La bussola diplomatica di Atene punta su Mosca

Ariel Noyola Rodríguez*, Città del Messico, 3 febbraio 2015
*Economista presso l’Universidad Nacional Autónoma de México.tsipras_economia_940Dopo la vittoria di Syriza, tutto sembra indicare che il nuovo orientamento in politica estera della Grecia punti sulla Russia a danno dell’Unione europea. La troika europea tenta d’imporre gli interessi dei creditori alla Grecia, così come a rafforzare le sanzioni economiche contro la Federazione russa e a rafforzare la partnership con la NATO per ridisegnare la mappa geo-politica ed economica dell’Europa. Senza dubbio, l’intransigenza delle autorità europee ha spinto Atene ad ‘assumere posizioni di maggiore convergenza con Mosca. Finora, i creditori continuano a rifiutarsi di modificare i termini del debito (la Grecia ha un debito di 315 miliardi di euro, pari al 175% del PIL). Settimane prima delle elezioni, la troika europea (composta da Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione europea) aveva chiarito che se Atene osava abbandonare i programmi di aggiustamento strutturale, le fonti del finanziamento estero si sarebbero chiuse. Tuttavia, è evidente che qualsiasi strategia per una ripresa e per sostenere crescita economica e creazione di posti di lavoro della nuova amministrazione greca, è incompatibile con le proposte della troika europea (1). Negli ultimi 5 anni, le politiche di austerità fiscale hanno imposto all’economia greca un calo del 25% del PIL. I programmi di aggiustamento strutturale non hanno dinamizzato l’attività economica, ma rafforzato la spirale depressiva: la deflazione è divenuta una tendenza cronica (nel dicembre 2014, i prezzi al consumo registrarono un calo del 2,6% annuale), il tasso di disoccupazione ha superato il 25% e presso la gioventù la disoccupazione arriva al 50%. Nonostante ciò, i capi di Bruxelles insistono nel portare avanti e ampliare la privatizzazione di imprese e servizi pubblici, diminuire la spesa sociale, deregolamentare il lavoro, ecc.
Si noti inoltre che il conflitto in Europa non è solo sul piano economico, ma anche sul piano delle tensioni geopolitiche nell’Europa orientale, per il controllo territoriale e la sovranità sulle risorse naturali strategiche. Dopo gli scontri tra nazionalisti e separatisti nella città di Mariupol (nell’est dell’Ucraina) l’ultima settimana di gennaio, l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) accusava i russi delle violenze (2). Il giorno dopo l’Unione europea emetteva una dichiarazione per imporre, a nome dei 28 Stati membri, nuove sanzioni economiche contro il Cremlino (3). Tuttavia, il governo di Alexis Tsipras (primo ministro della Grecia) rifiutava tale dichiarazione (4). Il 28 gennaio, Panagiotis Lafazanis (responsabile del Ministero della ricostruzione della produzione, ambiente ed energia) ha affermato categoricamente: “la Grecia non ha alcun interesse ad imporre sanzioni alla Russia. Non abbiamo differenze con la Russia e il popolo russo” (5). In modo straordinario, la diplomazia ellenica usa la sua posizione verso la crisi in Ucraina e la Russia quale moneta di scambio nelle trattative con i creditori. Da una parte richiede un dialogo rispettoso dall’Unione europea, essendo inaccettabile trattare la Grecia come ‘Paria’ per il suo elevato indebitamento. Dall’altra parte, ha confermato la posizione contro l’unilateralismo di Bruxelles. “La Grecia non deve essere parte del problema o tagliare i rapporti storici con la Russia, ma può giocare un ruolo speciale nella mediazione e nello sviluppo delle trattative tra le parti (…)” l’Unione europea dovrebbe considerare una volta per tutte cosa vuole fare con la Russia a lungo termine, piuttosto che reagire in modo moralmente diretto e schietto, ma spasmodico”, ha dichiarato il ministro degli Esteri della Grecia Nikos Kotzias (6).
D’altra parte, il Cremlino promuove, tramite il ministero degli Esteri greco, la diminuzione dell’intensità dell’offensiva economica di Unione europea e Stati Uniti, laddove le nuove sanzioni coinvolgono l’industria dell’energia e della difesa, così come bloccare l’accesso alla società di comunicazioni interbancarie e finanziarie internazionale (SWIFT, dal suo acronimo in inglese), che danneggerebbe l’economia russa in proporzioni drammatiche. Il Presidente Vladimir Putin considera l’approfondimento della crisi, se Alexis Tsipras non raggiungesse un accordo con Bruxelles, e pertanto il suo governo non esclude di sostenere l’economia greca. “Possiamo immaginare la situazione, se c’è una richiesta di aiuto al governo russo, la considereremo prendendo in considerazione tutti i fattori del nostro rapporto bilaterale; tutto quello che posso dire è che se c’inviano una richiesta, la considereremo”, ha detto Anton Siluanov, ministro delle Finanze russo, in un’intervista alla CNBC (7). In risposta, Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, ha lanciato un ultimatum al ministero degli Esteri greco: “non credo che la Russia possa sostituire la solidarietà europea” (8). Atene non ha alcun interesse a sviluppare relazioni con la Russia su un piano vago, ma con un supporto decisivo. Di conseguenza, anche prima della scadenza del credito cautelare del 28 febbraio, gli sforzi del governo greco si concentreranno sui colloqui con la troika. “Abbiamo serie trattative con i nostri partner in Europa e coloro che ci hanno dato credito. Abbiamo degli obblighi con loro“, ha detto Alexis Tsipras a Nicosia, al termine di una riunione con il presidente cipriota Nikos Anastasiades (9). Ha anche sottolineato che non c’è finora alcuna intenzione di abbandonare l’Unione monetaria da parte del suo governo. “La zona Euro senza Cipro e Grecia amputerebbe l’Europa sud-orientale”, ha detto. Tuttavia, lo smantellamento dei meccanismi istituiti sul controllo dei prestiti è ritenuto necessario: “Penso che sia ora di sostituire la troika, perché l’Europa ha bisogno di una tregua. La troika è stata criticata per mancanza di legittimità. Sostituirla sarebbe un importante passo istituzionale per il bene della Grecia e dell’Europa” (10).
L’approvazione di Jean-Claude Juncker (presidente della Commissione europea) nel smontare i meccanismi dei negoziati della troika con la Grecia, così come il sostegno del presidente Barack Obama ai piani economici del primo ministro Alexis Tsipras, evidenziano le ansie di Bruxelles e Washington per l’ascesa elettorale della sinistra (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, ecc.) e la loro vicinanza diplomatica con la Russia. Insomma, la vittoria di Syriza nelle elezioni del 25 gennaio sul neoliberismo, ha scatenato le spettacolari mosse del governo greco per una rapida trasformazione della mappa economica e geo-politica dell’Europa in collaborazione con Mosca.

kotziasNote
1 «Syriza has bold solutions to the forces of austerity that are strangling Europe», Costas Lapavitsas, The Guardian, 2 febbraio 2015.
2 «EU to tighten noose on Russia, expected to extend sanctions», Russia Today, 29 gennaio 2015.
3 «Declaración de los jefes de Estado o de Gobierno de la Unión Europea sobre Mariupol», Rete Voltaire, 27 gennaio 2015.
4 «Grecia denuncia manipulación de la Unión Europea sobre Ucrania», Rete Voltaire, 28 gennaio 2015.
5 «Greece Steps Back Into Line With European Union Policy on Russia Sanctions», Andrew Higgins, The New York Times, 29 gennaio 2015.
6 «Foreign Minister: ‘Greece should not be treated as a pariah», Phantis, 1 febbraio 2015.
7 «Russia extends olive branch to Greeks», Geoff Cutmore e Jeny Cosgrave, CNBC, 30 gennaio 2015.
8 «Germany’s Schaeuble doesn’t like Greek proximity to Russia», Reuters, 2 febbraio 2015.
9 «Greece not negotiating financial aid from Russia ‘right now’ – PM», Russia Today, 2 febbraio 2015.
10 «Greece says not in ‘Wild West showdown’ with Europe», Reuters, 3 febbraio 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un “cavallo di Troia” di Soros nel governo di Tsipras?

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 29/01/20155d149eee16204c82fd432f052966a570Mentre la Grecia festeggia la nomina del governo anti-austerità, l’euforia va temperata con un po’ di realismo. Anche se il nuovo primo ministro Alexis Tsipras, che ha chiamato il figlio Ernesto in onore del rivoluzionario Ernesto Che Guevara, e la stragrande maggioranza della nuova Coalizione di governo della sinistra radicale (SYRIZA) ha buone credenziali di sinistra e filo-lavoratori, lo stesso non si può necessariamente dire dell’uomo che Tsipras ha scelto quale nuovo ministro delle Finanze della Grecia. Yanis Varoufakisis, cittadino australiano che ha studiato in Gran Bretagna e ha lavorato come professore presso l’University of Texas. L’Europa ha assistito a conflitti di lealtà di chi ha doppia cittadinanza, quando prendono il potere nei Paesi dell’Europa orientale, in particolare in Ucraina, dove la statunitense Natalie Jaresko è divenuta ministra delle Finanze per somministrare all’Ucraina le “pillole avvelenate” dell’austerity dell’International Monetary Fund (FMI) e della Banca centrale europea (BCE). Oggi, le nazioni dell’Europa centro-orientale sono occupate da globalisti palesi e del tipo “cripto”, con molti cittadini o residenti in altre nazioni, come Varoufakis. La ministra delle Finanze della Romania, Ioana Petrescu, s’è laureata Wellesley e Harvard ed era membro dell’Istituto Nazionale Repubblicano del partito repubblicano statunitense e del neo-conservatore e russosfobo American Enterprise Institute (AEI). Ed è anche ex-professoressa presso l’Università del Maryland. Anche se i legami di destra di Petrescu a Washington sembrano in contrasto con quelli di Varoufakis alla Brookings Institution neoliberista, nel mondo del “far credere” alle differenze politiche Petrescu e Varoufakis sono due facce della stessa medaglia. Quando si segue il denaro che ha contribuito a nominare tali due ministri delle finanze, come anche Jaresko, tutte le strade portano a Washington e alle entità alimentate dalla Central Intelligence Agency e dalla sua miriade di entità di facciata.
Il curriculum vitae di Varoufakis, come quello di Jaresko, puzza di intrecci con il globalista George Soros. Per un ministro delle finanze, se crediamo alle notizie della stampa aziendale, che contesta le misure di austerità dettate ai precedenti falliti governi, conservatore e socialdemocratico, della Grecia dalla “troika” di FMI, BCE e Commissione europea, Varoufakis ha un passato in stretta relazione con le entità globali che dovrebbe combattere. Varoufakis fu “economista ospite” della Valve Corporation, un ramo dei videogioci sempre sospettato di appartenere alla Microsoft Corporation dell’estremista globalista Bill Gates. I segnali di allarme che Varoufakis sia un “cavallo di Troia” dei banchieri globali abbondano. In primo luogo, Varoufakis fu consigliere economico del fallito governo socialdemocratico PASOK del primo ministro George Papandreou, l’uomo che per primo impose alla Grecia misure di austerità draconiane. Varoufakis ora sostiene che fosse ardentemente contrario all’accordo di Papandreou con la “troika”, ma nessuno potrà mai sapere quanto il ministro della Finanza, ora anti-austerity, fosse d’accordo mentre consigliava Papadreou sul corretto modo di agire nel risolvere l’enorme problema del debito della Grecia. Varoufakis è un caro amico e co-autore dell’economista e professore dell’Università del Texas James K. Galbraith, figlio della defunta “eminenza grigia” degli economisti statunitensi John Kenneth Galbraith. I legami di Galbraith con le élite bancarie globali sono esemplificati dalla sua posizione di studioso ospite all’elitario Brookings Institution di Washington. In altre parole, anche se la biografia di Tsipras suggerisce buona fede a sinistra, il passato di Varoufakis indica che il nuovo ministro delle Finanze della Grecia è a suo agio con le élite banchiere che massacrano l’anima della nazione greca con la lama affilata dell’austerity che taglia sicurezza sociale, sanità pubblica e altri servizi pubblici di base. La prefazione al libro di Varoufakis, “Una modesta proposta”, che si occupa della crisi finanziaria in Europa e i cui co-autori sono James Galbraith e l’ex-parlamentare inglese Stuart Holland, è stata scritta dall’ex-primo ministro francese Michael Rocard. Rocard ha chiesto all’Unione europea di nominare un “uomo forte”, e la scelta di Rocard è il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, lo stesso che ha avvertito il nuovo governo SYRIZA nel rispettare gli accordi di austerità stipulati dai passati governi conservatore e del PASOK. Holland, consigliere dell’ex-primo ministro greco Andreas Papandreou, insieme al presidente francese François Mitterand, stilò nel 1986 l’Atto unico europeo, una delle carte che ha contribuito a creare il sistema finanziario dell’Unione europea che svuota l’economia greca nel nome dell’austerity.
yannis-varoufakis L’adesione di Varoufakis a Fondo monetario internazionale e sistema bancario europeo è evidente da ciò che ha scritto sul suo sito web. Dopo l’appello degli autori finanziari statunitensi Paul Krugman e Mark Weisbrot alla Grecia, affinché segua l’esempio dell’Argentina sul default del proprio debito e ad uscire dalla zona euro, Varoufakis sostiene che la Grecia deve “sorridere e sopportare” le misure imposte dai banchieri e dal governo tedesco in quanto membro della zona euro. Ciò significa che il ministro delle Finanze di SYRIZA si arrese ai capricci dei banchieri molto prima della vittoria elettorale di SYRIZA. Considerando le indiscutibili credenziali di sinistra di molti membri del governo greco, i banchieri hanno, per lo meno, un complice nel ministro delle Finanze sul lato greco delle trattative sul futuro dell’economia della nazione e sull’impopolare austerity imposta dalla Troika che ha portato SYRIZA al potere. Sebbene Varoufakis sia pronto a stipulare qualsiasi accordo con i banchieri mondiali ed europei, i suoi colleghi del governo di coalizione SYRIZA, alleatisi con il Partito dei greci indipendenti della destra anti-UE, non seguiranno i diktat europei quando si tratterà di decidere di continuare l’austerity e neanche le sanzioni dell’UE contro la Russia. Non appena Tsipras è divenuto primo ministro, ha criticato l’UE per l’avviso di ulteriori sanzioni alla Russia per l’Ucraina. Tsipras ha detto che la dichiarazione anti-Russia del Consiglio europeo è stata diffusa senza il consenso della Grecia. Il nuovo ministro degli Esteri della Grecia, Nikos Kotzias, è come Varoufakis un accademico. Tuttavia, a differenza di Varoufakis, Kotzias è un ex-comunista e professore, e non presso un’università straniera. Kotzias e Tsipras adempiono alla promessa di opporsi alle sanzioni attuali e future dell’Unione europea contro la Russia, cosa che non li rende agenti di Soros, che ha le sue grinfie su Varoufakis. Kotzias ha il potere di porre il veto a sanzioni nuove o rinnovate contro la Russia, si oppone al dominio tedesco in Europa ed è stato un comunista convinto che sostenne la repressione attuata dal leader comunista polacco Wojciech Jaruzelski contro il movimento sindacale Solidarnosc in Polonia nel 1980, un fatto che lo pone in disaccordo totale con il presidente polacco dell’UE Donald Tusk, un attivista del movimento Solidarnosc che vuole imporre ulteriori misure punitive alla Russia. Con una mossa che sconvolgerebbe gli interventisti di UE e NATO, Kotzias si troverà più a suo agio a Mosca che a Bruxelles o Berlino. Il presidente russo Vladimir Putin ha già avviato il processo per più stretti rapporti con il nuovo governo di Atene. La National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti ha probabilmente iniziato “l’ondata” della sorveglianza su tutti i collegamenti ufficiali tra Atene e Mosca e certamente messo la Grecia, come Russia, Turchia, Brasile, Ungheria, Venezuela, Iran, Siria e Libano nella categoria delle nazioni ostili “bersaglio” dell’intelligence delle comunicazioni o SIGINT.
La Grecia, che ha inventò l’arma del cavallo di Troia contro Troia, deve stare in guardia contro i cavalli di Troia come Varoufakis, piazzati nel nuovo governo greco.

Nikos Kotzias

Nikos Kotzias

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Names

Robert Hutchings

Nota del traduttore:
Yanis Varoufakis ha insegnato (ripeto insegnato, non studiato) nel 2013 presso la Lyndon B. Johnson School of Public Affairs, un’università impegnata nel creare leaderships e politiche pubbliche socio-economiche negli USA e all’estero. Si occupa parecchio di Guerra Fredda, Europa orientale e spazio ex-sovietico, avendo avuto quali presidi, negli ultimi 10 anni, l’ammiraglio Bobby Ray Inman e l’ambasciatore Robert Hutchings. Inman è stato direttore della NSA e inoltre, proprio come Varoufakis, è sempre stato attento alle aziende dedite allo sviluppo di nuove tecnologiche. Infatti, oltre a presiedere numerosi consigli di amministrazioni è anche fiduciario della California Institute of Technology; è stato CEO della Microelectronics and Computer Technology Corporation (MCC) di Austin, Texas, città in cui si trova la LBJ School of Public Affairs; presidente e CEO della Westmark Systems, Inc., industria elettronica, e infine presidente della Federal Reserve Bank di Dallas dal 1987 al 1990. Inman, negli anni ’80 permise la vendita di armamenti per 30 milioni di dollari al Sud Africa razzista, violando l’embargo imposto proprio da Washington.
Hutchings, ufficiale dell’US Navy, ex-ambasciatore ed esperto di affari europei, fu presidente del National Intelligence Council nel 2003-2005. Il 15 dicembre 2009 fu nominato preside della LBJ School of Public Affairs dell’Università del Texas, ad Austin. Dal 1992-1993, fu consulente speciale del segretario di Stato, con il rango di ambasciatore, del programma degli USA di assistenza per la democrazia nell’Europa orientale. Dal 1989 al 1992, Hutchings fu direttore del National Security Council per gli affari europei e lavorò per Radio Free Europe, l’emittente della CIA poi acquisita da George Soros.
Robert Hutchings, a Fox News, in relazioni all’abbattimento del volo MH17, disse: “Penso che sia chiaro che siamo entrati in una nuova fase di violenze in Ucraina, istigate dalla Russia e dai separatisti russi. Così la pressione… è aumentata di molto“. Yanis Varoufakis, a una domanda sulla questione ucraina, ha risposto, “l’Ucraina dovrebbe essere stabilizzata e la Russia democratizzata”.

La “de-dollarizzazione” avanza: la Russia compra più oro in sei mesi, e continua a vendere buoni del Tesoro USA

Tyler Durden Zerohedge 18/01/2015commemorative-coins-mark-reunification-of-russia-and-crimea-4-630x470Le voci sulla Russia che vende le proprie riserve auree, ormai è chiaro, sono esagerate dato che non solo Putin non vende, ma le riserve auree russe sono anche aumentate in sei mesi, a dicembre, di quasi 46 miliardi di dollari (vicino al picco dell’aprile 2013). Sembra che le chiacchiere su “la Russia vende” siano volte a ridurre i prezzi permettendo di raccogliere beni fisici non fiat a prezzi inferiori. D’altra parte, i russi continuano un altro trend, riducendo l’esposizione verso il Tesoro USA per il 20° mese consecutivo, le partecipazioni della Russia nel debito del Tesoro USA sono scese di anno in anno, rafforzandone le vendite.

Comprare a basso prezzo…
Le riserve auree Russia sono balzate per sei mesi fino a dicembre, quasi pari al picco dell’aprile 2013…

20150118_russia1e vendere al rialzo…
Il possesso russo di buoni del Tesoro USA ad oggi è il secondo più basso dal 2008…

20150118_russia

Sembrerebbe il maggior passaggio, di cui nessuno parla, tra fiat e non-fiat e tra carta e beni fisici verificatosi in Cina e Russia.
Grafici: Bloomberg

Alcuni hanno commentato sul balzo “senza precedenti” dei capitali dalla Russia, ma come spiega il Dr. Constantin Gurdjiev, gli ‘analisti’ occidentali sembrano aver dimenticato un paio di cose…
La Banca centrale della Russia ha pubblicato i dati dei deflussi di capitale del 2014, suscitando l’allegro chiacchiericcio di funzionari ed accademici degli Stati Uniti che allegramente prevedevano la scomparsa dell’economia russa. Le cifre sono pessime: i deflussi netti ufficiali di capitali sono pari a 151,5 miliardi di USD, circa 2,5 volte il tasso di deflusso nel 2013, di 61 miliardi. I deflussi del Q1 furono di 48,2 miliardi, nel Q2 di 22,4 miliardi, nel Q3 2014 di 7,7 miliardi e nel Q4 2014 a 72,9 miliardi. Così, nel Q4 2014 i deflussi, in confronto, furono maggiori ai deflussi di tutto il 2013. Vi sono, tuttavia, alcune precisazioni che gli analisti occidentali dell’economia russa tendono ad ignorare:
• I 19,8 miliardi di USD di deflussi nel Q4 2014 derivavano dalle nuove misure per l’approvvigionamento di liquidità da parte della BC di Russia, estendendo nuove linee di credito alle banche russe. In altre parole, si tratta di prestiti. Si può presumere che le banche ne vadano in default o che ripagheranno i prestiti. Nel primo caso, le uscite non saranno reversibili, nell’ultimo si.
• I deflussi netti di capitali dei Q1-Q3 2014 sono stati valutati con il rimborso delle banche dei finanziamenti esteri (ricordate che le sanzioni alle banche si sono avute nei Q2-Q3 2014) pari a 16,1 miliardi di USD. È possibile chiamarli deflussi dei fondi o pagamento dei debiti. La prima suona inquietante, assai meno la seconda, ripagare i debiti migliora bilanci. Non siate così apocalittici, quindi. Non abbiamo ancora i dati aggregati relativi per il Q4 2014, ma su base mensile, gli stessi deflussi del settore bancario furono pari ad almeno 11,8 miliardi di USD. Ecco i 27,9 miliardi di USD dovuti allo sganciamento delle banche nel 2014. Anche in questo caso, può essere un male, ma anche un bene. Oppure semplicemente più sfumato da ciò che suggeriscono i titoli urlati.
• I rimborsi del debito, la riduzione della leva finanziaria nel settore non bancario è stata maggiore nel Q4 2014 e solo i rimborsi dei debiti previsti ammontano a 34,8 miliardi di dollari. Oltre a ciò, non abbiamo idea se siano rimborsi imposti (o non pianificati).
Quindi, solo nei Q3-Q4 2014, i rimborsi delle banche programmati erano pari a 45,321 miliardi di USD e i riscatti aziendali programmati erano pari a 72,684 miliardi di USD. In termini semplici, 118 miliardi di dollari o 78 per cento di catastrofica fuga di capitali dalla Russia nel 2014, sono dovuti a rimborsi dei debiti bancari e non a fuga di ‘investitori’ o di depositanti; in parte una forzata restituzione del debito. Mettiamola su una prospettiva leggermente diversa. Qualunque sia la vostra idea delle politiche europee e statunitensi nella crisi finanziaria globale e conseguente grande recessione, la pietra angolare di tali politiche era lo ‘sganciamento (deleveraging) ovvero le banche che rimborsano i debiti’. La Russia non ha adottato da sé tale politica, ma è stata costretta dalle sanzioni sganciando banche e aziende russe (anche quelle non direttamente sanzionate) dai mercati del credito occidentali. Ma se pensate che tale passo sia catastrofico per l’economia russa, indotto dal Cremlino, dovreste porvi un paio di domande sulle politiche di deleveraging di Stati Uniti ed europee. E dopo fate un pensierino sui restanti 33 miliardi di dollari di deflusso, che riguardano la dollarizzazione dei conti delle famiglie russe (conversione dei rubli in dollari e altre valute), gli effetti dei cambi in valute diverse dal dollaro USA, le valutazioni mutevoli sulle riserve auree, ecc.
Come direbbe qualcuno, si guardi la Grecia… Sì, le cose sono pessime in Russia. Sì, lo sganciamento è imposto e doloroso. Sì, i deflussi di capitali sono enormi. Ma, un aspetto positivo c’è: la maggior parte della fuga di capitali che gli analisti occidentali condannano, migliora i bilanci russi e riduce il debito estero russo. Non sarebbe troppo male, giusto? Perché se fosse così, allora Grecia, Cipro, Spagna, Italia, Irlanda, Portogallo, Francia e così via… s’immaginerebbero un loro processo di ‘sganciamento’…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Scisto: lo scoppio della bolla

Jacques Sapir Russeurope 13 gennaio 2015Shale gas EROILa riduzione del numero di impianti di perforazione di petrolio di scisto è accelerata dall’inizio anno. Gli impianti di perforazione orizzontale rappresentano più della metà della riduzione nella prima settimana del 2015. In realtà, ci si può aspettare una riduzione di oltre il 30% degli impianti di perforazione negli Stati Uniti Uniti nelle prossime 10 settimane. Tale calo riguarda tutti i giacimenti. Nel Texas e New Mexico, dove si trova un terzo delle strutture (502 su 1482 al 31 dicembre 2014), la caduta nella prima settimana del 2015 riguardava 28 impianti o il 5,6% del totale. Il fenomeno è diffuso in tutti i giacimenti.

Le conseguenze per la produzione negli Stati Uniti e i prezzi
Attualmente la produzione continua ad aumentare negli Stati Uniti. Si prevede raggiunga i 9,5 milioni di barili/giorno, probabilmente tra fine di marzo e primi di aprile. Ma è noto che il ciclo di produzione è di 3 – 6 mesi. Ciò implica che la diminuzione degli impianti e gli effetti dei primi fallimenti si moltiplicheranno nelle prossime settimane, affliggendo la produzione tra giugno e agosto 2015, per crescere nella 2° metà del 2015. La riduzione nella produzione giornaliera di almeno il 10% e forse più, dovrebbe avvenire entro la fine dell’anno. Non possiamo escludere che alla fine del 3° trimestre e inizio del 4 ° trimestre si torni a una produzione (negli Stati Uniti) di 8,2-8,6 milioni di barili al giorno. Gli effetti sul prezzo del petrolio, chiaramente spettacolari, amplificheranno anche la sostanziale speculazione attuata da banche e varie società finanziarie. Quindi, dovremmo aspettarci un forte calo, il prezzo del Brent a meno 40 dollari e il WTI a meno di 35 dollari, mentre la produzione non diminuirà. Ma quando la produzione scenderà e, ovviamente, tanto più se tale calo sarà deciso e veloce, le aspettative muteranno. Tale passo sarà più brusco di quanto il precedente calo sia stato netto. Tuttavia, è probabile che i principali operatori del mercato petrolifero non permetteranno che i prezzi aumentino troppo oltre i 70 dollari al barile. A quel prezzo, gran parte della produzione non è più vantaggiosa o lo è solo assai marginalmente. In sintesi, il calo dei prezzi è destinato a continuare fino a marzo o aprile. Il “rimbalzo” dovuto al mutamento delle aspettative dovrebbe avvenire tra maggio e luglio 2015 e dovrebbe comportare un prezzo “normale” pari a 70-80 dollari, nel novembre 2015. Va notato ciò che si aspettano le dirigenze delle maggiori compagnie petrolifere russe. Uno scenario già in gran parte scritto. L’unica incertezza è il momento (inizio giugno – fine luglio) e l’entità del balzo (lenta ascesa verso i 70 dollari al barile o rapido aumento, successico a un più netto ribasso).

Vincitori e vinti
Tali movimenti influenzeranno le economie di Stati Uniti e altrove. E’ già chiaro che due Paesi beneficiano massicciamente dal calo dei prezzi del petrolio, Giappone e Germania, che non hanno petrolio e ne sono grandi importatori. Nel caso degli Stati Uniti, il quadro è molto più complesso. Bisogna fare attenzione agli effetti contraddittori e soprattutto vedere che tali effetti non si verificano contemporaneamente.
1. Un effetto benefico, data l’importanza dei prezzi del carburante per la popolazione e il basso livello delle imposte su tale prezzo. Il calo dei prezzi alla produzione si traduce rapidamente nella riduzione dei prezzi “alla pompa”. Ciò riguarda le industrie ad alta intensità energetica (come quelle chimiche). Tale impatto è già evidente.
2. Ma dobbiamo considerare gli effetti diretti e indiretti della crisi sull’industria del petrolio di scisto. Dal punto di vista diretto, ciò si tradurrà in molti fallimenti (da aprile ai primi di novembre) di società impegnate nella produzione e nel subappaltato. Già l’US Steel ha annunciato la chiusura della produzione per il repentino calo della domanda di acciaio per fabbricare attrezzature per perforazioni. Tuttavia, l’economia del petrolio (e gas) di scisto rappresenta, direttamente o indirettamente, per via dell’influenza su consumi e redditi delle famiglie che vi lavorano, circa la metà dei posti di lavoro creati negli ultimi tre anni. Se ci sarà, come previsto, un’ondata di fallimenti, si tradurrà in licenziamenti in massa. Tali licenziamenti avranno un effetto moltiplicatore sui servizi (moltiplicatore che può essere stimato pari a 2,3-2,7 posti di lavoro per ognuno diretto perduto). Data la grande flessibilità del mercato del lavoro negli Stati Uniti, una parte dei lavoratori licenziati troverebbe lavoro 6-9 mesi dopo il licenziamento, ma non con lo stesso stipendio. Infatti, i salari nell’industria dello scisto petrolifero sono superiori, a pari qualifica, del 15 – 25% dal resto dell’economia. Tra disoccupati “netti” e personale costretto ad accettare un posto di lavoro dalla retribuzione più bassa, ci potrebbe essere un calo dell’1% – 2% della massa salariale totale negli Stati Uniti, e un più basso (2-3%) consumo delle famiglie, perché si avrà un cambio nel risparmio, come accade sempre in presenza di significative difficoltà economiche. Tale fenomeno durerà da fine estate 2015 all’estate 2016. Tuttavia, tale impatto si combinerà con l’aumento dei prezzi del petrolio. Il risultato sarebbe una contrazione dei consumi nel Q4 2015 o Q1 2016 che potrebbe essere superiore al previsto.
3. Gli effetti indiretti della crisi, in particolare nel settore bancario, saranno ampi. L’indebitamento netto stimato delle aziende specializzate nella produzione di petrolio di scisto è pari a 200 miliardi. Se aggiungiamo i subappaltatori, ma anche il debito societario di aziende in cui il petrolio di scisto non è l’attività principale, ma un’attività importante, il debito arriverebbe a 310-330 miliardi. Se si aggiungono, infine, derivati e attività finanziate connesse ai ricavi dell’industria dello scisto bituminoso (come la costruzione di alloggi per affrontare il boom immobiliare verificatosi nei giacimenti operativi) si arriverebbe a 420-450 miliardi di dollari. Di tale importo, circa 300-350 miliardi diverranno nei prossimi mesi “cattivi debiti”. L’impatto sui bilanci delle banche, in quanto i debiti sono cartolarizzati, sarà molto sensibile. E’ chiaro che ciò peserà sulle azioni della FED, che dovrà essere estremamente cauta nella gestione dei tassi di interesse.
4. A lungo termine, dobbiamo aspettarci un calo del dollaro e quindi un ritorno del tasso di cambio Dollaro/Euro pari a 1,25 – 1,30 entro l’inizio del prossimo anno. La tendenza al ribasso dell’euro potrebbe annullarsi al Q4 2015, minando ulteriormente il timido (e fragile) “recupero” che si pretende di vedere nella zona euro.
Tali fattori suggeriscono quindi una continuazione della crescita negli Stati Uniti nel Q1 2015, seguita da flessione e deterioramento sempre più netto nel 3° e 4° trimestre.

La situazione in Russia
Prendendo in considerazione, in tale contesto, la situazione economica e finanziaria in Russia, in primo luogo è necessario sapere che la soglia di pareggio delle attività petrolifere (e affini) è di 3000 rubli al barile. Ciò significa che se il prezzo del barile del Brent scendesse sotto i 50 dollari al barile, il tasso di cambio del rublo non sarà superiore ai 60 rubli per dollaro. Infatti, si prevede un tasso di cambio tra 65 e 70 rubli per dollaro, se i prezzi del petrolio continuano a scendere. Tuttavia, le prospettive non sono negative nel medio termine. Da un lato, se il prezzo del petrolio salisse a 70 dollari, il tasso di cambio del rublo dovrebbe passare a 45 rubli per dollaro entro la fine dell’anno. D’altra parte, declineranno i rimborsi delle società russe alle istituzioni finanziarie estere, alleggerendo notevolmente la situazione sul mercato valutario.Senza nomeTuttavia, l’avanzo commerciale trimestrale della Russia è di almeno 40 miliardi di dollari. Vediamo che il surplus commerciale (esportazioni – importazioni) copre ampiamente le esigenze di finanziamento delle società russe. Da questo punto di vista, è chiaro che la situazione finanziaria in Russia migliorerà nel corso dell’anno, soprattutto nella 2.nda metà, con un assai probabile aumento dei prezzi del petrolio. La Russia in realtà appare un po’ vulnerabile alla temporanea riduzione del prezzo del petrolio. Per contro, lo scoppio della “bolla del petrolio di scisto”, ormai incombente, potrebbe avere ben più gravi conseguenze per l’economia degli Stati Uniti.

USA_Alaska_DutchHarbor_CaptainsBay_ShellOil_KullukOilRig_MakushinRange_ReflectionTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Principe saudita avverte “non vedremo più il petrolio a 100 dollari”, definisce idiozie la cospirazione anti-Russia

Tyler Durden Zerohedge 11/01/201521oil-span-600Parlando di soldi, miele per le sue orecchie, il miliardario principe saudita Walid bin Talal ha detto a Maria Bartiromo che l’impatto negativo del calo del 50% del petrolio è ampio e profondo. Come rivela a USA Today, il principe della famiglia reale saudita ha detto che sebbene non sia d’accordo con il governo su molti aspetti, lo è nella decisione di mantenere la produzione alta, aggiungendo che “se l’approvvigionamento resta dove è, e la domanda rimane debole, è meglio credere di ridurla. Sono sicuro che ‘il re non rivedrà il petrolio a oltre 100 dollari… il petrolio oltre i 100 è artificiale. Non è corretto. Sulla teoria che Stati Uniti e sauditi abbiano deciso di mantenere i prezzi bassi per fare pressione sulla Russia, il principe esclama “idiozie e spazzatura”, aggiungendo che “Arabia Saudita e Russia vanno a nozze qui… venendone entrambe colpite“.
Tratto da USA Today,
D: Può spiegare la strategia dell’Arabia Saudita sulla riduzione della produzione di petrolio?
R: L’Arabia Saudita e tutti i Paesi sono stati colti di sorpresa. Nessuno prevedeva che stesse per succedere. Chi dice che era previsto il 50% di calo (del prezzo) non dice la verità. Perché il ministro del petrolio in Arabia Saudita, solo a luglio, disse pubblicamente che 100 dollari sono un buon prezzo per consumatori e produttori. E meno di sei mesi dopo il prezzo del petrolio crolla del 50%. Detto ciò, la decisione di non ridurre la produzione era prudente, intelligente e scaltra. Perché l’Arabia Saudita doveva tagliare la produzione di 1-2 milioni di barili, se sarebbero stati prodotti da altri. Il che significa che l’Arabia Saudita avrebbe avuto due conseguenze negative, meno petrolio e prezzi più bassi. Così almeno sei colpito da un lato, la riduzione del prezzo del petrolio, ma non dalla riduzione della produzione.

D: Quindi, ciò è per non perdere quote di mercato?
R: Sì. Anche se sono in pieno disaccordo con il governo saudita, il ministro del petrolio e il ministro delle finanze su molti aspetti, in questo particolare caso sono d’accordo con il governo saudita nel mantenere la produzione.

D: Cosa muove i prezzi? Si tratta di offerta o della domanda? Alcuni dicono che ci sia troppo petrolio nel mondo, facendo pressione sui prezzi. Ma altri dicono che l’economia globale è lenta, quindi che sia la debolezza della domanda.
R: Entrambe le cose. Abbiamo un eccesso di offerta. L’Iraq in questo momento produce molto. Anche la Libia, dove c’è la guerra civile, ancora produce. Gli Stati Uniti ora producono petrolio e gas di scisto. Quindi c’è un eccesso di offerta sul mercato. Ma anche la domanda è debole. Sappiamo tutti che il Giappone ha una crescita intorno allo 0%. La Cina ha dichiarato una crescita del 6% o 7%. La crescita dell’India è stata dimezzata. La Germania ha riconosciuto solo due mesi fa di ridurre la possibile crescita dal 2 all’1%. C’è meno domanda e un eccesso di offerta. Ed entrambi sono ricette per la crisi del petrolio. Ed è ciò che è successo. Un gioco da ragazzi.

D: i prezzi continuano a scendere?
R: Se l’offerta rimane dov’è, e la domanda resta debole, è meglio credere che si ridurrà ancora. Ma se qualche fornitura viene tolta dal mercato, e c’è una certa crescita della domanda, i prezzi possono risalire, ma non sono certo che rivedremo i 100 dollari. L’ho detto un anno fa, il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari è artificiale. Non è corretto.

D: Wow. E ha detto che è d’accordo con il governo saudita nel non rinunciare a quote di mercato?
R: Questo è l’unico punto con cui concordo con il governo dell’Arabia Saudita sul petrolio. È l’unico punto, sì.

D: C’è il caso in cui i sauditi riducano la produzione accordandosi con gli altri Paesi produttori di petrolio, per riprendersi il mercato?
R: Francamente, mettere d’accordo tutti i Paesi OPEC, compresi Russia Iran e tutti gli altri, è quasi impossibile, e non si avrà mai un accordo in base al quale tutti riducano la produzione. Non possiamo fidarci di tutti i Paesi OPEC. E neanche dei Paesi non OPEC. Quindi non viene considerato, perché gli altri imbroglieranno. Il passato l’ha dimostrato. Quando l’Arabia Saudita ridusse la produzione negli anni ’80 e ’90, tutti truffarono sottraendoci quote di mercato. Inoltre, ricordate che c’è un ordine del giorno anche qui. Anche se Arabia Saudita e OPEC non hanno pianificato la riduzione del prezzo del petrolio, c’è un effetto collaterale positivo, per cui ad un certo prezzo vedremo molte aziende di produzione di petrolio di scisto cessare le attività. Quindi, anche se siamo stati presi alla sprovvista, vi capitalizziamo vivendo a 50 dollari temporaneamente e vedendo quante nuove fonti ci saranno, perché ciò renderà molti nuovi programmi economicamente impossibili.

D: E circa la teoria della pressione sui russi? C’è una teoria secondo cui Stati Uniti e sauditi hanno deciso di mantenere i prezzi bassi per fare pressione sulla Russia per quello che Putin ha fatto in Ucraina.
R: Due parole: idiozie e spazzatura. Lo dico, non c’è motivo per cui i sauditi lo facciano. Perché l’Arabia Saudita ne esce danneggiata quanto la Russia. Ora, non lo dimostriamo perché abbiamo grandi riserve. Ma dirò Arabia Saudita e Russia vanno a nozze qui, ed entrambe ne sono colpite contemporaneamente. Non c’è alcuna cospirazione politica contro la Russia, perché ci daremmo la zappa sui piedi, se lo facessimo.

D: Lei ha detto che il prezzo del petrolio smorzerà la rivoluzione dello scisto negli USA. Come?
R: Petrolio e gas di scisto sono nuovi prodotti su cui vediamo grandi scommesse. Nessuno sa con certezza quale sia il prezzo di rottura per lo scisto. I pozzi hanno costi di produzione più elevati e molto chiaramente ciò ne influenza l’attività, o almeno non sarà economico. A 50 dollari sarà ancora economicamente fattibile? Non è chiaro. È una storia molto lunga.

20150111_oil1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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