La NATO dilaga a oriente

Wayne Madsen SCF 21.04.2017Una serie di movimenti dei partner dell’Iniziativa della Cooperazione d’Istanbul (ICI), gli Emirati Arabi Uniti, sono osservati dalle nazioni litoranee dell’Oceano Indiano che si chiedono se il patto “nordatlantico” arrivi nell’Oceano Indiano e nella Penisola Araba grazie a un accordo di “outsourcing” con le nazioni del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC). Il 27 gennaio, mentre gli occhi del mondo puntavano sull’amministrazione Trump, da una settimana a Washington, credendo che la NATO divenisse un guscio vuoto, secondo la convinzione di Trump che fosse “obsoleta”, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg apriva il centro regionale dell’Iniziativa della Cooperazione d’Istanbul (ICI) della NATO in Quwayt. Oltre a Stoltenberg alla cerimonia di apertura vi erano il segretario generale del GCC, i rappresentanti dei 28 membri del Consiglio Nord Atlantico e funzionari del governo del Quwayt, nonché di Bahrayn, UAE, Arabia Saudita, Qatar e Oman. L’apertura di una struttura NATO nel Golfo Persico è un salto inedito del blocco, destinato alla difesa del “Nord Atlantico”, verso le lontane acque dell’Asia. L’operazione del Quwayt seguiva la firma del programma di partenariato e cooperazione individuale (IPCP) tra NATO e UAE dello scorso ottobre. L’accordo è volto a rafforzare i legami tra NATO e UAE su operazioni e missioni della NATO e per una maggiore interoperabilità. L’ammissione de facto degli UAE nella NATO segue i numerosi rafforzamenti militari della federazione del Golfo nell’Oceano Indiano e nel Corno d’Africa. C’è la convinzione che la NATO usi gli Emirati Arabi Uniti per estendere l’influenza militare e politica sull’Oceano Indiano, compresi Golfo Persico, Golfo di Aden e Mar Rosso. La NATO ha già una notevole presenza militare nella regione del Golfo e nell’Oceano Indiano. La Quinta Flotta degli Stati Uniti fa base nella capitale del Bahrayn di Manama. La base aerea di al-Udayd in Qatar rimane uno dei più grandi avamposti degli USA in Medio Oriente. La base è la sede del Comando Centrale degli Stati Uniti, del Comando Centrale delle Forze Armate Statunitensi, dell’Expeditionary Air Group della Royal Air Force e del 379.th Air Expeditionary Wing dell’USAF. L’UAE fa la sua parte con le basi militari della NATO e partner, come la Royal Australian Air Force, con la base aerea di al-Minhad, a sud di Dubai, il centro militare statunitense presso la base aerea di al-Dhafra, vicino ad Abu Dhabi, il porto di Jabal Ali a Dubai e la base navale Fujayrah nel Mar Arabico. Vi sono anche basi militari statunitensi presso la base aera Ali al-Salam, Camp Arifjan, Camp Buehring e la base navale a Quwayt City; le basi Masirah e Thumrait nell’Oman; la base aerea Isa in Bahrain; Camp Lemonnier a Gibuti; Camp Eskan presso Riyadh, in Arabia Saudita; Manda Bay in Kenya; l’Aeroporto Internazionale Victoria sull’Isola di Mahé nelle Seychelles; la base aerea Baledogle in Somalia e il grande centro di supporto navale di Diego Garcia nel Territorio dell’Oceano Indiano Britannico. Gli Stati Uniti hanno mostrato interesse a sviluppare un impianto di sorveglianza marittima sulle isole Cocos, governate dall’Australia, nell’Oceano Indiano orientale. Personale specializzato negli Stati Uniti è stato avvistato a Zanzibar, da cui furono cacciati i militari statunitensi nel 1964. Un sito balneare di sei acri, della cosiddetta nuova ambasciata statunitense nella capitale dello Sri Lanka di Colombo, è ritenuto dagli abitanti una base militare.
Con la scusa di sostenere la coalizione del GCC che combatte i ribelli huthi nella sanguinosa guerra civile dello Yemen, gli UAE acquisiscono strutture nella regione, la cui più pregiata è l’isola strategica di Socotra nel Golfo di Aden. Vista dagli Stati Uniti come base navale e d’intelligence fin dalla fine della guerra fredda, vi sono rapporti secondo cui il presidente in esilio dello Yemen, Abdrabuh Mansur Hadi avrebbe affittato le isole Socotra e Abd al-Quri agli UAE nel 2014, prima di fuggire in Arabia Saudita. Abd al-Quri è una piccola isola a 65 miglia a sud-ovest di Socotra. Dall’inizio della guerra civile nello Yemen, gli UAE hanno approfittato dell’assenza di un governo stabile per espandere l’influenza a Socotra. L’accordo degli UAE su Socotra sarebbe in cambio del sostegno ad Hadi e ai suoi alleati sauditi nel tentativo militare di sottrarre lo Yemen settentrionale ai ribelli huthi sostenuti dall’Iran, che hanno preso la capitale yemenita Sana. In precedenza, parte della provincia dell’Hadhramaut dello Yemen, Socotra è diventata una provincia nel 2013. Prima che l’ex-Yemen del Sud ottenesse l’indipendenza dalla Gran Bretagna, Socotra era un possedimento del sultanato Mahra di Qishn nell’Hadhramaut del protettorato dell’Arabia del Sud. La separazione di Socotra dall’Hadhramaut e l’assegnazione dichiarata agli UAE non sono riconosciute dal pretendente al trono dell’ex-sultanato Mahra Abdullah bin Isa. Le operazioni militari statunitensi nello Yemen a sostegno della coalizione saudita sarebbero contro al-Qaida nella penisola araba (AQAP), ma sembra sempre più che gli effettivi bersagli di droni, missili e forze speciali statunitensi siano le tribù fedeli agli ex-governanti bin Isa, i ribelli huthi e i combattenti indipendentisti sudyemeniti. La compagnia aerea degli UAE, Rotana Jet, offre servizi diretti tra Abu Dhabi e Socotra. L’Air Yemenia provvede alla tratta diretta tra Socotra e Dubai. C’è ragione di credere che gli UAE si siano rivolti agli Stati Uniti per affittare Socotra e che sia solo questione di tempo prima che personale USA e NATO arrivi sull’isola, probabilmente con il partenariato ICI-NATO. Alcuni rapporti affermano che l’affitto valga 99 anni, quanto gli Stati Uniti affittarono la base navale di Guantanamo Bay da Cuba appena indipendente. Gli Stati Uniti hanno abrogato il contratto d’affitto di Guantanamo rifiutando di lasciare la base dopo la risoluzione nel 1999.
Ad Abu Dhabi ha sede la compagnia militare privata Reflex Responses (R2), gestita dal fondatore di Blackwater Erik Prince. La sorella, Betsy DeVos, è segretaria all’istruzione di Trump. Prince avrebbe consigliato la squadra di transizione di Trump partecipando alle riunioni entrando dal retro della Trump Tower a Manhattan. Gli osservatori del Medio Oriente ritengono R2 emanazione della CIA dedita ad arruolare mercenari provenienti da Paesi come Colombia, Sudafrica e Cile per combattere come agenti statunitensi in guerre come quella civile nello Yemen. Il personale operativo di R2 ha sede centrale presso la base militare degli UAE, la Military City al-Zayad presso Abu Dhabi. Prince e il principe di Abu Dhabi comandano congiuntamente 1400 colombiani, i cui ufficiali sono principalmente ex-militari statunitensi e inglesi. Gli UAE hanno acquisto altre basi militari nell’Oceano Indiano. Recentemente hanno firmato un accordo con la Repubblica del Somaliland, non riconosciuta, per stabilire una grande base navale nel porto di Berbera sul Golfo di Aden. Nell’ottobre 2015, le forze degli UAE occuparono l’isola yemenita Perim, nello stretto di Bab al-Mandab, tra Mar Rosso e Golfo di Aden. L’isola era sotto il controllo delle forze huthi che combattono il governo fantoccio dei sauditi dello Yemen. Il presidente degli UAE ha costruito un grande palazzo per le vacanze sull’isola Mahé nelle Seychelles, in quella che una volta era una stazione di ascolto statunitense. L’Arabia Saudita, secondo quanto riferito, ha acquistato l’atollo Faafu nelle Maldive. Il “mega progetto” previsto per l’atollo dai sauditi sarebbe una base commerciale/navale. Il governo maldiviano lo nega, ma ha ammesso il megaprogetto saudita da 10 miliardi di dollari. Gli abitanti dell’atollo ne sono preoccupati, e una protesta contro l’accordo saudita si è svolta sull’isola principale di Bilehdhoo.
Stati Uniti e NATO hanno accesso alle basi militari francesi di Mayotte, vicino il Madagascar; dell’isola della Riunione, e dell’arcipelago Kerguelen nell’Oceano Indiano meridionale, vicino all’Antartide. La Francia ha anche impianti ad Abu Dhabi, presso la base aerea al-Dhafra; la base navale Mina Zayad e la base della Legione Straniera Francese a 50 miglia dalla città di Abu Dhabi. Stati Uniti e NATO militarizzano la regione dell’Oceano Indiano tanto quanto l’Atlantico settentrionale e il Mediterraneo. La NATO e i suoi padroni di Washington, ora alleati con i partner ICI del Golfo Persico, intendono spingere l’Alleanza Atlantica ben oltre l’Oceano Atlantico, nell”Oceano Indiano e nel Pacifico. Rimane la domanda. A quale fine?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Trump incorona Erdogan e distrugge la diplomazia degli USA

Moon of Alabama 18 aprile 2017

Trump ha contraddetto il suo portavoce, il dipartimento di Stato e gli alleati congratulandosi con il presidente turco Erdogan per aver vinto il referendum, minando la propria diplomazia. Il referendum in Turchia tramuta la presidenza in una quasi dittatura riunendo esecutivo, tramite decreti, ad elementi legislativi e giudiziari dello Stato. Il presidente Erdogan si trova ora in una posizione dittatoriale. Forse la maggioranza degli elettori turchi ha votato tale cambiamento, ma è tutt’altro che certo. Il numero dei voti è dubbio, perché quelli non calcolati in conformità alle procedure legali (2-3 milioni) è superiore al leggero vantaggio (1,5 milioni) dei “sì”. Gli osservatori internazionali hanno notato che il voto non è stato né libero né equo. Lo Stato turco è sotto l’emergenza che da al presidente (temporaneamente) poteri straordinari. La votazione avviene dopo una caccia estrema a chiunque possa aver messo in pericolo la posizione di Erdogan. Ha imprigionato politici dell’opposizione e funzionari pubblici, ha proibito alcuni gruppi politici e chiuso media dell’opposizione. Tutte le istituzioni statali sono state utilizzate per sostenere Erdogan. Se lui vince per soli 1,5 milioni di voti su una società di 80 milioni, dopo tale estrema campagna antiopposizione, quanti turchi sarebbero d’accordo con lui sul serio? Venti anni fa, quando era sindaco d’Istanbul, Erdogan disse in un’intervista al Milliyet: “La democrazia è come un tram: quando si arriva alla fermata, si scende“. Domenica scorsa Erdogan è sceso dal tram.
La Turchia è oggi una tirannia della maggioranza. Non esistono più vincoli istituzionali a rimuovere qualsiasi gruppo in minoranza dalla scena politica o forse anche dal mondo fisico. La Turchia che conoscevamo non c’è più. I membri dell’UE si sono astenuti dall’accettare la votazione prima che la battaglia legale in corso su di essa sia decisa. Solo Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo e le dittature dell’Asia centrale, si sono congratulate. Il gruppo terroristico Ahrar al-Sham, che combatte popolo e governo della Siria, s’è congratulato con Erdogan. Al-Qaida in Siria, con il nuovo nome HTS, si è unito così come altri gruppi taqfiri in Siria. Come i Paesi dell’UE, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha evitato le congratulazioni, rilasciando solo una dichiarazione che notava i rapporti sulle “irregolarità” del voto e il “campo di gioco irregolare”, sostenendo il dialogo intra-turco e processi legali. Il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha detto che l’amministrazione USA avrebbe aspettato la relazione finale della missione degli osservatori internazionali. Il dipartimento di Stato e il portavoce sono stati rapidamente smentiti dal presidente Trump. Solo un’ora dopo la parte turca riferiva di una conversazione telefonica Trump-Erdogan: “Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiamato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan congratularsi con lui per la vittoria referendaria. I due capi hanno avuto una telefonata “piacevole” durata 45 minuti, secondo fonti diplomatiche”. Ciò fu successivamente confermato da una sintesi della Casa Bianca. (Non ancora presente sul sito web della Casa Bianca, ma inviata alla stampa via e-mail). Il contenuto reso pubblico della telefonata non fa ben sperare per Turchia, Siria e Iraq: “Il presidente Trump e il presidente Erdogan hanno discusso anche della campagna contro lo SIIL e della necessità di cooperare contro tutti i gruppi che usano il terrorismo per raggiungere i loro scopi”, afferma la dichiarazione della Casa Bianca. La versione turca è peggiore: “I due capi hanno anche discusso del presunto attacco chimico del governo siriano del 4 aprile che ha ucciso circa 100 civili e ferito altri 500 nel comune occupato dall’opposizione di Qan Shayqun, nella provincia di Idlib… Trump ed Erdogan concordavano che il Presidente siriano Bashar al-Assad fosse responsabile dell’attacco. Il presidente degli Stati Uniti ha anche ringraziato la Turchia per il sostegno agli attacchi missilistici degli Stati Uniti alla base aerea Shayrat del 7 aprile, in rappresaglia per l’attacco chimico. Entrambi i capi hanno anche sottolineato la necessità di una cooperazione nella lotta contro i gruppi terroristici, tra cui lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL)”.
L’incidente di Qan Shayqun è un probabile attacco “false flag” dei terroristi col possibile supporto turco. Il numero di vittime s’è dimostrato di gran lunga inferiore alle rivendicazioni. L’unico scopo dei successivi attacchi missilistici degli Stati Uniti era dissipare le accuse che Trump sia in combutta con la Russia. La questione ora è chi i due Paesi considerano gruppi terroristici. I combattimenti sciiti di Hezbollah con il governo siriano sono visti tali, anche se sono presenti nel parlamento del Libano. Mentre gli Stati Uniti sono d’accordo sulle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che designano al-Qaida in Siria un gruppo terroristico che va “sradicato”, Erdogan lo sponsorizza e sostiene. Gli Stati Uniti si alleano con i gruppi curdi YPK/PKK in Siria mentre la Turchia li designa entità terroristiche. La formulazione “contro tutti i gruppi che usano il terrorismo” comprende la milizia irachena in Siria? L’Iran? Ciò che è più preoccupante è il fatto che una telefonata di 45 minuti sia estremamente lunga per simili occasioni. Possiamo essere sicuri che dei piani sono stati tracciati e non sono ancora stati resi noti. E’ probabile che un nuova è più aspra guerra contro la Siria (e l’Iran) sia stata decisa. Oltre ai campi di battaglia della Siria c’è l’interferenza militare turca in Iraq. Sono stati tracciati piani comuni anche quel Paese?
Ci si chiede perché Trump smentisca portavoce, dipartimento di Stato ed alleati europei contraddicendone dichiarazioni e posizioni con la telefonata ad Erdogan. È un precedente. I Paesi esteri non possono più affidarsi alle dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione statunitense, a meno che Trump non le esprima personalmente (che potrebbe rigettare in ogni momento). La base della diplomazia è la fiducia nell’affidabilità, le parole e il loro rispetto contano. La posizione diplomatica degli Stati Uniti è stata gravemente danneggiata da tale mossa inaudita. L’inversione della posizione originaria dell’amministrazione Trump è estrema. Dal punto di vista realistico, una posizione molto più neutrale nei confronti dei brogli di Erdogan, come mostrato dal dipartimento di Stato, sarebbe consigliabile. Perché Trump l’ha cambiata? Questo tweet di cinque anni fa ha qualcosa a che farci? “Ivanka Trump @IvankaTrump
Grazie primo ministro Erdogan per averci seguito ieri nel festeggiare l’inaugurazione della #TrumpTowers d’Istanbul!
13:56 – 20 aprile 2012Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen anno III: la guerra “nascosta” di uno “Stato canaglia”

René Naba, Madaniya 24 marzo 2017

Lo Yemen è il cimitero degli invasori. Evitatelo“,
raccomandazione di re Abdalaziz al-Saud, fondatore della dinastia wahabita, ai suoi eredi.

Una passeggiatina divenuta incubo
Il battesimo del fuoco di re Salman bin Abdalaziz nello Yemen, il 25 marzo 2015, a due mesi dall’ascesa al trono, era intesa come dimostrazione di forza del monarca, dopo dieci anni di letargia indotta dal predecessore novantenne Abdullah. Opera del figlio Muhamad bin Salman, principe ereditario del principe ereditario, la spedizione punitiva del monarca ottuagenario, che soffre di una malattia debilitante (alzhaimer), contro il Paese arabo più povero, si è trasformata in un incubo. La passeggiata si è tramutata in un viaggio all’inferno. Il sovrano, prudente, non aveva preso tutte le precauzioni: la prima guerra frontale della dinastia wahhabita a un secolo dalla fondazione del Regno, vede la coalizione di sette Paesi che allinea 150000 soldati e 1500 velivoli. Una task force assistita dai mercenari delle compagnie militari private dalla sinistra memoria come la Blackwater, e dalla tacita connivenza delle “grandi democrazie occidentali”. La punizione dev’essere esemplare e scoraggiare chiunque osi opporsi all’egemonia saudita nella zona, specialmente gli huti, setta scismatica del sunnismo ortodosso, tanto più che la dinastia wahabita la considera sua riserva di caccia assoluta, sua camera di sicurezza. Lo Yemen, il Paese che si trova a destra (Yamin) sulla strada per la Mecca, secondo il significato etimologico. Ma “La tempesta della fermezza” si è rivelata disastrosa, nonostante il blocco navale della Quinta Flotta (Golfo Persico e Oceano Indiano), nonostante il forte aiuto della Francia nello sbarco di truppe lealiste ad Aden dalla base militare francese di Gibuti. Nonostante le truppe saudite addestrate dal contingente della Legione Straniera di stanza nella base francese di Abu Dhabi, la “Zayad Military City”. Nonostante l’installazione di una base logistica saudita nella città portuale di Assab (Eritrea) sul Mar Rosso, per arruolare e addestrare gli ufficiali dell’esercito filo-saudita.

I problemi economici e sociali dello Yemen: un cocktail esplosivo di corruzione e Qat
Il calo dei ricavi del petrolio
Il reddito medio annuo dello Yemen è pari a a 950 dollari all’anno (660 euro), a causa di una decennale guerra civile latente, del declino della produzione del petrolio, della corruzione e del consumo eccessivo di Qat. La produzione di petrolio nello Yemen è precipitata negli ultimi sei anni da 450000 barili al giorno a 180000. Tale andamento è stato compensato dal prezzo elevato del petrolio, pari ancora all’80% delle entrate governative. Ma questa manna si riduce mentre una quota ancora maggiore di denaro viene utilizzata per combattere gli huthi. Gli yemeniti spendono oltre il 6% del PIL (prodotto interno lordo) per le spese militari, mettendosi al 7° posto nel mondo.

Corruzione
Pochi Paesi possono competere con lo Yemen per intensità e creatività nella corruzione. Dei quasi 100000 veterani yemeniti, circa un terzo sono “soldati fantasma”, mai esistiti o mai presentatisi. I comandanti dei fantasmi si tengono gli stipendi e si vendono le loro armi e coperte, alimentando il mercato nero. I fondi non militari vengono deviati, gli uomini d’affari raccolgono enormi profitti mediante contratti a trattativa diretta. E c’è anche la mezaniya, i sussidi che il governo fornisce regolarmente alle tribù per conservarne le strutture; soldi che finiscono spesso nelle tasche dei capi tribali.

Qat
Infine il Qat, grande voce della spesa degli yemeniti che ne devasta i bilanci familiari, insieme alla salute. Questa pianta il cui effetto stimolante è paragonabile a quello delle anfetamine è molto diffusa non solo nello Yemen ma anche nel Corno d’Africa. La sua coltura danneggia l’agricoltura. Grandi consumatori di Qat, gli yemeniti cedono un quarto del loro reddito a questa droga, a scapito di altre voci di spesa del bilancio familiare (istruzione, salute, cibo, abbigliamento).

Lo status di minoranza degli sciiti
Al di là di questo problema, gli huthi, setta minoritaria dell’Islam, subiscono lo stesso stigma degli sciiti del Bahrayn in quanto il primato sunnita nel mondo arabo colpisce chiunque sia sospetto delle pretese egualitarie che ne farebbero saltarne l’egemonia, accusando i manifestanti di essere “agenti dell’Iran”. In realtà, gli huthi e i loro alleati vogliono una maggiore partecipazione nella vita politica del Paese, in proporzione alle loro dimensioni nella popolazione, divisione delle ricchezze e rispetto dello status giuridico riguardo la loro religione. Il codice dell’eredità rientra tra i problemi, dato che tra i sunniti l’erede maschio ottiene il doppio della quota della figlia, mentre tra gli huti e, in generale, tra gli sciiti, l’eredità viene divisa equamente tra maschi e femmine. In questo conflitto egemonico regionale, l’Iran rappresenta una doppia minaccia, primo come “Stato rivoluzionario” in una zona super-conservatrice, e poi come potenza con sistema elettivo, insultato dagli autocrati del Golfo; due concetti mortali per la monarchia assolutista che è la dinastia wahabita. La frattura tra sciiti e sunniti appare in questo contesto come un modo indiretto per giustificare la lotta contro un Paese, il cui esempio potrebbe contaminare tutte le petromonarchie. Il sultanato dell’Oman rifiuta la logica dell’eliminazione considerando tale conflitto regionale fonte di debolezza per tutti i protagonisti e giustificazione maggiore per la presa straniera in questa zona petrolifera. Un modo per dimostrare indipendenza scuotendosi di dosso la troppo pesante tutela dei sauditi.

Gli huthi prevalgono sui nemici
Nonostante lo squilibrio dei rapporti di forza, gli huthi sono riusciti a prevalere sui loro avversari, che fin dai primi giorni del conflitto hanno subito una disfatta. Le truppe saudite hanno abbandonato le loro posizioni contro i ribelli, lasciando quasi 30 blindati come prede belliche. In totale 400 soldati sauditi sono stati uccisi nella prima metà del conflitto. La coalizione sunnita, a sua volta, si è incrinata. Il Pakistan si è rifiutato di partecipare per paura di essere sfruttato. L’Egitto ha preso le distanze di fronte alla nascita della tacita alleanza al-Qaida-wahhabiti basata sul sunnismo. E gli Emirati Arabi Uniti se ne sono andati dopo quindici mesi di combattimenti. Il 13 agosto 2015 rimarrà negli annali di questa guerra: le truppe di Abu Dhabi guidarono l’attacco contro Aden, godendo del supporto tecnologico francese dalla base di Gibuti e dalla stazione aeronavale francese Shayq Zayad, ad Abu Dhabi; ma subirono pesanti perdite in uomini e materiale. Un centinaio di soldati fu ucciso e una dozzina di carri armati Leclerc distrutti o danneggiati. Il quotidiano libanese”al-Akhbar intitolò che “Aden è il cimitero dei carri armati AMX Leclerc”, orgoglio degli armamenti francesi. A fine agosto scorso, un terribile attacco contro una posizione delle petromonarchie a Marib uccise 92 aggressori, tra cui 45 soldati di Abu Dhabi, 10 sauditi e 5 del Qatar. Con in più la cattura da parte di al-Qaida nella Penisola Arabica di molti soldati e mezzi blindati degli Emirati.

Un premio di 7500 dollari per sortita e una Bentley per ogni pilota saudita
Un disastro assoluto nonostante la presenza di mercenari francesi e piloti statunitensi nelle fila saudite, attratti dal bonus di circa 7500 dollari a sortita, e il premio di una Bentley offerto dal principe Walid bin Talal a ciascuno dei 100 piloti sauditi che partecipano ai bombardamenti nello Yemen. Senza dubbio un modo molto personale di sviluppare patriottismo, senso del dovere e gusto del sacrificio nelle forze armate saudite.

Lo Yemen del Sud contro Sud Arabia
L’Arabia Saudita rispose nel settembre 2015 con l’intervento via terra della coalizione petromonarchica, dando una nuova dimensione al conflitto e portando gli huthi, contestanti la “Pax Saudiana”, a portare la guerra sullo stesso territorio del regno. L’operazione di terra saudita sembrava avere lo scopo di eliminare il trauma inflitto all’opinione pubblica locale dal pesante tributo di Marib e calmare i timori dei mandanti occidentali sulla potenza militare saudita nel concludere la guerra… che appare senza fine.Turpitudini e imposture
A – Il triplice inganno di Tuaqul Qarman
La guerra petromonarchica contro lo Yemen ha evidenziato il triplo inganno della Nobel per la Pace del 2011 e la depravazione occidentale.
L’unico membro femminile dei Fratelli musulmani che ha vinto il Premio Nobel per la pace nella storia dell’umanità, Tuaqul Qarman, sostiene l’Arabia Saudita nella guerra contro il proprio Paese, in una mossa che ne svela la triplice vergogna.
– Come premio Nobel per la Pace, giustifica una guerra
– Come donna, appoggia i Paesi più regressivi sui diritti umani
– Come yemenita, sostiene gli aggressori del proprio Paese

B – Depravazione occidentale
Complice tacito dell’aggressione della petromonarchia allo Yemen, l’occidente non ha detto una parola contro le gravi violazioni del diritto umanitario internazionale o, peggio, contro l’uso dei gruppi jihadisti nella guerra anti-huthi. Così il partito al-Islah, ramo yemenita della Fratellanza musulmana, è divenuto il ferro lancia della lotta anti-huthi, sebbene la Fratellanza sia inclusa nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, mentre al-Qaida e i gruppi di matrice jihadista avanzano notevolmente nel sud dello Yemen.

L’Hadramaut controllato da al-Qaida
Senza tema di smentita, l’Arabia Saudita s’è dedicata, nella nuova guerra dello Yemen, a sviluppare una piattaforma operativa con al-Qaida, suo nemico intimo, affinché nell’Hadramaut (Yemen del Sud) abbia uno sbocco sul mare che gli permetta di bypassare lo stretto di Hormuz, entro la gittata dell’Iran. Nel sud dello Yemen una lotta sorda per l’influenza oppone Arabia Saudita e Abu Dhabi sul grado di cooperazione con il partito al-Islah, incubo di Abu Dhabi, sovrapponendosi a un conflitto latente tra Fratelli musulmani e “al-Qaida nella penisola arabica” per il controllo del sud dello Yemen. Gli EAU hanno anche sospeso la partecipazione alla guerra il 16 giugno 2016, dopo 15 mesi, lasciandovi 52 soldati uccisi e 3 elicotteri abbattuti. L’Hadramaut quindi è caduto sotto l’influenza di al-Qaida. Paradossalmente, grazie alla spinta della Francia nello sbarco di truppe filo-saudite ad Aden, partite dalla base militare francese di Gibuti, e il sostegno francese alle truppe saudite, fornito dal contingente della Legione straniera schierato sulla base aerea francese ad Abu Dhabi. L’Hadramaut è la più grande provincia dello Yemen del Sud, pari a un quinto del territorio del sud, divenuto santuario di al-Qaida dove impone la propria legge, e ne depreda la ricchezza: le merci che passano dal porto di Muqala e le royalties sul transito di petrolio. L’Hadhramaut è per al-Qaida ciò che il nord della Siria è per lo SIIL, una leva terroristica nelle mani dei sauditi, al pari dello SIIL per conto della Turchia. Sauditi e francesi pensavano di sviluppare una piattaforma regionale per il presidente yemenita in esilio Abdarabu Mansur Hadi, per affermarne simbolicamente l’autorità sul Paese, ma in agguato al-Qaida vinse la scommessa, come in un cattivo remake di un brutto film. I belligeranti sauditi e i loro alleati francesi sembrano avere perso di vista il fatto che lo Yemen è la patria del fondatore di al-Qaida, Usama bin Ladin. Impantanata da due anni nello Yemen, nonostante l’armata mobilitata, la dinastia wahhabita sprofonda nella maggiore confusione, spingendo così il movimento di al-Qaida, così come il partito al-Islah, vicino ai Fratelli musulmani, entrambi sulla lista nera delle petromonarchie, ad essere promossi ancora una volta al rango di partner inconfessabili. La guerra frontale contro lo Yemen doveva distruggere il piccolo vicino imponendo permanentemente la sfera d’influenza saudita e disinfettare ogni accenno di protesta. In caso contrario, la dinastia wahabita avrebbe cercato di provocare una nuova partizione nello Yemen per reinstallarvi la sua polena, il presidente Abdurabu Mansur Hadi, che abbandonò il potere scacciato dagli oppositori huti.

I risultati dopo 18 mesi di conflitto
Un’indagine del Guardian in collaborazione con Yemen Data Projectm sostiene che più di un terzo degli attacchi aerei dell’Arabia Saudita ha preso di mira siti civili e non militari, gestiti dai ribelli sciiti.
– Almeno 8600 bombardamenti aerei sono stati effettuati dalla coalizione saudita su 3577 siti militari e 3158 siti “non militari”
– Almeno 942 attacchi hanno preso di mira zone residenziali, 114 mercati, 34 moschee, 147 strutture scolastiche e 26 università
Per saperne di più.
La guerra allo Yemen è costata quasi 10000 vite dal 25 marzo 2015, secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato il 30 agosto 2016, dopo 18 mesi di conflitto. La relazione, l’ultima di un organismo ufficiale internazionale, non specifica la percentuale di vittime civili. Rappresenta più del doppio di quello in precedenza preparato da funzionari e organizzazioni umanitarie. Questa valutazione è destinata ad aumentare perché alcune regioni sono prive di strutture mediche e le vittime sono spesso sepolte senza essere registrate, secondo il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite Jamie McGoldrick. Il conflitto armato ha aggravato la crisi umanitaria e alimentare della popolazione yemenita. Il conflitto ha creato tre milioni di profughi e costretto 200000 persone all’esilio. Su una popolazione di 26 milioni, 14 milioni hanno bisogno di assistenza alimentare, e sette milioni soffrono d’insicurezza alimentare e più di 21 milioni (l’80% della popolazione) sono privati da un accesso adeguato a cibo e servizio di prima necessità come acqua potabile, cure mediche, elettricità e combustibili. Diversi ospedali sono stati bombardati nel 2016, spingendo l’ONG MSF ad evacuare il proprio personale da sei centri, il 18 agosto 2016.Una guerra a porte chiuse
La guerra dello Yemen si svolge a porte chiuse. Alcuna voce della grande coscienza umana, né Bernard Kouchner, fondatore di “Medici senza Frontiere”, né Bernard Henry Lévy, teorico del botulismo, si sono presi la briga di denunciare tale massacro occultato, per non parlare di Laurent Fabius, ex-ministro degli Esteri, il cui partner siriano di al-Qaida, Jabhat al-Nusra, faceva “un buon lavoro in Siria”. Dopo due anni di massacri nascosti, l’ONU accusava l’Arabia Saudita di aver usato armi non convenzionali (bombe a grappolo e armi chimiche) e che sarebbe stata colpevole di crimini guerra e contro l’umanità. Ma il regno, forte della sua potenza finanziaria, minacciò di ridurre i fondi alle Nazioni Unite e a tutte le agenzie specializzate, come l’UNRWA (Agenzia soccorso dei profughi palestinesi) se ne fosse stata processata. Peggio, la dinastia wahabita minacciò una fatwa con cui gli ulema sunniti avrebbero decretato “nemico dell’Islam” l’ONU. Un comportamento degno di uno Stato canaglia. Il bombardamento di un quarto ospedale gestito da “Medici senza frontiere” in Yemen, pediatrico, nell’agosto 2016, sarà fatale per la reputazione saudita, con la conseguente partenza parziale dei consiglieri militari, ansiosi di non essere perseguiti per “crimini di guerra”. Il bombardamento di una cerimonia funebre, l’8 ottobre 2016 a Sana, che causò 140 morti tra i civili, aumentò i pregiudizi occidentali sulla condotta della guerra dei sauditi, spingendo gli Stati Uniti a distinguersi ancora più dai loro alleati petromonarchici specificando pubblicamente che la cooperazione degli USA con i sauditi in questo settore non è un “assegno in bianco”. Ulteriore affronto, una grande manifestazione di sostegno agli huthi avvenne il 20 agosto 2016 a Sana, controllata dai ribelli sciiti alleati dell’ex-Presidente Ali Abdallah Salah dal settembre 2014, in risposta al bombardamento regolare della città da parte dei sauditi.

Il presidente nominale dello Yemen in esilio in Arabia Saudita e il leader dei Fratelli musulmani yemeniti in esilio in Turchia
La riunione quadripartita del 26 agosto a Jidah tra John Kerry e i suoi colleghi di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Regno Unito per individuare una “via d’uscita onorevole” per le petromonarchie, provocò le forti reazioni di altri protagonisti islamici che temevano una trappola. Lo SIIL rivendicò tre giorni dopo, il 29 agosto, un attentato ad Aden che fece 60 morti tra le reclute del nuovo esercito yemenita sponsorizzato dai sauditi, e il capo di al-Islah, Muhamad Abdallah al-Badumi, dalla residenza turca, annunciava la formazione di un gruppo di facciata islamista radicale yemenita, in alleanza con il movimento salafita del partito al-Rashad (saggezza), per condurre una lunga guerra di religione contro gli huthi. (al-Akhbar)
Strano Paese, il cui presidente nominale Abdal Abdurabu Mansur Hadi vive in esilio a Jidah sotto il giogo del suo sponsor saudita, e il capo dei Fratelli musulmani yemenita, altro principale attore del teatro, che vive in esilio nella Turchia guidata dal suo mentore neo-ottomano… dove si agitano come burattini manipolati dai loro mandanti.

Lo Jasta: tessera aggiuntiva
Ulteriore tessera: mentre il regno è impantanato in un conflitto senza fine nello Yemen, il Congresso degli Stati Uniti votava lo JASTA (Justice Against Sponsors of Terrorism Act). L’adozione di questa legge, il 9 settembre 2016, permette agli statunitensi di perseguire il regno saudita per il risarcimento del danno inflitto dai dirottatori, collocando una spada di Damocle sulla dinastia wahabita. 15 dei 19 autori degli attacchi dell’11 settembre a New York e Washington erano sauditi. L’attacco fu sponsorizzato da al-Qaida. Le incursioni contro i simboli della superpotenza statunitense fecero 3000 morti. Il Consiglio Comunale di New York chiede un risarcimento di 95 miliardi di dollari per la distruzione del World Trade Center, annettendovi la distruzione e la perdita dei servizi pubblici (vigili del fuoco, poliziotti). In totale, i danni degli Stati Uniti sono stimati a circa 3000 miliardi di dollari (tremila miliardi di dollari). Riflettendo sul suo partner saudita, il governo socialista francese sprofondava nella totale confusione perché l’alleanza con l’incubatore di jihadismo globale ne ostacola le chiacchiere sulla “guerra di civiltà” di Manuel Valls, il primo ministro che non vuole perdere. Alleandosi con i nemici? Altro esempio di razionalità cartesiana? L’Arabia Saudita è emersa sul mercato internazionale delle armi come seconda potenza dell’importazione dopo l’India, con 9,7 miliardi di dollari in armi importate tra il 2010 e il 2015, secondo Amnesty International. Questa cifra non include le armi leggere. Tra i maggiori esportatori al mondo, elencati in ordine decrescente, Stati Uniti, Russia, Cina, Germania, Francia e Regno Unito. L’azione del governo di François Hollande ha avuto particolare successo in questo settore, con un record di 15 miliardi di ordini firmati nel 2015, seguito da Stati Uniti (6 miliardi) e Regno Unito (4 miliardi), secondo l’Istituto di ricerca internazionale per la pace di Stoccolma (SIPRI).
Lo Yemen è il cimitero degli invasori. Evitatelo“, raccomandava re Abdalaziz al-Saud, fondatore della dinastia wahabita, ai suoi eredi. Ovviamente gli eredi non se ne preoccupano e la pagano… salata. Quattro petromonarchie (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti) conclusero nel 2016 contratti bellici per circa 40 miliardi di dollari con gli Stati Uniti. Tale operazione si verifica durante la piena recessione economica di questi Paesi, per giunta protetti da una sfilza di basi militari lungo il Golfo Persico, che appare come una polizza di assicurazione contro ogni tentativo di destabilizzarli, mentre Arabia Saudita e Qatar sono particolarmente nel mirino dell’opinione pubblica internazionale per il ruolo nella promozione del terrorismo islamico internazionale. Si ritiene che Riyadh e Doha abbiano speso 40 miliardi di dollari in sei anni per le guerre in Libia, Siria e Yemen. Con grande soddisfazione di NATO e Israele, uno Stato indicato ufficialmente nemico del mondo arabo.
La moralità, almeno la morale del grande capitale, che emergerebbe dalla guerra allo Yemen è questa: il dollaro è il re e il re del petrodollaro si nomina ipso facto Re dei Re, mentre ricicla petrodollari nei circuiti della finanza globale. La morale canagliesca di uno Stato canaglia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Maestria nel nord della Siria

Chroniques du Grand Jeu 3 marzo 2017

Se il conflitto siriano non manca di sorprese, i colpi di scena degli ultimi due giorni lasciano francamente sognare…
c6eaketxeaaqildNel nord, eravamo rimasti all’avvio del conflitto tra curdi e turchi, con questi ultimi fermati dal marciare verso sud dall’Esercito arabo siriano e dalle YPG curde di Manbij. Affrontare apertamente Damasco (quindi Mosca) non è affatto nei piani del sultano, e la soluzione di Manbij s’imponeva per cogliere con una fava due piccioni espellendo i curdi dall’ovest dell’Eufrate e aprendo la porta per Raqqa. Tranne che… i curdi, ovviamente, non ci sentivano da questo orecchio, e s’iniziava a parlare degli statunitensi che indicavano che avrebbero continuato a sostenere il Consiglio militare di Manbij. Al che iniziava una serie di eventi dalle implicazioni estremamente importanti.
Iniziava a circolare un video che mostra la creazione di una piccola base delle forze speciali degli Stati Uniti a Manbij. Un messaggio subliminale: se attacchi i curdi attacchi noi. Va ammesso che gli statunitensi si vedono assaliti dal loro alleato della NATO, e i ribelli “moderati” dell’ELS, armati e finanziati da Washington da anni, non sarebbero mancati…
Alcune ore dopo, si aveva una notizia ancora più incredibile: attraverso i buoni uffici di Mosca, i curdi di Manbij raggiungevano un accordo con Damasco, l’Esercito arabo siriano avrebbe ricevuto parte delle loro conquiste territoriali ad ovest dell’Eufrate, formando una zona cuscinetto che li separi dai turchi e i loro ascari.02m_15_50_northern-aleppo_syria_war_mapCome si vede, l’area ombreggiata sulla mappa metterebbe i curdi al riparo dalle minacce della Turchia. Erdogan avrà avuto un quasi infarto quando avrà sentito la notizia… Perché, a meno che non attacchi l’Esercito arabo siriano, entrando così apertamente in guerra con Damasco (e quindi Mosca e Teheran), l’avventura del sultano neo-ottomano è finita. Per Assad, l’accordo è perfetto: i lealisti riprendono gratuitamente e senza combattere una zona che non avrebbero potuto conquistare militarmente, portandoli fino al confine turco e nel Rojava da cui furono espulsi anni prima. E’ anche la tacita ammissione dei curdi che una volta che la lotta sarà finita, non cercheranno l’indipendenza, ma si accontenteranno dell’autonomia. Se i curdi lasciano alcuni villaggi senza importanza all’Esercito arabo siriano, la loro presenza a Manbij è attuale e concessa. Un pareggio ai danni di Erdogan, che deve avergli fatto molto male. L’episodio porta il segno di Putin e non è forse un caso che la dichiarazione del PYD curdo dica: “Per proteggere Manbij, abbiamo fatto trasferire, dopo aver formato una nuova alleanza con la Russia, le forze armate siriane nell’area tra noi e le bande filo-turche (i famosi moderati tanto cari agli imperialisti)“.
Vlad lo judoka ha colpito ancora. Lo spiegammo due anni fa: “Diversi biografi di Putin hanno mostrato come lo judo sia per lui più di uno sport: una filosofia di vita che applica in molti campi, soprattutto nella geopolitica. Usare la forza e la precipitazione dell’avversario per meglio rispondere e atterrarlo. Il leader del Cremlino non è più temibile che quando fa prima un passo indietro; vi ritroverete rapidamente col naso sul tappeto. Ippon”.
Il nord della Siria è un caso da manuale. Utilizzare il sultano per espellere lo SIIL e poi utilizzarne nuovamente l’inevitabile aggressione ai curdi per apparire come il salvatore, facendo recuperare con un tratto di penna al suo protetto di Damasco quelle aree che nemmeno si sognava di riprendere un giorno… Come si dice maestria in russo? Ciliegia sulla torta, questo passo è anche chiaro segno di un accordo USA-Russia, per lo meno puntuale. Il giorno in cui si apprende che le forze speciali statunitensi arrivavano a Manbij per sostenere i curdi, questi chiedono aiuto all’Esercito arabo siriano. Come ha scritto Le Figaro, unico quotidiano di regime ad aver informato brevemente di ciò: “Questo annuncio è una sorpresa perché sarebbe la prima volta che i combattenti sostenuti da Washington accettano di cedere territorio alle forze del Presidente Bashar al-Assad”.
E si va oltre: le truppe siriane ora proteggono di fatto quelle statunitensi! Se ce l’avessero detto sei mesi fa… Ovviamente, niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza il terremoto causato dall’elezione di Trump e il conseguente reindirizzo della politica estera statunitense. Questi sviluppi sorprendenti farebbero quasi dimenticare che l’Esercito arabo siriano ha liberato Palmyra…02032017

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA mutano l'”accordo iraniano” in confronto con l’Iran

Tony Cartalucci, New Eastern Outlook 02/03/02017iranIl cosiddetto “accordo iraniano” non è mai stato pensato come punto di partenza per il riavvicinamento tra Washington e Teheran, ma piuttosto come pretesto per un maggiore confronto. L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump capitalizza sugli sviluppi della guerra persa dai sauditi nello Yemen, così come sul test missilistico iraniano, per ritrarre l’Iran come ingrato verso l’accordo diplomatico che il dimissionato Consigliere della Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Michael Flynn suggeriva non dovesse mai esserci stato. L’articolo del Guardian, “L’amministrazione Trump ha ufficialmente avvertito l’Iran, dice Michael Flynn”, afferma: “L’amministrazione Trump ha detto che “ufficialmente invia all’Iran un preavviso” in reazione al test missilistico iraniano e all’attacco a una nave da guerra saudita dei ribelli filo-iraniani Huthi nello Yemen, ma senza dare dettagli su come Washington intende rispondere”. Mentre i commenti di Flynn, prima delle brusche dimissioni, sembravano genuine, contro la posizione ipocrita della presidenza Trump, chi ha seguito i veri autori della politica estera degli USA riconosce la sceneggiatura molto familiare letta da Flynn, scritta non dall’amministrazione Trump, ma dai pensatoi politici aziendal-finanziari non eletti, anni prima che “il presidente Trump” entrasse in carica. Le dimissioni di Flynn avranno scarso peso su tale politica, dato che fu pianificata e attuata sistematicamente anni prima che Donald Trump iniziasse la campagna presidenziale. Il fatto che la posizione di Flynn sull’Iran rifletta quella del resto dell’amministrazione Trump, ne è una prova sufficiente.

L'”offerta superba” della Brookings del 2009
Il documento della Brookings Institution intitolato “La via per la Persia: opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” (.pdf), delineava esplicitamente il complotto degli USA per il cambio di regime a Teheran, affermando: “…qualsiasi operazione militare contro l’Iran sarà probabilmente molto impopolare nel mondo e richiederà il contesto internazionale giusto, per garantirsi il supporto logistico all’operazione e ridurre al minimo i contraccolpi. Il modo migliore per ridurre al minimo l’obbrobrio internazionale e massimizzarne il supporto (riluttante o occulto) è colpire solo quando vi è la diffusa convinzione che gli iraniani abbiano avuto e respinta una superba offerta, tale che solo un regime deciso ad acquisire nucleare armi ed acquisirle per le ragioni sbagliate rifiuterebbe. In tali circostanze, Stati Uniti (o Israele) potrebbero rappresentare le loro operazioni come dolorose, non rabbiose, e almeno alcuni nella comunità internazionale concluderebbero che gli iraniani “ne sono responsabili”, rifiutando un ottimo affare”. L'”offerta superba” della Brookings fu presentata al pubblico e a Teheran nella forma del cosiddetto Piano comune d’azione globale (JCPOA) o “accordo iraniano”, nel 2015. E mentre Washington tentava di convincere il mondo di aver cercato il riavvicinamento con Teheran, perfino perseguendo tale accordo, versava denaro, armi e anche sostegno militare diretto al tentativo di rovesciare l’alleata dell’Iran, la Siria, altro prerequisito indicato dalla Brookings nel rapporto del 2009 sulla guerra all’Iran. L’accordo, quindi, è in malafede dall’inizio, come il suo tradimento inevitabile quando Washington ritenesse il clima politico e strategico ottimo per ritrarre Teheran come doppiogiochista e giustificare un confronto più ampio, in particolare sulla Siria significativamente indebolita dopo 6 anni di guerra, e un Iran significativamente legato finanziariamente e militarmente al destino della Siria.

Trump contestava l’Arabia Saudita nella campagna elettorale, la difende sul sentiero di guerra
La retorica di Trump durante la campagna elettorale nel 2016 per la presidenza, era pesantemente incentrata sulla lotta al terrorismo, e accusava l’Arabia Saudita. In un messaggio greve su Twitter, Trump annunciò: “Il principe asino @Alwaleed_Talal vuole controllare i nostri politici degli Stati Uniti con i soldi di papà. Non lo farà quando sarò eletto. # Trump2016
Ora, da presidente, la posizione di Trump sull’Arabia Saudita è amichevole, implicando un maggiore confronto con l’Iran accusato di armare e addestrare i combattenti nello Yemen che hanno attaccato una nave da guerra saudita. L’amministrazione Trump e i media in generale non ricordano che l’Arabia Saudita, da anni, impone la guerra totale allo Yemen, in aria, terra e mare, direttamente e attraverso gli ascari terroristici, dal territorio saudita e dalle acque internazionali, nel e sul territorio yemenita, con l’invasione via terra e gli attacchi aerei. La prospettiva che gli Stati Uniti invertano il riavvicinamento diplomatico con l’Iran a causa delle forze yemenite in lotta contro l’aggressione militare dell’Arabia Saudita, di per sé trasgredisce il diritto internazionale e gli interessi del popolo statunitense. Tuttavia, considerando i legami occulti dell’Arabia Saudita con il terrorismo nello Yemen e in tutta la regione, in particolare in Siria e Iraq, tramite al-Qaida, i suoi vari affiliati e il cosiddetto Stato Islamico (SIIL), e nel mondo, gli USA dichiarando l’Arabia Saudita “amica e alleata”, e accusando l’Iran di “comportamento destabilizzante nel Medio Oriente“, chiariscono che o ne permettono la sponsorizzazione saudita del terrorismo, o ne sono direttamente coinvolti. Naturalmente, Flynn, già direttore della Defense Intelligence Agency (DIA), sapeva della nota della DIA del 2012 in cui s’invocava la creazione di un “principato” (stato) “salafita” (islamico) su richiesta non solo delle monarchie del Golfo Persico, ma anche dal membro della NATO Turchia, dall’Europa e dagli stessi Stati Uniti. Così il resto dell’amministrazione Trump. Il memo diceva: “Se la situazione si dipana vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella parte orientale della Siria (Hasaqa e Dayr al-Zur), questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono, per isolare il regime siriano considerato profondità strategica per l’espansione sciita (Iraq e Iran)”.
Il memo della DIA spiegava poi esattamente chi fossero tali sostenitori “del principato salafita” (e i suoi veri nemici): “Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”. L’Iran veniva specificamente dichiarato contrario all'”opposizione” che comprendeva il nascente Stato islamico, così come l’organizzazione terroristica Jabhat al-Nusra (ora Jabhat Fatah al-Sham). Esibendosi con un surreale inganno, l’amministrazione Trump tenta di ritrarsi come “combattente antiterrorismo”, mentre si confronta con l’Iran che sul serio lo combatte nella regione. Gli Stati Uniti, difendendo l’Arabia Saudita, ammettono di sponsorizzare il terrorismo regionale. L’ipocrisia del presidente Trump sfida qualsiasi spiegazione a meno che non si riprenda il documento della Brookings Institution, e s’inseriscano gli eventi attuali nel contesto del complotto e della continuità del programma indicato dal documento. I media degli Stati Uniti tentavano di ritrarre l’ipocrisia del presidente Trump sill’Arabia Saudita come conflitto personale e connessa agli interessi delle sue imprese. I media degli Stati Uniti a quanto pare ritengono che il pubblico creda sia solo una coincidenza che l’amministrazione Trump continui la decennale politica estera statunitense e l’ambiguo rapporto con Riyadh che ha trasceso varie presidenze repubblicane e democratiche, tra cui la recentemente scomparsa amministrazione Obama.
Per capire la traiettoria geopolitica degli eventi globali, in particolare sulle relazioni tra Stati Uniti e Iran, osservatori, analisti e pubblico ne gioirebbero leggendo i documenti politici degli USA invece che le divertenti teorie dei media degli Stati Uniti, o i discorsi e le dichiarazioni dell’amministrazione Trump.iran3Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora