Verso la radicalizzazione anti-sistema dei BRICS

Philippe Grasset, Dedefensa 31 ottobre 2014 2014-07-17T200224Z_1685997852_GM1EA7I0B5C01_RTRMADP_3_BRAZIL-CELACLa rielezione della Presidentessa Dilma Rousseff è molto più che la rielezione di un presidente del Brasile. Dal primo turno, con la presentazione di una candidata inaspettata, avendo la candidata vicepresidente preso il posto del candidato Eduardo Campos, morto in un incidente aereo il 13 agosto, l’elezione è la svolta internazionale nel confronto tra le forze del sistema e Rousseff. Marina Silva è stata subita designata come la facciata anti-Rousseff (secondo Wayne Madsen, Silva è “unìagente del Partito Verde creato da Soros”). Qualunque sia la verità su Marina Silva, ciò che conta è la narrazione sviluppata dalla comunicazione del Sistema, le elezioni presidenziali del Brasile in realtà mostrano la situazione del sistema contro Rousseff. Silva eliminata, il rappresentante del sistema diventava automaticamente l’avversario al secondo turno di Rousseff, Aecio Neves, che non ha neanche fatto mistero delle sue intenzioni di mettere il Brasile sulla giusta strada dell’ultraliberismo. Wayne Madsen, già citato, ha scritto un articolo il 28 ottobre 2014 su Strategic-culture, specificando la trama e la complessità dell’operazione contro Rousseff. Madsen propone una coppia piuttosto unica nel suo genere, sotto una forma affermata, anche se la sua composizione non deve stupire, tra CIA e Soros (“la coppia mortale John Brennan della CIA e George Soros). E’ vero che l’attivismo dichiarato di Soros si manifesta in modo assai cospicuo ed affermato (vedi 24 ottobre 2014), e ora possiamo designarlo come forza principale dell’attivismo convenzionalmente chiamato “settore privato”, nel processo di destrutturazione e dissoluzione del sistema. Naturalmente, l’azione della coppia CIA-Soros (Soros o Brennan, come la chiama Madsen dal nome del direttore della CIA) contro Rousseff aveva un obiettivo specifico molto più grande della sorte del Brasile nei prossimi quattro anni, fino al 2018. Si tratta chiaramente della formazione dei BRICS, dove il Brasile è un membro politicamente molto attivo ed impegnato, date le posizioni e le azioni intraprese da Rousseff contro le attività NSA svelate da Snowden. (Questo episodio è stato rafforzato dall’allora situazione di Greenwald, agente nella crisi Snowden/NSA che viveva a Rio de Janeiro durante la fase più calda della crisi). Tale insieme di circostanze ha fatto di Rousseff l’attivista che vediamo, attivismo completamente inserito nell’evoluzione dei BRICS alla riunione di Fortaleza, in Brasile, a settembre.
• La sera del primo turno, era chiaro che la questione dei BRICS era al centro delle elezioni presidenziali tra Rousseff e Neves, i due candidati rimasti. Alcuni esperti specialisti del business brasiliano l’affermarono chiaramente, come Sonia Fleury della Getulia Vargas Foundation, intervistata da RIA Novosti il 6 ottobre 2014. Legava direttamente al problema dei Paesi BRICS i programmi dei due candidati, assicurandola con fermezza la corrispondente situazione interna, diretta ed esplosiva, del Brasile alle grandi correnti internazionali del confronto sistema-antisistema. “Se Neves vince le elezioni, ci si possono aspettare cambiamenti, un ritorno alla politica estera legata al Nord e un Sud non più così forte come con il governo di Dilma (Rousseff)”, ha detto Sonia Fleury. “L’allineamento con Stati Uniti ed Europa occidentale sarebbe più probabile della spinta al consolidamento dei BRICS come alternativa per acquisire un’autonomia finanziaria comune”, osservava. (…) “Credo che per il governo (Rousseff) del PT i BRICS siano una questione seria, e non credo che lo sarebbe con un governo PSDB, molto più vicino agli USA“, continuava Sonia Fleury… “Inoltre, notava il ruolo dell’economia nelle elezioni. “Colpisce (il voto) in qualche modo, perché tale problema riguarda le priorità dei due partiti. La priorità del PSDB è pagare il debito e mantenere la stabilità monetaria, anche quando ciò aumenterebbe disoccupazione e ridurrebbe i salari reali”, ha detto Fleury. “Per l’attuale governo, la priorità è lo sviluppo economico con l’inserimento del maggior numero di persone nel mercato formale e ai benefici sociali, che appare per certuni un rischio per la stabilità per via dell’aumento della spesa pubblica. Questo è il problema principale da discutere nelle prossime due settimane”, spiegava Fleury“.
• Naturalmente, Madsen, nella sua analisi del 28 ottobre, chiaramente conferma la portata della sfida della rielezione di Rousseff, e relaziona la questione alla situazione dei Paesi BRICS, al loro sviluppo, ecc. Madsen vede l’apertura dei BRICS ai nuovi membri, come Argentina, che s’è già quasi ufficialmente candidata (con il supporto molto attiva della Russia), ma anche ad altri Paesi, alcuni già indicati (Indonesia), altri che appaiono per la prima volta (Egitto, Iran)… In tutti questi casi, la linea guida è la loro posizione di Paesi emergenti, tenuti ai margine del Sistema e del suo centrale blocco BAO, ma soprattutto questi Paesi sono sempre più chiaramente definiti dalla naturale linea anti-sistema nella grande lotta in corso. “I pesanti interessi di CIA e Soros nel sconfiggere Rousseff avevano lo scopo di far deragliare l’emergente alleanza economica BRICS tra Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa che indebolirebbe il dominio che i banchieri globali e i loro intrinsecamente corrotti Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI) esercitano sull’economia mondiale. I banchieri e i loro centurioni della CIA credevano che con Neves o Marina Silva, agente del Partito Verde curata da Soros, in carica il Brasile avrebbe abbandonato i BRICS e sarebbe rientrato nella comunità bancaria globale “svendendo” i beni dello Stato brasiliano, come la compagnia petrolifera Petrobras. Soros e i suoi amici della CIA non sono riusciti a capire che i poveri in Brasile devono la loro relativa nuova posizione sociale alle politiche economiche statali di Rousseff e dell’icona del Partito dei lavoratori Luiz Inácio Lula da Silva. Con Rousseff ora rieletta, i BRICS continueranno a sviluppare la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e i suoi 100 miliardi di dollari di riserva di valuta (CRA) o paniere di valute, da cui i Paesi membri possono attingere prestiti, allontanandosi così da Banca Mondiale e FMI sotto il controllo politico occidentale. La rielezione di Rousseff consentirà anche ai BRICS, che rischiavano di perdere il Brasile quale membro, se Rousseff avesse perso le elezioni, di espandere la propria base associativa. L’Argentina, che ha affrontato una campagna economica concertata dall’avvoltoio capitalista di New York, il sionista di destra Paul Singer, per la confisca di beni argentini, ha espresso forte interesse all’adesione ai BRICS. Il ministro degli Esteri argentino Héctor Timerman ha dichiarato che gli argentini intendono aderire ai BRICS e i recenti accordi commerciali tra Argentina, Cina, Russia e India, indicano che gli argentini saranno i benvenuti nel “Club” anti-USA delle emergenti potenze economiche. Iran, Indonesia ed Egitto hanno anche espresso interesse ad aderire ai BRICS. Il nuovo presidente indonesiano Joko Widodo è un membro del partito dell’ex-presidentessa Megawati Sukarnoputri, la figlia del presidente Sukarno, spodestato dalla CIA nel sanguinoso colpo di Stato del 1965, aiutato e spalleggiato dal patrigno indonesiano del presidente Barack Obama, Lolo Soetoro e dalla madre Ann Dunham Soetoro, impiegata di USAID/CIA. La politica estera sukarniana indonesiana si allea con i BRICS con un allineamento naturale”.
• …Non è un caso che Novosti abbia pubblicato il 29 ottobre 2014, un’intervista di Darija Chernichova a Georgij Toloraja, direttore esecutivo del Comitato Nazionale russo per lo studio dei BRICS, voce semi-ufficiale della leadership russa sulla questione dei BRICS, e principale operatore russo per gli affari con i BRICS. Ma Toloraja, lungi dal parlare della rielezione di Rousseff, così importante per i BRICS, guarda soprattutto ai risultati della riunione di Fortaleza a settembre. Dando dettagli importanti sul vertice, un mese e mezzo dopo, mentre la pressante attualità richiama la nostra attenzione sui BRICS, che illustrano l’elezione di Rousseff (la “notizia più urgente”) come necessariamente legata alla logica del confronto sistema-antisistema che caratterizza le elezioni in Brasile, che non può che essere considerato che come evento operativo dei BRICS di primo piano, confermando e accelerando i risultati di Fortaleza. “Il vertice BRICS a Fortaleza è stato un punto di svolta sorprendente“, ha detto Toloraja in una videoconferenza tenutasi presso il centro stampa di Rossija Segodnja. “Nel contesto del confronto tra uno dei membri dei BRICS, la Russia, e l’occidente, gli Stati Uniti in particolare, si definiscono nuovi parametri politici. È una situazione in cui le grandi potenze iniziano a giocare un ruolo molto importante (in geopolitica) e il periodo di stabilità nelle relazioni internazionali concluso“, ha aggiunto. “La Russia apprezza molto la posizione dei Paesi BRICS alle Nazioni Unite, al Consiglio di sicurezza, sulle contraddizioni della Russia con l’occidente e gli Stati Uniti nel conflitto in Ucraina“, ha detto Toloraja. Ha anche notato che i contatti nel quadro dei BRICS sono in continua espansione sottolineando che ad un certo punto delle strutture burocratiche dovranno essere create. “Questo è inevitabile, e i primi passi sono già stati presi, come la banca d’affari, che non è solo una fonte di finanziamenti, di risorse mobilitate per diversi progetti dei BRICS, ma anche un centro di analisi“, ha detto Toloraja. “Sono convinto che il processo d’istituzionalizzazione rimane molto importante e continuerà a svilupparsi in futuro”, ha affermato”. Queste dichiarazioni, a tre giorni dalla rielezione di Rousseff, dimostrano che la Russia è ora decisa a far avanzare i BRICS da gruppo strutturato economicamente a uno strategico (più che un’alleanza), formando un blocco, la cui attività sarà necessariamente decisa dall’opposizione alla politica del sistema. La campagna elettorale brasiliana ha dimostrato oggi che il sistema ha l’obiettivo dichiarato, se non dimostrato, di smantellare i BRICS in modo aggressivo e con qualsiasi mezzo, e questi mezzisono noti, dato che la coppia CIA-Soros, i piromani più attivi nel destrutturare tutto ciò che possa divenire anti-sistema, è stata la principale forza contraria a Rousseff. Se Rousseff ha annunciato i piani per il suo secondo mandato, mostrandosi aperta e conciliante con le forze politiche che si sono espresse nella campagna, ha detto molto meno sui BRICS e la politica estera del Brasile. Questa discrezione è il segno contrario della rapida radicalizzazione dei BRICS, oggetto della nostra recensione.

45e411163a4e6e871d65f3b324aabac0_articleI BRICS, “blocco strategico antisistema”
Ancora una volta, vediamo il fenomeno dell’influenza diretta dell’azione del Sistema su comportamento e rafforzamento dei suoi avversari, di coloro che vuole battere. Nel caso dei BRICS, possiamo speculare su dove punti tale piano, e riteniamo che il blocco sarebbe stato assai meno avanzato, se non ridotto allo schema iniziale di gruppo informale e senza coesione, senza un’ipotesi chiara di unità politica, se non ci fossero stati 1) la crisi ucraina interamente causata dal blocco BAO, facendo precipitare la Russia in una posizione di quasi-mobilitazione anche, riguardo il nostro soggetto, con una politica volta a creare legami fuori dal blocco BAO (come SCO e BRICS), facendo pressione sui partner perché la seguano (la Russia) sulla via della “politicizzazione” di queste organizzazioni; e 2) le elezioni presidenziali del Brasile, contestate e attraversate da voci abbondanti su pressioni e attivismo di CIA-Soros, con l’obiettivo implicito di eleggere un candidato che avrebbe mollato i BRICS silurando l’organizzazione… In altre parole, si deve notare che gli eventi che interessano i BRICS nel senso descritto, profondamente e inevitabilmente anti-sistema, sono prodotti diretti del sistema stesso. Confrontiamo in particolare la rielezione di Rousseff nel 2014 con la sua prima elezione nel 2010. Quindi l’elezione con Lula che nominava Rousseff come suo successore, fu giocato principalmente su questioni di politica interna, secondo gli antagonismi politici tradizionali (sinistra-destra, ecc.), mentre le conseguenze della crisi dell’autunno 2008 non erano ancora sentite direttamente. In questo momento, i BRICS (o BRIC senza il Sud Africa), erano ancora considerati con ironia dal BAO e dal sistema del blocco, difficilmente meritandosi la decisione di una mobilitazione strategica contro uno i suoi membri. Il Brasile, nonostante i cambiamenti di Lula e l’affermazione della sua politica anti-sistema, era considerato con la stessa condiscendenza, e per il sistema non c’era dubbio, nonostante alcune differenze, sull’orientamento inesorabilmente volto all’integrazione nel sistema. In tale senso l’elezione era ancora vista nel quadro sudamericano, in cui il Brasile era ancora valutato come moderato rispetto ad attivisti come Chavez, e non nel quadro generale dei BRIC(S). Si svolse senza passione ed interferenze gravi ed allarmanti, come invece s’è visto quest’anno. In breve, il sistema lasciò fare e la prima elezione di Rousseff non cambiò molto la percezione sia del Brasile che dei BRIC(S). Nel frattempo, tra il 2010 e il 2014, gli eventi hanno portato molto rapidamente e con potenza notevole a una situazione infinitamente più tesa del 2010, dal punto di vista dei vari schieramenti in riferimento allo scontro tra il sistema e le nuove forze anti-sistema in piena espansione. Il sistema è ora in uno stato d’animo, segnalato ovunque, in piena offensiva superpotente e finale, con la volontà aperta e sfrontata di affrontare la Russia, sia in preda al panico per dei risultati ben lungi dal soddisfare le proprie aspettative e per la resistenza anti-sistema che generano (si veda di nuovo l’intervento di Soros contro la Russia del 24 ottobre 2014, già riportato). Le presidenziali in Brasile non potevano sfuggire, in questo momento, al clima del confronto sistema-antisistema “globalizzato”. La rielezione di Rousseff si è svolta nel clima che abbiamo visto, con il presupposto, in caso di sconfitta della presidentessa uscente, di un orientamento politico volto a far uscire il Brasile dai BRICS, con il risultato sperato dello sbandamento del raggruppamento. Pertanto, la rielezione di Rousseff ha così integrato gli elementi aggressivi impliciti della sua possibile sconfitta a beneficio del sistema, volgendolo in senso anti-sistema. Ciò è stato percepito come dinamica oggettiva (dinamica del sistema) coinvolgendo la minaccia, diventata certezza, dell’uscita del Brasile dai BRICS in caso di sconfitta di Rousseff, e divenendo sempre una dinamica oggettiva (dinamica antisistema) implicante il rafforzamento dei BRICS radicalizzanti, o sorta di “raggruppamento strategico antisistema”, con la vittoria di Rousseff.
Il sistema agisce quindi con forza, con tutta la sua superpotenza, ottenendo il risultato che raccoglie sempre più spesso: un evento completamente contro-producente, antagonistico, accelerando notevolmente il mutamento delle forze anti-sistema. Non c’è bisogno di concentrarsi su considerazioni che continuiamo a fare spesso, l’intervento sempre più sistematico dell’equazione superpotenza-distruzione, o la dinamica della superpotenza suscitata sempre più spesso e in modo dinamico più pronunciato, si trasmuta in distruzione. La vittoria di Rousseff sulla coalizione Neves-Soros-CIA è molto più politica, molto più strutturante nella funzione anti-sistema e di politicizzazione dei BRICS, della sola vittoria su Neves (come la vittoria di Rousseff nel 2010), senza la sfida imposta dal gruppo CIA-Soros del sistema. La conseguenza è il rialzo della posta in gioco di molto, oltre la vittoria di Rousseff, di questa dinamica anti-sistema già identificata. Il risultato, che misura e apprezza la portata della comunicazione del sistema, è effettivamente sviluppare la possibilità di strutturare ed istituzionalizzare i BRICS. Ciò che faceva sghignazzare gli esperti di Wall Street, come quello della Goldman Sachs che nel 2006 inventò l’acronimo BRIC, mentre i quattro Paesi interessati (Brasile, Russia, India, Cina) avviavano il processo di avvicinamento, è ora una realtà. Appariva (nel 2006) del tutto irragionevole attendersi che potesse avere una dimensione politica e strategica, cioè geopolitica, un gruppo di quattro (poi cinque) Paesi dalla scarsa unità geografica, e talvolta completamente avulsi dagli altri (Brasile e Sud Africa); che cercavano solo alcuni accordi economici e commerciali. Oggi, nel 2014, il sarcasmo non è più di rigore; c’è ansia e quasi panico (nel sistema) come dimostrato dall’intervento del gruppo CIA-Soros nella campagna, e come illustrato più precisamente dalla capacità di sostenere una candidata (Silva) e un altro (Neves) in quanto avversari di Rousseff. Il fenomeno è ben dimostrato ancora una volta, ma in modo molto spettacolare, nell’era psicopolitica, dalla vicinanza politica e strategica che ignora le necessità geografiche. Nell’attuale era della psicopolitica, caratterizzata dal confronto aperto e dichiarato tra sistema e anti-sistema, sono i valori altamente dipendenti e oscillanti dei caratteri ad essere così evidenziati dal sistema di comunicazione, piuttosto che i caratteri geopolitici stessi; tali dimensioni geopolitiche hanno dominato le relazioni internazionali in passato, sono divenute completamente secondarie nella valutazione delle forze e delle dinamiche del raggruppamento. Pertanto, possiamo ritenere che i Paesi BRICS, senza un progetto o piano già previsto, ma semplicemente seguendo le dinamiche delle potenti forze che governano l’evoluzione della situazione, sono in procinto d’inventare una nuova forma di “alleanza”, anzi, non si tratta di un'”alleanza” in senso stretto, ma di ciò che abbiamo designato “incontro strategico”, che acquista senso venendo designato come “gruppo anti-sistema strategico”, secondo un’espressione già utilizzata, o che più precisamente indica al meglio la forma del gruppo suscitato dal confronto sistema-antisistema, che in riferimento al blocco BAO viene designato “blocco strategico anti-sistema”. (Così vediamo meglio che il concetto di “blocco” non implica il concetto fisico dell’incontro strategico come la vicinanza geografica, ma un concetto di comunicazione che usa le necessità geografiche, legato principalmente dall’esigenza della dinamica anti-sistema globale).
Le specificità introdotte dall’elezione di Rousseff, così come sono state descritte, in particolare con l’interventismo molto pressante e sentito come tale, del gruppo CIA-Soros, si affronta il rischio dell’attivazione operativa molto rapida di questa nuova situazione. È la prima volta che un’elezione così importante ha per questione principale, anche se si trattava di un problema nascosto, non discusso in quanto tale nella campagna elettorale, l’appartenenza al gruppo dei Paesi divenuto blocco BRICS. Lo schema qui descritto è quindi completato a livello di comunicazione, dalla percezione della trasformazione dei resti strutturali dei BRICS e dalla percezione di un gruppo ancora informale che si costituisce in gruppo di lotta antisistema, entro un “quadro strategico anti-sistema” o “blocco strategico anti-sistema”, cambiando completamente identità ed operatività della strategia, da definizione geografica a definizione comunicativa…. E’ possibile che non si debba attendere a lungo l’operatività di questa fenomeno. Il vertice G20 a Brisbane è tra una quindicina di giorni (14-15 novembre). Nello stesso articolo succitato del 29 ottobre, Toloraja annuncia che ci saranno probabilmente dei problemi: “Parlando della prossima riunione del G20 a Brisbane (15-16 novembre), Toloraja ha detto che si aspetta uno scontro su come sviluppare a livello mondiale i sistemi finanziari ed economici “…Ad esempio: che faranno i Paesi del blocco BAO contro la Russia, che continuano a denunciare, e che hanno esclusa dal G8?” Bella domanda, ma essere contro la Russia significa essere contro i BRICS. La mente vaga, come sempre vediamo, e le posizioni divergenti si radicalizzano verso il confronto… A Brisbane i BRICS verranno con il vestito nuovo del “blocco strategico anti-sistema”? Staremo a vedere… Ci pare scontato che in realtà sia inevitabile che, se le circostanze si prestano e se ci sarà un attacco contro uno dei membri dei BRICS o contro i BRICS stessi, potremo vedere in modo drammatico e forse spettacolare come il gruppo economico informale sia divenuto un “blocco strategico anti-sistema” dal peso maledettamente pesante…

0,,17788765_303,00Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I risultati della visita di Vladimir Putin in Cina

Konstantin Penzev New Oriental Outlook 23/05/2014
xi_putin3Il 20 maggio il presidente russo Vladimir Putin ha compiuto una visita ufficiale in Cina. Questa visita ha comportato la firma di più di quaranta contratti e dichiarazioni bilaterali, inoltre Putin ha incontrato le autorità della Cina, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, il presidente della Mongolia Tsakhiagiin Elbegdorj, il presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai e il suo omologo iraniano Hassan Rouhani. La motivazione per la visita, di grande attrazione per il pubblico e i media, era la possibilità che la Russia e la Cina firmassero un contratto di fornitura del gas. L’attenzione su questo accordo è stata suscitata dagli ultimi sviluppi in Ucraina insieme alle sanzioni di USA e UE contro la Russia. Il pubblico era davvero curioso su come le autorità russe si sarebbero comportate sotto tale pressione. In realtà la crisi ampiamente seguita in Ucraina e il contratto sul gas tra la Russia e la Cina hanno poco in comune. L’Ucraina è uno Stato indipendente da più di due decenni, ed ogni anno inciampa negli stessi vecchi problemi, compresa la questione dell’erogazione del gas. In particolare, l’Ucraina ha fatto una serie di tentativi di ricattare la Russia sul transito del gas, inoltre ha sottratto il gas per i consumatori europei. Purtroppo, lo Stato ucraino non è riuscito a maturare come nazione e ora, nel 2014, è completamente a pezzi. Mosca n’è da tempo consapevole, così era alla ricerca di un modo per aggirare l’Ucraina nella filiera dei rifornimenti all’Europa; questo era il pensiero alla base della costruzione del gasdotto South Stream che attraversa il Mar Nero e il suolo bulgaro.
Sull’Ucraina, recentemente al centro del gioco politico-militare statunitense, ora Washington cerca di trascinare il Paese nella NATO per costruirvi proprie basi militari e sistemi di difesa missilistica, ma anche per farne della popolazione carne da cannone a buon mercato. E’ chiaro che la costruzione del South Stream non suscita alcun entusiasmo alla Casa Bianca, mentre l’UE al contrario ritiene che avrà un ruolo importante nel garantirne le forniture energetiche. Il contratto del gas tra Russia e Cina, in cantiere da oltre 10 anni, non ha mai attirato molta attenzione pubblica e mediatica, prima. Naturalmente, come in qualsiasi accordo commerciale, la Russia vorrebbe vendere a prezzi più alti e la Cina si sforza di comprare a prezzi minori. Dato che la dimensione della transazione è notevole, entrambe le parti agirono con molta cautela, per paura di sbagliare, soprattutto essendo nessuno di essi costretti. L’Europa, anche se volesse, non può rinunciare al gas russo nel breve periodo, mentre il fabbisogno di gas della Cina non ha ancora raggiunto un livello critico. Secondo alcuni analisti russi, entro il 2020 la domanda annua di gas della Cina raggiungerà i 300-350 miliardi di metri cubi. La Cina potrà estrarre 115 miliardi di metri cubi in proprio, e altri 80 miliardi di metri cubi potrebbero essere ottenuti con forniture di gas naturale liquefatto. E’ improbabile che i Paesi dell’Asia-Pacifico possano fornire più di 40 miliardi di metri cubi all’anno. Sulla domanda della Cina nel 2030, gli esperti prevedono che il livello di consumo di gas supererà quello europeo, che fin d’ora ammonta a 600 miliardi di metri cubi. La Russia prevede di iniziare inviando 38 miliardi di metri cubi in Cina e successivamente di arrivare a 60 miliardi di metri cubi, lungo le rotte di approvvigionamento orientale e occidentale.
Il gas naturale ha numerose alternative, come il carbone e l’energia nucleare. Quest’ultima richiede un Paese di ricambio su cui qualsiasi governo possa fare pieno affidamento. Il carbone è un male  ambientale, come il nucleare può essere utile per sviluppare l’industria ma non è molto comodo per l’uso quotidiano. L’esperienza del Giappone ha chiaramente dimostrato che una centrale nucleare costruita lungo le coste, in aree sismicamente attive, secondo alcuni fallimentari piani statunitensi, può mettere un Paese in una situazione molto difficile. Va riconosciuto che, al momento, il gas naturale ha scarsa vera concorrenza tra le fonti di energia. Il suo prezzo aumenterà, e la Russia non potrà espandere i piani di approvvigionamento di ogni Paese. Dopo una pausa teatrale, Gazprom e CNPC hanno firmato il 21 maggio un contratto 30ennale relativo alla fornitura annua di 38 miliardi di metri cubi lungo la via di rifornimento orientale. Aleksej Miller, CEO di Gazprom, si rifiuta di rivelare il prezzo esatto per mille metri cubi, anche se il prezzo totale del contratto è già noto, 400 miliardi di dollari. “Forbes” e altri PR anti-russi, il 21 maggio riferirono che “la Cina ha rifiutato di firmare il contratto del gas con la Russia“, ma nel giro di poche ore la notizia mutò. E’ chiaro che la Russia non vuole perdere il mercato europeo e dipendere dalla Cina, ma allo stesso tempo ha poca voglia di minimizzare i suoi rapporti con la Cina. Il Cremlino vuole equilibrio nel rapporto con l’Europa e la Cina, e Washington è mossa dal desiderio maniacale di governare il mondo. In breve, la Casa Bianca crea problemi a tutti, riuscendo a crearne anche a se stessa.
Quali altri contratti, fatta eccezione quanto sopra descritto, sono stati firmati a Shanghai? La società russa Novatek ha firmato un contratto con la cinese CNPC per la fornitura di 3 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno. Il contratto rientra nel quadro del progetto “Jamal SPG“, che prevede lo sviluppo del giacimento di gas di Tambejskoe Sud e la costruzione di un impianto con una capacità di produzione di 16,5 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno e un milione di tonnellate di condensato di gas all’anno. La prima fase del progetto produrrà 5,5 milioni di tonnellate all’anno entro il 2017. In Cina, il maggiore costruttore di automobili Great Wall Motors ha annunciato che avvierà un impianto a Tula nel 2017. Gli investimenti in questo progetto saranno pari a 12-18 miliardi di rubli. L’impianto produrrà 150 mila auto all’anno. Rosneft e CNPC hanno firmato un accordo per lanciare una raffineria di petrolio a Tianjin, alla fine del 2019, Rosneft sarà l’unico fornitore della raffineria. La capacità di raffinazione dell’impianto sarà di circa 16 milioni di tonnellate all’anno. Gli investimenti nelle costruzioni sono stimati in totale a 5 miliardi di dollari, la seconda fase prevede la creazione di una rete di stazioni di servizio in Cina, che opererà con i marchi Rosneft e CNPC. Russian Railways e Cina Railway Corporation hanno deciso di sviluppare le infrastrutture e di aumentare il traffico ferroviario. Le aziende pianificano lo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie nelle aree di confine e di aumentare il volume del traffico di transito tra i due Paesi. Riguardo l’aviazione, la Russia e la Cina creeranno un velivolo widebody civile. Il contratto per la realizzazione è stato firmato tra la “Joint Aircraft Corporation” e la società cinese COMAC. L’aereo futuro occuperà una quota considerevole dei mercati cinese e russo e sarà un  serio attore su altri mercati. Il secondo progetto nell’aviazione è la produzione in Cina di una versione modernizzata dell’elicottero da trasporto russo Mi-26.
Le relazioni politiche attuali tra la Russia e la Cina possono essere descritte amichevoli. Un editoriale dal titolo “L’opinione pubblica cinese dovrebbe essere dalla parte della Russia e di Putin” sul giornale cinese “Huanqiu Shibao“, afferma che: “Nella sua politica estera verso Mosca la Cina ha assunto una posizione di neutralità con una leggera simpatia nei confronti della Russia“. Questa affermazione non irriterebbe seriamente alcun Paese, ma al tempo stesso dà alla Cina l’opportunità di essere conciliante al momento giusto, aiutando le parti a trovare una soluzione che soddisfi tutti.  Così, la Cina non sarà coinvolta nel confronto con i Paesi occidentali e, al tempo stesso potrà aiutare Mosca. Ma è giunto il momento per l’opinione pubblica cinese, dice il giornale, di essere più diretta e dura nel condannare la partecipazione occidentale al colpo di Stato in Ucraina. “Dovrebbe mostrare al mondo che la Russia non è sola“.

3Russia-China-flagKonstantin Penzev, scrittore e storico, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Cina, un rapporto prevedibile

Aleksandr Salitzki Strategic Culture Foundation 19/05/2014

??????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Il presidente russo Putin va in Cina. La notizia è una boccata d’aria fresca nell’atmosfera soffocante di Kiev con i suoi pneumatici bruciati e repressioni contro i dissidenti. Il viaggio è un passo positivo dalle brillanti prospettive per un futuro costruito su basi solide. Questo è un punto di svolta storico. La Russia viene trascinata dall’occidente in un’altra guerra fredda ed è soggetta a una pressione senza precedenti con la chiara intenzione di sovvertirla. Non è solo uno scontro di interessi, il sistema di valori è minato, lo stesso diritto dei popoli all’auto-determinazione viene sfregiato…
La politica di Mosca ha sempre più sostegno internazionale dai Paesi che si oppongono alle pretese degli Stati Uniti all’egemonia globale. L’interesse verso il forum e le organizzazioni guidate da Russia e Cina è in crescita, per esempio BRICS e Shanghai Cooperation Organization (SCO) che programmano vertici a luglio e a settembre. La 4° Conferenza sull’Interaction and Confidence Building Measures in Asia (CICA) si terrà a Shanghai, in Cina, il 20/21 maggio. Il tema del vertice di quest’anno sarà “sempre più intensi dialogo, fiducia reciproca e collaborazione per costruire una nuova Asia pacifica, stabile e cooperativa”. E’ importante raggiungere la comprensione multilaterale sul fatto che la diffusione del nazionalismo emergente in tutto il mondo è la reazione naturale al crollo dell’occidentalizzazione e alla pericolosa sfida globale probabilmente voluta dagli ideologi dello “scontro di civiltà”. Il supporto all’ottuso particolarismo ucraino da parte dell’Europa cosmopolita si adatta bene a tale tendenza. I filosofi lo definirebbero dissociazione cognitiva o assurdità fatale per l’Europa stessa. La Cina capisce la Russia perfettamente: il perno in Asia dichiarato dagli USA presuppone deterrenza verso la Cina e diffusione della sinofobia negli Stati confinanti, trascinandoli in alleanze militari e politiche guidate dagli USA. I recenti impressionanti successi della politica estera russa sono apprezzati dalla Cina, assieme al desiderio di aiutarsi a contrastare ogni tipo di sanzione, un’altra mossa assurda dell’occidente. L’aiuto è tangibile: dal punto di vista della potenza industriale e finanziaria la Cina può misurarsi con gli Stati Uniti. Come è stato riportato, il PIL della Cina raggiungerà quello degli Stati Uniti entro la fine del 2014. La Cina sa come raggiungere il successo economico meglio dei maestri nel far stringere la cintura alla gente e nel spacciare carta senza controvalore. L’aiuto presuppone reciprocità (i cinesi sanno come commerciate e utilizzare a loro vantaggio i punti deboli del partner). Pechino ritiene di avere l’occasione unica di accedere alle ricchezze della Siberia. Mosca è pronta ad introdurre nuovi modelli di cooperazione economica e scientifica incrementate dalle nuove attuali realizzazioni nei rapporti culturali e umanitari. Un riequilibrio a oriente da tempo maturato. In Asia nessuno ostacola i rapporti economici e l’avvio di progetti di cooperazione a lungo termine. E’ tempo di rendersi conto che gran parte delle importazioni russe dall’occidente sono beni cinesi riconfezionati. L’eliminazione degli intermediari soddisfa i mutui interessi di Russia e Cina.
Questa volta la delegazione russa arriva con una lunga lista di documenti sulla cooperazione (circa 50) da firmare. Nuovi accordi sono emersi negli ultimi mesi, mentre i colloqui su problemi reciprocamente importanti si sono intensificati. C’è un altro problema fondamentale da affrontare. La visita contribuirà a compiere progressi. Le agenzie cinesi incontrano difficoltà a trovare controparti russe. Ad esempio, la Commissione Nazionale per lo sviluppo e la riforma della Cina non riesce a trovare un interlocutore. Vi sono altri organi dello Stato, che si occupano di scienza e industria, incapaci di precisare chi stabilisce i contatti con chi. La Banca della Cina popolare ha una controparte russa, formalmente un ente indipendente anche se è difficile dire cosa significhi tale indipendenza e da chi esattamente sia indipendente. La lista è lunga. L’eredità dei tumultuosi anni ’90 continua ad influenzare negativamente le prospettive di cooperazione tra la Russia e i partner stranieri. Questi sono ostacoli rimovibili. Il dialogo economico non può essere artificialmente accelerato. E’ importante creare una base per la cooperazione, un’infrastruttura che comprenda diversi ambiti utili al bene futuro di entrambi le parti. Il vero riavvicinamento tra Mosca e Pechino,  partner che riconoscono il vero significato della semplice parola amicizia, apre un’alternativa fondamentale tale da generare cambiamenti positivi nel mondo contemporaneo. I nostri Paesi possono e devono gradualmente cambiare le sorti della storia mondiale tornando agli ideali  secondo cui aiutare i deboli e poveri, così come contrastare i predatori, è la cosa giusta da fare.  Durante la sua recente visita in Africa, il premier cinese ha detto: “Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai con gli altri”.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

10372059Russia e Cina formano un’alleanza strategica energetica
The BRICS Post 19 maggio 2014

La partnership sino-russa ha raggiunto “il livello più alto in tutta la sua plurisecolare storia“, ha detto il Presidente Vladimir Putin alla vigilia della visita in Cina. Putin ha parlato ai media cinesi prima del suo viaggio a Shanghai, dove avrà colloqui con il suo omologo cinese Xi Jinping e firmerà un numero record di contratti di collaborazione. I due Paesi si “muovono costantemente verso la creazione di un’alleanza strategica nella politica energetica“, ha detto Putin. “Un grande progetto da oltre 60 miliardi dollari è in corso per rifornire la Cina di greggio con l’oleodotto Skovorodino-Mohe. Le disposizioni sull’esportazione di gas naturale russo alla Cina sono quasi finalizzati. La loro attuazione aiuterà la Russia a diversificare le rotte degli oleodotti rifornendo di gas naturale i nostri partner cinesi, alleviandone le preoccupazioni sul deficit energetico e la sicurezza ambientale usando un combustibile ‘pulito’“.
Russia e Cina firmeranno 40 progetti congiunti nei settori prioritari, con investimenti complessivi per 20 miliardi di dollari. Le due nazioni hanno anche raggiunto un accordo sulla progettazione congiunta di un aereo wide-body a lungo raggio e lo sviluppo di un elicottero pesante. “Instaurare  legami più stretti con la Repubblica popolare cinese, nostra amica fidata, è la priorità incondizionata della politica estera della Russia“, ha dichiarato Putin. Le due parti guardano anche “a un più profondo coordinamento internazionale”, ha detto Putin. “La Russia e la Cina cooperano con successo sulla scena internazionale e coordinano strettamente i loro passi affrontando sfide e crisi internazionali. Le nostre posizioni sulle principali questioni globali e regionali sono simili o addirittura identiche“. Significativamente, il presidente russo ha detto che il prossimo vertice asiatico tenterà di stabilire una nuova architettura di sicurezza nella regione dell’Asia-Pacifico. “La Russia e la Cina hanno attivamente sostenuto l’istituzione di una nuova architettura di sicurezza e lo sviluppo sostenibile della regione Asia-Pacifico. Si baserà sui principi di uguaglianza, rispetto del diritto internazionale, indivisibilità della sicurezza, non-uso della forza o minaccia della forza. Oggi questo compito diventa sempre più importante“, ha detto.
Le dichiarazioni di Putin assumono importanza nel contesto della spinta dell’amministrazione Obama sul tanto strombazzato Pivot in Asia, ciò che Pechino sostiene essere una politica di “contenimento della Cina”. Nel frattempo, alludendo a un accordo sulle transazioni monetarie, Putin ha detto che le due nazioni cercheranno anche di proteggersi dalle fluttuazioni delle valute estere negli scambi bilaterali. “Dobbiamo anche rafforzare la cooperazione finanziaria e proteggerci dalle fluttuazioni dei tassi di cambio delle principali valute del mondo. Pertanto, valutiamo come aumentare le transazioni reciproche in valute nazionali”. Nel 2013, il volume commerciale bilaterale era di quasi 90 miliardi di dollari. Le due parti puntano ai 100 miliardi di dollari entro il 2015 e ai 200 miliardi entro il 2020, nel commercio bilaterale.

Vladimir Putin, Xi JinpingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’espansione dei BRICS: ragioni e vincoli

Quanto è importante aprire la porta a nuove adesioni al raggruppamento sempre più influente, e a quanti Paesi?
Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 16 maggio 2014
433119bricIl raggruppamento BRICS fa notizia recentemente con l’ambasciatore indiano in Argentina che segnala la possibilità che il Paese latinoamericano possa entrare nel gruppo. Anche se non vi è stata alcuna dichiarazione ufficiale sulla possibile espansione, il dibattito in merito è certamente tempestivo. Da quando il gruppo s’è riunito ufficialmente per la prima volta nella città russa di Ekaterinburg, nel 2009, la sua importanza sulla scena mondiale è aumentata in modo significativo.  Con un’economia combinata di 16.039 miliardi di dollari, è emerso come polo collettivo nel mondo multipolare. Che si tratti delle crisi in Siria, Iran o Ucraina, o della questione della riforma dell’ordine economico internazionale, i membri del gruppo hanno affermato e sostenuto un ordine non sempre in consonanza con quello abbracciato dall’occidente. L’originale BRIC è diventato BRICS nel 2011 con il Sudafrica come nuovo membro. L’adesione del Sud Africa è stata veloce e senza opposizione interna. I soci attuali provengono da Asia, Africa e America Latina. Tre continenti diversi dal Nord America e dall’Europa per crescita economica e peso politico. L’avanzata di questi continenti, che si riflette nella formazione dei BRICS, ha plasmato l’ordine mondiale post-Guerra Fredda. Due dei membri del gruppo, Russia e Cina, sono membri con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e tutti gli aderenti sono in rapida crescita economica. Nonostante le previsioni di sventura, il gruppo resta ed è forte. Anche se originariamente concepito come agglomerato economico, il profilo dei BRICS ha superato le motivazioni economiche ed è considerato politicamente rilevante nella politica internazionale. In questo contesto, l’ascesa del gruppo è una conclusione scontata. I BRICS sono quasi un’entità d’élite. Sono citati in quasi tutti i dibattiti internazionali, e la loro voce è ritenuta importante. È quindi naturale che altre nazioni siano interessate a farne parte. Ma la questione controversa che si pone, e che i membri devono affrontare, è quanto sia importante aprire la porta a nuove adesioni, e a quanti Paesi?
Forse il caso del NAM è istruttivo, in questo contesto. Originariamente concepito come alternativa  politica ai blocchi della Guerra Fredda, il gruppo (originariamente di meno 30 Paesi) passò a 120. L’ampia adesione ne ha influenzato non solo la filosofia, ma anche le azioni. La sua composizione include Paesi filosoficamente divergenti, da Cuba a Singapore. Il gruppo comprendeva regimi democratici e regimi dittatoriali. La grande adesione ha anche creato gravi beghe interne. Anche se il gruppo festeggia il suo 60° anniversario quest’anno, non è considerato un organismo multilaterale significativo come i BRICS o i G20. Nessuno dei membri dei BRICS preferirebbe il destino del gruppo NAM. Ciò non per sostenere che i Paesi BRICS non debbano espandersi. Potrebbe essere altrimenti. Ma i membri devono considerare questi fattori prima di invitare altri Paesi ad aderire. Il gruppo è ancora nella sua fase formativa. Ha meno di un decennio. Vi sono molte questioni nel gruppo che devono essere affrontate. Prima fra cui la banca dei BRICS. Sebbene un sostanziale progresso è stato fatto sul tema, non è stata presa alcuna decisione concreta sulla posizione della banca, il suo capitale iniziale e la leadership. Sarà prudente affrontare questi problemi, e anche affrontare le divergenze politiche, prima di intraprendere l’allargamento. Quindi è necessario avere un orientamento sui Paesi che si adattano alle caratteristiche della filosofia e dell’agenda del gruppo. Il Viceministro degli Esteri russo Sergej Rybakov ha osservato, “Abbiamo un approccio costruttivo verso eventuali richieste di questo tipo, da chiunque inviate. Ecco perché eventuali problemi sull’ulteriore espansione del gruppo BRICS devono essere elaborate pienamente e completamente”. Anche se l’ambasciatore indiano ha fatto un annuncio ad effetto sull’accettazione della domanda d’adesione dell’Argentina, il governo indiano non ha ufficialmente espresso la sua posizione. Vi sono dibattiti sulla possibile adesione dell’Argentina. L’Argentina è un giocatore chiave in Sud America, ma la sua economia non è robusta come quella dei BRICS. Ha un enorme debito estero. L’adesione di un Paese dev’essere soppesata con attenzione. Paesi come la Siria hanno già chiesto l’adesione. Il gruppo deve essere selettivo nelle sue scelte. Georgij Toloraja, Direttore esecutivo del Comitato Nazionale per gli Studi sui BRICS della Russia, ha definito l’Indonesia, una delle economie in più rapida crescita e dalla maggiore popolazione islamica, un possibile candidato. L’Egitto può essere un candidato anche se l’agitazione interna ne indebolisce la candidatura. La Nigeria, nonostante il problema dell’estremismo religioso, è una delle economie dalla più rapida crescita in Africa. L’uomo più ricco d’Africa è un nigeriano. Il Paese dell’Asia centrale Kazakistan si distingue anche per la sua buona posizione per l’adesione al gruppo. Il Paese dalle ricche risorse gode di una relativa stabilità ed ha adottato un approccio più sfumato sulle questioni internazionali. Alcuni altri possibili candidati sono Messico, Iran e Turchia. Questo elenco non è esaustivo.
Il punto qui è che il gruppo deve adottare un quadro calibrato nell’ammissione di un Paese. In questo contesto, si devono affrontare alcuni temi fondamentali. In primo luogo, l’identità. Si preferirà mantenere il nome BRICS per il corpo allargato o adottare un nome diverso che rifletta l’adesione al gruppo? In secondo luogo, la nomenclatura. Si preferirà suddividere gli aderenti in principali e nuovi? Ci sarebbero provvedimenti contro un membro che violi la filosofia del gruppo? Queste e relative questioni devono essere considerate prima di allargare l’entità. Il prossimo summit in Brasile sarà decisivo nel dibattito sull’allargamento. L’Argentina è nota per la sua opposizione al dominio occidentale sul continente, come Venezuela e Cuba, ma ciò non è sufficiente per l’adesione ai BRICS. I BRICS emergono come formatori dell’ordine mondiale con il loro peso economico e politico, e il Paese che contribuisce a relativi filosofie ed obiettivi può essere il candidato giusto per l’adesione.

10291106Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse sono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi ucraina accelera la ristrutturazione del mondo

Pierre Charasse Rete Voltaire Città del Messico (Messico) 29 aprile 2014

La crisi ucraina non ha cambiato radicalmente la situazione internazionale, ma ne ha precipitato gli sviluppi. La propaganda occidentale, che non è mai stata più forte, nasconde la realtà del declino occidentale alle popolazioni della NATO, ma non ha ulteriori effetti sulla realtà politica. Inesorabilmente, Russia e Cina, assistite dagli altri BRICS, occupano il loro giusto posto nelle relazioni internazionali.

Brics1La crisi ucraina ha evidenziato la dimensione della manipolazione della pubblica opinione occidentale da parte di importanti media come le reti televisive CNN, Foxnews, Euronews e molti altri, così come tutta la stampa alimentata dalle agenzie occidentali. Quanto il pubblico occidentale sia male informato è impressionante, eppure è facile accedere alla ricca informazione di ogni fonte. E’ assai preoccupante vedere quanti cittadini siano attratti da una russofobia mai vista nemmeno nei momenti peggiori della guerra fredda. L’immagine fornita dal potente apparato mediatico occidentale all’inconscio collettivo è che i russi siano “barbari” di fronte al mondo occidentale “civilizzato”. È molto importante che il discorso di Vladimir Putin del 18 marzo, dopo il referendum in Crimea, sia stato letteralmente boicottato dai media occidentali [1], in modo da fornire grande spazio alle reazioni occidentali, ovviamente tutte negative. Tuttavia, nel suo discorso Putin ha spiegato che la crisi in Ucraina non è stata innescata dalla Russia, presentando con grande razionalità la posizione russa e gli interessi politici legittimi del suo Paese nell’era post-conflitto ideologico. Umiliata dal trattamento riservatole dall’occidente dal 1989, la Russia si sveglia con Putin riprendendo la politica da grande potenza, cercando di ricostruire le linee della tradizionale forza storica della Russia zarista e dell’Unione Sovietica. La geografia controlla spesso la strategia. Dopo aver perso gran parte dei suoi “territori storici” e della sua popolazione russa e non-russa, con Putin la Russia ha impostato un grande progetto nazionale e patriottico recuperando il suo status di superpotenza, di attore “globale”, consolidando in primo luogo la sicurezza delle sue frontiere terrestri e marittime. Questo è esattamente ciò che vuole impedire l’occidente nella sua visione del mondo unipolare. Ma buon giocatore di scacchi, Putin ha anticipato diverse mosse grazie a una profonda conoscenza della storia, del mondo reale, delle aspirazioni della gran parte della popolazione dei territori precedentemente controllati dall’Unione Sovietica. Conosce perfettamente l’Unione europea, le sue divisioni e debolezze, la vera capacità militare della NATO e lo stato dell’opinione pubblica occidentale, riluttante a vedere un aumento della spesa militare in tempi di recessione economica. A differenza della Commissione europea i cui piani coincidono con quelli degli Stati Uniti rafforzando il blocco politico-economico-militare euro-atlantico, i cittadini europei in maggioranza non vogliono l’allargamento ad est dell’UE, né all’Ucraina o Georgia, o in qualsiasi altro Paese dell’ex Unione Sovietica.
Adottando e minacciando sanzioni, l’Unione europea s’è pedissequamente allineata a una Washington dimostratasi incapace di “punire” la Russia sul serio. Il suo peso effettivo non è all’altezza delle sue sempre proclamate ambizioni nel plasmare il mondo a propria immagine. Il governo russo, molto attento e reattivo, applica “risposte graduali” beffandosi delle misure punitive occidentali. Putin, freddo, si prende il lusso di annunciare che aprirà un conto presso la Banca Rossija di New York per depositarvi lo stipendio! Non ha menzionato la limitazione della fornitura di gas all’Ucraina e all’Europa occidentale, ma ognuno sa che ha questa carta nella manica, di già costringendo gli europei a pensare a una completa riorganizzazione del loro approvvigionamento energetico, cui serviranno anni per concretizzarsi. Errori e divisioni occidentali hanno messo la Russia in una posizione di forza. Putin gode di una popolarità eccezionale nel suo Paese e nelle comunità russe nei Paesi vicini, e possiamo essere sicuri che i suoi servizi d’intelligence hanno penetrato profondamente i Paesi ex-dell’Unione Sovietica fornendogli informazioni di prima mano sui rapporti di forza interni. Il suo apparato diplomatico usa forti argomenti nel rimuovere il monopolio “occidentale” dell’interpretazione del diritto internazionale, in particolare sulla spinosa questione dell’autodeterminazione. Come ci si poteva aspettare, Putin non esita a citare il precedente del Kosovo per diffamare il doppio standard dell’occidente, le sue incongruenze e il ruolo destabilizzante svolto nei Balcani. Mentre la propaganda dei media occidentali è a pieno ritmo dal referendum del 16 marzo in Crimea, le grida occidentali hanno improvvisamente ceduto di tono e al  vertice G7 dell’Aja, a margine della conferenza sulla sicurezza nucleare, non ha più minacciato di escludere la Russia dal G8 come sbandierato un paio di giorni prima, ma semplicemente ha annunciato che “non avrebbe partecipato al vertice di Sochi”. Ciò le permette di riattivare in qualsiasi momento il forum privilegiato per il dialogo con la Russia, fondato nel 1994 su sua espressa richiesta. Prima ritirata del G7. Obama a sua volta s’è affrettato ad annunciare che non ci sarà alcun intervento della NATO in aiuto dell’Ucraina, ma solo la promessa della cooperazione nella ricostruzione del potenziale militare ucraino, composto in gran parte da obsoleti equipaggiamenti sovietici. Seconda ritirata. Ci vorranno anni per mettere in piedi un esercito ucraino degno di questo nome, e ci si chiede chi pagherà considerando la situazione delle finanze del Paese. Inoltre, non sappiamo esattamente quale sia lo stato delle forze armate ucraine dopo l’invito di Mosca, con un certo successo, agli eredi ucraini dell’Armata Rossa ad unirsi all’esercito russo rispettandone i gradi. La flotta ucraina è già completamente passata sotto il controllo russo.  Infine, un’altra spettacolare sconfitta degli Stati Uniti: ci sarebbero state avanzate conversazioni segrete tra Mosca e Washington per far adottare una nuova costituzione all’Ucraina, insediando a Kiev per le elezioni del 25 maggio un governo di coalizione da cui sarebbero esclusi gli estremisti neo-nazisti, e soprattutto imponendo la neutralità all’Ucraina, la sua “finlandizzazione” (consigliata da Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski) [2], vietandone l’entrata nella NATO, ma consentendo accordi economici con l’UE e con l’Unione doganale eurasiatica (Russia, Bielorussia, Kazakistan).  Se viene concluso un tale accordo, per l’UE sarà un fatto compiuto e dovrà rassegnarsi a pagare il conto dell’accordo Russia-USA. Con tali garanzie Mosca si considererà soddisfatta dai requisiti di sicurezza, rimettendo piede nell’ex-sfera d’influenza con l’accordo di Washington, astenendosi dal fomentare il separatismo delle altre province ucraine o della Transnistria (provincia della Moldova popolata da russa) e ribadendo il suo forte rispetto dei confini europei. Il Cremlino allo stesso tempo darà una via d’uscita onorevole ad Obama. Un colpo da maestro per Putin.

Conseguenze geopolitiche della crisi ucraina
Il G7 non ha calcolato che prendendo misure per isolare la Russia, oltre al fatto di applicare a se stesso una “punizione sado-masochista” secondo Hubert Vedrine, ex-ministro degli Esteri francese,  abbia precipitato un processo già ben avviato di profonda ristrutturazione del mondo a beneficio del gruppo non-occidentale guidato da Cina e Russia intorno ai BRICS. In risposta al comunicato del G7 del 24 marzo [3], i ministri degli Esteri dei Paesi BRICS hanno espresso il loro rifiuto di tutte le misure per isolare la Russia e hanno immediatamente colto l’occasione per denunciare lo spionaggio statunitense contro i loro leader chiedendo in buona misura agli Stati Uniti di ratificare la nuova distribuzione dei diritti di voto in seno a FMI e Banca Mondiale, quale primo passo verso un “ordine mondiale più equo” [4]. Il G7 non si aspettava una risposta così rapida e virulenta dai BRICS. Questo episodio suggerisce che il G20, di cui G7 e BRICS sono i pilastri principali, potrebbe subire una grave crisi prima del prossimo vertice a Brisbane (Australia) il 15 e 16 novembre, soprattutto se il G7 continua a marginalizzare e punire la Russia. E’ quasi certo che una maggioranza nel G20 condannerà le sanzioni contro la Russia, così isolando il G7. Nella loro dichiarazione, i ministri dei Paesi BRICS hanno ritenuto che decidere che ne sia membro e quale sia il suo scopo dipenda dai suoi membri, messi tutti “su un piano di parità“, e che nessuno dei suoi membri “può deciderne unilateralmente natura e carattere“. I ministri hanno chiesto di risolvere l’attuale crisi nel contesto delle Nazioni Unite “con calma, competenza, rinunciando a linguaggio ostile, a sanzioni e contro-sanzioni”. Un duro colpo per il G7 e l’UE! Il G7, infilatosi in un vicolo cieco, viene avvertito di fare concessioni significative se vuole continuare ad avere una certa influenza nel G20. Inoltre, due importanti eventi sono annunciati per le prossime settimane.
Primo, Vladimir Putin si recherà in visita ufficiale in Cina a maggio. I due giganti sono in procinto di firmare un importante accordo energetico che intacca sostanzialmente il mercato globale dell’energia, sia strategicamente che finanziariamente. Le operazioni non saranno più in dollari ma nelle valute nazionali dei due Paesi. Riguardo la Cina, la Russia non avrà alcun problema a venderle la propria produzione di gas nel caso l’Europa occidentale decida di cambiare fornitore. E nello stesso evento Cina e Russia potrebbero firmare un accordo di partnership industriale per la produzione di 25 caccia Sukhoj, altamente simbolico. Dall’altra parte, durante il vertice dei Paesi BRICS in Brasile a luglio, la Banca di sviluppo del gruppo, annunciata nel 2012, potrebbe prendere forma e offrire un’alternativa a FMI e Banca mondiale, sempre riluttanti a cambiare le loro regole operative, dando più peso alle economie emergenti e alle loro valute rispetto al dollaro. Infine, vi è un aspetto importante del rapporto tra Russia e NATO poco commentato dai media, ma molto rivelatore dello stato di dipendenza dell'”occidente” quando ritirerà le sue truppe dall’Afghanistan. Dal 2002, la Russia ha accettato di cooperare con i Paesi occidentali nella logistica per le truppe nel teatro afgano. Su richiesta della NATO, Mosca ha autorizzato il transito di materiale non letale per l’ISAF (International Security Assistance Force), via aerea o terrestre tra Dushanbe (Tagikistan), Uzbekistan ed Estonia, attraverso la piattaforma multimodale di Uljanovsk in Siberia. Si tratta niente di meno di trasmettere i rifornimenti di migliaia di uomini che operano in Afghanistan, tra cui tonnellate di birra, vino, torte, hamburger, lattuga fresca, il tutto trasportato da aerei civili russi dato che le forze occidentali non dispongono di mezzi aerei sufficienti per supportare un dispiegamento militare di tale portata. L’accordo NATO-Russia dell’ottobre 2012 estende la cooperazione all’installazione di una base aerea russa in Afghanistan, con 40 elicotteri, in cui il personale afghano viene addestrato nella lotta antidroga a cui gli occidentali hanno rinunciato. La Russia ha rifiutato di consentire il transito nel suo territorio di attrezzature pesanti, ponendo un serio problema alla NATO al momento del ritiro delle sue truppe. Infatti non possono passare da Kabul a Karachi via terra, a causa degli attacchi ai convogli da parte dei taliban. Essendo impossibile la via del Nord (Russia), le attrezzature pesanti sono state portate da Kabul agli Emirati Arabi Uniti e poi spedite ai porti europei, quadruplicando il costo della ritirata. Per il governo russo l’intervento della NATO in Afghanistan è stato un fallimento, ma il suo ritiro “precipitoso” prima della fine del 2014, aumenterà il caos e comprometterà la sicurezza della Russia, causando una recrudescenza del terrorismo.
La Russia ha anche importanti accordi con l’occidente negli armamenti. Il più importante è probabilmente quello firmato con la Francia per la produzione nei rispettivi arsenali di due portaelicotteri francesi da 1,3 miliardi di dollari [5]. Se il contratto viene annullato per le sanzioni, la Francia dovrà restituire gli importi già versati più le sanzioni contrattuali e rimuovere migliaia di posti di lavoro. La cosa peggiore è probabilmente la perdita di fiducia sul mercato degli armamenti francesi, come rilevato dal Ministero della Difesa russo. Non dimentichiamo che senza l’intervento della Russia, i Paesi occidentali non sarebbero mai stati in grado di raggiungere un accordo con l’Iran sulla non-proliferazione nucleare, o con la Siria sul disarmo chimico. Questi sono fatti che i media occidentali tacciono. La realtà è che a causa della sua arroganza, ignoranza della storia e goffaggine, il blocco occidentale precipita nella decostruzione sistemica dell’ordine mondiale unipolare offrendo a Russia e Cina, sostenute da India, Brasile, Sud Africa e molti altri Paesi, la “l’ opportunità” di rafforzare l’unità del blocco alternativo. L’evoluzione è in corso, lentamente e gradualmente (nessuno vuole dare un calcio al formicaio destabilizzando improvvisamente il sistema globale), ma ad un tratto tutto va più veloce e l’interdipendenza cambia le regole del gioco. Al G20 a Brisbane sarà interessante vedere cosa farà il Messico, dopo i vertici del G7 a Bruxelles a giugno e dei BRICS in Brasile a luglio. La situazione è molto fluida e si evolverà rapidamente, richiedendo grande flessibilità diplomatica. Se il G7 persiste nella sua intenzione di emarginare o escludere la Russia, il G20 potrebbe disintegrarsi. Il Messico, catturato nelle reti del TLCAN e del futuro TPP, deve scegliere tra il Titanic occidentale che affonda o adottare una linea indipendente seguendo i suoi interessi di potenza regionale dalle ambizioni globali, avvicinandosi ai BRICS.

BRICS-ToonNote
[1] “Discours de Vladimir Poutine sur l’adhésion de la Crimée“, Vladimir Poutine, Réseau Voltaire, 18 marzo 2014.
[2] “Henry Kissinger propone di finlandizzare l’Ucraina“, Réseau Voltaire, 8 marzo 2014.
[3] “Déclaration du G7 sur la Russie“, Réseau Voltaire, 24 marzo 2014.
[4] “Conclusions of the BRICS Foreign Ministers Meeting”, Voltaire Network, 24 March 2014.
[5] “La Francia non venderà armi alla Russia?“, Réseau Voltaire, 20 mars 2014.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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