La Siria abbatte due aerei nemici: Israele nel panico

Alessandro Lattanzio, 18/3/2017

S-200

Il 17 marzo, aviogetti da combattimento israeliani avevano “violato lo spazio aereo siriano nelle prime ore del mattino ed attaccato un obiettivo militare vicino Palmyra, con un atto di aggressione a sostegno dello Stato islamico“. Gli aerei dell’IAF attaccavano obiettivi presso Palmyra, da pochi giorni liberata dal V Corpo dell’Esercito arabo siriano, un’unità addestrata dagli istruttori militari russi.
Il raid aereo, che secondo Tel Aviv era destinato contro un convoglio di Hezbollah, avveniva lontano dal confine con il Libano e dall’impianto SSRC presso Damasco, collegato ad Hezbollah. Il Ministero della Difesa siriano dichiarava che la difesa aerea aveva abbattuto un aereo israeliano sulla Palestina e danneggiato un altro. Invece i media israeliani riferirono che il radar Super Green Pine del sistema d’intercettazione antimissile Hetz (Arrow 2) avrebbe rilevato un missile antiaereo strategico S-200 siriano sui quartieri meridionali di Gerusalemme e la valle del Giordano. Se i resti del missile Hetz venivano rinvenuti ad Irbid, nel nord della Giordania, non veniva rinvenuto alcun resto del presunto missile siriano. Se il radar di allerta precoce del sistema Hetz aveva scambiato i frammenti dell’S-200 per un missile balistico, dove erano quindi finiti?
Le Forze di Difesa Israeliane affermarono che gli aerei israeliani avevano preso di mira “diversi obiettivi in Siria”, lontano dal confine tra Israele, Siria e Giordania, e che “diversi missili antiaerei furono lanciati dalla Siria“; una dichiarazione apparentemente anodina, ma in realtà insolita, in quanto è politica delle IDF non pubblicizzare gli attacchi aerei contro la Siria e il Libano. Le IDF riconoscono solo il bombardamento del territorio siriano al confine con Israele. Inoltre, se l’attacco israeliano avveniva a centinaia di chilomentri dal territorio israeliano, perché lanciarono gli intercettori del sistema Hetz su Gerusalemme? Infatti, gli S-200 non rappresentano una minaccia per il territorio d’Israele. Inoltre, il sistema Hetz non è destinato ad intercettare missili antiaerei, non essendo presenti nella banca dati del sistema “che dovrebbe monitorare automaticamente la traiettoria e prevedere il punto d’impatto del missile, prima di lanciare il missile antibalistico”. Il missile S-200 viene spinto da 5 booster, che una volta staccatisi dal corpo centrale del missile, creano 5 bersagli. Non è mai stato svolto, per il sistema Hetz, un test per affrontare una situazione del genere.
Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate siriane aveva dichiarato che, “aerei da guerra israeliani hanno violato lo spazio aereo siriano alle 2:40 su al-Baraj e si erano diretti ad est, presso Palmyra, per bombardare le installazioni militari siriane. Si annuncia con certezza che i missili del nemico non hanno causato alcun danno sul nostro territorio, non avendo raggiunto i loro obiettivi. Credo che l’aviazione israeliana sia scioccata da velocità, efficienza e accuratezza mostrata dall’Esercito arabo siriano nel proteggere il proprio spazio aereo. Le nostre forze della difesa aerea possono seguire il nemico anche sui cieli giordani e colpirlo in qualsiasi momento sulla Siria“. Il direttore del servizio informazioni dell’Esercito arabo siriano, Colonnello Samir Sulayman, spiegava che la decisione su eventuali nuove azioni dell’Esercito arabo siriano contro gli attacchi israeliani “non possono che essere adottate dal comando militare siriano“. La rapida risposta all’aggressione israeliana, per la prima volta nel conflitto, indica la decisione di Damasco, Teheran e Bayrut di mostrare le proprie capacità militari tutt’altro che degradate anche dopo sei anni di guerra di 4.ta generazione scatenatagli contro dalla NATO. Difatti, Damasco considera Israele stretto alleato dei terroristi in Siria, dato che l’aggressione alla Repubblica Araba Siria avviene sul campo tramite il ramo mediorientale della rete terroristica atlantista StayBehind/Gladio, ovvero Gladio-B. Quindi, Israele, alleato militare della NATO, ovviamente interviene spesso a supporto delle forze terroristiche dell’alleato atlantista. Assad aveva chiarito che a sostenere direttamente i terroristi sono NATO e Israele, “Se si vuole parlare del ruolo europeo in Siria, od occidentale, se guidato dagli statunitensi, l’unico ruolo svolto è sostenere i terroristi. Non supportano alcun processo politico. Ne parlano solo… Israele dall’altro lato sostiene direttamente i terroristi, logisticamente o con incursioni dirette sul nostro esercito”.
Il quotidiano israeliano Haaretz arrivava a scrivere, “Presumibilmente la salva antiaerea siriana è stato un segnale ad Israele che la politica di moderazione verso le incursioni aeree non rimarrà la stessa. I recenti successi del Presidente Bashar Assad, in primo luogo la conquista di Aleppo, hanno apparentemente aumentato la fiducia del dittatore. Israele dovrà decidere se l’esigenza operativa, per contrastare l’invio di armi avanzate ad Hezbollah, giustifichi anche il possibile rischio di abbattere un aviogetto da combattimento israeliano e un conflitto con la Siria. Vi è la domanda interessante se un sistema radar sia stato schierato dal nuovo grande amico d’Israele, la Russia, proprio una settimana dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu era tornato da Mosca, dopo l’ennesima visita al Presidente Vladimir Putin. Si può immaginare che la comunità d’intelligence sarà interessata a sapere se la decisione siriana di rispondere al fuoco sia stata coordinata con i collaboratori e partner di Assad: Russia, Iran e Hezbollah”. Ron Ben-Yishai, esperto militare del quotidiano israeliano Yediot Aharonot, osservava che “missili sono stati utilizzati nella risposta siriana, causando la caduta di uno dei quattro caccia israeliani. Assad sembra avere totale fiducia in sé stesso. Se questa volta ha risposto al raid israeliano è perché ha il sostegno di Putin. E per la prima volta, il regime siriano ha lanciato missili S-200 agli aerei israeliani. L’uso da parte del regime siriano degli S-200 per ritorsione contro Israele, segna un punto di svolta: la presenza russa e iraniana e la vittoria ad Aleppo permettono ad Assad di ricorrere alle armi strategiche contro i nemici e di non avere più paura. Il lancio degli S-200, mentre gli aerei israeliani erano lontani dal territorio siriano, è un avvertimento. Tutto può cambiare nel giro di pochi secondi e un vero e proprio confronto potrebbe avvenire“.
Il delirio di onnipotenza dei sionisti, non li sottrae dal terrore di trovarsi di fronte l’Asse della Resistenza tutt’altro che indebolito, ma in via di rafforzamento e consolidamento; e questo dopo non solo che le varie organizzazioni terroristiche islamo-atlantiste (al-Qaida, Stato islamico/Gladio-B, Esercito libero “siriano”, bande salafite, naqshbandi, di traditori sadamiti, neo-ottomani ed altro pattume) vengono demolite dalle forze armate siriane, irachene, iraniane e della Resistenza, ma anche le organizzazioni terroristico-spionistiche di NATO, Turchia, Israele e petromonarchie associate, con le relative appendici (governo al-Saraj in Libia, Sudan, Eritrea, Giordania), vengono devastate sia sul campo che nell’infosfera, tanto che le alleate multinazionali della disinformazione (CNN, FoxNews, LeMonde, Reuters, ANSA, AFP, AP, ecc.) invocano la repressione dell’informazione, vedendosi costrette a stringere i ranghi con i supporter della loro supposta “libera informazione”, ovvero le intelligence di USA, Regno Unito, Israele e Stati-vassallo della NATO e relative appendici “mondane”, come ONG (quali i Caschi Bianchi o Emergency), massmedia pseudo-indipendenti (un’infinità), organizzazioni filo-taqfirite (come la sinistra italiana, dal sindaco Sala ai centri sociali), financo ad autori, attori, registi, soubrette, boldrine, chiese di finti oppositori al sistema, ed altri spacciatori.
Il 2016 è stata una tale debacle per questa frazione elitaria dell’occidente, che oramai, preda del terrore e agendo come una scimmia armata di pistola, circola sparando a tutto ciò che non si conforma al bel mondo virtuale che si è fabbricato con solerzia fin dal 1989.

Schieramento dei 5 siti per i missili antiaerei S-200 in Siria.

Fonte:
Defense News
Defense and Strategy
FARS
ParsToday
Russia Insider
Russia Insider
SANA
Sputnik

Crisi ucraina: Poroshenko decade mentre Tymoshenko va a Washington

Alexander Mercouris, The Duran, 15 marzo 2017Anche se le decisioni prese dall’Ucraina oggi, legalizzare il blocco del Donbas da parte dei radicali e preparare azioni contro le banche russe, non sono una sorpresa, un fatto interessante è il modo in cui sono state annunciate. La decisione non è stata annunciata dal presidente Poroshenko, capo dello Stato e del ramo esecutivo del Paese, e neanche dal governo del primo ministro Volodymyr Grojsman, vecchio alleato di Poroshenko. Accade che Poroshenko e Grojsman sono notevolmente reticenti sul blocco del carbone, da quando è cominciato. La decisione di legalizzare il blocco del Donbas è stata annunciata da Aleksandr Turchinov, capo del Consiglio nazionale di difesa e sicurezza dell’Ucraina, figura significativa della destra politica ucraina, mentre la richiesta della Banca Centrale dell’Ucraina d’imporre sanzioni alle banche russe operanti sul territorio ucraino è stata fatta anche da Turchinov per conto del Consiglio della sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, di cui è a capo. Forse il sistema giuridico e costituzionale dell’Ucraina fa del Consiglio l’ente preposto a questo genere di decisioni, anche se la struttura giuridica e amministrativa caotica dell’Ucraina e la famigerata indifferenza dei capi ucraini verso le norme giuridiche e amministrative, ne fanno un argomento poco convincente. Tuttavia, anche se così fosse, una dichiarazione di Poroshenko, capo del Paese e presidente della nazione, che spieghi al popolo ucraino i motivi di tali decisioni importanti e ne giustifichi le conseguenti difficoltà, pur chiarendo che le decisioni sono sue e che hanno il suo pieno appoggio, è il minimo che ci si aspetterebbe in tali circostanze. In effetti, la cosa giusta sarebbe sicuramente che l’annuncio di tali decisioni sia fatto da Poroshenko, per lo meno pubblicando una dichiarazione a suo nome, o (meglio) con un discorso televisivo alla nazione ucraina. Invece, la cosa più vicina a un annuncio di Poroshenko è un commento ellittico che avrebbe fatto incontrando un dirigente dell’UE, secondo un resoconto apparso sul suo sito web. “Dopo il sequestro non possiamo avere relazioni commerciali con le imprese “confiscate”. Non permetteremo alcuna loro attività e chiediamo supporto a tali decisioni, tra l’altro, inasprendo le sanzioni dell’UE alla Russia che ha permesso questa brutale violazione del diritto internazionale”. Manca l’annuncio del blocco totale del territorio delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. Al contrario, sembra dire che l’Ucraina cesserà il commercio con le ex-imprese ucraine delle Repubbliche Popolari nazionalizzate in rappresaglia al blocco del carbone. Le parole di Poroshenko semmai sembrano escludere l’idea di un blocco totale. Certamente non fanno cenno agli annunci radicali di oggi. Forse Poroshenko non ha fatto l’annuncio perché imbarazzato dalla debolezza che dimostra, e perché il suo sito web mostrava le assicurazioni date solo ieri al funzionario dell’UE sull’Ucraina che faceva qualcosa di totalmente diverso. Se è così, allora ricorda il modo con cui il precedente presidente ucraino, Viktor Janukovich, non annunciò la decisione di ritardare l’attuazione dell’accordo di associazione dell’Ucraina con l’UE, lasciando l’annuncio al primo ministro Nikola Azarov. Al momento pensai che fosse un atto di straordinaria debolezza di Janukovich, e in effetti fu il comportamento pusillanime nelle successive proteste di Maidan che alla fine lo rovesciò. Se Poroshenko ora si comporta nello stesso modo, va straordinariamente molto male sia per lui che per le sue prospettive da presidente dell’Ucraina.
Tuttavia ci sarebbe anche l’ulteriore possibilità che la ragione per cui Poroshenko non ha annunciato tali decisioni di oggi, è perché in ultima analisi non le fa. In effetti le osservazioni al funzionario dell’UE suggerirebbero che resistesse all’idea del blocco totale, probabilmente su pressione dell’UE. Se è così, allora gli annunci di Turchinov suggeriscono che Poroshenko è stato messo da parte, e che le decisioni chiave, come legalizzare il blocco del Donbas, sono prese senza di lui. In tal caso, l’autorità di Poroshenko da presidente dell’Ucraina sarebbe finita e non avrebbe più il controllo, proprio come la mossa militare russa a Pristina nel giugno 1999, durante il conflitto in Kosovo, fatta senza alcun ordine di Boris Eltsin, chiaro segno che la sua autorità da presidente della Russia svaniva. Ciò avviene pochi giorni dopo la notizia sui media russi su Julija Tymoshenko, vecchia nemica e acida rivale politica di Poroshenko, che compiva un’altra visita, questa volta in segreto, a Washington, dove ai primi di febbraio ebbe un breve incontro con Donald Trump, in ciò che sembrava il tentativo di Trump di valutare le sue opzioni, considerandola come possibile alternativa a Poroshenko. Basti dire che non credo fosse una coincidenza che, al ritorno in Ucraina, Tymoshenko cercasse subito di rovesciare il governo proponendo un voto di sfiducia nel parlamento, una mossa che, utilizzando dispositivi procedurali, il governo però riusciva a bloccare. Anatolij Karlin ha recentemente suggerito con un acuto articolo per Duran che il blocco di carbone sia in realtà il frutto del gioco di potere di una fazione anti-Poroshenko nell’élite ucraina guidata dagli oligarchi Igor Kolomojskij e Julija Tymoshenko. Turchinov, il capo del Consiglio nazionale di difesa e sicurezza dell’Ucraina, che ha fatto gli annunci, è un vecchio alleato politico di Tymoshenko, anche se i due apparvero dividersi nel settembre 2014, quando Turchinov aderì al partito emergente del primo ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk. Turchinov e Poroshenko non sono comunque mai stati vicini, e forse dalla rimozione di Jatsenjuk dalla scena politica ucraina dopo le dimissioni impostegli da primo ministro nell’aprile 2016, Turchinov è tornato dal vecchio capo Tymoshenko. Se è così, allora gli annunci di Turchinov sarebbero il segno che, nel conflitto tra Poroshenko e la fazione guidata da Kolomojskij e Tymoshenko, si sia schierato con quest’ultima, ancora una volta lavorando per Tymoshenko, la cui fazione e quella di Kolomojskij hanno il sopravvento. In tal caso le dimissioni di Poroshenko o la sua rimozione sarebbero sul tavolo, anche se data la natura volatile della politica ucraina nulla può mai esser certo. Infatti ancora una volta si parla di nuove elezioni in Ucraina, se Poroshenko venisse rimosso, e che Tymoshenko dovrebbe vincere. In questo caso la sua frettolosa visita a Washington potrebbe essere destinata a strappare la promessa del sostegno che si potrebbe pensare le sia stata data da Trump e dalla sua squadra, nella precedente visita di febbraio.
Indipendentemente da quale direzione prendano le lotte tra fazioni in Ucraina, la situazione politica diventa sempre più instabile. E’ difficile evitare l’impressione che Poroshenko sia indebolito e perda il controllo, con istituzioni come il Consiglio nazionale di difesa e sicurezza che, in ultima analisi, controlla le forze di sicurezza ucraine, agiee sempre più da sole e senza alcun riferimento al presidente. Se è così, allora la visita di Tymoshenko a Washington sarebbe il segno che i suoi nemici lo circondando, e forse ne preparano l’eliminazione.

Kiev capitola ai fascisti e legalizza il blocco del Donbas
Alexander Mercouris – The Duran

L’Ucraina su domanda dei radicali, legalizza il blocco del Donbas e si prepara a chiudere le banche russe.
Settimane dopo che i neofascisti bloccano l’invio di carbone all’Ucraina dal Donbas e di appelli per porvi fine, il governo ucraino, nella forma del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale, li legalizza, dichiarando tutti i collegamenti con l’Ucraina bloccati dal 15 marzo. La dichiarazione firmata dal capo del Consiglio Aleksandr Turchinov, il funzionario estremista che agendo da presidente facente funzione dell’Ucraina lanciò la cosiddetta “operazione antiterrorismo” ( “ATO”) per sopprimere il Donbas nei primi mesi del 2014, tenta di collegare la legalizzazione del blocco a Donetsk e Lugansk alla nazionalizzazione per rappresaglia delle imprese ucraine sul territorio delle Repubbliche Popolari. La dichiarazione dice: “Considerando che le imprese ucraine sono state sequestrate e la situazione della sicurezza è peggiorata nella zona delle operazioni antiterrorismo, il Consiglio della sicurezza nazionale e della difesa ha deciso di sospendere il movimento dei carichi attraverso la linea di contatto. A seguito della decisione del Consiglio, tutte le autostrade e ferrovie che portano alla linea di disimpegno saranno bloccate oggi alle 01:00 (14:00 ora di Mosca) da Polizia di Stato e Guardia nazionale”. È una decisione patetica. Come tutti sanno il motivo per cui le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk nazionalizzano le imprese ucraine sul loro territorio è proprio il blocco illegale imposto dai fascisti ucraini. Eppure, invece di por fine al blocco, che causa gravi danni all’economia ucraina, come ha più volte lasciato intendere, il governo l’ha invece legalizzato, illustrando l’incapacità di controllare i radicali, su cui basa da sempre la propria esistenza, indicando fin dove ha ceduto l’iniziativa politica a costoro.
Nel Donbas, il blocco ucraino senza dubbio causerà difficoltà a breve termine. Tuttavia ne accelererà l’integrazione economica con la Russia dato che la sua economia è di gran lunga più grande e ricca di quella ucraina, un vantaggio economico a lungo termine per il Donbas. Reagendo all’annuncio ucraino, i russi hanno fatto notare che tale azione viola l’accordo Minsk II. Boris Gryzlov, rappresentante della Russia nel gruppo di contatto, l’ente che dovrebbe cercare di porre fine al conflitto in Ucraina, ha detto che, “L’incapacità delle autorità di Kiev di lottare contro l’aggressione dei nazionalisti danneggia l’Ucraina stessa. Questo è particolarmente pericoloso data la tendenza confermata da altri passi ufficiali“. Gryzlov osservava che la decisione di Poroshenko di sospendere i collegamenti con il Donbas, annunciata alla riunione del Consiglio della sicurezza nazionale e della difesa, “va contro gli accordi di Minsk” che delineano il piano per risolvere la crisi. L’inviato aveva anche detto che “invece di ripristinare il sistema finanziario del Donbas, in linea con gli accordi di Minsk, le autorità ucraine distruggono il proprio sistema bancario“. Il riferimento di Gryzlov all’impegno ucraino a “ripristinare il sistema finanziario nel Donbas”, riguarda la promessa di Poroshenko fatta in occasione della riunione di Minsk del febbraio 2015, dove con l’accordo Minsk II fu deciso di ripristinare la piena operatività del sistema finanziario nel Donbas. Come Gryzlov dice, in sostanza, gli ucraini non hanno mai adempiuto a tale impegno, non più degli altri impegni presi a Minsk. Il riferimento di Gryzlov alle “autorità ucraine che distruggono il proprio sistema bancario” riguarda l’azione che l’Ucraina contempla contro le banche russe che operano sul suo territorio. Ciò dopo le proteste dei fascisti ucraini che dal 13 marzo bloccano l’accesso alla sede centrale di Kiev della Sberbank, la maggiore banca della Russia. L’affermazione di Gryzlov sull’azione che l’Ucraina contempla sarebbe esagerata. Le banche russe rappresentano il 10% del settore bancario ucraino, presumibilmente 425 milioni di dollari in depositi dei clienti privati e altri 276 milioni depositati per conto della clientela affaristica. Anche se sono grandi somme, non lo sembrano abbastanza da paralizzare l’economia ucraina, anche se il denaro nei depositi dovesse scomparire con le banche, cosa naturalmente improbabile.
Detto questo, assaltare le banche russe 3 mesi dopo che l’Ucraina ha nazionalizzato PrivatBank, la sua prima banca, difficilmente sembra una buona idea, e in un momento di crisi economica non è certo la mossa migliore per ispirare fiducia nel sistema bancario ucraino, anche se parlarne innescherebbe un effetto a cascata che può essere sopravvalutato. Tuttavia, in Ucraina l’ideologia vince invariabilmente qualsiasi battaglia contro il buon senso economico, e il blocco del carbone, ampliato e legalizzato, e l’attacco atteso alle banche russe, sono solo ulteriori esempi di ciò.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Corea democratica: il Grande Inganno svelato

Christopher Black New Eastern Outlook 13/03/2017Nel 2003, insieme ad alcuni avvocati statunitensi della National Lawyers Guild, ebbi la fortuna di recarmi nella Repubblica democratica popolare di Corea, per vedere in prima persona quella nazione, il suo sistema socialista e il suo popolo. La relazione congiunta rilasciata al nostro ritorno s’intitolava “Il Grande Inganno svelato”. Questo titolo fu scelto perché scoprimmo che la propaganda del mito negativo occidentale della Corea del Nord è un grande inganno volto ad accecare i popoli del mondo sulle realizzazioni del popolo nordcoreano che ha creato con successo, date le circostanze, un proprio sistema socio-economico indipendente basato sui principi socialisti e libero del dominio delle potenze occidentali. In una delle nostre prime cene a Pyongyang il nostro ospite, Ri Myong Kuk, avvocato, dichiarò a nome del governo e in termini appassionati che la deterrenza nucleare della Corea democratica è necessaria alla luce delle azioni mondiali degli Stati Uniti e delle minacce subite. Affermò, e questo mi fu ripetuto in una riunione ad alto livello con i funzionari governativi della RPDC, in seguito nel viaggio, che se gli statunitensi firmavano il trattato di pace e non aggressione con la Corea democratica, avrebbero delegittimato l’occupazione statunitense portando alla riunificazione. Di conseguenza, non ci sarebbe stato bisogno di armi nucleari. Dichiarò sinceramente che, “E’ importante che gli avvocati si riuniscano per parlare di come possano regolare le interazioni sociali nella società e nel mondo“, e aggiunse altrettanto sinceramente che, “il cammino verso la pace richiede un cuore aperto“. Ci sembrava allora ed è evidente ora, in contraddizione assoluta con le pretese dei media occidentali, che il popolo della Corea democratica vuole la pace più di ogni altra cosa, in modo da continuare la propria vita e a lavorare senza la costante minaccia dell’annientamento nucleare dagli Stati Uniti. Ma l’annientamento in realtà contro chi è volto e di chi è la colpa? Non loro. Ci mostrarono i documenti statunitensi catturati nella guerra di Corea, prove convincenti che gli Stati Uniti pianificarono l’attacco alla Corea democratica nel 1950. L’attacco fu condotto utilizzando le forze statunitensi e sudcoreane con l’aiuto di ufficiali dell’esercito giapponese che invase e occupò la Corea decenni prima. La difesa e il contro-attacco della Corea democratica furono definite dagli Stati Uniti “aggressione”, manipolando i media per far sì che le Nazioni Unite sostenessero l'”operazione di polizia”, eufemismo usato per sostenere difatti la loro guerra di aggressione alla Corea democratica. Tre anni di guerra e 3,5 milioni di morti coreani seguirono e gli Stati Uniti minacciano guerra imminente ed annientamento fin da allora.
Il voto delle Nazioni Unite a favore dell'”azione di polizia” nel 1950 fu illegale, dato che l’URSS era assente al voto del Consiglio di Sicurezza. Il quorum era necessario al Consiglio di sicurezza secondo il proprio regolamento interno, in modo che tutte le delegazioni siano presenti, senza cui una sessione non può procedere. Gli statunitensi usarono il boicottaggio sovietico del Consiglio di sicurezza come opportunità. Il boicottaggio era a difesa della posizione della Repubblica Popolare Cinese, per concederle il seggio al Consiglio di Sicurezza e non al perdente governo del Kuomintang. Gli statunitensi si rifiutarono di fare la cosa giusta, così i russi si rifiutarono di sedersi al tavolo fin quando non lo potesse il legittimo governo cinese. Gli statunitensi usarono tale occasione per effettuare una sorta di colpo di Stato alle Nazioni Unite, occupandone il meccanismo per i propri interessi ed organizzando con inglesi, francesi e Kuomintang il sostegno alle loro azioni in Corea, con un voto in assenza dei sovietici. Gli alleati fecero come gli statunitensi ordinarono e votarono la guerra alla Corea, ma il voto non era valido e la “azione di polizia” non era un’operazione di mantenimento della pace giustificato dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, in quanto l’art. 51 afferma che tutte le nazioni hanno diritto alla legittima difesa contro l’attacco armato, ciò che i nordcoreani affrontavano e a cui rispondevano. Ma gli statunitensi non si curarono mai della legalità, mentre il loro piano era conquistare e occupare la Corea democratica come passo verso l’invasione della Manciuria e della Siberia, che la legalità non doveva ostacolare.
Gli occidentali non hanno idea della distruzione inflitta alla Corea da statunitensi e loro alleati; che Pyongyang fu bombardata a tappeto fu dimenticato, come la carneficina di civili in fuga mitragliati dagli aerei statunitensi. Il New York Times dichiarò che allora 8500000 kg di napalm furono utilizzati in Corea solo nei primi 20 mesi di guerra. Furono sganciate più bombe sulla Corea dagli Stati Uniti che sul Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. Le forze statunitensi braccarono e uccisero non solo i membri del partito comunista, ma anche le loro famiglie. A Sinchon vedemmo la prova che i soldati statunitensi spinsero 500 civili in un fosso, li cosparsero di benzina e gli diedero fuoco. Scendemmo in un rifugio antiaereo con le pareti ancora annerite dalla carne bruciata di 900 civili, tra cui donne e bambini, che cercarono riparo nel corso di un attacco statunitense. I soldati statunitensi furono visti versare benzina giù per le prese d’aria del rifugio e bruciarli a morte. Questa è la realtà dell’occupazione statunitense per i coreani. Questa è la realtà che temono ancora e non vogliono che si ripeta. Possiamo dargli torto? Ma anche con tale storia, i coreani sono disposti ad aprire il cuore agli ex-nemici. Il Maggiore Kim Myong Hwan, allora negoziatore principale a Panmunjom sulla linea DMZ, ci disse che il suo sogno era essere scrittore, poeta, giornalista, ma disse in toni cupi che lui e i suoi cinque fratelli “si allinearono” sulla DMZ da soldati per ciò che successe alla famiglia. Disse che la loro lotta non era contro il popolo statunitense, ma contro il loro governo. Era per la famiglia perduta a Sinchon; suo nonno fu appeso a un palo e torturato, la nonna colpita da una baionetta nello stomaco e lasciata morire. Disse: “Vedi, dobbiamo farlo. Dobbiamo difenderci. Non ci opponiamo al popolo statunitense. Ci opponiamo alla politica di ostilità statunitense e ai suoi sforzi per controllare il mondo ed infliggere calamità ai popoli”. Era parere della delegazione che mantenendo l’instabilità in Asia, gli Stati Uniti possono mantenere una massiccia presenza militare e tenere a bada la Cina nelle relazioni con le Coree e il Giappone, facendo leva contro Cina e Russia. Con la continua pressione in Giappone per rimuovere le basi statunitensi a Okinawa, le operazioni militari e le esercitazioni di guerra coreane rimangono un punto centrale degli sforzi statunitensi per dominare la regione
La questione non è se la Corea democratica possieda le armi nucleari, legalmente autorizzata ad avere, ma se gli Stati Uniti, che hanno armi nucleari nella penisola coreana e che v’installano il sistema di difesa missilistica THAAD, minacciando la sicurezza di Russia e Cina, siano disposti a collaborare con il Nord sul trattato di pace. Trovammo i nordcoreani avidi di pace e non attaccati alle armi nucleari se la pace può essere stabilita. Ma la posizione statunitense resta arrogante, aggressiva, minacciosa e pericolosa più che mai. Nell’epoca della dottrina del “cambio di regime” e della “guerra preventiva”, e degli sforzi statunitensi per sviluppare armi nucleari dalla bassa potenza, nonché dell’abbandono e manipolazione del diritto internazionale, non sorprende che la Corea democratica giochi la carta nucleare. Che scelta devono prendere i coreani se gli Stati Uniti minacciano la guerra nucleare ogni giorno e i due Paesi che logicamente dovrebbero sostenerli contro l’aggressione statunitense, Russia e Cina, si uniscono agli statunitensi nel condannare i coreani per dotarsi dell’unica arma che può fungere da deterrente contro tali attacchi. La ragione è chiara dato che russi e cinesi hanno armi nucleari costruite per fungere da deterrente all’attacco dagli Stati Uniti, come la Corea democratica. Alcune loro dichiarazioni governative indicano che temono una situazione fuori controllo e che la difesa della Corea democratica comporti l’attacco degli Stati Uniti, venendo attaccati anche loro. Si può capirne l’ansia. Ma si pone la domanda del perché non sostengano il diritto della Corea democratica all’autodifesa e facciano pressione sugli statunitensi concludere un trattato di pace e non aggressione, e ritirare le loro forze nucleari e armate dalla penisola coreana. Ma la grande tragedia è la chiara incapacità del popolo statunitense di pensarci da sé, a fronte degli inganni continui, e di chiedere ai propri capi di esaurire tutte le possibilità di dialogo e di pace prima di contemplare l’aggressione nella penisola coreana.
Scopo fondamentale della politica della Corea democratica è stipulare un patto di non aggressione e un trattato di pace con gli Stati Uniti. I nordcoreani più volte hanno dichiarato che non vogliono attaccare nessuno o essere in guerra con qualcuno. Ma hanno visto quanto è successo in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e innumerevoli altri Paesi e non hanno alcuna intenzione che ciò gli accada. E’ chiaro che qualsiasi invasione degli Stati Uniti sarebbe contrastata con vigore e che la nazione può sopportare una lunga e dura lotta. In un altro luogo sulla DMZ incontrammo un colonnello con il binocolo a tracolla, dal quale vedemmo attraverso la zona tra nord e sud. Vedemmo un muro di cemento costruito sul lato sud, una violazione degli accordi della tregua. Il maggiore descrisse tale struttura permanente come “vergogna del popolo coreano, popolo omogeneo“. Un altoparlante blaterava continuamente propaganda e musica dal lato sud. Il rumore fastidioso durava 22 ore al giorno, disse. Improvvisamente, in un altro momento surreale, gli altoparlanti del bunker iniziarono a urlare l’overture del Guglielmo Tell, meglio noto negli USA come sigla del Lone Ranger. Il colonnello ci esortò ad aiutare a far capire ciò che realmente accade nella Corea democratica, invece di basarsi sulla disinformazione. Ci disse “Sappiamo che come noi amate la pace, gli statunitensi hanno bambini, genitori e famiglie“. Gli dicemmo che saremmo tornati dalla nostra missione con un messaggio di pace e che speravamo di tornare un giorno a “camminare con lui liberamente in queste splendide colline”. Fece una pausa e disse: “Anch’io credo sia possibile“.
Così, mentre il popolo della Corea democratica spera nella pace e nella sicurezza, gli Stati Uniti e il loro regime fantoccio nel sud della penisola, minacciano la guerra per i prossimi tre mesi, con le più grandi esercitazioni mai condotte con portaerei, sottomarini nucleari, bombardieri invisibili, aerei e numerosi soldati, artiglieria e blindati. La propaganda è salita a livelli pericolosi con i media che accusano il Nord di aver assassinato un parente del leader della Corea democratica in Malesia, anche se non vi è alcuna prova e nessun motivo per ciò. Gli unici a beneficiare dell’omicidio sono gli statunitensi e i loro media che creano isteriche accuse al Nord, ora sulle armi chimiche del Nord. Sì, amici, pensano che siamo nati ieri e che non abbiamo imparato una cosa o due sul carattere dei capi statunitensi e la natura della loro propaganda. Non meraviglia che la Corea democratica tema che un giorno tali “esercitazioni” diventino una guerra vera, che tali “manovre” siano solo una copertura per l’attacco, e nel frattempo creare un’atmosfera di terrore presso il popolo coreano? C’è molto che si può dire della vera natura della Corea democratica, dei suoi popolo, sistema socio-economico e cultura. Ma non c’è spazio qui. Spero che la gente possa visitarla, come il nostro gruppo fece, e capire da sé ciò che abbiamo vissuto. Invece concluderò con il paragrafo conclusivo della relazione congiunta stesa al nostro ritorno dalla RPDC, nella speranza che le persone che lo leggano pensino ed agiscano per supportarne l’appello alla pace.
I popoli del mondo devono sapere la storia completa della Corea e del ruolo del nostro governo nel promuovere squilibrio e conflitti. L’azione va assunta da avvocati, gruppi di comunità, attivisti per la pace e tutti i cittadini del pianeta, per evitare che il governo degli Stati Uniti diffonda la propaganda per sostenere l’aggressione alla Corea democratica. Il popolo statunitense è vittima di un grande inganno. C’è troppo in gioco per farsi di nuovo ingannare. Questa delegazione di pace ha appreso nella Corea democratica una significativa verità essenziale nelle relazioni internazionali. E’ con maggiore comunicazione, negoziati seguiti da promesse mantenute e un profondo impegno per la pace, si può salvare il mondo letteralmente da un cupo futuro nucleare. L’esperienza e la verità ci libereranno dalla minaccia della guerra. Il nostro viaggio nella Corea democratica, la presente relazione e il nostro progetto sono piccoli sforzi per renderci liberi“.Christopher Black è un avvocato penalista internazionale di Toronto. Noto per una serie casi di crimini di guerra di alto profilo. di recente ha pubblicato il romanzo “Sotto le nuvole”. Scrive saggi su diritto, politica ed eventi internazionali, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran e il mondo nuovo multipolare

James O’Neill New Eastern Outlook 28/02/2017Nell’ultima campagna presidenziale, il candidato repubblicano Donald Trump fece varie affermazioni suggerendo un cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti, promettendo, tra l’altro, non più tentativi di cambio di regime, una lotta efficace contro l’organizzazione terroristica SIIL e migliori relazioni con la Russia. Belle parole ma, come si dice, “non ascoltare quello che dico, guarda ciò che faccio“. Quello che fanno è sostanzialmente invariato almeno dalla fine della seconda guerra mondiale. L’obiettivo geopolitico centrale è mantenere lo status degli Stati Uniti di unica superpotenza mondiale. Non lo sono almeno nell’ultimo decennio, ma ciò non ha impedito agli USA di agire in modo tale da far credere che sia ancora così. Le sfide a tale status unipolare non sono tollerate. Paesi cadono in disgrazia o meno in base alla loro conformità alle pretese statunitensi. Ciò è assai chiaramente dimostrato nel caso dell’Iran. L’esperienza dell’Iran con il concetto di democrazia occidentale si ebbe con il governo quasi-secolare di Mohammad Mossadegh. Nel 1952 Mossadegh nazionalizzò la compagnia petrolifera anglo-statunitense (la BP) in modo che i benefici della sua notevole ricchezza fossero raccolti dal popolo iraniano. Ciò fu intollerabile per statunitensi ed inglesi, quest’ultimi controllavano il petrolio iraniano dal 1913. Un colpo di Stato organizzato da MI6 e CIA rovesciò il governo Mossadeq restaurando il regime brutale della dinastia Pahlavi. La democrazia non fu più presa in considerazione, un punto da ricordare sempre quando si sente la propaganda occidentale su USA e Regno Unito dalla missione di portare la democrazia nel mondo. Nei seguenti 25 anni, l’Iran ebbe un buon rapporto con gli Stati Uniti, conclusosi bruscamente con la rivoluzione islamica del 1979. Da allora l’Iran è oggetto di sanzioni che ne paralizzano importanti settori economici. Fu oggetto di attentati, soprattutto dei Mujahidin e-Khalq (MeK), organizzazione terroristica non considerata tale dagli Stati Uniti. Nel 1980, quando sanzioni e altre misure non piegarono l’Iran agli USA, fu attaccato dall’Iraq e la conseguente guerra di otto anni costò un milione di vite. Gli iracheni furono armati e sostenuti dagli Stati Uniti. Misura dell’incostanza e dell’opportunismo del sostegno statunitense fu che due anni dopo la fine della guerra, l’Iraq venne attaccato dagli Stati Uniti, essendo stato attirato nella disavventura del Quwayt.
Altre continuità appaiono nelle dichiarazioni pubbliche dei funzionari della nuova amministrazione Trump. Il segretario della Difesa James Mattis, il temporaneo consigliere della sicurezza nazionale Michael Flynn e Trump hanno tutti ripetuto la solita accusa statunitense che l’Iran sia “il maggiore sponsor del terrorismo” nel mondo. Mettendo da parte l’ironia di tali dichiarazioni da funzionari dello Stato che ha attaccato più Paesi e ucciso più persone negli ultimi 70 anni di tutte le altre nazioni del mondo messe insieme, è un’accusa che, come ha sottolineato Gareth Porter, fu mossa contro l’Iran dall’amministrazione Clinton. Nel 1995 Clinton impose un ulteriore vasta serie di sanzioni all’Iran. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel gennaio 2002, il presidente George Bush nominò l’Iran nell’ambito dell'”asse del male” (insieme a Iraq e Corea democratica). Certe cose non cambiano mai. Anche in questo caso, citando Porter, l’accusa contro l’Iran non aveva basi se non il continuo principio della politica estera statunitense. Nel 2007 l’allora vicepresidente Richard Cheney voleva attaccare l’Iran e ne fu dissuaso solo dal segretario alla Difesa Gates e dal Joint Chiefs of Staff, non per principio, ma per i rischi che avrebbe posto alla presenza militare degli Stati Uniti nella regione. Nell’ultima campagna presidenziale, la candidata democratica Hillary Clinton minacciò di attaccare l’Iran, se eletta, un’azione che avrebbe sicuramente scatenato una grande guerra. La sua belligeranza promise più stretti rapporti degli USA con Israele e Arabia Saudita, di quanto abbia fatto qualsiasi denuncia legittima verso la Repubblica islamica.
A gennaio Trump usò la scusa dei test di missilistici iraniani per imporre ulteriori sanzioni all’Iran. L’ha fatto con la palese falsa affermazione che i test violassero il Piano congiunto d’azione globale (JCPOA) stipulato il 14 luglio 2015. Tale piano fu negoziato su iniziativa della Russia per scongiurare ciò che sembrava un probabile attacco all’Iran per il presunto programma di armi nucleari. La risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza approvò all’unanimità il JCPOA. Trump denunciò l'”accordo” come “stupido” e minacciò d’ignorarlo. E’ improbabile che Trump abbia mai letto la risoluzione di 108 pagine, tanto meno capito le disposizioni dettagliate che non vietano i test missilistici dell’Iran. Anche se l’avesse fatto non avrebbe avuto importanza, perché un’altra continuità della politica estera statunitense è ignorare semplicemente il diritto internazionale quando si capisce che non è nell’interesse della sicurezza nazionale. Nonostante sanzioni e altri ostacoli, l’Iran ha comunque migliorato significativamente vari indicatori sociali dalla rivoluzione del 1979. L’aspettativa di vita è aumentata da 55 anni a 71 anni; i tassi di mortalità infantile sono diminuiti del 70%; il congedo di maternità retribuito supera gli standard dell’OIL; e il 60% degli studenti universitari sono donne libere di studiare qualsiasi materia. Su tutti i principali indicatori sociali, la condizione delle donne supera notevolmente quella di tutti gli altri Paesi della regione. Si può prevedere che questa tendenza continui con grande dispiacere dei peggiori nemici regionali dell’Iran, Israele e Arabia Saudita. Anche se Trump ha imposto unilateralmente ulteriori sanzioni all’Iran, è improbabile abbiano lo stesso impatto dei precedenti tentativi di minare la Repubblica islamica, per un motivo molto significativo. L’Iran ha ora due potentissimi amici, Russia e Cina, che per vari motivi vedono l’Iran componente essenziale del progetto infrastrutturale più grande del mondo, la Fascia e Via cinese (OBOR). Entrambe le nazioni sono anche acutamente consapevoli dei pericoli dell’estremismo islamico ai confini. L’Iran, contrariamente alla propaganda occidentale, è visto in contrappeso alla natura sunnita delle violenze che sconvolgono il Medio Oriente. Uno sguardo alla mappa mostra la posizione strategica dell’Iran. Fulcro logico dei grandi progetti di sviluppo eurasiatico, componente centrale dell’OBOR. Uno dei collegamenti ferroviari ad alta velocità dalla Cina all’Europa transiterà per l’Iran. Un’ulteriore linea ferroviaria ad alta velocità collegherà l’Iran al corridoio economico Cina-Pakistan che termina a Gwadar, sul Golfo Persico. Un altro sviluppo è il Corridoio dei Trasporti Internazionale Nord-Sud (INSTC) di 5600 chilometri, da Mumbai in India via Iran e Azerbaijan fino alla Russia. Prove furono condotte nel 2014. INSTC a sua volta si collega alla componente marittima dell’OBOR e all’accordo di Ashgabat firmato da India, Iran, Kazakhstan, Oman, Turkestan e Uzbekistan nel 2015. L’obiettivo dell’accordo è facilitare gli scambi commerciali tra Asia centrale e Stati del Golfo Persico. OBOR si sviluppa intorno a numerose strutture commerciali e finanziare, uno dei più importanti è la Shanghai Cooperation Organisation (SCO), la cui composizione si estende dalla Cina all’Asia centrale fino alla Russia. L’Iran è un membro associato della SCO e la sua piena adesione è fortemente sostenuta dalla Russia. La Russia è anche l’elemento chiave dell’Unione economica eurasiatica (EEU). L’Armenia, altro aderente dell’UEE ha recentemente dichiarato sostegno all’accordo di libero scambio tra Iran e UEE. Il 21 febbraio 2017, il primo vicepremier russo Igor Shuvalov visitava l’Iran per discutere di un simile accordo di libero scambio. Alcuno di questi sviluppi è gradito a Washington che monta una contro-strategia, l’obiettivo principale è rompere la sempre più forte relazione tra Russia e Cina, usando l’Iran come una pedina nella manovra geopolitica.
I resoconti sugli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti sono soprattutto voci dall’amministrazione Trump (molto contraddittorie) sulla normalizzazione delle relazioni con la Russia. Non c’è nulla di sottile o altruistico in tali mosse. Le osservazioni di Trump riflettono probabilmente il consiglio di Henry Kissinger che vede il riavvicinamento degli USA con la Russia come cuneo contro la Cina. Dalla Russia ci si aspetterebbe che sacrifichi i rapporti con l’Iran in cambio di concessioni ai confini europei, in particolare in Ucraina. Il Presidente russo Putin è troppo astuto per cedere a tali lusinghe. Anche se i media occidentali in gran parte l’ignorarono al momento, Putin spiegò la sua idea di un mondo molto diverso nel discorso alla conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2007. Putin indicò la natura “perniciosa” del mondo unipolare. Tale sistema in ultima analisi, si distrugge dall’interno. Putin disse che il “modello unipolare non solo è inaccettabile, ma è anche impossibile nel mondo di oggi“. Il modello “è viziato perché alla base non ci sono, né possono esserci i fondamenti morali della civiltà moderna. Oggi”, disse, “assistiamo all’iperuso incontrollato della forza, della forza militare, nelle relazioni internazionali, forza che spinge il mondo nell’abisso dei conflitti permanenti. Assistiamo”, continuò, “a un maggiore disprezzo dei principi fondamentali del diritto internazionale… Uno Stato, in primo luogo gli Stati Uniti, hanno oltrepassato i propri confini nazionali in ogni modo. Ciò è visibile nelle politiche economiche, culturali ed educative che impone alle altre nazioni. Bene, a chi piace?” Le osservazioni premonitrici di Putin furono ignorate dagli occidentali. Se l’avessero ascoltato, le osservazioni del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alla stessa conferenza, dieci anni dopo, nel febbraio 2017, non li avrebbero scioccati. Lavrov chiede un “ordine post-occidentale”, come il governo russo percepisce il futuro. Il discorso di Lavrov ha confermato che la Russia non è interessata a tornare sulla via filo-occidentale perseguita da Boris Eltsin nei disastrosi anni ’90. Dice all’occidente, in effetti, che se pensa di poter usare la Russia per “contenere” la Cina o imporre un cuneo tra questi due grandi poli del nuovo mondo multipolare, allora non ha fatto attenzione. Lo stesso vale per le speranze occidentali di utilizzare le concessioni alla Russia (nella misura in cui ci si può fidare) per imporre un cuneo tra Russia e Iran. Lungi dall’indulgere su ciò che Putin ha descritto come “personali pazzie” sulla Russia che attacca la NATO o altri, la Russia ha priorità più importanti, come aiutare e tutelare gli interessi sovrani degli amici, come l’intervento su richiesta del governo siriano. Un’altra manifestazione di questo nuovo orientamento è lo sviluppo di commercio, comunicazioni e legami nella difesa con l’Iran. Ciò ha incluso l’invio del sistema anti-missile S-300 all’Iran e l’eventuale potenziamento dell’Aeronautica iraniana con caccia Sukhoj Su-35. Un possibile ritorno delle forze russe sulla base aerea di Hamdan in Iran, viene anche discusso. Ancora più importante, come già osservato, la Russia aderisce con la Cina alla vincente strategia del Presidente Xi per lo sviluppo pacifico dell’Eurasia, che trasformerebbe la struttura geopolitica mondiale. Ironia della sorte, il geografo inglese Sir Halford Mackinder per primo espresse questa grande visione, nel 1904, ma sono i cinesi, in collaborazione con i partner della SCO e delle strutture finanziarie alleate, che avverano la visione di Mackinder.
Sarebbe ingenuo pensare che gli statunitensi accettino pacificamente la loro detronizzazione da unica potenza egemone del mondo. Senza dubbio s’impegneranno in ciò che Andrew Korybko descrive “guerre ibridi”, e ci si può aspettare che l’Iran ne sia l’obiettivo primario precisamente per le ragioni che ne fanno componente chiave dell’OBOR e relativi sviluppi. La SCO ha già una contro-strategia con la sua struttura regionale antiterrorismo, una forza di reazione rapida progettata per contrastare le minacce poste dalle strategie della guerra ibrida degli USA come terrorismo, rivoluzioni colorate e guerra economica per il cambio di regime. L’eliminazione progressiva del dollaro come mezzo principale del commercio internazionale, già a buon punto con BRICS, SCO e OBOR, fornirà ulteriori meccanismi di difesa, integrando le strategie militari attuare. Il mondo va creandosi intorno al triangolo Cina-Iran-Russia, offrendo una prospettiva molto diversa dalla guerra perpetua imposta dall’ordine mondiale anglo-statunitense. Il futuro del mondo dipende da questo successo.James O’Neill, legale australiano, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Altre informazioni sulla seconda liberazione di Palmyra

Rappresentanti del Ministero della Difesa russo e dei servizi speciali raccontano l’operazione per la seconda liberazione della città siriana di Palmyra
South Front

L’operazione per la liberazione della città di Palmyra fu avviata a metà gennaio ed attuata in più fasi. Furono necessarie cinque settimane per aprirsi un corridoio per Palmyra. Le truppe siriane si muovevano da una località all’altra lungo l’autostrada M20. I terroristi effettuarono la cosiddetta difesa manovrata utilizzando attivamente gruppi mobili su fuoristrada dotati di mitragliatrici. Perciò fu necessario pensare non solo ad avanzare, ma anche a coprire i fianchi. Secondo il quotidiano Izvestija, citando una fonte vicina al Ministero della Difesa russo, a dicembre non c’erano forze sufficienti per la controffensiva. “La maggior parte delle unità e dei distaccamenti operativi partecipava alle battaglie per Aleppo. Quando i militanti dello Stato Islamico (SIIL) rioccuparono Palmyra avanzando ad ovest, furono fermati con grande difficoltà. La situazione fu salvata dai soldati della 104.ma Brigata della Guardia Repubblicana siriana. Fermarono i terroristi e stabilizzarono la prima linea nella zona. Solo allora, nel corso della liberazione di Aleppo, fu avviato il trasferimento di alcune unità e distaccamenti. Ora liberano Palmyra“, citava il quotidiano. Come notato dalle Izvestija, il ruolo principale dell’offensiva fu svolto dalla 18.ma Divisione corazzata e dal 5.to Corpo, recentemente formato da volontari col supporto attivo della Russia. L’Aeronautica siriana e le Forze Aerospaziali russe supportavano le truppe dal cielo. Il lavoro di squadra degli aerei d’attacco Su-25 Grach e degli elicotteri Ka-52 Alligator, che indirizzavano i velivoli d’attacco, ha dato buoni risultati. Secondo la fonte del giornale, vicino alle azioni delle Forze aerospaziali russe in Siria, gli Alligator utilizzavano attivamente i missili anticarro Vikhr, in grado di colpire bersagli ad una distanza di 10 km. I nuovi robot da combattimento russi Uran sarebbero stati visti vicino Palmyra. Insieme all’offensiva su Palmyra, le truppe siriane liberavano i giacimenti di gas e petroliferi nel deserto. Il giornale osservava che queste strutture sono molto importanti per la Siria, che soffre di carenza di carburante.
Il 23 febbraio, l’Esercito arabo siriano arrivava alla periferia occidentale della città. Dopo di che, alle unità avanzanti fu necessaria una settimana per liberare le alture dominanti e prendere la città avvolgendola, aggirandola da nord. “Nel primo assalto a Palmyra e la conseguente controffensiva dei terroristi, le parti operarono principalmente a sud“, osservava una delle fonti del giornale. “C’erano più strade e più terreni di manovra per le forze mobili. Inoltre, era più conveniente entrare in città da sud e prendere immediatamente il centro di Palmyra. Perciò, la difesa della città da nord di solito si limitava a diversi posti di blocco. Prima della liberazione di Palmyra, la ricognizione operò molto bene. Le posizioni dei terroristi e della loro difesa furono rivelati verso nord“. Il 1° marzo vi fu la svolta. Il Jabal Qayal, che domina Palmyra, fu preso e la lotta per i quartieri settentrionali e occidentali della città iniziò. La sera, i terroristi capirono l’insensatezza di un’ulteriore resistenza e si ritirarono precipitosamente verso est. Attentatori suicidi e cecchini ne coprirono la ritirata. Le rovine e i cigli della strada furono densamente minati. “Come previsto, unità e distaccamenti siriani attaccarono da nord“, dice una delle fonti del giornale. “Compirono brillantemente il compito assegnato, scacciando subito i terroristi dalle loro posizioni e prendendo le strutture designate. Ma era solo metà della battaglia. Ci si aspettava che i terroristi iniziassero immediatamente la controffensiva. È la loro solita tattica, contrattaccare immediatamente e non dare nessuna possibilità di creare le difese. Ma inaspettatamente, il gruppo attuò una serie di piccoli attacchi su Palmyra, e le unità dei terroristi semplicemente fuggirono dalla città“. Il 2 marzo, i terroristi lanciarono l’ultimo serio contrattacco per guadagnare tempo per fuggire. Tuttavia, alla fine della giornata, la maggior parte della città fu liberata. Non solo la forza aerea russa, ma anche i soldati del Comando delle Forze Speciali russi parteciparono attivamente alla battaglia per Palmyra. Il 3 marzo, l’aeroporto alla periferia orientale di Palmyra fu liberato.
Nella seconda liberazione di Palmyra fece il debutto il nuovo distaccamento d’élite siriano denominato Cacciatori del SIIL. Secondo i media, i “cacciatori” sono stati addestrati ed equipaggiati dalle Forze per le Operazioni Speciali russe. Il compito principale della nuova formazione è proteggere Palmyra e i suoi campi gasiferi. Concludendo, la liberazione di Palmyra fu un test della forza del rinnovato Esercito arabo siriano, creato con il sostegno attivo della Russia. I siriani dimostrano di poter combattere contro i più forti gruppi terroristici che, nella lotta per Palmyra, sono fuggiti per la prima volta dall’inizio della guerra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora