La Cina prevale sugli USA con la fine imminente del TPP

Ariel Noyola Rodriguez*, Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).
China's President Xi Jinping addresses audience during a meeting of the APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) Ceo Summit in LimaLa battaglia per il dominio del commercio mondiale va a favore della Cina. Di fronte alle minacce di Donald Trump d’imporre barriere tariffarie e liquidare gli accordi di libero scambio, come l’alleanza TPP, Pechino tesse rapporti coi vari partner importanti di Washington. Nel XXIV vertice APEC è apparso chiaro che la fine imminente del TPP sia un’ottima opportunità per la Cina che, sorprendentemente, ha proposto ai Paesi che hanno firmato il TPP a febbraio la costruzione di un grande accordo di libero scambio, senza gli Stati Uniti.
L’influenza degli Stati Uniti nel commercio mondiale svanisce. Poco dopo la vittoria elettorale di Donald Trump su Hillary Clinton, la squadra del presidente Barack Obama ha sorpreso amici e nemici abbandonando, improvvisamente, la pressione intensa sul Congresso per la ratifica dell’accordo transpacifico di cooperazione economica (TPP). La fine del TPP è imminente. Secondo le disposizioni, per entrare in vigore è necessaria l’approvazione legislativa di almeno sei Paesi e, in parallelo, questi devono totalizzare l’85% del prodotto interno lordo (PIL) dei 12 membri. L’economia degli Stati Uniti ne rappresenta da sola oltre il 60%. Pertanto, una volta che Obama cede il TPP a Trump, è quasi certo sarà sepolto dal prossimo Congresso degli Stati Uniti. Michael Froman, rappresentante del commercio degli Stati Uniti, aveva già avvertito a luglio che se i legislatori del Paese non ratificavano il TPP, le “chiavi per il castello” della globalizzazione sarebbero passate alla Cina. Parole profetiche. Le aspirazioni imperiali di Obama sono fallite e gli USA non detteranno più le regole del gioco. Attualmente, la maggior parte del commercio si concentra in Asia, Cina in testa. I leader di Pechino lavorano da tempo su varie iniziative di libero scambio multilaterali, per consolidare l’influenza regionale e globale con il Partenariato regionale globale economico (RCEP) e L’Accordo per il libero commercio in Asia-Pacifico (FTAAP). Al XXIV vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC), tenutosi a Lima (Perù), Il Presidente della Cina Xi Jinping ha proposto ai Paesi firmatari del TPP diAmerica (Cile, Messico e Perù) e Oceania (Australia e Nuova Zelanda), l’adesione agli accordi di libero scambio promossi dal suo governo e all’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico (ASEAN). Ma quale delle due iniziative di libero scambio promosse dalla Cina davvero soppianterà il TPP?
Per Pechino sarà difficile attuare il FTAAP, che comprende gli Stati Uniti; perché se Donald Trump finora s’è categoricamente opposto al TPP, è chiaro che non sosterrà un’iniziativa sul libero scambio guidata dalla Cina. Si ricordi anche che Trump ha promesso agli elettori di abbandonare, o nel migliore dei casi rinegoziare, gli accordi di libero scambio che gli Stati Uniti hanno firmato negli ultimi decenni. A suo avviso, gli accordi come il North American Free Trade Agreement (NAFTA, per il suo acronimo in inglese) sono un disastro. In questo scenario, la Cina cerca di far aderire alla sua causa i principali partner commerciali degli Stati Uniti, con l’impegno a continuare a favorire la libera circolazione delle merci. Dal mio punto di vista, il RCEP è l’iniziativa di libero scambio che dà alla Cina la possibilità di colmare il vuoto che Washington lascia col TPP. “La Cina dovrebbe redigere un nuovo accordo che soddisfi le aspettative del settore e continuare lo slancio per la creazione di una zona di libero scambio”, dichiarava ai primi di novembre Li Baodong, Viceministro degli Esteri della Cina. Il RCEP comprende i Paesi membri del TPP meno Canada, Cile, Messico, Perù e ovviamente Stati Uniti. Con oltre 3 miliardi di abitanti, il RCEP comprende gli altri Paesi asiatici dal grande dinamismo economico: Cambogia, Cina, Corea del Sud, India, Indonesia, Filippine, Laos, Myanmar e Thailandia. Sorge allora la domanda se la RCEP sia una sorta di espansione del TPP, con la Cina che sostituisce gli Stati Uniti. Non esattamente. La portata della RCEP non è la stessa del TPP. Finora gli obiettivi della RCEP si limitano all’eliminazione delle barriere tariffarie. Il TPP, tuttavia, è molto più di un accordo di libero scambio, perché tra le altre cose, mette a disposizione delle grandi aziende i diritti di proprietà intellettuale, minaccia la protezione dell’ambiente, viola i diritti dei lavoratori e, per quanto poco, consegna ai tribunali internazionali la risoluzione delle controversie tra governi e aziende. Pertanto, diversi leader guardano favorevolmente al ‘piano B’ suggerito dai cinesi, tra cui il presidente del Perù Pedro Pablo Kuczynski, che crede che un accordo di libero scambio alternativo al TPP sia necessario. Sebbene i Paesi dell’Alleanza del Pacifico (composta da tre membri latino-americani del TPP, più la Colombia) sono interessati a continuare a mantenere ottimi rapporti con gli Stati Uniti, allo stesso tempo vogliono avere accordi con Cina e Russia.
Senza dubbio, l’incertezza politica che affligge gli Stati Uniti dopo le elezioni dell’8 novembre viene magistralmente sfruttata dal drago cinese. Di fronte alle minacce di Trump di aprire una nuova era protezionistica, la risposta di Xi è potente: la globalizzazione del commercio guidato da Pechino continuerà, con o senza appoggio di Washington.malacanang-king-20161120-apec-peru-family-photoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Passaggio a nord-est: nuove prospettive per il Pacifico

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 14/11/2016map_kapitankhlebnikov_epicnortheastpassageVenti anni fa, otto Stati artici crearono il Consiglio artico (AC) per sviluppare congiuntamente la regione artica e preservare l’ambiente e la cultura dei popoli indigeni. Inizialmente, Danimarca, Islanda, Canada, Norvegia, Russia, Stati Uniti, Finlandia e Svezia aderirono al Consiglio. Più tardi, altri Stati con interessi nella regione artica si unirono. India, Cina, Singapore, Corea del Sud e Giappone hanno lo status di osservatori da diversi anni. Considerando capacità finanziaria e vasta esperienza nella logistica marittima di questi Paesi, possono rendere un valido aiuto agli Stati membri del CA. Fecero tutti sforzi strenui per aderire al consiglio, ed oggi fanno del loro meglio per accedere a risorse artiche e rotte marittime. Il vero tesoro del settore eurasiatico del Mar Glaciale Artico è, naturalmente, la rotta del Mar del Nord russo (NSR) nell’Oceano Artico, lungo le coste settentrionali della Federazione Russa. Ultimamente, la Russia ha dedicato molta attenzione allo sviluppo di questa rotta unica. Nel discorso del dicembre 2015 all’Assemblea Federale, il Presidente Vladimir Putin parlò del valore della NSR, più volte indicata pietra angolare della crescita economica e della sicurezza dei trasporti dei territori del nord e della Russia. È la rotta più breve dalla Russia europea all’Estremo Oriente. In senso più ampio, la NSR è una sezione enorme della più breve rotta marittima che collega Europa ed Asia, Atlantico e Pacifico. L’accesso alla NSR significherebbe per gli Stati asiatici forte riduzione di tempi e costi per spedire merci in Europa. Attualmente, quasi tutte le merci arrivano in Europa attraverso il canale di Suez, lungo le coste meridionali dell’Eurasia. Non solo è una rotta molto più lunga, ma anche più rischiosa poiché vi sono minacce da pirati e terroristi. Negli ultimi anni, i rischi per il trasporto merci lungo questa rotta sono raddoppiati per le tensioni nel Pacifico. Dispute territoriali tra Cina e altri Paesi della regione e i tentativi degli Stati Uniti di mantenere l’influenza, potrebbero innescare una situazione in cui qualcuno decida di bloccare la rotta. Non sarebbe difficile, da questa via diverse aree vulnerabili potrebbero essere facilmente occupate da relativamente piccoli gruppi. Vi sono degli stretti, tra cui il canale di Suez e lo stretto di Malacca. Se, Dio non voglia, qualcosa accadesse, la NSR diverrebbe vitale per il commercio dei Paesi della regione Asia-Pacifico con l’Europa. Va ricordato che la NSR attraversa le acque territoriali russe, il che significa che i Paesi che cercano di usarla dovranno costruire rapporti con la Russia. Questa circostanza potrebbe avere un ruolo importante nello sviluppo delle relazioni internazionali russe. Per di più, gli Stati che desiderano utilizzare la NSR dovrebbero partecipare allo sviluppo, anche come investitori. È difficile e costoso mantenere la NSR. La Russia deve impiegare la sua flotta di rompighiaccio, ancora di più in inverno, molto costosa, per permetterne la navigazione.
Oggi, la Russia utilizza la NSR per lo più per i carichi e rifornimenti dei prodotti industriali locali dai porti nell’estremo nord. Uno degli utenti principali della NSR è la società russa Norilsk Nickel, che possiede più della metà delle merci spedite tramite la NSR. Dato che Norilsk Nickel possiede i rompighiaccio, l’azienda può spedire i propri prodotti tutto l’anno. Gazprom e Rosneft sono altre due società che impiegano la NSR. Il Programma di sviluppo dei Territori del Nord russo implica l’impegno di imprese straniere che vogliano partecipare alla navigabilità della NSR. Il Giappone è uno dei Paesi che mostrano un genuino interesse alla cooperazione. All’inizio del 2016, l’ambasciatore del Giappone Kazuko Shiraishi fece una dichiarazione curiosa, dicendo che il Giappone era disposto a spedire il 40% delle merci che invia attualmente in Europa, attraverso la NSR. Il Giappone, a sua volta, può aiutare nel monitorare le condizioni dei ghiacci. La Cina è un altro importante possibile utente della NSR. A prima vista, potrebbe sembrare piuttosto strano, poiché la Cina sviluppa la Via della Seta marittima, collegando Asia ed Europa attraverso la suddetta rotta del sud. Alcuni esperti hanno predetto che la Via della Seta marittima e il Passaggio a nord-est diverrebbero rivali. Tuttavia, sembra che la Cina veda dei vantaggi nell’avere una rotta alternativa, comprendendo la volatilità della situazione nella regione Asia-Pacifico. Comunque, il governo cinese ha dimostrato interesse per la NSR in varie occasioni. Nel 2013, la prima nave cinese, Yong Sheng, navigò lungo la NSR, salpando dal porto di Dalian (Cina) e arrivando a Rotterdam (Paesi Bassi). Tuttavia, resta ancora molto da fare per far diventare la NSR un’alternativa adeguata alla rotta meridionale, come sviluppare sofisticate infrastrutture con terminali marittimi in diverse sezioni della rotta per il carico e lo scarico (attualmente, solo un porto, a Dudinka, può ospitare navi per tutto l’anno). La parte russa spera negli investitori cinesi come possibili partner in questo progetto. A quanto pare, il “Celeste Impero” è anche impegnato a garantirsi una presenza nella NSR. Attualmente, la Cina partecipa energicamente allo sviluppo della regione di Arkhangelsk. Per molti secoli, Arkhangelsk è stato il punto d’appoggio strategico della Russia nella regione artica. Questa è una delle sezioni principali della NSR, dall’alta concentrazione di impianti industriali e porti marittimi importanti. Oggi, come ieri, la regione di Arkhangelsk ha la massima priorità nel nuovo programma di “sviluppo socio-economico della regione artica russa”. Nell’ottobre 2016, la società russa Arctic Transportation e il polo industriale “Archangelsk” firmavano un contratto con la cinese Poly International Holding Co. secondo cui la società cinese finanzierà la costruzione di un porto oceanico nell’isola Madjug sul Mare bianco. Questo sarà un contributo importante allo sviluppo della NSR. Si prevede che entro il 2030 il nuovo porto possa superare i 30 milioni di tonnellate di merci. Il profondo interesse della Cina nella regione di Arkhangelsk è stato dimostrato ancora una volta quando la grande azienda cinese Huadian decise d’investire nel settore energetico della regione. La scorsa estate, la joint enterprise russo-cinese “Huadian-Arkhangelsk CHPP” comprò l’unica azienda di riscaldamento nella regione, l’Arkhangelsk CHPP, pagandone il debito di 2,7 miliardi di rubli. E’ chiaro che la Cina è veramente interessata ad accedere ai territori artici della Federazione Russa.
Il Passaggio a nord-est è una rotta unica, che può fare della Russia uno dei più importanti Paesi di transito del mondo. Inoltre, la NSR può attrarre molti grandi investitori stranieri. E il più importante compito della Russia è dargli un caloroso benvenuto.arkhangelsk-russia-9Dmitrij Bokarev, politologo, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai trasforma l’Eurasia

Ariel Noyola Rodriguez, Russia Today

L’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai è sulla strada per passare dalla cooperazione su sicurezza e difesa, ad unire gli sforzi in campo economico e finanziario. Nel corso del 15.mo vertice tenutosi ai primi di novembre, il Primo ministro della Cina, Li Keqiang, ha proposto ai membri del gruppo la creazione di una zona di libero scambio e di una banca di sviluppo regionale, che aumenterebbero l’influenza di Pechino e Mosca in una regione che, secondo un’importante geostratega degli USA, definirà il futuro dell’egemonia globale.
xxjidwe005001_20161110_bnmfn0a001_11nZbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, scrisse nel 1997 nel libro “La Grande Scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici”, che una delle condizioni per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia globale era impedire, a tutti i costi, l’emergere di una potenza avversaria nell’Eurasia. Oggi, Washington non solo non ha più il controllo su questa zona, ma i cinesi, insieme ai russi, costruiscono un grande circuito economico e finanziario tra i Paesi della regione. I media occidentali hanno per lo più nascosto che, ai primi di novembre, il Primo ministro della Cina Li Keqiang visitava diversi Paesi dell’Asia centrale, per poi atterrare a Bishkek (Kirghizistan), dove partecipava al 15.mo vertice dei capi di governo della Shanghai Cooperation Organisation (SCO). La SCO, che copre 300 milioni di chilometri quadrati (circa il 60% dell’Eurasia) ed ospita un quarto della popolazione mondiale, attualmente comprende Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. India e Pakistan vi aderiscono con un processo che dovrebbe completarsi al vertice di Astana nel giugno 2017. Anche se in origine fu concepita dal punto di vista militare e della sicurezza, oggi la SCO riguarda anche la cooperazione economica e finanziaria. Proprio come il commercio internazionale ha registrato la peggiore performance dalla crisi finanziaria del 2008, per i Paesi della SCO è necessario l’urgente rafforzamento dei legami, sia commerciali che negli investimenti. Per affrontare il rallentamento economico globale, è urgente che i Paesi emergenti rafforzino le relazioni sud-sud (tra i Paesi della periferia), per ridurne la dipendenza dalle nazioni industrializzate, oggi immerse nella stagnazione.
La proposta del Primo ministro della Cina di creare la zona di libero scambio tra gli aderenti alla SCO, punta precisamente all’integrazione orizzontale delle filiere produttive della regione eurasiatica. Nel momento in cui la Cina accelera il riorientamento dell’economia verso il mercato interno, diminuendo così la prevalenza dei massicci investimenti e della crescita del commercio estero, per gli altri Paesi della SCO è questione di prim’ordine cercare di saltare alla produzione ad alto valore aggiunto. D’altra parte, credo che la SCO debba esplorare la possibilità di unire le forze con altri programmi d’integrazione attuali, cercando di consolidarsi. L’eliminazione delle barriere tariffarie potrebbe consentire ai Paesi della SCO d’incrementare sostanzialmente i flussi commerciali e gli investimenti con i blocchi regionali cui aderiscono le economie emergenti; per esempio l’Unione eurasiatica economica (UEE, composta da Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan) o l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN). E’ essenziale, in parallelo, che le strategie d’integrazione economica regionale guidate da SCO e UEE cerchino di stabilire al più presto possibili alleanze con le zone di libero scambio che la Cina guida nel continente asiatico, cioè trovare punti di convergenza, per esempio, con l’Accordo economico pan-regionale (RCEP).
A mio avviso, il ruolo della Cina nei flussi commerciali mondiali offre enormi vantaggi ai Paesi dell’Eurasia, tuttavia, non si tratta solo di vendere merci in uno dei mercati più dinamici nel mondo, ma anche di acquistare beni a prezzi molto più bassi. Inoltre, va notato che durante l’incontro con gli omologhi della SCO, Li avanzava la proposta d’implementare una banca di sviluppo regionale e di un fondo di credito speciale, strumenti che, a suo avviso, soddisferanno le esigenze finanziarie della regione eurasiatica. Se si materializzassero, queste istituzioni si aggiungerebbero alle istituzioni finanziarie guidate dalla Cina, avviate negli ultimi anni: Nuova Banca per lo sviluppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e Banca per gli investimenti per lo sviluppo infrastrutturale asiatico (AIIB). E’ importante notare che tutte queste iniziative hanno per obiettivo principale convogliare i risparmi dei Paesi emergenti verso il finanziamento delle più ambiziose iniziative economiche e geopolitiche della Cina in questi ultimi tempi: ‘Cintura e Via’ (‘One Belt, One Road‘), una vasta rete di trasporti collegante i Paesi di Est, Sud e Sud-Est asiatico con Medio Oriente, Nord Africa e continente europeo. La RPC conferma, ancora una volta, che l’integrazione economica dell’Asia è una delle sue priorità strategiche. Sebbene l’amministrazione Obama abbia lanciato la “dottrina del perno” nel 2011, una missione strategica della difesa per contenere l’ascesa della Cina a grande potenza, i leader di Pechino hanno agito in modo più efficace, consolidando la leadership regionale. Ora, sembra che l’avvertimento di Brzezinski di venti anni fa sia divenuto una realtà dolorosa per gli USA. La SCO sostenuta in modo deciso da Cina e Russia, guida la grande trasformazione dell’Eurasia…xxjidwe005001_20161110_bnmfn0a002_11nTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sauditi e cinesi si sbarazzano di 346 miliardi di titoli degli USA

Zerohedge 18 ottobre 2016

usd-currency-rothschildUn mese fa, quando osservano l’ultimo aggiornamento della FED sui titoli del Tesoro detenuti, notammo qualcosa di preoccupante: erano scesi drasticamente, di oltre 27,5 miliardi in una settimana, la maggiore riduzione in una settimana dal gennaio 2015, portando il totale delle riserve a 2830 miliardi di dollari, il minimo dal 2012.
Un mese dopo, aggiorniamo i dati scoprendo che nell’ultimo aggiornamento settimanale, le banche centrali straniere continuano a liquidare i titoli degli Stati Uniti tenuti in conto deposito dalla FED, scendendo di altri 22,3 miliardi la scorsa settimana, arrivano a titoli detenuti per 2805 miliardi di dollari, il nuovo minimo dal 2012.1-tsy-custodyPoi oggi, oltre ai dati sui titoli della FED, vi sono gli ultimi dati mensili del Treasury International Capital che mostrano che la stessa tendenza preoccupante del mese prima accelera. Ricordiamo che negli ultimi 12 mesi abbiamo osservato una non così furtiva, ma difatti massiccia vendita, per 343 miliardi di dollari, di titoli del Tesoro da parte delle banche centrali estere nel periodo luglio 2015- luglio 2016; senza precedenti per dimensioni e ambito. Arrivando ad oggi, nell’ultimo aggiornamento mensile, di luglio, si scopriva che quello ciò che un mese prima era “semplicemente” il record di 343 miliardi di vendite delle banche centrali estere nel periodo LTM, terminato il 30 luglio, un mese dopo il dato era balzato a 346,4 miliardi, cioè oltre un terzo di triliardo di titoli del Tesoro venduti negli ultimi 12 mesi.2-tsy-sales-1Tra i maggiori venditori, secondo i prezzi di mercato, non a caso vi era la Cina, che a luglio “vendette” 34 miliardi di titoli degli Stati Uniti (se la cifra effettiva è diversa, in quanto questa particolare serie viene regolata dalle variazioni di mercato (MTM), sarà simile), la più grande svendita mensile dal 2012, portando il totale a 1185 miliardi di dollari, il più basso dal 2012.3-20161018_chinatsyNon solo la Cina: l’Arabia Saudita continua a vendere i suoi TSY, e ad agosto i titoli dichiarati (ancora una volta regolati dal MTM), scendevano da 96,5 a 93 miliardi, il minimo dall’estate del 2014.4-20161018_sauditsyCome sottolineammo un mese fa, è sempre più evidente che banche centrali estere, fondi sovrani, gestori di riserve e praticamente ogni altra istituzione ufficiale in possesso di titoli degli Stati Uniti, liquidano le partecipazioni a un ritmo molto preoccupante. In alcuni casi, come la Cina, ciò viene compensato dalla pressione della svalutazione; in altri, come l’Arabia Saudita, fornisce i fondi necessari per compensare il crollo del petrodollaro e colmare il deficit di bilancio impennatosi nel Paese. Allora, a chi vendono? La risposta, almeno per ora, sono i privati, in altre parole, proprio come nel mercato azionario l’investitore al dettaglio è il detentore finale, nel caso dei titoli del Tesoro degli USA “gli investitori privati” esteri e nazionali ne depositano a centinaia di miliardi nelle banche centrali. Chissà se lo farebbero sapendo chi glieli vende. Nel frattempo, se solo due mesi prima i rendimenti erano ai minimi storici, improvvisamente il quadro s’invertiva e i titoli detenuti improvvisamente preoccupano BoJ, FED e fors’anche BCE, riducendo presto gli acquisti a lungo termine. Cosa succederà se, oltre alle vendita delle istituzioni ufficiali estere, anche i privati cesseranno di acquisire. La risposta? Altra monetizzazione del debito dalla FED degli Stati Uniti sarà il risultato più probabile, cioè più Quantitative Easing. Badiamo a questo perché, divertente, la FED ancora cova l’ingenua speranza di alzare i tassi nelle prossime settimane.9dd0ed4c-ff84-11e5-a9b2-800cbf78bba6_1280x720Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Isteria americana: sanzioni, disinformazione e terrorismo non fermano i BRICS

Ruslan Ostashko, PolitRussia, 18 ottobre 2016 – Forte Russ

brics-flags-generic_650x400_71458654083Pochi giorni fa a Goa, in India, i leader dei Paesi BRICS compivano un altro passo verso la riforma dell’ordine mondiale. Nonostante le affermazioni occidentali e di certi media ed esperti russi sui BRICS in crisi ed organizzazione non più necessaria, è improvvisamente apparso chiaro che l’unione, consolidando le maggiori economie in via di sviluppo, si rafforza a pieno. Se si chiamano le cose con il loro nome, allora va riconosciuto che i BRICS sono più vivi di tutti i vivi e saranno ai funerali di coloro che ne affermano la morte. Va attirata l’attenzione su un fatto che ha molto addolorato gli Stati Uniti, in particolare dipartimento di Stato e CIA. Se si ricorda, fecero sforzi titanici per organizzare l’impeachment dell’ormai ex-Presidentessa brasiliana Dilma Rousseff. L’operazione è stata lunga, sporca e le orecchie statunitense sporgevano dalle quinte, tanto che fu del tutto indecente. Dall’ascesa del protetto degli statunitensi Michel Temer, molti si aspettavano l’imminente fine dei BRICS. In pratica, gli statunitensi furono palesemente ingannati. Temer arrivava a Goa con una coorte di uomini d’affari brasiliani dichiarando di accoglierne i necessari investimenti nel Paese. Non una parola su abbandono o crollo dei BRICS. Tutte le conversazioni riguardavano i soldi. Gli statunitensi ne saranno offesi, non avendo trovato in Brasile il suo Poroshenko. Netto fallimento della politica estera degli Stati Uniti. In questo contesto, passava inosservata la notizia che la Nuova Banca per lo Sviluppo (Banca BRICS), creata congiuntamente, dal prossimo anno investirà in specifici progetti infrastrutturali, anche in Russia, e probabilmente avvierà l’emissione di obbligazioni nelle valute dei Paesi BRICS, anche rubli. Così, il dominio del sistema finanziario globale di FMI e Banca mondiale volge visibilmente al termine. La ciliegina sulla torta è la dichiarazione dei leader dei BRICS che l’organizzazione debba svolgere un ruolo più importante nell’influenzare l’agenda internazionale. Ciò fu vivacemente e fermamente espresso dal leader cinese Xi Jinping. Traducendone la dichiarazione dal linguaggio diplomatico a uno semplice: influenzare l’agenda globale è un gioco a somma zero. Quando qualcuno influenza di più, l’altro influenza di meno. E sono gli Stati Uniti, che hanno influenzato tutti, che influenzeranno di meno.
I tentativi diplomatici statunitensi (e di certi europei) di proteggere terroristi e specialisti militari statunitensi intrappolati ad Aleppo appaiono francamente grotteschi in questo contesto, minacciando la Russia di nuove sanzioni, che l’entourage di Angela Merkel ha già accettato, a quanto pare per spaventare Vladimir Putin. Il piano non ha funzionato, ed è improvvisamente chiaro che non solo non ha funzionato, ma ha fallito miseramente. Si guardi cosa il capo della diplomazia europea, Federica Mogherini, ha detto: “Le sanzioni sono attivamente discusse sui media, ma non nelle nostre riunioni. Non un solo Paese l’ha proposto nei nostri incontri“. Uh oh! Ecco cosa accade quando bluffano? Gli statunitensi hanno effettuato un attacco psicologico e mediatico contro la Russia, scoprendo in realtà che nessuno aveva proposto nuove sanzioni. Non solo è una vergogna, ma un segno di disperazione. Cosa potranno fare gli statunitensi per rallentare la fine della loro egemonia globale? Si daranno da fare con campagne di disinformazione, coi media che controllano. E lo fanno. Possono anche accanirsi con i rastrellamenti diplomatici. E lo fanno. Possono imporre sanzioni. E lo fanno. Purtroppo hanno anche la possibilità di usare il terrorismo. E lo fanno pure.
Credo che Motorola sia stato vittima delle ambizioni geopolitiche dei nostri nemici. Sottolineo che questa valutazione non dipende da chi ha piazzato l’esplosivo o a quale gruppo o nazionalità appartenesse. Non importa, questo crimine porta agli Stati Uniti, e vi si deve rispondere a freddo, abilmente, in modo asimmetrico e naturalmente senza rivendicarla. L’isteria dei falchi statunitensi dimostra ancora una volta che la tattica fredda e costante della Russia produce i risultati migliori. Non va cambiata e va continuata scacciando gradualmente gli statunitensi, prestando particolare attenzione a quei punti nel mondo che gli sarebbero più dannosi. Perdere Aleppo è un disastro tangibile per gli statunitensi. Per noi, lo ripeto, non c’è che una sola opzione: continuare lentamente e costantemente a fare pressione nel mondo. E chi resisterà fino alla fine sarà il vincitore di questo conflitto geopolitico. Le crepe dell’egemonia degli USA sono già visibili e l’isteria statunitense è già frastornante. È impossibile interrompere la creazione del mondo multipolare.1046380534Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora