“Hitler, il cane degli USA all’attacco dell’Unione Sovietica”

Ollie Richardson, FRN 19 febbraio 2018Noto storico parla del gioco diplomatico di Stalin prima della guerra e dei miti liberali su Putin confrontato al “padre delle nazioni”. La Germania nazista fu deliberatamente condotta ai confini della Russia sovietica da “certi circoli di Londra e Washington”, afferma il noto storico e scrittore Nikolaj Starikov. In un’intervista a “Business Gazeta Online” spiega perché Stalin non si aspettò tale “idiozia” da Hitler, perché la guerra è un “referendum cristallino” sulla fiducia nelle autorità e cosa dire a chi accusa la Russia di violare l’equilibrio geopolitico.

Nikolaj, la Grande Guerra Patriottica ha creato un gran numero di leggende e miti, sminuendone l’importanza. Come formuli brevemente la verità su questa guerra? Qual è?
“Per spiegare l’essenza della Grande guerra Patriottica in poche frasi, possiamo dire primo: fu la più terribile della storia umana. Inoltre, fu estremamente spaventosa per la Russia. Eravamo in guerra non solo con la Germania e il Terzo Reich, che includeva l’Austro-Ungheria, eravamo in guerra con tutta l’Europa unita. Si ricordi che la rivolta della Cecoslovacchia contro i nazisti iniziò il 5 maggio 1945. Pensateci: tre giorni dopo l’effettiva capitolazione di Berlino e tre giorni prima della resa di tutta la Germania! E prima di questo, dal 1939 al 1945, i cechi “onestamente” lavorarono per il Terzo Reich producendo un’enorme quantità di armi. E non solo lavoravano, ma ricevevano anche un alto stipendio, ed erano pure esentati dalla coscrizione nell’esercito. E nessuno di loro si ribellò ai tedeschi. L’altra cosa che va ricordata della Grande Guerra Patriottica è il terribile numero delle nostre perdite. Non vedremo mai dati precisi ma, secondo me, sono tra i 20 e 27 milioni di persone. La terribile verità è che le perdite in combattimento furono solo 9 milioni, cifra annunciata da Stalin nelle dichiarazioni alla fine della guerra. Ciò significa che i civili uccisi dai nostri nemici furono due volte i nostri soldati: 18 milioni. E questo confuta ogni speculazione sulla “missione di liberazione” dei tedeschi. Liberatori? No. Invasori, sì. Una potenza estera venne per distruggere il nostro popolo, per ripulire (nel gergo moderno) la nostra terra e fare dei sopravvissuti schiavi. Questo è ciò che ricordiamo, rendendoci conto della grandezza della vittoria ottenuta dai nostri nonni e bisnonni”.

Tra chi nel 1941 credeva nella “missione liberatrice” del fascismo c’erano molti immigranti bianchi, in particolare gli atamani cosacchi Krasnov e Shkuro, una volta erano ritenuti sinceri patrioti. Perché cedettero a tale tentazione?
“Un patriota, sfortunatamente, non lo è mentalmente sempre. Lo stesso Pjotr Krasnov era un patriota nella Russia del 1917-1918, ma non del 1941 quando entrò al servizio del peggior nemico del suo popolo. Inoltre iniziò a pubblicare proclami dichiarando che i cosacchi erano un popolo a parte. Tutto ciò ricorda il modo più diretto di ciò che oggi viene attivamente promosso in Ucraina. Così, Krasnov fu un patriota nel 1917, ma nel 1941 era un traditore. La stessa cosa si può dire del tenente-generale Andrej Vlasov. Ad un certo punto, essendo un prominente comandante dell’Armata Rossa, era più preoccupato dal destino della propria pelle che del suo Paese, e lo tradì. Ma tutti possono essere accomunati da una sola parola: traditori”.

Ma alcune pubblicazioni, ad esempio, nell’opera di Aleksandr Solzhenitsyn, c’è un altro punto di vista più caritatevole verso Vlasov e le guardie bianche…
“Per Solzhenitsyn, non si trattava di sparare al comunismo, ma alla Russia. Ho familiarità con le opere di Solzhenitsyn, un meraviglioso romanzo intitolato “La ruota rossa”. Ma anche la raccolta narrativa intitolata “Arcipelago Gulag”. L’intera cosa si riduce a ciò che “una nonna disse”, dettole da un altro nonno che avrebbe visto tutto coi propri occhi. Non è un caso che l’occidente abbia immediatamente pubblicato “Arcipelago Gulag” usandolo per infangare l’Unione Sovietica. Penso che Solzhenitsyn si fosse pentito di aver scritto tale opera. Le sue opere successive sono completamente diverse”.

Nei suoi libri e discorsi ha ripetutamente smantellato i miti liberali sulla Grande Guerra Patriottica. Sono davvero tanti, e quanti, secondo lei, di tali miti patriottici sono nati dalla propaganda?
“È impossibile dividere i miti liberali ed illiberali. Ci sono miti e c’è verità. La verità sulla nostra grande vittoria, a priori, è patriottica, quindi alcun mito patriottico mi è noto. Ma dei miti liberali malvagi, usati dalla moderna propaganda antirussa, ne conosco a sufficienza. Sono stati a lungo analizzati in dettaglio. Per esempio, la leggenda che Stalin stesse per attaccare la Germania, ma Hitler lo batté sul tempo”.Fino a che punto tali miti liberali operano attivamente contro la Russia oggi?
“Ora vediamo la ricreazione di tali miti in alcuni territori dell’ex-Unione Sovietica occupati dai nazisti. Ora trionfano di nuovo, ma non perché si rivelano veritieri, ma perché l’Unione Sovietica fu distrutta nel 1991. In Russia, tale punto di vista si diffuse negli anni ’90, ma non per molto. Ora possiamo vederlo predominare solo a “Eco di Mosca”, TV “Rain” e certi siti liberali. Ma in Ucraina, tale visione della nostra storia è spacciata in modo uniforme da tutti i media. Si noti che qualsiasi punto di vista alternativo viene immediatamente soppresso. Se uno storico o scienziato politico vuole difendere una visione alternativa in uno Stato baltico, può addirittura essere deportato immediatamente. Anche il noto scienziato politico italiano Giulietto Chiesa che, tra l’altro, ha un passaporto europeo, non vi è sfuggito. Nel dicembre 2014 fu arrestato dalla polizia estone quando stava per tenere un discorso a Tallinn sui rapporti tra Europa e Russia, e poi fu espulso. Perché le bugie sul nostro Paese sono sostenute esclusivamente dalla violenza?”

Ma lei stesso è stato negli Stati baltici, tenuto discorsi senza essere deportato come Chiesa…
“Ero in Lettonia ed Estonia quando il blocco totale non c’era ancora. Se oggi volessi lavorare a Riga o Tallinn sarei fermato al confine e riceverei il divieto di entrare nello spazio Schengen o sarei deportato”.

Un eccessivo patriottismo può anche portare a conseguenze negative? Lei stesso ha affermato che al momento non è possibile un colpo di Stato liberale, ma in uno Stato patriottico è possibile.
“Il rischio di tentativi di golpe c’è sempre, dobbiamo procedere da questo. Che tipo di bandiera si sceglie dipende dalla situazione. Nel 1913-1914, in Russia fu possibile un colpo di Stato? No. Ma ciò che successe nel febbraio 1917 può essere definito colpo di Stato patriottico. Lo zar, che tradì gli interessi della Russia insieme alla regina, fu rimosso dal potere proprio perché il “ministero giusto, aperto e responsabile” di Miljukov-Guchkov arrivasse al governo. Come ricorderete promise la vittoria della Russia nella Prima guerra mondiale. La differenza tra il 1914 e il 1917 è solo di tre anni. Quindi, quando affermiamo che oggi un’agenda politica è impossibile, ciò non significa che il nostro nemico geopolitico non operi in modo che quest’agenda diventi possibile domani. Perciò sono state imposte sanzioni economiche alla Russia, con diversi tribuni che denigravano la leadership del nostro Stato. La stessa cosa accadde nel 1917. Ponetevi la domanda: chi ordinò una campagna su larga scala per demonizzare il governo russo, che portò alla rivoluzione di febbraio? Se sa la risposta, sa chi cerca di screditare il nostro Paese oggi”.

Parla del mondo anglosassone?
“Sì, i nostri oppositori geopolitici di vecchia data”.

Nei suoi libri difende l’opinione che il Regno Unito abbia scatenato Hitler contro l’Unione Sovietica.
“Ricorda che all’inizio di maggio 1941 il più stretto collaboratore nel NSDAP di Adolf Hitler, Rudolf Hess, volò a Londra. Le storiografie sono dominate dall’opinione che lo fece all’insaputa del fuhrer, in accordo a simpatie anglofili. Ma di recente, persino la rivista “Der Spiegel” riconosceva che Hess andò in Gran Bretagna su ordine di Hitler, anche se fu costretto a rinnegarlo dichiarandolo pazzo”.

L'”impresa” di Hess non fu vana per la Germania nazista?
“Sì, questo è confermato, almeno dal materiale della “missione Hess” ancora classificato nel Regno Unito. Cosa si nasconde? Se Churchill rifiutò categoricamente le proposte di pace di un importante capo nazista, lasciate che il mondo lo sappia. Ma secondo me c’è altro: Londra “benedisse” l’attacco tedesco all’Unione Sovietica”.

Ma Londra era in guerra con Berlino?
“Parla dei bombardamenti delle città inglesi? Ma è risaputo che durante la guerra morirono 55000 persone ad Amburgo dopo una settimana di bombe, quasi quanto nel Regno Unito durante l’intera guerra. L’Unione Sovietica non può contare le vittime e le perdite subite durante la guerra. Perché Adolf Hitler andò al potere? Perché i sostenitori nel partito crebbero costantemente fin dall’inizio? Chi finanziò i nazisti? Sfortunatamente, negli ultimi giorni del Terzo Reich circa il 90% dei documenti finanziari del partito nazista fu misteriosamente distrutto. Ma anche senza possiamo dire che Hitler fu guidato da certi circoli a Londra, Washington e anche Parigi. Questo per uno scopo: incitarlo ad attaccare la Russia sovietica. A tal fine, in particolare, la Germania ridusse la distanza tra essa e l’Unione Sovietica, assorbendo facilmente Austria, Cecoslovacchia e Polonia. Hitler fu condotto ai confini dell’Unione Sovietica”.Perché il 22 giugno 1941 fu sorpreso il Cremlino? Dopotutto, non avrebbe potuto essere troppo pigro per notare l’avvicinarsi sistematico della Germania nazista ai confini sovietici.
“Per prima cosa poniamoci la domanda: Hitler e il suo Stato Maggiore erano così idioti da sperare di concentrare silenziosamente oltre 5 milioni di soldati, migliaia di corazzati e aerei al confine sovietico? Mosca nemmeno vide tale concentramento senza precedenti, divenuto realtà nel giugno 1941? Ovviamente no: la concentrazione di truppe ai confini è sempre una preparazione all’aggressione. E Stalin lo sapeva. Guidò un complesso gioco diplomatico con Hitler e vi commise un errore. Ma l’ulteriore corso della guerra per un anno e mezzo non può essere spiegato dalla repentinità della Germania. Alla primavera 1942 era possibile vedere già che non c’era sorpresa. Tuttavia, soffrimmo una sconfitta vicino Kharkov, ne siamo sopravvissuti, ma i tedeschi a Stalingrado raggiunsero il Volga. Va riconosciuto che in questa fase della guerra le unità militari tedesche erano superiori alla nostre. Quindi l’esercito sovietico si trovò circondato. Ma reagimmo velocemente. Alla fine del 1942, il nostro esercito iniziò a superare in abilità il nemico”.

Perché Stalin commise l’errore fatale dell’estate 1941?
“Nel quadro di questa intervista non potremo ascoltare tutte le implicazioni del gioco diplomatico guidato da Stalin e Hitler. Ma penso che Stalin non potesse proprio immaginare tali idiozia ed avventurismo di Hitler. Com’era possibile, combattendo con la Gran Bretagna e i piani per la sua rimozione dall’arena internazionale, iniziare un’altra grande guerra? Dopo tutto, il capo dell’NSDAP scrisse nel Mein Kampf che non si doveva combattere su due fronti. Lo scontro con la Gran Bretagna non era solo una guerra con una nazione insulare, ma con Canada, India e Australia, tutti i Paesi su cui la corona inglese aveva autorità. Era una guerra col mondo anglosassone. E la Germania improvvisamente puntò le armi contro Mosca…”

Perché i bolscevichi poterono mobilitare l’intero Paese nella guerra ai nazisti che, ancora nel periodo della guerra civile era lacerato da malcontento e polemiche?
“La Grande Guerra Patriottica fu il crogiolo che sciolse le contraddizioni e le sanguinose battaglie della guerra civile. Il prezzo terribile che pagammo per la vittoria fu conciliare i nemici di ieri nel massacro fratricida. Anche se i tedeschi conquistarono un considerevole territorio della Russia sovietica europea, dove viveva la stragrande maggioranza dei cittadini sovietici. Se legge l’ordine di Stalin “non un passo indietro”, si ricorderà che già nell’estate 1942 non avevamo superiori capacità industriali e di mobilitazione delle risorse. Un parte enorme della nostra popolazione si trovava nell’area occupata dai nazisti. Queste persone furono vittime, tra i 18 milioni di civili uccisi durante la Grande Guerra Patriottica. Se parliamo del fattore nazionale, l’Unione Sovietica ricreò la politica pre-rivoluzionaria dell’impero multinazionale solo, forse con maggior successo. Pertanto, nel momento critico, tutto il popolo difese la madrepatria sovietica. La guerra in generale è come un referendum cristallino sulla fiducia nelle autorità. Se il popolo difende il proprio Paese, vi si sente libero”.

All’inizio del XX secolo, la Russia aveva un forte leader ma perdemmo la Prima guerra mondiale. A metà del secolo, Stalin era il capo dell’URSS e vinse la guerra mondiale. Questo significa che Putin, se vuole vincere l’attuale scontro geopolitico, dovrebbe seguire Stalin? Pensa già a Putin come leader?
“Un leader politico va valutato alla fine della carriera. Ma in ogni caso, possiamo dire che l’attuale capo della Russia è un leader forte, è una certezza. In primo luogo, Vladimir Putin è responsabile delle proprie parole, qualità molto rara in un politico. In secondo luogo, si assume una reale responsabilità, e in terzo luogo, agisce in modo molto anticonvenzionale. Usa tali qualità per portare il massimo beneficio alla Patria. Ad esempio, Boris Eltsin o Mikhail Gorbaciov avevano talento, ma l’usarono a scapito della Patria, consapevolmente”.

Le azioni della Russia in Crimea, Siria e le azioni delle milizie nel Donbas sono nostre vittorie geopolitiche che dobbiamo a Vladimir Putin?
“Ha accumulato vari eventi. Chiamerei la riunificazione della Crimea con la Russia trionfo della giustizia storica. La Crimea è diventata russa e qui finisce. Crimea e Russia si riuniscono per sempre, non ci saranno altre decisioni. Sono convinto che presto l’occidente smetterà di dare stupidi suggerimenti sulla revoca delle sanzioni in cambio della cessione della Crimea a chicchessia. Sulla Siria, la guerra in Medio Oriente non è ancora finita, quindi è prematuro trarne delle conclusioni. Inoltre, è facile discutere su cos’è una vittoria in Siria? La completa distruzione dei terroristi dello SIIL e la liberazione di Siria ed Iraq sono un punto di vista. Ma per me è chiaro: per essere ascoltati a Bruxelles, dovevamo bombardare i terroristi in Siria. E anche questa è una nostra vittoria”.La Russia viene accusata di violare gli equilibri geopolitici stabilitisi dopo la Seconda guerra mondiale. Siamo davvero da biasimare?
“A chi ci accusa di violare l’equilibrio geopolitico, vanno ricordati gli accordi di Jalta, Potsdam ed Helsinki sull’inviolabilità delle frontiere in Europa. Dov’erano tali guardiani dell’inviolabilità delle frontiere nel 2003 quando la Jugoslavia, dopo una sanguinosa guerra civile, fu suddivisa tra Serbia e Montenegro? E che dire della Cecoslovacchia? Per non parlare di come l’Unione Sovietica fu ridotta in Stati separati… Possiamo fare a chi pone tale domanda molte domande. Ma deve capire che i confini di uno Stato sono il riflesso dell’equilibrio di potere al momento. Un cambio di equilibrio cambia immediatamente i confini degli Stati. L’Unione Sovietica fu distrutta e la mappa dell’Eurasia riscritta. Oggi, quando la Russia si riprende e si afferma sulla scena internazionale, l’equilibrio di potere potrebbe cambiare di nuovo”.

L’equilibrio del potere nel mondo può cambiare a tal punto da condurre a una grande guerra? Alla Terza guerra mondiale?
“Ci sono forze che vorrebbero coinvolgere la Russia in una guerra e dargliene la responsabilità. Tuttavia, mentre la Russia è guidata da Vladimir Putin è improbabile che abbiano successo. Ma c’è un altro scenario: quando le forze destabilizzanti non hanno altra scelta che l’aggressione aperta, corrono anche il rischio di perdere prestigio e peso internazionale. A tal proposito, cosa accadde quando la Germania attaccò l’Unione Sovietica nel giugno 1941. La Russia moderna non vuole la guerra e non ha fatto alcun passo in tal senso, ma se ci sarà una forza nell’arena internazionale che sia pronta ad assumersi la responsabilità dell’aggressione, è difficile dire cosa cambierà”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Le ragioni del Patto Molotov-Ribbentrop

Alessandro Lattanzio, 7/9/2017La Iena d’Europa
La Polonia “indipendente” stese fin dai primi anni d’esistenza piani per attaccare la Russia sovietica
Negli anni ’20 e ’30, la Polonia stese dei piani ambiziosi per “marciare su Berlino” e “marciare su Mosca”. L’11 giugno 1926, Stalin ricevette una nota da Dzerzhinskij: “Tutta una serie di dati parla con chiarezza indiscussa (per me) della Polonia che preparao un attacco militare per staccare Bielorussia e Ucraina dall’URSS. È proprio questo il compito di Pilsudski, quasi esclusivamente impegnato negli affari interni della Polonia, ma anche sul piano militare e diplomatico nell’organizzare le forze contro di noi… Pilsudski si riferisce in modo disperato all’efficacia delle divisioni territoriali dell’Armata Rossa e conta sul decadimento del partito “in connessione con la nostra lotta al XIV Congresso. Temo che tale visione possa spingerlo ad agire, e potrebbe avvenire adesso“. “Lo smembramento della Russia è al centro della politica ad est della Polonia, quindi la nostra posizione verrebbe ridotta alla formula seguente: chi partecipa alla spartizione? La Polonia non dovrebbe rimanere passiva in questo notevole momento storico. Il compito è prepararsi ben prima, fisicamente e spiritualmente. L’obiettivo principale è indebolire e sconfiggere la Russia“. Relazione del 1938 pubblicata in Zdziejow stosunkow polsko-radzieckich. Studia i materialy. T.III. Warszawa, 1968. S.262, 287

Il patto Pilsudski-Hitler: l’accordo con il Terzo Reich per lo smembramento della Cecoslovacchia e attaccare l’URSS insieme alla Germania
Pochi lo sanno, ma la Polonia concluse dei trattati con la Germania nazista molto prima di Monaco o del Patto Molotov-Ribbentrop. Nel 1934, Germania nazista e Polonia conclusero un Patto di non aggressione, di cui il firmatario polacco, l’ambasciatore Lipsky, dichiarò apertamente: “Da ora in poi, la Polonia non ha bisogno della Francia… si rammarica anche di aver una volta accettato l’aiuto francese, considerando il prezzo da pagare“. Col patto, la Polonia si assunse l’obbligo di perseguire una politica di cooperazione con la Germania fascista (articolo 1). Inoltre, la dirigenza polacca promise al Terzo Reich di non prendere decisioni senza accordarsi con il governo tedesco ed osservare in ogni circostanza gli interessi del regime fascista tedesco (articolo 2).
Nell’estate 1934, il capo di Stato polacco Józef Pilsudski ricevette a Varsavia il ministro della propaganda di Hitler Joseph Goebbels. Oltre a Goebbels, in Polonia anche Hermann Goering fu accolto con favore, prima da Pilsudski e poi dal presidente Moscicki e dal maresciallo Rydz-Smigly. Per sopprimere i “dissidenti” nella seconda Rzeczpospolita polacca, su iniziativa del ministro degli Interni fu istituita una rete di campi di concentramento, con la consulenza di “esperti” tedeschi.
La Cecoslovacchia fu smembrata dopo l’accordo di Monaco tra Regno Unito, Francia, Germania e Italia. La Polonia partecipò allo smembramento di uno “Stato democratico europeo” occupando la regione di Teshin, a fianco dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia. “Churchill, che certamente non può essere sospettato di simpatizzare per la Russia, ha detto che la Polonia si comportò come una iena tra i leoni, cercando di strappare il suo pezzo di preda. E tutto si concluse con il fatto che entrambi i leoni la lacerarono”. Già nel 1935 i polacchi avanzarono le loro rivendicazioni sul territorio della Cecoslovacchia, in cui inviarono gruppi di sabotaggio che colpirono le ferrovie ed uccisero poliziotti. Il sabotaggio fu eseguito anche nella Rutenia, che non fu mai territorio polacco. All’inizio del 1938, l'”Unione dei polacchi” apparve nella regione di Teshin, organizzata sul modello del partito fascista sudeto di Heinlein. Inoltre, fu inviato un ordine da Varsavia per coordinare tutte le azioni con Heinlein. Il 21 settembre, il governo polacco avanzò le pretese territoriali su Teshin, e che Hitler comprese nel suo Memorandum di Gostenberg. Il 2 novembre 1938, l’esercito polacco occupò la regione di Teshin, e quattro villaggi in Slovacchia: Gladovka, Lesnitsa, Sukuya Gora e Tatra Yavorin. 11 mesi dopo, l’asso sloveno Frantisek Ganowiec abbatté un bombardiere polacco, e la “Divisione rapida” slovacca prese diversi prigionieri polacchi. Nel frattempo Rydz-Smigly parlava di “crociata” contro l’URSS. I polacchi piagnucolano sugli “orrori” dell’Armata Rossa del 1939, dimenticando come trattarono i cechi nel 1938. Il Generale ceco Vekhirek ricordava: “I polacchi hanno spietatamente perseguitato i cechi, terrorizzandoli con licenziamenti, cacciandoli dalle case, confiscandone le proprietà, tutto ciò che era ceco fu distrutto“. Le tombe dei soldati cechi venivano aperte e i resti gettati nella discarica; 30mila cechi fuggirono dalla regione di Teshin, mentre 5mila tedeschi rimasero coi polacchi che li celebrarono come loro alleati. Questo un anno prima del Patto Molotov-Ribbentrop.
La Polonia architettò un piano di guerra con l’aiuto della Germania contro l’URSS. Il governo polacco garantì il passaggio delle truppe tedesche sul suo territorio nel caso attaccassero ad est e nord-est. (contro Ucraina, Bielorussia e Lituania). In cambio la Polonia avrebbe ricevuto terre bielorusse, ucraine e lituane. I vertici dell’esercito polacco si prepararono riguardo una “provocazione da est”, utilizzando organizzazioni clandestine di polacchi residenti nelle regioni occidentali dell’URSS. Così, nel 1935, Polonia e Germania nazista conclusero un accordo per aggredire l’URSS. Al ministro degli Esteri della Polonia, Jozef Beck, Hitler disse, “Non voglio niente dall’occidente, né oggi né domani… Tutto ciò che facciamo è diretto contro la Russia. Se l’occidente è troppo stupido per capirlo, sarò costretto a raggiungere un accordo con la Russia per spezzare l’occidente e poi, dopo la sua sconfitta, dopo aver raccolto tutte le forze, aggredire la Russia“. Nel periodo di debolezza militare della Germania, la Polonia so alleò ai tedeschi contro l’URSS. Negli anni ’30 aveva uno degli eserciti più grandi d’Europa, e l’idea di una campagna congiunta degli eserciti polacco e tedesco contro i “bolscevichi senza dio” era gradita presso lo Stato Maggiore di entrambi gli eserciti. Nell’Unione Sovietica questo fu compreso, e nel marzo 1938 il Generale Shaposhnikov presentò una nota in cui indicava: “La situazione politica emergente in Europa e in Estremo Oriente con gli avversari più probabili presentati come blocco fascista, Germania e Italia, sostenuti da Giappone e Polonia… La Polonia è quasi nel blocco fascista, mentre cerca di preservare un’apparente indipendenza della propria politica estera”. Parlando ad Hitler, Bek non fece mistero che la Polonia volesse l’Ucraina sovietica e lo sbocco sul Mar Nero.
La svolta si ebbe quando la Germania occupò i resti della Cecoslovacchia nel marzo 1939. Poco dopo, la Polonia ricevette garanzie dalla Gran Bretagna. Durante le discussioni nel parlamento inglese, le garanzie ricevettero un sostegno generale. Solo Lloyd George pensò di avvertire il parlamento che fosse una follia avanzare tale promessa senza il sostegno dell’URSS. Le garanzie alla Polonia irrigidirono i dirigenti polacchi verso le pretese avanzate da Hitler su Danzica e il relativo corridoio. I governanti polacchi credevano che le loro forze armate fossero potenti, e inoltre, Beck incontrò Hitler a gennaio che gli chiese di restituire Danzica alla Germania; ma quando ebbe le garanzie dal Regno Unito, Bek accettò subito solo per ripicca contro Hitler. Basandosi su ciò, la Polonia rifiutò anche l’assistenza militare dall’URSS, che un anno prima avanzò anche alla Cecoslovacchia (che rifiutò, facendosi distruggere da Hitler e complici). Stalin capì che Hitler era il principale nemico in Europa. L’URSS cercò di evitare l’isolamento contro un’Europa unita sotto un Hitler che preparava “la crociata contro il bolscevismo“. Pertanto avanzò offerte di aiuto a Francia, Cecoslovacchia e Polonia, tutte respinte. Il 10 maggio 1939, durante una visita a Varsavia, il Viceministro degli Esteri sovietico V. Potjomkin dichiarò al ministro degli esteri polacco Bek che “l’URSS non rifiuterà di aiutare la Polonia se lo desidera“, ma l’11 maggio 1939, l’ambasciatore polacco nell’URSS, V. Gzhibovsky, secondo le istruzioni ricevute da Varsavia, respinse la stipula di un patto di mutua assistenza tra Unione Sovietica e Polonia. Il 25 maggio 1939, l’inviato sovietico in Polonia, P. I. Sharonov, dichiarò a Bek che l’URSS era pronta ad aiutarla, ma “per aiutare domani, si deve essere pronti oggi, cioè, si deve sapere in anticipo della necessità dell’aiuto“.
I generali polacchi prevedevano di resistere contro la Wehrmacht, credendo nella potenza delle proprie forze armate. Secondo il generale tedesco Erich von Manstein, “Il dispiegamento dell’esercito polacco nel 1939, che aveva lo scopo di coprire tutto, tra cui l’area del corridoio e la provincia di Poznan, tenuto conto delle possibilità della Germania e della sua superiorità militare, poteva solo portare alla sconfitta. La risposta che la Polonia doveva dare era, a mio avviso, chiara. Il comando polacco doveva innanzitutto cercare di garantire che l’esercito polacco sopravvivesse fino all’offensiva delle potenze occidentali, costringendo la Germania a ritirare le forze principali dal teatro polacco. Anche se sembrava che in un primo momento, con la perdita delle regioni industriali, fosse esclusa la possibilità di una guerra prolungata, occorre tener conto che la conservazione dell’esercito polacco sul campo creava la possibilità di ritornare in campo in futuro. Ma, in alcun caso, si doveva permettere all’esercito polacco di farsi circondare ad ovest del Vistola. Per la Polonia, l’unica soluzione era guadagnare tempo”.
Nel 1939, l’esercito polacco si concentrò nei pressi del confine, pensando a un’offensiva sulla Germania e abbandonando le fortificazioni sul Vistola, lungo la linea Grudziens-Torun, che se presidiata avrebbe ritardato l’avanzata delle forze tedesche, limitandone la libertà di manovra. Nonostante ciò, i capi politici e militari polacchi ancora speravano in un’offensiva francese simultanea all’offensiva polacca contro Berlino. Anzi, il presidente della Polonia, il maresciallo Rydz-Smigly, comandante in capo dell’esercito polacco, fece sapere agli alleati occidentali che i polacchi si preparavano a lanciare l’offensiva dalla provincia di Poznan. Ma tale piano fu sviluppato su suggerimento del Regno Unito stesso… L’armata riunita a Poznan, la 13.ma, venne poi distrutta dai tedeschi sul fiume Bzura. Il 15 settembre 1939, i tedeschi occuparono Lvov e Peremyshl, oltre il fiume San, dopo aver distrutto la 14.ma Armata polacca, mentre la 10.ma fu circondata a Radom, e i tedeschi puntavano su Varsavia. Fu allora, il 17 settembre 1939, che intervenne l’Armata Rossa, quando il risultato dell’invasione tedesca della Polonia era chiaro, e il conflitto coi giapponesi, in Mongolia, si era concluso solo il 16 settembre.

Shtern, Chojbalsan e Zhukov

La Guerra con il Giappone nel 1939
Difatti, i cosiddetti ‘esperti’ di storia militare e diplomatica hanno sempre con attenzione evitato di parlare delle manovre antisovietiche della Polonia e dei suoi alleati occidentali, così come dello scontro sovietico-giapponese sul fiume Khalkhin Gol, in Mongolia, che si svolse per tutta l’estate del 1939, e condizionò le decisioni di Mosca in quei mesi cruciali.
Da maggio a settembre 1939, Unione Sovietica e Giappone si combatterono sui deserti al confine della Mongolia orientale. Nel 1936 fu firmato il Patto anti-Komintern tra Germania e Giappone, diretto contro l’Unione Sovietica. Centinaia di incidenti lungo il confine tra Manchukuo, Stato fantoccio del Giappone, e l’Unione Sovietica, accaddero fin dal 1932. Nell’estate del 1938 vi fu un grande scontro presso il Lago Khasan, 70 miglia a sud-ovest di Vladivostok, tra giapponesi e sovietici. La ragione delle tensioni era dovuta alla fazione “Attacco a Nord” dell’alto comando giapponese, composta da ufficiali dell’Armata del Kwantung che occupava il Manchukuo, sostenitori dell’occupazione della Mongolia e della Siberia. La disputa di confine con la Mongolia fu la scusa con cui i giapponesi aggredirono la Mongolia dal confine occidentale del Manchukuo. Lo Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung era convinto di avere un decisivo vantaggio logistico nella regione. Le ferroviarie giapponesi erano situate 100 miglia ad est del centro di Nomonhan, tra Manchukuo e Mongolia. La più vicina ferroviaria sovietica era a 434 miglia di distanza. I giapponesi erano sicuri che i sovietici non potessero inviare più di due divisioni di fanteria nella zona e ritenevano che le purghe del 1937-38 avessero paralizzato l’esercito sovietico. Il 14 maggio 1939 la 23.ma Divisione giapponese violò le frontiere con la Mongolia e il 28-29 maggio si scontrarono con i sovietici. I giapponesi inviarono di rinforzo 20000 uomini e 112 pezzi di artiglieria al comando del Generale Michitaro Komatsubara. In un’intervista con il giornalista statunitense Roy Howard del 1° marzo 1936, Stalin avvertì i giapponesi che qualsiasi attacco alla Repubblica Popolare di Mongolia avrebbe suscitato l’immediata risposta sovietica. E il 2 giugno 1939, il Generale Georgij Zhukov ebbe il comando delle truppe sovietico-mongole del 57.mo Corpo Speciale, l’unica principale formazione sovietica nell’area di Nomonhan/Khalkhin Gol, zona degli scontri con i giapponesi. Zhukov riorganizzò le strutture di comando e comunicazioni.
Inizialmente, i giapponesi godevano della superiorità aerea, avendo ricevuto il nuovo caccia Nakajima Ki.27. A giugno i sovietici inviarono 6 squadroni di caccia Polikarpov I-152 e 3 squadroni di caccia Polikarpov I-16 Typ 10, per un totale di oltre 100 velivoli. I velivoli sovietici potevano operare da piste semipreparate, erano più veloci ed avevano un armamento più potente di quello dei caccia giapponesi, e disponevano di blindature, al contrario dei velivoli giapponesi. In pochi giorni i sovietici mutarono in proprio favore la situazione nei cieli della Mongolia, tra luglio e agosto 1939. Senza l’approvazione dell’alto comando di Tokyo, il 27 giugno l’Armata del Kwantung inviò grandi formazioni di bombardieri contro le basi aeree di Tamsag e Bain-Tumen, nelle retrovie sovietiche. Tokyo emanò l’ordine che vietava tali attacchi aerei sulle retrovie sovietiche. Lo Stato Maggiore Generale dell’esercito a Tokyo era preoccupato dall’impegno delle forze giapponesi in Cina, e voleva evitare che il conflitto si espandesse alla Mongolia e contro l’URSS.
Zhukov e il comando sovietico affrontarono e superarono le sfide logistiche riguardanti le loro forze nella regione. Con uno sforzo impressionante, furono formati convogli di autocarri che attraversavano giorno e notte il deserto per 868 miglia. I sovietici impiegarono 3800 autocarri e 1375 trattori nel loro sistema logistico. Questi mezzi trasportarono 18000 tonnellate di proiettili di artiglieria, 6500 tonnellate di bombe per aerei e 15000 tonnellate di carburante, nonché truppe ed armi. Gran parte del merito di questa operazione logistica andava al Generale Grigorij M. Shtern, comandante del Distretto militare della Trans-Bajkal.
I giapponesi scatenarono un’offensiva su due assi il 2 luglio. A sinistra, attraversando il fiume Khalkha presso Bain-Tsagan, mentre nel frattempo, sulla destra, una punta avrebbe attraversato il fiume più a nord per poi puntare a sud per accerchiare i sovietici. L’unica brigata meccanizzata dell’esercito giapponese nel Manchukuo disponeva solo di uno dei tre reggimenti carri armati medi che dovevano essere dotati dei nuovi carri armati Tipo 97, e non disponeva che del supporto di tre battaglioni di fanteria senza artiglieria. Al momento delle operazioni, il 3° Reggimento carri medi disponeva di 4 carri armati Tipo 97 e di 26 vecchi carri armati Tipo 89B. Inoltre era disponibile anche il 4° Reggimento carri armati leggeri con 35 carri armati Tipo 95 e 8 Tipo 89A. In confronto, i sovietici disponevano dei carri armati per la cavalleria BT-5, con motori e armamento più potenti e blindatura maggiore rispetto ai corazzati giapponesi. Una brigata corazzata sovietica disponeva di 128 carri armati e 24 cannoni anticarro da 76mm montati su autocarri pesanti blindati. In totale, Zhukov disponeva di 12500 effettivi, 186 carri armati e 226 autoblindo.
Il 2 luglio, 7 battaglioni e mezzo di fanteria giapponese attraversarono il Khalkha e occuparono le colline Bain-Tsagan. Qui si scontrarono con l’11.ma Brigata e la 7.ma Brigata sovietiche, che attuarono la controffensiva, respingendo i giapponesi, che persero 44 carri armati. Il tentativo di contrattacco giapponese del 4 luglio venne sventato dall’aeronautica militare e dall’artiglieria sovietiche, che distrussero l’unico ponte costruito dai giapponesi sul Khalkha, facendo annegare centinaia di soldati che cercavano di ritirarsi. La maggior parte della forza d’assalto su Bain-Tsagan, 10000 truppe, era morta o ferita quando i combattimenti si conclusero nella notte del 4-5 luglio.
I giapponesi ci riprovarono tra il 23 e il 25 luglio, attaccando con la copertura dell’artiglieria e di notte. Ma dotati di soli 22 cannoni da campagna, dalla gittata di 18300 metri, affrontarono le batterie sovietiche dotate di 28 cannoni da 152mm e da 122mm dalla gittata di 20870 metri, vanificando il supporto dell’artiglieria alla fanteria giapponese. Data l’assenza di efficacia della loro artiglieria, i successivi attacchi notturni delle unità di fanteria giapponesi furono respinti dalle difese sovietiche, peraltro schierate in profondità. E anche quando le unità giapponesi occupavano delle posizioni di notte, alla mattina artiglieria, corazzati e fanteria sovietici le scacciavano. A fine luglio i giapponesi passarono dall’offensiva alla difensiva costruendo un sistema di fortificazioni e bunker lungo il Khalkha. In quel momento, la rinnovata 6° Armata dell’esercito imperiale giapponese comprendeva 38000 soldati, 318 cannoni, 130 carri armati e 225 aerei da combattimento. Nel frattempo, Zhukov pianificava l’offensiva impiegando 57000 effettivi, 542 pezzi d’artiglieria, 498 carri armati e 515 aerei da combattimento del Primo Gruppo d’Armate. Il comando sovietico scoprì i punti deboli dello schieramento nemico: i fianchi dei giapponesi erano coperti dalla cavalleria del Manchukuo, inaffidabile e vulnerabile. Inoltre, i giapponesi non avevano una riserva tattica mobile. Infine, il comando sovietico ricorse alla disinformazione via radio e alla messinscena di lavori di costruzione sulle proprie linee, facendo credere ai giapponesi che i sovietici scavavano le trincee per l’inverno.
Il 10 agosto i giapponesi disponevano della 7° e 23° Divisioni di fanteria, di una brigata del Manchukuo, di 3 reggimenti da cavalleria, 182 carri armati, 300 blindati, 3 reggimenti d’artiglieria e oltre 450 velivoli, pronti per un’ultima offensiva prevista per il 24 agosto.
Il 20 agosto 1939 i sovietici schieravano tre grandi unità lungo un fronte di 45 miglia. Sull’ala sinistra, vi era la 6.ta Divisione di cavalleria mongola, la 7.ma Brigata corazzata, il 601.mo Reggimento di fanteria dell’82.ma Divisione fucilieri motorizzati e 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata. Al centro, volta all’attacco frontale sui giapponesi, vi era la 36.ma Divisione fucilieri motorizzati, la 5.ta Brigata corazzata e l’82.ma Divisione fucilieri motorizzati senza il 601.mo Reggimento di fanteria. Nell’ala destra, a nord, vi erano la 57.ma Divisione fucilieri motorizzati, 2 battaglioni dell’11.ma Brigata corazzata, 3 battaglioni della 6.ta Brigata corazzata e l’8.va divisione di cavalleria mongola. In riserva vi era la potente forza mobile composta dalla 9.na Brigata corazzata, da un battaglione della 6.ta Brigata corazzata e la 212.ma Brigata aeroportata. In totale si trattava di 35 battaglioni di fanteria, 20 squadroni di cavalleria, 498 carri armati, 346 autoblindo e 502 pezzi d’artiglieria. Alle 5:45 150 bombardieri sovietici, scortati da 100 caccia, si scatenarono sulle posizioni giapponesi, quindi intervennero 250 pezzi dell’artiglieria pesante sovietica. Alle 9:00, le truppe russe avanzarono. I giapponesi furono sorpresi dell’attacco di Zhukov. Il 21 agosto, la forza sovietica meridionale superava il confine con il Manchukuo, tagliando la via di ritirata dei giapponesi sui fiumi Khalkha e Khajlastyn, e il 24 agosto, la 9.na Brigata corazzata proveniente da nord raggiungeva la 6.ta Brigata corazzata proveniente da sud. Le forze giapponesi tentarono di spezzare l’accerchiamento, tra il 24 e il 26 agosto, ma gli attacchi aerei sovietici resero impossibili i movimenti dei giapponesi e una puntata dalla 6.ta Brigata corazzata sovietica li costrinse ad abbandonare questi tentativi. La sacca giapponese venne liquidata il 31 agosto, con la distruzione della 23° Divisione; i giapponesi subirono 61000 tra morti e feriti e persero tutta l’artiglieria e i corazzati. I sovietico-mongoli ebbero 8931 caduti e 15952 feriti, e persero 68 carri armati e 34 pezzi d’artiglieria.
A settembre, i giapponesi avviarono un’intensa campagna aerea, trasferendo 6 squadroni da caccia dalla Cina nel Manchukuo. Il 13 settembre i giapponesi avevano schierato 255 velivoli, di cui 158 caccia. Ma le battaglie aeree nei cieli mongoli si conclusero il 16 settembre, assieme al conflitto, dopo che i giapponesi avevano perso in totale 589 velivoli, e i sovietici 207. Il 17 settembre, le truppe sovietiche entravano in Polonia.
I giapponesi rimasero sconvolti sapendo che l’alleato tedesco aveva firmato il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica il 23 agosto. Il quotidiano Asahi Shimbun scrisse: “Lo spirito del Patto Anti-Comintern è ridotto a cartaccia e la Germania ha tradito un alleato”. Alla luce di ciò governo e alto comando giapponesi decisero che il conflitto in Mongolia doveva finire. La fazione dell’esercito dell'”Attacco a Nord” ne uscì screditata e nell’aprile 1941 fu firmato il patto di non aggressione sovietico-giapponese. L’Estremo Oriente sovietico rimase al sicuro e per tutta la guerra con la Germania, navi statunitensi cariche di rifornimenti e battenti bandiera sovietica attraccarono senza ostacoli nel porto di Vladivostok.Fonti:
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
DDVV
Hrono
Hrono
KM
Russbalt
RKKAWW2
Army War College
Historynet
Nomonhan
Weapons and Warfare

Come Hitler divenne Hitler e perché ciò è importante oggi

Igor Shumejko, Strategic Culture Foundation 03/11/ 2016

137Nell’ottobre 2016, la rivista statunitense The National Interest diede un’occhiata alla esperienza storica del 20° secolo, pubblicando l’articolo di David Axe intitolato “Il modo scioccante con cui Hitler divenne Hitler”. Molti autori si riferiscono allo stato attuale delle relazioni internazionali come “guerra fredda 2.0”, notando che il conflitto ideologico tra occidente e URSS durante l’ultima guerra fredda si basava sulle diverse interpretazioni del 20° secolo, tra cui l’importante soggetto della Seconda guerra mondiale. E in ciò, la questione di “chi ha la colpa” era più importante. Chi fu responsabile del fallimento del trattato di Versailles, dell’avvento al potere di Hitler e dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale? Questo sembra essere ciò di cui l’autore di National Interest scrive. Eppure l’attenzione sulla personalità del Fuehrer e l’emarginazione dell’influenza di potenti forze politiche che permisero l’ascesa di Hitler, sono la cortina fumogena che nasconde il problema. Da qui le bugie sul Patto di non aggressione tedesco-sovietico del 1939 (Patto Molotov-Ribbentrop) e la risoluzione 2009 del PACE, che eguaglia Unione Sovietica e Germania di Hitler come “due regimi totalitari”. Così, quando esattamente Hitler divenne Hitler?
Un dettaglio rivelatore notato dallo storico Jacques Bergier è che nell’estate 1938 gli abitanti di Berlino smisero di gridare “Heil!” tornando ai vecchi saluti. Nell’estate 1938, il potere di Hitler era considerato totale, ma il comandante del 3° Distretto Militare a Berlino, Feldmaresciallo Erwin von Witzleben, giustiziato da Hitler nel 1944, aveva apertamente provato la presa della Cancelleria del Reich. Molti generali tedeschi credevano che la Germania avrebbe affrontato l’inevitabile sconfitta tentando di occupare la Cecoslovacchia nel 1938. Dandone la prova al processo di Norimberga, il felmaresciallo tedesco Keitel, capo del Oberkommando der Wehrmacht (Comando Supremo delle Forze Armate), disse: “Eravamo straordinariamente felici che non ci fosse stata l’operazione militare, perché… eravamo sempre stati del parere che i nostri mezzi d’attacco alle fortificazioni sul confine della Cecoslovacchia fossero insufficienti. Da un punto di vista puramente militare ci mancavano i mezzi offensivi per sfondare le fortificazioni della frontiera”. Inoltre, i pacificatori occidentali cedettero a Hitler l’industria degli armamenti di prim’ordine della Cecoslovacchia, a Monaco di Baviera. La Germania mise le mani sulle officine Škoda, il secondo arsenale più importante dell’Europa. E così gestendo le famose Škoda, la Germania mise le mani sul parimenti gigante metalmeccanico CKD e il gigante aeronautico Aero Vodochody, che produsse il Focke-Wulf Fw-189 per tutta la guerra, e molto altro. All’epoca, i carri armati e i cannoni cecoslovacchi venivano venduti in tutto il mondo, rendendo Praga uno dei principali esportatori di armi al mondo.
Prima dell’accordo di Monaco, le forze armate dei due Paesi apparivano così: l’esercito cecoslovacco aveva 1582 velivoli, 469 carri armati e 2 milioni di soldati, mentre l’esercito tedesco aveva 2500 aeromobili, 720 carri armati e 2,2 milioni di soldati. Le dimensioni dei due eserciti erano paragonabili. Inoltre, il confine tra Cecoslovacchia e Germania erano i montuosi Sudeti. Fin da quando la Cecoslovacchia nacque nel 1919, costruì fortificazioni nel territorio dei Sudeti. La combinazione di fortificazioni moderne e terreno montagnoso resero la Cecoslovacchia inespugnabile all’aggressione tedesca. E tutto questo fu ceduto senza combattere. Così come i Sudeti fortificati, vi era anche l’accordo sovietico-cecoslovacco, ma l’assistenza militare che conteneva fu bloccata dalla Polonia. E Mosca sapeva che c’era già la guerra tra Unione Sovietica e Germania di Hitler nel 1938, solo che avveniva in Spagna, dove la vittoria era ancora in bilico. A Monaco di Baviera, gli inglesi diedero garanzie ai rappresentanti cecoslovacchi. Chamberlain gli disse: “I diritti delle minoranze nazionali sono sacri! Consegnate i Sudeti e avrete garanzie sui nuovi confini”. Tutte queste chiacchiere sulle garanzie occidentali furono inutili, dato che la montagnosa regione fortificata dei Sudeti garantiva la piena sicurezza alla Cecoslovacchia. Il 30 settembre 1938, tuttavia, l’esercito cecoslovacco si ritirò da Sudeti lasciandosi alle spalle le fortezze montane e i principali impianti industriali. Ma Hitler subito presentò alla Cecoslovacchia altre richieste e il 15 marzo 1939 la Germania occupò l’intero Paese.
Hitler fu salvato dall’accordo di Monaco con le democrazie occidentali, dandogli il potere fino all’aprile 1945. La domanda posta da The National Interest, “Quando Hitler divenne Hitler?”, ha una risposta semplice: “A Monaco di Baviera nel 1938”. L’accordo di Monaco di Baviera fu un accordo amichevole tra democrazie e Germania nazista, e ciò non può essere cancellato dalla storia. Fu l’accordo tra l’aggressore e i suoi amici. La ragione per cui dovremmo tutti ricordarlo oggi è chiara: l’occidente ancora una volta cerca di porsi da ‘pacificatore’ per evitare la sconfitta dei terroristi che hanno invaso la Siria e che ora minacciano l’Europa.republikaLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La più grande operazione della seconda guerra mondiale

Agosto 1945: l’URSS sconfigge il Giappone
Bruno Birolli, Fascinant Japon

75b09cc90b375e5d5b717275e13Il 15 agosto 1945, l’imperatore Hirohito ordinava via radio al popolo giapponese di “sopportare l’insopportabile”. L'”insopportabile” era la resa incondizionata negata con forza finché il Giappone fu l’ultimo Paese dell’Asse a continuare la guerra. Cosa spinse Hirohito a chiedere la pace, dopo esser rimasto in silenzio o complice del militarismo giapponese nei quattordici anni di guerra voluti dal Giappone in Asia e Pacifico? La risposta che viene in mente è l’impatto devastante del bombardamento atomico di Hiroshima il 6 agosto 1945 e di Nagasaki il 9 agosto 1945. Fu la distruzione delle due città ridotte in cenere da tali armi terrificanti che costrinse Tokyo ha gettare la spugna. Tale analisi trascura un fattore cruciale: l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica il 9 agosto 1945, tre giorni dopo Hiroshima e Nagasaki, poche ore prima della fulminea conquista della Manciuria da parte dell’Armata Rossa durante ciò che fu la più grande operazione militare della seconda guerra mondiale. La guerra al Giappone fu contemplata da Stalin fin dal 1943, ma voleva evitare che l’URSS combattesse ad ovest e ad est, decidendo l’impegno militare in Asia non prima dell’eliminazione della Germania nazista. Alla conferenza di Jalta nel febbraio 1945, Stalin disse che avrebbe attaccato il Giappone tre mesi dopo la fine delle operazioni in Europa, per dare all’Armata Rossa il tempo di schierarsi in Estremo Oriente. Ad aprile, quando il regime nazista era moribondo, Stalin denunciò unilateralmente il patto di non aggressione che l’Unione Sovietica firmò con il Giappone nel 1941. Da maggio, Stalin trasferì lungo il fiume Amur il corpo d’armata che sconfisse la Germania. Nel luglio 1945, alla Conferenza di Potsdam, ex-residenza del re di Prussia Federico il Grande, Stati Uniti, Gran Bretagna e Repubblica di Cina rinnovarono l’ultimatum minacciando il Giappone di “distruzione totale” se non deponeva le armi. In apertura della conferenza, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman avvertì Stalin che gli Stati Uniti avevano testato un paio d’ore prima la bomba atomica e che decisero di utilizzare questa arma contro il Giappone. Tuttavia, tutt’altro che convinto che l’atomo ponesse fine alla guerra, Truman insistette ancora una volta che l’URSS s’impegnasse subito. Stalin accettò, voleva la sua parte dallo smembramento dell’impero giapponese. Ai primi di agosto 1945, l’Armata Rossa era pronta. In tre mesi, più di un milione e mezzo di soldati, 30000 pezzi di artiglieria e lanciarazzi, circa 5500 carri armati e cannoni d’assalto, 86000 autoveicoli e 3800 aerei attraversarono la Siberia, ammassandosi sul confine del Manchukuo, lo pseudo-Stato creato nel 1932 dai militari giapponesi dopo l’incidente di Mukden. La più grande operazione militare della seconda guerra mondiale era in preparazione. L’Armata Rossa non aveva mai concentrato tanti mezzi. Ma è vero che si lanciò alla conquista di un territorio grande quanto l’Europa occidentale.

Il piano di difesa giapponese
c__pia-de-a-manchuria-_8_1-1 Di fronte l’Armata Rossa agguerrita da quattro anni di combattimenti contro la potente Wehrmacht, sostenuta da un’industria bellica a pieno regime e indenne, che vantava una rete di comunicazione certamente ridotta ma intatta, il Giappone era solo l’ombra di se stesso. I suoi centri industriali venivano regolarmente rasi al suolo dall’Aeronautica statunitense. I suoi collegamenti marittimi con i territori ancora in possesso tagliati dalla flotta sottomarina e di superficie degli USA che, resa audace dall’assenza di risposta dei giapponesi, lanciava incursioni sulle coste dell’arcipelago e tutte le navi giapponesi ancora in navigazione. Il Giappone conservava ancora un’ultima carta: la Manciuria. La maggior parte delle città della Manciuria era fuori dalla portata dei bombardieri degli Stati Uniti e fu risparmiata. I raid aerei tentati contro Shenyang, come poi fu chiamata Mukden, ed altri centri industriali causarono pochi danni. L’armata principale dell’esercito imperiale prima del 1941, l’Armata del Kwantung in Manciuria, pur suddivisa, con il corpo che occupava il resto della Cina, erano le ultime forze del Giappone. Questo esercito di 700000 uomini, sulla carta, in realtà fu ridotto dai prelievi volti a rafforzare fronti come in Birmania. Se, in base ai criteri giapponesi, l’esercito Kwantung era ben equipaggiato, rispetto agli Alleati veniva surclassato nella maggior parte dei settori. Non aveva cannoni anticarro: i cannoni anticarro Modello 97 e Modello 98 (da 20 mm) e Modello 41 (da 47 mm) erano scadenti nei confronti delle pesanti corazzature sovietiche. I suoi blindati erano per lo più cingolette Modello 94 e 97 Te-Ke, e carri armati leggeri Modello 95 Ha-Go, progettati per supportare la fanteria e non per duellare con altri carri armati. I cannoni dei carri armati medi Modello 89 Chi-Ro, 94 e l’ultimo nato 97 Chi-Ha, non potevano perforare l’acciaio delle controparti sovietiche, ed erano molto vulnerabili alle potenti cariche sagomate degli avversari. L’Armata del Kwantung scontava la scelta del Comando di sacrificare i blindati alla fedeltà a una dottrina basata sulla fanteria e il risparmio (1). L’Aeronautica, circa 2000 velivoli, fu spogliata dei mezzi migliori, consegnati agli squadroni dei kamikaze nel Pacifico. La fanteria, chiave di volta del Kwangtung, fu gonfiata dall’immissione di ausiliari locali e coreani coscritti, che non avevano né la fedeltà né la tenacia degli effettivi giapponesi. Fu formata la cavalleria dei russi bianchi inquadrata dal partito fascista pan-russo del generale zarista V. A. Kislitsin, ma il suo valore militare era trascurabile (2). Infine, il comando non era dei più brillante: gli ufficiali più competenti erano finiti sotto il fuoco in altre aree.
Di fronte alla minaccia sovietica, l’Armata del Kwantung optò per una strategia ispirata alle battaglie del Pacifico. Non colpiva più l’avversario con tutte le forze alla ricerca della battaglia di annientamento, puntando sull’impatto frontale quale principio strategico più insegnato in Giappone dal 19° secolo. Dalla fine del 1942, i giapponesi erano sulla difensiva. Si trinceravano in capisaldi ingegnosamente sistemati per fare pagare a caro prezzo all’avversario l’avanzata. L’aggressività offensiva, la strategia dell’esercito imperiale, era divenuta una guerra di logoramento disposta a sacrificare fino all’ultimo uomo, nella speranza di esaurire l’avversario. Consapevole del fatto che le pianure centrali della Manciuria erano terreno per i carri armati sovietici, il piano giapponese mirava a rallentare l’Armata Rossa una volta che attraversava il fiume Amur, per dare il tempo all’Armata del Kwantung di ritirarsi nelle zone montuose al confine con la Corea. Influenzato dalla certezza che il soldato giapponese fosse il migliore del mondo, il comando giapponese intese riconquistare il vantaggio forzando i sovietici a combattere a piedi in queste aree boschive e scoscese, avverse ai carri armati. L’esperienza contro gli statunitensi nel Pacifico si rifletté ancora una volta: l’esercito imperiale abbandonò gli spazi aperti, le spiagge nel caso delle isole del Pacifico, sottolineando le infinite possibilità delle fortificazioni nel terreno accidentato e mimetizzate nella vegetazione. Dietro il piano giapponese si nascondeva un vecchio pensiero strategico. L’obiettivo non era tenersi la Manciuria, sapendone i giapponesi la vulnerabilità, ma fare di questa regione una zona cuscinetto a protezione della Corea. Annessa all’Impero nel 1910, separata dal Giappone dallo stretto di Tsushima, largo appena 100 km ed ancora più facile da attraversare, dato che in mezzo vi è l’isola che da il nome a questo canale tra Mar del Giappone e Mar Giallo, la penisola è un trampolino di lancio ideale per lo sbarco nell’arcipelago. Per bloccare questa porta, il Giappone entrò in guerra contro la Russia nel 1904. E seguendo lo stesso ragionamento, l’Armata del Kwantung preparò un santuario al confine coreano. I giapponesi vi arrivarono dopo la revisione strategica iniziata mezzo secolo prima. Se durante la prima guerra cino-giapponese (1896) e la guerra russo-giapponese tale discussione fu rilevante, nell’estate 1945 non aveva nulla a che fare con la comprensione razionale dei rapporti di forza, dimostrando il vuoto dottrinale dell’esercito imperiale compensata da una fede incrollabile nel senso di sacrificio del soldato giapponese nell’invertire il corso della storia.
In sintesi, l’obiettivo non era battere i sovietici, ma fare lo stesso di ciò che i giapponesi tentavano per fare esaurire gli statunitensi nel Pacifico. Non più la sconfitta ma suscitare disgusto nell’avversario provocando vittime a un livello insostenibile. Il piano giapponese aveva un difetto strutturale: l’errore ripetuto rigidamente dall’alto comando giapponese dagli anni Trenta. Le sue aspettative erano solo proiezioni di come i giapponesi avrebbero diretto la campagna se avessero mantenuto l’iniziativa. Il loro ragionamento corrispose perfettamente ai mezzi a disposizione dei militari, ma ignorò i profondi cambiamenti che la guerra in Europa comportò tra il 1939 e il 1945. Nel 1931, carente in blindati, tranne pochi carri Renault T4, mai utilizzati per il gelo, l’Armata del Kwantung conquistò la Manciuria seguendo le linee ferroviarie. I giapponesi dedussero quindi che i sovietici avrebbero fatto lo stesso. E dato che il confine con la Mongolia era inaccessibile via treno, i giapponesi non rafforzarono quel settore lasciandolo scoperto. Eppure è proprio da lì che i carri armati sovietici entrarono scatenando una delle blitzkrieg più brutali della Seconda Guerra Mondiale.

L’offensiva sovietica
7267051Il 9 agosto 1945, alle quattro del mattino, l’Armata Rossa iniziò l’offensiva. I servizi segreti sovietici compresero le intenzioni giapponesi e le operazioni furono adattate di conseguenza. L’offensiva generale seguì tre linee, ognuna con una funzione molto specifica. Un attacco in direzione est-ovest dalla provincia marittima tra Khabarovsk e Vladivostok. Allo stesso tempo, le forze sovietiche passavano il fiume Amur e si lanciavano verso il sud. Ma questi due fronti non erano volti a sferrare il colpo fatale: erano diversivi per spezzare, bloccare e ingannare l’Armata del Kwantung. Il cuore dell’offensiva sovietica partiva dalla Mongolia dove, con una manovra a tenaglia nella steppa, i sovietici intendevano massimizzare l’esperienza sui corazzati appresa contro i tedeschi. L’armamento di questi tre fronti corrispose esattamente al ruolo assegnatogli. I fronti orientale e settentrionale concentravano la gran parte dell’artiglieria pesante e della fanteria d’assalto per distruggere i bunker al confine, mentre il corpo occidentale la cui missione era effettuare lo sfondamento, era formato soprattutto da unità corazzate tra cui le famose divisioni d’élite della Guardia. Ben informati sui punti deboli dei mezzi anticarro dell’Armata del Kwantung grazie agli emigrati russi stabilitisi in Manciuria e ai disertori coreani e cinesi del Kwangtung, i sovietici deliberatamente si privarono del T-34, meglio armato ma troppo pesante per le paludi confinanti la Mongolia, a favore dei carri leggeri di vecchio modello ma molto più veloci. La chiave del successo del piano sovietico era la velocità. L’isola di Sakhalin, la cui metà meridionale era giapponese dalla guerra russo-giapponese, non fu dimenticata. L’11 agosto, i sovietici sfondarono la linea dei bunker che segnava il 50° parallelo sul confine tra i due Paesi. Lo stesso giorno sbarchi avvennero a nord delle coste orientali della Corea.
L’Armata Rossa usò tutte le tattiche con cui schiacciò la Wehrmacht, sbarramenti d’artiglieria fenomenali, bombardamenti aerei implacabili sulle retrovie, movimenti avvolgenti di concentramenti corazzati. Tuttavia, ad est, i sovietici impiegarono in modo innovativo flottiglie di chiatte e monitor in sostituzione di carri armati e artiglieria ostacolati dalle paludi gonfie per le piogge estive e dall’assenza di strade percorribili. Queste chiatte pesantemente armate risalirono il fiume Sungari (affluente del fiume Amur che attraversa la Manciuria) e permettevano con un pescaggio di 15 cm gli sbarchi al tergo dei capisaldi giapponesi. Queste operazioni, supportate da onnipresenti aerei, rimangono nella storia un raro esempio di guerra fluviale in acqua, terra e cielo. La scommessa del comando giapponese di bloccare o almeno ritardare l’Armata Rossa fallì. Costantemente sopraffatta, la Kwantung non poté riorganizzarsi. La fanteria giapponese tuttavia mostrò un fanatismo che sconvolse i veterani più incalliti dei pesanti combattimenti in Europa. Mai i tedeschi dimostrarono tale determinazione. Per compensare l’assenza di armi anticarro, i soldati giapponesi si gettarono in massa sotto i cingoli dei corazzati stringendo una mina o un carico di dinamite sul petto. I contrattacchi furono condotti come nel Pacifico, assalti banzai con la baionetta che i sovietici falciarono senza pietà (1). Questi sacrifici furono vani. Nonostante la resistenza suicida la Kwangtung crollò. L’Armata del Kwantung pagò il prezzo di una concezione della guerra obsoleta. I giapponesi non capirono il ruolo svolto dai blindati nella Battaglia di Khalkhin Gol, o incidente di Nomonhan per i giapponesi, contro i sovietici sei anni prima. Tuttavia, tali scontri limitati e diffusi da maggio a luglio 1939, furono un campo di addestramento per il futuro Maresciallo Georgij Zhukov. E’ in questa zona infestata da zanzare, tra la Mongolia e il Manciukuo, che i sovietici perfezionarono i principi dell’interazione tra artiglieria, blindati e fanteria d’assalto che poi opposero con successo ai tedeschi e portarono al culmine contro i giapponesi nell’agosto 1945.

Il sollievo degli Stati Uniti
1-image1308371029_type1 Non più di quanto gli statunitensi non informarono i sovietici sui dettagli del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, Stalin mantenne segreta la data dell’offensiva contro il Giappone. Alla notizia dell’invasione della Manciuria, gli statunitensi si sentirono sollevati. Il Viceammiraglio John H. Cassady, il secondo in comando nelle operazioni navali, subito espresse il sentimento degli statunitensi. Il blocco del Giappone era imperfetto a causa del Mar del Giappone, “non avevamo alcuna base in questa regione e anche se la Marina Imperiale era stata distrutta, portare le nostre navi in un mare chiuso era una manovra rischiosa. È evidente che i nuovi (l’entrata in guerra dell’URSS) risolvono il problema. Ora il Giappone sul fianco nord-ovest non solo affronta uno dei più grandi eserciti del mondo, ma questi territori consentiranno potenti attacchi aerei contro i suoi impianti militari e industriali… Ora possiamo preparare l’invasione del Giappone con fiducia. Questo non vuol dire che la guerra è vinta. Ma la nostra missione s’è ridotta e abbiamo tutte le ragioni per credere che il tempo si è notevolmente ridotto”. (2) Il New York Times credeva che il Giappone fosse in una situazione ancora più disastrosa della Germania dopo il fallimento dell’ultimo contrattacco nelle Ardenne. Il giorno dopo, lo stesso giornale espose la sua analisi: “La speranza che il Giappone continui a dividere gli Alleati respingendo l’assalto finale facendolo pagare caro agli alleati con gli attacchi suicidi, è ormai andata. L’impero usurpato è diviso in due dalle forze anglo-statunitensi in mare e in Cina e con le isole oggetto del blocco e di raid aerei devastanti; il Giappone subisce l’assalto diretto sull’ultima posizione, per molti aspetti più solida, la Manciuria. Qui è dove il Giappone ha consolidato le sue industrie di guerra e basa le forze più potenti rimastegli, la Kwantung… Come la Germania, il Giappone deve ora condurre una guerra su due fronti, ancora meno in grado di condurla dell’ex-alleata“. Il Generale Douglas MacArthur vide chiaramente il vantaggio militare dell’intervento sovietico, trasmettendo il giorno dell’entrata in guerra dell’URSS la seguente dichiarazione: “Sono felice dell’entrata in guerra dell’Unione Sovietica contro il Giappone. Rende possibile una vasta manovra a tenaglia, che non può non distruggere il nemico. In Europa, la Russia era l’est, gli alleati l’ovest. Ora siamo l’est e la Russia è l’ovest, ma il risultato sarà lo stesso“. (3) I sovietici liberarono gli statunitensi dalla paura di vedere la Kwangtung in Manciuria trasferita e trincerata in Giappone. Quindi, al momento, più che l’effetto dei due bombardamenti atomici, ancora stimati male, fu l’impatto dei sovietici in guerra che segnò gli strateghi statunitensi.

Hirohito si reincarnò pacifista
16541-img_2 Le reazioni nel Palazzo Imperiale alla distruzione di Hiroshima, all’attacco sovietico e al bombardamento di Nagasaki sono ancora poco note. I partecipanti alle discussioni le tennero segrete o diedero informazioni parziali e favorevoli all’imperatore. Questi tre eventi avvennero troppo rapidamente per dare all’entourage di Hirohito forti argomenti per costringere i militari a cedere le armi. Per salvare il trono, andava reinventato il suo occupante. Il capo bellicoso e indifferente al destino dei suoi sudditi in guerra, Hirohito, divenne in quei giorni decisivi un benevolo pacifista prigioniero di una consorteria estremista (4). Dopo aver esitato nella notte, Hirohito ordinò a Kido Koichi, guardiano del sigillo imperiale e consigliere più stretto, di scrivere il testo che poneva fine alla guerra. Per evitare qualsiasi suggerimento che potesse, in un modo o nell’altro, testimoniare contro l’imperatore e renderlo responsabile della guerra e della sconfitta, i due studiosi incaricati di redigere il testo lottarono per tre giorni prima di redigere una copia in stile arcaico greve di contorsionismi a malapena comprensibili. Il testo finale fu presentato ad Hirohito la notte del 14 agosto 1945 e lo lesse alla radio il giorno dopo, a mezzogiorno. La sconfitta della Germania e l’entrata in guerra dell’URSS furono evocate da questa frase criptica: “La tendenza generale nel mondo si è rivoltata contro i nostri interessi“. L’allusione alla bomba atomica è tuttavia più esplicita: l’enorme potere distruttivo dell’atomo impressionò e per salvare “la civiltà umana… dalla totale estinzione” che il Giappone si arrese, anche se quella parola, resa, non fu mai pronunciata. Anche prima della fine delle ostilità, la storia della Seconda Guerra Mondiale fu riscritta. Nelle settimane seguenti la capitolazione, il ruolo svolto dall’URSS nella sconfitta del Giappone fu riconosciuto. Naruhiko Higashikuni, nominato primo ministro il 16 agosto 1945, ammise nel suo primo discorso al parlamento del 5 settembre 1945 che la dichiarazione di guerra dell’Unione Sovietica mise il Giappone nella “peggiore situazione possibile“. Allo stesso tempo, il capo del governo di transizione riprese il mito della bomba atomica come unica causa della sconfitta giapponese. Fu per salvare il Giappone e la sua popolazione da tali terribili bombe che Hirohito cedette le armi “nell’interesse della pace e dell’umanità“. (5)
Negli anni, tale racconto si sviluppò. L’invasione della Manciuria nel 1931 e della Cina nel 1937 e la campagna in Manciuria nel 1945, altra tappa fondamentale della seconda guerra mondiale in Asia, furono ignorate. Non fu per gli errori strategici che il Giappone perse la guerra, ma per l’uso da parte degli statunitensi di armi inumane. Il riflesso naturale degli storici nel concentrarsi sulla parte degli Stati Uniti nella storia radicò tale visione. Ma dimenticare il ruolo dell’URSS fu anche motivato politicamente. Se la guerra fredda non era ancora iniziata ai primi di settembre 1945, gli statunitensi impedirono l’occupazione sovietica del Giappone, divenuto affare esclusivamente statunitense, se si prescinde dalla presenza di un piccolo contingente australiano ad Hiroshima che non ebbe alcun ruolo politico. Riconoscere i meriti dell’Armata Rossa avrebbe concesso un posto all’URSS nella riorganizzazione della società giapponese. La guerra fredda scoppiò in Asia prima che in Europa, aggravata dal confronto militare in Cina con la guerra civile vinta da Mao Zedong (1949) e in Corea (giugno 1950). Concentrarsi sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e ripulire Hirohito furono essenziali per fare del Giappone il pilastro asiatico del sistema di difesa degli Stati Uniti.%d1%81%d0%bb%d0%b0%d0%b2%d0%b0-%d0%ba%d1%80%d0%b0%d1%81%d0%bd%d0%be%d0%b9-%d0%b0%d1%80%d0%bc%d0%b8%d0%b8-%d0%be%d1%81%d0%b2%d0%be%d0%b1%d0%be%d0%b4%d0%b8%d1%82%d0%b5%d0%bb%d1%8c%d0%bd%d0%b8%d1%86Note:
1) U.S. War Department, Handbook on Japanese Military Force, 1944, Louisiana State University Press, Baton Rouge, 1991.
2) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
3) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
4) The New York Time, 9 agosto 1945.
5) William Manchester, American Caesar, Douglas MacArthur 1880-1964, Little, Brown and Company, Boston Toronto, 1977, p 438-439.
6) Herbert P. Bix, Hirohito and The Making of Modern Japan, Perennial, New York, 2001.
7) The New York Time, 6 settembre 1945.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Esercito francese, URSS e Polonia

Jacques Sapir, Russeurope 26 marzo 2016

G. Vidal, L’alleanza improbabile, esercito francese e Russia sovietica 1917-1939, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, coll. Histoire, p. 307

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Il libro di Georges Vidal esplora un terreno finora in gran parte sconosciuto; i rapporti dell’esercito francese con la Russia sovietica e l’URSS. Il tema è importante per gli storici, sia per coloro che lavorano sulle relazioni internazionali (sollevando quindi la questione delle relazioni militari tra Francia e URSS) che coloro che lavorano sull’istituzione militare francese negli anni ’20 e ’30. Il contributo di questo libro risiede nelle fonti utilizzate. Vidal utilizza ampiamente i rapporti dei servizi segreti militari, il 2° Ufficio (che raccoglieva segnalazioni da altri Paesi sull’URSS) dello Stato Maggiore, ma opera anche, e questo contesto è stato praticamente ignorato finora, dai rapporti degli addetti militari francesi in URSS e dagli ufficiali osservatori nell’Armata Rossa. Questo aspetto, sfruttato sistematicamente, è il grosso dell’interesse del libro. Inoltre, Vidal utilizza abbastanza sistematicamente il quotidiano dell’esercito francese, La France Militaire, con numerosi articoli e dibattiti felpati ma importanti sulla valutazione del ruolo strategico dell’URSS e il potenziale dell’Armata Rossa. Sono fonti diverse, e la loro combinazione da al libro una base documentaria del tutto eccezionale rinnovando in parte la comprensione di certi problemi. Permettendo di relativizzare l’immagine di un esercito francese dedito all’anticomunismo, come porta a relativizzare l’idea di un'”alleanza” inevitabile contro la Germania tra Francia e URSS. Da questo punto di vista, il libro di Georges Vidal, con chiarezza di analisi e completezza di fonti, è un riferimento importante sul tema. Farà testo senza dubbio.

L’Armata Rossa agli occhi dei soldati francesi
cccp_ussr_035 Il libro è organizzato in tre parti. Il primo riguarda la “percezione del mondo sovietico”. Relativamente breve, fornisce un inventario delle rappresentazioni della Russia sovietica nell’esercito francese. Che l’esercito fosse anticomunista e usasse il vocabolario “antibolscevico” del tempo è evidente. Eppure, l’immagine del “nemico interno”, che si trascinava PCF e Comintern, non era mai del tutto decisiva. Questo è un punto da sottolineare. Alcuni ufficiali facevano una chiara distinzione tra opposizione politica all’URSS e analisi sul potenziale militare del Paese. Su questo particolare punto vale la pena ricordare che l’autore ha dedicato un precedente lavoro sull’argomento [1]. Non che i soldati fossero completamente immunizzati dagli stereotipi del tempo, o dagli stereotipi culturali sulla Russia. È il famoso “carattere asiatico” dei russi saturava le spiegazioni quando non si voleva capire. Ma i militari erano chiaramente meno colpiti di altri organismi (il Ministero degli Esteri in particolare) da tali stereotipi. Per realismo, alcuni membri della missione militare francese in Russia (come il General Lavergne [2], ma anche il generale Niessel) cercarono anche di sostenere il governo bolscevico nella primavera del 1918. I membri della MMF dimostrarono un robusto buon senso nel valutare i punti di forza di ognuno, all’inizio della guerra civile. Il passaggio sulla conclusione del progetto di cooperazione tra Trotzkij e MMF l’ha dimostrato [3]. Allo stesso modo, lo sviluppo economico dell’URSS, l’impatto dell’industrializzazione (e anche delle disastrose campagne di collettivizzazione), è relativamente ben inquadrato dalle varie fonti militari, tendendo a rafforzarsi con l’aumento degli addetti militari (che potevano muoversi nel Paese) e degli ufficiali osservatori. Naturalmente, significative differenze emersero nell’istituzione. Il 2° Ufficio avrà sempre una visione più negativa dell’Unione Sovietica (e dell’Armata Rossa), e sue capacità o potenziale, che non gli addetti dell’esercito. Nello Stato Maggiore apparvero chiaramente due sensibilità sulla relazione con la Russia. Vi era infatti una “linea Pétain” contraria a qualsiasi alleanza contro la “linea Weygand” che appariva più aperta.

Quanto valeva l’Armata Rossa?
4b5e25a44e8aaa6c2070e65ac09fe4f8 La seconda parte del libro si concentra giustamente sull’analisi del potenziale militare dell’URSS. I soldati francesi furono presto consapevoli del rafforzamento generale del regime sovietico e della costruzione dello strumento militare, però percepito essenzialmente difensivo. Almeno fino ai primi anni ’30 vi era consenso sul fatto che se l’URSS aveva più o meno importanti capacità difensive, non aveva la capacità di “proiezione delle forze” al di fuori dei confini, per usare un termine moderno. Questa visione, tuttavia, si perfezionò dal 1933-1935, cioè quando gli addetti militari furono a Mosca e quando, poco a poco, gli ufficiali osservatori francesi furono inviati in URSS e gli ufficiali sovietici accolti in Francia, permettendo di sviluppare gli scambi. Gli addetti militari erano sensibili alla crescita della Armata Rossa e alla sua professionalizzazione graduale nel 1935 – 1937. I rapporti di questi addetti sono migliori di quelli del 2° Ufficio. Hanno molto spesso una visione più equilibrata delle qualità (e difetti) dei mezzi dell’Armata Rossa e dei suoi uomini. Tuttavia, è deplorevole che qui, data l’importanza della questione del potenziale militare per il tema del libro, l’autore non l’abbia presentato in modo più sistematico, sotto forma di tabelle, confrontando i dati del 2° Ufficio con quelli degli addetti militari e la realtà nota oggi [4] . Tuttavia, è molto interessante notare che una certa sottostima della capacità dell’Armata Rossa non proveniva dal filtro ‘ideologico’ ma dal filtro della “dottrina” militare francese. Pertanto, il potenziale ruolo delle grandi unità corazzate o di paracadutisti fu ridotto a causa del fatto che tali unità non trovavano posto nella dottrina militare francese del momento. Al contrario, i più innovativi militari francesi (come il generale Loizeau o il colonnello de Gaulle) apprezzavano più correttamente tali potenziali, per via delle loro opzioni dottrinarie. Questo è importante, e possiamo ancora rammaricarci che ciò non sia indirizzato in modo più sistematico. Un esercito non può valutare un altro esercito dal punto di vista della propria dottrina. Qui, il ritardo e persino il declino dottrinale dell’esercito francese che probabilmente vietava di valutare il vero valore del potenziale dell’Armata Rossa. Vidal su ciò menziona, nell’introduzione, diversi libri [5]. E’ un peccato che non si sia cercato di approfondire cosa apportassero queste fonti, o il ruolo della dottrina nel conflitto latente nell’esercito francese sulla capacità di valutare la nuova dottrina dell’Armata Rossa sul tema delle “operazioni profonde”, formatasi nel 1929-1935 [6]. Il ruolo delle purghe nell’Armata Rossa, però, fu ridotto al minimo dagli addetti militari. Questi, così come gli addetti militari di Stati Uniti e altri Paesi, tendevano a ritenere le purghe volte a “rafforzare” l’Armata Rossa. Ma anche se alcuni rapporti analizzavano il problema dell’inquadramento, stretto tra il timore di nuove denunce e la mancanza di esperienza di ufficiali promossi troppo in fretta. Infatti, troviamo questa dicotomia tra le analisi del 2° Ufficio e quelli degli addetti militari. Il 2° Ufficio con una visione molto più pessimistica evocando il possibile “collasso” dell’Armata Rossa, aveva una visione non condivisa dagli addetti militari. La loro analisi era che ci fosse una transitoria diminuzione della capacità operativa dell’Armata Rossa, ma non vanno oltre. Anche in questo caso, sarebbe stato interessante confrontare il ‘sentimento’ degli ufficiali francesi su ciò che si sapeva dell’impatto delle purghe.

L’URSS nella prospettiva strategica dello scontro con la Germania
ussr0398 Sembra tuttavia, e questo è uno dei contributi dell’opera, che i pregiudizi ideologici che sicuramente esistevano, soprattutto nel 2° Ufficio, pesassero meno nell’alleanza con la Polonia che, ovviamente, ebbe un effetto strutturante sui piani militari contro la Russia. Il potenziale ruolo dell’URSS, ma anche della Cecoslovacchia, fu costantemente relativizzato dall’alleanza con la Polonia, anche se un certo numero di alti ufficiali ne era diffidente, fino al punto di considerare le scelte politiche dettate dalla passione e non dalla ragione. L’addetto militare colonnello Mendras scrisse nel suo rapporto mensile dell’ottobre 1934. “Ma oggi il fattore decisivo è l’atteggiamento della Polonia data la posizione geografica. I suoi leader attuali lo sanno e coraggiosamente giocano con questo gusto congenito per gli intrighi e il doppio gioco, che i loro trascorsi da cospiratori possono solo rafforzare. Dubito che possiamo sempre contarvi” [7]. Va inoltre ricordato che negli anni 1934-1939 i leader polacchi adottarono una politica veramente suicida verso la Germania, supportando Hitler perfino nel piano di smembramento della Cecoslovacchia. Eppure la decisione politica fu presa, e sembra definitivamente, nel 1935, concentrando la politica della difesa della Francia ad est della Germania, sulla Polonia [8]. La logica di tale politica era geografica. L’Unione Sovietica non aveva alcun confine comune con la Germania. Ma limitando il ruolo dell’URSS nel migliore dei casi alla “benevola neutralità” o semplicemente dimenticandone il ruolo di potenziale equilibrio delle forze europee, l’esercito francese sotto l’influenza di Pétain prese una strada dalle conseguenze drammatiche. Questa strada aveva molti sostenitori, soprattutto nel 2° Ufficio, ma anche in una parte dello Stato Maggiore Generale. Fu ciò che comportò l’incapacità di vedere il vero potenziale militare della Russia e non il filtro ‘ideologico’ o l’analisi delle conseguenze delle purghe. Georges Vidal dimostra che il punto di svolta, in questo senso, fu nel 1935, due anni prima delle purghe. Certo, la logica della prudenza volle che relativamente stretti contatti tra l’esercito francese e l’Armata Rossa fossero mantenuti. Ma non sembra, con l’eccezione di alcuni individui come Palasse, il Generale Loizeau, il colonnello de Gaulle, avessero mai avuto l’opportunità di materializzarsi nella logica alleanza reale. Il 1939 sarà la tragica dimostrazione di tale cecità. Quando lo Stato Maggiore cercò un sostegno contro la politica aggressiva della Germania volgendosi verso l’URSS, fu tardi, probabilmente troppo tardi. L’inclinazione del potere sovietico al patto nazi-sovietico, ribaltamento che Vidal fa risalire al periodo tra il 14 e il 17 agosto, è il prodotto di tale errore di prospettiva e della profonda credenza nel ruolo stabilizzante della Polonia che continuava ad impregnare lo Stato Maggiore Generale e in particolare il Ministero degli Esteri. I leader sovietici persero fiducia nella Francia, incapace di scelte chiare e di mettere i leader polacchi di fronte alle loro responsabilità. Le varie note negli archivi dello Stato Maggiore Generale sono abbastanza esplicite su questo punto. L’esercito francese, ma anche la diplomazia, viveva di illusioni nel 1934-1939 e la Francia ne pagò un alto prezzo nel maggio 1940. La sconfitta di maggio-giugno sorprese anche i leader sovietici, e avrà importanti conseguenze sulla loro consapevolezza dei limiti del patto tedesco-sovietico [9].

Tukhachevskij

Tukhachevskij

Note
[1] Vidal, G., L’esercito francese e il nemico interno (1917-1939). Questioni strategiche e cultura politica, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2015, p. 260.
[2] Cfr. 30.
[3] Cfr. 32.
[4] I libri in inglese che affrontano questo problema: L. Samuelson, I piani della macchina da guerra di Stalin, Tukhachevskii e la pianificazione militare-economica, 1926-1941, Macmillan, Basingstoke, 2000 e Harrison M. e Davies R. W. Lo sforzo militare-economico sovietico durante il secondo piano quinquennale (1933-1937) in Euro-Asian Studies, 1997, n° 3.
[5] Di cui il mio libro del 1996, J. Sapir, Manciuria dimenticata, grandezza e smisuratezza dell’arte della guerra sovietica, Editions du Rocher, Parigi, Monaco, maggio 1996 (ripubblicato dallo stesso editore nel 2016).
[6] Sapir J., Le origini sovietiche del concetto di rivoluzione negli affari militari in L’Armement, NS, No. 51, Marzo 1996, pp. 143-150; vedi anche: Storia militare come strumento di legittimazione nel pensiero militare sovietico, in Cahiers du Centre d’Études d’Histoire de la Défense, No. 16, pp. 38-56.
[7] Cfr. 219.
[8] Cfr pp. 223-224.
[9] Sapir J., La sconfitta francese nel 1940 vista dai sovietici, in Cahiers du EEMC, No. 23, Nouvelle histoire bataille (II), pp. 273-281.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora