La Cina in ascesa: via capitalista, meta socialista

Un libro tempestivo per Trump: “La Cina in ascesa: via capitalista, meta socialista”
Wei Ling Chua, Greanville Post 28 gennaio 2017trainGli USA non sono più una superpotenza e ogni elezione produce presidenti senza idee sui propri problemi: la realtà è che il costo stimato per mantenere l’obsoleto sistema infrastrutturale statunitense entro il 2020 sarà di 3600 miliardi di dollari; scienziati e astronauti della NASA hanno per lo più tra i 50 e i 60 anni. Soprattutto, sono così poveri che devono affidarsi al nemico, la Russia (ancora sotto le sanzioni degli Stati Uniti), per inviare la loro più vecchia astronauta (56 anni) sulla Stazione Spaziale Internazionale. Tuttavia, il neoeletto presidente Trump ha dato priorità alla richiesta al Congresso di adempiere alla promessa elettorale di costruire un muro da 8 miliardi di dollari lungo il confine con il Messico. L’economia degli USA si basa sulla speculazione. Le cause principali del GFC 2008 (Global Financial Crash) furono etichettate dalla Federal Reserve Bank di San Francisco come “bolla speculativa e reazione eccessiva dall’innovazione tecnologica”. Tuttavia, i candidati alla presidenza, in particolare Trump, accusavano la Cina del disordine economico degli Stati Uniti, nonostante un rapporto dell’USCBC indicasse che “il commercio con la Cina mantiene circa 2,6 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti in molti settori, permettendo una crescita da 216 miliardi nel 2015”. Il PIL degli USA è finanziato dalla stampa implacabile di denaro e da prestiti in quantità del debito nazionale, più che raddoppiato dal 2008. Nonostante tale realtà, Trump non si pone domande sensate:
– Come ha fatto la Cina, nazione invasa, semi-colonizzata e sfruttata da una dozzina di potenze mondiali per oltre un secolo, prima del 1949, con un’economia in bancarotta, l’80% di analfabetismo, una speranza di vita media di 36 anni e una popolazione affamata (1/4 di quella mondiale, al momento), a ricostruirsi dai rottami dopo il 1949 e diventare il primo creditore degli Stati Uniti in solo sei decenni di ricostruzione nazionale, mentre il debito nazionale degli Stati Uniti s’è gonfiato a 20 trilioni di dollari?
– Come, se il PIL cinese è ancora di oltre 7 trilioni di dollari più piccolo di quello dagli Stati Uniti, ha creato la maggiore riserva di valute nazionale del mondo, e contribuito per il 33,2% alla crescita economica mondiale nel 2016?
– Come la Cina poté sostituire gli USA quale maggiore nazione commerciale dal 2013, quando la sua economia era ed è ancora di molto inferiore a quella degli Stati Uniti?
– Cosa c’è di sbagliato negli Stati Uniti prima economia? È un problema strutturale? O un problema ideologico? O un problema di malgoverno?
– Se gli USA sono in deficit commerciale con 101 Paesi, è utile per i candidati alla presidenza e al Congresso incolpare al solito la Cina per i propri problemi? Una tariffa del 45% imposta alla Cina aiuterà gli USA di Trump?
Potenza ed influenza degli USA nel mondo diminuiscono a un ritmo che Trump non riesce a comprendere fino in fondo e così, nella campagna presidenziale, pensava di poter continuare a tiranneggiare il mondo per rendere ancora grandi gli USA. Trump pensa di poter costruire migliaia di miglia di muro lungo la frontiera del Messico e chiedergli di pagarlo; pensa di poter imporre il 45% di tariffe sulle importazioni cinesi senza ritorsioni dalla Cina, mentre provoca inflazione, recessione, disoccupazione e gravi danni alla riserva monetaria degli Stati Uniti; pensa di poter ordinare agli alleati europei e asiatici di pagare molto di più le basi militari degli USA che ospitano. Ovviamente, il sistema elettorale statunitense non produce deputati e presidenti che sappiano leggere la realtà, trovare soluzioni creative. Gli USA possono essere grandi di nuovo con un sistema politico incapace di autocritica e riforma?
Trump sa:
1. Perché nel cortile degli Stati Uniti, la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) formata nel 2011 da 33 Stati membri, esclude la presenza di Stati Uniti e Canada?
2. Perché più di un decennio di guerre in Afghanistan e in Iraq è costato al contribuente degli USA 5000 miliardi di dollari, e secondo un rapporto del Watson Institute, più di 6800 soldati e circa 7000 mercenari statunitensi sono morti in Iraq e Afghanistan, e che il numero di veterani disabili arriva a 970000; ma i principali beneficiari di tale avventurismo militare risultano essere Iran e Cina, nazioni che si sono assicurate amicizia e rapporti commerciali con i presunti nemici degli USA senza sparare un solo colpo?
La questione fondamentale per Trump è: “Perché la democrazia statunitense ha fallito così miseramente nel produrre una leadership capace di idee e competenze che ragioni sensatamente? Perché l’ascesa della Cina è così inarrestabile? Perché il declino degli Stati Uniti accelererà, se continuano a perseguire una politica che vede la Cina come minaccia, invece di imparare da essa per migliorarsi?
In retrospettiva, Trump dovrebbe notare che, ogni volta che sono stati aggressivi verso la Cina, essa è diventata più forte e gli USA più deboli. Solo alcuni esempi:
1) Quando Stati Uniti, Europa ed ex-URSS imposero sanzioni finanziarie, commerciali e tecnologiche alla Cina negli anni ’50, l’allora leader Presidente Mao Zedong avviò una politica basata sulla fiducia in sé, e un segreto programma secolare di ammodernamento, contribuendo al successo della Cina di oggi;
2) Quando gli USA vietarono alla Cina di collaborare con la NASA e nel forum spaziale internazionale, essa progettò con successo il proprio programma spaziale, potendo diventare l’unico Paese con una stazione spaziale, quando la Stazione Spaziale Internazionale degli Stati Uniti sarà ritirata nel 2024. Tuttavia, il programma spaziale della Cina è aperto alla cooperazione con tutte le nazioni, anche gli USA;
3) Quando il Congresso degli Stati Uniti rifiutò alla Cina maggiore titolo nel FMI, essa avviò con successo la propria Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) con l’approvazione del mondo nonostante le forti pressioni degli Stati Uniti sugli alleati affinché non vi aderissero. In queste circostanze, la Cina continua ad proporre la partecipazione degli USA ‘in qualsiasi momento’;
4) Mentre gli Stati Uniti continuano a stampare denaro e una politica dei prestiti irresponsabile, che minaccia i massicci investimenti della Cina in buoni del tesoro degli USA, essa ha iniziato un programma di cambio di valute nel mondo facendo del renminbi la seconda valuta scambiata nel mondo, senza nemmeno la necessità di farla fluttuare liberamente;
5) Quando gli USA annunciarono lo rischieramento del 60% della propria marina nel Mar cinese meridionale entro il 2030, con il cosiddetto Perno verso l’Asia, la Cina rispose accelerando il programma Fascia e Via per collegare il mondo attraverso strade e porti sull’Oceano indiano, e come al solito, la Cina invitò gli USA e il mondo a parteciparvi;
6) Nel 2011, su approvazione degli Stati Uniti, le Filippine rinominarono il Mar Cinese Meridionale in Mare delle Filippine occidentale, utilizzando le appena ricevute navi da guerra di seconda mano statunitensi, degli anni ’70, per scacciare pescatori cinesi da queste acque. La Cina rispose con un massiccio programma di bonifica e ampliamento di sette isole nel Mar Cinese Meridionale, dotandole di aeroporti, ospedali, scuole, fari, centri di ricerca, impianti di dissalazione, porti, impianti per il turismo e la difesa missilistica, offrendo allo stesso tempo servizi di soccorso e supporto a tutte le navi che attraversano queste acque. Ciò mentre gli Stati Uniti erano impegnati in centinaia di esercitazioni militari nella regione, spostando 2 portaerei nel Mar Cinese Meridionale e bruciando soldi senza ottenere nulla.
Le domande che Trump dovrebbe porsi sono:
1) Perché gli USA vedono gli altri Paesi del mondo come una minaccia? Invece, la Cina risponde alle ostilità con strategie creative per nuove istituzioni, infrastrutture, strategie economiche e la richiesta di rispetto reciproco e cooperazione, che il Presidente cinese Xi Jinping chiama “win-win”.
2) Perché la leadership cinese è efficace e creativa nel superare le difficoltà, senza la necessità di sparare un colpo?
3) Perché la leadership cinese sa identificare i problemi ed adottare politiche rapidamente e con risultati vantaggiosi?
13_china_roadshow_1_3_1 Mentre vi sono tanti articoli e libri che definiscono gli USA “Stato fallito”, il mondo sempre più riconosce i meriti del modello politico cinese. Ad esempio, l’ex-vicepremier di Singapore Tharman Shanmugaratnam è colpito dalla responsabilità del governo in Cina; il miliardario della catena dei negozi elettronici australiana Gerry Harvey pensa che la soluzione al caos politico in Australia sia una dittatura (del popolo) ‘come in Cina’; il premier del Canada Trudeau esprime ammirazione per ‘la dittatura della base’ (del popolo) in Cina; e dinfine il deputato australiano Malcolm Fraser loda ‘stabilità e sensatezza’ della Cina. Nonostante il crescente riconoscimento mondiale del modello politico cinese quale superiore al modello occidentale, sembra che la maggior parte degli occidentali consideri ancora il modello cinese come totalitario. La dittatura del popolo marxista-leninista in Cina era e continua ad impegnarsi in decenni di continua autocritica interna e di riforma, critica che filtra da villaggi e città fino al vertice dell’amministrazione. Questo è il motivo per cui il Partito comunista cinese (PCC) continua a godere di oltre l’80 per cento di consenso dei cittadini, secondo il sondaggio annuale Global Attitude Survey del centro di ricerca statunitense Pew, mentre la leadership statunitense raccoglie costantemente un gradimento di solo il 30% o meno, nelle stesse indagini. È interessante notare come il governo cinese si definisca democrazia consultiva, e il PCC partito di governo a cui i protagonisti in politica e società forniscono consigli, proposte. monitoraggio e suggerimenti. Perché un qualsiasi giornalista o autore occidentale non impara il cinese e s’impegna a comprendere profondamente il funzionamento del modello politico cinese, prima di criticarlo in modo dottrinario, come una specie di mostro totalitario? E’ tempo per i politici statunitensi, in particolare il presidente Trump, di osservare con attenzione il modello politico cinese, come è strutturato e come funziona. Deve anche fare un esame approfondito delle passate politiche statunitensi e delle loro conseguenze sul mondo, affinché gli USA identifichino le cause del loro continuo declino e, di conseguenza, formulino le giuste politiche per rendere ancora una volta gli Stati Uniti grandi.
Non è il momento dell’indottrinamento ideologico, dato che le civiltà possono imparare a vicenda divenendo più forti. Per Donald Trump e i suoi concittadini, l’ebook La Cina in ascesa: via capitalista, meta socialista di Jeff J. Brown, statunitense che conosce in modo fluente cinese, arabo e francese, e con 13 anni di permanenza in Cina, è perfetto per iniziare. Questo libro fornisce una vasta documentazione su ciò che gli USA hanno fatto e continuano a fare, per ritrovarsi nella situazione attuale. Al contrario, Brown dimostra, con la sua ricerca sulla storia della Cina e i suoi passato, presente e futuro probabile, come i cinesi ammirarono e adottarono i successi altre civiltà, disposti ad imparare dagli altri per migliorarsi. Brown ritiene che il modello politico cinese sia una nuova forma di democrazia, dove la leadership è più che consapevole dell’opinione pubblica e del benessere dei propri cittadini. L’enorme quantità di documentazione fornita dal testo aprirà gli occhi ai politici statunitensi, tra cui Trump, che vogliono di nuovo rendere grandi gli USA.f4f3665a92bd27ca3ad717765cb161fe_xlWei Ling Chua è un autore australiano di vari libri sulla disinformazione dei media e di come essa danneggia mondo ed umanità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia adotta il MiG-35

Alexander Mercouris, The Duran 26/1/2017f5eac8654bd88f29de747b4a0cd6b817La videoconferenza tra il Presidente Putin e il MiG Bureau conferma l’avvio dei test del nuovo caccia MiG-35.
All’Airshow MAKS del 2015 Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro incaricato delle industrie aeronautica e della difesa russe, affermava che la Russia lavorava all’introduzione di un caccia leggero per integrare il Su T-50. E’ ormai sempre più evidente che il caccia leggero a cui Rogozin si riferiva sia il MiG-35. Optando per il MiG-35 i russi adottano una via del tutto diversa da quella seguita dagli Stati Uniti con l’F-35, nato come caccia leggero per sostituire l’F-16, integrando il più grande e avanzato F-22. Considerando che l’F-35 è un aereo completamente nuovo, divenendo molto complesso e costoso, il MiG-35 si basa sul MiG-29, che volò per la prima volta negli anni ’70 ed entrò in servizio nel 1983. Le somiglianze tra MiG-35 e MiG-29 non dovrebbero comunque fatte pesare troppo. Anche se i due velivoli sono molto simili, e anche se il MiG-35 non è ovviamente un aereo completamente nuovo, ne è una riprogettazione fondamentale utilizzando le tecnologie avanzate attuali. Ecco come Jurij Sljusar, direttore della United Aircraft Corporation della Russia, l’ha descritto alla videoconferenza con Putin, “Il caccia è stato progettato specificamente per il combattimento nei conflitti ad alta intensità e in condizioni di difesa aerea dense. Ottimi risultati sono stati raggiunti utilizzando un nuovo sistema di difesa e un nuovo sensore di ricerca ed inseguimento a raggi infrarossi. La visibilità radar dell’aereo è stata ridotta di diverse volte. Abbiamo aumentato da sei a otto il numero di piloni rendendo possibile l’utilizzo di sistemi d’arma attuali e futuri, comprese le armi laser. Il raggio d’azione del velivolo è stato più che raddoppiato. Ciò è stato ottenuto aumentando la capacità dei serbatoi interni e la funzione del rifornimento in volo, che può essere effettuato con cisterne agganciate ad aeromobili della stessa famiglia. Tutti i sistemi utilizzati dal MiG-35 sono stati progettati e realizzati in Russia, inclusi i sistemi più recenti come il sistema inerziale e il sistema di puntamento sul casco”. Una delle principali differenze con il MiG-29, che Sljusar non menzionò, è che a differenza del MiG-29, il MiG-35 utilizza un radar a scansione elettronica (AESA) Phazotron Zhuk-AE, molto più sofisticato del radar del MiG-29, fornendo al MG-35 le capacità illustrate da Putin nella videoconferenza, “Prendo atto che il nuovo caccia polivalente MiG-35 ha migliorate caratteristiche di volo e tecniche ed è dotato dei più moderni sistemi d’arma. Lei lo sa meglio di me. Può inseguire da 10 a 30 obiettivi contemporaneamente e può operare contro bersagli a terra e in mare. È un velivolo davvero unico e promettente, di 4++ generazione, si potrebbe dire molto vicino ad essere di 5.ta generazione”. Va aggiunto che anche se l’Ufficio MiG ha presentato diverse varianti del MiG-29, che precedentemente spacciò come aerei di nuova generazione con le denominazioni “MiG-33” e anche “MiG-35”, il vero sviluppo del MiG-35 iniziò solo nel 2007, ed è solo di recente che le Forze Armate russe vi si sono fermamente dedicate, con risorse finora concentrate sul Su T-50. Questo è infatti caratteristico dello sviluppo dei caccia russi. Dagli anni ’50, allo sviluppo di sofisticati caccia ‘pesanti’, sempre assegnato al Bureau Sukhoj, viene data priorità. Una volta che il lavoro su di esso è in sostanza completato, si passa al caccia ‘leggero’, invariabilmente progettato dal Bureau MiG subito dopo.
La decisione russa di optare per la riprogettazione completa del MiG-29, piuttosto che seguire l’approccio degli Stati Uniti sviluppando un nuovo caccia leggero come l’F-35 è, naturalmente, funzionale alle risorse più limitate della Russia. Tuttavia, segue anche la tradizione della progettazione russa che evita rischi e riduce i costi aumentando la persistenza dei vecchi progetti, utilizzando tecnologie avanzate per riprogettarli. Esempi ben noti sono il MiG-15 divenuto MiG-17, il Su-7 divenuto Su-17, negli anni ’50, del MiG-21, che negli anni ’70 divenne il più avanzato MiG-21bis, del MiG-23 divenuto il molto più avanzato MiG-23ML, e del MiG-25 del 1960 che negli anni ’80 divenne l’avanzato MiG-31, ancora oggi in servizio. Anche se pochi lo diranno, è noto che vi sono alcuni negli Stati Uniti che pensano che al posto dell’F-35 gli Stati Uniti avrebbero dovuto seguire la stessa strada, riprogettando l’F-18, un aereo somigliante al MiG-29, quale proprio caccia principale al posto del troppo complesso e costoso F-35. Alcuni tweets del presidente Trump suggeriscono che la pensa così. Ma per gli Stati Uniti, ora pienamente impegnati con l’F-35, è ormai troppo tardi.mig2_700

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina cambia la geopolitica del Medio Oriente

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 22/1/2017

oborDa alcuna parte l’amministrazione Obama ha fatto più danni agli Stati Uniti che in Medio Oriente, lasciando un grande vuoto da colmare, in gran parte da Cina, attore silenzioso, e Russia, il cui prode esercito tiene gli Stati Uniti a bada. Potrebbe essere questa la fine dell’egemonia incontrastata di cui gli Stati Uniti godevano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale? Mentre la Russia contrasta efficacemente gli Stati Uniti militarmente, la ‘Fascia e Via’ (OBOR) della Cina, che si distende nel Medio Oriente verso l’Europa, emerge quale fattore che trasformerà l’attuale panorama geopolitico del Medio Oriente. In alcun luogo ciò è più evidente che in Israele partner sempre più importante della Cina. Con Israele che acquisisce una posizione centrale per la Cina in Medio Oriente, i rapporti con Israele di altri Paesi, in particolare quelli che cercano di attingere dai piani economici della Cina, potrebbero mutare in modo molto significativo. Con l’emergere della Cina a principale motore geo-economico, la rivalità politica verrebbe sostituita dalla necessità del partenariato economico. Questo già avviene lasciando un’impronta. Un esempio molto evidente è l’enfasi sulla soluzione dei due Stati nella questione palestinese. Indipendentemente dal fatto che le relazioni d’Israele con numerosi Stati regionali rimangano piuttosto ostili, per la Cina Israele è politicamente ed economicamente il luogo più stabile e va integrato nella sua cintura economica. Quindi, ecco il coinvolgimento della Cina nei conflitti regionali e loro risoluzione. Negli ultimi anni la Cina ha cercato di entrare nel conflitto israelo-palestinese, agendo da mediatore nei colloqui di pace e commentando senza molto entusiasmo i mutamenti del confronto. “La Cina accoglie e sostiene tutti gli sforzi favorevoli ad allentare le tensioni tra Israele e Palestina e la realizzazione in tempi rapidi della soluzione dei due Stati”, affermava il Ministro degli Esteri della Cina Wang Yi alla conferenza ministeriale sull’iniziativa di pace in Medio Oriente, tenutasi l’anno scorso a Parigi. Allo stesso modo, mentre l’Iran occupa la posizione geografica chiave nell’OBOR della Cina che si estende in Asia occidentale, i cinesi, per trarre il massimo vantaggio, vorrebbero far entrare nel progetto Ashdod e Eilat, i due porti strategici d’Israele. Se la Cina guarda al Mar Rosso per le sue rotte marittime (SLOC), Eilat, unico porto d’Israele sul Mar Rosso, potrebbe rientrarvi immediatamente. Se è così, la domanda è: la Cina potrà dirigere senza problemi l’OBOR senza neutralizzare efficacemente la rivalità Israele-Iran? Non vi sarebbe altro modo per la Cina d’attuare il proprio piano operativo e garantirlo dai conflitti regionali.
Ciò che può e molto probabilmente potrà consentire alla Cina di raggiungere questo obiettivo non è altro che il denaro che versa in quei Paesi. Le esercitazioni navali congiunte condotte nel Mediterraneo da Cina ed Egitto danno nuova luce su come la Cina trasformi le dinamiche regionali. Ciò che probabilmente avverrà, sarà l’ulteriore rafforzamento dei legami militari tra Cina ed Egitto. Senza dimenticare i 45 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Egitto, per la nuova capitale dell’Egitto, pianificata ultimamente. La Cina ha anche piani per l’Iran. L’accordo commerciale da 600 miliardi di dollari tra Cina e Iran guarda al futuro. E’ interessante vedere come la Cina integra questi Paesi, individualmente, nell’OBOR, segnando il primo passo verso la collaborazione regionale tra i rivali di un tempo. Secondo questo contesto, la questione se alla Palestina si possa ancora permettere di non riconoscere Israele diventa importante. Mentre Israele esiste ed esisterà anche senza il riconoscimento dalla Palestina, la Palestina potrebbe restare esclusa dal boom economico che la Cina potrebbe portare nella regione se continua a mantenere la posizione tradizionale nei confronti d’Israele. Israele non sarà turbato da tali preoccupazioni, perché non è solo nella posizione migliore, molto più sviluppata e stabile, ma è anche un centro industriale e tecnico regionale. In altre parole, è abbastanza attraente per la Cina e ha già ricevuto notevole attenzione.
Il ‘fattore Cina’, senza dubbio, può obbligare gli Stati a cercare soluzioni pacifiche. La Cina può riunire la regione, e non vorrebbe, o addirittura permetterebbe, che l’Iran ingaggia una qualsiasi disavventura contro Israele. Inoltre, farebbe in modo di evitare qualsiasi aggressione israeliana all’Iran. Motivata dai propri interessi economici, la Cina cerca di fare in modo che la rotta commerciale meridionale dell’OBOR, che collega queste potenze regionali, diventi operativa e centro di gravità per i tutti i rivali. Anche se può sembrare idealistico aspettarsi che le rivalità scompaiano di colpo, difficilmente si può contestare che la Cina si prepari a un impegno maggiore nella regione. Questo impegno non può essere redditizio per tutti i Paesi, a meno che i conflitti regionali non siano risolti. Sarà interessante vedere quali misure la Cina presenterà per la risoluzione dei conflitti in Medio Oriente. Risoluzione dei conflitti e mitigazione delle rivalità saranno importanti per il successo del progetto OBOR stesso.one-belt-one-road-obor-china-projectsSalman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia non farà nulla per danneggiare le relazioni con l’India

Chi trae vantaggio creando attrito tra India e Russia?
Vinay Shukla RIR 17 gennaio 2017

Molte falsità sulla cooperazione Russia-Pakistan vengono diffuse da Islamabad, con il chiaro obiettivo d’inserire un cuneo tra due vecchi amici. A volte si leggono testi scritti dalle aziende belliche occidentali.vladimir_putin_and_narendra_modi_brics_summit_2015_02Poco più di un decennio fa, un amico diplomatico con grande orgoglio sottolineò il livello di fiducia politica esistente tra India e Russia. Questa fiducia politica, disse, era la maggiore risorsa del partenariato strategico. Tuttavia, le prime esercitazioni russo-pakistane nel territorio dell’arcinemico dell’India hanno scosso questa fiducia, in particolare dopo il vile attacco all’alba alla base militare indiana di Uri, vicino alla linea di controllo nel Jammu e Kashmir. Anche se la Russia fu l’unico membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che disse espressamente che l’attacco terroristico “proveniva dal territorio del Pakistan”, molti a Nuova Delhi iniziarono a dubitare dell’affidabilità della Russia come partner strategico. Non solo questo, stampa e commenti sui social media “pretesero” che Mosca non solo frenasse ii legami con il Pakistan, ma anche lo ‘punisse’ rifiutando di vendergli armi. Tale coro divenne ancora più forte con notizie dei media pachistani su Mosca che avrebbe cercato di aderire al Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC). I media pachistani riferirono del consenso di Islamabad all’uso del porto di Gwadar da parte della Russia che cerca da secoli un porto nelle acque calde. È interessante notare che tali storie sono per lo più diffuse da Islamabad, con il chiaro obiettivo d’inserire un cuneo tra due vecchi amici. A volte vi si può leggere una sceneggiatura dei fabbricanti d’armi occidentali, concorrenti della Russia. Fortunatamente, il governo indiano del Primo ministro Narendra Modi persegue la Realpolitik. Modi è degno di guidare una nazione che aspira al ruolo di una potenza globale. E’ più facile perdere vecchi amici che guadagnarne di nuovi. Agire su più piani in politica estera è una virtù della leadership di una grande potenza, che ha per scopo custodire gli interessi nazionali e assicurarsi la pace per lo sviluppo economico. A proposito delle prime esercitazioni militari Russia-Pakistan, nell’interazione bilaterale sulla lotta al terrorismo e la situazione in Afghanistan post-ritiro USA, New Delhi e Mosca, nelle consultazioni bilaterali, hanno più di una volta convenuto che Islamabad abbia un “ruolo”. A causa delle preoccupazioni per la sicurezza di diversi milioni di russi rimasti nelle nazioni indipendenti dell’Asia centrale dopo il crollo sovietico, Mosca cerca opzioni, e l’impegno con Islamabad è vista come una di esse. È interessante notare che nella guerra in Afghanistan, l’intelligence sovietica mantenne contatti diretti con l’ISI pakistano, anche se il suo ruolo nelle vittime sovietiche non era un segreto.

Vuoto informativo
La riunione del dicembre 2016 tra Russia, Cina e Pakistan a Mosca sull’Afghanistan e l’impegno russo previsto con i taliban, vanno visti da questa prospettiva e non come atto ostile verso l’India. L’errata interpretazione dei fatti e mancata comprensione sulle reali intenzioni di Mosca causano un vuoto informativo. La stampa indiana è fortemente dipendente da quella occidentale e dalla propaganda del Pakistan. Ciò che i media russi scrivono sulla questione è totalmente assente nel discorso indiano sulla bonomia tra Russia e Pakistan. A volte, la grave ignoranza generale si traduce in deduzioni altrettanto sbagliate. Ad esempio, recentemente un rispettato quotidiano indiano attaccando la Russia ha descritto il portale web di sinistra Pravda.ru come portavoce ufficiale del governo, senza rendersi conto che il giornale con tale potere ha cessato di esistere dalla caduta dell’Unione Sovietica, un quarto di secolo fa.

Il punto di vista di Mosca e il fattore Cina
A giudicare dai media russofoni, a Mosca viene chiesto di adottare una politica proattiva verso il Pakistan a causa di ciò che i media locali chiamano “attività infide della Cina” nel ventre della Russia, in Asia centrale. “La creazione di un’alleanza politica tra Tagikistan, Pakistan e Afghanistan sotto il patronato di Pechino ha causato grave preoccupazione a Mosca, dopo la riunione trilaterale tra il capo dell’esercito del Pakistan, Generale Raheel Sharif, il Capo di Stato Maggiore Congiunto dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLA), Generale Fang Fenghui, con l’ospite tagiko Tenente-Generale Sherali Mirzo, a Dushanbe ai primi di marzo“, riferiva nel marzo 2016 il quotidiano pro-Cremlino Izvestija, notando che dopo l’incontro, il Capo di Stato Maggiore congiunto dell’ELP, Generale Fang, si precipitò a Kabul il 5 marzo per negoziare i dettagli del trattato di sicurezza regionale tra Cina, Pakistan, Afghanistan e Tagikistan. Le Izvestija del 16 marzo 2016 riferivano dell’inviato della Russia in Afghanistan Zamir Kabulov sollevare con forza la questione, con l’omologo cinese Deng Xijun alla riunione di Mosca. Secondo Andrej Serenko, esperto del Centro di studi moderni afghani di Mosca, fu una cosa brutta per Russia che Pechino creasse un sistema di sicurezza regionale senza Mosca. Così possiamo vedere chiaramente che le azioni della Russia nella regione sono guidate da vitali interessi nazionali e non mirano a minare i legami molteplici con l’India. In questo contesto, l’ultima direttiva in politica estera del Cremlino, firmata dal Presidente Vladimir Putin il 1 dicembre 2016, acquista un significato particolare, definendo chiaramente l’India “privilegiato partner strategico speciale della Russia, i cui rapporti si basano su storica amicizia e fiducia profonda“.

Vinay Shukla è un giornalista indiano che segue la Russia da oltre quattro decenni. Le opinioni espresse sono personali.img_0888-jpg

La Russia non farà nulla per danneggiare le relazioni con l’India
Veronika Usacheva RIR 20 gennaio 2017

Vjacheslav Nikonov, Presidente del Comitato della Duma di Stato russa per l’istruzione, ha parlato a RIR a margine del Dialogo Raisina di Nuova Delhi. Il deputato sostiene i legami Russia-India ed ha respinto il discorso sul riavvicinamento tra Russia e Pakistan.vyacheslav-nikonovLa Russia conserva i rapporti con Nuova Delhi e non farà nulla per danneggiarli, afferma il politologo e deputato russo Vjacheslav Nikonov a RIR, a margine del Dialogo Raisina di Nuova Delhi del 19 gennaio, “Partecipo ai dibattiti sulla politica estera russa, pubblici e non, e ad essere onesti, nell’ultimo anno, non ricordo nessuno dire nulla sul Pakistan” diceva Nikonov, presidente della commissione per l’istruzione della Duma di Stato russa. “L’idea stessa del presunto riavvicinamento tra Russia e Pakistan non è visibile dal punto di vista russo“. Cercando di mettere da parte le speculazioni dei media indiani sul lento deterioramento delle relazioni bilaterali indo-russe, ha aggiunto, “E’ naturale che la Russia nutra le relazioni con l’India, e fa e farà di tutto per non danneggiarle“. Al Dialogo Raisina, Nikonov aveva detto che Russia e India godono di un raro rapporto dato che “mai nella storia” si sono scontrati. “Accogliamo con favore l’ascesa dell’India a superpotenza”.

Un nuovo ordine mondiale
Più di 250 partecipanti provenienti da 65 Paesi si sono riuniti a New Delhi per partecipare alla seconda edizione del Dialogo Raisina, organizzato dal Ministero degli Esteri dell’India insieme alla Fondazione Observer Research (ORF), un think tank di primo piano. Inaugurato dal Primo ministro indiano Narendra Modi, la conferenza stimola la riflessione sul futuro dell’ordine mondiale e porta al vivace dibattito sulla questione se ci sia davvero una cosiddetta “nuova normalità” nelle relazioni internazionali emerse con gli Stati Uniti che perdono il ruolo di potenza dominante e le potenze emergenti che sfidano sempre più la struttura globale post-seconda guerra mondiale. Alla sessione chiave della conferenza, dal titolo, ‘La nuova normalità: multipolarismo e multilateralismo’, i partecipanti sembravano concordare sul fatto che i principi del vecchio ordine multilaterale e le istituzioni costruitevi devono adeguarsi e adattarsi alle nuove realtà di un mondo sempre più multipolare. Nikonov affermava che il mondo era nel passaggio da ciò che era normale ieri all’ignoto, aggiungendo che è troppo presto per trarre conclusioni su come la “nuova normalità” sarà. “Donald Trump rappresenta una nuova normalità, o anormalità, o vecchia normalità? La Brexit è una nuova normalità dell’Unione Europea“, ha chiesto rivolgendosi ai partecipanti del forum. “India e Cina avanzano, e da nuove superpotenze rappresentano una nuova normalità o sono affatto normali? Per l’India e la Cina penso che sia una molto, molto vecchia normalità, sono solo ritornate”. Insieme all’ex-presidente afghano Hamid Karzai, Nikonov ha sottolineato che una “nuova normalità” dovrebbe significare cooperazione tra diverse civiltà e dialogo tra grandi potenze. L’espansione della Shanghai Cooperation Organization (SCO) potrebbe fornirne un buon esempio. Il Viceministro degli Esteri iraniano Seyed Kazem Sajjadpour aggiungeva che in questo nuovo contesto globale, le potenze regionali sono sempre più importanti. Nonostante la diversità del mondo moderno, la comunanza è più significativa. Secondo lui la vecchia diplomazia diviene sempre meno importante con la fondazione della diplomazia multilaterale bilaterale. “L’era delle grandi potenze è finita, e ora viviamo nell’era del multilateralismo“, affermava.

Decodificare la presidenza Trump
L’incertezza sulla futura politica di Donald Trump è un tema caldo in molti sessioni. I rappresentati statunitensi, come Lisa Curtis ricercatrice della Heritage Foundation, sostenevano con forza che i progressi nei rapporti indo-statunitensi nel corso della presidenza Obama saranno sostenuti dalla nuova amministrazione. Ciò che resta in dubbio è come il rapporto di Washington con Pechino evolverà. E’ molto probabile che vi saranno tensioni e questo inevitabilmente influenzerà gli altri attori regionali, soprattutto Russia e India, secondo Georgij Toloraja, direttore esecutivo del Comitato Nazionale per la Ricerca dei BRICS. “Non è ancora chiaro come si svilupperà la situazione. Sarà molto fluida e vi saranno molti fattori che potrebbero influenzarla“, ha detto a RIR a margine della conferenza. Altri partecipanti russi del forum, come Aleksandr Gabuev, direttore del Programma Asia del Centro Carnegie di Mosca e Fjodor Vojtolovskij, uno dei maggiori esperti dell’Istituto Nazionale di Ricerca di Economia Mondiale e Relazioni Internazionali Primakov, accoglievano con favore l’ampiezza delle questioni discusse dalle tavole rotonde, dai cambiamenti climatici alla disuguaglianza in politica estera e alla sicurezza informatica. Con l’India dal ruolo sempre più attivo nella regione e l’integrazione dei trasporti mondiali, la Russia prende provvedimenti per sostenere lo sviluppo regionale. Nikonov aggiungeva che la Russia ha sostenuto il concetto generale dell’Iniziativa Via della Seta della Cina, che aprirà nuove rotte commerciali.8b4b06d03c022a06d43d7ebe807cf7d2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ri-globalizzazione preannuncia un emergente Nuovo Ordine Mondiale

He Yafei, The BRICS Post 9 gennaio 2017

PrintIl dibattito mondiale sulla globalizzazione è stato rovesciato dal “fenomeno Trump” e dal suo dilagare in Europa e altrove. I due campi della “de-globalizzazione” contro la “riglobalizzazione” sono contrapposti in un tiro alla fune senza un chiaro vincitore. Dal punto di vista storico, la globalizzazione e, del resto, la storia del mondo non è stata lineare nel progredire. Ci sono stati alti e bassi così come colpi di scena. Con decenni di rapida crescita della globalizzazione, il mondo ha raccolto benefici senza precedenti, ma abbiamo visto anche il crescente divario tra ricchi e poveri e maggiore divisione tra capitale e lavoro come previsto da Karl Marx. Quindi, la conclusione dovrebbe essere che la globalizzazione continuerà ma con paradigma o narrativa diversi, inaugurando così la nuova era della “riglobalizzazione” in cui la Cina è chiamata a svolgere un fondamentale ruolo di leadership. Il Presidente cinese Xi Jinping sarà al Davos World Economic Forum a gennaio 2017, indicando ancora una volta che la Cina attribuisce grande importanza a “una nuova globalizzazione e alla governance globale”, anche se oggi la globalizzazione è disgregata e ha urgente bisogno di cambiamenti. L’ordine mondiale emergente è stato plasmato dai meandri della globalizzazione attuale. Anche se quali misure antiglobalizzazione prenderà il Presidente Trump e cosa accadrà nella politica europea nei prossimi anni sono per lo più nel campo delle incognite, vi sono alcune tendenze che senza dubbio continueranno. Una tendenza è che dopo la crisi finanziaria del 2008 il neoliberismo è in rapida ritirata a livello globale. Un’altra è il fatto che, nonostante il rallentamento economico globale, la crescita economica e il modello della Cina si sono dimostrati di grande rilevanza nella governance economica globale, con il suo sistema politico resiliente e i forti accordi istituzionali. Il contrasto tra collasso del neoliberismo occidentale e nuovo modello di sviluppo tanto adottato e praticato dalla Cina non va ignorato. Sono certo che avrà un posto di rilievo nell’imminente riunione annuale di Davos. Negli ultimi dieci anni, la Cina ha adottato un approccio proattivo nel creare realtà comuni globali, dalla Shanghai Cooperation Organization alla Asian Bank Infrastructure Investment (AIIB), dal nuovo accordo di libero scambio RCEP, quasi concluso, all'”Iniziativa Fascia e Via” che promuove il nuovo pensiero dello sviluppo comune nella governance globale.
Tra la crescente incertezza causata dal mutamento politico-economico nei principali Paesi avanzati come Stati Uniti, Regno Unito, Italia e Francia, la Cina si distingue come ancora di stabilità e continuità nella governance globale e per impegno internazionale nell’affrontare sfide globali come il cambiamento climatico. La maggiore incertezza è senza dubbio la politica economica e monetaria presentata da Trump. Protezionismo commerciale, riduzione delle tasse, aumento degli investimenti nelle infrastrutture per mille miliardi di dollari e mantenimento dei rialzi dei tassi della FED sono già sul tavolo. Questo mix di politiche avrà un impatto sul commercio e l’economia globali. La questione è quanto e per quanto tempo le economie del mondo sono praticamente interdipendenti nella produzione globale e nei flussi finanziari. Qualsiasi interruzione del sistema attuale potrebbe essere costoso per molti Paesi, in particolare per le piccole economie o le economie dalle singole materie prime. Naturalmente non si tratta solo di Cina e Stati Uniti. Si tratta del mutevole panorama politico ed economico del mondo in cui viviamo, del “riequilibrio” o “convergenza” tra le nazioni sviluppate e in via di sviluppo su una scala mai vista dalla rivoluzione industriale di qualche secolo fa. In altre parole, la governance globale subisce un processo storico da “governo occidentale” a “co-governo tra Oriente e occidente”. Riusciremo a plasmare un nuovo ordine mondiale emergente più equo, più giusto e dalla migliore architettura della governance globale per la comunità delle nazioni, un ente di fatto di comune interesse con relazioni reciprocamente vantaggiose. Questa è una grande sfida per tutti. Sarà tragico se un Paese o dei Paesi dirottati da politica interna, economia o geo-politica siano d”ostacolo piuttosto che motori della “riglobalizzazione”. Non c’è tempo da perdere, quando la nuova era è già all’orizzonte e un mondo in rapida evoluzione richiede certamente un incontro tra menti ed azioni concertate nella governance globale di tutti i membri della comunità internazionale, per lavorare alla “riglobalizzazione”.
Ultimo ma non meno importante, riglobalizzazione non significa buttare via l’attuale sistema di governance globale. La Cina ha più volte espresso la ferma posizione nel salvaguardare e rafforzare il sistema di governance esistente. Ciò che va fatto dopo attenta e ampia consultazione tra le nazioni è quali riforme dovremmo contemplare e adottare per migliorare un sistema dalle imperfezioni evidenti. Il populismo in ascesa negli Stati Uniti e in Europa non è qualcosa che accade di punto in bianco che va ignorato. E’ il risultato del rafforzarsi dal divario persistente dei redditi e delle ricchezze, dell’ampliamento del divario tra guadagni del capitale e del lavoro, parlando in termini generali. Il populismo è solo un’etichetta. La causa principale che alimenta la rabbia populista contro le élite negli Stati Uniti e certi Paesi europei è ormai chiara. Se tale angoscia non può diffondersi, qualsiasi discorso su un nuovo ordine mondiale sarebbe inutile. Il successo della Cina in continua crescita e i suoi enormi sforzi per ridurre e eliminare la povertà sarebbero un buon esempio per le altre nazioni.9822c04a-8871-4484-9beb-2c13d069bb5b_w640_r1_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora