Ciò che Obama condivide con Assad, Russia e Yemen, il ricatto saudita

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 24/04/20163500La visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama in Arabia Saudita è stata definita un tentativo di Washington per riparare i rapporti tesi con l’alleato arabo. Tuttavia si scopre che Obama avrebbe molto in comune con Assad, la Russia e i ribelli huthi dello Yemen. Tutti ricattati dalla Casa dei Saud per scopi politici. Obama, accompagnato dal segretario alla Difesa Ashton Carter, avrebbe rassicurato re Salman sui legami strategici tra i due Paesi risalenti allo storico incontro del 1945 tra il Presidente Franklin D. Roosevelt e il fondatore dell’Arabia Saudita Ibn Saud (padre del monarca in carica). Parlando delle reciproche preoccupazioni contemporanee, Obama e gli ospiti sauditi si concentravano sulla verifica della presunta ingerenza iraniana nella regione e presumibilmente sulla sconfitta dei gruppi terroristici islamici. Lo sforzo nel rattoppare le relazioni avviene dopo che il presidente degli Stati Uniti denigrò i sauditi e gli altri monarchi del Medio Oriente quali “sfruttatori” della benevolenza statunitense, in un’intervista dello scorso mese con la nota rivista Atlantic. Obama lamentava il fatto che Arabia Saudita e altri godevano della protezione militare degli Stati Uniti da troppo tempo e della necessità d’iniziare a contribuire di più impiegando le proprie forze nella regione. Come se non bastasse, i governanti sauditi hanno reagito furiosamente quando emergeva lo scorso fine settimana un disegno di legge al Congresso degli Stati Uniti che potrebbe dare alle famiglie delle vittime del 9/11 il diritto di citare in giudizio l’Arabia Saudita in un tribunale federale. Cioè le prove che dimostrino i legami dello Stato con le atrocità nel 2001, quando circa 3000 cittadini statunitensi furono uccisi. Famiglie e attivisti credono che ci sia una connessione incriminante dei governanti sauditi con gli attacchi terroristici, perché 15 dei presunti 19 attentatori erano cittadini sauditi. La Casa Bianca di Obama in seguito ha detto che il presidente avrebbe posto il veto alla legge se veniva approvata dal Congresso, citando la preoccupazione che il precedente della rimozione dell’immunità sovrana potrebbe mettere cittadini e governo degli Stati Uniti a rischio di future azioni legali. Pesa decisamente sulla posizione della Casa Bianca anche la minaccia straordinaria della Casa dei Saud secondo cui, se la legislazione sull’11 settembre dovesse passare, l’Arabia Saudita svenderebbe la massiccia partecipazione in titoli del Tesoro USA. Il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr avvertiva che 750 miliardi di dollari in titoli statunitensi e altre attività sarebbero stati svenduti. La mossa non sarebbe nient’altro che un bluff dei reali sauditi. Alcuni commentatori e persino dei funzionari degli Stati Uniti hanno espresso incredulità sui governanti sauditi che adotterebbero una misura così drastica dalle conseguenze dannose, destabilizzando la fragile economia saudita, in crisi comunque per il crollo dei prezzi del petrolio e la costosa guerra nello Yemen.
Tuttavia, almeno in teoria, la minaccia saudita della svendita dei buoni del tesoro degli Stati Uniti sarebbe un colpo devastante per l’economia statunitense, andando al cuore del rapporto strategico USA-Arabia Saudita, che ruota intorno al maggiore esportatore di petrolio al mondo che vende la propria merce esclusivamente sempre in dollari. Il sistema dei petrodollari USA-saudita significa che il resto del mondo è obbligato a seguirne l’esempio usando i verdoni statunitensi quali mezzi finanziari standard di transazione. Questa è la base del dollaro quale valuta di riserva mondiale permettendo agli Stati Uniti di continuare a stampare dollari ed avere un debito nazionale ciclopico (ora di 19 trilioni di dollari). Di recente, le crepe nel monolite dei petrodollari iniziano ad aprirsi, con Russia e Cina che accettano scambi di petrolio e gas utilizzando le proprie valute nazionali. Inoltre, l’Iran passa a vendere il petrolio in Europa accettando l’euro. Così, il sistema dei petrodollari, la linfa vitale della cronicamente indebitata economia degli Stati Uniti, può continuare per il momento a dominare, ma su un bilico pericolosamente delicato. Ecco perché la minaccia saudita di vendere titoli del debito degli Stati Uniti spaventava tanto quando fu annunciata questa settimana. E’ anche per questo che, almeno in parte, l’amministrazione Obama ha detto con forza che annullerebbe la normativa sull’11 settembre presentata al Congresso. (Un’altra ragione è che Washington teme che qualsiasi indagine sul coinvolgimento saudita nell’11 settembre potrebbe anche svelare la collusione dell’intelligence statunitense nel perpetrare un azione interna per interessi strategici). In ogni caso, qui è la questione. La Casa Bianca di Obama ha solo subito il ricatto saudita. La spinta a questo è: dite ai vostri cittadini di fare marcia indietro sul contenzioso scomodo oppure staccheremo la spina alla vostra economia, piegandovi con ignominia davanti a noi.
Nonostante la patina di lustro sulla pseudo-alleanza a Riyadh, tra Obama e re Salman, un risultato divertente è questo: Obama si trova nella stessa posizione sconveniente del Presidente siriano Bashar al-Assad, di Mosca e dei rivoluzionari yemeniti guidati dagli huthi. Tutti sottoposti, in un modo o nell’altro, al modus operandi della diplomazia saudita, il ricatto. Sulla Siria, il gruppo di opposizione filo-saudita, l’alto comitato per i negoziati, ha detto questa settimana, ancora una volta, che uscirà dai colloqui di pace di Ginevra perché il suo ultimatum sulle “dimissioni” di Assad è stato più volte respinto. Il capo negoziatore del governo della Siria Bashar al-Jafari ha condannato l’HNC (noto anche come gruppo di Riyadh) per aver preso in ostaggio il processo di Ginevra con tali richieste massimaliste. Il Viceministro degli Esteri della Russia Sergej Rjabkov criticava aspramente l’HNC per la sua “tattica ricattatoria”. Inoltre, Rjabkov accusava l’HNC di sfruttare le violenze presso Aleppo per minare il traballante cessate il fuoco. L’HNC è una creatura diplomatica dell’Arabia Saudita, creata a Riyadh lo scorso dicembre su istigazione dei governanti sauditi per presentare il fronte politico dei vari gruppi terroristici del cambio di regime. HNC è dominato da Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham, che nominalmente firmarono il cessate il fuoco mediato da Stati Uniti e Russia il 27 febbraio, anche se sono invischiati con gruppi ufficialmente designati terroristici, Jabhat al-Nusra affiliato ad al-Qaida e lo Stato islamico (SIIL). Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham sono finanziati da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Washington ha dato il suo sostegno politico all’HNC, dominato dai due gruppi terroristici con legami organizzativi con le brigate ufficialmente designate terroristiche. Nel frattempo, nello Yemen, la stessa tattica ricattatoria è presente. I colloqui di pace sarebbero in corso in Quwayt tra, da un lato l’Arabia Saudita e una fazione fedele al deposto fantoccio saudita, il presidente Abdrabuh Mansur Hadi, e dall’altra parte i comitati popolari guidati dagli huthi. Un cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore nello Yemen l’11 aprile aprendo la via ai colloqui di pace. Tuttavia, i comitati popolari affermano che i bombardamenti aerei sauditi continuano incessantemente, nonostante la dichiarazione ufficiale del cessate il fuoco. I ribelli respingono le pretese saudite sul loro ritiro dai territori ex-lealisti e di cedere le armi quale precondizione per i negoziati politici. Si sostiene che perciò i raid aerei sauditi continuano, per fare pressione sugli huthi affinché facciano concessioni nei negoziati. In altre parole, ricattare con la minaccia delle violenze. I colloqui dovrebbero riprendere in Quwayt dopo che i ribelli yemeniti avrebbero ricevuto la garanzia dall’inviato delle Nazioni Unite che le forze saudite avrebbero rispettato il cessate il fuoco e desistito dalle violenze. Il modello inconfondibile qui è il ricatto saudita come mezzo per raggiungere obiettivi politici. Ricatto più violenza coercitiva.
Mentre yemeniti, siriani e russi sono ormai esperti della squallida politica saudita, il presidente Obama, vecchio alleato strategico dell’Arabia Saudita, sembra averla subita all’inizio di questa settimana. Sorrisi e strette di mano tra Obama e re Salman a Riyadh non smentiscono la sordida realtà.&NCS_modified=20160421121432&MaxW=640&imageVersion=default&AR-160429841La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

USA-Arabia Saudita: i giorni passati sono finiti per sempre

MK Bhadrakumar Indian Punchline 22 aprile 2016Barack Obama, Hamad bin Isa al Khalifa, Hamad bin Isa al Khalifa, King SalmanLa visita del presidente Barack Obama in Arabia Saudita è stata un boomerang. Le buone intenzioni non sono mai state in dubbio, ricucire tra i due Paesi. Ma ciò che emerge è che si avrà bisogno di molto di più di una visita, e forse neanche una presidenza piena può adempiere tale missione. Secondo il principe Turqi al-Faysal, ex-capo dell’intelligence saudita, tutti i cavalli del re e tutti gli uomini del re non possono più fare circo insieme. Turqi ha detto a Christiane Amanpour della CNN che ci sarà “una ricalibrazione del nostro rapporto (saudita) con gli USA. Fino a che punto possiamo continuare con la nostra dipendenza dagli USA, e quanto possiamo contare sulla fermezza della leadership statunitense, cosa ci avvantaggerà insieme nel futuro. Questo è ciò che dobbiamo ricalibrare“. Poi aggiungeva: “Non credo che dovremmo aspettarci che un qualsiasi nuovo presidente degli USA torni, come ho detto, ai giorni passati, quando le cose erano diverse“. Quando uno stretto solido rapporto si sfilaccia, è sempre uno spettacolo doloroso che fa solo esperienza. Obama ha subito un’umiliazione a Riyadh, probabilmente senza paralleli nella recente diplomazia internazionale. È stato accolto all’arrivo a Riyadh da un relativamente poco importante funzionario saudita, il governatore di Riyadh. Per completare l’umiliazione, re Salman ha reso chiara la cosa essendo presente su un’altra parte dell’aeroporto a ricevere personalmente i capi del GCC inviati a Riyadh nello stesso momento per incontrare Obama. La televisione di Stato saudita ha del tutto ignorato l’arrivo di Obama a Riyadh. Naturalmente, Obama è sentimentale verso i legami personali con statisti stranieri, e col suo occhio d’aquila nel garantire gli interessi degli Stati Uniti sarà ben disposto a trascurare tali difficili momenti protocollari. Infatti ha fatto finta di non accorgersi dell’affronto di Salman e, inoltre, dopo i colloqui a Riyadh ha insistito sul fatto che la visita ha aumentato il consenso tra Stati Uniti e gli alleati del GCC. Obama conta sulle punta delle dita le aree in cui ha consenso, lotta a Stato islamico e terrorismo, Siria, Iraq, Libia e Yemen. Obama ha anche espresso apprezzamento per il ruolo del GCC nei negoziati sull’accordo nucleare con l’Iran. Tuttavia, tutti i profumi d’Arabia non possono eliminare la puzza dell’affronto di Salman a Obama. (Trascrizione della Casa Bianca). Il punto è che la discordia USA-Arabia Saudita va ben al di della geopolitica: ascesa dell’Iran, dipendenza degli alleati dagli USA, politica energetica, ‘ambivalenza’ degli USA verso la primavera araba, Siria e così via. Il rapporto si rompe sulle fatidiche ’28 pagine’ ancora classificate della relazione d’indagine sugli attacchi dell’11 settembre a New York e Washington. Si legga la splendida trascrizione della CBS News sulle pagine ’28 pagine’ per comprendere la posta in gioco (Qui).
41ystKnnufL._SX326_BO1,204,203,200_ L’orologio ticchetta. Obama deve prendere la fatidica decisione a giugno se consentire che le 28 pagine siano declassificate. Il suo istinto sembra favorire tale mossa, ed è anche sottoposto alla pressione dell’opinione pubblica. Eppure, traccheggia essendo sicuro di come, dove e quando gli interessi (e vite) statunitensi saranno messi a repentaglio se si spezza la relazione USA-Arabia Saudita. In effetti, i sauditi hanno fatto sapere che la pagherà carissimo. Forse sono spacconate, ma soprattutto, forse no. Di sicuro, è un invito strategico ad Obama. Ma d’altra parte gli statunitensi sempre più si pongono domande sul ruolo dell’Arabia Saudita nel promuovere terrorismo e la sua variante dell’Islam. È una nuova esperienza per Washington e Riyadh, in quanto la potente lobby saudita negli Stati Uniti, tradizionalmente creatrice di opinioni nei corridoi del potere, viene scavalcata e i tribunali degli Stati Uniti ascoltano le famiglie delle vittime dell’11 settembre. Anche un politico di destra come l’ex-sindaco di New York Rudy Giuliani, grande amico dei principi sauditi, ha preso le distanze. (Qui). Tuttavia, la saggezza convenzionale ancora crede che il rapporto USA-Arabia Saudita non sia sul punto di disintegrarsi. La CNN utilizza la metafora del matrimonio infelice “in cui entrambe le parti, nel bene e nel male, sono incastrate”. C’è molto da dire a favore di tale interpretazione dal cauto ottimismo, per via del riciclaggio dei petrodollari. (Per chi non lo sapesse, vi è un libro sorprendente sul tema intitolato La mano occulta dell’egemonia americana. Riciclaggio di petrodollari e mercato internazionale, del noto accademico Prof. David Spiro che ha insegnato alla Columbia e ad Harvard). Ma, d’altra parte, sarà estremamente difficile ritessere nuovi interessi comuni tra Washington e Riad se emergono le 28 pagine e la collusione di membri della famiglia reale saudita con gli attecchi dell’11 settembre. Infatti, tutto indica che le linee di frattura sono in lenta elaborazione, costantemente, se un grande gruppo bipartisan al Senato e alla Camera sostiene il disegno di legge che permetterà alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio gli Stati che hanno finanziato o supportato l’attacco terroristico sul suolo statunitense. È un segno inequivocabile di imminenti tempi tempestosi se il disegno di legge ha l’appoggio dei candidati presidenziali democratici Hillary Clinton e Bernie Sanders, ed è in effetti co-sponsorizzato dal candidato repubblicano Ted Cruz.U.S. President Barack Obama walks with Saudi King Salman at Erga Palace upon his arrival for a summit meeting in RiyadhTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il secondo rapporto dell’intelligence russa sull’aiuto turco allo Stato islamico

Rete Voltaire, Mosca (Russia) 9 aprile 2016

Il primo documento: “Il rapporto dell’intelligence russa sull’aiuto turco allo Stato islamico“, Rete Voltaire, 18 febbraio 2016.

L’invio di armi e munizioni dalla Turchia al territorio siriano occupato dallo Stato islamico
5DOZR4NLIl principale fornitore di armi ed equipaggiamenti militari dei combattenti dello SIIL è la Turchia, che agisce attraverso organizzazioni non governative. Le attività in tale settore sono supervisionate dall’Organizzazione dell’Intelligence Nazionale (MIT) turca e i rifornimenti vengono trasportati principalmente su strada, anche mediante veicoli integrati nei convogli di aiuti umanitari. La fondazione Besar (il cui presidente è D. Sanli) è attivamente coinvolta nelle operazioni incentrate su obiettivi precisi. Nel 2015 organizzò 50 convogli per le regioni turcomanne di Bayirbucak e Kiziltepe (260 km a nord di Damasco). Le donazioni da parte di individui ed entità sono “ufficialmente” le principali fonti di finanziamento. Infatti, i fondi versati sul conto di tale organizzazione provengono da una dotazione specifica del bilancio del MIT. La fondazione Besar ha aperto conti correnti in banche turche e straniere con l’aiuto del governo. La fondazione Iyilikder (il cui presidente è I. Bahar) invia una notevole quantità di armi ed equipaggiamenti militari nel territorio siriano occupato dallo SIIL. Nel 2015 inviò circa 25 convogli. La gestione dell’organizzazione non governativa è finanziata da fondi nei Paesi europei e mediorientali. I fondi denominati nelle valute più importanti vengono trasferiti su conti domiciliati nelle banche Kuveyt Turk e Vakif.
La Fondazione per la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali (IHH) (il cui presidente è B. Yildirim) è strettamente coinvolta nell’invio di materiale militare ai terroristi in Siria. È ufficialmente supportata dal governo turco e opera sotto la direzione dei servizi segreti turchi. Dal 2011 tale fondazione ha inviato 7500 veicoli con diversi carichi diretti nel territorio occupato dallo SIIL, ed è finanziata con fondi in Turchia e altri Stati, raccolti tramite le banche turche Ziraat e Vakif. Inoltre, per affrontare i problemi nell’invio di armi ed equipaggiamenti militari nel territorio occupato dallo SIIL, gli agenti del MIT adottavano misure per controllare i depositi di armi e munizioni nelle città di confine di Bukulmez e Sansarin (530 km a sud-est di Ankara, nella provincia di Hatay). Le armi consegnate ai combattenti in genere attraversano il valico di frontiera di Cilvegoezu (530 km a sud-est di Ankara), con l’aiuto degli agenti dei servizi d0intelligence e della gendarmeria turca. Ad esempio, tra il 2 e l’8 novembre 2015 molte armi furono inviate nella città di Atma (310 km a nord di Damasco) dal valico di frontiera di Cilvegoezu. I terroristi che si trovavano in questa zona venivano riforniti con munizioni per i sistemi missilistici anticarro TOW, lanciagranate RPG-7 e armi di piccolo calibro. Nel novembre 2015, l’invio di materiale militare fu organizzato per i gruppi armati criminali presenti nella provincia di Lataqia. Gli islamisti ricevettero dai servizi d’intelligence turchi cannoni senza rinculo M-60 con munizioni, proiettili di mortaio da 82mm, munizioni da 23mm e 12,7mm, bombe a mano, attrezzature e apparecchiature per le comunicazioni. Tra l’11 e il 21 gennaio 2016, gli agenti dei servizi segreti turchi rifornirono l’organizzazione terroristica Jabhat al-Sham con munizioni calibro 7,62mm e 12,7mm e munizioni per i lanciagranate RPG-7. Il carico fu trasportato in un campo di terroristi nella provincia di Lataqia attraverso il confine siriano-turco dalla regione di Kizilcat (540 km a sud-est di Ankara). Parte delle armi e delle munizioni ricevute fu successivamente rivenduta dai capi operativi ai rappresentanti dello SIIL (in cambio di prodotti petroliferi, alimentari e altri beni). Il 25 gennaio 2016, la Fondazione turca per la difesa dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali finanziava l’invio di molto materiale e cibo (circa 55 tonnellate) per i terroristi dello SIIL. La federazione delle società e fondazioni filantropiche dalla Turchia era la responsabile dell’organizzazione del convoglio. I “carichi umanitari” furono inviati nel distretto di Bayirbucak, dal valico di frontiera di Yayladagi (530 km a sud-est di Ankara, nella provincia di Hatay). In precedenza, nel luglio 2015, la Fondazione aiutò l’Associazione per i diritti umani e la solidarietà con i popoli oppressi ad organizzare l’invio di un carico di oltre 177 tonnellate di materiale militare nel nord della Siria.
CasyrGjUYAAqHklInoltre, il traffico di esplosivi e prodotti chimici industriali fu organizzato a beneficio dei gruppi terroristici che operano in Siria con movimenti generalmente compiuti in territorio turco e attraverso i valichi di frontiera presso Reyhanli ( Turchia), Azaz (Siria), Qamishli (Siria) e Jarabulus (Siria). I fiumi, in particolare l’Eufrate, sono spesso utilizzati per il trasporto di grandi carichi di componenti chimici utilizzati per la fabbricazione di esplosivi (nitroglicerina, nitrato di ammonio, polvere da sparo e tritolo). In totale, l’invio ai terroristi attraverso la Turchia nel 2015 è quantificato in 2500 tonnellate di nitrato di ammonio (per un valore approssimativo di 788700 dollari USA), 456 tonnellate di nitrato di potassio (468700 dollari), 75 tonnellate di polvere di alluminio (496500 dollari), e si valuta 19400 dollari di nitrato di sodio, 102500 dollari di glicerina e 34 000 dollari di acido nitrico. La maggior parte delle sostanze chimiche vengono acquistate nelle province del sud-est della Turchia (Mersin, Hatay, Kilis, Gaziantep e Sanliurfa) con l’assistenza di aziende locali. In particolare, l’azienda Tevhid Bilisim Merkezi (città di Sanliurfa, distretto di Alcak, centro commerciale Bagdat, ufficio 1) è una società intermediaria. I proprietari Ismail e Ahmet Bayaltun acquistano i prodotti delle società della “zona economica libera di Mersin” (città di Mersin) e successivamente spediscono la merce ai terroristi. Inoltre, la società Tsitrkimya (Istanbul, proprietario: Zaur Guliyev) effettua forniture dirette di polvere di alluminio allo SIIL. Le aziende Trend Limited Sirket (città di Sanliurfa) e Maxam Anadolu (città di Malatya) sono specializzate nell’invio ai terroristi di fusibili di sicurezza e cordoncini detonanti (principale componente attivo: tetranitrato di pentaeritrite) oltre che di detonatori a percussione e detonatori elettrici.
Per consentirne il libero passaggio senza i controlli alle frontiere, con la complicità implicita delle autorità turche, le merci vengono inviate ad aziende amministrative presumibilmente registrate in Giordania e Iraq. I documenti di spedizione sono contrassegnati “Transito attraverso la Repubblica araba siriana” nella sezione sul metodo di consegna al destinatario. La registrazione dei prodotti e relativi documenti avviene nelle stazioni doganali delle città di Antalya, Gaziantep e Mersin (Turchia). Dopo il completamento delle formalità necessarie, le merci attraversano il confine senza difficoltà nei valichi di Cilvegoezu e Oencuepinar (520 km a sud-est di Ankara, provincia di Kilis).YPG Identified Seized Turkish Vehicle Shipment Weapons Heading To Al Qaeda Wing 5Relazione del 18 marzo 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il capo di al-Jazeera è un jihadista salafita

Nabil Ben Yahmad, Tunisie Secret 10 marzo 2016

La rivelazione esplosiva sul CEO islamo-terrorista della TV del Qatar. Si tratta di una indagine sulla vita parallela di Yasir Abu Hilala, prima di prendere l’autostrada Doha-Stato islamico! Volevamo sapere cosa una ex-produttrice di al-Jazeera intendesse per “il nostro nuovo direttore del SIIL” e abbiamo capito!

BtgofeXIUAAiTPPChi è dunque Yasir Abu Hilala, CEO di al-Jazeera, di cui i tunisini ignoravano anche il nome prima di scoprirne lo status su Facebook dai commenti offensivi dai suoi due dipendenti, Fatima Tariqi e Qadija Bengana? Ciò che ci ha spinto a scavare nel passato sepolto di Yasir Abu Hilala è la lettera dell’egiziana Huwayda Taha, per 19 anni ad al-Jazeera dove produceva documentari (vedasi l’articolo di Samira Handaui). Abbiamo cercato e trovato elementi e prove sufficienti per concludere che Yasir Abu Hilala è davvero l’uomo giusto al posto giusto!

Un fratello musulmano dal passato di jihadista salafita
Di origine giordana, Yasir Abu Hilala iniziò la carriera islamico-giornalistica all’inizio degli anni ’90 per alcuni giornali giordani, tra cui al-Ribat, organo ufficiale dei Fratelli musulmani nel Paese. Fu reclutato da al-Jazeera nel 1999 e grazie ai suoi stretti rapporti con i fratelli musulmani Wadah Qanfar e Thamur Ben Hamad, presidente del consiglio di amministrazione di al-Jazeera, fu nominato direttore dell’ufficio di Amman, incarico che mantenne fino al luglio 2014, quando fu nominato amministratore delegato in sostituzione di Wadah Qanfar, smascherato da un cablo di Wikileaks del 20 ottobre 2005 che ne dimostrava i legami con la CIA (1). La carriera da fondamentalista Yasir Abu Hilala l’iniziò molto presto nella gioventù dei Fratelli musulmani di Giordania. Come lui stesso disse nel luglio 2012, ammise di appartenere “a un partito politico. Ero un oppositore e invocai il cambio di regime dicendo che c’era un regime pre-islamico e apostata, ed era assolutamente necessario ribellarvisi ed imporre lo Stato islamico. Credevo in tutto questo ed ero pronto a morire… ma ora sono cambiato…” (2). E’ da vedere! Era così cambiato alla nomina a capo di al-Jazeera, nel luglio 2014, che fu salutato dagli ex-fratelli della setta, che credevano che la “nomina di Yasir Abu Hilala a direttore generale di al-Jazeera avesse un senso. L’uomo non brilla per eccellenza nel giornalismo… La sua presenza nella sede di al-Jazeera di Amman la si deve solo all’amico Wadah Qanfar...” L’anonimo autore di questo articolo aggiunge che “Yasir Abu Hilala è un ex-Fratello musulmano che si dice vicino al jihadismo salafita...” (3). Nel gennaio 2013 Yasir Abu Hilala riconobbe le relazioni con i jihadisti salafiti siriani e con il capo del gruppo terroristico “Jabhat al-Nusra” (4). Da parte sua, il giornalista dell’opposizione siriana Nizar Nayuf disse, il 25 luglio 2014, che “il terrorista e criminale Abu Hilala, figlio di Fratelli musulmani, fu tra i primi nella primavera del 2011 a trasportare nella regione di Dara, nel sud della Siria, armi e dispositivi di comunicazione satellitare… lo fece con l’aiuto dell’intelligence giordana e dei Fratelli musulmani giordani“. Secondo Nizar Nayuf, “Yasir Abu Hilala in persona organizzò l’incontro tra Abu Muhamad Julani (capo di Jabhat al-Nusra) e Taysir Aluni (giornalista di al-Jazeera) e membro di al-Qaida, che al-Jazeera trasmise nel dicembre 2013” (5).

Il “valore aggiunto” di Yasir Abu Hilala ad al-Jazeera
Molto prima che della promozione a capo di al-Jazeera, Yasir Abu Hilala si distinse per i numerosi articoli ed interviste ai terroristi islamici più pericolosi al mondo. Il 25 aprile 2006, al-Jazeera pubblicò un video di propaganda su Abu Musab al-Zarqawi (video disponibile su Internet in particolare su alsaha.net), diretto e narrato dallo stesso “giornalista”. Proprio nella “primavera araba”, nel luglio 2011, volle incendiare la Giordania riprendendo il vecchio sogno di distruggere il “regime pre-islamico”. Ma a differenza dei tunisini nel 2011, i giordani non ci cascarono e gliele suonarono (6). Yasir Abu Hilala è così vicino al salafismo jihadista che appena un anno dopo la nomina alla presidenza generale di tale rete integralista, un “sondaggio” fu trasmesso il 26 maggio 2015 chiedendo agli spettatori, “Sostenete le vittorie dello Stato islamico in Medio Oriente?” Gli intervistati in modo schiacciante sostennero lo Stato islamico, con l’81% di “sì” alla domanda! Il “sondaggio” avrebbe generato circa 38000 risposte, con solo il 19% di “no”! Come giustamente dice Huwayda Taha (vedasi l’indagine di Samira Handaui), “la mente dello SIIL era discreta“! E l’ex-produttrice del Qatar aggiunse: “Mi rattrista che questo luogo (al-Jazeera) sia divenuto filo-SIIL. I finanziatori di al-Jazeera erano più intelligenti quando facevano del loro meglio per nascondere il loro vero volto. Credo che l’intelligenza li abbia traditi oggi, divenendo indifferenti agli altri che ne constatano il palese filo-statoislamismo...”

Sondaggio sul FIS nel 2007, Sondaggio sullo SIIL nel 2015
Il “sondaggio” sulle vittorie dello Stato islamico ricordano un altro “sondaggio” dello stesso tipo che al-Jazeera fece il 12 dicembre 2007, il giorno dopo un attacco particolarmente letale in Algeria. La domanda posta era: “Siete a favore degli attacchi di al-Qaida in Algeria?” La risposta semplicemente includeva “sì” e “no”. I risultati furono una sorpresa: il 54% degli intervistati affermò di sostenere il terrorismo in Algeria! Va solo ricordato che presso al-Jazeera c’è sempre il cambio amministrativo nella continuità islamo-terroristica. Che siano Wadah Qanfar, Yasir Abu Hilala o un altro, tale rete sovversiva e di propaganda fondamentalista degli emiri del Qatar ha sempre avuto una sola linea editoriale: il trionfo mondiale dell’ideologia totalitaria di ciò che alcuni chiamano “Islam politico” e che noi chiamiamo fascismo verde. Per aver trasmesso un film vagamente antisemita, al-Manar TV è stata censurata in occidente; perché politicamente scorretta, la rete al-Mayadin fu inserita nella lista nera. Pertanto vedremo le autorità francesi vietare la rete dell’intolleranza, fondamentalismo e terrorismo al-Jazeera? Ai nostri compatrioti tunisini, il popolo, e non il governo, conosce ideologia, passato e obiettivi del predicatore di al-Jazeera. Sa cos’altro fare: petizioni, proteste e chiedere la chiusura di tale rete in Tunisia e l’espulsione dei suoi giornalisti-spie. Per accedere al mondo, France 24 avanza.

timthumb.php1) – Link al cablo di Wikileaks su Wadah Qanfar
2) – La confessione video di Yasir Abu Hilala del luglio 2012
3) – Articolo di un Fratello musulmano del 27 luglio 2014
4) – Link
5) – Pagina Facebook di Nizar Nayuf
6) – Yasir Abu Hilala ad Amman nel luglio 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra petro-islamista saudita allo Yemen

Nafeez Ahmed Middle East Eye 10 febbraio 2016

Un cablo segreto e una funzionaria del governo olanese confermano che la guerra dell’Arabia Saudita allo Yemen è anche motivata da un ambizioso fantastico gasdotto sostenuto dagli Stati UnitiMideast YemenQuasi 3000 civili sono stati uccisi e un milione sono sfollati sotto il bombardamento dell’Aeronautica reale saudita dello Yemen, sostenuto da Stati Uniti e Gran Bretagna. Oltre 14 milioni di yemeniti affrontano l’insicurezza alimentare, un balzo del 12 per cento dal giugno 2015. Di questi, tre milioni sono bambini malnutriti. E in tutto il Paese, si stima che 20 milioni di persone non possano accedere ad acqua potabile sicura. La forza aerea saudita ha sistematicamente bombardato infrastrutture civili dello Yemen in flagrante violazione del diritto internazionale umanitario. Un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite al Consiglio di sicurezza, trapelato a gennaio, rileva che i sauditi “effettuano attacchi aerei contro civili ed obiettivi civili… compresi campi per sfollati e rifugiati; raduni civili, compresi matrimoni; veicoli civili, anche autobus; aree residenziali; strutture mediche; scuole; moschee; mercati, fabbriche e depositi alimentari ed altre infrastrutture civili essenziali, come ad esempio l’aeroporto di Sana, il porto di Hudayda e strade nazionali“. Le bombe a grappolo di fabbricazione statunitense vengono sganciate nelle zone residenziali, un atto che perfino il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon tiepidamente ammette “rappresenta un crimine di guerra”. In altre parole, l’Arabia Saudita è uno Stato canaglia. Ma non ci s’inganni. Questo regno è il nostro Stato canaglia. I governi di Stati Uniti e Gran Bretagna che forniscono all’Arabia Saudita le armi che scatena sui civili yemeniti, fanno finta di non essere coinvolti nella guerra, di non essere responsabili dei crimini di guerra del nostro alleato Stato canaglia. Un portavoce del Ministero della Difesa inglese ha insistito che militari inglesi semplicemente consigliano “migliori tecniche di puntamento… il personale militare del Regno Unito non è direttamente coinvolto nelle operazioni della coalizione saudita“. Ma sono parole ambigue, data la recente rivelazione del ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr secondo cui ufficiali inglesi e statunitensi lavorano “nel centro di comando e controllo per attacchi aerei sauditi sullo Yemen“. Presumibilmente i contribuenti non li pagano per starsene in giro a bere il tè tutto il giorno. No, li paghiamo per supervisionare la guerra aerea. Secondo il ministro degli Esteri saudita: “Abbiamo ufficiali inglesi, statunitensi e di altri Paesi nel nostro centro di comando e controllo. Conoscono l’elenco dei bersagli e sanno cosa facciamo e ciò che non facciamo”. Gli ufficiali di Stati Uniti e Regno Unito “sanno interpretare la campagna aerea, e siamo soddisfatti dalle loro garanzie“. Nell’aprile 2015, gli ufficiali statunitensi erano molto più sinceri su questo accordo. Il vicesegretario di Stato degli USA Anthony J. Blinken aveva detto in conferenza stampa a Riyadh che gli Stati Uniti avevano aumentato la condivisione delle informazioni con i sauditi tramite una “cellula di pianificazione e coordinamento congiunta” sulla selezione dei bersagli. In ogni caso, i capi civili del mondo libero hanno dato un’occhiata ai crimini di guerra sistematici dei militari sauditi nello Yemen, e pare che approvino.

Guerra settaria?
Gli obiettivi della coalizione saudita sono oscuri. E’ ampiamente noto che la guerra abbia ampie dinamiche geopolitiche e settarie. I sauditi temono che l’avanzata degli huthi indichi la crescente influenza dell’Iran nello Yemen. Con l’Iran attivo in Siria, Iraq e Libano, l’Arabia Saudita vede la rivolta degli huthi come altra componente dell’accerchiamento strategico da parte delle forze filo-iraniane. Ciò è aggravato dall’accordo nucleare dell’Iran sostenuto dagli USA, aprendo la via all’integrazione dell’Iran nei mercati globali, l’apertura della sua industria del petrolio e del gas e al consolidamento a potenza regionale. Ma questa narrazione non è tutto. Mentre i contatti dell’Iran con gli huthi sono fuori discussione, prima della campagna aerea saudita gli huthi acquisirono la maggior parte delle armi da due fonti: il mercato nero e l’ex-presidente Ali Abdullah Salah. I funzionari dei servizi segreti degli Stati Uniti confermano che l’Iran aveva avvertito esplicitamente gli huthi di non attaccare la capitale dello Yemen lo scorso anno. “Resta la nostra valutazione che l’Iran non eserciti il controllo sugli huthi nello Yemen“, aveva detto Bernadette Meehan, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca. Secondo l’ex-inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Jamal Benomar, gli attacchi aerei sauditi fecero fallire un accordo di pace imminente che avrebbe portato alla condivisione del potere tra 12 gruppi politici e tribali rivali. “Quando tale campagna iniziò, una cosa significativa passò inosservata, gli yemeniti erano vicini a un accordo che avrebbe istituito la condivisione del potere tra tutte le parti, compresi gli huthi“, aveva detto Benomar al Wall Street Journal. Non era dovuto all’Iran. I sauditi, e a quanto pare Stati Uniti e Regno Unito, non volevano una transizione a una parvenza di Yemen democratico. In effetti, gli Stati Uniti erano esplicitamente contrari alla democratizzazione della regione del Golfo, decisi a ‘stabilizzare’ il flusso di petrolio dal Golfo ai mercati globali. Nel marzo 2015, il militare degli Stati Uniti e consulente della NATO Anthony Cordesman, del Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington, spiegò che: “Lo Yemen è di grande importanza strategica per gli Stati Uniti, così come la stabilità dell’Arabia Saudita e degli Stati arabi del Golfo. Con tutto il parlare dell”indipendenza’ energetica degli Stati Uniti, la realtà rimane molto diversa. L’aumento di petrolio e combustibili alternativi al di fuori del Golfo non ne ha cambiato la vitale importanza strategica per l’economia globale e degli Stati Uniti… lo Yemen non corrisponde all’importanza strategica del Golfo, ma è ancora di grande importanza strategica per la stabilità di Arabia Saudita e penisola arabica“. In altre parole, la guerra nello Yemen è volta a proteggere il principale Stato canaglia del Golfo filo-occidente, per far fluire il petrolio. Cordesman continua osservando: “Il territorio e le isole dello Yemen giocano un ruolo cruciale nella sicurezza di un altro collo di bottiglia globale, nell’estremo sud-est del Mar Rosso chiamato Bab al-Mandab o ‘porta delle lacrime’“. Bab al-Mandab è “lo stretto tra il Corno d’Africa e il Medio Oriente, ed è un collegamento strategico tra Mar Mediterraneo e Oceano Indiano, da cui passa la maggior parte delle esportazioni dal Golfo Persico che transitano dal Canale di Suez e dall’oleodotto Suez-Mediterraneo (SUMED). L’eventuale presenza ostile aeronavale nello Yemen potrebbe minacciare l’intero traffico attraverso il Canale di Suez“, aggiunge Cordesman, “così come il flusso quotidiano di petrolio e prodotti petroliferi che l’USEIA (US Energy Information Administration) stima aumentato da 2,9 MMB/d (milioni di barili al giorno) nel 2009 a 3,8 MMB/d nel 2013“.

Il sogno del gasdotto nello Yemen
Ma c’è un parallelo obiettivo qui, riconosciuto in privato dai funzionari occidentali ma non discusso in pubblico: lo Yemen ha un potenziale ancora non sfruttato quale via alternativa per il transito di petrolio e gas per l’esportazione saudita, bypassando Iran e Stretto di Hormuz. La realtà delle ambizioni del regno in questo senso sono messe a nudo in un cablo segreto del 2008 del dipartimento di Stato, ottenuto da Wikileaks, dall’ambasciata degli Stati Uniti nello Yemen al segretario di Stato: “Un diplomatico inglese nello Yemen ha detto all’addetto politico (funzionario politico dell’ambasciata degli Stati Uniti) che l’Arabia Saudita aveva interesse a costruire un oleodotto, interamente di proprietà, gestito e protetto da essa, attraverso l’Hadramaut per il porto di Aden, bypassando così il Golfo Arabo/Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz. Salah s’è sempre opposto a tale piano. Il diplomatico ha sostenuto che l’Arabia Saudita, attraverso il sostegno alla leadership militare yemenita, si compra la fedeltà di sceicchi e altro supporto. Posizionandosi per garantirsi che, col giusto prezzo, abbia i diritti su questo gasdotto dal successore di Salah“. Infatti, il governatorato orientale dello Yemen dell’Hadramaut curiosamente non viene bombardato dai sauditi. La provincia dello Yemen, la più grande, possiede la maggior parte delle risorse di petrolio e gas dello Yemen. “L’interesse primario del regno nel governatorato è l’eventuale costruzione di un oleodotto. Tale conduttura era da tempo un sogno del governo dell’Arabia Saudita“, osserva Michael Horton, analista dello Yemen presso la Fondazione Jamestown. “Una pipeline attraverso l’Hadramaut darebbe ad Arabia Saudita ed alleati del Golfo accesso diretto al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano; permettendogli di bypassare lo stretto di Hormuz, un collo di bottiglia strategico che potrebbe essere, almeno temporaneamente, bloccato dall’Iran in un conflitto futuro. La prospettiva di assicurarsi una rotta per un futuro gasdotto attraverso l’Hadramaut probabilmente traccia l’ampia strategia a lungo termine dell’Arabia Saudita nello Yemen”.

Nascondere la questione del gasdotto
Arabpipeline I funzionari occidentali sono desiderosi di evitare di far conoscere la geopolitica energetica dietro l’escalation del conflitto. L’anno scorso, l’analisi di tali problemi fu pubblicata su un blog personale, il 2 giugno 2015, da Joke Buringa, alto consigliere per la sicurezza e lo stato di diritto nello Yemen del Ministero degli Esteri dei Paesi Bassi. “La paura di un blocco iraniano dello Stretto Hormuz, e i risultati possibilmente disastrosi per l’economia globale, esiste da anni“, aveva scritto nell’articolo dal titolo “Divide et impera: Arabia Saudita, petrolio e Yemen“. “Gli Stati Uniti fanno pressioni sul Golfo per sviluppare alternative. Nel 2007 Arabia Saudita, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen lanciarono congiuntamente il progetto Trans-Arabia Oil Pipeline. Nuovi gasdotti dovevano essere costruiti dai sauditi da Ras Tanurah sul Golfo Persico e dagli Emirati Arabi Uniti, al Golfo di Oman (uno nell’emirato di Fujairah e due ad Oman) e il Golfo di Aden (due linee nello Yemen)“. Nel 2012, il collegamento tra Abu Dhabi e Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, divenne operativo. Nel frattempo, Iran e Oman firmavano il proprio accordo su una pipeline. “La sfiducia sulle intenzioni dell’Oman aumentò l’attrattiva dell’opzione dell’Hadramaut nello Yemen, un vecchio desiderio dell’Arabia Saudita“, scriveva Buringa. Il presidente Salah, tuttavia, era un grosso ostacolo alle ambizioni saudite. Secondo Buringa, “si oppose alla costruzione di un gasdotto sotto controllo saudita sul territorio yemenita. Per molti anni i sauditi investirono nei capi tribali nella speranza di attuare questo progetto col successore di Salah. Le rivolte popolari dei 2011 che chiedevano la democrazia sconvolsero questi piani“. Buringa è l’unico alto funzionario occidentale ad aver riconosciuto la questione pubblicamente. Ma quando l’ho contattata per chiedere un colloquio il 1 febbraio, quattro giorni dopo ricevetti una risposta da Roel van der Meij, portavoce per gli affari aziendali del ministero degli Esteri del governo olandese: “la signora Joke Buringa mi ha chiesto di informarLa che non è disponibile per l’intervista“. Il blog di Buringa, disponibile su http://www.jokeburinga.com, nel frattempo veniva completamente rimosso. Una versione archiviata del suo articolo sulla geopolitica energetica della guerra saudita nello Yemen è disponibile presso Wayback Machine. Chiesi a Buringa e van der Meij perché il blog era stato completamente cancellato e così in fretta, dopo aver inviato la mia richiesta per un’intervista, e se era stata costretta a farlo su pressione del governo per proteggere i rapporti olandesi con l’Arabia Saudita. In una email, Buringa negò che fosse stata costretta dal ministero degli Esteri olandese ad eliminare il blog: “Mi dispiace deluderla, ma non ero sotto pressione del ministero. Il layout del blog mi preoccupava fin dall’inizio e avevo intenzione di cambiarlo da mesi… La sua domanda mi ha ricordato che volevo cambiarlo e ripensavo a ciò che volevo farne. Non si leggerà più“. Tuttavia, il portavoce per gli affari societari del governo olandese, van der Meij, non rispose alle molte richieste via e-mail e telefoniche di commentare la rimozione del blog. Molte aziende olandesi sono attive nel regno con investimenti congiunti, tra cui il gigante petrolifero anglo-olandese Shell. Grazie alla posizione dei Paesi Bassi quale ingresso per l’Europa, due multinazionali saudite, l’impresa petrolifera nazionale Aramco e il gigante petrolchimico SABIC, hanno il loro quartier generale europeo a L’Aia e a Sittard, nei Paesi Bassi. Le esportazioni olandesi verso l’Arabia Saudita sono aumentate notevolmente negli ultimi anni, del 25 per cento tra il 2006 e il 2010. Nel 2013, l’Arabia Saudita esportò quasi 34 miliardi di euro di combustibili minerali nei Paesi Bassi, ed importò poco più di 8 miliardi di euro di macchine e mezzi di trasporto, 4,8 miliardi di euro di prodotti chimici e 3,7 miliardi di euro di prodotti alimentari e animali.

L’alleanza saudita con al-Qaida
Tra i primi beneficiari della strategia saudita nello Yemen è al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP), lo stesso gruppo responsabile del massacro del Charlie Hebdo a Parigi. “Il governatorato dell’Hadramaut è una delle poche aree in cui la coalizione saudita non ha effettuato alcun attacco aereo“, osservava Buringa. “Porto e aeroporto internazionale di al-Muqala sono in condizioni ottime e sotto il controllo di al-Qaida. Inoltre, l’Arabia Saudita fornisce armi ad al-Qaida, (che) amplia la sfera d’influenza“. L’alleanza saudita con i terroristi di al-Qaida nello Yemen emerse lo scorso giugno, quando il governo filo-saudita di “transizione” di Abdrabu Manour Hadi inviò un rappresentante a Ginevra quale delegato ufficiale per i colloqui delle Nazioni Unite. Si scoprì che il rappresentante era nientemeno che Abdulwahab Humayqani, identificato come “terrorista specificatamente definito globale” nel 2013 dal Tesoro degli Stati Uniti, per reclutamento e finanziamento dell’AQAP. Humayqani era anche presumibilmente dietro l’attentato di al-Qaida che uccise sette persone in una base della Guardia Repubblicana yemenita nel 2012. Altri analisti concordano. Come Michael Horton commenta sul Terrorism Monitor della Jamestown Foundation: “AQAP può anche beneficiare del fatto che potrebbe essere considerato un agente utile dall’Arabia Saudita nella guerra contro gli huthi. Arabia Saudita ed alleati armano varie milizie nel sud dello Yemen. E’ quasi certo che parte, se non molto, dei finanziamenti e materiali finiranno nell’AQAP e molto probabilmente allo Stato islamico“. Mentre strombazza la guerra allo SIIL in Iraq e Siria, l’occidente spiana la strada alla rinascita di al-Qaida e SIIL nello Yemen. “L’Arabia Saudita non vuole un forte Paese democratico oltre il confine di 1500 km che separa i due Paesi (Arabia Saudita e Yemen)“, aveva osservato la funzionaria del ministero degli Esteri Joke Buringa nell’articolo ormai censurato. Né, a quanto pare, Stati Uniti e Regno Unito, aggiungendo: “Quelle condutture a Muqala probabilmente arriveranno, infine“. Probabilmente non sarà così, ma ci saranno ancora conseguenze.ME_YMN0110Nafeez Ahmed dottorato e giornalista investigativo, studioso di sicurezza internazionale e autore di successo che segue ciò che chiama ‘crisi di civiltà’. Vincitore del Project Censored Award per il miglior giornalismo investigativo per il suo articolo sul Guardian sull’intersezione globale tra ecologia, energia e crisi economiche con la geopolitica e i conflitti regionali. Ha anche scritto per The Independent, Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quarzo, Prospect, New Statesman, Le Monde diplomatique, New Internationalist. Il suo lavoro su cause e operazioni segrete legate al terrorismo internazionale ufficialmente contribuiscono alla Commissione 9/11 e le indagini del 7/7 Coroner’s Inquest.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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