La controffensiva sovietica che cambiò il corso della storia

Sputnik 19.11.2017Domenica scorsa era il 75° anniversario dell’inizio della controffensiva sovietica a Stalingrado, la drammatica battaglia che sconfisse gli eserciti dell’Asse e divenne il punto di svolta nella guerra contro i nazisti. Il giornalista militare russo Andrej Stanavov ripercorre gli eventi chiave della battaglia e le sue lezioni.
Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, lungo le steppe innevate sulle rive del Volga, la macchina da guerra nazista subì la sconfitta più devastante della sua storia, da cui non si sarebbe mai ripresa. La controffensiva sovietica su Stalingrado, nota come “Operatsija Uran” (Operazione Urano) iniziò il 19 novembre e proseguì fino al 2 febbraio 1943. L’audace operazione, pianificata dall’Alto Comando sovietico ed eseguita dai Generali Georgij Zhukov, Konstantin Rokosovskij, Aleksandr Vasilevskij e Nikolaj Vatutin, culminò con l’accerchiamento e la liquidazione di oltre 300000 truppe della Wehrmacht comandate dal feldmaresciallo Friedrich Paulus e partner dei tedeschi nell’Asse.‘Inferno sulla terra’
La battaglia fu preceduta dall’offensiva nazista nella Russia meridionale e nel Caucaso nell’estate del 1942, durante la quale la Germania nazista raggiunse l’apice delle conquiste territoriali nell’invasione dell’URSS. Tra gli obiettivi dell’operazione c’era Stalingrado, la strategica città industriale sul Volga con l’ulteriore, simbolica importanza di portare il nome di Josif Stalin, Comandante in capo dell’Armata Rossa. Per oltre due mesi le unità meccanizzate, l’artiglieria e l’aviazione naziste avanzarono su Stalingrado, premendo contro la 62.ma e 64.ma Armate sovietiche e radendo al suolo metodicamente la città. “Tuttavia“, il giornalista militare e collaboratore di RIA Novosti Andrei Stanavov ricorda: “il nemico non riuscì conquistare l’argine del Volga e il centro della città, nonostante la superiorità numerica e di potenza di fuoco di cinque volte“. “Stalingrado è l’inferno sulla terra, Verdun, la bella Verdun, ma con nuove armi. Attacchiamo quotidianamente, se al mattino riusciamo ad avanzare di 20 metri, la sera i russi ci respingono“. Fu così che Walter Oppermann, soldato della Wehrmacht, descrisse la campagna di Stalingrado in una lettera al fratello del 18 novembre 1942, il giorno prima dell’inizio della controffensiva sovietica. Detestando i confronti tra Stalingrado e il sanguinoso tritacarne della Prima guerra mondiale, Hitler chiese che i suoi generali lanciassero le loro maltrattate unità su Stalingrado ancora e ancora. L’ultima spinta, iniziata ad autunno con cinque divisioni di fanteria e due di carri armati, fu bloccata dall’Armata di Vasilij Chujkov, esaurita e intrappolata, ma ancora combattiva, rifiutando di cedere una sola strada, casa o stanza al nemico senza combattere. “A metà novembre, i tedeschi furono fermati lungo tutto il fronte, costretti a passare alla difesa e al trinceramento“, scrive Stanavov. “In totale furono perduti oltre 1000 carri armati, 1400 aerei, 2000 cannoni e mortai, e 700000 soldati e ufficiali della Wehrmacht davanti alle mura impenetrabili della città. Prendendo rapidamente in considerazione la situazione, l’Alto Comando sovietico decise di non dare al nemico un momento di riposo, decidendo invece d’iniziare un contrattacco schiacciante“.
Con i nazisti impantanati dentro e intorno la città, l’Armata Rossa radunò un potente gruppo di forze dai fronti sud-occidentale, Don, Stalingrado e Voronezh e li concentrò a Stalingrado, rinforzandoli con unità meccanizzate della riserva. Il gruppo comprendeva oltre un milione di soldati, 15000 cannoni e mortai, circa 2000 aerei, 1500 carri armati e pezzi d’artiglieria semoventi. “Nel novembre del 1942, dal punto di vista operativo, la Wehrmacht non era nella posizione più favorevole verso Stalingrado“, spiega il giornalista militare. “Concentrati sull’assalto, i tedeschi spostarono le migliori formazioni per attaccare la città, coprendo i fianchi con le deboli divisioni romene e italiane: fu contro di esse che partirono i potenti assalti delle forze dell’Armata Rossa sui fronti Sud-Ovest e Stalingrado. Il comando sovietico scelse le aree di Serafimovich e Keltskaja come teste di ponte per gli assalti, così come l’area dei laghi Sarpinskij, a sud della città“.‘Storditi e confusi’
Il 19 novembre, le truppe del Fronte Sud-Ovest al comando del Colonnello-Generale Vatutin e parte del Fronte del Don iniziarono l’offensiva. Colpendo il gruppo dell’Asse sul fianco sinistro da nord con un’avanzata lampo, l’Armata Rossa spezzò le difese della 3.za Armata romena, respingendo le forze nemiche per 35 km. Il giorno dopo, le divisioni dei fucilieri del Fronte di Stalingrado, comandato dal Colonnello-Generale Andrej Eremenko, colpirono da sud-est, distruggendo la 4.ta armata romena e avanzando di 30 km, devastando le trincee nemiche con 80 minuti di fuoco concentrato dell’artiglieria. Un ufficiale dei servizi segreti tedesco in seguito ricordò il disastro imminente che stava per colpire la Wehrmacht: “Storditi e confusi, non abbiamo distolto lo sguardo dalle mappe… Spesse linee e frecce rosse indicavano le direzioni dei molteplici attacchi nemici, le manovre di avvolgimento e le aree dove avevano sfondato, e con tutto il nostro presagio, non potemmo nemmeno immaginare la possibilità di una catastrofe così tremenda!” Consolidando le conquiste, l’Armata Rossa iniziò ad avvicinare i gruppi d’assalto. Il 22 novembre, il 26.mo Corpo Corazzato sovietico prese il ponte sul Don e la città di Kalach, proprio dietro la 6.ta Armata tedesca e parte del 4.to Corpo panzer. Nel giro di pochi giorni, l’Armata Rossa creò un anello di ferro attorno alle 300000 forze dell’Asse, comprendenti tedeschi, rumeni, italiane, croati e collaborazionisti dei territori occupati, intrappolando 22 divisioni tedesche e oltre 160 unità. Entro il 30 novembre, i tentativi del nemico di rompere l’accerchiamento furono fermati. Stanavov ricorda: “Le truppe dell’Asse circondate occupavano un’area di oltre 1500 km quadrati: la lunghezza del perimetro della sacca era di 174 km… Privi di cibo, munizioni, carburante e medicine, i soldati e gli ufficiali del feldmaresciallo Paulus congelarono a 30 gradi sottozero: morivano di fame, mangiarono i loro cavalli e cacciavano cani, gatti e uccelli, e nonostante l’evidente disperazione della situazione, le direttive che ordinavano di “combattere fino alla fine e di non arrendersi” continuavano a provenire da Berlino“.
Da dicembre, il gruppo d’armate del Don di Hermann Hoth, composto da 30 divisioni, tentò di sfondare l’anello presso il villaggio di Kotelnikovo. Furono accolti dalla 2.da Armata della Guardia di 122000 soldati comandato dal Tenente-Generale Rodion Malinovskij. In feroci battaglie, i carri armati di Hoth s’impantanarono lungo il fiume Myshkova e l’offensiva fu fermata. Il feldmaresciallo Erich von Manstein, comandante dell’operazione, chiese al Fuhrer di permettere a Paulus di sfondare per incontrare Hoth, ma Hitler rifiutò credendo che la 6.ta Armata potesse ancora resistere a Stalingrado.Svolta nella seconda guerra mondiale
Durante i combattimenti tra gennaio e inizio di febbraio 1943, le forze del Fronte del Don dell’Armata Rossa, comandate dal Generale Konstantin Rokosovskij, gradualmente spezzò il gruppo accerchiato e lo distrusse. Il 31 gennaio, Paulus e il suo comando furono catturati e prontamente si arresero. Truppe e ufficiali dell’Asse si arresero a frotte, nonostante gli ordini contrari di Berlino. Il resto della 6.ta Armata capitolò il 2 febbraio 1943. Si stima che furono catturati 91500 soldati, inclusi 2500 ufficiali e 24 generali. Per molti anni, dopo la battaglia, gli storici occidentali accusarono l’Unione Sovietica di aver deliberatamente maltrattato i prigionieri di guerra dell’Asse. Gli storici sovietici e russi smentirono tali affermazioni, sottolineando che la maggior parte delle truppe nemiche fu catturata dopo essere stata gravemente indebolita dai combattimenti e dai successivi tre mesi di fame, mentre erano circondate. Nei primi tre mesi dopo la cattura, il tasso di mortalità dei prigionieri nell’accampamento 108 appositamente organizzato presso l’insediamento operaio di Beketovka, a Stalingrado, fu estremamente alto, con circa 27000 prigionieri di guerra morti in viaggio per il campo o poco dopo essere arrivati. Circa altri 35100 furono curati presso gli ospedali allestiti nel campo; altri 28100 furono inviati negli ospedali di altre località. Solo circa 20000 prigionieri furono ritenuti idonei a lavorare ed inviati ai lavori di costruzione. Dopo il terribile picco di mortalità nei primi tre mesi, i tassi di mortalità delle truppe catturate a Stalingrado si stabilizzarono, e tra luglio 1943 e gennaio 1949, 1777 prigionieri morirono. Con l’eccezione di truppe e ufficiali condannati per crimini di guerra, gli ultimi prigionieri di guerra della Battaglia di Stalingrado furono rilasciati per la Germania nel 1949.
Stalingrado fu il principale punto di svolta nel teatro europeo della Seconda guerra mondiale e la prima seria sconfitta della Germania nazista dalla battaglia d’Inghilterra del 1940. Nel 1943, dopo la sconfitta nelle grandi battaglie tra carri armati a Kursk e l’invasione alleata dell’Italia, la capitolazione totale e incondizionata dei nazisti divenne solo questione di tempo. Stalingrado fu il primo chiodo sulla bara.

Il pilota del 237.mo Reggimento caccia della 16.ma Armata Aerea sul Fronte di Stalingrado, Sergente Ilija Mikhailovich Chumbarov davanti ai resti dell’aereo da ricognizione tedesco Focke-Wulf Fw.189, abbattuto il 14 settembre 1942 col suo aereo da caccia Jakovlev Jak-1. L’equipaggio dell’aereo nemico fu fatto prigioniero presso Ivanovka.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Bleiburg: un massacro mai avvenuto?

Luca BaldelliLa greuelpropaganda fascista e anticomunista sulle foibe, sull’esodo degli italiani e sulle vicende istriano–dalmate del 1943/46, è riuscita, con le sue falsificazioni, le sue omissioni, le sistematiche decontestualizzazioni di fatti ed episodi, ad avvolgere la storia della Resistenza jugoslava nel nero manto dell’infamia. Nell’immaginario popolare, i fascisti e i nazisti che seminarono morte e distruzione nei Balcani e nelle terre degli Slavi del sud, con oltre un milione di vittime per le rappresaglie, gli eccidi indiscriminati di civili, i bombardamenti, le repressioni antipartigiane, vengono oggi considerati araldi di civiltà, vittime della furia cieca dei resistenti, anziché inquadrati, nella cornice della storia, quali carnefici ed oppressori da condannare, come sarebbe logico e giusto in presenza di una memoria storica obiettiva, seria e rispettosa della verità. Si è arrivati al punto che, oggi, chiunque intenda spendere parole di elogio e di stima per la Resistenza jugoslava (una delle prime a svilupparsi nell’Europa gemente sotto il tallone nazifascista) si trova deriso, insultato, umiliato, ostracizzato, legato mani e piedi alla colonna infame del disonore coi lacci del conformismo intellettuale, della cattiva coscienza borghese, quando non dell’apologia fascista goffamente mascherata. Chi, invece, si produce in ridicole ed oltraggiose riabilitazioni di repubblichini, torturatori, pianificatori di genocidi, viene innalzato agli altari dell’onore e della fama dai media egemonizzati dal capitale. In questo contesto, chi è il “revisionista”? Se con questo termine vogliamo identificare, qualificare, descrivere lo storico che, con impegno e abnegazione, ricerca la verità e demolisce, ribalta i luoghi comuni imposti e canonizzati dall’oleografia seriale, allora dobbiamo, coerentemente, togliere alla destra (moderata o estrema) e ai vari Pansa della situazione l’abusato fregio del revisionismo, per conferirlo a chi, con argomenti, prove documentali e testimonianze inoppugnabili, si è rifiutato e si rifiuta di parlare di migliaia di morti nelle foibe, dimostrando che al massimo ve ne furono alcune centinaia, il più delle volte vittime non dell’inesistente genocidio anti–italiano pianificato dai truci comunisti slavi, ma di regolamenti di conti fisiologicamente ricorrenti alla fine di ogni conflitto, di vendette che nulla avevano di politico, di odi maturati in anni e anni di oppressione e snazionalizzazione dei popoli slavi ad opera degli italiani dominatori (non intendiamo con ciò giustificare alcunché, ma capire e far comprendere!) Se “revisionista” c’è, oggi, è colui che, citando fatti e testi non confutabili nella loro sostanza, toglie il velo alle menzogne della leggenda nera anti–titina, sparse ai quattro venti dai fascisti e dai loro complici, per nascondere i crimini dell’Asse in Istria, Slovenia, Dalmazia e in ogni angolo della martoriata ex-Jugoslavia. E sì che ce ne vogliono di paraventi, per celare la crudeltà di un tal generale Robotti il quale, commentando un fonogramma su un rastrellamento antipartigiano, pronunciò la sentenza: “Qui si ammazza troppo poco!” (1). Ci si deve produrre in estenuanti sforzi di petto e di materia grigia, per far dimenticare la bestialità dell’ustascia Mile Budak, ministro della Pubblica Istruzione della Croazia di Pavelic, il quale, nel luglio del 1941, affermò: “Per il resto, per Serbi, Ebrei e Zingari abbiamo tre milioni di proiettili. Una parte dei Serbi la uccideremo, un’altra la cacceremo altrove, un’altra ancora la convertiremo alla fede cattolica, assimilandola al popolo croato” (2).
In questo contesto, la vicenda della presunta strage di Bleiburg è emblematica. Da anni veniamo martellati da una propaganda storiografica volta ad accreditare la presunta realtà storica di un episodio crudele, sanguinoso, condito da tutti i pestilenziali aromi ed effluvi della barbarie: nel maggio del 1945, nei pressi di Bleiburg (Pliberk, in sloveno), villaggio austriaco al confine con la Slovenia, i partigiani titini avrebbero ucciso sommariamente, senza alcun processo, decine di migliaia di ustascia croati, domobranci e belagardisti sloveni, cetnici serbo-montenegrini, cosacchi russi con relative famiglie… Secondo le stime più alte, vi sarebbero stati oltre 100000 morti. Insomma, un immenso tritacarne in cui sarebbe finito un intero esercito di miliziani anticomunisti, legati a tutto il caleidoscopio militare e paramilitare del collaborazionismo e del reazionarismo slavo–balcanico. I presunti fatti di Bleiburg vengono costantemente citati, o meglio rinfacciati, ogni volta che si affronta il tema dei crimini nazifascisti in Jugoslavia, per stabilire un assurdo, offensivo parallelismo, tra occupanti e Resistenza, tra invasori e invasi, tra carnefici e vittime… Della serie: “E allora, le foibe?”. In questo modo, il fascismo viene riabilitato e posto di nuovo a disposizione di potenziali avventure reazionarie, molto probabili nelle ricorrenti crisi del capitalismo. Bleiburg o della mistificazione, possiamo scrivere senza paura e senza timori di plausibili smentite da parte di negazionisti incalliti, pronti a cucire addosso ad altri la loro poco edificante connotazione. Vediamo i fatti, sopra accennati, nel dettaglio e con tutto il corredo di riferimenti ed informazioni attingibili. Nell’agosto del 1944, quando ormai la vittoria dei partigiani jugoslavi era un fatto certo, Tito offrì una generosa amnistia ai collaborazionisti anticomunisti, ad esclusione solamente di coloro i quali si erano macchiati di crimini. Questi ultimi, sarebbero stati deferiti ai tribunali popolari. La profferta del grande capo partigiano sortì effetto: un numero massiccio di ustascia croati, dombranci e belagardisti sloveni, cetnici, cosacchi dei Corpi russi, disertò arrendendosi all’Esercito popolare che conduceva la Resistenza e che stava per liberare un intero Paese con le sue sole forze, grazie all’eroismo e all’abnegazione di 800000 e più combattenti. Una schiera di fascisti irriducibili, circa 280000, molti dei quali (non tutti!) criminali di guerra, rastrellatori, aguzzini che non potevano logicamente sperare in nessun atto di clemenza, decise invece di proseguire una lotta disperata, dall’esito scontato, contro gli odiati “comunisti”. Ante Pavelic, leader dei terribili e sanguinari ustascia, volle unificare tutte le varie formazioni fasciste in un’unica “armata” al suo comando (3).
Alla fine del marzo 1945, però, apparve chiaro anche ai ciechi che la situazione minacciava di volgere al peggio: si stava profilando un annientamento totale delle forze collaborazioniste e, allora la truppa al comando di Pavelic decise, malvolentieri, di ritirarsi, per poi consegnarsi, sul confine carinziano, alle truppe inglesi che avanzavano a nord, dalle basi consolidate in Italia. Il 15 maggio del ’45, il giorno dopo l’epica Battaglia di Poljana in Slovenia, vittoriosa per i partigiani, segnò la data dell’inizio della resa dei collaborazionisti: impossibilitati a proseguire oltre i poderosi contrafforti montani, al di là del confine austriaco difeso e presidiato, i “Brancaleone” del nazifascismo balcanico pensarono bene di arrendersi agli inglesi (i quali, il 12 maggio 1945, avevano occupato Bleiburg) sperando così di venir trattati in maniera migliore rispetto a quanto, secondo la loro convinzione, sarebbe avvenuto in caso di capitolazione nelle mani dei partigiani. Quella resa, però, di più che dubbia legittimità sotto il profilo del diritto internazionale, visto che la controparte era l’Esercito partigiano di Tito, e non quello inglese, non ne aveva alcuna di legittimità, dal punto di vista morale e politico. Quelle truppe, più o meno mercenarie, avevano agito e perpetrato crimini nello spazio jugoslavo, non certo a Coventry, a Londra o in Normandia. Ad ogni modo, a condurre le trattative furono, per la parte inglese, il Comandante di Brigata Patrick T.D. Scott, della 38.ma Brigata di Fanteria irlandese, mentre per il fronte collaborazionista anti-titino i delegati furono il Generale di Fanteria del V Corpo Ustascia Ivan Herencic, affiancato da Danijel Crljen (dell’Ufficio di propaganda ustascia), Vjekoslav Servatzy, Vladimir Metikos e Slavko Shtancer. Herencic, tanto per la cronaca, scappò poi in Italia per andarsi a rifugiare in Argentina, alla faccia dello sbandierato cameratismo verso tanti suoi commilitoni (4).
I rappresentanti dell’Esercito partigiano, primi tra tutti il General-Maggiore Milan Basta, Commissario politico della 51.ma Divisione Vojvodina e il Tenente-Generale Ivan Kovacic Efenka, della 14.ma Divisione d’Assalto, non tardarono a riconoscere in quei miliziani, precisamente in alcuni di essi, gli autori di alcuni fra i più odiosi crimini commessi contro i popoli jugoslavi, su mandato nazifascista o per propria spontanea iniziativa. Pertanto, l’Esercito partigiano jugoslavo, l’unico titolato dell’autorità politica e morale per trattare ogni aspetto relativo al conflitto con le controparti, invitò tutti ad arrendersi e a consegnarsi nelle mani della Resistenza, senza il bypass inglese che avrebbe significato, di certo, impunità e salvezza per i fascisti. Gli inglesi, davanti a tanta coriacea determinazione, che nulla lasciava a patteggiamenti o concessioni, fecero un passo indietro. Il General-Maggiore Milan Basta, forte del mandato diretto di Tito e visti i traccheggiamenti snervanti dei collaborazionisti, lanciò un ultimatum quello stesso 15 maggio: resa incondizionata di tutti nel giro di un’ora, pena un’azione militare risolutiva e repentina. I miliziani anticomunisti, infatti, vigliaccamente intendevano suscitare pietismo, quasi fossero ormai ridotti al rango di civili inermi e indifesi, quando invece aspettavano solo il momento più propizio, il casus belli per riprendere l’assetto di guerra contro l’Esercito partigiano, magari appoggiandosi ai piani inglesi di guerra all’URSS e ai Paesi liberati dall’Armata Rossa che stavano prendendo forma nelle segrete stanze alleate (5). La determinazione dei partigiani fu decisiva: dopo alcuni scontri a fuoco residuali (sui quali si è imbastito, in gran parte, lo sciacallaggio storiografico di Bleiburg), la resa divenne operativa, effettiva. Qui nasce la controversia sul presunto massacro: l’Esercito partigiano bersagliò di colpi i collaborazionisti che si erano arresi, uccidendoli in massa? La memorialistica ustascia e fascista in genere, assai “intermittente” nei ricordi e nei principi, riaffioranti e valevoli a seconda dell’utilità che rivestono per le false tesi che si vogliono imporre, parla di decine di migliaia o, addirittura, come abbiamo accennato, di 100000 e più vittime. A dar manforte a questa versione, tenacemente tramandata da tutta una pletora di esuli anticomunisti e “testimoni” oculari, sono stati vari storici, che passeremo in rassegna. Prima, a beneficio dei lettori, sarà fondamentale ricordare un piccolo “particolare”, sempre sottaciuto, che non può che illuminare di vera luce i capitoli di questa vicenda: la diceria, da più parti alimentata e a macchia d’olio diffusa, per la quale l’Esercito partigiano di Tito non faceva prigionieri, è un’orrenda menzogna fascista e reazionaria, studiata a tavolino, che si può sbugiardare con estrema facilità, ricorrendo ai documenti. Nei giorni di maggio vari organi di stampa, primo tra tutti “Politika”, riportarono puntualmente notizie di collaborazionisti catturati e condotti verso i centri di detenzione controllati dai partigiani e dalle forze antifasciste. Solo per riferirci al contesto sloveno, abbiamo evidenze documentali di 15700 prigionieri presi a Maribor, Zidani Most, Bled, Jesenice, di altri 40000 catturati a Rogaska Slatina, Celje, Velenje, Sostanj, Dravograd ecc…(6). In particolare, corre l’obbligo di citare alcune disposizioni, provenienti direttamente da Tito, che la storiografia borghese e l’apologia fascista hanno sempre occultato: la prima risale al 5.12.1944 e fu inviata da Tito il giorno successivo all’Esercito partigiano. In essa, si ordinò apertamente di trattare i nemici presi prigionieri in maniera umana e civile, senza abusi e senza atti sconsiderati. Tito conosceva bene l’odio che serpeggiava tra i partigiani verso chi, sotto la protezione del fascio e della svastica, aveva seminato il territorio jugoslavo di forche, di donne violentate, di case distrutte, di famiglie annientate e cercò in ogni modo di evitare esplosioni d’odio o, meglio, di impedirle. La Resistenza non poteva macchiare la sua etica, la sua intrinseca, necessaria superiorità morale, ponendosi alla stessa stregua degli aguzzini e dei banditi. Quanto fosse viva e seria questa preoccupazione, lo comprendiamo bene dal fatto che, dopo l’ordine del 5.12.1944, Tito e le altre autorità dell’Esercito partigiano inviarono altre disposizioni: il 29.04.1945 fu la volta del Comando della III Armata, che intimò alla 16.ma Divisione di rispettare col massimo rigore le disposizioni precedentemente impartite, pena le più severe punizioni per chi non avesse ottemperato. Il 13.05.1945 fu Tito in persona a ribadire e rafforzare lo spirito delle precedenti comunicazioni, inviando un telegramma ai Quartieri generali degli Eserciti partigiani sloveno e croato: “Dovete intraprendere, si legge nel documento, le misure più energiche per evitare a tutti i costi ogni uccisione di prigionieri di guerra e di persone arrestate dalle unità militari, dagli organi statali o da individui” (7). I possibili sospetti dovevano essere consegnati ai Tribunali e in quella sede giudicati. Siamo alla vigilia dei presunti fatti di Bleiburg, dunque, e vediamo come la preoccupazione crescente, di Tito e dei vertici partigiani, fosse non certo quella di sterminare i nemici catturati, ma esattamente quella opposta: garantire loro le migliori condizioni di prigionia, senza abusi e, soprattutto, senza esecuzioni sommarie.
I filoni storiografici borghesi e di destra, non solo non tengono conto di queste evidenze, ma nel loro impulso di demonizzare la Resistenza jugoslava e di accreditare argomentazioni funzionali alle loro esigenze apologetiche, alterano e stravolgono completamente la verità dei fatti. Uno dei “soloni”, il principale, della storiografia antipartigiana e anticomunista è, senza dubbio, il Conte Nikolaj Tolstoj, intellettuale inglese di origine russa. Nel 1986, Tolstoj dette alle stampe, appoggiandosi alle “testimonianze” di fuoriusciti anticomunisti Serbi, Croati e Sloveni, la sua opera dal titolo “The Minister and the Massacres” (“Il Ministro e i Massacri”), nella quale accusò le autorità inglesi, segnatamente il Ministro e Segretario di Stato Harold Mcmillan e Lord Aldington, militare e pezzo da novanta del Partito Conservatore, di aver tradito, consegnandoli a sovietici e comunisti jugoslavi, quindi a morte certa, decine e decine di migliaia di cetnici, ustascia, cosacchi e collaborazionisti di ogni tipo (8). Molti di questi furono uccisi, secondo Tolstoj, a Bleiburg e in altri luoghi. Una preoccupazione umanitaria, quella del Conte Tolstoj, che, già meritevole di miglior causa in sé, diventa diffamante e oltraggiosa se si pensa al milione e passa di morti, alle centinaia di migliaia di feriti e mutilati, agli orfani e alle vedove causati dai nazifascisti e dai loro zelanti proconsoli nelle terre degli Slavi del Sud. Il libro fece molto discutere e dette luogo a cause giudiziarie, dalle quali il Conte Tolstoj uscì con le ossa rotte: Lord Aldington denunciò il nobile anglo-russo per diffamazione e vinse, costringendo, da un lato, la Casa Editrice “Century Hutchinson” a pagare 30000 sterline e a non ripubblicare il libro, dall’altro il Conte Tolstoj a pagare 2000000 di sterline a titolo di risarcimento (cifra mai pagata, in quanto il nobile intellettuale dichiarò bancarotta…) (9). Al di là della vicenda giudiziaria, pur illuminante, è interessante vedere quel che a proposito del libro e delle vicende in esso narrate, in particolare i fatti di Bleiburg, hanno scritto alcuni autorevoli storici e studiosi inglesi, non certo comunisti né sospettabili di simpatie per bolscevichi e titini: Alistair Horne parlò di una vena apologetica e mistificante che pervade l’opera, di una “fanatica ossessività” dell’autore. Egli “ha messo a repentaglio la sua pretesa di accreditarsi come storico serio ed obiettivo, con la sua tendenza a rimodellare i fatti attorno a tesi precostituite” (10). Stevan K. Pavlowitch, storico inglese di origine serba, ha anch’egli stigmatizzato l’eccessivo, parossistico coinvolgimento di Tolstoj nelle vicende narrate, la sua convinzione che dietro i rimpatri e le consegne dei collaborazionisti ai partigiani vi sia stata “una cospirazione della quale egli non riesce ad individuare il movente” (11). E’ stato però Christopher Booker, nel suo “A Looking Glass Tragedy. The Controversy Over The Repatriations From Austria In 1945” (“Una tragedia allo specchio: la controversia sui rimpatri dall’Austria nel 1945”), a dimostrare con maggiore incisività il carattere menzognero dell’opera di Tolstoj: Booker, storico obiettivo e senza alcun preconcetto (inizialmente aveva sostenuto Tolstoj) afferma, senza mezzi termini, che molti degli eccidi descritti dal Conte in modo macabro “non hanno mai avuto luogo”. Non esiste un documento, nemmeno uno, rileva l’autore, che provi la realtà del presunto massacro di Bleiburg (su questo teatro e sulla sua situazione nel maggio del 1945 vi sono solo nove documenti, di tutt’altro genere, negli Archivi dell’Esercito inglese). Nel capitolo eloquentemente intitolato “Bleiburg: The Massacre That Never Was” (“Bleiburg: il massacro che non ci fu mai”), Booker parla di “tre testimoni oculari che descrivevano fatti avvenuti 40 anni prima ed erano molto parziali”. In effetti, Tolstoj cita, tra gli altri, un “corriere diplomatico” croato, tale Todor Pavic, che già per la sua qualifica non offre certo garanzie d’imparzialità. Egli descrive uno scenario apocalittico di uomini abbattuti dalle mitragliatrici partigiane, un’ecatombe che non avrebbe, se reale, non trovato posto nei rapporti o nei documenti d’archivio o essere nascosta. Attendibilità zero, quindi! Testimonianze incerte e tendenziose, senza alcun riscontro documentale in qualsivoglia archivio! Nessuna prova per la mitica “cospirazione di Klagenfurt” durante la quale, a detta di Tolstoj, il ministro residente nel Mediterraneo, Harold Mcmillan, avrebbe imposto al V Corpo inglese di stanza nel capoluogo carinziano di disinteressarsi della sorte dei collaborazionisti, consegnandoli ai partigiani jugoslavi e ai sovietici (12).
Queste controversie appaiono davvero singolari, nel momento in cui si riflette su un dato di fatto storico comprovato e, anzi, inconfutabile: se ci fu contatto tra i servizi segreti, le autorità alleate da un lato e i collaborazionisti anticomunisti slavi dall’altro, esso non avvenne certo nel quadro di rimpatri volti a far massacrare questi ultimi dai partigiani, dall’OZNA o dall’NKVD. Quando si verificarono rimpatri e consegne alle legittime autorità, questi si ebbero, a seconda dei casi, per l’insistenza e l’inflessibilità dell’Esercito partigiano di Tito o per la fermezza delle autorità sovietiche. La regola, come dimostra la vicenda delle ratlines, fu purtroppo ben diversa: ustascia, cetnici, SS e via elencando, furono messi al riparo e salvati da Vaticano e servizi alleati, nel contesto della pianificata guerra fredda antisovietica e anticomunista (13). Tanti di quegli aguzzini continuarono a rifornire il serbatoio delle dittature fasciste, parafasciste e reazionarie in ogni angolo del globo, in modo particolare in America Latina. Del resto, gli inglesi erano stati da sempre i protettori numero uno dei cetnici serbi. Altro che massacri rispetto ai quali si è girata la testa da un’altra parte!
Ad ogni buon conto, la mitologia di Bleiburg ha i suoi “Omero” in sedicesimo anche in tutta una teoria di autori legati agli ambienti dell’emigrazione ustascia e reazionaria: si pensi a Danijel Crljen, al quale abbiamo prima accennato come membro dell’Ufficio di propaganda ustascia. Egli, fonte al di sotto di ogni sospetto per il suo passato di attivo militante in uno dei movimenti più spietati e sanguinari della storia del fascismo, ha scritto su “Hrvatska Revija”, rivista dell’emigrazione croata, egemonizzata da sempre dall’estremismo di destra, altri racconti truci su Bleiburg e sul “tradimento” inglese, assieme ad uno studio in forma di opuscolo (14). Un numero cospicuo di articoli dello stesso tenore è apparso sulla stampa croata nazionalista dopo il 1990, con una serialità né fortuita né spontanea. Tanti, tantissimi gli articoli e i “reportages”: citarli tutti impegnerebbe due o tre pagine.
Altro assertore della verità storica sui massacri di Bleiburg è l’economista ed esperto delle Nazioni Unite Vladimir Zerjavic, uomo non certo di estrema destra, ma comunque impegnato con tenacia a sminuire, dal punto di vista del numero complessivo delle vittime, la realtà del genocidio nel lager di Jasenovac, controllato dai seguaci di Pavelic, assieme alla portata criminale del regime ustascia (15). Zerjavic parla di 45–55000 vittime a Bleiburg, anche qui, però, senza citare un solo documento credibile giacente negli archivi. Una fonte, dunque, non priva di “opacità”…
Ivo Goldstein, storico croato, parla di circa 116000 soldati e civili croati presenti nelle colonne dei prigionieri condotte in territorio jugoslavo dai partigiani, assieme a qualche decina di migliaia di Serbi e Sloveni, ma poi afferma di non poter quantificare le vittime dei presunti massacri. Tutto viene lasciato alla supposizione e a calcoli induttivi che, in sede storiografica, non dovrebbero aver cittadinanza, se non sui massimi sistemi o sui contorni degli avvenimenti quando le fonti documentali da sole non bastano, mai su fatti precisi e circostanziati o in sostituzione delle fonti (16).
Lo storico croato–statunitense Jozo Tomasevic, nella sua apparente obiettività e nel suo rigore indubbiamente superiore a quello di altri storici e studiosi cimentatisi con l’argomento, parla di 50000 croati e bosniaci uccisi dai partigiani, ma anche in questo caso ci illuderemmo di poter rintracciare nelle righe un documento certo, una testimonianza autentica; dietro alle critiche rivolte a testi pieni di esagerazioni e a cifre gonfiate da fascisti e ultranazionalisti croati, critiche che Tomasevic dispensa e che non possono non essere condivise, si trova però sempre il ribadire, da parte sua, la realtà del presunto eccidio… Si criticano i testi dell’emigrazione ustascia, con le loro esagerazioni, ma non se ne traggono le dovute conclusioni (17).
L’inglese Jasper Ridley e il canadese David B. McDonald si pongono sulla stessa linea: criticano i numeri gonfiati della propaganda ustascia e nazionalista, ma non concludono le loro riflessioni rimettendo in discussione le vicende accreditate come dogmi fideistici da rispettare, pena la scomunica (18).
Toni più foschi si incontrano nell’opera di Misha Glenny “The Balkans: Nationalism, War and the Great Powers”: il giornalista e studioso, corrispondente della BBC e collaboratore di influenti testate dell’establishment anglosassone, parla di 30000 ustascia uccisi nella colonna di prigionieri in marcia attraverso Maribor e di 80000, tra miliziani e civili, uccisi dai partigiani a Tezno, nei pressi di Maribor (19). Anche in questo caso, tutto sul sentito dire, sulla goebbelsiana circolazione di “voci”, sulle supposizioni, senza quella citazione di evidenze documentali incontrovertibili che ci si attenderebbe da uno studioso quotato ed autorevole, quale Glenny è senza dubbio.
A fronte di questa “mitologia bleiburghiana”, è venuto il momento di dissipare le nebbie delle ambiguità e di andare alla ricerca di altre fonti che chiariscono in maniera esemplare quel che realmente avvenne: fonti jugoslave di prima mano, dei diretti protagonisti di quegli epici giorni del maggio 1945. Fonti di parte? Senz’altro di “una parte” ben precisa, quella antifascista, ma rigorose e attendibili nel momento in cui fanno riferimento a documenti e collimano con le conclusioni di studiosi stranieri seri, che nulla lasciano alle speculazioni e alle illazioni, come Booker e altri.
Petar Brajovic, Eroe della Resistenza jugoslava, Colonnello dell’Esercito popolare jugoslavo, nel 1983 dette alle stampe il libro “Konachno Oslobodjenje” (“Finalmente, la Liberazione“ ). La scelta di pubblicarlo con una casa editrice di Zagabria, testimonia tra l’altro l’esistenza, allora, di margini di pluralismo inimmaginabili, nella Repubblica di Croazia, alla fine degli anni ’80 e nell’era tudjmaniana. Brajovic parla di Bleiburg e dei febbrili, drammatici momenti di confronto con gli inglesi nei giorni della resa dei collaborazionisti, ma non cita né massacri nè altri episodi truci. Non smentito da alcuna prova documentale né da alcuna testimonianza seria, l’ex-partigiano e militare afferma che, nei territori sloveni, gli ultimi ustascia e collaborazionisti si rifiutarono tenacemente di deporre le armi e di alzare bandiera bianca subito, in quei caldi giorni di maggio: l’Esercito partigiano dovette difendersi, in particolar modo il 15 maggio, e aprì il fuoco per un quarto d’ora – venti minuti nella zona di Bleiburg. Si ebbero certamente morti e feriti, quindi, ma in combattimento. I documenti disponibili ci mostrano perdite ben diverse, nel numero, da quelle pompate dalla propaganda: 16 morti, seppelliti prontamente presso un cimitero. 16 morti! Altro che le cifre da ecatombe usate e abusate! 16 morti uccisi in combattimento soprattutto, non in massacri deliberati di inermi o di prigionieri intrappolati con l’inganno! (20)
Ad offrire il resoconto più dettagliato è però il capo partigiano Milan Basta, che abbiamo già incontrato nel nostro studio come Commissario politico della 51.ma Divisione partigiana Vojvodina. Di lui abbiamo varie opere, ma le testimonianze fondamentali sono due: i libri di memorie “Rat posle rata” (“Guerra dopo guerra”), edito nel 1963 dalla Stvarnost di Zagabria, e “Rat je zavrshen 7 dana kasnije” (“La guerra si concluse 7 giorni dopo”), pubblicata a Zagabria nel 1976. Basta esclude qualsiasi esecuzione sommaria di prigionieri e, anzi, mette in luce come gli ustascia e i collaborazionisti persero alcuni loro uomini in combattimento, per l’ostinazione nel non arrendersi e nel continuare a colpire e provocare l’Esercito partigiano, anche quando tutto ormai era perduto. Tra l’altro, il Comandante Basta ribadisce e mette in evidenza le sue preoccupazioni per un trattamento giusto ed umano dei prigionieri, le sue precise e inderogabili direttive in merito, con la precisazione che i criminali si sarebbero dovuti processare davanti a tribunali regolari, come del resto avveniva già nei territori liberati dall’Esercito partigiano (21). Egli, come altri autori, fa poi riferimento ad un fatto che non si può far passare in cavalleria: la presenza, nella parte nord della Valle di Bleiburg, di carri armati inglesi che martellarono senza pietà gli ustascia e gli altri recalcitranti alla resa, scioccando non poco gli stessi partigiani, che pure non erano teneri verso i criminali fascisti e certamente volevano una reazione forte per rompere gli indugi (22). Un particolare, questo, che va messo bene in evidenza: quanti morti, in combattimento, furono causati tra i collaborazionisti dagli inglesi e quanti dai partigiani? Si sono voluti addossare e ammonticchiare sulla coscienza della Resistenza jugoslava morti da essa non provocati, sia pure in un contesto di scontro campale aperto che senza dubbio legittima, militarmente e moralmente, in via di principio e di fatto, ogni risposta verso l’avversario? Su questa narrazione si è innestato il “testimone oculare” Zvonimir Zoric (uno di quelli citati da Tolstoj nell’opera prima menzionata e trattata), parlando di caduti civili nell’“inferno” di Bleiburg. Nel suo tentativo di diffamare la Resistenza e di macchiarla d’infamia, Zoric ha commesso però un autogoal clamoroso: se furono uccisi civili, e le evidenze documentali non ce ne danno contezza, evidentemente ciò avvenne perché questi erano stati usati come “scudi umani” dai collaborazionisti, vista la presenza di un teatro di guerra con una delle due parti non disponibile, da subito, ad una resa senza condizioni. Teatro che avrebbe dovuto suggerire da subito l’allontanamento degli eventuali inermi ed innocenti. A fare il paio con le argomentazioni di Basta, abbiamo quelle del capo partigiano sloveno Franci Strle, che parla di scontri armati coinvolgenti il 3.zo Battaglione della 1.ma Brigata Tomsic e il 3.zo Battaglione della 11.ma Brigata Partigiana “Zidanshek” (23).
C’è poi tutta una serie di documenti pubblicati dagli storici jugoslavi negli anni del socialismo, che da soli smentiscono tutte le tesi insinuanti un genocidio ai danni dei collaborazionisti: nel maggio del 1945, nelle mani dell’Esercito partigiano erano tenuti in custodia 105000 tedeschi, ustascia e cetnici; 25000 furono giustiziati e 4000 feriti (24). I giustiziati furono i criminali di guerra, processati e condannati, via via, dai tribunali militari; se si fosse voluto compiere un massacro indiscriminato, quei numeri sarebbero stati ben più elevati! I feriti, con ogni probabilità, furono coloro i quali tentarono di scappare alla detenzione, o coloro i quali deliberatamente compirono atti di autolesionismo, presi dalla disperazione della sconfitta, come sempre avviene in simili, bestiali contesti. Si è anche scritto: tutto vero, ma quei documenti in gran parte non vanno oltre la data del 15 maggio. Ora, a parte il fatto che il 15 maggio, secondo le insinuazioni qui esaminate, si sarebbero compiuti gli eccidi più estesi, c’è dell’altro da aggiungere: il 16 maggio, come ricorda il Comandante Basta nelle sue memorie, una quantità notevole di miliziani e civili, specie croati, che non si erano macchiati di crimini e avevano data prova di pentimento dopo esser stati catturati dalle forze della Resistenza, furono addirittura rispediti alle loro case (25). Se non c’era stato genocidio fino al 15, e i numeri lo dimostrano, figuriamoci dopo, in seguito ad una specie di “amnistia” decisa quasi su due piedi grazie alla clemenza dei partigiani!
Se poi si deve stare a quanto racconta l’Associazione dei Partigiani croati in uno studio del 2007, curato dall’anziano pubblicista croato e combattente antifascista Juraj Hrzhenjak, c’è il colpo di scena: il massacro vi fu, vero, ma ad opera dei fascisti croati della Legione Nera (Crna Legija), contro i miliziani che volevano arrendersi o disertare circondati da inglesi e partigiani (26). Compiuta la carneficina, se ne sarebbero addossate le colpe ai partigiani.
Insomma, molta oscurità grava, volutamente, da parte della storiografia borghese, reazionaria e fascista, sui fatti di Bleiburg. Accendere la luce della verità con le prove documentali e le testimonianze serie, significa smontare pezzo per pezzo la macchina della calunnia contro la Resistenza jugoslava e i suoi uomini. Se per Bleiburg è accaduto quanto abbiamo cercato di ricostruire, è lecito pensare che su decine e decine di episodi riguardanti la lotta partigiana jugoslava si siano sparsi i veleni della disinformazione. In questi anni, ad esempio, molto spesso abbiamo sentito di fosse comuni scoperte qua e là in Slovenia o in Croazia e subito la penna dei tromboni del mai defunto Minculpop ha sparso l’inchiostro della diffamazione antipartigiana, addebitando i cadaveri all’Esercito liberatore di Tito. Molte montature sono state scoperte e smascherate, grazie all’azione coraggiosa e indomita di tanti storici, giornalisti e persone amanti della verità, ma molte sono rimaste in piedi, a infettare la pubblicistica e la storiografia. Lo storico serio e rigoroso, il militante comunista custode dei valori di libertà e di lotta per un mondo migliore, debbono necessariamente impegnarsi per strappare ai calunniatori e ai falsari le truci maschere dell’inganno, sempre e ovunque, anche a costo di rimettere in gioco convinzioni, pregiudizi e dogmi transitati purtroppo anche in insospettabili coscienze!Note
1. Crimini di Guerra e G. Oliva, “Qui si ammazza troppo poco” (Mondadori, 2007).
2. Si veda Marco A. Revelli: “L’Arcivescovo del genocidio” (Kaos Edizioni, 1999).
3. Dominik Vuletic, “Kaznenopravni i Povijesni aspekti bleiburskog zlocina
4. Si veda, sull’emigrazione fascista in Croazia: Guido Caldiron, “I segreti del Quarto Reich” (Newton Compton, 2016)
5. Si veda Aurora
6. Si veda qui (in croato)
7. Le direttive di Tito e dei vertici dell’Esercito partigiano per un equo trattamento dei prigionieri si possono inquadrare in un testo abbastanza completo, quantunque connotato da cedimenti alla vulgata sterminazionista bleiburghiana, come questo. Nel dettaglio, e di prima mano, ci si può rivolgere a pubblicazioni degli archivi jugoslavi, come “VA VII, Beograd, A. NOB, reg. br. 9-22/10” e a pregevoli opere come la fondamentale “J. B. Tito, Sabrana djela 28” (Beograd, Komunist, 1988).
8. Nikolaj Tolstoj: “The Minister and The Massacres” (Hutchinson, 1986)
9. Si vedano “The Times”, 20 dicembre 1989 e The Guardian
10. Horne, Alistair (5 February 1990). “The unquiet graves of Yalta“, National Review
11. Pavlowitch, Stevan K. (January 1989), “The Minister and the Massacres review“, The English Historical Review, 104 (410): 274–276.
12. Booker, Christopher (1997), A Looking-Glass Tragedy. The Controversy Over The Repatriations From Austria In 1945, London: Gerald Duckworth & Co Ltd. Utile anche questo riferimento.
13. Ratlines
14. D. Crljen, “Istina o Bleiburgu” (Buenos Aires, 1994) Anche: D. Crljen
15. Manipulations
16. Ivo Goldstein, “Raspad i slom NDH, Bleiburg i krizhni put”, Jutarnji List 28 maggio 2012
17. Tomasevich, Jozo (2001), War and Revolution in Yugoslavia, 1941–1945: Occupation and Collaboration, San Francisco, California: Stanford University Press
18. MacDonald, David Bruce(2003), Balkan holocausts? Serbian and Croatian victim-centered propaganda and the war in Yugoslavia, Manchester University Press. Jasper Ridley: “Tito. Genio e fallimento di un dittatore” (Mondadori, 1996)
19. Glenny, Misha (1999), The Balkans: Nationalism, War and the Great Powers, 1804–1999, New York: Penguin Books
20. P. Brajovic, “Konachno Oslobodjenje” (Spektar, Zagreb, 1983 ). Sul numero dei morti, si faccia riferimento a “Otvoreni dossier: Bleiburg” (Zagreb, 1990), pubblicato in Croazia in pieno revival nazionalista e, quindi, non passibile di apologia comunista.
21. M. Basta, “Rat posle rata” ( Stvarnost, Zagreb, 1963 )
22. Ivi, pg. 381
23. F. Strle, “Otvoreni dossier: Bleiburg”, cit.
24. Zbornik dokumenata i podataka o narodnooslobodilackom ratu naroda Jugoslavije, tom. XI, no. 3 (Beograd: Istorijski institut, 1976), 643-646
25. Jurica Labovic, Milan Basta, Partizani za pregovarackim stolom 1941-1945, (Zagreb: Naprijed, 1986) p. 325.
26. Znaci

Euro-regioni e indipendenza neo-globalista: farsa catalana… a Bruxelles!

Frexit TV 30 ottobre 2017

Se non ci fossero centinaia di feriti e minacce di povertà, caos e guerra civile riflettersi in filigrana su tale questione esplosiva, rideremmo della grande farsa catalana in salsa spagnola! Ed hop, appena proclamata l’indipendenza, ecco il buffone Puigdemont prendere cricca e claque per esiliarsi virtualmente a Bruxelles mentre il procuratore spagnolo chiede di processarlo, per l’accusa di sedizione che lo porterebbe in prigione per 25 anni!!
Comunque, i suoi fratelli della “Catalogna del Nord” (comprendente i Pirenei orientali francesi) gli avevano riservato un bel posticino, a due passi dal confine… catalano. Ma all’improvviso, non c’è più ovviamente tale “possibilità”; l’Europa di Bruxelles, uscita dalla porta d’ingresso, rifiutandosi di pronunciarsi su un “affare interno” della Spagna, visto lo spirito comico a cui nessuno ha creduto per un attimo, ora rientra dalla finestra poiché dovrà esprimersi sul diritto di asilo tra Paesi europei, un diritto in realtà inesistente nei trattati dell’Unione europea…
Allungando questa pantomima generale, Puigdemont ha deciso di partecipare al referendum del 21 dicembre previsto dai suoi avversari, anche se organizzato, secondo il punto di vista indipendentista, da un Paese terzo se non nemico: la Spagna!
Quanto sprofonderanno Catalogna, Spagna ed Europa in tale travolgente e sconfortante mascherata? Nessuno lo sa fintanto tale questione viene totalmente manipolata da poteri occulti che appaiono totalmente sconnessi dalla realtà. Ma ciò che appare certo è che prima del caos finale, il grande qualcosa dovrebbe ancora avere i suoi momenti!La Cina sostiene l’unità della Spagna
Xinhua 30/10/2017

La Cina esprimeva sostegno allo sforzo del governo spagnolo per mantenere l’unità nazionale dopo che il parlamento catalano dichiarava l’indipendenza. Poco dopo l’annuncio del parlamento catalano, il premier spagnolo Mariano Rajoy dimissionava il capo catalano Carles Puigdemont e il suo governo e annunciava nuove elezioni regionali per il 21 dicembre. Il senato spagnolo approvava l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sospende l’autonomia della Catalogna e controlla le principali istituzioni catalane da Madrid. “La posizione della Cina su questo tema è coerente e chiara: la Cina lo considera un affare interno della Spagna e comprende e sostiene lo sforzo del governo spagnolo nel mantenere l’unità nazionale, la solidarietà etnica e l’integrità territoriale“, dichiarava il portavoce del Ministero degli Esteri Hua Chunying commentando la periodica conferenza stampa a Pechino. “La Cina è contraria a sconvolgere il Paese e violarne lo stato di diritto, e ritiene che la Spagna possa proteggere l’ordine sociale e i diritti dei cittadini nel quadro giuridico e istituzionale“, dichiarava Hua. La Cina ha sviluppato una cooperazione amichevole con la Spagna in vari settori secondo i principi del rispetto dell’integrità sovrana e territoriale e di non interferenza negli affari interni, concludeva il portavoce.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il tandem russo-cinese muta il quadro geopolitico

Mosca va “a tutta forza” verso l’Asia, per la costernazione e a danno di Europa ed USA
Gilbert Doctorow Consortiumnews23 ottobre 2017Gran parte di ciò che gli “esperti” occidentali affermano sulla Russia, in particolare la supposta fragilità economica e politica e l’asserita associazione insostenibile con la Cina, è sbagliato, derivante non solo dalla limitata conoscenza della situazione reale, ma da pregiudizi che non cercano i fatti, cioè da un pensiero desiderante.
La Russia non avrebbe una crescita dinamica, ma negli ultimi due anni è sopravvissuta a una crisi dovuta ai prezzi del petrolio depressi e alla guerra economica da parte occidentale che avrebbe abbattuto governi meno solidi con una popolarità meno forte di quanto non lo sia nella Russia di Vladimir Putin. Inoltre, per quanto stagnante sia il PNL russo, i numeri sono in linea con la crescita molto lenta dell’Europa occidentale. Nel frattempo, l’agricoltura russa è in piena espansione, coi raccolti di grano del 2017 migliori in 100 anni, nonostante le condizioni climatiche molto avverse dalla primavera. Parallelamente, la produzione nazionale di macchine agricole va a pieno ritmo. Altri importanti settori industriali come la produzione di aeromobili civili si sono ripresi lanciando nuovi e credibili modelli per i mercati interni e le esportazioni. I grandi progetti infrastrutturali dalla storia ingegneristica fenomenale, come il ponte sullo stretto di Kerch in Crimea, procedono come da programma per un riuscita completa nel bagliore di continue trasmissioni televisive. Quindi, dove è questa Russia decrepita decritta quotidianamente dai commentatori occidentali? Il motivo principale di tali osservazioni sbagliate non è così difficile da capire. Il costante conformismo nel pensiero occidentale sulla Russia controlla non solo i nostri giornalisti e commentatori, ma anche gli specialisti accademici che spacciano agli studenti e al grande pubblico ciò che si attendono e pretendono: la prova della perversità del “regime di Putin” e la celebrazione delle anime coraggiose che in Russia si oppongono a questo regime, come il blogger-politicante Alexander Navalny o la sua Paris Hilton, l’attivista politicante glamour Ksenia Sochak. Sebbene sia disponibile molta informazione sulla Russia da fonti aperte, come stampa russa, pubblicità commerciale e televisione statale, questa è ignorata. Le acide personalità russe isolatesi negli Stati Uniti hanno invece voce per denigrare la propria ex-patria. Nel frattempo, qualcuno che bada a leggere, ascoltare e analizzare le parole di Vladimir Putin ne diventa, in questi circoli, un “agente”. Tutto ciò limita notevolmente serietà e utilità di ciò che passa per comprensione della Russia. Insomma, gli studi sulla Russia soffrono, come durante il primo periodo della guerra fredda di ristretta prospettiva ideologica e mancata diffusione di informazioni sulla Russia; a un certo punto inquadrando come la Russia s’inserisce nel quadro internazionale comparato. Proprio il significato di ciò riceveva una prospettiva la scorsa settimana, con un raro momento di erudizione sulla Russia, quando il professore emerito della London School of Economics Dominic Lieven tenne una conferenza a Sochi, nell’ultima riunione annuale del Valdai Club, riassumendo il quadro della rivoluzione russa del 1917. Lieven, probabilmente il più grande storico della Russia imperiale, è una delle rarità che ha dato, coi suoi studi sulla Russia, una profonda comprensione del resto del mondo e in particolare delle altre potenze imperiali del XIX secolo con cui la Russia era in competizione. Questa comprensione riguarda hard e soft power da un lato, abilità militare e diplomatica dall’altro, nei processi intellettuali utilizzati per giustificare il dominio imperiale e costruire una visione del mondo, se non un’ideologia piena.

“Esperti” coi paraocchi
Al contrario, oggi gli “esperti” di relazioni internazionali non conoscono la Russia tanto da dire qualcosa di serio per la formulazione di politiche. Tale campo di studi si è atrofizzato negli Stati Uniti negli ultimi 20 anni, con una comprensione effettiva della storia, delle lingue e delle culture in gran parte limitate all’abilità meccanica che garantiscano un’occupazione nelle banche e ONG dopo la laurea. Le lauree sono sistematicamente svalutate. Il risultato di ciò è che ci sono pochissimi accademici che possono inquadrare l’alleanza russo-cinese emergente in un contesto comparato. E questi sono sistematicamente esclusi dalle pubblicazioni di regime e dai dibattiti pubblici negli Stati Uniti, non essendo sufficientemente ostili alla Russia. Se non fosse così, si potrebbe guardare la partnership russo-cinese confrontandola innanzitutto con la partnership statunitense-cinese creata da Richard Nixon e Henry Kissinger, ora sostituita dall’emergente relazione russo-cinese. Kissinger poté farlo pienamente quando scrisse il libro sulla Cina nel 2011, ma scelse di ignorare il partenariato russo-cinese anche se la sua esistenza era perfettamente chiara quando lo scrisse. Forse non voleva affrontare la realtà di come la sua eredità degli anni ’70 sia andata sprecata. Ciò che descrive Kissinger delle sue realizzazioni negli anni ’70 è che il partenariato statunitense-cinese fu sempre possibile. Non ci fu un’alleanza o un trattato, in linea con l’impegno costante della Cina di non impegnarsi in obblighi reciproci con altre potenze. Il rapporto fu tra due Stati sovrani che regolarmente si dedicarono agli sviluppi internazionali nell’interesse reciproco e perseguendo politiche che in pratica procedevano in parallelo, influenzando gli affari globali in modo coerente. Questa relazione minimale è stata superata da quella tra Russia e Cina qualche tempo fa. La relazione è passata agli investimenti congiunti sempre più grandi nei maggiori progetti infrastrutturali dalla grande importanza per entrambe le parti, non solo i gasdotti che porteranno grandi volumi di gas siberiano sui mercati cinesi, con un accordo da 400 miliardi di dollari. Nel frattempo, in parallelo, la Russia ha sostituito l’Arabia Saudita come primo fornitore di petrolio greggio della Cina, e il commercio avviene ora in yuan invece che petrodollari. Ci sono anche enormi investimenti congiunti in programmi ad alta tecnologia civili e militari. E vi sono le esercitazioni militari congiunte in aree sempre più lontane dalle basi nazionali in entrambi i Paesi. Penso sia utile considerare questa partnership come il partenariato franco-tedesco che guidò la creazione e lo sviluppo di ciò che oggi è l’Unione europea. Sin dall’inizio, la Germania fu il partner più forte in economia con l’economia francese in stagnazione relativa. Infatti, ci si può benissimo chiedere perché i due Paesi rimasero nominalmente paritari in questa partnership. La risposta non fu mai difficile da trovare: con il peso storico del nazismo, la Germania era e rimane ancora oggi incapace di assumersi direttamente la responsabilità dell’Unione europea. I francesi fungevano da cortina del potere tedesco. Dagli anni ’90 questo ruolo passò in gran parte agli organi centrali dell’UE di Bruxelles, in cui le posizioni decisionali fondamentali sono effettivamente dominate da Berlino. Tuttavia, la Francia rimane un importante partner nel processo guidato dalla Germania.

Il tandem russo-cinese
Si può dire lo stesso per il tandem russo-cinese. La Russia è essenziale per la Cina a causa della lunga esperienza di Mosca nel gestire le relazioni globali che risalgono al periodo della guerra fredda e per la volontà e capacità di opporsi direttamente all’egemonia statunitense, mentre la Cina, con la sua pesante dipendenza dalle esportazioni negli Stati Uniti, non può farlo senza mettere in pericolo interessi vitali. Inoltre, dato che la dirigenza occidentale vede la Cina come sfidante alla lunga per la supremazia, è meglio che Pechino influenzi attraverso un’altra potenza, oggi la Russia. Naturalmente, alla luce della Brexit dell’Unione europea e dell’abbandono di Trump della leadership mondiale, è possibile che la Cina esca dall’ombra e cerchi di assumere la guida della governance globale. Ma ciò sarebbe problematico. La Cina affronta grandi sfide interne, tra cui la transizione dall’economia delle esportazioni a una dal maggiore consumo interno, assorbendo l’attenzione della leadership politica per qualche tempo. Kissinger, consulente di Trump, gli sussurra l’importanza di separare la Russia dalla Cina, ma la comprensione limitata ed obsoleta di Kissinger della Russia l’ha spinto a sottovalutare i potenti motivi dietro il rapporto russo-cinese. Gli esperti meno competenti degli USA ne sanno ancora meno. Per prima cosa, data l’ostilità verso la Russia dell’occidente in generale e di Washington in particolare, è inconcepibile che Putin venga respinto da Pechino per qualche “attraente” flirt con l’amministrazione Trump, anche se politicamente possibile per Trump. Uno dei punti forti di Putin è la fedeltà agli amici e ai principi, nonché agli interessi della propria nazione. Come rivelò Putin durante il suo intervento al Valdai Club della settimana passata, ora ha una profonda sfiducia verso l’occidente dato che ha tratto vantaggio dalla debolezza della Russia negli anni ’90 e dall’allargamento della NATO alle frontiere russe, e da altre azioni minacciose. Qualunque speranza Putin avesse su più strette relazioni con l’occidente, sono sparite negli ultimi anni. Mettendo da parte le personalità, la politica estera russa ha una coerenza rara sul proscenio mondiale: con le azioni prima, e le carte diplomatiche dopo. Le relazioni politiche della Russia con la Cina prevalgono sui massicci investimenti reciproci, che richiesero anni per essere decisi ed adottati. Allo stesso modo, la Russia si approccia al Giappone lavorando a un trattato formale di pace prima di attuare grandi programmi commerciali e d’investimento. E’ del tutto prevedibile che il primo passo verso il trattato sia l’avvio della costruzione nel 2018 di un ponte ferroviario in Estremo Oriente che colleghi l’isola di Sakhalin con la terraferma. Anche il team di ingegneri e committenti è attivo: Arkadij Rotenberg e il suo gruppo SGM. Quel ponte è il presupposto a cui Giappone e Russia firmino un accordo da 50 miliardi di dollari per la costruzione del ponte ferroviario che colleghi Sakhalin e Hokkaido. Questo ponte attirerà l’attenzione di tutta la regione sulla cooperazione russo-giapponese. Potrebbe essere la base per un trattato di pace duraturo e non puramente cartaceo che risolva la disputa territoriale sulle isole Kurili.Opportunità perse
Alla luce di queste realtà, è puerile parlare di separare la Russia dalla Cina con la promessa di normalizzare le relazioni con l’occidente. L’opportunità c’era negli anni ’90, quando il presidente Boris Eltsin e il suo “signor Sì” ministro degli Esteri Andrej Kozyrev fecero tutto il possibile per accordarsi con gli statunitensi sull’adesione russa alla NATO, subito dopo l’adesione della Polonia. Poi ancora all’inizio della presidenza Putin, i russi fecero uno sforzo deciso per l’ammissione nell’alleanza occidentale. Ancora senza alcun risultato. La Russia fu esclusa e furono prese misure per contenerla, rinchiuderla ad ennesima potenza regionale europea. Infine, dopo il confronto con Stati Uniti ed Europa che sostennero il colpo di Stato in Ucraina nel 2014, seguita dall’adesione della Crimea e dal sostegno russo all’insurrezione nel Donbas, la Russia viene apertamente definita nemica. Costretta a mobilitare tutte le amicizie internazionali per resistere, alcun Stato fu più utile della Cina. Tali momenti non vengono dimenticati o traditi. Il Cremlino sa bene che l’occidente non ha nulla da offrire alla Russia finché le élite statunitensi insistono a mantenere l’egemonia globale a tutti i costi. L’unica cosa che potrebbe avere l’attenzione del Cremlino sarebbe una consultazione per rivedere l’architettura della sicurezza dell’Europa, facendo uscire la Russia dalla freddezza. Questa fu la proposta dell’allora presidente Dmitrij Medvedev, nel 2010, ma la sua iniziativa incontrò solo un silenzio pietoso dall’occidente. Accettare la Russia significava infatti avere un’influenza proporzionata al peso militare, e questo è ciò cui la NATO si oppone con forza finora. È perciò, per la mancata ricerca di soluzioni alla grande questione del ruolo della Russia nella sicurezza globale, che l’iniziativa del riassetto di Barack Obama fallì. È perciò che il consiglio di Henry Kissinger a Donald Trump all’inizio della sua presidenza di proporre la fine delle sanzioni in cambio dei progressi sul disarmo, piuttosto che l’attuazione degli accordi di Minsk sulla crisi ucraina, fallì, con Vladimir Putin che opponeva un fermo “Niet”. Implicitamente, tra le poche “carote” statunitensi protese alla Russia in questi giorni c’è l’accettazione del regime anti-russo in Ucraina e la sua autorità sulle aree rigorosamente etniche russe del Donbas e della Crimea, concessioni che sarebbero politicamente devastanti per Putin in Russia. Tuttavia, la “normalizzazione” lascerebbe ancora solo delle sanzioni mitigate, ma ancora quelle violente sui “diritti umani”, che gli Stati Uniti imposero nel 2012 con la legge Magnitskij, dettata da ciò che il Cremlino considera disinformazione su processo e morte del contabile Sergej Magnitskij. Scopo della legge Magnitskij è screditare la Russia e preparare la via per designarla Stato-paria, nel pieno della già lunga campagna di demonizzazione del presidente russo nei media degli Stati Uniti. Infatti, per ritrovare un periodo di normalità nelle relazioni si dovrebbe risalire a prima dell’invasione di George W. Bush dell’Iraq, che la Russia denunciò insieme a Germania e Francia. Queste due potenze furono rimbrottate da Washington. Per la Russia, fu il momento di calcolare sulla non cooperazione col dominio globale statunitense.

Demonizzare la Russia
Tra Europa e Russia, la questione è simile. Per ritrovare una menzione sul rapporto strategico, innanzitutto dal Ministero degli Esteri tedesco, si deve arrivare a prima del 2012. E quale normalità si trattava allora? Il rinnovo dell’accordo di cooperazione UE-Russia era in corso da anni, nominalmente per una differenza di opinioni sulle disposizioni della legislazione dell’UE sulle forniture di gas attraverso i gasdotti russi. Ma dietro tale differenza vi era la totale opposizione degli Stati baltici e della Polonia a qualsiasi normalizzazione delle relazioni con la Russia, per cui ebbero pieno incoraggiamento dagli Stati Uniti. Lo scopo era por fine allo status di Russia di “monopolio” in Europa su gas e petrolio. Naturalmente, non c’era, e non c’è, alcun monopolio, ma certi attori geopolitici non hanno mai permesso che tale particolare fosse al centro della formulazione politica. Tale ostilità si ebbe anche nel contesto delle volontà tra UE e Russia d’introdure un regime senza visti per i rispettivi cittadini. Qui l’opposizione della Germania di Angela Merkel, giustificata dalla sua viziata caratterizzazione della Russia come Stato mafioso, condannò il regime senza visti e, allo stesso modo, i rapporti normali. Tale lavoro incompiuto va affrontato e sistemato per avere la possibilità che Stati Uniti e Unione europea la finiscano con la loro ostilità verso la Russia, e per il Cremlino di riacquistare fiducia verso l’Occidente. Anche allora, tuttavia, la Russia non rinuncerà alle preziose relazioni con la Cina.
A mio avviso, l’alleanza russo-cinese di fatto corrisponde all’alleanza de jure statunitense-euroccidentale. Il risultato di ciò è la divisione del mondo in due campi. Adesso abbiamo, in effetti, un mondo bipolare che assomiglia ampiamente a quello della guerra fredda, anche se ancora in fase di formazione poiché molti Paesi non hanno aderito definitivamente a un lato o all’altro. Naturalmente, gli Stati più o meno neutrali erano una caratteristica della guerra fredda, creando ciò che si chiamò Nazioni non Allineate, guidate da India e Jugoslavia. La Jugoslavia non esiste più, ma l’India ha continuato la tradizione di farsi corteggiare da entrambi i poli, cercando di trarre il massimo beneficio. Certo, numerosi scienziati politici di Stati Uniti, Europa e Russia insistono sul fatto che c’è già un mondo multipolare dicendo che il potere è troppo diffuso nel mondo d’oggi, soprattutto considerando l’aumento degli attori non statali dal 1991. Ma la realtà è che pochissimi Stati o non-Stati possono proiettare potenza al di fuori della propria regione. Solo i due grandi blocchi possono farlo. I teorici che difendono la multipolarità parlano del ritorno all’equilibrio di potere ottocentesco, invocando il Congresso di Vienna come possibile modello per la governance di oggi. È un approccio che Henry Kissinger previde nel 1994 nel suo libro Diplomacy. In Russia, questo concetto è sostenuto da alcuni influenti think tank e viene maggiormente associato a Sergej Karaganov, a capo del Consiglio di politica estera e difesa. Tuttavia, sostengo che la realtà del potere deciderà su ciò. C’è qualcosa d’inerente a questo mondo de facto bipolare, supponendo che le tensioni possano essere gestite e che una guerra importante sia stata evitata? A mio parere, due grandi blocchi hanno maggiori probabilità di mantenere l’ordine globale, perché l’ambito delle attività degli agenti può essere frenato, come spesso accadde durante la guerra fredda, dalle grandi potenze che non vogliono che i loro clienti disturbino un ordine mondiale funzionante. La coda ha meno probabilità di guidare il cane. Inoltre, riguardo la partnership o l’alleanza strategica Russia-Cina, gli osservatori occidentali dovrebbero considerarla senza allarmismi. L’ascesa della Cina è un fatto, qualunque sia la costellazione delle grandi potenze. L’abbraccio tra Russia e Cina può anche moderare la Cina, data la maggiore esperienza della Russia nella leadership mondiale. Per questi motivi, positivi e negativi, la relazione Russia-Cina va vista con equanimità nelle capitali occidentali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Leggere tra le linee, lo Stato profondo ha perso la Germania

George Friedman di Stratfor ammette che gli Stati Uniti hanno perso la Germania a favore della Russia
Tom Luongo, 24 ottobre 2017Come faccio a saperlo? Non lo scrivo per fare click o raccogliere visite. L’ho scritto perché è vero. Questo articolo sarà parte del trattato geopolitico e di un tutorial su come leggere ciò che non viene detto in quello che viene detto e, soprattutto, chi lo dice. Iniziamo con nientedimeno che il portavoce della CIA George Friedman. Freidman è a capo do Stratfor, una delle più influenti organizzazioni d’intelligence di Washington DC. In passato vi ero abbonato per sapere quali storie il governo degli Stati Uniti spaccia.

L’intelligence dello Stato profondo
L’intelligence di Stratfor è una miscela magistrale di verità che vi fa piroettare in giro come le palline del fidget spinner. Friedman è l’Albus Silente di Stratfor, che parla per enigmi. Ma da insider che allegramente ha accesso alla verità, quasi impercettibilmente non dice nulla di concreto trascinandovi su un certo aspetto dei fatti. Quindi, ancora, come faccio a sapere che lo Stato profondo sta perdendo? L’ultimo pezzo di Friedman sul servizio d’investimento di John Mauldin ha colpito Zerohedge, discutendo dello stato deplorevole delle relazioni statunitensi-tedesche. Persone come Friedman vanno assolutamente lette, ma col massimo scetticismo. L’intelligence è sapere chi sarà il prossimo. Così, Friedman che parla di come i tedeschi sono sedotti dai malvagi russi è significativo. Il fulcro della politica dello Stato profondo mollerà Siria e persino Iran per cercare di sostenere la propria posizione in Germania, deterioratasi assieme al sostegno popolare alla cancelliera Angela Merkel. Friedman inquadra la scelta della Germania: scoprire un modo per salvare l’UE o rivolgersi alla Russia per ottenere ciò di cui ha bisogno per crescere. Questa è l’essenza del problema della Germania. Ma Friedman l’espone nel modo più intellettualmente disonesto immaginabile. E così facendo il lettore si crede intelligente. Questa è la parte perniciosa. Questa è la parte del “Master Persuader” di cui Scott Adams parla sempre. E questa è la parte che si chiama “STRONZATA!”.

Le bugie russe dello Stato profondo
Friedman calca la mano per dirci che la Germania ha bisogno della Russia perché: “ha bisogno delle materie prime russe e anche che il mercato russo sia molto più robusto di quanto non sia, in modo che possa acquistare più beni tedeschi. Ma la Russia è incapace di un rapido sviluppo economico senza aiuto estero, e col crollo dei prezzi del petrolio ha bisogno di un rapido sviluppo per stabilizzare la propria economia. La Germania ha bisogno dell’economia della Russia per avere successo, e ciò che deve offrire alla Russia è capitale, tecnologia e gestione. In cambio, la Russia può offrire materie prime e forza lavoro. Un allineamento con la Russia porterebbe l’Europa orientale nell’orbita della Germania”. Tutto ciò suona bene. La conclusione è vera. Ma mente senza ritegno per adattarsi alla narrativa. La Germania ha bisogno di forti esportazioni per crescere. La Russia no. La Germania ha bisogno di materie prime. La Russia non ha bisogno di tecnologia; ha la tecnologia che non ha concesso ai privati… non ancora. Finora la Germania ha usato l’Europa meridionale per il dumping, negoziando il debito sovrano italiano e portoghese per conto della BMW. Ma tale regime è al limite e lacera l’UE. La Germania non vuole fermare questa disposizione né vorrebbe pagare la sua “quota equa” di oneri per la risoluzione, vale a dire la riduzione del debito di ciò che considera Paesi ‘Club Med’. I politici tedeschi, come Merkel, hanno sfruttato tale cinismo per vantaggi politici, ma ora che sono al limite debitorio, viene denunciata come nient’altro che portavoce della politica dello Stato profondo degli Stati Uniti, e non leader della Germania. Gli Stati Uniti vogliono un’Unione unita, attraverso la NATO, per combattere la Russia geopoliticamente, e quindi tutto viene bloccato in questa stasi da guerra fredda che provoca grandi rivolte populiste contro il governo Merkel. I costi sono pagati dalle generazioni più giovani ormai nate nella schiavitù del debito.

Non è la Russia del vostro Stato profondo
La Russia, da parte sua, non è la Russia di ben cinque anni fa. Continua a sfruttare il suo robusto settore energetico per finanziare l’economia. Putin ha compiuto il passaggio da sovvenzionare Rosneft e Gazprom a sovvenzionare agricoltura e produzione, nel 2015. Igor Sechin urlava ma Putin l’ignorava. Friedman lo sa ma ancora vende lo stesso “meme della Russia stazione di servizio sulla strada per la Cina”, che ancora funziona sul Congresso. Sa anche che questo era da sempre il piano di Putin, stabilizzare la Russia prima e poi ricostruirla. Ed è questo che spaventa lui e i neocon che rappresenta. Putin ha utilizzato il settore energetico per migliorare la vita di milioni di russi durante la guerra d’attrito finanziario-territoriale contro gli aggressivi USA. Ha preso posizione (in Siria) e rovesciato il tavolo difendendo le posizioni strategiche del suo settore energetico. Mentre ciò avveniva, reindirizzava i fondi statali dall’energia, nel momento cruciale della crisi del rublo, che ora sta in piedi da sé, all’economia in generale. Questa parte del piano è appena iniziata. Leggete il mio ultimo articolo su Seeking Alpha per capire ciò che succede. Una volta che gli investitori istituzionali si renderanno conto che Friedman spaccia sciocchezze, i soldi arriveranno in Russia da una moltitudine di nuovi canali aiutando la Germania a fare la scelta giusta.

La vera scelta della Germania non è dello Stato profondo
La scelta reale della Germania è, come suggerisce Friedman, siglare un nuovo accordo con la Russia. Sì, la Germania ha bisogno dell’accesso a un mercato russo vibrante, ma ciò accadrà con o senza la Germania, grazie all’iniziativa Cintura e Via della Cina e alle nette vittorie militari e diplomatiche in Asia centrale e Medio Oriente. La Germania non ha alternativa. La Gran Bretagna è un Paese vuoto appeso per i denti al settore finanziario. L’Europa occidentale viene spezzata e deve uscire dall’euro, svalutando il debito per ricominciare, e gli Stati Uniti lottano con gli stessi problemi che l’Europa finisce di risolvere nel peggiore dei modi.
L’unica scelta razionale è la Russia con il suo:
17% di debito sul PIL, intelligente
Forza lavoro addestrata
Accesso ai mercati che saranno i motori della crescita del 2020
Legami che si rafforzano con gli “Stati cuscinetti” dell’Europa orientale, che probabilmente usciranno dall’UE
È questa la scelta effettivamente riflessa dai risultati elettorali tedeschi del mese scorso, non le politiche anti-immigrazione di Alternativa per la Germania (AfD). Questo ha certamente avuto un ruolo, ma i problemi della Merkel in Baviera sono seri e la Baviera vuole normalizzare le relazioni con la Russia. E se non ricostruisce un governo che la sostenga, non sarà più cancelliera. È questa la vera storia che Friedman non vi dirà perché ammetterebbe la sconfitta.Traduzione di Alessandro Lattanzio