Guerra saudita-yemenita, la risposta di Sana

Alessandro Lattanzio, 11/6/201525690634La guerra non è finita, ma ci sono vari tentativi di trovare una soluzione politica“, aveva detto Abdulqalaq Abdulla, professore di scienze politiche dell’Università degli Emirati Arabi Uniti. Gli aerei sauditi avevano effettuato 2450 sortite sullo Yemen in 29 giorni di aggressione. Infatti gli attacchi aerei sauditi sullo Yemen continuavano, il 23 aprile, i bombardamenti sauditi uccidevano 23 persone a Dalah, 10 a Taiz e 6 ad Aden. I sauditi colpivano anche la provincia di Marib, la base aerea di Hudaydah, Yarim nella provincia di Ib, dove gli aerei sauditi colpivano l’università. A Lahj e Dalah le incursioni saudite distruggevano scuole ed edifici pubblici.
Il 21 aprile re Salman ordinava alla Guardia nazionale saudita, meglio attrezzata dell’esercito del regno, a partecipare alle operazioni contro lo Yemen, finora effettuate solo dall’aeronautica e dall’esercito che rispondono al ministero della Difesa. La Guardia nazionale è una struttura militare con un proprio ministero, responsabile del controllo delle frontiere e delle regioni sciite. L’esercito saudita conta 75000 effettivi su 3 brigate corazzate, 5 brigate meccanizzate, 1 brigata aerea, 1 brigata della Guardia reale, 8 battaglioni di artiglieria e 2 brigate aeree. “L’Arabia Saudita ha chiesto agli alleati di evitare ogni avventurismo minacciando l’Iran, perché altrimenti si aprirebbero le porte dell’inferno. Le forze iraniane possono distruggere l’Arabia Saudita in 24 ore“, confessava invece il principe saudita Qalid bin Talal bin Abdulaziz al-Saud all’emittente Fox. I principi sauditi erano divisi sull’aggressione allo Yemen. Alcuni si erano opposti all’intervento militare nello Yemen, quando il 23 aprile gli attacchi aerei sauditi erano ripresi. Tra gli oppositori vi erano il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muqrin bin Abdulaziz, e il ministro della Guardia nazionale Mutayb bin Abdullah. Inoltre, Qalid bin Talal bin Abdulaziz aveva criticato il monarca saudita, Salman bin Abdulaziz al-Saud, per aver ordinato il bombardamento dello Yemen senza ricorrere alle Nazioni Unite. Sempre secondo Qalid bin Talal bin Abdulaziz “il ministro della Difesa saudita principe Muhamad bin Salman e il principe Muhamad bin Nayaf influenzano le decisioni di re Salman, come avveniva con il defunto re Abdullah bin Abdulaziz che seguiva sempre il capo dell’intelligence Bandar bin Sultan e il ministro degli Esteri Saud al-Faysal“. Secondo un alto dirigente di Ansarullah, Husayn al-Izi, “I contrasti si sono intensificati nella famiglia al-Saud nel corso degli attacchi aerei contro lo Yemen“, osservando che diverse regioni saudite sono preda del caos dall’inizio dell’aggressione allo Yemen, “Le insicurezze si sono intensificate” facendo temere ad alcuni governanti sauditi che la guerra yemenita possa suscitare caos interno, tanto più che il parlamento pakistano votava no all’ingerenza militare nello Yemen e la Turchia evitava di unirsi alla coalizione, mentre vi è forte opposizione in Egitto contro la decisione del presidente egiziano sullo Yemen. Mentre l’agenzia marocchina al-Masai Press, principi e consorti sauditi erano fuggiti dalle regioni meridionali del Paese temendo rappresaglie dall’esercito yemenita, Qalid bin Talal bin Abdulaziz riconosceva che l’Arabia Saudita aveva fallito l’offensiva iniziata il 26 marzo, non avendo indebolito il movimento yemenita Ansarullahm ed inoltre dichiarava che per gli attacchi aerei contro lo Yemen, Riyadh utilizza piloti statunitensi, francesi, pakistani, egiziani e indiani a cui vengono corrisposti 7500 dollari per ogni missione. “Dopo che i nostri alleati ci hanno lasciati soli rifiutando di partecipare ai bombardamenti contro lo Yemen, i nostri soldati hanno perso coraggio e alcuni hanno disertato”, aveva detto il principe saudita. Con la nuova campagna Riyadh sostiene di voler condurre “operazioni antiterrorismo” in Yemen cercando una ‘soluzione politica’, continuando il blocco navale e bombardando le posizioni dell’esercito yemenita e di Ansarullah. Intanto secondo il sito Qabar, l’ex-principe ereditario saudita Muqrin bin Abdulaziz sarebbe stato arrestato dopo che re Salman bin Abdulaziz l’aveva sostituito con Muhamad bin Nayaf, ministro degli Interni. All’inizio di maggio 2015, vi sarebbe stato un tentativo di assassinare il re saudita, portando all’arresto di Muqrin bin Abdulaziz e all’esecuzione del capo del protocollo della corte e dei suoi sostituti. Secondo fonti irachene, tra 4000 e 10000 effettivi sauditi dell’esercito e della Guardia nazionale avrebbero abbandonato le basi presso la frontiera con lo Yemen, “secondo l’intelligence occidentale, i militari sauditi hanno abbandonato basi, centri comando e posti di blocco presso il confine con lo Yemen“.041411130444k6fxb67Il 26 marzo, poche ore dopo l’attacco saudita allo Yemen, l’aeronautica yemenita non aderiva totalmente all’appello di Ansarullah, dato che la maggior parte del personale rifiutava di prenderne gli ordini; inoltre la manutenzione dei velivoli era interrotta dal rovesciamento di Salah nel 2012. Quindi, nel marzo 2015 l’aeronautica yemenita (YAF) era in una situazione caotica con la maggior parte del personale che aveva disertato e i velivoli privi di manutenzione, impedendole d’intervenire nel conflitto. Nei primi attacchi aerei sauditi contro le strutture della base aerea di al-Daylami furono distrutti 1 velivolo cargo CN-235-300M, 1 velivolo da collegamento Beechcraft Super King Air, 1 elicottero AB-412 e 1 elicottero UH-1H. Tuttavia, i 10 caccia MiG-29 dispersi intorno la base o negli hangar corazzati, non furono colpiti così come una pista di 2500m che avrebbe potuto essere utilizzata dalla YAF. Il 15 aprile 2015 i sauditi avrebbero distrutto 2 cacciabombardieri Su-22 e 1 caccia F-5 parcheggiati all’aperto di al-Daylami, e il 4 maggio 1 aereo da trasporto Il-76TD yemenita veniva distrutto al Sana International Airport.
L’aeronautica yemenita, sulla carta, disporrebbe di:
18 caccia multiruolo Mikojan MiG-29SMT e 4 MiG-29UBT
40 caccia intercettori Mikojan MiG-21bis/MF e 12 MiG-21U/UM
6 caccia Northrop F-5E e 2 F-5F
34 cacciabombardieri Sukhoj Su-22M/M-2/M-4 e 3 Su-22UM-3K
2 velivoli da trasporto Iljushin Il-76
1 velivolo cargo Antonov An-12BP
2 velivoli cargo Lockheed C-130H Hercules
2 velivoli cargo Antonov An-24RV
5 velivoli cargo Antonov An-26
2 aerei di linea Jakovlev Jak-40
22 aerei d’addestramento Aero L-39 Albatros
14 aerei d’addestramento Jakovlev Jak-11
12 aerei d’addestramento Zlin Z-142
12 aerei d’addestramento SB-7L-360 Seeker
12 elicotteri d’attacco Mil Mi-24D/F
15 elicotteri d’assalto Mil Mi-171Sh, 10 Mil Mi-8T
2 elicotteri antisom Mil Mi-14
2 elicotteri Agusta-Bell AB204B, 4 Agusta-Bell AB206B, 2 Agusta-Bell AB212 Twin Huey, 2 Agusta-Bell AB214
3 elicotteri Bell UH-1H-II Huey II
2 aerei da ricognizione Cessna 208N-ISR Caravan
3 aerei da ricognizione Beechcraft Super King Air-350ER
12 UAV Boeing ScanEagle
La difesa aerea yemenita disporrebbe di 1300 missili antiaerei obsoleti e privi di pezzi di ricambio (400 3M9/2K12, 300 Strela-1, 216 V-75/S-75, 100 5V27/S-125, 460 Strela-2). I sauditi avrebbero distrutto un sistema S-75, 1 S-125 e 1 2K12 Kub. Le basi aeree sono l’aeroporto internazionale di Aden, le basi di al-Anad, al-Ghaydah con 21 hangar, al-Ataq, al-Hudaydah con 27 hangar, Riyan, Sana con 53 hangar, Taiz Ganad, Sayun e Sada.
CBlL9q9VEAAeAiT_risultatoQuando il 17 aprile, al-Qaida nella penisola araba occupò Muqala, capitale della provincia di Hadramaut, la città era difesa dalla 27.ma Brigata di fanteria comandata da Muhamad Ali Muhsan, comandante della regione militare orientale comprendente i governatorati di Hadramaut e al-Mahra. Ali Muhsan era fuggito in Arabia Saudita, essendo un aderente alla Fratellanza Musulmana yemenita, Islah, sostenuta dai sauditi. Su ordine di Ryadh, Ali Muhsan sabotò qualsiasi resistenza all’occupazione di al-Qaida che, dopo aver occupato aeroporto, edifici governativi e raffineria di al-Muqala, iniziava a farsi chiamare “Comitato popolare dei Figli dell’Hadhramaut”. L’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Adil al-Jubayr, affermava che l’Arabia Saudita inviava armi proprio ai cosiddetti “comitati popolari” yemeniti che combattevano gli sciiti zayditi e soprattutto Asarullah, che Ryadh qualifica come “gruppo estremista”.
Il 23 aprile, un aereo di linea iraniano carico di aiuti umanitari, diretto a Sana, veniva dirottato da caccia sauditi prima di entrare nello spazio aereo yemenita. Il Viceministro degli Esteri iraniano per gli affari arabi e africani, Hossein Amir Abdollahian, sottolineava che l’invio di aiuti umanitari nello Yemen era una priorità di Teheran. Il vicedirettore per gli affari internazionali e umanitari della Mezzaluna Rossa Iraniana (IRCS), Shahabeddin Mohammadi Araqi, dichiarava “siamo pronti a inviare aiuti umanitari nello Yemen, ma purtroppo l’Arabia Saudita l’impedisce. Siamo in contatto con la Mezzaluna Rossa e il Ministero della Salute dello Yemen, che hanno indicato la necessità di nuovi invii“. L’Iran aveva già inviato 69 tonnellate di aiuti medici e beni di consumo. All’inizio di aprile, il Capo della Mezzaluna Rossa yemenita Muhamad Ahmad al-Qabab, in una lettera all’omologo iraniano Seyed Amir Mohsen Ziayee, aveva ringraziato l’Iran per gli aiuti umanitari e medici. L’Iran aveva sottolineato che alimentando il settarismo nei Paesi musulmani si favorivano solo gli interessi delle potenze egemoni e del regime sionista d’Israele, mentre Teheran faceva del suo meglio per preparare il terreno a una soluzione pacifica delle controversie tra Stati mediorientali, ed intensificava gli sforzi per mediare i colloqui tra i diversi gruppi yemeniti per stabilire la pace e avviando una proposta d’iniziativa di pace per lo Yemen al segretario generale delle Nazioni Unite. Secondo l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, gli sfollati per la guerra erano 150000, almeno 1080 persone erano state uccise, tra cui 115 bambini, e altre 4352 erano state ferite, tra il 19 marzo e il 20 aprile. Inoltre 4,8 milioni di persone soffrivano per la penuria di alimenti.
Il 25 aprile, i sauditi bombardavano Sana, Aden, Sada e Hija, mentre negli scontri tra l’esercito yemenita e le milizie filo-saudite a Lahij, Abyan e Adhali rimavano uccisi 50 miliziani filo-sauditi e di al-Qaida. Negli scontri a Marib, l’esercito yemenita assediava le roccaforti delle forze filo-saudite. Navi da guerra saudite bombardavano la città di al-Muala, nella provincia di Aden, dopo che l’esercito yemenita e Ansarullah avevano sconfitto le locali forze filo-saudite. Ansarullah avanzava su Ataq, nella provincia di Shabwah, catturando grandi quantitativi di armi e infliggendo gravi perdite alle forze filo-saudite. Il 15 aprile, i combattenti popolari yemeniti sequestravano un enorme carico di armi paracadutato dai sauditi nella provincia di Marib, e un altro carico di armi paracadutato dai sauditi nella provincia di Lahij, veniva catturato da Ansarullah. Il 26 aprile i sauditi bombardavano Safra, provincia di Sada, uccidendo 4 persone, e Taiz, colpendo una scuola. Inoltre i sauditi bombardavano Sahar, Faj Atan, al-Nahdin, Sana, Ludar, nella provincia di Abyan, Marib, uccidendo altre 4 persone, e Aden. Il 29 aprile l’esercito yemenita e le forze popolari eliminavano 20 terroristi di al-Qaida respingendone l’attacco sull’aeroporto di Aden, mentre l’esercito yemenita eliminava ad al-Atif una base di al-Qaida e una di al-Islah. Ansarullah eliminava un’altra base di al-Qaida nel governatorato di Marib. I sauditi bombardavano l’aeroporto di Hudaydah, il quartiere orientale di Qurmaqsar ad Aden e la città di Harat.
t1_8Il 1° maggio, gli aerei sauditi bombardavano un ospedale e un campo medico, nel sud-ovest dello Yemen, uccidendo almeno 58 civili e ferendone almeno 67. Gli Stati Uniti ampliavano il supporto dell’intelligence all’Arabia Saudita nelle operazioni contro lo Yemen. “Cerchiamo di fargli avere una migliore visione del campo di battaglia e dell’avanzata delle forze huthi”. Affermava un ufficiale dell’intelligence statunitense. Gli aerei sauditi avevano anche bombardato due autocarri carichi di cibo presso Sada, oltre ad effettuare altri attacchi, il 2 maggio, presso Malahidh, vicino al confine saudita, e nel Wadi Lyah. Il 4 maggio l’esercito yemenita entrava nel quartiere al-Tawahi di Aden mentre combattenti tribali yemeniti attaccavano otto postazioni militari saudite a Jazan e Najran, eliminando 5 soldati sauditi. Aerei sauditi bombardavano Sahar, presso Sada con 50 missili, mentre l’artiglieria saudita bombardava Dhahar, sempre nella provincia di Sada, e Harad, nella provincia di Hajah, causando 43 morti e 140 feriti tra i civili. Le truppe saudite si ritiravano dalla provincia di Jizan dopo seri scontri con truppe tribali yemenite che occupavano quattro postazioni dell’esercito saudita. Ansarullah attaccava le posizioni dei miliziani filo-sauditi a Dar al-Sad e al-Tawahi, ad Aden, distruggendo diversi autoveicoli e catturando un deposito di armi dei filo-sauditi. In precedenza un gruppo di 50 militari sauditi sbarcava ad Aden con compiti di coordinamento tra l’esercito saudita e le milizie filo-saudite, per occupare l’aeroporto locale, la missione però falliva. Infine, un’imbarcazione della Marina saudita sarebbe stata catturata al largo di Aden, mentre i sauditi bombardavano il quartiere Jazirat al-Umal di Aden. Il 5 maggio, mentre i sauditi bombardavano la base aerea di al-Anad, nella provincia di Lahij, distruggendo la pista dell’aeroporto, l’esercito yemenita liberava i quartieri Dar Sad al-Bariqa e al-Tawahi di Aden, eliminando diversi miliziani filo-sauditi, tra cui il generale Ali Nasir Hadi. Il 7 maggio, gli yemeniti abbattevano un elicottero d’attacco AH-64 Apache saudita, ad al-Baqa, nella provincia di Sada. Le truppe tribali yemenite catturavano 60 soldati sauditi ad Ahad al-Masariha, nella provincia saudita di Jizan, dopo uno scontro a fuoco di 3 ore. Inoltre, gli yemeniti sequestravano anche 22 Hummer, 17 jeep, armi e munizioni. Il 9, 10 e 11 maggio i sauditi lanciavano 140 attacchi aerei sullo Yemen durante i quali 1 caccia F-16 marocchino veniva abbattuto dalla difesa yemenita nel Wadi Nushur, provincia di Sada, “Uno degli F-16 della Forza Armata Reale (FAR) a disposizione della coalizione guidata dall’Arabia Saudita per ristabilire la legittimità nello Yemen, è scomparso il 10 maggio alle 18:00 ora locale“, dichiarava la FAR. Il 12 maggio, secondo la TV araba al-Mayadin, gli impianti petroliferi dell’Aramco, a Zahran Asir, nell’Arabia Saudita meridionale, venivano bombardati e incendiati dalle forze tribali dello Yemen.
Il ministro della Difesa malese Datukseri Hishammuddin Hussein e il comandante delle Forze Armate della Malaysia, Generale Tansri Zulkifeli Mohdzin, smentivano la notizie secondo cui la Malaysia aderiva alla coalizione saudita contro lo Yemen, affermando che le truppe malesi in Arabia Saudita erano presenti per evacuare i civili malesi e non per partecipare all’aggressione contro lo Yemen, “2 aerei da trasporto C-130 della Royal Malaysian Air Force saranno posizionati presso la Forward Operating Base (FOB) della Prince Sultan Air Base (PSAB) di Riyadh, Arabia Saudita. La FOB è stata istituita quale ‘piattaforma’ per avviare l’evacuazione dei nostri cittadini, per farli rientrare al sicuro in Malesia“.
CELMMTjUUAAiW4M Il 19 maggio aerei sauditi bombardavano Sada e Sana, provocando decine di morti e feriti tra i civili. Il 21 maggio 18 soldati sauditi venivano eliminati al confine con lo Yemen, a Tal Tuwan, nel corso di un attacco di Ansarullah, che ne occupava anche la caserma. Il 22 maggio, nella provincia di Raymah, i bombardamenti sauditi uccidevano cinque civili e altri tre civili ad al-Hudaydah, mentre nella regione saudita di al-Tawal le milizie tribali yemenite bombardavano le postazioni e un deposito dell’esercito saudita. Il 23 maggio, a Bani Harith, le truppe yemenite abbattevano 1 cacciabombardiere F-15S saudita. Un altro velivolo saudita veniva abbattuto a Qataf, provincia di Sada. Numerosi militari sauditi abbandonavano le postazioni di frontiera e la base di Mazab all’avanzare dell’esercito yemenita, che occupava al-Qumri in Arabia Saudita e il jabal al-Arus nella provincia di Taiz, al confine saudita-yemenita. Il 25 maggio, nella città saudita di Jizan, si svolgeva una battaglia che portava alla distruzione di 4 blindati e all’eliminazione di 9 soldati sauditi da parte dell’artiglieria yemenita. Altri 3 mezzi sauditi furono distrutti a Tawliq, eliminando 10 soldati sauditi. Negli attacchi aerei sauditi a Taiz e Haja venivano uccisi 15 civili. Il 26 maggio, l’Arabia Saudita ritira le truppe a 20km dal confine yemenita, “fino all’arrivo di rinforzi e nuovi equipaggiamenti”. Tale decisione veniva presa dopo diverse settimane di intensi combattimenti con l’esercito e le forze popolari yemeniti che avevano catturato diverse postazioni e strutture militari in territorio saudita. Gli yemeniti controllavano otto postazioni nella regione meridionale dell’Arabia Saudita e avevano attaccato il comando della 7.ma Divisione dell’esercito saudita, saccheggiando grandi quantità di munizioni. L’esercito e le forze popolari dello Yemen avevano distrutto 2 blindati sauditi nella base di al-Shobhah, nel Dhahran al-Junub in Arabia Saudita e 1 blindato a Taqyah, e colpito con i mortai le posizioni militari saudite di al-Radif. Le forze di sicurezza yemenite arrestavano anche le 40 guardie dell’ambasciata saudita a Sana, che prendevano sotto controllo.
Il 30 maggio, gli attacchi aerei sauditi uccidevano 23 civili a Qitaf, provincia di Sada. Il 26 maggio altre 39 persone furono uccise dagli attacchi aerei sauditi su Aden, Sana, Hajah, Ib e al-Hudaydah. Il 5 giugno diversi soldati sauditi a bordo di un autoveicolo furono eliminati con una bomba posta lungo la strada per la base militare di Tuwaylaq, nel Jizan saudita. L’azione avveniva poco dopo che i comitati popolari yemeniti avevano occupato la base. L’esercito yemenita, i comitati popolari e Ansarullah bombardavano il sistema di comunicazione della base militare di Mazhaf, sempre nella regione saudita di Jizan. Inoltre oltre 30 razzi colpivano le postazioni militari saudite di Zahran, nella regione saudita di Asir, eliminando 2 soldati sauditi. Nel frattempo le incursioni aeree saudite facevano sei vittime a Sana. Il 6 giugno, l’esercito yemenita lanciava dalla zona di Sada 3 missili Kometa contro la base aerea saudita “Principe Qalid bin Abdulaziz” di Qamis al-Mushayt, nel sud-ovest del regno. Il comandante della Royal Saudi Air Force, tenente-generale Muhamad Ahmad al-Shalan, sarebbe deceduto nell’attacco missilistico yemenita. “Questo passo è un avviso ai criminali aggressori sauditi-statunitensi contro il popolo yemenita, per la loro brutalità inaudita“, dichiaravano i responsabili politici di Ansarullah, che inviava una delegazione a Muscat per contatti con diplomatici degli Stati Uniti, e una a Mosca su invito del Ministero degli Esteri russo. Inoltre le forze popolari yemenite bombardavano con 80 razzi le postazioni saudite a Jizan e Najran, nel distretto di Tuwaylaq, eliminando almeno 4 soldati sauditi, mentre l’esercito yemenita lanciava 5 missili contro la raffineria saudita dell’Aramco che produce un ottavo dei barili di petrolio di tutto il mondo, e altri 13 missili contro la base militare saudita di Dhahran al-Asha. Le azioni avvenivano dopo che aerei sauditi avevano bombardato Bani Sayah e Sahar nella provincia di Sada, uccidendo oltre 70 civili, altri 11 civili nelle province di Shabwa e Hajah e tre a Sada. Il 7 giugno i raid sauditi colpivano il quartier generale dell’esercito a Sana, uccidendo almeno 45 persone, compresi 20 civili. Altri quattro civili furono uccisi e 20 feriti nel bombardamento di Taiz. Le forze yemenite bombardavano le basi militari saudite di Ayn al-Harah, Malhamah e al-Sharafa, e le posizioni saudite sul jabal al-Duqan, a sud di Jizan.KhamizMushaitUn ufficiale saudita, prigioniero del movimento Ansarullah, confessava che l’intelligence saudita “ha chiesto ai pirati somali di contrabbandare armi ai terroristi nello Yemen e compiervi azioni terroristiche“, riferiva Isa Walad Hasan al-Umri di Ansarullah, “l’Arabia Saudita ha fornito ai pirati intelligence militare e geografica per organizzare attacchi terroristici, tra cui un’esplosione presso l’Università di Sana“. Ryadh organizzava anche il contrabbando di armi e munizioni nello Yemen per i terroristi di al-Qaida operanti nello Yemen contro Ansarullah. 16 autocarri carichi di armi e munizioni, destinate ai terroristi di al-Qaida, erano entrati nello Yemen dal valico di Wadia, nella provincia yemenita di Hadramaut.JizanNote:
al-Masdar
al-Masdar
Analisis Militares
Analisis Militares
Contrainjerencia
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
Fars
HispanTV
HispanTV
HispanTV
Global Research
Janes
Japan Times
Marine Forum
Moon of Alabama
Moon of Alabama
Reseau International
Reseau International
Reuters
PressTV
Sputnik
Sputnik
Strategic culture
Tactical Report
Veterans Today
X Airforces

Perché la strategia delle rivoluzioni colorate è destinata a fallire

Altercrimson PolitRussia 1° giugno 2015 – Fort Russputin-sisiSe nel 2012 qualcuno avesse detto che il capo di Majdan egiziana Muhamad Mursi era un agente del dipartimento di Stato USA, che non avrebbe avuto un mandato presidenziale trionfante, ma un colpo di Stato, un processo e la condanna a morte, non sarebbe stato creduto. La vita è complicata. Se agli analisti statunitensi e russi avessero detto nel 2012 che tre anni dopo Majdan egiziana, il leader dell’Egitto avrebbe presenziato alla parata del 9 maggio a Mosca e cercato copertura politica dal Cremlino, avrebbero parlato di follia. Peccato. I russi tornano sempre. E non solo per i soldi, come scrisse Otto von Bismarck. Tuttavia, il denaro ha un ruolo. Dopo un breve, ma brillante regno di orde maidaniste e agenti statunitensi, l’economia egiziana, che non aveva prospettive brillanti, era in stato comatoso, mentre emergeva un dato interessante: pochi erano disposti e in grado di rianimare l’economia egiziana senza cercare di fare dell’Egitto una colonia. Infatti, il Maresciallo Abdalfatah Said Qalil Husayn al-Sisi aveva due alternative all’influenza di Washington, poteva scegliere Mosca oppure Beijing. Da militare intelligente, il Maresciallo al-Sisi decise di collaborare con Cina e Russia, ma diede priorità al Paese che può dare all’Egitto seri argomenti contro i tentativi d’ingerenza straniera, armi avanzate, efficaci ed economiche. Questo è un motivo per la memorabile visita di al-Sisi a Mosca, deprimendo l’Ufficio Medio Oriente dello State Department, combinato ad alcolismo prolungato. A febbraio, Putin visitava l’Egitto, percepita dai media occidentali, ad esempio dall’inglese Guardian, come “chiaro segnale all’occidente”. Mi chiedo come si sia sentito il personale del dipartimento di Stato nel vedere Putin e al-Sisi a piazza Tahrir, laddove la “rivoluzione arancione” egiziana era cominciata. La visita di febbraio di Putin ebbe una conseguenza specifica: Putin e al-Sisi decisero l’istituzione di una zona industriale russa in Egitto, diventata elemento importante della politica estera di Mosca. La Russia ancora una volta espande il proprio mercato e, infine, è lo Stato a focalizzarsi su questo problema, piuttosto che aziende private. Impariamo dai nostri amici e concorrenti, adottando le migliori tattiche di Pechino e Washington. Questa settimana al Cairo è sbarcato un gruppo di alti funzionari russi guidato dal ministro dell’Industria e del Commercio Denis Manturov, che aveva con sé diversi governatori russi e una delegazione molto rappresentativa di uomini d’affari. I risultati della visita sono stati impressionanti:
1. Russia ed Egitto passeranno ai pagamenti in valute nazionali. Lo scambio attuale tra i Paesi è di 5,5 miliardi di dollari, ma ora cresce in rubli e lire egiziane. Qualsiasi estensione della zona rublo è un bene per il nostro Paese. L’estensione della circolazione del rublo scaccia il dollaro: un doppio vantaggio.
2. L’Egitto aveva presentato una richiesta per una zona di libero scambio con l’UEE. Più avanti si va, più si svilupperanno i piani d’integrazione russi. Recentemente è stato firmato un accordo per una zona di libero scambio con il Vietnam, ed ora tocca all’Egitto. Senza i biscotti di Majdan, senza il “partenariato orientale”, senza fuochi d’artificio e dichiarazioni forti, la Russia attira sempre più Paesi nella sua orbita d’integrazione.
3. Un accordo preliminare per consegnare 12 aerei Sukhoj Superjet 100 con l’opzione per altri 12. Le prime consegne inizieranno a fine 2016. E’ molto probabile che il leasing degli aeromobili sarà finanziato da un fondo speciale russo-cinese: “ora lavoriamo al problema, parliamo della possibilità di fornire 12 aerei più altri 12. Recentemente, nell’ambito della visita del Presidente Xi Jinping a Mosca, è stato firmato un accordo per istituire un fondo speciale di 3 miliardi di dollari per consegnare 100 SSJ100 tramite i RDIF (Fondi d’investimento diretto russi) e partner cinesi“, ha detto Manturov.
4. Un significativo pacchetto di ordini per armamenti. I commenti ufficiali citano aerei, missili antiaerei, elicotteri e mezzi terresti. Purtroppo non vi sono dettagli ancora, dato che i negoziatori citano “la sensibilità del soggetto”.
Con lo sviluppo della cooperazione nell’energia nucleare, il lavoro delle compagnie petrolifere russe in Egitto e la crescita significativa dell’invio di grano dalla Russia all’Egitto, possiamo dire che l’Egitto va strettamente integrandosi all’economia della Russia e dell’Unione economica eurasiatica. Questo è molto importante, perché dalla caduta dell’URSS e distruzione del Comecon, il mercato russo, anche con l’UEE, non aveva la capacità necessaria per uno sviluppo autosufficiente. Dobbiamo raggiungere tutti i mercati e occupare tutte le nicchie possibili, da cui sarà difficile o impossibile cacciarci. A questo proposito, seguiamo in modo esplicito la Cina e, pertanto, un elemento importante di questa strategia è la zona industriale russa in Egitto. Il ministro Manturov: “Attribuiamo grande importanza al compito di rafforzare la cooperazione nell’industria e nella produzione avanzata in Egitto. Credo che un buon trampolino di lancio della futura cooperazione sarà il lavoro congiunto nell’ambito del progetto di zona industriale russa nell’area del canale di Suez e la creazione di nuovi programmi comuni industriali”. Il primo potenziale residente della zona industriale russa in Egitto è la Corporation Uralvagonzavod. Il direttore generale della UVZ, Oleg Sienko, ha avuto colloqui in Egitto sulla possibilità di produrre treni, attrezzature per le costruzioni e apparecchiature petrolifere e gasifere. C’è un altro motivo importante per avere un appiglio in Egitto. Napoleone Bonaparte disse giustamente che “la geografia è destino”, e nel caso dell’Egitto ciò può essere formulato come “il canale di Suez è destino”. Se diventiamo un importante partner economico e militare dell’Egitto, colpiremo l’Unione europea e il Regno Unito sul canale di Suez, particolarmente importante per sviluppare il concetto di Nuova Via della Seta della Cina. Ecco la mappa della Nuova Via della Seta indicata ai propri lettori dal Wall Street Journal:3888a292586ce1d5d066c05d7c57b678Per non traumatizzare i delicati e sensibili lettori, il principale giornale economico degli Stati Uniti ha mostrato solo uno dei cosiddetti “corridoi” della Nuova Via della Seta, il corridoio marittimo meridionale (linea blu), la sola via dei trasporti su vasta scala che collega Europa e Cina. In linea di principio, la merce può viaggiare su rotaia dalla Cina alla Germania, ma la capacità lascia ancora molto a desiderare. In questo contesto, il controllo del canale di Suez, o piuttosto l’influenza sull’Egitto, è un importante patrimonio geopolitico. Togliendo agli Stati Uniti la capacità di “spegnere” il commercio tra Europa e Cina, vale molto, e questo è solo uno dei bonus della strategia della Russia in Egitto. Creando centri produttivi sulla rotta commerciale più occupata nel mondo è cruciale anche per un buon reddito futuro. E si osservino le altre mappe della Nuova Via della Seta dove la Russia è identificata come non solo membro della fascia”economica”, ma come Paese attraversato dal “corridoio settentrionale” del mega-progetto cinese che, secondo i media statunitensi, cambierà radicalmente l’economia globale, angosciando gli esperti statunitensi.

5034d924551de2a02ac01dbaceb477359c8ed6ac9bb6a3f2ec057a98f07ebe02_risultatoQuale è il bello della situazione? Se la Russia potrà includere l’Egitto nei suoi processi d’integrazione, “agganciandolo” con la tecnologia energetica e le armi, ne farà elemento del sistema di sicurezza internazionale russo, e quindi i corridoi settentrionale e meridionale della Via della Seta saranno collegati alla Russia. Naturalmente c’è un “corridoio centrale” che attraverserà India, Pakistan, Iraq, Siria, Iran e Turchia con una varietà di rotte, ma il problema è che questo corridoio ha due enormi ostacoli: terreno e SIIL. É bello vedere che la Russia è in gioco, che Mosca capisce il contesto geopolitico e tenta di giocarvi, adottando il meglio dei nostri partner e concorrenti, permettendoci di guardare al futuro con giustificato ottimismo.

Denis Manturov

Denis Manturov

P. S.: “E l’Ucraina?” sono sicuro vi sareste chiesti. Il popolo ucraino deve crescere e bere il calice chiamato “sogno europeo” fino in fondo, ma c’è una buona notizia: “Il maresciallo al-Sisi ucraino” cammina già per le strade di Donetsk. Tutto a suo tempo.18716Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
Analisis Militares
Ansa
al-Arabiya
Egyptian Streets
Greek Reporter
Il Giornale
al-Masdar

al-Masdar
al-Masdar
LaStampa
NSNBC
PressTV
RID
RID
RID
RussiaToday
Spioenkop
Spioenkop
Spioenkop
Spioenkop
Sputnik
Sputnik
Sputnik

Smontare l’intervento yemenita di Obama

MK Bhadrakumar Asia Times 21 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
Barack Obama walks with Saudi King SalmanVoice of America finanziata dal governo statunitense ha avviato un ballon d’essai vacuo pronosticando che le tensioni accumulatesi con il conflitto nello Yemen “sembrano contrapporre gli Stati Uniti all’Iran in una prova di forza cruciale nel Golfo di Aden.” Il contesto sono la portaerei USS Theodore Roosevelt e l’incrociatore lanciamissili USS Normandy che si uniscono ad altre sette navi da guerra degli Stati Uniti nella zona, tra cui il Gruppo di assalto anfibio della Iwo Jima, che comprende un reparto di oltre 2000 Marines. Un modo stravagante di sbirciare oltre lo specchio. Alice ne ridacchierebbe. Gli Stati Uniti non si scontreranno militarmente con l’Iran. Le due flotte hanno una lunga storia di spintoni e di giochi del gatto col topo nelle acque del Golfo Persico, senza tentare un graffio. Questo è uno. Il secondo, in questo caso particolare, è l’Iran che semplicemente non intende farsi coinvolgere militarmente nello Yemen. L’Iran fa splendidamente bene invece a proiettare un robusto piano di pace in 4 punti per lo Yemen, che la Russia ha già accolto e che sarà sostenuto, perché Teheran prevede, giustamente, che non vi sia alcuna altra opzione, in ultima analisi, che aprire la via diplomatica e politica. Non si cerca la vittoria in una guerra fratricida, vero? Si vince passo-passo e il segreto sta nella pazienza e nel potere di logoramento. In breve, la Theodore Roosevelt dovrà inventarsi un nemico iraniano prima di avere una “serie prova di forza”. Terzo, gli huthi hanno veramente bisogno di armi dall’Iran in questa fase? E’ ben noto che siano alleati a fazioni militari yemenite dall’ampio accesso alle armi. Inoltre, la natura delle guerre fratricide in Paesi come Yemen o Afghanistan è tale che i veri asset strategici risultano altrove. Queste guerre hanno i loro corsi e ricorsi, e al momento gli huthi avanzano innegabilmente. Stando così le cose, qual è il vero scopo (o scopi) che gli Stati Uniti sperano di raggiungere inviando tale flotta? A dire il vero, il dispiegamento di un numero così elevato di marines su un gruppo di navi d’assalto anfibio suggerirebbe che un’operazione di sbarco non sia esclusa. Può darsi che il presidente Barack Obama sia agitato dal fatto che il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif (qui), l’egiziano Abdalfatah al-Sisi (qui) o il turco Recep Tayyip Erdogan (qui) temano d’immischiravisi, cioè di inviare “stivali sul terreno” nello Yemen? Sembra improbabile. Tuttavia, una limitata operazione di terra degli Stati Uniti può essere comunque in cantiere. Il punto è che Washington non ha badato ad evacuare centinaia, migliaia di cittadini statunitensi bloccati nello Yemen. Sarebbero in gran parte di origine araba e musulmana, e non avrebbero una lobby negli Stati Uniti che possa fare scandalo al Congresso o nei media degli USA, ma se tale scandalo perdura, sarà un insulto alla reputazione di Obama umanista e alla sua eredità presidenziale. C’è anche del denaro in gioco, e potrebbe essere molto, perché alcuni di questi cittadini arabo-statunitensi hanno presentato denuncia nei tribunali degli USA chiedendo un risarcimento dai segretari di Stato e della Difesa. Dio non voglia, se alcuni di loro venissero uccisi nei prossimi giorni, non escludendo gli sfrenati omicidi (qui) e vendicativi (qui) attacchi aerei sauditi, la questione dei danni potrebbe emergere a un certo punto.27CBCB7A00000578-0-image-a-31_1429563450836Dopo tutto, il governo degli Stati Uniti non s’è interessato di evacuare i propri cittadini in difficoltà, a differenza di quanto quasi tutti i Paesi hanno fatto, e i giudici statunitensi non avrebbero altra scelta, se questi musulmani arabo-statunitensi facessero valere i loro diritti costituzionali in quanto cittadini statunitensi. Inoltre, al livello popolare si sostiene che gli statunitensi non hanno alcun controllo sui crimini di guerra sauditi nello Yemen, e ciò potrebbe ridimensionare la politica di Obama in Medio Oriente e la sua statura di leader mondiale. Così Washington infine potrebbe programmare l’evacuazione dallo Yemen dei propri cittadini bloccati. Infatti, 5000 marines possono farlo, a condizione naturalmente che gli huthi cooperino; collaboreranno? A mio parere, la CIA avrebbe già fatto il lavoro necessario. Ora, l’Iran non lo sosterrà? Impossibile. Semmai se i marines avessero difficoltà, l’Iran potrebbe dare una mano avendo avanzato una generosa offerta di aiuto a tutti i Paesi, senza eccezione, nell’evacuare propri cittadini dallo Yemen. Oltre l’evacuazione, ciò che Obama spera di ottenere ordinando all’USS Theodore Roosevelt di salpare dallo Stretto di Hormuz (dove è occhi negli occhi con la Marina dell’Iran) per il Golfo di Aden? Significativamente, Obama ha preso questa decisione dopo una telefonata con il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud e l’incontro nello Studio Ovale con il principe ereditario Muhamad bin Zayad al-Nahan degli Emirati Arabi Uniti (membro chiave della coalizione saudita contro lo Yemen). Da attente letture delle dichiarazioni della Casa Bianca, qui e qui, avviare un processo di pace nello Yemen appare in cima ai pensieri di Obama. Ma fino a che punto Obama sia riuscito a calmare Salman solo il tempo lo dirà. È improbabile che Obama abbia adottato lo stesso linguaggio del presidente cinese Xi Jinping verso Salman. (È interessante notare che l’appello di Obama a Salman appare il giorno dopo l’iniziativa di Xi.)
Nel frattempo, Obama si riunirà con i re guerrieri arabi in un conclave del prossimo mese. I preparativi sono già iniziati. In ultima analisi, la leva degli Stati Uniti al conclave con Salman e Zayad verrebbe costruita secondo la formula “salvare la faccia”, per farli apparire vittoriosi nella guerra allo Yemen. Il re e il principe ereditario non possono permettersi di apparire perdenti, soprattutto con l’Iran seduto sulla riva del fiume che osserva beffardo. Quindi, un po’ di spettacolarità da parte dello Zio Sam, per salvare la faccia dei monarchi del Golfo, sarà necessaria nei prossimi giorni. In termini politici, è sensato per gli Stati Uniti apparire attivamente coinvolti nel conflitto nello Yemen, anche se iniziasse il processo di pace. Il dispiegamento della flotta fa letteralmente degli Stati Uniti il “protagonista” della guerra yemenita. Obama sarebbe rassicurato dal modo con cui la Russia ha collaborato al recente dibattito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sullo Yemen, senza che il Presidente Vladimir Putin gli faccia delle sorprese. Anche l’Iran parla di pace con gli Stati Uniti. Così, in qualunque modo si guardi svilupparsi lo scenario, l’USS Theodore Roosevelt partecipa a una sicura missione politica ed economica che avvantaggerà Obama.
Il rischio che Obama inizi un’altra guerra degli USA in Medio Oriente, anche senza volerlo, è praticamente inesistente; Obama non cerca la resa dei conti con l’Iran nel momento cruciale dei colloqui sul nucleare; Obama non può non essere consapevole che il conflitto nello Yemen sia conseguenza della Primavera araba e la leva degli Stati Uniti, attivando un processo politico nello Yemen, può migliorare con il coinvolgimento diretto; naturalmente John Bolton o il senatore John McCain non potranno dileggiare di passività Obama, almeno sulla questione yemenita.

uss-theodore-rooseveltTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen, fine delle operazioni belliche e di salvataggio

Alessandro Lattanzio, 22/4/201555354f9fc46188c10e8b4601Ansarullah liberava la città di Mala, presso Aden, dai terroristi di al-Qaida arrestandone 15. Il 5 e 6 aprile gli attacchi aerei sauditi uccidevano 8 civili ad Anat, nella provincia di Sada, e 6 studenti ad al-Ib, mentre altri radi aerei colpivano le cittadine di Slayf e Shara, nella provincia di Razah, le postazioni delle guardie di frontiera nella provincia di Haja, lo Yemen Economic Corporation, uno dei più grandi depositi di alimentari yemeniti, e le postazioni della difesa aerea di al-Hudaydah. Il 7 aprile, un altro raid saudita uccideva 20 civili, e una nave da guerra saudita bombardava Aden. Sul Mar Rosso, Riyadh dispone della base navale Re Faysal che ospita la Flotta occidentale saudita, formata da 3 fregate classe al-Riyadh e 4 fregate al-Madina, tutte di costruzione francese, più 2 pattugliatori lanciamissili, un cacciamine e navi di supporto. Il 25 marzo veniva creata una nuova base navale saudita a Jizan, sul confine yemenita. La fregata Daman e la nave rifornitrice Yunbu avevano evacuato da Aden i diplomatici sauditi e i capi yemeniti filo-sauditi. L’Egitto a sua volta aveva inviato una sua squadra composta delle fregate Alexandria e Taba per effettuare il blocco navale dello Yemen. Nel Mar Rosso, l’Iran dispiegava una squadra navale antipirateria composta dalla fregata Sabalan e dalla nave rifornitrice Kharg, seguite l’8 aprile dalla 34.ma Flottiglia formata dal cacciatorpediniere Alborz e dalla fregata Bushehr, inviata per “garantire la sicurezza marittima e proteggere gli interessi della Repubblica islamica dell’Iran nelle acque internazionali“.
L’India evacuava dallo Yemen 5600 persone di 26 Paesi in 10 giorni, impiegando 2 aerei di linea A321 dell’Air India e 2 aerei da trasporto militari C-17 Globemasters III dell’IAF, che compirono 9 sortite da Mumbai e 2 da Kochi a Gibuti; le navi da guerra INS Sumitra, INS Mumbai e INS Tarkash e 2 navi passeggeri. La Cina evacuava dallo Yemen, con la fregata Linyi e la nave rifornitrice Weishanhu del comandante Jiang Guoping, 629 cittadini cinesi e 279 cittadini di altri 15 Paesi. Era la prima volta che la Cina schierava navi da guerra per effettuare l’evacuazione. “E’ la nuova responsabilità di una grande potenza“, secondo Zhu Feng, direttore esecutivo del Centro per gli studi collaborativi del Mar Cinese Meridionale presso l’Università di Nanjing, “La visione della Marina in Cina va decisamente allargandosi. Quando opera in acque internazionali assumerà responsabilità internazionali. È un bene“. Il governo giapponese ringraziava la Cina per aver invitato un turista giapponese ad aderire all’evacuazione, “Abbiamo trasmesso la nostra gratitudine al governo cinese“, aveva detto il segretario del capo di gabinetto giapponese Yoshihide Suga. L’operazione aveva sfruttato i solidi legami tra il console generale cinese ad Aden e il governatore locale. A una delle fregate cinese fu concesso il permesso di attraccare ad Aden solo dopo che il Console Generale, Pan Zhinan, aveva consentito a un parente del governatore Abdalaziz bin Habtur di salirvi a bordo. Infine il Foreign Office inglese e il segretario di Stato degli USA, John Kerry, ringraziavano Mosca per l’evacuazione di propri cittadini dallo Yemen. Oltre 300 persone furono evacuate da Sana con due voli russi ed altre 308 persone furono evacuate dal porto di Aden dalla nave della Marina russa Prjazove. Le 308 persone comprendevano 45 cittadini della Federazione russa, 18 degli Stati Uniti, 5 della Gran Bretagna, 1 della Bulgaria, 6 dell’Estonia, 14 dell’Ucraina, 9 della Bielorussia, 3 del Turkmenistan, 8 dell’Uzbekistan, 5 dell’Azerbaijan, 1 del Bahrayn, 5 di Gibuti, 159 dello Yemen, 1 della Somalia, 3 della Palestina, 13 della Giordania, 9 di Cuba, 2 dell’Egitto e 1 dell’Arabia Saudita. La nave da ricognizione Prjazove effettuava attività antipirateria nel Golfo di Aden. Il Pakistan utilizzava 1 Boeing 747 e 1 Airbus A310, oltre alle fregate lanciamissili PNS Shamsheer e PNS Aslat, per evacuare da al-Hudaydah e Aden 1582 persone, quasi tutte cittadini pakistani. Gli Stati Uniti dichiaravano di non aver piani per evacuare 4000 propri cittadini dallo Yemen, ma nel frattempo acceleravano la consegna di bombe, missili e altre munizioni all’Arabia Saudita; in effetti tra il 2010 e il 2014 l’amministrazione Obama aveva firmato accordi per vendere 90 miliardi di dollari di armamenti alla monarchia saudita, divenuta primo cliente degli Stati Uniti. Inoltre, gli Stati Uniti intensificavano anche il supporto d’intelligence e logistico alle operazioni saudite, sia istituendo la “Cellula congiunta di coordinamento della pianificazione” nella capitale saudita, diretta da un generale dell’US Central Command; sia inviando aerocisterne KC-135 Stratotanker dell’US Air Force per rifornire in volo gli aerei da guerra sauditi che bombardavano lo Yemen.
Il 9 aprile Ansarullah liberava Ataq, capitale della provincia del Shabwah. Il 10 aprile i sauditi bombardavano le posizioni di Ansarullah ad Aden. Il 12 aprile la tribù Taqiya, della provincia di Sada, nel nord dello Yemen, assaltava le postazioni dell’esercito saudita nella città di al-Manar, nel sud dell’Arabia Saudita, uccidendo 18 soldati e catturando grandi quantità di armi, munizioni e automezzi. Dieci civili venivano uccisi da un attacco aereo saudita su al-Zahra, nella provincia di Taiz. L’11 aprile il maggior-generale Fahd bin Turay bin Abdulaziz al-Saud, dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate saudite, veniva eliminato assieme ad altri 2 ufficiali sauditi, durante una missione nel nord-ovest dello Yemen, nel villaggio di al-Majda, distretto di Qatabir del governatorato di Sadah. Il generale era nipote di re Abdulaziz al-Saud. Il 16 aprile l’esercito e i comitati popolari yemeniti sconfiggevano al-Qaida nella provincia di Marib, liberando la maggior parte di Sarwah, jabal Hilan, jabal al-Mahjar e la valle al-Malah.
Il 14 aprile, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, approvava con l’astensione della Russia la Risoluzione 2216, che imponeva l’embargo sulle armi contro Ansarullah e sanzionava il figlio dell’ex presidente Salah, Ali Abdullah, Abdalmaliq al-Huthi, leader di Ansarullah, e i leader militari di Ansarullah Abdalqaliq al-Huthi e Abdullah Yahya al-Haqim. La risoluzione invitava anche “gli Stati membri, in particolare quelli confinanti con lo Yemen, a ispezionare… tutti i carichi diretti nello Yemen” e chiedeva ad Ansarullah di ritirarsi da Sana e dalle altre zone che aveva liberato. Inoltre il dipartimento del Tesoro statunitense annunciava sanzioni unilaterali contro Ansarullah e l’ex-comandante della Guardia Repubblicana dello Yemen Ahmad Salah. Il Comitato Rivoluzionario Supremo dello Yemen condannava la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dicendo che sosteneva l’aggressione saudita, e “invita le masse del popolo yemenita a radunarsi e protestare per condannare la risoluzione del Consiglio di sicurezza a sostegno dell’aggressione“. Nel frattempo Cairo ribadiva che non avrebbe inviato truppe per l’Operazione “Tempesta Decisiva”. Il portavoce militare egiziano Muhamad Samir riferiva delle “false informazioni da entità ostili” che miravano a danneggiare la sicurezza nazionale dell’Egitto, ribadendo che solo forze navali e aeree egiziane partecipavano alla coalizione saudita contro lo Yemen. A Faj Atan, il 17 aprile, i sauditi avrebbero usato armi chimiche nei loro bombardamenti.
L’US Navy inviava proprie navi al largo dello Yemen, ufficialmente per intercettare le navi iraniane. La squadra statunitense, al comando del contrammiraglio Chris Grady, comprendeva 10 navi: i dragamine Sentry e Dextrous, i cacciatorpediniere lanciamissili Sterett, Forrest Sherman e Winston Churchill, l’incrociatore lanciamissili Normandy, le portaerei Theodhore Roosevelt e Carl Vinson, la portaelicotteri d’assalto anfibio Iwo Jima, le navi da assalto anfibio New York e Fort McHenry, e la nave rifornitrice Charles Drew. Nel frattempo, al-Qaida nella Penisola Araba, ridenominatasi “Figli dell’Hadramaut”, occupava un terminal petrolifero e la caserma della 27.ma Brigata di Fanteria a Muqala, capitale dell’Hadramaut, mentre Ansarullah liberava la base della 190.ma Brigata della Difesa aerea e l’aeroporto militare di Rayan, sempre presso Muqala. Secondo un giornalista, “C’era un accordo tra le truppe (filo-saudite) e il consiglio di Muqala per cedere le basi delle brigate e l’aeroporto ad al-Qaida“. Sempre secondo il giornalista, le fazioni locali aiutano al-Qaida con il pretesto di proteggere la provincia dall’avanzata di Ansarullah. Così al-Qaida poté catturare diversi edifici governativi a Muqala, tra cui la prigione che ospitava centinaia di terroristi. Altri 32 civili venivano uccisi nei raid aerei sauditi a nord di Sana, nella provincia di Amran, nella città di Huth, a 100 chilometri dalla capitale, dove case e una scuola furono colpite. Il portavoce militare saudita il birgadier-generale Ahmad al-Asiri, avendo appreso l’arte della menzogna da Gladio e dai suoi media di disinformazione, attribuiva ad Ansarullah la strage di civili yemeniti, commessa invece dagli aerei sauditi. “Abbiamo le prove“, aveva detto Asiri in conferenza stampa a Ryadh, ma senza mostrarle, nel migliore stile delle prove ‘che non si possono esibire’ che la CIA e Washington s’inventano per giustificare le loro aggressioni militari. Sempre a Riyadh, il nuovo “vicepresidente” di Hadi, Qalid Bahah, si appellava ai militari yemeniti affinché sostenessero il “governo” filo-saudita. “In questo momento storico, faccio appello a tutti i membri delle forze armate e delle forze di sicurezza affinché aderiscano alle istituzioni statali legittime“. Le unità d’elite dell’esercito yemenita, fedeli a Salah, invece supportano l’avanzata di Ansarullah nel sud dello Yemen. Il 20 aprile, l’attacco aereo a un ponte nella città di Ib uccideva 20 persone. Altre 9 furono uccise nella città di Haradh, vicino al confine con l’Arabia Saudita, dove l’esercito saudita bombardava con l’artiglieria. Infine, il 21 aprile, l’Arabia Saudita terminava i bombardamenti nello Yemen dopo aver “raggiunto gli obiettivi militari“. Ma l’operazione “Tempesta Decisiva”, dopo un mese di attacchi aerei, era fallita non riuscendo a fermare l’avanzata di Ansarullah e far collassare il governo di Sana. L’Iran salutava la fine degli attacchi aerei come un progresso. Il portavoce dell’operazione saudita, Ahmad al-Asiri, aveva detto: “(La coalizione) conclude l’operazione “Tempesta Decisiva” avviata su richiesta del governo yemenita e del presidente Abdurabu Mansur Hadi“. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Marziyeh Afkham, dichiarava: “Avevamo già annunciato che non esiste una soluzione militare alla crisi dello Yemen. Indubbiamente, il cessate il fuoco, ponendo fine all’uccisione di persone innocenti e indifese, è un passo in avanti“.

houthi2Riferimenti:
Al-Masdar
Al-Masdar
Al-Masdar
Al-Masdar
Al-Masdar
BBC
DPA
FARS
Indian Express
IRIB
Moon of Alabama
US Navy
Nsnbc
RID
Russia Insider
RussiaToday
RussiaToday
Sinosphere
Sputnik
Sputnik
TASS
Washington Post
WSWS
Zerohedge

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.907 follower