Come l’America Latina dovrebbe affrontare la tempesta finanziaria?

Ariel Noyola Rodríguez*  Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Banco-del-SurAmerica Latina e Caraibi affrontano uno dei suoi momenti più critici della crisi globale scoppiata nel settembre 2008. Le economie della regione non solo sono rallentate, ma i Paesi del Sud America hanno subito gravi contrazioni, soprattutto Brasile e Venezuela. Nell’ultimo vertice della CELAC a Quito, Ecuador, s’è rivelata la necessità di serrare le fila sull’unità dell’America Latina e, allo stesso tempo, sul funzionamento dei vari strumenti di cooperazione finanziaria regionali: Banca del Sud, Fondo del Sud e uso delle valute locali nel commercio.
Inevitabilmente, al quarto vertice della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC) del 27 a Quito, in Ecuador, economia, sviluppo e integrazione regionale erano tra gli argomenti più discussi. Non è un segreto che le economie latino-americane sono gravemente colpite del drastico calo dei prezzi delle materie prime (commodities). Nel 2015 il PIL dell’America Latina si è ridotto dello 0,4%, registrando la peggiore performance dalla recessione del 2009. E secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) il tasso di crescita di quest’anno sarà solo dello 0,2%. La situazione economica è ancora più triste nei Paesi esportatori di materie prime: il PIL del Sud America è sceso dell’1,6% lo scorso anno e sarà negativo nel 2016. Senza dubbio, il boom legato all’esportazione di materie prime (commodities) è esaurito. Nel 2015 il commercio extra-regionale dell’America Latina è sceso del 14%, ed il commercio intra-regionale è crollato del 21%. La deflazione (caduta dei prezzi) ha colpito anche i flussi degli investimenti diretti esteri sullo sfruttamento delle risorse naturali (agricoltura, metalli, minerali, petrolio, ecc), scesi di oltre il 20% nei primi sei mesi dell’anno scorso. I prezzi delle materie prime continueranno ad essere bassi, quindi si deve puntare sulla diversificazione. Non c’è tempo da attendere, i leader dell’America Latina devono passare dalle parole ai fatti, altrimenti la crisi economica sarà ancor più profonda. Se il Federal Reserve System (FED) degli Stati Uniti alza il tasso d’interesse dei fondi federali, i Paesi latino-americani rischiano una crisi di liquidità di enormi proporzioni. Se tale scenario s’impone ci sarà una grave battuta d’arresto sociale: centinaia di migliaia di persone ridiventeranno povere.
Quindi ci si chiede cosa fare. Per far fronte al terremoto finanziario le azioni congiunte sono più efficaci di quelle singole. In questo senso, gli ultimi vertici della CELAC hanno nuovamente messo sul tavolo la necessità di applicare a pieno le potenzialità dell’architettura finanziaria regionale. Ad esempio, per smorzare la massiccia fuga di capitali va attuato il Fondo del Sud. E’ inconcepibile che i risparmi dei Paesi dell’America Latina siano utilizzati per finanziare il Gruppo dei 7 (G-7, composto da Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito). Invece, le riserve internazionali delle banche centrali dell’America Latina dovrebbe essere usate congiuntamente per stabilizzare la bilancia dei pagamenti ed evitare di cadere nella trappola delle svalutazioni competitive. D’altra parte va notato che da un paio di settimane sostengo che, cedendo alle pressioni delle aziende, il Ministero degli Esteri brasiliano è il principale responsabile della marmellata burocratica della Banca del Sud, la nuova banca di sviluppo regionale per finanziare progetti produttivi e infrastrutture. I Paesi latino-americani devono investire ogni anno 320 miliardi di dollari per rispondere alla domanda di infrastrutture entro il 2020, secondo le stime del CEPAL. Le decisioni più importanti sull’integrazione regionale in America del Sud devono essere approvate dai Paesi più grandi: Brasile, Argentina e Venezuela. Purtroppo la mia ipotesi s’è avverata: firmata otto anni fa, solo cinque dei sette Paesi hanno ratificato la Carta di fondazione. Brasile e Paraguay non l’hanno ancora fatto, secondo Andres Arauz, rappresentante dell’Ecuador al consiglio del Banco del Sur. Quindi, anche se su regolamenti, dettagli tecnici e contributi i Paesi sono già d’accordo, l’istituto è inesistente. Secondo Veronica Artola, Vicedirettrice per la Programmazione e il controllo della Banca centrale dell’Ecuador, per attivare la Banca Sud il prerequisito è nominare almeno quattro dei sette membri del consiglio esecutivo. Bolivia, Ecuador e Venezuela hanno già i loro rappresentanti. Mentre nel caso dell’Uruguay manca la ratifica del nuovo governo di Tabaré Vázquez. Argentina, Brasile e Paraguay non hanno ancora avanzato le loro proposte. In conclusione, il calo dei prezzi delle materie prime aggrava la situazione delle economie della regione. Oggi è chiaro più che mai che il costo dell’inerzia di alcuni governi è troppo alto. Devono rapidamente sbloccare il Fondo e il Banco del Sud, gli strumenti dell’America Latina per affrontare le turbolenze finanziarie…exelente-estado-5-sucres-banco-sur-americano-2-enero-1920-418901-MEC20427480130_092015-FTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’intesa India-Pakistan trasformerà l’Eurasia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 31/01/2016modi-sharifNegli ultimi mesi, l’India del nuovo dinamico premier Narendra Modi e il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif hanno fatto i primi passi verso la soluzione di 70 anni di tensioni di confine. Le due grandi nazioni eurasiatiche puntano all’armonia politica e infine economica, che potrebbe cambiare notevolmente in meglio la geopolitica di guerre e caos mondiale. Saranno i Paesi chiave del cuore eurasiatico dell’emergente Shanghai Cooperation Organization, di cui entrambi sono gli ultimi aderenti. Provocherà infarti a Londra, New York e Riyadh.
E’ utile studiare la metodologia storica effettiva della strategia dell’equilibrio dei poteri inglese, quando l’impero crebbe dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815. In sostanza fu il dominio inglese sui mari del mondo, attraverso la Royal Navy, controllando il commercio mondiale pur mantenendo l’Europa continentale quale potenziale sfidante sottomessa, mantenendo sempre alleanze con gli Stati o le potenze avversari più deboli per condurre attriti o guerre contro l’avversario più forte, il che significava schierarsi una volta con la Prussia contro la Francia, e nell’altra con la Francia contro la Germania, e così via. Era chiaro alla fine della seconda guerra mondiale che gli Stati Uniti d’America, l’egemone emerso dalla guerra, non avevano alcuna intenzione di aiutare l’alleata Gran Bretagna a mantenere la zona commerciale favorita della sterlina imperiale inglese, per ripristinare infine l’impero e sfidare la nuova egemonia degli USA. Gli Stati Uniti decisero prima di smembrare quell’impero e infine dare alle società statunitense ciò che rimase. Dopo la guerra, crearono la Comunità europea del carbone per fare dell’Europa continentale devastata dalla guerra un loro vassallo economico, sempre con lo spauracchio dell’Unione Sovietica per mantenere l’Europa docile. Era il sistema di potere statunitense. Truman, nell’agosto 1945, su consiglio delle banche di Wall Street, scioccò Londra interrompendo bruscamente il programma affitti e prestiti di guerra con cui la fallita Gran Bretagna, di fatto, poteva importare beni vitali come il cibo. Washington perseguì la negoziazione di un prestito le cui condizioni chiesero che Il Regno Unito rendesse la sterlina convertibile.

Il sole tramonta sull’impero
La combinazione di richieste finanziarie di Washington nel dopoguerra al governo laburista di Clement Attlee e rovina dell’economia di guerra della devastata Gran Bretagna, rese mantenere l’impero, soprattutto l’India, fiscalmente impossibile. Quando il governo inglese nel 1947 nominò Lord Mountbatten in Birmania, zio del principe Filippo, a supervisore del passaggio del Raj indiano degli inglesi, allora comprendente anche Pakistan e Bangla Desh, all’indipendenza, Mountbatten fece in modo di gettare i semi di più di sei decenni di conflitti. Il suo piano, realizzato in sei mesi, puntava a ciò che chiamò “Teoria delle due nazioni”, tutte le aree con popolazione a maggioranza musulmana sarebbero diventate parte del Pakistan, e quelle con maggioranza indù si sarebbero unite all’India. I conflitti religiosi furono programmati dal divide et impera giocato dagli inglesi. Le placche tettoniche che Mountbatten pose in collisione furono l’India, Stato prevalentemente indù, e il Pakistan, Stato dalla schiacciante maggioranza musulmana sunnita. Sul Kashmir, territorio contestato oggi da India, Pakistan e Repubblica popolare cinese, Mountbatten lasciò che si decidesse in futuro se diventare parte dell’India o del Pakistan. Era come se avesse deciso di porre una bomba pronta al confine delle nuove nazioni. Incastrato nella valle dell’Himalaya tra le tre grandi nazioni asiatiche, il Kashmir è stato ed è oggi il centro della crisi che può, e troppo spesso è, esplodere nello scontro incontrollato tra India e Pakistan, entrambi in possesso di armi nucleari. Inoltre, il Kashmir è geopoliticamente strategico non solo per India e Pakistan, ma anche per la Cina. Oggi l’India vi staziona 700000 forze di sicurezza per mantenere sotto stretto controllo una popolazione di 7 milioni di musulmani nella valle del Kashmir. Ben 80000 persone furono uccise nel conflitto sul Kashmir negli ultimi due decenni ed 8000 civili sono i dispersi in Kashmir. Poco nota è l’affermazione della Cina sull’impatto del Kashmir nella sicurezza della provincia della Cina occidentale dello Xinjiang, al confine col Kashmir conteso, e sede della minoranza uigura musulmana Cina. Nel 1962, dopo una breve guerra di confine con l’India, la Cina prese il pieno controllo dell’Aksai Chin in Kashmir, al confine con la strategica provincia cinese dello Xinjiang. Dopo la guerra di confine del 1962 tra Cina e India, la Cina sviluppò la “solida amicizia” con il Pakistan, sostenendolo nelle guerre contro l’India nel 1965 e 1971, e sostenendone le pretese sul Kashmir. Il cosiddetto Movimento islamico del Turkestan Oriente (ETIM), così come SIIL e altri gruppi terroristici radicali, sono sempre più attivi nello Xinjiang, il cuore della produzione di petrolio e gas della Cina, e nodo dei gasdotti per Kazakistan e Russia. L’irrisolta partizione del Kashmir è la chiave geopolitica per risolvere le guerre infinite in Afghanistan, il conflitto tra Pakistan e India, e aprire l’intera regione al notevole futuro sviluppo economico cooperando con la Cina sui progetti infrastrutturali per strade, ferrovie e porti.

L’adesione alla SCO apre nuove porte
Negli ultimi mesi, aiutata dal governo poco filo-USA di Najendra Modi, l’India ha compiuto sottili passi per la distensione e infine porre fine al conflitto infinito tra India e Pakistan sul Kashmir. Dalla rielezione nel 2013 il regime pakistano del primo ministro Nawaz Sharif, capo della Lega musulmana pakistana e punjabi del Kashmir, ha allontanato da Washington il Pakistan che sotto il Generale Musharraf dipendeva dagli Stati Uniti dal 2001, nella guerra al terrorismo e nella disastrosa guerra in Afghanistan. Sharif, pur mantenendo relazioni amichevoli con Washington non è malleabile ed ha cercato migliori legami con la Cina, vecchia alleata del Pakistan, e con la Russia, forte alleata dell’India dalla guerra fredda. Modi, leader nazionalista indù del Bharatiya Janata Party (BJP), da quando è primo ministro indiano, nel maggio 2014, ha lanciato un’impressionante ripulita della burocrazia statale della pianificazione indiana, agendo per rendere gli investimenti esteri più attraenti. Il risultato è che nel 2015 l’India era il Paese leader negli investimenti esteri diretti nel mondo, superando anche la Cina. Modi ha compiuto grandi passi per migliorare le infrastrutture dei trasporti in India, in particolare autostrade e reti ferroviarie, riformando per prima le ferrovie. L’India di Modi ha lanciato la costruzione in joint venture francesi e statunitensi di 1000 nuove locomotive diesel col piano “Make in India”. A fine dicembre 2015, il suo governo ha firmato un accordo con il Giappone per costruire un sistema di treni ad alta velocità che collega Mumbai e Ahmadabad, e la massiccia espansione della rete autostradale in India, creando moderni collegamenti per le aree più remote per la prima volta. Inoltre, 101 fiumi saranno convertiti in corsi d’acqua nazionali per il trasporto di merci e passeggeri. Mentre l’agenda economica nazionale finora è impressionante, Modi sa chiaramente che il futuro della robusta trasformazione economica indiana è collegare la seconda nazione più popolosa del mondo allo spazio economico eurasiatico emergente, dominato da Cina e Russia. Nel luglio 2015 l’eurasiatica Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, gruppo sempre più strategico creato nel 2001 a Shanghai per incrementare la cooperazione nello spazio eurasiatico tra Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha votato per estendere lo status di piena adesione nel 2016 di Pakistan e India. E’ la prima espansione in 15 anni di storia della SCO, e potenzialmente la più significativa, in quanto apre l’intera area eurasiatica dalla Cina all’India attraverso Pakistan, Kazakistan, Russia e gli altri Stati aderenti all’Unione economica eurasiatica, tra cui oltre a Russia e Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan. Gli aderenti alla SCO nel 2015 approvavano ufficialmente la partecipazione al vasto programma per le infrastrutture stradali e marittime del Grande Progetto Via e Cintura della Cina. Modi prevede chiaramente di collegare la rete ferroviaria indiana aggiornata al progetto della Via della Seta della Cina. La distensione con il Pakistan è la chiave geografica di ciò. L’agenda economica eurasiatica è chiaramente il motivo trainante della visita a sorpresa di Modi nella capitale del Pakistan, Lahore, per incontrare il Primo ministro Sharif il 25 dicembre, di ritorno dai colloqui a sorpresa a Kabul, in Afghanistan e prima ancora, con Putin in Russia, dove entrambi i Paesi hanno deciso i principali programmi di Difesa ed energia nucleare. Il primo ministro del Jammu e Kashmir, Mufti Muhamad Sayid, ha salutato i colloqui Modi-Sharif affermando che rafforzeranno “l’amicizia e inaugureranno un’era di pace e stabilità nella regione. È un processo evolutivo e un passo nella giusta direzione“. Fu il primo viaggio in Pakistan di un primo ministro indiano dal 2004.
Sharif negli ultimi mesi ha impegnato il Pakistan in un cambio geopolitico sottile ma significativo. Per decenni l’Arabia Saudita aveva considerato il Pakistan uno Stato vassallo, economicamente arretrato e dipendente dalla generosità finanziaria saudita. Negli anni ’80, l’operazione Ciclone della CIA era il nome in codice per l’operazione degli Stati Uniti per addestrare i fanatici terroristi nominalmente musulmani, soprannominati Mujahidin, per la guerriglia contro i sovietici dell’Armata Rossa in Afghanistan, con l’intelligence pakistana, l’ISI dell’ultra-conservatore generale Muhammad Zia-ul-Haq, il dittatore scelto dall’amministrazione Reagan-Bush per la loro guerra empia, o come Zbigniew Brzezinski ha definito “Vietnam della Russia”. I mujahidin in Afghanistan furono reclutati dal giovane saudita Usama bin Ladin, che allora lavorava per l’operazione Ciclone della CIA gestita da Turqi al-Faysal, il capo dell’intelligence saudita fino a poco prima dell’11 settembre 2001, una persona vicina alla famiglia Bush Al-Faysal inviò il giovane ricco saudita Usama bin Ladin in Pakistan negli anni ’80 per reclutare terroristi fanatici sunniti nell’operazione Ciclone; migliaia di reclute dall’ultra-rigida Arabia Saudita wahhabita. Tale intimo corrotto legame saudita-pakistano chiaramente s’indebolisce col regime di Sharif, nonostante le riunioni di vertice tra l’esercito pakistano e il re saudita lo scorso novembre. Quando il ministro della Difesa saudita e di fatto presente sovrano, principe Salman, annunciava il 14 dicembre la formazione di una coalizione a guida saudita degli Stati sunniti che hanno accettato di combattere lo SIIL in Siria. Il Ministero degli Esteri del Pakistan annunciò che non gli fu formalmente chiesto e che non avrebbe aiutato i sauditi a schierare truppe in Siria. Potenzialmente molto più importante è lo sviluppo, tuttavia, dei rapporti tra Pakistan e India. Modi e Sharif si sono incontrati privatamente nel luglio 2015 ad Ufa, in Russia, al vertice della Shanghai Cooperation Organization, dove entrambi decisero la collaborazione diretta sulle misure antiterrorismo e Sharif invitò Modi al vertice del 2016 dell’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC). Ora, con la chiara volontà di Sharif e Modi di disinnescare il Kashmir e altri conflitti che hanno tenuto Pakistan e India in stato di tensione continua dal 1947, la prospettiva è più reale che mai, negli ultimi decenni, per la distensione e anche la cooperazione economica.
Con Cina e Russia impegnate nel dialogo positivo con entrambi i Paesi, e le immense prospettive economiche dei grandi progetti infrastrutturali della Via e Cintura della Cina, insieme all’Unione economica eurasiatica della Russia, il peggior incubo di Zbigniew Brzezinski, l’unione economica delle nazioni dell’Eurasia India, Cina e Russia è a portata di mano. L’Iran, le cui sanzioni imposte dagli Stati Uniti sono in procinto di essere tolte, chiaramente aderirà allo spazio economico eurasiatico. Si tratta dell’adesione di un osservatore della Shanghai Cooperation Organization che attende la revoca delle sanzioni. Una vista alla mappa eurasiatica mostra il vasto ed entusiasmante nuovo spazio geopolitico emergente. Nel suo famigerato libro del 1997, La Grande Scacchiera, Brzezinski, nel 1979 architetto della guerra dei Muhjaidin della CIA contro i sovietici in Afghanistan, osserva che “è imperativo che nessun sfidante eurasiatico emerga, capace di dominare l’Eurasia, e quindi anche di sfidare l’America”. Brzezinski continuò ad elaborare la minaccia di tale formazione eurasiatica: “Una potenza che domina l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo. Un semplice sguardo alla mappa suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa, rendendo emisfero occidentale e Oceania (Australia) geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo. Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive in Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo è lì, sia industriale che del sottosuolo. L’Eurasia rappresenta circa i tre quarti delle risorse energetiche conosciute al mondo”. La sfida per le nazioni eurasiatiche della SCO, con Pakistan e India ora, sarà impedire che “terrore” e altre interruzioni sabotino la distensione emergente tra Pakistan e India. Possiamo essere certi che il ministro della Difesa saudita, principe Salman, fa gli straordinari per trovare un modo per far deragliare la collaborazione assieme certe reti vicine ai falchi neoconservatori di Obama. I prossimi mesi saranno cruciali per il futuro dell’Eurasia e, per estensione, della pace e dello sviluppo politico-economico globali. Ancora una volta, Russia e Cina giocano un ruolo di mediazione costruttiva e l’occidente, in particolare Washington e gli alleati, fa di tutto per ostacolarlo.modi-sharif-1F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli Stati Uniti hanno deciso di distruggere il FMI?

Valentin Katasonov, Strategic Culture Foundation 26/01/2016

IMFCome sappiamo, lo scorso dicembre il Fondo monetario internazionale, su pressione del principale azionista, gli Stati Uniti, ha cambiato le regole importanti che ne governano le operazioni. D’ora in poi il FMI può continuare a lavorare con i Paesi che per un motivo o un altro non rispettano gli obblighi coi membri del fondo (i creditori ufficiali). Per sette decenni il FMI ha servito non solo come prestatore internazionale, ma anche e soprattutto come garante di ultima istanza dei prestiti che certi Stati membri davano ad altri. Nel 1956, i maggiori Paesi creditori crearono il Club di Parigi, un’organizzazione internazionale informale che, insieme al Fondo monetario internazionale, doveva garantire il rimborso di prestiti e crediti emessi dai creditori ufficiali (sovrani). Ma il Fondo monetario internazionale rimase l’ultima “linea di difesa”. Se il beneficiario di un prestito sovrano rifiutava di effettuare i pagamenti, il FMI avrebbe rotto tutte le relazioni col piantagrane e il Paese sarebbe diventato un paria nel mondo della finanza internazionale. Tale meccanismo proteggendo gli interessi dei creditori ufficiali lavorò abbastanza agevolmente fin quando era necessario per gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali, i creditori ufficiali primari nel mercato finanziario globale. Sono ancora i principali istituti di credito dei Paesi in via di sviluppo di oggi. 304 miliardi di dollari sono dovuti dai Paesi del mondo ai membri del Club di Parigi (al 31 dicembre 2014, esclusi gli interessi), comprendente 20 Stati. Tuttavia, molti altri Stati sono entrati nell’arena della finanza internazionale come finanziatori ufficiali, alla fine del ventesimo secolo. In primo luogo ci sono gli esportatori di materie prime. Dalla fine del secolo scorso, queste nazioni hanno iniziato a stabilire i cosiddetti fondi sovrani, che trattengono i proventi in valuta estera dall’esportazione di petrolio e altre risorse naturali. Questi fondi sono usati per investimenti e prestiti. Ci sono molte decine di fondi sovrani del mondo. I più grandi sono i fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Norvegia, Arabia Saudita e Quwayt. Secondo le stime più prudenti, ci sono attualmente 6-7 miliardi di dollari di patrimonio in questi fondi sovrani. Seconda è la Cina. La Cina ha le maggiori riserve auree e valutarie, alcune sotto forma di fondi sovrani. I tre principali fondi sovrani cinesi possiedono quasi 1200 miliardi di dollari. Una parte di questi fondi sovrani cinesi passa da alcune delle più grandi banche della Cina, che offrono prestiti internazionali. I crediti emessi da queste banche sono considerati prestiti ufficiali o sovrani. Il prestito internazionale della Cina ha superato il resto del mondo nel 21° secolo. Improvvisamente, la Cina è diventata il più grande creditore ufficiale nel mondo, e nessuno sembrava accorgersene quando tale soglia fu superata. Molti in occidente si agitarono parecchio quando un articolo dal sorprendente titolo “i prestiti della Cina raggiungono nuove vette” apparve sul Financial Times il 17 gennaio 2011. Il giornale calcolò che nel 2009-2010, gli istituti di credito di proprietà dello Stato cinese, la Banca di sviluppo della Cina e l’Export-Import Bank of China, emisero almeno 110 miliardi di dollari in prestiti a vari Stati e società dei Paesi in via di sviluppo. E questo dato include solo i prestiti ufficialmente confermati dai cinesi e/o dai destinatari dei fondi. Il Financial Times ritiene che il totale effettivo dei prestiti ufficiali della Cina potrebbe essere notevolmente più elevato. In confronto, il quotidiano citò un altro dato: tra la metà del 2008 e la metà del 2010, la Banca Mondiale fornì solo 100,3 miliardi di dollari ad altri Paesi (approssimativamente gli stessi clienti della Cina). Ma ben presto il Financial Times dimenticò questa bomba. L’occidente non ha nulla da guadagnare richiamando l’attenzione su questi fatti, non vuole riconoscere che è stato battuto nel mercato del credito internazionale. Né la Cina vuole della pubblicità inutile che potrebbe impedirle l’ampliamento dei prestiti, il cui successo è in gran parte dovuto al fatto che essa fornisce prestiti per investimenti ufficiali a condizioni sostanzialmente più favorevoli di quelle offerti da FMI, Banca Mondiale o membri del Club di Parigi. I prestiti cinesi spesso non maturano alcun interesse. Gli esperti occidentali chiamano questo “credito” dumping dalla Cina. I prestiti cinesi sono principalmente volti ad avere il controllo sulle fonti di materie prime e di energia nei Paesi asiatici, africani e dell’America latina. Una volta che i progetti d’investimento terminano, i prestiti sono spesso rimborsati utilizzando petrolio e altre risorse naturali. Il prestito di Pechino si espande anche attraverso lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti necessarie per importare ed esportare merci da e verso la Cina. Ciò include la vasta gamma di progetti d’investimento dell’iniziativa della Nuova Via della Seta. E in ultima analisi, le banche di sviluppo cinesi ampliano le esportazioni di apparecchiature sofisticate (ad esempio, macchine per centrali elettriche) e i crediti all’esportazione sono ampiamente utilizzati per questo.
La Cina è da tempo il principale partner commerciale di molti Paesi in via di sviluppo. Ad esempio, nel 2014 la Cina ha avuto 166 miliardi di dollari di scambi con i Paesi dell’Africa. Solo tra il 2001 e il 2010, la Cina ha dato ai Paesi africani 62,7 miliardi di dollari di prestiti tramite l’Export-Import Bank. Questi sono più del totale di 12,5 miliardi di dollari di crediti che la Banca mondiale concesse a quei Paesi. Un quadro simile può essere visto in America Latina. L’Export-Import Bank of China ai primi del 2016 aveva un portafoglio di 520 miliardi di yuan (79 miliardi di dollari) in prestiti esteri forniti nell’ambito del megaprogetto della Via della Seta. I prestiti sono destinati a finanziare circa 1000 progetti infrastrutturali in 49 Paesi nel Mondo. Un altro esempio. Durante i due giorni del Forum sulla cooperazione Cina-Africa tenutosi a Johannesburg nel dicembre 2015, il presidente cinese Xi Jinping dichiarò che Pechino prevede di fornire 60 miliardi di aiuti finanziari ai Paesi dell’Africa. Parte di questi saranno prestiti a zero tassi d’interesse. Ora torniamo al punto di partenza, i cambiamenti nelle regole del Fondo Monetario Internazionale.
Nella maggior parte dei Paesi Washington ha perso la posizione di creditore principale. La Cina prende il sopravvento ovunque. Da diversi anni, lo zio Sam è alla ricerca di un modo per combattere l’espansione del credito cinese. Il principale azionista del FMI ha a lungo nutrito il sogno di cambiare le regole del Fondo monetario internazionale, legittimando il default sovrano e privando il fondo del ruolo di garante dei crediti sovrani. Questo davvero infastidirebbe Pechino, in rappresaglia per la cacciata degli statunitensi da molti Paesi in via di sviluppo. Una volta che un precedente è stabilito in Ucraina (dopo il suo mancato rimborso del credito sovrano della Russia), si possono incoraggiare i Paesi in via di sviluppo ad “irrigidirsi” col loro creditore cinese. E dopo ci si può aspettare che conflitti scoppino tra la Cina e i Paesi debitori in via di sviluppo. Questo tipo di “riforma” del FMI gioca col fuoco. Non solo l’esistenza del fondo viene compromessa, ma anche l’intero sistema finanziario internazionale che, dopo aver perso il suo “garante di ultima istanza”, potrebbe improvvisamente implodere. Il comportamento degli Stati Uniti ricorda quello di Erostrato che bruciò il celebre Tempio di Artemide nella sua città per dimostrare il proprio “eccezionalismo”. Per settanta anni il Fondo Monetario Internazionale aveva lo stesso significato per lo zio Sam del Tempio di Artemide per i residenti di Efeso nella Grecia antica. Il 20 gennaio il FMI ha abolito quello che era noto come “esenzione sistemica”, principio adottato nel 2010 che permise al fondo di dare prestiti ai Paesi con debiti insostenibili, se vi era la minaccia che la loro crisi contagiasse le economie limitrofe. Tale decisione ha reso la politica del FMI ancora più confusa. Gli esperti non sono d’accordo su come l’abolizione dell’“senzione sistemica” influenzerà la collaborazione del FMI con l’Ucraina.Opening_pres Xi_01Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il miracolo economico cinese è tutt’altro che finito

Matthew Jamison Strategice Culture Foundation 25/01/2016

0_943ba_3f9e0322_origCon la recente notizia della volatilità sul mercato azionario e il rallentamento dell’economia cinesi, molti imbroglioni e speculatori gufano su salute e benessere fondamentale a lungo termine dell’economia cinese. La seconda (o anche prima) economia mondiale è afflitta da una grave recessione o crisi prolungata? La Cina compie con successo la transizione dall’economia della produzione per l’esportazione a una basata sui consumatori e l’equilibrio dei servizi? Mi ricordo adolescente nel 2001, quando gli Stati Uniti finirono in recessione, che il ritornello preferito degli economisti era che quando gli USA starnutiscono, il resto del mondo ha il raffreddore. Quindici anni dopo, è la Cina a guidare la crescita economica globale ed ora quando la Cina starnutisce l’economia mondiale rischia un brutto virus. Questo di per sé è un risultato notevole. Quando si discute l’attuale situazione economica cinese, è prudente ricordare la famosa battuta di Mark Twain: “Le relazioni sulla mia morte erano assai esagerate”. Il rallentamento dell’economia cinese va visto nel giusto senso delle proporzioni e della prospettiva. La trasformazione dell’economia cinese “Aperta alla riforma” fu inaugurata nel 1978 dall’incredibile visionario e statista Deng Xiaoping, rappresentando la riforma più veloce e di maggior successo di un’economia e una società nella storia della civiltà umana. Prima dell’“aperta alla riforma” la Cina era soprattutto un’economia rurale e agraria. E’ difficile immaginarlo nel 2016, ma nel 1978 Spagna, Brasile, Canada, Italia, Regno Unito e Francia superavano la Repubblica popolare e Stati Uniti, Giappone e Germania erano classificati dalla Banca Mondiale primi tre. Tuttavia, attraverso etica del lavoro straordinario, dinamismo creativo e grinta produttiva della forza lavoro cinese, eccezionale, di grande talento e saggia, l’innovativa politica dello Stato cinese sotto la guida esemplare di Deng Xiaoping, nell’arco di trentadue anni la Cina si è altamente sviluppata, con un’economia sofisticata e consolidata come quella di Gran Bretagna, Francia, Germania e Giappone, divenendo la seconda economia del pianeta, per Prodotto interno lordo, dopo gli Stati Uniti, e coll’economia dal potere d’acquisto complessivo ritenuta maggiore. Tutto questo di fronte alla forte concorrenza delle economie più ricche del mondo. Ora, l’economia globale è fortemente dipendente dalla crescita economica cinese e grazie al modello economico più equilibrato e disciplinato della Cina, ha contribuito a salvare USA e Mondo dal baratro della Grande Depressione, la grave calamità della crisi finanziaria globale del 2008 creata dall’irresponsabilità occidentale nei mutui sub-prime. Alcun Paese o economia nella storia umana è cresciuto così rapidamente e scalando la scala del progresso economico e sociale togliendo oltre 500 milioni di abitanti dalla povertà, incrementandone il tenore di vita con posti di lavoro meglio retribuiti, redditi maggiori, maggiore mobilità sociale e maggiori opportunità economiche.
Così, dopo decenni di crescita o avanzamenti a due cifre, un rallentamento ad oltre il 7% è sempre inevitabile soprattutto alla luce delle scarse prestazioni e dell’instabilità della zona euro e della bancarotta del reaganismo economico anglo-statunitense, il cui fondamentalismo liberista perseguita i vari governi anglo-statunitensi dagli anni ’80. La Cina ora attraversa un periodo di riequilibrio e reinvenzione, complimentandosi per lo status di “fabbrica del mondo” dalla maggiore enfasi sulla crescita guidata dai servizi ai consumatori. Il popolo cinese storicamente non è mai stato uno spendaccione dissoluto, preferendo esercitare disciplina fiscale e costruire la sicurezza finanziaria per i tempi difficili, quando il gioco si fa duro, piuttosto che rimpinzarsi di eccessi materialisti secondo gli omologhi occidentali più volubili e avidi. Come il brillante documentarista della BBC Adam Curtis ha dimostrato nel suo programma “Il Secolo del Sé”, prima dell’avvento del marketing di massa e della pubblicità in occidente, la maggior parte delle persone acquistava solo le cose realmente necessarie. Tuttavia, dagli anni ’20 in poi, quando il nipote di Sigmund Freud, Eddie Berneys, estrapolò le tecniche psicoanalitiche di Freud e insegnò alle aziende come utilizzarle nelle pubbliche relazioni pubblicitarie per vendere beni di consumo alle masse, il pubblico occidentale passò all’acquisto di beni non indispensabili, ma che parlavano al subconscio, ai desideri irrazionali. Come dice un vecchio proverbio: “Se non vi è alcuna necessità… è avidità”, capitalismo corporativo e consumismo occidentali, sostenuti dalla manipolazione freudiana del marketing hanno portato l’occidente all’individualismo estremo e all’avidità oscena che vediamo oggi in Nord America e Europa, con masse bombardate a sinistra, destra e centro da pubblicità per vendono ogni gadget ed espediente che le aziende presentano. Non si può nemmeno andare al cinema senza doversi sorbire trenta minuti (sì trenta minuti!) di patetici annunci dopo annunci, minati da messaggi subliminali. L’economia inglese, ad esempio, è fondamentalmente un centro commerciale glorificato in cui gli esseri umani sono ridotti a niente più che “consumatori” che scalciano per lo da status symbol dell’ultima auto succhiabenzina o televisore a schermo piatto o iPhone, ecc. Invece di mantenere una crescita economica molto alta, la sfida per Stato e popolo cinesi è trovare un equilibrio tra produzione di beni e servizi orientati al consumo, evitando le conseguenze sociali debilitanti che hanno colpito le economie e le società occidentali, come la Gran Bretagna, che hanno subito un riorientamento simile dal modello economico basato sulla produzione a uno basato sui “servizi” al consumo. Senza una spesa alimentata dal credito al consumo, ci sarebbe ben poco dell’economia inglese, è essenzialmente tenuta a galla da una dilagante spesa sostenuta da tassi d’interesse bassi e dal settore dei servizi bancari/finanziari di Londra.
Le risposte politiche dei governi inglesi e della Banca d’Inghilterra dopo la crisi finanziaria e il crollo del 2008 sono come curare un eroinomane con più eroina, inondando l’economia di soldi più economici, nella speranza che le persone continuino a spendere e vivere a credito e debito. Sotto la guida del Presidente Xi Jinping, che assieme ad Angela Merkel è uno dei più grandi statisti e leader nel mondo di oggi, sono fiducioso verso il notevole popolo cinese e il suo sorprendente Paese, che sapranno rispondere alle sfide come hanno sempre fatto nella loro ricca storia evitando insidie ed errori a cui le controparti occidentali sono condannate ripetere più e più volte. Nel corso dei secoli, sia che fossero occupati dai ladri imperialisti razzisti inglesi o dalla barbarie indicibile degli invasori giapponesi durante la seconda guerra mondiale, i cinesi poterono affrontare tutto ciò che gli piovve addosso, trovando sempre la strada per tempi migliori.deng_xiaopingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché è urgente liberare la Banca del Sud?

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico

I presidenti del Sud America sono a un punto di svolta. Le economie dell’America Latina si sono contratte nel 2015 e, secondo varie stime, avranno crescita zero nel 2016. Nulla indica che i prezzi delle materie prime rimbalzino. Anche in questo caso il dilemma tra regolazione della spesa pubblica e prestiti degli istituti di credito surrogato del Tesoro degli Stati Uniti, si pone. Tuttavia Ariel Noyola ritiene che i leader della regione possano ancora scommettere sul rafforzamento delle fondamenta dell’architettura finanziaria sudamericana con l’attivazione della Banca del Sud, un progetto bloccato da oltre otto anni e che, data la gravità della situazione economica attuale, può impedire una seria debacle.Logo_Banco_del_SurDi fronte alla recessione globale, è urgente che i presidenti del Sud America mettano tutte le loro energie nella costruzione di proprie istituzioni di credito e sull’utilizzo degli strumenti di cooperazione finanziaria volti a indebolire l’influenza del dollaro nella regione. Ogni volta che il governo degli Stati Uniti cerca d’imporre con ogni mezzo il predominio economico sulla regione, per i Paesi sudamericani è indispensabile avere autonomia politica dagli istituti di credito tradizionali. Il modus operandi del Fondo monetario internazionale (FMI), Banca Mondiale e Banca Interamericana di Sviluppo (IDB) è già ben noto: l’uso del debito come meccanismo di pressione sui popoli sprofondati nell’insolvenza; imposizione di misure economiche draconiane (diminuzione della spesa sociale, tagli salariali, privatizzazione delle imprese statali strategiche, ecc.); assistenza finanziaria illimitata ai governi nati da un colpo di Stato e sostenuti dalla Casa Bianca (come in Cile a metà degli anni ’70); eccetera. Per queste e molte altre ragioni, è necessario rafforzare le fondamenta dell’architettura finanziaria sudamericana.
In primo luogo, è necessaria l’Unità monetaria sudamericana (UMS). L’UMS non è una “moneta comune”, come l’euro, ma un paniere di riferimento costituito da un insieme di valute (come i diritti speciali di prelievo del FMI). In breve, l’UMS è un riferimento dalla maggiore stabilità rispetto al dollaro, sia emettendo buoni che comparando i prezzi nella regione. In parallelo, va promosso il commercio fatturato in valuta locale. Dal 2008 Argentina e Brasile hanno lanciato il sistema di pagamento in valuta locale (SML). E nell’ottobre 2015, Paraguay e Uruguay implementavano un meccanismo di pagamenti di questo tipo. Grazie a ciò, si è evitato di volgersi al dollaro, pagandone le transazioni, ridotte considerevolmente tra le imprese delle parti. Ora manca solo coinvolgervi Bolivia e Venezuela, favorendo così la “dedollarizzazione” dei Paesi del Mercato comune del Sud (MERCOSUR).
In secondo luogo, i Paesi del Sud America hanno bisogno di un potente fondo di stabilizzazione monetaria in grado di proteggerne la bilancia dei pagamenti dalle violente fluttuazioni del dollaro, ancor di più dopo che la Federal Reserve (Fed) statunitense ha alzato il tasso di interesse dei fondi federali (‘federal funds rateì) nel dicembre scorso. Dal 2002 al 2009 l’aumento dei prezzi delle materie prime (‘commodities’) ha favorito il massiccio accumularsi delle riserve internazionali, e tuttavia il Sud America ha continuato a finanziare i Paesi industrializzati. Gran parte dei miliardi di dollari risparmiati dalla regione sudamericana negli ultimi anni è stata investita nei titoli del Tesoro degli Stati Uniti, piuttosto che incanalata nelle attività produttive attraverso un potente Fondo del Sud. Al momento l’unico fondo di stabilizzazione esistente nella regione è il Fondo di Riserva Latinamericano (FLAR), originariamente creato dalla Comunità andina nel 1978 sotto il nome do Fondo di riserva andino, composto attualmente da Bolivia, Colombia, Costa Rica , Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela. Tuttavia, le risorse disponibili al FLAR sono insufficienti per contenere le fughe precipitose di capitale nei momenti critici: il capitale sottoscritto è di soli 3,609 miliardi di dollari, un importo pari a meno del 15% degli stock detenuti dalla Banca Centrale della Bolivia. Il mercato del credito globale è diventato troppo volatile. Solo nel 2015 più di 98 miliardi di dollari di investimenti nei Paesi emergenti sono fuggiti, secondo le stime dell’Institute of International Finance (IIF, nell’acronimo in inglese). Pertanto, è urgente lavorare su tale pericolosa vulnerabilità. I Paesi del Mercosur hanno bisogno di un fondo di stabilizzazione che, dato l’elevato grado d’integrazione finanziaria tra Brasile e resto del mondo, conti su almeno 100 miliardi di capitale sociale, il volume delle risorse con cui avviare l’Accordo della Riserva delle Contingenze dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).
In terzo luogo, i Paesi del Sud America devono liberare la Banca del Sud dal pantano burocratico e finalmente emettere i primi prestiti. I dettagli tecnici sono quasi pronti: il capitale iniziale sarà di 7 miliardi di dollari e il capitale sociale di 20 miliardi di dollari; la sede sarà in Venezuela; Argentina e Bolivia ospiteranno altri due rami. Tuttavia, il suo avvio è stato rinviato più volte, tanto che, ad oltre otto anni dalla firma del documento della fondazione a Buenos Aires, la Banca del Sud non può ancora aprire i battenti. Vi sono forti interessi economici che impediscono la rottura dello status quo, sia dentro che fuori la regione. Anche se in un primo momento era previsto che la Banca del Sud riunisse tutti i Paesi dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), ciò sembra impossibile; Suriname e Guyana non hanno alcun interesse, mentre Cile, Colombia e Perù si accaniscono a sostenere progetti d’integrazione promossi da Washington, l’Alleanza del Pacifico e l’accordo della Partnership Trans-Pacifica (TPP, nell’acronimo in inglese). Di conseguenza, i membri della Banca del Sud si riducono ai Paesi MERCOSUR più l’Ecuador. Inoltre, la resistenza nel blocco proviene per lo più da Itamaraty, il Ministero degli Esteri del Brasile. In Sud America l’influenza sulla Banca di Sviluppo Nazionale (BNDES nell’acronimo portoghese) del Brasile è travolgente, tanto che in alcuni anni è riuscita a superare il credito fornito da FMI, Banca Mondiale e IDB. La BNDES non ha alcun interesse a far avanzare l’integrazione latinoamericana, infatti la sua missione è garantire l’approvvigionamento di materie prime (‘commodities’) alle società brasiliane. Le risorse della BNDES sono orientate sui megaprogetti che riproducono la dipendenza dall’esportazione primaria dei Paesi sudamericani come l’Iniziativa per l’integrazione delle infrastrutture regionali (IIRSA), una rete stradale di dimensioni continentali che avvantaggia solo una manciata di società. Al contrario, il denaro della Banca del Sud non andrà non solo alle infrastrutture, ma anche a una vasta gamma di programmi d’investimento connessi a istruzione, sanità, alloggi, ecc. La Banca del Sud scarterà completamente i criteri del “Washington Consensus” che hanno portato tanta miseria nelle Americhe; concederà prestiti ad interesse molto basso, dato che l’obiettivo è promuovere lo sviluppo economico generale dei popoli. Indubbiamente, la Banca del Sud è una grande speranza in tempi di crisi. Da un lato, sarà un potente meccanismo di sollievo economico per i Paesi del Sud America vittime di gravi contrazioni. D’altro canto, sarà di aiuto cruciale nel finanziare gli obiettivi più ambiziosi dell’integrazione sudamericana: progetti scientifici e tecnologici comuni, una rete di ferrovie e altre energie, ecc.
In conclusione, i governi sudamericani devono prendere misure concrete per porre fine al restauro conservativo in corso, altrimenti precipiteranno nella debacle. Chiaramente, il governo del Brasile ha la maggiore responsabilità sulla salvaguardia della sovranità continentale. Dai vertici di Itamaraty dipenderà in ultima analisi la fine della paralisi della Banca del Sud…Bancodel-SurTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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