Siria; la presenza statunitense è insostenibile

Moon of Alabama 23 novembre 2017Gli Stati Uniti ora occupano la Siria nord-orientale per ricattare il governo siriano sul “cambio di regime”. L’occupazione è insostenibile, l’obiettivo è irraggiungibile. I generali che l’hanno ideato non hanno intuizione strategica e ascoltano le persone sbagliate. Lo Stato islamico non controlla più alcun terreno significativo in Siria e Iraq. Ciò che ne è rimasto nella valle dell’Eufrate sparirà presto. resteranno alcune bande terroristiche nella regione. Le forze locali possono e vogliono tenerlo sotto adeguato controllo. Lo Stato islamico è finito. Perciò Hezbollah ha annunciato di ritirare consiglieri ed unità dall’Iraq. È la ragione per cui la Russia ha iniziato a rimpatriare alcune unità dalla Siria. Le forze estere non sono più necessarie per eliminare i resti dello SIIL. Nella risoluzione 2249 (2015) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla lotta allo SIIL si legge: “Riaffermando il rispetto per sovranità, integrità territoriale, indipendenza e unità di tutti gli Stati in conformità con scopi e principi della Carta delle Nazioni Unite,… Invita gli Stati membri che possano farlo ad adottare tutte le misure necessarie, nel rispetto del diritto internazionale, in particolare la Carta delle Nazioni Unite,… sul territorio controllato dallo SIIL in Siria e Iraq, per raddoppiare e coordinare gli sforzi per impedire e reprimere atti terroristici commessi specificamente dallo SIIL… e le entità associate ad al-Qaida… per sradicare il santuario che hanno creato in parti significative dell’Iraq e della Siria;” Non esiste più “territorio sotto il controllo dello SIIL”. I suoi “santuari” sono stati “sradicati”. Il compito presentato e legittimato dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU è terminato. È finita. Non c’è più alcuna giustificazione, ai sensi della risoluzione 2249 dell’UNSC, per le truppe statunitensi in Siria o Iraq. Altre giustificazioni legali, come l’invito dei legittimi governi di Siria e Iraq potrebbero essere applicate. Ma mentre la Siria ha invitato le forze russe, iraniane e libanesi a rimanere nel suo Paese, non l’ha fatto con le forze statunitensi. Ora occupano illegalmente territorio nel nord-est del Paese. Il governo siriano l’ha esplicitamente definito così. (C’è da chiedersi quanto tempo impiegherà la santificata Unione Europea a sanzionare gli Stati Uniti per la chiara violazione del diritto internazionale e della sovranità della Siria). Secondo i documenti ufficiali più di 1700 soldati statunitensi sono attualmente in Siria. Il numero ufficiale è solo 500. Le forze “temporanee” fanno la differenza. (Nel complesso, il numero di truppe statunitensi in Medio Oriente è aumentato del 33% negli ultimi quattro mesi: raddoppiando in Turchia, Quwayt, Qatar e Emirati Arabi Uniti. Non è stata fornita alcuna spiegazione di ciò). Le truppe statunitensi in Siria sono alleate alle YPG curde, ramo siriano dell’organizzazione curda designata internazionalmente terroristica PKK. Solo circa il 2-5% della popolazione siriana è di origine curdo-siriana. Sotto il comando degli Stati Uniti ora controllano oltre il 20% del territorio dello Stato siriano e circa il 40% delle riserve di idrocarburi. Questo è un furto. Per mascherare la cooperazione coi terroristi curdi, gli Stati Uniti li ribattezzarono “Forze Democratiche Siriane” (SDF), aggiungendo alcuni combattenti arabi delle tribù della Siria orientale, per lo più ex-membri dello SIIL che cambiarono casacca quando gli Stati Uniti gli offrirono una paga migliore. Altri combattenti furono arruolati con la forza. Il popolo della città arabo-siriana di Manbij, occupata da YPG e forze statunitensi, protestò quando le YPG iniziarono a coscrivere violentemente i giovani. Nuove truppe si sono aggiunte alla SDF negli ultimi giorni, con terroristi dello SIIL in fuga dall’assalto delle forze siriane e irachene su al-Buqamal, fuggendo verso nord, verso le aree occupate da YPG/USA. Come con altri terroristi, gli Stati Uniti li hanno aiutati a sottrarsi dalla meritata punizione, e saranno rietichettati e riutilizzati.
Il Ministero della Difesa russo ha accusato gli Stati Uniti di aver bloccato lo spazio aereo su al-Buqamal mentre gli alleati siriani la liberavano. Per otto giorni i bombardieri strategici russi dovettero venire dalla Russia per supportare le truppe sul terreno. In un recente discorso televisivo, il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah accusava le truppe statunitensi in Siria di fungere da servizi segreti dello SIIL ad al-Buqamal, permettendogli di sganciarsi dalle forze siriane ed alleate. Diversi ufficiali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane furono uccisi. Nasrallah aveva anche detto che gli Stati Uniti impiegarono la guerra elettronica per bloccare le radio della forza d’assalto, e salvarono i terroristi in fuga. Le accuse di Nasrallah sono coerenti con le notizie sul campo. (Stati Uniti ed alleati continuano anche a rifornire altri gruppi terroristici nel nord-ovest e nel sud-ovest della Siria). Né Nasrallah né l’IRGC lo dimenticheranno. Il comandante operativo dell’IRGC, Generale Qasim Sulaymani, ha detto al leader supremo dell’Iran Khamenei: “Questi crimini sono stati progettati e attuati da capi e organizzazioni statunitensi, secondo il vertice degli Stati Uniti, l’attuale presidente; inoltre, questo schema viene ancora modificato ed attuato dagli attuali leader statunitensi”. Gli Stati Uniti hanno cambiato le regole d’ingaggio e dichiarato ufficiosamente una no-fly zone per gli aerei russi e siriani sulla riva est dell’Eufrate, dicendo che attaccheranno qualsiasi forza attraversi il fiume per inseguire l’ISIS. Proteggendo apertamente i loro terroristi. Dieci giorni prima, il segretario aella Difesa degli Stati Uniti Mattis annunciava l’intenzione degli Stati Uniti di occupare illegalmente la Siria: “Le forze armate statunitensi combatteranno lo Stato islamico in Siria “finché vogliono”, aveva detto il segretario alla Difesa Mattis, descrivendo un ruolo a lungo termine per le truppe statunitensi anche dopo che gli insorti avevano perso il territorio che controllavano… “Non ce ne andremo prima del processo di Ginevra”, aggiunse… La Turchia indiacava che gli Stati Uniti hanno 13 basi in Siria e la Russia cinque. La milizia YPG curda, sostenuta dagli USA, ha detto che Washington ha sette basi militari nella Siria settentrionale”. Il Washington Post di oggi è più specifico, dal titolo appropriato: “Gli Stati Uniti verso la presenza dichiarata in Siria dopo la fine dello Stato islamico”: “L’amministrazione Trump amplia gli obiettivi in Siria oltre la fine dello Stato islamico includendo la soluzione politica della guerra civile nel Paese… Con le forze del Presidente Bashar al-Assad e degli alleati russi e iraniani che ora fanno pressione sulle ultime città controllate dai terroristi, la sconfitta dello Stato islamico in Siria potrebbe essere imminente, insieme alla fine della giustificazione della presenza statunitense. Funzionari statunitensi dicono di sperare di utilizzare la presenza di truppe statunitensi, nel nord della Siria, a sostegno delle forze democratiche siriane dominate dai curdi (SDF), per fare spingere Assad a fare concessioni nei colloqui di pace con le Nazioni Unite a Ginevra… L’improvviso ritiro degli Stati Uniti potrebbe completare la liberazione del territorio siriano di Assad e contribuire a garantirne la sopravvivenza politica, un risultato che costituirebbe una vittoria per l’Iran, suo stretto alleato. Per evitarlo, i funzionari statunitensi dichiarano di voler mantenere la presenza di truppe statunitensi nel nord della Siria, dove addestrano e assistono le SDF contro lo Stato islamico, stabilendo una nuova governance locale, separata dal governo di Assad, in quelle aree…. “Non ponendo alcuna scadenza alla fine della missione USA… il Pentagono crea un quadro per mantenere gli Stati Uniti impegnati in Siria in futuro”, ha detto Nicholas Heras del Centro per una nuova sicurezza americana di Washington”.
Persino i propagandisti del Washington Post ammettono che non c’è alcuna giustificazione alla presenza statunitense in Siria. L’intenzione degli Stati Uniti è ricattare: “fare pressione su Assad affinché faccia concessioni”. Il metodo perciò è la “presenza” militare. Non c’è modo che il governo siriano e il suo popolo cedano. Non hanno combattuto per oltre sei anni per rinunciare alla sovranità contro gli intrighi degli Stati Uniti. Ne chiameranno il bluff. Nessun manuale militare include la “presenza” come missione militare. Non ci sono regole per un compito così indefinito. L’ultima volta che gli Stati Uniti usarono tale termine fu nei primi anni ’80 durante la guerra civile in Libano. Il compito delle truppe statunitensi a Bayrut era definito “presenza” militare. Dopo che tali unità e forze navali degli Stati Uniti interferirono nella guerra civile, la parte lesa si vendicò contro i militari statunitensi e francesi di stanza a Bayrut. Le loro caserme furono fatte esplodere, 241 soldati statunitensi e 58 francesi morirono. La “presenza” militare statunitense a Bayrut finì. Anche la “presenza” militare USA in Siria è condannata. L’alleanza tra USA e YPG/PKK spinge la Turchia all’alleanza con Russia, Iran e Siria. Diverse migliaia di soldati e civili turchi sono morti a causa degli attacchi del PKK. La scorsa settimana aerei da trasporto russi hanno attraversato lo spazio aereo turco volando dalla Russia alla Siria. La prima volta da quando gli Stati Uniti pretesero dagli alleati della NATO, come la Turchia, d’impedire tali voli e gli aerei russi dovevano percorrere una rotta più lunga attraverso lo spazio aereo iraniano e iracheno. A causa dell’alleanza USA con le YPG e molte altre ragioni, la Turchia si aliena da Stati Uniti e NATO, passando al campo della “resistenza”. Il confine tra Turchia e Siria è quindi chiuso ai rifornimenti statunitensi per le forze nel nord-est della Siria. Verso ovest e sud le forze siriane ed alleate proibiscono qualsiasi rifornimento statunitense. Il territorio curdo iracheno ad est è per ora l’unica via rifornimento di terra. Ma il governo di Baghdad è alleato di Iran e Siria e punta a riprendere il controllo dei confini dell’Iraq, compresi quelli ancora detenuti dai curdi ed utilizzati dalle forze statunitensi. Diverse milizie irachene che hanno combattuto lo SIIL al comando del governo iracheno hanno annunciato l’ostilità per le forze statunitensi. Il governo iracheno potrebbe tentare di governarle, ma difficilmente svaniranno. La rotta dei rifornimenti via terra degli Stati Uniti attraverso le aree iracheno-curde può quindi essere chiusa in qualsiasi momento. Lo stesso vale per qualsiasi spazio aereo sul nord-est della Siria. Il nord-est della Siria è circondato da forze ostili agli Stati Uniti. Oltre a questo, molti nella Siria nord-orientale occupata continuano ad essere fedeli allo Stato siriano. L’intelligence siriana, turca, iraniana e di Hezbollah lavorano sul terreno. Ci sono molti arabi ostili alla prepotenza dei curdi. Basi, avamposti e vie di trasporto statunitensi nell’area potrebbero presto subire un fuoco prolungato. Mentre la Russia ha detto che non interverrà contro le forze alleate delle SDF, molte altre entità hanno motivi e mezzi per farlo. La missione di oltre 1700 truppe statunitensi nel nord-est della Siria non è definita. Le vie di rifornimento non sono sicure e possono essere bloccate in qualsiasi momento. La popolazione locale gli è in gran parte ostile. Tutti i Paesi e le entità circostanti hanno motivi per por fine a qualsiasi presenza degli Stati Uniti nell’area al più presto possibile. Richiederebbe una forza di terra almeno dieci venti volte più grande assicurare la presenza degli Stati Uniti e le loro vie di comunicazione e rifornimento. La presenza è inutile ed insostenibile, come quella degli Stati Uniti ad al-Tanaf. Trump aveva parlato contro tale occupazione e le interferenze in Medio Oriente: “Il presidente degli Stati Uniti… ha promosso l’impegno ad evitare di essere risucchiato in conflitti ingestibili”.
La giunta militare che controlla Trump e la Casa Bianca, gli (ex) generali McMaster, Kelly e Mattis, non agisce nell’interesse degli Stati Uniti, dei loro cittadini e truppe. Seguono l’appello del sionista Istituto ebraico per la sicurezza nazionale americana che istiga la guerra contro tutte le entità e gli interessi iraniani in Medio Oriente. Il JINSA pubblicizza l’enorme influenza sul vertice degli ufficiali degli Stati Uniti. Non è un caso che un recente discorso al Jewish Policy Center di Washington descriva l’esercito statunitense come organizzazione sionista. Ma come altri simili desideri, non spiega perché il sostegno indiscusso a una colonia di razzisti dell’Europa orientale nell’Asia occidentale sia d'”interesse americano”. La missione militare della forza d’occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è definita. Le posizioni non sono sostenibili. Lo scopo appare irraggiungibile. Non esiste un concetto a cui si adatti. I generali che governano la Casa Bianca possono essere dei geni tattici nel loro campo, ma sono dei neofiti in strategia. Seguono ciecamente il richiamo della sirena della Lobby solo per far incagliare di nuovo la nave degli Stati Uniti sulle scogliere delle realtà mediorientali.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Niente guerra al Libano ma mosse preliminari verso l’intesa saudita-israeliana

Elijah J. Magnier, 21 novembre 2017Non si tratta di guerra contro Hezbollah, Iran o Libano, ma di preparare la relazione aperta tra Arabia Saudita e Israele“. Questo è ciò che ha detto un politico collegato alla lotta israelo-arabo-iraniana. Nello Yemen, Hezbollah non è mai stato molto presente: poche decine di consiglieri erano nel Paese per addestrare e trasmettere la lunga esperienza raccolta in anni di guerra contro Israele e in Siria. Gli istruttori delle forze speciali di Hezbollah erano presenti nello Yemen per insegnare ai zayditi Huthi come difendersi dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti e dalla continua aggressione saudita. È dovere dei musulmani difendere gli oppressi (Mustadafin) come l’Imam Khomeini sostenne i libanesi durante l’invasione israeliana del 1982. Il dovere religioso dell’Iran ha dettato l’obbligo di sostenere l’Iraq contro le forze di occupazione nel 2003 e anche la resistenza afgana. “Oggi gli yemeniti vengono sterminati e il mondo guarda impotente e insensibile, permettendo all’Arabia Saudita di distruggere il Paese e uccidere“. Tuttavia, oggi c’è minor bisogno dell’esperienza di Hezbollah nello Yemen. La resistenza ha acquisito abbastanza esperienza e addestramento, combattendo in un ambiente diverso da Libano, Siria e Iraq. Non c’è bisogno che Hezbollah rimanga nello Yemen o in Iraq dove il gruppo “Stato islamico” (ISIS) è stato sconfitto ed espulso da ogni città irachena. Oggi gli iracheni hanno abbastanza uomini, mezzi avanzati e grande esperienza per resistere a qualsiasi pericolo. Quindi non c’è più bisogno di Iran, Hezbollah o che le forze statunitensi rimangano in Mesopotamia. In Siria, la fonte ritiene che “Hezbollah è nel Levante su richiesta del Presidente Bashar al-Assad per combattere taqfiri e terrorismo. Con la città di al-Buqamal sotto il controllo dell’Esercito arabo siriano, lo SIIL ha perso l’ultima città in Siria anche se esiste ancora ad est dell’Eufrate, nella Badiyah (steppa) e in alcune sacche ai confini meridionali siriani. Ci sono ancora migliaia di terroristi di al-Qaida ad Idlib, presso Hajar al-Asuad e nel sud della Siria. Pertanto, è solo su richiesta diretta del presidente siriano che Hezbollah può rimanere o lasciare il Paese. Indipendentemente da quanto rumorosi siano statunitensi, israeliani e sauditi, la presenza di Hezbollah in Siria è legata al governo siriano e a nessun altro“.
Per il Libano, il primo ministro Sad Hariri è stato liberato dal carcere d’oro in Arabia Saudita e dovrebbe tornare in Libano nelle prossime ore. Secondo la fonte “non c’è alcuna guerra araba contro l’Iran nella regione o israeliana contro il Libano. Ciò non significa che Hezbollah possa ritornare a casa e cessare qualsiasi preparativo per una possibile guerra futura. Il ritorno di Hariri è ovviamente legato all’agenda saudita che chiederà ad Hezbollah di ritirarsi da Siria, Yemen ed Iraq e a cedere le armi. Va notato che Hezbollah ha sostenuto la liberazione di Hariri in quanto detenuto illegalmente dall’Arabia Saudita e perché primo ministro del Libano. L’Arabia Saudita non può essere autorizzata a trattare il Libano come se fosse una sua provincia. E per Hariri è illusorio credere che stia tornando in Libano da eroe per dettare la politica saudita, che possa attuarne i desideri e ottenere ciò che Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita non hanno ottenuto. Se davvero insiste sull’agenda saudita, può tornarsene in Arabia Saudita questa volta da ex-primo ministro. La visione saudita del Medio Oriente semplicemente non accetta la multietnicità e la convivialità in Libano tra tutte le religioni e i vari gruppi politici e loro rappresentanti“. Non è quindi questione dell’Iran o delle riserve di armi di Hezbollah o del loro intervento militare regionale. La guerra in Siria è stata vinta dall’Asse della Resistenza e l’altra parte (Stati Uniti, UE, Qatar, Giordania, Turchia e Arabia Saudita) non è riuscita a cambiare il regime, a distruggere la cultura multietnica in Siria, e a legare le mani agli estremisti. È semplicemente la questione dell’Arabia Saudita che prepara la relazione ampia e aperta con Israele. L’Arabia Saudita agisce come se avesse bisogno di tale scenario per coprire le sue future relazioni con Israele. Vediamo ogni giorno accademici, scrittori e persino funzionari sauditi usare la scusa di “combattere l’Iran, nemico comune” per giustificare la prossima relazione con Israele. In effetti, l’opinione pubblica israeliana è pronta ad accogliere l’Arabia Saudita e viceversa.
Questo nuovo progetto saudita è chiaro e non ingannerà gli arabi. I Paesi arabi hanno promesso di stabilire un rapporto ufficiale con Israele in cambio delle teste di Hezbollah e dell’Iran. In cambio, Stati Uniti ed Israele hanno promesso d’impegnarsi sul conflitto arabo-israeliano. Questa non è una soluzione del conflitto arabo-israeliano e Trump non può certo adempiere alle promesse. Israele non lascerà agli arabi ciò che ottiene gratuitamente (la relazione coi Paesi del Golfo). Chi corre a stabilire legami con Tel Aviv lo fa di sua spontanea volontà, per usare Israele come ponte per gli Stati Uniti. D’altra parte, anche la nuova alleanza USA-Arabia Saudita non potrà consegnare le teste di Iran e Hezbollah senza sprofondare la regione in una guerra globale. Questi Paesi sono pronti a una guerra del genere in cui i costi supereranno i benefici?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Generale Sulaymani proclama la fine dello Stato islamico

FNA 21 novembre 2017Il Comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), General-Maggiore Qasim Sulaymani, in un messaggio al Leader Supremo della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei, dichiarava la fine del controllo dello SIIL su Siria e Iraq. Il Generale Sulaymani nel suo messaggio accusava gli Stati Uniti dei crimini commessi dal gruppo terroristico negli Stati regionali, e dichiarava che governi ed eserciti iracheni e siriani così come le Hashd al-Shabi (Forze Popolari irachene) e il gruppo della Resistenza libanese guidato da Sayad Hasan Nasrallah avevano sicuramente giocato un ruolo decisivo nella sconfitta dello SIIL. “Sicuramente, il ruolo prezioso del governo nazionale e dei servitori della Repubblica islamica, in particolare l’onorevole Presidente, il Parlamento, il Ministero della Difesa e l’Esercito, le Forze dell’ordine e le organizzazioni della sicurezza del nostro Paese nel sostenere governi e nazioni summenzionati, è apprezzabile“, aggiungeva sottolineando l’importante ruolo della saggia guida dell’Ayatollah Khamenei e del religioso sciita iracheno Ayatollah Ali Sistani nella vittoria sul gruppo terroristico SIIL. “…Avendo completato l’operazione per la liberazione di al-Buqamal, ultima roccaforte dello SIIL in Siria, abbattendo la bandiera del gruppo sionista-statunitense (SIIL) e issando la bandiera siriana, dichiaro la fine del “dominio dello SIIL“, concludeva il generale. Il Generale Qasim Sulaymani a settembre osservò che il gruppo terroristico SIIL era alla fine e che sarebbe sparito entro 3 mesi. “Tra meno di tre mesi dichiareremo la fine dello SIIL e della sua presenza su questo pianeta, e celebreremo la vittoria in Iran e nella regione“, dichiarò durante una cerimonia nella provincia di Gilan. “Assesteremo i nostri colpi in modo deciso e incessante al corpo canceroso creato da Stati Uniti e Israele“, aggiunse.
Uno dei motivi per cui l’Iran si è impegnato ad aiutare le nazioni siriana e irachena era che il problema dello SIIL non poteva essere risolto con la diplomazia nei due Paesi, affermava. “Mentre lo SIIL sosteneva che uccidere gli sciiti è imperativo, non c’era altra scelta che la Jihad (guerra santa)“, osservava il Generale Sulaymani, aggiungendo: “Il nemico era pronto a prosciugare l’Islam, a distruggere l’indipendenza dei musulmani e ad occupare gli Stati islamici“. “Oggi, la fiducia nell’Iran e nella sua forza non ha precedenti e altre nazioni e governi hanno molta fiducia nell’Iran perché è riuscito a salvare varie nazioni e alcun altro Paese può competere con l’Iran su ciò“. Il comandante aggiungeva che molti credevano che la guerra contro lo SIIL sarebbe divenuta una guerra tra sciiti e sunniti mentre oggi si assiste al sangue dei giovani sciiti versato per difendere l’onore del popolo sunnita. “Questa è una verità innegabile, se i giovani sciiti di Iran e Afghanistan non si fossero affrettati a difendere gli indifesi di Aleppo in Siria, avrebbero potuto essere massacrati dallo ISIL. Oggi l’unità, la solidarietà e l’amicizia esistenti tra sciiti e sunniti sono più forti che mai“, osservava il Generale Sulaymani.

La leadership degli Stati Uniti spezzata dalla presenza del Generale Sulaymani nel centro operativo di al-Buqamal
FNA, 21 novembre 2017

Un canale televisivo arabo affermava che il Comandante della Forza al-Quds dell’Iran, Generale Qasim Sulaymani, prendeva il comando della liberazione dell’ultima roccaforte dello SIIL, al-Buqamal, dopo che gli Stati Uniti avevano organizzato un complotto sofisticato per costringere l’Esercito arabo siriano a cedere la regione. “La dichiarazione della liberazione di al-Buqamal e il rapido ritiro (delle forze dell’Esercito arabo siriano) dalla città crearono una nuova e grande minaccia dagli statunitensi, che tentarono d’indebolire l’Esercito arabo siriano e gli alleati nella battaglia per la città“, riferiva al-Mayadin dopo che l’Esercito arabo siriano riprendeva al-Buqamal. Citava un comandante ad al-Buqamal affermare al momento della caduta che “quando dichiarammo la liberazione di al-Buqamal, eravamo ancora nella stazione T2 ma fummo costretti a dichiararne la liberazione per impedire che le loro Forze democratiche siriane (SDF – appoggiate dagli Stati Uniti) entrassero nella città”. “Oggi ci eravamo avvicinati ad al-Buqamal da tre lati: gli statunitensi cercavano d’impedire i voli aerei sulla regione e ci stavano indebolendo ad al-Buqamal, ma eravamo determinati a liberarla completamente“, aggiungeva.
Al-Mayadin affermava che le osservazioni del comandante mostrano perché il controllo del centro operativo venisse affidato al Generale Sulaymani, spiegando che il fronte della Resistenza cercava di sventare le trame degli USA per avere la leadership nella regione. Oggi, il Generale Sulaymani in un messaggio al Leader Supremo della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyed Ali Khamenei, dichiarava la fine del controllo dello SIIL in Siria e Iraq. Il Generale Sulaymani nel suo messaggio accusava gli Stati Uniti dei crimini commessi dal gruppo terroristico SIIL negli Stati regionali, e affermava che i governi e gli eserciti iracheni e siriani così come le Hashd al-Shabi (Forze Popolari irachene) e il gruppo della Resistenza libanese guidato da Seyed Hassan Nasrallah, hanno sicuramente giocato un ruolo decisivo nella sconfitta dello SIIL. “Sicuramente, il ruolo prezioso del governo nazionale e dei servitori della Repubblica islamica, in particolare l’onorevole Presidente, il Parlamento, il Ministero della Difesa e l’Esercito, le Forze dell’ordine e le organizzazioni della sicurezza del nostro Paese nel sostenere i governi e le nazioni summenzionati è apprezzabile“, aggiungeva, osservando l’importante ruolo della saggia guida dell’Ayatollah Khamenei e del religioso sciita iracheno Ayatollah Ali Sistani nella vittoria sul gruppo terroristico SIIL. “…Avendo completato l’operazione per la liberazione di al-Buqamal, ultima roccaforte dello SIIL in Siria, abbattendo la bandiera del gruppo sionista-statunitense e issando la bandiera siriana, dichiaro la fine del “controllo dello SIIL“, concludeva il Generale Sulaymani.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Medio Oriente: il declino della potenza statunitense

Viktor Mikhin, New Eastern Outlook 20.11.2017Il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che la cooperazione tra Mosca e Teheran e il rifiuto dei pagamenti reciproci in dollari statunitensi potrebbero isolare gli Stati Uniti e “respingere le loro sanzioni“. Il Leader Supremo ha aggiunto: “È possibile cooperare con la Russia nel trattare questioni di ampiezza che richiedono impegno, determinazione e cooperazione logistica“. In questo contesto, non va dimenticato che la Cina, grande acquirente di petrolio, è il giocatore chiave nella soppressione dei petrodollari. Pechino ha già presentato un nuovo mercato del petrolio in yuan (in questo momento, due contratti per il greggio, WTI e Brent, sono scambiati in dollari USA) e pubblicherà il primo contratto sudafricano entro la fine di quest’anno. È interessante notare che è stato annunciato che qualsiasi esportatore di petrolio che accetterà il pagamento in yuan potrà convertirli in oro alla Shanghai Gold Exchange (SHGE) e coprire il valore in valuta dell’oro presso la Shanghai Futures Exchange (SHFE). Questo è il motivo per cui la Cina ha bisogno di oro fisico recentemente acquistato su larga scala. Indubbiamente, tutti gli esportatori di petrolio, e specialmente chi ha scarsi rapporti politici con gli Stati Uniti, trarranno profitto da questa segregazione del mercato dei futures cinese. Poiché ogni diminuzione dell’influenza del dollaro diminuisce seriamente la capacità di Washington di condurre la guerra economica a certi Stati, l’introduzione dei futures del petrolio scambiati in yuan consentirà agli esportatori di petrolio, ad esempio Russia, Iran e Venezuela, di evitare sanzioni sul commercio petrolifero. Quindi, un piano è stato commissionato per rovinare gli Stati Uniti d’America sotto i nostri occhi. Secondo quanto riferito, il dollaro, valuta mondiale (e non l’industria o l’agricoltura), costituisce il fondamento del potere statunitense. È questa valuta mondiale consente agli Stati Uniti di derubare il mondo intero, costringendo i popoli a pagare i desideri ambiziosi di Washington. Qualche tempo fa il dollaro veniva assicurato nell’equivalente in oro, poi abolito, ed ora è in effetti senza garanzie. Gli Stati Uniti imposero un accordo all’Arabia Saudita che prevedeva il loro aiuto militare e la “protezione” dei suoi giacimenti petroliferi, sebbene non fosse chiaro da cosa. In cambio, i sauditi s’impegnarono ad eseguire tutte le vendite di petrolio in dollari ed investire i loro profitti in titoli del debito statunitensi. Nel 1975, tutti i membri dell’OPEC furono costretti, su pressione di Washington, a seguirne l’esempio. Di conseguenza, il mondo sprofondò nel pantano dei petrodollari.
Non è che i capi dei Paesi petroliferi non capissero che si trattava di una rapina da parte degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo non potevano intraprendere nulla da soli perché Washington schiacciò tali sforzi, arrivando addirittura ad occupare gli Stati insubordinati, come l’Iraq ad esempio: gli Stati Uniti imposero sanzioni spietate, facendo sì che la gente comune ne soffrisse. Le sanzioni esistevano dal 1991 e sembrò che rimanessero per sempre. Tuttavia, all’inizio del XXI secolo, Sadam Husayn decise di vendere il petrolio in euro col programma “Oil for Food“. Ci fu l’immediata rappresaglia: con la pretesa di democratizzare l’Iraq, i militari statunitensi occuparono il Paese e vi scatenarono la guerra civile ancora in corso. Sadam Husayn fu impiccato. Un altro esempio: Muammar Gheddafi, leader della Jamahiriya araba libica, favorito da Europa e Stati Uniti, decise d’introdurre il dinaro d’oro e svolgere tutti gli scambi solo in quella valuta. La punizione fu istantanea: cosiddetti disordini popolari furono organizzati dall’estero e le risoluzioni ONU imposte da Washington legarono, mani e piedi, il leader libico brutalmente assassinato poco dopo. Tuttavia, l’idea di sbarazzarsi della morsa del dollaro USA non è scomparsa, e proprio ora, potenti Stati liberi dall’influenza statunitense, come Russia, Cina e Iran, hanno deciso di farlo. Il futuro di un altro Paese, l’Arabia Saudita, leader nella produzione di petrolio greggio, è in pericolo. Cioè, il destino degli Stati Uniti, che hanno preso tutte le misure possibili per mantenere Riyadh nella propria orbita, dipende, senza esagerazione, dalla posizione del regno. Perciò l’attuale situazione saudita non è difficile da capire. In primo luogo, la tradizione avviata da Abdulaziz ibn Abdurahman ibn Faysal al-Saud, fondatore del regno, di passare il potere da un figlio all’altro non c’è più. In secondo luogo, c’è la lotta senza precedenti per il potere da quando Salman bin Abdulaziz al-Saud, l’attuale re, tolse l’erede legittimo e dichiarò il desiderio di passare il potere al figlio Muhamad bin Salman al-Saud. In terzo luogo, il nuovo erede, privo d’esperienza, ha già commesso diversi gravi errori. Ha speso molti fondi per sostenere i gruppi terroristici in Siria, scatenato una lotta insensata contro il vicino Yemen, e ha un ambiguo conflitto personale col Qatar. Inoltre, la lotta per il mercato petrolifero mondiale ha portato al forte calo dei prezzi dell’oro nero, comportando un deficit di bilancio. A peggiorare le cose, una crisi ancora irrisolta è sorta in Libano quando il suo primo ministro è partito per l’Arabia Saudita da cui ha inviato la lettera di dimissioni. Ha spiegato la decisione con l’interferenza dell’Iran negli affari interni del suo Paese, la pressione di Hezbollah e l’informazione su un tentativo di assassinerlo in preparazione, di cui è stato presumibilmente informato dall’intelligence saudita.
Attualmente, un nuovo e piuttosto decisivo round della lotta per il potere istigato da Washington si svolge nel Regno. Ovviamente, l’attuale re, prima di passare il potere al figlio, cerca di chiarire il quadro politico e di eliminare qualsiasi rivale, anche se membri della famiglia saudita al potere. Un nuovo comitato anti-corruzione guidato dal principe ereditario è stato creato con decreto reale. Il comitato ha il diritto di condurre proprie indagini ed arresti, imporre divieti di viaggio, congelare i beni bancari e attuare altre misure nel quadro della lotta alla corruzione. Dal 10 novembre, duecentootto persone sono detenute in Arabia Saudita per la campagna anti-corruzione senza precedenti. Sette furono precedentemente rilasciati senza accuse. Gli altri, come il procuratore generale del regno Saud al-Mujab ha detto ad al-Jazeera, sono ancora agli arresti. Subito dopo, il segretario di Stato USA Rex Tillerson ebbe una conversazione telefonica con l’omologo saudita Adil al-Jubayr, durante cui discussero della situazione in Arabia Saudita o, più precisamente, il ministro degli Esteri saudita ricevette ulteriori istruzioni dagli statunitensi. Nel frattempo, Washington mette abilmente e deliberatamente il futuro re contro altri membri della famiglia Saud, in modo che Muhamad bin Salman resti solo e faccia affidamento totale al sostegno degli Stati Uniti. Per inciso, anche il principe saudita Walid bin Talal bin Abdulaziz al-Saud, uno degli uomini più ricchi del Medio Oriente (e che era a capo del ministro delle Finanze saudita) è tra i detenuti. Il principe è il nipote del fondatore dell’Arabia Saudita e di sei re sauditi, incluso l’attuale. Non ha mai cercato il potere politico e ha preferito investimenti e giochi d’azzardo in borsa. Il principe ha tre titoli accademici, di cui uno in filosofia. Per la prima volta nella storia del regno sua figlia, una principessa, fu arrestata. C’è un altro problema altrettanto complicato relativo al petrolio, cioè con quale valuta il petrolio va venduto alla Cina, ancora una delle più grandi piattaforme di trading per i sauditi. Nel frattempo, l’Arabia Saudita continua a chiedere con insistenza solo dollari in cambio del petrolio agli importatori cinesi. Pechino è piuttosto infastidita da tale testardaggine, perché ha una vasta gamma di fornitori di petrolio da cui scegliere. Le autorità cinesi hanno cercato di fare capire a Riyadh che il fanatismo per il dollaro può costare parecchio. Tuttavia, il passaggio dal dollaro allo yuan sarebbe un duro colpo per gli Stati Uniti, l’alleato chiave del Regno, ma Riyadh si arrenderà prima o poi. Cosa succederà allora agli Stati Uniti?
A causa di ciò, il rifiuto di alcuni importanti produttori di petrolio dei pagamenti in dollari darebbe un colpo irreparabile agli Stati Uniti e contribuirà notevolmente al declino dell’impero statunitense e delle sue ambizioni egemoniche.Victor Mikhin, corrispondente di RANS, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Corea democratica e il suo programma missilistico

VPK-NEWSSouth FrontSi potrebbe dire che la situazione politica e militare nell’Asia-Pacificoa sia calma prima della tempesta. La corsa per preparare tutti a un conflitto tra “mondo libero” e “regime comunista totalitario” a Pyongyang propagato dai media occidentali ha raggiunto l’apice. Gli Stati Uniti concentrano le forze nell’est asiatico per colpire obiettivi militari e industriali nella Corea democratica. Tre gruppi d’attacco con portaerei (CSG) sono in attesa di ordini nel Mar del Giappone: USS CVN-68 Nimitz, USS CVN-71 Theodore Roosevelt e USS CVN-76 Ronald Reagan. Sono accompagnati da tre stormi aerei, per 72 jet F/A-18E e 36 vecchi jet F/A-18C di supporto. I CSG includono 18 cacciatorpediniere Arleigh Burke con 540 missili Tomahawk. Il Mar del Giappone è pattugliato dai sottomarini lanciamissili da crociera USS Michigan (SSGN-727) e USS Florida (SSGN-728), con altri 300 Tomahawk. Vi sono 6 bombardieri B-1B e B-52 e 3 bombardieri B-2 nucleari presso la Base Aerea Andersen di Guam. Tale potenza sorprendente è mobilitata non solo per spettacolo. Una vera minaccia d’attacco nucleare statunitense emerse durante la guerra di Corea del 1950-1953. Gli Stati Uniti svilupparono diversi piani per bombardare obiettivi-chiave in Corea democratica per avere un vantaggio strategico. I massimi vertici non riuscirono ad aprire la scatola di Pandora, ma la minaccia di distruzione nucleare era ancora presente anche dopo la guerra, anche se in misura minore. Probabilmente fu questo che spinse Kim Il-sung ad avviare il suo programma nucleare.Test d’indipendenza
Negli anni ’60 gli sviluppi iniziali furono permessi dai sovietici e in seguito dall’aiuto dei cinesi. Il Pakistan svolse un ruolo cruciale nel programma. Alla fine degli anni ’90 Abdulqadir Khan, “il padre della bomba nucleare d’Islamabad”, consegnò alla Corea democratica l’attrezzatura per l’arricchimento dell’uranio, 5000 centrifughe e la documentazione necessaria. Khan attirò l’attenzione pubblica dopo aver rubato i progetti di centrifughe quando lavorava nei Paesi Bassi, negli anni ’70. Secondo i funzionari dell’intelligence statunitense, scambiò compact disc coi dati chiave per le tecnologie missilistiche. Nel 2005, il presidente Pervez Musharraf e il primo ministro Shaukat Aziz ammisero che Khan fornì alla Corea democratica le centrifughe. Nel maggio 2008 lo scienziato che in precedenza aveva dichiarato di avere agito di propria volontà, si rimangiò le dichiarazioni e disse che il governo del Pakistan l’aveva denigrato, affermando che il programma nucleare nordcoreano era già avviato prima di essere contattato. All’inizio degli anni ’80, i migliori fisici del Paese erano riuniti nel Centro di ricerca scientifica nucleare di Yongbyon, a un centinaio di chilometri a nord di Pyongyang. Con l’aiuto dei cinesi, un reattore a grafite sperimentale da 20 MW fu costruito il 14 agosto 1985 e funzionò fino al 1989 quando fu fermato su pressione degli Stati Uniti, con ottomila barre di combustibile tratte dalla zona attiva. Le valutazioni su quanto plutonio sia stato generato dalla Corea democratica differiscono. Il dipartimento di Stato USA valuta la quantità di plutonio tra sei e otto chilogrammi, la CIA afferma che sono nove chilogrammi. Secondo esperti russi e giapponesi, ottomila barre di combustibile genererebbero non meno di 24 chilogrammi di plutonio. La Corea democratica riattivò il reattore più tardi: funzionò dal 1990 al 1994, quando si fermò di nuovo a causa della pressione degli Stati Uniti. Il 12 marzo 1993, Pyongyang dichiarò che intendeva non aderire al Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari e rifiutò di concedere all’AIEA l’accesso ai suoi programmi. Dal 1990 al 1994 furono costruiti altri due reattori Magnox (da 50 MW e 200 MW) a Yongbyon e Taechon. Il primo può produrre 60 chilogrammi di plutonio all’anno, sufficiente per 10 testate nucleari. Il reattore da 200 MW può produrre 220 chilogrammi di plutonio, sufficienti per 40 testate. In seguito alla risoluzione 825 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e alla minaccia degli attacchi aerei statunitensi, la Corea democratica cedette alle pressioni diplomatiche e interruppe il programma sul plutonio. Dopo la sospensione dell’accordo, a fine 2002, Pyongyang riattivò i reattori. Il 9 ottobre 2006, la Corea democratica dimostrò la sua potenza nucleare con un test sotterraneo. L’esplosione ebbe una potenza di 0,2-1 kiloton. Il 25 maggio 2009, la Corea democratica condusse un secondo test sotterraneo. L’US Geological Survey (USGS) riferì che l’esplosione ebbe una potenza maggiore, stimato da 2 a 7 kiloton. Il 12 febbraio 2013 l’Agenzia di stampa centrale della Corea democratica dichiarò che fu testata una piccola carica nucleare ad alta potenza. L’Istituto di geoscienza e risorse minerarie sudcoreano riferì che la potenza fu stimata in 7,7-7,8 kiloton. Il 9 settembre 2016, un terremoto di magnitudo 5,3 fu registrato alle 9.30. L’epicentro era a 20 km dal sito dei test di Punggye-ri. L’USGS lo definì esplosione nucleare. In seguito la Corea democratica dichiarò ufficialmente di aver condotto il suo quinto test nucleare. La potenza fu stimata tra 10 e 30 kiloton. L’8 gennaio 2017, il primo dispositivo termonucleare fu testato dalla Corea democratica. I sismologi cinesi registrarono un forte terremoto. La Corea democratica confermò di avere la bomba all’idrogeno lo scorso settembre. I sismologi di vari Paesi stimarono la magnitudo in 6,1-6,4, con centro sismico vicino al livello del suolo. Funzionari nordcoreani affermarono di aver detonato con successo una carica termonucleare. La potenza fu stimata tra 100 e 250 kiloton. L’8 agosto 2017, il Washington Post riferì che, secondo l’US Defense Intelligence Agency, la Corea democratica ha fabbricato 60 testate termonucleari che potrebbero essere montate su missili balistici e da crociera. Molti media occidentali pubblicarono foto che dimostrano come Pyongyang abbia una testata termonucleare da 500-650 kg.
Nonostante tutti gli sforzi nella difesa antimissile negli ultimi 60 anni, i media hanno pubblicato le opinioni incerte degli di esperti su un’efficace contromisura ai missili balistici di medio raggio ed intercontinentali. Un missile balistico strategico con testata nucleare è un asso militare, l’asso che molti Paesi desiderano avere nei giochi politici sul tavolo internazionale. Ma montare una testata nucleare su un missile balistico è un compito difficile. Tutti i membri del “club nucleare” impiegarono tempo ed ebbero difficoltà nel testare una bomba nucleare da montare su un missile. Ci vollero sette anni dal primo test nucleare statunitense per montare una testata nucleare W-5 da 1200kg sui missili da crociera MGM-1 Matador e Regulus-1, e ci vollero nove anni per creare le testate W-7 per i missili balistici tattici M-3 Honest John e Corporal. 30 test nucleari furono condotti durante questo periodo. Alcuni per migliorare peso e dimensioni delle bombe. Il dispositivo esplosivo da 4500 kg del W-3 fu ridotto a 750 kg del W-7, con un diametro che si restrinse da 125 cm a 62 cm rispettivamente. Il secondo compito importante fu adattare la testata alle alte velocità e temperature che si verificano durante il volo balistico. Il primo missile balistico a medio raggio sovietico, l’R-5M, con una testata nucleare fu provato nel febbraio 1956. La bomba atomica RDS-4 montata aveva un peso di 1300 kg. A quel tempo l’Unione Sovietica aveva condotto 10 test nucleari. La Cina aveva condotto quattro test nucleari quando il missile balistico a medio raggio DF-2 fu sottoposto a test di volo. A partire da Mk-1 Little Boy e Mk-3 Fat Man, tutte le bombe nucleari sono divise in due tipi. Le bombe del primo tipo sono le cosiddette armi a fissione, con la Mk-1 che ne è la “madre”. Il materiale fissile viene assemblato in una massa supercritica con l’uso del metodo del “cannone”: sparando del materiale sub-critico nell’altro. L’unico materiale attivo adatto a ciò è l’uranio arricchito U-235. Il secondo tipo è l’implosione, con la Mk-3 che ne fu il prototipo: una massa fissile di due materiali (U-235, Pu-239 o una combinazione) è circondata da esplosivi ad alta densità che comprimono la massa, con conseguente criticità. Pu239, U233 e U235 possono essere utilizzati come materiale attivo in questo caso. Il primo tipo è più semplice da produrre e quindi più facilmente disponibile per i Paesi meno sviluppati scientificamente. L’altro tipo richiede meno materiale attivo, ma è considerevolmente più difficile da costruire e richiede tecnologie avanzate. I dispositivi di tipo implosivo sono sfere cave concentriche. La prima sfera è costituita da materiale attivo (con raggio esterno di 7 cm nel caso dell’U235, 5 cm per il Pu239 e raggio interno di 5,77 e 4,25 rispettivamente). La seconda sfera di 2 cm di spessore è in berillio che devia i neutroni. Il terzo è una sfera di 3 cm realizzata in U238. La quarta sfera da 1 a 10 cm di spessore è di normale esplosivo. Il dispositivo è coperto con un paio di cm di alluminio. Il modello non è cambiato molto dalla Fat Man, tranne che per l’esplosivo obsoleto, l’Amatol del peso di 2300 kg. Oggigiorno le testate usano il PBX-9501 (W-88) di cui 6-8 kg bastano. Nel 1959 l’US Atomic Energy Commision sviluppò un modello matematico universale per il dispositivo implosivo nucleare e termonucleare come primo modulo. È obsoleto per i dispositivi russi e statunitensi contemporanei, ma per quelli nordcoreani sarebbe appropriato. Questo modello permette di stimare la potenza di un ordigno nucleare se se ne conosce il diametro. Un dispositivo di 28 cm avrebbe una potenza di 10 kiloton, di 40 cm 25, di 46 cm 100 e di 61 cm 1 megaton. La lunghezza del dispositivo corrisponde al diametro con un rapporto di 5 a 1, cioè se il dispositivo è largo 28 cm, la sua lunghezza sarà di 140 cm e il peso di 240 kg.Sfilata di Hwasong
L’Hwasong-5 è una copia del missile sovietico R-17 Elbrus (Scud-C). La Corea democratica se ne impossessò quando aiutò l’Egitto nel 1979-1980. Dato che i rapporti con l’Unione Sovietica erano tesi e che i cinesi erano inaffidabili, i nordcoreani iniziarono il reverse engineering degli R-17 “egiziani”. Il processo fu accompagnato dalla costruzione della relativa industria, con lo sforzo principale incentrato sulla fabbrica 125 di Pyongyang, l’Istituto di ricerca Sanum-dong e il sito di lancio di Musudan-ri. I primi prototipi furono sviluppati nel 1984. Denominati Hwasong-5 (designato dall’occidente come Scud-A Mod) i missili erano identici agli R-17 ricevuti dall’Egitto. I voli di prova furono condotti nell’aprile 1984, ma il primo lotto era limitato perché erano stati programmati solo per i voli di prova, per accertarne la qualità della produzione. La produzione in serie degli Hwasong-5 (Scud-B Mod) iniziò nel 1985. Questo tipo ebbe alcuni miglioramenti rispetto al progetto sovietico originale. La gittata con testata da 1000 kg migliorò da 280 a 320 km e il motore Isaev fu leggermente modernizzato. Esistono diversi tipi di carichi utili: a frammentazione, ad alto potenziale esplosivo, chimica e forse biologica. Durante l’intero ciclo di produzione, fino a quando l’Hwasong-6 fu sviluppato nel 1989, si sospetta che siano stati adottati diversi aggiornamenti, ma non sono disponibili dati precisi. Nel 1985, l’Iran acquistò 90-100 Hwasong-5 per 500 milioni di dollari. L’accordo includeva la tecnologia di produzione che aiutò Teheran ad avviare la propria produzione. Il missile fu chiamato Shahab-1 in Iran. Gli Emirati Arabi Uniti ne acquistarono un lotto nel 1989.
Hwasong-6 è un aggiornamento del precursore. Ha una gittata maggiore ed è più preciso. Entrò in produzione nel 1990. Circa 2000 missili furono prodotti entro il 2000, 400 dei quali venduti per 1,5-2 milioni di dollari. 60 missili furono consegnati all’Iran, dove vennero chiamati Shahab-2. Furono anche esportati in Siria, Egitto, Libia e Yemen.
Hwasong-7 (No Dong) è un missile balistico a medio raggio, divenuto operativo in Corea democratica nel 1998. Secondo gli esperti occidentali, ha un raggio d’azione di 1350-1600 km e può trasportare carichi utili da 760 a 1000 kg. Il No Dong fu creato dagli ingegneri nordcoreani, secondo gli esperti occidentali, col sostegno finanziario dall’Iran e l’aiuto tecnico della Russia. Apparentemente durante caos e collasso economico degli anni ’90, l’industria della Difesa russa vendette nuove tecnologie a tutti gli interessati. Si crede che il Makeev Design Bureau trasferì l’R-27 Zyb e l’R-29 Vysota alla Corea democratica. Il motore 4D10, secondo gli Stati Uniti, funse da prototipo per il No Dong. Questo è discutibile, non c’è nulla di straordinario nel fatto che No Dong e R-27 condividano alcune caratteristiche tecniche, in quanto almeno una dozzina di missili statunitensi, giapponesi ed europei sono davvero simili. Secondo l’intelligence degli Stati Uniti, il missile è propulso da un razzo a propellente liquido con carburante TM185 (20% benzina, 80% cherosene), ossidante AK-271 (27% N2O4 e 73% HNO3). La spinta è di 26600 kg (nel vuoto). Ma i motori 4D10 realizzati 50 anni fa utilizzavano un combustibile più sofisticato, l’UDMH, col 100% di N2O4 come ossidante. Il tempo di volo del No Dong è di 115,23 secondi. La velocità massima è di 3750 metri al secondo. Pesa 15850 kg, con la testata che si separa durante il volo del peso di 557,73 kg. Esistono varianti per l’esportazione in Pakistan e Iran. Il tempo di volo dipende dalla distanza e dal peso della testata. Un volo di 1100 km con una testata da 760 kg impiegherà 9 minuti e 58 secondi. Un volo di 1500 km con una testata di 557,73 kg impiegherà 12 minuti. Questo fu misurato dai satelliti statunitensi durante i test di lancio in Corea democratica, Pakistan e Iran.
Hwasong-10 (BM-25 o Musudan), sistema missilistico mobile a gittata intermedia. Fu mostrato per la prima volta nella parata militare per il 65.mo anniversario del Partito dei Lavoratori della Corea, il 10 ottobre 2010, anche se gli esperti occidentali ritengono fossero dei modelli. L’Hwasong-10 assomiglia all’R-27 Zyb, un SLBM sovietico, ma più lungo di 2 metri. Secondo i calcoli, grazie all’allungamento dei serbatoi di carburante, la gittata sarebbe di 3200-4000 km rispetto ai 2500 del prototipo sovietico. Dall’aprile 2016, l’Hwasong-10 fu testato numerose volte, con due test, a quanto pare, riusciti. L’arsenale della Corea democratica ne ha circa 50 lanciatori. Con una gittata ipotizzata a 3200 km, il Musudan può colpire qualsiasi obiettivo in Asia orientale, comprese le basi militari statunitensi a Guam e Okinawa. La Corea democratica ha venduto una versione del missile all’Iran col nominativo BM-25, indicando la gittata (2500 km). L’Iran ha designato il missile Khorramshahr e trasporta 1800 kg di carico utile per 2000 km (l’Iran sostiene di aver deliberatamente ridotto la gittata per rispettare le proprie leggi). Questa gittata basta a colpire non solo Israele, Egitto ed Arabia Saudita, ma anche membri della NATO come Romania, Bulgaria e Grecia. Secondo Teheran, il missile può trasportare diverse testate, molto probabilmente MRV.
Hwasong-12, a giudicare dalle foto del lancio sperimentale del 14 maggio 2017, è il progetto di un missile a un solo stadio dal peso iniziale di 28 tonnellate, propulso da quattro razzi a propellente liquido. Secondo le prime valutazioni, l’Hwasong-12 avrebbe una gittata di 3700-6000 km. L’Hwasong-12 era montato su un autoveicolo Wanshan WS51200 di fabbricazione cinese, durante la parata militare dell’aprile 2017. È probabile che sostituisca l’inaffidabile Hwasong-10.
Hwasong-13 (No Dong-C) è un ICBM. Per qualche tempo fu considerato un missile a gittata intermedia. I test del motore per il nuovo missile furono segnalati dagli osservatori occidentali alla fine del 2011. Il sistema fu mostrato per la prima volta nella parata a Pyongyang del 15 aprile 2012. I missili erano equipaggiati con testate di simulazione. Alcuni ipotizzano che i missili siano dei prototipi, poiché vi sono dubbi che sia possibile trasportare missili a propellente liquido di tali dimensioni senza un contenitore, a causa dell’alta probabilità della deformazione meccanica del guscio. Un altro progetto, anche se simile, fu mostrato alla parata del 70.mo anniversario della fondazione della Corea democratica, il 10 ottobre 2015. È possibile che nel 2012 siano stati mostrati finti modelli leggermente diversi per disinformare e siano stati mostrati nel 2015 quelli reali. Il sistema è montato su un autoveicolo cinese WS51200.
Hwasong-14 è lo sviluppo più recente. È un ICBM in fase di completamento, ed è in preparazione per i test di lancio. È designato dalla NATO KN-20. Fu mostrato per la prima volta in una parata militare nel 2011, ma il primo lancio di prova avvenne il 4 luglio 2017, raggiungendo l’apogeo di 2802 km, atterrando a 933 km nel Mar del Giappone. Secondo le classificazioni internazionali è un ICBM, poiché il suo apogeo era superiore ai 1000 km e la gittata ai 5500 km. Secondo gli analisti, la gittata dell’Hwasong-14 è stimata in 6800 km. È in grado di raggiungere l’Alaska e il territorio continentale degli Stati Uniti. Un secondo test di lancio fu condotto il 28 luglio 2017, su una traiettoria con apogeo di 3724,9 km, atterrando a 998 km nel Mar del Giappone. Il tempo di volo totale fu di 47 minuti e 12 secondi. Secondo la Russia, tale missile potrebbe colpire obiettivi a una distanza di 10700 km, rendendolo capace di colpire qualsiasi obiettivo sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Considerando la rotazione terrestre, Chicago e forse New York sono a portata. Il New York Time suggerì che i motori dell’Hwasong-14 si basassero sull’RD-250 di fabbricazione ucraina. Juzhmash li avrebbe consegnati alla Corea democratica. L’esperto statunitense Michael Elleman dice che anche la documentazione del costruttore fu acquistata con alcuni motori. Secondo l’intelligence sudcoreana, Pyongyang ha ricevuto da 20 a 40 RD-251 dall’Ucraina. Kiev lo nega. Joshua Pollak, caporedattore di The Nonproliferation Review, nota che la fuga di dati dell’RD-250 dall’Ucraina è possibile, ma il primo stadio dell’Hwasong-14 fu probabilmente sviluppato in collaborazione con l’Iran. Anche se la Corea democratica avesse accesso alla documentazione tecnica o ai motori 4D10, 4D75 o RD-250, usarli è fuori questione per Pyongyang. Il fatto è che la produzione chimica della Corea democratica è debole, e non saprebbe produrre uno dei componenti del carburante eptilico (dimetilidrazina asimmetrica UDMH). Pyongyang dovrebbe comprarla in Russia o Cina, il che è impossibile per l’embargo. I nordcoreani hanno usato un trucco ben noto: hanno solo ingrandito il motore Isaev 9D21 per adattarne la potenza necessaria.
Pukguksong-2 (KN-15) è un missile balistico a raggio intermedio a combustibile solido e lancio a freddo. È la variante terrestre dell’SLBM KN-11. Il suo primo volo di prova avvenne il 12 febbraio 2017, nonostante la Corea democratica avesse testato la variante sottomarina KN-11 nel maggio 2015. Non si sa molto delle capacità del KN-15. Nel febbraio 2017, il missile raggiunse un’altitudine di 550 km e volò per circa 500 km, quasi come i test del KN-11 dell’agosto 2016. Questa traiettoria non ottimale e deformata permette di sostenere che il KN-15 possa colpire bersagli nel raggio di 1200-2000 km. Il motore a combustibile solido consente di sparare il missile subito dopo aver ricevuto l’ordine. Tali missili richiedono meno mezzi ausiliari e personale, il che consente maggiore flessibilità operativa. Attualmente l’unico missile balistico operativo in Corea democratica è il KN-02. Una delle novità è il lancio del missile da un sistema di trasporto e lancio (TEL). Questo è chiaramente influenzato da tecnologie russe. Il TEL è realizzato in acciaio consentendo di utilizzare il contenitore più volte. I test del KN-15 sono degni di nota perché condotti utilizzando una piattaforma di lancio cingolata che assomiglia al vecchio sistema 2P19 basato sull’ISU-152. Questo differenzia il KN-15 dagli altri sistemi missilistici della Corea democratica che utilizzano piattaforme ruotate e quindi limitate alle strade. Il sistema cingolato consente la flessibilità necessaria per la Corea democratica, in quanto ha solo circa 700 km di strade asfaltate. Si presume che il lanciamissili sia basato sul carro armato T-55. Ciò dimostra che la Corea democratica può sviluppare lanciamissili autonomamente poiché non può comprarli in Russia e Cina a causa dell’embargo sulle armi. Il KN-15 è anche considerato simile a JL-1 e DF-21, il che solleva la possibilità che sia stato realizzato basandosi su tecnologia cinese. I loro profili sono simili e la velocità di sviluppo del KN-15 solleva sospetti. Le somiglianze fisiche sono un metodo inaffidabile per discernere l’origine di un missile, considerando le somiglianze fisiche complessive tra SLBM e missili a combustibile solido. Il 21 maggio 2017, la Corea democratica effettuò un secondo riuscito lancio di prova del KN-15. Il missile volò per 500 km, raggiungendo un’altitudine di 550 km, e cadde in mare. Le somiglianze del missile con l’SLBM statunitense Polaris A-1 sono evidenti. Peso e dimensioni sono quasi gli stessi: i missili hanno un diametro di 1,4 m e 1,37 m, la lunghezza rispettivamente di 9,525 m e 8,7 m. Il peso iniziale del KN-11/15 è probabilmente simile a quello del Polaris A-1, 13100 kg. Ma il missile nordcoreano è un prodotto più completo e moderno. Gli stadi del KN-11/15 sono realizzati in materiale composito similmente a un bozzolo, mentre quelli del Polaris A-1 sono realizzate in acciaio AM3-256 al vanadio.
La Corea democratica è una noce dura da spezzare. Cercate di non rompervi i denti, imperialisti!Traduzione di Alessandro Lattanzio – AuroraSito