L’Egitto avrà l’autosufficienza energetica nel 2018

Tekmor Monitor 16 febbraio 2017

news52495_egasL’Egitto mira a raggiungere l’autosufficienza gasifera nel 2018, dichiara il presidente dell’EGAS Muhamad al-Masry. L’industria privata potrà importare gas per le industrie con nuove norme dal 2018 o, eventualmente, prima. Gran parte del divario tra domanda e offerta sarà colmata quando il giacimento Zuhr inizierà la produzione, alla fine dell’anno. Masry si aspetta anche le esportazioni di gas riprendano da tre impianti di liquefazione, nel 2019, e che la produzione di gas raggiunga i 5,9 miliardi di metri cubi nel 2018-19. In precedenza, l’obiettivo del Ministero del Petrolio per l’autosufficienza gasifera era il 2019, secondo le attese dalle scoperte annunciate nel 2017, aprendo la questione delle FSRU, dato il contratto con la Höegh Gallant, il primo del genere in Egitto, commissionato per cinque anni e con scadenza nel 2020, e il secondo con la BW Gas, da 60 milioni di dollari all’anno e che scadrà lo stesso anno.SAMSUNG CAMERA PICTURES

ENI e BP investiranno ancor di più in Egitto
Tekmor Monitor 15/02/2017

ENI SpA metterà in produzione il giacimento di gas gigante di al-Zuhr, al largo delle coste mediterranea dell’Egitto, entro la fine del 2017 e prevede d’investire 10 miliardi di dollari nel Paese nei prossimi cinque anni, secondo l’amministratore delegato Claudio Descalzi. I piani di produzione per Zuhr sono in programma e l’Egitto sarà il maggiore investimento dell’ENI nel prossimo biennio, aveva detto Descalz in una conferenza al Cairo. BP Plc, che ha acquistato il 10% di Zuhr dall’ENI lo scorso anno, ha investito più in Egitto nel 2016 che in qualsiasi altro Paese e farà lo stesso anche quest’anno, secondo il CEO della società Bob Dudley. “Alcune cose abbastanza buone avvengono qui per BP come per ENI“, aveva detto Dudley. “Nel 2016-17 investiamo più in Egitto che in qualsiasi altro Paese del mondo, quindi ciò è importante per noi e abbiamo fiducia nel governo“. La nazione più popolosa del mondo arabo era un esportatore netto di gas naturale liquefatto fino al 2014, quando in declino della produzione derivante dallo sconvolgimento politico ne fece un importatore netto. L’Egitto acquisterà fino a 108 carichi di GNL quest’anno accumulando un debito di 3,6 miliardi di dollari presso le compagnie energetiche internazionali, tra cui Royal Dutch Shell Plc. L’Egitto prevede di aumentare la produzione di gas del 50% entro la fine del 2018, da 3,8 miliardi di piedi cubi alla fine dello scorso anno, secondo il Ministro del Petrolio Tariq al-Mula. Il governo s’è impegnato a rimborsare gli arretrati dovuti alle compagnie energetiche internazionali ed è ottimista nell’attrarre maggiori investimenti per esplorazione, produzione e distribuzione.

I sondaggi della Shell
Shell inizierà la perforazione del giacimento di gas West Delta Deep Marine fase 9B, nel secondo trimestre di quest’anno, secondo Muhamad al-Masry, presidente dell’ente statale Egyptian Natural Gas Holding Co. Shell sospese le perforazione nella concessione di gas nel delta del Nilo nel marzo scorso, a causa del ritardo dei pagamenti. Un portavoce di Shell si rifiutava di commentare. BP prevede d’iniziare la produzione nel progetto Delta del Nilo occidentale questa primavera, secondo Dudley. Il governo egiziano annuncerà un nuovo bando per licenze d’esplorazione in nove settori nei prossimi sei mesi, ha detto al-Masry, che “potrà” ripagare Shell nel secondo trimestre. Masry aveva detto il 2 febbraio che il Paese inizierà l’esportazione di gas nel 2019. L’Egitto è anche un importatore di petrolio e ha quasi completato l’accordo per importare greggio dall’Iraq, secondo Tariq al-Hadidi, presidente esecutivo dell’ente statale Egyptian General Petroleum Corp. verrà tenuta stabile a 650000 barili al giorno la produzione di greggio e condensati, affermava.egypt_eni-ieoc_blocks-april-2016_eni-logo_tekmorTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il partito Baath, tra il Saladino babilonese e il Bismarck siriano

René Naba, Madaniya 26 settembre 2014sadat-al-assad-kadhafi-in-cairoIl Partito Baath (di rinascita) socialista arabo fu fondato da un gruppo di giovani nazionalisti arabi guidato da Michel Aflaq, Zaqi al-Salahdin e Arsuzi Bitar durante una riunione, il 4-7 aprile 1947, in un caffè di Damasco. 67 anni dopo, la proclamazione del Califfato su porzioni di Iraq e Siria suonava come un colpo al partito Baath mente il fenomeno SIIL ebbe il grande merito di far rompere i codici della guerra asimmetrica precedentemente in vigore, in quanto riusciva con un blitz, una “guerra lampo”, ad ottenere in tre settimane ciò che 40 anni di governo baasista in Iraq e Siria non furono capaci a causa delle guerre tra i burocratici fratelli nemici del Baath, Sadam Husayn e Hafiz al-Assad: unire Mesopotamia ed Eufrate. Sotto la bandiera dello SIIL, insorti sunniti occupavano in tre settimane ampi territori a nord e ad ovest dell’Iraq. Nella tradizione dell’assalto delle brigate leggere, motorizzate ma senza armi pesanti, aerei e droni, aprievano nell’ovest del Paese una via per la Siria cogliendo il posto di frontiera di Buqamal, mentre quello di al-Qaim già lo controllavano grazie a un accordo locale con al-Qaida. Il curioso percorso dei baathisti iracheni, componente dello SIIL, che piuttosto che opporsi facendo fronte comune con i fratelli baathisti siriani, si univano ai loro ex-boia sauditi, sostenitori arabi e musulmani dell’invasione dell’Iraq dagli Stati Uniti, abbandonando al loro destino il governo siriano, già forte sostenitore dei guerriglieri anti-USA in Iraq e quindi oggetto delle ire di Washington con il “Syrian Accountability Act” del 2003. E’ opportunità una retrospettiva sul partito panarabo che ha governato Siria e Iraq tramite i due “mostri sacri” del mondo arabo: Hafiz al-Assad (Siria) e Sadam Husayin (Iraq), dieci anni dopo la caduta di Baghdad. Madaniya sottopone all’attenzione dei lettori questo pezzo del 2008 di René Naba, responsabile del coordinamento editoriale del sito.maxresdefault

Parigi, 4 aprile 2008
_73502134_saddam1Sovrastando i contemporanei, espressione finale della pretesa nazionalista araba in un ambiente sballottato tra opposizione islamica ed occupazione degli Stati Uniti, guidarono il destino dei loro Paesi in implacabili conflitti di legittimità, ma la cui alleanza avrebbe sconvolto il quadro strategico del Medio Oriente. Sono le “Superstar” del mondo arabo, almeno nella versione repubblicana. Entrambi posero le fondamenta del loro potere su quattro pilastri, clan, comunità, partito Baath ed esercito; entrambi si dichiararono devoti militanti del Baath, il partito pan-arabo che professa un’ideologia secolare e socialista. Di estrazione modesta entrambi, tuttavia raggiunsero la vetta del potere quasi contemporaneamente, nel crepuscolo del nasserismo, di cui assunsero la direzione, sostituendone la leadership. Loro unica comunanza. Tutto il resto li separò e la loro faida alimentò i commenti politici nel mondo arabo nell’ultimo quarto del XX secolo, mentre la giunzione dei due Paesi avrebbe garantito continuità territoriale alla regione dal Golfo Persico al Mediterraneo, attraverso il Medio Oriente, con l’effetto di spezzare le pinze formate dall’alleanza tra Israele e Turchia, i perni della potenza militare USA nella regione. Uno, un generale dell’Aeronautica, non smise da quando salì al potere nel 1970 di posare da civile come statista. Il secondo, militante di base, guidò l’evoluzione inversa, scalando, grazie a guerre incessanti in cui gettò il proprio Paese contro i vicini Iran e Quwayt, tutti i livelli della gerarchia militare raggiungendo il grado di Maresciallo. Uno e l’altro cacciarono i rispettivi mentori per avere il potere.
Il militare Assad ebbe per mentore il civile Salah Jadid, capo dell’ala sinistra del partito Baath al governo a Damasco, il civile Sadam ebbe uno sponsor militare, il Generale Ahmad Hasan al-Baqr, il “padre tranquillo” dell’esercito iracheno. Il più anziano Hafiz al-Assad, Presidente della Repubblica araba siriana, impassibile, imperturbabile, governò il suo Paese senza patema d’animo, con pugno di ferro per un quarto di secolo, 30 anni esattamente, utilizzando una rete di collaboratori praticamente inamovibili, in particolare i militari (Generale Mustafa Tlas) e diplomatici (Abdulhalim Qadam), entrambi garanti sunniti del suo regime. Senza vergogna, l’ex-proconsole siriano in Libano, Qadam, fu bandito alla morte del leader Assad per aver aderito al campo del miliardario saudita-libanese Rafiq Hariri.
Il secondo, il cui nome in arabo significa “tiratore”, Sadam Husayn al-Taqriti, prima di essere sloggiato dai suoi mentori statunitensi nel 2003, governò Baghdad per trentatré anni, prima come vicepresidente (1969-1979), e poi come presidente, per effetto di una svolta che gli permise di espellere o eliminare gran parte dei suoi associati dalle posizioni chiave del governo, con la notevole eccezione del suo messaggero internazionale, Tariq Aziz, la faccia cristiana e laica del regime. Questa rabbia purificante non salvò neanche la sua famiglia. Suo cognato Adnan Qayrallah Tulfah, ministro della Difesa, ben rappresentò la storia irachena in quanto una delle più celebri vittime della meteorologia politica. Un misterioso incidente aereo, in una bella giornata d’estate, tuttavia causato da assenza di visibilità, mise bruscamente fine al beniamino in carriera dell’esercito vittorioso nella guerra all’Iran. Suo figlio, Husayn Qamal, figlio d’arte, perì pure di morte violenta, nonostante il suo pentimento per la defezione presso il nemico, dopo la seconda guerra del Golfo (1995). Un esempio.
In balia dei colpi di scena nel conflitto in Libano (1975-1990) e del processo di pace arabo-israeliano, Siria e Iraq divennero l’incarnazione del fronte della fermezza (Damasco) o del rifiuto (Baghdad) alternativamente corteggiati e respinti dall’occidente. Mentre guidavano la lotta in nome dell’arabismo, il tema della mobilitazione assoluta degli arabi nei due decenni dopo l’indipendenza nel 1945, il loro approccio fu radicalmente diverso e, alla prova dei fatti, il loro comportamento diametralmente opposto, come le loro indomabili personalità.131107134037-04-arafat-horizontal-gallery

Prima sequenza (1970-1980): prima prova del potere
hafez_al-assad_1Dalla loro prima prova di potere, la guerra civile giordano-palestinese, la loro traiettoria devierà inesorabilmente. A capo di un Paese, “cuore pulsante dell’arabismo”, i siriani affrontavano Israele, il nemico degli arabi. Principale Paese sul fronte orientale del campo di battaglia anti-israeliano, Assad forgiò il potere identificandosi con la causa palestinese, di cui si voleva portavoce esclusivo. Proveniente da una setta islamica, gli “alawiti”, ruppe l’emarginazione politica delle minoranze etnico-religiose arabe occupando quattro anni prima uno dei poli del potere dell’ortodossia musulmana e araba, Damasco. Hafiz al-Assad si vide come il depositario dei maggiori interessi della nazione araba. Uomo d’ordine, soldato che si applicava ad essere il “garante dell’ordine costituito”, si oppose a ciò che vide come “avventurismo” dei suoi compagni d’armi e dei loro alleati iracheni. Di fronte all’attivismo della sinistra della sua formazione, l’ala civile del partito Baath, Assad condusse il “movimento di rettifica”, il 17 novembre 1970, spodestandone il quartetto responsabile, disse, della sconfitta: il teorico del partito Salah Jadid, il presidente Nuradin Atasi, il ministro degli Esteri Ibrahim Maqus e il loro complice Yusif Zuayan. Per due volte, in Giordania nel 1970 e in Libano nel 1976-1977, si scontrò con Yasir Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, preferendo patteggiare con Husayn di Giordania e il presidente libanese Sulayman Franjah. Ruppe allo stesso tempo con l’avventurismo rivoluzionario dei guerriglieri palestinesi nei due Paesi confinanti della Siria, ad occidente il primo e ad oriente il secondo. Nel 1970, quando i carri armati siriani su ordine della leadership civile del partito Baath furono inviati ad assistere i Fedayin assediati ad Amman durante i combattimenti del “settembre nero”, il ministro della Difesa, Generale Assad, imbrigliò le ali dell’Aeronautica permettendo ai bombardieri giordani di decimare le colonne di carri armati siriani nella pianura di Jarash-Ajlun. Più tardi, in Libano, obbedendo alla stessa logica, neutralizzò in due fasi, nel giro di sette mesi, la coalizione delle forze progressiste palestinesi con la caduta del campo palestinese di Tal Zatar, nell’agosto 1976, e l’assassinio del leader progressista druso Qamal Jumblatt, nel marzo 1977, posando da baluardo dell’equilibrio confessionale islamico-cristiano. Salito al potere sei settimane dopo la morte di Nasser, il 28 settembre 1970, Assad preparò metodicamente la vendetta dell’affronto militare israeliano inflitto tre anni prima, mentre era Ministro della Difesa, quando il suo Paese perse le alture del Golan, nel 1967, durante la terza guerra arabo-israeliana. Cercò la “parità strategica” con Israele tramite l’alleanza militare con l’Unione Sovietica, cercando di unire intorno alla Siria, Giordania, Libano e palestinesi. Il credo palestinese della dottrina baathista ebbe la sua formulazione più completa con l’intervento del capo della diplomazia siriana al vertice di Algeri (7-10 giugno 1988), mentre la guerra iraniano-irachena stava per finire e l’Intifada, la rivolta palestinese in Cisgiordania e Gaza, lanciata sei mesi prima, pose la questione palestinese in prima linea. “La storia parla della “Bilad al-Sham” (la terra di Cam). Dagli Omayadi, questa sfera geografica costituita da Siria, Giordania, Palestina e Libano è un’entità politica di cui Damasco è il cuore pulsante. Questa è la verità storica. Così fu finché l’accordo Sykes-Picot, la peggiore violazione della realtà storica, divise l’intera Bilad al-Sham in vari Stati. L’accordo Sykes-Picot, con spazi comuni d’influenza inglese e francese in Medio Oriente, non può alterare la realtà. Sapendo che la popolazione di questa zona è un unico popolo… E’ naturale che l’interesse con cui la Siria sostiene la causa palestinese sia diversa da quella prestatagli dagli altri Stati arabi”, affermò senza senza mezzi termini Faruq al-Shara ai suoi omologhi arabi, vietando l’approccio unilaterale nella ricerca della pace, mentre il leader palestinese Yasir Arafat si dichiarò per una autonomia della centrale palestinese.
saddam_chiracAvamposto del mondo arabo sul fronte orientale, l’iracheno affrontò l’Iran, avanguardia della rivoluzione sciita, religione minoritaria nel mondo arabo, e suo rivale ereditario. Nato attivista rivoluzionario, Sadam, sunnita, la corrente principale dell’Islam nel mondo arabo, sviluppò una visione unitaria panaraba per ripristinare il prestigio dell’impero mesopotamico e l’autonomia della potenza irachena, volendosi equidistante tra i due blocchi politici intrecciò la doppia alleanza militare ed economica con URSS e Francia. Accusando la gerarchia militare irachena di passività in Giordania, trovò l’argomento per sbarazzarsi dell’ala destra del partito Baath e dei suoi alleati nell’esercito, sospettandoli di collusione con i fratelli d’arme hascemiti. Mentre il contingente iracheno controllava Mafraq, nodo strategico che collega i due ex-membri della “Federazione dei Regni Hashemiti”, tuttavia, attese la fine delle ostilità per regolare i conti, in un Paese scosso da mezza dozzina di colpi di Stato militari in dieci anni (Abdalqarim Qasim, Abdasalam e Abdarahman Arif), tenendo a freno i militari e sottoponendoli al potere civile influenzato dal partito Baath. L’operazione fu effettuata in due fasi: il ministro degli Interni, Generale Salah Mahdi Amash, e il ministro della Difesa, Generale Abdal Ghafar Hardan, furono promossi vicepresidente prima che l’ex-ministro della Difesa perisse in un attentato in Quwayt e l’ex-ministro degli Interni finisse in una sede diplomatica in Europa. A capo di un Paese dai vasti giacimenti di idrocarburi, Sadam si dedicò a vendicare l’insulto inflitto al Paese dalle compagnie petrolifere occidentali, tra cui l’IPC (Iraq Petroleum Company), Stato nello Stato, pacificando il fronte interno con, in rapida successione, la soluzione della questione curda, nel marzo 1971, e soprattutto la soluzione della controversia di confine iraniano-irachena, da lui stesso negoziata con lo Scià di Persia nel 1975 a Algeri, con il patrocinio del Presidente algerino Huari Bumidiyan. A metà del decennio, i due leader baathisti erano allo zenit: il siriano coronato dalla vittoria della guerra di ottobre del 1973, che permise al Paese di recuperare Qunaytra, la capitale delle alture del Golan, mentre l’Iraq ebbe un prestigio amplificato dalla nazionalizzazione della IPC e dalla politicizzazione dell'”arma del petrolio” nella guerra dell’ottobre 1973. Assad e Sadam poi sfuggirono al discredito che colpì altri regimi arabi, “la crisi di legittimità” per le sconfitte militari consecutive inflitte da Israele. Anche se entrambi erano legati al partenariato strategico con l’Unione Sovietica, e con Baghdad rifugio dei radicali nel mondo arabo, incluso il gruppo scissionista di Abu Nidal, fu il siriano, dato che agiva per affermarsi garante dell’ordine costituito, lo stesso che i libanesi progressisti palestinesi accusarono di “tradimento” per il comportamento ostile nei 60 giorni di assedio del campo palestinese di Tal Zatar, che paradossalmente si tenne a distanza dai governi occidentali che sospettava volessero occupare il Libano.
L’iracheno fu promosso partner strategico dai Paesi occidentali, in particolare dalla Francia che forgiò la cooperazione militare e anche e nucleare con lo Stato petrolifero, per l’ambizione di espandere la Francofonia in questa vecchia riserva di caccia inglese. Il significativo passo nella storia della regione, il periodo che va dalla guerra di ottobre (1973) al trattato di pace tra Egitto e Israele di Washington (1979) sconvolse i rapporti strategici regionali, segnati dall’emarginazione diplomatica dell’Unione Sovietica e dalla sponsorizzazione dei soli USA, al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dei primi accordi parziali sul conflitto arabo-israeliano, il ritiro d’Israele dal Sinai egiziano in cambio della neutralizzazione del maggiore Paese arabo, oltre al ritiro dalla città siriana di Qunaytra, capitale del Golan. Camp David appare in retrospettiva la risposta diplomatica degli Stati Uniti alla sconfitta militare in Vietnam nel 1975. Una delle conseguenze dirette di questa ripartizione regionale fu la guerra civile in Libano, punto di frattura regionale per la fragilità della configurazione della struttura socio-confessionale di un Paese dalle molte fedeltà estere. Una guerra che modulò le tribolazioni del processo di pace israelo-egiziano e, successivamente, i colpi di scena militari nel conflitto iracheno-iraniano. Parte del fallimento che portò il presidente siriano ad essere privato del naturale alleato egiziano, compagno nella guerra di ottobre, modulando il suo sostegno ai protagonisti della guerra del Libano in relazione alle alternative strategiche regionali.543888262

Seconda sequenza (1980-1990)
sadam_briefMentre Assad era impantanato nella gestione della crisi libanese, indebolito dalla defezione dell’alleato egiziano, Sadam, con le mani libere e le casse piene, era al culmine della popolarità. Consacrazione suprema, accolse a Baghdad, nel 1978, il primo vertice arabo mai tenuto nel suo Paese, bandendo l’Egitto dalla Lega araba dopo il viaggio del presidente Anwar Sadat a Gerusalemme, nel novembre 1977. L’Iraq divenne il perno del fronte del rifiuto a qualsiasi accordo di pace unilaterale con Israele, naturalmente, nominandosi sostituto dell’Egitto e di voler compensarne il fallimento. Mettendo a tacere le rivalità, i due regimi baathisti conclusero un “patto nazionale”, nell’aprile 1979, dopo il Trattato di Washington. Questo patto rafforzò la cooperazione militare con l’Unione Sovietica, principale fornitore di armi di entrambi i Paesi. Ci vollero sei mesi, tanto il sospetto reciproco era grande. Sfruttando l’argomento dalla scoperta di un complotto anti-iracheno ordito, secondo Baghdad, dalla Siria, Sadam attuò una purga di massa nelle file dei compagni baathisti, aprendosi la via alla massima carica cacciando il Presidente Ahmad Hasan al-Baqr. Colma di machiavellismo, tale purga televisiva fu l’arte consumata dell’ipocrisia politica: all’appello, i supplicanti si alzavano lasciando il Congresso Baath, uscendo tra le lacrime di Sadam. Alcuni dei suoi più stretti collaboratori, Abdalqalid al-Samarai, leader dell’ala sinistra del Baath, giovane speranza della politica araba, saranno deposti. Fu condannato a morte tra un fiume di lacrime in un macabro spettacolo trasmesso dalla televisione. Spinto dal senso d’invincibilità amplificato dalla ricchezza del petrolio e dai costumi occidentali, Sadam Husayn prese direttamente le redini nel settembre 1979, alla soglia di un decennio che inghiottirà il Medio Oriente, alimentando regolarmente l’incendio della sue guerre dei missili, delle petroliere e infine chimica.
La protesta islamica era al culmine, segnata dalla caduta della monarchia iraniana nel febbraio 1979 e dall’attacco alla Mecca, nell’ottobre dello stesso anno, e il laico si mise in prima linea nella lotta per contenere il proselitismo religioso sciita dagli accenti rivoluzionari; questo baathista sunnita si trasformerà nel protettore delle petromonarchie del Golfo, contro il suo ex-ospite ayatollah Khomeini, profugo per quattordici anni nel santuario sciita di Najaf (a sud di Baghdad) e promosso guida spirituale della Repubblica islamica iraniana dopo 18 mesi passati in Francia, a Neauphle-le-Château (regione di Parigi). La guerra contro l’Iran, avviata il 22 settembre 1980, fu un’opportunità per l’Iraq di costruire uno Stato moderno e una macchina da guerra dalla potenza militare e tecnologiche senza precedenti nel mondo arabo. Ma questo conflitto fu la più lunga guerra convenzionale dopo il Vietnam, distogliendo gradualmente l’Iraq dal Libano nel momento preciso in cui ad Assad fu dato via libera da USA e Israele, con sigillo arabo, formalizzando la presenza militare nel Paese con la Forza di deterrenza araba. Si ebbe quindi una prima inversione di alleanza attuando il principio di prossimità. Secondo il principio che il nemico del mio nemico è mio amico, l’Iraq avvicinò le milizie cristiane libanesi e Yasir Arafat. Simmetricamente, la Siria si alleò apertamente con l’Iran, il nemico dell’Iraq, in nome della solidarietà rivoluzionaria con la duplice preoccupazione di evitare l’apertura di un nuovo fronte sul fianco orientale del mondo arabo ed evitare che il conflitto iraniano-iracheno divenisse una guerra razzista arabo-persiana. In Libano, dissociando le milizie sciite dagli ex-fratelli d’arme palestinesi e cercando di cacciare il capo dell’OLP, assediato a Tripoli (nord del Libano) prima del bando di Damasco, nel 1983, per tradimento. La prima conseguenza di questa rivalità strategica fu l’invasione israeliana del Libano nel 1982, costringendo l’esercito siriano a ritirarsi senza gloria da Beirut, mentre l’esercito iracheno fu inchiodato da un’offensiva iraniana nella battaglia di Khorramshar, nel maggio 1982. La Siria fu poi ostracizzata per l’alleanza con i peggiori nemici del blocco occidentale, il cuore del mondo arabo-islamico, non solo l’Iran, punta di diamante del mondo rivoluzionario islamico, ma anche l’Algeria, rifugio dei rivoluzionari del Terzo Mondo, e della Libia che turbava la diplomazia internazionale, soprattutto in Africa, appannaggio della Francia. Nel Golfo, nel Medio Oriente o in Africa, l’urto fu frontale e lo scontro generale. Mentre le truppe iraniane penetravano le linee irachene nella battaglia di Khorramshahr, la Fratellanza musulmana siriana sostenuta dall’Arabia Saudita attaccò la città di Hama, a nord della Siria, provocando la risposta severa del potere baathista annegandola nel sangue, 10000 morti secondo i dati, 2000 secondo la DIA degli Stati Uniti, considerata un’operazione diversiva dell’invasione israeliana del Libano, che avvenne tre mesi dopo. Allo stesso tempo, all’altra estremità del campo di battaglia, il Ciad, proprio quando i siriani si ritiravano dal confronto con gli israeliani a Beirut, la Francia inflisse una schiacciante sconfitta militare e diplomatica alla Libia, alleata della Siria, sloggiando da N’Djamena il protetto di Gheddafi, il presidente ciadiano Goukouni Weddeye, per sostituirlo con il suo ex-tenente Hissène Habré, carceriere dell’etnologa francese Francoise Claustre, che tenne in ostaggio per mesi. Assad accolse questa sconfitta senza batter ciglio. Basandosi sul forte sostegno del nuovo ed effimero Presidente sovietico Jurij Andropov, cercò senza indugio di ritornare in Libano, opponendosi con forza alla creazione dell’asse Beirut-Cairo-Tel Aviv.
31581In 15 mesi (10 novembre 1982 – 9 febbraio 1984), periodo del governo di Jurij Andropov, il corso della guerra in Libano cambiò. Il trattato di pace israelo-libanese del 1983 fu abrogato prima di essere ratificato, la forza multinazionale occidentale fu cacciata dal Libano un anno dopo, nel 1984, dopo gli attacchi sanguinosi contro le basi francese e statunitense che causarono 300 morti, mentre Beirut ovest, il 6 febbraio 1984, finì sotto il controllo delle milizie filo-siriane. Soddisfazione suprema, il presidente libanese Amin Gemayel, il negoziatore del trattato di pace con Israele, si recherà in visita un mese dopo a Damasco, annunciando nel marzo 1984 la fine del patto con Israele e facendo della Siria il baluardo del blocco arabo in Libano. Responsabile dei piani politici occidentali nei due Paesi confinanti con la Siria, la Francia pagherà doppiamente un prezzo pesante, prima come “co-belligerante” con l’Iraq nel conflitto contro l’Iran e poi come sponsor del doppio salvataggio di Yasir Arafat nel 1982. Prima, nell’assedio di Beirut da parte d’Israele, poi nel 1983, durante l’assedio di Tripoli (nord Libano) da parte dei siriani. Parigi, il cui ambasciatore a Beirut Louis Delamarre fu assassinato nel 1981, a sua volta divenne bersaglio di attentati nel 1986-1987, mentre Tripoli e Bengasi in Libia furono le vendette trasversali occidentali, divenendo bersagli dell’Aeronautica statunitense (aprile 1986), e cittadini occidentali, per rappresaglia del sostegno militare dei loro Paesi all’Iraq nella guerra contro l’Iran, furono presi in ostaggio in Libano. Tra le vittime illustri di questa guerra nell’ombra, tre persone di solito citate senza che questa ipotesi sia mai stata smentita dai francesi: il Generale Remy Audran, responsabile del dossier iracheno presso la direzione generale degli armamenti, George Besse, amministratore delegato di un’industria automobilistica, e soprattutto l’ex-capo dell’industria nucleare francese, Michel Baroin, personalità del mondo massonico e degli affari. Lo sviluppo dell’affare degli ostaggi occidentali fece della Siria il Paese indispensabile nel processo di pace in Medio Oriente. Di transito tra Libano ed entroterra arabo, Damasco divenne il fulcro del traffico diplomatico regionale, percependo dividendi politici dalle transazioni politiche sul caso degli ostaggi occidentali. Di fronte a un Gheddafi aleatorio e a un Khomeini imprecante, Assad era enigmatico ed intrigante. Temuto e rispettato, divenne rispettabile. Gli analisti politici gli diedero la statura di “Bismarck arabo”. Henry Kissinger l’incontrò molte volte durante la guerra dell’ottobre 1973, nel corso dei negoziati per l’accordo di disimpegno siriano-israeliano, lodò l'”estrema intelligenza” di questo “negoziatore molto ostico”. Ma allo stesso tempo, per riequilibrare, l’Iraq, con il massiccio sostegno dell’occidente, operò un capovolgimento del fronte militare anche con bombardamenti chimici, come ad Halabjah, nel Kurdistan iracheno, e forzando l’Iran, al prezzo di otto anni di guerra, a cessare le ostilità.
Alla testa di un esercito presentato come uno dei più potenti del Medio Oriente, ritenendosi il vincitore sull’Iran tre volte più popoloso del suo Paese, Sadam apparve un “moderno Saladino” protettore delle monarchie petrolifere del Golfo, oltre degli interessi dei loro sponsor occidentali. L’uomo che attraverso un suo protetto, il gruppo del radicale palestinese Abu Nidal, eliminò dalla scena diplomatica internazionale i primi fautori del dialogo israelo-palestinese, Said Hamami, Izadin Qalaq e Isam Sartawi, rispettivamente i rappresentanti dell’OLP a Londra, Parigi e presso l’Internazionale socialista; lo stesso che diede il pretesto ad Israele per invadere il Libano nel maggio 1982, dopo l’attentato all’ambasciatore a Londra, beneficiando, curiosamente in tutta questa sequenza, della compiacenza indulgente dei Paesi occidentali e delle monarchie arabe. Indeboliti dalla guerra tra Iraq e Iran e dalla rivolta palestinese, temendo altrimenti un nuovo discredito, i leader arabi cercarono di salvarsi la faccia. Il vertice arabo di Amman nel novembre 1987 mise pressione sui due fratelli nemici affinché si ritrovassero superando le divisioni e reintegrassero l’Egitto nell’ovile arabo. Al culmine del potere, Assad e Sadam, vecchi volponi della politica, si riconobbero ancora una volta, come quando conclusero il loro patto contro Sadat nel 1979, ma senza abbassare la guardia. Incontro occasionale, non riconciliazione; al massimo tregua armata.unnamed

Terza sequenza (1990-2000)
0bb69d6b4b53985a68b760baa7accd57 Ubriaco di gloria per la vittoria sull’Iran, il maresciallo Sadam lanciò il Paese alla conquista del Quwayt, appena due anni dopo la fine della guerra iraniano-irachena. Fu l’inizio del forno che carbonizzò il suo esercito, il suo popolo e, infine, il suo Paese, spazzando via 20 anni di massicci investimenti, infliggendo un tremendo sacrificio umano, circa tre milioni di vite in due decenni di guerra e blocco, indebolendo in modo permanente il mondo arabo, evidenziandone la sottomissione. Il crollo del blocco comunista offrì al Presidente Assad la possibilità di negoziare una svolta filo-statunitense senza intoppi, ma senza rinnegare, a differenza di Sadat, l’amicizia con i sovietici. La seconda guerra del Golfo nel 1990, a cui prenderà parte con un distaccamento simbolico, gli permise di completare il lavoro metodico di 15 anni per inserire nella sfera d’influenza siriana il Libano, facendone terreno di manovra privilegiato contro Israele. Ebbe la gratitudine dalla comunità internazionale per la stabilizzazione del conflitto libanese. Il trattato di amicizia, cooperazione e coordinamento firmato il 22 maggio 1991 tra Beirut e Damasco legò il destino del Libano alla Siria. Preferendo la riposta asimmetrica al confronto diretto, tattico impareggiabile, illustrato da un quasi impeccabile percorso internazionale, Assad si dedico nel 1999 alla fase più delicata del suo governo: i negoziati di pace con Israele con la prospettiva di recuperare il Golan. La malattia, la leucemia e l’aggravarsi del diabete e della malattia al cuore non gli permettono di ripetere i precedenti successi diplomatici compiuti con ciò che Cheysson, ex-ministro degli Esteri francese, definì “diplomazia vessata”, arte consumata del negoziato trattenendo l’interlocutore per molte ore (in media sette) con infinite conversazioni generali prima di affrontare il cuore del problema nella fase finale, quando l’ospite si contorceva per la ritenzione urinaria e aveva fretta di chiudere.
Sadam, che nutriva obiettivi strategici ripristinando l’impero babilonese, commise due errori imperdonabili, fatali: la guerra contro l’Iran, che svuotò il suo tesoro, e l’annessione del Quwayt, subendo una terribile punizione dalla coalizione internazionale di 26 Paesi mobilitati sotto la bandiera degli USA. L’erede di Nabucodonosor credette presuntuosamente nelle sue capacità di manovra contro l’ex-sodale statunitense. Sotto il regime di sovranità limitata, che gli sottrasse l’autorità dal nord curdo e dal sud sciita del Paese, fino al confine con il Quwait, l’Iraq fu ulteriormente sottoposto a un embargo internazionale di dodici anni. Come il suo vicino Iran, il laico baathista iracheno divenne un islamista popolare e il primo verso del Corano adornò la bandiera irachena, riflettendo un feroce istinto di sopravvivenza. Questa bandiera sarà anche l’unico relitto del regime baathista che continua a garrire nell’Iraq sotto l’occupazione statunitense. Attivamente corteggiato dagli interlocutori statunitensi, il Presidente Assad vide nel frattempo alle due estremità del proprio Paese le superpotenze regionali Israele e Turchia, due Stati non arabi legarsi con un patto di cooperazione militare, avvolgendo la Siria in una morsa. Di fronte a pericoli crescenti, i due uomini operarono un riavvicinamento tra i rispettivi Paesi fino a sperimentare una contiguità passiva assieme alla riorganizzazione delle proprie famiglie: entrambi i figli del presidente iracheno, Uday e Qusay, furono associati al potere, prima di perire insieme durante un raid degli USA sull’Iraq settentrionale, nel luglio 2003, togliendo al dittatore la prole maschile. Uno scenario simile si ebbe a Damasco. In nome della lotta alla corruzione che affliggeva il Paese da tre decenni, il fratello minore del presidente, Rifat al-Assad, dopo un lungo esilio in Europa fu dimesso nel febbraio 1998 della vicepresidenza; il secondo fratello, Jamil, fu messo da parte per il proselitismo mercantile-religioso, e il figlio minore del capo di Stato siriano, Bashar, prese il posto del fratello maggiore Basil, morto in un incidente, ascendendo sulla scena politica in vista della successione al capo dello Stato, istituendo la prima dinastia repubblicana del mondo arabo. L’ostinata resistenza mostrata da Assad a ciò che considerava la presa israelo-statunitense nella regione, diede al siriano l’ambito titolo di “ultimo refrattario”, facendone, dubbio onore, da baluardo arabo tra la resa araba al nemico tradizionale, Israele, a capo di un Paese in stato pietoso, però. “Il leone di Damasco” morì il 10 giugno 2000 sconfitto dall’età e dalla malattia, due settimane dopo il ritiro d’Israele dal Libano, un lascito al suo attivo. Ma l’impresa non gli permise, però, di raggiungere l’obiettivo strategico ultimo, recuperare il Golan, sua ambizione silenziosa, senso occulto di tutte le sue azioni. Assad accusò di tradimento Sadat. Non poteva quindi accettare meno del suo rivale egiziano, il recupero di tutto il territorio nazionale, cioè il ritorno ai confini del 4 giugno 1967. Era diventata la sua ossessione al punto d’ipotecare, secondo gli analisti occidentali, la flessibilità, divenendo suo principale scopo diplomatico. La Siria, tuttavia, non assaporò a lungo il successo. Se il disimpegno d’Israele spinse il Libano al rango di cursore diplomatico regionale e spinse i palestinesi a rilanciare, quattro mesi dopo, la lotta armata, l’intifada “al-Aqsa” nel settembre 2000. La pesante tutela siriana sulla sovranità libanese, la predazione della sua economia nazionale, l’imposizione di un controllo morboso, le accuse, giuste o sbagliate, ai servizi baathisti (dell’assassinio dei presidenti del Libano Bashir Gemayel e René Muawad, dell’ex-primo ministro Rafiq Hariri e del leader del partito socialista Qamal Jumblatt), causarono, a loro volta, su istigazione degli Stati Uniti e della Francia, la ritirata dei siriani dal Libano, nell’aprile 2005, dopo un vasto movimento di protesta popolare.
Sadam Husayn al-Taqriti, trattato come un paria dalla comunità internazionale, fu una delle principali vittime collaterali della “guerra per le risorse energetiche”, lanciata sotto la copertura di guerra al terrorismo da George Bush Jr., dopo il raid islamista contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. Il rovesciamento della sua statua nella piazza centrale di Baghdad, l’8 aprile 2003, e la sua brutale impiccagione dopo un processo farsa, passeranno alla storia come il culmine della grande operazione per cancellare qualsiasi traccia della cooperazione occulta tra gli statunitensi e il baathista, iniziata con gioia quarant’anni prima con il colpo di Stato contro il Generale Qasim, nel 1961, sostenuto dalla CIA e che si concluse con due spedizioni punitive distruttive lanciate dagli USA contro l’Iraq; la prima guidata da George Bush, ex-capo della Central intelligence degli Stati Uniti; la seconda tredici anni dopo dal figlio George Bush, complice il responsabile della cooperazione strategica tra USA e Iraq, Donald Rumsfeld, ministro della Difesa degli Stati Uniti ed ex-inviato di Bush a Baghdad.
76769All’alba del XX secolo, alla vigilia della dissoluzione dell’impero ottomano, un diplomatico supplicò la creazione di “una Siria che non sia un Paese ristretto territorialmente (…) con un ampio confine comprendente la Palestina… il cui territorio comprendesse i wilayet di Gerusalemme, Bayrut, Damasco, Aleppo, Adana (Turchia), con a oriente la regione mineraria di Qirquq (nord dell’Iraq)”. La proposta non promanava da un dottrinario esacerbato dal nazionalismo arabo, né da un orientalista occidentale sospettato di proselitismo filo-arabo, ma da uno statista molto rispettato per la sua azione in favore della pace, un visionario che temeva gli effetti della balcanizzazione e previde la globalizzazione, Aristide Briand, Primo ministro e ministro degli Esteri francese. Le sue istruzioni sono contenute in una lettera del 2 novembre 1915 a Georges Picot, console di Francia a Bayrut, alla vigilia dei negoziati Sykes-Picot per dividersi il Vicino Oriente in aree d’influenza inglese e francese. La domanda può sembrare sacrilega, ma merita comunque di essere posta: cosa ne valse per la Francia, e forse oggi per gli arabi, mentre l’Iraq decade, la Siria è in apnea, il Libano è martoriato trent’anni di furie e Giordania ed Egitto sono sull’orlo del collasso economico? Come capitali dei primi due imperi arabi, la rivalità tra Damasco e Baghdad risale ai primi giorni dell’Islam. Al tempo degli Omayadi, Damasco fu la capitale del primo impero arabo, prima di essere soppiantata da Baghdad al tempo degli Abbasidi. Damasco e Baghdad infine soccombettero a Costantinopoli, la Sublime Porta dell’Impero Ottomano, e secoli di sottomissione seguirono.
Alle soglie del XXI secolo, la storia vorrebbe ripetersi? L’Iraq subisce il giogo statunitense guidato da un presidente curdo, mentre la Siria è il bersaglio di una nuova manovra coercitiva in conseguenza dell’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafiq Hariri, il 14 febbraio 2005, di cui è stata accusata, costringendola a una ritirata ingloriosa dal Libano, come prima Israele, i palestinesi, la Francia e gli Stati Uniti. La prima potenza planetaria di tutti i tempi, cacciata dal Libano nel 1984, è impantanata questa volta in Iraq, dove si scontra frontalmente con i suoi ex-alleati della lotta antisovietica, esposta a una nuova guerra di usura, stigmatizzata da Abu Ghraib (Iraq) e Guantanamo (Cuba), “gulag contemporaneo”; dal credito diplomatico e militare erosi come la relativa posizione morale, con il saccheggio del museo di Baghdad, le torture nei campi di prigionia, le menzogne sulle armi di distruzione di massa e lo spionaggio ai danni del segretario generale delle Nazioni Unite. Ciò che vale per gli occidentali nella costruzione dei grandi insiemi regionali, dall’autonomia energetica, non vale certamente per gli arabi, almeno in questa fase della storia e almeno nell’ottica occidentale. Questo potrebbe essere uno dei principali insegnamenti di tale sequenza la cui vittima principale fu, al di là dell’interferenza occidentale, il “Rinascimento” (al-Baath) del mondo arabo, grandioso progetto che si trova, dopo il trentennale odio implacabile tra i suoi sostenitori contemporanei, il Saladino babilonese e il Bismarck siriano, in brandelli e in via di estinzione. Dieci anni dopo la caduta dell’Iraq, la Siria è sua volta oggetto della destabilizzazione da parte di un ampio concerto, con gli alleati tradizionali dei Paesi occidentali nel loro ruolo di “utili idioti” della strategia atlantista… il resto è storia.126341727Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rapidi cambiamenti radicali in Medio Oriente

Peter Korzun, SCF 30/01/2017People walk past a banner with a picture of Russian President Vladimir Putin in central CairoGli scenari geopolitici in Medio Oriente subiscono rapidi cambiamenti con nuovi fattori emergenti sullo scacchiere regionale. La politica estera di Cairo compie una nuova svolta. E’ stato annunciato di recente che l’Egitto riceverà un milione di barili di petrolio al giorno dall’Iraq. L’Arabia Saudita aveva informato l’Egitto che l’invio di prodotti petroliferi attesi secondo l’accordo per aiuti da 23 miliardi veniva sospeso a tempo indeterminato, suggerendo una spaccatura profonda tra i due Paesi. D’ora in poi, l’Egitto avrà il petrolio di cui ha bisogno a un costo inferiore a quello saudita. Il Presidente egiziano al-Sisi ha respinto gli sforzi dei sauditi per rovesciare il regime di Bashar Assad, ed inoltre raggiunge l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah e i suoi alleati Huthi che l’Arabia Saudita combatte dal marzo 2015. Cairo ha aperto i canali diplomatici con il filo-iraniano Hezbollah libanese, che combatte al fianco del Presidente Assad in Siria contro i gruppi ribelli supportati da Riyadh. L’Iraq fornirà all’Egitto 1 milione di barili di petrolio di Bassora ogni mese. L’accordo prevede l’estensione di un oleodotto dall’Iraq all’Egitto attraverso la Giordania. A dicembre, il ministro del petrolio iracheno, Ali al-Luyabi, incontrava i capi delle grandi compagnie petrolifere e gasifere di Cairo, invitandoli a contribuire allo sviluppo industriale del suo Paese. L’Egitto addestra quattro unità dell’esercito iracheno sulla guerra al terrorismo, alla luce del riavvicinamento tra Egitto e asse iracheno-iraniano nella regione. Ed anche dovrebbe inviare truppe in Siria nei prossimi giorni per sostenere il cessate il fuoco proposto da Russia, Iran e Turchia. E’ stato riportato che un’unità dell’esercito egiziano verrebbe schierata in Siria questo mese. Lo scorso ottobre, il capo dell’ufficio della Sicurezza Nazionale siriana Ali Mamluq visitava Cairo incontrando Qalid Fuzy, il capo dell’intelligence generale dell’Egitto. Le parti hanno deciso di coordinarsi politicamente e rafforzare la cooperazione nella “lotta al terrorismo”. L’Egitto è un Paese a maggioranza sunnita. Il suo aperto sostegno alla coalizione della Russia in Siria è una svolta di fondamentale importanza. smentendo l’interpretazione settaria del conflitto in Siria.
Middle East Observer cita Nziv Net, sito vicino all’intelligence israeliana, dire che “l’Egitto ha inviato un gruppo di ufficiali in Siria, per la prima volta da quando i rapporti furono congelati da Mursi”. Lo scorso dicembre, Ibrahim Ishayqir al-Jafari, ministro degli Esteri iracheno, invitava l’Egitto a partecipare a “un piano strategico di lotta al terrorismo” comprendente l’Iran. A settembre, il ministro degli Esteri egiziano Samih Shuqry s’incontrava per la prima volta con l’omologo iraniano Jawad Zarif, durante la visita a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ad ottobre, l’Egitto sosteneva l’azione russa alle Nazioni Unite per un cessate il fuoco in Siria. La mossa fece arrabbiare l’Arabia Saudita che sospese l’invio di petrolio al Cairo. Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermò pubblicamente il suo sostegno alle forze del Presidente siriano Bashar al-Assad. Le relazioni tra Russia ed Egitto crescono. Nel febbraio 2015, l’Egitto firmò un accordo importante per la creazione della zona di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica della Russia. Il progresso nella cooperazione militare è tangibile. Gli accordi per le armi che l’Egitto ha firmato con la Russia ammontano a 5 miliardi di dollari nel 2015, includendo 50 aerei da combattimento MiG-29M, sistemi di difesa aerea a lungo raggio Buk-M2E e Antej-2500 e circa 50 elicotteri Ka-52K per le nuove navi d’assalto anfibio classe Mistral che l’Egitto ha acquistato in Francia. Le navi riceveranno elicotteri ed elettronica originariamente previsti dai russi. I due Paesi hanno firmato diversi accordi per la ristrutturazione degli impianti di produzione militare dell’Egitto. Un protocollo fu firmato per concedere l’accesso dell’Egitto al GLONASS, il sistema di posizionamento satellitare globale russo. A settembre, il ministro della Difesa Sadqy Subhy visitava la Russia per discutere le questioni relative a maggiori rapporti sulla sicurezza a lungo termine. Lo scorso ottobre, i militari svolsero un’esercitazione congiunta.
L’Egitto è il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il 14.mo più popoloso del mondo. L’anno scorso, la popolazione del Paese raggiunse i 92 milioni. Il suo cambio politico è ben motivato. Cairo combatte lo Stato islamico nella penisola del Sinai. Gli aspri combattimenti arrivano di rado ai media, ma lo SI è una grave minaccia per l’Egitto, che può colpire l’Egitto anche dalla Libia. La presenza dello SI in Libia avvicina Egitto e Algeria dato che le due grandi nazioni affrontano la stessa minaccia. L’alleanza Iran, Iraq, Russia e Turchia può includere anche l’Algeria. In risposta alla crescente minaccia, Algeri rafforza i legami con Mosca, ed ha recentemente acquistato 14 caccia Su-30MKA e 40 elicotteri d’attacco Mi-28 “Night Hunter” dalla Russia. Lo scorso febbraio, Russia e Algeria tracciarono il percorso per approfondire la cooperazione economica e militare, durante la visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in Algeria. La cooperazione della Russia con Egitto, Algeria e altri Paesi del Medio Oriente e Nord Africa riflette la crescente influenza di Mosca nella regione. Con il processo di Astana che fa progressi, altri attori grandi e influenti come Siria, Iraq, Egitto e Algeria possono aderire alla nascente coalizione tra Russia, Iran e Turchia portando la regione Medio Oriente-Nord Africa (MENA) ad affrontare cambiamenti ampi e radicali.awnali4kixy47cbc6pjeit8k9hx63baaLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia adotta il MiG-35

Alexander Mercouris, The Duran 26/1/2017f5eac8654bd88f29de747b4a0cd6b817La videoconferenza tra il Presidente Putin e il MiG Bureau conferma l’avvio dei test del nuovo caccia MiG-35.
All’Airshow MAKS del 2015 Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro incaricato delle industrie aeronautica e della difesa russe, affermava che la Russia lavorava all’introduzione di un caccia leggero per integrare il Su T-50. E’ ormai sempre più evidente che il caccia leggero a cui Rogozin si riferiva sia il MiG-35. Optando per il MiG-35 i russi adottano una via del tutto diversa da quella seguita dagli Stati Uniti con l’F-35, nato come caccia leggero per sostituire l’F-16, integrando il più grande e avanzato F-22. Considerando che l’F-35 è un aereo completamente nuovo, divenendo molto complesso e costoso, il MiG-35 si basa sul MiG-29, che volò per la prima volta negli anni ’70 ed entrò in servizio nel 1983. Le somiglianze tra MiG-35 e MiG-29 non dovrebbero comunque fatte pesare troppo. Anche se i due velivoli sono molto simili, e anche se il MiG-35 non è ovviamente un aereo completamente nuovo, ne è una riprogettazione fondamentale utilizzando le tecnologie avanzate attuali. Ecco come Jurij Sljusar, direttore della United Aircraft Corporation della Russia, l’ha descritto alla videoconferenza con Putin, “Il caccia è stato progettato specificamente per il combattimento nei conflitti ad alta intensità e in condizioni di difesa aerea dense. Ottimi risultati sono stati raggiunti utilizzando un nuovo sistema di difesa e un nuovo sensore di ricerca ed inseguimento a raggi infrarossi. La visibilità radar dell’aereo è stata ridotta di diverse volte. Abbiamo aumentato da sei a otto il numero di piloni rendendo possibile l’utilizzo di sistemi d’arma attuali e futuri, comprese le armi laser. Il raggio d’azione del velivolo è stato più che raddoppiato. Ciò è stato ottenuto aumentando la capacità dei serbatoi interni e la funzione del rifornimento in volo, che può essere effettuato con cisterne agganciate ad aeromobili della stessa famiglia. Tutti i sistemi utilizzati dal MiG-35 sono stati progettati e realizzati in Russia, inclusi i sistemi più recenti come il sistema inerziale e il sistema di puntamento sul casco”. Una delle principali differenze con il MiG-29, che Sljusar non menzionò, è che a differenza del MiG-29, il MiG-35 utilizza un radar a scansione elettronica (AESA) Phazotron Zhuk-AE, molto più sofisticato del radar del MiG-29, fornendo al MG-35 le capacità illustrate da Putin nella videoconferenza, “Prendo atto che il nuovo caccia polivalente MiG-35 ha migliorate caratteristiche di volo e tecniche ed è dotato dei più moderni sistemi d’arma. Lei lo sa meglio di me. Può inseguire da 10 a 30 obiettivi contemporaneamente e può operare contro bersagli a terra e in mare. È un velivolo davvero unico e promettente, di 4++ generazione, si potrebbe dire molto vicino ad essere di 5.ta generazione”. Va aggiunto che anche se l’Ufficio MiG ha presentato diverse varianti del MiG-29, che precedentemente spacciò come aerei di nuova generazione con le denominazioni “MiG-33” e anche “MiG-35”, il vero sviluppo del MiG-35 iniziò solo nel 2007, ed è solo di recente che le Forze Armate russe vi si sono fermamente dedicate, con risorse finora concentrate sul Su T-50. Questo è infatti caratteristico dello sviluppo dei caccia russi. Dagli anni ’50, allo sviluppo di sofisticati caccia ‘pesanti’, sempre assegnato al Bureau Sukhoj, viene data priorità. Una volta che il lavoro su di esso è in sostanza completato, si passa al caccia ‘leggero’, invariabilmente progettato dal Bureau MiG subito dopo.
La decisione russa di optare per la riprogettazione completa del MiG-29, piuttosto che seguire l’approccio degli Stati Uniti sviluppando un nuovo caccia leggero come l’F-35 è, naturalmente, funzionale alle risorse più limitate della Russia. Tuttavia, segue anche la tradizione della progettazione russa che evita rischi e riduce i costi aumentando la persistenza dei vecchi progetti, utilizzando tecnologie avanzate per riprogettarli. Esempi ben noti sono il MiG-15 divenuto MiG-17, il Su-7 divenuto Su-17, negli anni ’50, del MiG-21, che negli anni ’70 divenne il più avanzato MiG-21bis, del MiG-23 divenuto il molto più avanzato MiG-23ML, e del MiG-25 del 1960 che negli anni ’80 divenne l’avanzato MiG-31, ancora oggi in servizio. Anche se pochi lo diranno, è noto che vi sono alcuni negli Stati Uniti che pensano che al posto dell’F-35 gli Stati Uniti avrebbero dovuto seguire la stessa strada, riprogettando l’F-18, un aereo somigliante al MiG-29, quale proprio caccia principale al posto del troppo complesso e costoso F-35. Alcuni tweets del presidente Trump suggeriscono che la pensa così. Ma per gli Stati Uniti, ora pienamente impegnati con l’F-35, è ormai troppo tardi.mig2_700

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo Medio Oriente: Cina, Iran, Egitto

La nuova Via della Seta immunizzerà l’Iran dalle sanzioni occidentali
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 16/12/2016135039034_14535770532791nNel gennaio 2016 assistemmo al ritiro parziale delle sanzioni alla Repubblica islamica dell’Iran. Va notato che l’introduzione fu legata al programma nucleare iraniano, che preoccupava Stati Uniti ed alleati, i Paesi occidentali, responsabili dell’introduzione delle sanzioni, allo scopo di aumentare la pressione sull’Iran risalente agli anni ’70. Nel luglio 2015, dopo lunghe trattative, fu raggiunto un compromesso: l’Iran e il gruppo dei sei (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Gran Bretagna, Cina, Russia, Stati Uniti, Francia e la Germania) firmarono l’accordo che permette il graduale ritiro delle sanzioni. Secondo l’accordo, l’Iran permette l’accesso agli impianti nucleari agli esperti dell’AIEA in modo che si assicurino che l’energia nucleare è utilizzata solo per scopi pacifici. L’accordo fu subito etichettato svolta diplomatica, e si credeva che ponesse fine alla crescente tensione regionale. Tuttavia, alla fine del 2016 la situazione iniziava nuovamente a deteriorarsi. In un primo momento tutto andava secondo i piani. Nel gennaio 2016 Nazioni Unite e Unione europea toglievano il regime delle sanzioni all’Iran, mentre embargo e restrizioni degli Stati Uniti al commercio e viaggio dei propri cittadini a Teheran rimanevano. Tuttavia, l’Iran iniziava a ricostruire rapidamente i vecchi legami politici ed economici. Nell’agosto 2016, gli Stati Uniti accusavano Teheran di sostenere segretamente i ribelli nello Yemen, rifornendoli di moderni sistemi missilistici. Secondo Washington, ciò minaccerebbe la stabilità dell’intera regione. A quel punto la Casa Bianca annunciava di valutare la possibilità d’introdurre nuove sanzioni contro l’Iran. Poi, il 3 settembre un nuovo scandalo scoppiava quando si scoprì che Washington aveva inviato 400 milioni di dollari a Teheran lo stesso giorno in cui numerosi prigionieri statunitensi venivano rilasciati dalle carceri iraniane. A quel punto Washington fu accusata di aver violato il principio statunitense di non pagare riscatti per gli ostaggi. In cambio, il presidente Barack Obama dichiarò che tale somma fu trasferita all’Iran come parte del debito che gli Stati Uniti dovevano pagare su decisione del Tribunale dell’Aja. Tuttavia, il 23 settembre 2016, il Congresso degli Stati Uniti approvava una legge che vieta al governo degli Stati Uniti di apportare eventuali trasferimenti di denaro agli Stati sospettati di sponsorizzare il terrorismo. Il 3 novembre 2016 gli Stati Uniti estesero di un altro anno le sanzioni all’Iran adottate nel 1979. Secondo il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, la decisione fu presa perché le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti e Iran non erano scomparse completamente. Mentre non vi sono restrizioni che gli USA possano imporre all’Iran, Teheran ne sembrava abbastanza preoccupata. Il 10 novembre 2016 il Ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, Mohammad Zarif, annunciava che Teheran si aspettava che tutte le parti che avevano firmato l’accordo del 2015 adempissero ai propri obblighi. Altrimenti, avvertiva, l’Iran avrebbe utilizzato vie alternative. Tali sviluppi portavano il Congresso degli Stati Uniti ad adottare il 17 novembre il disegno di legge sulla proroga di alcune sanzioni all’Iran per altri 10 anni. In base agli accordi precedenti, tali sanzioni dovevano cessare entro la fine del 2016. Ciò può essere definito seria minaccia all’accordo nucleare del 2015, e forse perciò il presidente degli Stati Uniti Barack Obama criticò il disegno di legge. La legge entrerà in vigore se approvata dal Senato, altrimenti c’è sempre la possibilità che il presidente eserciti il diritto di veto sul disegno di legge.
Questi sviluppi dimostrano che a Washington c’è una lotta tra forze che sostengono la cooperazione con l’Iran e chi vuole introdurre ulteriori sanzioni. Una cosa si può affermare con certezza, il futuro delle relazioni tra Iran e Stati Uniti rimane oscuro e incerto. In tali circostanze, l’Iran farebbe meglio ad avere un’assicurazione che gli permetta di proteggere l’economia se Washington decidesse di aggredire Teheran. Uno dei modi per le autorità iraniane di proteggersi è l’espansione della cooperazione con i Paesi che respingono i tentativi degli Stati Uniti di fare pressione. Tra questi Stati vi è la Cina, vecchio e affidabile partner dell’Iran. Come si sa, l’Iran ha enormi giacimenti di petrolio e gas, ed è di vitale importanza per Teheran assicurarsene l’esportazione per sostenere l’economia, mentre le importazioni di idrocarburi sono cruciali per la crescita economica della Cina. Allo stesso tempo, la Cina è in contrasto con gli Stati Uniti da tempo e l’economia cinese oggi è così potente da non prestare alcuna attenzione a una possibile pressione degli Stati Uniti. Per decenni le sanzioni all’Iran ne danneggiarono le esportazioni verso la regione Asia-Pacifico, dato che Stati come India, Corea del Sud e Giappone non potevano ignorare le sanzioni. Allo stesso tempo, Pechino sostenne gli accordi commerciali con Teheran, nonostante le pressioni tentate dagli occidentali. La Cina fu la ragione per cui l’economia iraniana sopravvisse in quei momenti difficili. Quindi, il fatto che nel gennaio 2016 l’Iran venisse visitato dal Presidente cinese Xi Jinping non sorprese. Durante la permanenza le parti firmarono 18 accordi di cooperazione, portando il fatturato commerciale tra Iran e Cina a 40 miliardi di dollari l’anno. Inoltre, l’accordo del 25 dicembre sulla cooperazione sino-iraniana porterebbe a un fatturato commerciale al livello impressionante di 600 miliardi di dollari. E’ abbastanza naturale che i due Stati prestino speciale attenzione allo sviluppo del commercio di petrolio e gas. Ora la Cina è il principale importatore di petrolio iraniano. Un altro elemento importante della cooperazione tra Iran e Cina è l’attuazione del progetto Nuova Via della Seta che collegherà Cina, Medio Oriente ed Europa mutando l’enorme territorio Asia-Pacifico in una zona di libero scambio. Se il piano andrà a regime, l’influenza economica degli Stati Uniti nella regione sarà totalmente trascurabile e Stati come l’Iran potranno ignorare qualsiasi sanzione occidentale. Nel febbraio 2016, Pechino avviava la costruzione della linea ferroviaria Cina-Kazakistan-Turkmenistan-Iran, permettendo all’Iran di stabilire una rotta commerciale continua con la Cina, ma anche di trarre profitti dal transito delle merci per l’Armenia. Quindi, si può supporre che non importa quale decisione Washington prenda sulle sanzioni contro l’Iran, non avranno conseguenze sull’Iran.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

syria-saudi-egypt-iran-map__1920x1080Cina, Egitto e il nuovo Medio Oriente
Christina Lin, Asia Times 15 dicembre 2016

Con l’ampia copertura della stampa sulla Siria, scarsa attenzione è dedicata alla spaccatura tra Arabia Saudita ed Egitto e la crescente influenza della Cina quale attore fondamentale in Medio Oriente.bwkodwiccai7hpgRottura sulla Siria
Il battibecco Riyadh-Cairo è iniziato nell’aprile 2016, quando il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi accettava di cedere l’integrità territoriale su due isole nel Mar Rosso, Tiran e Sanafir, in cambio di una serie di lucrosi accordi e la promessa di Riyadh di supporto diplomatico. Tuttavia, la cessione suscitava indignazione nella popolazione egiziana, con l’ex-candidato alla presidenza Hamdin Sabahi denunciare la violazione della Costituzione egiziana ed attacchi alla legittimità di Sisi che soggioga l’orgogliosa nazione araba d’Egitto ai sauditi. Il tribunale egiziano successivamente annullava l’accordo, solo per essere rovesciato a settembre, con la possibilità di un altro appello. Attualmente non è ancora chiaro se le isole rimarranno con l’Egitto o siano annesse all’Arabia Saudita, sottolineando ciò che Isandr al-Amrani del Crisis Group descrive come relazione “basata su una rinegoziazione asimmetrica perpetua passivo-aggressiva”. Ad ottobre la spaccatura si allargò quando Teheran invitava l’Egitto ad aderire ai colloqui internazionali sulla Siria, e poco dopo Cairo votare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della Russia a sostegno del governo siriano. Riyadh si vendicò tagliando 700000 tonnellate di prodotti petroliferi raffinati, parte dell’accordo di 23 miliardi dollari firmato all’inizio dell’anno. Nonostante l’Egitto avesse buoni rapporti con il re saudita Abdullah, in passato, il rapporto s’inasprì con l’avvento di re Salman, più vicino alla Fratellanza musulmana, che l’Egitto considera un gruppo terroristico. Perciò Sisi prese le distanze dall’asse islamista di Arabia Saudita, Turchia e Qatar in Medio Oriente. Il sostegno dell’amministrazione Obama alla Fratellanza alimentò ulteriormente il senso di tradimento in Egitto, aggravato dalle minacce del GOP di tagliare gli aiuti per la legislazione antidemocratica di Sisi, e le condizioni austere del FMI nel restringere i sussidi energetici che potrebbero destabilizzare ulteriormente l’Egitto tra gli attacchi terroristici. A differenza di Washington, Sisi vede Assad come baluardo laico all’estremismo islamico nel Levante. Se Assad cade, Libano e Giordania sarebbero i prossimi e l’Egitto non vuole finire come la Libia spartita tra Fratellanza ed altri islamisti. In risposta, Cairo si volge a Russia e Iran, formando ciò che l’ex-studiosa dell’Oxford University Sharmine Narwani descrive come nuovo “Arco della Sicurezza” nel Medio Oriente preda del terrorismo.egypt-china-u-s2Egitto perno d’Eurasia
Con l’Egitto che volge verso Siria e Iran, si solidifica ulteriormente la coalizione eurasiatica emergente tra Siria, Iran, Russia, Cina e India, evidenziando il divario tra la coalizione eurasiatica nella lotta al terrorismo salafita, e la coalizione filo-salafita per i cambi di regime di Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, essendo l’Egitto una grande nazione araba sunnita, con l’allineamento al governo siriano e al blocco eurasiatico, l’argomento di Riyadh che si tratti di un conflitto settario viene svalutato. Cairo aggiorna rapidamente anche i rapporti con la Cina per stabilizzare l’economia. Essendo il maggiore centro commerciale del mondo, una grande economia in procinto di essere maggiore dell’UE e suo massimo mercato d’esportazione, il benessere economico e commerciale della Cina dipende dalla sicurezza dell’importante canale di Suez. Cina e Sisi riconoscono che il sostegno estero ai Fratelli musulmani e l’avanzata del terrorismo nel Sinai minacciano la stabilità del canale di Suez, indissolubilmente legata allo sviluppo economico e al futuro dell’Egitto. Secondo fonti militari, la collaborazione di Mursi con i terroristi nel Sinai fu una fonte di disaccordi e caduta conseguente. Infatti, con 5 miliardi di dollari all’anno di ricavi dal canale, è una fonte vitale di valuta forte per un Paese che ha subito il crollo del turismo e degli investimenti stranieri dal 2011. Perciò la Cina ha contribuito a costruire la zona economica del Canale di Suez, e ora ha piani per 45 miliardi di dollari per la capitale ad est di Cairo, nonché per investire 15 miliardi in progetti per energia elettrica, trasporti e infrastrutture. Alcuni di questi progetti saranno finanziati dalla Banca d’investimento infrastrutturale asiatica della Cina (AIIB), dove Cairo è uno dei membri fondatori. L’UE parteciperebbe a questi progetti, come la maggior parte dei Paesi europei che hanno aderito all’AIIB, mentre Stati Uniti e Giappone hanno deciso di rimanerne fuori. In effetti, ciò apre la possibilità a Cina e UE di coordinare AIIB e Fondo Juncker dell’UE nel cofinanziamento di progetti in Paesi terzi, in linea con la politica europea volta ad integrare i vicini orientali e meridionali dell’UE nel Mediterraneo.
Un articolo su al-Ahram descrive il disagio dell’Egitto verso la politica interventista e di cambio dei regimi degli Stati Uniti come ragione del orientamento verso l’Eurasia, di cui il presidente di al-Ahram, Ahmad Sayad al-Nagar, loda l’iniziativa Fascia e Via (OBOR) quale “esempio di cooperazione pacifica, giustizia, uguaglianza e libera scelta nelle relazioni tra Paesi”, in netto contrasto con lo sfruttamento degli USA della “democrazia come pedina per ricattare altri Paesi” e “vile ossessiva politica invasiva” che ha distrutto Iraq e Libia, e ora cerca di distruggere la Siria con “orde di barbari terroristi”. Questo punto di vista fa eco al rimprovero del collaboratore di Asia Times George Koo, alla visione della leadership degli Stati Uniti, giustapponendo l’inclusivo OBOR di Xi Jinping che offre “cooperazione e collaborazione verso la prosperità comune”, mentre “Obama offre l’ombrello antimissile e la via a morte e distruzione”. Mentre in Giappone, il professor Saya Kiba sosteneva, sulla newsletter del Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), che la “separazione” delle Filippine dagli Stati Uniti non è guidata dall’aiuto economico o militare da Stati Uniti o Cina, ma dalla competizione dei loro valori. Mentre i campioni degli Stati Uniti hanno una definizione ristretta di democrazia e diritti umani come elezione ed espressione politica, con poco riguardo all’impegno strategico nella lotta al terrorismo e riduzione della povertà, la posizione della Cina di non interferenza e rispetto della sovranità va guadagnando slancio nei Paesi in via di ssviluppo. Per Duterte, la politica degli Stati Uniti è un'”intrusione nella sovranità della Filippine”; preoccupazione condivisa da Sisi e altri alleati. Quindi, senza il cambio della politica estera invasiva degli USA, sembra che il nuovo Arco di Sicurezza continuerà a consolidarsi, riallineando la geopolitica del Medio Oriente.CHINA-EGYPT-DIPLOMACYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora