L’età d’oro delle operazioni nere: le forze speciali degli USA sono presenti in 150 nazioni

Tyler Durden, Zerohedge 2/2/2015

jsoc-sub-commands
USSpecOpsCmdDUI[1]Il seguente articolo è ciò che volevo evidenziare da oltre una settimana, ma le notizie erano così travolgenti che semplicemente non ne ho avuto la possibilità, finora. Avendo spese molto tempo a cercare di capire il mondo, mi stupisco sempre di ciò che leggo. Mentre i lettori abituali di questo sito sono ben consapevoli di come aggressivo e irresponsabile sia l’impero USA, distribuendo risorse militari all’estero, credo che parte delle seguenti informazioni, li renderanno ancora più inquieti.
Dall’articolo di Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops:
Durante l’anno fiscale che si è concluso il 30 settembre 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi, circa il 70% delle nazioni del pianeta. Secondo il tenente-colonnello Robert Bockholt, ufficiale delle relazioni pubbliche del Comando Operazioni Speciali (SOCOM). Nell’arco di tre anni le forze d’élite del Paese erano attive in più di 150 Paesi nel mondo conducendo missioni che vanno dai raid notturni alle esercitazioni. E quest’anno potrebbe essere record. Solo un giorno prima del raid fallito che pose fine alla vita di Luke Somers, solo 66 giorni dall’inizio dell’anno fiscale 2015, le truppe d’élite statunitensi avevano già messo piede in 105 nazioni, circa l’80% del totale nel 2014. Nonostante dimensioni e scopi, tale guerra segreta globale in gran parte del pianeta è ignota alla maggior parte degli statunitensi. A differenza della debacle di dicembre nello Yemen, la stragrande maggioranza delle Special Ops rimane completamente nell’ombra, nascosta al controllo esterno. In realtà, a parte modeste informazioni divulgate attraverso fonti altamente selezionate dai militari, fughe ufficiali della Casa Bianca, SEALs con qualcosa da vendere e qualche primizia raccolta da giornalisti fortunati, le operazioni speciali statunitensi sono mai sottoposte a un esame significativo, aumentando le probabilità di ripercussioni impreviste e conseguenze catastrofiche. “Il comando è allo zenit assoluto. Ed è davvero un periodo d’oro per le operazioni speciali“. Queste sono le parole del generale Joseph Votel III, laureato a West Point e Army Ranger, quando assunse il comando della SOCOM lo scorso agosto. E non credo che sia la fine, anzi. Come risultato della spinta di McRaven a creare “una rete globale interagenzie di alleati e partner delle SOF“, ufficiali di collegamento delle Operazioni Speciali, o SOLO, sono ora incorporati nelle 14 principali ambasciate degli USA per aiutare a consigliare le forze speciali di varie nazioni alleate. Già operano in Australia, Brasile, Canada, Colombia, El Salvador, Francia, Israele, Italia, Giordania, Kenya, Polonia, Perù, Turchia e Regno Unito, e il programma SOLO è pronto, secondo Votel, ad espandersi in 40 Paesi entro il 2019. Il comando, e soprattutto il JSOC, ha anche forgiato stretti legami con Central Intelligence Agency, Federal Bureau of Investigation e National Security Agency, tra gli altri. La portata globale del Comando Operazioni Speciali si estende anche oltre, con più piccoli ed più agili elementi che operano nell’ombra, dalle basi negli Stati Uniti alle regioni remote del sud est asiatico, dal Medio Oriente agli austeri avamposti nei campi africani. Dal 2002, SOCOM è stato anche autorizzato a creare proprie task force congiunte, una prerogativa normalmente limitata ai comandi combattenti più grandi come CENTCOM. Si prenda ad esempio la Joint Special Operations Task Force-Filippine (JSOTF-P) che, al suo apice, aveva circa 600 effettivi statunitensi a sostegno delle operazioni di controterrorismo dagli alleati filippini contro gruppi di insorti come Abu Sayyaf. Dopo più di un decennio trascorso combattendo quel gruppo, i numeri sono diminuiti, ma continua ad essere attivo mentre la violenza nella regione rimane praticamente inalterata.
L’Africa è, infatti, diventato un luogo importante per le oscure missioni segrete degli operatori speciali statunitensi. “Questa particolare unità ha fatto cose impressionanti. Che si trattasse di Europa o Africa, assumendovi una serie di contingenze, avete tutti contribuito in modo assai significativo“, aveva detto il comandante del SOCOM, generale Votel, ai membri del 352.mo Gruppo Operazioni Speciali presso la loro base in Inghilterra, lo scorso autunno. Un’operazione di addestramento clandestina delle Special Ops in Libia implose quando milizie o “terroristi” fecero irruzione due volte nella base sorvegliata dai militari libici, e saccheggiarono grandi quantità di apparecchiature avanzate e centinaia di armi, tra cui pistole Glock e fucili M4 statunitensi, così come dispositivi di visione notturna e laser speciali che possono essere visti solo da tali apparecchiature. Di conseguenza, la missione fu abbandonata assieme alla base, che fu poi rilevata da una milizia. Nel febbraio dello scorso anno, le truppe d’élite si recarono in Niger per tre settimane di esercitazioni militari nell’ambito di Flintlock 2014, una manovra antiterrorismo annuale che riuniva le forze di Niger, Canada, Ciad, Francia, Mauritania, Paesi Bassi, Nigeria, Senegal, Regno Unito e Burkina Faso. Diversi mesi dopo, un ufficiale del Burkina Faso, addestratosi all’antiterrorismo negli Stati Uniti nell’ambito del Joint Special Operations presso l’Università del SOCOM nel 2012, prese il potere con un colpo di Stato. Le operazioni delle forze speciali, invece, continuano. Alla fine dello scorso anno, per esempio, nell’ambito del SOC FWD dell’Africa occidentale, i membri del 5° battaglione del 19.mo Gruppo Forze Speciali collaboravano con le truppe d’élite marocchine per l’addestramento in una base presso Marrakesh. Lo schieramento in nazioni africane, però, avviene entro la rapida crescita delle operazione all’estero del Comando delle Operazioni Speciali. Negli ultimi giorni della presidenza Bush, sotto l’allora capo del SOCOM, ammiraglio Eric Olson, le forze speciali sarebbero state dispiegate in circa 60 Paesi. Nel 2010 in 75, secondo Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del SOCOM, colonnello Tim Nye, disse a TomDispatch che il totale sarebbe stato 120 Paesi entro la fine dell’anno. Con l’ammiraglio William McRaven, in carica nel 2013, l’allora maggiore Robert Bockholt disse a TomDispatch che il numero era salito a 134 Paesi. Sotto il comando di McRaven e Votel nel 2014, secondo Bockholt, il totale si ridusse leggermente a 133 Paesi. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva osservato, tuttavia, che sotto il comando di McRaven, dall’agosto 2011 all’agosto 2014, le forze speciali erano presenti in più di 150 Paesi. “In effetti, SOCOM e tutti i militari degli Stati Uniti sono più che mai impegnati a livello internazionale, in sempre più luoghi e in una sempre più ampia varietà di missioni“, ha detto in un discorso nell’agosto 2014.
us_spec_ops-m Il SOCOM ha rifiutato di commentare la natura delle missioni o i vantaggi dell’operare in tante nazioni. Il comando non farà neanche il nome di un solo Paese in cui le forze delle operazioni speciali USA sono state dispiegate negli ultimi tre anni. Uno sguardo ad alcune operazioni, esercitazioni ed attività rese pubbliche, però, dipinge un quadro di un comando in costante ricerca di alleanze in ogni angolo del pianeta. A settembre, circa 1200 specialisti e personale di supporto statunitensi si unirono alle truppe d’élite di Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Finlandia, Gran Bretagna, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, Slovenia nell’esercitazione Jackal Stone, dedicata a tutto, dai combattimenti ravvicinati alle tattiche da cecchino, dalle piccole operazioni su imbarcazione a missioni di salvataggio degli ostaggi. Per i capi delle Black Ops degli USA, il mondo è tanto instabile quanto interconnesso. “Vi garantisco che ciò che succede in America Latina influisce su ciò che accade in Africa occidentale, ciò che interessa l’Europa meridionale riguarda ciò che accade nel sud-ovest asiatico“, ha detto l’anno scorso McRaven a Geolnt, un incontro annuale dei dirigenti dell’industria spionistica con i militari. La loro soluzione all’instabilità interconnessa? Più missioni in più nazioni, in più di tre quarti dei Paesi del mondo, sotto il mandato di McRaven. E la scena sembra destinata ad ulteriori operazioni simili in futuro. “Vogliamo essere ovunque“, ha detto Votel a Geolnt. Le sue forze sono già sulla buona strada nel 2015. “La nostra nazione ha aspettative molto alte dalle SOF“, ha detto agli operatori speciali in Inghilterra lo scorso autunno. “Si rivolgono a noi per missioni molto dure in condizioni molto difficili“. Natura e sorte della maggior parte di quelle “missioni dure” tuttavia, rimangono ignote agli statunitensi. E Votel a quanto pare non è interessato a far luce. “Mi dispiace, ma no“, fu la risposta di SOCOM alla richiesta di TomDispatch per un colloquio con il capo delle operazioni speciali sulle operazioni, in corso e future. In realtà, il comando rifiutò di mettere qualsiasi personale a disposizione per una discussione di ciò che fa in nome degli USA e con i dollari dei contribuenti. Non è difficile indovinarne il motivo. Attraverso una combinazione abile di spavalderia e segretezza, fughe ben piazzate, abili marketing e pubbliche relazioni, coltivazione della mistica del superman (con un ciuffo dalla torturata fragilità di lato) e di estremamente popolari e pubbliciazzatti assassinii mirati, le forze speciali sono diventate le beniamine della cultura popolare statunitense, mentre il comando continua a vincere a Washington il pugilato sul bilancio. Ciò è particolarmente evidenziato da ciò che realmente accade sul campo: in Africa, armamento ed equipaggiamento di militanti e addestramento di un golpista; in Iraq, le forze d’elite statunitensi implicate in torture, distruzione di case, uccisione e ferimento di innocenti; in Afghanistan stessa storia, con ripetute segnalazioni di civili uccisi; mentre in Yemen Pakistan, e Somalia è lo stesso. E questo è solo una minima parte degli errori delle Special Ops. Quindi non solo il pubblico statunitense non ha idea di cosa succeda, ma ciò spesso finisce in un disastro. Vedasi più sotto.
Dopo più di un decennio di guerre segrete, sorveglianza di massa, un numero imprecisato di incursioni notturne, detenzioni ed omicidi, per non parlare di miliardi su miliardi di dollari spesi, i risultati parlano da soli. Il SOCOM ha più che raddoppiato le dimensioni e il segreto JSOC sarebbe grande quasi quanto il SOCOM nel 2001. Dal settembre di quell’anno, 36 nuovi gruppi terroristici sono nati, tra cui divesre succursali, propaggini e alleati di al-Qaida. Oggi, tali gruppi ancora operano in Afghanistan e Pakistan, dove ora ci sono 11 riconosciuti affiliati di al-Qaida, e cinque nella prima, così come in Mali, Tunisia, Libia, Marocco, Nigeria, Somalia, Libano e Yemen, tra gli altri Paesi. Un ramo è nato con l’invasione dell’Iraq, alimentato da un campo di prigionia statunitense, ed ora noto come Stato islamico che controlla una larga parte del Paese e della vicina Siria, un proto-califfato nel cuore del Medio Oriente che i jihadisti, nel 2001, potevano solo sognarsi. Quel gruppo, da solo, ha una forza stimata di circa 30000 armati che sono riusciti a conquistare grandi territori ed anche la seconda dell’Iraq, pur essendo incessantemente colpiti fin dall’inzio dal JSOC. “Dobbiamo continuare a sincronizzare il dispiegamento delle SOF in tutto il mondo“, dice Votel. “Dobbiamo tutti sincronizzarci, coordinarci e preparare il comando“. Ad essere fuori sincrono è il popolo statunietnse, costantemente tenuto all’oscuro di ciò che gli operatori speciali statunitensi fanno e dove lo fanno, senza citare i fallimenti e le conseguenze che hanno prodotto. Ma se la storia insegna, i blackout sulle Black Ops contribuiranno a garantire che continui ad esserci l'”età d’oro” dell’US Special Operations Command.
Ripetete dopo di me: USA! USA!

Gen. Joseph L. Votel

Gen. Joseph L. Votel

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Terroristi in Svizzera e Libia

Aangirfan

web_covassi 03--469x239Claude Covassi è morto all’età di 42 anni. Secondo quanto riferito: Claude Covassi era una spia del governo svizzero, che agiva da informatore. Ha rivelato che i suoi capi dello spionaggio (SAP) gli ordinarono di organizzare un attentato dinamitardo. Quest’attentato doveva essere attribuito a Hani Ramadan, direttore del Centro Islamico di Ginevra. Covassi si rifiutò di organizzare l’attentato e lasciò il Paese. Covassi infine riuscì ad avviare un’inchiesta sulla questione da parte di una commissione parlamentare. Alla fine, i membri della Commissione optarono per una soluzione amichevole della questione, evitando in tal modo l’azione penale per lui e per il SAP. Successivamente Claude Covassi lavorò per una società di sicurezza… Per un anno e mezzo sfruttò il suo background per indagare sul ruolo del PJAK (gruppo terrorista curdo finanziato dagli Stati Uniti) e dell’UCK (gruppo terroristico kosovaro sostenuto dalla NATO) nel traffico di droga in Europa. Nel febbraio del 2013, Covassi doveva pubblicare i risultati della sua indagine. Non n’ebbe  l’occasione. Fu trovato morto nel suo letto, a casa.
Rete Voltaire, 13 febbraio 2013

Ci sono molte teorie sul motivo per cui il regime di Obama abbia permesso che l’ambasciatore Stevens venisse ucciso. “L’attacco all’ambasciata americana dell’11 settembre 2012… a Bengasi in Libia… era un lavoro interno.” L’attacco di Bengasi è stato un lavoro interno

1. Secondo The Examiner:
“Quando la bandiera nera di al-Qaida fu issata sul palazzo di giustizia di Bengasi dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi, alla fine del 2011, era chiaro che le forze di al-Qaida sostenute dalla NATO/CIA, erano ancora una volta responsabili della destabilizzazione e della distruzione definitiva di un altra nazione che non era disposta a collaborare con le organizzazioni globaliste (banche centrali, corporazioni dell’affarismo bellico, ecc.) e la loro agenda Mediorientale/Nordafricana… I rinforzi extra della sicurezza furono ironicamente rimossi nei mesi e nelle settimane precedenti l’attacco…”

Adolph_DubsL’ambasciatore Dubs fu ucciso in Afghanistan nel 1979. Pieczenik scrisse un articolo sul Washington Post in cui sostiene di aver sentito da un alto funzionario del Centro operazioni del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, dare il permesso per l’attentato che causò la morte dell’ambasciatore statunitense Adolph Dubs a Kabul, in Afghanistan, nel 1979.

“Il comandante dell’US Africa Command (Africom), generale Carter Ham, era pronto a intervenire e decise d’inviare i rinforzi, nonostante gli ordini diretti di “fermarsi” e lasciare che l’attacco continuasse, senza reazioni. Per la sua decisione di tentare di salvare gli statunitensi sotto attacco da parte delle forze di al-Qaida a Bengasi, contro gli ordini diretti di lasciarli morire da soli, il generale Ham fu immediatamente arrestato e successivamente sollevato della sua posizione di comandante dell’Africom… Forse la rivelazione più sorprendente che venne fuori da tutto questo, però, sembra essere il fatto che due droni armati della videosorveglianza, che sorvolarono la scena dell’attacco per quasi tutta la serata, inviarono in diretta i video degli attacchi ai funzionari della Casa Bianca, del Pentagono e del Dipartimento di Stato… Gli attacchi possono essere stati inscenati nel tentativo di mettere a tacere l’ambasciatore, perché sembrava essere l’intermediario di una operazione di contrabbando di armi in stile ‘Fast and Furious‘…” L’attacco di Bengasi è stato un lavoro interno
2. L’attacco a Bengasi diede a Obama la scusa per inviare altre truppe in Africa. ‘L’attacco di Bengasi fu conveniente per gli Stati Uniti’, secondo un  esperto della sicurezza
3. Stevens era un ‘arabista musulmano’ e avrebbe ostacolato la politica di Israele d’impedire qualsiasi ripresa della Libia.
4. L’ammiraglio a quattro stelle in pensione James Lyons ha suggerito che l’attacco al consolato statunitense di Bengasi sia stato il risultato di un pasticciato tentativo di rapimento. Le fonti suggeriscono che l’attacco a Bengasi fosse un rapimento fallito…
L’ammiraglio James Lyons suggerisce che l’amministrazione Obama abbia deliberatamente diminuito i livelli di sicurezza del consolato. Nell’ottobre 2012, il Centro per il giornalismo occidentale suggerì che l’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens sia stato il risultato di un tentativo di rapimento fallito da parte dei terroristi che lavoravano per il governo degli Stati Uniti.  Ciò che è andato storto nel piano di Obama fu che, in base alle informazioni ottenute da Fox News, Tyrone Woods e Glen Doherty, entrambi ex US Navy SEALs, ignorarono l’ordine di “rimanere a terra” e reagirono vigorosamente per ore nel tentativo di difendere il consolato.
Il 20 ottobre, Kris Zane pubblicò il primo l’articolo del Centro sui Fratelli musulmani responsabili dell’attacco a Bengasi collegati a Obama. Entro 24 ore dall’evento, l’intelligence sul campo collegò l’attacco di Bengasi a Mohammed Morsi, presidente egiziano dei Fratelli musulmani, messo al potere dalla CIA. Zane cita una fonte anonima nella Casa Bianca, secondo cui Obama aveva intenzione di ottenere il rilascio di Stevens rapito, giusto in tempo per il giorno delle elezioni.

Ansar al-ShariaOpera di Ansar al-Sharia. L’11 settembre 2012, il Centro operazioni del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti consigliò la Situation Room della Casa Bianca e altre unità di sicurezza statunitensi, che Ansar al-Sharia rivendicava la responsabilità per l’attacco alla missione diplomatica statunitense a Bengasi, appena avvenuto.

Il 25 ottobre, Kris Zane pubblicò il suo secondo articolo sulla vicenda, “Obama collegato all’attacco di Bengasi.” Il 24 settembre 2012, il Wall Street Journal pubblicò un articolo del giudice Michael Mukasey dal titolo “Obama libererà lo sceicco cieco e lo rimanderà in Egitto?” Omar Abdel Rahman fu imprigionato per il suo ruolo nell’attentato della CIA del 1993 al World Trade Center e per aver cospirato per assassinare Hosni Mubaraq, che era diventato un nemico della CIA. Le fonti suggeriscono che l’attacco di Bengasi sia stato un rapimento fallito…

Israele soccorre i terroristi di al-Qaida in Siria
Combattenti ricoverati negli ospedali da campo e rimandati in prima linea
Paul Joseph Watson Propaganda Matrix 9 maggio 2013

01mossad-blackIsraele invia veicoli militari in Siria per raccogliere i terroristi feriti di al-Qaida coinvolti nella lotta contro l’esercito siriano, prima di rimetterli in sesto e inviarli di nuovo in battaglia, un altro esempio sorprendente di come lo Stato sionista collabori con i suoi presunti nemici giurati per rovesciare il presidente Bashar al-Assad. Questa non è una pretesa dei media statali iraniani o siriani, ma viene tranquillamente ammesso in un pezzo del sito fermamente pro-Israele DEBKAfile.Israele ha creato un grande ospedale da campo nei pressi della postazione di osservazione militare Tel Hazakah sul Golan, che si affaccia tra il sud della Siria e la Giordania settentrionale. Lì, arrivano i feriti della guerra siriana che vengono controllati ed esaminati dai medici dell’esercito israeliano che decidono se applicare le cure e inviarli di nuovo, o se giudicarli gravemente feriti, abbastanza per l’assistenza ospedaliera. I feriti gravi vengono spostati in uno dei più vicini ospedali israeliani, a Safed o ad Haifa”, afferma l’articolo. La relazione rileva che i combattenti feriti vengono probabilmente recuperati da “veicoli dell’esercito israeliano” senza segni, che vanno in Siria “per raccogliere i ribelli feriti.
Oltre ad informazioni più recenti, un rapporto dell’AFP di marzo documenta anche come l’IDF abbia istituito un “ospedale da campo militare” dell’esercito presso l’avamposto 105 nelle alture del Golan, al fine di soccorrere e curare i combattenti dell’ELS. Curando e riabilitando i militanti dell’ELS e i terroristi di al-Qaida feriti, Israele aiuta gli stessi ribelli che bruciano bandiere israeliane in pubblico e promettono di schiacciare il regime sionista, una volta rovesciato Bashar al-Assad. Diversi rapporti ora confermano che i militanti in prima linea in Siria nei combattimenti contro le forze di Assad, sono soprattutto membri del gruppo di al-Qaida Jabhat al-Nusra, che “ha ucciso numerosi soldati statunitensi in Iraq“, e che adesso è leader delle forze ribelli filo-occidentali in Siria. Dopo che l’organizzazione è stata dichiarata gruppo terrorista dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, 29 diversi gruppi dell’opposizione filo-USA in Siria hanno giurato fedeltà ad al-Nusra. Il rapporto di DEBKAfile ammette che i combattenti di Jabhat al-Nusra sono ora fortemente concentrati “nella zona di separazione di otto kmq sul Golan“, dove l’esercito israeliano li recupera per curarli.
Secondo fonti dei servizi segreti egiziani e giordani, il raid aereo d’Israele sulla Siria dello scorso fine settimana era stato anche programmato per precedere un’offensiva dei ribelli di al-Qaida contro le forze del Presidente Bashar al-Assad, che segnavano importanti vittorie militari fino a quel momento. Un articolo del Guardian di Londra dell’8 maggio, rileva come Jabhat al-Nusraemerga come la forza più attrezzata, finanziata e motivata nel combattere il regime di Bashar al-Assad“, e come la gran massa dei combattenti dell’ELS abbia raggiunto le sue fila. I tentativi occidentali di fare una distinzione tra i ribelli dell’ELS e i terroristi di al-Qaida per giustificare l’invio di armi pesanti, sono sempre più screditati dal fatto che Jabhat al-Nusra sia ora la forza di combattimento dominante, organizzando “tutti i giorni” i ribelli dell’ELS ed addestrandoli a costruire autobombe. Mentre l’influenza di al-Nusra è cresciuta, sono divenute numerose le atrocità, gli omicidi settari, le decapitazioni, gli attacchi terroristici contro scuole e altre infrastrutture civili.
Il sostegno di Tel Aviv ad al-Qaida ha molto senso se si accetta il fatto che sia gli Stati Uniti che Israele, sfruttano la presenza di al-Qaida in una determinata regione come pretesto per l’intervento militare, sia che tali militanti si battano dalla loro stessa parte, come in Libia e Siria, o dalla parte opposta come in Mali. Stati Uniti e Israele hanno anche armato e finanziato per anni i gruppi di al-Qaida affiliati in Iran, per compiervi attentati e omicidi.
Le potenze della NATO hanno anche apertamente armato e finanziato il Gruppo libico dei combattenti islamici, affiliato ad al-Qaida, per rovesciare il colonnello Gheddafi nel 2011, una politica che contribuì direttamente all’assalto alla missione diplomatica di Bengasi (che probabilmente era una copertura per il traffico di armi clandestino verso i ribelli siriani). È stato inoltre recentemente rivelato che il Dipartimento di Stato ha arruolato dei militanti filo-al-Qaida per “difendere” la missione diplomatica di Bengasi, che fu poi attaccata. I funzionari del Dipartimento di Stato che bloccarono i tentativi per aiutare gli statunitensi sotto attacco, in seguito hanno cercarono di nascondere il coinvolgimento di al-Qaida nell’attacco. Non solo Israele supporta i ribelli di al-Qaida in Siria, ma nel 2002 Israele fu colto in flagrante mentre effettivamente creava un gruppo di al-Qaida per giustificare gli attacchi contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.
La narrativa occidentale sulla Siria, secondo cui la lotta contro Assad è una rivolta organica dei siriani oppressi, è stata completamente screditata, nonostante i migliori sforzi dei media dell’establishment per mantenere tale mito. Ora diventa evidente che Stati Uniti, Regno Unito e Israele sostengono direttamente i terroristi di al-Qaida, al fine di avere il cambio di regime a lungo pianificato, mentre le potenze della NATO si agitano per armare i ribelli prima che i loro ultimi brandelli di legittimità siano fatti a pezzi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: Fallimento della NATO in Libia e sconvolgimento dell’US Army

Horace G. Campbell, Pambazuka, 26/11/2012
PETRAEUS AFGHANISTAN

La relazione extraconiugale che avrebbe causato le dimissioni del capo della CIA, generale Petraeus, è insignificante in confronto all’appartenenza a una sezione delle forze armate e delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti che persegue un complesso e completo programma di destra. E’ in questo contesto che i giornalisti e le università sono manipolati con la bella storia dell’AFRICOM, in particolare sulla Libia, diffusa negli Stati Uniti. Ma la morte dell’ambasciatore Stevens a Bengasi sfata questo mito.

Carter Ham è stato sollevato dal suo incarico a capo del Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM). Petraeus si è dimesso dalla CIA il 9 novembre. Il 26 ottobre, il viceammiraglio Charles M. Gaouette è stato assegnato al comando del gruppo d’attacco dell’USS John Stennis. Questi tre cambiamenti nei vertici della dirigenza militare statunitense sono tutti collegati al fallimento della missione e dell’intervento della NATO in Nord Africa, con la successiva guerra e ondate di assassini effettuati dalle milizie in Libia, in particolare a Bengasi. Questi cambiamenti mostrano la nuova autonomia e capacità di combattere una guerra testata in circostanze in cui, la CIA e i capi delle strutture di comando militare, come il Comando Centrale (CENTCOM) o AFRICOM, perseguono politiche indipendenti dal potere esecutivo e dalla leadership civile. Questi esperimenti hanno fallito, con conseguenze devastanti per l’intero apparato militare, incastrando generali, speculatori finanziari e specialisti mediatici di questioni militari e politiche.
Il 18 ottobre 2012, il segretario della difesa, Leon Panetta, annunciava che il presidente Obama avrebbe nominato comandante di AFRICOM il generale David Rodriguez, in sostituzione di Carter Ham. Quest’ultimo ha preso il comando di Africom dal generale William “Kip” Ward l’8 marzo 2011, e si fece notare come responsabile dell’intervento internazionale della NATO in Libia, presumendo che sarebbe durato un mese. Questa guerra è durata più di un anno. Un anno più tardi, dopo che le forze NATO hanno annunciato il loro “successo” in Libia, gli scontri con le milizie dell’11 settembre 2012 portarono al decesso dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia Christopher Stevens, e di altre tre persone (uno specialista del dipartimento di stato e due agenti della CIA) nei “locali” statunitensi di Bengasi. La risposta all’indagine interna dell’US Army è stata la nomina del generale David Rodriguez a capo di AFRICOM. Se e quando il Senato confermerà la nomina di David Rodriguez, AFRICOM avrà avuto tre diversi comandanti in meno di quattro anni.
Il 9 novembre, due giorni dopo che Barack Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti, veniva annunciato che il generale a quattro stelle in pensione e direttore generale della Central Intelligence Agency (CIA) si era dimesso. David H. Petraeus, che aveva corteggiato la stampa e le università per crearsi la reputazione di soldato-studioso di successo, improvvisamente si dimetteva dopo che la sua relazione extraconiugale era stata rivelata al pubblico. Questa relazione extraconiugale, a Washington, con la sua biografa che ha scritto “Tutto: la formazione del generale David Petraeus“, non era un segreto per nessuno. Questo libro è stato pubblicato nel gennaio 2012. Quando Paula Broadwell apparve in televisione a gennaio per promuoverlo, fece un discorso era pieno di allusioni, e coloro che potevano leggere tra le righe avrebbero capito ciò che stava cercando di comunicare. I media hanno riferito che la relazione extraconiugale è stata scoperta dal Federal Bureau of Investigation (FBI) e che questo testimoniava “un giudizio discutibile” del generale. Tra il 18 ottobre, quando il comandante di AFRICOM è stato sollevato dal suo incarico, e il 9 novembre, quando il generale Petraeus si è dimesso, c’è stato un notevole sforzo per presentare le informazioni sugli eventi di Bengasi, allo scopo d’influenzare il risultato delle elezioni presidenziali del 6 novembre. In gergo militare, questo sforzo dei neo-conservatori di scaricare la caduta di Bengasi sulle spalle della Casa Bianca, sarebbe stata considerata un’operazione d’informazione militare.
La stretta relazione tra media statunitensi, mondo accademico e forze armate è stata perfezionata nella nuova guerra, volta a combattere secondo i metodi sperimentati dall’adozione del Patriot Act e dalla fusione di media, aziende high-tech e quelle armi letali, robotiche, senza equipaggio, chiamate droni. Nella guerra gestita con tali metodi, i giornalisti e gli accademici che servono gli interessi dei vari rami militari hanno cercato di nascondere quegli enormi fallimenti come il fiasco dell’Iraq o della massiccia guerra contro la droga in Afghanistan. Questi camuffamenti sono stati rafforzati da relazioni tendenziose sul ruolo dei vari generali. Il recente libro di Thomas Ricks: “Generali: il comando militare americano dalla seconda guerra mondiale ad oggi” è uno degli spettacoli della nuova alleanza tra settori dei media e della dirigenza  militare. In questo libro, molti generali vengono criticati per la loro incompetenza e mancanza di visione. Tom Ricks ha partecipato a un dibattito dicendo che molti generali erano da licenziare. Per quanto riguarda Petraeus, Tom Ricks ha avuto solo complimenti, notando che “ha dimostrato una vera indipendenza mentale… Si tratta di un generale che sa adattarsi.” In questo libro, Petraeus è la pietra di paragone, mentre altri, come Tommy Frank e Casey vengono paragonati a William Westmoreland, simbolo del fallimento in Vietnam. Il web è ormai invaso da storie di sesso, intrighi e corruzione ora svelati al Mondo, in modo che tutti possano vedere come dei generali, come John Allen comandante delle forze USA in Afghanistan, che si ritiene sia al centro della guerra, abbia avuto il tempo e lo spazio per inviare da 20 a 30000 pagine di e-mail a Jill Kelley, una donna che vive a Tampa (Florida) considerata una rivale dell’amante del generale Petraeus. I titoli dei media su “la comunicazione non appropriata” con Jill Kelly, può distrarre dalla realtà dell’attuale situazione di guerra e di insicurezza in Libia, che ha provocato più di 50.000 morti  dall’intervento della NATO e della sua “responsabilità di proteggere“.
Per il popolo libico, le Nazioni Unite e la comunità pacifista, la rivelazione dello scandalo Petraeus ha un interesse particolare a causa della stretta relazione tra compagnie petrolifere, agenzie militari e di intelligence occidentali e le milizie di predoni che terrorizzano la popolazione libica. Il fallimento della strategia di controinsurrezione in Iraq e in Afghanistan si svela in Libia. Tutto è qui. Quando le informazioni sull’attacco ai “locali” statunitensi a Bengasi furono date, ci fu confusione. Lo spazio attaccato è un “consolato”, un “locale” del Dipartimento di Stato, un rifugio della CIA o, addirittura, una prigione per i miliziani catturati? Questa confusione ha distolto l’attenzione dal fatto che gli elementi dell’esercito hanno formulato una politica di allineamento con alcune milizie nella parte orientale della Libia (a volte chiamati jihadisti), che in passato hanno avuto legami con gruppi che gli Stati Uniti indicavano come “organizzazioni terroristiche”. Francia, CIA e AFRICOM hanno avuto come alleati questi jihadisti, nel destabilizzare la Libia, congelare i miliardi di Gheddafi, assassinarlo e stringere un’alleanza con una Libia quale base per l’attuale spinta al cambio di regime in Siria. I repubblicani pensavano di poter approfittare della confusione e della disinformazione diffuse dai servizi d’intelligence e militari sulla vera causa della morte dell’ambasciatore statunitense a Bengasi. Le udienze si svolgono su richiesta dei repubblicani, nel Congresso dominato dai repubblicani. Il Dipartimento di Stato ha fatto dichiarazioni, e la CIA ha pubblicato un calendario degli eventi a Bengasi, nella notte dell’11 settembre.
I media conservatori tentano di politicizzare il caso cercando di presentare una tabella che dimostri l’incompetenza dell’amministrazione Obama. Dopo ogni nuova dichiarazione alla stampa e presentazione del calendario, spuntano nuove informazioni, che pongono nuove questioni circa il marciume e la corruzione nell’esercito degli Stati Uniti. Dopo le sue dimissioni, è stato riferito dalla stampa statunitense che il generale David Petraeus ha visitato la Libia a fine ottobre, per condurre una propria indagine (alcuni direbbero un cover-up). Dopo la pubblicazione di queste informazioni, è stato rivelato che la CIA deteneva  miliziani libici in un suo edificio a Bengasi. Queste informazioni, rilasciate da Paula Broadwell in un discorso all’Università di Denver il 26 ottobre, ha ulteriormente complicato il nodo libico. Petraeus è stato il comandante delle forze USA in Iraq e in Afghanistan, in un momento della storia degli Stati Uniti in cui le informazioni militari sono importanti quanto le armi. Secondo la dottrina militare degli Stati Uniti, in questa nuova forma di guerra c’è una lotta per il controllo della narrazione. L’esercito degli Stati Uniti non è mai stato in grado di controllare le storie sull’Africa perché la storia della supremazia e del sciovinismo bianco hanno impedito una chiara comprensione delle dinamiche dell’auto-determinazione in Africa. Nel corso degli ultimi dieci anni, di assoluto fallimento delle operazioni militari statunitensi in Iraq e in Afghanistan, lo sforzo per  controllare la narrazione ha comportato una massiccia campagna di disinformazione contro i cittadini statunitensi.
Nel caso specifico della Libia, i media hanno presentato la “fine della guerra” come la vittoria delle forze della NATO. La verità non è mai stata dichiarata. Non è mai stato detto che la lotta continua in Libia, con la recentissima battaglia di Bani Walid quale prova esplicita della continuazione della guerra. Il “successo” dell’intervento della NATO era la versione ufficiale, fino a che la morte dell’ambasciatore Stevens ha dimostrato la natura stratificata della guerra. Tra il licenziamento del generale Carter Ham e le dimissioni del generale Petraeus, vi è stata la sostituzione del viceammiraglio Charles M. Gaouette posto a capo del gruppo d’attacco dell’USS John C. Stennis. Mentre tutta la questione su Libia e Petraeus viene sezionata, questa settimana vogliamo esaminare in che modo le strutture come l’AFRICOM cercano di gestire il tutto, come se il comando fosse un governo parallelo con un proprio accesso a risorse contro l’AIDS, le società militari private, il gruppo di attacco della portaerei John Stennis… Siamo di fronte alla collusione tra l’esercito e i servizi di intelligence indipendenti dal potere esecutivo, che ne ha perso il controllo.

Carter Ham è stato scelto dai crociati dell’esercito degli Stati Uniti
Quando l’Africa Command degli Stati Uniti è stata fondata nell’ottobre del 2007, William E. “Kip” Ward, un generale statunitense a quattro stelle, vi prestò servizio come comandante dal 1° ottobre 2007 all’8 marzo 2011. Afro-americano, è stato degradato a generale a tre stelle e sarà presto in pensione. È stato ritirato dall’AFRICOM subito dopo l’adozione della risoluzione 1973, nel febbraio 2011, quando la NATO e le agenzie d’intelligence degli Stati Uniti erano a conoscenza del complotto contro il popolo libico, da eseguirsi mediante AFRICOM. Come afro-americano, Ward aveva instaurato stretti rapporti con generali e politici africani, anche quelli che avevano pubblicamente preso posizione contro AFRICOM. La retrocessione di Ward si basa sull’accusa di aver speso troppo denaro, consentendo ai membri della famiglia di viaggiare con gli aerei del governo. Ed ecco un ufficiale che viaggiava con moglie e famiglia, caduto in disgrazia dall’alto comando dell’esercito, in un momento in cui il generale Petraeus dimostrava “mancanza di giudizio” verso Paula Broadwell.
Nel novembre 2012, hanno tolto una stella al generale William  “Kip” Ward” per uso improprio dei fondi militari quando era capo di AFRICOM, e deve ancora risarcire 82 mila dollari. Nel novembre 2010, il Senato confermava la nomina del generale Carter Ham al comando AFRICOM, ma l’ondata rivoluzionaria in Tunisia e in Egitto accelerava mentre assumeva l’incarico e s’insediava l’8 marzo 2011. A quel tempo, le forze armate degli USA erano divise tra coloro che ho definito le rocce e i crociati (vedi “Le Forze armate statunitensi e Africom: tra le rocce e i crociati” Pambazuka News, 31 marzo 2011). In questo articolo, ho detto che il capo di AFRICOM è stato scelto dai crociati. I crociati è un termine di Seymour Hersh, che lo ha usato per un pubblico poco preoccupato dalla pace e dalla giustizia sociale, in un articolo sulla rivista Foreign Policy. In questo articolo, Hersh ha rivelato che una fazione all’interno delle forze armate degli Stati Uniti, nota come “i crociati”, ha preso il potere nell’esercito. Hersh ha sostenuto che i crociati erano determinati a intensificare la guerra contro l’Islam e a considerarsi i protettori del cristianesimo. Secondo questo articolo, Hersh sostiene che gli elementi neo-conservatori dominano le alte sfere delle forze armate statunitensi, tra cui figure come l’ex-comandante statunitense in Afghanistan, Stanley McChrystal e il viceammiraglio William McRaven. Hersh ha detto: “Quello che sto dicendo è che otto o nove neo-conservatori, dei radicali se si vuole, hanno rovesciato il governo americano e preso il potere.”
Nel maggio 2009, quattro mesi dopo l’arrivo al potere del presidente Barack Obama, Harper Magazine ha pubblicato un lungo articolo che poneva il generale David Petraeus al centro dei crociati. L’articolo dal titolo “Proselitismo evangelico ancora dilagante tra le forze armate degli Stati Uniti“, dettagliava  in modo notevole il ruolo dei crociati. L’articolo discuteva di un libro del tenente-colonnello William McCoy, il cui titolo è “Manuale spirituale per il personale militare“. Secondo l’articolo, il libro sottolineava le “tendenze anti-cristiane” negli Stati Uniti e tentava di contrastare queste tendenze difendendo “la necessità per i cristiani di avere un esercito che funzioni correttamente“. Il libro di McCoy è stato adottato dal generale David Petraeus, che ha detto: “Oltre alle bandiere, questo libro dovrebbe essere in ogni zaino oggi, in cui i soldati hanno bisogno di energia spirituale“.
La guerra in Libia ha fornito ai crociati la possibilità di distruggere una società stabile del Nord Africa e di devastarne la società con 1700 milizie. Non solo i crociati hanno permesso l’invasione della Libia, ma anche di crearvi il caos, generando un grande tensione in Africa. L’impatto ha creato instabilità in tutto il nord-ovest dell’Africa. Carter Ham ha preso il comando di AFRICOM dopo che il generale Stanley McChrystal era stato licenziato. Petraeus ha curato i media e il mondo accademico, e ora sappiamo che la sua arroganza e superbia gli garantivano una elevata tolleranza all’idea dell’eccezionalità e superiorità innata del cittadino statunitense di origine europea. AFRICOM ha approfondito il concetto del generale Petraeus di mobilitazione delle forze “oscure” per la guerra. Questo concetto si basa sulla mobilitazione di risorse finanziarie e di personale esterni alla struttura formale dell’US Army, e un grande uso della Central Intelligence Agency (CIA) e delle società militari private. Nick Turse ha documentato questo cambiamento della pianificazione e dei combattimenti dell’istituzione militare nel libro: “Il nuovo volto dell’impero: operazioni speciali, droni, spie, combattenti-fantoccio, basi segrete e guerra informatica“, Haymarket Book, 2012. All’inizio dell’anno, Turse aveva partecipato a un dibattito con il colonnello Davis dell’AFRICOM sulla crescita rapida della presenza militare degli Stati Uniti in Africa (Vedasi: La rapida crescente presenza militare degli Stati Uniti in Africa). La discussione con il direttore dell’Ufficio affari pubblici del Comando dettagliava grandemente una serie di questioni sollevate da Turse, ed ha mostrato come la burocrazia dell’AFRICOM sia diventata sensibile alle nuove forme di guerra, delegandola alle operazioni con i droni e le forze speciali. (cfr. Dibattito).
Petraeus ha trovato lo spazio ideale per creare una unità militare/intelligence per elaborare una politica alternativa, quando chiese il comando della CIA e di gestire la rete di corruzione e droga in Afghanistan, nel 2011. Secondo il New York Times, Petraeus ha offuscato il confine tra soldati e spie in missione segreta all’estero. “La nomina del generale Petraeus e del signor Panetta sono l’ultima prova di un mutamento significativo negli ultimi dieci anni, su come gli Stati Uniti combattano le loro battaglie, confondendo il confine tra soldati e spie in missione segreta all’estero… Petraeus ha gettato l’esercito nelle braccia della CIA, che si avvale di operazioni speciali militari e di agenzie di sicurezza private per condurre missioni di spionaggio. Come comandante del Comando Centrale degli USA, ha anche firmato nel settembre 2009 un ordine confidenziale che autorizza le truppe per operazioni speciali a raccogliere informazioni in Arabia Saudita, Giordania, Iran e in altri luoghi ancora, oltre alle zone di guerra tradizionali.” (Vedasi)

Carter Ham licenziato dopo Bengasi
Questa è l’alleanza dei crociati che ha occupato il Dipartimento di Stato e la diplomazia degli Stati Uniti nella guerra in Libia. L’ambasciatore Stevens è diventato un campione della collaborazione tra il Comando Operazioni Speciali e le società militari private. Christopher Stevens aveva lasciato il suo posto presso l’ambasciata a Tripoli, nel febbraio 2011, per coordinare questo tipo di guerra a Bengasi. Quando la NATO ha dichiarato la vittoria, nell’ottobre 2011, Christopher Stevens venne scelto come ambasciatore in Libia e nel maggio 2012 era di nuovo in Libia. Tuttavia, la base principale per le operazioni speciali e gli intrighi in favore della sicurezza privata a Bengasi, era laddove la CIA aveva una base per il reclutamento degli “estremisti” diretti in Siria. Stevens è stato intrappolato in uno scontro tra la milizia e la CIA. L’ambasciatore Christopher J. Stevens, il senior management delle informazioni Smith Sean e gli agenti della CIA Tyrone Woods e Glen Doherty sono stati uccisi in un attacco a Bengasi, durante la notte dell’11-12 settembre 2012. Quando giunse la notizia, venne inizialmente detto che Woods e Doherty erano stati identificati come contractor privati, al fine di distogliere l’attenzione sulla CIA nella battaglia di Bengasi. Sean Smith, il responsabile informazione del Dipartimento di Stato, era il simbolo di quei simpaticoni che si sono mobilitati per una nuova postura militare degli Stati Uniti. Dopo la sua morte, la comunità “trendy” era in lutto.
Secondo il New York Times: “Il signor Smith era un accanito giocatore online di un videogame multiplayer chiamato Eve Online, in cui centinaia di migliaia di partecipanti di tutto il mondo, agiscono come pirati o diplomatici in un ambiente fantascientifico. Smith, on-line era “topo vile”. La sua esperienza è indicativa di come l’esercito abbia mobilitato esperienze sia nel mondo reale che nel mondo virtuale. Messaggi in codice vennero scambiati nel mondo virtuale, per assecondare gli interessi dei servizi segreti militari che operano al di fuori del quadro politico del governo. Sean Smith era chiamato “Maven” dai suoi compagni di gioco che ne hanno pianto la morte. E’ nel libro di Malcolm Gladwell, “Tipping Point” (Punto di interruzione), che Smith viene accostato ai “Maven” o connettori, “specialisti dell’informazione” o “alla persona che riposa dopo averci dato nuove informazioni.” Questi esperti o connettori sono cruciali per la nuova forma di guerra dove il confine tra guerra virtuale e guerra reale svanisce. Sempre più spesso i giocatori pescano a piene mani da situazioni reali, al punto che molti videogiochi sono in realtà delle simulazioni di possibili scenari di guerra. I militaristi conservatori che progettano questo tipo di distrazioni macho, hanno appena pubblicato Call of Duty Black Ops II, dove si presenta un David Petraeus virtuale come Segretario della Difesa. Sean Smith ha tragicamente imparato che la vera guerra non è un gioco. Il libro di Bob Woodward ci dice che l’ex generale Jack Keane (ora membro del consiglio dell’Istituto per lo studio della guerra) è uno dei più forti sostenitori della dirigenza militare/intelligence di Petraeus.
Il fatto che Jack Keane era arrivato alla National Public Radio (NPR) come presentatore, per spiegare la tempistica degli eventi di Bengasi (dove Stevens e Smith sono morti), rivela l’importanza del coinvolgimento di Petraeus negli eventi della notte dell’11-12 settembre. E’ in questa intervista del 2 novembre, che Jack Keane ha detto al Mondo della decisione del generale Carter Ham di chiedere alla National Response Force Mission (NMRF) di schierarsi a Bengasi. La NMRF è un’unità segreta di base sulla costa orientale degli Stati Uniti, in allerta 24 ore su 24, 7 giorni su 7, è l’unità di intervento più veloce disponibile a recarsi in qualsiasi parte del Mondo. In questa intervista, Keane ha detto al pubblico statunitense: “Queste sono forze di terra. Non c’era altra forza disponibile e questo è il motivo per cui ha dovuto chiedere rinforzi fuori dall’AFRICOM. Il generale Ham ha cercato forze simili nel Comando Europeo, che ha un’altra forza segreta destinata alle operazioni speciali, ma si addestrava in Europa centrale; fu trasferita in una base, equipaggiata per il combattimento e inviata a Sigonella. Quando queste forze sono arrivate, furono informate che la sede della CIA era stata evacuata. Il problema che abbiamo è che AFRICOM non ha forze assegnate alla regione della Libia, quindi abbiamo dovuto dipenderne,… allertando le truppe provenienti dall’Europa e dal Nord America per venire a combattere.” Le informazioni sullo schieramento del comandante di AFRICOM erano velate, ma sufficienti per capire che Carter Ham è stato coinvolto in una battaglia per cui AFRICOM non è adibito. Quando il Pentagono indagò sui fatti di Bengasi, Carter Ham venne sollevato dal suo incarico di comandante di AFRICOM. Non vi aveva prestato servizio per i consueti tre anni. Petraeus visitò la Libia dopo la partenza di Carter Ham, nella speranza di salvare la sua reputazione e le forze di guerra e distruzione che aveva sviluppato.

Ascesa e caduta di Petraeus: Bengasi, snodo elettorale
Petraeus è un ufficiale ambizioso, che ha raggiunto fama internazionale perché sapeva corteggiare i media in modo da fargli un ritratto luminoso. Petraeus è noto come ufficiale ambizioso da quando era a West Point, dove si rese conto che sposando la figlia del sovrintendente dell’Accademia Militare di West Point, l’avrebbe aiutato nella sua carriera. Holly Knowlton proviene da una famiglia di tradizione militare. Suo padre, generale William A. Knowlton, era il capo dell’Accademia Militare di West Point quando Petraeus era ancora un cadetto. Petraeus si è laureato all’Accademia di West Point nel 1974, due mesi dopo aver sposato Holly. Petraeus si spaccia come studioso e soldato, così ha studiato a Princeton e ha scritto una tesi dal titolo “L’esercito americano e le lezioni del Vietnam“. Per soddisfare le sue ambizioni, Petraeus usò l’accademia, in particolare i sociologi, per soddisfare le sue “ambizioni”. E’ stato il rapporto con uno di questi scrittori che ha rivelato l’entità delle sue ambizioni manovriere. Nell’esercito, Petraeus era noto dagli ufficiali tradizionali come uno che avrebbe fatto qualsiasi cosa per avanzare di carriera. Il suo stretto rapporto con George W. Bush e il “successo” della rimonta delle truppe in Iraq, hanno contribuito alla sua reputazione. Petraeus è una figura controversa per la sua vicinanza ai neo-conservatori. Un ufficiale in pensione si pone la domanda: “Il generale Petraeus è un eroe, come suggerito dalle sue dichiarazioni alla stampa, o è una finzione creata, imballata e presentata al popolo americano dall’amministrazione Bush e dai suoi alleati neo-conservatori nei media e nel mondo accademico, come icona della contro-insurrezione?” (Cfr. Col. Douglas MacGregor, La saga di Petraeus: epitaffio per un quattro stelle)
La storia del generale Petraeus è ora di dominio pubblico. Ma ciò che è ignoto è come sia diventato un vero e proprio capolavoro di finzione creato, confezionato e raccomandato al pubblico statunitense. La maggioranza dei cittadini statunitensi non conosce le immense sofferenze inflitte al popolo iracheno dopo la rimonta delle truppe voluta dal generale Petraeus. Nell’esercito c’erano grandi differenze tra gli ufficiali nello sforzo di comprendere l’esperienza in Afghanistan e in Iraq. Ciò ha portato alla pubblicazione di importanti studi dal titolo “Decennio di guerra”. Lo studio delle guerre che seguirono l’11 settembre dello Stato Maggiore, rappresenta lo sforzo dell’esercito per capire perché l’esercito statunitense ha fallito e si è impantanato nella palude della corruzione, della guerra contro la droga in Afghanistan e in Iraq. Non mancano certamente scrittori che hanno esplorato in dettaglio come gli Stati Uniti hanno corrotto l’Afghanistan. Un articolista del Washington Post è stato esplicito quando ha scritto “La corruzione afgana e come gli Stati Uniti l’hanno favorita“: “E’ ora che noi americani – governo, media, analisti e intellettuali – guardiamo con occhio acuto alle cause della corruzione in Afghanistan; il fatto è che siamo tanto da biasimare per quello che è successo. Gli afgani e noi abbiamo fortemente ritardato ad ammettere i nostri sforzi o a correggerci“. Altri esperti militari noti, come Anthony Cordesman, hanno scritto ampiamente sul saccheggio e la devastazione dell’Afghanistan. Uno scrittore pacifista come Alfred McKoy ebbe a scrivere: “C’è qualcuno per pacificare lo stato numero uno stato delle droghe. Le guerre dell’oppio in Afghanistan?“.
Anche se il nome di Petraeus non è specificamente apparso in queste relazioni su droga e  corruzione, la sua posizione di comandante in Afghanistan e capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha inevitabilmente puntato i riflettori nella sua direzione. Da importante esperto nella presentazione delle informazioni sulle operazioni militari redatte per i media, Petraeus ha avuto cura della stampa. Una delle manifestazioni più evidenti si può trovare nel nuovo libro di Thomas Ricks: “Generali: il Comando militare americano dalla seconda guerra mondiale ad oggi“. In questo libro, generali come Tommy Franks sono vilipesi, mentre Petraeus viene esaltato. Petraeus riceveva lo stesso atteggiamento da sicofante nel suo rapporto con Paula Broadwell. Petraeus aveva conosciuto Broadwell nel 2006, quando operava tra la CIA e Harvard. Ma questo rapporto non è stato completo prima della morte del generale William A. Knwolton nel 2008.

Il generale Petraeus e la mancanza di rispetto per Barack Obama
Petraeus si è reso popolare tra i neo-conservatori e i fondamentalisti cristiani come un buon esempio del codice d’onore dei cadetti di West Point. Il codice d’onore è semplice. Disse: “Un cadetto non mente, non bara, non ruba e non tollera quelli che lo fanno.” A causa del suo sostegno a “Agli ordini: manuale spirituale per il personale militare” del tenente-colonnello William McCoy, Petraeus era sui radar della destra. Non è un caso che politici come George W. Bush hanno fatto appello a lui. Bob Woordward nel suo libro ‘Le guerre di Obama’, ha documentato la mancanza di rispetto di un settore militare (i crociati) verso Obama. E’ importante per il lettore comprendere la profonda arroganza di Petraeus verso Obama. La formulazione di Petraeus era particolarmente rivelatrice, quando ha cercato di “incastrare” il presidente sulla questione del dispiegamento di truppe in Afghanistan. Bob Woodward racconta il via vai tra Obama, Petraeus e il generale Stanley McChrystal. Stanley McChrystal aveva istigato la divulgazione di notizia sulla corruzione in Afghanistan facendo commenti espliciti sul presidente Obama, sapendo che sarebbe valsa la pena di restare fuori dalla guerra alla droga in Afghanistan. Immediatamente nominato comandante in Afghanistan da Barack Obama, Petraeus comprese il valore dell’eredità del generale, e per via del suo senso della storia, approvò il progetto di Paula Broadwell che voleva scrivere la sua biografia. Douglas MacGregor lo descrive in questo modo: “Petraeus e Broadwell sono semplicemente due persone con obiettivi che convergono“.
Tra la biografia della Broadwell e il libro di Thomas Ricks, Petraeus è convinto che i posteri ricorderanno il suo nome. Nell’esercito vi era un intenso dibattito nel corpo degli ufficiali, sulla questione se ufficiali come Petraeus dovessero rendere conto. Il tenente-colonnello Paul Yingling ha scritto un articolo ampiamente discusso sul Giornale delle forze armate: “Il fallimento dei generali”. Con la presa del potere dei crociati nel campo militare, gli ufficiali che seguono la linea di Petraeus sono considerati favorevolmente. Secondo un articolo del New York Times, “Petraeus è stato il militare americano più importante negli ultimi dieci anni, l’architetto della rimonta delle truppe in Iraq. Ha sostituito il Generale Colin L. Powell come volto dei militari, diventando un personaggio esaltato da entrambe i lati della “linea” di Washington. Il New York Times è pienamente consapevole della divisione tra le rocce e i crociati, e di come Obama ha usato Colin Powell per chiamare a raccolta le rocce per sconfiggere i crociati. Ora sappiamo che il team di Obama non era compiacente verso le attività del generale Petraeus, che venivano monitorate. L’amministrazione lo teneva d’occhio ed era pienamente consapevole delle ambizioni presidenziali di Petraeus. Aveva assicurato Rahm Emmanuel di non essere un candidato per le presidenziali del 2012. Nel profilo favorevole compilato dal New York Times, si apprende che “Broadwell è diventata una presenza permanente presso la sede della coalizione guidata dagli americani a Kabul, poco dopo che Petraeus ne ha assunto il comando nel giugno 2010. Era considerata un’ambiziosa che perseguiva lo scopo di essere ammessa nell’elite della sicurezza nazionale di Washington. Se ne risentì quando gli ufficiali fecero notare che lei approfittava del suo rapporto con il loro capo.” Sei mesi dopo che Petraeus prese ufficio a Kabul, servendo da mentore della sua biografa, l’amministrazione nominò Holly Knowlton Petraeus alla carica di vicedirettrice dell’US Consumer Financial Protection Bureau, il cui compito è difendere i militari e le loro famiglie. La storia rivelerà più tardi il grado di contatto tra Michelle Obama e Holly Knowlton, quando gli iniziati a Washington capirono perfettamente le insinuazioni di Paula Broadwell al Daily Show.

Bengasi e la Libia entrano nel gioco elettorale
Settimane dopo gli scontri tra le milizie concorrenti a Bengasi, che costarono la vita degli agenti CIA e dell’ambasciatore degli Stati Uniti, i media simpatizzanti con i crociati “s’impadronirono di una serie di agenzie conservatrici, per lanciare accuse incendiarie poco prima delle elezioni, affermando che quattro americani erano stati uccisi a causa della negligenza dell’amministrazione.” Petraeus non fece alcuna dichiarazione pubblica. Ma i rapporti dei media e il breve viaggio di Petraeus in Libia sono la prova che ci fosse un grande progetto per limitare i danni. Sezioni dei media conservatori erano così sicuri della storia, che hanno accusato l’amministrazione di negligenza. William Kristol, direttore del conservatore Weekly Standard, ha concluso che l’agenzia stava indicando la Casa Bianca, suggerendo che avrebbe rifiutato l’azione richiesta. “Petraeus getta Obama in pasto ai lupi” avrebbe dovuto essere intitolato l’articolo sul blog del Weekly Standard. Tra l’incidente a Bengasi, il blog di William Kristol e la storia di Jack Keane sulla National Public Radio, c’era solo una cosa che avrebbe protetto Petraeus da una rivelazione completa. Le elezioni del 6 novembre 2012.
Bengasi e la Libia non furono un problema durante le elezioni, come speravano conservatori e crociati. Le forze alleate per la pace e la giustizia hanno eletto Barack Obama il 6 novembre. Due giorni dopo la sua rielezione, Petraeus ha rassegnato le dimissioni. I media ci dicono che il presidente aveva sentito per la prima volta dell’indagine sul rapporto tra Paula Broadwell e David Petraeus, l’8 novembre, quando Petraeus ha presentato le sue dimissioni. Secondo i media, il procuratore generale Eric Holder era stato già informato nel corso dell’estate. E’ difficile credere che il presidente non sapesse che l’FBI indagava sul generale David Petraeus. “I funzionari della Casa Bianca hanno detto che erano stati informati  la sera di mercoledì, che Petraeus aveva in programma di dimettersi a causa della sua relazione extraconiugale. Giovedì mattina, poco prima di una riunione del personale alla Casa Bianca, il presidente veniva informato quello stesso pomeriggio: Petraeus era andato dal presidente per dirgli che pensava sul serio alle dimissioni, che il presidente non aveva accettato, ma venerdì chiamò Petraeus e accettò le sue dimissioni…
Gli storici militari capiscono perché il Presidente ha voluto aspettare prima di prendere la decisione di accettare le dimissioni del più famoso generale statunitense. Dopo tutto, l’influenza di Petraeus sui giornalisti e i crociati era ben nota. Petraeus è stato il comandante di Fort Leavenworth, Kansas e del Center of Combined Arms (CAC) che si trova anche lì. Come comandante del CAC, Petraeus ha supervisionato lo Stato e il Collegio Maggiore Generale e 17 altre scuole, centri e programmi di formazione, mentre lavorava allo sviluppo di manuali di dottrina dell’esercito, alla formazione degli ufficiali e alla supervisione dei centri dell’esercito per la raccolta e la diffusione delle lezioni apprese. Durante la sua permanenza al CAC, Petraeus e il tenente-generale dei marines James Mattis curarono congiuntamente la pubblicazione del Field Manual 3-24, la maggior parte del quale è stato scritto da un gruppo straordinariamente composito di ufficiali, intellettuali, dirittumanitirasti, giuristi e giornalisti.
L’autore di queste righe rimane scettico riguardo la decisione di Obama di rifiutare le dimissioni di Petraeus, che si sarebbe basata su un approccio graduale alle tattiche militari adottate dal 2009. L’autore si astiene dal giudicare la recente prolusione di lodi a Petraeus di Obama, durante la conferenza stampa del 14 novembre 2012. Ci sono molti generali al comando legati sul piano militare e sociale a Petraeus, e l’estensione della sua rete cominciano ad essere conosciute. Le informazioni che il comandante in Afghanistan, John Allen, ha avuto dalla “comunicazione inappropriata” di 20-30000 pagine di e-mail, ha suscitato l’interesse dei cittadini mentre la storia veniva svelata. La cosa importante è che John Allen ha seguito le dottrine militari di Petraeus in Iraq e in Afghanistan. Ancora più significativo è il fatto che Allen ha sostenuto la nuova forma di destabilizzazione, la contro-insurrezione che coinvolge compagnie militari private.

La guerra in Libia e la necessità di smantellare le compagnie militari private
Il caso Petraeus si concentra sui dettagli piccanti della relazione extraconiugale del generale Petraeus, lasciando da parte la questione più fondamentale delle forme di distruzione militare scatenate in Iraq, Afghanistan e ora Libia. C’è stato un acceso dibattito nella dirigenza militare se i generali debbano rispondere alla leadership civile. Le dimissioni del generale Petraeus, il licenziamento di Carter Ham dall’AFRICOM e la nuova assegnazione del viceammiraglio Charles M. Gaouette, hanno fatto rivivere la questione del controllo civile sulle forze armate. Nonostante il nuovo libro di Tom Ricks, che è stato scritto per salvaguardare la reputazione di Petraeus, e la biografia di Petraeus che dovrebbe metterlo sul piedistallo dei generali più famosi degli USA, la nuova forma di guerra incontrollata ha abbattuto gli ufficiali principali architetti della strategia COIN di Petraeus e dei crociati. Nel contesto di una società democratica, i militari sono tenuti a fornire consulenze ai capi militari, e gli ufficiali non dovrebbero inviare truppe a combattere assieme alle milizie e senza l’autorizzazione della leadership civile.
L’intervento della NATO in Libia e la successiva base della CIA a Bengasi, sono forme costose di sperimentazione di nuove forme di guerra, che hanno causato la morte di migliaia di persone e distruzioni. Le rivelazioni sui centri di detenzione della CIA durante la guerra in Iraq, hanno generato sdegno verso queste prigioni private. Ci sono cittadini in Libia che possono rivelarsi confermando la veridicità sull’accusa di Paula Broadwell: che la CIA detiene dei prigionieri nei suoi centri in Libia. Politici stranieri hanno resistito alle richieste di una parte del Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti che voleva rivedere le operazioni militari della NATO in Libia. Attraverso il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, c’è stato uno sforzo enorme da parte di attivisti per la pace dal Sud del mondo, affinché le società militari private siano messe sotto il controllo internazionale. Il Consiglio ha istituito un “Gruppo di lavoro intergovernativo indefinito, per esaminare la possibilità di sviluppare un quadro giuridico internazionale per la regolazione, il controllo e la supervisione delle attività delle compagnie militari e di sicurezza private“.
Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno guidato l’opposizione alla sorveglianza delle aziende militari. I comandanti di CENTCOM e AFRICOM si sono comportati, in questi ultimi anni, come se fossero un governo parallelo. La guerra contro il terrorismo ha generato un clima di terrorismo intellettuale e una logica burocratica del comando unificato, permettendo ai militari di diventare una fonte politica esecutiva indipendente. Non c’era controllo quando il bilancio militare metteva a disposizione dei comandanti militari fondi illimitati. Perché AFRICOM non scava pozzi in Africa orientale e distribuisce libri di scuola? Queste attività facevano parte di un approccio di pubbliche relazioni per diffondere l’idea che AFRICOM stesse compiendo del lavoro umanitario in Africa. L’audizione di conferma del generale Rodriguez dovrebbe fornire un’altra occasione per esporre il fallimento della CIA/AFRICOM in Libia. Gli intellettuali africani hanno scritto molto per dire che l’AFRICOM è stata costituita come forza ausiliaria per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi.
In questo gioco di protezione, vi sono settori dei vertici militari che si sono avventurati a dire che AFRICOM serve da contrappeso all’influenza della Cina in Africa. Petraeus ha gettato l’esercito sul terreno della CIA, che si avvale di agenzie militari per le operazioni speciali e di sicurezza private, svolgendo missioni di spionaggio e combattimento. Nella sua qualità di comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha perfezionato il trucco di combattere assieme a un gruppo contro cui poi si rivolge. Questo doppio gioco, in fase di attuazione in Libia, al fine ritarda la pace e la ricostruzione della Libia, in modo da farla diventare un’altra Somalia. Grazie ai milioni di dollari a disposizione per corrompere  giornalisti e accademici, la storia del successo di AFRICOM è stata ampiamente utilizzata negli Stati Uniti. E’ questo tentativo di controllare la storia che ha contribuito a sostenere l’idea che l’operazione della NATO e degli Stati Uniti in Libia, sia stata un successo. La morte dell’ambasciatore Stevens sfata questo mito. Il licenziamento di Carter Ham ha rivelato come la CIA e l’esercito abbiano preso decisioni politiche indipendentemente dalla leadership civile. Quando si connettono i punti finanziari tra le società di facciata della CIA, come l’IN-Q-Tel, le aziende e i produttori di petrolio, si vede che il capitale globale è anche partner del complesso militare-industriale, e la sua necessità di una guerra perpetua contro il terrorismo. Questo è il cerchio che deve essere spezzato da coloro che vogliono la pace.
Petraeus e i suoi sostenitori sono convinti che il ciclo della guerra e della distruzione continuerà per generazioni. Petraeus era sicuro che con l’aiuto dei media, il quadro completo della distruzione in Libia e dell’alleanza con le milizie rimanesse nell’ombra, lontano dal controllo pubblico. La storia completa si sta svelando. Le forze per la pace e la giustizia devono intensificare la loro richiesta per lo smantellamento di AFRICOM. L’Africa ha bisogno di cooperazione e sostegno per la ricostruzione. La Libia ha bisogno del sostegno della comunità internazionale per controllare le milizie e ricostruire la società. E’ tempo per il movimento per la pace di riorientarsi verso le attività reali del generale Petraeus e non sulla sua relazione extraconiugale. In effetti, alcuni commentatori europei dicono che in Europa alcuni generali inseriscono tali informazioni nel circuito dei pettegolezzi per aumentare il proprio prestigio. Le forze per la giustizia e la pace dovrebbero concentrarsi sui collegamenti tra le dimissioni di Carter Ham, Petraeus e del viceammiraglio Charles. Mr. Gaouette

Horace Campbell è professore di Studi afro-americani e Scienze politiche alla Syracuse University. E’ anche professore ospite alla Tsinghua University di Pechino. È autore del libro di prossima pubblicazione “La NATO globale e il suo fallimento catastrofico in Libia”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’esercito libero siriano è comandato dal governatore militare di Tripoli

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 18 Dicembre 2011

Per quanto riguarda la “Primavera araba” e gli interventi della NATO, ufficiali o segrete, il Qatar sta cercando di imporre ovunque possa dei leader islamisti. Questa strategia ha portato non solo a finanziare i Fratelli Musulmani e a offrirgli al-Jazeera, ma anche a sostenere i mercenari di al-Qaida. Questi ultimi inquadrano l’esercito siriano ora libero. Tuttavia, tale sviluppo desta serie preoccupazioni in Israele e tra i sostenitori dello “scontro di civiltà”.

I membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si confrontano sull’interpretazione di eventi che sconvolgono la Siria. Per la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti, una rivoluzione scuote il paese, seguendo la “primavera araba“, è oggetto di una repressione sanguinosa. Al contrario, per la Russia e la Cina, la Siria si trova ad affrontare bande armate estere, che combatte goffamente causando vittime collaterali tra la popolazione civile che cerca di proteggere.
L’inchiesta che Réseau Voltaire ha condotto sul posto, convalida questa seconda interpretazione [1]. Abbiamo raccolto testimonianze di sopravvissuti degli attacchi dei gruppi armati. Descrivono alcuni attaccanti come iracheni, giordani o libici, riconoscibili dal loro accento, così come anche dei pashtun.
Negli ultimi mesi, alcuni giornali arabi,  favorevoli all’amministrazione al-Assad, hanno evocato l’infiltrazione in Siria da 600 a 1500 elementi del Gruppo combattente islamico in Libia (LIFG), ridenominato dal Novembre 2007 al-Qaida in Libia. Alla fine di novembre, la stampa libica ha riferito del tentativo, da parte delle milizie di Zintan, di fermare Abdelhakim Belhaj, compare di Usama bin Ladin [2], leader storico di al-Qaida in Libia, divenuto governatore militare di Tripoli per grazia della NATO [3]. La scena ha avuto luogo presso l’aeroporto di Tripoli, mentre stava andando in Turchia. Infine, i giornali turchi hanno parlato della presenza di Belhaj alla frontiera turco-siriana.
Queste accuse si scontrano con l’incredulità di tutti coloro per i quali al-Qaida e la NATO sono nemici inconciliabili, fra cui non è possibile alcuna cooperazione. Invece, rafforzano la tesi che io difendo dagli attacchi dell’11 settembre 2001, secondo cui i combattenti etichettati al-Qaida sono mercenari utilizzati dalla CIA [4].

Chi ha ragione?
Per una settimana il quotidiano monarchico in lingua spagnola ABC, ha pubblicato a episodi il documentario del fotografo Daniel Iriarte. Questo giornalista è vicino all’esercito libero siriano (ASL) appena a nord del confine turco. Ha preso la causa della “rivoluzione” e non trova mai parole abbastanza forti contro il “regime al-Assad“.
L’esercito libero siriano sarebbe formato da più di 20000 uomini, secondo il loro leader politico, il colonnello Riyad al-Asaad, di poche centinaia seconda le autorità siriane [5].
Tuttavia, nell’edizione di Sabato 17 Dicembre 2011, Daniel Iriarte testimonia di un incontro che l’ha scioccato. Mentre i suoi amici della ASL lo portavano in un nuovo nascondiglio, si trovò con degli strani ribelli: tre libici [6].
Il primo di loro era Mahdi al-Harati, un libico che ha vissuto in Irlanda prima di entrare in al-Qaida. Alla fine della guerra in Libia, è diventato il comandante della Brigata di Tripoli, il numero 2 del Consiglio militare di Tripoli guidato da Abdelhakim Belhaj. Si è dimesso da questa funzione, secondo alcuni, perché era venuto in conflitto con il Consiglio nazionale di transizione, secondo altri perché voleva tornare in Irlanda da cui proviene la moglie [7]. In realtà, ha raggiunto la Siria.
Ancora più strano: questo membro di al-Qaida era, nel giugno dello scorso anno, tra gli attivisti filo-palestinesi a bordo della nave turca Mavi Marmara. Agenti di molti servizi segreti, tra cui quegli degli Stati Uniti, si erano infiltrato nella “Freedom Flotilla” [8]. Fu ferito e tenuto prigioniero per nove giorni in Israele.
Infine, durante la Battaglia di Tripoli, Mahdi al-Harati ha comandato il gruppo di al-Qaida che ha assediato e attaccato l’hotel Rixos, dove mi trovavo con i miei compagni di Réseau Voltaire e della stampa internazionale, e i cui sotterranei erano utilizzati come ricovero per i leader della Libia, sotto la protezione della guardia di Khamis Gheddafi [9]. Secondo quest’ultimo, Mahdi al-Harati godeva della consulenza di ufficiali francesi, presenti sul terreno.
Il secondo libico incontrato dal fotografo spagnolo nell’esercito libero siriano, non è altro che Kikli Adem, un altro luogotenente di Abdelhakim Belhaj.  Infine, Daniel Iriarte non è stato in grado d’identificare il terzo libico, che si chiamava Fouad.
Questa testimonianza si sovrappone a ciò che i giornali arabi anti-siriani dichiarano da diverse settimane: l’esercito libico siriano è inquadrato da almeno 600 “volontari” di al-Qaida in Libia [10]. L’intera operazione è gestita da Abdelhakim Belhaj in persona, con l’aiuto del governo Erdogan.
Come spiegare che anche un giornale anti-Assad come ABC abbia deciso di pubblicare la testimonianza del suo inviato speciale, quando  mette in luce i metodi nauseanti della NATO e conferma la tesi del governo siriano della destabilizzazione armata? È che da una settimana, alcuni ideologi dello scontro delle civiltà si ribellano a questo sistema che integra gli estremisti islamici alla strategia del “mondo libero“.
Ospite del blog CNBC [11], l’ex primo ministro spagnolo José Maria Aznar ha rivelato, il 9 Dicembre 2011, che Abdelhakim Belhaj era sospettato del coinvolgimento negli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid [12], gli attacchi che hanno iniziato a porre fine alla carriera politica nazionale di Aznar.
L’uscita di Aznar corrisponde agli  interventi dei suoi amici del Jerusalem Center for Public Affairs, il think tank guidato dall’ex ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Dore Gold [13]. Esprimono pubblicamente i loro dubbi sulla validità della strategia attuale della CIA, di mettere al potere gli islamisti in tutto il Nord Africa. La loro critica è rivolta innanzitutto contro la Confraternita dei Fratelli musulmani, ma anche a due personalità libiche: Abelhakim Belhadj e il suo amico, lo sceicco Ali al-Salibi. Quest’ultimo è considerato il nuovo leader del paese [14]. I due uomini sono considerati essere le pedine del Qatar nella nuova Libia [15]. Questo è anche lo sceicco Salabi che ha distribuito 2 miliardi di dollari del Qatar per aiutare al-Qaida in Libia [16].
Così la contraddizione che si sta cercando di nascondere, negli ultimi dieci anni, ritorna in superficie: i mercenari, già pagati da Usama bin Ladin, non hanno mai smesso di lavorare al servizio della strategia degli Stati Uniti dalla prima guerra in Afghanistan, compreso il periodo degli attentati dell’11 settembre. Eppure vengono presentati dai leader occidentali come nemici implacabili.
E’ probabile che le obiezioni di Aznar e del Jerusalem Center for Public Affairs saranno ignorati dalla NATO come quelle del generale Carter Ham, comandante di AFRICOM. Questi era indignato, all’inizio della guerra in Libia, dalla necessità di proteggere i jihadisti che avevano appena massacrato i soldati USA in Iraq.
Lontano dalla realtà, il Comitato anti-terrorismo delle Nazioni Unite (il “Comitato d’applicazione della risoluzione 1267“) e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, mantengono sulla loro lista nera l’organizzazione di Abdelhakim Belhaj e dello sceicco Salabi, sotto il suo vecchio nome di gruppo combattente islamico in Libia. Ed è del parere che sia dovere di ogni stato fermare questi individui se passano sul loro territorio.

Note
[1] «Menzogne e verità sulla Siria», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 novembre 2011.
[2] «Libya’s Powerful Islamist Leader», Babak Dehghanpisheh, The Daily Beast, 2 settembre 2011.
[3] «Come al-Qaida é arrivata al potere a Tripoli», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 6 settembre 2011.
[4] «Ennemis de l’OTAN en Irak et en Afghanistan, alliés en Libye», Webster G. Tarpley, Réseau Voltaire, 21 maggio 2011
[5] «Syria’s opposition, rebels hold talks in Turkey», Safak Timur, AFP, 1 dicembre 2011.
[6] «Islamistas libios se desplazan a Siria para “ayudar” a la revolución»,  Daniel Iriarte, ABC (Espagne), 17 dicembre 2011. Versione francese: «Des islamistes Libyens en Syrie pour “aider” la révolution», traduzione di Mounadil al-Djazaïri, Réseau Voltaire, 18 dicembre 2011.
[7] «Libyan-Irish commander resigns as deputy head of Tripoli military council», Mary Fitzgerald, The Irish Times, 11 ottobre 2011.
[8] «Flottille de la liberté: le détail que Netanyahu ignorait», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 6 giugno 2010.
[9] «Thierry Meyssan et Mahdi Darius Nazemroaya menacés de mort à Tripoli», Réseau Voltaire, 22 agosto 2011.
[10] «Libyan fighters join “free Syrian army” forces», Al Bawaba , 29 novembre 2011.
[11] «Spain’s Former Prime Minister Jose Maria Aznar on the Arab Awakening and How the West Should React», CNBC.com, 9 dicembre 2011.
[12] «Attentats de Madrid : l’hypothèse atlantiste», Mathieu Miquel, Réseau Voltaire, 6 novembre 2009.
[13] «Diplomacy after the Arab uprisings», Dore Gold, The Jerusalem Post, 15 dicembre 2011.
[14] «Meet the likely architect of the new Libya», Marc Fisher, The Washington Post, 9 dicembre 2011.
[15] «Libyans wary over support from Qatar», John Thorne, The National (Emirati Arabi), 13 dicembre 2011.
[16] John Thorne, op. cit.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Beirut (Libano), 6 Settembre 2011

Réseau Voltaire ha ricevuto molte lettere da lettori che chiedono di al-Qaida in Libia. Al fine di rispondere, Thierry Meyssan ha riunito i principali elementi noti di questo dossier. Questi fatti confermano la sua analisi, sviluppata dall’11 settembre 2001, che al-Qaida sia composta da mercenari utilizzati dagli Stati Uniti per combattere in Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Kosovo, Iraq e ora in Libia, Siria e Yemen.

Negli anni ’80, la CIA ha incoraggiato Awatha al-Zuwawi a creare una fucina in Libia per reclutare mercenari e inviarli nella jihad contro i sovietici, in Afghanistan. Dal 1986 le reclute libiche vengono addestrate nel campo di Salman al-Farsi (in Pakistan), sotto l’autorità del miliardario anti-comunista Usama bin Ladin.
Quando bin Ladin si trasferì in Sudan, i jihadisti libici lo seguirono. Furono raggruppati in un loro compound. Dal 1994, Usama bin Ladin inviò dei jihadisti libici nel loro paese, a uccidere Muammar Gheddafi e a rovesciare la Jamahiriya popolare socialista.
Il 18 ottobre 1995, il gruppo si struttura sotto il nome di Gruppo Islamico Combattente in Libia (LIFG). Nei tre anni successivi, il LIFG ha cercato per quattro volte di assassinare Muammar Gheddafi e di stabilire la guerriglia nelle montagne del sud. A seguito di tali operazioni, l’esercito libico, sotto il comando del generale Abdel Fattah Younis, condusse una campagna per sradicare la guerriglia, e la giustizia libica lanciò un mandato di arresto contro Usama bin Ladin, diffuso dal 1998 dall’Interpol.
Secondo l’agente del controspionaggio del Regno Unito David Shayler, lo sviluppo del LIFG e il primo tentativo di assassinio di Gheddafi da parte di al-Qaida, furono finanziate con la somma di 100.000 sterline dall’MI6 britannico [1]. All’epoca, la Libia era l’unico stato al mondo a ricercare Usama bin Ladin, che ancora disponeva ufficialmente del sostegno politico degli Stati Uniti, anche se aveva contestato l’operazione “Desert Storm“.
Sotto la pressione di Tripoli, Hassan al-Turabi espulse i jihadisti libici dal Sudan. Spostarono le loro infrastrutture in Afghanistan, insediandosi nel campo di Shahid Shaykh Abu Yahya (appena a nord di Kabul). Tale installazione durerà fino all’estate del 2001, quando i negoziati a Berlino tra Stati Uniti ed i taliban, per il gasdotto transafgano, fallirono. A quel tempo, il mullah Omar, che si stava preparando all’invasione anglo-sassone, chiese che il campo venisse posto sotto il suo controllo diretto.
Il 6 ottobre 2001 il LIFG è nella lista stilata dal Comitato di applicazione della risoluzione 1267 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. C’è tuttora. L’8 dicembre 2004, il LIFG era nella lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. C’è ancora. Il 10 Ottobre 2005, il Dipartimento degli Interni britannico interdiva il LIFG dal suo territorio. Questa misura è ancora valida. Il 7 Febbraio 2006, le Nazioni Unite sanzionavano cinque membri del LIFG e quattro società ad essa collegate, che continuano ad operare impunemente nel territorio del Regno Unito, sotto la protezione dell’MI6.
Durante la “guerra contro il terrore“, il movimento jihadista si organizza. Il termine “al-Qaida“, che originariamente indicava il grande database in cui Usama bin Ladin sceglieva i mercenari di cui aveva bisogno per missioni specifiche, diventa gradualmente un piccolo gruppo. Le sue dimensioni diminuiscono, a mano a mano che viene strutturato.
Il 6 marzo 2004, il nuovo leader del LIFG, Abdelhakim Belhadj, che ha combattuto in Afghanistan al fianco di Usama bin Ladin [2] e in Iraq, vien arrestato in Malesia e poi trasferito in una prigione segreta della CIA, in Thailandia, dove è sottoposto al siero della verità e alla tortura. A seguito di un accordo tra gli Stati Uniti e la Libia, venne rispedito in Libia dove fu torturato da agenti inglesi, ma questa volta nella prigione di Abu Salim.
Il 26 giugno 2005, le agenzie di intelligence occidentali organizzano a Londra una riunione dei dissidenti libici. Formano la “Conferenza nazionale dell’opposizione libica” unendo tre fazioni islamiche: la Fratellanza mussulmana, la Confraternita dei Senoussi e il LIFG. Il loro manifesto fissa tre obiettivi:
– rovesciare Muammar Gheddafi;
– esercitare il potere per un anno (sotto la denominazione “Consiglio nazionale di transizione“);
– ripristinare la monarchia costituzionale nella sua forma del 1951 e rendere l’Islam la religione di Stato.
Nel luglio 2005, Abu al-Laith al-Liby riesce, contro ogni probabilità, a fuggire dal carcere di massima sicurezza di Bagram (Afghanistan) e a divenire uno dei leader di al-Qaida. Chiama i jihadisti del LIFG che non hanno ancora raggiunto al-Qaida in Iraq. I libici diventano la maggioranza dei kamikaze di al-Qaida in Iraq [3]. Nel febbraio 2007, al-Liby condusse un attacco spettacolare contro la base di Bagram, mentre il vicepresidente Dick Cheney si appresta a visitarla. Nel novembre 2007, Ayman al-Zawahiri e Abu al-Laith al-Liby annunciano la fusione del LIFG con al-Qaida.
Abu al-Laith al-Liby divenne il vice di Ayman al-Zawahiri, e a tal titolo il numero 2 di al-Qaida, in quanto non si avevano notizie di Usama bin Ladin. Fu ucciso da un drone della CIA in Waziristan, alla fine del gennaio 2008. Durante il periodo 2008-2010, Saif al-Islam Gheddafi negoziò una tregua tra i libici e il LIFG. Pubblicò un lungo documento, ‘Gli studi riparatori’, in cui ammette di aver commesso un errore nel fare appello alla jihad contro i fratelli musulmani, in un paese musulmano. In tre ondate, tutti i membri di al-Qaida sono graziati e rilasciati alla sola condizione che rinuncino per iscritto alla violenza. Su 1800 jihadisti, oltre un centinaio rifiutano l’accordo e preferiscono rimanere in carcere.
Dopo il suo rilascio, Abdelhakim Belhadj lascia la Libia e si trasferisce in Qatar.
Nei primi mesi del 2011, il principe Bandar Bin Sultan intraprende una serie di viaggi per rilanciare al-Qaida espandendone il reclutamento, fino ad ora quasi esclusivamente tra gli arabi, ai musulmani dell’Asia centrale e del sud-est. Uffici di reclutamento vengono aperti in Malesia [4]. Il miglior risultato si ottiene a Mazar-i-Sharif, dove più di 1.500 afgani vengono impegnati nella jihad in Libia, Siria e Yemen [5]. In poche settimane, al-Qaida, che era solo un piccolo gruppo moribondo, può allineare più di 10.000 uomini. Questo reclutamento è ancora più facile, poiché i jihadisti sono i mercenari più economici sul mercato.
Il 17 Febbraio 2011, la “Conferenza Nazionale dell’opposizione libica” organizza il “giorno della collera” a Bengasi, che segna l’inizio della guerra.
Il 23 febbraio l’Imam Abdelkarim al-Hasadi annuncia la creazione di un emirato islamico a Derna, la città più fondamentalista della Libia, da cui proviene la maggior parte dei kamikaze jihadisti di al-Qaida in Iraq. Al-Hasadi è un membro di lunga data del LIFG, ed è stato torturato dagli statunitensi a Guantanamo [6]. Il burqa è obbligatorio e le punizioni corporali vengono ripristinate. L’emiro al-Hasidi organizza un proprio esercito, che nasce con alcune decine di jihadisti e che presto ne raggruppa più di mille.
Il Generale Carter Ham, comandante di Africom, incaricato di coordinare le operazioni alleate in Libia, ha espresso le sue preoccupazioni per la presenza tra i ribelli, che gli viene chiesto di difendere, di jihadisti di al-Qaida che hanno ucciso soldati statunitensi in Afghanistan e in Iraq. Fu sollevato dalla sua missione, che venne affidata alla NATO.
In tutta la Cirenaica “liberata“, gli uomini di al-Qaida diffondono il terrore, massacrano e torturano. Sono specializzati nel tagliare la gola ai gheddafisti, a cavare occhi e tagliare i seni delle donne impudiche. L’avvocato della Jamahiriya, Marcel Ceccaldi, accusa la NATO di “complicità in crimini di guerra“.
Il 1° maggio 2011, Barack Obama annuncia che ad Abbottabad (Pakistan), sei commando dei Navy Seal hanno eliminato Usama bin Ladin, di cui si era senza notizie credibili da quasi 10 anni. Questo annuncio permette di chiudere il dossier al-Qaida e di rinnovare il look dei jihadisti quali nuovi alleati degli Stati Uniti, come ai bei vecchi tempi delle guerre in Afghanistan, Bosnia, Cecenia e Kosovo [7]. Il 6 agosto, tutti i sei membri del commando dei Navy Seal muoiono nella caduta del loro elicottero.
Abdelhakim Belhadj torna nel suo paese su un aereo militare del Qatar, all’inizio dell’intervento della NATO. Ha preso il comando degli uomini di al-Qaida nelle montagne del Jebel Nefusa. Secondo il figlio del generale Abdel Fattah Younis, è lui che ha sponsorizzando l’omicidio, il 28 luglio 2011, del suo vecchio nemico, che era diventato il capo militare del Consiglio di Transizione Nazionale. Dopo la caduta di Tripoli, Abdelhakim Belhadj apre le porte del carcere di Abu Salim, rilasciando gli ultimi jihadisti di al-Qaida che vi erano detenuti. Viene nominato governatore militare di Tripoli. Pretende le scuse dalla CIA e dall’MI6 per il trattamento che gli hanno inflitto in passato [8]. Il Consiglio nazionale di transizione l’incarica di addestrare l’esercito della nuova Libia.

Note:
[1] David Shayler: “J’ai quitté les services secrets britanniques lorsque le MI6 a décidé de financer des associés d’Oussama Ben Laden“, Réseau Voltaire, 18 novembre 2005.
[2] Libya’s Powerful Islamist Leader, Babak Dehghanpisheh, The Daily Beast, 2 settembre 2011.
[3] Ennemis de l’OTAN en Irak et en Afghanistan, alliés en Libye, Webster G.  Tarpley, Réseau Voltaire, 21 maggio 2011.
[4] “La Contro-rivoluzione in Medio Oriente“, di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 11 maggio 2011.
[5] CIA recruits 1,500 from Mazar-e-Sharif to fight in Libya,  Azhar Masood, The Nation (Pakistan), 31 agosto, 2011.
[6] Noi ribelli, islamici e tolleranti, reportage di Roberto Bongiorni, Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2011.
[7] Riflessioni sulla annuncio ufficiale della morte di Osama bin Laden,  Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 maggio 2011.
[8] Libyan commander demands apology over MI6 and CIA plot, Martin Chulov, Nick Hopkins e Richard Norton-Taylor, The Guardian, 4 settembre 2011.
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.988 follower