Stalin e i tecnici

Come Stalin, il partito ed il potere sovietico posero fine allo iato tra quadri tecnico-dirigenziali e classe operaia nell’URSS del primo Piano Quinquennale
Luca BaldelliIl problema delle relazioni tra classe operaia e mondo intellettuale si pose, in tutta la sua drammatica cogenza, fin dalla vittoria della Rivoluzione socialista bolscevica del 1917. La guerra contro le bande monarchiche e scioviniste che, appoggiate dai circoli imperialisti internazionali, misero a ferro e fuoco il Paese durante la Guerra civile del 1918/21, con l’intento di rovesciare il neonato potere sovietico, vide numerosi intellettuali schierarsi a fianco del socialismo, della causa degli operai e dei contadini: V.V. Majakovskij, A.V. Lunacharskij, A. A. Blok, solo per citarne tre. Altrettante figure del mondo della cultura, però, coltivarono i germi nefasti dello scetticismo e del disfattismo o peggio ancora scelsero il fronte opposto, quello della reazione: M. A. Bulgakov fu assai tiepido verso il nuovo ordine sociale; Anna Achmatova si chiuse in un atteggiamento di snobistico disprezzo, mentre M. Gorkij additò addirittura come pericolo mondiale il mugik russo oppresso da secoli di sfruttamento e ora pronto, liberate le catene, a dare l’assalto ad ogni “civiltà” con la sua indole “barbara ed asiatica”. Fin qui abbiamo illustrato le posizioni di poeti e scrittori; il grandangolo dello storico, però, il suo obiettivo più acuto e potente, non può però che andare a catturare anche altre figure di intellettuali: per la precisione, migliaia e migliaia di ingegneri, tecnici, economisti, specialisti vari i quali si trovarono davanti, potente e trascinante come nessun altro, il ciclone dell’Ottobre. Non sempre la convivenza fu facile tra questi e il nuovo assetto di potere e le ragioni sono anche abbastanza semplici da comprendere: di estrazione alto–borghese, quando non addirittura aristocratica, la gran parte di questi quadri tecnico–scientifici nutriva sentimenti di aperta ostilità verso chi aveva spazzato via, con la ramazza della più autentica giustizia sociale e della più radicale rottura col passato, vecchi privilegi di casta e rendite di posizione accademiche anacronistiche e regressive. In altri termini, era perfettamente fisiologico, secondo le bronzee leggi della dialettica storica e sociale, il fatto che una parte consistente di questi “cervelli” si schierasse contro la marea montante della Rivoluzione proletaria. Contro gli elementi visceralmente antisovietici, il governo bolscevico dovette per forza prendere provvedimenti limitativi della libertà, pena difficoltà insormontabili in settori strategici della produzione. Vi furono altri esponenti del mondo tecnico–scientifico che, pur essendo di origine borghese, si dichiararono pronti a servire la causa del socialismo, con lealtà, abnegazione e spirito costruttivo. Verso questi, il potere sovietico, all’inizio, non sempre si distinse per acume e correttezza: se alcuni raggiunsero da subito posizioni elevate e prestigiose, in funzione delle loro capacità, altri furono penalizzati nell’accesso ad alcuni canali professionali e accademici e i loro figli, per diverso tempo, non poterono iscriversi a determinati istituti e università o, pur potendolo fare, incontrarono diverse difficoltà, diversamente dai figli degli operai e dei contadini. Questo stato di cose, se da una parte poteva essere interpretato come il giusto, inevitabile contrappasso sociale, di classe, per secoli e secoli di discriminazione, ghettizzazione, esclusione ai danni delle classi subalterne, per un potere eticamente superiore quale quello sovietico, pervaso dai più nobili valori universalisti, poneva grandi problema di ordine etico, politico, sociale. Problemi di merito e di metodo, di valori e di opportunità al medesimo tempo.
Il governo degli operai e dei contadini, teso alla liberazione di tutta la società dalle catene dello sfruttamento e della tirannia, non poteva tollerare al lungo alcuna discriminazione deliberata sulla base dell’estrazione sociale dei cittadini; anche giustificata in parte dall’azione eversiva dei ceti spodestati, essa rappresentava sia una violazione dei principi marxisti–leninisti sia un ostacolo controproducente, illogico, antisociale al pieno sviluppo dell’URSS tutta. A metà degli anni ’20, sempre più scienziati e quadri tecnico–dirigenziali formatisi in epoca zarista iniziarono a convincersi della superiorità del socialismo e, mano a mano che esso mostrava i suoi innegabili vantaggi, decisero contribuire al suo ulteriore sviluppo, di lavorare alla sua definitiva vittoria come faro per tutta l’umanità. Vincendo la diffidenza e l’ostilità di ambienti dogmatici e settari ancora influenti all’interno del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS, quasi tutti legati a Trotzkij, un gruppo di scienziati e luminari di varie branche fondò, fin dal 1928, l’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici, per coadiuvare in ogni modo il processo di edificazione del nuovo ordine sociale. Questo simposio non fu di certo un organismo esclusivamente accademico, bensì rappresentò un avanzato fronte di lotta e di proposta, un punto di raccordo fondamentale tra i lavoratori del braccio e delle mente, tra la politica e la scienza, nel rifiuto di ogni separazione castale ma anche di ogni visione operaistica grezza, infantilmente estremistica e massimalista. Tra le figure più eminenti dell’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici ricordiamo il biochimico A.N. Bach, fondatore del prestigiosissimo Laboratorio chimico centrale sovietico, il patologo A.I. Abrikossov, figlio di proprietari terrieri, fornitori ufficiali della cioccolata per la Corte imperiale, il microbiologo ed epidemologo N. Gamaleja, figlio di nobili di estrazione cosacca, campione della lotta al tifo e al vaiolo, il chimico N.S. Kurnakov, fondatore dell’analisi fisico–chimica a livello mondiale e autore del test usato nell’estrazione del platino.
Man mano che nella compagine del VK(b)P prendeva forza la linea equilibrata e saggia di Stalin, retrocedevano, irreversibilmente, le posizioni dogmatiche, avventuriste, sterilmente volontariste o pseudo–operaiste della “sinistra” trotzkista, assieme a quelle rinunciatarie, capitolarde, pervase di sopravvivenze piccolo–borghesi, della “destra” di stampo principalmente buchariniano. Questo si rifletté inevitabilmente anche sul ruolo e sulla posizione degli scienziati, degli intellettuali e dei tecnici nel quadro della costruzione del socialismo. Se nel campo letterario e artistico Maksim Gorkij iniziò a cantare le lodi del nuovo sistema, mettendo in evidenza l’opera di recupero sociale effettuato dall’OGPU e del sistema dei GULAG (nel 1929 visita le Isole Solovetskij, nel 1934 effettuerà un reportage dal mastodontico cantiere del Canale Mar Bianco – Mar Baltico ), se M. A. Bulgakov abbandonò vecchi pregiudizi e timori infondati, frutti della mendace propaganda controrivoluzionaria e dell’azione di elementi deleteri presenti in seno al Partito e allo Stato, da parte dei quadri tecnico–scientifici sempre più numerosi giunsero i contributi innovativi, le invenzioni, i suggerimenti costruttivi per lo sviluppo, l’affinamento, la trasformazione, l’evoluzione dei processi produttivi.
Nel 1928, con il concorso e l’attiva partecipazione di ogni istanza economica, sociale, politica, culturale, venne elaborato il Primo Piano Quinquennale per gli anni 1928/1933, gigantesca, formidabile, ineguagliata opera di ingegneria sociale, destinata a mutare per sempre il volto della vecchia Russia e dell’URSS e ad affermare ritmi di sviluppo mai visti in nessuna parte del mondo. Il ruolo degli scienziati, dei tecnici, degli ingegneri, dei quadri dirigenziali nella definizione delle linee del Piano non fu secondo a quello di altri attori sociali e di altri portatori di interesse. Tutto si contemperò armonicamente nel quadro dell’interesse generale e nella lotta per l’avanzamento del socialismo. L’ostilità e la diffidenza reciproche tra quadri e classe operaia cedettero il passo, progressivamente ma inesorabilmente, alla reciproca comprensione e intesa, nell’interesse dello scopo supremo: la creazione di una nuova civiltà di liberi ed eguali. La classe operaia sempre più fece tesoro del patrimonio di nozioni e saperi trasmesso dagli esponenti dell’apparato tecnico–scientifico; dal canto suo, tale apparato sempre più si compenetrò della vivida energia sperimentatrice e creatrice del proletariato, con le sue intuizioni, le sue opere concrete, i prodigiosi stimoli e le innovazioni studiate e messe in atto nella trincea della produzione.
Nel 1928, nell’industria lavoravano ancora soltanto 13700 ingegneri: lo 0,52% della classe operaia. Sgomberato il campo da sabotatori e quinte colonne, il potere bolscevico valorizzò sempre più l’opera dei quadri intellettuali onesti e leali, mentre, al contempo, potenziò al massimo le fila degli ingegneri, dei tecnici, degli scienziati: se nel 1928, nei vari Politecnici e Istituti ad essi collegati, studiavano 18900 persone, nel 1933 erano diventate 233500. Un dato eccezionale, di per sé eloquente, della capacità di organizzazione e promozione dei saperi nel quadro della società sovietica. Segnatamente, nel 1928/29 il Partito inviò a studiare e a formarsi, nei Politecnici e negli Istituti tecnici superiori, 1000 militanti di avanguardia, tutti di estrazione operaia e contadina, i quali sarebbero diventati in seguito rinomati direttori di produzione, tecnici, pedagoghi, medici. Il meglio che il nuovo potere sovietico poteva offrire alla società tutta, liberando energie, talenti e geni compressi e soffocati per secoli dai macigni dell’oppressione di classe. Un’altra cifra, meglio di ogni altra, offre il quadro dello sviluppo incessante, prodigioso della Terra dei Soviet lungo l’asse del Primo Piano Quinquennale: se nel 1926 vi erano, in tutta l’URSS, 11000000 di operai e impiegati, nel 1933 se ne censirono 22900000. Il numero dei quadri intellettuali tecnico–dirigenziali crebbe in maniera ancora più impressionante. A dirigere la massima autorità della pianificazione dal 1925 al 1934, ovvero il GOSPLAN, furono due figure lucide, coraggiose, integerrime: Gleb Maksimilianovic Krzhizhanovskij e Valerian Vladimirovic Kujbyshev, ambedue di origini altolocate: borghese di rango il primo, di ascendenza nobile il secondo (era figlio di un militare di carriera). Assieme a Stalin e ai vertici del Partito, degli organi istituzionali e del potere popolare, furono i “capitani” della grande svolta del Paese verso la modernità, la prosperità, la libertà dalle residue catene del capitalismo. Nell’eroica attuazione del Piano Quinquennale, tra difficoltà, sabotaggi, complotti internazionali mai cessati, poterono contare su figure di specialisti di primo piano: I.V. Bardin, ingegnere capo nella costruzione del Complesso metallurgico di Kuznetsk; I.M. Gubkin, geologo, Presidente del prestigiosissimo Congresso Geologico Internazionale con sede a Mosca; I. G. Aleksandrov, autore del progetto della gigantesca centrale sul Dnepr; A. V. Winter e altri ancora.
Naturalmente, nel vivo di una lotta e di un impegno indefesso per la trasformazione del Paese, non mancarono contrasti, polemiche e anche processi a carico di sabotatori annidati negli apparati tecnico–dirigenziali e scientifici. Nel 1930 fu la volta del Processo del Partito industriale, a carico di otto ingegneri sovietici che, in combutta con circoli imperialisti internazionali, avevano attuato sabotaggi sistematici alla produzione, organizzando anche un partito segreto che avrebbe dovuto prendere il potere con l’aiuto della Francia, lanciata in un’invasione militare del territorio sovietico. La storiografia anticomunista ha intinto e intinge il pane in alcuni aspetti poco chiari del processo che però, in gran parte, sono stati e sono tali solo per la volontà dei circuiti anti-marxisti e antisovietici di non comprendere implicazioni, legami, scaricabarile che non mancarono e che fecero finire nel tritacarne anche persone in buona fede, colpevoli solo di cattive frequentazioni. Non vi fu alcun processo farsa: le accuse erano vere, fondate, inoppugnabilmente provate anche da dichiarazioni di personaggi tutt’altro che teneri verso il potere sovietico. Louis Fischer, in “Machines and men in Russia”, scrisse: “che ingegneri russi si siano dedicati e si dedichino al sabotaggio è fuori dubbio. Gli specialisti statunitensi che lavorano in Russia lo hanno ripetutamente affermato in privato e alla stampa. E prove particolareggiate confermano le loro asserzioni. Ma questo fatto non costituisce legittimo motivo per arrestare e condannare una intera classe, molti dei cui componenti sono cittadini leali e devoti”.
Obiettivamente, Fischer mise in risalto due aspetti incontrovertibili, sui quali ci siamo soffermati ed abbiamo argomentato: tantissimi ingegneri e tecnici, la stragrande maggioranza, erano ormai del tutto solidali con il potere sovietico e non concepivano alcun progetto eversivo ai suoi danni. Allo stesso tempo, il complotto per far crollare l’URSSera tutto meno che fantasia, e trovava terreno fertile tra vari specialisti e quadri che mantenevano posizioni da infiltrati e agenti dormienti. Individuate e chiarite con cura, rigore e precisione le posizioni di ciascuno degli imputati, il processo e l’insieme dei provvedimenti restrittivi adottati videro numerose revisioni e molti ingegneri e tecnici, arrestati all’inizio del processo, vennero liberati. I massimi organismi della pianificazione economica, accanto al Partito e ai vertici dello Stato, criticarono gli eccessi della OGPU e gli sconfinamenti dell’azione penale in campi impropri. Fu la prova provata, questa, che in URSS non esisteva né poteva esistere uno Stato di polizia: grazie alla vigilanza del Partito e del popolo tutto, la giustizia sovietica funzionava a puntino e nessuno correva il rischio, avendo a che fare con essa, di finire in un tritacarne a tempo indeterminato, come avviene ai poveri cristi perseguitati dalla giustizia dei Paesi borghesi, ai quali può capitare di trascorrere anni e anni in cella senza alcuna colpevolezza effettiva riscontrata. Nel 1931 fu la volta del processo contro 14 professori menscevichi e funzionari dello Stato, accusati di attività controrivoluzionaria mirata alla restaurazione del potere di grandi capitalisti espropriati nel 1917, in combutta con circoli imperialisti francesi e britannici. Nel 1933, infine, vi fu il processo contro sei ingegneri inglesi, dieci ingegneri russi e una segretaria sempre russa, accusati di sabotaggio a danno di centrali elettriche, con il contorno solito di spionaggio e corruzione. Un copione tipico e ricorrente nelle cucine delle trame imperialiste, specie inglesi. La reazione al processo fu la riprova della colpevolezza degli inglesi: l’ambasciatore britannico, infatti, sin dall’inizio si profuse in dichiarazioni incendiarie e toni rabbiosi contro l’URSS, anche se si era istituito un processo davanti ad un Tribunale regolare di un Paese sovrano, con prove inoppugnabili. Il verdetto, dopo che accusa e difesa si erano confrontati su un terreno di correttezza giuridica e formale indiscutibile, fu il seguente: 16 condannati, un assolto (un ingegnere inglese). In spregio ad ogni rispetto della sovranità e della giustizia di un Paese straniero, ad ogni principio di non ingerenza e, infine, ad ogni considerazione di tatto ed opportunità, la Gran Bretagna impose un blocco commerciale su alcune merci che, se scalfì appena il potenziale produttivo sovietico, procurò gravi danni ad alcuni interessi economici inglesi. Un pesante boomerang tornava così in testa a chi l’aveva lanciato in aria nello spazio eurasiatico della grande URSS, con l’intenzione di coprire altarini e complotti eversivi ai danni del primo governo operaio e contadino del mondo.  Più tardi, riferendosi a fatti avvenuti nel 1928, anche John Littlepage, ingegnere statunitense tutt’altro che comunista, presente in URSS nel quadro dei progetti di cooperazione, riconobbe in maniera inconfutabile la realtà dei sabotaggi, compiuti non solo da alcuni quadri, ma anche da elementi infidi presenti tra gli operai: “un giorno del 1928 entrai in un’officina di generatori nelle miniere di Koshkar. Per caso, la mia mano affondò nel recipiente principale di una grande macchina Diesel ed ebbi la sensazione di qualcosa di grumoso nell’olio. Feci immediatamente fermare la macchina e togliemmo circa un litro di sabbia di quarzo, che non poteva che esservi stata gettata intenzionalmente. A varie riprese abbiamo trovato, nelle nuove installazioni delle officine di Koshkar, della sabbia in ingranaggi come i riduttori di velocità che sono interamente chiusi e possono essere aperti solo sollevando il coperchio per il manico. Questo meschino sabotaggio industriale era così comune in tutti i settori dell’industria sovietica, che gli ingegneri russi non se ne occupavano per nulla e furono sorpresi della mia preoccupazione quando lo constatai per la prima volta (…) parecchie persone non possono vedere le cose allo stesso modo e restano dei nemici implacabili dei comunisti e delle loro idee, anche quando sono entrati in un’industria di Stato”.
Riguardo agli episodi giudiziari sopra ricordati, mai si udirono toni sguaiati e demagogici contro ingegneri, tecnici e quadri dirigenziali, nella stampa e nel Paese: alla sbarra erano alcuni di loro, non l’intero gruppo sociale e professionale! Alcuni rantoli estremistici si sentirono, ma vennero subito soffocati non dalla censura, che non esisteva se non nelle teste dei propagandisti borghesi e filo–capitalisti, ma dal buonsenso, dalla linea generale del Partito che si era andata consolidando, dalla considerazione della quale godevano tantissimi tecnici e intellettuali che in tutto il Paese stavano lavorando alla costruzione ed al potenziamento di dighe, centrali elettriche, strade, ferrovie, industrie. Nel 1931, Stalin, rafforzando la sua posizione in maniera democratica, con la forza delle idee e dell’appoggio di milioni di uomini e donne in tutto il Paese, aveva pronunciato alcune parole inequivocabili: “Nessuna classe governante è mai riuscita ad andare avanti senza i suoi intellettuali (…). I bolscevichi devono seguire una politica tale da attirare a noi gli intellettuali e devono occuparsi del loro benessere”. Non vi dovevano essere più persecuzioni immotivate di ingegneri, azioni ostili contro chi era leale e trasparente nel pensiero e nell’azione all’interno dei quadri tecnico–dirigenziali, nessuna frattura artificiosa e assurda tra lavoratori del braccio e della mente, né sulla base di scelte inopinate né, tantomeno, sulla base di demenziali considerazioni sulle origini di classe. Dopo il pronunciamento di Stalin, gli organi del potere sovietico, in armonia con la discussione sviluppatasi dentro al Partito, nei Sindacati, nelle fabbriche, lavorarono assieme, nell’anno 1931, alla formulazione di un nuovo Decreto che sancì alcune misure di importanza storica a beneficio dei quadri tecnico–dirigenziali e degli specialisti: uniformità di razioni alimentari e di trattamento in sanatori e case di riposo tra questi e gli operai; assegnazione di appartamenti confortevoli, adeguati soprattutto per l’attività di studio e approfondimento (gli appartamenti dei quadri avevano una stanza o anche due in più); rimodulazione delle aliquote sul reddito in senso premiante; ammissione dei figli in tutte le scuole di ogni ordine e grado, senza alcun impedimento o potenziale riserva ostativa.
A questi provvedimenti fece seguito un clima di grande fiducia e distensione: molti ingegneri, medici, tecnici, architetti, specialisti di differenti branche furono liberati dal carcere, promossi a posizioni di prestigio e responsabilità, decorati con onorificenze prestigiose quali l’Ordine di Lenin. Nessun ingegnere avrebbe potuto più essere accusato di sabotaggio se, per fare solo un esempio, avesse proposto di compiere prospezioni geologiche in un punto del Paese, senza poi aver la fortuna di trovare i giacimenti di petrolio ipotizzati in prima istanza. Arnold Soltz, autorevolissimo giurista sovietico, scrisse sulle “Izvestija”: “Il ritirare uomini da posti importanti dell’industria e nell’amministrazione civile ha causato allo Stato perdite enormi”. Per il futuro non si doveva più ammettere nemmeno l’ipotesi del carcere, in assenza di una sufficiente e solida base probatoria. La civiltà giuridica sovietica aveva risolto in gran parte un nodo, quello dei diritti dell’imputato e dell’uso arbitrario del carcere, che per le “democrazie” borghesi è, ancora oggi, ben lungi dall’esser stato districato. Ancora più forte e deciso fu il Commissario del Popolo alla Giustizia Nikolaj Krilenko: egli biasimò e destituì un Procuratore provinciale che aveva istituito un procedimento legale a carico di alcuni ingegneri, senza un sufficiente carniere di prove a supporto dell’azione penale. Insomma, la società sovietica, con il consolidamento della linea di Stalin e della stragrande maggioranza dei militanti, si avviò sul felice e radioso sentiero dello sviluppo più pieno nella libertà, nella vera democrazia e nella coesione sociale tra profili professionali e sociali differenti, prima artatamente messi l’uno contro l’altro da correnti disgreganti, da visioni settarie dei rapporti sociali e da complotti etero–diretti dai circoli imperialisti. Quella compattezza consentì al Paese di fare il suo ingresso nel mondo sviluppato e di prepararsi, più tardi, all’inevitabile scontro con la bestia nazi–fascista.Riferimenti bibliografici e sitografici
Sidney e Beatrice Webb: “Il comunismo sovietico: una nuova civiltà” – Volume secondo (Einaudi, 1950).
Storia universale” dell’Accademia delle Scienze dell’URSS – Volume 9 (Teti Editore, 1975).
Ludo Martens: “Stalin, un altro punto di vista” (Zambon editore, 2005).
Lineamenti di storia dell’URSS”, Vol. II (Progress Edizioni, 1982)
Louis Fischer: “Machines and men in Russia” (Harrison Smith, 1932)
John D. Littlepage: “A la recherche des mines d’or de Siberie, 1928-1937” (Ed. Payot, 1939).

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In Afghanistan i russi sono rimpianti

Andre Vltchek NEO 29.07.2017Questo non dovreste leggerlo. Tutti i ricordi dell'”epoca sovietica” in Afghanistan sono stati confezionati ed etichettati come “negativi”, perfino “tossici”. Alcuna discussione sull’argomento è consentita nelle ‘cerchie istruite’, almeno in occidente e in Afghanistan. In Afghanistan l’Unione Sovietica fu incastrata e la sovranità comunista subì un colpo fatale. “La vittoria del capitalismo sul comunismo”, gridava la narrativa ufficiale occidentale. La “distruzione temporanea di tutte le alternative progressiste per la nostra umanità”, risposero gli altri, ma sottovoce. Dopo il terribile, brutale e umiliante periodo Gorbaciov/Eltsin, la Russia si è ridotta geograficamente e demograficamente, attraversando un’agonia indescrivibile, sanguinando e crogiolandosi tra i rifiuti mentre l’occidente celebrava una vittoria temporanea, ballando sul mappamondo, prevedendo la riconquista delle vecchie colonie. Ma alla fine la Russia sopravvisse, si riprese assieme alla sua dignità, ed ancora una volta è diventata uno dei Paesi più importanti della Terra, confrontandosi direttamente coi piani imperialisti mondiali occidentali. L’Afghanistan non si è mai ripreso. Da quando le ultime truppe sovietiche lasciarono il Paese nel 1989, fu terribilmente afflitto per anni, consumato da una brutale guerra civile. Il suo governo progressista dovette affrontare il terribile terrore dei mujahidin sostenuti dall’occidente e dai sauditi, con gente come Usama bin Ladin che guidava il genocidio jihadista. Socialisti, comunisti, secolari e quasi tutti coloro che s’istruirono nell’ex-Unione Sovietica o nei Paesi dell’Est furono uccisi, esiliati o silenziati per decenni. La maggior parte si stabilì in occidente semplicemente tradita; seguendo la narrativa ufficiale e dogmatica occidentale. Anche chi ancora affermava di essere di sinistra, ripeté come pappagalli la fiaba approvata: “Forse l’Unione Sovietica non era così male come i mujahidin, i taliban o addirittura l’occidente, ma era davvero brutta”. L’ho sentito a Londra e altrove da diverse bocche delle élite corrotte afghane e dai loro figli. Fin dall’inizio ne dubitai. E poi per lavoro, viaggiando in Afghanistan, parlai con decine di persone facendo esattamente ciò che mi fu scoraggiato dal fare: andare ovunque senza una scorta o una protezione, fermandomi in villaggi sperduti, entrando in catapecchie infestate da narcotici, avvicinandomi ad intellettuali importanti di Kabul, Jalalabad e altrove. “Di dove sei?” Mi chiesero molte volte. “Russia”, avrei risposto. Era una semplificazione. Sono nato a Leningrado, ora San Pietroburgo, da un incredibile miscuglio di sangue cinese, russo, ceco e austriaco che attraversa le mie vene. Tuttavia, il nome “Russia” mi è venuto naturalmente, nei deserti e nelle profonde gole afghane, specialmente in quei luoghi dove sapevo che la mia vita era appesa a un filo sottile. Se avessi pronunciato l”ultima parola in questa vita, sarebbe stata “Russia”. Ma dopo la mia dichiarazione, i volti del popolo afghano s’illuminavano inaspettatamente ed improvvisamente. “Benvenuto!” Avrei sentito ancora e ancora, seguito dall’invito ad entrare in case umili: un’offerta per riposare, mangiare o bere un bicchiere d’acqua. ‘Perché?’ Mi chiesi spesso.
“Perché?” Finalmente chiesi al mio autista e interprete, Arif, diventato mio caro amico.
“Perché in questo Paese gli afghani amano il popolo russo”, rispose semplicemente e senza alcuna esitazione.
“Gli afghani amano i russi?” Chiesi. “Davvero?”
“Sì” rispose sorridendo. “Li vogliono. La maggior parte del nostro popolo li ama”.
Due giorni dopo ero seduto su una Land Cruiser blindata dell’UNESCO, parlando con un ex- ingegnere istruito dai sovietici, ora semplice autista, Wahed Tooryalai. Mi permise di nominarlo; non aveva timore, solo rabbia che ovviamente voleva uscire dal suo corpo:
“Quando dormo, ancora a volte vedo l’ex-Unione Sovietica nei miei sogni. Dopo di che, mi sveglio e mi sento felice per un intero mese. Ricordo tutto quello che vi vidi, ancora oggi…”
Volevo sapere cosa lo rendesse veramente felice “lì”?
Wahed non esitò: “Persone! Così gentili. Accoglienti… russi, ucraini… mi sentivo a casa. La loro cultura è esattamente come la nostra. Chi afferma che i ‘russi’ occuparono l’Afghanistan è semplicemente un venduto. I russi hanno fatto tanto per l’Afghanistan: hanno costruito interi centri abitati come ‘Makrojan’, fabbriche, anche panetterie. In luoghi come Kandahar, le persone ancora mangiano pane russo…”
Ricordo le condutture dell’acqua sovietiche che fotografai nella più miserabile provincia afgana, nonché i canali elaborati presso città come Jalalabad.
“C’è tanta propaganda contro l’Unione Sovietica”, dissi.
“Solo i mujahidin e l’occidente odiano i russi”, spiegava Wahed. “E chi li serve”. Poi continuò: “Quasi tutti i poveri afghani non avrebbero mai detto nulla di brutto sui russi. Ma il governo è con l’occidente, così come le élite afghane che vivono all’estero: che acquista immobili a Londra e Dubai mentre vende il proprio Paese… chi viene pagato per “creare opinione pubblica”.
Le sue parole fluivano; sapeva esattamente cosa diceva, ed erano amare, ma era chiaramente ciò che sentiva: “Prima e durante l’epoca sovietica c’erano medici sovietici, ed anche insegnanti sovietici. Ora mostratemi un medico o un insegnante di Stati Uniti o Regno Unito nelle campagne afgane! I russi erano dappertutto e mi ricordo ancora alcuni nomi: Ljudmila Nikolaevna… Mostratemi un medico o infermiere occidentale qui. Prima medici ed infermieri russi lavoravano in tutto il Paese e i loro stipendi erano così bassi… usavano la metà per le proprie spese e l’altra metà la distribuivano ai nostri poveri… Ora guardate ciò che fanno statunitensi ed europei: sono venuti qui per fare soldi!”
Ricordo il mio recente incontro con un combattente georgiano, sotto il comando degli Stati Uniti nella base di Bagram. Disperato, mi ricordò la sua esperienza: “Prima di Bagram ero nella base statunitense Leatherneck, nella provincia di Helmand. Quando gli statunitensi uscivano, addirittura estraevano il cemento dal suolo. Scherzavano: “Quando siamo venuti qui, non c’era niente, e non ci sarà nulla dopo che ce ne andremo…” Ci vietarono di dare cibo ai bambini. Quello che non potevamo consumare, dovevamo distruggerlo, ma non darlo alla popolazione locale. Non capisco ancora perché? Chi proviene da Stati Uniti o Europa occidentale mostra tanta malinconia per il popolo afghano!”
Che contrasto!
Wahed ricordava come l’eredità sovietica fu bruscamente sradicata: “Dopo l’era dei taliban, eravamo tutti poveri. C’era la fame; non avevamo niente. Poi l’occidente venne iniziando a gettare soldi dappertutto Karzai e le élite continuavano ad arraffare tutto quello che potevano, ripetendo come pappagalli: “Gli Stati Uniti sono buoni!” I diplomatici del governo di Karzai, le élite, si costruiscono la casa negli Stati Uniti e nel Regno Unito, mentre le persone istruite nell’Unione Sovietica non hanno alcun lavoro dignitoso. Eravamo tutti nella lista nera. Tutta l’istruzione doveva essere dettata dall’occidente. Se avevi studiato nell’Unione Sovietica, in Cecoslovacchia, nella Germania dell’Est o in Bulgaria, ti avrebbero solo detto: fuori comunista! Almeno ora siamo autorizzati ad ottenere dei posti di lavoro… Siamo ancora puri, puliti, mai corrotti!”
“Le persone ancora se lo ricordano?” chiesi.
“Naturalmente! Andate in piazza o in un villaggio. Ditegli: “Come stai?” in russo. Ti invitano immediatamente a casa, per nutrirti e abbracciati…”
Ci provai alcuni giorni dopo, nel mercato… e funzionò. Provai in una città provinciale, e funzionò di nuovo. Finalmente provai in un villaggio infiltrato dai taliban a 60 chilometri da Kabul, e non funzionò. Ma riuscì a scappare.
Incontrai Shakar Karimi nel villaggio di Pola Sharkhi. Un patriarca e capo distrettuale nella provincia di Nangarhar. Gli chiesi quale era il miglior sistema mai adottato nel moderno Afghanistan? Innanzitutto parlò della dinastia Khan, ma poi indicò un leader afghano di sinistra, brutalmente torturato e assassinato dai taliban dopo che entrarono a Kabul nel 1996: “Se avessero lasciato in pace il Dottor Najib, sarebbe stato un bene per l’Afghanistan!”
Gli chiesi dell’invasione sovietica nel 1979.
“Sono venuti perché ricevettero informazioni sbagliate. Il primo errore fu entrare in Afghanistan. Il secondo errore fatale fu quello di andarsene”.
“Qual è la principale differenza tra russi ed occidentali durante l’invasione dell’Afghanistan?”
“Il popolo russo è venuto prevalentemente per aiutare l’Afghanistan. La relazione tra russi e afghani fu sempre grande. C’era vera amicizia e la gente interagiva, c’erano anche feste e visite reciproche”.
Non andai oltre; non chiesi cosa succeda oggi. Era troppo evidente. “Muri enormi e cavi ad alta tensione”, sarebbe stata la risposta. Droni e armi ovunque e assoluta mancanza di fiducia… e la divisione sconfinata tra pochi superricchi e la grande maggioranza dei disperatamente poveri… il Paese più depresso del continente asiatico.
Poi chiesi al mio compagno Arif se tutto questo fosse veramente vero?
“Certo!” Gridò con passione. “100% vero. I russi costruirono strade, case per il nostro popolo e trattavano bene gli afgani, come fratelli. Gli statunitensi non hanno mai fatto niente per l’Afghanistan, quasi niente. Si preoccupano solo dei propri vantaggi”. “Se ci fosse un referendum proprio adesso, con una semplice domanda: “vuoi che l’Afghanistan sia con la Russia o con gli Stati Uniti”, la grande maggioranza voterebbe per la Russia, mai per gli Stati Uniti o l’Europa”. E sa perché? Sono afghano: quando il mio Paese sta bene, sono felice. Se il mio Paese sta male, allora soffro! La maggior parte delle persone qui, a meno che non siano indottrinati o corrotti dagli occidentali, sa perfettamente cosa fece la Russia per questo Paese. E sa come l’occidente ha ferito la nostra terra”.
Ovviamente questo non è ciò che ogni afghano pensa, ma la maggior sicuramente. Basta andare in ogni angolo del Paese e chiedere. Non si dovrebbe, naturalmente. Ti viene detto di evitare di venire qui, di vagare in questa terra “illegale”. E non dovresti andare dalla gente. Invece dovresti riciclare gli scritti di accademici smidollati e vigliacchi, nonché i media servili. Se sei liberale, aspettati almeno di sentire: “non c’è speranza, alcuna soluzione, niente futuro”. Nel villaggio di Goga Manda, i combattimenti tra taliban e truppe governative sono ancora un pericolo. In tutta l’area si trovano i resti arrugginiti di mezzi sovietici, nonché vecchie case distrutte dalle battaglie dell’epoca sovietica. I taliban si trovano proprio dietro le colline, attaccando le forze armate dell’Afghanistan almeno una volta al mese. Quasi 16 anni dopo l’invasione della NATO e conseguente occupazione del Paese, questo villaggio, come migliaia di altri in Afghanistan, non ha accesso all’elettricità e all’acqua potabile. Non c’è una scuola raggiungibile, neanche un presidio medico, lontano da qui 5 chilometri. Qui una famiglia media di 6 persone deve sopravvivere con 130 dollari al mese e questo solo se alcuni lavorano in città. Chiedo a Rahmat Gul, insegnante in una città vicina, se i tempi “russi” erano migliori. Esitò per quasi un minuto e poi rispose vagamente: “Quando i russi erano qui, c’erano un sacco di sparatorie… una vera guerra… la gente moriva. Durante il periodo jihadista, i mujahidin erano posizionati laggiù… sparavano da quelle colline, mentre i carri armati sovietici erano situati vicino al fiume. Molti civili furono presi dal fuoco incrociato”. Mentre ero pronto a fare altre domande, il mio interprete cominciò a preoccuparsi: “Andiamo! Vengono i taliban”.
È sempre calmo. Quando s’innervosisce so che è veramente il momento di correre. Corriamo, semplicemente accelerando e guidando a rotta di collo sulla strada. Prima di separarci, Wahed Tooryalai mi afferrò la mano. Sapevo che voleva dire qualcosa di essenziale. Aspettai la domanda. Poi con un russo ancora eccellente: “A volte mi sento così male, così arrabbiato. Perché Gorbaciov ci abbandonò? Perché? Stavamo agendo bene. Perché ci ha abbandonato? Se non ci avesse tradito, la vita in Afghanistan sarebbe stata grande. Non sarei un autista delle Nazioni Unite… ero il vicedirettore di un’enorme panificio, con 300 persone che vi lavoravano: costruivamo il nostro amato Paese, crescendo. Spero che Putin non ci abbandoni”. Poi mi guardò dritto negli occhi, e all’improvviso ebbi la pelle d’oca mentre parlava e i miei occhiali s’appannarono: “La prego dica a Putin: gli tenga la mano, come ora tengo la sua. Gli dica ciò che ha visto nel mio Paese; che noi afghani, o almeno molti di noi, sono ancora persone dritte, forti e oneste. Tutto questo finirà e cacceremo statunitensi ed europei. Accadrà molto presto. Allora venite da noi, dai veri patrioti afghani! Siamo qui pronti e in attesa. Tornate per favore.”Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La lotta dei bolscevichi e dei lavoratori sovietici al sabotaggio economico nei Kolkhoz

Luca BaldelliUn capitolo poco noto della lotta di classe combattuta dai contadini, dagli operai e dai quadri tecnici e impiegatizi onesti delle aziende agricole collettive dell’URSS negli anni ’30 è senza dubbio quello relativo alla vigilanza e alla battaglia contro gli abusi, le soperchierie, le diversioni, i furti e le malversazioni compiuti da alcuni economi, contabili e revisori dei conti. In tutta l’URSS, all’inizio del processo imponente e spesso vorticoso di collettivizzazione delle terre, vi fu chi intese sabotare, con ogni mezzo a sua disposizione, i progressi nel campo dell’organizzazione del lavoro, i miglioramenti delle tecniche di conduzione dei fondi agricoli, l’elevamento del benessere generale delle masse contadine, l’arricchimento del patrimonio sociale, economico e infrastrutturale delle aziende agricole collettive (kolkhoz e sovkhoz). I ceti sfruttatori e parassitari, spodestati dalla Rivoluzione d’Ottobre, fin dagli albori del nuovo ordine sovietico imbracciarono le armi e dettero fuoco alla miccia della controrivoluzione e del sabotaggio pur di difendere i loro privilegi attaccati frontalmente e aboliti dal governo degli operai e dei contadini. Chi, piangendo lacrime di coccodrillo, e spargendo il più delle volte menzogne e imposture storiche, deplora la sorte dei kulaki e vaneggia di un loro inesistente “sterminio” da parte delle autorità comuniste, dovrebbe tener presente che i kulaki, assieme agli esponenti dei vecchi ceti mercantili, agli ex-gendarmi e scherani dell’impero zarista, furono deportati solo in minima parte in Siberia o in altri luoghi di nuovo insediamento e quasi mai d’imperio, bensì sempre per una forte volontà espressa dal basso, dai contadini poveri e medi. In gran parte, i rappresentanti dei ranghi sociali espropriati, aboliti o ridimensionati nel loro peso e nella loro capacità d’interdizione sociale e politica, trovarono impiego nei gangli della pubblica amministrazione e negli organi di gestione economico-contabile delle aziende agricole e industriali. Alcuni di loro, va detto per amor di verità e di obiettività storica, scrollatisi di dosso il fardello dell’inglorioso passato e delle tramontate idee, furono leali, fedeli e specchiati servitori dello Stato degli operai e dei contadini; altri, invece, irriducibili nemici di ogni principio di uguaglianza, di reale libertà ed emancipazione delle classe sociali subalterne, sfruttarono il loro livello di istruzione, senz’altro superiore alla media, visto che per secoli ne avevano negato uno dello stesso livello a milioni di uomini e donne, per tessere trame eversive, minare l’economia del Paese, provocare il crollo del potere sovietico nel vortice di un malcontento scientificamente coltivato e nutrito.
Molti avranno letto sicuramente dei numerosi incendi dolosamente appiccati a kolkhoz e sovkhoz negli anni 1929-1933 con depositi distrutti, ricoveri per animali ridotti in cenere, raccolti arsi nel rogo dell’egoismo e dell’odio di classe spinto fino a negare il pane al popolo, a distruggerlo in maniera crudele e spietata. Accanto a questi truci aspetti della reazione dello strato sociale capitalista e benestante delle campagne, ve ne furono altri meno indagati in sede storiografica, più sottili ed insidiosi, ma non per questo meno devastanti per la costruenda economia collettiva sovietica: contabilità falsificate per far apparire passività inesistenti, giornate lavorative dei kolkhosiani misconosciute o pagate per metà (il trudoden, la giornata lavorativa effettivamente prestata sulle terre collettive, era la base per il conteggio delle paghe degli agricoltori delle fattorie colletive, in natura e in denaro), fannulloni amici del contabile di turno, o ad esso legati da antichi rapporti di protectio-oboedientia, retribuiti in maniera ingiustificata sulle spalle dei contadini onesti e laboriosi, coi fondi che a questi ultimi avrebbero dovuto essere destinati. Infine, mancata registrazione di raccolti, prodotti orticoli, capi di bestiame, pollame e uova, al fine di spianare la strada ad appropriazioni indebite, corruttele e ruberie attuate in forma “consortile” tra ex-kulaki espropriati, economi, ragionieri, revisori dei conti. Contro questa piaga che, specie nei primissimi anni ’30, minacciò di scardinare l’organizzazione economica agricola in tutto il Paese, si eresse un potente vallo da parte della vigilanza operaia e contadina; assediata dall’esterno e minata all’interno dall’azione dei nemici del popolo e degli elementi politicamente ostili, l’Unione Sovietica reagì potentemente stroncando complotti e fermenti rovinosi, nelle città e nelle campagne. L’NKVD (Comissariato del Popolo agli Affari Interni), coadiuvò in maniera indefessa l’operato del Partito, dei Sindacati, dei Soviet (specie i Sel’ Soviet, i Soviet di villaggio) per stanare i nemici infiltrati negli organismi economici e gestionali delle campagne, nelle articolazioni deputate ad assicurare gli approvvigionamenti e i materiali necessari all’economia agricola. Nel 1935, la partita era vinta ormai quasi al 90%: un documento dell’NKVD, uscito dagli archivi ex-sovietici, ci mostra con dovizia di dati la situazione sul campo in quell’anno, anno di resoconto, verifica e bilancio di un’epurazione sacrosanta e necessaria per il Paese e per la stabilità del socialismo.
Il Segretario politico del GUGB (Direttorato principale per la sicurezza di Stato) Molchanov, in data 19/07/1935 scrisse alle massime cariche del VK b)P (denominazione allora in uso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica), ripercorrendo le tappe dell’azione degli organi ispettivi e di sicurezza dell’URSS in merito al controllo e alla verifica degli apparati amministrativi e contabili dei kolkhoz. L’inchiesta, svolta con la costante e fruttuosa collaborazione delle articolazioni istituzionali e politiche del potere sovietico, marciò a ritmi serrati e coinvolse vari territori dell’URSS, di capitale importanza per le dinamiche sociali ed economiche legate al cammino della collettivizzazione dell’agricoltura e, più in generale, alla costruzione del socialismo (si va dalla Siberia Occidentale all’Ucraina, passando per l’Uzbekistan, la regione caucasica, l’area del Mar Nero, la zona delle ubertose Terre nere centrali). Dal documento inoltrato da Molchanov, veniamo a conoscere dati e particolari assai significativi per una comprensione completa ed approfondita del ruolo di sabotaggio esercitato, tenacemente ed in varie forme, da personaggi infiltrati negli apparati contabili e di gestione delle aziende agricole collettive. In 14 Repubbliche, con relativi Oblast’ (Regioni), Kraj (Territori) e Rajoni (Distretti), furono controllati 1940 kolkhoz e più della metà risultarono infiltrati, negli uffici deputati alla conduzione amministrativo-contabile, da elementi di estrazione diversa da quella operaia e contadina, quasi sempre socialmente e politicamente ostili, spesso protagonisti di episodi di malcostume e di sabotaggio. Per la precisione, vennero individuati 1013 individui espressione di ceti espropriati dalla Rivoluzione, 491 ex-kulaki e commercianti, 83 ex-ministri del culto (pope, mullah ecc..), 15 ex-poliziotti in servizio nell’epoca zarista, 25 ex-banditi controrivoluzionari, 90 ex-guardie bianche (alcune delle quali ancora attive, legati a circoli revanscisti e reazionari vivi e foraggiati dallo spionaggio imperialista), 7 ex-funzionari imperiali, 17 ex-menscevichi e socialisti rivoluzionari, 22 elementi criminali di vario tipo, 162 persone sottoposte a indagini, 37 alcoolisti ed elementi antisociali. Un panorama tetro, che certamente spiegava e spiega meglio di mille parole, l’insopprimibile realtà delle manovre di diversione e sabotaggio volte a mandare in frantumi l’economia agricola collettiva e lo Stato sovietico tutto, alla faccia dei tanto pubblicizzati storici “revisionisti”, sempre pronti a brandire in funzione antistaliniana ed antisovietica la memorialistica falsa e tendenziosa di pseudo-testimoni, nonché la pamphlettistica d’accatto di pennivendoli al servizio degli apparati spionistici del mondo capitalista.
Scendendo nel dettaglio, veniamo a sapere che in 245 kolkhoz ucraini, nelle Regioni di Vinnitsa, Kharkov, Dnepropetrovsk, nonché nella Repubblica socialista sovietica autonoma moldava, su 264 economi, ragionieri e revisori sottoposti a verifica, 60 erano ex-kulaki o discendenti di kulaki, 25 erano compresi nel novero degli ex (ex?) seguaci del fascista Petljura, 25 appartenevano a sette religiose o ad ambienti clericali, 9 avevano ingrossato, in passato, le fila degli ufficiali e dei funzionari zaristi, 7 erano ex-soldati delle armate bianche o appartenenti a bande controrivoluzionarie, 8 erano elementi schedati nei casellari penali, 27 avevano subito condanne a vario titolo e in diversi periodi. Molti economi, contabili e revisori dei conti agivano in diretto collegamento coi kulaki, orchestrando sistematici sabotaggi, sperperi di risorse collettive preziose, fino al dissesto dei kolkhoz nei quali lavoravano, al termine del quale c’era chi ne usciva con le tasche piene e chi ne usciva, invece, rovinato (i più). Kharkov, Vinnycja, Kharkov… non erano e non sono, forse, gli stessi luoghi da sempre indicati, dalla mendace propaganda holodomorista, come luoghi di tremende carestie e privazioni, di tragedie da film horror da addebitare tutte ai trinariciuti bolscevichi, affamatori e dispotici, nel periodo 1932-33? Come sempre, le donne di strada debbono dare delle prostitute a quelle oneste per passare da pulite! Se in quelle terre, negli anni sopra menzionati, vi furono difficoltà alimentari, di produzione ed approvvigionamento di derrate agricole, ciò avvenne non certo per l’azione decisa dei comunisti i quali, stroncando le trame controrivoluzionarie, salvarono anzi il Paese dalla fame vera e dal tracollo, ma per l’opera subdola e viscida dei nemici del popolo annidati e infiltrati ovunque, a partire dalle aziende agricole. Essi, unitamente all’influenza di calamità naturali e fenomeni climatici avversi, non prevedibili né del tutto arginabili, tentarono nel 1930-33 di dare la spallata al potere degli operai e dei contadini e, non riuscendovi, anzi venendo scoperti, sparsero a macchia d’olio le loro menzogne su carestie mai avvenute e su tragedie esistenti solo nelle loro menti perverse. Dove più forti furono il controllo, la vigilanza operaia e contadina contro i sabotatori, dove più rilevanti furono i successi della lotta di classe contro gli elementi controrivoluzionari, tanto più velenose, macroscopiche e grottesche furono le invenzioni e le menzogne dei circoli colpiti dalla spada implacabile del potere sovietico.
Anche lontano da questi “epicentri”, nelle Repubbliche e nei territori dell’Asia centrale, la lotta non fu di poco conto e le situazioni venute alla luce grazie all’indagine promossa congiuntamente dagli organi di sicurezza, dal Partito, dagli organismi istituzionali centrali e periferici dell’URSS, dai tribunali, furono assai eloquenti: in Uzbekistan, ad esempio, su 100 contabili sottoposti a verifica e controllo in 97 kolkhoz di 30 Rajon, 83 appartenevano ai vecchi ceti feudali-capitalistico-clericali. Tra questi, 5 erano ex-kulaki, 28 figli di ex-kulaki, 10 ex-mercanti e sensali, 6 ex-ministri del culto, 13 figli di ministri del culto. Solo 17 ragionieri, economi e revisori su 83 erano di estrazione operaia e contadina. Nella Regione di Ivanovo, il 39% dei contabili e dei quadri amministrativi dei kolkhoz appartenevano agli ambienti socialmente ostili al potere sovietico e il 16% manifestava disarmante impreparazione teorica e tecnica, così da spianare la strada alle malversazioni ed alle ruberie dei più “esperti”. Lo spartito della musica non era granchè diverso nella Regione di Kirov, presso la quale, nel Distretto di Vozhgalsk, su 11 contabili sottoposti a controlli, 7 risultarono esser figli di kulaki e mercanti, 2 erano ex-impiegati perseguiti, dopo la Rivoluzione, per appropriazione indebita e corruzione, mentre gli altri due provenivano dallo strato sociale dei contadini medi, ma la loro origine non era di per sé una garanzia: infatti, uno era stato condannato per l’incendio doloso degli essiccatoi di un kolkhoz, l’altro era stato invece processato e condannato per il sabotaggio delle semine, atto riprovevole che, in varie parti dell’URSS, determinò situazioni di pesante difficoltà al popolo onesto e laborioso. Al termine dell’indagine, vennero allontanate decine di individui dagli organismi contabili, gestionali ed amministrativi dei kolkhoz e 20 contabili, colpevoli di abusi, malversazioni, corruttele, sabotaggi, furono denunciati ed arrestati. Si voltò pagina, con tutti i conseguenti positivi riflessi sulla stabilità economico–patrimoniale delle aziende agricole collettive: non si sentì più parlare di paghe non corrisposte ad agricoltori e braccianti, di accantonamenti ingiustificati che privavano i kolkhoz di risorse vitali per le gestioni correnti, di semine ritardate deliberatamente, di inspiegabili ammanchi, di incendi dolosi, di morie ingiustificate di bestiame. Non tutto andò a posto subito e ovunque, certo (in quale luogo della Terra e in quale ambito della vita associata domina la perfezione?), ma il quadro economico dei kolkhoz migliorò rapidamente in ogni angolo dell’URSS, fino a raggiungere livelli ottimali verso la fine degli anni ’30. Verso la fine del 1937, si contarono in URSS 243700 kolkhoz, con dentro 18500000 aziende contadine, ovvero il 99,1% di tutte le aree coltivate. Possiamo altresì vedere come nel 1930 vi fossero, in tutta l’URSS, 31100 trattori, diventati appena due anni dopo 74800 e nel 1937 ben 365800.
La grandezza del potere sovietico rifulse non solo nella prontezza con la quale vennero stanati i sabotatori, i delinquenti, i parassiti, i disonesti travestiti nei nobili panni del contabile, ma anche e soprattutto nell’intelligenza con la quale il problema venne affrontato e risolto. Contro l’estremismo ed il settarismo di precisi ambienti del Partito e dello Stato, i quali identificavano frettolosamente e ingiustamente ogni contabile, revisore, economo in un nemico di classe, e contro il lassismo di altri settori, ingenui quando non collusi e complici, i quali peroravano la linea della tolleranza sempre e comunque, la linea maggioritaria nel Partito e negli organismi istituzionali seppe scegliere la via giusta: quella del rigore, manifestatosi in un sano repulisti di elementi infidi o criminali, abbinato alla selezione ed alla promozione di quadri contabili ed amministrativi di provenienza sì borghese o feudale, ma onesti, scrupolosi e leali. In questo modo, gli agenti del caos e dell’eversione furono messi alle corde, privati del teatro nel quale attuare le loro malefatte, mentre le figure positive e costruttive furono fidelizzate, guadagnate stabilmente alla causa del socialismo. Parallelamente a ciò, si investì molto nella formazione di nuovi contabili esperti di schietta estrazione operaia e contadina, facendo piazza pulita di quell’impreparazione generale, di quelle deboli e frammentarie nozioni da computista dell’abaco, sulle quali avevano giocato e costruito le loro fortune i più “esperti” contabili nemici del potere sovietico, pronti ogni volta a sorridere col loro ghigno beffardo di coloro i quali, onesti ma sprovveduti, cercavano di districarsi disperatamente tra partite doppie, coefficienti di ammortamento, accantonamenti. Sorse autorevole, ben istruita ed addestrata, nonché strettamente legata alla causa del proletariato rivoluzionario, una nuova leva di ragionieri, revisori, economi delle aziende collettive, i cui successi rappresentarono un vanto per tutto l’immenso Paese dei Soviet. Gli operai e i contadini sapevano, nella loro stragrande maggioranza formata da individui maturi e coscienti, che il contabile non era un nemico, ma un insostituibile alleato nella difesa e nella valorizzazione della proprietà socialista, un presidio fondamentale contro i furti, le azioni economicamente nocive, le gestioni antieconomiche. Ancora oggi, solo per fare un esempio, si rimane incantati ed ammirati nel constatare come, in URSS, qualsiasi bene fosse, almeno fino alle controriforme gorbacioviane, scrupolosamente censito, inventariato, descritto, dai grandi, avveniristici macchinari agricoli ed industriali, fino ai più banali soprammobili. E’ questo un piccolo indice di come, in URSS, accanto agli operai e contadini, operò per lungo tempo un apparato contabile di prima qualità. Anche grazie a quell’apparato, il socialismo uscì vittorioso negli anni ’30 e poté veder dissolversi, sotto i caldi raggi del Sol dell’avvenire, tra le messi rigogliose dei campi estesi a perdita d’occhio, il ghigno perfido dei nemici del popolo.Nota.
Il documento analizzato e descritto nel presente articolo è reperibile a questo indirizzo
Per le vicende dei kolkhoz e dei sovkhoz, per l’analisi della loro consistenza economica e patrimoniale, per i progressi nel campo della meccanizzazione dell’agricoltura, è utile consultare il secondo volume di “Lineamenti di storia dell’URSS” (Edizioni Progress, Mosca, 1982, in italiano).

Una guerra solitaria

Abdur Rauf Yousafzai, TFT, 14 ottobre 2016Mohammad Najibullah, ultimo presidente della Repubblica Democratica Afghana, fu ucciso nel 1996 dai taliban. Abdur Rauf Yousafzai incontra in Pakistan chi l’ha conosciuto e ne ritiene le idee attuali.

Il Dottor Mohammad Najibullah e suo fratello Shahpur Ahmadzai furono uccisi dai taliban il 26 settembre 1996 nel complesso delle Nazioni Unite di Kabul. I corpi furono trascinati per le strade e impiccati nella piazza principale di Kabul dai taliban. L’uomo può essere morto, ma le sue idee e soluzioni al conflitto afghano mantengono una rilevanza, almeno per alcuni. Considerate ad esempio che l’ingegnere Gulbuddin Hekmatyar, capo dell’Hizb-e-Islami afghano, ha fatto ciò che rifiutò 26 anni fa, quando il Dr. Najibullah avanzò la ‘politica nazionale di riconciliazione’. Subito dopo aver assunto l’ufficio di presidenza a fine novembre 1987, il Dottor Najibullah non solo sviluppò un piano per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan, ma annunciò la politica nazionale di riconciliazione che offriva accordi di condivisione del potere con i capi mujahidin afghani. Recentemente Gulbuddin Hekmatyar ha firmato un accordo di pace con il governo del dottor Ashraf Ghani, simile a quello offerto dal Dottor Najib subito dopo aver assunto la carica di Segretario Generale dell’ex-Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) del novembre 1986.
Mian Iftikhar Hussain, ex-ministro dell’Informazione della provincia Khyber-Pakhtunkhwa del Pakistan e autentico muro contro il Taliban Tehrik Pakistan (TTP), incontrò molte volte il presidente comunista afgano. Mian Iftikhar condivide l’esperienza dei suoi incontri con il dottor Najib: “Ricordo alcune mie riunioni con il Dottor Najib per la 77.ma giornata dell’Indipendenza dell’Afghanistan. Ero a Kabul. Il leader nazionalista pakistano Wali Khan e il Dottor Najib tornavano da Mosca ed io ero in coda con coloro che si erano riuniti per riceverli. Quando Wali Khan mi vide, sorrise e disse a Najib: “A Mosca gli studenti chiedevano di questo ragazzo!” “Najib mi disse che quattro giorni dopo mi avrebbe chiamato per una riunione. Najib era un leader nazionalista intellettuale e aperto, ispirato dalla tradizione politica di Bacha Khan e Wali Khan”. Mian Iftikhar prosegue: “C’era un bellissimo palazzo presidenziale nel cuore di Kabul, ma il Dottor Sahib viveva in una casa molto piccola. Un giorno c’invitò a cena. Tutti fummo stupiti quando vedemmo che viveva in una casa molto semplice e piccola. Sentì i suoi discorsi, la sua personalità era strabiliante e ogni volta che pronunciava un discorso, la sua voce era tonante!
Najib, per alcuni in Afghanistan “simbolo della pace”, iniziò la carriera politica quando era studente. La sua visione del mondo s’incentrava su socialismo, comunismo e umanesimo. Iftikhar narra che alla fine di una notte, Najib venne nel suo appartamento per una visita. “Era inverno e il Dottor Sahib era avvolto in un chadar di Pakhtun (mantello). Dissi al presidente che non era il momento di viaggiare così. Il coraggioso presidente rispose: “Questa è la mia patria Haywad e voglio far sapere ai terroristi che sono pronto a sacrificare la vita”. Il Dottor Najib era, per me almeno, un visionario e poteva riunire persone dei vari gruppi nazionali ed etnici in Afghanistan, e la storia mostra che dopo di lui l’Afghanistan non ha prodotto una personalità così ampiamente accettata politicamente.
Za da watan, giorno watan zma
Za da watan da para sar Qurbanwoma
(Nato fuori dalla mia terra
Sacrifico la mia vita per la mia terra)
Il Dottor Sahib mi recitò questo verso per un po’ di tempo dimostrandomi di essere ben consapevole delle conseguenze nel contrastare gli interessi della guerra fredda statunitense“. Anche oggi, Mian Iftikhar Hussain continua ad invitare l’ONU ad indagare sull’omicidio di Najib, un uomo che considera un grande leader. Per alcuni, il fatto che l’ultimo rifugio di Najib fosse in una sede delle Nazioni Unite e che i taliban lo trascinassero dopo la morte, pone almeno parte della responsabilità della morte anche sulle Nazioni Unite. Mian Iftikhar infatti insiste: “La storia ripeterà più volte che anche l’ONU è responsabile del suo omicidio. Il dottor Najib fu ucciso e l’umiliazione del suo cadavere fu un messaggio a tutti i nazionalisti progressisti su entrambi i lati della linea Durand, terrorizzare i seguaci della filosofia di Bacha Khan”.
Ameen Jan, oggi leader del Partito dei Lavoratori Awami (AWP) del Pakistan, fu esiliato a Kabul durante il regime militare pro-occidentale di Zia-ul-Haq. Durante il suo soggiorno a Kabul incontrò molte volte l’ultimo presidente comunista afghano. Riassume l’esperienza con Najib durante il suo esilio così: “Incontrai il Dottor Sahib prima della presidenza, ma era anche allora potente. Mi chiamò alcune volte dopo aver giurato da presidente. Era molto chiaro nella sua visione e nella sua politica, voleva vedere un Afghanistan pacifico, moderno, istruito e prospero e avere rapporti stretti e cordiali con tutti i vicini. Trascorsi molti anni in Afghanistan e osservai attentamente il governo del PDPA. Mi sembrava la migliore ideologia per opporsi all’imperialismo…” Come Mian Iftikhar Hussain, Ameen Jan testimonia anche l’amore di Najib per la poesia in pashtu e in generale. Ameen Jan ricorda che Najib spesso si lamentava della situazione con il seguente versetto:
Pa Lara zam tola shrangeegam
Sta da tuhmat zanzeer pa ghara garzwoma
(Andando per strada, produco il suono del jingling
Porto la catena del tuo male intorno al mio collo)
Ameen Jan continua a presentare la sua analisi sul ruolo di Najib negli anni ’80: “Durante la guerra fredda, Pakistan ed Afghanistan facevano parte di campi globali opposti e il Jamaat-e-Islami e le altre forze di destra fecero propaganda contro ciò che definivano “comunismo ateo”. Ironia della sorte, questi partiti sostenevano l’amicizia Pakistan-Cina, sapendo benissimo che per la loro logica la leadership cinese era almeno “ateistica” e “senza dio” quanto quella dell’Unione Sovietica. Fu argomentato dai simpatizzanti del regime PDPA filo-Mosca a Kabul che gran parte del sentimento anticomunista che spinse la ‘jihad’ in Afghanistan fu prodotto dalla confluenza di interessi tra Stati Uniti, Arabia Saudita ed élites pakistane. Al suo tempo, Najibullah era il leader indiscusso dei pakhtun progressisti su entrambi i lati della linea Durand, guadagnandosi l’inimicizia di molti potenti. Najib era ben consapevole della prospettiva di una morte prossima e una volta mi disse: “Nei prossimi giorni il mondo sarà testimone di un bagno di sangue in questa regione“. Ameen Jan s’interrompe e conclude: “E sì, i russi tradirono il loro vecchio amico sincero…
Shamim Shahid, giornalista ed esperto di Afghanistan, ricordando Najibullah ne descrive la visione politica nelle seguenti parole: “Nel 1986, Mohammad Khan Chamkani fu dichiarato presidente e il Dottor Najib Segretario generale del governo del PDPA sostenuto dai sovietici in Afghanistan. Durante questo periodo, Najib dichiarò la “politica di riconciliazione nazionale”, formalmente approvata dalla tradizionale Loya Jirga, tenutasi il 29 e 30 novembre e il 1 dicembre 1987 a Kabul. Oltre ad approvare la politica di riconciliazione nazionale, la Loya Jirga elesse il Dr. Najibillah Presidente dell’Afghanistan. Attraverso la politica di riconciliazione nazionale, Najib dichiarò l’amnistia generale per tutti coloro impegnati nella lotta armata e nell’ostilità contro il governo. Allo stesso modo, offrì il passaggio di poteri a un governo di transizione di ampio respiro. In seguito, annunciò la disponibilità al passaggio di poteri a sette gruppi mujahideen a Peshawar, la famosa unione islamica dei mujahidin afghani (IUAM). Ma tali offerte furono respinte dai partiti afghani di Peshawar“. Shamim è del parere che alcuni partiti mujahidin, i gruppi “moderati” come Fronte Nazionale di Liberazione guidato da Sibghatullah Mujaddadi, Fronte Islamico Nazionale di Pir Syed Ahmad Gillani e Harakat e-Islami Afghanistan di Maulvi Nabi Mohammadi non respinsero né accettarono pubblicamente le idee del Dr. Najib. Ma questi tre partiti erano impotenti a causa della dura posizione dei restanti quattro partiti. Oltre all’Hezbati e-Islami dell’Afghanistan (HIA) di Hekmatyar, l’Afganistan Jamiat Islami del prof. Burhanuddin Rabbani e l’Ittehad e-Islami di Abdul Rab Sayaf decisero una linea particolarmente dura verso il regime PDPA. In tale contesto, giunse l’Accordo di Ginevra, concordando il calendario per ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan. Il primo ministro Mohammad Khan Junejo gestiva gli affari del Pakistan. Si ritiene che il premier Junejo, senza il consenso del presidente Zia-ul-Haq, inviò il ministro degli Esteri Zain Noorani a firmare l’accordo di Ginevra. Wakeel Ahmad, ministro degli Esteri dell’Afghanistan, fu il secondo firmatario, garanti URSS e USA. Shamim dice: “Al suo apice, la politica di riconciliazione di Najib gli portò una notevole popolarità in Afghanistan. Ma alla fine del 1988, il governo di Zia e l’Arabia Saudita sponsorizzarono la riunione della shura dell’IUAM a Peshawar che elesse un governo parallelo con il prof. Sibghatullah Mujaddadi presidente e Rasool Sayaf primo ministro. La prima riunione del governo afghano in esilio, dominato dai mujahidin, fu organizzata in grotte montuose sul confine Pakistan-Afghanistan, nella provincia di Khost, nel gennaio del 1989. Squadre dei media da tutto il mondo arrivarono per seguire l’evento, ricorda Shamim. Poi, il ministro della Difesa Shah Nawaz Tanai, insieme al ministro degli Interni Syed Mohammad Gulabzai e al generale Abdul Qadir, con il sostegno dei mujahidin, tentarono il colpo di Stato contro il governo di Najib a Kabul. Il colpo fu sventato e Tanai con i suoi aiutanti fuggì in Pakistan con l’aiuto dei sostenitori di Hekmatyar”. Shamim ricorda che Najib rimase imperturbato: “Nonostante avesse affrontato e sventato un colpo di Stato ben organizzato contro di lui, Najibullah rimase fermo nell’impegno verso la riconciliazione nazionale. Dopo aver sventato il colpo di Stato, il dottor Najib visitò varie province e città dove affrontò le tradizionali jirga e organizzò la tradizionale Loya Jirga del 1990, che annunciò la fine delle politiche comuniste della sua amministrazione. Il PDPA fu rinominato Hezb e-Watan. Nei suoi discorsi alla jirga e ai suoi delegati, il Dottor Najib aveva nuovamente detto ai capi della resistenza che le potenze straniere erano riluttanti a lasciare in pace l’Afghanistan e predisse che il conflitto sarebbe continuato nella regione dopo la caduta dell’Unione Sovietica!
Il 2 agosto 1990, nel suo ufficio a Kabul incontrai Najibullah, nel pieno collasso dell’Unione Sovietica. Aveva avanzato l’idea di un’alleanza e della comprensione tra le diverse nazionalità della regione, pakhtuni, punjabi, baluchi, uzbeki e tagiki, nel tentativo di por fine alle violenza con lo slogan dell’Islam e della jihad. Anche nei suoi discorsi, accusò i signori della guerra Hekmatyar, Sayaf, Rabbani e Khalis di essere consapevoli degli “elementi misteriosi” che, disse, erano decisi a fare dell’Afghanistan un campo di battaglia per un’altra guerra. Il generale Dostam avviò la rivolta contro Najib per il Nauroz (21 marzo 1992) a Mazar e Sharif, che alla fine portò alla caduta di Kabul in mano alle forze di Ahmad Shah Masud e di Dostam il 16 aprile 1992. Najibullah, insieme al fratello e agli aiutanti si rifugiò nel complesso delle Nazioni Unite nella zona di Wazir Akbar Khan, mentre Kabul cadeva preda di ulteriori violenze. Doveva essere l’ultima mossa. Shamim mi disse: “Ammiro Najib per aver visto il futuro di distruzione della regione. Sapeva che questa terra sarebbe diventata un campo di battaglia per molti Paesi e che il prezzo finale sarebbe stato pagato dai popoli di Pakistan e Afghanistan“.Abdur Rauf Yousafzai è un giornalista di Peshawar.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il dispositivo della CIA catturato dai sovietici

Analisis Militares 11 giugno 2017Alla fine degli anni ’70 USA e URSS erano impegnati nella guerra fredda. Un braccio di ferro che ha lasciato molte storie sconosciute ma che anche dopo molti anni sono ancora molto interessanti. Una di queste storie fu l’incidente del contenitore Cocoon avvenuto nel Mare di Okhotsk nel 1981. Alla fine degli anni ’70 gli Stati Uniti avviarono l’operazione ‘Ivy Bells’ per cercare di ascoltare le comunicazioni sottomarine tra il territorio continentale dell’URSS e le basi nella Kamchatka. L’operazione della CIA doveva intercettare i cavi sottomarini posti nel mare di Okhotsk, in particolare nella baia di Shelekhov.A tal fine la società ‘Bell‘ sviluppò un sistema per i cavi non invasivo in modo che i sovietici non scoprissero il dispositivo posto sul fondo del mare. Uno dei protagonisti di queste missioni fu il sottomarino per missioni speciali dell’US Navy HalibutI tecnici statunitensi svilupparono un sistema non-invasivo di ascolto collegato al rivestimento esterno del cavo sottomarino per le comunicazioni sovietico.A sua volta, tale sistema inviava le informazioni a un sofisticato contenitore subacqueo chiamato ‘Cocoon‘ che registrava le comunicazioni sovietiche su nastro magnetico.Il contenitore di 5,5 m di lunghezza e 1,2 di diametro pesava 7 tonnellate ed ospitava diverse avanzate apparecchiature elettroniche. Aveva un alimentatore al plutonio che secondo il Contrammiraglio Shtyrov era in un altro contenitore e poteva funzionare per 10 anni. 32 registratori funzionavano contemporaneamente e ciascuno poteva registrare per 150 ore, per un totale di 3000 ore. Altre fonti parlano di 60 registratori (!). Una volta al mese il sottomarino statunitense dispiegava i subacquei avvicinandoli al contenitore Cocoon per recuperare le registrazioni. Tutto andò bene finché al momento di recuperarlo, il sistema non era dove doveva essere, chiaramente i sovietici l’avevano scoperto.L’idea ufficiale
Nell’agosto 1981, il Quartier Generale della Marina sovietica in Kamchatka subì problemi alla linea di comunicazione Petropavlovsk-Magadan, facendo concludere che vi era un guasto al cavo sottomarino nel Golfo di Shelekhov, nel Mare di Okhotsk. Si pensò che un peschereccio avesse danneggiato il cavo. Durante il lavoro di rilevazione del guasto, uno dei sommozzatori scoprì l’oggetto attaccato al cavo che, a sua volta, aveva un cavo che si allontanava. Seguendolo fu scoperto il contenitore Cocoon, che era caldo al tatto, così si pensò che fosse un manufatto militare e fu lasciato in attesa di ordini da Mosca. Infine si decise di studiarlo nella capitale dopo l’attuazione del protocollo di smantellamento sicuro.

Contrammiraglio A. T. Shtyrov, a sinistra.

Cosa in realtà successe
In realtà non ci fu un guasto, ma uno stratagemma per coprire un’operazione di controspionaggio sovietico. L’URSS scoprì il contenitore Cocoon e il sistema di ascolto nel Mare di Okhotsk non per caso, ma tramite un infiltrato nella National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti. Nel gennaio 1980, l’agente della NSA Ronald Pelton contattò l’Ambasciata Sovietica per offrirgli informazioni in cambio di denaro. Per invogliare gli agenti del KGB Pelton raccontò dell’ascolto statunitense dei colloqui tra il territorio russo e la Kamchatka. attirando l’interesse sovietico. Nell’agosto 1981, quando i satelliti da ricognizione degli Stati Uniti scoprirono l’insolita attività navale sovietica nella baia di Shelekhov, e subito dopo, cercando di recuperare le registrazione, si scoprì che il sistema Cocoon era scomparso… la CIA non tardò a concludere che vi fu una perdita che permise ai sovietici di distruggere una delle sue operazioni d’intelligence più audaci. Pelton diede tutto il necessario sull’operazione Ivy Bells e le coordinate in cui il cavo sottomarino sovietico era stato intercettato. In cambio di questo ed altri servizi, ricevette 600000 dollari, che negli anni ’80 erano un bel po’ di soldi. Successivamente fu arrestato e condannato a tre ergastoli più 10 anni.Ciò che narra il Contrammiraglio Shtyrov
A 32 miglia dalla costa occidentale della penisola di Kamchatka, nella baia di Shelekhov, ad una profondità di 65 m, una nave sovietica issò la stazione di ascolto subacquea composta da 2 cilindri di 250 litri di capacità ciascuno. I cilindri furono inviati al controspionaggio. In uno di questi cilindri furono trovati 32 registratori. L’altro era un reattore nucleare in miniatura che forniva l’energia necessaria. Il reattore nucleare in miniatura fu immediatamente inviato a Semipalatinsk in Kazakhstan, presso l’Area del programma dei test nucleari sovietici. Fu tenuto in un tunnel dove 2 volontari (uno scienziato nucleare e un ufficiale dei servizi segreti) si offrirono per gestirlo in un luogo isolato, nel caso fosse esplodeva durante l’esame. Riuscirono nel compito e furono successivamente decorati per tale operazione. Originariamente si pensò di renderlo pubblico, similmente a quanto fatto dopo l’abbattimento dell’U-2 di Gary Powers, ma c’era la distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica e si decise di non versare benzina sul fuoco.
Questo è più o meno quanto si sa dell’incidente. A mio parere, uno dei più esotici della guerra fredda. Inutile dire che ciò permise, ancora una volta, l’accesso dei sovietici alla più recente tecnologia degli Stati Uniti. Sicuramente non fu l’ultimo caso. Se ne ebbe uno recente simile, nel 2014, con sfumature ulteriori, con un oggetto recuperato nella Chukotka, nell’estremo oriente della Federazione Russa.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora