Agente della CIA candidata presidenziale in Brasile

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 12/09/2014

bvpoi0diqaajbxb1Marina Silva è la candidata presidenziale del Partito socialista. La sua personalità attirò l’attenzione della CIA a metà degli anni ’80, quando frequentava l’Università Federale di San Giovanni d’Acri. Allora aveva grande interesse per il marxismo e divenne membro del clandestino Partito Comunista Rivoluzionario. Ben presto la sua infatuazione a sinistra finì passando alla lotta per la protezione dell’ambiente della regione amazzonica. I servizi speciali degli Stati Uniti sono sempre interessati a tale parte del continente, nella speranza di controllarlo in caso d’emergenza geopolitica. La CIA l’ha contattata, e non fu un caso che nel 1985 entrò nel Partito dei Lavoratori (PT – Partido dos Trabalhadores), aprendole nuove prospettive di carriera politica. Nel 1994 Marina Silva fu eletta al Senato federale per la fama di fervente ambientalista, ed allora le notizie sui suoi legami con la CIA comparvero. Nel 1996 ebbe il Goldman Environmental Prize ed altri premi prestigiosi per la protezione dell’ambiente. I curatori della CIA fecero del loro meglio per aumentarne il prestigio. Per cinque anni fu membro del governo di Luiz Inácio Lula da Silva per poi cambiare partito. Nel 2009 Silva annunciò il suo passaggio dal Partito dei Lavoratori al Partito dei verdi, principalmente per protesta contro le politiche ambientali approvate dal PT. Silva scosse seriamente la politica brasiliana annunciando la sua candidatura, dopo quasi trent’anni. Ebbe quasi 20 milioni di voti nelle elezioni del 2010 come candidata del Partito Verde ed ha accettato la candidatura a vicepresidente di Campos quando i tentativi di creare il Partito della rete della sostenibilità fallirono. Dilma Rousseff, la candidata del PT che vuole continuare le politica indipendente del suo predecessore Lula da Silva, non piace a Washington.
10487406 Il rapporto degli Stati Uniti con il Brasile è peggiorato per lo scandalo sulle intercettazioni. L’US National Security Agency (NSA) spiava Dilma Rousseff e il suo governo. La presidentessa brasiliana sospese anche la visita ufficiale negli Stati Uniti, in segno di protesta. Non ha mai ricevuto scuse o la promessa di fermare le attività di spionaggio. Così ha cominciato ad agire. La presidentessa ha condannato le attività di NSA e CIA in America Latina e preso misure per migliorare la sicurezza delle comunicazioni e controllare i rappresentanti statunitensi nel Paese, esasperando Barack Obama. Nelle elezioni presidenziali in Brasile previste per il 5 ottobre, Washington vuole far decadere Dilma Rousseff. I servizi speciali degli Stati Uniti hanno lanciato una campagna per sbarazzarsi dell’attuale leader brasiliana. In un primo momento provocando proteste di piazza presunte spontanee per modificare e abbandonare le “vecchie politiche”. C’erano gruppi di giovani che protestavano contro propaganda e simboli dei politici politici, soprattutto del Partito dei lavoratori. Marina Silva ha formato il Partito della rete sostenibile. E’ ancora un mistero da dove abbia preso i fondi. La nuova organizzazione deve sostituire i vecchi partiti che presumibilmente sarebbero delle reliquie, ed ascendere. Le elezioni presidenziali del 2014 dovrebbero fare di Marina e del suo partito il cambio del panorama politico del Brasile, rimuovendo le forze politiche “arcaiche”. Terza con 19 milioni di voti, alle ultime elezioni, inizialmente non ebbe l’opportunità di concorrere alle presidenziali non avendo ottenuto le firme necessarie per farvi partecipare il suo Partito della rete sostenibile. Ma la tragedia che ha ucciso Campos e altre sei persone preso São Paulo, il mese scorso, ha dato a Silva l’inattesa seconda possibilità di soddisfare le proprie ambizioni presidenziali. Per divenire il primo presidente nero del Paese, dovrà sconfiggere la prima donna presidente, Rousseff del Partito dei Lavoratori (PT), così come il liberista Aécio Neves del Partito della socialdemocrazia brasiliana (PSDB), che ora è al terzo posto. La Casa Bianca era frustrata, Campos non aveva nessuna possibilità, ma era irremovibile nel concorrere, ignorando i media brasiliani che l’accusavano di corruzione. Anche Dilma Rousseff e il suo team furono pesantemente attaccati. Il 13 agosto la campagna elettorale presidenziale del Brasile finì nello sconcerto quando il jet privato del candidato del Partito socialista Eduardo Campos si schiantò in una zona residenziale nei pressi di San Paolo. Campos e gli altri sei membri dell’equipaggio e passeggeri rimasero uccisi nell’incidente, avvenuto durante il maltempo, mentre il Cessna si apprestava ad atterrare. La morte ha messo in lutto in tutto il Paese, rischiando di essere seguito da speculazioni sull’effetto sul voto presidenziale del 5 ottobre. La Presidentessa Dilma Rousseff dichiarava tre giorni di lutto ufficiale per Campos, che sostenne il governo Lula. L’aereo aveva prestato servizio tecnico regolare e senza difetti. Il registratore di cabina del Cessna era spento, sollevando interrogativi. In precedenza aveva funzionato senza intoppi, ma non registrò le conversazioni nel giorno della tragedia. L’aereo ebbe diversi proprietari (uomini d’affari brasiliani e statunitensi che rappresentavano aziende dalla dubbia reputazione). Alcuni commentatori brasiliani ritengono che si tratti di un assassinio. Prima della tragedia il velivolo fu utilizzato dall’US Drug Enforcement Administration (DEA). Persone inviate dagli ex-proprietari potrebbero aver avuto accesso all’aereo con diversi pretesti. Viene da chiedersi, gli Stati Uniti sono responsabili della tragedia? Chi esattamente? L’aereo decollò da Rio de Janeiro dove una stazione CIA opera nel consolato degli Stati Uniti. Non c’è dubbio che l’ufficio sia utilizzato dall’agenzia. Forse i servizi speciali brasiliani dovrebbero prestare attenzione a coloro che lasciarono il Paese subito dopo l’incidente aereo. La morte di Eduardo Campos ha innalzato le quote di Silva come candidata elettorale del Partito socialista. Se Campos non raccolse mai più del 9-10%, lei avrebbe il 34-35% al primo turno. Le previsioni indicano che il voto aumenterebbe al ballottaggio.
Marina Silva viene dipinta come strenua combattente contro la corruzione che potrebbe placare gli scontri interni, promettendo di lavorare con tutti i gruppi, i partiti e le coalizioni senza distinzioni. E’ difficile dire quale siano le sue reali intenzioni, è sempre difficile dire qualcosa di preciso quando si parla di personaggi sostenuti dagli Stati Uniti, troppo spesso Silva ha cambiato bandiera. Ad esempio, unendosi a Campos ha sostenuto l’idea di tenere alla larga le idee di Chavez (Hugo Chavez, defunto presidente del Venezuela noto per le sue convinzioni socialiste e la politica di sinistra) lontane dal Brasile. Oggi dice che la squadra del Presidente Lula era troppo chavista (pro-Chavez). Quindi, sulla sua proclamata disponibilità a lavorare con tutti? Non c’è dubbio che il Partito dei Lavoratori del Brasile gode di ampio sostegno, ma difficilmente può essere paragonato al partito al potere in Venezuela. Forse la CIA vuole utilizzare Silva per attuare il suo vecchio piano di creare una “cintura della sinistra alternativa” in America Latina per opporsi ai regimi autoritari, populisti e arcaici di Venezuela e Cuba. Silva è sempre più neo-liberale nella campagna elettorale dicendo che non c’è bisogno di un altro “centro di potere”, i BRICS, e di attuare la decisione del blocco d’istituire una banca di sviluppo, un fondo di riserva, ecc. Silva ha dubbi sul Consiglio di difesa sudamericano. Sottovoce chiede di prestare meno attenzione al MERCOSUR (Mercado Común del Sur, blocco sub-regionale che comprende Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela) e UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane: Unión de Naciones Suramericanas, unione intergovernativa che integra le due unioni doganali esistenti, Mercosur e Comunità delle nazioni andina, nell’ambito del processo d’integrazione sudamericano). Secondo lei, lo sviluppo delle relazioni bilaterali dovrebbe avere la priorità. Tali punti di vista sono in contrasto con il processo d’integrazione dell’America Latina. Come reagiranno i brasiliani alla svolta neoliberista del Paese nel caso vincesse? C’è la grande possibilità che si arrivi a disordini sociali, essendo abituati al progresso sociale del Paese. Le persone sono ascoltate, le riforme avviate e il Paese è stabile ed avanza. Se Silva diventasse presidentessa (George Soros, magnate, investitore e filantropo statunitense finanzia la sua campagna con notevoli fondi) ci sarà la seria possibilità di chiudere molti programmi sociali ed economici suscitando ampio malcontento. C’è l’idea che gli uffici degli Stati Uniti in Brasile siano pieni di agenti dei servizi speciali incaricati della missione di stimolare le proteste.

Marina Silva é como uma nota de 3 reaisLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA si trasformano nel retrocortile dell’America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 02/02/2014

CELAC-Cuba-2014-655x357Il secondo vertice della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (CELAC) del 28-29 gennaio ha suscitato grande interesse, prima di tutto perché questa organizzazione dei Paesi dell’emisfero occidentale non include Stati Uniti e Canada. La Comunità è stata creata dopo vari tentativi dei Paesi della regione di democratizzare l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS),  sotto stretto controllo degli Stati Uniti e che più di una volta è stata usata per reprimere i regimi indesiderati a Washington. I tentativi delle amministrazioni Bush e Obama di utilizzare l’OAS per “finire il regime di Castro”, “neutralizzare Hugo Chavez”, ecc. hanno totalmente compromesso tale strumento, una volta affidabile, dell’Impero. Fu Chavez che negli ultimi anni della sua vita lavorò alla riforma delle organizzazioni regionali e alla creazione di contrappesi agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. Nella realizzazione di questo compito complesso fu assistito dai leader dell’Argentina Nestor Kirchner, del Brasile Inacio Lula da Silva, dell’Ecuador Rafael Correa, della Bolivia Evo Morales e da altri statisti dell’America Latina. Il primo forum del CELAC, cui parteciparono 33 paesi, si svolse a Caracas nel dicembre 2011 e Chavez, nel discorso di apertura, dichiarò chiaramente che questa alleanza politica era stata creata per “divenire il centro di  potere più influente del 21° secolo”. Fu sostenuto da molti presidenti. Il presidente nicaraguense Daniel Ortega parlò più decisamente, affermando che l’esistenza del CELAC è “la condanna a morte della Dottrina Monroe”.
Il dipartimento di Stato degli USA espresse la propria posizione sul CELAC nel 2011, affermando che continuava “a lavorare con l’OAS quale organizzazione multilaterale preminente dell’emisfero”. Washington cerca di compromettere la formazione di centri di potere concorrenti nella regione, usando tutti i mezzi a sua disposizione e puntando sulla strategia consolidata del “divide et impera”. C’è la “quinta colonna” dei presidenti conservatori utili agli interessi di oligarchi e monopoli, tenendo in mente i propri interessi personali, seguono Washington. Quando necessario, tali alleati degli Stati Uniti possono essere usati per bloccare qualsiasi decisione del CELAC, considerando il principio di unanimità redatto nei documenti fondativi. Raul Castro, presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri di Cuba, divenne presidente del CELAC nel 2013. Nel prendere le redini dal suo predecessore, il cileno Sebastian Pinera, Castro dichiarò che avrebbe lavorato per il bene della pace, della giustizia, dello sviluppo e della reciproca comprensione tra tutti i popoli del continente latino-americano. “Agiremo in piena conformità con le norme del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e dei principi di base delle relazioni interstatali”, disse Castro. I cubani hanno lavorato proficuamente nel preparare una trentina di documenti per il vertice dell’Avana.
Di grande importanza per il rafforzamento delle autorità del CELAC è la dichiarazione che afferma che l’America Latina e il bacino dei Caraibi restano una zona libera dalle armi nucleari. Il presente documento fu adottato in aggiunta al trattato di Tlatelolco (1967), che vieta le armi nucleari nella regione. Ciò perché il trattato fu sistematicamente violato da Stati Uniti e Regno Unito, i cui sottomarini atomici armati potrebbero ancorarsi al largo delle coste del continente. Le notizie su testate nucleari che potrebbero essere depositate presso la base militare inglese di Mount Pleasant delle Malvinas, con l’accordo del Pentagono, sono preoccupanti. Anche le 70 basi militari statunitensi situate nella regione sono una minaccia per la pace. Alcuni di esse operano a pieno regime (per esempio in Colombia e Honduras), mentre altre sono accantonate per il futuro. La base di Guantanamo, a Cuba, è da tempo diventata simbolo della “fascistizzazione” degli Stati Uniti. I prigionieri che vi sono detenuti senza processo, vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche. Molti hanno esortato l’amministrazione Obama a fermare tale pratica disumana, ma come sempre non vi è stata alcuna reazione. Al vertice è stato confermato che le controversie e i conflitti tra i Paesi membri del CELAC saranno risolti attraverso negoziati al fine di liberarsi definitivamente dell’uso della forza nelle regioni in cui vi sono vecchie dispute territoriali. Vi sono state anche discussioni, tradizionali nei convegni latinoamericani, su argomenti come la fame, gli scontri, la povertà, la disuguaglianza sociale e il traffico di droga. Qui vi sono stati cambiamenti positivi, prima di tutto nei Paesi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana dei Popoli della Nostra America. La solidarietà con Cuba e la condanna del blocco economico degli Stati Uniti sono un altro tema costante dei forum latino-americani. Questa posizione fondamentale fu presa anche nei documenti del vertice. Diversi interventi hanno condannato lo spionaggio di massa degli Stati Uniti, in particolare della NSA. La sorveglianza era (ed è) condotta in tutti i Paesi della regione, senza eccezioni. Anche alleati apparentemente affidabili come Colombia, Messico, Guatemala e Costa Rica sono sotto la lente d’ingrandimento dell’intelligence degli Stati Uniti. La necessità di creare un sistema di comunicazione elettronico ben protetto da intrusioni esterne e una “Internet latino-americana” è stata discussa in particolare dal presidente ecuadoriano Rafael Correa.
La creazione di un forum Cina-CELAC è stata approvata. Il tema della Cina al vertice testimonia il grande successo della penetrazione economica e finanziaria della Cina nella regione. La scaletta dei  lavori di Pechino nel sabotare il predominio degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è sensazionale. Praticamente tutti i Paesi del continente, dal Belize all’Uruguay e dal Messico al Cile, hanno spalancato le loro porte al capitale cinese. Sempre più spesso si sente dire che gli Stati Uniti sono un colosso dai piedi d’argilla. Pertanto, la posizione dei governi latino-americani di “destra” e “sinistra” sulla Cina è giustificata. I latino-americani usano abilmente per i propri interessi il confronto geopolitico tra vecchie decrepite e nuove superpotenze. La discussione al vertice sulla possibilità di concedere a Puerto Rico la piena adesione al CELAC, ha implicazioni negative per gli Stati Uniti. Ciò praticamente è una dichiarazione sulla necessità di concedere l’indipendenza a Puerto Rico. Il suo status semi-coloniale di “Stato libero associato” è un retaggio del passato. Le  forze patriottiche di Puerto Rico resistono ai dettami imperiali da decenni. Il supporto del CELAC fornisce ulteriori opportunità di sfatare le manipolazioni della guerra di propaganda che cercano di dimostrare che i cittadini di Porto Rico sono “in massa” a favore della trasformazione del loro Paese in un altro Stato degli USA.
L’amministrazione Obama ha organizzato un contro-summit a Miami con gli attivisti di estrema destra, al fine di distogliere l’attenzione da ciò che succede al forum dell’Avana. I promotori della manifestazione sono l’Istituto Internazionale Repubblicano (IRI) e il Centro per l’Apertura e lo Sviluppo dell’America Latina (Cadal), organizzazioni create dalla CIA per condurre operazioni sovversive. In questo caso particolare, persone da tempo note essere terroristi e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti svolgono il lavoro sporco dell’impero, attaccando Cuba e i “populisti” dell’America Latina. Tra costoro Carlos Alberto Montaner, che si definisce  “pubblicista”. La sua carriera di “bombardiere” iniziò nei primi anni della rivoluzione cubana.  Molte persone nei cinema e centri commerciali dell’Avana morirono per mano sua. Ramon Saul Sanchez non è da meno, essendo un ex-membro del gruppo terrorista Omega 7 che organizzò un attentato contro il consolato cubano di Montreal e gettò esplosivi nell’auto dell’ambasciatore di Cuba presso l’ONU. Julio Rodriguez Salas, un ex-ufficiale venezuelano ed agente dei servizi segreti militari degli Stati Uniti, può vantare prodezze simili, partecipando al complotto per rovesciare Chavez nell’aprile 2002. Al forum di Miami hanno discusso della strategia per “promuovere la democrazia nel continente”. Tra i relatori erano rappresentante numerose ONG dell’America Latina che rispondono alla CIA. I loro discorsi sul “diritto alla rivolta” spiccavano. L’affermazione fondamentale di tale tema è: se un Paese ha un governo tirannico, il popolo ha il diritto di rovesciarlo. I relatori hanno menzionato esplicitamente i governi “indesiderabili” agli Stati Uniti: Cuba, Venezuela, Bolivia, ecc. Tuttavia, questi ed altri tentativi di Washington di provocare conflitti tra i partecipanti al Vertice non hanno avuto il sostegno dei Paesi della regione. E non potevano che  “mobilitare” piccoli gruppi di dissidenti che agiscono sotto la copertura della Sezione Interessi degli Stati Uniti che le stazioni CIA ha potuto racimolare per far “protestare” con forza.
Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez l’ha ben sottolineato, quando ha affermato che “il rientro” del suo Paese nell’America Latina era completo, e riguardo la strategia di Washington per isolare Cuba nell’emisfero occidentale, adesso è la politica degli Stati Uniti ad essere isolata. “Se gli Stati Uniti vogliono stabilire rapporti normali, più produttivi, fiduciosi e democratici con l’America Latina e i Paesi dei Caraibi”, ha dichiarato Rodriguez, “deve cambiare la sua politica nella regione”. Per farlo, gli Stati Uniti devono “avere normali relazioni con loro, basandosi sul rispetto della loro sovranità sulla base della parità”. L’America Latina deve essere vista da Washington come un partner alla pari e non come il “cortile di casa” degli Stati Uniti. Il secondo vertice del CELAC ha  consolidato le posizioni dei Paesi membri su molte questioni. L’obiettivo strategico è l’integrazione degli Stati latinoamericani. Il CELAC è apparso sulla scena internazionale come l’unico “rappresentante autorizzato” dei Paesi dell’America latina e dei Caraibi. Gli Stati Uniti dovranno  gradualmente superare il loro complesso di superiorità nell’emisfero occidentale, altrimenti i latinoamericani un giorno trasformeranno il territorio a nord del Rio Grande nel loro “cortile di casa”…

Bruno en el Centro Prensa  de la II Cumbre de la CELAC.La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina punta a mantenere la stabilità nella regione latino-americana

La Cina ha buone ragioni per contribuire a stabilizzare le economie latino-americane
Mark Weisbrot The Guardian 31  gennaio 2014

1622611Nell’ultima settimana gran parte della stampa economica internazionale s’è focalizzata sui problemi di stabilità finanziaria nei Paesi in via di sviluppo, alcuni dei quali recentemente diventati più vulnerabili ai deflussi di capitali. La causa principale è che gli investitori cercano di approfittare delle eventuali mosse della Federal Reserve degli Stati Uniti nel consentire l’aumento dei tassi d’interesse statunitensi, attirando capitali dai Paesi in via di sviluppo facendone aumentare gli oneri finanziari. L’Argentina ha ottenuto parte di tale attenzione, in quanto ha permesso al peso una svalutazione del 15 per cento in un giorno, aumentando l’accesso degli argentini ai dollari del mercato ufficiale. Il Venezuela non è tanto influenzato da tali sviluppi del mercato, ma viene sempre raffigurato negativamente sui media internazionali, e ancora di più negli ultimi anni da quando i suoi problemi con il sistema dei tassi di cambio hanno aumentato l’inflazione del 56 cento. I due paesi affrontano problemi diversi, ma entrambi probabilmente stabilizzeranno i propri tassi di cambio, risolvendoli. Qui l’aiuto internazionale può fare una grande differenza, e c’è un Paese che ha sia la capacità di aiutarli che un sicuro interesse nel farlo: la Cina.
La Cina ha già aiutato il Venezuela con decine di miliardi di dollari di prestiti, in gran parte già  rimborsati, così come negli investimenti. Ha anche fornito prestiti e investimenti significativi a Ecuador, Cuba, Brasile e altri Paesi. Ma c’è altro che può fare in questo momento. Gran parte dei problemi di Argentina e Venezuela deriva da alcuni residenti che credono, con un forte incoraggiamento dai media, che la loro valuta nazionale non sia sicura. Se è vero che entrambi i Paesi hanno un’alta inflazione e le loro valute si sono deprezzate sui rispettivi mercati neri, non è chiaro quanto di ciò sia dovuto a cause fondamentali e quanto alla bolla del mercato nero dei dollari. (Certo in Venezuela, il tasso del dollaro sul mercato nero è gonfiato da acquirenti che scommettono su una valuta locale che continui a deprezzarsi.) In ogni caso, entrambi i governi potrebbero stabilizzare le loro valute e potrebbero iniziare ad abbattere l’inflazione, se dovessero ricevere una sufficiente quantità di riserve in dollari. E non dovrebbero necessariamente usarle: la Bolivia, per esempio, ha un tasso di cambio molto stabile nei sette anni di presidenza di Evo Morales, nonostante le gravi turbolenze politiche (tra cui un movimento secessionista violento), una certa inflazione, le notevoli nazionalizzazioni e altre mosse politiche del governo (come ad esempio il ritiro dal collegio arbitrale internazionale della Banca mondiale (ICSID)), visti come terribilmente “ostili” dalle aziende internazionali e dalla stampa economica. Ma la Bolivia accumulato più riserve anche della Cina (rispetto al PIL), e nessuno mette in dubbio la capacità del governo di mantenere la moneta nazionale in corrispondenza o vicino al tasso di cambio corrente.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha fornito una “Flexible Credit Line” (FCL) in riserve che non è stata ancora presa in prestito, ma è disponibile per i Paesi autorizzati. Poiché gli Stati Uniti controllano la politica del FMI verso i Paesi in via di sviluppo, gli unici tre Paesi riconosciuti per la FCL sono Messico, Colombia e Polonia, tutti con governi di destra (Álvaro Uribe era presidente della Colombia, all’epoca), che Washington considera alleati strategici. Il Messico ha accesso a ben  47,3 miliardi dollari che non ha avuto bisogno di toccare. La Cina ha 3800 miliardi dollari in riserve e a mala pena noterebbe il denaro necessario a finanziare una linea di credito similare per l’Argentina e il Venezuela. In realtà, la Cina farebbe molto probabilmente di meglio, anche se i soldi venissero presi in prestito. Il debito pubblico estero in dollari dell’Argentina è solo pari a circa l’8 per cento del PIL, il che significa che non avrebbe mai senso un default per un così piccolo debito.
Il Venezuela ha anche un basso rischio di default sovrano, con 90 miliardi di dollari di fatturato petrolifero annuo e le maggiori riserve di petrolio del mondo. Attualmente, la Cina ha la maggior parte delle sue riserve in titoli del Tesoro USA, che praticamente è certo perdano valore nel prossimo futuro, mentre i tassi d’interesse a lungo termine aumentano negli Stati Uniti. La Cina ha grande interesse nella stabilizzazione dell’America Latina. A differenza degli Stati Uniti, che è una potenza egemone globale con centinaia di basi militari in tutto il mondo, la Cina non ha basi militari straniere e nessun impero. Con il “perno” degli Stati Uniti verso l’Asia, a sostegno del militarismo del Giappone cercando di mantenere il dominio militare in Asia orientale, l’interesse principale della Cina è l’ulteriore sviluppo di un mondo multipolare e di un ruolo maggiore di Nazioni Unite, Paesi in via di sviluppo, diritto internazionale e diplomazia nelle relazioni internazionali.
L’America Latina, in particolare il Sud America, s’è resa indipendente da Washington negli ultimi 15 anni e ha un forte interesse politico in questi stessi problemi dalle profonde radici storiche. Con il miglioramento del PIL della Cina (e cioè del potere d’acquisto), l’economia cinese è già più grande di quella degli Stati Uniti, e anche al suo attuale tasso di crescita in rallentamento, più che raddoppierà nel prossimo decennio. Come ha affermato Yan Xuetong, la Cina inizia un nuovo percorso in politica estera, in cui formerà quelle alleanze che non poté realizzare in passato. Anche se queste alleanze saranno principalmente con Paesi vicini, la maggior parte dell’America Latina è un naturale alleato, non solo per via delle sue crescenti relazioni commerciali e commerciali con la Cina, ma anche per via del comune interesse a un ordine politico internazionale che favorisca il rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale verso l’intervento unilaterale e la forza militare. D’altra parte, Washington vorrebbe sbarazzarsi di tutti i governi di sinistra della regione e tornare a un mondo a “sovranità limitata”, come l’aveva 20 anni fa.
I notevoli tentativi della Cina, che potrebbero essere attuati a poco o nessun costo, manterranno la stabilità nella regione.

1513292Mark Weisbrot è co-direttore del Centro per la Ricerca Economica e Politica di Washington DC Egli è anche presidente di Just Foreign Policy.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

America Latina e Stati Uniti: l’apoteosi della sfiducia

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 12/01/2014

1016289Il 2013 è stato incredibilmente dannoso per le relazioni tra Stati Uniti e Paesi dell’America Latina. La rivelazioni di Edward Snowden hanno dimostrato che nell’emisfero occidentale Washington  cerca di giocare solo alle regole che scrive. Usando programmi spia come Prism, Boundless Informant e altri, l’intelligence degli Stati Uniti raccoglieva informazioni strategicamente utili in tutto il continente sudamericano usandole per garantirsi l’efficacia della sua politica regionale… Non c’è bisogno di spiegare che conoscere piani e intenzioni di partner e rivali permetteva a Washington di calcolare la propria strategia, sviluppare piani, lavorare in modo proattivo e avere successo in varie situazioni, anche critiche. L’Impero non si fida dei suoi partner, ancora meno dei “regimi ostili”. Tradizionalmente gli alleati sottomessi, o più precisamente i satelliti degli USA, erano sottoposti ad un controllo totale. Tra questi Costa Rica, Honduras, Guatemala, Panama, Belize, Repubblica Dominicana e Paraguay (ma l’elenco non finisce qui). I “controllori imperiali” prestavano particolare attenzione ai grandi Paesi dell’America Latina: Messico, Brasile e Argentina.  L’azione preventiva per evitare situazioni di conflitto con essi era al centro dell’attenzione di Washington. Le ragioni sono chiare: gli Stati Uniti hanno seri problemi irrisolti, primo fra tutti la neutralizzazione dell’Alleanza Bolivariana dei Popoli d’America (ALBA), l’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR), la Comunità dell’America Latina e dei Caraibi Uniti e altre alleanze che non includono gli Stati Uniti. L’esistenza stessa di questi blocchi illustra la sfiducia latino-americana nella capacità degli Stati Uniti di attuare programmi vantaggiosi per la regione latinoamericana.
Negli ultimi dieci anni la posizione geopolitica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è s’è notevolmente indebolita. Colossali risorse finanziarie e militari sono state investite per garantire l’egemonia statunitense in altre regioni del mondo: Afghanistan, Iraq, Nord Africa e Medio Oriente. L’efficacia di tali sforzi è molto dubbia. I prossimi anni mostreranno se gli Stati Uniti e la NATO potranno garantirsi la presenza nei territori conquistati e continuare l’”espansione” in Oriente. Tuttavia, nonostante tutto, le ambizioni imperialiste degli Stati Uniti sono illimitate. Sia Mosca che Pechino hanno una buona idea di ciò che Washington ha in programma per la fase finale dell’“assalto a Oriente”. Altre capitali del mondo capiscono il fine ultimo dell’espansione statunitense. In America Latina, un effetto collaterale negativo di tali spedizioni imperiali è evidente. La sfiducia sugli obiettivi di Washington aumenta. Preoccupazioni persistenti si affermano sul fine ultimo del “gruppo estremista imperialista” oggi al potere negli Stati Uniti, stabilire realmente il dominio sul mondo usando la forza bruta per reprimere qualsiasi forma di resistenza, se necessario. La militarizzazione del dipartimento di Stato degli Stati Uniti è abbastanza evidente. Molti suoi dipendenti hanno subito una formazione supplementare in collegi e istituti militari; operano sul campo in “punti caldi” in tutto il mondo, dalla Libia all’Afghanistan, o svolgono funzioni d’intelligence, diplomatiche e militari prima di essere nominati ad incarichi importanti nei Paesi dell’America latina. Il Pentagono possiede informazioni esaustive sul futuro teatro di un’azione militare. Il Comando Sud delle Forze Armate degli Stati Uniti rafforza sistematicamente la propria infrastruttura nella regione (basi aeree e navali), utilizzando ogni possibile pretesto, dalla guerra al terrorismo alla vaccinazione della popolazione locale.
Washington ha interesse nel mantenere focolai di tensione in America Latina. Ad esempio, la riconciliazione delle parti in conflitto in Colombia è estremamente indesiderabile per l’amministrazione Obama. I leader degli Stati Uniti sono ostili ai negoziati tra il governo di Juan Santos e i rappresentanti del gruppo guerrigliero delle FARC che si svolgono a Cuba. La riconciliazione potrebbe comportare la liquidazione delle sette grandi basi militari statunitensi in Colombia, che gli strateghi statunitensi intendono usare contro i regimi “populisti” di Venezuela, Ecuador e Nicaragua, così come contro Cuba. I politologi affermano recentemente sui media che l’intelligence degli Stati Uniti lavora a stretto contatto con l’esercito colombiano per sbaragliare i gruppi guerriglieri di FARC e ELN e provocare l’interruzione dei colloqui di pace. Gli articoli rivelano in dettaglio come la CIA, l’intelligence militare e la NSA degli Stati Uniti collaborino per eliminare fisicamente i leader della guerriglia, anche mediante l’organizzazione di attentati sul territorio al confine dell’Ecuador. L’amministrazione Obama intensifica gli sforzi per rafforzare la cosiddetta Pacific Alliance, che comprende Messico, Perù, Colombia e Cile. Dopo aver ratificato l’accordo di libero scambio con la Colombia, il Costa Rica ne è diventato membro. Gli obiettivi sovversivi della Pacific Alliance, istituita nel giugno 2012 contro i governi di Brasile, Venezuela, Argentina, Ecuador e Bolivia, sono fuori discussione. Alcuni scienziati politici ritengono che tale piano statunitense sia volto a neutralizzare ALBA, mentre altri lo vedono prevalentemente come anti-brasiliano. Washington ha speso molte energie e risorse per sincronizzare le attività dei regimi del continente sotto suo controllo per creare almeno una versione ridotta del mercato Pan-americano, entrato nella storia come Zona di libero scambio delle Americhe (ALCA). Il progetto degli Stati Uniti è stato respinto al quarto Vertice delle Americhe di Mar del Plata, in Argentina, nel 2005, grazie agli sforzi dei presidenti Nestor Kirchner, Hugo Chavez, Evo Morales e altri.
Il Brasile presta molta attenzione alle inclinazioni sempre più ostili della politica degli Stati Uniti nel continente. Il governo di Dilma Rousseff non ha ancora ricevuto le scuse dall’amministrazione Obama per lo spionaggio di NSA e CIA nei confronti del Brasile. Rousseff ha annullato la visita a Washington, alcuni piani promettenti per gli Stati Uniti furono limitati e una serie di accordi bilaterali nella cooperazione di agenzie militari, sicurezza e di polizia è stata riconsiderata. Nel settore della cooperazione degli armamenti, il Brasile ha scelto infine gli aerei da combattimento per la sua aviazione, respingendo il caccia multiruolo Super Hornet della Boeing. La società svedese Saab ha vinto. Si prevede che il contratto da 4,5 miliardi di dollari per la fornitura di 36 aerei da combattimento Gripen sarà firmato nel 2014, dopo che tutti i termini finanziari e tecnici saranno concordati. Il primo aereo arriverà in Brasile alla fine del 2018.
Un risultato della profonda diffidenza dell’America Latina verso gli Stati Uniti è la maggiore attività di Paesi come Russia, India, Iran e soprattutto Cina nel continente sudamericano. Ci sono sempre più segnali che il 21° secolo sarà il secolo della “svolta” cinese dell’emisfero occidentale, considerando le enormi risorse che i cinesi già investono nello sviluppo delle economie nazionali dell’America Latina. Energia, petrolio, miniere, elettronica, infrastrutture dei trasporti, industria della difesa, i cinesi sconfinano costantemente nei santuari del business statunitense. Un aspetto simbolico di questa infiltrazione cinese è il lancio di satelliti per comunicazioni e di ricerca dei Paesi latino-americani. La Cina avanza in America Latina su un ampio fronte. Molti credono che sia già inarrestabile.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

2,5 milioni di dollari per assassinare il Presidente Maduro

Thierry Deronne, Global Research, 3 agosto 2013

ap-venezuela-president-nicolas-maduro_20130709104851_640_480La speranza della destra internazionale e dei media mainstream di vedere la rivoluzione bolivariana scomparire con la morte (sospetta) del Presidente Hugo Chavez, è stata frustrata dal nuovo Presidente Nicolas Maduro che porta avanza con forza le trasformazioni ricorrendo, in particolare, al “Governo di quartiere” in Venezuela (1), all’integrazione politica dell’America Latina e alla cooperazione Sud-Sud. Perciò, riprendo i preparativi per un attentato, di cui i servizi segreti venezuelani hanno sventato un primo tentativo. Prevista per il 24 luglio, l’operazione includeva l’assassinio di Maduro da parte di un cecchino, mentre partecipava a manifestazioni pubbliche per commemorare la nascita di Simon Bolivar, seguita da attacchi simultanei ad obiettivi politici e militari da parte di 400 uomini infiltrati in Venezuela attraverso il confine con la Colombia.
Secondo il ministro Miguel Rodríguez Torres, che ha rivelato i dettagli il 31 luglio alla rete d’informazione Telesur, gli incontri per sviluppare questo progetto si sono svolti a Bogotá, Medellín (Colombia), Miami e Panama. Il membri di questa operazione comprendono terroristi, golpisti, personaggi legati al traffico di droga e paramilitari, tutti vecchi giocatori della sovversione in America Latina come Roberto Frómeta di Miami, leader del gruppo terrorista F4, riconosciuto autore di azioni terroristiche contro Cuba e mentore del terrorista internazionale di origine cubana Luis Posada Carriles. Ex agente della CIA, è l’autore (tra le altre cose) del bombardamento del 6 ottobre 1976, quando morirono 73 passeggeri del volo 455 della Cubana de Aviación, e responsabile della tortura e della scomparsa di militanti sinistra, per conto della polizia politica venezuelana del regime degli anni ’60 e ’70. Nonostante le diverse richieste di estradizione, continua a godere della protezione del governo degli Stati Uniti. Sempre a Miami i 2,5 milioni di dollari volti a coprire l’acquisto di armi e logistica per l’attentato contro Maduro, furono raccolti dalla rete dell’imprenditore di destra venezuelano Eduardo Álvarez Macaya (di origine cubana), alias Eddy, membro del Comando delle organizzazioni rivoluzionarie unite (CORU) e di Omega 7, sospettato di aver organizzato l’assassinio del diplomatico cubano all’ONU Félix García, nel 1980.
Prima del piano di assassinare il presidente bolivariano, la prima fase di questa operazione era creare il caos in Venezuela per giustificare l’intervento. Fu lanciata dal candidato della destra Henrique Capriles Radonski dopo l’annuncio della sua sconfitta alle elezioni presidenziali del 14 aprile 2013. Seguendo i suoi ordini di scendere in piazza per scatenare la rabbia, gli squadroni paramilitari s’infiltrarono tra i militanti del suo partito Primero Justicia, assassinando gli attivisti bolivariani José Luis Ponce, Rosiris Reyes, Ender Agreda, Henry Rangel Manuel, Keler Enrique Guevara, Luis García Polanco, Rey David Sánchez, Antonio Acosta Hernández Jonathan e Johnny Pacheco, attaccando o bruciando le sedi del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), 25 Centri di Diagnosi Integrale (centri gratuiti di salute popolari), media comunitari, centri per l’approvvigionamento popolare (rete Mercal), una sede regionale del Consiglio Nazionale Elettorale e le case dei funzionari governativi. Tre settimane prima delle elezioni, tre membri della destra, Ricardo Sánchez (supplente di María Corina Machado), Andres Avelino (supplente di Edgar Zambrano) e Carlos Vargas (supplente di Rodolfo Rodríguez) avevano ritirato il loro sostegno a Capriles denunciando l’esistenza di questo piano di destabilizzazione (2).

Il leader della destra venezuelana Henrique Capriles Radonski (a sinistra) si è incontrato a Santiago, il 19 luglio 2013, con Jovino Novoa, sottosegretario del governo Pinochet. Capriles Radonski è coinvolto nella violenze e negli eccidi di attivisti bolivariani del 15 aprile 2013 e al sanguinario  colpo di Stato contro il Presidente Chavez nell'aprile 2002.

Il leader della destra venezuelana Henrique Capriles Radonski (a sinistra) si è incontrato a Santiago, il 19 luglio 2013, con Jovino Novoa, sottosegretario del governo Pinochet. Capriles Radonski è coinvolto nella violenze e negli eccidi di attivisti bolivariani del 15 aprile 2013 e al sanguinario colpo di Stato contro il Presidente Chavez nell’aprile 2002.

Questa violenza permeata di razzismo sociale godeva della disponibilità dei media privati che dominano la maggior parte dell’etere in Venezuela, e dei media internazionali che hanno oscurato le vittime. Durante la campagna presidenziale, il quotidiano francese “Le Monde” aveva definito Henrique Capriles “azzimato avvocato socialdemocratico” (sic). Questa prima fase, fallita davanti la resistenza pacifica della popolazione, aveva attratto il commento dell’ex Presidente Lula nell’aprile 2013: “Quando lasciai l’incarico che occupavo c’erano cose che non si potevano dire per diplomazia, ma oggi posso dire che ogni volta gli Stati Uniti interferiscono nelle elezioni di un altro Paese. Dovrebbero farsi gli affari propri e lasciarci scegliere il nostro destino.”(3) Nel giugno 2013, una registrazione telefonica rivelava i contatti con gli Stati Uniti di un altro leader della destra venezuelana, Maria Corina Machado (anch’ella coinvolta nel sanguinoso colpo di Stato contro Chavez nell’aprile del 2002). Insistendo sulla necessità di organizzare un nuovo colpo di Stato preceduto da “scontri non dialoganti” (sic).
Fin dall’inizio, tutta questa operazione faceva affidamento sul sostegno di alcuni agenti della CIA e di due ex-presidenti legati al traffico internazionale di stupefacenti e ai paramilitari: l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe e l’ex presidente honduregno de facto, l’imprenditore Roberto Micheletti, che prese il potere in Honduras dopo il colpo di Stato contro il Presidente Manuel Zelaya. Questi sono gli stessi settori della destra ad organizzare attività di destabilizzazione contro i governi di Bolivia, Ecuador e Venezuela, sempre con l’aiuto dei media privati, che hanno partecipato al colpo di Stato contro Hugo Chavez nell’aprile 2002, al blocco petrolifero nel 2002-2003, al massacro di Plaza Altamira nel dicembre 2012, agli attentati contro le ambasciate di Spagna e Colombia nel 2003, all’omicidio del giudice Danilo Anderson nel 2004, che indagava sugli autori del colpo di Stato, all’infiltrazione nel 2004 di un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nella finca Daktari (periferia di Caracas), mentre preparavano l’assassinio di Hugo Chavez.

Un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nel maggio 2004 nella finca Daktari, di proprietà del cubano Roberto Alonso, vicino Caracas. Scopo dichiarato dell'operazione: "decapitate Chavez."

Un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nel maggio 2004 nella finca Daktari, di proprietà del cubano Roberto Alonso, vicino Caracas. Scopo dichiarato dell’operazione: “decapitate Chavez.”

Le telefonate dimostrano che la possibilità dell’omicidio di Nicolas Maduro, rinviato a causa delle fughe e delle misure adottate dal servizio segreto venezuelano, resta. Uno degli scenari preferiti dai terroristi sarebbe “il governo di quartiere” approfittando dell’alta esposizione del presidente durante il contatto diretto con la popolazione.

Thierry Deronne, Caracas, 1 agosto 2013, AVN e Telesur.

Note:
(1) “Deux tours du monde en 100 jours : révolution dans la révolution bolivarienne
(2) “Venezuela: victoire du “chavisme sans Chavez” di Maurice Lemoine
(3) “Défaite de la tentative de coup d’État. L’ex-président Lula critique l’ingérence des États-Unis dans les élections vénézuéliennes“,
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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