Il massacro di Srebrenica è una gigantesca frode politica

Edward S. Herman e John Robles, Global Research, 11 luglio 2016

Il famoso autore Dr. Edward Herman ha parlato con John Robles di Voce della Russia sui fatti riguardanti il massacro di Srebrenica, pretesto per l’invasione “umanitaria” dell’ex-Jugoslavia, e smonta la versione “ufficiale” da sempre promossa dall’occidente.Srebrenica_massacre_mapIl Dr. Herman rivela che vi furono in realtà molteplici massacri a Srebrenica, e che l’uccisione di soldati bosniaco-musulmani a Srebrenica (pretesto occidentale) fu la risposta al massacro di oltre 2000 civili serbi, per lo più donne e bambini, del posto.

Robles: La mia prima domanda riguarda “il massacro di Srebrenica” e il modo con cui i media l’hanno manipolato. Puoi parlarci, o darci alcune intuizioni, di ciò?
Herman: Il massacro di Srebrenica, in realtà l’ho sempre messo tra virgolette, perché vi furono diversi massacri nella zona di Srebrenica che prima del luglio 1995 vide numerosi serbi uccisi dalle forze musulmane, bosniaco-musulmane, uscite da Srebrenica. Secondo una stima più di 150 serbi villaggi furono totalmente spazzati via e uno studio fornisce i nomi di 2383 civili serbi uccisi tra il 1992 e il luglio 1995. Quindi lo chiamerei “il primo massacro di Srebrenica”. Poi, nel luglio 1995…

Robles: Giusto per essere chiari, qui furono i serbi ad essere uccisi.
Herman: Sì! Parliamo di circa 2383 civili serbi uccisi prima del luglio 1995. E l’esercito serbo-bosniaco prese Srebrenica nel luglio 1995, e vi furono morti ed esecuzioni dopo. Questo è ciò che l’occidente chiama “massacro di Srebrenica”, ma in realtà è soprattutto un costrutto politico. I morti furono probabilmente tra 500 e 1000. In altre parole, meno della metà dei civili serbi uccisi prima del luglio 1995. E la pretesa occidentale è che 8000 uomini e ragazzi siano stati giustiziati nel massacro di Srebrenica, senza notare che erano uomini, solo uomini, tutti uomini e tutti soldati, mentre tra i 2383 civili uccisi vi erano numerosi donne e bambini. Parliamo nel secondo massacro essenzialmente di militari. E naturalmente non fu mai dimostrato che ci furono 7000 o 8000 uomini e ragazzi uccisi. I corpi nelle tombe arrivano a circa 2500 e molti erano morti in combattimento. Una delle bellezze della propaganda occidentale è che tutti i corpi trovati dopo il luglio 1995 vengono contati come giustiziati, anche se si sa benissimo che numerosi morirono in combattimento.

Promemoria
mudzahedini Herman: anche un altro fatto importante del massacro di Srebrenica è che il massacro dei serbi avvenne presso una zona che doveva essere “sicura”. Srebrenica era un luogo sicuro, un rifugio sicuro. Doveva essere smilitarizzata, ma non lo fu mai. Così i soldati musulmani bosniaci uscirono da Srebrenica uccidendo i civili serbi. Tutto ciò fu completamente ignorato dai media occidentali. E’ come se i serbi spuntassero a luglio iniziando a uccidere arbitrariamente. Infatti, ai militari delle Nazioni Unite nella zona, all’ufficiale francese Phillip Morillon, fu chiesto dal tribunale jugoslavo: “Perché i serbi l’hanno fatto?” Disse che era assolutamente convinto che lo fecero per ciò che il comandante dei musulmani bosniaci di Srebrenica fece ai serbi prima del luglio 1995. Questo era il capo dell’esercito delle Nazioni Unite, ma non compare sulla stampa occidentale! In altre parole, il primo massacro fu quello che causò il secondo e minore massacro di persone in età di leva. L’intero massacro di Srebrenica è una gigantesca frode politica. Ci fu un massacro, ma fu la vendetta per una strage, donne e bambini non furono uccisi. Una delle caratteristiche “citazioni” sul massacro di Srebrenica, il secondo, è che 20000 donne e bambini di Srebrenica furono trasportati in autobus in la sicurezza da parte dell’esercito serbo. Donne e bambini non furono uccisi, solo persone in età di leva e una grande frazione di costoro era morta in combattimento. Così secondo me, come ho detto, forse ci furono tra 500 a 1000 esecuzioni. Esecuzioni per vendetta.

Robles: Mi dispiace. Quanti?
Herman: da 500 a 1000 direi.

Robles: da 500 a 1000.
Herman: Sì. Quindi ci fu un grande massacro, ma va messo nel contesto! Questa fu una guerra, e c’era un esercito che aveva visto i propri civili massacrati ancor di più. Questo è completamente occultato in occidente, come se i serbi fossero spuntati a Srebrenica iniziando a uccidere per sete di sangue! E’ assolutamente una truffa! Quindi, ritengo che il massacro di Srebrenica sia il grande trionfo della propaganda. L’occidente voleva andare contro la Serbia ed evitare la pace. Aveva bisogno di questo massacro.

Robles: Lei ha detto 2380 civili, donne e bambini soprattutto …
Herman: donne e bambini serbi, sì.

Robles: …furono uccisi prima di Srebrenica…
Herman: Le prime stragi furono tra il 1992 e il luglio 1995. Erano civili serbi. Ci furono anche centinaia di militari serbi uccisi in quel periodo, ma parlo solo di civili!

Robles: I civili, giusto! E poi per rappresaglia furono uccisi circa 2500 musulmani… soldati bosniaci musulmani.
Herman: Questo è fuorviante, perché si pretende che 8000 furono giustiziati, ma furono più di 2000 gli uccisi, in gran parte in combattimento.

Robles: In combattimento. Bene, ho capito.
Herman: Sì, e le esecuzioni furono, come ho detto, probabilmente tra 500 e 1000.

Robles: Va bene. Così i musulmani bosniaci furono direttamente responsabili della morte di numerosi civili serbi. Giusto?
Herman: I serbi in realtà avevano gli elenchi dei soldati musulmani bosniaci che cercavano, ma non posso dire onestamente se furono gli unici ad essere stati giustiziati. Ma certamente, un numero significativo di giustiziati era in tali elenchi, elenchi per vendicarsi.

Clinton, Albright e Izetbegovic

Clinton, Albright e Izetbegovic

Edward S. Herman è economista e analista dei media statunitensi specializzato in tematiche aziendali e normative, nonché economia politica e media. Professore emerito di Finanza alla Wharton School della University of Pennsylvania. E’ autore di diversi libri, come “La fabbrica del consenso” scritto con Noam Chomsky e “Il massacro di Srebrenica: prove, contesto e politica”.

A 23 anni dalla sofferenza di 126 soldati e 200 civili serbi massacrati dai cosiddetti musulmani bosniaci
There Must Be Justice 6 novembre 2015

exhumation-funeralSulla collina di Glodzhansko, vicino Zvornik, Repubblica di Serbska, sono passati 23 anni dal calvario di 126 soldati dell’Esercito della Repubblica Serbska (VRS). Il crimine avvenne il 6 novembre 1992, quando dei giovani furono uccisi dagli islamisti del cosiddetto Esercito della Bosnia-Erzegovina. Tutte le vittime erano della brigata del VRS di Zvornik e Sekovici. I rappresentanti dell’esercito hanno svelato (la nuova) lapide con la scritta: “Qui giacciono 126 soldati dell’Esercito della Repubblica di Serbska“. Ogni volta, subito dopo l’installazione, la targa viene distrutta da ignoti. Tra 109 e 250 serbi furono uccisi o scomparvero la notte del 5 – 6 novembre 1992. Glodzhansko Brdo, Kozjak, Treshnjitsa, Maskalitsa Potok e Siroki Put sono solo alcuni dei luoghi presso la città di Zvornik in cui terra e polvere coprirono decine di serbi selvaggiamente assassinati, mutando il paesaggio nella città in fossa comune. Nel momento in cui i prigionieri furono portati in cima alle colline Glodzhansko Brdo e Kozjak e furono legati col filo spinato agli alberi, la guerra cominciò a somigliare a un festino brutalmente selvaggio. Solo tre delle vittime serbe i cui corpi furono esumati, ebbero la ‘fortuna’ di essere uccise da un proiettile. I corpi erano spesso senza testa e membra, con chiodi e sbarre di ferro nel cranio e nei seni, e catene ai polsi e alle ginocchia, crani sfondati con oggetti contundenti, evirati, bruciati. La maggior parte delle persone uccise la cui identità è stata ricostruita, fu sepolta in una fossa comune. Ciò che rende tale crimine così mostruoso è il fatto che fu commesso da musulmani di Kamenica, vicini di casa che i serbi credevano amici. Non è solo una caratteristica di tale guerra, ma di tutte le precedenti in questa regione, dove solo l’odio per un breve tempo sopito fu velocemente risvegliato dalla guerra. Assalendo i vicini serbo-ortodossi, l’odio musulmano lasciò impronte insanguinate in ogni casa ortodossa della regione.

Il seguente documentario racconta gli orrori e le torture di cui i serbi furono oggetto il 5-6 novembre 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I tredici anni del piano imperialista per la Siria

Slobodan Eric Rete Voltaire 15 febbraio 2014

Solo gradualmente tutti i pezzi del puzzle si combinano. In questa intervista con la rivista serba Geopolitika, Thierry Meyssan spiega cosa ora preveda il piano imperialista di Washington per il Medio Oriente, elaborato nel 2001. Ne osserva l’incapacità di affrontare la resistenza popolare e nota che pagheremo tutti le conseguenze, sia i popoli oppressi che coloro che pensavano di dominarle.

tumblr_m7fa7tntbz1qap9gno1_1280Geopolitika: Caro signor Meyssan, potrebbe brevemente spiegare ai lettori di Geopolitika ciò che  accade oggi in Siria, dato che secondo le informazioni delle principali reti televisive e le affermazioni dell’Osservatorio siriano dei diritti umani di Londra, non si capisce la situazione reale nel Paese in guerra. Ci sembra che un vento positivo soffi per il Presidente Assad, l’Esercito siriano e le forze patriottiche che difendono la Siria, dopo l’iniziativa russa per l’eliminazione delle armi chimiche che ha sventato il piano d’intervento di Stati Uniti e NATO.
Thierry Meyssan: Secondo gli Stati membri della NATO e del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), i siriani si ribellarono al loro governo, tre anni fa, imitando i nordafricani. Questo è ciò che viene chiamata “primavera araba”. Il governo, o “il regime” più sprezzantemente, ha risposto con forza e brutalità. Dal 2011, la repressione avrebbe causato più di 130000 morti. Questa versione è supportata dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo che pubblica il numero delle vittime. La realtà è molto diversa. Al momento degli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti decisero di distruggere un certo numero di Paesi, tra cui la Libia e la Siria. Questa decisione fu rivelata dall’ex Comandante Supremo della NATO, generale Wesley Clark, che si oppose. Si trattava di creare un’unità politica, dal Marocco alla Turchia, intorno a Fratellanza musulmana, Israele e  globalizzazione economica. Nel 2003, dopo la caduta dell’Iraq, il Congresso approvò il Syria Accountability Act, che autorizza il presidente degli Stati Uniti ad entrare in guerra contro la Siria senza l’autorizzazione del Parlamento. Nel 2005, gli Stati Uniti utilizzarono l’assassinio di Rafiq Hariri per accusare il Presidente Bashar al-Assad, promuovendo e creando il Tribunale speciale per il Libano, al fine di condannarlo e di dichiarare guerra al suo Paese. Tale accusa crollò per lo scandalo dei falsi testimoni. Nel 2006, Washington subappaltò una guerra contro Hezbollah ad Israele, sperando di coinvolgervi la Siria. Nel 2007, gli Stati Uniti organizzarono e finanziarono gruppi di opposizione esiliati intorno alla Fratellanza musulmana. Nel 2010, decisero di esternalizzare la guerra contro la Libia a Francia e Regno Unito che, perciò, conclusero il Trattato di Lancaster House. Nel 2011, un commando della NATO fu inviato segretamente in Siria per creare panico e desolazione. Dopo la caduta della Libia, spostarono il centro di comando dei loro eserciti a Izmir, in Turchia, e i combattenti libici di al-Qaida nel nord della Siria. Tale guerra di aggressione ha ucciso 130000 siriani e numerosi combattenti stranieri. Dopo la crisi delle armi chimiche dell’agosto-settembre 2013, gli Stati Uniti ammisero di non poter rovesciare il governo siriano. Interruppero le forniture di armi e i jihadisti stranieri non possono più contare su Israele, Francia e Arabia Saudita. Ovunque, l’esercito lealista avanza e le bande armate sbandano ovunque tranne che nel nord. Tuttavia, Washington impedisce la pace in Siria fin quando non riuscirà ad imporre la sua soluzione alla questione palestinese.

Geopolitika: Quali sono le conseguenze della sconfitta dell’Esercito libero siriano, sostenuto dall’occidente? Qual è la situazione ad Aleppo e sugli altri fronti? Quali fondi e sostegni hanno al-Nusra, al-Qaida e gli altri gruppi estremisti islamici? Gli islamisti radicali, anche se non sono così popolari, sono guerrieri scadenti che attaccano la Siria per conto dell’occidente?
Thierry Meyssan: In principio la NATO ha scelto di combattere una guerra di quarta generazione. Il popolo siriano venne inondato da una marea di informazioni false per fargli credere che il Paese fosse in rivolta e che la rivoluzione avesse trionfato, in modo che tutti inevitabilmente accettassero il cambio di regime. Il ruolo dei gruppi armati era condurre azioni simboliche contro lo Stato, per esempio contro le statue di Hafiz al-Assad, il fondatore della moderna Siria e atti di terrorismo per intimidire le persone e costringerle a non intervenire. Ognuno di tali gruppi armati era diretto da ufficiali della NATO, ma non c’era un comando centrale, per dare l’impressione di un’insurrezione diffusa e non di una guerra vera e propria. Tutti questi gruppi, disgiunti gli uni dagli altri, avevano la singola etichetta dell’Esercito Siriano Libero (FSA). Riconobbero la stessa bandiera verde, bianca, nera, storicamente del mandato francese, nel periodo tra le due guerre, cioè dell’occupazione coloniale. Quando gli occidentali decisero di cambiare strategia, nel luglio 2012, cercarono di mettere questi gruppi armati sotto un unico comando. Non ci riuscirono mai per via della competizione tra i loro mandanti, Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Fin dall’inizio, le uniche forze militari efficaci sul terreno erano i jihadisti che affermarono fedeltà ad al-Qaida. Erano la punta di diamante dell’ELS nella prima parte della guerra, poi si separarono quando gli Stati Uniti li definirono “terroristi”. Oggi, sono divisi principalmente tra il Fronte Islamico, finanziato dall’Arabia Saudita, Fronte al-Nusra finanziato dal Qatar ed Emirato islamico dell’Iraq e Levante (EIIL, “Daish” in arabo ), finanziato dalla NATO attraverso la Turchia, anche se controllato dall’Arabia Saudita. La  concorrenza è tale che questi tre gruppi si massacrano più di quanto combattano il governo siriano.

Geopolitika: Sulle due informazioni dannose e parziali dei media globali, potrebbe dirci chi ha attaccato civili e bambini con il gas sarin? Qui in Serbia, dove abbiamo avuto l’esperienza della strage di Racak e degli abitanti di Markale a Sarajevo, dove i serbi furono accusati senza alcuna prova, il tutto sembra un copione già visto della “manipolazione del massacro”. Tali sceneggiate sanguinarie utilizzate per manipolare l’opinione pubblica e avviare interventi militari nell’ex- Jugoslavia e in altre aree critiche del mondo, perdono efficacia, o in altre parole: ora è più difficile ingannare la gente?
Thierry Meyssan: L’attacco con il gas sarin a Ghuta, Damasco, (cioè nella cintura agricola della capitale) non fu il primo attacco con il gas. Ve ne furono molti altri in precedenza, per i quali la Siria fece invano appello al Consiglio di Sicurezza. Secondo l’opposizione in esilio, il governo avrebbe bombardato la zona di Ghuta per diversi giorni uccidendone infine la popolazione con il gas. Il presidente Obama, che ritenne che questo attacco superasse la “linea rossa”, minacciò di distruggere Damasco. Fu seguito, in un crescendo, dal presidente Hollande. Ma infine, la Siria, su proposta russa, aderì alla Convenzione contro le armi chimiche e tutte le scorte furono consegnate all’OPAC. Così non si verificò l’attacco a Damasco. Oggi il Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha pubblicato un rapporto che dimostra che i razzi osservati a Ghuta avevano una gittata inferiore ai 2 km. Tuttavia, secondo le cartine diffuse dalla Casa Bianca, le forze lealiste erano a 9 km dalla “zona ribelle.” In altre parole, è impossibile che questi tiri provenissero dalle forze governative. Questo studio conferma i rapporti dei satelliti russi secondo cui i due razzi furono  sparati dai Contras dalla loro area, convalidando la confessione trasmessa tre giorni dopo dalla TV siriana, dove un individuo ammise di avere trasportato questi razzi chimici da un deposito  dell’esercito turco a Damasco. Sono convalidate le accuse delle famiglie alawiti di Lataqia che sostengono di aver riconosciuto il loro figli rapiti dai Contras, il mese precedente, nelle immagini delle vittime. Infine, convalida l’inchiesta di Seymour Hersh che sostiene, contrariamente a Barack Obama, che la sorveglianza del Pentagono non mostrava alcuna attività del servizio chimico nei giorni precedenti. Questo caso non può sorprendervi, avendo sperimentato lo stesso tipo di aggressione dalle stesse potenze. Funziona bene tanto oggi quanto ieri. Tuttavia, l’intossicazione ha ancora una durata limitata. Si scopre che ha funzionato, ma non ha avuto successo. Il pubblico occidentale ci crede, ma Damasco non è stata bombardata perché la Russia l’ha impedito inviando la sua flotta presso le coste siriane. Improvvisamente, il Pentagono non poté distruggere la città sparano dal Mar Rosso, attraverso la Giordania e Arabia Saudita, poiché avrebbe scatenato una grande guerra regionale. La verità la sappiamo con certezza ora, cioè sei mesi dopo.

Geopolitika: Dobbiamo anche domandarci della situazione dei cristiani in Siria. Vi sono informazioni sull’occupazione e il saccheggio a Malula, da parte degli islamisti di al-Nusra, di una ex-chiesa cristiana, delle suore sarebbero state rapite?
Thierry Meyssan: Per esaurire la Siria, la NATO ha fatto ricorso a collaborazionisti siriani e combattenti stranieri. Durante la seconda parte della guerra, cioè dalla prima conferenza di Ginevra nel giugno 2012, c’è stato un afflusso di Contras senza precedenti. Si tratta di una guerra di tipo nicaraguense, ma con un inaudito ricorso ai mercenari. Ora sono almeno 120000 i combattenti stranieri provenienti da 83 Paesi per combattere in Siria contro il governo. Tutti si richiamano al wahhabismo, setta fondamentalista al potere in Arabia Saudita, Qatar e Emirato di Sharjah. La maggior parte si dice taqfirista, cioè “pura”. Condannano a morte “apostati” e “infedeli”. Quindi, urlano nelle loro manifestazioni: “Gli alawiti sottoterra! I cristiani in Libano!“. Per tre anni hanno massacrato decine di migliaia di alawiti (una corrente sciita per cui la fede è interiore e non può essere espressa con dei riti) e di cristiani. Soprattutto, hanno costretto centinaia di migliaia di cristiani a fuggire, abbandonando le loro proprietà. Oggi li costringono a pagare una tassa speciale, in quanto infedeli. Mentre sopraggiunge la fine della guerra, i gruppi armati cercano di vendicare la loro sconfitta con operazioni spettacolari. Hanno attaccato Malula, città cristiana in cui si parla ancora la lingua di Cristo, l’aramaico. Si sono dedicati ad atrocità sconvolgenti. I cristiani sono stati torturati in pubblico e martirizzati perché rifiutavano di rinunciare alla loro fede.

Geopolitika: Seguendo con molta attenzione e precisione la situazione in Medio Oriente. Come descriverebbe la situazione in Egitto? Pensa che la situazione si sia consolidata dopo le azioni decise dal comando militare? È la prima grave sconfitta di coloro che pianificarono le rivoluzioni arabe? Come si spiega che gli Stati Uniti supportino un gruppo islamico radicale come i Fratelli musulmani?
Thierry Meyssan: Il termine “primavera araba” è un cavillo da giornalista per parlare di eventi che non comprende che accadono nello stesso momento in Paesi assai diversi che parlano la stessa lingua, l’arabo. E’ anche un mezzo della propaganda per spacciare guerre aggressive per rivoluzioni. Preoccupato dalla successione di Mubaraq, il dipartimento di Stato aveva deciso di rovesciarlo per scegliere il governo successivo. Così organizzò la carestia del 2008 speculando sul cibo. Creò una squadra che si occupò della Fratellanza musulmana. E aspettò che la pentola bollisse. Quando la rivolta iniziò, il dipartimento di Stato inviò l’ambasciatore Frank Wisner, che aveva organizzato il riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Kosovo, per ordinare ad Hosni Mubaraq di dimettersi. Cosa che fece. Poi, il dipartimento di Stato contribuì ad organizzare le elezioni che permisero alla Fratellanza musulmana di mettere il cittadino egiziano-statunitense Muhammad Mursi alla presidenza con meno del 20% dei voti. Una volta al potere, Mursi aprì l’economia alle transnazionali statunitensi e annunciò l’imminente privatizzazione del Canale di Suez. Impose una costituzione islamica, ecc. Il popolo si ribellò di nuovo. Ma non solo in alcuni quartieri di Cairo, come la prima volta. Tutto il popolo in tutto il Paese, tranne il quinto della popolazione che l’aveva eletto. In definitiva, i militari presero il potere e incarcerarono i capi della Fratellanza musulmana.  Ora sembra che stessero negoziando il trasferimento della popolazione palestinese di Gaza in Egitto. Lì, come in tutto il mondo arabo, Hillary Clinton si appoggiò alla Fratellanza musulmana. Tale organizzazione segreta, costituita in Egitto per combattere contro il colonialismo inglese, fu effettivamente manipolata dall’MI6 e ora ha la sua sede internazionale a Londra. Nel 2001, Washington previde l’ascesa in Turchia, facilitandone le elezioni, di un politico imprigionato in quanto appartenente alla fratellanza musulmana, pur pretendendo di averla abbandonata, Recep Tayyip Erdogan. Dopo aver tentato numerosi colpi di Stato in diversi Paesi per 80 anni, la Fratellanza andò al potere grazie alla NATO in Libia, e alle urne in Tunisia e in Egitto. Partecipa ai governi di Marocco e Palestina. Dona un aspetto politico ai Contras in Siria. S’è illustrata in Turchia. Ovunque dispone della consulenza in pubbliche relazioni della Turchia e del finanziamento del Qatar, cioè dell’Exxon-Mobil di Rockefeller. Ha la sua televisione e il predicatore principale al-Qaradawi è il “consigliere spirituale” (sic) della rete del Qatar al-Jazeera. La Fratellanza impone un Islam settario, che perseguita le donne e assassina gli omosessuali. In cambio, sostiene che il nemico degli arabi non sia Israele, ma l’Iran, e apre i mercati alle multinazionali statunitensi. Se per due anni e mezzo abbiamo creduto che i Fratelli dovessero governare l’intero mondo arabo, oggi sono stati abbandonati dall’occidente. Infatti, da nessuna parte sono riusciti a ottenere un massiccio sostegno popolare. Non hanno mai avuto più del 20% della popolazione dalla loro parte.

Geopolitika: Dalla vostra “torre di guardia” in Medio Oriente, potrebbe spiegare la sorprendente amicizia tra il governo serbo e gli Emirati Arabi Uniti? Il principe Muhammad bin Zayad al-Nahyan è venuto più volte in Serbia dove ha annunciato diversi investimenti nel settore agricolo e nel turismo serbo. Etihad ha acquistato, quasi assorbito, la compagnia serba JAT Airways. Tali contatti politici ed economici tra Abu Dhabi e Belgrado possono non avere il consenso di Washington? Quale sarebbe la ragione della Casa Bianca per incoraggiare la collaborazione tra gli Emirati Arabi Uniti e la Serbia?
Thierry Meyssan: Gli Emirati Arabi Uniti sono in una situazione molto difficile. In primo luogo, è una federazione di sette Stati molto diversi, tra cui l’emirato wahhabita di Sharjah. Poi sono troppo piccoli per resistere al loro potente vicino, l’Arabia Saudita, e al loro cliente, gli Stati Uniti. In primo luogo hanno cercato di diversificare i propri clienti, offrendo una base militare alla Francia, ma questa rientrò nel comando integrato della NATO. Nel 2010 hanno abbandonato l’idea di avere un ruolo diplomatico sulla scena internazionale, dopo che la CIA assassinò in Marocco il principe Ahmad, perché segretamente finanziava la resistenza palestinese. La revoca delle sanzioni statunitensi contro l’Iran indeboliranno i loro porti, diventati il fulcro del traffico che aggira l’embargo. Ora cercano nuovi partner commerciali della loro taglia. Negoziano con la Serbia, equilibrando l’influenza wahhabita del Qatar, che ha creato al-Jazeera in Bosnia.

Geopolitika: Cosa pensate dello stato attuale delle relazioni internazionali? La presenza militare russa nel Mediterraneo e le sue azioni diplomatiche rendono impossibile l’intervento in Siria, incoraggiano l’Ucraina a non firmare l’accordo con l’UE e la forte posizione della Cina sulle isole contese nel Pacifico, ciò dimostra la costruzione di un mondo multipolare? Che risposta possiamo aspettarci dal governo degli Stati Uniti e dall’élite globale per le sconfitte subite dalle rivoluzioni arabe ed arancioni, e riguardo la tendenza evidente all’indebolimento del potere occidentale?
Thierry Meyssan: La debolezza degli Stati Uniti è certa. Avevano programmato una dimostrazione di forza attaccando sia la Libia che la Siria. In definitiva, non poterono farlo. Oggi, i loro eserciti sono inefficaci e non riescono a riorganizzarli. Tuttavia, sono ancora di gran lunga la prima potenza militare al mondo, e quindi riescono a imporre il dollaro, nonostante il debito estero senza precedenti. Negli ultimi anni Cina e Russia hanno fatto notevoli progressi, evitando lo scontro diretto. Pechino è diventata la prima potenza economica del mondo, mentre Mosca è ancora la seconda potenza militare. Questo processo continuerà mentre i leader cinesi e russi dimostrano le loro capacità mentre i leader statunitensi hanno dimostrato la loro incapacità ad adattarsi. Sono scettico verso lo sviluppo di Sud Africa, Brasile e India. Crescono economicamente in questo momento, ma non vedo le loro ambizioni politiche. Le élite globali sono divise. Ci sono coloro che credono che il denaro non abbia patria e che Washington sarà sostituita, e coloro che credono nella  forza minacciosa della potenza militare del Pentagono.

Geopolitika: Date le informazioni che avete e la credibilità della vostra analisi, saremmo interessati a conoscere la vostra opinione sulla politica del governo della Serbia, che insiste a portare il Paese nell’Unione europea, senza alcun entusiasmo dal popolo, e che ha accettato di raggiungere questo obiettivo partecipando con Bruxelles e Washington alla distruzione della resistenza serba alla secessione albanese in Kosovo e Metohija.
Thierry Meyssan: Il governo serbo attuale non capisce il nostro tempo. Agisce sempre come se la Russia sia ancora governata da Boris Eltsin e non possa aiutarla. Avendo chiuso da sé la porta del Cremlino, non ha altra scelta se non volgersi verso l’Unione europea e pagarla. Ora porta il peso della vergogna di aver abbandonato la resistenza serba. Infatti, non è l’unico Stato balcanico in tale posizione. Grecia e Montenegro dovrebbero anch’essi volgersi alla Russia ma non lo fanno. Senza dubbio, possiamo dire che la maggiore vittoria dell’imperialismo è aver saputo dividere e isolare  popoli che non credono di aver più una scelta politica.

Geopolitika: Nella sua ultima intervista a Geopolitika, ha detto che l’UCK in Kosovo aveva addestrato al terrorismo un gruppo di combattenti in Siria. L’UCK e il Kosovo sono ancora attivi nella lotta contro il Presidente Assad e il legittimo governo della Siria? Avete qualche informazione sulla partecipazione di islamisti di Bosnia, Kosovo e Metohija e della regione della Serbia dalla maggioranza musulmana (Novi Pazar)?
Thierry Meyssan: I jihadisti che combattono in Siria sostengono sui loro siti web di esser stati addestrati dall’UCK e ne hanno postato le foto. Tutto ciò è stato evidentemente organizzato dai servizi segreti turchi, MIT, il cui attuale capo Hakan Fidan fu il collegamento tra l’esercito turco e il quartier generale della NATO durante la guerra del Kosovo. Inoltre, sappiamo che molti jihadisti in Siria provengono dai Balcani. Ma non sembrano più riforniti dalla Turchia. Attualmente la polizia e la giustizia turche conducono un’operazione contro il governo Erdogan. Sono riusciti a evidenziare i rapporti personali del premier con il banchiere di al-Qaida, ricevuto segretamente a Istanbul mentre era sulla lista dei ricercati dalle Nazioni Unite. Così, la Turchia ha finanziato le attività di al-Qaida in Siria. Erdogan sostiene di essere vittima di un complotto del suo ex-compare, il predicatore musulmano Fethullah Gulen. E’ probabile che, in realtà, collabori con l’esercito kemalista contro Erdogan, che s’è rivelato, nonostante ciò che afferma, di essere sempre un membro dei Fratelli musulmani. Inizialmente, gli Stati membri o vicini alla NATO hanno inviato i musulmani per la jihad in Siria. Oggi, si preoccupano che queste persone rientrino. Persone che hanno violentato, torturato, smembrato ed appeso altre persone non possono ritornare a una normale vita civile. Quando la CIA ha creato il movimento della jihad contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, il mondo non era globalizzato. Su viaggiava assai di meno e più controllati. Non c’era Internet. La CIA poteva manipolare i musulmani in Afghanistan senza timore che si diffondessero altrove. Ora ciò che la NATO ha iniziato in Siria, cresce da solo. Non c’è bisogno di organizzare filiere affinché i giovani si uniscano ai Contras in Siria. Si è ripetuto così spesso che la Siria era una dittatura che tutti ci credono. Ed è romantico combattere una dittatura. Molti governi europei ora chiedono alla Siria di aiutarli ad identificare i propri cittadini tra i jihadisti. Ma come la Siria potrebbe farlo e perché rendere tale servizio a coloro che hanno cercato di distruggerla? La guerra finirà progressivamente in Siria, e i jihadisti torneranno a casa, anche in Europa, per continuare la guerra per la quale gli europei li hanno addestrati. Inoltre, tale situazione non avrà una soluzione pacifica, perché se la NATO avesse vinto in Siria rovesciando l’amministrazione di al-Assad, sarebbe stato peggio. Sarebbe stato un segnale per tutti i jihadisti apprendisti in occidente, a tentare a casa ciò che era riuscito in Medio Oriente. L’occidente e il GCC hanno allevato dei mostri con crimini che sconteremo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una “rivoluzione colorata” in Bosnia

Stefan Karganovic, Rete Voltaire 11 febbraio 2014

I disordini sociali in Bosnia Erzegovina non possono essere distinti da ciò che accade in Ucraina. A Sarajevo come a Kiev sono gli Stati Uniti a manovrare. Ma qui l’obiettivo principale è finirla con la regione autonoma della Republika Srpska.
42076_091021_bosnien_und_herzegowina3-576La rivoluzione colorata” [1] attesa in Bosnia da più di un anno, è finalmente arrivata. Tuttavia, il fatto fondamentale da sottolineare è che, contrariamente a ciò che gli analisti si aspettavano, il “cambio di regime” non è solo destinato alla parte serba, la Republika Srpska. C’è un colpo di Stato in questo momento nel Paese, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e, infine, arriverà nella Republika Srpska. Questo è un fatto molto importante perché suggerisce che i servizi d’intelligence occidentali, e naturalmente i loro Stati, vogliono ripulire il terreno politico nel Paese. Il piano è  sfruttare il malcontento sociale crescente, più che giustificato, per causare il caos totale. Il caos e l’illusione di una “vita migliore” che media e centri di propaganda occidentali incoraggiano nella coscienza delle masse, saranno poi utilizzati per installare un nuovo governo di burattini, non solo nelle regioni ma anche nel governo centrale.
L’obiettivo principale è sempre sbarazzarsi del presidente Milorad Dodik e porre fine alla politica indipendente della Republika Srpska di Banja Luka per installarvi un gruppo dipendente che permetta l’incorporazione dell’entità autonoma serba nello Stato centralizzato bosniaco. Altri obiettivi sono: l’inserimento di tutta la Bosnia-Erzegovina nella NATO e il suo pieno adeguamento alle strutture euro-atlantiche occidentali. Secondo l’attuale costituzione, ciò non è possibile senza il consenso del governo della Republika Srpska. Questo è il motivo per cui il primo passo è la costituzione di un governo così cooperativo. Assai rapidamente, l’attuale protettorato, dall’autonomia assai limitata, si trasformerà in una colonia sotto il controllo totale dell’occidente. I manifestanti in Bosnia, come quelli di Kiev, sono motivati dall’illusione che solo “cacciando i malvagi” avrà una “vita migliore”, un concetto vago e indefinito. Ma non accadrà mai se il compito è affidato alle marionette occidentali che metteranno al potere. Come abbiamo visto in Ucraina,  solo la Russia ha le capacità per migliorare la loro qualità di vita. L’Unione europea ha chiarito che  non ha risorse le materiali per poter contribuire a ricostruire l’Ucraina, anche se ha abbastanza soldi per pagarsi i teppisti di piazza. Ciò che è vero in Ucraina, lo è anche in Bosnia e Republika Srpska.
Le rivolte accesesi pochi giorni fa nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina a Tuzla, a Sarajevo e in altre città della Federazione, sono segnate fin dall’inizio della violenza estrema dei manifestanti. Tenuto conto del fatto che le operazioni di “cambio di regime” di solito sono orchestrate attraverso scenari da “resistenza non violenta”, immaginate da Gene Sharp, può sembrare strano che in Bosnia la fase non violenta sia stata semplicemente cancellata. Nella prima fase, il modello usuale secondo cui dopo la provocazione fa seguito l’esplosione delle manifestazioni, prevede invece di costringere il governo ad attaccare i manifestanti pacifici, in modo che possano presentarsi da vittime innocenti. Tuttavia, sembra che qui i mandanti occidentali siano ansiosi di finire il lavoro il più rapidamente possibile nei due Paesi presi di mira, Ucraina e Bosnia-Erzegovina. Questo potrebbe essere il motivo per cui hanno deciso di accelerare il processo d’insediamento al potere dei fantocci, mentre è ancora possibile mantenere l’illusione di una “vita migliore” promossa dall’occidente e prima che le cattive notizie sulla crisi nei Paesi occidentali arrivi alle orecchie delle masse arrabbiate in Oriente. Il modo in cui è guidata la rivolta, è brevemente mostrato da questa immagine, che appare su uno dei siti web di sostegno all’opposizione:
1-4213-9c97eTale suggestiva immagine mostra almeno tre cose. Il primo è l’aggressività dei manifestanti di piazza, compreso l’incendio di pneumatici. Il secondo è il noto simbolo di Otpor, il pugno chiuso, che caratterizza tutte queste operazioni sin dalla prima rivoluzione colorata che mise sotto controllo occidentale Belgrado, nell’ottobre 2000, indicando senza dubbio la vera forza motrice delle manifestazioni attuali. Infine, il testo inglese fuori luogo su un adesivo presunto bosniaco.  Chiaramente un lapsus che sarà corretto, in quanto dimostra molto chiaramente chi sia dietro tale  sciarada. Oltre a quanto descritto, gli altri classici indicatori delle operazioni ispirate dalle idee di Gene Sharp, sono presenti. L’infrastruttura per il cambio di regime, che gli studiosi occidentali in Bosnia hanno costruito pazientemente per due anni, finalmente ha ricevuto il segnale d’attivazione. Ora assistiamo alle attività delle reti altamente organizzate e reciprocamente correlate, che coprono tutta la Federazione inclusa la Republika Srpska, e operano per raggiungere gli stessi obiettivi utilizzando tutti i mezzi della moderna tecnologia a disposizione. Una demagogia adeguatamente vaga, su questioni non chiaramente definite come ad esempio “Il rispetto dei diritti umani”, “un  domani migliore”, senza dubbio ha un ampio sostegno in Bosnia, come l’idea di far smettere le radiazioni avrebbe grande successo a Fukushima. Ma, sorpresa, nessuno dei ribelli propone misure concrete per conseguirli. Tuttavia, l’idea di invitare la polizia ad unirsi ai manifestanti arriva direttamente dal manuale di Sharp. Organizzatori anonimi delle rivolte di Tuzla, con l’acronimo “Udar” (colpo), in ovvio riferimento all’organizzazione politica di Vitalij Klishko in Ucraina. [2]
I governi di entrambe le entità della Bosnia-Erzegovina sono chiaramente impreparati ad affrontare il destino riservatogli. Nella federazione, i politici musulmani stupidamente vedono l’appoggio tattico occidentale come una garanzia a lungo termine, compiendo lo stesso errore del presidente egiziano Hosni Mubaraq prima di loro, che considerava la sua posizione sicura, mentre negli USA gli attivisti del Movimento Giovanile del 6 aprile furono addestrati per rovesciarlo. Nella Republika Srpska non solo la coalizione di governo non è riuscita a valutare la situazione in tempo e a prendere misure efficaci, ma l’opposizione ha anch’essa chiaramente giudicato male gli eventi. I leader dell’opposizione forse si sveglieranno un giorno, e capiranno che anche loro sono stati ingannati dai padroni occidentali, il cui unico scopo è usarli per cacciare il Presidente Dodik e sostituirlo con un nuovo governo protetto e discretamente addestrato dall’occidente.

[1] Le “rivoluzioni colorate” hanno per scopo il cambio di regime, non trasformare la società, secondo le teorie formulate da Gene Sharp per la NATO. Vedasi “L’Albert Einstein Institution: non-violenza secondo la CIA“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 giugno 2007.
[2] Vitalij Klishko è un pugile ucraino datosi alla politica nel 2006, sotto l’etichetta del Pora!, il partito fondato dagli uomini di Gene Sharp, controparte del serbo Otpor! Poi, nel 2012, Klishko guidò la coalizione Alleanza democratica ucraina per le riforme, il cui acronimo è Udar (“colpo” in ucraino). È un gioco di parole sulla capacità del pugile e la presa del potere. Ed.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ibran Mustafic: Srebrenica è stato un “caos pianificato”

De-construct

I fantocci della sinistreria occidentale, da quella dei salotti parigini e londinesi, fino ai barboncini rossi e alla mefitica cloaca sionistra italiana, hanno avuto sempre, dai tempi della guerra alla Jugoslavia, un rapporto amoroso e un invaghimento da cheeleaders adolescenziale verso il terrorismo integralista islamista. Naser Oric, criminale di guerra e eroe della nostrana squallida sinistra ‘anti-anti’, resta nei cuori dei lerci guru del sinistrume pattoatlantista, a partire dal più marcio di tutti, lo yachtofilo gallipolese bombardatore della Jugoslavia, Dalema. Oggi, le stesse laide e misere icone della sinistra italiana fanno il tifo per i Naser Oric di Libia e Siria. Per fortuna, non ci saranno giudici amici pattoatlantisti a soccorerli, ma veri e severi giudici, armati, non di buone intenzioni nei loro confronti. (NdT)

Alija Izetbegovich, eroe della NATO e della sinistra occidentale e italiana, nonchè integralista, mafioso, stragista e criminale di guerra.

Alija Izetbegovich signore della guerra bosniaco, eroe della NATO e della sinistra occidentale e italiana, nonchè integralista, mafioso, stragista e criminale di guerra.

Immediatamente prima del 1 aprile 2008, del dibattimento alla corte di appello del tribunale dell’Aja, del caso del signore della guerra e comandante dell’esercito bosniaco musulmana a Srebrenica, Naser Oric, una testimonianza scritta rivela alcuni particolari inediti sul “signore della vita e della morte nella guerra a Srebrenica“, è stata resa pubblicata. Ibran Mustafic, l’autore del libro “Caos pianificato“, che la maggior parte dei leader musulmani bosniaci non avrebbe voluto fosse mai scritto, è un ex deputato del Partito dell’Azione Democratica (SDA, guidato dal signore della guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic) al parlamento della Bosnia-Erzegovina costituito dopo le elezioni del 1990 e poco prima dell’inizio della guerra civile, ed ex-presidente del comitato esecutivo dell’Assemblea comunale di Srebrenica.
All’inizio della guerra civile bosniaca si scontrò, come dice, con la “giunta di Naser Oric”, suscitando una serie di tentativi per assassinarlo. Nel terzo attentato dell’11 maggio 1995, Mustafic venne gravemente ferito e ritiene un miracolo che sia sopravvissuto. Gli assalti musulmani bosniaci contro Mustafic divennero più frequenti dopo la pubblicazione del libro. L’ultimo ebbe luogo il 25 aprile 2008, quando fu aggredito e picchiato da un gruppo di teppisti al centro di Srebrenica, in pieno giorno. “Mi chiamano traditore“, dice Mustafic, “sostenendo che ho inventato i crimini di Naser Oric, ma quel tipo di stupidità non mi preoccupa per niente. Lo scopo del mio libro non è difendere i serbi, ma non difendere in alcun modo i membri della mia nazione che hanno commesso atrocità! I criminali sono criminali, indipendentemente dal loro nome e dall’origine etnica. Ho categoricamente affermato che Naser Oric è un criminale di guerra senza pari!”

Crimini di guerra atroci contro i serbi di Srebrenica
“Caos Pianificato” getta nuova luce sui fatti di Srebrenica durante la guerra e rappresenta la prima ammissione e testimonianza di un bosniaco musulmano di Srebrenica sulle sofferenze dei serbi nella regione di Srebrenica. Oltre a descrivere i crimini commessi dall’esercito bosniaco musulmano sotto il comando di Naser Oric contro i serbi, Mustafic testimonia anche dell’armamento dei musulmani bosniaci prima e durante la guerra civile, compreso il periodo in cui Srebrenica fu dichiarata zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite. Descrive anche gli scontri interni tra musulmani bosniaci a Srebrenica, dominata dalla mafia di Naser Oric. Lungi dal rappresentarsi come “colomba” bosniaca musulmana, Ibran Mustafic si presenta come idolatra del movimento ustascia fin dalla prima giovinezza, scegliendo i suoi eroi nei famigerati tagliagole nazisti croati Jure Francetic, Kadrija Softic, Nurif Oric e altri membri della “Legione nera” ustascia  e nei bosniaci musulmani della 13.ma SS Division Handzar, indottrinati al disprezzo e all’odio contro i serbi. Indipendentemente da ciò, il suo resoconto scritto delle atrocità commesse contro i serbi bosniaci dalla banda di teppisti di Naser Oric, suscitò diffuse accuse di “tradimento” tra i musulmani bosniaci.
Nonostante le prove schiaccianti delle atrocità e dei crimini di guerra commessi da Oric e dalla sua banda nella città di Srebrenica e nei villaggi circostanti popolati dai serbi, il tribunale-farsa dell’Aja l’assolse dall’accusa di coinvolgimento diretto nell’omicidio e nelle crudeltà contro i serbi, e dalla responsabilità per la distruzione indiscriminata di interi villaggi, chiese, case e proprietà. Mentre è stato condannato per “non essere riuscito a impedire agli uomini al suo comando di uccidere e maltrattare prigionieri serbi bosniaci”, condannandolo a due anni di carcere, da cui fu  immediatamente rilasciato, dal momento che aveva già trascorso tre anni a l’Aja durante il processo farsa.

Naser Oric è un mostro, un criminale di guerra senza un pari
Tuttavia, il libro di Mustafic offre ulteriori prove del coinvolgimento diretto di Oric in alcuni dei crimini più efferati commessi sul territorio della Bosnia-Erzegovina durante la guerra civile. Probabilmente il capitolo più scioccante del libro è quello cui offre ulteriori prove del primo omicidio di un serbo commesso personalmente da Naser Oric, quello del giudice di Srebrenica Slobodan Ilic. “Quando abbiamo preso il gruppo catturato a Zalazje dal carcere [di Srebrenica] per riportarlo a Zalazje, iniziò il loro assassinio, Slobodan Ilic capitò tra le mie mani. Gli salii sul petto. Era barbuto e irsuto come un animale. Mi guardò senza dire una parola. Tirai fuori la baionetta e glielo conficcai dritto in un occhio, e poi lo girai avanti e indietro. Non fece un solo suono. Poi lo colpì con il coltello nell’altro occhio… Non potevo credere che non reagisse. Francamente, in quel momento ho avuto paura per la prima volta, così gli ho tagliato la gola subito dopo“, Oric ha descritto la sua ‘impresa’ a Mustafic parola per parola quando Mustafic l’andò a visitare una sera.
L’ammissione di Oric è seguita dalla testimonianza dello zio di Mustafic, Ibrahim, che assistette allo stesso massacro. “Naser venne  e mi disse di prepararmi e di recarmi con la bandiera al carcere di Srebrenica. Mi vestì e andai. Quando arrivai al carcere, presero tutti quelli catturati a Zalazje e mi ordinarono di portarli a Zalazje. Quando raggiungemmo il deposito, mi ordinarono di fermarmi e di parcheggiare il camion. Mi misi a distanza di sicurezza. Ma quando vidi la loro ferocia quando l’eccidio iniziò, sentivo tutto il sangue raggelarmi nella testa. Quando Zulfo (Tursunovic)  squarciò con il coltello il petto dell’infermiera Rada, mentre le chiedeva dove stesse la stazione radio, non riuscivo a guardare più. Tornai a Srebrenica a piedi, e quando riportarono il camion indietro, lo presi da Srebrenica per ritornare a casa, a Potocare. L’interno era tutto insanguinato“, Mustafic cita la testimonianza di suo zio. La suddetta infermiera Rada Milanovic risiedette a Srebrenica, anche dopo che la famiglia si era allontanata. Il quartier generale della difesa territoriale di Srebrenica l’aveva assegnata al gruppo del campo medico e all’ospedale locale.

“Il ponte era immerso nel sangue serbo”
Mustafic ha anche raccontato altri crimini contro i serbi nella città di Srebrenica, più o meno noti. Ha ricordato che, dopo l’assalto contro il villaggio Jezestica, “Kemo di Pale [nei pressi di Sarajevo] si portava appresso una testa mozzata per spaventare la gente“. Descrive l’omicidio della famiglia Stjepanovic. I membri della famiglia Stjepanovi? furono trascinati fuori dal loro appartamento a Srebrenica dal battaglione dei macellai di Oric, nel luglio 1992, e portati nella vicina Potocare. “Andjelija Stjepanovic (74 anni) e suo figlio Mihajlo (50 anni) furono tra coloro che vennero brutalmente uccisi. Un bosniaco musulmano di Potocari descrisse poi come tutto il ponte, dove fu abbattuta questa povera gente, fosse letteralmente immerso nel sangue. Il killer della famiglia Stjepanovic era Kemo Mehmedovic di Pale, fedele seguace delle atrocità di Naser. Oggi il boia vive in Austria, e ci sono tonnellate di esempi simili a Srebrenica. E’ un peccato che nessuno di questi mostri in forma umana abbia affrontato le proprie responsabilità nei crimini, e il loro principale organizzatore, colui che gli ordinava di uccidere, Naser Oric, gira oggi in libertà“, ha commentato uno dei pochi serbo-bosniaci sopravvissuti all’inferno della reclusione di Srebrenica. I dettagli sconosciuti della tortura e dell’uccisione dei malati gravi Krsto Dimitrovski e della moglie Velinka, di Srebrenica, furono anche rivelati nel libro di Mustafic, accusando Ejub Golic, ex comandante del “battaglione indipendente della collina” del villaggio di Glogovo. Golic fu prosciolto dalle accuse sollevate contro di lui per questo crimine.

Il tribunale dell’Aja ha un occhio di riguardo per i criminali di guerra bosniaci musulmani
Oltre a raccontare questi e molti altri episodi di torture e omicidi selvaggi dei serbi che ebbero la sfortuna di rimanere nella città di Srebrenica occupata dai macellai di Oric, Mustafic descrive anche come la sua testimonianza contro i mostri musulmani di Srebrenica al tribunale dell’Aja venne respinta, e perché non ebbe occasione di dire alla Corte che cosa realmente fosse il “porto sicuro di Srebrenica” prima che il generale Mladic la riprendesse. “Fui, infatti, chiamato a testimoniare davanti al tribunale dell’Aja come testimone dell’accusa [nel processo contro Oric], e credo che avrei dovuto essere l’ultimo testimone dell’accusa. Dopo tre giorni trascorsi per la preparazione, ci fu un grande scontro tra il procuratore e io stesso. Prima di tutto, l’atto d’accusa contro Naser era del tutto ridicolo. Fu accusato di cose che non aveva commesso, e non di quelle di cui era colpevole. In secondo luogo, il Tribunale dell’Aja iniziò sempre più a sembrare alla sfilata di Carla Del Ponte, per cui un certo numero di processi si trasformò in un circo. Infine, mi offesi quando cercarono di ricattarmi, minacciandomi di sette anni di carcere o 200.000 euro di multa. Non potevo rimanere in silenzio quando vidi quel foglio, e dissi al procuratore: ‘Giusto! Il mio scopo nel venire qui a testimoniare era avere effettivamente una pena più grave di quella di Erdemovic [un altro criminale di guerra musulmano bosniaco], premiato dal tribunale dell’Aja per l’ammissione di aver preso parte personalmente a più di 140 omicidi!’ Dopo tutto ciò, quando arrivai al tribunale, attesi per due ore, ma alla fine fui informato che i giudici avevano deciso di non farmi testimoniare e che potevo tornare a casa“, ha scritto Mustafic.

Srebrenica come porto sicuro per criminali di guerra, delinquenti e mafiosi
Riguardo la situazione nel “porto sicuro di Srebrenica”, Mustafic ha scritto che, quando la regione fu dichiarata zona smilitarizzata e posta sotto la protezione delle Nazioni Unite, non ci furono “provocazioni” da parte dell’esercito serbo-bosniaco. Nonostante ciò, secondo Mustafic, le truppe musulmane di Oric continuarono a scavare trincee intorno alla città di Srebrenica e, assieme all’aiuto umanitario, venivano consegnate armi nella “zona demilitarizzata”, il tutto sotto gli occhi  del battaglione olandese dell’UNPROFOR. Mustafic scrive che, anche se dei cartelli furono  collocati intorno alla città di Srebrenica dichiarando “zona demilitarizzata, ogni operazione militare è severamente vietata, secondo l’articolo 60 del protocollo 1 della Convenzione di Ginevra“, la consegna di armi, munizioni, uniformi ed esplosivi non fu mai interrotta. L’equipaggiamento militare, nonostante la risoluzione ONU che vietava i sorvoli della Bosnia-Erzegovina, veniva consegnato con gli elicotteri. Nello stesso modo, l’accordo firmato dal generale Ratko Mladic da parte serbo-bosniaca e Sefer Halilovic da parte dei musulmani bosniaci, che prevedeva che “non a un solo soldato che si trovasse all’interno, o entrasse nella zona smilitarizzata, fatta eccezione per i membri dell’UNPROFOR, era permesso portare armi, esplosivi o munizioni“, fu ritenuto completamente inutile dalle truppe bosniache musulmane di Srebrenica.
Mustafic scrive che ci furono 18 voli per la consegna di armi, la maggior parte effettuati quando  Srebrenica, come zona presumibilmente demilitarizzata, era sotto la protezione del Corpo di pace delle Nazioni Unite [UNPROFOR]. Mustafic fa notevoli accuse alle truppe olandesi a Srebrenica, sostenendo che erano pienamente consapevoli delle quotidiane violazioni commesse dalla banda di Oric, ma scelsero di osservare il silenzio, sperando di uscirsene indenni. “Ovviamente, gli olandesi accettarono di pattugliare le linee insieme alle nostre truppe solo al fine di non assumersene la responsabilità, e per mostrare al mondo che Srebrenica era una zona demilitarizzata. In effetti, all’epoca, il battaglione olandese, che avrebbe dovuto avere circa 600 soldati, ne aveva circa 250 , mentre la 28.ma divisione [di Oric] era composta da 5.500 uomini presumibilmente demilitarizzati“, ha scritto Mustafic. “Quando la battaglia per Srebrenica iniziò, uno dei nostri teppisti, probabilmente su ordine, uccise un soldato del battaglione olandese. Questo contribuì a sciogliere l’intero sistema di responsabilità degli olandesi“, ha rivelato Mustafic.

La fondazione dello Stato musulmano, sigillata dal sangue sacrificale degli innocenti
Osserva inoltre che le truppe musulmane di Srebrenica compirono delle imboscate dal “porto sicuro” dell’ONU, uccidendo membri dell’esercito serbo-bosniaco, e usarono la condizione di area protetta di Srebrenica per lanciare attacchi contro i circostanti villaggi serbi, come il raid dei comandanti di Oric, Ekrem Salihovic e Ibrahim Mandzic, contro il villaggio serbo-bosniaco Visnjica, dove uccisero i civili e incendiarono il borgo. “Quando ho detto a Madzic che tali attacchi potrebbero giustificare l’assalto dell’esercito serbo-bosniaco a Srebrenica, disse: ‘Questa non è un’azione iniziata da noi. Abbiamo ricevuto ordini da Sarajevo“, testimonia Mustafic, aggiungendo che poi apprese che “l‘ordine di attaccare i villaggi serbi intorno a Srebrenica era stato firmato dal generale Enver Hadzihasanovic [dell’esercito musulmano bosniaco, dal comando di Sarajevo]… Chiaramente, volevano provocare una reazione per risolvere il problema di Srebrenica”. Tuttavia, si è scoperto che il “problema” che i leader bosniaci musulmani e i loro sponsor stranieri volevano risolvere, era molto più ampio di una città della Bosnia-Erzegovina, si trattava del modo di strappare il dominio su tutta la repubblica bosniaca dopo la distruzione della Jugoslavia, anche se i bosniaci musulmani erano solo una delle tre grandi nazioni che vivono in Bosnia-Erzegovina, e ancora oggi non sono la maggioranza. L’unico modo che pensavano potesse essere utile per farlo, era che i serbi bosniaci fossero completamente sterminati o, altrimenti, accusare l’intera nazione serba con l’accusa di “genocidio”, consentendo la totale assimilazione delle proprietà e delle terre dei serbi. Ibran Mustafic confermò questa affermazione nel luglio 1996: “Secondo le nostre abitudini [bosniaco musulmano], quando qualcuno finisce le fondamenta di una casa, un animale deve esservi macellato sopra. Sembra che Srebrenica sia stato l’agnello sacrificale per la fondazione di questo Stato [musulmano]“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Jugoslavia e i Bilderberg: CIA, islamisti, Halliburton e falsi massacri

Dean Henderson – 24 febbraio 2013
milosevic

Al-Qaida alla riscossa
Anche se il presidente Clinton propugnava una tregua nella regione, il presidente dei Capi di stato maggiore congiunto, generale John Shalikashvili, ora direttore del Carlyle Group, si incontrava con i comandanti militari croati a Zagabria, per coordinare il dispiegamento di 25.000 soldati statunitensi per gestire gli eserciti separatisti di Croazia e Bosnia-Erzegovina. I fondamentalisti islamici si riversavano in Bosnia, dove furono addestrati dagli ex-leader dei mujahidin afghani, tra cui Usama bin Ladin. Anche i mullah iraniani inviarono combattenti con la benedizione dell’amministrazione Clinton. Al-Qaida di Bin Ladin formò una cellula di combattenti bosniaci nota come Takfir wal Hijra (Espiazione ed Esilio). Alcuni del dipartimento di Stato di Clinton, erano nervosi in merito al crescente numero di islamici in Bosnia, ma la CIA si oppose all’espulsione di al-Qaida. [1] Si organizzò anche per rimuovere alcuni gruppi terroristici da una lista di controllo del dipartimento di Stato, in modo che i membri potessero viaggiare liberamente nei Balcani, per prendere parte alla guerra.
Dall’altra parte del mare Adriatico, in Italia, l’imam Anwar Shaban reclutava combattenti per la Bosnia nel Centro islamico di Milano. Shaban era un seguace dello sceicco radicale Omar Abdel Rahman, che la CIA aveva portato negli Stati Uniti negli anni ’80 per reclutare mujahidin per la guerra in Afghanistan. Rahman era il leader spirituale della Jihad islamica egiziana, un ramo della Fratellanza musulmana, una società segreta dominata dalla Casa dei Saud. Il Centro islamico di Milano era finanziato da Ahmed Idris Nasreddin, un ricco kuwaitiano che agiva in qualità di console onorario del Kuwait in Italia. Nasreddin fondò al-Taqwa, una società svizzera, ma con sede alle Bahamas, che cambiò nome in Nada Management, per onorare il presidente Youssef Nada, un importante leader dei Fratelli musulmani. Nada management è recentemente finita sotto inchiesta per il suo ruolo nel finanziamento del terrorismo globale. [2]
Nel 1995, il governo del protetto della CIA, Gulbuddin Hekmatyar, si fece da parte in Afghanistan, dando il via al regime dei taliban, che consegnarono i loro campi di addestramento al confine con il Pakistan al pakistano Jamiat-ul-Ulema-e-Islam (Jui), che aveva sostenuto l’ascesa dei talebani in stretta collaborazione con l’intelligence pakistana ISI. Il JUI reclutava e addestrava i volontari per combattere in Bosnia, e poi in Kosovo. L’esercito bosniaco, il cui addestramento fu affidato alla MPRI, finanziata dai sauditi e dai kuwaitiani, venne anche finanziato tramite il narcotraffico della mezzaluna d’oro, i cui trafficanti avevano stabilito le rotte per il contrabbando verso l’Europa, attraverso la Bosnia. [3]
La CIA organizzò il passaggio sicuro per i membri della Jihad islamica, ricercati in Egitto, e i terroristi del Gruppo Islamico Armato (GIA) in fuga dall’Algeria, dove avevano rovesciato il governo nazionalista di Chadli Bendjedid, che si era rifiutato di approvare la legge sugli idrocarburi per conto dei Quattro Cavalieri. Il 18 gennaio 2002, una cellula del GIA di sei elementi fu intercettata mentre programmava di far saltare in aria l’ambasciata statunitense a Sarajevo. Il fabbro dell’ambasciata era il suocero di uno dei sospettati. Aveva dato al GIA le chiavi e i codici di accesso per attuare la loro missione. Migliaia di musulmani bosniaci arrabbiati protestarono mentre i terroristi filo-sauditi venivano consegnati agli Stati Uniti. [4] Improvvisamente i media corporativi degli Stati Uniti espressero toni meno simpatici verso i musulmani bosniaci, che qualche anno prima erano stati fabbricati elettronicamente per far lacrimare ogni famiglia statunitense.

Pulizia etnica al rovescio
Migliaia di serbo-bosniaci si riunivano tutti i giorni nel sobborgo di Ilijas, a Sarajevo, per protestare contro la cessione della periferia della città, prevalentemente serba, alla Federazione croato-musulmana, secondo gli accordi di Dayton. Il generale francese Jean-René Bachelet, che comandava le truppe delle Nazioni Unite a Sarajevo, definì l’accordo “pulizia etnica”, la frase che gli USA usavano contro i serbi durante la guerra. Bachelet inizialmente si rifiutò di disporre le truppe per far rispettare le disposizioni di Dayton, ma alla fine si piegò sotto la pressione di Parigi. Gli jugoslavi protestarono anche contro la presenza nel Paese di 60.000 uomini della NATO. [5] La TV di Pale riferì che “le forze della NATO hanno usato armi nucleari a bassa intensità, quando condussero raid aerei sulle posizioni serbe intorno a Sarajevo, Gorazde e Majevica, nell’agosto e settembre 1995. Gli esperti sono giunti alla conclusione che alcune persone mostrano segni di contaminazione da radiazioni“, e che il “generale jugoslavo Djordje Djukic era stato torturato dal Tribunale penale internazionale dell’Aja“. Poco dopo il tribunale dichiarò che il generale era morto. Mentre lottava per la vita, Djukic condannò il procuratore capo del Tribunale Richard Goldstone come “assassino dalla faccia di bambino e nemico dei serbi“. [6]
Pale trasmise un altro programma dal titolo Genocidio, che documentava il terrorismo di al-Qaida contro i serbi, e mostrava Borvivoje Sendic, vicepresidente del Partito democratico serbo, commentare che alle prossime elezioni jugoslave, “La comunità internazionale cercherà di intervenire nelle prossime elezioni. Ma i serbi non si lasceranno truffare, questa volta, in segno di rispetto per tutti i caduti…” Mirjana Markovic, moglie del presidente Milosevic e a capo del partito Sinistra Unita, alleato con il Partito socialista del marito, disse nel 1996 che i manifestanti a Belgrado venivano a fomentare la guerra civile; molti portavano le bandiere statunitense e tedesca. Markovic denunciò entrambe le nazioni come le “forze oscure” dietro i tumulti. Le interferenze statunitensi a Belgrado continuarono nel nuovo millennio. Il 7 febbraio 2000 il ministro della difesa jugoslavo, Pavle Bula, fu assassinato nel ristorante del cugino, a Belgrado. Il ministro dell’Informazione della Jugoslavia rilasciò una dichiarazione dicendo che “i servizi segreti stranieri” ne erano responsabili. Vojoslav Seselj, leader del Partito radicale serbo, disse che l’assassinio era stato effettuato da “agenti degli Stati Uniti, britannici o francesi“. [7]
Milosevic, rieletto a capo del Partito Socialista nel novembre 2000, con l’86,55% dei voti, venne consegnato al Tribunale per i crimini di guerra in cambio di un pacchetto di aiuti del FMI al nuovo governo di Belgrado. Milosevic era provocatorio a L’Aja, dicendo che non c’era bisogno di rispondere alle domande, in quanto il giudice non aveva legittimità o giurisdizione. Definì il tribunale “la nuova Gestapo dell’Aja“, e disse “il genocidio è stato commesso contro i serbi da una parte della comunità internazionale“. Peter Finn, il giornalista del Washington Post che aveva diretto le aggressioni a Milosevic, vomitando acriticamente le accuse di pulizia etnica, da parte dei serbi, fabbricate dalla CIA, passò il  2000 ammettendo che era stato ingannato riguardo le presunte atrocità serbe. Finn scrisse il 17 gennaio 2000, sul Post, “le accuse occidentali che vi fossero dei campi per lo stupro gestiti dai serbi… e accuse dalle oscure origini, su alcune pubblicazioni, che i serbi si dedicassero alla mutilazione di morti e di vivi… tutte si dimostrarono false.” I bambini jugoslavi avevano il loro modo di protestare contro l’occupazione del loro Paese. Agli studenti della scuola elementare Peter Petrovic Nyegos fu chiesto di prestare il proprio talento artistico per riassumere la guerra condotta nel loro Paese. Un bambino disegnò una grassa prostituta americana che portava a spasso un cane di nome “Europa”, un altro ritraeva il linciaggio del Ku Klux Klan di soldati serbi, mentre un terzo rappresentava gli aerei dell’UNICEF bombardare i bambini serbi.

La Brown & Root del problema
L’esercito croato comprò molte armi dal trafficante d’armi tedesco Ernst Werner Glatt, fornitore preferito della CIA sia con i contras del Nicaragua che con i mujahidin afghani. A un certo punto  Glatt inviava ai croati 200 milioni di dollari in armi all’anno, con gran parte del conto pagato dai sauditi. Glatt operò così bene, per se stesso, che poté andare in pensione in una tenuta della Virginia che si chiama Black Eagle. L’aquila nera era l’emblema ufficiale del governo nazista tedesco ed era stato il nome in codice per le operazioni Contras-cocaina di Oliver North, sotto la supervisione del generale panamense Manuel Noriega, per conto dei suoi boss della CIA e del Mossad. [8]
I contratti militari venivano distribuiti con la parsimonia delle caramelle, durante il conflitto nei Balcani, ma nessuna impresa guadagnò più della Brown & Root, che in seguito si fuse con il gigante delle costruzioni MW Kellogg, per diventare KBR. KBR è una filiale della Halliburton, di  Houston, dove Dick Cheney era al timone. Halliburton possiede anche la Dresser Industries, dove Lawrence Eagleburger faceva parte del consiglio di amministrazione. L’azienda è una piovra globale con sedi in 130 Paesi e più di 100.000 dipendenti. Cheney non era schizzinoso sui clienti dell’azienda, facendo ottimi affari con i dittatori nigeriani, Saddam Hussein e la giunta militare del Myanmar. [9] Brown & Root fu pagata 546 milioni dollari per costruire latrine, caserme e altre infrastrutture necessarie per mantenere le truppe della NATO e delle Nazioni Unite che occupano la Jugoslavia. Tre anni dopo, l’azienda venne pagata con altri 400 milioni di dollari per il supporto logistico in Bosnia, Croazia e Ungheria, dove la controllata della Brown & Root, conosciuta come International American Products, forniva supporto alle truppe. Gli addetti alla cucina ungheresi accusarono le truppe statunitensi, che frequentavano il loro posto di lavoro, di continue molestie sessuali e sfruttamento.
La società di Cheney ottenne anche contratti per rinforzare le basi militari USA in Italia. Brown & Root, che godeva del monopolio delle attività di supporto delle truppe, fin dalla guerra del Golfo, ricavo più di 260 milioni dollari facendo un lavoro simile durante le avventure militari degli Stati Uniti ad Haiti, in Somalia e in Ruanda. [10] Nel 1999 stipulò un contratto da 900 milioni dollari nei Balcani. Nel 2000, l’anno in cui Cheney si dimise per diventare il compagno di corsa del candidato Bush Jr., la Brown & Root ricevette 300 milioni di dollari con un contratto della marina degli Stati Uniti per migliorare le basi all’estero, un contratto da 100 milioni di dollari per migliorare la sicurezza delle ambasciate degli Stati Uniti in tutto il mondo e un contratto da 40 milioni dollari per gestire il National Institutes of Health. Cheney ha ricevuto un enorme pacchetto di pensionamento da 20 milioni dollari dalla Halliburton. E ancora 10 milioni di dollari di stock option. Lo stipendio alla Halliburton di Cheney, dove era presidente e amministratore delegato nel 1995-2000, era di 1,3 milioni dollari all’anno. [11]
Nel 1996, il segretario statunitense al commercio Mickey Kantor arrivò a Zagabria con i rappresentanti di 18 multinazionali statunitensi. Kantor e il suo entourage negoziarono un accordo d’investimento per ricostruire la Croazia, sarebbe stata una manna per le aziende. Bechtel, mai negligente nel fiutare un contratto pubblico, ne ottenne due per costruire centrali elettriche dal governo della Croazia. Gran parte degli sforzi per la ricostruzione bosniaca fu presieduta dal 353.mo Commando Affari Civili, una unità di riserva dell’esercito del Bronx, con grande connessioni con le corporazioni statunitensi. L’unità era guidata dal colonnello dell’esercito statunitense Michael Hess, che frequentava la nuova sede della Banca Mondiale istituita a Sarajevo. Datore di lavoro di Hess, al solito, era Citigroup dove operava come Relationship Manager per la Scandinavia, la Finlandia e il Benelux. Un altro membro della 353.ma Unità era un vice-presidente della ABN Amro Holdings NV, il colosso bancario olandese che nel 1997 rilevò la fallimentare vecchia banca britannica Barings, successivamente incorporata nella Royal Bank of Scotland. Nel  353.mo militavano anche un ingegnere della Schering-Plough, un broker della Merrill Lynch ed un ex manager della AT&T. Altri membri lavoravano per Texas Instruments, American Airlines, l’agenzia militare privata BDM Internazional, che addestrava i sauditi, e il gigante della difesa Lockheed Martin.
Il banchiere della ABN Amro, Renato Bacci, si incaricò della formazione dei banchieri della Bosnia, nel passaggio dal socialismo al capitalismo. Il tenente-colonnello del 353.mo, Gerry Suchanek, insegnava economia presso l’University of Iowa. Ha detto del suo lavoro, “Tutto quello che faccio a casa è insegnare il capitalismo. Tutto quello che faccio qui è lo stesso“. [12] La CIA aveva completato la partizione della maggior parte della Jugoslavia e gli agenti del capitale internazionale stavano avendo il sopravvento. Il problema era che la Jugoslavia ancora controllava Stari Trg, le enormi riserve di carbone e i giacimenti nell’Adriatico che Big Oil ambiva. Ottenere tali attività richiese il distacco della porzione di territorio più indisciplinata dal governo centrale di Belgrado.

[1] “Bin Laden’s Invisible Network“. Evan Thomas. Newsweek. 10-29-01. p.42
[2] “New Links in the bin Laden Money Chain”. Mark Hosenball. Newsweek. 11-12-01
[3] “Who is Osama bin Laden?” Michel Chossudovsky. Gobalresearch.ca 11-2001
[4] CNN Headline News. 1-18-02
[5] “Serbs Will Never Give In, Military Chief Says”. AP. Great Falls Tribune. 12-3-95. p.1
[6] “TV Station Feeds Serbs Exclusive Propaganda”. Chris Hedges. New York Times. 6-9-96
[7] Cody. p.1
[8] Silverstein
[9] “The Roving Eye: Pipelineistan, Part I: The Rules of the Game”. Pepe Escobar. Asia Times Online. 1-25-02
[10] “Bosnia Mission Enriches Firm Headed by Ex-Defense Official”. AP. Missoulian. 3-23-96
[11] “Cheney’s Firm Profited from Military Roles Bush Attacked”. AP. St. Louis Post-Dispatch. 8-27-00. p.A1
[12] “An Army Reserve Unit Guides Reconstruction of Postwar Bosnia”. Thomas Ricks. Wall Street Journal. 6-10-96. p.A1

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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