Tradimento dei chirici, gli italiani dovrebbero smettere di essere italiani e prendersi cura del loro interesse nazionale

GefiraNel 1927, Julien Benda denunciava il tradimento degli intellettuali, o il perseguimento eccessivo delle preferenze nazionaliste sui valori universali. Novant’anni dopo, i ruoli si sono invertiti. La classe intellettuale dell’occidente ha una nuova religione, la globalizzazione, ed ha abbandonato completamente le comunità native dell’occidente. Se la classe lavoratrice dell’occidente soffre o se la classe media si riduce, non importa, perché la globalizzazione ha portato “la crescita economica globale” e per il resto del mondo è meglio. Allo stesso modo, quando gli intellettuali occidentali perdono la scommesse sulla leva finanziaria nel casinò finanziario globale, e il casinò si blocca, spetta ai media occidentali “salvare il mondo” a loro spese. Un grido di orrore aumenta quando Donald Trump vuole proteggere i posti di lavoro produttivi invece di “salvare il mondo” dal cambiamento climatico. Gli occidentali non amano gli attentati islamici? Gli fa troppo male; gli investimenti provenienti dai Paesi del Golfo che sponsorizzano wahabismo e Fratellanza musulmana, come Arabia Saudita e Qatar, sono più importanti delle vite dei cittadini occidentali. La priorità sarebbe permettere ai Paesi del Golfo di finanziare moschee e centri culturali, ed assicurarsi che non siano offesi ogni volta che uno dei loro uccide cittadini occidentali. Le classi inferiori dell’occidente dovrebbero assumersi tutti i problemi derivanti dalla globalizzazione e non avere il diritto di lamentarsi; altrimenti sono ignoranti e bigotti non apprezzando la grandezza dell’universalismo.

Il futuro dell’UE: da “uniti nella diversità” a “distruggere le diversità europee”
L’articolo 2, paragrafo 3 del trattato di Lisbona recita: “L’UE rispetta la ricca diversità culturale e linguistica e assicura che il patrimonio culturale europeo sia tutelato e rafforzato”. Non è più vero. Incoraggiati dalla vittoria di Macron in Francia, gli intellettuali globalisti ora hanno bisogno di un capro espiatorio per le mancanze del loro piano. Quando la vecchia xenofobia o la minaccia immaginaria dai russi non basta a convincere i cittadini europei, allora la colpa viene posta sulle identità nazionali. In un articolo su Voxeu, il portale del Centro per la ricerca politico-economica, gli accademici Alesina, Trebbi e Tabellini identificano “il nazionalismo” quale ostacolo all’integrazione europea (l’Europa come spazio politico ottimale: nuovi risultati, CEPR 02-06-2017), precisamente il fatto che i cittadini s’identifichino con la propria comunità nazionale per via di storia, lingua e tradizioni condivise. Quindi, ciò deve finire. Gli autori indicano specificamente l’educazione come mezzo per sciogliere le identità culturali dei vari popoli europei e, quindi, la fedeltà alla comunità locale. Altrettanto importante, i politici non dovrebbero sentirsi pressati nel difendere l’interesse nazionale nelle riunioni europee: se l’euro finisce per danneggiare le economie dell’Europa meridionale, non importa, l’unità va preservata sugli interessi economici dei meridionali, impoveriti e disoccupati. Se questi ultimi vogliono sentirsi meglio, forse dovrebbero dimenticare chi sono, trasferirsi in Germania e lasciare che la loro patria affondi. Dopo tutto, è ciò che intellettuali liberali globalisti fanno: finché c’è un posto a Bruxelles, che importa di Napoli?
Se gli Stati Uniti d’America sono veramente il modello che l’integrazione europea seguirebbe, allora i cittadini europei dovrebbero prestare attenzione a quanto successo. Una rapida analisi delle elezioni statunitensi dell’anno scorso mostra, da un lato, le élite liberali nelle coste e, dall’altro, gli Stati centrali dell’uomo comune, abbandonato, deriso e poi accusato di non apprezzare un sistema che ne fa vittima regolare della globalizzazione. È davvero il modello che vogliamo costruire di “Europa unita”? Un gruppo di città isolate di burocrati, politici e intellettuali falliti completamente distaccati dalla realtà e dai problemi dell’uomo comune? Più importante, se gli accademici non solo non hanno fedeltà verso la propria comunità nazionale, ma vogliono sradicarne il senso di fedeltà, i cittadini dovrebbero ancora dargli retta nel rispondere ai propri problemi?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso la dissoluzione del globalismo atlantista

Alessandro Lattanzio, 1/6/2017Il blocco atlantista-globalista si disintegra sprofondando nel caos. Da un lato la cancelliera tedesca Angela Merkel, a capo delle residue forze atlantiste-globaliste (vecchio sogno dei circoli rhodesiani, imperialisti e socialcolonialisti anglofoni), in rotta con Trump e la Brexit, veniva aspramente rimproverata dalla stessa bibbia del globalismo, il Financial Times, “E’ facile dare la colpa al presidente Trump per questo stato di cose. Ma anche la Merkel si è comportata in modo irresponsabile con una dichiarazione che rischia di allargare la pericolosa spaccatura nell’alleanza atlantica con una frattura permanente… Se il governo della Merkel persegue i negoziati sulla Brexit con l’attuale spirito conflittuale, chiedendo al Regno Unito di sborsare cifre enormi, anche prima di discutere di un accordo commerciale, rischia di creare una profezia che si autoavvera e un antagonismo duraturo con Gran Bretagna e Stati Uniti...” Non va escluso che l’accanimento di Berlino verso Londra sia il riflesso di una rivalsa che cova in Germania fin dalla conferenza di pace di Versailles del 1919, quando Francia e Regno Unito imposero alla Germania di pagare una cifra spropositata per risarcire le potenze rivali per le perdite subite durante la Prima Guerra Mondiale (la cui responsabilità, tra l’altro, veniva interamente imputata a Berlino). Dall’altra parte si assiste al consolidamento di una rinata “anglosfera”, il globalismo incentrato sulla vecchia partnership speciale tra Washington e Londra e priva della palla al piede dell’utopia burocratica dell'”europeismo” bancariocratico e pure massone. E’ in tale scontro emergente tra le due fazioni imperialiste atlantiste che andrebbe inquadrato l’incontro tra il presidente francese Macron e il Presidente Putin (e si noti bene, a Versailles), celebrata dalla stessa macchina mediatica che getta fango sulla Russia, mentre la macchina mediatica tedesca minaccia Londra e Washington proponendo, tramite l’editorialista dello Spiegel Henrik Müller, un appello al partenariato strategico UE-Cina contro Trump scrivendo, “che gli Stati Uniti non sono più un partner affidabile… Le altre due grandi economie, Stati Uniti e Cina, cercano nuovi partner per risolvere i problemi internazionali. Le aree più significative per un’intensa cooperazione europea-cinese sono politica globale, commercio e cambiamento del clima. Gli Stati Uniti, da potenza guida dell’occidente, sostenevano le istituzioni economiche globali del dopoguerra come Fondo Monetario Internazionale Banca Mondiale, Organizzazione mondiale del commercio. Ora è necessario per Europa e Cina colmare congiuntamente il vuoto normativo generale“.
La stampa francese celebrava Macron e il suo vertice con il Presidente Putin al mero scopo di sollevare l’immagine di un presidente francese insignificante, in vista del vuoto nell’Unione Europea che si apre e che rischia di essere colmato solo da Berlino, aumentando le possibilità di frattura non solo verso l’anglosfera, ma anche verso l’Europa Balcanica-Danubiana e del Gruppo di Vishegrad, poco disposta a farsi schiacciare, come nel caso della Grecia, solo per compiacere istituzioni e politiche tedesche camuffate da “europee”. Quindi, l’arroganza verso il Presidente Putin mostrata dall’edipico Macron è volta anche a far calzare zeppe più alte al piccolo ‘Bobobankster‘ francese fabbricato dai mass media bancariocratici e dai circoli tardoimperialistici e massonici di Parigi. Tali zeppe dovrebbero permettere a Parigi di affrontare nell’arena europeista la cancelliera tedesca, il cui Paese ha ora mano libera nel dirigere la barca della cosiddetta “integrazione europea”. “Macron ha chiaramente sfidato Putin: o seguite le nostre regole, perché abbiamo le redini dopo la sconfitta della Clinton, o non vi riconosceremo dei nostri”. Anche se poi le “redini” in realtà le tiene Berlino. Ma nell’incontro di Versailles, Macron era costretto comunque, nonostante la spacconeria da bimbominkia, a riconoscere che in Siria, “l’obiettivo finale è la lotta al terrorismo, sradicare i gruppi terroristici, in particolare lo SIIL. Ho indicato la nostra linea rossa in modo molto chiaro: l’uso di armi chimiche da parte di chiunque sarà oggetto di ritorsioni e risposte immediati“. Chiaro riconoscimento che l’attacco di Qan Shayqun era una montatura dei terroristi. Il Presidente Putin a sua volta osservava, riguardo la lotta al terrorismo, “La Francia, naturalmente, contribuisce alla lotta al terrorismo in Siria nell’ambito della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Non sappiamo quanto sia indipendente la Francia quando si tratta di questioni operative, perché vi sono accordi tra alleati di cui siamo consapevoli”. Sull’Ucraina parlava invece solo il Presidente Putin, indicando che per Kiev si tratta di una questione interna e che solo essa è responsabile delle violazioni dell’accordo di Minsk, senza che il Bobobankster pigolasse nulla in contrario.
Non è che nell’“anglosfera” sia tutto rose e fiori, comunque; nel Regno Unito i liberaldemocratici si sono alleati ai conservatori chiedendo in cambio, tra l’altro, un’inchiesta sui finanziamenti ai terroristi locali. Tuttavia, tale indagine viene occultata dalla prima ministra Theresa May, visto che implica l’Arabia Saudita, grosso partner politico-economico di Londra. Anche dopo l’attentato di Manchester, May cercava di nascondere i gravi risultati dell’indagine. May, come Trump, Merkel e Centiloni, inseguono i petrodollari delle monarchie wahhabite, e quindi tollerano e supportano il terrorismo salafita, la cui matrice è il wahhabismo la cui diffusione viene finanziata da Riyad e Doha. Tim Farron, attuale capo dei liberaldemocratici, affermava: “Se i conservatori cercano davvero di fermare il terrorismo sulle nostre coste, devono finirla con questo stallo e riaprire l’inchiesta sui finanziamenti esteri all’estremismo nel Regno Unito“, denunciando May di voler insabbiare l’inchiesta. “Tale approccio a breve termine deve cambiare. È fondamentale che queste idee estreme e rigide siano affrontare e chi le finanzia sia denunciato pubblicamente”. L’unità di analisi dell’estremismo dell’Home Office aveva trasmesso a Downing Street le indagini sui finanziamenti esteri ai gruppi estremisti nel Regno Unito, ma il portavoce per gli affari esteri dei liberalemocratici Tom Brake dichiarava: “Come segretario degli interni al momento, il suo dipartimento era uno dei relatori del rapporto. Diciotto mesi dopo, e dopo due terribili attentati ai cittadini inglesi, tale rapporto rimane ancora incompleto e inedito“. Ciò perché le tracce del finanziamento al terrorismo portano all’Arabia Saudita. Questioni simili riguardano l’Europa, come ad esempio in Germania, Francia e Italia.
La sconfitta inflitta dall’Asse della Resistenza alle forze islamo-atlantiste (Gladio-B), si ripercuote nei Paesi finanziatori del terrorismo islamo-atlantista, La TV saudita al-Arabiya criticava il Qatar per i suoi rapporti con Azmy Bishara, membro della Knesset israeliana e consigliere della famiglia regnante qatariota degli al-Thani. Un fatto noto da anni, ma sempre nascosto dai media wahhabiti come al-Jazeera e gli altri media della sovversione islamista della “primavera araba”. Al-Arabiya accusava anche Arabi al-Jadid, quotidiano e TV qatarioti con sede a Londra, e Huffington Post, di avere rapporti con la Fratellanza mussulmana e di supportare il terrorismo islamista, sebbene anche al-Arabiya stessa supporti il salafsmo in Siria, Iraq e Yemen. Ciò riflette la frattura nel Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo, acceleratasi dopo la visita del presidente degli Stati Uniti Trump a Riyadh, dove il Qatar usciva ancor più emarginato. E nel mentre gli USA devono abbandonare Siria e Iraq anche per l’aggravarsi della situazione in Afghanistan. Il segretario alla Difesa degli USA James Mattis volava in Afghanistan, preda di una serie di gravi sconfitte, non ultimo l’attentato presso l’ambasciata tedesca di Kabul che causava 80 morti il 31 maggio. In precedenza oltre 200 soldati del 209.esimo Reggimento dell’esercito afghano erano stati uccisi nella provincia di Balkh, la peggiore sconfitta delle forze di sicurezza afghane dal 2001. Il presidente afghano Ashraf Ghani aveva fatto dimettere il ministro della Difesa Abdullah Habibi e il Capo di Stato Maggiore Qadam Shah Shahim. Nella riunione congiunta a Kabul con il generale John Nicholson, comandante delle forze statunitensi in Afghanistan, Mattis dichiarava di essere “sotto l’illusione” delle varie minacce che rendono fragile la sicurezza del Paese. In precedenza anche il consigliere della sicurezza nazionale di Trump, McMaster, aveva visitato Kabul, nel primo viaggio del genere dal 2009. I generali Nicholson e Joseph J. Votel, a capo del CentCom, chiedevano l’invio di altre forze statunitensi e della NATO in Afghanistan, per rafforzare le 8500 truppe statunitensi presenti. Ciò dovrebbe mettere a tacere per sempre gli isterismi continui sulle inesistenti “incursioni” di forze anglo-statunitensi-norvegesi in Siria. Si tratta di incursioni di poche decine di elementi delle forze speciali occidentali, che di certo non possono invadere mezza Siria come vaneggiano finti media pro-siriani o pro-russi, come i siti statunitensi al-Masdar e South Front, così generosi nel riportare la propaganda dei curdi filo-statunitensi e delle organizzazioni terroristiche. Inoltre, il generale Nicholson accusava la Russia di rifornire i taliban, ma al solo scopo di nascondere l’inefficienza delle forze statunitensi.Ad illustrazione del sempre più grande divario tra egemonia statunitense in disgregazione e multipolarità in ascesa, se nella Kabul occupata dalla NATO morivano decine di persone in un attentato, in Kenya veniva inaugura la rete ferroviaria Standard Gauge Railway (SGR) costruita dalla Cina. La SGR, lunga 480 km, dal porto di Mombasa alla capitale del Kenya Nairobi, è costata un investimento di 3,8 miliardi di dollari e costituisce il maggiore progetto infrastrutturale del Kenya, essendo cruciale per la modernizzazione della nazione africana. Il progetto SGR ha creato più di 46000 posti di lavoro ed ha permesso di qualificarne altri 45000, acquisendo le competenze tecniche necessarie per mantenere la linea. Il progetto SGR dovrebbe apportare l’1,5% di crescita del PIL del Kenya, secondo il suo governo.

Il Presidente del Kenya Uhuru Kenyatta con diplomatici e manager cinesi sul superponte sul Tsavo, Kenya, 26 maggio 2015

Fonti:
Algerie Patriotique
Chroniques du Grand Jeu
Dedefensa
Covert Geopolitics
Modern Tokyo Times
Russie Politics
The Duran
Washington Times

G7: la nuova configurazione geopolitica

Russie Politics 29 maggio 2017Il vertice del G7 avutosi in Sicilia ha formalizzato il nuovo paradigma geopolitico, mettendo gli Stati in secondo piano rispetto ai clan ideologici. Trump, presidente degli Stati Uniti, affrontava gli ex-alleati, in realtà membri del clan globalista.

La fine dello Stato come centro strategico
Paesi europei, Giappone e Canada si sono trovati di fronte all’improvvisa nuova realtà geopolitica. Abituati a un’alleanza stabile dalla fine della Seconda guerra mondiale guidata dagli Stati Uniti, che proteggevano “il mondo libero” da tutti i pericoli e i nemici, la ritirata volontaria di Trump, presidente del Paese che indicava la via, li lascia orfani e sperduti, come illustrato dall’interessante articolo de Le Monde. Non solo non c’è accordo sul clima, ma Trump è nettamente contrario alla legalizzazione dell’immigrazione, cioè alla fine delle frontiere per motivi presuntamente umanitari. Gli accordi commerciali transnazionali sono sottoposti a data da destinarsi, rimane la lotta al terrorismo. Trump è andato al G7 come si va in guerra. I capi del “mondo libero” non ci sono più abituati. Da parte europea, l’incomprensione è totale. La stampa parla di pessima preparazione della squadra degli Stati Uniti, di fallimento diplomatico, e i politici tedeschi ritengono che sia stato un vertice inutile il cui costo sarebbe stato meglio speso in altri campi, umanitari ovviamente. Il mondo libero ha perso il capo, gli Stati Uniti, è necessaria un’alternativa. La cancelliera tedesca ha fatto una dichiarazione interessante: “Il tempo in cui potevamo fare pieno affidamento sugli altri è finito. L’ho appreso negli ultimi giorni”, aveva detto Merkel a una riunione a Monaco di Baviera, nel sud della Germania. “Naturalmente, dobbiamo rimanere amici di Stati Uniti e Regno Unito, da buoni vicini, ove possibile, così come con la Russia. Ma dobbiamo sapere se combattere, da europei, per il nostro futuro e il nostro destino”, aveva detto”. Così l’UE deve colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, ponendo molti problemi, anche tecnici: l’Unione europea non è uno Stato, non ha poteri né legittimità popolare. Soprattutto s’è impantanata in una crisi esistenziale. La supererà in modo autoritario? C’è la forte possibilità dimostrata dal rafforzamento della propaganda e da una radicalizzazione che non consente più l’opposizione alle cosiddette idee “europee”. Tuttavia, la valutazione di Trump del G7 e del vertice NATO è diametralmente opposta, se si crede alle sue dichiarazioni su twitter:Come spiegare tale cambiamento? Una formulazione esatta è data da un articolo del Washington Post: “Merkel e Macron hanno promesso di collaborare per avanzare ulteriormente l’agenda pro-globalizzazione a cui si oppone Trump. Il G7 attendeva il presidente degli Stati Uniti, il Paese guida del globalismo, ritrovandosi presidente questo individuo divenuto il leader del movimento anti-globalista, del movimento sovranista”. L’opposizione non proviene da questi Paesi, ma da loro forze ideologiche. Negli Stati Uniti, il presidente convive politicamente con le forze globaliste che prima dell’elezione di Trump avevano tutti i poteri: istituzionali, mediatici, economici, giudiziari. L’elezione di Trump è una breccia in questo governo totalitario: le istituzioni provengono dal potere globalistico. Perciò ricompare Obama che si pone da guida spirituale del globalismo. Non da presidente degli Stati Uniti, ma da rappresentante di una forza politica che utilizza gli strumenti dello Stato (giustizia, parlamento, ecc.) e sociali (media, società civile) per difendere i propri interessi. Non ci sono interessi nazionali, solo interessi di un clan ideologico. Lo stato non è che uno strumento tra gli altri, utilizzato nella lotta per il potere. Il movimento globalista è troppo sfuggente, ha bisogno di un volto e un corpo dopo aver perso gli Stati Uniti e il loro presidente. Merkel si pone da capo di fatto, dopo che Obama aveva lasciato la carica. Macron, dopo la visita di presentazione in Germania, prende il posto del delfino. Un duo “europeo” volto ad incarnare il globalismo. Si comprende meglio l’affermazione di Merkel sulla necessità di rivedere i rapporti con le altre potenze, come Cina e Russia. Se un accordo può esserci nel preservare gli interessi dei globalisti, è il momento di voltare pagina. I Paesi europei potranno compiere tale grande passo, mentre la macchina della propaganda è lanciata contro quei Paesi? E’ dubbio, la revisione delle relazioni con Russia e Cina sarebbe d’ostacolo alla rivoluzione europea. Se Macron e Merkel, lanciati dal globalismo riescono a ricompattare l’UE tenendo conto delle nuove realtà geopolitiche, prendendo formalmente l’iniziativa di questo movimento, significherebbe la fine degli Stati europei e, in qualche modo, dell’Europa. E’ il peggiore shock e la maggiore sfida geopolitica dalla Seconda guerra mondiale, ed in tale contesto il presidente russo visita la Francia, incontrando Macron, nuovo capo regionale della globalizzazione.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi del Globalistan

Chroniques du Grand Jeu 12 marzo 2017

Il 2016 fu l’inizio della fine del sistema imperiale. Brexit, Trump, sbandamento turco, guerra del petrolio Stati Uniti-Arabia Saudita, ascesa del “populismo” in Europa, perdita o tradimento di alleati, dedollarizzazione, fiasco ucraino, discredito dei media… che pazientemente costruiti per decenni, si sbriciolavano a vista d’occhio. È vero, lo Stato profondo non ha ancora perso; la sua fiera resistenza al nuovo mondo nascente e la forza d’inerzia di qualsiasi sistema permettono di risparmiare qualche mobile, ma nulla sarà come prima. Come la bassa marea lascia sulla sabbia tracce del suo passaggio, il reflusso dell’impero ne illumina le contraddizioni eclatanti e le carenze intrinseche, mentre il nucleo duro crolla sulle proprie posizioni rischiando di esplodere via. Alcuni esempi l’illustrano perfettamente. La guerra verbale turco-tedesca, in cui il sultano con la solita arroganza chiamava Berlino “residuo nazista”, viene seguita dalla crisi olandese-turca. Si ricordi ancora, cosa salace, che questi tre Paesi sono teoricamente alleati nella NATO, dinosauro della guerra fredda in psicoanalisi dall’elezione di Donald. In caso di rottura diplomatica, gli altri membri per chi tiferanno? L’occupante dell’Eliseo, dalla bocca sempre piena d’Europa, questa volta preferisce far da sé e rompere la “solidarietà europea” ospitando, sebebene titubante, un raduno turco a Metz. Il comandante del pedalò, per nulla in contraddizione, annega nel suo bicchierino d’acqua… Ma potrebbe essere altrimenti? Perché ciò è il sintomo delle contraddizioni intrinseche del sistema di cui fa parte. Negli anni ’90, il campo del Bene aveva vinto, l’URSS fu dissolta e si aprì l’era post-moderna del Globalistan occidentale: abolizione delle frontiere, libera circolazione delle merci e delle persone a beneficio di Wall Street e dell’1%, il tutto sotto l’occhio vigile e scrutatore degli Stati Uniti. La vittoria assoluta e finale della democrazia liberale apparve insuperabile all’orizzonte. La fine della storia come Fukuyama l’aveva previsto, senza ridere…
Certo, rimasero degli impenitenti sbandati (Serbia, Iraq), ma passarono subito sotto le forche caudine imperiali. Certo, alcuni osservatori predissero quanto illusoria e pericolosa fosse la nuova religione, ma tali menti tristi furono definiti tradizionalisti reazionari che non capivano. Wall Street riuscì nell’impresa di legare la sinistra occidentale gettandole l’osso dell’antirazzismo: immigrazione, il mondo è il mio paese e tutta la baracca. Ora la senistra avrebbe lavorato per le grandi aziende, senza nemmeno rendersene conto! Che No Borders e altri festaioli “anticapitalisti” siano finanziati da Soros e sostenuti dall’oligarchia eurocratica, ovviamente, non ci sorprende…
Tutto dunque portava al migliore dei mondi quando apparvero i primi granelli di sabbia. Il fantoccio Eltsin cedette il posto a Putin e la Russia si rifiutò di finire sotto la bandiera degli Stati Uniti, la Cina si convertiva all’economia di mercato per trovarvi il primo posto mondiale, l’America Latina usciva dal tracciato… Soprattutto, i protetti dell’impero non si convertirono al nuovo dogma: internazionalismo e amicizia tra i popoli nel grande mercato globale, pochissimo per loro. L’AKP di Erdogan cominciò ad infiltrarsi nelle comunità turche in Europa (tre milioni nella sola Germania), che ora costituiscono veri e propri gruppi di pressione. Arabia Saudita e Qatar, questi cari “alleati”, accelerarono il passo della loro crociata wahhabita/salafita per islamizzare il mondo, compresa l’Europa naturalmente:

Dovremmo quindi essere sorpresi dalle euronullità vassalle delle posizioni saudite o qatariote in Siria, per esempio, dato che tali Paesi controllano i potenziali jihadisti nelle città d’Europa e un via libero da Riyadh e Doha causerebbe decine di Bataclan? I capi europei ne erano pienamente consapevoli e l’hanno permesso, per viltà, ingenuità o meno, non fu neanche discusso ma poco importa: il verme è nel frutto e simboleggia perfettamente le contraddizioni del Globalistan. La nostra povera piccola Olanda è infatti divisa tra due conseguenze intrinseche al sistema imperiale: da un lato, la sottomissione al Cavallo di Troia, turco in questo caso, per comprarsi la pace etnica nazionale; dall’altro, la solidarietà europea, il credo per evitare l’affondamento del Titanic di Bruxelles. Tra i due, il suo cuore sobbalza, dall’elezione di Donald non c’è nessuno a Washington per dirle cosa fare…
Un conflitto nascente tra politicamente corretto ed europeismo, già strumenti inseparabili della logorrea del Globalistan? Non sarebbe il minimo delle ironie… La questione in ogni caso entra nei corridoi del Parlamento europeo. Una nuova norma procedurale è stata emessa di nascosto che prevede che il presidente del dibattito possa interrompere la trasmissione del discorso di un membro, se “diffamatorio, razzista o xenofobo”. Come sempre, gli eurocrati sono stati attenti a non specificare i criteri, avendo l’innegabile vantaggio di censurare ogni discorso fuori dai paletti. Il totalitarismo in nome dei diritti umani. George Orwell è tra noi… Nulla che possa influenzare l’euroscetticismo che prevale nel vecchio continente e fa sudare freddo i globalisti. Così, se il primo ministro olandese ha vietato la manifestazione turca, è soprattutto per non essere battuto dal vile e infame Wildeers alle elezioni parlamentari tra tre giorni. Basterà? Niente è meno certo…
L’UE e ciò che diffonde iniziano ad uscire da occhi e orecchie di tutti compreso, nuovo paradosso, chi la sognava ancora dieci anni fa e ne sarebbe il principale beneficiario: i Paesi dell’Europa orientale. Il Visegrad Post, dal nome del gruppo formato dopo la caduta del muro da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, per accelerare il processo d’integrazione europea, che parla di “sovietizzazione di Bruxelles” la dice lunga sulla mancanza di amore e della delusione amara sentite a Varsavia, Praga o Budapest. Ne accennammo già lo scorso anno: “L’Europa americana sarà giustiziata proprio dai popoli che l’avrebbero rigenerata? Ci si può chiederlo seriamente quando vediamo il crescente divorzio tra UE e Paesi dell’Europa centrale e orientale, punte di diamante della “nuova Europa” tanto cara ai neo-con. Il piede destro di Washington scalcia il piede sinistro e tutto il sistema di vassallaggio europeo cadrà. Obama l’ha capito e preferisce pensare ad altro mentre gioca a golf… In primo luogo ricordarsi che l’integrazione europea fu, fin dall’inizio, un piano degli Stati Uniti. Documenti declassificati mostrano che i cosiddetti “padri dell’Europa”, Schuman, Spaak o il benemerito Monet, lavoravano per gli Stati Uniti. Per Washington, fu infatti più facile mettere le mani sul Vecchio Continente con una struttura globale infiltrata dall’interno che negoziare Paese per Paese con capi indipendenti. La caduta del muro e l’integrazione europea delle ex-democrazie popolari non erano che il tanga della NATO che avanzava sulla Russia. Meglio ancora, questi Paesi appena liberati dal controllo sovietico e ferocemente antirussi per comprensibili ragioni storiche, erano propensi a imporre un nuovo rapporto di forze molto favorevole agli Stati Uniti nell’UE, di fontre a una certa febbre frondosa, sempre possibile nella “vecchia Europa” (de Gaulle, Chirac e Schroeder…) Tuttavia, quando le istituzioni europee sono infiltrate e sottoposte ai desideri degli Stati Uniti, come sempre, il castello di carte crolla… furono prima le sanzioni antirusse che fecero breccia. Se accolte con trasporto di gioia da Polonia e Paesi baltici, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca furono molto più misurate, nel minimo che si può dire. Prima frattura nella “nuova Europa”. E ora la questione dei profughi potrebbe suonare la campana a morte. Polonia, Paese super pro-USA, si rifiuta assolutamente di obbedire agli ordini delle istituzioni, anch’esse super pro-USA, di Bruxelles. Diavolo, Brzezinski non se l’aspettava…
Varsavia, Budapest e Bratislava rifiutano totalmente ciò che vedono come un diktat da Bruxelles e le minacce delle multe (250000 euro per rifugiato respinto). Le loro parole sono interessanti:
Jaroslaw Kaczynski, leader del PiS al potere: “Una decisione del genere abolirà la sovranità degli Stati membri dell’UE, la respingiamo perché siamo e saremo responsabili del nostro Paese“.
Peter Szijjarto, ministro degli Esteri ungherese: “La minaccia di una multa è un ricatto puro e semplice della Commissione“.
Si noti, tra l’altro, l’ingenuità sorprendente dei capi che chiaramente credevano che una blanda adesione all’UE preservasse la sovranità del loro Paese… In ogni caso il sistema non deve più attivarsi. La mafia dei media occidentali parlò in proposito della “grande manifestazione” di… 240000 polacchi (su oltre 40 milioni!) contro il governo e per l’Europa. Qualsiasi riferimento a fatti realmente accaduti (Majdan per esempio) è il risultato di una pura coincidenza. Il lettore fedele di questo blog ne fu avvertito prima di tutti, a partire da gennaio (2016), della possibilità di una rivoluzione colorata in Polonia. Dato che, se non ci sarà una Maidan polacca, la crisi peggiorerà soltanto. Bruxelles apriva, senza ridere, indagini contro Varsavia sul “rispetto dello Stato di diritto”, facendo arrabbiare Budapest che sostiene senza tema la storica alleata. La rielezione del Donald Tusk globale ha causato nuove schermaglie; Varsavia denuncia il “diktat” di Berlino. Ieri, l’ennesimo battibecco ha visto il primo ministro polacco rispondere duramente al fiammeggiante tizio all’Eliseo, “dovrei prendere sul serio il ricatto di un presidente il cui tasso di popolarità è del 4%, e che presto non lo sarà più?”L’atmosfera, l’atmosfera…
Euroscetticismo ovunque, emblema del riflusso del sistema imperiale al tramonto. Siria, Ucraina, Russia, Europa, Cina… Il Globalistan, grande chimera in declino, cozza direttamente contro ciò che odia di più: il principio della realtà.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di Putin in Ungheria: ci sarà un fronte anti-Soros?

Ruslan Ostashko, 3 febbraio 2017 – Fort Russ4017860La visita di Vladimir Putin a Budapest smuove media europei e ucraini. Prima di tutto, ognuno è offeso dal fatto che il presidente russo sia tranquillamente sbarcato in un Paese appartenente a UE e NATO, trovando comprensione e supporto completi. In secondo luogo, la Russia potrebbe offrire ai Paesi dell’UE condizioni per una cooperazione molto vantaggiose che potrebbero superare tutti i discorsi sulla solidarietà europea contro la Russia. Come sempre, viene improvvisamente riscoperto che le ricchezze dovute alla collaborazione con la Russia trionfano sul male. Inoltre, il Primo ministro ungherese Viktor Orban sabota la “giovane democrazia ucraina” affermando che il transito del gas dall’Ucraina non è affidabile, e che l’Ungheria supporta la diversificazione delle fonti. Tradotto dal linguaggio diplomatico ungherese, semplicemente suona così: “Ucraina e Naftogaz sono fuori, sosteniamo Nord Stream 2 attraverso cui Putin ha promesso di fornirci il gas”. Ora l’Ucraina ha la sfortuna di perdere ancora un altro Paese europeo a sostegno di Nord stream 2. In questo contesto, la risoluzione presentata alla Verkhovna Rada per ridurre i diritti delle minoranze russa e ungherese in Ucraina sembra di grande attualità. Farà ulteriormente infuriare Budapest, che per tradizione protegge ferocemente i diritti delle minoranze ungheresi negli altri Paesi. Qui è necessario dire qualcosa sul premier ungherese il cui comportamento ha così sconvolto i media europei e ucraini, per non parlare di Angela Merkel. Viktor Orban è un “Poroshenko al contrario”. Per esempio, invece di servire Fondo monetario internazionale, Commissione europea, Hillary Clinton e George Soros, li ha sempre affrontati in modo aspro uscendone sempre vincitore. Il primo ministro ungherese non è Che Guevara, e conosce perfettamente i limiti, ma ha comunque semplicemente scacciato la delegazione del FMI da Budapest e chiuso le fondazioni di Soros, nonostante l’Ungheria sia sempre stata considerata fondamentalmente proprietà di tale miliardario statunitense. Fu anche sempre ai ferri corti con Hillary Clinton per divergenze ideologiche, e non esitò ad ignorare la Commissione europea quando avanzava pretese dall’Ungheria, che sempre l’ignorava al massimo quando si trattava di assegnare fondi europei per il Paese. Nonostante il comportamento chiassoso e i diversi tentativi di organizzare rivoluzioni colorate in Ungheria, Orban è da molti anni al potere, e l’Ungheria rimane nell’UE; esempio di come proteggere correttamente gli interessi nazionali. Forse il successo degli ungheresi è legato al fatto che l’Ungheria ha un’élite nazionalista e non un’oligarchia cleptocratica come l’Ucraina. Purtroppo, l’Ungheria difficilmente pone il veto sull’estensione delle sanzioni UE contro la Russia. Il prezzo sarebbe troppo costoso, e Orban è prima di tutto un pragmatico. I 6,5 miliardi di dollari che l’Ungheria perde ogni anno per le sanzioni sono meno di quanto l’Ungheria si priverebbe dall’Unione Europea. Tuttavia, in primo luogo l’Ungheria potrebbe sostenere alcuni pesi massimi europei sulla questione, ad esempio se dei nuovi governi francesi o italiani si opponessero al rinnovo delle sanzioni. Ma l’Ungheria ha uno scopo leggermente diverso.
Con l’esempio della cooperazione tra Ungheria e Russia, con la costruzione di una centrale nucleare ultramoderna, si distruggono i miti sulla Russia. In primo luogo, sarà chiaro che cooperarvi è vantaggioso. In secondo luogo, la Russia non è un distributore di benzina con un’economia “a pezzi”, ma un esportatore di alta tecnologia a prezzi accessibili. In terzo luogo, con la Russia si può collaborare anche in una sfera complessa come l’energia nucleare. Questo è veramente vantaggioso, ma ovviamente non interessa i clintoniani ottusi pagati da Soros nell’eurocommissione, ma funziona meravigliosamente presso le élite imprenditoriali europee e quei politici per cui gli interessi dei loro Paesi sono più importanti dell’ideologia di Victoria Nuland. E, infine, con l’ascesa di Donald Trump al potere vi è l’opportunità, per coloro che vogliono e devono urgentemente e radicalmente riformare l’Unione europea, d’iniziare finalmente a lavorare per i cittadini comunitari, non per il pugno di oligarchi sovranazionali di cui parlava Vladimir Putin a Valdaj. I politici europei coltivati nei laboratori della CIA e del dipartimento di Stato chiedono ora che l’Europa solidarizzi di fronte alla minaccia del “putinismo” e del “trumpismo”, che potrebbe distruggere l’Unione europea. Il caso dell’Ungheria dimostra che non ci sarà tale “solidarietà”. Putin e Trump mineranno la burocrazia europea dall’esterno, mentre gente come Orban, Beppe Grillo, Marine Le Pen e Geert Wilders dall’interno, fin quando sarà completamente distrutta. Ho detto spesso che ogni impero che comprenda l’Ucraina alla fine sparisce. Questa volta, l’Unione europea crollerà anche se all’Ucraina, che lo voleva sul serio, ma non è stato permesso entrare. La storia ha un buon senso dell’umorismo.rtr4pz6jTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora