni globali che risalgono al periodo della guerra fredda e per la volontà e capacità di opporsi direttamente all’egemonia statunitense, mentre la Cina, con la sua pesante dipendenza dalle esportazioni negli Stati Uniti, non può farlo senza mettere in pericolo interessi vitali. Inoltre, dato che la dirigenza occidentale vede la Cina come sfidante alla lunga per la supremazia, è meglio che Pechino influenzi attraverso un’altra potenza, oggi la Russia. Naturalmente, alla luce della Brexit dell’Unione europea e dell’abbandono di Trump della leadership mondiale, è possibile che la Cina esca dall’ombra e cerchi di assumere la guida della governance globale. Ma ciò sarebbe problematico. La Cina affronta grandi sfide interne, tra cui la transizione dall’economia delle esportazioni a una dal maggiore consumo interno, assorbendo l’attenzione della leadership politica per qualche tempo. Kissinger, consulente di Trump, gli sussurra l’importanza di separare la Russia dalla Cina, ma la comprensione limitata ed obsoleta di Kissinger della Russia l’ha spinto a sottovalutare i potenti motivi dietro il rapporto russo-cinese. Gli esperti meno competenti degli USA ne sanno ancora meno. Per prima cosa, data l’ostilità verso la Russia dell’occidente in generale e di Washington in particolare, è inconcepibile che Putin venga respinto da Pechino per qualche “attraente” flirt con l’amministrazione Trump, anche se politicamente possibile per Trump. Uno dei punti forti di Putin è la fedeltà agli amici e ai principi, nonché agli interessi della propria nazione. Come rivelò Putin durante il suo intervento al Valdai Club della settimana passata, ora ha una profonda sfiducia verso l’occidente dato che ha tratto vantaggio dalla debolezza della Russia negli anni ’90 e dall’allargamento della NATO alle frontiere russe, e da altre azioni minacciose. Qualunque speranza Putin avesse su più strette relazioni con l’occidente, sono sparite negli ultimi anni. Mettendo da parte le personalità, la politica estera russa ha una coerenza rara sul proscenio mondiale: con le azioni prima, e le carte diplomatiche dopo. Le relazioni politiche della Russia con la Cina prevalgono sui massicci investimenti reciproci, che richiesero anni per essere decisi ed adottati. Allo stesso modo, la Russia si approccia al Giappone lavorando a un trattato formale di pace prima di attuare grandi programmi commerciali e d’investimento. E’ del tutto prevedibile che il primo passo verso il trattato sia l’avvio della costruzione nel 2018 di un ponte ferroviario in Estremo Oriente che colleghi l’isola di Sakhalin con la terraferma. Anche il team di ingegneri e committenti è attivo: Arkadij Rotenberg e il suo gruppo SGM. Quel ponte è il presupposto a cui Giappone e Russia firmino un accordo da 50 miliardi di dollari per la costruzione del ponte ferroviario che colleghi Sakhalin e Hokkaido. Questo ponte attirerà l’attenzione di tutta la regione sulla cooperazione russo-giapponese. Potrebbe essere la base per un trattato di pace duraturo e non puramente cartaceo che risolva la disputa territoriale sulle isole Kurili.Opportunità perse
Alla luce di queste realtà, è puerile parlare di separare la Russia dalla Cina con la promessa di normalizzare le relazioni con l’occidente. L’opportunità c’era negli anni ’90, quando il presidente Boris Eltsin e il suo “signor Sì” ministro degli Esteri Andrej Kozyrev fecero tutto il possibile per accordarsi con gli statunitensi sull’adesione russa alla NATO, subito dopo l’adesione della Polonia. Poi ancora all’inizio della presidenza Putin, i russi fecero uno sforzo deciso per l’ammissione nell’alleanza occidentale. Ancora senza alcun risultato. La Russia fu esclusa e furono prese misure per contenerla, rinchiuderla ad ennesima potenza regionale europea. Infine, dopo il confronto con Stati Uniti ed Europa che sostennero il colpo di Stato in Ucraina nel 2014, seguita dall’adesione della Crimea e dal sostegno russo all’insurrezione nel Donbas, la Russia viene apertamente definita nemica. Costretta a mobilitare tutte le amicizie internazionali per resistere, alcun Stato fu più utile della Cina. Tali momenti non vengono dimenticati o traditi. Il Cremlino sa bene che l’occidente non ha nulla da offrire alla Russia finché le élite statunitensi insistono a mantenere l’egemonia globale a tutti i costi. L’unica cosa che potrebbe avere l’attenzione del Cremlino sarebbe una consultazione per rivedere l’architettura della sicurezza dell’Europa, facendo uscire la Russia dalla freddezza. Questa fu la proposta dell’allora presidente Dmitrij Medvedev, nel 2010, ma la sua iniziativa incontrò solo un silenzio pietoso dall’occidente. Accettare la Russia significava infatti avere un’influenza proporzionata al peso militare, e questo è ciò cui la NATO si oppone con forza finora. È perciò, per la mancata ricerca di soluzioni alla grande questione del ruolo della Russia nella sicurezza globale, che l’iniziativa del riassetto di Barack Obama fallì. È perciò che il consiglio di Henry Kissinger a Donald Trump all’inizio della sua presidenza di proporre la fine delle sanzioni in cambio dei progressi sul disarmo, piuttosto che l’attuazione degli accordi di Minsk sulla crisi ucraina, fallì, con Vladimir Putin che opponeva un fermo “Niet”. Implicitamente, tra le poche “carote” statunitensi protese alla Russia in questi giorni c’è l’accettazione del regime anti-russo in Ucraina e la sua autorità sulle aree rigorosamente etniche russe del Donbas e della Crimea, concessioni che sarebbero politicamente devastanti per Putin in Russia. Tuttavia, la “normalizzazione” lascerebbe ancora solo delle sanzioni mitigate, ma ancora quelle violente sui “diritti umani”, che gli Stati Uniti imposero nel 2012 con la legge Magnitskij, dettata da ciò che il Cremlino considera disinformazione su processo e morte del contabile Sergej Magnitskij. Scopo della legge Magnitskij è screditare la Russia e preparare la via per designarla Stato-paria, nel pieno della già lunga campagna di demonizzazione del presidente russo nei media degli Stati Uniti. Infatti, per ritrovare un periodo di normalità nelle relazioni si dovrebbe risalire a prima dell’invasione di George W. Bush dell’Iraq, che la Russia denunciò insieme a Germania e Francia. Queste due potenze furono rimbrottate da Washington. Per la Russia, fu il momento di calcolare sulla non cooperazione col dominio globale statunitense.

Demonizzare la Russia
Tra Europa e Russia, la questione è simile. Per ritrovare una menzione sul rapporto strategico, innanzitutto dal Ministero degli Esteri tedesco, si deve arrivare a prima del 2012. E quale normalità si trattava allora? Il rinnovo dell’accordo di cooperazione UE-Russia era in corso da anni, nominalmente per una differenza di opinioni sulle disposizioni della legislazione dell’UE sulle forniture di gas attraverso i gasdotti russi. Ma dietro tale differenza vi era la totale opposizione degli Stati baltici e della Polonia a qualsiasi normalizzazione delle relazioni con la Russia, per cui ebbero pieno incoraggiamento dagli Stati Uniti. Lo scopo era por fine allo status di Russia di “monopolio” in Europa su gas e petrolio. Naturalmente, non c’era, e non c’è, alcun monopolio, ma certi attori geopolitici non hanno mai permesso che tale particolare fosse al centro della formulazione politica. Tale ostilità si ebbe anche nel contesto delle volontà tra UE e Russia d’introdure un regime senza visti per i rispettivi cittadini. Qui l’opposizione della Germania di Angela Merkel, giustificata dalla sua viziata caratterizzazione della Russia come Stato mafioso, condannò il regime senza visti e, allo stesso modo, i rapporti normali. Tale lavoro incompiuto va affrontato e sistemato per avere la possibilità che Stati Uniti e Unione europea la finiscano con la loro ostilità verso la Russia, e per il Cremlino di riacquistare fiducia verso l’Occidente. Anche allora, tuttavia, la Russia non rinuncerà alle preziose relazioni con la Cina.
A mio avviso, l’alleanza russo-cinese di fatto corrisponde all’alleanza de jure statunitense-euroccidentale. Il risultato di ciò è la divisione del mondo in due campi. Adesso abbiamo, in effetti, un mondo bipolare che assomiglia ampiamente a quello della guerra fredda, anche se ancora in fase di formazione poiché molti Paesi non hanno aderito definitivamente a un lato o all’altro. Naturalmente, gli Stati più o meno neutrali erano una caratteristica della guerra fredda, creando ciò che si chiamò Nazioni non Allineate, guidate da India e Jugoslavia. La Jugoslavia non esiste più, ma l’India ha continuato la tradizione di farsi corteggiare da entrambi i poli, cercando di trarre il massimo beneficio. Certo, numerosi scienziati politici di Stati Uniti, Europa e Russia insistono sul fatto che c’è già un mondo multipolare dicendo che il potere è troppo diffuso nel mondo d’oggi, soprattutto considerando l’aumento degli attori non statali dal 1991. Ma la realtà è che pochissimi Stati o non-Stati possono proiettare potenza al di fuori della propria regione. Solo i due grandi blocchi possono farlo. I teorici che difendono la multipolarità parlano del ritorno all’equilibrio di potere ottocentesco, invocando il Congresso di Vienna come possibile modello per la governance di oggi. È un approccio che Henry Kissinger previde nel 1994 nel suo libro Diplomacy. In Russia, questo concetto è sostenuto da alcuni influenti think tank e viene maggiormente associato a Sergej Karaganov, a capo del Consiglio di politica estera e difesa. Tuttavia, sostengo che la realtà del potere deciderà su ciò. C’è qualcosa d’inerente a questo mondo de facto bipolare, supponendo che le tensioni possano essere gestite e che una guerra importante sia stata evitata? A mio parere, due grandi blocchi hanno maggiori probabilità di mantenere l’ordine globale, perché l’ambito delle attività degli agenti può essere frenato, come spesso accadde durante la guerra fredda, dalle grandi potenze che non vogliono che i loro clienti disturbino un ordine mondiale funzionante. La coda ha meno probabilità di guidare il cane. Inoltre, riguardo la partnership o l’alleanza strategica Russia-Cina, gli osservatori occidentali dovrebbero considerarla senza allarmismi. L’ascesa della Cina è un fatto, qualunque sia la costellazione delle grandi potenze. L’abbraccio tra Russia e Cina può anche moderare la Cina, data la maggiore esperienza della Russia nella leadership mondiale. Per questi motivi, positivi e negativi, la relazione Russia-Cina va vista con equanimità nelle capitali occidentali.Traduzione di Alessandro Lattanzio