La strana morte di Hugo Chavez

Eva Golinger e Mike Whitney, Global Research, 26 aprile 2016

Leamsy Salazar (cerchiato)

Leamsy Salazar (cerchiato)

Eva Golinger, Credo che ci sia una possibilità molto forte che il presidente Chavez sia stato assassinato. C’erano noti e documentati tentativi di assassinarlo durante la sua presidenza. Degno di nota fu il colpo di Stato dell’11 aprile 2002, quando fu rapito e si decise di assassinarlo, se non fosse stato per la rivolta del popolo venezuelano e delle forze militari fedeli che lo salvarono, tornando al potere dopo 48 ore. Trovai le prove inconfutabili, utilizzando il Freedom of Information Act (FOIA), che CIA ed altre agenzie statunitensi fossero responsabili del colpo di Stato e che sostennero finanziariamente, militarmente e politicamente i partecipanti. Poi ci furono altri attentati contro Chavez e il suo governo, come ad esempio nel 2004, quando decine di paramilitari colombiani furono catturati in una fattoria presso Caracas, di proprietà di un attivista anti-Chavez, Robert Alonso, pochi giorni prima che attaccassero il palazzo presidenziale per uccidere Chavez. Ci fu un altro complotto, meno noto, contro Chavez scoperto a New York durante la visita all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2006. Secondo le informazioni dei suoi servizi di sicurezza, durante la ricognizione di sicurezza standard presso la sala della manifestazione pubblica in cui Chavez avrebbe affrontato gli Stati Uniti, in una rinomata università, alti livelli di radiazioni furono rilevati nella poltrona su cui avrebbe dovuto sedersi. Le radiazioni furono scoperte con un rivelatore Geiger, un dispositivo di rilevazione delle radiazioni che la sicurezza presidenziale utilizzava per garantirsi che il Presidente non fosse esposto a raggi nocivi. In quel caso, la sedia fu rimossa e le prove successive dimostrarono che emanava una quantità inusuale di radiazioni che avrebbero causato significativi danni a Chavez, che ne sarebbe morto se non fossero state scoperte. Secondo i resoconti della sicurezza presidenziale sull’evento, uno statunitense addetto al supporto logistico della manifestazione e che aveva portato la sedia, si scoprì essere un agente dell’intelligence degli Stati Uniti. Vi furono numerosi altri attentati ostacolati dai servizi segreti venezuelani ed in particolare dall’unità di controspionaggio della Guardia Presidenziale incaricata di scoprire e sventare tali minacce. Un altro tentativo ben noto fu nel luglio 2010, quando Francisco Chávez Abarca (nessuna parentela), un criminale sodale del terrorista di origine cubana Luis Posada Carriles, responsabile dell’attentato a un aereo cubano nel 1976 che uccise i 73 passeggeri a bordo, fu arrestato mentre entrava in Venezuela e confessò che era stato inviato ad assassinare Chavez. Solo cinque mesi prima, nel febbraio 2010, quando il Presidente Chavez presenziava ad un evento vicino al confine colombiano, le forze di sicurezza scoprirono un cecchino a poco più di un quarto di miglio di distanza dalla sua posizione, e fu successivamente neutralizzato. Se questi resoconti paiono fantascienza, furono ampiamente documentati ed erano reali. Hugo Chavez sfidò gli interessi dei più potenti, e si rifiutò di piegarvisi. Come capo di Stato della nazione dalle maggiori riserve di petrolio del pianeta, che apertamente e direttamente sfidava gli Stati Uniti e il dominio occidentale, Chavez era considerato un nemico di Washington e dei suoi alleati.
Quindi, chi sarebbe stato coinvolto nell’assassinio di Chavez, se fu assassinato? Certamente non ci vuole molto per immaginare che il governo degli Stati Uniti fosse coinvolto nell’assassinio politico di un nemico che dichiaratamente ed apertamente voleva che scomparisse. Nel 2006, il governo degli Stati Uniti creò un’unità speciale su Venezuela e Cuba sotto la direzione della National Intelligence. Tale unità d’intelligence d’élite fu accusata di ampliare le operazioni segrete contro Chavez attuando missioni clandestine dal Centro congiunto d’intelligence (CIA-DEA-DIA) in Colombia. Alcuni elementi si compongono come la scoperta di diversi stretti collaboratori di Chavez che poterono avvicinarlo per periodi prolungati e che fuggirono dopo la morte, e che oggi collaborano con il governo degli Stati Uniti. Se fosse stato assassinato con qualche esposizione ad alti livelli di radiazioni, o altro modo. inoculando o infettandolo con un virus cancerogeno, sarebbe stato fatto da qualcuno che poteva avvicinarglisi e di cui si fidava.

MW, Chi è Leamsy Salazar e com’è collegato alle agenzie d’intelligence statunitensi?
wpid-1440201182 Eva Golinger, Leamsy Salazar fu uno dei più stretti collaboratori di Chavez per quasi sette anni. Era un tenente colonnello della Marina venezuelana noto a Chavez per aver sventolato la bandiera venezuelana dal tetto della caserma della guardia presidenziale del palazzo presidenziale, durante il colpo di Stato del 2002, quando il salvataggio di Chavez era in corso. Divenne il simbolo delle Forze Armate fedeli che sconfissero il colpo di Stato e Chavez lo ricompensò facendone uno dei suoi aiutanti. Salazar era guardia del corpo e collaboratore di Chavez, gli portava caffè e pasti, stava al suo fianco, viaggiava con lui nel mondo e lo proteggeva nelle manifestazioni pubbliche. Lo conoscevo e gli parlai molte volte. Era uno dei volti noti che protessero Chavez per molti anni. Fu un membro chiave dell’élite della sicurezza di Chavez, che poteva avvicinare in privato e sapeva dei viaggi altamente confidenziali, della routine quotidiana, dei programmi e rapporti di Chavez. Dopo che Chavez scomparve nel marzo 2013, a causa del servizio e della fedeltà, Leamsy fu trasferito alla sicurezza di Diosdado Cabello, allora presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela e considerato una delle più potenti figure politiche e militari del Paese. Cabello era uno dei più stretti alleati di Chavez. Va notato che Leamsy rimase con Chavez durante la maggior parte della malattia fino alla morte e poté avvicinarlo come pochi, anche per la sua squadra di sicurezza. Incredibilmente, nel dicembre 2014, le notizie svelarono che Leamsy si era segretamente recato negli Stati Uniti dalla Spagna, dove era in vacanza con la famiglia. L’aereo che lo trasportò sarebbe stato della DEA. Fu messo sotto protezione testimoni e secondo notizie diede informazioni al governo degli Stati Uniti sui funzionari venezuelani coinvolti in un altro giro di narcotraffico. I media dell’opposizione in Venezuela affermarono che accusò Diosdado Cabello di essere un narco-boss, ma alcuna di tali informazioni fu verificata in modo indipendente, come né fascicoli giudiziari o accuse furono emesse, se esistono. Un’altra spiegazione dell’adesione al programma di protezione testimoni negli Stati Uniti potrebbe riguardare il coinvolgimento nell’assassinio di Chavez, possibilmente nell’ambito di un’operazione occulta della CIA, o anche eseguita sotto gli auspici della CIA, ma da elementi corrotti nel governo venezuelano. Prima che i Panama Papers venissero pubblicati, scoprì per caso indagando un corrotto alto e pericoloso individuo nel governo, che Chavez aveva licenziato in precedenza, ma che ritornò dopo la morte ed ebbe un incarico ancora più influente. Tale individuo collaborerebbe con il governo degli Stati Uniti. Persone del genere, che hanno lasciato che l’avidità oscuri la coscienza e coinvolte in attività criminali redditizie, potrebbero aver giocato un ruolo nella sua morte. Ad esempio, i Panama Papers smascherano un altro ex-aiutante di Chavez, il capitano dell’Esercito Adrian Velasquez, responsabile della sicurezza del figlio di Chavez. la moglie del capitano Velasquez, ex-ufficiale della Marina Claudia Patricia Diaz Guillen, fu l’infermiera di Chavez per diversi anni potendolo avvicinare senza sorveglianza. Inoltre, Claudia somministrava le medicine, le pillole e tutto ciò che riguardava il cibo di Chavez per numerosi anni. Appena un mese prima che la malattia mortale venisse scoperta nel 2011, Chavez nominò Claudia Tesoriere del Venezuela, facendone la responsabile monetaria del Paese. Non è ancora chiaro il motivo per cui fu nominata a tale importante posizione, considerando che era la sua infermiera e non aveva esperienza del genere. Fu licenziata subito dopo che Chavez morì. Il capitano Velasquez e Claudia appaiono nei Panama Papers come possessori di una società di copertura da milioni di dollari, ed hanno anche proprietà in una zona elitaria della Repubblica Dominicana, Punta Cana, dove le proprietà costano milioni e vi risiedono almeno dal giugno 2015. I documenti mostrano che subito dopo la morte di Chavez e che Nicolas Maduro fu eletto presidente nell’aprile 2013, il capitano Velasquez aprì una società off-shore, il 18 aprile 2013, presso la società panamense Mossack Fonesca, chiamata Bleckner Associates Limited. Un’impresa di investimenti finanziari svizzera, V3 Capital Partners LLC, afferma di aver gestito i fondi del capitano Velasquez, pari a milioni. E’ impossibile per un capitano dell’esercito aver guadagnato tale somma di denaro con mezzi legittimi. Né lui né la moglie Claudia sono tornati in Venezuela dal 2015. Il capitano Velasquez era particolarmente vicino a Leamsy Salazar.

MW, Può spiegare le circostanze sospette secondo cui Salazar fu trasportato sotto protezione dalla Spagna agli Stati Uniti su un aereo della Drug Enforcement Administration (DEA)? Non è alquanto strano? Per lo meno, suggerisce che Salazar agisse da agente di un Paese apertamente ostile verso il Venezuela? Era un collaboratore o un traditore. E’ d’accordo?
Eva Golinger, Naturalmente è molto sospetto che Salazar sia stato trasportato dalla Spagna, dove si trovava presumibilmente in vacanza con la famiglia, negli Stati Uniti su un aereo della DEA. Non c’è dubbio che collaborasse con il governo degli Stati Uniti e abbia tradito il suo Paese. Ciò che resta da vedere è il suo ruolo esatto. Somministrò il veleno a Chavez, o era uno dei complici come il capitano Velasquez o l’infermiera/tesoriera Claudia? Anche se tutto questo appare cospirazionismo, sono fatti che possono essere verificati in modo indipendente. E’ anche vero, secondo i documenti segreti declassificati degli USA, che l’esercito statunitense sviluppò un’arma a radiazioni da utilizzare per gli omicidi politici mirati nel lontano 1948. Le udienze della Commissione Church sull’assassinio Kennedy scoprirono anche l’esistenza di un’arma sviluppata dalla CIA per indurre infarti e tumori sui tessuti molli. Chavez è morto di un tumore aggressivo nei tessuti molli, e lo si scoprì quando era troppo tardi. Ci sono altre informazioni che documentano lo sviluppo di un “virus del cancro” quale arma presumibilmente utilizzata per uccidere Fidel Castro negli anni ’60. So che a molti sembra fantascienza, ma se si fanno delle ricerche si vedrà che ciò esiste realmente. Non credo a tutto quello che ho letto. Da avvocatessa e giornalista investigativa, ho bisogno di prove concrete e multiple da fonti verificabili. Anche se basta avere un documento ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti del 1948, è un fatto che il governo degli Stati Uniti sviluppasse un’arma radioattiva per gli omicidi politici. Più di 60 anni dopo possiamo solo immaginare quale sia oggi la loro capacità tecnologica.

MW, Può spiegare perché la DEA era coinvolta nell’operazione e non la CIA come molti si aspetterebbero?
Eva Golinger, Penso che la CIA sia coinvolta. Lavorano assieme su casi politici di alto profilo, operando dal centro congiunto d’intelligence in Colombia. Perché fu la DEA e non la CIA che portò Leamsy Salazar negli Stati Uniti non è stato ancora rivelato, ma non credo che significhi che la CIA non ne sia coinvolta.

MW, Una nota personale, Hugo Chavez era un gigante e un vero eroe. Vi prego ci dica cosa la sua perdita ha significato per lei personalmente e quale impatto ha avuto sul popolo del Venezuela?
Eva Golinger, La perdita di Hugo Chavez è stata devastante. Era mio amico e ho trascorso quasi dieci anni come suo consigliere. Il vuoto che ha lasciato è impossibile da sostituire. Nonostante i suoi difetti umani, aveva un cuore enorme e si dedicava veramente a costruire un Paese migliore per il popolo, e un mondo migliore per l’umanità. Curò profondamente tutte le persone, ma specialmente i poveri, trascurati ed emarginati. C’è una foto di Chavez presa da uno spettatore quando era a a una manifestazione nel centro di Caracas, attraversando la grande piazza chiusa dalla sicurezza. Tutto ad un tratto, vide un giovane scarmigliato e apparentemente drogato, appena in grado di stare in piedi e con abiti laceri. Per l’orrore delle guardie di sicurezza, Chavez gli andò incontro e con amore gli mise un braccio al collo offrendogli una tazza di caffè. Non giudicava il povero ragazzo, o lo rimproverava o mostrava disgusto. Lo trattava da essere umano, che meritava dignità. Vi rimase per un po’, raccontando storie e chiacchierando come vecchi amici. Quando se ne dovette andare, disse a una delle sue guardie di offrirgli tutto l’aiuto di cui aveva bisogno. Non c’erano telecamere, niente TV, niente pubblico. Non fu una trovata pubblicitaria. Era vera, seria cura e preoccupazione per un altro essere umano bisognoso. Pur essendo presidente e potente capo di Stato, Chavez si è sempre visto pari a tutti. La morte improvvisa ha avuto un tragico peso sul Venezuela. Purtroppo, chi ha lasciato in carica non è stato capace di gestire il Paese in questi tempi difficili. Una combinazione di corruzione e sabotaggio estero da parte delle forze d’opposizione (con il sostegno straniero) ha paralizzato l’economia. La cattiva gestione è stata diffusa e distruttiva. Le agenzie degli Stati Uniti e dei loro alleati in Venezuela hanno colto l’occasione per destabilizzare ulteriormente e distruggere i resti del chavismo. Ora cercano di offuscare e cancellare l’eredità di Chavez, ma credo che sia un compito impossibile. Anche se il governo attuale non sopravvive ai feroci attacchi, la memoria di Chavez in milioni di persone di cui ha influenzato e migliorato la vita, scatenerebbe una tempesta. Il “Chavismo” è diventato un’ideologia fondata sui principi di giustizia sociale e dignità umana. Ma alla gente manca terribilmente? Sì.cdn4.uvnimg.comEva Golinger è vincitrice del Premio Internazionale di Giornalismo in Messico (2009), chiamata “La Novia de Venezuela” dal Presidente Hugo Chávez, è avvocatessa e scrittrice di New York, che vive a Caracas, in Venezuela dal 2005; ed è autrice di best-seller come “Crociata USA contro il Venezuela. Decifrato il codice Chavez (Zambon 2006), “Bush contro Chávez: la guerra di Washington al Venezuela” (2007, Monthly Review Press) Dal 2003, Eva ha studiato, analizzato e scritto sull’intervento degli Stati Uniti in Venezuela utilizzando il Freedom of Information Act (FOIA) per avere informazioni sugli sforzi del governo degli Stati Uniti per minare i movimenti progressisti in America Latina.

Mike Whitney vive nello Stato di Washington. È coautore di Hopeless: Barack Obama e la politica dell’Illusione (AK Press).

Una versione di questa intervista è apparsa su Telesur

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come l’America Latina dovrebbe affrontare la tempesta finanziaria?

Ariel Noyola Rodríguez*  Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Banco-del-SurAmerica Latina e Caraibi affrontano uno dei suoi momenti più critici della crisi globale scoppiata nel settembre 2008. Le economie della regione non solo sono rallentate, ma i Paesi del Sud America hanno subito gravi contrazioni, soprattutto Brasile e Venezuela. Nell’ultimo vertice della CELAC a Quito, Ecuador, s’è rivelata la necessità di serrare le fila sull’unità dell’America Latina e, allo stesso tempo, sul funzionamento dei vari strumenti di cooperazione finanziaria regionali: Banca del Sud, Fondo del Sud e uso delle valute locali nel commercio.
Inevitabilmente, al quarto vertice della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC) del 27 a Quito, in Ecuador, economia, sviluppo e integrazione regionale erano tra gli argomenti più discussi. Non è un segreto che le economie latino-americane sono gravemente colpite del drastico calo dei prezzi delle materie prime (commodities). Nel 2015 il PIL dell’America Latina si è ridotto dello 0,4%, registrando la peggiore performance dalla recessione del 2009. E secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) il tasso di crescita di quest’anno sarà solo dello 0,2%. La situazione economica è ancora più triste nei Paesi esportatori di materie prime: il PIL del Sud America è sceso dell’1,6% lo scorso anno e sarà negativo nel 2016. Senza dubbio, il boom legato all’esportazione di materie prime (commodities) è esaurito. Nel 2015 il commercio extra-regionale dell’America Latina è sceso del 14%, ed il commercio intra-regionale è crollato del 21%. La deflazione (caduta dei prezzi) ha colpito anche i flussi degli investimenti diretti esteri sullo sfruttamento delle risorse naturali (agricoltura, metalli, minerali, petrolio, ecc), scesi di oltre il 20% nei primi sei mesi dell’anno scorso. I prezzi delle materie prime continueranno ad essere bassi, quindi si deve puntare sulla diversificazione. Non c’è tempo da attendere, i leader dell’America Latina devono passare dalle parole ai fatti, altrimenti la crisi economica sarà ancor più profonda. Se il Federal Reserve System (FED) degli Stati Uniti alza il tasso d’interesse dei fondi federali, i Paesi latino-americani rischiano una crisi di liquidità di enormi proporzioni. Se tale scenario s’impone ci sarà una grave battuta d’arresto sociale: centinaia di migliaia di persone ridiventeranno povere.
Quindi ci si chiede cosa fare. Per far fronte al terremoto finanziario le azioni congiunte sono più efficaci di quelle singole. In questo senso, gli ultimi vertici della CELAC hanno nuovamente messo sul tavolo la necessità di applicare a pieno le potenzialità dell’architettura finanziaria regionale. Ad esempio, per smorzare la massiccia fuga di capitali va attuato il Fondo del Sud. E’ inconcepibile che i risparmi dei Paesi dell’America Latina siano utilizzati per finanziare il Gruppo dei 7 (G-7, composto da Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito). Invece, le riserve internazionali delle banche centrali dell’America Latina dovrebbe essere usate congiuntamente per stabilizzare la bilancia dei pagamenti ed evitare di cadere nella trappola delle svalutazioni competitive. D’altra parte va notato che da un paio di settimane sostengo che, cedendo alle pressioni delle aziende, il Ministero degli Esteri brasiliano è il principale responsabile della marmellata burocratica della Banca del Sud, la nuova banca di sviluppo regionale per finanziare progetti produttivi e infrastrutture. I Paesi latino-americani devono investire ogni anno 320 miliardi di dollari per rispondere alla domanda di infrastrutture entro il 2020, secondo le stime del CEPAL. Le decisioni più importanti sull’integrazione regionale in America del Sud devono essere approvate dai Paesi più grandi: Brasile, Argentina e Venezuela. Purtroppo la mia ipotesi s’è avverata: firmata otto anni fa, solo cinque dei sette Paesi hanno ratificato la Carta di fondazione. Brasile e Paraguay non l’hanno ancora fatto, secondo Andres Arauz, rappresentante dell’Ecuador al consiglio del Banco del Sur. Quindi, anche se su regolamenti, dettagli tecnici e contributi i Paesi sono già d’accordo, l’istituto è inesistente. Secondo Veronica Artola, Vicedirettrice per la Programmazione e il controllo della Banca centrale dell’Ecuador, per attivare la Banca Sud il prerequisito è nominare almeno quattro dei sette membri del consiglio esecutivo. Bolivia, Ecuador e Venezuela hanno già i loro rappresentanti. Mentre nel caso dell’Uruguay manca la ratifica del nuovo governo di Tabaré Vázquez. Argentina, Brasile e Paraguay non hanno ancora avanzato le loro proposte. In conclusione, il calo dei prezzi delle materie prime aggrava la situazione delle economie della regione. Oggi è chiaro più che mai che il costo dell’inerzia di alcuni governi è troppo alto. Devono rapidamente sbloccare il Fondo e il Banco del Sud, gli strumenti dell’America Latina per affrontare le turbolenze finanziarie…exelente-estado-5-sucres-banco-sur-americano-2-enero-1920-418901-MEC20427480130_092015-FTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché è urgente liberare la Banca del Sud?

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico

I presidenti del Sud America sono a un punto di svolta. Le economie dell’America Latina si sono contratte nel 2015 e, secondo varie stime, avranno crescita zero nel 2016. Nulla indica che i prezzi delle materie prime rimbalzino. Anche in questo caso il dilemma tra regolazione della spesa pubblica e prestiti degli istituti di credito surrogato del Tesoro degli Stati Uniti, si pone. Tuttavia Ariel Noyola ritiene che i leader della regione possano ancora scommettere sul rafforzamento delle fondamenta dell’architettura finanziaria sudamericana con l’attivazione della Banca del Sud, un progetto bloccato da oltre otto anni e che, data la gravità della situazione economica attuale, può impedire una seria debacle.Logo_Banco_del_SurDi fronte alla recessione globale, è urgente che i presidenti del Sud America mettano tutte le loro energie nella costruzione di proprie istituzioni di credito e sull’utilizzo degli strumenti di cooperazione finanziaria volti a indebolire l’influenza del dollaro nella regione. Ogni volta che il governo degli Stati Uniti cerca d’imporre con ogni mezzo il predominio economico sulla regione, per i Paesi sudamericani è indispensabile avere autonomia politica dagli istituti di credito tradizionali. Il modus operandi del Fondo monetario internazionale (FMI), Banca Mondiale e Banca Interamericana di Sviluppo (IDB) è già ben noto: l’uso del debito come meccanismo di pressione sui popoli sprofondati nell’insolvenza; imposizione di misure economiche draconiane (diminuzione della spesa sociale, tagli salariali, privatizzazione delle imprese statali strategiche, ecc.); assistenza finanziaria illimitata ai governi nati da un colpo di Stato e sostenuti dalla Casa Bianca (come in Cile a metà degli anni ’70); eccetera. Per queste e molte altre ragioni, è necessario rafforzare le fondamenta dell’architettura finanziaria sudamericana.
In primo luogo, è necessaria l’Unità monetaria sudamericana (UMS). L’UMS non è una “moneta comune”, come l’euro, ma un paniere di riferimento costituito da un insieme di valute (come i diritti speciali di prelievo del FMI). In breve, l’UMS è un riferimento dalla maggiore stabilità rispetto al dollaro, sia emettendo buoni che comparando i prezzi nella regione. In parallelo, va promosso il commercio fatturato in valuta locale. Dal 2008 Argentina e Brasile hanno lanciato il sistema di pagamento in valuta locale (SML). E nell’ottobre 2015, Paraguay e Uruguay implementavano un meccanismo di pagamenti di questo tipo. Grazie a ciò, si è evitato di volgersi al dollaro, pagandone le transazioni, ridotte considerevolmente tra le imprese delle parti. Ora manca solo coinvolgervi Bolivia e Venezuela, favorendo così la “dedollarizzazione” dei Paesi del Mercato comune del Sud (MERCOSUR).
In secondo luogo, i Paesi del Sud America hanno bisogno di un potente fondo di stabilizzazione monetaria in grado di proteggerne la bilancia dei pagamenti dalle violente fluttuazioni del dollaro, ancor di più dopo che la Federal Reserve (Fed) statunitense ha alzato il tasso di interesse dei fondi federali (‘federal funds rateì) nel dicembre scorso. Dal 2002 al 2009 l’aumento dei prezzi delle materie prime (‘commodities’) ha favorito il massiccio accumularsi delle riserve internazionali, e tuttavia il Sud America ha continuato a finanziare i Paesi industrializzati. Gran parte dei miliardi di dollari risparmiati dalla regione sudamericana negli ultimi anni è stata investita nei titoli del Tesoro degli Stati Uniti, piuttosto che incanalata nelle attività produttive attraverso un potente Fondo del Sud. Al momento l’unico fondo di stabilizzazione esistente nella regione è il Fondo di Riserva Latinamericano (FLAR), originariamente creato dalla Comunità andina nel 1978 sotto il nome do Fondo di riserva andino, composto attualmente da Bolivia, Colombia, Costa Rica , Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela. Tuttavia, le risorse disponibili al FLAR sono insufficienti per contenere le fughe precipitose di capitale nei momenti critici: il capitale sottoscritto è di soli 3,609 miliardi di dollari, un importo pari a meno del 15% degli stock detenuti dalla Banca Centrale della Bolivia. Il mercato del credito globale è diventato troppo volatile. Solo nel 2015 più di 98 miliardi di dollari di investimenti nei Paesi emergenti sono fuggiti, secondo le stime dell’Institute of International Finance (IIF, nell’acronimo in inglese). Pertanto, è urgente lavorare su tale pericolosa vulnerabilità. I Paesi del Mercosur hanno bisogno di un fondo di stabilizzazione che, dato l’elevato grado d’integrazione finanziaria tra Brasile e resto del mondo, conti su almeno 100 miliardi di capitale sociale, il volume delle risorse con cui avviare l’Accordo della Riserva delle Contingenze dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).
In terzo luogo, i Paesi del Sud America devono liberare la Banca del Sud dal pantano burocratico e finalmente emettere i primi prestiti. I dettagli tecnici sono quasi pronti: il capitale iniziale sarà di 7 miliardi di dollari e il capitale sociale di 20 miliardi di dollari; la sede sarà in Venezuela; Argentina e Bolivia ospiteranno altri due rami. Tuttavia, il suo avvio è stato rinviato più volte, tanto che, ad oltre otto anni dalla firma del documento della fondazione a Buenos Aires, la Banca del Sud non può ancora aprire i battenti. Vi sono forti interessi economici che impediscono la rottura dello status quo, sia dentro che fuori la regione. Anche se in un primo momento era previsto che la Banca del Sud riunisse tutti i Paesi dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), ciò sembra impossibile; Suriname e Guyana non hanno alcun interesse, mentre Cile, Colombia e Perù si accaniscono a sostenere progetti d’integrazione promossi da Washington, l’Alleanza del Pacifico e l’accordo della Partnership Trans-Pacifica (TPP, nell’acronimo in inglese). Di conseguenza, i membri della Banca del Sud si riducono ai Paesi MERCOSUR più l’Ecuador. Inoltre, la resistenza nel blocco proviene per lo più da Itamaraty, il Ministero degli Esteri del Brasile. In Sud America l’influenza sulla Banca di Sviluppo Nazionale (BNDES nell’acronimo portoghese) del Brasile è travolgente, tanto che in alcuni anni è riuscita a superare il credito fornito da FMI, Banca Mondiale e IDB. La BNDES non ha alcun interesse a far avanzare l’integrazione latinoamericana, infatti la sua missione è garantire l’approvvigionamento di materie prime (‘commodities’) alle società brasiliane. Le risorse della BNDES sono orientate sui megaprogetti che riproducono la dipendenza dall’esportazione primaria dei Paesi sudamericani come l’Iniziativa per l’integrazione delle infrastrutture regionali (IIRSA), una rete stradale di dimensioni continentali che avvantaggia solo una manciata di società. Al contrario, il denaro della Banca del Sud non andrà non solo alle infrastrutture, ma anche a una vasta gamma di programmi d’investimento connessi a istruzione, sanità, alloggi, ecc. La Banca del Sud scarterà completamente i criteri del “Washington Consensus” che hanno portato tanta miseria nelle Americhe; concederà prestiti ad interesse molto basso, dato che l’obiettivo è promuovere lo sviluppo economico generale dei popoli. Indubbiamente, la Banca del Sud è una grande speranza in tempi di crisi. Da un lato, sarà un potente meccanismo di sollievo economico per i Paesi del Sud America vittime di gravi contrazioni. D’altro canto, sarà di aiuto cruciale nel finanziare gli obiettivi più ambiziosi dell’integrazione sudamericana: progetti scientifici e tecnologici comuni, una rete di ferrovie e altre energie, ecc.
In conclusione, i governi sudamericani devono prendere misure concrete per porre fine al restauro conservativo in corso, altrimenti precipiteranno nella debacle. Chiaramente, il governo del Brasile ha la maggiore responsabilità sulla salvaguardia della sovranità continentale. Dai vertici di Itamaraty dipenderà in ultima analisi la fine della paralisi della Banca del Sud…Bancodel-SurTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stati Uniti e Colombia: Complotto contro il Venezuela

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 14/09/2015N8300L-US-Army-De-Havilland-Canada-DHC-8-300_PlanespottersNet_465481Airtec Inc. si è aggiudicata un contratto per intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) a supporto del Comando Sud degli Stati Uniti. L’accordo dovrebbe essere completato nel settembre 2018. Il contraente dovrà fornire servizi ISR utilizzando un Bombardier DHC- 8/200. Secondo José Vicente Rangel, giornalista venezuelano, il velivolo sarà dotato di attrezzature all’avanguardia per sorvegliare efficacemente le zone di confine del Venezuela“. I servizi speciali degli Stati Uniti adottano notevoli sforzi per istigare le tensioni nella “zona di conflitto” al confine tra i due Stati. Ci sono forze nella leadership politica e militare colombiana pronte ad aiutare Washington nelle operazioni sovversive contro il “principale avversario regionale”. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos, “seguace dei magnati”, ha detto molte volte che sostiene ulteriori progressi nel “rapporto speciale” con Washington, compresi i legami militari. Santos ritiene che il dispiegamento di sette strutture militari statunitensi sul suolo colombiano sia un passo nell’impegno militare colombiano nelle attività della NATO. Bogotà è parte integrante del piano degli Stati Uniti per ripristinare le posizioni dominanti nella regione. La Colombia viene utilizzata per minare il processo d’integrazione latinoamericana e caraibica. Nicolas Maduro, presidente del Venezuela, mostra grande tolleranza alle azioni ostili intraprese dalla Colombia. Supervisori statunitensi non si sforzano particolarmente di nascondere il loro coinvolgimento. L’intenzione è evidente, l’opposizione cerca di dimostrare che il governo del Maduro non può rilanciare l’economia nazionale, né riempire i negozi venezuelani per soddisfare le legittime richieste dei consumatori. Il sabotaggio interno è aiutato dai contrabbandieri che operano sul territorio colombiano. Sforzi congiunti sono necessari per combattere il contrabbando, ma le guardie di frontiera colombiane non fanno nulla per interrompere i criminali spesso facenti capo a ex-paramilitares delle UAC (Autodefensas Unidas de Colombia). Secondo il controspionaggio venezuelano, i loro capi collaborano con il potere colombiano. I combattenti delle AUC hanno recentemente inscenato una provocazione nei pressi del confine. Hanno teso un agguato a una pattuglia del Venezuela alla ricerca di contrabbandieri. Colpi furono sparati e tre militari gravemente feriti. Il Presidente Maduro ha immediatamente introdotto lo stato di emergenza nelle zone vicine al confine con la Colombia (lo stato di Táchira) e sigillato il confine per un periodo indefinito. Polizia e militari sono stati inviati a ricercare gli aggressori. Il Venezuela ha lanciato le operazioni per individuare le basi dei paramilitares, i bunker che servono come prigioni dei rapiti e nascondigli delle merci di contrabbando. Trentacinque militanti sono stati arrestati finora. Gli interrogatori hanno fornito informazioni sui crimini perpetrati dai paramilitares in Venezuela, tra cui anche alcuni cimiteri segreti. Maduro ha detto che i risultati delle attività di criminali e formazioni armate rivela una verità orribile e lui, da presidente, ha l’obbligo di farla finita con tale male in Venezuela. La sua posizione ferma è giustificata. La guerra economica contro il Venezuela è arrivato al punto in cui prodotti alimentari essenziali, prodotti igenici e medicinali evaporano dai negozi presso le zone di confine. Tutto esce dal Paese, vestiti, scarpe, parti di automobili, pneumatici e attrezzature petrolifere. Stazioni di servizio sono a corto di carburante. I prezzi della benzina sono estremamente bassi in Venezuela. Ci vogliono solo 2 dollari per riempire un serbatoio. Ecco perché grandi quantità di combustibile venezuelano finiscono in Colombia lungo tutto il confine. Secondo i dati ufficiali, la cittadina di San Cristobal, capitale di Táchira, “consuma” più benzina di Caracas. Si è andato oltre. La situazione ha raggiunto il punto in cui il contrabbando di benzina porta più profitto ai paramilitares colombiani del narcotraffico!
Il contrabbando prospera perché c’è grande differenza tra i prezzi dei beni di consumo (il Venezuela assegna sussidi per abbassare i prezzi). Il tasso del bolivar, la valuta del Venezuela, è utilizzato per grandi truffe. La città colombiana di Cúcuta è il centro delle attività sovversive finanziarie ed economiche. Vanta tremila cambiavalute. La strategia generale è svalutare il bolivar, che si traduce nell’impoverimento della popolazione e nel crescente malcontento in Venezuela. Cúcuta ha sempre giocato un ruolo importante nei piani dei cospiratori. La Defense Intelligence Agency e la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti vi sono attive. Questo è il luogo in cui le cellule radicali dell’opposizione venezuelana vengono istruite. I capi dei tre gruppi costituiti per attività anti-venezuelane: El Centro de Pensamiento Primero Colombia, FTI Consulting (Forensic Technologies International) e La Fundación Internacionalismo Democrático, vi si riuniscono. La cospirazione anti-venezuelana è guidata dall’ex-presidente colombiano Alvaro Uribe, reclutato dalla CIA a metà degli anni ’80. L’Agenzia ha utilizzato informazioni dannose. Era il numero 82 sulla lista degli spacciatori preparata dall’US Drug Enforcement Administration. Durante tutti gli otto anni del suo mandato presidenziale, Uribe fu coinvolto in attività sovversive contro Hugo Chavez cercando d’isolare il “regime bolivariano” nell’emisfero occidentale. Con buona ragione, i servizi segreti venezuelani lo considerano la figura chiave nel complotto degli USA per rovesciare il “regime Maduro”. Il governo Sanchez della Colombia gode del sostegno dei media occidentali, soprattutto di New York Times e Washington Post. I loro editoriali dicono essenzialmente la stessa cosa, diffondendo l’idea che il “problema del confine” con la Colombia sia stato “inventato da Maduro”, e che tale clamore venga sollevato per sostenere il presidente venezuelano prima delle elezioni parlamentari. Non una parola è detta sui cinque milioni e mezzo di colombiani residenti in Venezuela, parte rifugiati da guerra civile, attività dei paramiltares, trafficanti di droga e contrabbandieri che operano sul suolo colombiano. Il Ministero degli Esteri del Venezuela è andato diritto quando ha rivelato lo scopo di tali pubblicazioni. Secondo il ministero, rientra in un altro complotto inscenato dai media statunitensi contro il Venezuela e la rivoluzione bolivariana. Roy Chaderton, l’Ambasciatore del Venezuela presso l’Organizzazione degli Stati Americani, ha detto che media colombiani come El Tiempo, le stazioni radio RCN e Caracol e i canali televisivi, così come la CNN in lingua spagnola, incitano all’odio verso il Venezuela e il suo popolo. Secondo lui, tale campagna di odio potrebbe portare alla guerra. Tale scenario è stato evitato perché i leader venezuelani adottano modelli di comportamento piuttosto diversi dando “segnali positivi” alla Colombia. L’ambasciatore ha invitato tutti i diplomatici accreditati presso l’Organizzazione degli Stati Americani a non fidarsi dei media colombiani che conducono una guerra di quarta generazione.
Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha rilasciato una dichiarazione sulla chiusura della frontiera sottolineando l’aspetto umanitario del problema e raccomandando di normalizzare la situazione con l’aiuto delle organizzazioni regionali. Ha detto che i diplomatici degli Stati Uniti sono pronti a contribuire a lanciare un dialogo. Ma ci sono diversi tipi di diplomatici. Ad esempio, secondo Contrainjerencia, sito web di tutto rispetto, Kevin M. Whitaker, l’ambasciatore statunitense in Colombia, era il capo della stazione CIA in Venezuela nel 2006. E’ difficile credere che Whitaker e simili facciano davvero qualcosa di positivo, avendo missioni molto diverse.venezuela-colombia-border-smugglingLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Santiago del Cile: centro finanziario dello yuan in America Latina

Noyola Ariel Rodriguez*U542P886T1D167177F12DT20150528104130Le relazioni economiche tra Cina e America Latina attraversano crescenti tensioni. Per effetto della deflazione (diminuzione dei prezzi) su scala globale, la regione del Sud America soffre per la concentrazione della maggior parte delle esportazioni di prodotti primari verso la Cina. Tuttavia, l’insediamento a Santiago del Cile del primo centro finanziario dello yuan in America Latina, è stato deciso in occasione della visita del primo ministro cinese Li Keqiang, promettendo di avviare investimenti tecnologici che rilanciano l’industrializzazione periferica ed iniziare a ridurre il dominio del dollaro sui Paesi del Cono Sud. Durante la visita in Brasile, Colombia, Perù e Cile il primo ministro Li Keqiang ha esteso l’influenza della Cina in America Latina con la realizzazione di due obiettivi fondamentali: la trasformazione della mappa economica regionale rafforzando il ruolo dell’Asia-Pacifico, e l’impulso dello yuan nel Sud America attraverso la piattaforma di Santiago del Cile. Il primo obiettivo è stato raggiunto con i governi di Brasile e Perù: la costruzione di una rete ferroviaria di oltre 5000 chilometri per collegare l’Atlantico e il Pacifico aumentando quantità e velocità degli scambi commerciali con la Cina. La “Via della Seta” estesa al sud America (1) sarà un’alternativa alla rotta commerciale del Canale di Panama (controllato degli Stati Uniti da decenni), e allo stesso tempo integra le capacità del Canale di Nicaragua, prossimo al completamento. Nella costruzione di entrambe le vie si evidenzia il finanziamento della Cina, indotto sia dall’interesse a garantirsi l’approvvigionamento di risorse strategiche naturali (petrolio, metalli, minerali, etc.), che dall’avere collegamenti commerciali privilegiati con Managua e le economie sudamericane, anche rispetto a Stati Uniti ed Europa. Tuttavia l’aumento dei flussi commerciali e di investimenti tra Cina e America Latina, in particolare dall’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) nel 2001, non aveva finora alcun legame con l’utilizzo dello yuan. Mentre il commercio con la Cina è aumentato di 22 volte tra 2000 e 2014, secondo le stime della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) (2), dal 2009 solo Brasile e Argentina hanno stabilito accordi di “scambio” (cambio valutario) per aumentare le operazioni in yuan tra imprese (tramite le banche centrali). Anche i principali esportatori di petrolio e minerali nella regione Asia-Pacifico, come Venezuela e Perù, sono riusciti a costruire legami di cooperazione finanziaria con Pechino. Da qui l’importanza del secondo accordo raggiunto durante il viaggio di Li Keqiang in Cile, primo Paese sudamericano a riconoscere diplomaticamente la Cina, 45 anni fa, e firmatario di un accordo di libero scambio (TLC) nel 2005, e che sarà ora protagonista del lancio del primo centro finanziario dello yuan in America Latina, grazie all’adozione di tre accordi fondamentali.
Con il primo, il governo cileno ha ricevuto l’approvazione dai regolatori cinesi a partecipare al programma cinese di Qualified Foreign Institutional Investors Renminbi (RQFII). Così banche, fondi pensione, compagnie di assicurazione e fondi comuni cileni potranno investire fino a 50 miliardi di yuan (8,1 miliardi di dollari) sul mercato dei capitali della Cina (3). Con il secondo, si ha l’apertura del secondo centro di compensazione della “moneta del popolo” (renminbi) in America, dopo il primo in Nord America deciso con il Canada (4). Con un investimento iniziale di 189 milioni di dollari e sotto la supervisione della China Construction Bank (CCB), il Cile e il gigante asiatico ridurranno i costi delle transazioni (operazioni di credito, pagamenti commerciali con l’estero, ecc.) facilitando la conversione tra le rispettive monete. La BCC è una società globale che, negli ultimi anni, ha effettuato operazioni per oltre 7 miliardi di yuan con più di 19000 clienti esteri. Con diverse filiali aperte in Cile, ora intende espandere i servizi finanziari negli altri Paesi sudamericani (5). E terzo, infine, è la firma del credito per il “cambio” delle valute tra Banca centrale del Cile e Banca popolare della Cina per un importo di 22 miliardi di yuan (3,5 miliardi di dollari), che permetterà da un lato di ammortizzare gli effetti della volatilità del dollaro su commercio e flussi di investimenti e, dall’altro, aiutare peso cileno e yuan ad avanzare nel fatturato degli scambi bilaterali (6). “Ci auguriamo che la collaborazione Cile-Cina sulle questioni finanziarie contribuisca alla cooperazione industriale e sugli investimenti tra Cina e America Latina“, ha dichiarato Li Leqiang durante la visita (7). La sua dichiarazione evidenzia la crescente preoccupazione in ampi settori della sinistra latinoamericana sul tipo di rapporti coltivati finora con il dragone: esportazioni ed afflussi di capitale incentrati su prodotti e attività dell’industria estrattiva. Dal calo dei prezzi delle materie prime e dal forte rallentamento dei mercati emergenti, è chiaro che i muscoli della Cina non bastano ad innescare la ripresa economica dei Paesi del Cono Sud. Tuttavia, il governo cinese s’è dichiarato disposto a fare un passo in avanti nei legami economici con i Paesi latinoamericani (8). Citando i poeti Pablo Neruda e Xin Qiji, il premier cinese ha sostenuto presso la sede della CEPAL che “niente può fermare il fiume dell’alba” e che “le sue acque scorrono verso Oriente“.
Per riuscire nel compito, ritiene urgente aumentare gli investimenti tecnologici e contribuire alla creazione di catene regionali ad alto valore aggiunto trasformando il modello di crescita della regione sudamericana. In questo senso, l’insediamento del primo centro finanziario dello yuan in America Latina, nella città di Santiago del Cile, diventa de facto il laboratorio della grande sfida dei leader di Pechino: in primo luogo, rendere possibile l’industrializzazione periferica e, quindi, rafforzare l’internazionalizzazione dello yuan con il sostegno dei governi del Sud America.CHINA-CHILE-SEMINAR-LI KEQIANG-BACHELET (CN)Ariel Noyola Rodríguez è un economista laureatosi all’Università nazionale autonoma del Messico.

1 The Silk Road Stretches To South America, Andrew Korybko, Oriental Review, 20 maggio 2015.
2 América Latina y el Caribe y China: hacia una nueva era de cooperación económica, CEPAL, maggio 2015.
3 China Extends Yuan Clearing Network, RQFII Program to Chile, Bloomberg, 25 maggio 2015.
4 ¿Quién es el ‘caballo de Troya’ de China en América del Norte para impulsar el yuan?, Ariel Noyola Rodríguez, Russia Today, 6 maggio de 2015.
5 CCB Designated as the First RMB Clearing Bank in South America, China Construction Bank, 26 maggio 2015.
6 China, Chile ink multi-billion-USD currency swap deal amid closer financial ties, The Global Times, 26 maggio 2015.
7 China instala en Chile su plataforma financiera latinoamericana, RFI, 26 maggio 2015.
8 China Seeks ‘Updated Model’ for Latin America Cooperation, Shannon Tiezzi, The Diplomat, 28 maggio 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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