Guerra civile in Arabia Saudita

Zerohedge 4 agosto 2017Il regime saudita è di una crudeltà e brutalità estrema nei confronti dei cittadini della provincia orientale del Paese, una situazione ora fuori controllo con l’aumentare dei morti, interi quartieri in macerie e notizie su acqua e luce tagliate nella città assediata di al-Awamiya. Sebbene gli attivisti locali continuino a caricare video sconvolgenti sui media sociali rivelando interi quartieri spianati, i media internazionali e degli Stati Uniti osservano il silenzio. Nell’ultimo anno, soprattutto dopo l’esecuzione a gennaio del noto clerico sciita di al-Awamiya Nimr al-Nimr, vi sono state tensioni nel Qatif sciita. Inoltre, 14 cittadini sciiti, tra cui il giovane Mujtaba al-Suayqat, studente della Western Michigan University, attendono l’esecuzione su firma del re Salman. Tortura e processi di massa del gruppo accusato del crimine di “protesta”, hanno ulteriormente infiammato le tensioni nella regione. Grandi proteste contro la monarchia e i servizi di sicurezza saudita sono frequenti nel Qatif fin dalla cosiddetta “primavera araba”, anche se i grandi media internazionali ignorano le proteste che avvengono nei regimi amici di Stati Uniti e Regno Unito. Ciò in particolare accadde nel 2011, quando centinaia di carri armati sauditi attraversarono il viadotto Re Fahd per minacciare la rivolta popolare contro la monarchia sunnita del vicino Bahrayn. I media occidentali trattato l’evento in modo erratico e sottotono, con alcuni servizi che sottilmente indicavano le azioni saudite motivate effettivamente dalla protezione dei civili contro le forze di sicurezza del Bahrayn, mentre in realtà fu una grossa dimostrazione di forza contro i civili per preservare il regime autocratico assediato del Bahrayn. Questa settimana, le cose si sono drammatizzate poiché le autorità saudite concentravano un uragano di fuoco sul quartiere al-Musara di Awamiya, usando aerei, artiglieria pesante, lanciarazzi, cecchini e veicoli corazzati d’assalto. All’inizio dell’anno il regime saudita annunciò i piani per demolire il quartiere e consegnarlo a imprenditori privati in una sorta di versione saudita del “dominio eminente”. Tuttavia, la presenza di militanti sciiti nascosti nel strette strade e nei vicoli sembra sia il vero motivo della distruzione del quartiere. Anche se combattimenti sporadici si sono verificati d’estate, l’assedio iniziava l’ultima settimana di luglio, quando bulldozer e veicoli corazzati giunsero in città per avviare la demolizione mentre le forze di sicurezza tentavano simultaneamente di sradicare i militanti sciiti. Molti centri d’informazione mediorientali parlarono di almeno 5 civili uccisi dall’ingresso delle forze saudite, ma gli attivisti online parlano di molte decine di persone uccise dall’inizio dell’incursione.
Prima e durante l’inizio dell’assedio, i cittadini locali ebbero la promessa di “trasferimenti” promossi dal governo, sebbene gli attivisti li descrivano come pulizia settaria occulta della popolazione sciita, perseguitata storicamente dallo Stato wahhabita. L’informazione regionale pubblicava filmati che rivelerebbero l’attiva pulizia anti-sciita delle forze saudite. Un attivista di Awamiya, Amin Namar, affermava che c’è lo sforzo consapevole delle autorità di cambiare forzatamente l’identità della città: “Ciò che vedo dal primo giorno è una punizione collettiva… un piano per la deportazione. Niente a che fare con al-Musara e lo sviluppo, ma con la punizione di questa città per aver chiesto diritti e riforme dal 2011”. Un comunicato stampa della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite rispondeva ai piani sauditi che annunciavano la demolizione di aree residenziali per lo sviluppo commerciale. L’affermazione delle Nazioni Unite suggerisce che è l’identità della città in realtà in gioco: “Gli esperti delle Nazioni Unite avvertono che il piano di sviluppo del quartiere al-Masura ne minaccia il patrimonio storico e culturale con danni irreparabili e che può comportare lo sfratto forzato di numerose persone dalle loro imprese e residenze”. Gli esperti delle Nazioni Unite avevano avvertito che l’intera iniziativa avrebbe comportato l’evacuazione forzata con misure estreme di coercizione, ma senza condannarla: “I residenti sono spinti in molti modi, anche attraverso taglio della luce, a lasciare le case e le imprese senza adeguata alternativa, lasciandoli con indennizzi insufficienti e, peggio, senza dove andare… Sembra che la demolizione sia stata annunciata senza alcuna consultazione significativa con i residenti e senza considerare alternative meno dannose, come il restauro o una comunicazione adeguata per informarli sui piani di demolizione”.
Armi da fuoco e bulldozer del governo distruggono le infrastrutture civili: i tiri delle autorità saudite distruggono i quartieri sciiti nella provincia orientale del Paese. Alcuni video sono stati caricati sulle pagine personali dei social media dai soldati sauditi per vantarsi del loro ruolo nell’assedio, dopo di che i video vengono eliminati dagli attivisti dell’opposizione. E ora l’assalto ha raggiunto un violento crescendo. Al-Masdr News riferiva che le forze del regime saudita sparavano su un autobus di civili mentre cercava di fuggire da Awamiya, uccidendo il conducente (altre relazioni non confermate menzionano il ferimento di donne e bambini). Reuters tuttavia presentava resoconti conflittuali sull’incidente, tentando di giustificare l’assedio brutale di Awamiya come tentativo della sicurezza saudita di “arrestare i responsabili degli attacchi alla polizia”. Mentre i dettagli e l’esattezza di vari rapporti sulle atrocità non sono chiari, con gli attivisti che citano decine di civili uccisi dal governo e i media allineati dello Stato affermare che combattenti sciiti hanno ucciso dei poliziotti, e la mancanza di accesso indipendente per i media rende una valutazione giornaliera difficile.
Questa settimana, al-Mayadin News di Beirut era la prima emittente satellitare araba a presentare video provenienti dagli assediati di Awamiya, riferendo di aerei militari che sorvolano la città e di un uomo in uniforme che sparava con un RPG su un’area urbana. Gli attivisti dell’opposizione saudita dicono che l’uomo era un soldato saudita. Nel frattempo, Middle East Eye riceveva un documento che gli attivisti dicono aver trovato nelle case della città assediata. Si tratta di un avviso di sequestro di proprietà che prevede l’obbligo di trasferire i residenti e timbrato dal Comando Nazionale Antiterrorismo Comune (NJCC) del governo saudita. Dava istruzioni sulle procedure di rilocazione, MEE citava gli attivisti affermare che le famiglie sfollate devono ancora essere alloggiate. Anche se non è ancora riportato dalla stampa statunitense, il governo canadese è criticato per la fornitura di blindati che i sauditi utilizzerebbero per la repressione dei civili. Nel 2013 il Canada ebbe un record di vendite, per oltre 13 miliardi di dollari, fornendo all’Arabia Saudita un numero non noto di blindati leggeri fabbricati dalla General Dynamics Land Systems (GDLS). The Globe and Mail del Canada pubblicava un’indagine che scoprì che “video e foto diffusi sui social media mostrano il regno saudita utilizzare mezzi canadesi contro i civili”, specificamente nell’ambito dell’assalto ad Awamiya che ha causato morti tra i civili. Il rapporto confermava, sulla base di un’analisi degli esperti, che i veicoli canadesi vengono utilizzati, anche se le immagini analizzate mostravano i Gurkha PVR, realizzati dalla Terradyne Armored Vehicles (di Newmarket, Ontario) e non i veicoli della General Dynamics del contratto del 2013. Sembra che altre compagnie private del Canada siano in trattativa con il governo saudita, ma ora sono sotto controllo. Il rapporto chiede una risposta dal primo ministro Justin Trudeau: “Stiamo esaminando queste affermazioni molto seriamente… e abbiamo immediatamente lanciato un’indagine”. Vari parlamentari canadesi hanno sollecitato l’attuale governo liberale ad annullare il contratto motivandolo con il sospetto che violi le regole del Canada sul controllo delle esportazioni di armi. Anche i gruppi di monitoraggio dei diritti umani pesano. Il segretario generale Alex Neve di Amnesty International Canada, invitava il governo a fermare le esportazioni di blindati, dicendo: “Indicazioni che veicoli corazzati del Canada siano forse utilizzati quando le forze saudite si mobilitano nell’est del Paese, evidenziano quanto sia cruciale che il governo intervenga e metta immediatamente fine all’accordo canadese-saudita sul LAV”. Stati Uniti e Regno Unito rimangono i maggiori fornitori di armi avanzate dell’Arabia Saudita e da sempre ignorano gli abusi dei diritti umani. Ironia della sorte, la popolazione sciita sempre più perseguitata nel regno si concentra nella regione orientale che produce gran parte del petrolio mondiale. Nel 2012, un’esplosione dei gasdotti, forse opera di militanti sciiti della stessa regione, fece balzare il prezzo del greggio temporaneamente nel timore che la “primavera araba” fosse arrivata nella provincia petrolifera.
È ampiamente noto che, dopo la fondazione dell’Arabia Saudita, i cittadini sciiti sono emarginati per motivi religiosi dalla religione ufficiale dello Stato wahhabita, che li ritiene eretici collegati agli interessi iraniani, soprattutto dopo la rivoluzione islamica del 1979. Le comunità sciite saudite sono presenti nelle aree storiche di tensioni che hanno visto proteste, sparatorie, detenzioni di massa e negligenza economica. Le dimostrazioni sono state da tempo vietate in tutta l’Arabia Saudita, un fatto raramente evidenziato dalla stampa occidentale. Attualmente, rapporti non confermati dei media allineati all’Iran affermano che i combattenti dell’opposizione yemenita hanno bombardato basi e avamposti sauditi nella regione del Jizan, infliggendo per la prima volta perdite alle truppe in territorio saudita. Mentre Qatif va fuori controllo, il contraccolpo della guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen è sempre più probabile. Come avevamo recentemente riportato sulla marcia dell’Arabia Saudita verso la Guerra Civile, tensioni e fratture su più livelli dello Stato saudita, anche nella stessa famiglia reale, si avvicinano al punto di rottura. Quest’ultimo turno di misure estreme contro il dissenso sciita, che sembrano sempre più disperate e che ora sono rese pubbliche, segneranno l’inizio di un regno permanentemente diviso?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita verso la guerra civile

William Craddick, Disobedient Media 29 giugno 2017Dopo decenni durante i quali ha svolto il ruolo di intermediario tra Stati, affermandosi come potenza regionale, la politica dell’Arabia Saudita d’ingerenza nei Paesi vicini e di supporto al terrorismo sembrano aver esacerbato i problemi del Paese che potrebbero minacciare di precipitare nel caos. La crescente insoddisfazione con l’introduzione dell’austerità, i problemi economici legati alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e i segni di disaccordi nella casa reale sul successore di re Salman bin Abdulaziz al-Saud, indicano che le avventure all’estero dei sauditi prepararono la tempesta perfetta per un conflitto civile che porterebbe ad ulteriore instabilità in Medio Oriente. La perturbazione appare mentre Stati come Iran e Turchia si pongono a potenziali concorrenti per la leadership del mondo arabo.

I. L’Arabia Saudita vive crescenti segnali d’instabilità
L’Arabia Saudita subisce vari problemi che contribuiscono alla destabilizzazione interna. Ad aprile, Bloomberg riferiva che re Salman fu costretto a ripristinare bonus e indennità per i dipendenti statali, respingendo l’ampia riforma dei programmi di austerità in Arabia Saudita. Il governo saudita insisteva che la decisione era dovuta a “maggiori ricavi attesi”, nonostante gli osservatori notassero a marzo che le riserve di valuta estera dell’Arabia Saudita si erano ridotte di un terzo mentre i membri del Consiglio cooperazione del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Quwayt, videro il loro rating ridursi mentre erano sempre più in disaccordo su una politica estera comune verso l’Iran. I crescenti problemi finanziari del regno sono spiegati in parte dai prezzi del petrolio bassi. Nel gennaio 2016, The Independent osservò che il calo dei prezzi del petrolio minava i programmi di spesa dell’Arabia Saudita, con un terzo dei giovani di 15-24 anni del Paese non lavora. The Journal of Science and Engineering Petroleum ritiene che l’Arabia Saudita raggiungerà il picco nella produzione di petrolio entro il 2028, ma questo sarebbe un eufemismo incredibile. The Middle East Eye citava esperti statunitensi precisare che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita iniziarono a diminuire nel 2006, diminuendo annualmente dell’1,4% l’anno dal 2005 al 2015. Citigroup riteneva che il regno potrebbe esaurire il petrolio per l’esportazione entro il 2030. La fine della vacca da mungere del regno probabilmente causerà problemi nella nazione che The Atlantic definiva gestita come una “sofisticata organizzazione criminale“.

II. L’aumento dei segnali di conflitti interni in Arabia Saudita
Vi sono varie indicazioni che la famiglia reale dell’Arabia Saudita sappia molto anche sui conflitti interni. Re Salman ha causato un grave sconvolgimento adottando il passo controverso di revisionare completamente le regole della successione nominando il figlio Muhamad bin Salman principe ereditario. Tale passo è pericoloso perché ha causato una divisione nella famiglia reale. La rivista Foreign Policy osservava che le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita non sono sotto il controllo di un unico comandante, il che significa che l’esercito corre il rischio di fratturarsi nel conflitto interno. Nel 2015, The Independent parlò con un principe saudita che rivelò che otto degli undici fratelli di Salman erano scontenti della sua leadership e che intendevano dimetterlo per sostituirlo con l’ex-ministro dell’Interno principe Ahmad bin Abdulaziz. NBC News rivelò che la promozione del figlio di Salman a principe ereditario ha anche fatto arrabbiare il principe Muhammad bin Nayaf, che lo precedeva nella linea di successione ed è noto per la posizione dura nei confronti dell’Iran. Il 28 giugno 2017, il New York Times riferì che a Nayaf fu impedito di lasciare l’Arabia Saudita, venendo confinato nel suo palazzo di Gedda, dove le sue guardie venivano sostituite da quelle fedeli a Muhamad bin Salman. Nayaf governa la regione orientale dell’Arabia Saudita, descritta come provincia pronta a ribellarsi in caso di conflitto civile, per via della grande popolazione sciita. È generalmente considerato uno dei principali sostenitori dell’esecuzione, nel 2016, dello sciita Nimr al-Nimr, passo che suscitò grande rabbia presso gli iraniani. La famiglia di Nayaf ha anche legami storici con gruppi di insorti utilizzati dall’Arabia Saudita come strumento di politica estera. Suo padre, Nayaf bin Abdulaziz al-Saud, fu ministro degli Interni e monitorava i servizi segreti, la polizia, le forze speciali, l’agenzia d’interdizione della droga dell’Arabia Saudita e le forze dei mujahidin. Re Salman utilizza la guerra nello Yemen per contrastare le élite insoddisfatte per via di ciò che The Washington Post descrisse come un’ondata di sentimenti nazionalisti tra i cittadini. La decisione fu anche un tentativo di adottare misure attive contro il sostegno iraniano ai ribelli huthi nello Yemen e impedire la destabilizzazione della primavera araba. Ma se l’intervento può aver dato all’Arabia Saudita vantaggi a breve termine, ha anche contribuito ad inasprire le fratture in Medio Oriente permettendo agli Stati vicini di adottare misure per sostituire l’Arabia Saudita a potenza dominante nella regione.

III. I cambiamenti geopolitici aumentano la probabilità di conflitto
Non solo lo Yemen preoccupa i sauditi. Anni di interferenze ora spingono il Regno a condurre sempre più gli affari esteri col fine di evitare la destabilizzazione interna ed equilibrare la situazione regionale. Il rilascio da WikiLeaks di dispacci diplomatici e del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita dimostrano che i funzionari s’impegnano a voler distruggere il regime siriano per il timore che il governo di Assad attui una rappresaglia distruttiva per la guerra civile. L’Arabia Saudita ha contribuito ad alimentare la guerra sostenendo gruppi terroristici. I cablo del dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks mostrano che l’Arabia Saudita è considerata il maggiore finanziatore dei gruppi terroristici sunniti nel mondo. Ma sugli interventi all’estero, il terrorismo è uno strumento di politica estera utilizzato per indirizzare al meglio l’energia distruttiva. Ci sono da tempo timori che il metodo non funzioni e creino problemi ai finanziatori del terrorismo. Le forze di sicurezza saudite hanno regolarmente avuto problemi d’infiltrazione dai gruppi terroristici. Nel 2001, Stratfor osservò la crescente preoccupazione della famiglia reale sull’aumento di simpatizzanti del terrorismo tra i militari, per via del timore che alcuni gruppi di insorti non fossero amichevoli verso il regno. Gruppi terroristici come lo SIIL negli ultimi anni hanno effettuato vari attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui attentati suicidi contro la città santa islamica di Medina e la Grande Moschea della Mecca. Tradizionalmente, il potere in Medio Oriente fu diviso tra i governi israeliani e sauditi. Questo ordine regionale potrebbe comunque iniziare a cambiare, a causa della combinazione tra strategia fluttuante degli Stati Uniti e tentativi di altri Stati del Medio Oriente di divenire i principali attori della regione. Nel marzo 2016, Julian Assange osservò su New Internationalist che gli strateghi statunitensi come John Brennan vedevano sempre più il rapporto israelo-saudita come ostacolo agli interessi strategici degli USA, soprattutto verso l’Iran. Tale cambiamento politico attualmente si riproduce con la crisi in Qatar. Il Qatar storicamente si era posto da centro diplomatico in Medio Oriente, rimanendo vicino a Iran e diversi gruppi di insorti, come i taliban, che lo vedevano come luogo di negoziati. Le e-mail di John Podesta rivelano che il Qatar ha sostenuto gruppi terroristici come lo SIIL assieme all’Arabia Saudita, ma con l’intenzione di competere con altri gruppi terroristici. Fazioni supportate dal Qatar sono al-Qaida, al-Nusra, Hamas e taliban. Inoltre, al-Jazeera, media del Qatar, ha provocato l’Arabia Saudita fornendone una visione inquietante sui problemi in precedenza non riconosciuti in Medio Oriente (anche se una copertura critica della politica del Qatar fu risparmiata). NPR ha anche osservato che il Qatar era apertamente in competizione con l’Arabia Saudita durante la primavera araba, quando sostennero opposte fazioni in Paesi come l’Egitto. Il conflitto con il Qatar crea il rischio molto reale che le ostilità possano diffondersi in Arabia Saudita, dato il supporto di entrambi ai gruppi terroristici. Lo scontro recente ha rivelato anche la nascita di un nuovo ordine in Medio Oriente: tra Stati che difendono il vecchio rapporto israelo-saudita e chi vuole rimodellare i rapporti di forza. L’Arabia Saudita è sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Yemen e Maldive. Il Qatar è sostenuto dagli avversari regionali dell’Arabia Saudita, Iran e Turchia. La Turchia ha continuato ad accrescere il proprio ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni ed è visto dagli Stati Uniti come attore adatto a bilanciare l’influenza saudita in Paesi come il Pakistan. Turchia e Iran ora sfidano attivamente l’Arabia Saudita con la Turchia che schiera truppe in Qatar e l’Iran che sostiene il piccolo Stato del Golfo con aiuti alimentari. Se i due Stati sopravvivono a destabilizzanti colpi di Stato e terrorismo, possono trarre vantaggio da qualsiasi futura riduzione dell’influenza saudita.

IV. I pericoli di un conflitto civile saudita
Una guerra civile o conflitto interno in Arabia Saudita raggiungerebbe rapidamente una dimensione internazionale. Le aziende della difesa sono sempre più corteggiate dai fondi sauditi, nell’ambito dei piani per rivedere l’esercito, cui una parte comprende il recente accordo da 100 miliardi con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha utilizzato sempre più aziende militari private come la Blackwater, che attualmente forniscono personale alla coalizione saudita nello Yemen. Lo spettro della proliferazione nucleare nel Medio Oriente solleva anche il timore che le armi possano cadere nelle mani sbagliate o di un impiego indiscriminato. Le dichiarazioni del 2010 del direttore di al-Jazeera, ripetute da Julian Assange, secondo cui il Qatar ha un’arma nucleare. L’Arabia Saudita è anch’essa sospettata di avere armi nucleari. Nel 2013, BBC News riferì che l’Arabia Saudita aveva armi nucleari “ordinate” dal Pakistan, il cui programma nucleare fu finanziato dai sauditi. Nel 2012, i sauditi firmarono anche un accordo di cooperazione nucleare con la Cina secondo cui Riyadh avrà 16 reattori nucleari dal 2030. L’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dei Paesi arabi preoccupa i funzionari dei servizi segreti israeliani, che temono che i Paesi che acquistano tali sistemi d’arma non li useranno in modo efficace. Se il conflitto con il Qatar (o in una delle altre regioni in cui l’Arabia Saudita è intervenuta) va fuori controllo, la possibile proliferazione di sistemi d’arma nucleari pone un serio pericolo. Conflitti internazionali e regionali ed operazioni terroristiche creano il rischio che tali armi possano essere utilizzate intenzionalmente o inavvertitamente. Una guerra civile saudita crea anche pericoli per la comunità internazionale, in quanto ci sarebbero gravi problemi se le città sante di Mecca e Medina venissero danneggiate da un conflitto. Il calo delle riserve di valuta estera, per la diminuzione della fornitura di petrolio, conflitti nella famiglia reale e la minaccia sempre presente che le reti terroristiche danneggino i loro finanziatori, indicano che l’Arabia Saudita è in crisi. Il conflitto del Qatar continua ad aggravarsi e le vere domande non dovrebbero porsi sulla possibile fine del terrorismo o sull’etica di vendere nuove armi ai Paesi arabi, ma su ciò che il mondo spera sia il Medio Oriente una volta che la polvere si sia depositata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La crisi del Qatar si diffonde in Africa

Evgenij Satanovskij, VPK, 06.07.2017 – South Front
Evgenij Satanovskij, Presidente dell’Istituto sul Medio OrienteL’esplosione delle contraddizioni tra Qatar e Turchia da un lato ed Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e satelliti dall’altra, si riflettono nella situazione militare-politica non solo di penisola araba, Siria e Libia, ma in Africa orientale, associata al complicato sistema di relazioni dei protagonisti della crisi. Nonostante il significato, come avviene nell’Africa sub-sahariana, sono sconosciuti al di fuori della ristretta cerchia di specialisti. Il presente articolo si basa sui materiali di A. Bystrov e J. Sheglovin dell’Istituto del Medio Oriente.

La battaglia sulla carne
I conflitti armati nella regione dell’Afar (Uganda) tra le tribù Atcholi e Madi portano l’Egitto sull’orlo di una catastrofe alimentare. Negli scontri l’esercito ugandese ha occupato i corridoi logistici della regione, utilizzati dai nomadi per migliaia di capi di bestiame dal Sud Sudan (e dallo Stato sudanese del Kordofan meridionale) fino all’Uganda. I bovini vengono inviati nei macelli, appartenenti alla Holding Alimentare Egitto-Uganda (UEFS); la carne viene per lo più inviata in Egitto (volume commerciale fino a 11 milioni di dollari al mese). L’impresa è stata fondata con il sostegno dell’Egitto, è guidata da egiziani e istituita nel territorio dell’Afar nell’ambito della strategia di sicurezza alimentare del Paese, tenendo conto delle proiezioni delle Nazioni Unite sulla crisi alimentare prevista nei prossimi due anni. L’esportazione di bestiame dal Sudan all’Egitto attraverso il confine è attualmente difficile e connessa all’acuirsi delle relazioni dopo l’accusa do Cairo del sostegno di Khartoum alla Fratellanza musulmana egiziana, fornendogli campi di addestramento nei pressi delle frontiere. A causa di ciò, la disputa territoriale s’è accesa nell’area di Halaib. Secondo l’Egitto, l’Uganda è autorizzata a partecipare alle discussioni sulla costruzione della diga etiopica “Rinascimento” sul Nilo Azzurro e, a questo proposito, sui rischi del sistema di irrigazione egiziano di grande importanza per la sicurezza alimentare. Attualmente l’invio di 85 mila capi è bloccato nella regione Nimol dell’Afar, influenzando negativamente il lavoro dei macelli. Secondo la relazione del rappresentante egiziano Sh. Qalin, inviato da Cairo a fine di maggio, 150 capi vengono inviati alla macellazione ogni giorno invece dei 1000 previsto. L’azienda subisce perdite. Cairo dovrebbe spostare la produzione in Tanzania; altrimenti l’interruzione delle forniture di carne all’Egitto diverrà critiche. È così importante per Cairo che al-Sisi voleva incontrarsi il 10 giugno a Berlino con il presidente ugandese I. Museveni, per discuterne, ma che rifiutava. Si comprende l’importanza della situazione, anche per il suo clan, dagli interessi che nella holding di EUFS sono rappresentati da due persone fidate: il capo della maggiore cooperativa agricola Ankole Long-Horned Cooperative per l’allevamento del bestiame, E. Kamihigo, e suo cugino S. Saleh. Inviava nella regione il ministro dell’Agricoltura V. Sempilije, per trovare modi di salvare i macelli e garantire una logistica sicura. Il ministra istruiva una sua persona fidata, il generale M. Ali, per trovare una sistemazione con i gruppi tribali Madi, che scacciano dalla terra i membri delle tribù Atcholi, complicando ancora di più la situazione. Le relazioni egiziane-ugandesi incontrano tempi difficili. Un anno fa, Cairo e Kampala erano alleati strategici. Gli egiziani parteciparono alla pianificazione delle operazioni congiunte con le agenzie di sicurezza e intelligence ugandesi contro l’opposizione, l’esercito egiziano insieme ai mercenari assunti da Eritrea, pagati dagli UAE, erano in guerra contro i ribelli del LRA nelle giungle del nord del Paese. Esercito e polizia ugandesi furono inviati in Egitto per l’addestramento presso istituti egiziani. La visita di Museveli a maggio in Qatar ha cambiato tutto, incontrando l’emiro Tamim e firmando l’accordo sul dispiegamento della base militare di Doha in Uganda con la promessa di investimenti. Questa posizione di Kampala sullo sfondo della crisi nel GCC dimostra a Cairo che le relazioni in Africa sono momentanee.

Yoweri Museveni e Recep Tayyip Erdogan

Sudan caldo
A giugno Museveni confermava pubblicamente che il suo Paese non avrebbe partecipato ad alcun atto ostile contro l’attuale regime di Khartoum. L’annuncio si aveva dopo la riunione del leader ugandese con il vicepresidente del Sudan Q. Muhamad Abdarahman, partecipando alla conferenza in solidarietà con i rifugiati di Kampala sotto gli auspici dell’ONU. Le parti accettavano di rispettare i termini dell’accordo raggiunto nel 2016 durante il summit di Khartoum. In sostanza: l’Uganda pone fine alla saga del Sud Sudan, ritirando il contingente militare ad eccezione di alcuni battaglioni che devono badare alle attività del LRA. Anche Khartoum pone fine al sostegno a tale gruppo e ne liquida le retrovie nel Darfur. Il problema del LRA è importante per Kampala. Per frenare la crescente forza del gruppo di D. Kony, gli ugandesi dovevano avere l’aiuto dell’Egitto e dei mercenari eritrei. Kampala si è impegnata a por fine al sostegno ai gruppi di opposizione negli stati del Sud-Kordofan e del Nilo blu (ribelli del Nuba e del SPLA-Nord) e nel Darfur (Movimento per la giustizia e l’uguaglianza – MJE). Membri delle forze di stabilizzazione militari del presidente del Sud Sudan, S. Kiir, continuano ad essere schierati nel Sud Sudan, mentre in occasione della riunione fu deciso che Kampala s’impegnasse nel dialogo tra Kiir e l’ex-vicepresidente R. Machar Khartoum a sua volta s’impegnava ad aderire alla precedente linea di condotta sulla questione sud-sudanese, rifiutando di sostenere Machar e la sua organizzazione, compresi i rifornimenti aree alle basi logistiche e ai campi di addestramento. Quanto al dialogo nazionale nel Sudan, questo argomento fu toccato solo di passaggio. Il leader dell’influente partito secolare dell’opposizione, Ummah, S. al-Mahdi, l’ha definito defunto. Così per Musaveni, le idee dell’opposizione sudanese non sono tanto importanti, anche se incoraggiate e finanziate dai servizi speciali dell’Egitto, per la sopravvivenza politica alla pressione dell’opposizione e per il mantenimento dell’influenza nel Sud Sudan attraverso il rafforzamento della posizione di Kiir e riducendo l’influenza di Machar. Il percorso più breve e meno costoso a ciò è la conclusione di un patto di non aggressione con Khartoum e una mediazione con la leadership del Sud Sudan per una sistemazione pacifica. Questo gli permette di proteggersi dalle provocazioni di Khartoum e di porre fine alla crisi nel Sud Sudan. Nei negoziati è stato raggiunto un accordo sulla creazione di comitati locali per lo sviluppo della cooperazione nelle sicurezza, economia e cultura. Gli ugandesi ufficialmente si sforzano di porre fine alla guerra civile nel Sud Sudan, creando le condizioni per i colloqui diretti tra Kiir e Machar. Quest’ultimo ha dichiarato di essere pronto alle consultazioni, che saranno preludio del riavvio del processo di pace. Tuttavia, c’è ragione di credere che non ci siano parole di riconciliazione dai politici sudsudanesi. Per ordine del presidente ugandese, alcune colonne di armi e munizioni furono spedite al partito di Kiir prima dell’offensiva decisiva contro i ribelli di Nuer Machar.

Salva Kiir e Yoweri Museveni

Il viaggio somalo di Erdogan
Sulla sfondo della cris in Qatar, Doha e Ankara aumentano gli sforzi sui punti più sensibili dei concorrenti in Africa. Erdogan ordinò ad agosto d’inviare 300 soldati turchi nella base in Somalia, la cui costruzione iniziò nel marzo 2015 costando ad Ankara 50 milioni di dollari. Si suppone che vi saranno impiegati circa tremila soldati, che addestreranno i militari delle forze armate somale. Finora vi sono alloggi per 1500 soldati. Ci saranno tre scuole militari, dormitori e magazzini per quattrocento ettari. Gli esperti sono convinti che l’obiettivo principale della base è la presenza militare turca nella regione in contrappeso alle crescenti capacità emirote e egiziane nella regione del Corno d’Africa e dell’Africa orientale. L’accordo el Qatar sull’organizzazione della base militare in Uganda fa parte di questa strategia. A marzo Erdogan e il Capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate della Turchia H. Akar esaminarono la realizzazione di questo piano militare in Somalia. Gli UAE rafforzarono la presenza (il ruolo principale sarà dell’esercito egiziano ed associati provenienti dalla compagnia militare privata “Blackwaters“) nella regione del Corno d’Africa. Il discorso non riguarda solo la base di Berbere in Somaliland, ma anche le infrastrutture militari di Baidoa e Kismayo. Cioè, Abu Dhabi occupa le coste, formando una catena di basi nella maggior parte dei porti principali della regione. Non solo le principali rotte logistiche finiscono sotto loro controllo (esclusa la pirateria o la guerra nello Yemen), ma anche i principali porti regionali. Allo stesso tempo, le autorità degli Emirati Arabi Uniti cercano di partecipare agli affari interni della Somalia. Quindi, hanno dato garanzie finanziarie a Mogadiscio su trasferimento e reinsediamento dei rifugiati somali, che le autorità keniane trasferiscono dal campo di Dabab. Allo stesso tempo, il principe degli UAE M. bin Zayad cerca il sostegno da Washington per le azioni in Somalia e ha suggerito al capo del Pentagono J. Mattis d’inviare negli impianti militari degli UAE 400 conmando statunitensi. Tutto questo in reazione a Qatar e Turchia. Le basi militari somale e ugandesi sono solo una parte della risposta. Le leve economiche sono utilizzate per influenzare la situazione, con cui sono riusciti a invertire l’atteggiamento negativo del presidente M. Farmajo sulle loro attività in Somalia. Si presume che in agosto i presidenti turco e somalo apriranno insieme la struttura. Per Farmajo, ciò sarà uno dei temi principali considerando il fatto che Londra ha rifiutato le garanzie finanziarie all’esercito somalo attraverso il ministro degli Esteri della Gran Bretagna B. Johnson. I cadetti della prima coorte laureata sono solo del clan nativo del presidente. Sembra che non prevedano la creazione di un esercito nazionale ma di una guardia personale. In questo contesto c’è stata la soluzione al problema del rilascio delle licenze alla società turca Turkiye Petroleri AO (TPAO) per la perforazione offshore, inizialmente bloccata dal presidente somalo. Le autorità del Qatar cercavano di attirarlo nella propria orbita d’influenza, rinunciando all’illegale operazione tra UAE e Somaliland per l’acquisto della base militare di Berbera senza l’approvazione ufficiale di Mogadiscio. Il 25 maggio, il presidente Farmajo visitava Doha e l’emiro T. bin Hamad al-Thani gli ha concesso sei milioni di dollari per “bisogni economici immediati“. Allo stesso tempo, fu deciso che nel prossimo futuro Mogadiscio preparerà un elenco di piani commerciali dal finanziamento qatariota. I ministri degli Esteri di Qatar e Somalia, M. bin Abdurahman al-Thani e Y. Garad Omar, affermavano in una dichiarazione congiunta,il crescente ruolo fondamentale del Qatar nella stabilizzazione della situazione nel Corno d’Africa“.

M. Farmajo e Recep Tayyip Erdogan

Allarmi e Mirage
La crisi legata al conflitto tra Arabia Saudita, UAE, Egitto, Qatar e Turchia colpisce Medio Oriente, Africa settentrionale ed orientale. La maggior parte dei Paesi della regione cerca di restarne fuori, limitandosi a dichiarazioni generali, che alle parti del conflitto non aggrada. Quindi, Doha ovunque ponga fine alla propria presenza militare, provoca conflitti armati, come nei rapporti con Gibuti. In particolare, in risposta alle dichiarazioni anti-qatariote del presidente I. Guelleh, ritira il contingente di pace che separava Gibuti dale truppe eritree in una zona controversa creando panico a Gibuti e all’alleata Etiopia, che dichiarava che l’Eritrea occuperà la province lasciate dai qatarioti. Il 18 giugno, l’Etiopia inviava al Consiglio di sicurezza dell’ONU una richiesta sull’introduzione di una missione mista di controllo dell’Unione africana e delle Nazioni Unite per evitare l’escalation del conflitto. Ciò è accaduto dopo che il 14 giugno Gibuti annunciava la ritirata delle truppe del Qatar nella zona demilitarizzata, portando all’ammassamento di forze etiopi al confine tra Eritrea e Gibuti. Le preoccupazioni di Addis Abeba sono comprensibili: oltre alle ostilità con Asmara, è importante l’operatività delle ferrovie che recentemente, con grande sforzo dalla Cina, collegano l’Etiopia ai porti di Gibuti. Nel frattempo, le discussioni tra le varie fazioni del governo di Addis Abeba si tengono sul tema dell’azione in questa situazione. Il Capo di Stato Maggiore dell’esercito etiope M. Nur Yunus (Samora), appartenente all’ala conservatrice Mekele del Fronte della Liberazione Popolare del Tigray (TPLF) guidato da A. Woldu, invica le operazioni militari contro gli eritrei. I sostenitori del ministro delle Telecomunicazioni D. Gebremichael, raggiunto dall’ex-Capo di Stato Maggiore Generale dell’Rsercito S. Mekonen e dal capo del Servizio nazionale di intelligence e sicurezza (NISS) G. Assefa, si oppongono. Sono contro la soluzione militare al problema, che altrimenti garantirà un conflitto armato nel prossimo futuro. Tra l’altro, dato che le forze armate etiopiche sono coinvolte nella repressione della rivolta dei musulmano Oromo, attivamente istigata da EAU e Egitto attraverso l’Eritrea. La situazione è così allarmante che Addis Abeba è costretta a ritirare truppe dalla Somalia per il fronte interno. Gibuti ha inviato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite messaggi allarmanti. Ad esempio, la “bandiera eritrea già sventola sulla zona controversa del monte Gabija”. L’obiettivo è semplice. Secondo il trattato Francia-Gibuti del 1977, la Francia deve intervenire in caso di violazioni da parte dell’Eritrea dell’accordo sulle zone demilitarizzate o di atti di aggressione. Cioè, Gibuti vuole trascinare Parigi nel conflitto. I Mirage dell’Aeronautica francese sorvolavano la zona senza notare movimenti delle forze eritree. La questione dei territori controversi riconosciuti da Asmara fu risolta con il verdetto del tribunale internazionale, sfavorevole all’Eritrea, che ritirò le truppe dalle aree riconosciute territorio di Gibuti. Lo scopo di Ismaïl Guelleh è alleggerire la propria posizione in relazione alla crescente pressione dell’opposizione su lui e il suo clan, i cui capi rimangono legati ali EAU e godono del sostegno di Abu Dhabi. L’azione anti-Qatar dalle autorità di Gibuti è dovuta ai tentativi di riaffermare la politica di sviluppo del partenariato con i sauditi in forza della promessa di Riyadh di miliardi di dollari di investimenti e dell’organizzazione di una base militare saudita a Gibuti. Le relazioni della leadership di Gibuti con gli EAU sono cattive e Riad ne incoraggia il passo anti-Emirati. Gibuti, dal suo punto di vista, assicura un azione anti-Qatar e l’isteria nell’arena internazionale in una situazione in cui gli EAU, attraverso l’Eritrea, organizzano provocazioni militari contro Gibuti. Infatti, né sauditi né EAU finora sono pronti a un tale sviluppo. Il Qatar non potrà organizzare un conflitto nell’Africa orientale contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma la situazione è sempre più complicata.

Ashton B. Carter e il Generale Samora Yunis

Flussi di armi
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe documentare le attività del Qatar, che sostiene i gruppi terroristici che operano in Libia. Questo fu dichiarato dal Ministero degli Esteri dell’Egitto alla riunione del Comitato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nella dichiarazione per contrastare il terrorismo. Cairo ha chiesto la rimozione dell’embargo sulle armi all’Esercito Nazionale Libico (LNA), che nessuno accetterà. Il Qatar fornisce armi agli islamisti attraverso i clan di Tripoli e Misura, associandosi alla Fratellanza musulmana. Anche Sudan e Turchia lo fanno. Inoltre, secondo i dati forniti dai servizi speciali dell’Egitto, nel Sudan le basi logistiche sono dispiegate non solo da Qatar ma anche dall’Iran. Teheran rifornisce la striscia di Gaza attraverso il Sinai. Doha è specializzata nell’invio di armi in Libia e Sinai. Khartoum, nonostante la divisione pubblica con Teheran e l’alleanza con Riyadh, continua ad utilizzare i legami con Qatar e Iran per sostenere materialmente gli islamisti e i sostenitori di Hamas. Riyadh dovrebbe controllare le azioni di Khartoum in quella direzione e in alcuni casi, se necessario, correggerle, ma ciò non accade. L’attacco di Arabia Saudita, EAU ed Egitto al Qatar non significa che la loro alleanza sia forte. Gli interessi sauditi, in combinazione con gli Emirati Arabi Uniti, sono diversi in tutti i punti chiave della regione, dallo Yemen al Corno d’Africa e alla Libia. Difatti, Riyadh ha posto a capo del governo di accordo nazionale Fayaz al-Saraj, ma Abu Dhabi e Cairo il comandante in capo delle Forze Armate di Tobruq, Generale Q. Haftar. L’Arabia Saudita trae vantaggio dell’indebolimento di Haftar, da qui l’atteggiamento conciliatorio di Riyad verso la presenza in Sudan delle basi di addestramento dei terroristi dei Fratelli musulmani nelle aree di confine egiziane e il trasferimento di armi agli islamisti libici attraverso la logistica sudanesi nel Darfur. Nel sud, contro le forze di Haftar, “l’opposizione ciadiana” è in guerra sotto la sfera d’influenza dei servizi di sicurezza sudanesi. Riyadh utilizza la carta della vittoria sudanese per scoraggiare EAU ed Egitto.
Le conclusioni sono semplici. L’alleanza dei Paesi sunniti nel formato “NATO del Medio Oriente”, di cui parlano gli Stati Uniti, non è realistica. Ben presto la tensione anti-Qatar calerà e le contraddizioni tradizionali di Riyadh, Abu Dhabi e Cairo, profonde, si manifesteranno e non permetteranno alcuna alleanza temporanea per risolvere obiettivi tattici. Quindi, il Qatar non avrà una posizione difensiva a lungo; ha abbastanza alleati per andare all’offensiva. Questo rende l’attacco contro Doha insensato. Dalle dichiarazioni del dipartimento di Stato degli USA, è abbastanza chiaro che Washington lasci che gli eventi seguano il loro corso senza interferire…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita compie un passo verso la disintegrazione

Alessandro Lattanzio, 22/6/2017

Muhamad bin Salman tra businessmen della ‘new economy’ degli USA

Il 21 giugno, il presidente turco Erdogan condannava ufficialmente l’idea della “Grande Albania” mentre inviava mezzi e rinforzi dell’esercito turco nel nord della Siria, mentre il parlamento tedesco votava il ritiro delle forze tedesche dalla base aerea turca di Incirlik, la principale base della NATO in Turchia. Ciò a seguito del deteriorarsi delle relazioni tra Germania e Turchia, dell’allontanamento di Erdogan dall’Unione europea e dei contrasti tra Ankara e Washington sulla questione curda e il ruolo dei curdi in Siria. Inoltre, il neopresidente francese Emmanuel Macron dichiarava che non esiste un ‘legittimo successore’ al Presidente Assad e che la priorità sia combattere il terrorismo islamista con l’aiuto della Russia; “La nuova prospettiva che ho su questo argomento è che non affermo che la dipartita di Bashar al-Assad sia una precondizione, perché nessuno mi ha mostrato un legittimo successore… Le mie linee sono chiare: in primo luogo, lotta completa contro tutti i gruppi terroristici. Sono i nostri nemici… abbiamo bisogno della cooperazione di tutti, specialmente della Russia, per eliminarli”. Un cambiamento significativo della posizione della Francia rispetto ai presidenti Sarkozy e Hollande. “Il riconoscimento di Macron che il cambio di regime in Siria è fuori dall’ordine del giorno non è altro che il riconoscimento dell’evidenza. Con la ‘Siria utile’, le ricche coste della Siria dove la maggior parte della popolazione siriana vive, sotto il controllo del Presidente Assad, con l’Esercito arabo siriano che avanza rapidamente nella Siria orientale e la Russia che ha istituito un potente sistema di difesa aerea, non c’è possibilità che il Presidente Assad sia rovesciato”. E infine il Viceministro degli Esteri russo Oleg Syromolotov dichiarava che “Secondo il Ministero della Difesa russo, è altamente probabile che il capo dello SIIL al-Baghdadi sia stato eliminato dalle forze aerospaziali russe quando colpirono un centro di comando dei terroristi alla periferia sud di Raqqa, verso la fine di maggio. L’informazione è ora verificata da vari canali“. La Russia inviava in Siria 21 pezzi d’artiglieria M30, sistemi lanciarazzi multipli TOS-1 e BM-30 Smerch, e 50 missili tattici Tochka-U. Inoltre, la Russia riposizionava i sistemi di difesa aerea in Siria, per permetterne la massima copertura possibile nello spazio aereo della Siria. Inoltre, gli aerei da combattimento russo aumentavano le operazioni d’intercettazione dei caccia statunitensi, in particolare nelle zone operative degli aerei siriani. Le unità dell’Esercito arabo siriano bombardavano le posizioni del SIIL a Tabarat al-Dibah, ad est di Hama, eliminando numerosi terroristi. Intanto, in Arabia Saudita, re Salman nominava il figlio, Muhamad bin Salman, principe ereditario al posto del principe Muhamad bin Nayaf, che supervisionava le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita. Muhamad bin Salman ha trascinato l’Arabia Saudita nella guerra allo Yemen, causando 14000 morti, e nel conflitto con il Qatar, dove perde il sostegno degli Stati Uniti. Ma Muhamad bin Salman, che aveva guidato i negoziati sulla riduzione della produzione dell’OPEC, appare circondato da una cricca di principi aggressivi che oggi puntano a guidare l’Arabia Saudita ed è responsabile della riduzione delle sovvenzioni energetiche e della proposta di privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco, e soprattutto dell’attacco terroristico dello SIIL a Teheran, il 7 giugno 2017, che ha acuito le tensioni tra Arabia Saudita ed Iran. Il Generale Mohammad Ali Jafari, del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, aveva dichiarato, “Abbiamo intelligence precise che dimostrano che, purtroppo, l’Arabia Saudita, oltre a sostenere i terroristi, gli ha chiesto di condurre operazioni in Iran”. Mentre il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah, indicava l’Arabia Saudita affermando che l’attentato di Teheran aveva i segni di un “piano distruttivo internazionale”. Muhamad bin Salman controlla difesa, petrolio e politica economica del regno saudita, e aveva organizzato il viaggio di Trump a Riyadh. La promozione del principe è stata approvata da 31 dei 34 membri del Consiglio di reggenza del regno. Il principe Muhamad bin Nayaf veniva anche sostituito, da ministro degli Interni, da Saud bin Nayaf e dal vice Ahmad bin Muhamad al-Salim. Ad aprile, il re saudita aveva nominato due altri figli, il principe Salman bin Abdulaziz e il principe Qalid bin Salman, ministro per gli Affari Energetici e ambasciatore negli Stati Uniti. Già nel dicembre 2015, fu affermato che Salman bin Abdulaziz, l’ultimo dei figli del primo re saudita, Abdulziz al-Saud, sarà sostituito dalla nuova generazione di reali sauditi. Salman aveva nominato il nipote, Muhamad bin Nayaf, principe della corona dopo averne fatto dimettere il fratello, Muqrin bin Abdulaziz, nel 2015. Nel frattempo Muhamad bin Salman concentra nelle proprie mani sempre più potere: nel Ministero della Difesa, nel Consiglio di Economia e Sviluppo e nell’Aramco, ed è il responsabile dell’aggressione allo Yemen, del sostegno saudita ai terroristi in Siria e Iraq, del sostegno alla dittatura wahhabita in Bahrayn e del confronto con Qatar e Iran.
In tale situazione, il 22 giugno sarebbero atterrati in Arabia Saudita 18 aerei da combattimento F-16I, F-15CD e F-16CD, 2 Gulfstream per la guerra elettronica e 2 aerocisterne C-130 israeliani, quale deterrenza contro un possibile golpe contro Muhamad bin Salman. Infatti, una petizione firmata da principi sauditi veniva pubblicata dopo la nomina a principe ereditario di Muhamad bin Salman. La petizione, che protesta contro re Salman per la decisione di sostituire bin Nayaf, è firmata dal principe Muqrin bin Abdulaziz e da altri 21 capi sauditi. I principi che si oppongono a bin Salman dichiarano che egli vuole diventare re de facto con tale nomina, e che ciò distruggerebbe la famiglia reale saudita. Inoltre, “Washington ha chiesto altri soldi per difendere il regime saudita e Riyadh ha recentemente versato 200 miliardi agli Stati Uniti per comprarne il sostegno nella guerra allo Yemen“, secondo l’analista yemenita Salah al-Qarshi. “Si tratta di parte dell’enorme quantità di denaro che l’Arabia Saudita versa al Tesoro degli Stati Uniti per proteggere la corona“. Secondo al-Qarshi, l’ex-capo dei servizi segreti sauditi Turqi al-Faysal aveva rivelato che il suo Paese aveva acquistato i poco redditizi buoni del Tesoro USA per aiutare l’economia degli Stati Uniti. Abdalbari Atwan, caporedattore del giornale Rai al-Yum, affermava che “che il principe Muhamad bin Salman è solo a un passo dal divenire re“, attendendo solo il via libera dal governo degli Stati Uniti. Sempre secondo Atwan, anche il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhamad bin Zayad al-Nahyan, potrebbe inscenare un colpo di Stato negli Emirati Arabi Uniti per diventarne il re. Secondo l’insider saudita Mujtahid, il re saudita Salman bin Abdulaziz dovrebbe presto ritirarsi e fare accedere al trono Muhamad bin Salman, ma non prima di averne informato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.Fonti:
Análisis Militares
FNA
FNA
FNA
FNA
The Duran
The Duran
The Duran
Zerohedge

Il messaggio iraniano ai terroristi e loro sponsor

PressTV 19 giugno 2017Vi sono analisi da ogni dove da quando i missili del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche colpivano le basi dei terroristi a Dayr al-Zur, in Siria orientale. Sputnik torna sul messaggio che contiene la “risposta importante” non solo verso lo SIIL, ma anche le fazioni che “implicitamente lo sostengono nella regione“. L’Iran potrebbe rispondere in modo diverso agli attacchi terroristici sul suo territorio. Il fatto che si sia scelta una “risposta balistica” ha un suo significato. Ricordiamo bene gli anni della guerra Iran-Iraq, quando gli iraniani lottavano per difendersi. Ma alcun Paese era disposto a vendergli armi. L’Iraq di Sadam colpiva le città iraniane con missili senza che il Paese potesse rispondere adeguatamente. I caccia che lo Scià aveva comprato dagli Stati Uniti non decollavano a causa del boicottaggio imposto da Washington sulla vendita di armi all’Iran. Quel periodo è finito da tempo, ma ebbe il merito di spingere gli iraniani a fabbricare le armi di cui hanno bisogno per difendersi. L’ambizione iraniana ora va molto oltre. Non è Baghdad che l’Iran deve colpire con i missili. I missili iraniani ora sorvolano i cieli iracheni per colpire direttamente le posizioni dei terroristi a diverse centinaia di chilometri di distanza, in Siria. Inoltre non senza ragione gli iraniani hanno scelto le due città curde di Kermanshah e Sanandaj come area di lancio dei missili. Sono città sunnite, ma i sunniti iraniani odiano SIIL e terroristi tanto quanto li odiano gli sciiti. Il commando che compì il duplice attentato a Teheran era composto da curdi iraniani, ma il Kurdistan li odia più di qualsiasi altra provincia iraniana. In questi attacchi balistici, l’Iran ha voluto dimostrare il dominio sulla sicurezza e come controlla tutto. Perché l’Iran potrebbe benissimo utilizzare i caccia per vendicarsi dello SIIL, chiedendo agli alleati iracheni e libanesi in Siria di reagire, ma decideva di agire dal proprio suolo. La risposta è ancora più acuta. Ma quale messaggio l’Iran ha inviato?
1. Il lancio dei missili è innanzitutto la risposta agli attentai dello SIIL.
2. Questa risposta, precisa, dimostra le capacità balistiche dell’Iran: i missili hanno coperto una distanza di 650 chilometri prima di colpire gli edifici alla periferia di Dair al-Zur sede dei terroristi. 650 chilometri è più o meno la distanza tra le città iraniane e Riyadh e Tel Aviv. È anche la stessa distanza che separa le basi militari statunitensi nel Golfo Persico dall’Iran. Basi di cui è ora certo siano nel raggio della potenza balistica iraniana.
3. L’arsenale balistico iraniano include anche missili dalla gittata di 2000 km, il che significa che obiettivi a 2000 chilometri di distanza non sono immuni dalla potenza balistica iraniana.
4. L’attacco è avvenuto appena due ore dopo il discorso del leader supremo iraniano e un paio di ore dopo la riunione del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Ciò dimostra l’elevata capacità delle Forze Armate iraniane di rispettare le decisioni delle autorità politiche del Paese.
5. Tempistica e dettagli della risposta meritano una riflessione: l’Iran ha risposto nei termini più netti alle ultime minacce dagli Stati Uniti e alle sanzioni che il Senato ha adottato nei suoi confronti.
6. Ciò è accaduto proprio mentre gli alleati dell’Iran in Siria e in Iraq sfidano la cosiddetta coalizione prendendo il controllo del confine siriano-iracheno nonostante gli avvertimenti di Washington. Si tratta della strada che collega Teheran a Bayrut. Senza controllarla, in precedenza, gli iraniani poterono consegnare più di 100000 razzi a corto e medio raggio ad Hezbollah. Una volta aperta, questa strada permetterà all’Iran di aumentare l’aiuto militare agli alleati Siria e Iraq. E Israele ne sarà interessato, come l’Arabia Saudita e anche gli Stati Uniti con le varie basi militari nella regione del Golfo Persico. Uno o due gradi di differenza basteranno a che i missili colpiscano ognuno dei suddetti bersagli invece che Dayr al-Zur.
7. Secondo gli esperti militari, le batterie antimissile avranno bisogno di almeno 30 secondi per intercettare i missili nemici, e se i missili iraniani saranno collocati in prossimità dei confini di Israele o Arabia Saudita o delle basi USA nella regione, alcun sistema antimissile li neutralizzerà in tempo.
In ogni caso, il molteplice messaggio dell’Iran si riassume in una parola: se l’Iran accede al tavolo delle trattative con l’occidente, non significa che è pronto a capitolare. Se gli Stati Uniti non rispettano gli impegni assunti, l’Iran è pronto a combattere e non sarà esso a subire i danni peggiori. Dato che gli USA usano il pretesto dei missili iraniani, beh, è attraverso essi che l’Iran li sfida. Secondo il Ministro degli Esteri iraniano, “non si minacciano mai gli iraniani, senza il rischio di subirne la risposta“.L’Iran invia un messaggio coi missili in Siria
Emile Naqlah, TCB, 18 giugno 2017
Emile Naqlah, ex-membro della CIA

Il conflitto in Siria ha visto oggi una serie di prime, dato che il Pentagono ha confermato che un aviogetto da combattimento statunitense ha abbattuto un aereo militare siriano vicino Raqqa, e l’esercito iraniano ha dichiarato che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha lanciato attacchi missilistici su obiettivi dello SIIL in Siria, in rappresaglia all’attentato a Teheran del 7 giugno. Questi sono i primi attacchi in Siria dall’Iran dall’inizio della guerra nel 2011. Per comprendere il contesto in cui si sono verificati, The Cipher Brief ha parlato con Emile Naqlah, ex-membro della CIA, per discutere degli scopi dell’Iran e a chi sono destinati.

The Cipher Brief: Gli attacchi sono presumibilmente la rappresaglia per l’attentato a Teheran del 7 giugno. Pensa che ce ne saranno altri o l’Iran non andrà oltre?
Emile Naqlah: Sulla base dei rapporti disponibili, l’attacco sembra sia solo la rappresaglia contro lo SIIL per l’attentato a Teheran. Se l’Iran avrà informazioni che colleghino l’attentato a un altro gruppo, ad esempio i Mujahidin e-Khalq (Mujahidin del popolo), l’IRGC potrebbe condurre ulteriori attacchi.

TCB: Ciò cambierà la situazione in Siria? In caso affermativo, come?
Naqlah: L’attacco invia il messaggio che l’IRGC possiede un arsenale di missili terra-terra in Siria.

TCB: Qual è la dimensione di tale arsenale? L’IRGC aveva sempre tale arsenale o l’ha potenziato dopo l’attentato? Ed in questo caso, l’intelligence statunitense ne ha tracciato l’invio in Siria?
Naqlah: L’attacco missilistico non cambia l’equilibrio militare in Siria, ma segnala a Washington che Iran e IRGC hanno una forza di ritorsione sufficiente contro SIIL e altri gruppi, se dovessero condurre ulteriori attentati in Iran.

TCB: Può aiutarci a comprendere il contesto dell’attacco, era un messaggio a Stati Uniti e Arabia Saudita?
Naqlah: L’attacco invia più messaggi: agli Stati Uniti, l’Iran non prevede di aumentare il coinvolgimento militare in Siria, ma non ignorerà alcuna provocazione o attacchi alla propria sovranità. L’attacco, dalla prospettiva di Teheran, è di autodifesa. All’Arabia Saudita, si dice di non andare oltre la retorica al vetriolo contro l’Iran. Se i sauditi s’impegnano in azioni militari che minaccino la sicurezza dell’Iran, l’IRGC ha i mezzi e la potenza di ritorsione regionale. L’Iran si considera una potenza regionale responsabile, da status quo e non tollera l’acutizzazione del conflitto nel Golfo. L’attacco è anche un segnale ai sauditi a che recedano dall’assedio al Qatar, affinché la situazione non degeneri.

TCB: C’è qualche relazione con le nuove sanzioni sul programma missilistico dell’Iran appena approvate dal Senato degli Stati Uniti?
Naqlah: Non credo che l’attacco sia in alcun modo in rappresaglia alle sanzioni che il Congresso ha approvato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora