Il programma per gli omicidi israeliano

David B. Green, Arret sur Info, 12 febbraio 2018

Netanyahu e Barak

L’accattivante resoconto di Ronen Bergman sugli omicidi mirati da parte d’Israele svela per la prima volta numerose operazioni in nome della sicurezza nazionale. Alcune possono ispirare il lettore, altre fanno vomitare. Cito un episodio imbarazzante solo per presentare il nuovo libro di Bergman, “Rise and Kill First: The Secret History of Targeted Assassinations of Israel“, un successone in ogni senso della parola, incluse le 630 pagine completate da 70 di note e 10 molto dense di fonti orali e scritte. (C’è anche un indice molto utile). Potreste pensare che sia un maniaco (o anche ossessionato), ma la documentazione di Bergman non è pretenziosa o esagerata. Al contrario, fornisce le fonti essenziali su centinaia di episodi della storia dell’intelligence e dei servizi di sicurezza israeliani. Si va da prima dello Stato, quando agenti sionisti uccidevano funzionari inglesi e “predoni arabi” (termine sionista per combattenti palestinesi, ndr) in Palestina e assassini di nazisti in Europa, fino ai recenti attacchi ai “signori del terrore” di Hamas e Hezbollah e la serie di morti improvvise di ingegneri nucleari iraniani, altrimenti in perfetta salute. Alcune di tali storie sembrano difficili da credere, non solo perché paiono uscire da romanzi di spionaggio, ma anche perché è difficile credere che così tanti appaiano qui per la prima volta in un volume. Ma un’attenta lettura degli appunti di Bergman ci dice che la maggior parte delle operazioni descritte nel libro, molte dei quali omicidi, gli fu rivelata con interviste personali (ad oltre 1000 fonti, spesso identificate solo da nomi in codice) o da documenti che gli sono capitati tra le mani.

Atti eroici e altri meno
Max Weber ha scritto che nella società moderna lo Stato ha il monopolio della violenza legittima. Ciò implica che, in uno Stato democratico, l’uso della forza occulta vada controllato dai capi eletti dello Stato. Se “Rise and Kill First” ha un messaggio, è necessario pensarci due volte (rapidamente) prima di uccidere e avere l’approvazione di chi deve supervisionare il quadro generale. (Il titolo del libro è tratto dal testo midrash Bamidbar Rabbah 1, che dice: “Chiunque venga ad ucciderti, uccidilo prima“). Dei molti eroi del libro di Bergman, il caso Meir Dagan, “la macchina per uccidere” in cui “il meccanismo della paura era gravemente carente“, secondo uno dei suoi soldati, divenuto capo del Mossad, viene in mente; erano capaci di commettere omicidi a sangue freddo in nome dello Stato. Solo il lettore ingenuo può negare che Israele abbia un forte debito nei loro confronti per responsabilità e rischi assunti personalmente.

Da sinistra: Meir Dagan, Yehuda Danguri e Avigdor Ben-Gal, comandanti di commando.

Ma il libro è anche pieno di esempi di persone che si lasciarono trasportare, a dir poco. Anche se racconta storie di exploit sofisticati che non hanno nulla da invidiare a James Bond o “Mission: Impossible”, Bergman mette sistematicamente in discussione necessità e moralità di tali azioni, che ovviamente non potevano essere discusse in pubblico prima di essere completate. Due settimane fa, il New York Times pubblicò un estratto dal libro, in cui l’ex-comandante dell’aeronautica israeliana David Ivri descrive come, in un tentato omicidio di Yasir Arafat nell’ottobre 1982, Israele quasi abbatté l’aereo che trasportava il fratello Fathi Arafat. Fathi, un medico che assomigliava al fratello ma con una barba più folta, accompagnava 30 bambini palestinesi feriti da Beirut a Cairo per le cure. Diverse fonti d’intelligence localizzarono erroneamente Yasir Arafat sull’aereo e due F-15 israeliani decollarono pronti a lanciargli missili contro. Ma, messo a disagio, Ivri sospese l’azione, nonostante l’insistenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, tenente-generale Rafael (“Raful”) Eitan, che gli disse di finire il lavoro. Solo un rapporto del Mossad e dell’intelligence militare, che indicava che non c’era l’Arafat giusto a bordo dell’aereo, provocò la cancellazione della missione, ma fu quasi attuata. Si sa che Eitan e il suo superiore, il ministro della Difesa Ariel Sharon, erano ossessionati dall’idea di uccidere il leader dell’OLP (avevano costituito una squadra speciale guidata da due veterani dei servizi di intelligence, Dagan e Rafi Eitan, col nome in codice “Dag Maluah”, Stuzzichino di aringhe). Bergman cita Aviem Sella, all’epoca capo delle operazioni dell’Aeronautica (e che, pochi anni dopo, fu l’ufficiale di Jonathan Pollard all’ambasciata israeliana di Washington), descrivendo una missione privata per uccidere Arafat, su iniziativa del capo di Stato Maggiore, in Libano nell’agosto 1982. “Volerai sull’aereo“, un caccia fantasma, “e io sarò il navigatore e mitragliere-bombardiere“, disse Rafael Eitan, secondo Sella, “Bombarderemo Bayrut“. I due effettuarono due bombardamenti quel giorno, ma Arafat non era nell’edificio preso di mira dall’attacco. Sella quindi dice a Bergman che il capo di Stato Maggiore, intervistato quella notte presso Bayrut da un reporter televisivo, “disse che Israele si è astenuto dal bombardare edifici in un’area in cui vivevano civili”, esattamente ciò che fecero quella mattina.
Mostrando un’intuizione che sembrava sempre metterlo in guardia da tali minacce, Arafat sfuggì regolarmente alle grinfie d’Israele, a volte pochi secondi prima di un attacco. Fu solo nel 2004 che alla fine la morte lo colse, morendo di una misteriosa malattia in un ospedale parigino. Diverse autopsie nei giorni e negli anni seguenti non hanno potuto determinarne la causa. Bergman ci dice che anche se sa cos’ha causato la morte di Arafat, “Non potrei scriverlo in questo libro, né scrivere di sapere la risposta. Ordini del censore militare”. Tuttavia, chi può leggere tra le righe può legittimamente capire che Bergman è convinto che Israele istigò la “misteriosa malattia intestinale” che infine uccise il leader palestinese.
Ecco un piccolo esempio delle altre operazioni descritte per la prima volta nel libro di Bergman:
Nell’ottobre 1956, Israele abbatté un aereo egiziano che trasportava del personale, ma non il capo di Stato Maggiore che era su un secondo aereo, di ritorno da un incontro a Damasco alcuni giorni prima dell’inizio della campagna del Sinai. Non sorprende che Israele sconfisse gli egiziani demoralizzati nella guerra che ne seguì, il che non gli impedì di perdere la pace.
Nel 1965, re Hassan II del Marocco permise a Israele di spiare i capi arabi riunitisi nel vertice a Casablanca. Tuttavia, lo stesso anno, il Marocco chiese in cambio che rintracciassero e uccidessero il leader dell’opposizione Mahdi Ben Barqa. Non furono gli israeliani ad affogare Ben Barqa in una vasca da bagno a Parigi, ma aiutarono gli agenti marocchini a farlo, e in seguito si sbarazzarono del corpo che, secondo alcuni, fu sepolto nel sito di quella che è oggi la sede della Fondazione Louis-Vuitton.
Nel 1968, lo psicologo della Marina Benjamin Shalit (se il nome suona familiare, è perché quello stesso anno era il querelante nello storico processo chiamato “Chi è un Ebreo” (2) ), ebbe l’idea di “lavare il cervello” a un prigioniero palestinese ed ipnotizzarlo per farne un assassino programmato. Fu poi inviato in Giordania come agente dormiente e, quando si presentò l’occasione, avrebbe dovuto uccidere… Yasir Arafat, naturalmente! Shalit ricevette il prigioniero, di nome Fatqi, e lo lavorò per tre mesi. Uno degli informatori di Bergman ricorda che la notte in cui Fatqi attraversò il fiume giordano, salutò i suoi mentori e “con la mano fece finta di impugnare una pistola e mirare a un bersaglio immaginario tra gli occhi. Notai che Shalit era contento del suo paziente. Poche ore dopo, l’intelligence militare ricevette un rapporto su un giovane palestinese consegnatosi, armato della pistola, alla polizia giordana, a cui aveva immediatamente raccontato la storia del tentativo di lavaggio del cervello che aveva subito in Israele”.
Il defunto generale Avigdor Ben-Gal disse a Bergman come, da generale che comandava la regione settentrionale nel 1981, in seguito all’attentato di Nahariya nel 1979, ricevette l’ordine dal capo di Stato Maggiore Eitan: “Uccidili tutti“. Ben-Gal disse a sua volta che, dopo aver nominato lo specialista delle operazioni speciali Dagan a capo di una nuova unità nel sud del Libano, gli disse: “Ora sei l’imperatore qui. Fai quello che vuoi”. Bergman descrive quindi una lunga serie di omicidi che Ben-Gal e Dagan nascosero ai loro superiori, tranne Eitan, compreso il capo dell’intelligence militare Yehoshua Saguy. Reclutarono membri della milizia libanese e, secondo Ben-Gal, “li misero gli uni contro gli altri“.

Mahdi Ben Barqah

Seminare vento
Negli anni che seguirono, di fronte alle continue minacce provenienti dalla cosiddetta “Fatahland” nel sud del Libano, per la libertà di cui godevano Arafat e altri, molti ufficiali israeliani si convinsero della necessità d’invadere la regione e liquidare la rete palestinese trinceratavisi. Solo che mancava il pretesto. Gli informatori di Bergman descrissero alcuni metodi che Israele usò per scatenare disordini nel sud del Libano, con l’apparente speranza di provocare una reazione che giustificasse l’invasione israeliana. Quando Israele finalmente lanciò l’invasione del Libano nel giugno 1982, la sua giustificazione fu il tentato omicidio dell’ambasciatore d’Israele a Londra. Tranne che Israele sapeva che l’assalitore che aveva ferito gravemente Shlomo Argov operava agli ordini di Abu Nidal, capo del dissidente Fatah-Consiglio rivoluzionario, difficilmente meno ostile all’OLP di Israele.
Rise and Kill First” non è un libro apertamente politico ma, a più riprese, gli informatori di Bergman, coloro che usarono armi e bombe, piazzarono trappole e ordirono trame intricate per ingannare ed abbattere i nemici decisi a distruggere Israele e uccidere gli ebrei, arrivati alla fine della loro vita, dissero al giornalista che la violenza ha generato violenza. E il successo, l’arroganza. Dalle prime pagine del libro, Ehud Barak, ex-primo ministro, capo di Stato Maggiore e “commando straordinario”, mai considerato un sognatore, parla delle conseguenze a lungo termine della stupefacente operazione “Primavera della gioventù” a Bayrut (dove Barak e Amiram Levin si travestirono da donne). Bergman racconta quasi minuto per minuto l’operazione, che coinvolse la prima azione coordinata di oltre 3000 uomini di Mossad, IDF, 13.ma Flottiglia, paracadutisti e commando Sayeret Matkal dell’AMAN (intelligence militare), oltre ad agenti doppi informatori in Libano. Siamo meravigliati della precisione con cui l’operazione fu concepita, così come dall’immaginazione dei suoi ideatori, e siamo scioccati dall’apprendere che un agente del Mossad andò nel panico a Bayrut e che senza informare nessuno, partì con due colleghi feriti laddove avrebbe dovuto incontrare i camerati e avrebbero potuto essere medicati. Alcuni soldati erano furiosi e una volta riunitisi sulle loro canoe per tornare in Israele, scoppiò una rissa tra loro e l’uomo del Mossad. A quarant’anni dalla missione, in cui 50 membri dell’OLP furono uccisi e fu trovata una miniera di preziosi documenti dell’organizzazione, Barak suggerì che l’operazione permise una sicurezza ingiustificata. “È impossibile proiettare il successo di un raid chirurgico, con un obiettivo ben preciso, sulle capacità dell’intero esercito, come se le IDF potessero fare tutto, che fossimo onnipotenti”.

Ehud Barak, a destra, e Amnon Lipkin-Shahak, allora dei commando, a metà degli anni ’70.

Lo stesso Bergman va oltre alla fine del libro sostenendo che Mossad, AMAN e il servizio di sicurezza Shin Bet, “hanno sempre dato ai capi israeliani risposte operative a tutti i problemi che andavano affrontati con le loro soluzioni. Ma gli stessi successi dell’intelligence crearono l’illusione, tra i capi del Paese, che le operazioni segrete fossero uno strumento strategico e non solo tattico, che potessero sostituire la diplomazia nella risoluzione dei conflitti geografici, etnici e nazionali in cui Israele è impantanato“. Non c’è bisogno di essere Carl von Clausewitz per riconoscere che nulla sostituisce una visione strategica e l’arte del compromesso politico. Quando le azioni delle forze di sicurezza israeliane diedero ad Israele un vantaggio tattico temporaneo, e ci sono molti esempi stupefacenti di tali azioni nel libro di Bergman, furono molto utili. Ma spetta ai capi politici sfruttare al massimo tali benefici e trarne profitti politici permanenti.

Rafael Eitan

NdT
1- Midrash (parola ebraica formata sul radicale dr-sh, interroga, richiede, interpreta): un metodo ermeneutico dell’esegesi biblica che opera principalmente confrontando diversi passaggi biblici; così come, per la metonimia: la letteratura che raccoglie questi commenti.
2- Benjamin Shalit aveva sposato una straniera non ebrea. Si dichiarò ateo. Quando volle che la nazionalità israeliana venisse riconosciuta ai figli, le autorità israeliane obiettarono. Fece appello alla Corte Suprema dello Stato che gli diede ragione, ma poco dopo fu votata una legge allineata alle posizioni dei religiosi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Ungheria: i falsi amici di Viktor Orbán

Modeste Schwartz, Visegrad Post 20/03/2018In connessione col piccolo “terremoto” del 25 febbraio, in un recente editoriale ho affermato che i problemi di “comunicazione” (attualmente oggetto di accesi dibattiti nel FIDESZ e tra i suoi sostenitori) rivelano le realtà sociologiche sottostanti più difficile per i partecipanti identificare e nominano, in particolare “il fatto che FIDESZ, dopo 8 anni di politica esemplare ed efficace al servizio della classe media ungherese (praticamente l’unica in Europa a non essere stata sacrificata dal potere dominante), è sempre più preso tra due categorie strutturalmente ostili: una vecchia e una nuova: il lumpenproletariato per il quale è vero che non ha fatto molto e una “classe creativa” per la quale ha fatto di tutto, ed è ancora probabile lo tradisca”. Ho pensato che sarebbe stata una buona idea rivedere questa domanda scavando un po’ più a fondo coll’analisi. Iniziamo presentando le due “classi ribelli” che potrebbero, se non l’8 aprile, almeno nel prossimo futuro, indebolire la costruzione apparentemente incrollabile dell’Ungheria di FIDESZ.
La più nota delle due classi, e la più spesso demonizzata da certi media filo-FIDESZ, è la sottoclasse, la cui esistenza massiccia indica il fallimento principale dell’esperimento del FIDESZ: aver fallito nel strappare l’Ungheria dalla morsa del colonialismo economico tedesco, che chiede a una società ungherese impoverita di perpetuare i margini di competitività con cui uccide le economie dell’Europa meridionale. Tale critica ai vertici del FIDESZ è estremamente rara in Ungheria, dove anche chi a sinistra mantiene una parvenza di decenza intellettuale (come il filosofo Gáspár Miklós Tamás) ha la tendenza ricorrente a non saper valutare, ignorando del tutto la geopolitica e non andando mai oltre la critica dei risultati, chiedendo politiche di assistenza sociale che nessuno mai specifico come possano o debbano essere finanziate. Ovviamente, in un Paese dal carico fiscale basso (rispetto a Francia o Scandinavia), e bassa tassazione parzialmente giustificata dalle esigenze dello sviluppo del paese, il FIDESZ non può continuare ad investire pesantemente nelle infrastrutture, mantenere un’ambiziosa politica di sostegno familiare (mutatis mutandis, probabilmente la più ambiziosa in Europa) e soddisfare i tani bisogni di un lumpen-proletariato massiccio e improduttivo. Ma tutti evitano accuratamente di chiedere perché tale sottoproletariato sia così improduttivo. Questo, tuttavia, non è un mistero: sottopagato nell’indotto industriale tedesco, il lavoratore ungherese attivo non può consumare abbastanza per generare sufficienti posti di lavoro secondari; la ristrutturazione del suo bagno sarà fatta “in nero” da lavoratori precari, attori dell’economia informale. Non solo tale precariato, che vive in villaggi e baraccopoli dove nessun migrante ha mai vagato, si preoccupa poco della minaccia d’invasione dei migranti (minaccia autentica, però, nel prossimo futuro), ma soprattutto, la debolezza economica spesso lo rende incapace di godere dei reali benefici delle politiche populiste del FIDESZ: senza auto, difficilmente si gode le scintillanti nuove autostrade che Orbán ha ampliato nel Paese, od usufruisce dei mutui per la casa garantiti dallo Stato, offerti dal FIDESZ alle famiglie, purchè siano ammissibili ai prestiti bancari. Per costoro gli unici effetti tangibili della “rivoluzione nazionale” del 2010 sono state le tasse sui salari minimi e la tassa unica sul reddito (due mutandoni neo-liberali che ingombrano il bagaglio del FIDESZ dalla fase reaganiana degli anni ’90, anche se la loro inefficienza economica è dimostrata da tempo). Il che significa che, invece di prendersela col lumpenproletariato, la destra ungherese farebbe meglio a stupirsi e congratularsi per la pazienza molto patriottica con cui aspetta il turno al tornello della “Nuova Ungheria”, perché parte di questa classe (come hanno notato recentemente con ammirazione i giornalisti comunisti) continua a sostenere il governo Orbán col voto o l’astensione, un processo facilitato, ovviamente, dalla quasi-inesistenza di una sinistra socialista in Ungheria (il MSZP è “socialista” solo di nome). La domanda è: quanto può durare questa pazienza?
L’altro gruppo sociale, sul quale sentiamo meno commenti e in particolare, commenti meno vistosi, merita, a mio avviso, un esame più rigoroso e un giudizio più severo. Si tratta di un nuovo strato sociale di giovani provinciali (quindi in genere figli di elettori del FIDESZ) trasferitisi a Budapest e la cui ascesa sociale lo si deve al FIDESZ e alla sua politica di sostegno alla classe media, ma che sono comunque pronti a sparargli alle spalle per ragioni “culturali”. Questo gruppo, a metà strada tra bobo francese e “classe creativa” moscovita, è il grosso di movimenti come LMP o Momentum (vedi la mia precedente analisi). È sociologicamente caratterizzata da un’elevata mobilità internazionale (che consenta ai suoi membri di fuggire dal Paese una volta che il capriccio elettorale l’ha rigettato nelle maglie del FMI) e dal pesante consumo culturale, il che lo rende altamente permeabile ai messaggi ideologici sulla scena culturale di Budapest (al 90% formata dalla sinistra postmoderna anti-FIDESZ). Attraverso tale cumulo di ostilità dai propri figli, FIDESZ effettivamente sconta la codardia che da tempo caratterizza i suoi rapporti col mondo della cultura: un mondo (come altrove in Europa) che sopravvive principalmente coi sussidi statali, e il cui maggior piacere è denigrare lo Stato, i suoi rappresentanti (“politici corrotti”) e la loro base elettorale (gli “stupidi zoticoni” dell’Ungheria provinciale che vota FIDESZ). Questo curioso masochismo dell’apparato statale nei rapporti con la quinta colonna culturale di Bruxelles può essere spiegato dalla sociologia (urbana e borghese) dei dirigenti del FIDESZ, il cui disprezzo di classe, come ho già sottolineato, sfugge grazie al genio politico di V. Orbán. È interessante notare che le lamentele sull’eccessiva semplificazione dei messaggi (specialmente anti-migrazione) nella campagna del FIDESZ provengono solitamente da membri di tale gruppo che, a mio avviso, non è il gruppo preso di mira da tali campagne (mi sorprenderebbe se Árpád Habony abbia molte illusioni sul potenziale elettorale del FIDESZ in questo settore della società). Di conseguenza, ci si potrebbe chiedere in quale misura abbia senso tenere conto di tali critiche, che in genere sono piuttosto un pretesto per la vera ragione del voto anti-FIDESZ: menzionare i poster giganti su Soros e migranti, come “strumenti” di indottrinamento”, è un alibi facile, compatibile con l’ideologia anti-totalitaria (in realtà: anti-popolare) della nuova sinistra ungherese (ma anche del FIDESZ degli anni ’90); senza dubbio le persone citate sono in gran parte sincere e credono (come spesso accade) ai propri alibi. Ma la vera causa profonda della loro “dissidenza” è la necessità per la gioventù in ascesa di adattarsi alla cultura delle vecchie élites urbane di Budapest (quasi completamente anti-FIDESZ da sempre), e alla freddezza della cultura globale occidentale apparentemente apolitica, ma in realtà appesantita dai gadget del globalismo sinistro, dalla moda hipster alla metrosessualizzazione della vita sociale al no-borderismo sottomesso di tali giovani cosmopoliti, ai quali FIDESZ ha anche la generosità suicida di offrire borse di studio “all’estero” (che significa: in occidente).
Se FIDESZ vuole sopravvivere, non solo alle elezioni dell’8 aprile ma, in particolare, a quelle del 2022, cioè compensare le perdite elettorali inevitabilmente causate dall’erosione del potere, è giunto il momento di mapparne la crescita potenziale senza idee preconcette. Sul versante della “classe creativa”, questo potenziale è zero: non solo perché l’Ungheria gli ha già dato tutto, ma anche e soprattutto perché, ritardati a modo loro, questi “scenari di Budapest” nel 2018 considerano ancora il tipo occidentale di pseudo-alternanza quale modello di ogni democrazia. Sarebbe inutile che FIDESZ legalizzi il matrimonio omosessuale, rimuova Dio dalla costituzione o abbatta la recinzione installata sul confine serbo: vorrebbe comunque che Orbán se ne vada. Il margine di crescita si trova quindi nella sottoclasse che il FIDESZ, prigioniero della retorica anticomunista da trent’anni, continua ad ignorare largamente, considerandola una riserva del MSZP, anche se la sua attuale maggioranza di due terzi, matematicamente (con Jobbik al secondo posto), non ci sarebbe mai stata senza le numerose defezioni dalla “sinistra” (più esattamente: dal MSZP, che ha tradito la base proletaria, come il PS francese, il PASOK greco, ecc.). Da questo punto di vista, per riassumere la situazione con un certo cinismo, è una asituazione: se FIDESZ vuole continuare a ignorare più o meno questa classe, per rimanere al potere deve imperativamente renderla (demograficamente, elettoralmente) trascurabile, cioè cercare di estrarre da esso milioni di cittadini con la mobilità in ascesa, cioè con l’accesso a posti di lavoro retribuiti. Se non può, allora deve smettere di trascurarla. Va da sé che il FIDESZ, nella sua fobia di destra per l’assistenza pubblica, troverebbe la prima soluzione più logica, ma la sua attuazione affronterebbe una forte inerzia culturale (debolezza dei riflessi imprenditoriali) e varie barriere strutturali, la maggior parte delle quali collegate all’adesione all’UE, che l’Ungheria attualmente non prevede di lasciare, sperando invece di diventare il centro dell’enclave di Visegrad (estendendo il V4 ai Balcani) con una certa sovranità di fatto. Un vicolo cieco? Non necessariamente. Se l’Ungheria non ha né il desiderio né i mezzi per intraprendere politiche di welfare di tipo occidentale, può ancora esplorare modi alternativi. Essendo esportatore agricolo netto che rifiuta gli OGM, l’Ungheria, ripristinando (attraverso la distribuzione di terreni non alienabili, aiuti agli insediamenti, ecc.) i ricchi piccoli contadini che ha perso al momento della meccanizzazione, potrebbe diventare campione regionale del cibo di qualità, mentre consente a molti cittadini uno standard di vita (e anche di più: una qualità della vita) che sarebbe considerato invidiabile nella regione. In ogni caso, la disoccupazione è in calo, e continuerà a farlo se non altro per ragioni demografiche: anche se la politica familiare del FIDESZ mettesse fine al femminismo ungherese, ci vorrebbero due decenni per avere un impatto significativo sul mercato del lavoro; nel frattempo, la percentuale dei lavoratori nella popolazione totale può solo diminuire. Di conseguenza, il problema dell’occupazione è destinato a rimanere in secondo piano, lasciando i riflettori sul problema dei salari, e qui non va dimenticato che in Ungheria, come nell’Europa post-comunista, il rapporto busta paga/profitto aziendale è molto più favorevole al capitale che non in Europa occidentale. In altre parole: la necessità di recuperare le infrastrutture dopo il decadimento economico degli anni ’80 e la deindustrializzazione degli anni ’90 non può essere evocate per sempre, ora che lo stato delle attrezzature del Paese e delle sue aziende è diventato paragonabile a quello di certi Paesi dell’Europa meridionale . La leggendaria “transizione” dovrà finire prima o poi. E i capi ungheresi dovranno quindi imparare che i dipendenti vanno pagati. Il FIDESZ è oggi quasi esattamente nella situazione del gollismo in Francia alla fine degli anni ’60: patriottico, popolare, consapevole di essere preso di mira dalla destabilizzazione organizzata dall’estero, ma troppo fiducioso verso la propria base borghese (una parte della quale è in attesa della prima occasione per tradirla) ed incapace di una congiunzione sociale e nazionale, anche se lo stato di abbandono della sinistra ungherese sembra richiedere l’adozione di una mossa del genere (un’opportunità che Charles de Gaulle, in contrasto con l’ancora potente PCF degli anni ’60, non ebbe mai). Perfettamente realizzabile e presente sin dall’inizio nei programmi, le idee di solidarietà nazionale e aiuto reciproco cristiano sono lente a prendere forma nell’azione del governo. Nel frattempo, i discendenti degli artefici del maggio 68 (e persino alcuni dinosauri che non hanno mai smesso di fare del male da allora, come Daniel Cohn-Bendit) spargono i semi di un movimento analogo nella gioventù ungherese.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Orbán: “dobbiamo combattere contro una rete internazionale organizzata”

Visegrad PostIn occasione della Giornata Nazionale e tre settimane prima delle elezioni, Viktor Orbán dimostrava la propria popolarità e determinazione a lottare contro “una rete internazionale organizzata”. Il 15 marzo, l’Ungheria celebra la rivoluzione per l’indipendenza del 1848-1849. Questo è un giorno eminentemente politico per gli ungheresi, e tradizionalmente ogni partito organizza un evento coi propri sostenitori. I vari partiti di opposizione hanno raccolto circa un migliaio di partecipanti. Ma l’evento del giorno era innegabilmente la “marcia della pace”. Il Fidesz, partito di Viktor Orbán, organizzò tra il 2012 e il 2014 queste “marce della pace” per dimostrare la propria popolarità ed ineguagliata capacità di radunare le folle. La prima marcia mirava a dimostrare all’Unione europea il sostegno che Viktor Orbán gode in Ungheria, mentre negoziava sulla nuova costituzione. Ma dal 2014 non fu organizzata alcuna marcia per la pace. E quest’anno è stato un record: circa 500000 persone, nonostante la pioggia, hanno marciato a Budapest per esprimere il sostegno a Viktor Orbán. La vera dimostrazione di forza per indecisi, opposizione ed estero, la marcia dei sostenitori di Viktor Orbán riunitisi al richiamo del polemista e presentatore televisivo Zsolt Bayer, si concluse presso il parlamento dove il Primo Ministro ungherese tenne il suo discorso, il 15 marzo. Prima dell’inizio della marcia, Zsolt Bayer, personaggio storico di Fidesz e della televisione ungherese, affermò che i partecipanti sono coloro che sanno ancora cosa significa “Dio, Nazione e Patria, chi sa cos’è la famiglia e cosa i bambini rappresentano, e riconosce i due generi, donna e uomo“.
Ecco i punti salienti del discorso di Viktor Orbán del 15 marzo 2018:
All’apertura del discorso, Viktor Orbán salutava i partecipanti, in particolare le centinaia di polacchi presenti, ricordando i forti e antichi legami che uniscono Polonia e Ungheria. Per il Primo Ministro ungherese, la forza di ogni Paese è una garanzia per l’altra. E in questo senso, “la marcia della pace di quest’anno non è stata solo una questione nazionale, è stata anche un sostegno alla Polonia”. “Nelle prossime elezioni che si terranno tra tre settimane, non si tratta di votare per i prossimi quattro anni […] il problema è il futuro del Paese“. Per Viktor Orbán, i suoi sostenitori sono gli eredi dei combattenti per la libertà del 1848-49. Ricordando che per trent’anni i suoi sostenitori, unitisi dietro di lui, hanno combattuto numerose e importanti lotte, Viktor Orbán annunciava che “la battaglia principale deve ancora venire“, perché “alcuni vogliono toglierci il nostro Paese“. “Vogliono che nel giro di pochi decenni, di nostra spontanea volontà, abbandoniamo il nostro Paese ad altri, estranei di altre parti del mondo che non parlano la nostra lingua, non rispettano la nostra cultura, le nostre leggi e i nostri modi di vita. Chi vuole sostituire il nostro popolo col proprio. Vogliono in futuro che non siano noi e i nostri discendenti a vivere qui, ma altri. E non c’è esagerazione nelle mie parole“, aveva detto il Primo Ministro ungherese, spiegando la situazione nell’Europa occidentale e presentandola come controesempio. “Chi non ferma l’immigrazione ai propri confini sparirà“. Secondo Viktor Orbán, “alcune forze esterne e potenze internazionali cercano d’imporci questo“. E le elezioni dell’8 aprile sono a suo parere una buona opportunità per queste forze di far valere i loro obiettivi. “Quindi non vogliamo solo vincere un’elezione, ma il nostro futuro“. “L’Europa, e al suo interno, l’Ungheria, è arrivata a un punto critico: mai le forze patriottiche e internazionaliste si sono contrapposte così“. Per l’uomo forte di Budapest, l’opposizione è tra i milioni di patrioti e democratici e le élite globaliste antidemocratiche. “Dobbiamo confrontarci col passaggio di persone che minaccia il nostro modo di vivere. (…) Non sono i piccoli deboli partiti di opposizione che dobbiamo combattere, ma una rete internazionale organizzata come un vero impero. Media supportati da consorzi stranieri e oligarchi locali, attivisti ed agitatori pagati, ONG finanziate da speculatori internazionali, ciò che George Soros rappresenta e incarna. È questo mondo che dobbiamo combattere per preservare il nostro“.
Con retorica marziale, Viktor Orbán considerava l’opposizione nell’insieme un obiettivo alleato di George Soros e dei suoi interessi. “L’Europa è invasa. Se non facciamo nulla, decine e decine di milioni di persone da Africa e Medio Oriente verranno in Europa“. Rifiutando la passività dell’Europa occidentale, Viktor Orbán l’avvertiva contro la futura demografia africana. “Bruxelles non difende l’Europa“, aveva detto insistendo sulla disponibilità di Bruxelles a sostenere tale immigrazione. “Dopo le elezioni, cercheremo un risarcimento. Moralmente, politicamente e legalmente“. Per l’opposizione, questa frase sembrava una minaccia. “Come i nostri antenati hanno giustamente detto, un popolo codardo non ha nazione. […] Abbiamo sempre combattuto e alla fine abbiamo sempre vinto. Abbiamo rimandato a casa il Sultano e i suoi giannizzeri, abbiamo espulso l’imperatore asburgico e i suoi soldati, i sovietici e i loro compagni, e ora stiamo per espellere George Soros e le sue reti. Gli chiediamo di tornarsene negli USA e badare a loro!” Tornando al tema dell’immigrazione, Viktor Orbán spiegava che basta un solo errore: “se la diga crolla e l’acqua scorre“, diceva, “la conquista culturale diverrà irreversibile“. In conclusione, il Primo Ministro ungherese rivolse un appello ai giovani sull’importanza di avere una patria. “Caro giovane ungherese, la Patria ha bisogno di te, vieni ed unisciti a noi nella nostra lotta in modo che quando avrai bisogno della patria ne avrai ancora una“.
Il discorso si concluse con la recitazione, non il canto, dell’inno nazionale, una preghiera, e l’invito a combattere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Autodistruzione dell’Unione europea

Robin Mathews AHTribune 13 marzo 2018Non avverrà rapidamente… e il collasso non sarà con un lampo accecante. Ma la crescente insoddisfazione tra le popolazioni europee crescerà. Travisata da personaggi come Mario Draghi, capo della Banca centrale europea ed ex-dipendente di Goldman Sachs, e Jean-Claude Junker, presidente della Commissione europea, così come da quasi tutti i media… l’insoddisfazione crescerà… aumenterà e rafforzerà il collasso…. L’Unione europea è nata con una menzogna e, a causa dei mali subiti dai cittadini europei, non potrà continuare. Vestita dalla Grande Idea sulla liberazione dalle guerre in un continente ricco di lingue, culture e confini nazionali, l’esperimento è di fatto immerso nell’avidità dei banchieri internazionali, dell’imperialismo USA, delle competizioni locali europee e da un seguito decadente ed inflessibile di aziende private così “progressiste” che tornerebbero agli schiavi se solo potessero imporlo… Il Parlamento europeo è in sostanza una finzione vacua. Il potere europeo si trova a Washington, Berlino, nella NATO, nella Commissione europea di nominati e in varie organizzazioni europee, aziende e capitalisti. Alcuna di tali forze è “illuminata”. Neanche nell’assente stampa europea, per lo più di loro proprietà.

Come è successo?
La storia della formazione dell’Unione europea è più lunga di quanto si pensi. Dopo la Prima guerra mondiale un piccolo gruppo di pensatori e politici presentò l’idea dell’Europa Unita. Erano una piccola minoranza, ma fecero ciò che potevano per mantenere viva l’idea: incontrare, pubblicare, fare campagne. Una voce significativa dell’epoca, Aristide Briand, undici volte primo ministro della Francia, propose (senza successo) l’unione economica dell’Europa nel 1929, sperando di evitare ciò che accadde dopo la morte nel 1932. E così arrivò Adolf Hitler e nel 1939 Blitzkrieg e unificazione militare dell’Europa. Alcuni vecchi fautori dell’unità pensavano che l’Europa di Hitler potesse divenire un’unione democratica. Furono accusati di “collaborazionismo” con la brutalità nazista… e perseguitati per le loro ingenue speranze. E poi l’Europa fu liberata dal flagello nazista. Ancora più intensamente emerse il grido che qualcosa andava fatto per porre fine alla brutalità delle guerre europee. Il grido di “Europa Unità” si sollevò di nuovo. Dall’altra parte dell’Atlantico durante la Seconda guerra mondiale (1944) numerose nazioni (44) s’incontrarono a Bretton Woods, nel New Hampshire, negli Stati Uniti, per elaborare nuove forme di commercio, finanza internazionale, giustizia, lavoro… (La creazione della forza militare a guida statunitense NATO, e l’esclusione della Russia vennero poco dopo). Tutta l’Europa (eccetto la Germania), Stati Uniti e Regno Unito (negli incontri del 1944) si misero al lavoro per attuare un futuro planetario, un futuro difatti forgiato e controllato dagli Stati Uniti. Ne seguì la famosa diatriba tra l’inglese John Maynard Keynes e il rappresentante statunitense Harry Dexter White che, solo per via del puro potere post-bellico degli Stati Uniti incolumi, vinse creando il sistema finanziario e commerciale globale dominato dagli Stati Uniti… con infinite implicazioni per l'”Unione Europea”. Quando la guerra del 1939-1945 terminò, gli Stati Uniti scoprirono che il Piano Marshall (per salvare l’Europa) presentava possibilità illimitate di profitto (e controllo). E tali idee indicarono agli Stati Uniti creazione (e controllo) della NATO e i principali passi nella costruzione dell’Unione europea, un’entità che ora è così (inutilmente) complicata che il Parlamento europeo è un fatuo club per dibattiti. Non senza avere importanza centrale (ma raramente menzionata), la burocrazia dell’UE propose e scrisse la Costituzione d’Europa. Tre lunghi volumi (forse la Costituzione più lunga mai scritta, del 2004-5), che i suoi autori non erano ansiosi che gli europei studiassero. I governi al potere iniziarono ad attuarli. Ma alcuni di essi, come Francia e Paesi Bassi, richiesero il referendum popolare per approvarla. Gli attivisti francesi ne ebbero delle copie, le lessero… e passarono all’offensiva rivelandone il contenuto e bloccando il passaggio del documento “illiberale”. Il risultato nel 2005 fu che Francia e Paesi Bassi rifiutarono la cosiddetta Costituzione. Era morta e sepolta. Non andava rifiutata dai cittadini europei, e la burocrazia dell’UE creò il trattato (la struttura dei trattati che vincola i Paesi europei è ora chiamata “Costituzione nascente dell’UE”), presentato a Lisbona nel 2007, dove fu approvato dai governi; e il Trattato di Lisbona (contenente parte della Costituzione respinta) entrò in vigore nel 2009.
Arrivando ad oggi, ci troviamo di fronte al gioco di prestigio della Francia passata all’improvviso al nuovo partito “En Marche” con Emmanuel Macron suo presidente. Mentre il partito socialista crollava per tradimento… seguendo i dettami della Commissione europea reazionaria, i capitalisti francesi si affrettavano a salutare il salvatore dagli occhi blu (“Emmanuel” significa “Dio è con noi”). Evitando gli attacchi diretti ai lavoratori che caratterizzarono il governo di Francois Hollande, Macron è per il momento saldamente in carica. L’avversaria Marine Le Pen, misinterpretata dai commentatori (in parte perché mette seriamente in dubbio la struttura dell’UE), lotta per mantenere la presenza, avendo dato dimostrazione credibile nelle elezioni che hanno messo Macron al potere. Le sconvolgenti elezioni in Italia hanno messo in rotta il cosiddetto partito di centro-sinistra di Matteo Renzi (un duplicato del governo “socialista” di Francois Hollande). In entrambi i casi i governi erano anti-operai, repressivi verso la gente comune, inutili sulla disoccupazione e di fatto nelle mani della Commissione europea di Jean-Claude Junker (e attraverso essa dell’Europa delle aziende con le sue connessioni statunitensi). Le elezioni italiane, che hanno dato ai Cinque Stelle (mettendo radicalmente in discussione le politiche dell’UE) la maggioranza dei voti… e incrementato il potere degli elementi di destra, hanno creato un disordine perfettamente comprensibile. Il fallimento dei partiti di “governo” (accettati dai media) nel mantenere le posizioni ha provocato le urla sull’ascesa al potere dei partiti “di estrema destra”, “populisti”; ciò significa nient’altro che il legittimo voto di protesta ha funzionato. (Dopotutto, i partiti populisti sono sostenuti dalla popolazione piuttosto che dalle aziende e dai contribuenti più ricchi!). E quando governi reazionari come i governi “di sinistra” di Francia e Italia incontrano un’opposizione, come chiamarla? La stampa fallita europea sceglie di chiamarla “estrema destra”!
Nel mondo occidentale (ad eccezione della Gran Bretagna) i cosiddetti partiti “di sinistra” non controllano più la società, Canada escluso. In Italia (e in Europa) genitori colpiti, giovani disoccupati e lavoratori sempre più insultati cercano una soluzione al governo dell’Unione europea centrato sulle azeinde. Se si vuole pensare al fallimento gigantesco dell’Unione europea, basta guardare la Grecia. Maledetta da una corruzione non maggiore di quella degli Stati Uniti, assistette alla falsificazione dell’economia equilibrata ad opera di Goldman Sachs di New York, rimanendo col disperato bisogno di aiuto comunitario per ricostruire economia e legittimità politica; la Grecia è stata fatta a pezzi, dissanguata, disonorata, divorata e svenduta da una “troika” senza coscienza di nominati dell’UE agli avvoltoi europei e stranieri, affinché i sei milioni di cittadini più utili della popolazione greca lascino il Paese. (C”è davvero il coraggio di parlare di Comunità europea?)
L’Italia è il terzo maggior membro della “Comunità europea”. La lotta nei prossimi mesi per formare un governo degli italiani (invece che di altri nel mondo dalla ricchezza putrida e dagli intenti criminali) testerà l’unità dell’Unione europea e ne cambierà radicalmente la struttura di potere… o annuncerà la morte di tale incubo del tutto tragicamente sbagliato.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Ungheria nel mirino di Soros

Tom Luongo, 29 novembre 2017Nonostante siano stati amici intimi, non vi è alcuna fuga d’amore tra il Presidente ungherese Viktor Orban e il miliardario campione del cambio di regime George Soros. Orban, come il Presidente Vladimir Putin, ha assunto il ruolo della difesa degli interessi dell’Europa orientale contro Soros, come Putin degli interessi della Russia. E questo è precisamente il motivo per cui entrambi sono diffamati dai media occidentali come dittatori neo-hitleriani. Naturalmente, tale caratterizzazione è praticamente senza senso, ma questo è il campo di cui ci occupiamo oggi. Negli ultimi mesi Orban è sul sentiero della rielezione, chiedendo apertamente che l’influenza di Soros su politica, istruzione e governo ungheresi sia sradicata. E Soros ha risposto con una confutazione scritta male che aiuta la credibilità dell’accusa di Orban. Niente di tutto ciò, tuttavia, è una novità. Nemmeno l’annuncio della scorsa settimana del dipartimento di Stato degli Stati Uniti che si appresta a spendere 700000 dollari per agire contro la rielezione di Orban.

Smascherare Soros
Qual è la novità che ciò implica. L’annuncio pubblico dell’addetto d’affari David Kostelancik l’ha detto, in aperta opposizione al buon rapporto di Trump con Orban e mettendo in difficoltà il segretario di Stato Rex Tillerson. Non è un segreto che l’ambasciata degli Stati Uniti a Budapest sia ancora presidiata dagli incaricati dell’amministrazione Obama che continuano i loro compiti perché il Congresso si rifiuta di confermare le nomine di Trump e Tillerson su quest’area. Quindi, è ovvio che si tratti della mossa disperata di Soros per attivare i suoi servi nel dipartimento di Stato. Questa è una palese violazione della politica dichiarata da Trump a non impegnarsi più nei cambi di regime. È anche il culmine dell’ipocrisia dell’isteria russofoba sui media statunitensi nelle elezioni del 2016. L’influenza di Soros in Europa viene diffusa a tutti i livelli. Due settimane prima qualcuno pubblicava la “Lista di Soros” dei deputati al Parlamento europeo e di altri funzionari dell’Unione europea che finanzia e presumibilmente ha sotto controllo. Non ho sentito alcuna smentita da tale gruppetto, e ciò può e deve essere considerato un’ammissione. E a causa di ciò che il costo per continuare ad influenzare le cose da dietro le quinte sia aumentato drammaticamente. Si ricordi che a luglio Israele, tra tutti i posti, fece di tutto per criticare l’influenza di Soros in Ungheria. Ne riferivo dicendo: “Ciò cambiò quando un portavoce del ministero degli Esteri israeliano, in maniera non ufficiale, denunciò Soros in relazione alla politica ungherese. Poi vedo questo rapporto su Israele che sarebbe in procinto di dichiarare Soros “Nemico dello Stato” introducendo una legge simile quelle di Ungheria e Russia intralciando seriamente gruppi come OSF e Human Rights Watch (HRW) che operano da dietro le quinte. L’introduzione di questa proposta di legge sarebbe collegata alla visita del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Budapest questa settimana”. Fu un importante punto di svolta nella narrazione su costui. La pubblicazione della Lista di Soros è un altro. Va ringraziato Orban per averlo detto apertamente. E ci vorrà molto più dei 700000 dollari agli Stati Uniti per influenzare materialmente la rielezione di Orban. Ma Orban non permette alcuna possibilità, perciò sollecita apertamente la diaspora transilvana in Romania a registrarsi per il voto. La risposta dei funzionari rumeni, che ovviamente coprivano Soros e i suoi servi nell’Unione europea, era comica per l’indignazione.

L’indipendenza di Visegrad
Quello che accade in Ungheria si replica in tutta l’Europa dell’Est. Dal rifiuto della Polonia di seguire la linea UE sull’immigrazione, in linea col muro dal grande successo dell’Ungheria, al Presidente ceco in visita a Mosca dove parlava solo in russo per dire che la Russia è “dieci volte più importante” della Francia. Attori come Soros disprezzano l’etnocentrismo in qualsiasi forma. La cultura condivisa è qualcosa da distruggere insieme all’esperienza condivisa. L’intera mentalità progressista/marxista consiste nel costruire muri comunicativi tra generazioni e gruppi distinti per indebolirli. La Russia di Putin è diventata il faro della via d’uscita da questo pasticcio. Ha integrato con successo territori problematici come la Cecenia in Russia, senza imporre una soluzione culturale centralizzata. In effetti, è la conservazione degli imperativi culturali che guida gran parte del successo diplomatico e militare di Putin negli ultimi sedici anni. E non importa quanti soldi Soros e i suoi agenti del dipartimento di Stato spendano per cambiare le cose, alla fine perderanno. Quando leggo che i capi nazionalisti polacchi e, finora russofobi, si stancano delle assurdità emanate da Kiev, un governo che il nostro dipartimento di Stato e Soros hanno messo al potere per destabilizzare la Russia, allora si sa che è solo questione di tempo prima che l’intero casetllo crolli. Orban ha elevato immensamente il profilo internazionale dell’Ungheria da Presidente. E ha seguito con successo la leadership di Putin come statista che influenza Repubblica Ceca, Austria e Germania. Con Angela Merkel alle corde, i socialdemocratici in Germania vengono corrotti per accettare la “grande coalizione” per mantenere vivo il sogno. Theresa May perde supporto tentando di sabotare i negoziati sulla Brexit. Ad un certo punto, i miliardi di dollari spessi diverranno un grosso dispiacere e un casino che si dovrà sistemare.Traduzione di Alessandro Lattanzio