Putin da Monaco a Valdaj

Jacques Sapir, Russeurope, 13 novembre 2016

Il lungo discorso di Putin alla conferenza del Forum Valdai a Krasnaja Poljana, a fine ottobre, riecheggia la famosa dichiarazione alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007. All’epoca si volle vedere in quelle affermazioni non si sa quali echi da guerra fredda. In realtà, il discorso di Putin era concentrato sui principi comuni che le grandi potenze devono rispettare se vogliono cooperare. Ora il Presidente della Russia ha sempre, e in modo molto consistente, difeso la stessa posizione. Ne ha dato ulteriore prova nell’ultimo Forum di Valdaj [1].daa3d39305db41a38b96c65853cf5f8cIl contenuto del discorso di Monaco nel 2007
Il discorso del Presidente Vladimir Putin a Monaco di Baviera di febbraio 2007 fu un momento importante nelle relazioni internazionali. Va ancora analizzato con precisione [2], perché Putin è il leader politico che ha sicuramente impartito le lezioni più consistenti si ciò che accadde tra il 1991 e il 2005, vale a dire l’aborto del “secolo americano”, annunciato dopo il crollo dell’Unione Sovietica [3]. Si deduce l’importanza dei principi per l’organizzazione delle relazioni, secondo l’uguaglianza tra le nazioni. E’ un ritorno alle basi della politica di “Westfalia” che dominò le relazioni internazionali dal XVIII secolo. Questo ritorno si basava sull’osservazione della radicale differenza di valori esistenti in ogni Paese. Senza una base morale ed etica che rimuova la politica dalle relazioni internazionali, esse saranno gestite solo dal principio fondamentale del diritto internazionale, ossia la regola dell’unanimità e del rispetto della sovranità nazionale. Oppure, e questo è ciò che osserva e deplora il presidente russo, gli Stati Uniti tendono a trasformare il loro diritto in quello internazionale alternativo. S’è visto tale processo con le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro le istituzioni finanziarie (in particolare la Société Générale), semplicemente colpevoli di usare il dollaro in operazioni contrarie alle decisioni del governo di Stati Uniti d’America. Va ricordato che si trattava dell’embargo contro Iran e Cuba, e che tali istituzioni finanziarie non erano né statunitensi né coinvolgevano nelle operazioni filiali di quelle statunitensi. Ma oggi, anche in assenza di conseguenze dannose per una società statunitense, la FCPA s’è vista espandere in modo significativo l’applicazione a qualsiasi società ed individuo nel mondo, per via di un tenuo legame col territorio degli Stati Uniti, come una e-mail o una telefonata [4]. Con le sanzioni, gli Stati Uniti ampliano il proprio diritto nazionale a diritto internazionale. È quindi necessario leggere attentamente questo testo, che da una definizione precisa della visione russa delle relazioni internazionali. Due punti importanti emergono nel riconoscimento del fallimento del mondo unipolare e nella condanna del tentativo di sottoporre il diritto internazionale a quello anglo-statunitense: “Credo che il modello unipolare non solo sia inaccettabile per il mondo contemporaneo, ma anche del tutto impossibile. Non solo perché con un unico leader, il mondo contemporaneo (voglio sottolineare: contemporaneo) sarà privo di risorse militari-politiche ed economiche. Ma, e questo è ancora più importante, tale modello è inefficiente perché in alcun caso può essere base morale ed etica della civiltà moderna [5]“. Questo passaggio dimostra che la posizione russa articola due elementi distinti ma collegati. Il primo è il dubbio sulla capacità di un Paese (gli Stati Uniti, chiaramente menzionati) a raccogliere i mezzi per esercitare efficacemente la propria egemonia. È un argomento realistico. Anche la nazione più potente e più ricca da sola non può garantire la stabilità del mondo. Il piano degli Stati Uniti ne supera le forze. Ma c’è un secondo argomento, non meno importante e che si trova nello Stato di diritto. Non c’è un diritto su cui basare l’unipolarità. Nel libro del 2002, Evgenij Primakov non disse altro [6]. Questo non significa che i vari Paesi non possano identificare interessi comuni, o addirittura valori comuni. Il discorso di Putin non è “relativistico”, rileva semplicemente che questi valori (la “base morale ed etica”) non possono essere la base dell’unipolarità perché l’esercizio del potere, politico o economico, può definirsi in termini di valore, ma anche d’interesse. Il secondo punto segue il discorso e si esprime nel seguente paragrafo: “Assistiamo al disprezzo sempre più grave dei principi fondamentali del diritto internazionale. Inoltre, certi standard e, in effetti, quasi tutto il sistema di diritto di un solo Stato, naturalmente gli Stati Uniti, traboccano dai confini nazionali in tutti i campi dell’economia, politica e umanitario, imponendosi sugli altri Stati [7]“. Senza una base morale ed etica per rimuovere la politica dalle relazioni internazionali, vale a dire la contrapposizione amico/nemico, esse possono essere gestite solo dal principio fondamentale del diritto internazionale, ossia dal consenso unanime e dal rispetto della sovranità nazionale [8].
Nel discorso al Forum Valdai 2016, Putin ha ribadito le osservazioni su diritto e prassi degli Stati Uniti. Ma allarga la prospettiva e lo situa apertamente nel quadro strategico, “Se le potenze di oggi trovano un principio o standard a loro favorevole, costringono tutti a rispettarlo. Domani, se quelle stesse norme le ostacolano, saranno pronte a gettarle nella spazzatura, a dichiararle obsolete, e a decidere o a tentare d’imporre nuove regole. Così abbiamo visto la decisione di lanciare attacchi aerei nel centro dell’Europa, contro Belgrado, e poi contro l’Iraq e la Libia. Le operazioni in Afghanistan iniziarono senza la corrispondente decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Con il desiderio di cambiare l’equilibrio strategico in loro favore, questi Paesi hanno spezzato il quadro giuridico internazionale che vieta la diffusione di nuovi sistemi di difesa missilistica” [9]. Passa quindi al problema generale che viene ben identificato (la manipolazione delle norme) richiamandosi a situazioni specifiche. Questo gli permette di tracciare le lamentele della Russia nei confronti dei partner occidentali. Se il contenuto politico è lo stesso, il tono è decisamente cambiato tra il 2007 e il 2016. In realtà, Putin è un sostenitore della globalizzazione, ma realista, sapendo del bisogno di regole stabili, se ci si vuole sviluppare. Dice in un passaggio che, in realtà, anticipava la prima citazione: “Ma alcuni Paesi si considerano vincitori della guerra fredda, non si vedono semplicemente così, ma dicono apertamente di accontentarsi di trasformare l’ordine politico ed economico globale secondo i propri interessi. Nella loro euforia, hanno fondamentalmente abbandonato l’idea del dialogo e della sostanziale parità con gli altri attori della vita internazionale, hanno scelto non di migliorare o creare istituzioni universali, ma cercato invece di diffondere nel mondo le proprie organizzazioni, norme e regole. Hanno scelto la strada della globalizzazione e della sicurezza per i propri interessi, per alcuni ma non per tutti. Ma tale posizione non era accettabile per tutti” [10]. Infatti, Putin implica che, intossicati dal successo o dall’apparenza del successo, alcuni Paesi (e qui essenzialmente gli Stati Uniti) abbandonano il principio della parità, essenziale i principi del diritto internazionale. Questa è l’idea della globalizzazione come progetto politico di certuni, opponendosi alla globalizzazione vantaggiosa per tutti. Se possiamo condividere la considerazione, e si è scritto che la globalizzazione è un progetto politico degli Stati Uniti [11], tuttavia si può avere riserve sulla progettazione di una globalizzazione “vantaggiosa per tutti”. In altre parole, se possiamo condividere la valutazione di Putin sugli sviluppi nel contesto globale, si può anche mettere in dubbio la realtà di tale “globalizzazione per tutti”, che oppone alla situazione attuale. Infatti, se i Paesi estranei agli Stati Uniti hanno beneficiato della globalizzazione, è stato perché non rispettano le regole decise dagli Stati Uniti. Il fatto che i Paesi asiatici dalla maggiore crescita abbiano sistematicamente violato le regole della globalizzazione, decise e codificate da Banca Mondiale e FMI, viene sottolineata da Dani Rodrik [12]. In realtà, un’altra via stava emergendo, ma nel 1944, alla fine della guerra [13], fu cassata dal rifiuto degli Stati Uniti di ratificare il trattato dell’Avana. La Conferenza dell’Avana, tenutasi dal 21 novembre 1947 al 24 marzo 1948 [14], consentì la stesura di un testo che decise regole comuni per tutti i Paesi, secondo la logica della crescita e della lotta alla sottoccupazione. Così la presenza di misure protezionistiche veniva accettata e addirittura consolidata nel testo, promuovendo lo sviluppo delle industrie emergenti [15]. La Carta dell’Avana obbligava i membri a non avere posizioni predatorie autorizzando misure di salvaguardia negli altri Paesi e definendo un processo che portasse a standard di lavoro equi. La regole sul commercio, furono chiaramente determinate dagli obiettivi sociali ed economici interni. L’articolo 13 riconosce il diritto degli Stati membri di utilizzare le sovvenzioni pubbliche nei settori industriali ed agricoli, nonché misure protezionistiche. Di deve tornare a questo episodio, oggi in parte dimenticato, per capire che ci possono essere regole diverse da quelle della concorrenza, deus ex machina del commercio mondiale. Difendere questi principi implica difendere la sovranità degli Stati tanto contro la volontà di predominio di uno di essi, quanto contro quella delle grandi imprese private multinazionali.

Vladimir Putin e la sovranità
Sulla difesa della sovranità delle nazioni, Vladimir Putin vi arriva evocando il ruolo insormontabile delle Nazioni Unite. Dice a questo proposito: “Oggi, le Nazioni Unite continuano a rimanere un’organizzazione unica in termini di rappresentatività e universalità, un luogo unico per un dialogo equo. Le sue regole universali sono necessarie per integrare il maggior numero possibile di Paesi nello sviluppo economico e umanitario, garantendone la responsabilità politica e lavorando a coordinarne le azioni, preservandone sovranità e modelli di sviluppo. Non vi è dubbio che la sovranità sia il concetto centrale di tutto il sistema delle relazioni internazionali. Il suo rispetto e consolidamento contribuiranno a garantire pace e stabilità a livello nazionale e internazionale” [16]. Il riconoscimento del principio di sovranità è infatti un prerequisito per la creazione di un ordine internazionale equilibrato. Aveva anche ribadito, più avanti: “Spero davvero che sarà così, che il mondo diventi davvero più multipolare e che le opinioni di tutte le parti interessate della comunità internazionale siano considerate. Se un Paese è grande o piccolo, dovrebbe universalmente accettare le regole comuni che garantiscono sovranità e interessi del popolo” [17]. Ma questo principio di sovranità entra in contraddizione con la visione dominante della globalizzazione che sembra implicare regole emesse da organismi sovranazionali. L’esistenza di tali norme è infatti in contrasto con il principio di sovranità, che può certamente essere delegato ma che non può mai essere venduto. Pertanto, riferendoci al bilancio piuttosto cupo che Putin traccia della globalizzazione, riteniamo che la consideri avviata su una via sbagliata tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ma aveva anche detto nel suo discorso: “le tensioni causate dai cambiamenti nella distribuzione dell’influenza economica e politica continuano a crescere. La diffidenza reciproca crea un fardello che riduce la nostra capacità di trovare risposte efficaci alle reali minacce e sfide che il mondo deve affrontare oggi. In sostanza, tutto il piano della globalizzazione è in crisi, e in Europa, come ben sappiamo, sentiamo voci che dicono ora come il multiculturalismo sia fallito. Penso che questa situazione sia per molti versi il risultato di scelte sbagliate, affrettate e, in una certa misura, di élite troppo sicure in certi Paesi, da un quarto di secolo. All’epoca, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, c’era la possibilità non solo di accelerare il processo della globalizzazione, ma anche di darle una diversa qualità e renderla più armoniosa e sostenibile” [18]. Anche in questo caso, possiamo certamente condividere gran parte dell’asserzione. Ma questa osservazione viene presa senza alcuna analisi della situazione internazionale, in particolare del contesto ideologico. Per dirla in altre parole, manca al discorso di Vladimir Putin una critica dell’ideologia neoliberale in quanto dominata dalle sfere intellettuali ed economiche del mondo occidentale, nel periodo che descrive. Ora Vladimir Putin è pronto o può rompere con l’ideologia neoliberista? Non che sia un dogmatico. Al contrario, Putin ha dato provato molte volte di essere prima di tutto un pragmatico. Non un uomo senza principi, ma un uomo che non lascia che l’ideologia, una rappresentazione della realtà, scarti le necessità pragmatiche della sua posizione. Ma tale pragmatismo l’ha portato a trattare con i sostenitori del neoliberismo, che cercano di aprire l’economia russa ai flussi di capitale. C’è un limite nel riflesso innegabile in Putin che gli impedisce di completare la sua giusta critica della globalizzazione e dell’ideologia delle élite al potere nei Paesi occidentali.

Putin e la crisi delle democrazie occidentali
Poiché, e questo è senza dubbio la vera novità del discorso al Forum Valdai 2016, Vladimir Putin critica una regola fondamentale della politica dei Paesi occidentali, una critica che ad oggi, dopo l’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti, era preveggente. Cosa dice? Iniziava effettivamente facendo un bilancio sul funzionamento, o più precisamente, sulla disfunzione politica nei Paesi occidentali, “Sì, formalmente i Paesi moderni hanno tutti gli attributi della democrazia: elezioni, libertà di espressione, accesso alle informazioni, libertà di espressione. Ma anche nelle democrazie più avanzate la maggioranza dei cittadini non ha una reale influenza sul processo politico e alcuna influenza diretta ed effettiva sul potere. La gente sente un divario sempre crescente tra gli interessi propri e la visione che l’élite hanno sull’unica strada che ritengono corretta, la traiettoria che l’élite sceglie. Ne consegue che referendum ed elezioni sorprendono sempre più le autorità. Le persone non votano affatto come i media ufficiali e rispettabili consigliano, né come consigliano i grandi partiti. I movimenti pubblici, da tempo considerati troppo di sinistra o di destra, s’impongono al centro della scena mettendo da parte i pesi massimi. In un primo momento questi risultati problematici furono dichiarati subito anomalie o colpi di fortuna. Ma quando sono diventati più frequenti, s’iniziò a dire che la società non comprendeva più i vertice del potere, che non era matura abbastanza per poter valutare il lavoro delle autorità per il bene pubblico. Oppure costoro divenivano isterici parlando di conseguenze della propaganda straniera, di solito russa” [19]. Le descrizioni dei processi politici nei Paesi europei, con la molteplice negazione della democrazia che s’è vista (come nel caso del risultato del referendum sul Trattato costituzionale europeo del 2015) sono impeccabili. Inoltre, l’analisi dei meccanismi dell’autismo delle élite e delle loro frange mediatiche, questo nuovo tradimento dei chierici, è particolarmente vera [20] E’ questo recinto autistico ha impedito alle élite di vedere la Brexit nel Regno Unito o l’elezione di Donald Trump, e dopo il risultato del voto democratico, ha condotto parte di tali élite a cercare di mettere in discussione questi risultati. Oggi siamo in presenza di un nuovo cortocircuito, come scrisse nel 2005 Frédéric Lordon [21]. In quel libro denunciò più volte la chiusura autistica dal 2012, e quindi non sorprende vedere uno dei grandi leader mondiali arrivare alla stessa conclusione. Ma la cosa più interessante è l’analisi che Putin fa delle cause di questa situazione. Questa analisi non è nuova, ma è probabilmente la prima volta che viene espressa da un funzionario del rango di Vladimir Putin. Continua quindi: “Sembra che le élite non vedano l’ampliamento della stratificazione sociale e dell’erosione della classe media, mentre attua ideologie che ritengo distruttive per l’identità culturale e nazionale. E in alcuni casi, in certi Paesi, sovvertono gli interessi nazionali e rinunciano alla sovranità in cambio del favore del sovrano. Ciò pone la questione: chi è in realtà emarginato dalla società? La classe in ascesa dell’oligarchia sovranazionale e la burocrazia, che spesso non viene eletta né controllata dalla società, o la maggioranza dei cittadini, che vogliono cose semplici, stabilità, libero sviluppo del proprio Paese, prospettive di vita per sé e i propri figli, conservazione dell’identità culturale e, infine, sicurezza per sé e i propri cari” [22]. Qui il legame tra erosione della classe media (certamente il concetto di “classe media” è un concetto “morbido”), e più in generale delle classi popolari superiori, oggi vittime dell’instabilità economica e dell’insicurezza sia materiale che economico-culturale, e la volontà delle élite di monetizzare la loro posizione di potere con il “sovrano” internazionale. Questo descrive l’opposizione tra ciò che può essere considerata “élite globalizzata” (essenzialmente della finanza e dei media) e la “sovranità”, descrivendo l’opposizione della plebe ai ceti semiborghesi, di cui già parlai in un libro del 2006 [23]. Scrissi all’epoca, parlando della vittoria del ‘no’ nel referendum del 2005: “Il ‘no’ ha superato il 60% nel Nord industriale, nelle regioni industriali della Loira e del Centro e, infine, nelle regioni industriali indebolite del sud. Se aggiungiamo a queste regioni quelle dove il “no” ha superato il 55%, si traccia la mappa del lavoro della Francia. Al contrario, gli strati sociali connessi ai servizi globalizzati, comunicazione e finanza, hanno votato “sì”. I risultati dei sobborghi centro-occidentali parigini e di Parigi sono chiari a questo proposito. Osiamo quindi avanzare una formula: la vittoria del ‘no’ è quella della plebe contro i bobos (bohemien borghesi)” [24]. E’ questa borghesia, che si dice bohème (da qui la categoria dei “bobos”) non ha che valori oscillanti che, per via delle proprie ideologia e politica, si rivelano profondamente distruttivi. Il tecnocrate finanziario abbraccia sotto i riflettori dei media il sessantottino riciclato. Tra questi sostenitori del “sì” vi erano Pascal Lamy, direttore dell’OMC, dopo essere stato nella Commissione europea un sostenitore della globalizzazione, e Daniel Cohn-Bendit; una differenza che può essere dovuta a un capello (o sua assenza…)
Si constata che il discorso di Vladimir Putin dà un quadro importante e interessante del mondo visto dal Presidente della Russia. Naturalmente, questo testo è importante anche da ciò che non vi troviamo, un’articolata critica del neoliberismo e altro. Ma questo discorso è certamente un’analisi articolata dei mali nei Paesi occidentali e della gran parte del mondo. Questo discorso non è ottimista, ma Putin chiaramente approva la massima che Luigi XIV propose al Gran Delfino: “Attenzione alla speranza: la speranza è una cattiva guida“. Questo discorso coerente, e soprattutto la sua coerenza temporale, sono importanti. Ecco perché non possiamo che invitare tutti coloro che vogliono comprendere il mondo di oggi per trasformarlo, a leggerlo e capirlo.w1dnkpaitvw0zoifamwoap4hzg98mi6nNote
[1] Sputnik e Valdaj Club
[2] Vedasi la dichiarazione del presidente russo alla conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco di Baviera il 10 febbraio 2007, il testo è stato tradotto su La Lettre Sentinel n° 43, marzo 2007.
[3] Sapir J., Il nuovo XXI secolo, Parigi, Le Seuil, 2009.
[4] Smith CF, e Brittany D. Parling, “L’imperialismo americano: l’esperienza di un praticante con l’applicazione extraterritoriale della FCPA“, University of Chicago Lefale Forum 237, p. 239 (2012); 15 USC && 78dd-1, 78dd-3.
[5] Vedasi La Lettre Sentinel, n° 43-44, gennaio-febbraio 2007, p. 25.
[6] E. Primakov, Mir Posle 11 Sentjabrja, op. cit., p. 138-151.
[7] La Lettre Sentinel, n° 43-44, gennaio-febbraio 2007, p. 25.
[8] Sapir J., Il nuovo XXI secolo, Parigi, Le Seuil, 2009.
[9] Traduzione dalla trascrizione inglese: “If the powers that be today find some standard or norm to their advantage, they force everyone else to comply. But if tomorrow these same standards get in their way, they are swift to throw them in the bin, declare them obsolete, and set or try to set new rules. Thus, we saw the decisions to launch airstrikes in the centre of Europe, against Belgrade, and then came Iraq, and then Libya. The operations in Afghanistan also started without the corresponding decision from the United Nations Security Council. In their desire to shift the strategic balance in their favour these countries broke apart the international legal framework that prohibited deployment of new missile defence systema“.
[10] “But some countries that saw themselves as victors in the Cold War, not just saw themselves this way but said it openly, took the course of simply reshaping the global political and economic order to fit their own interests. In their euphoria, they essentially abandoned substantive and equal dialogue with other actors in international life, chose not to improve or create universal institutions, and attempted instead to bring the entire world under the spread of their own organisations, norms and rules. They chose the road of globalisation and security for their own beloved selves, for the select few, and not for all. But far from everyone was ready to agree with this.”
[11] Sapir J., De-globalizzazione, Parigi, Le Seuil, 2011.
[12] D. Rodrik, “Cosa produce il successo economico?“, in R. French-Davis, La crescita economica con equità: Sfide per l’America Latina, Londra, Palgrave Macmillan, 2007. Vedi anche deòlo stesso autore, “Dopo il neoliberalismo, cosa?“, Project Syndicate, 2002.
[13] H.-J. Chang, Cattivi samaritani: Il Mito del libero scambio e la Storia segreta del capitalismo, New York, Random House, 2007.
[14] Graz J. C., L’origine del WTO: la Carta dell’Avana 1941-1950, Droz, Ginevra, 1999, p 367
[15] Avana
[16] “Today it is the United Nations that continues to remain an agency that is unparalleled in representativeness and universality, a unique venue for equitable dialogue. Its universal rules are necessary for including as many countries as possible in economic and humanitarian integration, guaranteeing their political responsibility and working to coordinate their actions while also preserving their sovereignty and development models. We have no doubt that sovereignty is the central notion of the entire system of international relations. Respect for it and its consolidation will help underwrite peace and stability both at the national and international levels“.
[17] “I certainly hope that this will be the case, that the world really will become more multipolar, and that the views of all actors in the international community will be taken into account. No matter whether a country is big or small, there should be universally accepted common rules that guarantee sovereignty and peoples’ interests“.
[18] “The tensions engendered by shifts in distribution of economic and political influence continue to grow. Mutual distrust creates a burden that narrows our possibilities for finding effective responses to the real threats and challenges facing the world today. Essentially, the entire globalisation project is in crisis today and in Europe, as we know well, we hear voices now saying that multiculturalism has failed. I think this situation is in many respects the result of mistaken, hasty and to some extent over-confident choices made by some countries’ elites a quarter-of-a-century ago. Back then, in the late 1980s-early 1990s, there was a chance not just to accelerate the globalisation process but also to give it a different quality and make it more harmonious and sustainable in nature“.
[19] “Yes, formally speaking, modern countries have all the attributes of democracy: Elections, freedom of speech, access to information, freedom of expression. But even in the most advanced democracies the majority of citizens have no real influence on the political process and no direct and real influence on power. People sense an ever-growing gap between their interests and the elite’s vision of the only correct course, a course the elite itself chooses. The result is that referendums and elections increasingly often create surprises for the authorities. People do not at all vote as the official and respectable media outlets advised them to, nor as the mainstream parties advised them to. Public movements that only recently were too far left or too far right are taking centre stage and pushing the political heavyweights aside. At first, these inconvenient results were hastily declared anomaly or chance. But when they became more frequent, people started saying that society does not understand those at the summit of power and has not yet matured sufficiently to be able to assess the authorities’ labour for the public good. Or they sink into hysteria and declare it the result of foreign, usually Russian, propaganda“.
[20] Benda J., Il tradimento dei chierici, rist., Paris, Grasset, coll. “Les Cahiers rouges”, 1990.
[21] F. Lordon, “La processione dei fulminanti” e “Un “cri de douleur” de Serge July, par le Collectif Les mots sont importants”, 1° giugno 2005  (accessibile dal sito Acrimed).
[22] “It seems as if the elites do not see the deepening stratification in society and the erosion of the middle class, while at the same time, they implant ideological ideas that, in my opinion, are destructive to cultural and national identity. And in certain cases, in some countries they subvert national interests and renounce sovereignty in exchange for the favour of the suzerain. This begs the question: who is actually the fringe? The expanding class of the supranational oligarchy and bureaucracy, which is in fact often not elected and not controlled by society, or the majority of citizens, who want simple and plain things – stability, free development of their countries, prospects for their lives and the lives of their children, preserving their cultural identity, and, finally, basic security for themselves and their loved ones.”
[23] Sapir J., La fine dell’euroliberalismo, Paris, Seuil, 2006.
[24] Sapir J., La fine dell’euroliberalismo, op.cit.3a5782d277d9a8532af1955c32d8cf82Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Clinton e Soros lanciano la rivoluzione viola negli USA

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 11/11/2016hillary-7591La sconfitta della candidata presidenziale democratica Hillary Rodham Clinton non “passava tranquillamente in quella buona nottata”. La mattina dopo la sorprendente e inaspettata sconfitta per mano del parvenu repubblicano Donald Trump, Clinton e marito, l’ex-presidente Bill Clinton, entravano nella sala da ballo art-deco dell’hotel New Yorker nel cuore di Manhattan in abiti viola. La stampa subito notò il colore e chiese cosa rappresentasse. Il portavoce dei Clinton sostenne che rappresentasse l’incontro tra l’“America blu” dei democratici e l’“America rossa” dei repubblicani, unendosi nel viola. Tale dichiarazione era un mero stratagemma, noto ai cittadini dei Paesi oggetto in passato delle vili operazioni politiche del magnate degli hedge fund George Soros. I Clinton, che hanno ricevuto milioni di dollari in contributi elettorali e donazioni per la Clinton Foundation da Soros, in realtà avviavano la “rivoluzione viola” di Soros negli USA. La rivoluzione viola si opporrà agli sforzi dell’amministrazione Trump per respingere le politiche globaliste dei Clinton e dell’imminente ex-presidente Barack Obama. La rivoluzione viola cercherà inoltre di abbreviare l’amministrazione Trump con manifestazioni di piazza sorosiane e disagi politici. È dubbio che gli assistenti del presidente Trump lo consiglino dall’indagare sul diversivo dei server di posta elettronica privati di Clinton ed altre questioni relative alle attività della Fondazione Clinton, soprattutto quando la nazione deve affrontare tante altre questioni urgenti, tra cui posti di lavoro, immigrazione e assistenza sanitaria. Tuttavia, il presidente Jason Chaffetz dell’House Oversight and Government Reform Committee, ha detto che continuerà le udienze al Congresso, controllato dai repubblicani, su Hillary Clinton, Fondazione Clinton e l’assistente Huma Abedin. Il presidente Trump non deve lasciarsi distrarre da tali tentativi. Chaffetz non è un sostenitore di Trump. Globalisti ed interventisti statunitensi già avanzano il mantra opposto dai tanti “esperti” di sicurezza nazionale e militari di regime alla candidatura di Trump, Trump “deve” chiamarli ad unirsi all’amministrazione, perché non ci sono abbastanza “esperti” nella cerchia dei consulenti di Trump. Gli screditati neo-conservatori alla Casa Bianca di George W. Bush, come il co-cospiratore della guerra in Iraq Stephen Hadley, vengono menzionati come qualcuno a cui Trump dovrebbe chiedere di entrare nel suo Consiglio per la Sicurezza Nazionale o altre posizioni di rilievo. Il segretario di Stato di George HW Bush, James Baker, fiero lealista di Bush, viene anche indicato come membro della squadra alla Casa Bianca di Trump. Non c’è assolutamente alcuna ragione per Trump di chiedere il parere di fossili repubblicani come Baker, Hadley, Rice e Powell, il folle ex-ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite John Bolton, ed altri. Vi sono molti sostenitori di Trump dalla ricca esperienza nella sicurezza estera e nazionale, anche di origine africana, haitiana, ispanica e araba, senza essere neocon, che occuperebbero le posizioni ai vertici e intermedi dell’amministrazione Trump. Trump deve distanziarsi da neocon improvvisi benevolenti, avventurieri, militaristi ed interventisti, impedendogli d’infestarne l’amministrazione. Se Clinton avesse vinto, su un articolo sulla nuova amministrazione si sarebbe letto: “Sulla base del militarismo e dell’avventurismo estero da segretaria di Stato e del due volte presidente, il marito Bill Clinton, il mondo vedrà maggiore aggressività militare statunitense su vari fronti nel mondo. La presidentessa Hillary Clinton non nasconde il desiderio di confrontarsi con la Russia militarmente, diplomaticamente ed economicamente in Medio Oriente, alle porte della Russia in Europa orientale, e anche nella Federazione russa. Clinton ha rispolverato la politica del ‘contenimento’, da tempo screditata, introdotta dal professor George F. Kennan all’indomani della seconda guerra mondiale. L’amministrazione Clinton probabilmente promuoverà i neo-guerrieri freddi più feroci dell’amministrazione Obama, tra cui l’assistente segretaria di Stato per gli affari europei ed euroasiatici Victoria Nuland, favorita personale di Clinton”.
Il Presidente Trump non può permettersi che chi è nella stessa rete di Nuland, Hadley, Bolton ed altri, entri nella sua amministrazione, metastatizzandola come una forma aggressiva di cancro. Costoro non porterebbero avanti la politica di Trump, ma continuerebbero a danneggiare le relazioni degli USA con Russia, Cina, Iran, Cuba e altre nazioni. Non solo Trump avrebbe a che fare con i neocon repubblicani, che cercano di bacarne l’amministrazione, ma anche con il tentativo di Soros d’interrompere la sua presidenza con la rivoluzione viola. Prima che Trump sia nominato 45° presidente degli Stati Uniti, le operazioni politiche finanziate da Soros si attivavano per sabotarlo durante il periodo terminale di Obama e in seguito. La rapidità della rivoluzione viola ricorda la velocità con cui i manifestanti invasero le strade di Kiev, capitale ucraina, nelle due rivoluzioni arancioni sponsorizzate da Soros nel 2004 e, dieci anni dopo, nel 2014. Mentre i Clinton adottavano il viola a New York, manifestazioni di piazza violente, coordinate da Moveon.org e “Black Live Matter” finanziati da Soros, scoppiavano a New York, Los Angeles, Chicago, Oakland, Nashville, Cleveland, Washington, Austin, Seattle, Philadelphia, Richmond, St. Paul, Kansas City, Omaha, San Francisco e altre 200 città degli Stati Uniti. Il gruppo “Pussy Riot” finanziato da Soros pubblicava su YouTube un video anti-Trump dal titolo “Make America Great Again”. Il video è divenuto “virale” su Internet, ed è pieno di atti profani e violenti, ritraendo una distopica presidenza Trump. Seguendo la sceneggiatura dello scribacchio di George Soros, Gene Sharp, il membro delle Pussy Riot Nadya Tolokonnikova invocava gli statunitensi anti-Trump a trasformare la rabbia in arte, musica e arte visiva. L’uso dei graffiti politici è una tattica popolare di Sharp. Le proteste di strada, musica e arte anti-Trump sono la prima fase della rivoluzione viola di Soros negli USA.
Il presidente Trump affronta un duplice attacco dai nemici. Uno guidato dai burocrati neo-con, tra cui l’ex-direttore della National Security Agency e della CIA Michael Hayden, l’ex-segretario alla Sicurezza Nazionale Michael Chertoff, e i fedelissimi della famiglia Bush, cerca di decidere le nomine di Trump alle cariche per sicurezza nazionale, intelligence, politica estera e difesa dell’amministrazione. Tali neo-guerrieri freddi cercano di convincere Trump a mantenere l’aggressività di Obama verso Russia, Cina, Iran, Venezuela, Cuba e altri Paesi. Il secondo fronte contro Trump sono i gruppi politici e mediatici finanziati da Soros. Tale seconda linea di attacco attua la guerra di propaganda anti-Trump utilizzando centinaia di giornali, siti web ed emittenti, cercando di minare la fiducia del pubblico verso l’amministrazione Trump fin da subito. Uno degli annunci politici di Trump, poco prima dell’elezione, dichiarava che George Soros, la presidentessa della Federal Reserve Janet Yellen e l’amministratore delegato della Goldman Sachs Lloyd Blankfein, fanno parte di “una struttura di potere globale responsabile delle decisioni economiche che hanno derubato la nostra classe operaia, spogliato il nostro Paese della ricchezza, mettendola nelle tasche di un pugno di grandi aziende ed enti politici”. Soros e i suoi servi avevano immediatamente e ridicolmente attaccato l’annuncio come “antisemita”. Il presidente Trump dovrà stare in guardia contro coloro che la sua campagna ha denunciato e i loro colleghi. Il figlio di Soros, Alexander, ha invitato la figlia di Trump, Ivanka, e il marito Jared Kushner, a sconfessare pubblicamente Trump. Le tattiche di Soros non solo cercano di dividere le nazioni, ma anche le famiglie. Trump deve guardarsi dalle macchinazioni, attuali e future, di George Soros, tra cui la rivoluzione viola.2016-11-10t160706z_1_lynxmpeca9116_rtroptp_3_usa-election-protestsTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA sono in agonia e Trump è il medico

Valentin Katasonov, Neyromir TV, 12 novembre 2016 – Fort Russ

L’accesa discussione sui media è un diversivo, concentrata su questioni marginali che fanno appello alle emozioni, mentre problemi assai più gravi vengono nascosti, spiega il Professor Valentin P. Katasonov, associato all’Accademia delle Scienze economico-commerciali della Russia.2016-09-16t171446z_928589463_s1beubqzogab_rtrmadp_3_usa-election-trump-kqrb-835x437ilsole24ore-webVK: Trump conosce la situazione. Non mi aspettavo che fosse così aperto nel rivelarne i mali, rivela molti segreti. Questo è un bene per gli USA, affrontare la diagnosi piuttosto che nasconderla al paziente. Come sapete i tassi d’interesse nei Paesi del miliardo d’oro sono negativi. L’anno scorso quando i tassi d’interesse crebbero leggermente, causarono gravi conseguenze. Christine Lagarde chiese di fermarsi o sarebbe andata in bancarotta l’economia globale. Non alzarono i tassi d’interesse come previsto. Non nel primo o nel secondo trimestre. Sono in una situazione molto difficile. Trump ha detto che se i tassi d’interesse sono si alzano, gli USA andranno in default, perché la maggior parte del budget finirà per pagare gli interessi. Trump probabilmente vuole salvare il capitalismo, ma il capitalismo senza tassi d’interesse è una sciocchezza. Trump è un difensore del capitalismo.

Intervistatore: Che fa Hillary Clinton?
VK: Non lo dice, si concentra su certi soggetti marginali, come diritti delle minoranze e cambiamento climatico. Sappiamo che sono stupidaggini.

Intervistatore: Ma il cambiamento climatico è reale?
VK: Me ne occupai nell’ambito della Banca Mondiale e conosco i loro piani. Anche se si potesse fare qualcosa, vi posso assicurare che a loro non importa per nulla.

Intervistatore: E il rublo?
VK: Dipende da quando tale apocalisse accadrà. La caduta del rublo è parte del piano d’occupazione. Solo Dio sa quando tale apocalisse accadrà, potrebbe essere la prossima settimana, tra pochi mesi, tra qualche anno di sicuro perché tutte le risorse si esauriscono. Trump lo sa benissimo e vuole salvare il capitalismo e gli USA, perciò vuole negoziare con i creditori e ristrutturare il debito statunitense. In realtà gli USA lavorano su nuove tecnologie che non richiedono alcun negoziato, pensiamo all’Iran. Come sapete all’inizio nel 2016 Zio Sam disse che finalmente toglieba le sanzioni e sbloccava le attività estere dell’Iran. Vi sono molte condizioni, alcune sottovalutate. L’Iran non è contento degli USA che si prendono 2 miliardi di dollari per coprire le perdite per gli attentati in Libano nel 1983. Ho visto alcuni documenti, l’Iran non aveva nulla a che farci, ma lo zio Sam lo ritiene colpevole, come per l’11 settembre. Ma si scopre che il colpevole era l’Arabia Saudita.

Intervistatore: Ma l’Arabia Saudita ha minacciato di vendere i titoli del Tesoro ed è stato escluso dai colpevoli?
VK: Glieli lascerebbero vendere? Il tesoro sono i depositi, è un sistema a doppia chiave, l’Arabia Saudita ha una chiave e lo Zio Sam l’altra.

Intervistatore: Perché la Russia acquista tali titoli, mentre c’è la crisi? Abbiamo fatto cenno a un prelievo, ma se non sviluppiamo le nostre industria e scienza, nulla ci aiuterà?
VK: Alcuni della nostra élite hanno una base negli Stati Uniti, ‘inaffondabile’. Sappiamo che certuni si sono già piazzati lì, come il primo viceministro delle Finanze. Alcuni sono più vicini, come l’ex-ministro dell’Agricoltura in Francia. E’ più facile contare quelli che non se ne sono andati. Ciò dimostra che abbiamo a che fare con un’amministrazione coloniale che riceve garanzie sulla cittadinanza negli Stati Uniti, Francia e Regno Unito.

Intervistatore: Le loro politiche portano al collasso totale, cosa succede se i potenti non sono conenti?
VK: Non sopravvalutate i potenti, agiscono da parassiti che continuano a mangiare senza pensare che il cibo finirà e che si potrebbe anche morire. Non vedono oltre il loro naso. Parlando dell’Iran, secondo l’Iran avrebbe riserve in valuta estera per 130 miliardi di dollari; secondo gli USA sono 100 miliardi, metà in oro e valute della Banca centrale dell’Iran o fondo sovrano dell’Iran. Credo che si mangeranno questi 130 miliardi molto velocemente, perché dopo i 2 miliardi di dollari gli Stati Uniti annunciano di pretenderne 11,5 miliardi per l’11 settembre. L’appetito vien mangiando. Il parlamento iraniano ha discusso un progetto di legge per consentire d’iniziare una causa per danni all’Iran contro gli USA. Un gruppo di lavoro li cataloga per stimarli. Oggi il mondo entra nel gioco del risarcimento, si tratta della commercializzazione delle relazioni internazionali e della monetizzazione della storia. Ciò è molto importante per la Federazione Russa. I Paesi baltici continuano a lavorare su tali richieste, in particolare la Lettonia. L’Ucraina è un po’ diversa. Mentre i baltici si riferiscono all’occupazione sovietica, l’Ucraina parla della Crimea. La monetizzazione delle perdite derivanti dagli eventi nel Donbas, e così via. Dico solo che dovremmo essere un passo avanti, dobbiamo preparare le contromisure.us_debt_vs_euro_debtNon fatevi ingannare dall’agenda dei media, andate più a fondo e pensate con la vostra testa! – KK

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il voto per Trump e le sue lezioni

Jacques Sapir, Russeurope 10 novembre 2016trump-kellyL’elezione di Donald Trump è certamente peculiare; deve molto alla cultura politica statunitense, ma contiene elementi che possono essere generalizzati nei Paesi sviluppati europei, perché si trovano ad affrontare i mali della “globalizzazione”. Dopo discussioni con politologi e sociologi statunitensi, il cui lavoro sarà pubblicato nelle prossime settimane, possiamo riassumere questi elementi generalizzati.

I. Rilevanza delle “aree periferiche”.
Il problema è noto e descritto nel lavoro di Christophe Guilly [1]. Ma si trova anche nelle mappe sui risultati del voto. In effetti, la carta più diffusa è quella sul voto nei singoli Stati.a-01-carte-trump-1

Ma se guardiamo la mappa dei risultati nelle “contee” (equivalenti alle provincie), si osserva un netto contrasto tra grandi città “globalizzate” e resto del Paese.a-01-carte-trump-2E’ questa opposizione che appare rilevante nel voto per Trump.

II. L’importanza del “voto” a Sanders sul risultato finale.
Un altro problema è il voto degli elettori democratici che hanno sostenuto Bernie Sanders fino alla primarie democratiche, e che furono esclusi dai brogli, va detto il nome, di Hillary Clinton. Sono in corso studi sulle “contee” in cui il voto alle primarie democratiche era prevalentemente pro-Sanders. Essi mostrano che alcuni potenziali elettori di Bernie Sanders non hanno votato l’8 novembre (dal 25% al 40% a seconda della località) e un’altra parte ha preferito votare Trump (12-18% nelle contee in cui la popolarità di Sanders era più forte). Questi casi sono in linea coi risultati nazionali che dimostrano che il 9% degli elettori ‘democratici’ (che votarono alle primarie per un democratico o nel 2012 per Barack Obama, o erano registrati come “democratici”) ha votato per Trump mentre solo il 7% dei “repubblicani” ha votato per Clinton. Questi elementi consentono di confermare l’elevato astensionismo nelle elezioni del 2016, e vi danno anche un senso. Questa astensione era in parte politica, una scelta deliberata degli elettori che hanno corso il rischio di vedere eleggere Trump poiché non potevano sostenere la candidata dell’oligarchia.

III. Una ridistribuzione delle carte politiche.
Si vede anche che il voto a Trump quale voto “bianco” razzista, non ha molto a che fare con la realtà. Ma vi è un risultato importante che può essere generalizzato. I disastri della “globalizzazione” hanno indotto una parte dell’elettorato a rispondere al ricatto dell’élite, “o noi o il caos”, scegliendo il candidato “antiélite” o “antisistema” sia passivamente (astenendosi) che attivamente (votandolo). Questo fenomeno è ancora più forte dato che il candidato “antisistema” s’è astenuto da dichiarazioni che potevano alienargli questi elettori. Nei discorsi locali, laddove Trump ha emesso i commenti più scandalosi, il fenomeno è ridotto. Laddove si concentra sugli attacchi a istituzioni e banche, il fenomeno è più importante. La coerenza del discorso del candidato “antisistema” è quindi importante per spezzare il meccanismo del rigetto, ma richiede anche un discorso non provocatorio. La reazione di Bernie Sanders all’elezione di Trump a questo punto è molto interessante. In un post sul sito del Senato degli Stati Uniti [2], si afferma:
Mercoledì 9 novembre 2016
Burlington, VT, 9 novembre. il senatore degli Stati Uniti Bernie Sanders (I-Vt) ha rilasciato la seguente dichiarazione, dopo l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti: “Donald Trump ha sfruttato la rabbia di una classe media in declino, stanca della dirigenza economica, politica e mediatica. La gente è stanca di lavorare più ore per salari più bassi, di vedere i lavori meglio retribuiti andare in Cina e altri Paesi dal basso salario, i miliardari non pagare le tasse federali sul reddito, stanca di non permettersi il college per i figli, mentre i ricchi diventano ancor più ricchi. Laddove Trump persegua seriamente politiche che migliorino la vita delle famiglie lavoratrici di questo Paese, io e altri progressisti siamo disposti a collaborare. Se perseguisse politiche razziste, sessiste, xenofobe e anti-ambientali, ci opporremo con forza”. Questo messaggio non nega solo le importanti differenze di posizione, ma spiega anche che “laddove Trump sia serio sulle politiche per le famiglie dei lavoratori“, i progressisti statunitensi sono disposti a collaborare.ap_bernie_sanders_jef_150914_12x5_1600[1] Guilly C., La Francia periferica: come le classi sono state sacrificate, Parigi, Flammarion 2014
[2] Sanders

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria di Trump

Luca Baldellix0013952733-288128La vittoria di Trump era inaspettata solo per oligarchi, opinionisti alla loro mercé, radicalchic e via enumerando tutti i virgulti avvizziti e incartapecoriti di un establishment sempre più autoreferenziale e chiuso nel proprio irriducibile elitarismo. L’illusione che il mondo estenda i suoi confini dal salotto della Goldman Sachs a quello della Monsanto, ha giocato un tiro mancino ai campioni della presunzione culturale e politica planetaria, sempre ammantata di alti scopi umanitari e mai pronta a svelare di quale sangue grondi e di quale sudore sia madida. Non ci voleva grandissimo intuito nel comprendere che gli USA, specie i ceti meno abbienti, erano stufi marci della strategia assassina e vampiresca della Banda Clinton, pronta a bandire e capitanare crociate mondiali per opporsi alla rinascente potenza russa e per proteggere, bardare, cingere con un’improbabile cortina di ferro la propria sempre più declinante supremazia geopolitica e geoeconomica. L’incitamento scriteriato e destabilizzante alle “Primavere arabe” (autunni disperati, mimetizzati sul tragicomico calendario di un imperialismo morente); il sostegno ai fascisti banderisti di Kiev, assassini spregevoli ed eredi di aguzzini e criminali ben più zelanti delle stesse SS; l’appoggio logistico e finanziario all’ISIS (o Daesh che dir si voglia) contro la Siria e le opzioni politiche laiche e progressiste nel Medio Oriente; la liason con l’Arabia Saudita, vecchio sodale economico e finanziario di Washington, al punto tale da consegnare ai wahhabiti la Presidenza della Commissione ONU per i diritti umani, paradossale investitura che ha svelato a tutto il mondo quale sia la reale concezione “dirittumanista” statunitense.
Nessun colpo è stato risparmiato dalla Banda Clinton e dall’obbediente comprimario Obama pur di sabotare e distruggere la pace mondiale, pur di trascinare (muoia Sansone con tutti i filistei!) il mondo intero nel baratro senza fondo di un’economia al collasso, strozzata dal debito estero e marchiata a fuoco, come un vitello esanime; nemmeno lontana parvenza del suo aureo antenato, da un declino produttivo pesantissimo, devastante, dei cui reali contorni le stesse statistiche ufficiali, pur lontane dal trionfalismo di un tempo, non danno nemmeno remota contezza.
Con tutto questo portato di malefatte, debolezze, errori, si pretendeva che i Democratici riconfermassero le loro posizioni e la loro leadership! Ciechi e sordi davanti alla realtà, o ben svegli, ma decisi a tenere nel torpore tutti gli altri, i maitres à penser del potere hanno cercato di imporre alla realtà (tanto peggio per essa, diversamente!), quello che la sua vis recalcitrante in ogni modo cercava di evitare e, alla fine, ha evitato con grande scorno dei soloni. Trump ha vinto! Chi scrive non ne è certo entusiasta sostenitore ma, da osservatore della realtà, attento per quanto lo consentano le contingenze e i mille appuntamenti di una quotidianità tentacolare, sostiene che questo trionfo (tale è, in quanto ottenuto contro il resto del mondo) ha svelato che il Re era nudo. A vederlo svestito non eravamo in tanti, fino a ieri, ma ora che la tenuta adamitica brilla in faccia al sole in tutta la sua indisponente evidenza, si dovranno capire alcune elementari verità: non hanno vinto i ricchi, non era Trump, per quanto magnate, l’espressione dei magnati. Tutte le principali multinazionali hanno sostenuto attivamente, con generose donazioni e ancor più munifici condizionamenti diretti ed indiretti (altrove, ad altre latitudini, si chiamerebbero pressioni o intimidazioni, ma quello è il lavoro sporco che si fa fare ai tonton macoutes o ai gorillas) la campagna della Signora Clinton e le attività, ad essa legate a doppio filo, della mitica Fondazione Clinton (fregiatasi da tempo del baffo astuto e spregiudicato di D’Alema): Coca Cola, Wal Mart, Dow Chemical, Boeing, Microsoft, Exxon Mobile, Monsanto, Visa e altri potentati non hanno certo fornito lacca al fissaggio del parrucchino di Trump, preferendo di gran lunga, per i loro interessi, tirare la volata all’ex First Lady dei rampanti anni ’90, quelli in cui tutto andava bene in Russia, secondo Washington, solo perché quel Paese era ridotto ad una colonia.
Trump ha vinto contro questi influenti, potentissimi centri economico-finanziari, contro i giornali da essi pagati e condizionati, contro gli apparati messi in campo con spregiudicatezza e spirito buglionesco di crociata dall’establishment tenuto in vita con le flebo del CFR e della Trilateral. A decretare le vittoria di Trump sono state le VITTIME di questo coacervo di potere: la classe operaia, vittima di esternalizzazioni, deindustrializzazioni striscianti, calo del potere d’acquisto di salari e stipendi, fiscalità oppressiva ed iniqua; gli emarginati, corteggiati da sempre da uno schieramento democratico che si ricorda di loro dal giorno d’inizio della campagna elettorale a quello finale; la classe media strangolata da banche, finanziarie, assicurazioni che han pensato di lucrare anche sul pur progressista fermento dell’Obamacare (che comunque ha lasciato senza copertura sanitaria 30 milioni di cittadini, ad onta di marinaresche promesse universalistiche, da welfare scandinavo o, non esageriamo, quasi real–socialiste). Infine, i cittadini di ogni estrazione stanchi della criminale e banditesca politica estera “democratica”, che come nessun altra ha portato il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale pur di difendere un primato che non è più della collettività, ma solo delle élites e nemmeno tutte. Questi soggetti hanno accerchiato la cittadella del potere e issato sulle loro bandiere la parola: “BASTA!”
Tale interiezione sarà decisiva anche in Europa, nel Vecchio continente piegato e devastato dalle scorrerie di istituti di credito, finanziarie e grandi concentrazioni per interposte (o no) burocrazie bruxelliane. Il “BASTA” risuonerà presto anche nelle nostre contrade, e unirà per la prima volta nella storia in maniera solida e compatta, lavoratori dipendenti ed autonomi, pezzi di borghesia prima schizzinosi solo a sentir parlare di proletariato, e nuovi poveri prodotti dal neoliberismo senza argini, unito al distruttivo monetarismo di stampo friedmaniano. Il Re era nudo negli USA, ma quello europeo non ha cappotti e pellicce da comperare per evitare la stessa fine.

Grazie America, non mi resta molto da vivere, ma so che gli ultimi anni saranno grandi. non posso ringraziarti abbastanza.

Grazie America, non mi resta molto da vivere, ma so che gli ultimi anni saranno grandi. Non posso ringraziarti abbastanza.