La sfida strategica della sinistra latinoamericana

Rafael Correa, Histoire et Societé 18 febbraio 2018Dopo la lunga e triste notte neoliberista degli anni ’90, che colpì intere nazioni come l’Ecuador, e da quando Hugo Chávez vinse la presidenza della Repubblica del Venezuela alla fine del 1998, i governi di destra e sovversivi del continente iniziavano ad essere sconvolti come un castello di carte, raggiungendo tutta la nostra America con governi popolari legati al socialismo della buona vita. All’apice del 2009, dei dieci Paesi latinoamericani del Sud America, otto avevano governi di sinistra. In America centrale e nei Caraibi c’erano il Fronte Farabundo Martí in El Salvador, i sandinisti in Nicaragua, Álvaro Colom in Guatemala, Manuel Zelaya in Honduras e Leonel Fernández nella Repubblica Dominicana. In Paesi come il Guatemala, con Álvaro Colom o in Paraguay, con Fernando Lugo, era la prima volta nella storia che la sinistra saliva al potere, in quest’ultimo caso rompendo anche un secolo di bipartitismo. Nel maggio 2008 nacque l’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) e nel febbraio 2010, la Celac con 33 membri. Dei 20 Paesi latini della Celac (Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi), 14 avevano governi di sinistra, ovvero il 70%. La prima parte del 21° secolo è stata indubbiamente vinta. I progressi economici, sociali e politici sono stati storici e hanno stupito il mondo, tutto in un ambiente di sovranità, dignità, autonomia, con la propria presenza sul continente e nel mondo. L’America Latina non attraversò un periodo di cambiamento, ma un vero cambiamento dei tempi, che anche modificò in modo significativo l’equilibrio geopolitico della regione. Per questa ragione, per le potenze di fatto e per i Paesi egemoni era essenziale porre fine a questi cambiamenti a favore delle maggioranze e che cercavano la seconda e definitiva indipendenza regionale.

Restaurazione conservatrice
Sebbene nel 2002 il governo di Hugo Chávez abbia dovuto subire un fallito colpo di Stato, è proprio dal 2008 che s’intensificarono i tentativi non democratici di porre fine ai governi progressisti, come nel caso della Bolivia 2008, Honduras 2009, Ecuador 2010 e Paraguay 2012. Quattro tentativi di destabilizzazione, tra cui due riusciti, Honduras e Paraguay, e sempre contro i governi di sinistra. Dal 2014 e sfruttando il cambiamento del ciclo economico, questi sconnessi sforzi per la destabilizzazione si consolidarono costituendo una vera “restaurazione conservatrice” con nuove coalizioni, sostegno internazionale, illimitati finanziamenti esteri e così via. La reazione si approfondì e perse limiti e scrupoli. Ora abbiamo molestie e boicottaggio economico in Venezuela, il colpo di Stato parlamentare in Brasile e la criminalizzazione della politica, “legge”, come visto coi casi Dilma e Lula in Brasile, Cristina in Argentina e del Vicepresidente Jorge Glas in Ecuador. I tentativi di distruggere Unasur e neutralizzare Celac sono anche ovvi e spesso spudorati. Per non parlare di ciò che succede nel Mercosur. In Sud America, al momento, rimangono solo tre governi progressisti: Venezuela, Bolivia e Uruguay. Le eterne potenze che hanno sempre dominato l’America Latina, immergendola nell’arretratezza, disuguaglianza e sottosviluppo, tornano assetate di vendetta dopo oltre un decennio di continue sconfitte.

Gli assi della strategia della restaurazione conservatrice
La strategia reazionaria è articolata a livello regionale e si basa essenzialmente su due assi: il supposto fallimento del modello economico di sinistra e la presunta mancanza di forza morale dei governi progressisti. Sul primo asse, dalla seconda metà del 2014, a causa di un contesto internazionale sfavorevole, l’intera regione subì il rallentamento economico divenuto recessione negli ultimi due anni. I risultati sono diversi tra Paesi e regioni riflettendo struttura economica e politiche economiche applicate, e le difficoltà economiche di Paesi come Venezuela o Brasile sono considerate un esempio del fallimento del socialismo, pur avendo l’Uruguay col governo di sinistra, Paese più sviluppato a sud del Rio Grande, o la Bolivia dai migliori indicatori macroeconomici del pianeta. Il secondo asse della nuova strategia contro i governi progressisti è la moralità. La questione della corruzione è diventata lo strumento per distruggere i processi politici nazionali e popolari nella nostra America. Il caso emblematico è il Brasile, dove un’operazione politica ben articolata è riuscita a far decadere Dilma Rousseff dalla presidenza del Brasile, dimostrando che non aveva nulla a che fare coi problemi che le venivano attribuiti. C’è una grande ipocrisia globale nella lotta alla corruzione.

La sinistra, vittima del proprio successo?
Probabilmente anche la sinistra è vittima del proprio successo. Secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi (Cepal), quasi 94 milioni di persone sono state tolte dalla povertà e sono entrare nella classe media regionale nell’ultimo decennio; in stragrande maggioranza risultato delle politiche dei governi di sinistra. In Brasile, 37,5 milioni di persone sono uscite dalla povertà tra il 2003 e il 2013, e ora sono nella classe media, ma questi milioni non costituirono una forza mobilitata quando il parlamento accusato di corruzione licenziava Dilma Rousseff. Abbiamo persone uscite dalla povertà e che ora, per ciò che viene spesso chiamata prosperità oggettiva e povertà soggettiva, anche se hanno migliorato significativamente il reddito, chiedono molto di più e si sentono poveri, non in riferimento a ciò che hanno o peggio quello che avevano, ma a ciò a cui aspirano. La sinistra ha sempre lottato contro la corrente, almeno nel mondo occidentale. La domanda è: avrebbe combattuto contro la natura umana? Il problema è molto più complesso se si aggiunge a questo la cultura egemonica costruita dai media, in senso gramsciano, cioè inverare i desideri delle maggioranze in relazione agli interessi delle élite. Le nostre democrazie dovrebbero essere chiamate democrazie mediatiche. I media sono una componente più importante nel processo politico rispetto a partiti e sistemi elettorali; e sono diventati i principali partiti di opposizione ai governi progressisti; i veri rappresentanti dell’affarismo e del potere politico conservatore. Non importa ciò che va bene alle maggioranze, cosa viene proposto in campagna elettorale, e cosa ha deciso alle urne il popolo, al centro di ogni democrazia. Ciò che è importante è ciò che i media approvano o condannano coi loro titoli. Hanno sostituito lo Stato di diritto con lo stato d’opinione.

C’è una sfida strategica?
La sinistra regionale si confronta coi problemi dell’esercizio del potere, spesso con successo ma esaurendosi. È impossibile governare felicemente il mondo intero, ancor più quando c’è tanta sete di giustizia sociale. Si deve sempre essere autocritici, ed anche sicuri di sé. I governi progressisti sono soggetti a continui attacchi, le élite e i loro media non perdonano gli errori e fanno pressione sul nostro morale, per farci dubitare delle nostre convinzioni, proposte e obiettivi. Pertanto, la maggiore “sfida strategica” della sinistra latinoamericana è forse capire che qualsiasi lavoro per una trasformazione fondamentale avrà errori e contraddizioni.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Ecuador: l’agente della CIA Swat e altri

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 22/06/2016or-37496Sul murale nel parlamento ecuadoriano dal famoso pittore ecuadoriano Oswaldo Guayasamín, dal titolo “Imagen de la Patria”, appare un teschio ghignante con elmetto decorato con la sigla CIA. Quando il murale fu presentato nell’agosto 1988, Guayasamín spiegò che l’immagine sintetizzava le minacce straniere al suo Paese natale, e da quasi tre decenni questo “cranio della CIA” con ghigno sinistro osserva i deputati in parlamento. Le impronte digitali della CIA sono visibili in decine di incidenti in Ecuador, con cui i politici che minacciavano la politica estera statunitense furono eliminati. Ad esempio, nel maggio 1981 l’aereo con il presidente Jaime Roldós si schiantò nella provincia di Loja, regione montuosa dell’Ecuador. Il presidente Reagan era ostile agli ecuadoriani: Roldós rifiutò l’invito al suo insediamento e mantenne relazioni amichevoli con i sandinisti in Nicaragua e il governo cubano. Mostrò anche solidarietà al Fronte Democratico Rivoluzionario in El Salvador, che si opponeva alla dittatura militare. Roldós voleva riorganizzare l’industria petrolifera dell’Ecuador, mettendo a repentaglio gli interessi delle compagnie petrolifere transnazionali. Roldós fu eliminato a causa di “tutta una serie di lamentele”. Una volta che Rafael Correa è entrato in carica, la CIA intensificò le azioni in Ecuador. In una recente intervista Correa ha detto che nei primi giorni dell’amministrazione un certo diplomatico statunitense chiese un incontro durante il quale si presentò come “rappresentante ufficiale della CIA” in Ecuador. Costui sottolineò che agiva in modo indipendente dall’ambasciatore degli Stati Uniti. Come osservò Correa, a quel tempo “gli statunitensi ancora pensavano di poter prendere il controllo del nostro governo”. L’impulso delle ultime rivelazioni di Correa sulle attività sovversive dell’intelligence degli Stati Uniti nel Paese fu l’incidente con un’agente della CIA dal nome in codice “Swat”.
mario-pazmino Dal 1984 al 2007, una certa Leila Hadad Pérez, donna di origine libanese, agiva a Quito da agente illegale della CIA. In un primo momento usò un salone di bellezza come facciata, e poi un negozio che vendeva tappeti. Il suo vero nome era Sania Elias Zaytun al-Mayaq. Swat era soprattutto interessata agli alti ufficiali delle forze armate e della polizia. La loro collaborazione fu sottoscritta con “mance” mensili in dollari, pari a diversi stipendi degli ufficiali, e con la promessa di una carriera sempre in ascesa. Grazie agli sforzi di Swat, molti posti chiave dei servizi informativi e delle forze armate dell’Ecuador furono occupati da agenti della CIA. Uno degli obiettivi principali era ostacolare il coinvolgimento dell’Ecuador in iniziative volte ad integrare il continente ed anche a contrastare qualsiasi alleanza rafforzata con il Venezuela. Una campagna fu condotta per compromettere i leader vicini all’Ecuador come Hugo Chávez, Inácio Lula da Silva, Néstor Kirchner, Evo Morales, e altri. La rete degli agenti di Swat fece di tutto per evitare la chiusura della base militare statunitense di Manta. La campagna elettorale 2006 di Correa non nascose ciò che aveva in mente circa la presenza militare degli Stati Uniti. Praticamente ogni agente operativo della CIA nel Paese fu mobilitato, così come l’intelligence militare degli Stati Uniti, tra cui politici, poliziotti, militari, giornalisti, sindacalisti, studenti e ONG. Ma i loro sforzi fallirono. Come osserva Correa, i metodi impiegati da Swat erano “goffi” ed “era ovvio che era il cervello della CIA in Ecuador”. Di conseguenza, il presidente ecuadoriano decise di espellerla dal Paese. Nel luglio 2009, la base militare statunitense di Manta fu chiusa. L’ambasciatore degli Stati Uniti Todd Chapman cercò di negare l’esistenza dei legami tra CIA e politici ecuadoriani. Con una certa ironia, il Presidente Correa consigliò l’ambasciatore d’imparare “un po’ di più su come questi servizi lavorano, se non lo sa”. Rafael Correa pensa che il suo Paese sia ancora in pericolo di colpo di Stato. Alcuni analisti ritengono che, alla fine, la congiura della CIA in Ecuador sarà guidata da Mario Pazmino, ex-direttore dell’intelligence dell’Ecuador. Correa l’accusò di nascondere informazioni strategicamente vitali sull’attacco illegale lanciato dal confine con la Colombia a un accampamento delle FARC in Ecuador. Dall’inizio alla fine, l’attacco fu pianificato da CIA e intelligence militare. Conseguenza di queste rivelazioni, le agenzie di intelligence e controspionaggio dell’Ecuador compromesse furono riformate e un Segretariato Nazionale dell’Intelligence creato, nuovi agenti assunti e nuove attrezzature specializzate adottate. Tutto questo consentirà di monitorare in modo efficace le organizzazioni che rispondono alla CIA come USAID e National Endowment for Democracy (NED). Fu subito scoperto che Karen Hollihan, un’ecuadoriana di origine tedesca-statunitense, fu inviata a ripristinare la rete di agenti in Ecuador. Un uomo di nome Fernando Villavicencio collaborava con lei, affermando di essere un esperto di petrolio, ma la sua attività principale era denigrare il Presidente Correa. Villavicencio fu condannato a 18 mesi di carcere per diffamazione, ma riuscì a fuggire e ora usa internet per diffondere articoli scritti dalla CIA sulla corruzione nel governo Correa. Un altro contatto attivo di Hollihan si chiama César Ricaurte, che dirige l’organizzazione non-profit Fundamedios che monitora “le minacce alla libertà di stampa” in Ecuador sostenendo i critici del regime partecipi alla campagna di denunce della CIA. La ONG Participación Ciudadana, specializzata nel “giornalismo investigativo” della CIA, ha ricevuto 265000 dollari solo dal NED negli ultimi due anni, per coprire le “spese correnti”.
L’ecuadoregno Mario Ramos, direttore del Centro Andino per gli Studi Strategici, che analizza le operazioni contro i governi latino-americani che rifiutano le linee di Washington, ha osservato su Telesur che le attività sovversive della CIA aumentano in ogni Paese prima di scegliere “la strategia di destabilizzazione adeguata: guerra economica, mediatica o psicologica, e così via”. Ramos ritiene che, per contrastare tali operazioni sovversive, i latino-americani debbano stabilire “una strategia di difesa integrata” che si estenda alle sfere della diplomazia, militare e della finanza, e concentri gli sforzi dei servizi segreti dei loro Paesi su questo compito. La denuncia delle operazioni sovversive della CIA in Ecuador, la sfilata in TV dei primi piani dei criminali e l’analisi delle ripercussioni catastrofiche per il Paese dovute a tali attività illegali, provano che i leader politici e della sicurezza dell’Ecuador hanno raggiunto le dovute conclusioni.

Karen Hollihan

Karen Hollihan

Ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti si preparano a spodestare il Presidente Evo Morales

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 09/06/2016AP78723126473-940x580Le agenzie di intelligence degli Stati Uniti hanno intensificato le attività intese a rimuovere il Presidente boliviano Evo Morales. Tutte le opzioni sono sul tavolo, tra cui l’assassinio. Barack Obama, che vede l’indebolimento del “blocco ostile degli Stati populisti” dell’America Latina quale vittoria in politica estera della sua amministrazione, si propone di raggiungere tale successo prima di andarsene. Washington prende sotto mira la Bolivia anche per via del successo della Cina nel Paese. Morales rafforza i rapporti finanziari, economici, commerciali e militari con Pechino. Le imprese cinesi a La Paz fioriscono, fanno investimenti e prestiti e partecipano ai programmi per assicurare una posizione chiave alla Bolivia nella modernizzazione dei trasporti del continente. Nei prossimi 10 anni, grazie agli abbondanti giacimenti di gas della Bolivia, il Paese diventerà l’hub energetico del Sud America. Evo Morales vede lo sviluppo del suo Paese sua priorità assoluta, e i cinesi, a differenza degli statunitensi, hanno sempre visto la Bolivia come un alleato e un partner lungi da un rapporto dei due pesi e due misure. L’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz è senza ambasciatore dal 2008, dichiarato persona non grata per le sue attività sovversive. L’incaricato d’affari attuale è Peter Brennan, ed acute domande sono poste su ciò su cui lavora veramente. In precedenza fu di stanza in Pakistan, dove “decisioni difficili” furono prese sugli omicidi mirati, ma la maggior parte della sua carriera riguarda la manipolazione dei Paesi dell’America Latina. In particolare, Brennan fu responsabile dell’introduzione del servizio ZunZuneo a Cuba (un programma illegale soprannominato “Twitter Cubano“). L’USAID coprì tale programma della CIA con il pretesto innocente di aiutare a informare i cubani su eventi culturali e sportivi e notizie internazionali. Una volta introdotto ZunZuneo, c’erano piani per utilizzarlo per mobilitare la popolazione in PETER_BRENNANvista di una “primavera cubana”. Leggendo di Brennan spesso s’incontra la frase “dark horse“. È abituato a ottenere quello che vuole, a tutti i costi, e i tempi ristretti in Bolivia (prima della fine della presidenza Obama) costringono Brennan a correre grandi rischi. In precedenza, Brennan “si distinse” nella preparazione del referendum per permettere al Presidente Evo Morales di partecipare alla rielezione nel 2019, così come nella votazione stessa. Per incoraggiare il “no”, l’ambasciata degli Stati Uniti mobilitò la sua macchina della propaganda destando le ONG sotto il suo controllo e stanziando ingenti fondi aggiuntivi per inscenare proteste. È significativo che molti di costoro alla fine bruciarono le fotografie di Morales con la fascia presidenziale. Una raffica di fango fu sparato sul presidente. Le accuse di corruzione erano le più comuni, anche se Morales è sempre stato chiaro sulle sue finanze personali. Sarebbe stato difficile attribuirgli “43 miliardi di dollari in conti off-shore“, come fu detto anche di Hugo Chavez e Fidel Castro. Brennan concorda con Washington su altre operazioni per compromettere il presidente boliviano. Un attacco fu lanciato dall’agente della CIA Carlos Valverde Bravo, noto giornalista televisivo ed ex-agente dei servizi di sicurezza della Bolivia. Nel suo programma del 3 febbraio accusò l’ex-compagna di Morales, Gabriela Zapata, direttrice commerciale della società cinese CAMC Engineering Co., di orchestrare affari loschi per 500 milioni di dollari. Contemporaneamente insinuazioni cominciavano a circolare su internet sul coinvolgimento del presidente della Bolivia, anche se Morales ha rotto completamente con Zapata nel 2007 e non ha risparmiato nessuno, a prescindere da nome e parentela, nella battaglia contro la corruzione. Le “rivelazioni” spacciate dall’ambasciata degli Stati Uniti continuarono fino al giorno del referendum, il 21 febbraio 2016. I “no” prevalsero, nonostante il trend positivo indicato nei sondaggi elettorali. Morales ha accettato la sconfitta con la sua serenità d’indiano, ma nelle dichiarazioni dopo il referendum chiarì che l’ambasciata degli Stati Uniti aveva intrapreso una campagna ostile. L’inchiesta su Gabriela Zapata ha rivelato che aveva capitalizzato sulla precedente relazione con Morales per fare carriera. Le fu offerta una posizione nella società cinese CAMC ed ebbe una casa di lusso in un quartiere elegante di La Paz, facendosi lustro della “vicinanza” col leader boliviano anche se non ebbe alcun ruolo in tutto questo. Fu per lo stesso motivo che cercò di avviare business e rapporti personali con il capo del personale del presidente, Juan Ramón Quintana, che ha categoricamente negato di aver mai incontrato Zapata. A poco a poco, tutte le prove fabbricate della CIA si sono disintegrate. Zapata ora testimonia e il suo avvocato s’è rintanato all’estero perché i suoi contatti con gli statunitensi furono svelati. L’agente statunitense Valverde Bravo è fuggito in Argentina. Le accuse contro Morales vengono scagliate da lì con rinnovato vigore. L’attacco continua. E’ tutto abbastanza logico: una bugia ripetuta continuamente è un’arma efficace nella guerra d’informazione di nuova generazione. L’esempio più recente è la caduta di Dilma Rousseff accusata di corruzione da funzionari che il suo governo aveva identificato come corrotti!
felando L’esercito degli Stati Uniti aumenta la presenza in Bolivia negli ultimi mesi. Ad esempio, il colonnello Felando Pierre Thigpen ha visitato il dipartimento di Santa Cruz, dove vi sono forti tendenze separatiste. Thigpen è noto per essere coinvolto in un programma congiunto tra Pentagono e CIA per reclutare e addestrare possibili agenti dell’intelligence statunitense. Nei blog boliviani e nelle pubblicazioni su Thigpen, s’indica che il colonnello è stato inviato nel Paese alla vigilia di eventi legati alla “sostituzione imminente di un governo che ha esaurito il suo potenziale, così come la necessità di assumere giovani personalità alternative nella nuova struttura di leadership”. Alcuni commenti indicano Thigpen supervisionare i diplomatici Peter Brennan e Erik Foronda, consulente mediatico dell’ambasciata degli Stati Uniti. L’ambasciata ha risposto affermando che Thigpen era arrivato in Bolivia “di propria iniziativa”, ma non è un segreto che sia stato invitato per “lavorare con i giovani” dalle ONG che si coordinano con gli statunitensi: Fondazione per la Leadership e lo Sviluppo Integrale (FULIDEI), Rete della trasformazione globale (RTG), Scuola degli eroi boliviani (EHB) ed altri. Quindi il lavoro di Thigpen non è improvvisato, ma piuttosto una sfida al governo di Morales. Sul fronte interno, il partito di estrema destra Partito cristiano democratico fornisce la copertura politica. I piani statunitensi per destabilizzare la Bolivia, forniti al governo di Evo Morales da un Paese amico, includono un cronogramma particolareggiato delle azioni tracciate dagli statunitensi. Ad esempio: “Innescare scioperi della fame e mobilitazioni di massa e fomentare conflitti nelle università, organizzazioni della società civile, comunità indigene e vari ambiti sociali, così come nelle istituzioni governative. Imbastire relazioni con ufficiali in servizio attivo e in pensione, con l’obiettivo di minate la credibilità del governo nelle forze armate. E’ assolutamente essenziale addestrare i militari a uno scenario di crisi, in modo che nel clima di crescente conflitto sociale attuino una rivolta contro il regime e sostengano le proteste per garantire una transizione pacifica verso la democrazia“. I primi frutti del programma furono l’emergere di proteste sociali (le recenti marce dei disabili inscenate su suggerimento dell’ambasciata degli USA), anche se l’amministrazione di Evo Morales ha manifestato più preoccupazione per gli interessi dei boliviani dal basso reddito che qualsiasi altro governo della storia della Bolivia.
Il campo delle operazioni per spodestare il Presidente Morales, finanziate e dirette da agenzie d’intelligence degli Stati Uniti, continua ad espandersi. Il maggiore avversario degli statunitensi in America Latina è stato condannato alla “neutralizzazione”. Parlando contro Evo Morales, l’opposizione radicale ha apertamente accennato al fatto che è davvero interessante che da molto tempo la regione non veda un incidente aereo che coinvolga un politico ostile a Washington…referendum-y-zapataLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’espulsione dell’ambasciatore statunitense ha bloccato un colpo di Stato in Bolivia

Contrainjerencia 6/12/14

Cordoba, Argentina, ecco cos’ha detto il ministro della Presidenza della Bolivia Juan Ramón Quintana, prima della presentazione di un documentario all’UNC, aggiungendo che il piano coinvolgeva grandi media, partiti dell’opposizione di destra, magistratura e ONG.

invasion_usaIeri è stata presentata la serie dei documentari “Invasion USA” diretta da Andrés Sallari nella Sala Hugo Chavez del padiglione del Venezuela dell’Università Nazionale di Córdoba (UNC), dove viene analizzata l’ingerenza di Washington in Bolivia dal 1920 ad oggi. La presentazione ha visto la visita del Ministro della Presidenza dello Stato Plurinazionale della Bolivia Juan Ramón Quintana, intervistato da La Manhana di Cordoba, dove analizzava l’asse delle politiche del Presidente Evo Morales per “scalzare il potere radicato di grande stampa, grandi gruppi imprenditoriali, numerose ONG coordinate (a volte apertamente) dall’allora ambasciatore statunitense Phillip Goldebrg“, ha detto Quintana. Alla domanda sull’espulsione dell’ambasciatore statunitense, avvenuta nel settembre 2008 e delle agenzie DEA e USAID, e il loro impatto sulla politica boliviana, Quintana ha risposto: “La cacciata dell’ambasciatore statunitense per prima cosa ha smobilitato la destra, che preparava un ‘golpe civico-prefetturale’, e di conseguenza ha reso orfani quei gruppi politici che tentavano di destabilizzare il governo“. “Il piano di destabilizzazione si basava sul sistematico attacco al governo attraverso i grandi media, applicando la strategia del potere morbido per delegittimare il governo“, ha sottolineato il ministro boliviano. Le dinamiche viste, erano simili a quelle applicate in Paraguay contro Lugo, inclusa “la creazione di conflitti per accelerare la degradazione, come ad esempio nel caso di Pando e vari scontri, cercando di dimostrare che il governo non sapesse governare il Paese, perdendo sostegno sociale e generando conflitti regionali“, ha detto il ministro. “Un altro nucleo fondamentale di tale colpo di Stato era la magistratura, che insieme a media, partiti di destra e ONG, era un pilastro fondamentale di tali tentativi di golpe morbidi“, ha continuato. Sulla cacciata della DEA, Quintana sostiene che “settori dell’opposizione si auguravano che il governo della Bolivia finisse nello scenario colombiano-messicano, ma ha fatto esattamente il contrario: recuperava il controllo del territorio e le istituzioni della sicurezza, sviluppando un piano governativo contro il traffico di droga, mentre il valore culturale della foglia di coca è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, rendendo possibile passare da 33000 ettari ai 22000 di oggi, a soli duemila da 20000, obiettivo del governo”, ha detto. “La destra indicava quelle argomentazioni della DEA che se la Bolivia avesse seguito, sarebbe diventata il paradiso della criminalità organizzata, ma è successo il contrario“, ha osservato il ministro del governo boliviano.

USAID, articolazione dell’interventismo
Secondo il funzionario boliviano la cacciata dell’USAID ha avuto effetti in diversi settori, “da un lato, il settore degli intellettuali della classe media legato all’ambasciata statunitense è rimasto disoccupato, scoperto. In secondo luogo, molti giornalisti pagati dall’USAID nel quadro dei programmi di viaggio negli Stati Uniti sono stati eliminati, smascherandoli da freelance che in realtà erano portavoce dell’ambasciata USA”, ha detto Quintana. Inoltre, ha sottolineato che la cacciata dell’USAID ha lasciato un esercito di ONG “privo di finanze, proposte, azione politica e legami organici con i movimenti indigeni“. La mappa delle operazioni dell’USAID copriva quasi tutta la società boliviana, indica Quintana. “Il programma per la democrazia gli avrebbe permesso d’influenzare Assemblea Legislativa Plurinazionale, Parlamento nazionale, partiti politici, rafforzando la destra e danneggiando i partiti dello sviluppo emergenti“, ha aggiunto. “C’era anche il programma per la società civile, con seminari su giustizia e democrazia, ma sempre costruiti sull’ideale neoliberale“, ha detto. Ha anche descritto un programma per lo sviluppo economico volto a forgiare l’idea del “libero mercato”, e un altro sull’autonomia volto “a minare la struttura dello Stato multiculturale come il nostro, assieme al programma di lotta al traffico di droga nell’ambito della sicurezza e, infine, un altro che promuoveva la leadership indigena“. “Cioè, sabotavano lo Stato smobilitando l’azione del governo e articolando l’opposizione“, ha concluso Quintana.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Scacco matto dei BRICS nel cortile di Washington

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 15/07/2014 modi-brics-story_650_051914125040Stati Uniti e loro più stretti alleati hanno cercato di isolare la Russia e il Presidente Vladimir Putin dalla scena mondiale. Come risultato del sostegno occidentale al regime ucraino, salito al potere con le violenze a Kiev, le azioni intraprese dalle potenze occidentali contro la Russia comprendono l’espulsione della Russia dal G-8 delle potenze capitaliste, il congelamento dei beni dei funzionari del governo e delle banche russi, e divieto di viaggio a prominenti cittadini russi. Tuttavia, Putin ha messo sotto scacco il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel suo cortile di casa. I difensori di Obama immaginano il loro presidente come un maestro di “scacchi a 11 dimensioni”. Tuttavia, in Brasile, il vertice delle nazioni BRICS di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, mostra al mondo che è Putin, non Obama, il maestro di scacchi a 11 dimensioni. In realtà, Obama potrebbe mollare la scacchiera. Putin è in visita in Brasile partecipando al summit 2014 nella città di Fortaleza. Il vertice BRICS avviene mentre i membri dell’amministrazione Obama, tra cui neo-con come l’assistente del segretario di Stato per gli affari europei Victoria Nuland, stilano piani per inasprire le sanzioni contro la Russia, portandoli ai livelli di Iran, Siria e Cuba. Putin e i suoi colleghi dei BRICS firmeranno un accordo a Fortaleza per la creazione della banca di sviluppo BRICS che aiuterà a schivare il tentativo dei neo-con d’isolare la Russia dalle reti bancarie internazionali. Qualsiasi rafforzamento delle sanzioni, come quelle imposte da Washington a Iran, Siria, Cuba, corre il rischio di punire le banche brasiliane, indiane, cinesi, sudafricane e di altre società, qualcosa che potrà far finire l’amministrazione Obama nelle acque bollenti del tribunale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che decide sulle pratiche commerciali che violano le norme dell’OMC.
L’eredità dell’amministrazione Obama è la politica da Guerra Fredda verso un’America Latina che ha chiuso definitivamente il vecchio dominio politico-economico degli Stati Uniti dell’emisfero occidentale. Obama ha piantato l’ultimo chiodo sull’arcana dottrina Monroe che decise che gli Stati Uniti avrebbero impedito alle nazioni non dell’emisfero occidentale, comprese le potenze d’Europa, dall’intervenire nelle Americhe. L’interventismo in Paesi come Venezuela e Honduras svolto dalla collega neocon della Nuland, Roberta Jacobson, assistente del segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, ha portato un grosso contingente di leader latinoamericani a partecipare con Putin, il presidente cinese Xi Jinping e gli altri leader dei BRICS al vertice in Brasile in cui gli Stati Uniti non avranno un posto. In effetti, gli Stati Uniti e le loro politiche imperialistiche saranno un tema importante in Brasile, un Paese che ha visto le sue telecomunicazioni, comprese chiamate ed e-mail private della presidentessa brasiliana Dilma Rousseff, regolarmente spiate dalla National Security Agency degli Stati Uniti. Putin ha svolto il grosso della sua visita di sei giorni in America Latina. Ha condonato il debito di Cuba verso la Russia, durante la visita a L’Avana ed si è anche fermato in Nicaragua e Rio de Janeiro. A Cuba Putin ha incontrato l’ex-leader cubano Fidel Castro e suo fratello Raul Castro, presidente di Cuba, due leader che continuano a far infuriare i centri di potere di destra e neo-con di Washington. Putin ha anche presenziato alla finale della Coppa del Mondo a Rio. La Russia sarà l’ospite della Coppa del Mondo 2018. Putin ha anche visitato l’Argentina dove ha firmato un accordo sull’energia nucleare. L’interesse di Iran, Argentina, Nigeria, Siria ed Egitto nel far parte dei BRICS potrebbe presto far divenire la sigla del gruppo “BRICSIANSE”. Un tale sviluppo farà trionfare le nazioni che si rifiutano di prendere ordini da Washington, e la presenza della Siria significherà la sconfitta definitiva della dottrina Obama della “R2P”, o “responsabilità di proteggere” filo-USA, e dell’intelligence occidentale che finanzia i capi dell’opposizione intenti a sostituire i governi anti-americani con regimi filo-USA. La Siria che entra nei BRICS come membro, a pieno titolo o associato, sarà il paletto nel cuore della R2P.
bricsfortal10411234L’amministrazione Obama non è riuscita a convincere un solo leader sudamericano ad evitare il vertice BRICS in Brasile. Infatti, due dei leader sudamericani sedutisi con Putin, Xi, Rousseff e gli altri leader in Brasile, il presidente del Venezuela Nicolas Maduro e il presidente del Suriname Desi Bouterse, sono stati oggetto dei tentativi di destabilizzazione della CIA e del dipartimento di Stato, collegati a minacce di sanzioni. Erano anche presenti presso i BRICS la presidentessa argentina Cristina Fernández de Kirchner, il presidente della Bolivia Evo Morales, la presidentessa del Cile Michelle Bachelet, il presidente colombiano Juan Manuel Santos, il presidente dell’Ecuador Rafael Correa, il presidente della Guyana Donald Ramotar, il presidente del Paraguay Horacio Cartes, il presidente del Perù Ollanta Humala e il presidente dell’Uruguay José Mujica. Le sanzioni statunitensi contro la Russia e la sua dimostrazione di forza contro la Cina attraverso Giappone e  Filippine, sono cadute nel vuoto in Sud America. Le buffonate adolescenziali di Nuland, Jacobson, della consigliera per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Susan Rice, dell’ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Samantha Power, saranno di sicuro discusse nei pettegolezzi dei leader riunitisi a Fortaleza. La presenza del presidente della Colombia Santos è particolarmente degna di nota. Santos ha recentemente sconfitto il candidato della destra sostenuto dagli stessi interventisti dell’amministrazione Obama che hanno sabotato l’economia del Venezuela. Il candidato perdente, Oscar Ivan Zuluaga, aveva il pieno sostegno del predecessore di destra e pro-Israele/USA di Santos, Alvaro Uribe. Notizie recenti dimostrano che Uribe ha istituito un sistema di sorveglianza nazionale delle comunicazioni, in stile NSA, contro i suoi avversari. I legami di Zuluaga con gli stessi elementi che cercano di deporre Maduro in Venezuela non sono stati dimenticati da Santos, che continua ad impegnarsi in negoziati di pace a L’Avana con i guerriglieri di sinistra delle FARC e a migliorare i rapporti con il Venezuela, con grande disappunto degli agenti della CIA che vivono nello splendore di Miami, in Florida.
A Rio, Putin è riuscito a sabotare gli sforzi degli Stati Uniti per isolarlo, incontrando il primo ministro di Trinidad e Tobago Kamla Persad-Bissessar e il primo ministro di Antigua e Barbuda Gaston Browne, oltre al primo ministro ungherese Victor Orban, al presidente della Namibia Hage Geingob, al presidente del Gabon Ali Bongo e alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Merkel e Rousseff hanno molto in comune, in quanto entrambi hanno avuto i loro cellulari personali monitorati dalla NSA, un fatto che Putin, che ha fornito asilo all’informatore della NSA Edward Snowden, probabilmente ha menzionato di sfuggita. L’unico tentativo che gli Stati Uniti hanno potuto fare affinché qualche funzionario latinoamericano criticasse i contatti tra i leader dell’emisfero occidentale e Putin, è stato organizzare il viaggio privato del capo dell’opposizione di Trinidad, Keith Rowley, per condannare il viaggio del primo ministro del suo Paese in Brasile. Rowley ha criticato Persad-Bissessar e suo nipote per l’incontro con Putin e gli altri leader a Rio, perché il viaggio è stato compiuto durante la controversia che coinvolge il dipartimento dell’immigrazione di Trinidad. Il potere d’influenza di Washington sugli eventi nell’emisfero occidentale è davvero sprofondato in nuovi abissi. L’ordine del giorno delle nazioni dei BRICS è  diversificato come quello di qualsiasi riunione del G-7, non più chiamato G-8 dopo che la Russia è stata espulsa. Nell’agenda del vertice BRICS vi sono commercio, sviluppo, politica macroeconomica, energia, finanza, terrorismo, cambiamenti climatici, sicurezza regionale, traffico di droga e criminalità transfrontaliera, industrializzazione dell’Africa e ciò che sarebbe il campanello d’allarme per Wall Street, Banca Mondiale, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e altri strumenti del capitalismo occidentale, la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali (IFI). Le operazioni di sicurezza dei Paesi BRICS in Afghanistan sostituiranno quelle degli Stati Uniti, dopo il ritiro delle loro truppe. La Russia guida gli sforzi dei BRICS per affrontare il riciclaggio di denaro e la criminalità transfrontaliera ottenendo la partecipazione di Bielorussia, India, Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Osservatori provenienti da Mongolia e Armenia si sono uniti ai colloqui. Nel settore della sicurezza, è evidente il sinergismo tra BRICS e Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), guidando Russia e Cina nella politica di sicurezza comune con gli Stati dell’Asia centrale come Kazakistan e Uzbekistan. Russia e Cina sembrano intenzionate a che Ucraina e Georgia siano la “linea sulla sabbia” di eventuali ulteriori invasioni delle rivoluzioni “R2P” di George Soros e CIA nello spazio eurasiatico. E’ anche chiaro che Putin ha battuto in astuzia Obama nel suo cortile di casa.

_76244169_023151058-1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora