Boleslaw Piasecki: un cattolico contro la piovra vaticana e imperialista nella Polonia popolare

Luca BaldelliLa crociata vaticana contro i Paesi socialisti, supportata materialmente dall’imperialismo anglostatunitense, ha sempre mirato a diffamare l’ideale marxista-leninista come principale bussola di trasformazione sociale per l’umanità, degradandolo a bieco materialismo senz’anima. Non solo: questa “pugna spiritualis” degna di miglior causa, che di spirituale e di teologico aveva veramente poco, ha sempre teso a nascondere, infangare e distorcere il ruolo costruttivo di milioni di cristiani, cattolici e non, nella costruzione della nuova società, mondata dalla lordura dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Abbiamo avuto modo di esaminare il caso emblematico dell’abate cecoslovacco Josef Plojhar; questa volta, invece, ci sposteremo un po’ più a nord, in Polonia, Paese cattolicissimo, con un’atmosfera bigotta e codina diffusa, percepibile sin dalle pietre delle strade. Qui, lo schema disinformante e inquisitorio della crociata vaticana contro il socialismo e i suoi “compagni di strada”, riscontrabile in ogni angolo dell’est europeo, fu replicato fedelmente e anzi reso più pesante ed invasivo. Oggi, tutti coloro i quali pensano al cattolicesimo polacco vanno con la mente alla bianca veste di Wojtyla o ai baffi biondo-arancio di Lech Walesa. A pochi, pochissimi, balenerà davanti l’immagine di Boleslaw Piasecki. Un nome, questo, misterioso, enigmatico, ostico persino nella fonetica. Un personaggio senz’altro scomodo, Piasecki, ovvero non accomodante, né addomesticabile, né tanto meno collocabile nel Pantheon ipocrita, onnicomprensivo e per ciò stesso nullacomprensivo, della religiosità new-age, irenica e all’acqua di rose, che tanto va di moda in quest’epoca di valori forti banditi e di pensieri deboli resi forti dal potere. I fautori dello scontro cieco ed incondizionato fra diverse concezioni dell’uomo e del mondo, hanno tutto l’interesse a far credere che il comunismo abbia perseguitato sistematicamente i cristiani, fino quasi a cacciarli nelle catacombe; Piasecki rappresenta, come Plojhar, l’esempio incarnato di quanto tutto ciò sia falso e di come, invece, le masse cristiane e cattoliche dell’est-europeo abbiano, nella loro stragrande maggioranza, collaborato in maniera leale e fruttuosa con il potere popolare.
Nato nel 1915 a Lodz, in una famiglia di funzionari pubblici (il padre era dottore agronomo), Boleslaw Piasecki frequentò il Ginnasio “Jan Zamoyski” di Varsavia, laureandosi poi in Giurisprudenza presso l’Ateneo della Capitale polacca, nel 1935. Influenzato dalle idee nazionaliste e sovraniste, Piasecki, sempre nel 1935, fondò il ”Movimento nazional-radicale Falanga”, noto anche semplicemente come “Falanga” (“Falange”). Su tale formazione politica, il giudizio di vari storici è stato estremamente negativo: hanno assimilato la “Falanga” sic et simpliciter al fascismo, senza cogliere le contraddizioni, la dialettica interna a quel movimento fra conservatori tradizionalisti, nazional-rivoluzionari ed elementi filo-fascisti e filo-nazisti. Di certo, in questo caleidoscopio, Piasecki rappresentò sempre la tendenza nazional-rivoluzionaria, radicale, fautrice di profonde riforme sociali all’insegna del corporativismo integrale, ma senza sposare la visione geopolitica del fascismo né tantomeno la dottrina razziale del nazionalsocialismo. L’ala filo-nazista della “Falanga”, capitanata da Kazimierz Halaburda, fu sempre emarginata e, in gran parte, finì per staccarsi dal movimento. Piasecki, in particolare, cattolico di ferro, combatté con energia ogni infiltrazione dello NSDAP (il Partito Nazionalsocialista di Hitler) nella “Falange”, individuando ed espellendo agenti che, muniti di cospicue somme di denaro e di dettagliati piani di provocazione, intendevano spingere il movimento sul binario morto della sudditanza al III Reich, le cui mire territoriali, fondate sul progetto del “Mein Kampf”, erano per forza di cose incompatibili con le volontà di ogni nazionalista polacco. Esse, infatti, prevedevano per la Polonia un ruolo di colonia, di serbatoio di materie prime e forza lavoro nel quadro del Nuovo Ordine Europeo o al massimo un patto leonino tra Stati sovrani in cui sovrano era solo quello più forte, che sceglieva il più debole come comprimario per un’aggressione all’URSS che ricompattasse attorno alla Germania tutto l’asse anticomunista mondiale, segnato dalle ovvie rivalità inter-imperialistiche. Piasecki, sempre attento e vigile contro provocazioni e snaturamenti di quella che riteneva essere una genuina concezione nazionalistica, radicata nella storia e nella tradizione della Polonia, condusse una critica serrata alle stridenti disuguaglianze sociali, allo strapotere della finanza e delle banche, ai ceti parassitari, auspicando un nuovo assetto più giusto, con un’equa redistribuzione delle ricchezze, la difesa della classe operaia e contadina, la valorizzazione della piccola impresa. Nell’inquadrare questi punti, la “Falange” di Piasecki, come ogni movimento populista di destra della Polonia degli anni ’30 faceva, questo sì, professione di antisemitismo, identificando negli ebrei la causa principale delle disgrazie del Paese. L’antisemitismo di Piasecki, però, era di schietta matrice cattolico– tradizionalista e aveva radici economico-sociali; mai sfociò nell’odio biologico dei nazisti per la stirpe ebraica. Naturalmente, non puntualizziamo ciò a mò di attenuante, ma come doverosa spiegazione, come distinguo che in sede storiografica non ci si può dispensare dal mettere in evidenza, pena la non comprensione di fatti, eventi, scelte. Precisato tale aspetto, basta dare un’occhiata alla biografia di Boleslaw Piasecki per constatare la sua intransigente opposizione al nazismo: soldato nel ’39, al momento dell’invasione tedesca, combatté con coraggio e fino alla fine, a differenza di tanti altri militari legati al governo borghese-conservatore di Skladowski, vassallo della Gran Bretagna, i quali concorsero a provocare il crollo della Nazione per poi darsela a gambe in Romania con ministri e alti dignitari, lasciando il popolo alla mercé della croce uncinata. Arrestato dalla GESTAPO e imprigionato fino all’aprile del 1940, Piasecki venne poi scarcerato e, da uomo libero, ricominciò a tessere le fila di una Resistenza nazionalista ai nazisti occupanti. I tempi erano duri e non agevolavano certo sottigliezze e distinguo; Stalin e l’URSS appoggiavano attivamente i partigiani di osservanza socialcomunista e progressista, gli unici che saldavano alla lotta di liberazione il necessario obiettivo di trasformazione sociale del Paese. In quest’ottica, sia la Resistenza filo-inglese che quella nazionalista di Piasecki, che nel frattempo aveva dato vita ad una “Confederazione nazionale” per distinguersi dagli altri due fronti di opposizione all’occupazione nazista, non potevano che essere viste come focolai di diversione, divisione e anche d’intelligenza col nemico da chi, pochi chilometri più a est, di quel nemico aveva sperimentato sulla propria pelle i peggiori crimini.
Nel 1944, la Resistenza di impronta socialcomunista fondò il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale (PKWN, la sigla polacca), più noto come Comitato di Lublino, nel quale vi erano anche indipendenti, democratici, liberali decisi non solo a liberare il Paese dai nazisti, ma anche ad edificare una nuova Polonia realmente indipendente, libera, sovrana, non succube di inglesi, tedeschi e chicchessia. In questo quadro, i settori nazional-radicali che facevano capo a Piasecki e ad altri, non potevano non entrare nel mirino: il loro rifiuto di appoggiare la Resistenza del Comitato di Lublino fu interpretato come un imperdonabile tradimento e come un fare il gioco del nemico più bestiale e feroce mai apparso sulla scena politico-militare. Non poteva andare diversamente del resto: l’URSS sapeva che solo con la compattezza di tutti i combattenti si sarebbe potuto cacciare al più presto l’invasore e che ogni azione in senso contrario era lesiva, controproducente, scriteriata (quando non era indice di collusione col nazismo). Le pallottole sparate dagli uomini della “Confederazione Nazionale” contro i partigiani e l’Armata Rossa furono la goccia (di piombo) che fece traboccare il vaso: Piasecki, assieme ad altri, venne catturato e imprigionato a Lublino nel novembre del 1944 dalle forze filosovietiche e dall’NKVD. A prendersi l’incarico di seguire i settori nazionalisti fu delegato Ivan Serov, generale sovietico, distintosi tanto nell’Armata Rossa quanto nell’NKVD, uomo di indefettibile fermezza, ma anche di raro tatto e di profonda sensibilità umana, che solo una pubblicistica ed una storiografia bugiarde e faziose come quelle anticomuniste potevano trasformare in un individuo spietato e crudele. Serov aveva una naturale propensione a cogliere i lati positivi anche dove i più vedevano solo il deserto dei tartari. Con pazienza e volontà di capire le dinamiche storiche della società polacca, ponendo al contempo le premesse per un futuro stabile e duraturo di pace e reciproca comprensione, Serov, con l’appoggio di Stalin, del VK(b)P e del Governo sovietico, cominciò a stabilire una linea di dialogo e confronto con la Resistenza nazionalista, compresi gli uomini incarcerati per azioni condotte contro l’Armata Rossa e la Resistenza coordinata da Lublino. Serov seppe vincere l’ostilità e l’opposizione di chi, preso da comprensibile spirito di vendetta, all’interno dell’NKVD in particolare, intendeva procedere per le vie brevi, mettendo tutti i nazionalisti polacchi nello stesso calderone. Piasecki, non certo sotto tortura o sotto costrizione, come hanno insinuato i soliti storici pregiudizialmente ostili al socialismo e all’URSS, anche con l’ausilio di documenti fasulli, iniziò un cammino di avvicinamento al socialismo, mentre i sovietici, dal canto loro, maturarono, in questo scambio, una visione più completa e meno schematica della realtà polacca. Si resero conto che non c’erano solo i fanatici sciovinisti che deliravano attorno ai progetti di una Grande Polonia estesa da Berlino al Mar Nero, né soltanto i vecchi arnesi del filo-tedesco Pilsudski, ma tutta una schiera di social-nazionalisti che, gettati alle ortiche i preconcetti verso il marxismo-leninismo, intendevano integrarsi nel nuovo ordine socialista, appoggiato dalla stragrande maggioranza della popolazione e rafforzato, in mezzo a mille tremende difficoltà, dall’aiuto fraterno dell’Unione Sovietica. Piasecki riceveva regolarmente giornali, riviste e ascoltava la radio: aveva quindi perfetta contezza di tutti i provvedimenti progressisti e innovatori varati dal nuovo governo popolare, nel quale i comunisti erano centrali. Non viveva certo, il fondatore della “Falanga”, in un isolamento paragonabile, anche solo lontanamente, a quello vigente nei lager nazisti. La prova incontrovertibile di ciò è la lettera, inviata da Piasecki a Serov, nella quale il militante nazionalista polacco, in prigione, si dichiarò favorevole alle riforme sociali introdotte dal nuovo potere supportato dai sovietici; in particolare, Piasecki riconobbe che, per la prima volta, si stava procedendo in direzione di una vera riforma agraria, da tempo chiesta dai nazional-rivoluzionari, mentre la nazionalizzazione dei settori economici strategici fu vista come un passo necessario per la creazione di una nuova Polonia realmente indipendente. Allo stesso modo, Piasecki ripercorse nella missiva le tappe del suo indefesso impegno anti-nazista. Un ruolo forte dei cattolici polacchi era imprescindibile, sostenne Piasecki, anche per il futuro socialista della Nazione. Nel luglio del 1945, valutato attentamente il caso suo e di altri (non si facevano sconti a nessuno, né si abusava di alcun principio del diritto, dove comandavano le forze social-comuniste), Piasecki fu liberato e subito si dette da fare per fondare un gruppo di cattolici aperti alla collaborazione con il movimento operaio e comunista. Una resa incondizionata, dettata solo dal ricatto e dalla paura? Nemmeno per sogno!
Piasecki, già nella lettera a Serov, non era arretrato di un millimetro dai propri principi e dalle proprie convinzioni: la sua fede non era in discussione, né poteva esserlo la sua identità di cristiano-sociale, compagno di strada dei comunisti nella costruzione di una società più giusta, ma non appiattito sulle posizioni del marxismo-leninismo. I comunisti polacchi e sovietici non pretesero mai questo, convinti come erano che solo la più ampia coesione delle forze di ispirazione popolare potesse garantire la necessaria opera di ricostruzione sociale, civile, economica e l’approdo a lidi più avanzati di giustizia, libertà ed emancipazione delle classi subalterne. Dal novembre del 1945 partì l’avventura del settimanale cattolico-sociale “Dzis i Jutro” (“Oggi e domani”), nato da un’idea di Piasecki e subito battezzato da successo. Il nuovo organo di stampa irritò in misura parossistica le gerarchie vaticane e quelle ecclesiastiche polacche più reazionarie e legate a Roma: era la prova provata che il nuovo governo popolare di Varsavia, guidato dai socialcomunisti, non solo non proibiva la religione, ma addirittura patrocinava pubblicazioni di carattere religioso. Come si sarebbe potuta continuare a sostenere l’impostura dei regimi dell’ateismo imposto? Come si sarebbero potuti dividere, ora, proletari aventi i medesimi interessi di classe sulla base della religione, anche in quell’occidente nel quale l’avanzata dei comunisti pareva irresistibile? Basta dare un’occhiata ai nomi dei collaboratori di “Oggi e domani” per vedervi personaggi autorevolissimi del pensiero cristiano–sociale polacco, uomini e donne che conosceranno sorti diverse, ma tutti accomunati da schiena diritta e saldezza di principi: Jan Dobraczynski, Konstantin Lubienski, Hanna Malewska, Wojciech Zukrowski. Nel n° 1 della rivista, pubblicato il 25/11/1945, Boleslaw Piasecki dimostrò ulteriormente quanto la sua adesione alla nuova democrazia popolare fosse convinta e poggiasse sull’onestà intellettuale, non sulla convenienza; anziché rinnegare il passato in blocco, egli scrisse: “Sarebbe una sciagura sostenere che il diritto di accesso alla nuova realtà polacca si debba pagare a prezzo del rinnegamento della tradizione, di tanti eroici compagni caduti nella lotta armata o ancora vivi. Sarebbe una sciagura, questa, poiché solo le persone ipocrite accetterebbero a questo prezzo la convivenza con la nuova realtà”. Il potere popolare, dal canto suo, mai pretese, lo ribadiamo, alcuna abiura o autodafè con tanto di sceneggiata barocca, nemmeno rispetto ai contenuti e ai principi della “Falange” nella loro totalità: alcuni punti programmatici del nazionalismo degli anni ’30, specie riguardo all’assetto economico-sociale, erano compatibili con il programma social-comunista, summa di vero patriottismo. In ordine all’antisemitismo, invece, così come rispetto ai sogni di una “Grande Polonia” che equivalevano a dichiarazioni di guerra, non si poteva certo transigere alcunché, e non solo perché i vertici del Partito dei Lavoratori Polacchi (poi Partito Operaio Unificato Polacco) vedevano la massiccia presenza di ebrei (fatto storico inoppugnabile), ma perché la nuova Polonia popolare non poteva tollerare in alcun modo, e sotto nessuna forma, ideologie improntate all’odio etnico, religioso, razziale, né di matrice antisemita, né di matrice sionista.
Boleslaw Bierut, Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco, con la sua linea anti–dogmatica ed unitaria, mirante alla massima compattezza del blocco sociale nel processo di trasformazione socialista del Paese, riuscì ad aggregare tutte le forze vive e dinamiche della Nazione, in un felice pluralismo ignorato e anzi rovesciato nel suo opposto dalle menzogne della storiografia avversa. Ciò gli consentì anche di emarginare elementi settari, cripto–trotskisti e frazionisti che, con la loro visione dogmatica, schematica e avulsa dalla realtà concreta, avrebbero mandato gambe all’aria il processo di costruzione della nuova società, in un contesto dominato fino a poco tempo prima dalla borghesia e dai vecchi ceti aristocratici anacronistici e reazionari. Gli interessi di questi ceti erano stati colpiti, ma l’onda lunga delle loro reazioni e degli intrighi tessuti all’ombra del Vaticano e degli USA si faceva ancora sentire e, con azioni sconsiderate, troppo timide o troppo ardite, si sarebbe trasformata in un ciclone devastante. La saggezza del vertice del Partito Operaio Unificato, il suo indirizzo unitario, democratico e patriottico, nel quadro più ampio del Fronte di Unità Nazionale, evitarono al Paese frizioni e tensioni deleterie. In questo clima propizio per ogni libera espressione e confessione orientate a costruire e non a demolire, Piasecki incastonò, nel 1947, un’altra pietra miliare della sua azione politico–culturale: l’Associazione “PAX”. Questa, accanto al movimento dei “Sacerdoti patriottici”, leali verso il governo a maggioranza social–comunista, propugnò una politica di alleanza stabile e duratura fra le masse popolari cattoliche e la democrazia popolare orientata alla fondazione del socialismo. Un salto di qualità inequivocabile: la fondazione di “PAX”, con il concorso di decine di migliaia di operai, contadini, intellettuali, artigiani, sacerdoti, stette a significare che la corrente social–cristiana non si accontentava più di organi di stampa, iniziative, convegni, ma mirava ad organizzarsi in forma eminentemente politica per difendere i principi nei quali credeva in maniera strutturata, contro l’assalto del Vaticano e dei settori reazionari. Non v’era, infatti, angolo delle Polonia nel quale gli agenti del Papa e degli USA, opportunamente addestrati e foraggiati, non lavorassero come il tarlo per disgregare, sabotare, attizzare odi e ostilità, facendo leva su una religione usata come scudo, nella maniera più strumentale possibile. I vecchi ceti rovesciati dal trono sognavano ancora la riscossa e per far questo pagavano banditi e terroristi per incendiare aziende agricole, minare la produzione nelle fabbriche, intimorire i rappresentanti del potere costituito. Sopra tutti, come supervisori, i servizi segreti occidentali e gli emissari del Vaticano, tutti con agganci di vecchia data nel microcosmo reazionario polacco. L’“Operazione Splinter Factor”, lanciata dai servizi segreti statunitensi nell’est europeo, con l’appoggio logistico e operativo di tutti i servizi imperialisti e dei circoli antisovietici, disseminò l’area d’oltre cortina e segnatamente la Polonia di trame eversive, azioni terroristiche, sabotaggi che solo il largo consenso e l’appoggio entusiastico del quale godevano i governi a maggioranza social–comunista poterono affrontare e sconfiggere. Migliaia di terroristi, muniti di armi modernissime e radioriceventi, furono catturati sui monti e in vari centri urbani. Molti di essi si fecero scudo con il clero reazionario, che li proteggeva attivamente offrendo nascondigli e rifugi in Chiese ed immobili di proprietà della Chiesa; i preti legati agli eversori, ogni volta che veniva compiuta un’operazione di polizia in immobili ecclesiastici per stanare i banditi, gridavano all’oltraggio dei “senza Dio” per mascherare il loro ruolo losco e alimentare il mito cinico e falso della persecuzione a loro danno. L’associazione “PAX “, in questo quadro, partecipò attivamente allo smascheramento dei nemici interni ed esterni, con l’azione concreta, con la parola e con gli scritti. I seguaci di Piasecki, stretti attorno alla loro guida, dettero eccelsa prova di patriottismo e riscattarono, agli occhi delle autorità, il nome del cattolicesimo polacco, infangato dai crociati della guerra fredda. Questa posizione coraggiosa, ferma e leale attirò per tutti gli anni ’50 su “PAX” l’odio e le calunnie, l’ostracismo e la persecuzione della parte più retriva del clero: essa, naufragati miseramente i progetti di restaurazione dell’ancien regime, e colpiti nelle vive carni i suoi interessi materiali, cercò in ogni modo, con l’aiuto del Vaticano, di mettere i bastoni tra le ruote ai tantissimi parroci, sacerdoti, vescovi che non volevano seguire la via suicida e criminale della lotta contro il socialismo. Fu solo grazie alla solidarietà ed alla protezione offerta dal governo degli “atei trinariciuti” se questi uomini di Chiesa, liberi ed onesti, ebbero garantita la loro libertà d’azione e, spesso, la loro incolumità fisica. Stefan Wyszynsky, Primate polacco, legatissimo al Vaticano, cercò di mantenere fino ad un certo punto il necessario equilibrio: nemico delle spinte più reazionarie e destroidi, sapeva bene che il governo popolare aveva riconosciuto la piena libertà alla Chiesa e la sua giurisdizione su alcuni beni fondamentali, nulla pretendendo se non la lealtà del clero alle leggi, ma, nello stesso tempo, era pressato in maniera veemente da Papa Pio XII affinché promuovesse uno scontro radicale con il potere popolare. Preso tra due fuochi, Wyszynsky si buttò nelle braccia della reazione interna ed internazionale e dovette esser condannato all’isolamento, vittima non certo del potere popolare ma di chi, in quella situazione, lo aveva messo contro la sua stessa volontà: USA e Vaticano. Bierut e i vertici del Partito Operaio Unificato Polacco compresero il dramma dell’uomo Wyszynsky e cercarono sempre di lenire la sua condizione di internato, preso in consegna in primis da istituti religiosi. La lotta contro i nemici del popolo aveva le sue insuperabili necessità, ma mai ci si dimenticava di rispettare l’uomo, la sua storia e la sua condizione legata al contesto generale, con un’etica che nei Paesi capitalisti nemmeno si poteva sognare. “PAX”, e Piasecki in modo particolare, insorsero contro le ingerenze vaticane ed imperialiste, anche e soprattutto in questo caso, mantenendo dritta la barra dell’appoggio alla democrazia popolare e contribuendo in maniera sempre più costruttiva all’unità della Nazione: l’Associazione poté dispiegare quest’azione anche grazie al fatto che controllava vari canali mediatici, dai settimanali “Aurora” (“Zorza”) e “Direzioni” (“Kierunki”), fino al quotidiano “La parola universale” (“Slowo Powszechne”), passando per la florida casa editrice (“Istituto editoriale PAX”). Accanto a ciò, l’accresciuto peso politico fu decisivo per rafforzare la compagine cattolico-sociale: nel Parlamento (“Sejm”, o Dieta ), gli uomini di “PAX”, attivi anche nel “Movimento patriottico di rinascita nazionale”, erano ben rappresentati all’interno del “Fronte di Unità Nazionale”, come indipendenti o aderenti ad altre formazioni politiche. La balla del monopartitismo vigente ad est, ripetuta ossessivamente da tutta la propaganda anticomunista, a dispetto dell’evidenza della realtà, nella storia della Polonia era particolarmente ridicola: nel “Sejm”, infatti, fino al 1989, accanto ai deputati del Partito Operaio Unificato Polacco vi furono sempre i cattolici aderenti a “PAX”, presenti come indipendenti, aderenti al Partito Popolare Unito e al Partito Democratico.
Piasecki, amato dal popolo e stimato dai vertici politici, cominciò però ad essere insidiato, nella sua posizione, a partire dal XX Congresso del PCUS: si formò un inedito asse revisionista-reazionario che, con la morte di Bierut (sulla quale ci sarebbe molto da indagare…), mirò a riportare le lancette della storia indietro, affratellando, in maniera del tutto strumentale, i kruscioviani di stretta osservanza ed il clero conservatore e maccartista. Più la società si disgregava, più subentrava all’unità il contrasto, più questi settori guadagnavano punti; in particolare, il solco tra cattolici e comunisti andava allargato fino al parossismo. Come non vedere in tutto questo le premesse per la nascita, anni e anni dopo, del cosiddetto “Sindacato libero “ Solidarnosc? Piasecki ricevette sempre più attacchi, strali e dovette subire, di quando in quando, umiliazioni assurde, come la censura delle notizie che lo riguardavano sui giornali a maggior tiratura, censura oltremodo ridicola visto il raggio d’azione capillare degli attivisti di “PAX” e la diffusione, altrettanto capillare, delle riviste legate all’Associazione. Non erano gli “stalinisti” tanto deprecati a censurare, ma i nuovi “liberali” saliti al vertice del Partito Operaio Unificato Polacco e solo l’equilibrio e la saggezza di Gomulka, nuovo Segretario del Partito dopo la morte di Bierut, riuscirono a frenare le spinte più estreme, senza però rendere inoffensiva la fazione kruscioviana, protetta a livello internazionale fino al 1964. Il fatto curioso è che la vecchia guardia del Partito, di osservanza “staliniana”, subì le stesse azioni ostili di “PAX”, nella Polonia del dopo ’56; un destino comune, quello degli uomini di Bierut e dei seguaci di Piasecki, che nessuno ha voluto mai indagare fino in fondo. Ad ogni buon conto, visto il carattere coeso e la vitalità di “PAX”, dal 1955-56 la fazione comunista polacca più legata al revisionismo kruscioviano, assieme a settori degli apparati spionistici interni e del KGB sovietico orientati nello stesso senso, iniziò a sferrare alcuni colpi bassi all’associazione di Piasecki: si cominciò con una fronda interna, alla quale seguì una scissione, protagonista della quale fu (guarda caso!) un uomo destinato a ricoprire un ruolo importante in “Solidarnosc”: Tadeusz Mazowiecki. Non solo: nel 1957, uno dei sette figli di Piasecki, Bohdan, nato dal matrimonio con l’eroina Halina Kopec, caduta nella rivolta di Varsavia del 1944, venne rapito ed ucciso in circostanze oscure, mai del tutto chiarite anche per l’azione degli organi investigativi, i quali, controllati dal Viceministro degli Interni, il liberale kruscioviano Antoni Alster, favorirono la fuga in Israele di diversi sospettati e la latitanza sospetta di altri. La vecchia fazione “stalinista” del Ministero degli Interni, solidale con Piasecki, tentò in ogni modo di far luce, ma la sua azione fu paralizzata dai protettori politici operanti in alto loco. Solo negli anni ’60, infatti, un uomo tutto di un pezzo come Mieczyslaw Moczar riuscì a farsi strada contro le lobbies kruscioviane e sioniste e a diventare Ministro degli Interni, ma era ormai tardi per far piena luce sul caso di Bohdan Piasecki… Qualsiasi fosse lo scenario dietro al fatto criminoso in questione, è chiaro che esso fu diretto a bloccare l’azione politica del Presidente di “PAX”, ma le manovre in tal senso fallirono per il coraggio intellettuale e fisico del personaggio, oltre che per l’appoggio incondizionato che milioni di uomini e donne, di ogni orientamento, continuarono a manifestargli. Piasecki, infatti, restò a capo di “PAX” fino all’anno della sua morte, il 1979, fu ininterrottamente deputato al Sejm dal 1965 al 1979 e ricoprì anche la carica di membro del potete Consiglio di Stato.
Ai funerali di Piasecki presero parte tutte le più alte cariche dello Stato, assieme a migliaia di cittadini comuni ed alle delegazioni dei partiti popolari cristiani del campo socialista. La messa fu significativamente celebrata da Stefan Wyszynsky, a riprova della grandezza del personaggio deceduto e della vicinanza del vecchio Primate e Cardinale, il quale, naturalmente portato al dialogo con il movimento operaio e comunista, negli anni ’50 non se l’era tuttavia sentita di sposare le posizioni di “PAX”. Con la morte di Piasecki ripresero quota i settori clerico–reazionari, i quali ebbero buon gioco ad attuare diversioni e a sobillare il popolo nel quadro di una crisi economica pesantissima che, nata nel mondo capitalista e a causa del capitalismo, contagiò ben presto la Polonia, Paese che con il mondo capitalista aveva avviato rapporti economici intensi e duraturi, anche oltre i livelli di prudenza raccomandabili. Questa, però, è un’altra storia, che non mancheremo di raccontare…Riferimenti:
Purtroppo, la congiura imperialista del silenzio su “PAX” e su Boleslaw Piasecki non aiuta a reperire opere per capire meglio la storia e i contorni di “PAX”. Per chi avesse voglia di spaziare tra più fonti, non solo apologetiche e non solo italiane, ma anche critiche e in lingua straniera, suggeriamo i seguenti riferimenti:
Boleslaw Piasecki:
Zagadnienia istotne” (“Questioni fondamentali”, Varsavia, 1954)
Patriotyzm polski”, (“Patriottismo polacco”, 2 voll., Varsavia 1958/60)
Kierunki 1945-1960”, (“Direzioni 1945-1960”, Varsavia 1971)
Mysli” (“Pensieri”, Varsavia 1983)

Per un panorama sintetico ma indicativo sulla sovversione atlantico–vaticana in Polonia:
William Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti d’America” (Fazi, 2003)
Victor Marchetti – John D. Marks, “CIA – culto e mistica del servizio segreto” (Garzanti, 1975)

L’abate Plojahr: l’uomo che unì crocefisso, falce e martello

Luca Baldelli

La storia non è solo il fluire tempestoso, rocambolesco e a volte rodomontesco di eventi, figure e fatti che modellano il terreno delle umane sorti dal quale traggono origine; la storia non è solo la dinamica incessante, eppur tormentata e reversibile, dello sviluppo delle forze sociali e produttive; la storia non è solo e soltanto il filtro attraverso il quale si fa strada, catalizzato dal ribollire tumultuoso della lotta di classe, il cammino ascendente delle classi subalterne. La storia è, anche, impietosamente e dialetticamente, a confermare la giustezza e l’aderenza al reale della weltanschauung marxista, il magazzino delle sane abitudini dismesse, dei luminosi principi abbandonati perché non più “alla moda” e, ancor più, delle figure gettate nel pozzo dell’oblio perché scomode, per l’esempio ancor prima che per il pensiero o per gli scritti. Una di queste figure dimenticate è, senza dubbio, l’abate cecoslovacco Josef Plojhar (1902–1981). Nativo di Ceske Budejovice, animatore del Partito Popolare Cecoslovacco, d’ispirazione cristiano-sociale, ne difese sempre l’ancoraggio democratico e progressista, contro le tendenze e le infiltrazioni conservatrici, reazionarie e anche fasciste, volte a farne un Partito fantoccio anticomunista, dipendente dai circuiti imperialisti tedeschi e anglostatunitensi. Nella visione di Plojhar e di altri (si pensi al grande Antonin Pospishil, storico attivista dei lavoratori cattolici cecoslovacchi), il Partito Popolare doveva difendere la propria autonomia di pensiero e di azione e, contemporaneamente, appoggiare attivamente le lotte sociali della classe lavoratrice e l’azione politica del Partito Comunista, caposaldo a garanzia della trasformazione sociale in senso progressista. Tale linea, nonostante tranelli, complotti, ingerenze imperialiste e borghesi negli anni dal 1945 al 1948, uscì vincitrice dai Congressi e dal confronto interno e garantì al Partito Popolare Cecoslovacco un ruolo centrale nelle dinamiche sociali e politiche del dopoguerra, nel quadro della costruzione di un’avanzata democrazia popolare, sostenuta dal fraterno aiuto internazionalista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
I reazionari, sconfitti sul campo nonostante le massicce trasfusioni di dollari e l’appoggio costante del Vaticano, impegnato in prima linea a sabotare ogni politica riformista, anche la più cauta, cominciarono a vomitare bile addosso a Plojhar e ai suoi sostenitori più in vista. Vennero dipinti (e vengono dipinti ancora, dalla stampa borghese) come teste di legno del Partito Comunista, atteggiamento perfettamente prevedibile da parte di chi intendeva fare del Partito Popolare Cecoslovacco la testa di legno collettiva dell’imperialismo, dell’eversione anticomunista ed antisovietica. Una storia già vista, anche e soprattutto in Italia, Paese nel quale gli ex-fascisti, entrati in massa nella DC dopo il 25 aprile, etichettavano sistematicamente come “comunisti mascherati” i cattolici popolari più schietti, avanzati e radicati nelle masse lavoratrici, fautori di una strutturale collaborazione con le sinistre per realizzare i principi ed il programma dei Murri, dei Miglioli e di altri araldi del cattolicesimo sociale più autentico.
Josef Plojhar, rappresentante in Cecoslovacchia di questo filone, aveva tra i suoi riferimenti principali la “Rerum Novarum”, enciclica del 15 maggio 1891 con la quale Papa Leone XIII aveva coraggiosamente marcato un netto discrimine tra il liberalismo borghese, secolarista, pervaso di mistica della proprietà e della produzione e la visione cristiana dell’economia e della società, fondata sulla giustizia distributiva, sul lavoro in funzione dei bisogni umani e non viceversa, sulla valenza sociale della proprietà, svincolata da ogni culto idolatrico. Plojhar, però, intendeva andare oltre: se nella “Rerum Novarum” il socialismo era qualificato come “falso rimedio”, nocivo e distorto, ai mali del capitalismo selvaggio, per l’Abate era invece, nel dopoguerra più che mai, il naturale alleato della battaglia dei cristiano-sociali per la liberazione del ceto operaio e contadino dallo sfruttamento dei ricchi. Non solo: Plojhar era stato un antifascista combattente, imprigionato dalla Gestapo fin dal 1939 nei lager di Buchenwald e Dachau, dai quali verrà liberato solo nel 1945. Questo passato così recente e pesante, lo aveva segnato in profondità e lo aveva reso particolarmente vigile e attento contro ogni forma di tolleranza verso elementi fascisti e reazionari. Eletto all’Assemblea costituente nel 1946, Plojhar si distinse subito per acume e spirito battagliero; nel 1948, senza alcun timore, si oppose (era già Ministro della Sanità) al colpo di Stato ordito dalla destra che, appoggiata dai circoli imperialisti, intendeva instaurare una dittatura oligarchica e fascista, mettendo fuori legge il Partito comunista (sempre più forte e radicato) e tutte le forze progressiste del panorama politico cecoslovacco. La milizia operaia, mobilitata dal Presidente del PC e Primo Ministro Klement Gottwald, presidiò ogni angolo del Paese, con attività intensa soprattutto a Praga, epicentro del complotto, facendo fallire i piani eversivi di restaurazione. Assieme ad essa, scesero in piazza anche tantissimi liberali, socialdemocratici, repubblicani e cattolici-popolari, decisi ad impedire l’avvento di un regime borghese e reazionario. Le arringhe e le invettive di Plojhar, particolarmente veementi, gli fecero subire, in modo particolare in occidente, ma anche tra gli elementi conservatori e filofascisti operanti in clandestinità in Cecoslovacchia, attacchi virulenti ed incessanti. Nessuna infamia gli venne (e gli viene ancora oggi) risparmiata: membro clandestino del PCC (“ponorkou”, ovvero sottomarino, con una colorita definizione allora in voga); donnaiolo impenitente; uomo intrigante e libidinoso. Il tutto con l’ausilio di documenti falsi, di patacche prefabbricate nei laboratori nazisti e angloamericani. Queste vigliaccate, mirate ad insozzare una delle più adamantine figure della scena politica cecoslovacca, non minarono però il morale e lo spirito del sacerdote, sempre più osteggiato dalle gerarchie ecclesiastiche, quelle stesse gerarchie che avevano mostrato acquiescenza o aperta complicità con Hitler e con le sue belve assetate di sangue, che si erano esibite in saluti romani e benedizioni di armi, che avevano voltato la faccia davanti a massacri inenarrabili, ma che ora, con il socialismo vittorioso e in piena espansione, improvvisamente promuovevano azioni di disobbedienza civile, tiravano fuori morali, disquisizioni etiche sciorinate con la stessa disinvoltura con la quale avevano avallato operazioni banditesche e genocide durante la guerra, alla faccia del sempre echeggiante “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Soprattutto, alle gerarchie ecclesiastiche non andava giù che, in Cecoslovacchia, i loro latifondi, le loro proprietà eccedenti il giusto ed il normale, venissero espropriate a vantaggio dei ceti subalterni, quelli che non avevano mai avuto nemmeno un fazzoletto di terra dove piantare una cipolla per la zuppa. Nella concezione cristiana e caritatevole di questa gente, la morte per fame di migliaia e migliaia di contadini, la malnutrizione di milioni di essi, lo sfruttamento feroce della classe operaia da parte di un pugno di privilegiati, non avevano nessuna importanza, anzi erano tutti elementi cinicamente contabilizzati come fatti necessari per poter spargere a piene mani la retorica pietista e consolatoria. Bisognava far cadere dall’alto le briciole nelle mani dei poveri! Guai a rimuovere le cause della loro povertà! E guai se qualche sacerdote, come Plojhar, mandava in frantumi questo piano, offrendo l’esempio vivo, concreto e lampante di un’altra concezione del messaggio di Cristo!
L’Abate, comunque, continuava a mostrarsi refrattario e indifferente, con impassibile coraggio (il coraggio dei puri e dei forti!) a qualsivoglia pressione dall’alto! Non stette a sentire neppure l’arcivescovo di Praga Beran, a suo tempo imprigionato dai nazisti, ma ferocemente anticomunista e antisovietico, il quale gli intimava di non prendere più parte ad alcuna attività politica. Presto arrivò la scomunica, quella scomunica che investiva i comunisti e i loro alleati e sodali e che mai era stata comminata a chi aveva bruciato nei forni milioni di uomini, donne e bambini! Plojhar si gettò ancora più a capofitto nell’impegno, convinto com’era che l’opera di apostolato passasse anche per l’impegno del cristiano in politica. Questo atteggiamento fu premiato dai cecoslovacchi, che avevano ancora impresso sulle carni il marchio vivo dell’oppressione nazista e vedevano nel socialismo e nei suoi “compagni di strada” la garanzia più sicura contro il ritorno della peste nera, rinfocolata e attizzata dal militarismo e dall’imperialismo occidentale. L’Abate fu quindi entusiasticamente rieletto in Parlamento nel 1948 nelle file del Partito Popolare e il successo fu replicato nel 1954. Plojhar si era messo in luce, intanto, come Ministro della Sanità, per il suo impegno costante, indefesso ed efficace per la creazione di un sistema efficiente di cura e prevenzione, a partire dalle fabbriche e dai villaggi agricoli, sistema che consentirà alla Cecoslovacchia di vantare indici migliori di quelli di tanti Paesi avanzati dell’Europa occidentale, nei quali l’influsso della concezione socialdemocratica dello Stato sociale aveva segnato in profondità lo sviluppo delle infrastrutture socio-sanitarie. Tanta fu la capacità dimostrata da Plojhar in qualità di Ministro della Sanità, che lo stesso fu chiamato a ricoprire tale carica ininterrottamente, fino al 1968. Parallelamente al lavoro nella compagine ministeriale, il sacerdote amico del popolo, a riprova di quanto fosse tutto fuorché lo zerbino dei comunisti o di chicchessia, fu decisivo nell’impedire che i termini dei negoziati tra governo comunista e Chiesa cattolica fossero troppo svantaggiosi e penalizzanti per la seconda (per reazione alle malefatte storiche del clero, beninteso!) e, pur partecipando alla redazione degli atti per la rimozione del vicario capitolare di Praga, soggetto reazionario e ostile a qualsiasi approccio leale verso il governo a guida comunista, mise anche in guardia contro i rischi e la vacillante legittimità giuridica di quegli atti (che infatti vennero impugnati, per la gioia dei trotskisti infiltrati nel PC e smascherati a tappe progressive dal 1949 al 1954, i quali ci avevano messo lo zampino). Allo stesso modo, l’impronta di Plojhar fu fondamentale nella creazione e promozione di tutta una serie di gruppi, sodalizi, movimenti, cattolico-progressisti, propugnanti l’incontro con il movimento operaio e comunista: parliamo del Movimento Patriottico dei Sacerdoti (del quale fu Presidente dal 1948), del Comitato Nazionale del Clero Cattolico, del Movimento Pacifista del Clero Cattolico, centrale quest’ultimo nelle mobilitazioni contro l’arma atomica imperialista e per la difesa di una pace fondata sulla più completa giustizia sociale nel mondo. Il coraggioso sacerdote fu pure decorato con l’Ordine di Klement Gottwald nel 1955 e nel 1962 e, come riconoscimento per la sua profondità dottrinaria e per le sua ampie conoscenze, ricevette il Dottorato onorario di Teologia a Litomerice, presso la Facoltà di Teologia dedicata ai Santi Cirillo e Metodio (1950). Quest’ultimo “blasone” era la chiara testimonianza della stima della quale il sacerdote godeva presso il clero di estrazione popolare e piccolo-borghese, quello più vicino alle esigenze dei lavoratori e più consapevole del proprio ruolo nella società socialista. Grazie a questa parte del clero, le persecuzioni vaticane contro Plojhar, incoraggiate dall’arcivescovo Beran fino al momento del suo arresto nel 1951, restarono di fatto lettera morta.
Proprio sulla questione del rilascio di Beran, Plojhar marcò ancora una volta la sua autorevolezza e indipendenza dal Partito Comunista, del quale era buon alleato ma mai e poi mai servo: nel 1956, mentre nelle fila del PCC, dopo il XX Congresso del PCUS, era tutto un profluvio di irenismi e di autocritiche, di mani tese e di intenti “liberali”, anche verso il clero reazionario che non aveva mai mollato la presa, Plojhar, contrastando il volere espresso dai vertici del Partito Comunista Cecoslovacco, asserì che sarebbe stato dannoso, irresponsabile e suicida rilasciare l’arcivescovo Josef Beran, processato e imprigionato anni prima per il continuo lavorio contro lo Stato e le riforme progressiste del governo a guida comunista. Ad animare Plojhar non era certo uno spirito di vendetta al quale era estraneo, ma semplicemente la constatazione di un dato di fatto: Beran, che pure, lo ribadiamo per amore di verità, a suo tempo aveva sposato la causa antinazista, non si era minimamente ricreduto e non manifestava alcuna intenzione di comportarsi da cittadino e da religioso leale e rispettoso dell’ordinamento socialista, sancito nelle leggi dello Stato cecoslovacco. Pertanto, ogni atto di clemenza nei suoi riguardi non veniva interpretato come un atto di buona volontà, dal quale far discendere un diverso atteggiamento verso le autorità, ma come segno di un cedimento del quale approfittare per tornare a tessere la trama dell’anticomunismo e dell’antisovietismo.
Il nuovo corso varato dopo il 1956 da Antonin Novotny, Segretario del PCC dal 1952 e Presidente della Repubblica dal 1957, vide Plojhar, sempre amato dal popolo, restare in sella, ma in posizione più marginale dal punto di vista politico. Se da una parte proseguiva il suo accorato impegno da Ministro della Sanità, dall’altra il suo carisma, fonte di diffuse invidie, cominciò a mostrare la corda, disprezzato com’era da tutta una schiera di arrivisti senza scrupoli, trotskisti mascherati e rinnegati di vario tipo, i quali andranno a costituire l’ossatura del gruppo dubcekiano, gruppo che pianificherà e cercherà di attuare, sotto gli slogan sul “socialismo dal volto umano”, lo smantellamento del socialismo tout court e la trasformazione della Cecoslovacchia in una piazzaforte nevralgica per l’imperialismo ed il sionismo. Per l’Abate che aveva contribuito ad edificare, con la forza della sua intelligenza ed il coraggio delle sue azioni, la democrazia popolare, si apriva un periodo drammatico, di sfiducia, depressione, rabbia verso uno stato di cose percepito sempre più come ingiusto. Vi fu, negli anni ’60, chi tentò di infamarlo ulteriormente, per una sua presunta propensione per l’alcool, debolezza assolutamente inesistente in Plojhar: nativo di Ceske Budejovice, come ogni buon figlio della sua terra, il sacerdote amava la birra ed il vino, ma non era un beone incallito (visse 79 anni, età irraggiungibile da un alcoolista) né sono da ritenersi veritieri i racconti di certi storici legati a lobbies catto-conservatrici foraggiate da USA, Germania e Vaticano, che vedono come protagonista un Plojhar impegnato in sfide all’ultima vodka con i russi. La calunnia è un venticello, recita un antico adagio; in Cecoslovacchia, negli anni ’60, essa soffiava addosso a Plojhar con la devastante forza di un uragano. L’Abate, questo sì, fu sempre amico sincero e convinto dell’URSS: cristiano intransigente, egli vide sempre, nel primo Stato con gli operai e i contadini al potere, un bastione insostituibile per chiunque intendesse edificare una società più giusta, equa e avanzata, liberata dallo sfruttamento e dalla tirannia dei ricchi. Non fu per caso, quindi, che dal 1952 al 1970 presiedette l'”Unione per l’Amicizia Cecoslovacco–Sovietica”. Profondo conoscitore, altresì, della lingua tedesca, suo raffinato e forbito cultore, Plojhar fu poi spesso presente nei ranghi delle delegazioni cecoslovacche in visita nella DDR e dette un contributo fondamentale alla tessitura di un’alleanza tra il Partito Popolare Cecoslovacco e le formazioni cristiano-democratiche attive nel panorama est-europeo, segnatamente quelle polacche e tedesco-orientali. Questa azione positiva e costruttiva, parallelamente all’impegno internazionalista dei Partiti Comunisti, risulterà preziosa per la promozione di una reciproca comprensione fra popoli storicamente divisi da rivalità e odi rinfocolati dall’aristocrazia e dalla borghesia.
Dopo la sconfitta del tentativo di golpe di Dubcek, che per tempo aveva allontanato Plojhar da ogni posizione di potere (e chissà come sarebbe finita qualora avesse vinto con l’appoggio delle potenze imperialiste!), il sacerdote venne chiamato ancora a dare il suo contributo al consolidamento del socialismo in Cecoslovacchia. La nuova guida del Paese, Gustav Husak, figura saggia ed equilibrata, tenne in debito conto lo spessore di Plojhar, il quale, libero ormai dalle minacce delle squadracce trockiste, revisioniste e reazionarie, venne rieletto deputato nel 1976 e nel 1981, per la gioia di un popolo che lo aveva sempre amato e mai lo aveva dimenticato, anche nei momenti più duri e difficili. Nel novembre 1981, Josef Plojhar passò a miglior vita per un malore sopraggiunto in una sede assai cara al sacerdote: l’ambasciata sovietica, emblema di un Paese da lui amato e rispettato. Si era recato in quel luogo per partecipare ai festeggiamenti per la Rivoluzione d’Ottobre, evento storico di capitale importanza nel quale egli vedeva la riscossa degli ultimi, quegli ultimi innalzati nel Vangelo a sale della Terra e motore della storia.

Come Hitler divenne Hitler e perché ciò è importante oggi

Igor Shumejko, Strategic Culture Foundation 03/11/ 2016

137Nell’ottobre 2016, la rivista statunitense The National Interest diede un’occhiata alla esperienza storica del 20° secolo, pubblicando l’articolo di David Axe intitolato “Il modo scioccante con cui Hitler divenne Hitler”. Molti autori si riferiscono allo stato attuale delle relazioni internazionali come “guerra fredda 2.0”, notando che il conflitto ideologico tra occidente e URSS durante l’ultima guerra fredda si basava sulle diverse interpretazioni del 20° secolo, tra cui l’importante soggetto della Seconda guerra mondiale. E in ciò, la questione di “chi ha la colpa” era più importante. Chi fu responsabile del fallimento del trattato di Versailles, dell’avvento al potere di Hitler e dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale? Questo sembra essere ciò di cui l’autore di National Interest scrive. Eppure l’attenzione sulla personalità del Fuehrer e l’emarginazione dell’influenza di potenti forze politiche che permisero l’ascesa di Hitler, sono la cortina fumogena che nasconde il problema. Da qui le bugie sul Patto di non aggressione tedesco-sovietico del 1939 (Patto Molotov-Ribbentrop) e la risoluzione 2009 del PACE, che eguaglia Unione Sovietica e Germania di Hitler come “due regimi totalitari”. Così, quando esattamente Hitler divenne Hitler?
Un dettaglio rivelatore notato dallo storico Jacques Bergier è che nell’estate 1938 gli abitanti di Berlino smisero di gridare “Heil!” tornando ai vecchi saluti. Nell’estate 1938, il potere di Hitler era considerato totale, ma il comandante del 3° Distretto Militare a Berlino, Feldmaresciallo Erwin von Witzleben, giustiziato da Hitler nel 1944, aveva apertamente provato la presa della Cancelleria del Reich. Molti generali tedeschi credevano che la Germania avrebbe affrontato l’inevitabile sconfitta tentando di occupare la Cecoslovacchia nel 1938. Dandone la prova al processo di Norimberga, il felmaresciallo tedesco Keitel, capo del Oberkommando der Wehrmacht (Comando Supremo delle Forze Armate), disse: “Eravamo straordinariamente felici che non ci fosse stata l’operazione militare, perché… eravamo sempre stati del parere che i nostri mezzi d’attacco alle fortificazioni sul confine della Cecoslovacchia fossero insufficienti. Da un punto di vista puramente militare ci mancavano i mezzi offensivi per sfondare le fortificazioni della frontiera”. Inoltre, i pacificatori occidentali cedettero a Hitler l’industria degli armamenti di prim’ordine della Cecoslovacchia, a Monaco di Baviera. La Germania mise le mani sulle officine Škoda, il secondo arsenale più importante dell’Europa. E così gestendo le famose Škoda, la Germania mise le mani sul parimenti gigante metalmeccanico CKD e il gigante aeronautico Aero Vodochody, che produsse il Focke-Wulf Fw-189 per tutta la guerra, e molto altro. All’epoca, i carri armati e i cannoni cecoslovacchi venivano venduti in tutto il mondo, rendendo Praga uno dei principali esportatori di armi al mondo.
Prima dell’accordo di Monaco, le forze armate dei due Paesi apparivano così: l’esercito cecoslovacco aveva 1582 velivoli, 469 carri armati e 2 milioni di soldati, mentre l’esercito tedesco aveva 2500 aeromobili, 720 carri armati e 2,2 milioni di soldati. Le dimensioni dei due eserciti erano paragonabili. Inoltre, il confine tra Cecoslovacchia e Germania erano i montuosi Sudeti. Fin da quando la Cecoslovacchia nacque nel 1919, costruì fortificazioni nel territorio dei Sudeti. La combinazione di fortificazioni moderne e terreno montagnoso resero la Cecoslovacchia inespugnabile all’aggressione tedesca. E tutto questo fu ceduto senza combattere. Così come i Sudeti fortificati, vi era anche l’accordo sovietico-cecoslovacco, ma l’assistenza militare che conteneva fu bloccata dalla Polonia. E Mosca sapeva che c’era già la guerra tra Unione Sovietica e Germania di Hitler nel 1938, solo che avveniva in Spagna, dove la vittoria era ancora in bilico. A Monaco di Baviera, gli inglesi diedero garanzie ai rappresentanti cecoslovacchi. Chamberlain gli disse: “I diritti delle minoranze nazionali sono sacri! Consegnate i Sudeti e avrete garanzie sui nuovi confini”. Tutte queste chiacchiere sulle garanzie occidentali furono inutili, dato che la montagnosa regione fortificata dei Sudeti garantiva la piena sicurezza alla Cecoslovacchia. Il 30 settembre 1938, tuttavia, l’esercito cecoslovacco si ritirò da Sudeti lasciandosi alle spalle le fortezze montane e i principali impianti industriali. Ma Hitler subito presentò alla Cecoslovacchia altre richieste e il 15 marzo 1939 la Germania occupò l’intero Paese.
Hitler fu salvato dall’accordo di Monaco con le democrazie occidentali, dandogli il potere fino all’aprile 1945. La domanda posta da The National Interest, “Quando Hitler divenne Hitler?”, ha una risposta semplice: “A Monaco di Baviera nel 1938”. L’accordo di Monaco di Baviera fu un accordo amichevole tra democrazie e Germania nazista, e ciò non può essere cancellato dalla storia. Fu l’accordo tra l’aggressore e i suoi amici. La ragione per cui dovremmo tutti ricordarlo oggi è chiara: l’occidente ancora una volta cerca di porsi da ‘pacificatore’ per evitare la sconfitta dei terroristi che hanno invaso la Siria e che ora minacciano l’Europa.republikaLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La più grande operazione della seconda guerra mondiale

Agosto 1945: l’URSS sconfigge il Giappone
Bruno Birolli, Fascinant Japon

75b09cc90b375e5d5b717275e13Il 15 agosto 1945, l’imperatore Hirohito ordinava via radio al popolo giapponese di “sopportare l’insopportabile”. L'”insopportabile” era la resa incondizionata negata con forza finché il Giappone fu l’ultimo Paese dell’Asse a continuare la guerra. Cosa spinse Hirohito a chiedere la pace, dopo esser rimasto in silenzio o complice del militarismo giapponese nei quattordici anni di guerra voluti dal Giappone in Asia e Pacifico? La risposta che viene in mente è l’impatto devastante del bombardamento atomico di Hiroshima il 6 agosto 1945 e di Nagasaki il 9 agosto 1945. Fu la distruzione delle due città ridotte in cenere da tali armi terrificanti che costrinse Tokyo ha gettare la spugna. Tale analisi trascura un fattore cruciale: l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica il 9 agosto 1945, tre giorni dopo Hiroshima e Nagasaki, poche ore prima della fulminea conquista della Manciuria da parte dell’Armata Rossa durante ciò che fu la più grande operazione militare della seconda guerra mondiale. La guerra al Giappone fu contemplata da Stalin fin dal 1943, ma voleva evitare che l’URSS combattesse ad ovest e ad est, decidendo l’impegno militare in Asia non prima dell’eliminazione della Germania nazista. Alla conferenza di Jalta nel febbraio 1945, Stalin disse che avrebbe attaccato il Giappone tre mesi dopo la fine delle operazioni in Europa, per dare all’Armata Rossa il tempo di schierarsi in Estremo Oriente. Ad aprile, quando il regime nazista era moribondo, Stalin denunciò unilateralmente il patto di non aggressione che l’Unione Sovietica firmò con il Giappone nel 1941. Da maggio, Stalin trasferì lungo il fiume Amur il corpo d’armata che sconfisse la Germania. Nel luglio 1945, alla Conferenza di Potsdam, ex-residenza del re di Prussia Federico il Grande, Stati Uniti, Gran Bretagna e Repubblica di Cina rinnovarono l’ultimatum minacciando il Giappone di “distruzione totale” se non deponeva le armi. In apertura della conferenza, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman avvertì Stalin che gli Stati Uniti avevano testato un paio d’ore prima la bomba atomica e che decisero di utilizzare questa arma contro il Giappone. Tuttavia, tutt’altro che convinto che l’atomo ponesse fine alla guerra, Truman insistette ancora una volta che l’URSS s’impegnasse subito. Stalin accettò, voleva la sua parte dallo smembramento dell’impero giapponese. Ai primi di agosto 1945, l’Armata Rossa era pronta. In tre mesi, più di un milione e mezzo di soldati, 30000 pezzi di artiglieria e lanciarazzi, circa 5500 carri armati e cannoni d’assalto, 86000 autoveicoli e 3800 aerei attraversarono la Siberia, ammassandosi sul confine del Manchukuo, lo pseudo-Stato creato nel 1932 dai militari giapponesi dopo l’incidente di Mukden. La più grande operazione militare della seconda guerra mondiale era in preparazione. L’Armata Rossa non aveva mai concentrato tanti mezzi. Ma è vero che si lanciò alla conquista di un territorio grande quanto l’Europa occidentale.

Il piano di difesa giapponese
c__pia-de-a-manchuria-_8_1-1 Di fronte l’Armata Rossa agguerrita da quattro anni di combattimenti contro la potente Wehrmacht, sostenuta da un’industria bellica a pieno regime e indenne, che vantava una rete di comunicazione certamente ridotta ma intatta, il Giappone era solo l’ombra di se stesso. I suoi centri industriali venivano regolarmente rasi al suolo dall’Aeronautica statunitense. I suoi collegamenti marittimi con i territori ancora in possesso tagliati dalla flotta sottomarina e di superficie degli USA che, resa audace dall’assenza di risposta dei giapponesi, lanciava incursioni sulle coste dell’arcipelago e tutte le navi giapponesi ancora in navigazione. Il Giappone conservava ancora un’ultima carta: la Manciuria. La maggior parte delle città della Manciuria era fuori dalla portata dei bombardieri degli Stati Uniti e fu risparmiata. I raid aerei tentati contro Shenyang, come poi fu chiamata Mukden, ed altri centri industriali causarono pochi danni. L’armata principale dell’esercito imperiale prima del 1941, l’Armata del Kwantung in Manciuria, pur suddivisa, con il corpo che occupava il resto della Cina, erano le ultime forze del Giappone. Questo esercito di 700000 uomini, sulla carta, in realtà fu ridotto dai prelievi volti a rafforzare fronti come in Birmania. Se, in base ai criteri giapponesi, l’esercito Kwantung era ben equipaggiato, rispetto agli Alleati veniva surclassato nella maggior parte dei settori. Non aveva cannoni anticarro: i cannoni anticarro Modello 97 e Modello 98 (da 20 mm) e Modello 41 (da 47 mm) erano scadenti nei confronti delle pesanti corazzature sovietiche. I suoi blindati erano per lo più cingolette Modello 94 e 97 Te-Ke, e carri armati leggeri Modello 95 Ha-Go, progettati per supportare la fanteria e non per duellare con altri carri armati. I cannoni dei carri armati medi Modello 89 Chi-Ro, 94 e l’ultimo nato 97 Chi-Ha, non potevano perforare l’acciaio delle controparti sovietiche, ed erano molto vulnerabili alle potenti cariche sagomate degli avversari. L’Armata del Kwantung scontava la scelta del Comando di sacrificare i blindati alla fedeltà a una dottrina basata sulla fanteria e il risparmio (1). L’Aeronautica, circa 2000 velivoli, fu spogliata dei mezzi migliori, consegnati agli squadroni dei kamikaze nel Pacifico. La fanteria, chiave di volta del Kwangtung, fu gonfiata dall’immissione di ausiliari locali e coreani coscritti, che non avevano né la fedeltà né la tenacia degli effettivi giapponesi. Fu formata la cavalleria dei russi bianchi inquadrata dal partito fascista pan-russo del generale zarista V. A. Kislitsin, ma il suo valore militare era trascurabile (2). Infine, il comando non era dei più brillante: gli ufficiali più competenti erano finiti sotto il fuoco in altre aree.
Di fronte alla minaccia sovietica, l’Armata del Kwantung optò per una strategia ispirata alle battaglie del Pacifico. Non colpiva più l’avversario con tutte le forze alla ricerca della battaglia di annientamento, puntando sull’impatto frontale quale principio strategico più insegnato in Giappone dal 19° secolo. Dalla fine del 1942, i giapponesi erano sulla difensiva. Si trinceravano in capisaldi ingegnosamente sistemati per fare pagare a caro prezzo all’avversario l’avanzata. L’aggressività offensiva, la strategia dell’esercito imperiale, era divenuta una guerra di logoramento disposta a sacrificare fino all’ultimo uomo, nella speranza di esaurire l’avversario. Consapevole del fatto che le pianure centrali della Manciuria erano terreno per i carri armati sovietici, il piano giapponese mirava a rallentare l’Armata Rossa una volta che attraversava il fiume Amur, per dare il tempo all’Armata del Kwantung di ritirarsi nelle zone montuose al confine con la Corea. Influenzato dalla certezza che il soldato giapponese fosse il migliore del mondo, il comando giapponese intese riconquistare il vantaggio forzando i sovietici a combattere a piedi in queste aree boschive e scoscese, avverse ai carri armati. L’esperienza contro gli statunitensi nel Pacifico si rifletté ancora una volta: l’esercito imperiale abbandonò gli spazi aperti, le spiagge nel caso delle isole del Pacifico, sottolineando le infinite possibilità delle fortificazioni nel terreno accidentato e mimetizzate nella vegetazione. Dietro il piano giapponese si nascondeva un vecchio pensiero strategico. L’obiettivo non era tenersi la Manciuria, sapendone i giapponesi la vulnerabilità, ma fare di questa regione una zona cuscinetto a protezione della Corea. Annessa all’Impero nel 1910, separata dal Giappone dallo stretto di Tsushima, largo appena 100 km ed ancora più facile da attraversare, dato che in mezzo vi è l’isola che da il nome a questo canale tra Mar del Giappone e Mar Giallo, la penisola è un trampolino di lancio ideale per lo sbarco nell’arcipelago. Per bloccare questa porta, il Giappone entrò in guerra contro la Russia nel 1904. E seguendo lo stesso ragionamento, l’Armata del Kwantung preparò un santuario al confine coreano. I giapponesi vi arrivarono dopo la revisione strategica iniziata mezzo secolo prima. Se durante la prima guerra cino-giapponese (1896) e la guerra russo-giapponese tale discussione fu rilevante, nell’estate 1945 non aveva nulla a che fare con la comprensione razionale dei rapporti di forza, dimostrando il vuoto dottrinale dell’esercito imperiale compensata da una fede incrollabile nel senso di sacrificio del soldato giapponese nell’invertire il corso della storia.
In sintesi, l’obiettivo non era battere i sovietici, ma fare lo stesso di ciò che i giapponesi tentavano per fare esaurire gli statunitensi nel Pacifico. Non più la sconfitta ma suscitare disgusto nell’avversario provocando vittime a un livello insostenibile. Il piano giapponese aveva un difetto strutturale: l’errore ripetuto rigidamente dall’alto comando giapponese dagli anni Trenta. Le sue aspettative erano solo proiezioni di come i giapponesi avrebbero diretto la campagna se avessero mantenuto l’iniziativa. Il loro ragionamento corrispose perfettamente ai mezzi a disposizione dei militari, ma ignorò i profondi cambiamenti che la guerra in Europa comportò tra il 1939 e il 1945. Nel 1931, carente in blindati, tranne pochi carri Renault T4, mai utilizzati per il gelo, l’Armata del Kwantung conquistò la Manciuria seguendo le linee ferroviarie. I giapponesi dedussero quindi che i sovietici avrebbero fatto lo stesso. E dato che il confine con la Mongolia era inaccessibile via treno, i giapponesi non rafforzarono quel settore lasciandolo scoperto. Eppure è proprio da lì che i carri armati sovietici entrarono scatenando una delle blitzkrieg più brutali della Seconda Guerra Mondiale.

L’offensiva sovietica
7267051Il 9 agosto 1945, alle quattro del mattino, l’Armata Rossa iniziò l’offensiva. I servizi segreti sovietici compresero le intenzioni giapponesi e le operazioni furono adattate di conseguenza. L’offensiva generale seguì tre linee, ognuna con una funzione molto specifica. Un attacco in direzione est-ovest dalla provincia marittima tra Khabarovsk e Vladivostok. Allo stesso tempo, le forze sovietiche passavano il fiume Amur e si lanciavano verso il sud. Ma questi due fronti non erano volti a sferrare il colpo fatale: erano diversivi per spezzare, bloccare e ingannare l’Armata del Kwantung. Il cuore dell’offensiva sovietica partiva dalla Mongolia dove, con una manovra a tenaglia nella steppa, i sovietici intendevano massimizzare l’esperienza sui corazzati appresa contro i tedeschi. L’armamento di questi tre fronti corrispose esattamente al ruolo assegnatogli. I fronti orientale e settentrionale concentravano la gran parte dell’artiglieria pesante e della fanteria d’assalto per distruggere i bunker al confine, mentre il corpo occidentale la cui missione era effettuare lo sfondamento, era formato soprattutto da unità corazzate tra cui le famose divisioni d’élite della Guardia. Ben informati sui punti deboli dei mezzi anticarro dell’Armata del Kwantung grazie agli emigrati russi stabilitisi in Manciuria e ai disertori coreani e cinesi del Kwangtung, i sovietici deliberatamente si privarono del T-34, meglio armato ma troppo pesante per le paludi confinanti la Mongolia, a favore dei carri leggeri di vecchio modello ma molto più veloci. La chiave del successo del piano sovietico era la velocità. L’isola di Sakhalin, la cui metà meridionale era giapponese dalla guerra russo-giapponese, non fu dimenticata. L’11 agosto, i sovietici sfondarono la linea dei bunker che segnava il 50° parallelo sul confine tra i due Paesi. Lo stesso giorno sbarchi avvennero a nord delle coste orientali della Corea.
L’Armata Rossa usò tutte le tattiche con cui schiacciò la Wehrmacht, sbarramenti d’artiglieria fenomenali, bombardamenti aerei implacabili sulle retrovie, movimenti avvolgenti di concentramenti corazzati. Tuttavia, ad est, i sovietici impiegarono in modo innovativo flottiglie di chiatte e monitor in sostituzione di carri armati e artiglieria ostacolati dalle paludi gonfie per le piogge estive e dall’assenza di strade percorribili. Queste chiatte pesantemente armate risalirono il fiume Sungari (affluente del fiume Amur che attraversa la Manciuria) e permettevano con un pescaggio di 15 cm gli sbarchi al tergo dei capisaldi giapponesi. Queste operazioni, supportate da onnipresenti aerei, rimangono nella storia un raro esempio di guerra fluviale in acqua, terra e cielo. La scommessa del comando giapponese di bloccare o almeno ritardare l’Armata Rossa fallì. Costantemente sopraffatta, la Kwantung non poté riorganizzarsi. La fanteria giapponese tuttavia mostrò un fanatismo che sconvolse i veterani più incalliti dei pesanti combattimenti in Europa. Mai i tedeschi dimostrarono tale determinazione. Per compensare l’assenza di armi anticarro, i soldati giapponesi si gettarono in massa sotto i cingoli dei corazzati stringendo una mina o un carico di dinamite sul petto. I contrattacchi furono condotti come nel Pacifico, assalti banzai con la baionetta che i sovietici falciarono senza pietà (1). Questi sacrifici furono vani. Nonostante la resistenza suicida la Kwangtung crollò. L’Armata del Kwantung pagò il prezzo di una concezione della guerra obsoleta. I giapponesi non capirono il ruolo svolto dai blindati nella Battaglia di Khalkhin Gol, o incidente di Nomonhan per i giapponesi, contro i sovietici sei anni prima. Tuttavia, tali scontri limitati e diffusi da maggio a luglio 1939, furono un campo di addestramento per il futuro Maresciallo Georgij Zhukov. E’ in questa zona infestata da zanzare, tra la Mongolia e il Manciukuo, che i sovietici perfezionarono i principi dell’interazione tra artiglieria, blindati e fanteria d’assalto che poi opposero con successo ai tedeschi e portarono al culmine contro i giapponesi nell’agosto 1945.

Il sollievo degli Stati Uniti
1-image1308371029_type1 Non più di quanto gli statunitensi non informarono i sovietici sui dettagli del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, Stalin mantenne segreta la data dell’offensiva contro il Giappone. Alla notizia dell’invasione della Manciuria, gli statunitensi si sentirono sollevati. Il Viceammiraglio John H. Cassady, il secondo in comando nelle operazioni navali, subito espresse il sentimento degli statunitensi. Il blocco del Giappone era imperfetto a causa del Mar del Giappone, “non avevamo alcuna base in questa regione e anche se la Marina Imperiale era stata distrutta, portare le nostre navi in un mare chiuso era una manovra rischiosa. È evidente che i nuovi (l’entrata in guerra dell’URSS) risolvono il problema. Ora il Giappone sul fianco nord-ovest non solo affronta uno dei più grandi eserciti del mondo, ma questi territori consentiranno potenti attacchi aerei contro i suoi impianti militari e industriali… Ora possiamo preparare l’invasione del Giappone con fiducia. Questo non vuol dire che la guerra è vinta. Ma la nostra missione s’è ridotta e abbiamo tutte le ragioni per credere che il tempo si è notevolmente ridotto”. (2) Il New York Times credeva che il Giappone fosse in una situazione ancora più disastrosa della Germania dopo il fallimento dell’ultimo contrattacco nelle Ardenne. Il giorno dopo, lo stesso giornale espose la sua analisi: “La speranza che il Giappone continui a dividere gli Alleati respingendo l’assalto finale facendolo pagare caro agli alleati con gli attacchi suicidi, è ormai andata. L’impero usurpato è diviso in due dalle forze anglo-statunitensi in mare e in Cina e con le isole oggetto del blocco e di raid aerei devastanti; il Giappone subisce l’assalto diretto sull’ultima posizione, per molti aspetti più solida, la Manciuria. Qui è dove il Giappone ha consolidato le sue industrie di guerra e basa le forze più potenti rimastegli, la Kwantung… Come la Germania, il Giappone deve ora condurre una guerra su due fronti, ancora meno in grado di condurla dell’ex-alleata“. Il Generale Douglas MacArthur vide chiaramente il vantaggio militare dell’intervento sovietico, trasmettendo il giorno dell’entrata in guerra dell’URSS la seguente dichiarazione: “Sono felice dell’entrata in guerra dell’Unione Sovietica contro il Giappone. Rende possibile una vasta manovra a tenaglia, che non può non distruggere il nemico. In Europa, la Russia era l’est, gli alleati l’ovest. Ora siamo l’est e la Russia è l’ovest, ma il risultato sarà lo stesso“. (3) I sovietici liberarono gli statunitensi dalla paura di vedere la Kwangtung in Manciuria trasferita e trincerata in Giappone. Quindi, al momento, più che l’effetto dei due bombardamenti atomici, ancora stimati male, fu l’impatto dei sovietici in guerra che segnò gli strateghi statunitensi.

Hirohito si reincarnò pacifista
16541-img_2 Le reazioni nel Palazzo Imperiale alla distruzione di Hiroshima, all’attacco sovietico e al bombardamento di Nagasaki sono ancora poco note. I partecipanti alle discussioni le tennero segrete o diedero informazioni parziali e favorevoli all’imperatore. Questi tre eventi avvennero troppo rapidamente per dare all’entourage di Hirohito forti argomenti per costringere i militari a cedere le armi. Per salvare il trono, andava reinventato il suo occupante. Il capo bellicoso e indifferente al destino dei suoi sudditi in guerra, Hirohito, divenne in quei giorni decisivi un benevolo pacifista prigioniero di una consorteria estremista (4). Dopo aver esitato nella notte, Hirohito ordinò a Kido Koichi, guardiano del sigillo imperiale e consigliere più stretto, di scrivere il testo che poneva fine alla guerra. Per evitare qualsiasi suggerimento che potesse, in un modo o nell’altro, testimoniare contro l’imperatore e renderlo responsabile della guerra e della sconfitta, i due studiosi incaricati di redigere il testo lottarono per tre giorni prima di redigere una copia in stile arcaico greve di contorsionismi a malapena comprensibili. Il testo finale fu presentato ad Hirohito la notte del 14 agosto 1945 e lo lesse alla radio il giorno dopo, a mezzogiorno. La sconfitta della Germania e l’entrata in guerra dell’URSS furono evocate da questa frase criptica: “La tendenza generale nel mondo si è rivoltata contro i nostri interessi“. L’allusione alla bomba atomica è tuttavia più esplicita: l’enorme potere distruttivo dell’atomo impressionò e per salvare “la civiltà umana… dalla totale estinzione” che il Giappone si arrese, anche se quella parola, resa, non fu mai pronunciata. Anche prima della fine delle ostilità, la storia della Seconda Guerra Mondiale fu riscritta. Nelle settimane seguenti la capitolazione, il ruolo svolto dall’URSS nella sconfitta del Giappone fu riconosciuto. Naruhiko Higashikuni, nominato primo ministro il 16 agosto 1945, ammise nel suo primo discorso al parlamento del 5 settembre 1945 che la dichiarazione di guerra dell’Unione Sovietica mise il Giappone nella “peggiore situazione possibile“. Allo stesso tempo, il capo del governo di transizione riprese il mito della bomba atomica come unica causa della sconfitta giapponese. Fu per salvare il Giappone e la sua popolazione da tali terribili bombe che Hirohito cedette le armi “nell’interesse della pace e dell’umanità“. (5)
Negli anni, tale racconto si sviluppò. L’invasione della Manciuria nel 1931 e della Cina nel 1937 e la campagna in Manciuria nel 1945, altra tappa fondamentale della seconda guerra mondiale in Asia, furono ignorate. Non fu per gli errori strategici che il Giappone perse la guerra, ma per l’uso da parte degli statunitensi di armi inumane. Il riflesso naturale degli storici nel concentrarsi sulla parte degli Stati Uniti nella storia radicò tale visione. Ma dimenticare il ruolo dell’URSS fu anche motivato politicamente. Se la guerra fredda non era ancora iniziata ai primi di settembre 1945, gli statunitensi impedirono l’occupazione sovietica del Giappone, divenuto affare esclusivamente statunitense, se si prescinde dalla presenza di un piccolo contingente australiano ad Hiroshima che non ebbe alcun ruolo politico. Riconoscere i meriti dell’Armata Rossa avrebbe concesso un posto all’URSS nella riorganizzazione della società giapponese. La guerra fredda scoppiò in Asia prima che in Europa, aggravata dal confronto militare in Cina con la guerra civile vinta da Mao Zedong (1949) e in Corea (giugno 1950). Concentrarsi sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e ripulire Hirohito furono essenziali per fare del Giappone il pilastro asiatico del sistema di difesa degli Stati Uniti.%d1%81%d0%bb%d0%b0%d0%b2%d0%b0-%d0%ba%d1%80%d0%b0%d1%81%d0%bd%d0%be%d0%b9-%d0%b0%d1%80%d0%bc%d0%b8%d0%b8-%d0%be%d1%81%d0%b2%d0%be%d0%b1%d0%be%d0%b4%d0%b8%d1%82%d0%b5%d0%bb%d1%8c%d0%bd%d0%b8%d1%86Note:
1) U.S. War Department, Handbook on Japanese Military Force, 1944, Louisiana State University Press, Baton Rouge, 1991.
2) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
3) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
4) The New York Time, 9 agosto 1945.
5) William Manchester, American Caesar, Douglas MacArthur 1880-1964, Little, Brown and Company, Boston Toronto, 1977, p 438-439.
6) Herbert P. Bix, Hirohito and The Making of Modern Japan, Perennial, New York, 2001.
7) The New York Time, 6 settembre 1945.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’emigrazione boicottata: i lavoratori italiani in Cecoslovacchia negli anni ’40-’50

Luca Baldelli12445508-czechoslovakia-circa-1960-a-stamp-printed-in-czechoslovakia-shows-slovnaft-chemical-industry-base-de-stock-photoIl 10 febbraio 1947, la stampa salutava la conclusione di un Accordo tra Italia e Cecoslovacchia per l’emigrazione di lavoratori del nostro Paese verso la rinata Nazione dell’Europa centro-orientale. Quell’accordo era costato mesi e mesi d’impegno, di limature e di pazienti trattative non per colpa dei cecoslovacchi ma a causa delle titubanze interessate, dei freni e degli intoppi frapposti dai circoli anticomunisti italiani, saldamente arroccati nelle burocrazie ministeriali, appena sfiorate da un’epurazione all’acqua di rose. La capacità ed il tatto del Ministro degli Esteri Pietro Nenni, al quale dall’inizio di febbraio era succeduto il filoatlantico Carlo Sforza, erano stati decisivi per concludere l’intesa. Essa prevedeva, contestualmente al dettato, un flusso di 5000 lavoratori italiani verso la Cecoslovacchia, in modo particolare minatori, cavatori, operai metallurgici, operai agricoli. Nel dettaglio, si richiedevano: 600 minatori per i lavori di profondità, scelti fra gli addetti delle zolfare siciliane; 1400 minatori per i lavori di superficie, reclutati nei giacimenti toscani e sardi; 2000 operai agricoli (in modo particolare boscaioli); 500 tra cavatori e metallurgici. Assieme a questo, 20 lavoratori italiani affetti da talune patologie avrebbero ricevuto cure e trattamenti nelle principali stazioni di cura del Paese, mentre 20 lavoratori cecoslovacchi, egualmente in condizioni non ottimali di salute, avrebbero beneficiato di riposo e trattamenti presso le riviere italiane. Il Sindacato, nel quadro della definizione, regolamentazione e gestione di tali flussi, veniva ad assumere un ruolo di primo piano, sancito chiaramente nei termini dell’accordo: l’articolo 15 del medesimo, infatti, delegava alla CGIL, di concerto con il Sindacato cecoslovacco, i reclutamenti della manodopera intenzionata ad emigrare.
Qual era, allora, la situazione della Cecoslovacchia, dal punto di vista politico ed economico? Il Paese stava avviando, con enorme impegno e ampia profusione di volontarismo, il proprio processo di ricostruzione, dopo i danni, i saccheggi, le distruzioni apportate dai nazifascisti e dalla guerra in generale. Occorreva rimettere in piedi l’industria, spina dorsale dell’economia, con i suoi impianti, pesanti e leggeri, riconvertiti per sei lunghi anni alle esigenze dei monopoli e dell’apparato bellico tedeschi; in molti settori, da quello minerario a quello agricolo–forestale, si avvertiva un’acuta carenza di mano d’opera. Occorreva poi ripristinare condizioni di vita decorose per tutti, elevando, per quanto possibile, il benessere materiale dei cittadini. I comunisti erano all’avanguardia di tale processo, guidati con saggezza, equilibrio e insieme determinazione da fulgide figure di combattenti quali Klement Gottwald e Antonin Zapotocky. La loro battaglia era, principalmente, quella volta all’ampliamento dei diritti dei lavoratori e all’equa ripartizione degli inevitabili sacrifici che sempre accompagnano ogni processo di ricostruzione. Le forze della borghesia, però, facevano di tutto per frapporre ostacoli, nel tentativo di far ricadere sulla classe operaia tutti gli oneri e d’indebolire il Paese per legarlo poi, mani e piedi, al carro dell’imperialismo statunitense. Il patto italo–cecoslovacco sull’emigrazione si situava in questa dialettica di forze e di fermenti. Qual era il trattamento previsto, in terra cecoslovacca, per gli operai italiani che optavano per l’emigrazione? Grazie ai comunisti ed alle forze più sane del progressismo, le condizioni di vita di un lavoratore italiano che scegliesse di emigrare in Cecoslovacchia erano infinitamente migliori rispetto a quelle, semi–schiavili, degli emigrati nell’area del Benelux o in Francia, zone nelle quali i minatori stranieri, italiani in primis, erano spesso persino trattenuti forzosamente e, comunque e sempre, ospitati in baracche da lager, che in molti casi avevano accolto addirittura prigionieri di guerra del Terzo Reich. In Cecoslovacchia non esistevano poi tutte quelle “amenità” ampiamente diffuse nelle fabbriche lager del mondo capitalista: reparti–confino, punizioni arbitrarie, multe elevate per decurtare i salari senza alcuna giustificazione. Tutti i lavoratori stranieri ricevevano lo stesso, identico trattamento dei colleghi cecoslovacchi, beneficiando di un regime generoso di tessere annonarie, calibrate in base alle esigenze derivanti dal lavoro svolto. Una tessera annonaria normale dava, ad ogni lavoratore, il diritto di ricevere mensilmente:
17 kg di pane e farina
4 kg di carne
840 g di grassi
300 g di burro
1,4 kg di zucchero
3,5 litri di latte
Chi svolgeva lavori pesanti e faticosi aveva diritto ad una tessera speciale, con razione supplementare composta da 1 kg di zucchero, 3 kg di farina e pane, 1 kg di carne. Oltre al contingente di merci garantito dalle tessere, c’era ovviamente la possibilità di acquistare in libera vendita tutto ciò che non era razionato, o quantitativi aggiuntivi degli stessi generi distribuiti con le tessere. Il salario giornaliero di base era di 90/100 corone: in tutto, 2700–3000 corone al mese, benefit compresi. Se si superavano le norme di produzione, anche la retribuzione veniva notevolmente incrementata, fino a 4000–5000 corone. Per il vitto e l’alloggio, se ne andava il 20–30% appena del salario base: la spesa complessiva era infatti di 800/900 corone, comprendendo anche l’acquisto di generi alimentari non razionati. Da sottolineare il fatto che l’alloggio del lavoratore italiano non era la baracca o la sistemazione di fortuna degli operai che emigravano nei Paesi dell’Europa centro–occidentale, ma il convitto, l’albergo/locanda o anche la casa, dopo alcuni anni di lavoro. La quantità massima di denaro che si poteva spedire ai familiari rimasti in Italia era di 1400 corone. L’Ufficio Italiano Cambi aveva provveduto ad aprire un “conto lavoratori italiani” presso la Banca Nazionale di Cecoslovacchia, presso il quale affluivano le rimesse degli emigrati. Parte delle quote veniva utilizzata per pagare il carbone importato, l’altra parte era destinata alle famiglie dei lavoratori.

Klement Gottwald

Klement Gottwald

A sei mesi dalla firma dell’accordo, il primo contingente di lavoratori italiani partiva alla volta della Cecoslovacchia. Si erano frapposti e si sarebbero ancor di più frapposti in futuro, come vedremo, numerosi ostacoli da parte dei circoli anticomunisti e della burocrazia ministeriale italiana, piena zeppa di fascisti abilmente riciclatisi e ancora più arroganti dopo la mancata epurazione. L’idea che dei lavoratori italiani potessero vedere coi loro occhi la realtà di un Paese libero e veramente democratico e restarne “contagiati” spaventava tali circoli; in più, un’emigrazione rivolta verso un Paese in procinto di marciare verso il socialismo, creava un polo attrattore che “deviava” il flusso di manodopera dai Paesi capitalistici euro-occidentali ( n particolare, dal BENELUX) e non consentiva quindi, ai monopoli ed oligopoli di quei Paesi, lo sfruttamento a buon mercato della manodopera italiana. Il viaggio del primo contingente italiano veniva reso oltremodo rocambolesco prima da un’alluvione, che costringeva il convoglio ferroviario in marcia a cambiare percorso, poi dall’alt imposto dalle truppe inglesi di stanza in Austria. Se il primo evento era certamente inevitabile e riconducibile a forze non umanamente controllabili, il secondo d’inevitabile aveva ben poco: era un sabotaggio in piena regola, volto a rendere accidentata e quindi poco appetibile la rotta migratoria dei lavoratori occidentali, italiani in particolare, verso la Cecoslovacchia e altri Paesi socialisti. Si puntava a scoraggiare in ogni modo altri italiani dall’emigrare, anche facendo leva su un dato “antropologico” insopprimibile: il loro carattere mediterraneo, istintivo, impulsivo e poco paziente, esasperato per giunta da complicazioni create artificiosamente. Non a caso, con riferimento a quel primo tormentato viaggio, dopo la sua temporanea battuta d’arresto cominciavano repentinamente a giungere (c’informano di questo gli incartamenti del Ministero del Lavoro e della previdenza sociale, custoditi presso l’Archivio Centrale dello Stato) “notizie preoccupanti, poiché i lavoratori avevano esaurito i viveri, erano digiuni da circa 24 ore senza avere la possibilità di rifornirsi in territorio austriaco e chiedevano di essere rimpatriati”. Superati gli ostacoli, naturali e non, i lavoratori italiani del primo contingente riuscivano a mettere piede in terra cecoslovacca. Fin dal primo contatto con la realtà di quella Nazione, al di là delle chiacchiere e delle mene di elementi sobillatori al soldo della reazione, i lavoratori italiani potevano scoprire un Paese certamente attanagliato da difficoltà e problemi materiali causati dai nazifascisti e dalla guerra, ma anche ottimista, pieno di energia, desideroso di voltare pagina. Non è un caso che, in breve tempo, da poche decine di lavoratori italiani presenti si arriverà a 1000 circa! Una progressione numerica che non si era mai vista prima! Questo fatto non andava giù al Ministro del Lavoro Amintore Fanfani il quale, fresco di camicia nera, cominciava a dar credito ad ogni sorta di voce falsa e a far circolare deliberatamente tutta una serie di illazioni malevoli per mettere in cattiva luce la Cecoslovacchia e l’apparato del Ministero degli Esteri, presso il quale l’operato di Pietro Nenni, titolare del dicastero fino al principio del 1947, aveva conseguito eccellenti risultati. Vi è tutta una serie di rapporti (visionabili presso l’Archivio Centrale dello Stato, fondo Ministero del Lavoro e della previdenza sociale) volutamente disinformanti circa le reali condizioni di vita degli emigrati italiani, istruiti ed elaborati per forzare l’arresto della sempre più cospicua emigrazione verso la Cecoslovacchia. Rapporti anche ridicoli, palesemente non credibili, che parlano di vitto a base di caffelatte con pane al mattino, minestra con patate a pranzo e di nuovo caffelatte con pane a sera. Un vitto che, se realmente distribuito, avrebbe determinato la morte per inedia o l’impossibilità concreta di utilizzare la manodopera per qualsivoglia lavoro produttivo. Ovvero, un inconcepibile darsi la zappa sui piedi da parte dello Stato cecoslovacco! Si era “dimenticato”, in quelle note, che quelle pietanze erano le distribuzioni aggiuntive di viveri, elargite in più rispetto ai precedentemente menzionati generi alimentari garantiti dal tesseramento e a quelli reperibili in libera vendita. Si davano per attendibili e indiscutibili tutte le lamentele provenienti da individui asociali, vagabondi, perennemente scontenti di tutto e tutti, anziché mettere in rilievo i tanti apprezzamenti e le attestazioni di stima per il sistema economico cecoslovacco, provenienti dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. In quel difficile 1947 si cercava anche di sfruttare in ogni modo, strumentalizzandolo, un episodio avvenuto il 1° dicembre: l’arresto di 8 operai italiani a Most, con l’accusa di eccessive assenze dal lavoro, sulla base dell’imputazione di sabotaggio contro il Piano biennale predisposto dal governo per risollevare l’economia. Si faceva gran chiasso attorno a questa vicenda, ben oltre la normale, legittima e sacrosanta preoccupazione umanitaria per la sorte di nostri connazionali, anche se una legge approvata pochi mesi prima, con chiarezza esemplare, aveva sancito l’arresto per prolungate e ingiustificate assenze dal posto di lavoro, pena giustificata dalla necessità di prevenire e colpire i sabotaggi che allora erano all’ordine del giorno ed erano indirizzati proprio a dimostrare l’inefficienza dell’economia socialista, dopo aver creato artatamente episodi di aritmie, disorganizzazione e carenza nell’apparato produttivo. La reazione non stava con le mani in mano, anzi era tentacolare e come tale andava colpita anche con misure draconiane, legittime in modo particolare perché dirette non contro il popolo, bensì, viceversa, proprio a difesa delle sue conquiste e contro una minoranza vile e subdola di eversori. Si aveva anche l’ardire di sostenere che quegli arresti erano illegali, perché avevano violato l’accordo sull’emigrazione: argomentazione destituita di ogni fondamento, visto che il lavoratore straniero era comunque sottoposto alle leggi del Paese ospitante, esattamente come ogni suo altro collega cecoslovacco, e che il suo status di emigrante non giustificava di certo condotte antisociali o pericolose. Il caso di Most, ad ogni buon conto, veniva preso in mano e risolto non certo grazie ai crociati della destra democristiana, ma grazie all’impegno e all’energia della CGIL, unitamente, dobbiamo ricordarlo per amor di verità, all’equilibrio dimostrato in quella fase dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi che, pur non rinnegando le proprie intime convinzioni, sapeva tenere a bada le spinte più oltranziste provenienti dal suo Partito, in primis da Fanfani, volte a far naufragare e rendere inoperante l’accordo italo–cecoslovacco. Un accordo che, con la testardaggine che solo i fatti possono avere, continuava a beneficiare un numero crescente di lavoratori, in barba alla propaganda anticomunista sempre più pervasiva e agguerrita. Certo, proprio per colpa dell’atteggiamento italiano, non si riuscì mai a raggiungere il numero di 5000 lavoratori contemplato nei termini dell’accordo, né tantomeno a predisporre le condizioni perché, negli anni, vi fosse la possibilità di inviarne anche 100000, numero questo che era stato proposto dalle autorità cecoslovacche a Nenni, Ministro degli Esteri, nei primi contatti risalenti all’agosto del ’46.
Quanto fossero false e ridicole le accuse mosse alla Cecoslovacchia, quanto fosse diverso, quel Paese, dal regno della fame descritto dai detrattori interessati, appare evidente dalle cifre e dalle percentuali di sviluppo registrate nel cruciale periodo 1947/53:
Produzione industriale pressoché raddoppiata (+93%)
Produzione di macchinari cresciuta del 294%!
Costruzione del colosso siderurgico “Klement Gottwald” a Kuncize, impianto destinato a spostare gli equilibri geoeconomici verso l’area est–europea, con grave scorno dei capitalisti mondiali
12 nuove centrali con produzione di energia elettrica cresciuta complessivamente del 65%
Produttività del lavoro elevatasi in misura del 73%
Come queste cifre potessero essere garantite da lavoratori messi a pane, caffelatte e sbobbe, solo la malafede della propaganda borghese ce lo può spiegare!

Antonin Zapotocky

Antonin Zapotocky

Ad ogni modo, il 1948 si apriva all’insegna di tensioni e sussulti che percorrevano come sangue avvelenato ogni vena, ogni capillare dell’economia cecoslovacca. All’inizio dell’anno, la reazione borghese latifondista, protetta dallo scudo statunitense, tentò di dare l’assalto allo Stato e di mettere i comunisti fuori legge: il PC e la milizia operaia, appoggiati dai lavoratori di tutto il Paese, rintuzzarono tale orribile minaccia e la rispedivano al mittente, consolidando il loro potere, espressione della volontà del 9 % dei cittadini, compresi i non comunisti che, con spirito leale e patriottico, collaborarono con il PC nella vasta opera riformatrice intrapresa e coraggiosamente portata avanti. In un contesto simile, dal gennaio–febbraio 1948 vi fu una battuta d’arresto dei flussi migratori provenienti dall’Italia, unitamente al rientro di diversi lavoratori per naturali ricongiungimenti con le famiglie e scadenza dei contratti di lavoro. Fino alla fine dell’anno, si registrerà un sostanziale blocco dei flussi. Gli USA, i circoli capitalisti e reazionari mondiali, mentre armavano la mano dei cospiratori a Praga, Bratislava e altri centri, al tempo stesso cercavano in ogni modo di ricattare la Cecoslovacchia, di strangolarla economicamente, bloccando crediti pattuiti da tempo e facendo balenare agli occhi dei governanti gli illusori luccichii del Piano Marshall. Il governo cecoslovacco non cadeva però nella trappola del ricatto e, appoggiandosi da un lato alle energie positive e all’orgoglio delle masse, dall’altro ad un aiuto internazionalista sempre più massiccio proveniente dall’URSS, riusciva a traghettare il Paese fuori dalle secche della destabilizzazione. Intanto, da parte cecoslovacca, pur nel contesto di difficoltà create dall’imperialismo nel 1947-48, evitava sempre di compromettere i termini dell’accordo con l’Italia, anche quando lo Stivale non si mostrava granché leale e limpido nei comportamenti. Addirittura, nel maggio–giugno 1948 toccava alla Cecoslovacchia, assieme all’URSS, spendere una parola a favore del patrimonio coloniale italiano affinché non fosse spartito tra gli imperialisti statunitensi ed inglesi, che d’ipocrita amicizia col Bel Paese facevano osceno quotidiano sfoggio, desiderando invece null’altro che mettere le mani sull’economia e i territori italiani. Vi era stato anche un periodo, poco prima, nel quale il carbone era parso in procinto di venir soppiantato, nelle partite commerciali, dal caolino e dalle argille, a causa delle pressioni esercitate dall’industriale Richard Ginori (autore di un piano di collaborazione economica per niente irragionevole ed anzi all’avanguardia, appoggiato da tutte le rappresentanze dei lavoratori), ma alla fine le ragioni dell’industria estrattiva e di quella energetica avevano avuto il sopravvento e il carbone cecoslovacco aveva ripreso il suo “posto” nelle dinamiche dell’interscambio, dopo alcuni incontri chiarificatori.
Nel fatidico 1948, approfittando anche della sostanziale pausa della corrente migratoria, il governo di Praga arrivava poi a proporre un nuovo sistema d’immigrazione, non più imperniato su contingenti collettivi, ma su flussi individuali regolamentati. Ai lavoratori italiani si offriva un ampio ventaglio di opzioni, tra le quali quella, particolarmente allettante, di costituire cooperative in territorio cecoslovacco con l’appoggio dello Stato e del sistema creditizio. In questo modo, gli emigrati venivano coinvolti ancor più attivamente nel processo di costruzione della società socialista. Queste novità venivano accolte con entusiasmo dai lavoratori, ma venivano, di converso, osteggiate in ogni modo da un governo sempre più spostato a destra per le irresistibili pressioni provenienti da Washington, che avevano provocato l’estromissione dall’Esecutivo di PCI e PSI. La diplomazia italiana aveva ormai una sola preoccupazione: quella di far rientrare il maggior numero di lavoratori dalla Cecoslovacchia, per poi dirottarli verso i Paesi capitalisti del BENELUX e verso la Francia, dove ad attenderli non sarebbero stati certo i caseggiati ampi ed ariosi o i confortevoli convitti della Cecoslovacchia socialista, ma le ben note baracche, regno della promiscuità e della precarietà economica ed esistenziale. Il governo italiano non si dava pace anche per un altro fatto: tra gli italiani presenti in Cecoslovacchia non solo regnava la piena soddisfazione per il benessere economico crescente, ma cominciava a maturare anche una coscienza politica a tutto tondo. Infatti, era stata costituita un’Associazione, “Democrazia popolare”, che appoggiava attivamente il governo e promuoveva la cultura marxista–leninista tra gli associati. Nonostante i fisiologici rientri nel Paese natio, le lusinghe, le minacce, i subdoli sistemi di “persuasione” messi in campo dalle autorità italiane, nel 1949 l’emigrazione verso la Cecoslovacchia riprendeva in maniera considerevole e, ancora all’inizio del 1951, erano presenti in Cecoslovacchia almeno 400 lavoratori, con sempre più figure qualificate nei loro ranghi. Il 30 novembre 1951, il Ministero degli Esteri tornava alla carica, invitando la Legazione di Praga a “fornire gli elenchi di quei connazionali che intendessero rimpatriare” (leggi: di quei lavoratori che si voleva costringere a tornare in Italia con l’inganno e le mendaci promesse di improbabili Bengodi). Nonostante quest’ennesima pressione, il 90% e oltre degli italiani presenti decideva di restare nel Paese est–europeo.
Nel 1954, a sette anni ormai dalla firma dell’accordo, i governi italiano e cecoslovacco non erano riusciti a definire e risolvere alcune questioni relative alle rimesse degli emigrati perché, dichiaravano gli stessi funzionari italiani, non era chiaro quanti fossero, costoro, in territorio cecoslovacco. Tutto vero, per una volta! Infatti, le centinaia di italiani che non ne volevano sapere di tornare a condividere il manganello di Scelba e la fame, avevano smesso di rivolgersi alla Legazione italiana e si erano resi “irreperibili” per proteggersi dall’invadenza della martellante propaganda anticomunista e dai maneggi dei funzionari. Essi però non solo esistevano ancora, ma tramite canali paralleli, continuavano pure a inviare alle famiglie, rimaste in Italia, notizie e denaro. Intanto, con lealtà assoluta, certamente incomprensibile agli occhi dell’immoralità e dell’inaffidabilità tipiche dei capitalisti, il governo cecoslovacco, pur nel contesto della guerra fredda ulteriormente acuito dalla guerra di Corea, continuava sempre ad onorare alla lettera, passo per passo, gli impegni per le spedizioni di carbone, senza trattenere nemmeno un grammo rispetto al dovuto. Molte industrie italiane marciavano e molti proletari italiani riscaldavano le proprie umili dimore grazie al carbone della Cecoslovacchia socialista! Questo, però, la propaganda borghese e filo–governativa si guardava bene al metterlo in evidenza…
Un capitolo poco conosciuto, quello dell’emigrazione economica degli italiani in Cecoslovacchia, Nazione da sempre dipinta come punto di arrivo di un’emigrazione di ben altro tipo, politica o addirittura terroristica (quante bugie in merito…) Un capitolo, meglio, che nulla si è fatto per far conoscere, nemmeno da parte della sinistra anticapitalista più cosciente. Speriamo, con questo studio, di aver sollecitato la curiosità di qualche altro studioso di buona volontà, unitamente all’“uzzolo investigativo” di tanti compagni.1382213985998515558Riferimenti:
Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, VOLL. 10, 11 e 12 (Tetri Editore, MILANO, 1975);
Studio assai pregevole e per niente di parte
L’Unità”, in particolare i seguenti numeri, per una comprensione dei termini dell’accordo e per una panoramica sulla condizione dei lavoratori nella Cecoslovacchia socialista, sulla situazione politica e sui rapporti tra Cecoslovacchia socialista e Italia: 9/2/1947; 15/2/1947; 6/7/1947; 21/2/1948; 28/2/1948; 4/3/1948; 2/6/1948.