Lo strano destino delle Mistral russo-egiziane

Philippe Grasset, Dedefensa, 21 aprile 2016

E meno male che l'ho fermato dicendogli Ciao!

E pensare che l’ho fermato dicendogli ‘Ciao’…

E’ nota la molto originale avventura, testimonianza di grande carattere e forti virtù della dirigenza politica, se non del Sistema che dirige la Francia, delle portaelicotteri classe Mistral vendute alla Russia nel 2009. Le istruzioni washingtoniane, arrivate nel 2014, denunciavano la vendita e la Francia cercava disperatamente un via d'”uscita”, trovandola “vendendo” le due unità, nel frattempo battezzate Vadivostok e Sevastopol, all’Egitto per 950 milioni di dollari, lontano dal quasi miliardo per unità previsto dall’iniziale vendita alla Russia. L’abilità di Hollande è sconfinata. Nella svendita, com’è stata negoziata, gli egiziani hanno scelto la componente elicotteristica russa (tra cui gli elicotteri d’attacco Ka-52), corrispondendo alle intenzioni iniziali dei russi e facendo delle Mistral egiziane la decisione che avvicina ancor più Egitto e Russia negli equipaggiamenti militari. La cosa s’è ulteriormente ampliata e rafforzata, forse per la crescente confusione dei francesi, se ancora esistono, con la richiesta degli egiziani che il sistema elettronico delle unità sia russo e non francese. Si negozia, scrive RT riprendendo la TASS. La conclusione delle sapienti operazioni francesi sotto gli auspici della sorprendentemente originalità della politica estera completamente allineata: le Mistral promesse e poi vietate ai russi diventano sempre più “russe” e probabilmente l’Egitto potrebbe, forse diciamo, prestarle alla Marina russa. Il risultato generale della svendita all’Egitto di equipaggiamenti strategici francesi rifiutati alla Russia è l’ulteriore rafforzamento dei legami strategici tra Egitto e Russia, e l’evidente coordinamento tra Egitto e Russia, comprese le operazioni congiunte. Hollande ancora svetta nei sondaggi. “Le Forze Armate egiziane hanno chiesto alla Russia la fornitura di sistemi elettronici per le portaelicotteri classe Mistral acquistate dalla Francia, secondo una fonte militare diplomatica citata da TASS. “Dopo i colloqui con la russa Rosoboronexport (Azienda per l’esportazione delle armi dello Stato), la delegazione militare egiziana ha detto chiaramente che vuole installare apparecchiature elettroniche russe, tra cui sistemi di guerra elettronica, sulle Mistral acquistate dalla Francia e in attesa di essere consegnate”, ha detto la fonte. Esemplari dei sistemi di guerra elettronica saranno mostrati nei prossimi negoziati con l’esportatore di armi della Russia. I colloqui potrebbero aversi il prossimo mese, secondo la fonte. Il Capo dello Staff Presidenziale Sergej Ivanov ha detto che Cairo potrebbe acquistare 1 trilione in equipaggiamenti e aeromobili per le nuove navi. Ivanov ha scherzato dicendo che senza tale materiale, le Mistral sono solo barattoli di latta“.

Il premier francese Manuel Valls al Presidente Abdalfatah al-Sisi, "le vuoi tutt'e due, no?"

Il premier francese Manuel Valls al Presidente Abdalfatah al-Sisi, “le vuoi tutt’e due, no?”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto: speranza per l’indipendenza politica araba

Aleksandr Kuznetsov, SCF 16/04/2016

4857b14fe4ad6f34ceaca282be8ed105Ultimamente sono apparse notizie che il divieto di voli per l’Egitto alle compagnie aeree russe sarà esteso al 2016, risalente al 31 ottobre 2015, quando un aereo di linea russo Airbus A321 precipitò nella penisola del Sinai. Molti pensano che l’attentato al jet russo fosse collegato alla risposta del Qatar alle operazioni delle Forze Aerospaziali della Russia in Siria. Dato che da quando esplosero le prime manifestazioni in Siria, Doha è un attivo sostenitore dell’opposizione antigovernativa armata nel Paese. Fin dal 2013, il Qatar rafforzava l’organizzazione terroristica nota come Stato islamico (SI). Doha non solo ebbe un ruolo di primo piano nella lotta al regime baathista di Damasco, ma cercava di indebolire anche la posizione dell’Arabia Saudita, che utilizzava le fazioni armate antigovernative filo-saudite per combattere lo SI. Nel 2013 i nemici di Damasco pensavano che i giorni del governo Assad fossero contati, e si combatterono per spartirsi il bottino siriano. L’attentato dell’ottobre 2015 è stato, in un certo senso, un avvertimento alla Russia. Ma l’attentato aveva anche un altro obiettivo: danneggiare il turismo in Egitto. Nel 2012 il Qatar contribuì a portare i Fratelli musulmani al potere a Cairo e sostenne in modo occulto il regime di Muhamad Mursi. Nell’estate 2013 cominciarono a circolare voci sulla possibile privatizzazione del Canale di Suez da parte di imprese del Qatar, l’Egitto, ovviamente, si sarebbe trasformato in una colonia di Doha… Ma i piani di Doha furono sventati dal rovesciamento del governo dei Fratelli musulmani nel luglio 2013. L’Egitto si rivelò troppo grande per i “Fratelli”, che non sapevano cosa farne. Le tensioni tra islamisti e forze laiche si moltiplicarono, e gli islamisti non ebbero il consenso. I salafiti egiziani lavoravano attivamente contro i Fratelli musulmani, e nell’estate 2013 il caos infuriava selvaggiamente in Egitto. In tali condizioni era impossibile investire o condurre affari di qualsiasi tipo in modo normale. Aumentò drammaticamente l’intolleranza religiosa e le aggressioni agli sciiti divennero più frequenti (il Paese ha una popolazione di diverse centinaia di migliaia di sciiti). Allo stesso tempo, la posizione dei cristiani copti in Egitto, circa sette milioni ed oltre il 10% della popolazione, peggiorava. Roghi di chiese e aggressioni ai cristiani copti divennero quotidiani. Il governo islamico non poteva o non voleva affrontare la situazione. Di conseguenza, la base del movimento tamàrrud lanciò la rivolta contro il governo dei Fratelli musulmani con il supporto dell’esercito. Il Generale Abdalfatah al-Sisi salvò l’Egitto dalla guerra civile. Dopo che la Fratellanza musulmana fu deposta, l’influenza del Qatar nel Paese crollò. Il colpo di Stato fu sostenuto da Riyadh che estese un generoso credito al governo militare egiziano, ma Cairo non divenne un fantoccio saudita. Sotto la guida del Generale Sisi, l’Egitto ha cominciato a recuperare la politica del nazionalismo arabo. L’Egitto fu il primo campione di quel movimento con l’amministrazione del Presidente Gamal Abdel Nasser. Non è un caso che il giornalista arabo più anziano, Muhamad Hasanayn Hayqal, amico e vicino di Nasser, divenne consigliere presidenziale di Sisi e autore di molti suoi discorsi. Hayqal è recentemente scomparso all’età di 92 anni.
I nuovi leader egiziani sono nettamente contrari al rovesciamento di Bashar al-Assad, e nel settembre 2015 in realtà supportarono le operazioni delle Forze di Difesa Aerospaziale della Russia nel Paese. Il Governo di Abdalfatah al-Sisi sostiene il governo laico libico di Tobruq guidato da Abdullah al-Thani e dal generale Qalifa Balqasim Haftar, che guidano la lotta contro i terroristi dello Stato islamico. Un’alleanza strategica russo-egiziana inizia a prendere forma.
L’Egitto occupa una posizione geopolitica unica, tra Maghreb e Mashriq, vale a dire, le parti asiatica e africana del mondo arabo. Controllando il passaggio dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo, l’Egitto può influenzare Siria, Palestina, Arabia (Yemen) e Nord Africa. Il Medio Oriente non ha dimenticato che ogni importante decisione strategica nel mondo arabo, dalla seconda metà del XX secolo, fu presa nell’asse Cairo – Baghdad – Damasco. Egitto, Siria e Iraq erano un tempo i più potenti Stati del Medio Oriente. Lentamente questa situazione cominciò a cambiare alla fine degli anni ’70, quando le monarchie del Golfo, con un ordine del giorno islamista, si misero al centro della scena. L’espansione sproporzionata del loro potere è una delle cause della crisi in Medio Oriente. Damasco ha sopportato tanta aggressione che molto tempo passerà prima che possa assumere il ruolo di centro regionale indipendente. E il futuro dell’Iraq è incerto. Cairo resta l’unica speranza per la rinascita della politica araba indipendente. La minaccia del terrorismo è la peggiore per l’Egitto, ma il pericolo non va esagerato. I problemi maggiori si riscontrano nella penisola del Sinai, dove i terroristi del cosiddetto Stato islamico hanno proclamato il Wilayat Sinai. Le altre regioni del Paese e le grandi città sono abbastanza tranquille. Il tallone d’Achille dell’Egitto continua ad essere l’economia. Dopo che Abdalfatah al-Sisi ha preso il potere, il governo è riuscito a ridurre la disoccupazione. I nuovi leader egiziani elaborano piani per ampliare il Canale di Suez e creare zone industriali per prodotti high-tech. Tuttavia, questi piani ambiziosi sono ostacolati dalla mera mancanza di fondi. Il governo egiziano acquista gran parte del cibo del Paese (Cairo compra il 40% del grano dall’estero) ed è costretto a sovvenzionare le importazioni, dato che gli egiziani poveri non possono permettersi di comprare il pane a prezzi di mercato. Così l’Egitto o richiederà prestiti ad istituzioni finanziarie internazionali (con il rischio che l’occidente possa porre proprie richieste politiche) oppure svalutare la lira egiziana. Quest’ultimo passo comporterebbe tagli alle sovvenzioni e il rischio di rivolte sociali. Una lira più economica potrebbe aiutare l’industria del turismo, ma dopo la tragedia nel Sinai, i villaggi egiziani sono vuoti. L’afflusso di turisti non solo dalla Russia, ma anche da Gran Bretagna e Germania, è crollato. L’aiuto all’Egitto potrebbe assumere la forma degli investimenti. Data la situazione attuale, un Paese che stende una mano a Cairo troverà un alleato affidabile nella regione.

Muhamad Hasanayn Hayqal

Muhamad Hasanayn Hayqal

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Sito Aurora

L’Egitto rafforza la sicurezza nazionale

South Front, 30/03/2016

XQT95938L’Egitto rafforza i servizi speciali e di sicurezza per contrastare le azioni distruttive dei gruppi terroristici eterodiretti, in particolare nella penisola del Sinai e la resistenza dei Fratelli musulmani clandestini. L’incapacità di sconfiggere il terrorismo in altre regioni di mostra che i servizi speciali egiziani non possono ancora contrastare la minaccia. Perciò Cairo compie passi per aumentarne l’efficienza. Il Dipartimento di Ricerca Tecnica (TRD) della Direzione Generale dell’Intelligence (GID), svolge un ruolo importante nella sicurezza dell’Egitto. TRD è responsabile del monitoraggio delle conversazioni telefoniche, di internet, della video-sorveglianza di città e confini. Inoltre, TRD monitorerebbe le comunicazioni di quasi tutti i vertici civili e militari egiziani. Gli esperti ritengono che Muhamad Anwar Sadat, terzo presidente d’Egitto, decise di monitorare e controllare l’opposizione nel Paese. Il monitoraggio delle ONG e dei media finanziati dall’estero rimane principale compito del TRD. In altre parole, è l’analogo egiziano della National Security Agency degli USA.
Il TRD viene descritto come ufficio del GID e tuttavia appare indipendente, con propri bilancio ed operazioni. In effetti, il TRD è supervisionato direttamente dal Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi. Il direttore del TRD è il ‘Dr Layla’, persona ignota anche ai dirigenti del TRD. La società tedesca-finlandese Nokia Siemens Networks (NSN) e la società di tecnologia della sorveglianza italiana Hacking Team sono i principali rifornitori tecnologici del TRD. Ciò che è noto dai documenti trapelati è che il TRD avrebbe acquisto dalla NSN un sistema d’intercettazione, un centro di monitoraggio e una rete X25, tecnologie che consentono l’accesso a Internet via dial-up. Le prime due tecnologie permettono una sorveglianza massiccia al TRD. In totale, NSN fa fornito al TRD 25 diverse tecnologie. Un’altra società collegata con il TRD è la società della Siemens German Telecommunication Industries (EGTI). La sua specializzazione è il monitoraggio della rete dei cellulari. Hacking Team ha fornito al TRD attrezzature e programmi del Remote Control System (RCS). Questo sistema costa circa 1 milione di euro e permette al TRD di accedere a server e reti di giornalisti e partiti in Egitto e altri Paesi. Ora, TRD stipula contratti con l’A6 Consultancy and Solve IT tramite il GNSE Group affiliato all’azienda egiziana Mansur Group. L’obiettivo è rafforzare la sicurezza delle informazioni e delle telecomunicazioni governative. Separatamente, il TRD negozia un contratto da 2,4 milioni di euro con Hacking Team per acquistare diversi sistemi di hacking e sicurezza informatica. Risultato del contratto, la TRD dovrebbe avere accesso a comunicazioni elettroniche attraverso dispositivi Apple.
Considerando tutte le informazioni disponibili, appare chiaro che l’Egitto compie sforzi significativi per sviluppare l’infrastruttura d’intelligence che dovrebbe permettere al governo d’impedire attentati e sconfiggere il terrorismo nella regione. Se questi problemi saranno risolti, le autorità egiziane probabilmente utilizzeranno l’infrastruttura contro avversari interni ed esteri. Ciò è particolarmente evidente con la chiara volontà dell’Egitto di espandere l’influenza in Medio Oriente.Mideast-Egypt_Horo-19-635x357Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra petro-islamista saudita allo Yemen

Nafeez Ahmed Middle East Eye 10 febbraio 2016

Un cablo segreto e una funzionaria del governo olanese confermano che la guerra dell’Arabia Saudita allo Yemen è anche motivata da un ambizioso fantastico gasdotto sostenuto dagli Stati UnitiMideast YemenQuasi 3000 civili sono stati uccisi e un milione sono sfollati sotto il bombardamento dell’Aeronautica reale saudita dello Yemen, sostenuto da Stati Uniti e Gran Bretagna. Oltre 14 milioni di yemeniti affrontano l’insicurezza alimentare, un balzo del 12 per cento dal giugno 2015. Di questi, tre milioni sono bambini malnutriti. E in tutto il Paese, si stima che 20 milioni di persone non possano accedere ad acqua potabile sicura. La forza aerea saudita ha sistematicamente bombardato infrastrutture civili dello Yemen in flagrante violazione del diritto internazionale umanitario. Un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite al Consiglio di sicurezza, trapelato a gennaio, rileva che i sauditi “effettuano attacchi aerei contro civili ed obiettivi civili… compresi campi per sfollati e rifugiati; raduni civili, compresi matrimoni; veicoli civili, anche autobus; aree residenziali; strutture mediche; scuole; moschee; mercati, fabbriche e depositi alimentari ed altre infrastrutture civili essenziali, come ad esempio l’aeroporto di Sana, il porto di Hudayda e strade nazionali“. Le bombe a grappolo di fabbricazione statunitense vengono sganciate nelle zone residenziali, un atto che perfino il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon tiepidamente ammette “rappresenta un crimine di guerra”. In altre parole, l’Arabia Saudita è uno Stato canaglia. Ma non ci s’inganni. Questo regno è il nostro Stato canaglia. I governi di Stati Uniti e Gran Bretagna che forniscono all’Arabia Saudita le armi che scatena sui civili yemeniti, fanno finta di non essere coinvolti nella guerra, di non essere responsabili dei crimini di guerra del nostro alleato Stato canaglia. Un portavoce del Ministero della Difesa inglese ha insistito che militari inglesi semplicemente consigliano “migliori tecniche di puntamento… il personale militare del Regno Unito non è direttamente coinvolto nelle operazioni della coalizione saudita“. Ma sono parole ambigue, data la recente rivelazione del ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr secondo cui ufficiali inglesi e statunitensi lavorano “nel centro di comando e controllo per attacchi aerei sauditi sullo Yemen“. Presumibilmente i contribuenti non li pagano per starsene in giro a bere il tè tutto il giorno. No, li paghiamo per supervisionare la guerra aerea. Secondo il ministro degli Esteri saudita: “Abbiamo ufficiali inglesi, statunitensi e di altri Paesi nel nostro centro di comando e controllo. Conoscono l’elenco dei bersagli e sanno cosa facciamo e ciò che non facciamo”. Gli ufficiali di Stati Uniti e Regno Unito “sanno interpretare la campagna aerea, e siamo soddisfatti dalle loro garanzie“. Nell’aprile 2015, gli ufficiali statunitensi erano molto più sinceri su questo accordo. Il vicesegretario di Stato degli USA Anthony J. Blinken aveva detto in conferenza stampa a Riyadh che gli Stati Uniti avevano aumentato la condivisione delle informazioni con i sauditi tramite una “cellula di pianificazione e coordinamento congiunta” sulla selezione dei bersagli. In ogni caso, i capi civili del mondo libero hanno dato un’occhiata ai crimini di guerra sistematici dei militari sauditi nello Yemen, e pare che approvino.

Guerra settaria?
Gli obiettivi della coalizione saudita sono oscuri. E’ ampiamente noto che la guerra abbia ampie dinamiche geopolitiche e settarie. I sauditi temono che l’avanzata degli huthi indichi la crescente influenza dell’Iran nello Yemen. Con l’Iran attivo in Siria, Iraq e Libano, l’Arabia Saudita vede la rivolta degli huthi come altra componente dell’accerchiamento strategico da parte delle forze filo-iraniane. Ciò è aggravato dall’accordo nucleare dell’Iran sostenuto dagli USA, aprendo la via all’integrazione dell’Iran nei mercati globali, l’apertura della sua industria del petrolio e del gas e al consolidamento a potenza regionale. Ma questa narrazione non è tutto. Mentre i contatti dell’Iran con gli huthi sono fuori discussione, prima della campagna aerea saudita gli huthi acquisirono la maggior parte delle armi da due fonti: il mercato nero e l’ex-presidente Ali Abdullah Salah. I funzionari dei servizi segreti degli Stati Uniti confermano che l’Iran aveva avvertito esplicitamente gli huthi di non attaccare la capitale dello Yemen lo scorso anno. “Resta la nostra valutazione che l’Iran non eserciti il controllo sugli huthi nello Yemen“, aveva detto Bernadette Meehan, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca. Secondo l’ex-inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Jamal Benomar, gli attacchi aerei sauditi fecero fallire un accordo di pace imminente che avrebbe portato alla condivisione del potere tra 12 gruppi politici e tribali rivali. “Quando tale campagna iniziò, una cosa significativa passò inosservata, gli yemeniti erano vicini a un accordo che avrebbe istituito la condivisione del potere tra tutte le parti, compresi gli huthi“, aveva detto Benomar al Wall Street Journal. Non era dovuto all’Iran. I sauditi, e a quanto pare Stati Uniti e Regno Unito, non volevano una transizione a una parvenza di Yemen democratico. In effetti, gli Stati Uniti erano esplicitamente contrari alla democratizzazione della regione del Golfo, decisi a ‘stabilizzare’ il flusso di petrolio dal Golfo ai mercati globali. Nel marzo 2015, il militare degli Stati Uniti e consulente della NATO Anthony Cordesman, del Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington, spiegò che: “Lo Yemen è di grande importanza strategica per gli Stati Uniti, così come la stabilità dell’Arabia Saudita e degli Stati arabi del Golfo. Con tutto il parlare dell”indipendenza’ energetica degli Stati Uniti, la realtà rimane molto diversa. L’aumento di petrolio e combustibili alternativi al di fuori del Golfo non ne ha cambiato la vitale importanza strategica per l’economia globale e degli Stati Uniti… lo Yemen non corrisponde all’importanza strategica del Golfo, ma è ancora di grande importanza strategica per la stabilità di Arabia Saudita e penisola arabica“. In altre parole, la guerra nello Yemen è volta a proteggere il principale Stato canaglia del Golfo filo-occidente, per far fluire il petrolio. Cordesman continua osservando: “Il territorio e le isole dello Yemen giocano un ruolo cruciale nella sicurezza di un altro collo di bottiglia globale, nell’estremo sud-est del Mar Rosso chiamato Bab al-Mandab o ‘porta delle lacrime’“. Bab al-Mandab è “lo stretto tra il Corno d’Africa e il Medio Oriente, ed è un collegamento strategico tra Mar Mediterraneo e Oceano Indiano, da cui passa la maggior parte delle esportazioni dal Golfo Persico che transitano dal Canale di Suez e dall’oleodotto Suez-Mediterraneo (SUMED). L’eventuale presenza ostile aeronavale nello Yemen potrebbe minacciare l’intero traffico attraverso il Canale di Suez“, aggiunge Cordesman, “così come il flusso quotidiano di petrolio e prodotti petroliferi che l’USEIA (US Energy Information Administration) stima aumentato da 2,9 MMB/d (milioni di barili al giorno) nel 2009 a 3,8 MMB/d nel 2013“.

Il sogno del gasdotto nello Yemen
Ma c’è un parallelo obiettivo qui, riconosciuto in privato dai funzionari occidentali ma non discusso in pubblico: lo Yemen ha un potenziale ancora non sfruttato quale via alternativa per il transito di petrolio e gas per l’esportazione saudita, bypassando Iran e Stretto di Hormuz. La realtà delle ambizioni del regno in questo senso sono messe a nudo in un cablo segreto del 2008 del dipartimento di Stato, ottenuto da Wikileaks, dall’ambasciata degli Stati Uniti nello Yemen al segretario di Stato: “Un diplomatico inglese nello Yemen ha detto all’addetto politico (funzionario politico dell’ambasciata degli Stati Uniti) che l’Arabia Saudita aveva interesse a costruire un oleodotto, interamente di proprietà, gestito e protetto da essa, attraverso l’Hadramaut per il porto di Aden, bypassando così il Golfo Arabo/Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz. Salah s’è sempre opposto a tale piano. Il diplomatico ha sostenuto che l’Arabia Saudita, attraverso il sostegno alla leadership militare yemenita, si compra la fedeltà di sceicchi e altro supporto. Posizionandosi per garantirsi che, col giusto prezzo, abbia i diritti su questo gasdotto dal successore di Salah“. Infatti, il governatorato orientale dello Yemen dell’Hadramaut curiosamente non viene bombardato dai sauditi. La provincia dello Yemen, la più grande, possiede la maggior parte delle risorse di petrolio e gas dello Yemen. “L’interesse primario del regno nel governatorato è l’eventuale costruzione di un oleodotto. Tale conduttura era da tempo un sogno del governo dell’Arabia Saudita“, osserva Michael Horton, analista dello Yemen presso la Fondazione Jamestown. “Una pipeline attraverso l’Hadramaut darebbe ad Arabia Saudita ed alleati del Golfo accesso diretto al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano; permettendogli di bypassare lo stretto di Hormuz, un collo di bottiglia strategico che potrebbe essere, almeno temporaneamente, bloccato dall’Iran in un conflitto futuro. La prospettiva di assicurarsi una rotta per un futuro gasdotto attraverso l’Hadramaut probabilmente traccia l’ampia strategia a lungo termine dell’Arabia Saudita nello Yemen”.

Nascondere la questione del gasdotto
Arabpipeline I funzionari occidentali sono desiderosi di evitare di far conoscere la geopolitica energetica dietro l’escalation del conflitto. L’anno scorso, l’analisi di tali problemi fu pubblicata su un blog personale, il 2 giugno 2015, da Joke Buringa, alto consigliere per la sicurezza e lo stato di diritto nello Yemen del Ministero degli Esteri dei Paesi Bassi. “La paura di un blocco iraniano dello Stretto Hormuz, e i risultati possibilmente disastrosi per l’economia globale, esiste da anni“, aveva scritto nell’articolo dal titolo “Divide et impera: Arabia Saudita, petrolio e Yemen“. “Gli Stati Uniti fanno pressioni sul Golfo per sviluppare alternative. Nel 2007 Arabia Saudita, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen lanciarono congiuntamente il progetto Trans-Arabia Oil Pipeline. Nuovi gasdotti dovevano essere costruiti dai sauditi da Ras Tanurah sul Golfo Persico e dagli Emirati Arabi Uniti, al Golfo di Oman (uno nell’emirato di Fujairah e due ad Oman) e il Golfo di Aden (due linee nello Yemen)“. Nel 2012, il collegamento tra Abu Dhabi e Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, divenne operativo. Nel frattempo, Iran e Oman firmavano il proprio accordo su una pipeline. “La sfiducia sulle intenzioni dell’Oman aumentò l’attrattiva dell’opzione dell’Hadramaut nello Yemen, un vecchio desiderio dell’Arabia Saudita“, scriveva Buringa. Il presidente Salah, tuttavia, era un grosso ostacolo alle ambizioni saudite. Secondo Buringa, “si oppose alla costruzione di un gasdotto sotto controllo saudita sul territorio yemenita. Per molti anni i sauditi investirono nei capi tribali nella speranza di attuare questo progetto col successore di Salah. Le rivolte popolari dei 2011 che chiedevano la democrazia sconvolsero questi piani“. Buringa è l’unico alto funzionario occidentale ad aver riconosciuto la questione pubblicamente. Ma quando l’ho contattata per chiedere un colloquio il 1 febbraio, quattro giorni dopo ricevetti una risposta da Roel van der Meij, portavoce per gli affari aziendali del ministero degli Esteri del governo olandese: “la signora Joke Buringa mi ha chiesto di informarLa che non è disponibile per l’intervista“. Il blog di Buringa, disponibile su http://www.jokeburinga.com, nel frattempo veniva completamente rimosso. Una versione archiviata del suo articolo sulla geopolitica energetica della guerra saudita nello Yemen è disponibile presso Wayback Machine. Chiesi a Buringa e van der Meij perché il blog era stato completamente cancellato e così in fretta, dopo aver inviato la mia richiesta per un’intervista, e se era stata costretta a farlo su pressione del governo per proteggere i rapporti olandesi con l’Arabia Saudita. In una email, Buringa negò che fosse stata costretta dal ministero degli Esteri olandese ad eliminare il blog: “Mi dispiace deluderla, ma non ero sotto pressione del ministero. Il layout del blog mi preoccupava fin dall’inizio e avevo intenzione di cambiarlo da mesi… La sua domanda mi ha ricordato che volevo cambiarlo e ripensavo a ciò che volevo farne. Non si leggerà più“. Tuttavia, il portavoce per gli affari societari del governo olandese, van der Meij, non rispose alle molte richieste via e-mail e telefoniche di commentare la rimozione del blog. Molte aziende olandesi sono attive nel regno con investimenti congiunti, tra cui il gigante petrolifero anglo-olandese Shell. Grazie alla posizione dei Paesi Bassi quale ingresso per l’Europa, due multinazionali saudite, l’impresa petrolifera nazionale Aramco e il gigante petrolchimico SABIC, hanno il loro quartier generale europeo a L’Aia e a Sittard, nei Paesi Bassi. Le esportazioni olandesi verso l’Arabia Saudita sono aumentate notevolmente negli ultimi anni, del 25 per cento tra il 2006 e il 2010. Nel 2013, l’Arabia Saudita esportò quasi 34 miliardi di euro di combustibili minerali nei Paesi Bassi, ed importò poco più di 8 miliardi di euro di macchine e mezzi di trasporto, 4,8 miliardi di euro di prodotti chimici e 3,7 miliardi di euro di prodotti alimentari e animali.

L’alleanza saudita con al-Qaida
Tra i primi beneficiari della strategia saudita nello Yemen è al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP), lo stesso gruppo responsabile del massacro del Charlie Hebdo a Parigi. “Il governatorato dell’Hadramaut è una delle poche aree in cui la coalizione saudita non ha effettuato alcun attacco aereo“, osservava Buringa. “Porto e aeroporto internazionale di al-Muqala sono in condizioni ottime e sotto il controllo di al-Qaida. Inoltre, l’Arabia Saudita fornisce armi ad al-Qaida, (che) amplia la sfera d’influenza“. L’alleanza saudita con i terroristi di al-Qaida nello Yemen emerse lo scorso giugno, quando il governo filo-saudita di “transizione” di Abdrabu Manour Hadi inviò un rappresentante a Ginevra quale delegato ufficiale per i colloqui delle Nazioni Unite. Si scoprì che il rappresentante era nientemeno che Abdulwahab Humayqani, identificato come “terrorista specificatamente definito globale” nel 2013 dal Tesoro degli Stati Uniti, per reclutamento e finanziamento dell’AQAP. Humayqani era anche presumibilmente dietro l’attentato di al-Qaida che uccise sette persone in una base della Guardia Repubblicana yemenita nel 2012. Altri analisti concordano. Come Michael Horton commenta sul Terrorism Monitor della Jamestown Foundation: “AQAP può anche beneficiare del fatto che potrebbe essere considerato un agente utile dall’Arabia Saudita nella guerra contro gli huthi. Arabia Saudita ed alleati armano varie milizie nel sud dello Yemen. E’ quasi certo che parte, se non molto, dei finanziamenti e materiali finiranno nell’AQAP e molto probabilmente allo Stato islamico“. Mentre strombazza la guerra allo SIIL in Iraq e Siria, l’occidente spiana la strada alla rinascita di al-Qaida e SIIL nello Yemen. “L’Arabia Saudita non vuole un forte Paese democratico oltre il confine di 1500 km che separa i due Paesi (Arabia Saudita e Yemen)“, aveva osservato la funzionaria del ministero degli Esteri Joke Buringa nell’articolo ormai censurato. Né, a quanto pare, Stati Uniti e Regno Unito, aggiungendo: “Quelle condutture a Muqala probabilmente arriveranno, infine“. Probabilmente non sarà così, ma ci saranno ancora conseguenze.ME_YMN0110Nafeez Ahmed dottorato e giornalista investigativo, studioso di sicurezza internazionale e autore di successo che segue ciò che chiama ‘crisi di civiltà’. Vincitore del Project Censored Award per il miglior giornalismo investigativo per il suo articolo sul Guardian sull’intersezione globale tra ecologia, energia e crisi economiche con la geopolitica e i conflitti regionali. Ha anche scritto per The Independent, Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quarzo, Prospect, New Statesman, Le Monde diplomatique, New Internationalist. Il suo lavoro su cause e operazioni segrete legate al terrorismo internazionale ufficialmente contribuiscono alla Commissione 9/11 e le indagini del 7/7 Coroner’s Inquest.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I legami tra Egitto e Russia si rafforzano a scapito della Turchia

PN Harrister, IHSReseau International 7 febbraio 201654d999e639cc1I legami tra Egitto e Russia continuano a rafforzarsi, dispiacendo i sauditi che continuano a compiere sforzi per la riconciliazione tra Egitto e Turchia. Riconciliazione improbabile essendo incompatibili, per non parlare del sostegno turco ai Fratelli musulmani, con cui l’Egitto combatte con la massima energia. Secondo il quotidiano libanese al-Akhbar, il Ministero degli Esteri egiziano ha informato l’omologo saudita che i colloqui svoltisi con il protagonista turca, nelle ultime settimane, con la mediazione di Riyadh non hanno avuto successo. “Eravamo particolarmente interessati a svolgere questa riconciliazione al più presto possibile, dato che i turchi rispettavano gli impegni promessi in occasione della riunione con la delegazione diplomatica e della sicurezza egiziana in visita ad Ankara la scorsa settimana”, ha detto il ministero. “Senza gli sforzi di Riyadh, non avremmo mai accettato di sederci a un tavolo con la parte turca, sponsor del terrorismo“, ha insistito. Fonti diplomatiche egiziane hanno rivelato che gli ostacoli alla riconciliazione sono dovuti principalmente alla persona del presidente turco Recep Tayyeb Erdogan.
Questo distanziamento tra Cairo e Ankara è compensato dalla crescente vicinanza con Mosca, con cui aumentano gli accordi, a volte a scapito degli interessi della Turchia. Così è stato firmato un memorandum d’intesa tra i due ministri dell’Industria, egiziano e russo, per la consegna di 4 aerei Sukhoj, e l’ordine di altri 6, a una società privata. Per non parlare dei 20 aerei civili che l’Egitto vuole ricevere per promuovere il turismo tra i due Paesi e attrarre circa un milione e mezzo di turisti russi. Proseguendo questi accordi, le aziende turistiche egiziane si pongono l’obiettivo di rompere il monopolio delle società turche sul turismo russo in Egitto, in particolare a Sharm al-Shaiq. Questo dovrebbe aiutare a sospendere il divieto dei voli russi nello spazio aereo egiziano. Oltre l’aspetto economico, l’accordo tra Egitto e Russia è anche molto forte sul piano militare, i colloqui si svolgono, a tutti gli effetti, sulle transazioni negli armamenti.Part-DV-DV2109187-1-1-1

Una posta alta: 50 caccia MiG-29M per l’Egitto
Andrej Petrov Gpolitika South Frontmig29m2_sliac_batajnicaLa MiG Aviation Corporation è in procinto di consegnare oltre 50 velivoli MiG-29M/M2 all’Egitto, secondo il Vicedirettore Generale Aleksej Beskibalov, che ha esplicitamente affermato che la Russia ha già ricevuto il pagamento anticipato dall’Egitto, e il primo velivolo sarà consegnato entro la fine del 2016. “Il contratto sarà il più grande della storia moderna russa. Non è la prima volta che viene citato dai media, fonti aperte ne riferiscono da oltre un anno. L’Egitto, uno dei principali partner tecnico-militari del nostro Paese, viene indicato come acquirente. Il valore del contratto è stimato in oltre 2 miliardi di dollari“, secondo l’esperto militare Mikhail Oparin. Mentre negli anni ’90 le vendite militari russe verso l’Egitto erano poche, la cooperazione s’è accelerata. Oparin aggiunge che negli ultimi tempi quasi ogni contratto tra Egitto e Russia vale non meno di diverse centinaia di dollari. Due anni fa la Russia firmò un contratto con l’Egitto per fornire S-300V, sistemi di artiglieria, munizioni. Ecco perché l’Egitto ha comprato le Mistral destinate a noi, e poi ha acquistato gli elicotteri Ka-52K previsti per i loro gruppi imbarcati. Ma anche in quel contesto il contratto del MiG-29M è molto grande. “L’Aeronautica egiziana utilizza caccia prodotti in quattro Paesi diversi, sicuramente unico del genere. Il nucleo è composto da F-16 statunitensi, Mirage 2000 francesi e MiG-21 sovietici e copie cinesi. L’intento per i “29” è sostituire i velivoli sovietici e cinesi“, ritiene Oparin. I MiG-29M/M2 sono caccia multiruolo di 4+ generazione, un MiG-29 pesantemente modernizzato con una gamma ampliata di armi e autonomia. “L’aereo possiede fly-by-wire e un radar multifunzione Zhuk che consente di rilevare bersagli a 100km. Il nuovo radar segue ed intercetta fino a 10 bersagli, inseguendone 4 simultaneamente usando missili a guida radar attiva. Le nuove armi permettono di correggerne la rotta di tiro a distanza. La Russia ha anche sviluppato la versione per portaerei dell’aereo. Per carenze dei finanziamenti, lo sviluppo è stato fermato, ma poi riavviato pochi anni dopo. Il risultato è il MiG-29K/KUB rivelatosi utile ad un altro partner strategico della Russia, l’India. La MiG Corporation adempie al contratto con la Marina indiana per 29 caccia”, conclude Oparin.046Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Schiacciare i pidocchi dei ratti, prima che diffondano la peste colorata ancora sognata dalla sinistra italiana.

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