Come fu fermato “l’effetto Skripal”

Ulson Gunnar, LD, 22 maggio 2018Qualche anno fa la storia dell’ex-agente russo Sergei Skripal presumibilmente avvelenato da un agente nervino mortale nel Regno Unito, presumibilmente dallo Stato russo, avrebbe scosso la geopolitica e posto un’immensa pressione su Mosca. Oggi, mentre certamente ha fatto tremare la geopolitica, è stato più una narrazione che sbatteva su un muro che dall’avere l’impatto desiderato sul Cremlino. Mentre la disfatta della credibilità del Regno Unito ha giocato un ruolo importante nel fallimento di tale narrativa, i media alternativi crescenti esponevano e riducevano la vera natura della credibilità inglese, in primo luogo. Gli analisti hanno collegato l’affare Skripal con una serie di altre manovre geopolitiche anglo-statunitensi, tra cui i finti attacchi chimici in Siria e il successivo attacco missilistico lanciato contro lo Stato siriano. Tuttavia, tali pretesti fallivano, lasciando le capitali occidentali sempre più esposte e prive della legittimità che avevano in passato.

I media della Russia
I media internazionali della Russia hanno avuto un ruolo significativo nell’informare il pubblico globale sulle alternative alla narrativa Skripal del Regno Unito, oltre a sfidarla direttamente. La crescente influenza dei media internazionali della Russia ha contribuito a bilanciare il discorso globale un tempo dominato esclusivamente dai media statunitensi ed europei. Sono lontani i tempi dei goffi media sovietici. I moderni media russi hanno compiuto una mossa da judo di pubbliche relazioni, usando le tecniche più efficaci dei media occidentali contro l’occidente. Quando questo coinvolge i programmi più disonesti e aggressivi guidati dagli interessi speciali occidentali, entrano in risonanza con un pubblico globale sempre più disilluso dai media occidentali. Al momento, i media alternativi globali composti da piccoli media indipendenti e persino singoli individui hanno tratto beneficio dal lavoro coi moderni media russi. Nonostante le affermazioni su “influenza russa” e “propaganda russa”, è opportuno notare che cittadini ed organizzazioni nel mondo che vi contribuiscono, vengono intervistati e appaiono sui media russi, non diversamente da quelli che appaiono sulle reti statunitensi ed europee. I tentativi di ritrarli diversi si basano sul presupposto che i media occidentali siano moralmente superiori, tuttavia tale supposizione si basa su decenni, se non secoli di eccezionalità allevati da un’egemonia immorale. I media indipendenti e singoli giornalisti e analisti dai punti di vista alternativi ai principali media statunitensi ed europei sono sistematicamente esclusi dalle piattaforme per comunicare queste opinioni. Contrariamente ai presunti valori occidentali della “libertà di parola” e all’obiettività di una “stampa libera”, le azioni dei media occidentali promuovono tutto tranne queste. Finché i media russi si concentreranno su questioni come società globale corrotta, aggressione militare globale e altre questioni globali che non sono discusse liberamente e onestamente in occidente, questa partnership continuerà a prosperare. I tentativi del Regno Unito d’incastrare la Russia in un attacco da “agente nervino” a Sergej Skripal e figlia sul suolo inglese, e quindi trascinare in modo disonesto gli inglesi a uno scontro con la Russia, minacciano non solo gli interessi di Mosca, ma anche del pubblico inglese.

I media alternativi
Mentre i media statali della Russia hanno sicuramente contribuito a contrastare la narrativa del Regno Unito su Skripal, vi hanno contribuito anche migliaia di media e persone indipendenti nel mondo. Personalità e analisti con un vasto pubblico su social media e piattaforme video come Twitter, Facebook e YouTube sono un contrappeso sempre più importante ai media aziendali occidentali. Per illustrare l’efficacia dei media alternativi, i media occidentali hanno intenzionalmente e disonestamente tentato di raggrupparli coi media internazionali russi per minarne la credibilità.

La percezione pubblica non è tutto, ma non è neanche nullo
Mentre la verità sull’affare Skripal deve ancora essere svelata, con Sergej Skripal e sua figlia scomparsi dal pubblico e dalle menzioni ufficiali, e mentre non è ancora sicuro perché il governo inglese s’inventò tale incidente, che sembra legato a l’attacco chimico inscenato a Duma, in Siria. L’affare Skripal potrebbe essere stato volto a minare la credibilità russa al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prima del finto attacco chimico di Duma. Se le cose avessero funzionato secondo i piani, una risposta “internazionale” molto più audace e muscolare avrebbe potuto essere organizzata dagli Stati Uniti, costringendo la Russia a fare marcia indietro in Siria e potenzialmente a togliere al governo siriano la sua protezione politica e militare. Tuttavia, questo non è accaduto per una serie di motivi. L’equilibrio militare in Medio Oriente potrebbe ancora favorire Stati Uniti ed alleati, ma è un vantaggio che può essere sfruttato solo con un conflitto molto più ampio di quello attuale in Siria. Sarà difficile per gli Stati Uniti creare la giusta combinazione di provocazioni e manipolazioni della percezione pubblica per giustificare il conflitto necessario per far avanzare la loro agenda in Siria. L’affare Skripal falliva nell’impatto desiderato sulla percezione pubblica nei confronti della Russia presso le Nazioni Unite. Eppure gli Stati Uniti erano pronti a continuare con le provocazioni e poi gli attacchi alla Siria. È sempre difficile quantificare quanto percepisca l’opinione pubblica del processo decisionale. La potenza militare di Washington non è direttamente influenzata dalla percezione pubblica, ma un pubblico non convinto e riluttante può indebolire indirettamente e imprevedibilmente le operazioni militari. Con ciò in mente, si nota perché nazioni come Russia, Cina ed Iran hanno sviluppato i propri media internazionali, conquistandosi uno spazio nel pubblico globale dominato dall’occidente. L’impatto di ciò potrebbe non avere di per sé fermato l'”effetto Skripal”, ma certamente l’attenuava. Con una solida politica estera composta da incentivi e deterrenti, Mosca lo fermava del tutto. L’affare Skripal diventava uno scandalo, col governo inglese che ha più da spiegare dei presunti assassini del Cremlino, su cui non c’erano prove. Mentre la Russia raccoglie i frutti di anni di sviluppo della propria presenza nel pubblico globale, le altre nazioni del mondo in via di sviluppo dovrebbero considerare i meriti nel creare propri media internazionali per dare la propria visione al pubblico globale e riflettere i propri interessi. Attualmente, molte nazioni in via di sviluppo hanno un corpo di giornalisti addestrati e indottrinati dall’occidente. Quando ritornano nelle nazioni d’origine, i loro articoli riflettono gli interessi occidentali, non nazionali. Spesso sviluppano legami diretti coi media e persino le ambasciate occidentali, compromettendone ulteriormente non solo l’integrità di giornalisti, ma anche la capacità di rappresentare almeno gli interessi delle popolazioni locali che disinformano.
Nazioni come Russia e Cina che esportano tecnologia e sistemi di difesa, potrebbero potenzialmente esportare i loro successi mediatici internazionali aiutando le altre nazioni a costruire media efficaci che riflettano gli interessi di ciascuna nazione. A differenza degli Stati Uniti, che finanziano i media delle nazioni bersaglio servendo da mero sostegno dell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti; Russia e Cina darebbero gli strumenti ad altre nazioni per difendere il proprio spazio informativo. Anche se gli interessi di queste nazioni potrebbero non coincidere sempre con Mosca o Pechino, sicuramente non si sottoporranno mai all’egemonia occidentale, affrontando il comune risentimento di numerose nazioni, ben oltre le sole Russia e Cina.Ulson Gunnar, analista geopolitico e autore di New York

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La campagna di Trump contro l’Iran non raggiungerà i suoi obiettivi

Moon of Alabama 21 maggio 2018L’amministrazione Trump ha reso perfettamente chiaro oggi che vuole il cambio di regime in Iran con qualunque mezzo. In un discorso ben promosso alla Heritage Foundation, il segretario di Stato Pompeo presentava dodici pretese all’Iran, minacciando le “sanzioni più forti della storia” se non saranno soddisfatte. Ma tali pretese non hanno senso, dimostrando solo l’incompetenza dell’amministrazione Trump. I mezzi che l’amministrazione Trump ha predisposto per raggiungere tali obiettivi sono irreali e, anche se adottabili, insufficienti a raggiungere i risultati desiderati. All’Iran viene chiesto d’interrompere l’arricchimento dell’uranio, richiesta irricevibile dall’Iran. Il programma ha ampio sostegno politico iraniano in quanto considerato attributo della sovranità. Pompeo chiede che l’Iran chiuda il reattore ad acqua pesante. L’Iran non può chiuderlo. Non ce l’ha. Ciò che costruiva ad Arak fu chiuso con l’accordo nucleare (JCPOA). Calcestruzzo fu versato nel nucleo sotto la supervisione degli ispettori dell’AIEA. Come può il segretario di Stato degli Stati Uniti fare tale richiesta insensata in un discorso preparato? Un’altra richiesta è che l’Iran ponga fine al sostegno alla resistenza palestinese. Anche questo è irricevibile dall’Iran finché continua l’occupazione sionista della Palestina. Esiste una richiesta che l’Iran non sviluppi missili “nucleari”. L’Iran si era già impegnato col JCPOA distrutto da Trump. Un’altra richiesta è che l’Iran ritiri le truppe dalla Siria e metta fine alle interferenze in Iraq, Yemen, Afghanistan e altrove. Tali pretese richiedono il cambiamento generale del carattere e delle politiche nazionali dell’Iran, dovrebbe diventare il Lichtenstein. L’amministrazione Trump non ha modo di raggiungere tale obiettivo.
Con un lavoro scrupoloso, l’amministrazione Obama ottenne che gran parte del mondo accettasse le sanzioni contro l’Iran. Era possibile perché gli altri Paesi si fidavano delle rassicurazioni di Obama sul fatto che avrebbe rispettato l’accordo seriamente negoziato. L’unità internazionale e la fiducia erano necessarie per raggiungere l’accordo nucleare. Ora Trump vuole molto di più, ma non ha un fronte internazionale dietro. Nessuno si fida della sua parola. Gli europei sono infuriati perché Trump li minaccia con sanzioni secondarie se aderiscono all’accordo e continuano a trattare con l’Iran. Anche se alla fine si piegassero smettendo di trattare con l’Iran, tenteranno di eludere le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti. Né Cina, Russia o India smetteranno di fare affari con l’Iran. Per loro le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti aprono nuovi mercati. La compagnia petrolifera francese Total annunciava la fine dello sviluppo del giacimento di gas del Sud Pars in Iran, per evitare le sanzioni secondarie statunitensi su altri interessi. La Cina ha detto “grazie” e assunto il controllo dei lavori. Anche la Russia salterà dove può. La sua agricoltura consegnerà tutto ciò di cui l’Iran ha bisogno, e continuerà a vendere armi all’Iran. Cina, India e altri continueranno a comprare petrolio iraniano. L’amministrazione Trump causerà del dolore economico. Inoltre renderà Stati Uniti ed Europa più deboli e Russia e Cina più forti. La minaccia di sanzioni secondarie porterà infine alla creazione di un’economia globale parallela sicura da sanzioni. Lo scambio di informazioni bancarie SWIFT che gestisce i pagamenti internazionali tra banche può essere sostituito da sistemi Paese a Paese che non dipendono da istituzioni sanzionabili. Il dollaro USA come mezzo di scambio universale sarà evitato usando altre valute o baratto. L’uso insensato delle sanzioni economiche e finanziarie finirà per distruggere la capacità degli Stati Uniti di usarle come strumento di politica estera.
Il discorso di Pompeo unirà il popolo dell’Iran. I neoliberisti moderati dell’attuale presidente Rouhani si uniranno ai nazionalisti nella resistenza. Le richieste vanno ben oltre ciò che qualsiasi governo iraniano potrebbe concedere. Un Iran in cui conta la volontà del popolo non sarà mai d’accordo. L’unico modo con cui l’amministrazione Trump potrebbe raggiungere i suoi obiettivi è il cambio di regime, ma fu già provato fallendo. La “rivoluzione verde” fu fortemente sostenuta da Obama, ma venne facilmente sventata. I vari assassinii in Iran non ne hanno cambiato la politica. Dimensione e geografia dell’Iran rendono impossibile una campagna militare diretta come in Libia. L’Iran può reagire a qualsiasi attacco colpendo gli interessi statunitensi nel Golfo. Gli Stati Uniti possono e probabilmente continueranno ad attaccare forze ed interessi iraniani in Siria e altrove. Il suo esercito infastidirà l’Iran nel Golfo. La CIA proverà ad alimentare i disordini interni e le sanzioni danneggerebbero l’economia iraniana. Ma nulla di tutto ciò può cambiare lo spirito nazionale dell’Iran, espresso dalla propria politica estera. Tra uno o due anni l’amministrazione Trump scoprirà che le sue sanzioni sono fallite. Ci sarà la spinta ad un attacco militare diretto all’Iran, ma i piani per tale attacco furono fatti sotto George W. Bush. All’epoca il Pentagono consigliò che una guerra del genere avrebbe causato perdite molto gravi ed era probabile che fallisse. Quindi è dubbio che ci sarà mai. Cos’altro l’amministrazione Trump può fare, quando il suo piano A è fallito?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Maduro rieletto Presidente col 68% dei voti

Thierry Deronne, Caracas, Venezuela Infos, 21 maggio 2018Il Vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera l’annunciò pochi giorni prima: “Il popolo del Venezuela ora detiene, ancora una volta, la chiave per il futuro dell’America Latina. Proprio come due secoli fa, ai tempi di Simon Bolivar, il suo ruolo storico è proteggere il nostro continente da un impero ed impedire che spazzino via gli altri capisaldi della resistenza. Dopo quattro anni di guerra economica, il compito è stato difficile, come gli indigeni di Autana, nello stato di Amazonas, si allineavano sotto la pioggia per attraversare il fiume Orinoco e votare.
La campagna di destra consisteva, attraverso la maggioranza dell’economia privata, nell’aumentare i prezzi oltre quanto era noto finora, e promuovere il boicottaggio del voto, paralizzando persino i trasporti nella regione della capitale il giorno delle elezioni. Un diritto sotto una forte influenza esterna, in osmosi cogli annunci anticipati da Unione Europea e Casa Bianca di rifiutare il verdetto delle urne. In una conferenza stampa tenuta poco prima dell’annuncio dei risultati, il candidato dell’opposizione Henri Falcon improvvisamente si rifiutava di riconoscere la legittimità delle elezioni e chiese di organizzarne un’altra, mentre criticava la destra radicale: ¨oggi è chiaro che questa richiesta di astensione ha perso un’opportunità straordinaria di porre fine alla tragedia che il Venezuela vive”. Col 92,6% dei voti contati, il Centro elettorale nazionale dava i primi risultati ufficiali, irreversibili. La partecipazione totale ammontava al 46%, 8 milioni 360 mila voti. Di questi, 5 milioni 823 mila andavano al candidato Nicolas Maduro che ha vinto le elezioni presidenziali con quasi il 68% dei voti. Da parte sua, l’avversario Henry Falcon ottenne 1820552 voti o 21%, l’evangelista Javier Bertucci 925042 voti (11%) e Reinaldo Quijada 34614 voti. La Costituzione venezuelana, nell’articolo 228, recita: “sarà proclamato vincitore il candidato che ha ottenuto la maggioranza dei voti validi“: qualunque sia il livello di partecipazione, è la maggioranza semplice che determina la vittoria. Va detto che il “nucleo duro” del chavismo, che ha sempre oscillato tra 5 e 6 milioni di voti, è rimasto intatto e che l’astensione riguarda essenzialmente l’opposizione. La pressione della guerra economica e le sanzioni eurostatunitensi si sono scontrate con la fibra storica della resistenza popolare e persino risvegliando l’intera organizzazione di base, specialmente nella distribuzione e produzione di cibo, in un’alleanza concreta con le misure sociali e i programmi di Nicolas Maduro.
Dopo 26 giorni di campagne ufficiali che hanno visto quattro candidati annunciare proposte antagoniste nei media, il Centro Nazionale Elettorale installava 14638 seggi elettorali nel Paese. C’erano circa 2000 osservatori internazionali, tra cui le nazioni caraibiche della CARICOM, Unione africana e CEELA, il Consiglio degli esperti elettorali dell’America latina. Furono organizzati 17 osservazioni del sistema elettorale. Composto in maggioranza dai presidenti dei tribunali elettorali nazionali di Paesi governati dalla destra, il Consiglio degli esperti elettorali latinoamericani spiegava per voce del suo presidente Nicanor Moscoso: “Abbiamo avuto incontri con ciascuno dei candidati che hanno accettato i risultati di ispezioni e controlli. Siamo alla presenza di un processo trasparente e armonioso“. Luis Emilio Rondón, Rettore del Centro elettorale nazionale e membro dell’opposizione, affermava pubblicamente che il voto offriva le stesse garanzie di trasparenza delle elezioni del 2015, vinte dalla destra con due milioni di voti di vantaggio. L’ex-Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, presente come osservatore, ricordava che le elezioni venezuelane si sono svolte con assoluta normalità. “Ho assistito al voto in quattro centri: flusso permanente di cittadini, poco tempo di attesa per votare. Sistema molto moderno con doppio controllo. Da quello che ho visto, un’organizzazione impeccabile. Nessuno può mettere in discussione le elezioni in Venezuela e su tutto il pianeta non ci sono elezioni più controllate che in Venezuela”. Un altro osservatore, l’ex-primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, dichiarava che la posizione di Stati Uniti e Unione europea di “disapprovazione” delle elezioni presidenziali in Venezuela, prima che avessero luogo, era un'”assurdità”, ammettendo di essere “un po’ arrabbiato per ciò che era in gioco. È molto grave dire ad un Paese: queste elezioni non sono utili, sono inutili, prima che abbiano luogo. È segno d’irresponsabilità nei confronti di un popolo e del suo futuro. Che posizioni così importanti siano state prese con così pochi elementi di giudizio, mi spaventa”. Zapatero metteva in discussione i pregiudizi dell’UE contro il Venezuela: “Perché l’ha fatto col Venezuela? Non è ragionevole, non è facile da spiegare(…) Credo che l’Unione europea debba ridiventare una potenza regionale che dia priorità a dialogo e pace. Credo che l’America Latina si aspetti che l’Unione europea punti al dialogo”. Zapatero prese come esempio Cuba: “Dopo tutto abbiamo sentito parlare di Cuba, ora c’è un totale cambiamento di situazione, è molto facile discutere con Cuba. L’atteggiamento nei confronti del Venezuela rimane un grande mistero. Chi dice prima di aver sperimentato che le condizioni non sono soddisfatte per le elezioni in Venezuela è un indovino o è prevenuto. Se il governo bolivariano volesse frodare, non avrebbe invitato il mondo intero ad osservare le elezioni. Ma a parte l’Organizzazione degli Stati americani (OAS), il mondo intero è stato invitato a vivere il processo elettorale. Unione europea e ONU non hanno esperti per verificare un processo elettorale? Certo che li hanno, ma siamo bloccati da un grave pregiudizio, da dogmi che portano al fanatismo e al disastro”. Concludeva dicendo che “si deve venire sul campo. Vita ed esperienza politica consistono nel bandire i pregiudizi e conoscere la verità da sé”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump il fantoccio, tra l’accordo iraniano e l’accordo nordcoreano

Wayne Madsen, SCF 17.05.2018

Dopo aver abrogato illegalmente la firma degli Stati Uniti sull’accordo nucleare congiunto con l’Iran, il JCPOA, Donald Trump non solo è disposto a offrire un accordo nucleare alla Repubblica popolare democratica di Corea, ma ha anche il suo segretario di Stato, Michael Pompeo, addolcisce la prospettiva con una promessa da miliardi di dollari di investimenti nelle infrastrutture della Corea democratica. Nel frattempo, Trump è pronto a istituire sanzioni secondarie contro qualsiasi Paese, compresi i restanti firmatari del JCPOA, che continuano a fare accordi con l’Iran. L’unico Paese che trarrà vantaggio da tale politica di proliferazione nucleare statunitense sconnessa e ipocrita è Israele. E’ il governo di estrema destra del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, aiutato dalla troika miliardaria ebraico-statunitense di trafficanti d’influenza politica, Sheldon Adelson, Paul Singer e Bernard Marcus, che aveva convinto Trump a spazzare via il JCPOA. Le due nuove aggiunte di Trump al suo team nazionale per la sicurezza e la politica estera, Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, hanno a lungo sostenuto la fine del JCPOA, accusando l’Iran di violarlo. Nulla è più lontano dalla verità, come dimostrato dalle relazioni conclusive sul programma nucleare iraniano dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, dall’intelligence del Mossad e dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti. Israele preannunciava la resa dei conti con l’Iran, iniziata in Siria, dove unità paramilitari iraniane e gli alleati Hezbollah furono colpiti da attacchi missilistici israeliani. Non così silenziosamente dietro gli israeliani, nel tentativo di provocare l’Iran, ci sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn. In effetti, il Bahrayn, che ospita la Quinta Flotta della Marina USA e supervisiona la sanguinosa repressione della propria maggioranza sciita, appoggiava apertamente Israele nella resa dei conti con l’Iran nel Golan, in Siria. Il ministro degli Esteri del Bahrayn Qalid bin Ahmad al-Qalifa twittava: “Finché l’Iran cambierà la situazione attuale nell’area e sfrutterà altri Paesi usando il suo potere e i suoi missili, allora ogni Paese in questa regione, anche Israele, ha diritto di difendersi distruggendo la fonte del pericolo“. Il Bahrayn e gli alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), ad eccezione dell’Oman, non hanno mostrato tanta simpatia per gli yemeniti massacrati dal genocidio progettato da sauditi ed emirati, col sostegno israeliano e statunitense.
Trump fa regredire le relazioni occidentali con l’Iran e giocando direttamente per conto degli israeliani. Mentre gli agenti d’influenza d’Israele nel dipartimento per il Controllo dei Beni Esteri del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (OFAC) hanno stilato le liste di sanzioni primarie e secondarie contro l’Iran, in violazione del JCPOA e, nel caso degli altri partner commerciali dell’Iran, dell’Organizzazione mondiale del commercio, Israele continua a importare segretamente petrolio iraniano da Turchia e i Paesi Bassi. Queste transazioni segrete sono gestite da Eilat-Ashkelon Pipeline Co (EAPC) e Trans-Asiatic Oil, Ltd., che acquistano petrolio dall’Iran sin dai giorni dello Shah. Il petrolio iraniano, raffinato nelle strutture israeliane di Haifa e Ashdod, arriva alle auto guidate degli israeliani tutti i giorni. Gli israeliani nascondono le loro transazioni con la National Iranian Oil Company di proprietà statale, tramite una serie di società di comodo, come la Eilat Corporation, con sede a Panama; e l’holding denominata APC Holdings, con sede a Halifax, in Nuova Scozia; e Fimarco Anstal, società di facciata iraniana a Vaduz, in Liechtenstein. In un caso piuttosto tipico di “fare come diciamo e non come facciamo”, il governo israeliano vuole che le sanzioni all’Iran si applichino a tutti i Paesi tranne Israele. Non solo Israele beneficia economicamente e politicamente delle sanzioni re-imposte sull’Iran, ma potrà raccogliere grandemente i dividendi dall’apertura delle relazioni USA con la Corea democratica. Mentre l’amministrazione Trump vuole imporre sanzioni all’Iran, che ha abbandonato il programma nucleare di concerto col JCPOA e non è mai stato nemmeno vicina a possedere armi nucleari, è disposta a gettare miliardi nello sviluppo economico della Corea democratica, se rinuncia ai propri programma di armi nucleari ed arsenale di testate nucleari. Pompeo, dopo aver incontrato i funzionari nordcoreani a Pyongyang e essersi assicurato la liberazione di tre prigionieri statunitensi in Corea democratica, in preparazione del summit di giugno a Singapore tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, dichiarava: “Se la Corea democratica intraprende azioni coraggiose per denuclearizzare rapidamente, gli Stati Uniti sono pronti a lavorare per raggiungere la prosperità alla pari dei nostri amici sudcoreani“. Se Pompeo è serio, gli Stati Uniti potrebbero investire miliardi nell’economia nordcoreana per pareggiarla con quella della Corea del Sud. Non saranno gli Stati Uniti a trarre vantaggio da un’economia mista socialista di mercato in Corea democratica, ma un altro Paese e un finto “amico” degli USA che ha intrecciato una relazione occulta con la Corea democratica da decenni: Israele. Non più vincolato dalle sanzioni internazionali imposte alla Corea democratica, saranno le compagnie israeliane, che già hanno contatti nel governo nord-coreano, ad avere potere finanziario in Corea democratica.
I legami clandestini d’Israele con la Corea democratica risalgono alle operazioni dell’Israel Corporation, che controllava Israel Aircraft Industries e Zim Israel Navigation Shipping Company. Eisenberg fu il primo israeliano a stabilire legami commerciali con la Repubblica popolare cinese, che alla fine estese a Corea democratica e Cambogia dei Khmer Rossi. Le principali esportazioni di Eisenberg in Cina e Corea democratica erano le armi. Alla fine della vita, Eisenberg si trovava più spesso a Pechino, dove morì nel 1997, che a Tel Aviv. Come per le attività petrolifere occulte d’Israele con l’Iran, le vendite di armi di Eisenberg a Cina e Corea democratica furono gestite da una società per azioni a Panama denominata United Development, Inc. Il 5 dicembre 2007, il giornale giapponese “Yomiuri Shimbun” riferì che Israele conduceva operazioni segrete con la Corea democratica nei primi anni ’90 coinvolgendo investimenti israeliani su una miniera d’oro della Corea democratica. Il giornale anche riferì che “un alto funzionario del Ministero degli Esteri israeliano ricevette una telefonata da un alto funzionario della Corea democratica, che chiese: “Ti piacerebbe tenere colloqui col marito della figlia di Kim Il-sung, Kim Kyong-hui, responsabile dello sviluppo dei missili?”” Il genero del fondatore nordcoreano Kim Il-sung era Chang Song-taek, Primo vicedirettore del Dipartimento Organizzazione e Guida del governo del Partito dei lavoratori coreani. Nel 2004 i media neozelandesi riportarono che l’agente del Mossad Zev William Barkan, alias Lev Bruckenstein, ricercato in Nuova Zelanda per aver illegalmente tentato di ottenerne dei passaporti, si presentò a Pyongyang come consigliere per la sicurezza del governo nordcoreano. Barkan e altri agenti del Mossad erano a Pyongyang per negoziare un accordo per costruire un muro di sicurezza tipo West Bank, lungo il confine con la Cina, che doveva essere dotato di rilevatori di movimento e di apparecchiature per la visione notturna fabbricati in Israele. Il popolo nordcoreano, isolato da così tanto tempo da altre nazioni, è naturalmente diffidente nei confronti degli stranieri. Perciò, il Mossad scelse di affidarsi agli agenti cristiano-evangelici sud-coreani che lavorano nel Nord, individui che potevano integrarsi nella società nordcoreana. Diversi interlocutori israeliani a Pyongyang convinsero il governo di Kim Jong-un che i coreani, come “popolo turco”, sono una delle tribù perdute d’Israele. Il concetto di autosufficienza nordcoreana “Juche” ben si combinava con la politica israeliana del “kibbutzismo”, che sottolinea anche l’autosostentamento. In realtà, gli israeliani cercavano di essere gli intermediari tra Corea democratica e Paesi che attuano sanzioni commerciali dirette contro Pyongyang, proprio come gli israeliani fanno con l’Iran, dagli accordi segreti sul petrolio all’acquisto di pistacchi, caviale e tappeti attraverso intermediari in Turchia. Israele compra annualmente 26 milioni di dollari di pistacchi iraniani, irritando l’industria del pistacchio della California. Marc Rich, sanzionatore statunitense-israeliano-belga-spagnolo-boliviano, era un importante agente del Mossad data la capacità di aggirare le sanzioni di Nazioni Unite e Stati Uniti contro certi regimi pariah, come l’Iran post-rivoluzionario, arricchendo non solo Riche, ma diversi affaristi israeliani.
Rottamando l’impegno degli USA nei confronti del JCPOA e annunciando la disponibilità ad investire miliardi nell’economia della Corea democratica, Trump, autoproclamato maestro dell'”arte degli accordi”, dimostra di essere nient’altro che un fantoccio di Netanyahu ed oligarchi israeliani che evitano le sanzioni in Israele, e finanzieri politici filo-israeliani come Adelson, Singer e Marcus.Traduzione di Alessandro Lattanzio