Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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al-Arabiya
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al-Masdar

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Smontare l’intervento yemenita di Obama

MK Bhadrakumar Asia Times 21 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
Barack Obama walks with Saudi King SalmanVoice of America finanziata dal governo statunitense ha avviato un ballon d’essai vacuo pronosticando che le tensioni accumulatesi con il conflitto nello Yemen “sembrano contrapporre gli Stati Uniti all’Iran in una prova di forza cruciale nel Golfo di Aden.” Il contesto sono la portaerei USS Theodore Roosevelt e l’incrociatore lanciamissili USS Normandy che si uniscono ad altre sette navi da guerra degli Stati Uniti nella zona, tra cui il Gruppo di assalto anfibio della Iwo Jima, che comprende un reparto di oltre 2000 Marines. Un modo stravagante di sbirciare oltre lo specchio. Alice ne ridacchierebbe. Gli Stati Uniti non si scontreranno militarmente con l’Iran. Le due flotte hanno una lunga storia di spintoni e di giochi del gatto col topo nelle acque del Golfo Persico, senza tentare un graffio. Questo è uno. Il secondo, in questo caso particolare, è l’Iran che semplicemente non intende farsi coinvolgere militarmente nello Yemen. L’Iran fa splendidamente bene invece a proiettare un robusto piano di pace in 4 punti per lo Yemen, che la Russia ha già accolto e che sarà sostenuto, perché Teheran prevede, giustamente, che non vi sia alcuna altra opzione, in ultima analisi, che aprire la via diplomatica e politica. Non si cerca la vittoria in una guerra fratricida, vero? Si vince passo-passo e il segreto sta nella pazienza e nel potere di logoramento. In breve, la Theodore Roosevelt dovrà inventarsi un nemico iraniano prima di avere una “serie prova di forza”. Terzo, gli huthi hanno veramente bisogno di armi dall’Iran in questa fase? E’ ben noto che siano alleati a fazioni militari yemenite dall’ampio accesso alle armi. Inoltre, la natura delle guerre fratricide in Paesi come Yemen o Afghanistan è tale che i veri asset strategici risultano altrove. Queste guerre hanno i loro corsi e ricorsi, e al momento gli huthi avanzano innegabilmente. Stando così le cose, qual è il vero scopo (o scopi) che gli Stati Uniti sperano di raggiungere inviando tale flotta? A dire il vero, il dispiegamento di un numero così elevato di marines su un gruppo di navi d’assalto anfibio suggerirebbe che un’operazione di sbarco non sia esclusa. Può darsi che il presidente Barack Obama sia agitato dal fatto che il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif (qui), l’egiziano Abdalfatah al-Sisi (qui) o il turco Recep Tayyip Erdogan (qui) temano d’immischiravisi, cioè di inviare “stivali sul terreno” nello Yemen? Sembra improbabile. Tuttavia, una limitata operazione di terra degli Stati Uniti può essere comunque in cantiere. Il punto è che Washington non ha badato ad evacuare centinaia, migliaia di cittadini statunitensi bloccati nello Yemen. Sarebbero in gran parte di origine araba e musulmana, e non avrebbero una lobby negli Stati Uniti che possa fare scandalo al Congresso o nei media degli USA, ma se tale scandalo perdura, sarà un insulto alla reputazione di Obama umanista e alla sua eredità presidenziale. C’è anche del denaro in gioco, e potrebbe essere molto, perché alcuni di questi cittadini arabo-statunitensi hanno presentato denuncia nei tribunali degli USA chiedendo un risarcimento dai segretari di Stato e della Difesa. Dio non voglia, se alcuni di loro venissero uccisi nei prossimi giorni, non escludendo gli sfrenati omicidi (qui) e vendicativi (qui) attacchi aerei sauditi, la questione dei danni potrebbe emergere a un certo punto.27CBCB7A00000578-0-image-a-31_1429563450836Dopo tutto, il governo degli Stati Uniti non s’è interessato di evacuare i propri cittadini in difficoltà, a differenza di quanto quasi tutti i Paesi hanno fatto, e i giudici statunitensi non avrebbero altra scelta, se questi musulmani arabo-statunitensi facessero valere i loro diritti costituzionali in quanto cittadini statunitensi. Inoltre, al livello popolare si sostiene che gli statunitensi non hanno alcun controllo sui crimini di guerra sauditi nello Yemen, e ciò potrebbe ridimensionare la politica di Obama in Medio Oriente e la sua statura di leader mondiale. Così Washington infine potrebbe programmare l’evacuazione dallo Yemen dei propri cittadini bloccati. Infatti, 5000 marines possono farlo, a condizione naturalmente che gli huthi cooperino; collaboreranno? A mio parere, la CIA avrebbe già fatto il lavoro necessario. Ora, l’Iran non lo sosterrà? Impossibile. Semmai se i marines avessero difficoltà, l’Iran potrebbe dare una mano avendo avanzato una generosa offerta di aiuto a tutti i Paesi, senza eccezione, nell’evacuare propri cittadini dallo Yemen. Oltre l’evacuazione, ciò che Obama spera di ottenere ordinando all’USS Theodore Roosevelt di salpare dallo Stretto di Hormuz (dove è occhi negli occhi con la Marina dell’Iran) per il Golfo di Aden? Significativamente, Obama ha preso questa decisione dopo una telefonata con il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud e l’incontro nello Studio Ovale con il principe ereditario Muhamad bin Zayad al-Nahan degli Emirati Arabi Uniti (membro chiave della coalizione saudita contro lo Yemen). Da attente letture delle dichiarazioni della Casa Bianca, qui e qui, avviare un processo di pace nello Yemen appare in cima ai pensieri di Obama. Ma fino a che punto Obama sia riuscito a calmare Salman solo il tempo lo dirà. È improbabile che Obama abbia adottato lo stesso linguaggio del presidente cinese Xi Jinping verso Salman. (È interessante notare che l’appello di Obama a Salman appare il giorno dopo l’iniziativa di Xi.)
Nel frattempo, Obama si riunirà con i re guerrieri arabi in un conclave del prossimo mese. I preparativi sono già iniziati. In ultima analisi, la leva degli Stati Uniti al conclave con Salman e Zayad verrebbe costruita secondo la formula “salvare la faccia”, per farli apparire vittoriosi nella guerra allo Yemen. Il re e il principe ereditario non possono permettersi di apparire perdenti, soprattutto con l’Iran seduto sulla riva del fiume che osserva beffardo. Quindi, un po’ di spettacolarità da parte dello Zio Sam, per salvare la faccia dei monarchi del Golfo, sarà necessaria nei prossimi giorni. In termini politici, è sensato per gli Stati Uniti apparire attivamente coinvolti nel conflitto nello Yemen, anche se iniziasse il processo di pace. Il dispiegamento della flotta fa letteralmente degli Stati Uniti il “protagonista” della guerra yemenita. Obama sarebbe rassicurato dal modo con cui la Russia ha collaborato al recente dibattito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sullo Yemen, senza che il Presidente Vladimir Putin gli faccia delle sorprese. Anche l’Iran parla di pace con gli Stati Uniti. Così, in qualunque modo si guardi svilupparsi lo scenario, l’USS Theodore Roosevelt partecipa a una sicura missione politica ed economica che avvantaggerà Obama.
Il rischio che Obama inizi un’altra guerra degli USA in Medio Oriente, anche senza volerlo, è praticamente inesistente; Obama non cerca la resa dei conti con l’Iran nel momento cruciale dei colloqui sul nucleare; Obama non può non essere consapevole che il conflitto nello Yemen sia conseguenza della Primavera araba e la leva degli Stati Uniti, attivando un processo politico nello Yemen, può migliorare con il coinvolgimento diretto; naturalmente John Bolton o il senatore John McCain non potranno dileggiare di passività Obama, almeno sulla questione yemenita.

uss-theodore-rooseveltTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen, fine delle operazioni belliche e di salvataggio

Alessandro Lattanzio, 22/4/201555354f9fc46188c10e8b4601Ansarullah liberava la città di Mala, presso Aden, dai terroristi di al-Qaida arrestandone 15. Il 5 e 6 aprile gli attacchi aerei sauditi uccidevano 8 civili ad Anat, nella provincia di Sada, e 6 studenti ad al-Ib, mentre altri radi aerei colpivano le cittadine di Slayf e Shara, nella provincia di Razah, le postazioni delle guardie di frontiera nella provincia di Haja, lo Yemen Economic Corporation, uno dei più grandi depositi di alimentari yemeniti, e le postazioni della difesa aerea di al-Hudaydah. Il 7 aprile, un altro raid saudita uccideva 20 civili, e una nave da guerra saudita bombardava Aden. Sul Mar Rosso, Riyadh dispone della base navale Re Faysal che ospita la Flotta occidentale saudita, formata da 3 fregate classe al-Riyadh e 4 fregate al-Madina, tutte di costruzione francese, più 2 pattugliatori lanciamissili, un cacciamine e navi di supporto. Il 25 marzo veniva creata una nuova base navale saudita a Jizan, sul confine yemenita. La fregata Daman e la nave rifornitrice Yunbu avevano evacuato da Aden i diplomatici sauditi e i capi yemeniti filo-sauditi. L’Egitto a sua volta aveva inviato una sua squadra composta delle fregate Alexandria e Taba per effettuare il blocco navale dello Yemen. Nel Mar Rosso, l’Iran dispiegava una squadra navale antipirateria composta dalla fregata Sabalan e dalla nave rifornitrice Kharg, seguite l’8 aprile dalla 34.ma Flottiglia formata dal cacciatorpediniere Alborz e dalla fregata Bushehr, inviata per “garantire la sicurezza marittima e proteggere gli interessi della Repubblica islamica dell’Iran nelle acque internazionali“.
L’India evacuava dallo Yemen 5600 persone di 26 Paesi in 10 giorni, impiegando 2 aerei di linea A321 dell’Air India e 2 aerei da trasporto militari C-17 Globemasters III dell’IAF, che compirono 9 sortite da Mumbai e 2 da Kochi a Gibuti; le navi da guerra INS Sumitra, INS Mumbai e INS Tarkash e 2 navi passeggeri. La Cina evacuava dallo Yemen, con la fregata Linyi e la nave rifornitrice Weishanhu del comandante Jiang Guoping, 629 cittadini cinesi e 279 cittadini di altri 15 Paesi. Era la prima volta che la Cina schierava navi da guerra per effettuare l’evacuazione. “E’ la nuova responsabilità di una grande potenza“, secondo Zhu Feng, direttore esecutivo del Centro per gli studi collaborativi del Mar Cinese Meridionale presso l’Università di Nanjing, “La visione della Marina in Cina va decisamente allargandosi. Quando opera in acque internazionali assumerà responsabilità internazionali. È un bene“. Il governo giapponese ringraziava la Cina per aver invitato un turista giapponese ad aderire all’evacuazione, “Abbiamo trasmesso la nostra gratitudine al governo cinese“, aveva detto il segretario del capo di gabinetto giapponese Yoshihide Suga. L’operazione aveva sfruttato i solidi legami tra il console generale cinese ad Aden e il governatore locale. A una delle fregate cinese fu concesso il permesso di attraccare ad Aden solo dopo che il Console Generale, Pan Zhinan, aveva consentito a un parente del governatore Abdalaziz bin Habtur di salirvi a bordo. Infine il Foreign Office inglese e il segretario di Stato degli USA, John Kerry, ringraziavano Mosca per l’evacuazione di propri cittadini dallo Yemen. Oltre 300 persone furono evacuate da Sana con due voli russi ed altre 308 persone furono evacuate dal porto di Aden dalla nave della Marina russa Prjazove. Le 308 persone comprendevano 45 cittadini della Federazione russa, 18 degli Stati Uniti, 5 della Gran Bretagna, 1 della Bulgaria, 6 dell’Estonia, 14 dell’Ucraina, 9 della Bielorussia, 3 del Turkmenistan, 8 dell’Uzbekistan, 5 dell’Azerbaijan, 1 del Bahrayn, 5 di Gibuti, 159 dello Yemen, 1 della Somalia, 3 della Palestina, 13 della Giordania, 9 di Cuba, 2 dell’Egitto e 1 dell’Arabia Saudita. La nave da ricognizione Prjazove effettuava attività antipirateria nel Golfo di Aden. Il Pakistan utilizzava 1 Boeing 747 e 1 Airbus A310, oltre alle fregate lanciamissili PNS Shamsheer e PNS Aslat, per evacuare da al-Hudaydah e Aden 1582 persone, quasi tutte cittadini pakistani. Gli Stati Uniti dichiaravano di non aver piani per evacuare 4000 propri cittadini dallo Yemen, ma nel frattempo acceleravano la consegna di bombe, missili e altre munizioni all’Arabia Saudita; in effetti tra il 2010 e il 2014 l’amministrazione Obama aveva firmato accordi per vendere 90 miliardi di dollari di armamenti alla monarchia saudita, divenuta primo cliente degli Stati Uniti. Inoltre, gli Stati Uniti intensificavano anche il supporto d’intelligence e logistico alle operazioni saudite, sia istituendo la “Cellula congiunta di coordinamento della pianificazione” nella capitale saudita, diretta da un generale dell’US Central Command; sia inviando aerocisterne KC-135 Stratotanker dell’US Air Force per rifornire in volo gli aerei da guerra sauditi che bombardavano lo Yemen.
Il 9 aprile Ansarullah liberava Ataq, capitale della provincia del Shabwah. Il 10 aprile i sauditi bombardavano le posizioni di Ansarullah ad Aden. Il 12 aprile la tribù Taqiya, della provincia di Sada, nel nord dello Yemen, assaltava le postazioni dell’esercito saudita nella città di al-Manar, nel sud dell’Arabia Saudita, uccidendo 18 soldati e catturando grandi quantità di armi, munizioni e automezzi. Dieci civili venivano uccisi da un attacco aereo saudita su al-Zahra, nella provincia di Taiz. L’11 aprile il maggior-generale Fahd bin Turay bin Abdulaziz al-Saud, dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate saudite, veniva eliminato assieme ad altri 2 ufficiali sauditi, durante una missione nel nord-ovest dello Yemen, nel villaggio di al-Majda, distretto di Qatabir del governatorato di Sadah. Il generale era nipote di re Abdulaziz al-Saud. Il 16 aprile l’esercito e i comitati popolari yemeniti sconfiggevano al-Qaida nella provincia di Marib, liberando la maggior parte di Sarwah, jabal Hilan, jabal al-Mahjar e la valle al-Malah.
Il 14 aprile, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, approvava con l’astensione della Russia la Risoluzione 2216, che imponeva l’embargo sulle armi contro Ansarullah e sanzionava il figlio dell’ex presidente Salah, Ali Abdullah, Abdalmaliq al-Huthi, leader di Ansarullah, e i leader militari di Ansarullah Abdalqaliq al-Huthi e Abdullah Yahya al-Haqim. La risoluzione invitava anche “gli Stati membri, in particolare quelli confinanti con lo Yemen, a ispezionare… tutti i carichi diretti nello Yemen” e chiedeva ad Ansarullah di ritirarsi da Sana e dalle altre zone che aveva liberato. Inoltre il dipartimento del Tesoro statunitense annunciava sanzioni unilaterali contro Ansarullah e l’ex-comandante della Guardia Repubblicana dello Yemen Ahmad Salah. Il Comitato Rivoluzionario Supremo dello Yemen condannava la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dicendo che sosteneva l’aggressione saudita, e “invita le masse del popolo yemenita a radunarsi e protestare per condannare la risoluzione del Consiglio di sicurezza a sostegno dell’aggressione“. Nel frattempo Cairo ribadiva che non avrebbe inviato truppe per l’Operazione “Tempesta Decisiva”. Il portavoce militare egiziano Muhamad Samir riferiva delle “false informazioni da entità ostili” che miravano a danneggiare la sicurezza nazionale dell’Egitto, ribadendo che solo forze navali e aeree egiziane partecipavano alla coalizione saudita contro lo Yemen. A Faj Atan, il 17 aprile, i sauditi avrebbero usato armi chimiche nei loro bombardamenti.
L’US Navy inviava proprie navi al largo dello Yemen, ufficialmente per intercettare le navi iraniane. La squadra statunitense, al comando del contrammiraglio Chris Grady, comprendeva 10 navi: i dragamine Sentry e Dextrous, i cacciatorpediniere lanciamissili Sterett, Forrest Sherman e Winston Churchill, l’incrociatore lanciamissili Normandy, le portaerei Theodhore Roosevelt e Carl Vinson, la portaelicotteri d’assalto anfibio Iwo Jima, le navi da assalto anfibio New York e Fort McHenry, e la nave rifornitrice Charles Drew. Nel frattempo, al-Qaida nella Penisola Araba, ridenominatasi “Figli dell’Hadramaut”, occupava un terminal petrolifero e la caserma della 27.ma Brigata di Fanteria a Muqala, capitale dell’Hadramaut, mentre Ansarullah liberava la base della 190.ma Brigata della Difesa aerea e l’aeroporto militare di Rayan, sempre presso Muqala. Secondo un giornalista, “C’era un accordo tra le truppe (filo-saudite) e il consiglio di Muqala per cedere le basi delle brigate e l’aeroporto ad al-Qaida“. Sempre secondo il giornalista, le fazioni locali aiutano al-Qaida con il pretesto di proteggere la provincia dall’avanzata di Ansarullah. Così al-Qaida poté catturare diversi edifici governativi a Muqala, tra cui la prigione che ospitava centinaia di terroristi. Altri 32 civili venivano uccisi nei raid aerei sauditi a nord di Sana, nella provincia di Amran, nella città di Huth, a 100 chilometri dalla capitale, dove case e una scuola furono colpite. Il portavoce militare saudita il birgadier-generale Ahmad al-Asiri, avendo appreso l’arte della menzogna da Gladio e dai suoi media di disinformazione, attribuiva ad Ansarullah la strage di civili yemeniti, commessa invece dagli aerei sauditi. “Abbiamo le prove“, aveva detto Asiri in conferenza stampa a Ryadh, ma senza mostrarle, nel migliore stile delle prove ‘che non si possono esibire’ che la CIA e Washington s’inventano per giustificare le loro aggressioni militari. Sempre a Riyadh, il nuovo “vicepresidente” di Hadi, Qalid Bahah, si appellava ai militari yemeniti affinché sostenessero il “governo” filo-saudita. “In questo momento storico, faccio appello a tutti i membri delle forze armate e delle forze di sicurezza affinché aderiscano alle istituzioni statali legittime“. Le unità d’elite dell’esercito yemenita, fedeli a Salah, invece supportano l’avanzata di Ansarullah nel sud dello Yemen. Il 20 aprile, l’attacco aereo a un ponte nella città di Ib uccideva 20 persone. Altre 9 furono uccise nella città di Haradh, vicino al confine con l’Arabia Saudita, dove l’esercito saudita bombardava con l’artiglieria. Infine, il 21 aprile, l’Arabia Saudita terminava i bombardamenti nello Yemen dopo aver “raggiunto gli obiettivi militari“. Ma l’operazione “Tempesta Decisiva”, dopo un mese di attacchi aerei, era fallita non riuscendo a fermare l’avanzata di Ansarullah e far collassare il governo di Sana. L’Iran salutava la fine degli attacchi aerei come un progresso. Il portavoce dell’operazione saudita, Ahmad al-Asiri, aveva detto: “(La coalizione) conclude l’operazione “Tempesta Decisiva” avviata su richiesta del governo yemenita e del presidente Abdurabu Mansur Hadi“. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Marziyeh Afkham, dichiarava: “Avevamo già annunciato che non esiste una soluzione militare alla crisi dello Yemen. Indubbiamente, il cessate il fuoco, ponendo fine all’uccisione di persone innocenti e indifese, è un passo in avanti“.

houthi2Riferimenti:
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BBC
DPA
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Indian Express
IRIB
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US Navy
Nsnbc
RID
Russia Insider
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Sinosphere
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TASS
Washington Post
WSWS
Zerohedge

Obama eredita la guerra yemenita dell’Arabia Saudita

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 10 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraYemenL’intervento militare saudita sostenuto dagli USA nello Yemen entra in una fase pericolosa. Chiaramente, gli attacchi aerei sauditi, guidati dai servizi segreti e con logistica degli USA, non hanno avuto alcun impatto, finora, sulla campagna di Ansarullah per prendere il controllo della città portuale di Aden. Ma il Pakistan potrebbe aver inferto un colpo mortale alla campagna statunitense-saudita. Il parlamento del Paese ha chiesto all’unanimità che il Pakistan rimanga neutrale nel conflitto nello Yemen, tranne nell’eventualità improbabile che l’integrità territoriale dell’Arabia Saudita sia violata. In termini operativi, ciò significa che il Pakistan non parteciperà a un qualche attacco via terra allo Yemen, che a sua volta significa che l’intervento saudita sarà seriamente limitato dato che esperti ed analisti militari dubitano dell’efficacia saudita nell’ottenere risultati validi con i soli attacchi aerei. Senza il Pakistan, la tanto decantata “coalizione” saudita diventa un macabro scherzo. Si legga l’articolo del Guardian qui, sull’effettiva composizione della cosiddetta coalizione saudita. E’ fuori discussione che il feldmaresciallo egiziano Abdalfatah al-Sisi abbia dimenticato che l’Egitto di Nasser si bruciò le dita nello Yemen. A dire il vero, l’Iran continuerà a fare pressioni sull’Arabia Saudita. La Guida Suprema Ali Khamenei ha usato eccezionalmente un linguaggio duro per condannare l’intervento saudita nello Yemen, definendolo “genocidio”. Naturalmente, l’intervento iraniano diretto nello Yemen è da escludere. L’Iran non ricorre all’avventurismo militare. (Leggasi il mio Yemen: si muove la diplomazia dell’Iran). In ogni caso, l’Iran lentamente e costantemente cuoce la leadership saudita nel bollente calderone yemenita. Gli huthi possono far mangiare la polvere ai sauditi, come Khamenei ha avvertito. Teheran potrebbe decidere che la debacle in Yemen aggraverebbe la lotta nella Casa dei Saud e le riforme delle arcaiche strutture di potere del Paese potrebbero divenire inevitabili, in particolare rafforzando le oppresse comunità sciite nelle province confinanti con lo Yemen.
Tutto ciò costringe l’amministrazione Obama a una correzione, gli Stati Uniti potrebbero considerare tale guerra come propria in un futuro molto prossimo. L’unica cosa buona per Washington, finora, sono i sauditi che velocemente esauriscono le scorte militari e un ordine miliardario per altri acquisti di armamenti statunitensi è sicuramente previsto. Ciò, a favore di Obama, crea molti nuovi posti di lavoro nell’economia statunitense. Ma c’è uno scenario cupo, altrimenti. Gli Stati Uniti speravano contro ogni aspettativa che il Pakistan svolgesse il tradizionale ruolo di coolie delle strategie regionali degli Stati Uniti. Ora, gli Stati Uniti non hanno altra alternativa che un diretto interventismo per salvare il prestigio dell’alleato chiave, la Casa dei Saud. Ma è dubbio che Obama inizi una guerra nello Yemen coinvolgendo forze statunitensi. La cosa più intelligente sarebbe teleguidare la guerra saudita e capitalizzarla politicamente. Allo stesso modo, per ora c’è la consapevolezza che in realtà non si tratta di un conflitto tra sunniti e sciiti, ma di lotte fratricide per l’emancipazione politica. Gli huthi sono zayditi sciiti, ma dottrinalmente più vicini ai sunniti. Ciò che accade nello Yemen è l’inevitabile ricaduta della primavera araba fallita quattro anni fa.
Stati Uniti e Arabia Saudita pagano un prezzo pesante per manipolare la trasformazione democratica dello Yemen e il loro errore d’imporre un nuovo fantoccio al potere al posto dello screditato vecchio burattino dei sauditi Muhamad Salah. Tutto sommato, il conflitto nello Yemen diventa la principale crisi regionale dell’amministrazione Obama. La cosa migliore sarà avviare una mediazione guidata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Obama dovrebbe discutere la questione dello Yemen con i suoi omologhi del Consiglio di sicurezza dell’ONU e cercare un consenso. Il tempo è l’essenza della questione, tanto più che al-Qaida è in attesa dietro le quinte. Dopo tutto ciò che è accaduto, è praticamente impossibile insediare un altro fantoccio dei sauditi a Sana. Un accordo inclusivo per condivisione il potere con gli huthi è inevitabile, se si cerca una pace duratura. Non sarà un male se accade, non per la profonda politica tribale del Paese. Con le vittime civili che aumentano di giorno in giorno, lo Yemen potrebbe presto subire un’ondata di sentimenti anti-sauditi, che potrebbe rivelarsi il Vietnam del regime saudita. Si legga l’ottimo commento sulla rivista Foreign Policy.537950F0-6E55-4AAE-B8D6-29D48AB59D22_mw1024_s_nTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La coalizione saudita contro lo Yemen

Alessandro Lattanzio, 5/4/2015Houthis-3Anche se diverse agenzie e un portavoce della coalizione saudita si sono affrettati a riferire la distruzione totale dell’Aeronautica yemenita (YAF) con i raid aerei della coalizione, sembra che gli attacchi alle basi aeree dello Yemen non siano mai state volte a neutralizzare l’YAF, ma piuttosto ad avvertirla a non reagire. Il primo raid sulla base aerea al-Dulaymi, che condivide la pista con il Sana International Airport, ha visto la pista e un hangar distrutti assieme a 1 CN-235, 1 Beechcraft Super King Air, 1 AB-412 e 1 UH-1H, che non erano i mezzi più importanti dell’Aeronautica yemenita. Al contrario, questi 4 aeromobili era già stati radiati, necessitando di pezzi di ricambio da Arabia Saudita e Stati Uniti, che si rifiutavano di consegnarli per paura che la YAF operasse agli ordini di Ansarullah. Gli altri mezzi statunitensi ancora in servizio nell’Aeronautica yemenita, come gli F-5E, sono allo stremo per mancanza di pezzi di ricambio, e dovranno essere cannibalizzati per mantenere operativa almeno parte della flotta. Il primo attacco potrebbe quindi essere stato un avvertimento alla YAF a non partecipare al conflitto, rimanendo in attesa nelle basi aeree. Se Mansur Hadi ritornasse al potere, sicuramente ne avrebbe bisogno per colpire l’opposizione. Ciò potrebbe significare che la coalizione saudita risparmierà le preziose cellule dell’YAF il più possibile, impedendone l’uso per conto di Ansarullah. La pista è stata riparata in un giorno, permettendo all’Aeronautica yemenita di poter operare di nuovo. In risposta alla decisione di Ansarullah di riparare la pista e al fatto che l’YAF continua ad operare dalla base aerea, un secondo raid fu condotto contro la base di al-Dulaymi. Il raid del 29 marzo 2015 vide i cacciabombardieri della Royal Saudi Air Force (RSAF) colpire 11 hangar che avrebbero ospitato i MiG-29 dell’Aeronautica yemenita, ma almeno 6 hangar apparivano vuoti. Lo Yemen disporrebbe di 20 MiG-29 suddivisi tra la principale base aerea di al-Dulaymi e la base aerea di al-Anad, dove vi è un distaccamento con un paio di MiG-29. Ciò significa che non tutti i rifugi dei MiG-29 di al-Dulaymi erano occupati dai MiG-29. Una parte della flotta era concentrata nel capannone per la manutenzione.
041411130446k9ld868l6k72ivi All’operazione saudita partecipa il Sudan; Omar al-Bashir, presidente del Sudan, aveva dichiarato, “Il Sudan esprime supporto illimitato alla coalizione a sostegno della legittimità e conferma la partecipazione attiva alla coalizione per mantenere la pace e la stabilità nella regione”. Il colonnello Qalid Sad al-Sawarmy, portavoce delle Forze armate sudanesi, aveva detto che l’obiettivo dell’operazione era “proteggere i luoghi santi islamici e la regione”. Il Sudan cerca di bilanciarsi tra Paesi del Golfo e Iran, oltre al fatto che possibili esclusione economica, sanzioni ed espulsione di circa tre milioni di espatriati sudanesi che lavorano nel Golfo, sono fattori importanti nella decisione di Khartum di partecipare all’operazione contro lo Yemen. Intanto, gli Stati Uniti riavviavano l’invio di armamenti all’Egitto, dopo il congelamento imposto con la deposizione del presidente islamista Mursi. L’amministrazione Obama così consegnerà all’Egitto 12 caccia F-16, 20 missili antinave Harpoon e 125 kit per carri armati M1A1 Abrams, e inoltre Washington avrebbe ripreso l’invio di 1,3 miliardi di dollari di rifornimenti militari statunitensi all’Egitto. “Non abbiamo deciso di partecipare a tale guerra. Non abbiamo fatto alcuna promessa. Non abbiamo promesso alcun sostegno militare alla coalizione saudita contro lo Yemen“, dichiarava invece il ministro della Difesa del Pakistan Khawaja Asif. “In Siria, Yemen e Iraq la divisione è alimentata, ma va contenuta. La crisi ha le sue linee di faglia anche in Pakistan, non vogliamo risvegliarle. Tante minoranze e sette vivono in Pakistan. Qualsiasi assicurazione all’Arabia Saudita è volta alla difesa della sua integrità territoriale, ma vi assicuro che non vi è alcun pericolo di farsi coinvolgere in una guerra settaria“, affermava un ufficiale pakistano, “Nella precedente visita in Arabia Saudita, il premier Sharif e il comandante dell’esercito pakistano avevano deciso che inviare delle unità non sarebbe possibile“.
Il 30 marzo, la 19.ma Task Force della Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo Cinese (PLAN), in missione anti-pirateria nel Golfo di Aden e composta dalle fregate lanciamissili Linyi e Weifang e dalla nave rifornimento Weishanhu, avviava l’evacuazione di oltre 500 cittadini cinesi dal porto di al-Hudaydah, e altri 225 da Aden, nello Yemen. Il 1° aprile il governo indiano inviava 2 aerei da trasporto pesante C-17 Globemaster III dell’Indian Air Force (IAF), che rimpatriavano 358 cittadini indiani, e le navi della Marina INS Sumitra, INS Mumbai e INS Tarkash di scorta ai traghetti Kavaratti e Corals, per evacuare i restanti cittadini indiani. Dal 2 aprile, 4 aerei russi erano giunti a Sana evacuando oltre 600 cittadini russi dallo Yemen. 250 algerini venivano bloccati a Jiddah, il 4 aprile, per il divieto agli aerei di Air Algeria di attraversare lo spazio aereo saudita. Dopo l’offensiva aerea lanciata dai sauditi il 25 marzo contro lo Yemen, l’Algeria istituiva un centro di crisi per monitorare gli eventi. Presidenza della Repubblica e Ministero della Difesa nazionale e degli Esteri vi si coordinavano, studiando un piano di evacuazione. L’Arabia Saudita era contrariata dall’atteggiamento di Algeri, che criticava l’aggressione allo Yemen. Da Sana 160 algerini, 40 tunisini, 14 mauritani, 8 libici, 3 marocchini e 1 palestinese: 230 persone, dovevano essere evacuate dagli algerini che inviano un Airbus A330 dell’Air Algeria a Sana, che decolla il 3 aprile da Algeri. Il Ministero degli Esteri avvertiva Arabia Saudita ed Egitto della missione, condividendo il piano di volo con tutti i Paesi da sorvolare. Ma una volta che il volo entrava nello spazio aereo saudita, i caccia e il controllo del volo respinsero dallo spazio aereo l’Airbus che rientrava a Cairo, dove l’equipaggio fu fermato per 48 ore. Poi l’aereo decollò finalmente per Sana, recuperando le 230 persone da evacuare, che venivano poi bloccate all’aeroporto di Jiddah, prima di rientrare ad Algeri.1020103256Il 30 marzo, i sauditi bombardavano il campo profughi di al-Mazraq, nel governatorato di Hajah, uccidendo 29 persone e ferendone 41. Il 31 marzo navi statunitensi lanciavano un missile da crociera contro la base missilistica yemenita di Faj Atan. I comitati popolari di Ansarullah assumevano il controllo della base militare della 17.ma Brigata, a Bab al-Mandab, provincia di Taiz, che sorveglia lo stretto. Un raid aereo saudita sul porto di Hudaydah distruggeva due fabbriche di alimentari, uccidendo 37 operai. I sauditi colpivano anche una base militare a Sana e un edificio governativo a Sadah, nel nord dello Yemen. Ansarullah perdeva 35 soldati contro le milizie filo-saudite nei combattimenti per una grande base militare nella provincia di Shabwa, dove le forze filo-saudite perdevano a loro volta 20 elementi. A Dhalya, 100 km a nord di Aden, negli scontri con Ansarullah i filo-sauditi perdevano altri 10 elementi. Il 1° aprile, Ansarullah prendeva il controllo della residenza di Abdurabu Mansur Hadi ad Aden, dopo scontri costati 30 morti; intanto il Consolato Generale della Russia di Aden veniva danneggiato dai bombardamenti della coalizione saudita e poi saccheggiato dai miliziani di Ansarullah che, irrompendo nell’edificio, sottraevano attrezzature e documenti. In effetti, nel novembre 2014, i rappresentanti degli indipendentisti dello Yemen del sud consegnarono una lettera al consolato russo di Aden per chiedere aiuto per la secessione da Sana. Mosca però non rispose, in linea con la propria posizione sul conflitto yemenita, evitando di parteggiare con una delle parti prima della fine del conflitto. Il 2 aprile, i terroristi di al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP) attaccavano municipio, prigione centrale e banche di Muqala, liberando 300 detenuti islamisti. Il 3 aprile, aerei sauditi paracadutavano armi nella provincia di Aden, in favore dei combattenti dell’ex-presidente Abdurabu Mansur Hadi.
Va ricordato che fino al 1990 lo Yemen era diviso in due, e Aden era la capitale della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (Yemen del Sud), che rientrava nell’orbita sovietica. 5000 consiglieri militari sovietici collaboravano con il governo locale e oltre 50000 yemeniti (tra cui l’ex-presidente Mansur Hadi), studiarono nell’URSS. Oggi, nella regione di Aden operano la federazione tribale Hashid, guidata dal parlamentare Abdullah ibn Husayn al-Ahmar, e il gruppo paramilitare guidato dal generale Ali Muhsan al-Ahmar. La Repubblica Democratica Popolare dello Yemen era un Paese socialista, più moderno e più istruito dello Yemen del Nord, ed oggi la sua eredità è rappresentata dal Partito Socialista yemenita. Dopo l’unificazione, Sana emarginò ed espulse i sudisti dall’esercito e dalle forze dell’ordine suscitando il malcontento che alimenta il movimento indipendentista. Nel febbraio 2015, una delegazione di Ansarullah incontrò dei parlamentari russi a Mosca, chiedendogli di riconoscere l’autorità di Ansarullah. Ma l’incontro avvenne due giorni dopo che l’ex-presidente Mansur Hadi aveva ritirato le dimissioni. Due settimane dopo l’ambasciatore russo nello Yemen incontrava l’ex-presidente Mansur Hadi ad Aden, per esprimengli il sostegno della Russia. Quindi, a fine marzo 2015, il ministro degli Esteri di Mansur Hadi, Riyadh Yasin, incontrava il viceministro degli Esteri russo Bogdanov, durante il vertice della Lega araba in Egitto, a Sharm al-Shaiq. Dopo l’avvio dei raid sauditi, il portavoce del Ministero degli Esteri russo Aleksandr Lukashevich dichiarava che “i metodi armati per risolvere i problemi interni yemeniti sono categoricamente inaccettabili” e che il conflitto nel Paese “può essere risolto solo con un ampio dialogo nazionale”.
CBC3F-WU8AAKR-o Il 3 aprile, aerei da guerra sauditi bombardavano Sana, Sada, Ranah, Faqim, Munabah, Ghamir e Ghur, uccidendo 18 civili. L’esercito yemenita si scontrava con al-Qaida a Qraytar e Mutala, e con le milizie di Mansur Hadi ad al-Husn, Mala, Shabaqa e Aden dove avanzava su Shayq Udwan e Mansura, rastrellando le aree a nord e a ovest di Aden. Il portavoce di Ansarullah, Muhammad Abdulsalam, dichiarava “Nella seconda settimana dell’aggressione, gli invasori non hanno raggiunto alcun obiettivo morale o militare. Hanno distrutto solo infrastrutture e strutture pubbliche e private per colpire il popolo yemenita. Hanno distrutto beni pubblici e fabbriche dello Yemen, è stupidità non una vittoria“. Il 5 aprile, i sauditi bombardavano il porto di al-Salif, nella provincia di al-Hudaydah, l’aeroporto militare di al-Hudaydah, depositi militari sul Jabal Nuqum, una base della Guardia Repubblicana, il quartier generale della polizia militare e una base dei genieri a Sana, uccidendo 11 civili. Altre 24 persone furono uccise nei bombardamenti aerei sauditi nelle province yemenite di Abyan e al-Bayda, il 4 aprile. Ad Aden, 36 militanti di Ansarullah e 11 miliziani filo-sauditi decedevano nei combattimenti nel quartiere Muala, vicino al porto, de dove Ansarullah veniva respinto.

yemen_ing-06-2-jpg20141020195918Lo Yemen e l’Oceano Indiano
L’arcipelago yemenita di Suqutra (Socotra) nell’Oceano Indiano si trova a 80 chilometri al largo del Corno d’Africa e a 380 km a sud della coste yemenite. L’isola di Suqutra è al crocevia delle rotte strategiche del Mar Rosso e del Golfo di Aden. Gran parte delle esportazioni industriali cinesi verso l’Europa occidentale transita attraverso questa rotta. Il commercio marittimo da Est e Sud Africa verso l’Europa occidentale transita in prossimità di Suqutra attraversando Golfo di Aden e Mar Rosso. Una base militare a Suqutra potrebbe essere utilizzata per sorvegliare il movimento delle navi sul Golfo di Aden. “L’Oceano Indiano è un’importante via marittima che collega Medio Oriente, Asia orientale e Africa con Europa e Americhe. Vi sono quattro vie di accesso fondamentali che agevolano il commercio marittimo internazionale: Canale di Suez in Egitto, Bab-al-Mandab (tra Gibuti e Yemen), Stretto di Hormuz (tra Iran e Oman) e Stretto di Malacca (tra Indonesia e Malaysia). Tali ‘stetti’ sono fondamentali per il commercio mondiale del petrolio, per le enormi quantità di greggio che li attraversa“. (Amjed Jaaved, Un nuovo focolaio di rivalità, Pakistan Observer, 1 luglio 2009) Inoltre, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermava al Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) dell’Egitto che “Garantire la navigazione nel Mar Rosso e proteggere lo stretto di Bab al-Mandab è una questione di sicurezza nazionale egiziana e araba“. Dal punto di vista militare, l’arcipelago di Suqutra è su un nodo strategico marittimo. Inoltre, l’arcipelago si estende su un’area marittima relativamente grande del Golfo di Aden, a partire dall’isola di Abd al-Quri. Questa zona marittima di transito internazionale si trova nelle acque territoriali yemenite. L’obiettivo degli Stati Uniti è sorvegliare l’intero Golfo di Aden, dalle coste yemenite a quelle somale. Suqutra è a circa 3000 km dalla base navale statunitense di Diego Garcia, tra le più grandi strutture militari all’estero degli USA. Il 2 gennaio 2010, l’allora presidente Salah e il generale David Petraeus, allora comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, s’incontrarono a porte chiuse, per ridefinire il coinvolgimento militare USA nello Yemen, tra cui la creazione di una base militare sull’isola di Suqutra. L’ex-presidente dello Yemen, Ali Abdullah Salah, avrebbe “ceduto Suqutra agli statunitensi che vi avrebbero ostruito una base militare, sottolineando che i funzionari degli Stati Uniti e del governo yemenita decisero d’istituirvi una base militare per contrastare i pirati e al-Qaida“. (Fars News, 19 gennaio 2010) Il giorno prima della riunione Salah-Petraeus a Sana, il generale Petraeus confermò che l'”assistenza alla sicurezza” dello Yemen sarebbe passata da 70 ad oltre 150 milioni di dollari, un aumento di 14 volte dal 2006. La creazione di una base aerea sull’isola di Suqutra fu descritta dai media statunitensi come parte della “guerra globale al terrorismo”: “Tra i nuovi programmi, Salah e Petraeus hanno deciso di consentire l’uso di aerei statunitensi, forse droni, così come di “missili navali”, in operazioni preventivamente autorizzate dagli yemeniti, secondo un alto funzionario yemenita. I funzionari degli Stati Uniti dicono che sull’isola di Suqutra, a 200 miglia dalle coste yemenite, si costruirà da una piccola pista di atterraggio una base completa per sostenere un maggiore programma di aiuti nella lotta ai pirati somali. Petraeus voleva anche rifornire le forze yemenite di attrezzature come Humvees blindati ed ulteriori elicotteri“. La struttura militare statunitense proposta a Suqutra, tuttavia, non si limitava a una base aerea. Era anche prevista una base navale. Lo sviluppo dell’infrastruttura navale di Suqutra era già in cantiere; un paio di giorni prima dell’incontro Petraeus-Salah, il governo yemenita approvò 14 milioni di dollari di prestiti dal Fondo del Quwayt per lo sviluppo economico arabo (KFAED) per lo sviluppo del previsto porto di Suqutra. L’arcipelago yemenita rientra nel Grande Gioco che oppone Russia e USA. Durante la guerra fredda, l’Unione Sovietica aveva una presenza militare a Suqutra, che all’epoca faceva parte dello Yemen del Sud. Nel 2009, i russi ebbero nuovi colloqui con il governo yemenita per creare una base navale sull’isola. Un anno dopo, nel gennaio 2010, nella settimana successiva alla riunione Petraeus-Salah, un comunicato della marina russa “conferma che la Russia non aveva rinunciato ai piani per una base navale… sull’isola di Suqutra“. Nel 1999, Suqutra fu scelta “come sito su cui gli Stati Uniti prevedono di costruire una base dell’intelligence elettronica…” I media dell’opposizione yemeniti riferirono che “l’amministrazione dello Yemen accettava di permettere agli Stati Uniti l’accesso militare a un porto e a un aeroporto a Suqutra“. Secondo il quotidiano dell’opposizione al-Haq, “un nuovo aeroporto civile a Suqutra, per promuovere il turismo, sarà opportunamente costruito in conformità alle specifiche militari degli USA“. La creazione di tale base militare degli Stati Uniti rientrerebbe nel processo di controllo dell’Oceano Indiano, integrando l’isola nella struttura incentrata dalla base militare di Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos.socotra-island-xeric-shrubNell’ambito di questo processo, nel 2004, durante il vertice della NATO ad Istanbul, veniva istituto il programma di partnership militare in Medio Oriente: l’Iniziativa di cooperazione di Istanbul (ICI) che comprende i membri del Consiglio di cooperazione del Golfo Bahrayn, Quwayt, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Bahrayn ed Emirati Arabi Uniti avevano truppe sotto il comando della NATO in Afghanistan, e Qatar ed Emirati Arabi Uniti inviarono aerei da guerra a bombardare la Libia nel 2011. Per la NATO “la sicurezza dei suoi partner nel Golfo è d’interesse strategico“. Il 14 giugno 2012, l’assistente del segretario di Stato per gli affari politico-militari Andrew Shapiro dichiarò al Global Economic Statecraft Daysottolineiamo l’impegno degli USA a mettere il lavoro degli americani al centro della politica estera… Il nostro lavoro in campo politico-militare, espandendo la cooperazione per la sicurezza con i nostri alleati e partner, è fondamentale per la sicurezza nazionale e la prosperità economica degli Stati Uniti. Ed è anche una parte importante degli sforzi del dipartimento di Stato per governare l’economia… Oggi posso confermare che è già un anno record per le vendite militari all’estero, vendite tra governi. Abbiamo già superato 50 miliardi di dollari di vendite nell’anno fiscale 2012. Ciò rappresenta un aumento di almeno 20 miliardi di dollari dall’anno fiscale 2011, e abbiamo ancora un trimestre fiscale. Mettendo ciò nel contesto, l’anno fiscale 2011 è stato un anno record con poco più di 30 miliardi. Quest’anno fiscale sarà almeno del 70 per cento più grande dell’anno fiscale 2011…” Il 60% delle vendite di armi all’estero era dovuto a un contratto da 30 miliardi di dollari con l’Arabia Saudita per 84 jet da combattimento F-15S, firmato nel dicembre 2011 nell’ambito di un accordo da 67 miliardi di dollari del 2010 per la vendita anche di bombe antibunker da 2 tonnellate, 72 elicotteri d’assalto Black Hawk e 70 elicotteri d’attacco Apache Longbow, missili Patriot Advanced Capability-2 e navi da guerra. Il più grande contratto bellico nella storia. Inoltre il 25 dicembre gli Stati Uniti firmarono un accordo per vendere 96 missili intercettori Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) agli Emirati Arabi Uniti, il primo Stato arabo ad aprire un’ambasciata presso la NATO. L’11 giugno 2012 Stati Uniti e Turchia iniziarono le esercitazioni Anatolian Eagle-2012/2 cui parteciparono aerei da guerra di USA, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Pakistan, Spagna e Italia.
Lo geostratega dell‘US Navy, contrammiraglio Alfred T. Mahan, scrisse che “chi raggiunge la supremazia marittima nell’Oceano Indiano sarà un attore di primo piano sulla scena internazionale“. (L’Oceano Indiano e la nostra sicurezza). Ciò che intendevano gli scritti del contrammiraglio Mahan sul dominio strategico degli Stati Uniti sui grandi oceani, e l’Oceano Indiano in particolare, era che “Questo oceano è la chiave dei sette mari del XXI secolo; il destino del mondo sarà deciso in queste acque“.

2000px-South_Yemen_in_its_region.svgRiferimenti:
al-Masdar
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Buzzfeed
ChinaMil
Global Research
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Impact24
IOL
Nsnbc
NIC
PakArmedForces
RussiaToday
Russia Insider
Spioenkop
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Strategic Culture
TASS

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