Come gli Stati Uniti hanno insabbiato il ruolo dei sauditi nell’11 settembre

Paul Sperry, New York Post, 17/04/2016 – Les Crisessaudis-10Nella sua relazione sulle “28 pagine” da sempre censurate sul governo saudita riguardo l’11 settembre, “60 Minutes” dello scorso fine settimana ha parlato del ruolo dei sauditi negli attacchi, sottovalutato per proteggere la delicata alleanza tra USA e il ricco regno petrolifero. Davvero un eufemismo. Infatti, il coinvolgimento del regno è stato deliberatamente nascosto dai vertici del nostro governo. E questo occultamento va ben oltre le 28 pagine saudite del rapporto seppellite in una cassaforte nel seminterrato del Campidoglio degli Stati Uniti. Le indagini sono state soffocate. I complici lasciati liberi. I funzionari responsabili delle indagini che ho intervistato, del Joint Terrorism Task Forces (unità antiterrorismo dell’FBI) di Washington e San Diego, base avanzata di alcuni dirottatori sauditi, ma anche gli investigatori del dipartimento di polizia della contea di Fairfax (Virginia) che indagarono su diverse tracce dell’11 settembre, dicono che praticamente tutto porta all’ambasciata saudita a Washington e al consolato saudita a Los Angeles. E quindi, ancora e sempre gli fu detto di non seguire queste tracce. La scusa era di solito “l’immunità diplomatica“. Queste fonti dicono che le pagine mancanti del rapporto d’inchiesta del Congresso sull’11 settembre, che comprendono l’intero capitolo sul “sostegno estero ai dirottatori dell’11 settembre“, spiegano le “prove inconfutabili” raccolte da CIA e FBI sull’aiuto saudita ad almeno due dirottatori insediatisi a San Diego. Alcune informazioni sui documenti sono trapelate, tra cui la serie frenetica di telefonate prima dell’11 settembre tra i sostenitori dei dirottatori sauditi a San Diego e l’ambasciata dell’Arabia Saudita, e quindi il trasferimento di circa 130000 dollari dal conto del principe Bandar, l’ambasciatore saudita, a un altro dei curatori dei dirottatori sauditi a San Diego.
Un investigatore che ha lavorato presso il Joint Terrorism Task Force di Washington ha lamentato il fatto che invece d’indagare Bandar, il governo degli Stati Uniti l’ha protetto, letteralmente. Ha detto che il dipartimento di Stato gli assegnò un distaccamento della sicurezza per proteggere Bandar non solo presso l’ambasciata, ma anche nella residenza di McLean, Virginia. La fonte ha aggiunto che la squadra operativa voleva arrestare diverso personale dell’ambasciata, “ma l’ambasciata presentò una denuncia al procuratore” e i visti diplomatici furono revocati come compromesso. L’ex-agente dell’FBI John Guandolo, che lavorò su casi relativi all’11 settembre ed al-Qaida nell’ufficio di Washington, dice che Bandar fu il sospettato chiave nelle indagini sull’11 settembre. “L’ambasciatore saudita ha finanziato due dei dirottatori dell’11 settembre tramite una terza persona“, ha detto Guandolo. “Dovrebbe essere trattato come un sospetto terrorista, come lo sono gli altri membri dell’élite saudita che il governo degli Stati Uniti sa attualmente finanziare la jihad globale“. Ma Bandar s’impose sull’FBI. Dopo l’incontro con il presidente Bush alla Casa Bianca il 13 settembre 2001, dove i due vecchi amici fumarono sigari sul balcone Truman, l’FBI cancellò dalla lista dei terroristi da sorvegliare decine di funzionari sauditi in diverse città, tra cui almeno un membro della famiglia di Usama bin Ladin. Invece di indagare i sauditi, gli agenti dell’FBI li scortarono, anche se al momento era noto che 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi. “All’FBI fu impedito dalla Casa Bianca d’interrogare i sauditi che volevamo sentire“, ha detto l’ex-agente dell’FBI Mark Rossini, coinvolto nell’indagine su al-Qaida e i dirottatori. La Casa Bianca “li escluse dalla cosa”. Inoltre, Rossini ha detto che venne detto dall’ufficio che alcuna citazione in giudizio poteva essere utilizzata per produrre le prove che collegavano i sospettati sauditi all’11 settembre. L’FBI bloccò le indagini locali che portavano ai sauditi. “L’FBI si tappava le orecchie ogni volta che menzionavamo i sauditi“, ha dichiarato Roger Kelly, ex-tenente di polizia della Fairfax County. “C’era troppa politica per toccarli“. Kelly, che guidava il Centro d’intelligence regionale, aggiunse: “Si potevano indagare i sauditi, ma erano ‘fuori portata‘”.
Anche Anwar al-Awlaki, il consigliere spirituale dei dirottatori, ci sfuggì. Nel 2002, il religioso finanziato dai sauditi fu fermato all’aeroporto JFK per passaporto falso, ma fu dato in custodia a un “rappresentante dell’Arabia Saudita”. Si dovette aspettare il 2011 perché Awlaki venisse portato davanti alla giustizia, con l’attacco di un drone della CIA. Stranamente, “la relazione della commissione sull’11 settembre” che seguì le indagini del Congresso, non cita mai l’arresto e il rilascio di Awlaki, e accenna di sfuggita a Bandar, seppellendone il nome nella pagina delle note. Due avvocati della commissione d’inchiesta che indagavano sulla rete di supporto saudita ai dirottatori si lamentarono che il loro superiore, il direttore operativo Philip Zelikow, gli impedì di emettere mandati di comparizione e di udienza contro i sospettati sauditi. John Lehman, membro della Commissione sull’11 settembre, era interessato ai legami tra i dirottatori e Bandar, la moglie e l’ufficio degli Affari islamici dell’ambasciata. Ma ogni volta che cercava di avere informazioni su questo punto, veniva fermato dalla Casa Bianca. “Rifiutò di declassificare tutto ciò che riguardava l’Arabia Saudita“, secondo Lehman citato nel libro “La Commissione”. Gli Stati Uniti insabbiarono le indagini sul sostegno estero all’11 settembre per proteggere Bandar e altri membri dell’élite saudita? “Le cose che andavano fatte al momento non lo furono“, ha dichiarato Walter Jones, repubblicano del North Carolina che ha presentato un disegno di legge che chiede al presidente Obama di declassificare le 28 pagine. “Cerco di dare una risposta senza essere troppo esplicito“.
Un riformatore saudita che sa direttamente del coinvolgimento dell’ambasciata è più cooperativo. “Abbiamo come alleato un regime che finanziò gli attacchi“, ha dichiarato Ali al-Ahmad dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington. “Voglio dire, cerchiamo di essere realistici“.

Lettera di bin Sultan al Presidente della Commissione l’11 settembre

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La Casa Bianca approvò la partenza dei sauditi dopo l’11 settembre
Eric Lichtblau The New York Times, 04/09/2003 – Les Crises

a772_bandar_bush_cheney_2050081722-8697I vertici della Casa Bianca avevano personalmente approvato, nei giorni successivi agli attacchi dell’11 settembre 2001, l’evacuazione di decine d’influenti sauditi, tra cui i genitori di Usama bin Ladin, mentre la maggior degli aerei era a terra quel giorno, dice un ex-consigliere alla Casa bianca. Il consigliere Richard Clarke, che guidò la squadra di crisi della Casa Bianca dopo gli attacchi, e che poi ha lasciato l’amministrazione Bush, ha detto che accettò l’eccezione perché l’FBI l’assicurò che i sauditi erano estranei al terrorismo. La Casa Bianca temeva che i sauditi potessero essere oggetto di “rappresaglie” per i dirottatori, se fossero rimasti negli Stati Uniti, ha detto Clarke. Il fatto che i parenti di bin Ladin e altri sauditi furono fatti frettolosamente uscire dal Paese divenne noto poco dopo gli attacchi dell’11 settembre. Ma domande sulle condizioni della partenza e le dichiarazioni di Clarke fanno intuire il coinvolgimento della Casa Bianca nel piano e nella firma personale dei vertici dell’amministrazione. Clarke ne aveva già parlato in un articolo di Vanity Fair e fece le sue osservazioni in un’intervista e nella testimonianza al Congresso. La Casa Bianca ha detto di non avere commenti da fare sulle dichiarazioni di Clarke. La pubblicazione avveniva poche settimane dopo la classificazione della sezione del rapporto del Congresso sugli attacchi dell’11 settembre, che suggerisce che l’Arabia Saudita aveva legami finanziari con i dirottatori, e le osservazioni di Clarke certamente alimenteranno l’accusa che gli Stati Uniti hanno aiutato i sauditi per ragioni diplomatiche. Il senatore Charles E. Schumer, democratico di New York, basandosi sui commenti di Clarke ha chiesto alla Casa Bianca d’indagare sulla partenza anticipata di circa 140 sauditi dagli Stati Uniti nei giorni seguenti gli attacchi. Schumer ha affermato in un’intervista che sospettava che alcuni sauditi, a cui venne permesso di partire, in particolare i genitori di Usama bin Ladun, avessero legami con i gruppi terroristici e potevano far luce sull’11 settembre. “E’ solo un altro esempio del nostro Paese che coccola i sauditi dandogli privilegi che altri non avrebbero mai”, ha dichiarato Schumer. “E’ quasi come se noi non vogliamo sapere se esistessero questi collegamenti“. Non è stato possibile raggiungere i funzionari sauditi per un commento, ma in passato negarono le accuse che li collegano ai 19 dirottatori, di cui 15 sauditi. Rifiutandosi di discutere i dettagli del caso, funzionari dell’FBI hanno detto che nei giorni immediatamente dopo l’11 settembre gli agenti dell’Ufficio interrogarono i parenti di bin Ladin, membri di una delle famiglie più ricche in Arabia Saudita, prima che la Casa Bianca li evacuasse dal Paese. Bin Ladin si sarebbe separato dalla famiglia e molti dei suoi parenti hanno rinnegato la sua azione contro gli Stati Uniti. “Abbiamo fatto tutto quello che doveva essere fatto“, ha dichiarato John Iannarelli, portavoce dell’Ufficio. “Non vi è alcuna indicazione che avessero informazioni che ci potessero aiutare, e non gli è stato concesso alcun riguardo, che non sarebbe concesso a nessuno“. Ma l’indagine di Vanity Fair cita Dale Watson, ex-direttore dell’antiterrorismo del FBI, dire che i sauditi evacuati “non furono sentiti o interrogati sul serio“. Watson non è stato raggiunto per un commento.
L’articolo indica l’evacuazione complessa ma frettolosa la settimana dopo i dirottamenti, quando aerei privati recuperarono i sauditi in dieci città diverse. Secondo l’articolo, alcuni funzionari dell’ufficio e dell’aviazione si dissero sconvolti dall’operazione perché il governo non revocò le restrizioni di volo per il pubblico, ma non ebbe il potere di fermare l’evacuazione. Clarke, che ha lasciato la Casa Bianca a febbraio, ha detto in un’intervista che ciò era dovuto alla preoccupazione che i sauditi “subissero rappresaglie” dopo il dirottamento aereo. Clarke ha detto che disse all’Ufficio di trattenere qualsiasi persona su cui ci fossero dei sospetti, e l’FBI disse che non fermò nessuno. Schumer ha detto di dubitare della serietà della rapida indagine dell’ufficio, e in una lettera alla Casa Bianca di oggi afferma che i sauditi sembrano aver ricevuto il “via libero” nonostante una possibile prescienza degli attacchi.

La grande fuga
Craig Unger, The New York Times, 01/06/2004
saudis-11Gli statunitensi che credono che la Commissione sull’11 settembre risponda a tutte le questioni cruciali sugli attacchi terroristici rischiano di rimanerne assai delusi, soprattutto se sono interessati all’evacuazione aerea segreta dei sauditi, iniziata poco dopo l’11 settembre. Sapevamo che 15 dei 19 dirottatori erano sauditi. Sapevamo che Usama bin Ladin, saudita, era dietro l’11 settembre. Eppure non abbiamo condotto un’indagine sulla partenza di sauditi, tra cui venti membri della famiglia bin Ladin, anche se in realtà non erano complici negli attacchi. Purtroppo, però, non possiamo probabilmente mai sapere la verità. La Commissione d’inchiesta ha concluso che non vi è “alcuna prova credibile che speciali voli charter per cittadini sauditi abbiano lasciato gli Stati Uniti prima della riapertura dello spazio aereo nazionale“. Ma ciò che conta è che c’erano ancora alcune limitazioni dello spazio aereo degli Stati Uniti quando iniziarono i voli dei sauditi. Inoltre, nuove prove dimostrano che l’evacuazione riguardò 142 sauditi su sei voli charter, secondo il Comitato d’indagine. Secondo i documenti appena pubblicati, 160 sauditi lasciarono gli Stati Uniti con 55 voli subito dopo l’11 settembre, in totale circa 300 persone, con l’apparente approvazione dell’amministrazione Bush, molto più di quanto segnalato in precedenza. I documenti sono stati pubblicati dal Dipartimento di Sicurezza Nazionale in risposta a una richiesta di accesso alle informazioni presentata da Judicial Watch, osservatorio indipendente conservatore di Washington. La stragrande maggioranza dei voli appena scoperta riguarda voli commerciali, non voli charter, con spesso due o tre passeggeri sauditi. Partirono da più di venti città, tra cui Chicago, Dallas, Denver, Detroit e Houston. Un volo di una compagnia aerea saudita partì dal Kennedy il 13 settembre con 46 sauditi. Il giorno dopo, un altro volo di una compagnia saudita partì con 13 sauditi. L’osservatorio ha riferito che resta da dimostrare che l’FBI abbia controllato le partenze in relazione alla lista dei terroristi. Secondo il gruppo di osservazione, ulteriori partenze di sauditi sollevano altre domande. Richard Clarke, l’ex-capo dell’antiterrorismo, ha recentemente dichiarato al giornale The Hill di assumersi la responsabilità dell’approvazione di alcuni voli. Ma non sappiamo se altri rappresentanti dell’amministrazione Bush abbiano preso parte alla decisione. I passeggeri avrebbero dovuto essere interrogati sui legami con Usama bin Ladin, chiunque fossero, o sul suo finanziamento. Sappiamo da tempo che una certa fazione dell’élite saudita ha finanziato i terroristi islamici, almeno involontariamente. Il principe Ahmad bin Salman, accusato di essere un intermediario tra al-Qaida e la famiglia reale dei Saud, fu evacuato in aereo dal Kentucky. Fu interrogato dall’FBI prima di andarsene? Se la Commissione osa affrontare questi problemi, senza dubbio sarà accusata di politicizzare una delle più importanti indagini della sicurezza nazionale della storia statunitense, almeno in un anno elettorale. Ma se non lo fa, rischia molto peggio, il tradimento delle migliaia di persone che persero la vita quel giorno, per non parlare di milioni di altre persone che vogliono la verità.saudis-1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giornalista denuncia il controllo dell’intelligence sui media occidentali

Steven MacMillan New Eastern Outlook 28/04/201623-24_Udo-Ulfkotte_megvasarolt-ujsagirok_sajtotajekoztato-JM-1Nell’epoca in cui la guerra dell’informazione è una delle aree più critiche e ben finanziate, la rivelazione nel 2014 dell’ex-capo giornalista tedesco è di fondamentale importanza per capire come i media occidentali operano. Anche se furono seguite da numerosi giornalisti e commentatori sui media alternativi, è ancora di vitale sottolineare l’importanza di queste rivelazioni. Udo Ulfkotte, caporedattore ed ex-direttore del Frankfurter Allgemeine Zeitung, rivelò in un’intervista a RT nel 2014 che i giornalisti sono spesso corrotti per mentire, ingannare e scrivere in favore delle intelligence (citiamo Ulfkotte): “Sono stato giornalista per circa 25 anni, e sono stato istruito a mentire, tradire e a non dire la verità al pubblico. Ma vedendo il mese scorso come i media tedeschi e statunitensi cerca di presentare la guerra alla gente in Europa, d’istigare la guerra alla Russia, si è nel punto di non ritorno. Ho intenzione di oppormi e dire: non è giusto quello che ho fatto in passato, manipolare le persone; fare propaganda contro la Russia; e non è giusto quello che i miei colleghi fanno e hanno fatto in passato, perché sono corrotti per tradire le persone non solo in Germania, ma in tutta Europa. Se vedete i media tedeschi, in particolare i miei colleghi che giorno per giorno scrivono contro i russi; (questi giornalisti) aderiscono ad organizzazioni transatlantiche, e sono sostenuti dagli Stati Uniti. Gente come me: sono diventato cittadino onorario dello Stato dell’Oklahoma negli Stati Uniti. Perché? Perché scrivevo pezzi filo-americani. Sono stato aiutato dalla Central Intelligence Agency, la CIA. Perché? Perché sono filo-americano. Ne sono stufo; non voglio farlo più, e così ho appena scritto un libro, non per guadagnare soldi… ma per dare alle persone di questo Paese, la Germania, di Europa e del mondo solo un assaggio di ciò che accade dietro le quinte“.
OperationMockingbirdCIA-owns-the-mediaI servizi segreti hanno usato i media mainstream per diffondere propaganda per decenni, e sarebbe ingenuo credere che oggi sia diverso. Fu anche chiaro che durante la guerra fredda, l’MI6 aveva agenti clandestini nelle principali organizzazioni mediatiche in Gran Bretagna, impegnate nella propaganda e nell’inganno. Agenti dell’MI6 hanno una lunga storia d’infiltrazione all’estero camuffati da giornalisti. “La maggior parte dei giornalisti che si vedono nei Paesi esteri dicono di essere giornalisti e potrebbero esserlo, giornalisti europei o statunitensi. Ma molti, come me in passato, hanno la cosiddetta copertura non ufficiale, come dicono gli statunitensi… copertura non ufficiale cosa significa? Non lavorate per un’agenzia d’intelligence, ma li aiutate se volete che vi aiutino, ma quando (il pubblico) scopre che non sei solo un giornalista ma anche una spia (la CIA) non dirà mai che siete uno dei suoi. Quindi, l’aiutai in diverse situazioni e me ne vergogno. Questo riguarda solo i giornalisti tedeschi? No, penso che sia particolarmente il caso dei giornalisti inglesi, perché hanno un rapporto assai più stretto. Come lo è soprattutto per i giornalisti israeliani, e naturalmente per i giornalisti francesi… australiani e di quelli provenienti da Nuova Zelanda, Taiwan, beh, molti Paesi… come la Giordania, per esempio. A volte le agenzie d’intelligence arrivano nel vostro ufficio e vogliono che scriviate un articolo… Ricordo solo (ad esempio) l’agenzia d’intelligence estera tedesca, un mera organizzazione sorella della Central Intelligence Agency che l’ha fondata. Così un giorno il BND si presenta nel mio ufficio al Frankfurter Allgemeine, a Francoforte, e voleva che scrivessi un articolo sulla Libia e il Colonnello Muammar Gheddafi. Non avevo assolutamente informazioni segrete riguardo al Colonnello Muammar Gheddafi e alla Libia. Ma mi diedero quei (documenti) segreti e volevano solo che firmassi l’articolo con il mio nome. Lo feci e fu pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine (un articolo) proveniente dall’agenzia d’intelligence estera tedesca. Pensate davvero che questo sia giornalismo, con le agenzie d’intelligence che scrivono gli articoli. L’articolo fu stampata nel mondo due giorni dopo, ma non avevo alcuna informazione, furono le agenzie d’intelligence che vollero che scrivessi quell’articolo. Non è così che il giornalismo dovrebbe funzionare, con le agenzie d’intelligence che decidono ciò che va stampato o no“.
La CIA ha utilizzato i media come arma di propaganda fin dall’inizio con l’Operazione Mockingbird, che illustra tale fenomeno. Anderson Cooper, corrispondente della CNN, ampiamente noto come operativo dell’intelligence, ammise nel 2006 di aver lavorato per la CIA “un paio di mesi o per due estati” all’università. È essenziale ricordare la denuncia di Ulfkotte quando si sfoglia la stampa occidentale, soprattutto alla luce dei Panama Papers, in quanto vi è molto più di quanto appaia.09-operation-mockingbirdSteven MacMillan è scrittore, ricercatore, analista geopolitico indipendente e redattore di The Analyst Report, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: la maledizione dell’opposizione

A nord di Aleppo CIA e Pentagono si combattono
Evgenij Satanovskij, VPK, South Front, 28 aprile 2016
Evgenij Satanovskij è a capo dell’Intituto Medio OrienteChFV22vWMAQV2pDLa situazione in Siria esce dalla crisi più acuta, in cui si trova dall’autunno. La situazione sui fronti è più o meno stabilizzata. La presenza della forza aerea russa è riconosciuta legittima, efficace e molto utile nel combattere i terroristi, anche per i critici di Mosca, molti dei quali ora si chiedono perché il Pentagono ha iniziato a comportarsi in modo passivo dall’inizio delle operazioni russe. La fine delle operazioni in Siria dell’Aeronautica russa è stata una risposta alle preoccupazioni (e alle speranze dei detrattori) che la Russia “rimanesse bloccata” nella guerra in questo Paese, come in Afghanistan. Ma, ahimè, il ricostituito l’Esercito siriano ha potuto condurre l’offensiva a Palmyra e a non cedere posizioni a nord di Aleppo. Sorprendentemente per tutti, il cessate il fuoco a lungo termine è stato mediato dai militari russi. Ma allo stesso tempo la guerra civile non è finita. Si consideri, allo stato attuale delle cose, le prospettive sul futuro dell’opposizione siriana secondo lo studio degli esperti dell’Istituto IPM, A. Kuznetsov e B. Ju Sheglovina.

C’è assai meno spazio al sole
Il ritiro parziale del gruppo militare russo in Siria e il processo di pace avviato nel Paese da Mosca e Washington hanno aperto una nuova fase nello stallo politico-militare del conflitto, in corso da cinque anni. Allo stesso tempo, gli atteggiamenti dell’opposizione hanno cominciato a maturare e cambiare, in parte per via dei tentativi di ritrovarsi nella nuova realtà del compromesso, e questa realtà è stata categoricamente respinta. Mostrando in dettaglio che nel futuro post-bellico della Siria chi ha la possibilità d’integrarsi nel sistema, e chi no (con un biasimo “implacabile” che ricadrà pienamente su loro stessi). “L’Iran aumenta il corpo dei consiglieri in Siria, e l’esercito governativo riempie le scorte prima della campagna decisiva“. Coloro che non hanno accettato l’accordo di pace e sono disposti a continuare la guerra, con l’accordo ancora sul tavolo di Assad e garantito dall’Aeronautica russa, ancora sperano su una vittoria militare contro Assad, sostenuti da Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Ankara, Doha e Riyadh cercano il dominio assoluto col confronto globale tra sunniti e sciiti in Siria. Pertanto, non sono interessati ad armonizzare le condizioni del ritiro graduale dei combattenti e a raggiungere un compromesso con Assad e l’alleata Teheran. Il trio non accetta altra forma per la fine della crisi. Per di più, incoraggiano i gruppi di opposizione a continuare la lotta e non accettano che i loro gruppi siano stati finalmente sconfitti. I negoziati ufficiali lanciati a Ginevra vanno molto lentamente ed è improbabile che nel prossimo futuro ci siano risultati significativi. Ci sono due opzioni. Primo, l’opposizione in esilio, con cui sono in corso trattative a Ginevra, non controlla i gruppi armati in Siria, avendo un peso trascurabile su di essi. Di conseguenza, può raggiungere un accordo con chiunque su qualsiasi cosa, ma “al fronte” non è riconosciuta, ancora una volta ricordando il proverbio “della ragione” e mostrando il ruolo primario dei militari (anche interni) sui diplomatici nella politica reale. In secondo luogo, l’opposizione siriana è divisa dai diversi interessi dei principali sponsor: Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Stati Uniti. Nel tempo, la frammentazione per ragioni oggettive è aumentata. Con i negoziati i gruppi armati cercano di costruire dei propri domini, garantendosi la posizione più favorevole. Questo porterà a conflitti tra ex-alleati. Un esempio di tale situazione è lo scontro avutosi il 27 e il 30 marzo tra i due gruppi sostenuti dagli Stati Uniti, vicino alla città di Marah, a nord di Aleppo. I militanti delle unità sostenute dalla CIA del “Furqan al-Haq” attaccavano le Forze democratiche siriane apertamente patrocinare dal Pentagono. Queste ultime sono una coalizione di milizie per l’80 per cento costituite da curdi, con un 20 per cento di gruppi arabi e turcomanni. La milizia è formata dal Partito di Unione Democratica (PDS) curda di Salah Muslim, dalle truppe siro-assire e dall’esercito siriano rivoluzionario (“Jaysh al-Tuwar“) assemblato dai resti di quello che era l’assai “rispettato”, da Stati Uniti e alleati della NATO, esercito libero siriano (ELS). Un gruppo di combattenti del “Jaysh al-Tuwar” attaccò le due fazioni opposte, “Fronte rivoluzionario siriano” e “Haraqat al-Hazam” (“Movimento della decisione”). Inoltre, nell’ambito delle forze di autodifesa, che guidano la lotta al terrorismo internazionale, vi sono due unità di turcomanni siriani, “liwa al-Salajiqa’ e ‘liwa Sultan Murad“. Insieme cercano di allontanare l’opposizione armata laica dagli estremisti radicali, i principali dei quali sono i noti terroristi russi del gruppo terroristico “Jabhat al-Nusra“. Il 25 marzo i suoi combattenti nella provincia settentrionale di Idlib si scontravano con la 13.ma brigata dell’ELS. Così, gli islamisti riuscirono a cacciare le forze “moderate” della provincia. Secondo un esperto dell’University of Michigan, Juan Cole, la stragrande maggioranza dei gruppi “moderati” nelle province di Idlib e Aleppo ha ricevuto armi statunitensi, sequestrate nei combattimenti dai jihadisti (o volontariamente consegnategli), dando ragione a chi pensa nel Congresso degli Stati Uniti allo scandalo sul passaggio di armi a “Jabhat al-Nusra” (ufficialmente si parla di sequestro delle armi) dai due gruppi dell'”opposizione moderata” che avevano ricevuto un aiuto da 500 milioni di dollari assegnato alla Turchia. Il mese prima si vide la significativa intensificazione delle operazioni di “Jabhat al-Nusra” in Siria. Le sue forze si erano concentrate a nord di Aleppo, combattendo le unità di difesa curde nella zona di Shaiq Maqsud. Ciò fu dovuto a due fattori. In primo luogo, il gruppo, nonostante l’aumento del sostegno dei diplomatici statunitensi, che ufficialmente l’includevano nella lista delle organizzazioni terroristiche, ora cerca di avere almeno un posto al sole. In secondo luogo, dopo l’annuncio dell’armistizio, la riduzione dell’intensità dei combattimenti dei jihadisti era dovuta alla scarsa popolarità tra i siriani. Nelle zone occupate da Jabhat al-Nusra si sono verificate dimostrazioni in cui i partecipanti gridavano: “Accidenti all’anima tua, Julani” (il capo del gruppo islamista). Insieme ad Abu Muhamad al-Julani veniva anche maledetto il capo dello “Stato islamico” bandito in Russia, Abu Baqr al-Baghdadi, e il gran Muftì di Siria Ahmad Badradin al-Hasun. “Jabhat al-Nusra” ha subito perdite. Il 4 aprile nel corso di un bombardamento della Syrian Arab Air Force, Abu Firas al-Suri veniva eliminato. Era il capo ideologo e suo promotore “al fronte”, oltre che veterano del movimento jihadista in Siria. Nel 1982 prese parte alla rivolta dei “Fratelli musulmani” nella città di Hama, e in seguito partecipò alla jihad in Afghanistan. Conosceva personalmente Abdullah Azam e Usama bin Ladin, e a lungo visse nello Yemen, dove partecipò alle attività della locale “al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP)”; nel 2011 tornò in Siria per partecipare alla guerra contro il governo di Assad. Secondo il quotidiano libanese “al-Akhbar”, durante l’attacco vicino ad Abu Firas vi erano diversi militanti dell’Uzbekistan.Map-northern-Aleppo-2016Tentativo sventato
L’ulteriore frammentazione dell’opposizione siriana s’è vista al Congresso di Cairo del 12 marzo, che vide la nascita di una nuova alleanza, “Ghada al-Suriy” (“Futuro della Siria”), guidata dall’ex-presidente della Syrian National Coalition Ahmad Jarba. Il portale internet “Arabi al-Jadid“, ha scritto che “Futuro della Siria” farà lobbing in Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Nella Repubblica Araba d’Egitto e negli Emirati Arabi Uniti, queste parole non sono così lontane dalla verità. Gli egiziani cercano di impegnarsi attivamente nel processo politico su Damasco dal giugno 2015, quando a Cairo vi fu una riunione dei Comitati Nazionali di Coordinamento della Siria. Cairo ha cercato di creare una coalizione di opposizione, in alternativa all’attuale orientamento alla frammentazione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno recentemente aderito a questi tentativi e cercano di realizzare il proprio piano politico, diverso da quello saudita. Partecipanti anonimi alla conferenza hanno detto, ad esempio, che la conferenza fu pianificata da Muhamad Dahlan, ex-capo dell’organizzazione palestinese Fatah, alla guida delle forze di sicurezza nella Striscia di Gaza prima dell’ascesa al potere di Hamas. Nel 2011, dopo essere stato accusato di aver avvelenato Arafat, emigrò a Dubai. Negli Emirati Arabi Uniti agiva da consigliere per la sicurezza di Muhamad bin Zayad, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante delle forze armate degli Emirati. Secondo “Arabi al-Jadid“, Dahlan organizzò in uno degli alberghi di Cairo appartenenti al servizio di intelligence egiziano l’incontro con Ahmad Jarba e Qasim Qatib, membri dell’opposizione considerati creature ufficiose del governo di Assad. Vi è tuttavia un punto all’ordine del giorno siriano, che la maggior parte dei vari gruppi di opposizione e il governo condividono, il rifiuto categorico dell’autonomia curda e della federalizzazione del Paese. Tuttavia, questo punto improbabilmente unirà le contrastanti associazioni siriane. Così il gruppo di Riyadh (VIP o Comitato Supremo di Negoziazione) continua a presentare precondizioni nei negoziati di Ginevra, chiedendo il ritiro di Assad e il trasferimento di tutto il potere all’opposizione. Questo è un prerequisito per la sua partecipazione ai negoziati, come dichiarato in un colloquio con il rappresentante permanente della TASS presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, Aleksej Borodavkin. L’opposizione esige che tutto il potere nella RAS sia immediatamente trasferito ad essa. Allo stesso tempo, per la Russia “questo non può che essere causa di preoccupazione con l’opposizione di Riyadh respinge l’idea di preservare la RAS come Stato laico. Ci sono molti sospetti, anche nell’opposizione moderata, rappresentanti della visione di Mosca-Cairo e contrari all’idea del gruppo dei Paesi del Consiglio del Golfo di trasformare la Siria in una sorta di califfato”, ha detto il diplomatico russo. Le sue parole sulla Siria e le intenzioni di trasformarla in un califfato sono ripetutamente confermate da Qatar e Arabia Saudita, anche se la Turchia preferisce dividere il Paese e accorparne le regioni settentrionali nel nuovo impero ottomano guidato dal sultano Erdogan. Tuttavia, non si tratta di un completo fallimento, in quanto, il congelamento dei negoziati, in questo momento, è nell’interesse non solo di Arabia Saudita e Turchia, ma anche degli Stati Uniti, che non possono impedire la presa da parte delle forze governative di Aleppo e quindi cercano di aggirare il tema principale dei terroristi, che cedono la capitale economica della Siria, comportando il fallimento di tutti i piani di Ankara e Riyadh. Nel contesto del rifiuto di Washington e Bruxelles dell’idea turca di una “no-fly zone” su una parte della Siria, e della scommessa sui curdi quale segmento dell’opposizione, ciò non comporterebbe il fallimento totale (il totale collasso della campagna contro Assad poterebbe alla liberazione di Idlib), ma sarà quantomeno l’inizio del fallimento.

Verso il momento della verità
Aleppo, che inizialmente sembrava per Ankara e Riyadh una sorta di “Bengasi siriana” e l’area circostante erano destinati ad essere il terreno per la grande offensiva finale su Damasco, e perciò considerate “pietra miliare dei loro piani”. Con la perdita di questa città, è chiaro che l’opposizione islamista si concentrerà esclusivamente sulla difesa d’Idlib (sicuramente inutile). Ma se la provincia è in gran parte persa presso le forze governative e i loro alleati, l’opposizione attenderà la propria frammentazione (escludendo importanti offensive, anche su Damasco), intensificando i processi di pace con i leader tribali, nella fase finale del processo, compiendo costanti progressi nei colloqui di Ginevra. I successi diplomatici nella storia mondiale sono dipesi dalle vittorie militari. La Siria difficilmente sarà un’eccezione. La scommessa dell’Arabia Saudita in questo caso è estremamente alta. Troppi soldi sono stati spesi nel conflitto per lasciare che la vittoria le sfugga (per non parlare del pantano nello Yemen, dove il regno non solo spende soldi e prestigio, ma perde anche attrezzature e personale militari). Perdere in Siria comporta gravi complicazioni per l’Arabia Saudita e re Salman, e assai più importante, per suo figlio, attualmente in lotta per il potere supremo nel Paese. La potenza del titolo di “erede dell’erede” non importa. Inoltre, il re ha un’influenza più forte, ma implica che il principe Muhamad bin Salman debba dimostrare di competere al meglio alla successione bypassando gli altri pretendenti al trono. Tutto questo si sovrappone al rischio globale di “perdere la faccia” in Medio Oriente. Mentre si nota il confronto con la Russia in Siria, i sauditi non hanno deciso sugli accordi con la Russia riguardo la decisione di congelare la produzione di petrolio. Infine, il regime saudita affronta anche la sfida importante del deficit fiscale incombente.
Gli Stati Uniti hanno altri interessi nella regione e in Siria, sono impegnati solo a scoraggiare la Russia, attore geopolitico sempre più importante. La figura di Assad presidente per Washington è una questione secondaria. Suggerendo che lo stesso si può dire degli alleati, che si tratti di Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Come evidenziato dai freddi rapporti con Erdogan, che gli Stati Uniti considerano un avventuriero pericoloso, così come dal successo degli “scettici sui sauditi” presso Congresso, Pentagono e CIA. Non è un caso che la questione della declassificazione delle pagine segrete della relazione su organizzatori e sponsor dell’attentato dell’11 settembre causi indignazione a Riyadh, i cui vertici del potere cercando di reagire spingendosi a porre un ultimatum a Obama della vendita dei 750 miliardi di dollari in buoni del Tesoro. Il problema principale per Washington, al momento, è non permettere a Mosca di continuare i “successi strategici” come la liberazione di Palmyra, avendo effetti profondi sull’opinione pubblica mondiale; da cui quindi la fuga sui media della possibile fornitura di sistemi MANPADS ai gruppi di opposizione. Alla Casa Bianca ci sono discussioni su come impedire la campagna della Russia in Siria: se sia necessario intervenire con l’opposizione islamista realizzando una struttura centralizzata e approfittare di tale slancio per salvare la faccia, o cercare di combattere i risultati del vuoto creato dalla sconfitta delle forze fedeli agli Stati Uniti. Basandosi sull’addestramento attivo delle organizzazioni ribelli in Giordania, l’aumento delle forze speciali stanziatevi e il sostegno diretto ai curdi, si può parlare di vittoria del secondo pensiero. Ma ciò non significa che gli Stati Uniti siano disposti ad accettare la presa di Aleppo da parte delle forze governative. Quindi, è comprensibile perché la leadership politico-militare statunitense “abbia chiuso gli occhi” sul trasferimento massiccio di terroristi dalla Turchia per ricostituirne le fila in Siria e quindi ricattare Mosca con tutti i mezzi disponibili. In tale contesto, gli Stati Uniti avendo bisogno di progressi sul campo di battaglia, accetteranno chiunque quale risorsa nel conflitto. D’interesse è anche la futura presa di Mosul e Raqqa. E c’è bisogno di un vero grande successo sul fronte, non nei discorsi dei politici statunitensi sulle vittorie degli Stati Uniti in Iraq e Siria. La presa di Aleppo è importante anche per Teheran che, dopo una breve pausa, intensificherà il sostegno a Damasco. A questo proposito, il portavoce dello Stato Maggiore russo ha detto che “non è all’ordine del giorno delle operazioni congiunte riconquistare Aleppo“, commentato dagli analisti statunitensi senza capire il sottinteso di queste parole, rendendo chiaro che si tratta del trasferimento del “comando sul campo” all’Iran piuttosto che essere una frattura tra Mosca e Teheran. Gli statunitensi giustamente fanno notare che per l’Iran è il momento della verità in Siria, che deciderà l’equilibrio di potere in Medio Oriente per almeno i prossimi dieci anni. Ma i loro calcoli sulla motivazione delle azioni del Cremlino sono profondamente sbagliate. I leader russi hanno imparato a calcolare le mosse occidentali e preferiscono non credere ad una sola parola che profferisce. I calcoli della CIA sugli effetti di un riscaldamento presunto nel dialogo con Washington e dell’ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso l’Ucraina, e quindi la loro cosiddetta “analisi” su Mosca che non vorrebbe aiutare Assad a riprendersi Aleppo assicurandone la vittoria, sono un chiaro pio desiderio.
Prendendo Aleppo con l’aiuto dell’Aeronautica russa si motiverà l’Arabia Saudita a domandarsi se possa tornare al tavolo dei negoziati, in quanto unica opportunità per il regno di mantenere una presenza nell’arena politica al momento di risolvere la questione. La liberazione di Aleppo e Idlib automaticamente colpirà Arabia Saudita e gruppo di Riyadh, grevi figure nei colloqui di Ginevra. E la Turchia e il suo principale alleato, il Qatar, ne saranno travolti. E in una situazione del genere, la conservazione dell’alleanza tripartita dei Paesi filo-sauditi o anche del solo asse Ankara – Doha, si rivelerà inutile nel trasformare l’equilibrio. Da parte sua, Teheran cercherà di attuare in Siria una pianificazione militare che influenzi i sauditi. Perciò l’Iran cerca di rafforzare il corpo dei consiglieri e le milizie sciite afgane ed irachene, così come di ricostituire l’arsenale dell’Esercito siriano per permettergli l’offensiva decisiva. Per farlo, Teheran sponsorizza l’acquisto di armi e munizioni dalla Bielorussia.northsyriaapril2016Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Majdan: la deriva fascista di una “rivoluzione” anti-russa

Jean Geronimo, Mondialisation, 27 aprile 2016

“Stati Uniti ed Unione europea vogliono in Ucraina un’altra ”rivoluzione colorata’”.
Sergej Lavrov, Mosca, 24 aprile 2014

ukraine_nato_ucheniya7Il drammatico ritiro europeo del presidente ucraino Viktor Janukovich fu per Washington il pretesto per rovesciarlo e controllare uno Stato strategico dell’Eurasia post-comunista. Tale azione mostra l’ossessivo vecchio sogno da guerra fredda: ricacciare la potenza russa dal suo spazio storico. Contrariamente alla propaganda mediatica per ammaestrare l’opinione pubblica internazionale, Janukovich non mise mai in discussione la riconciliazione sotto la sua presidenza dell’Ucraina con l’Unione europea. Invece, cercò di riequilibrarne la posizione tra Europa e Russia, finora rivolta al “sogno europeo”. A tal fine, volle rinegoziare, maldestramemte, l’accordo di associazione e di libero scambio in programma il 23 novembre 2013 tra UE e Ucraina, il meno adatto per la situazione disastrosa dell’economia, oscurando gli stretti legami con la Russia, che controllava un terzo del capitale. A seguito della tardiva comprensione ed alle allettanti proposte russe del 17 dicembre 2013 per un prestito di 15 miliardi di dollari e la riduzione di un terzo dei prezzi del gas, l’improvviso cambio portò a discreditare il “corrotto” Janukovich, di cui Putin si era rammaricato della debolezza. Spinto dagli estremisti, il movimento sociale fu rapidamente politicizzato e divenne violento. Nacque così la “rivoluzione” di Majdan. Ci s’interroga sulla natura di tale “rivoluzione” che sancì la cacciata di V. Janukovych, il giorno dopo l’accordo (ancora) del 21 febbraio 2014 tra gli attori nel conflitto e il cui rispetto avrebbe potuto, in ultima analisi, evitare la sanguinosa guerra civile nel sud-est.

Un colpo di Stato nazionalista, manipolato dall’occidente
Violando l’accordo del 21 febbraio, a seguito di un'”insurrezione” dubbia, secondo Jacques Sapir, organizzata da forze oscure sostenute dall’occidente, si attuava il 22 febbraio 2014 il colpo di Stato contro Janukovich. Finora le Nazioni Unite, come il Consiglio d’Europa, denunciavano l’eccessivo ritardo della giustizia sugli abusi mortali a Kiev e Odessa con cui tale colpo di Stato nazionalista fu scatenato da forze fasciste, ed anche “proprio naziste” secondo JM Chauvier. Per Putin, gli autori del colpo di Stato sono ben noti: sappiamo “quanto sono stati pagati, come sono stati preparati, in quali Paesi, e chi erano i loro istruttori“. Il colpo di Stato, dopo una breve transizione politica, permetteva l’incoronazione a presidente di P. Poroshenko il 25 maggio 2014, candidato filo-europeo più adatto a difendere gli interessi del governo degli Stati Uniti, del grande capitale e degli oligarchi dell’Ucraina occidentale contro la “minaccia comunista”. Il sogno europeo controllato dagli Stati Uniti. In definitiva, tale inflessione pro-europea dell’Ucraina sarà il catalizzatore del riavvicinamento con la NATO, genuino relè della diplomazia americana, come previsto da Zbigniew Brzezinski: “L’espansione dell’Europa e della NATO perseguirà gli obiettivi a breve termine, così come la politica a lungo termine, degli Stati Uniti“. In questo contesto, su pressione degli Stati Uniti, Poroshenko costruiva la sua popolarità, e strategia, contro la “minaccia russa”. Il 14 settembre 2015 confermava che la “minaccia numero uno era la Russia” e così giustificava l’appello alla NATO. Strutturalmente impregnato dallo spirito della guerra fredda, dalla dottrina Brzezinski che sostiene la riduzione della potenza russa, il governo degli Stati Uniti avanzò le sue pedine, e le sue basi, sulla scacchiera eurasiatica. L’obiettivo di Washington in Ucraina è impedire il ritorno dell’influenza russa in Europa e in particolare contrastarne le ambizioni al dominio che, di fatto, metterebbe in discussione la leadership ereditata dall’anticomunismo. Il principio del controllo strategico del continente europeo fu evidenziato da H. Kissinger quale elemento chiave della politica degli Stati Uniti: “Da quando gli USA entrarono nella prima guerra mondiale, nel 1917, la loro politica si basa sull’idea che sia loro interesse geopolitico evitare che qualsiasi potenza possibilmente ostile domini l’Europa“. Tale preoccupazione strategica al centro dell’analisi di Brzezinski giustificando il mantenimento del clima da guerra fredda riattivando, tramite la strategia della disinformazione, il mito del “nemico russo” in Ucraina, sostenendo gli Stati Uniti nell’espansione verso est dello spazio neoliberale europeo e dell’integrazione atlantista contro gli interessi russi. Alla fine, tale quadro spiega la decisione del comandante delle forze alleate in Europa Philip Breedlove, che aveva detto al Congresso degli Stati Uniti nel febbraio 2016, di “contenere” la Russia e, se necessario, di “sconfiggerla”. Preoccupante.

La “rivoluzione” fascista diretta contro Mosca
ukr-nato L’eliminazione di un leader politico filo-russo democraticamente eletto ma fastidioso, avendo respinto da un lato, la logica ultraliberale dell’accordo di associazione e, dall’altro, l’influenza eccessiva dell’austerity europea controllata dal FMI, è stato l’obiettivo unificante della coalizione anti-Janukovich. Opposizione dalla variegata base nazionalista, formata anche da correnti neonaziste. La strana coalizione “rivoluzionaria” veniva infine sostenuta e guidata dalle potenze occidentali su impulso statunitense. “Washington ha sostenuto attivamente Maidan” denunciava Vladimir Putin il 16 ottobre 2014, ipotesi confermata dalla confessione del 31 gennaio 2015 di Barack Obama sulla CNN. A poco a poco, spinta da una forza irresistibile, la curiosa “rivoluzione” liberalnazionale euromaidan si radicalizzò dando la caccia ai “nemici”, e ai comunisti russi, arrivando agli eccessi politici, dal 15 aprile 2014 con la terribile repressione in Oriente e dal 2 maggio 2014 con il vergognoso massacro di Odessa. Un’ultima conseguenza di tale sviluppo fu l’emergere delle leggi di “pulizia”, portando al divieto del Partito Comunista ucraino il 24 luglio 2015 e, per estensione, a consacrare i vecchi eroi collaborazionisti delle Waffen-SS. Inquietante revisione della storia ucraina, che promuove la rinascita dell’ideologia nazista sostenuta da temibili gruppi paramilitari. Delirante. Tendenzialmente, la “rivoluzione” a Kiev è un’estensione delle “rivoluzioni colorate” di natura neoliberale contro l’ex-Unione Sovietica negli anni 2000 per insediare capi filo-occidentali vicini a Washington e facilmente manipolabili. La generalizzazione inconsapevole di tale strategia “rivoluzionaria” in Medio Oriente fu segnalata il 20 dicembre 2015 da Jeffrey Sachs, consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite: “(…) gli Stati Uniti dovrebbero smettere con le operazioni segrete della CIA per rovesciare o destabilizzare i governi in diverse parti del mondo“. Lo scenario ucraino dà l’impressione di un ben oliato meccanismo politico sotto l’occhio vigile dell’ambasciata degli Stati Uniti, che supervisiona il progresso “rivoluzionario”. Il ruolo delle organizzazioni non governative e dei governi stranieri, così come l’interferenza sorprendente dei capi occidentali (J. Kerry e Ashton), ancora una volta, furono decisivi, con gli oscuri cecchini di Majdan, nella costruzione del “punto critico” per destabilizzare il potere e far riuscire questa fase rivoluzionaria. Non vi è dubbio che oggi tali cecchini fossero collegati all’opposizione radicale anti-Janukovich e che furono integrati, con le milizie brune, nella strategia per destabilizzare il regime filo-russo. E inoltre, con la pressione “democratica” anti-russa guidata dal duo USAID-NED (1), vettore di tutte le “rivoluzioni” post-sovietiche tramite il supporto dollarizzato dell’opposizione ucraina e della propaganda occidentale, nel rafforzare la “società civile”. Soprattutto, tale supporto rientra nel bilancio degli Stati Uniti per finanziare la strategia della “deterrenza” contro la Russia nello spazio eurasiatico, spesa quadruplicata dal progetto di bilancio 2017 nell’ambito della nuova guerra ibrida. Alla fine, per il soft power si tratta di sradicare i valori sovietici simboleggiati dalla minaccia comunista del “dittatore” Putin rimasto, secondo una strana credenza occidentale, l'”homo-Sovieticus” che aspira a ristabilire l’Impero. Delirante.

L’avanzata della NATO nell’area post-sovietica
Nel contesto di crescenti tensioni USA-Russia, il ritorno della Crimea nella madrepatria russa può essere spiegato come tentativo di Mosca di mantenere un avamposto strategico di fronte all’avanzata provocatrice della NATO nello spazio post-sovietico, suo estero vicino definito quale baluardo. In altre parole, la Crimea può essere considerata una “mossa strategica” di V. Putin sulla scacchiera eurasiatica per preservare le posizioni e difendere gli interessi nazionali, minacciati dall’inflessione anti-russa della diplomazia europea. La mossa vincente fu resa possibile dall’estrema incapacità occidentale dietro il colpo di Stato nazionalista, offrendo la possibilità al presidente russo, attraverso il referendum del 16 marzo 2014, di ritrovare la Crimea e quindi eliminare lo “storico errore” di Krusciov del 1954. Per Putin non c’è dubbio che la NATO dominata dagli Stati Uniti rimanga fedele al vecchio obiettivo della guerra fredda, rafforzare la propria superiorità militare influenzando l’equilibrio strategico in Eurasia. Per giustificare tale obiettivo e “dare senso” alla propria esistenza, la NATO ha costruito in Ucraina il “nemico”, secondo il capo della diplomazia russa S. Lavrov, il 14 aprile 2016. In alcuni Stati dell’ex-blocco sovietico, la NATO sarebbe diventata, per HC Encausse, “(…) un’alleanza per proteggersi dalla Russia, sospettata di ambizioni neo-imperiali”. Ciò spiega, forse, la notevole espansione delle strutture dell’Alleanza nella periferia europea della Russia che Washington giustifica con le sue “interferenze” in Ucraina. Tuttavia, l’avvertimento del Cremlino lanciato il 23 settembre 2015 dal portavoce Dmitrij Peskov è chiaro: “Ogni avanzata dell’Alleanza per chiuderci nei nostri confini riceverà le contromisure per garantire la nostra sicurezza nazionale“. La Russia, sulla difensiva. Il 20 maggio 2015 tale paranoia anti-russa, alimentata da disinformazione, informazioni parziali o fuorvianti, fu illustrata dal discorso allarmista del capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale e della Difesa ucraino Aleksandr Turchinov: “La minaccia mondiale oggi proviene dalla Russia ed esige una reazione adeguata e forte“. La richiesta sembra sia stata recepita il 23 giugno 2015 dal segretario alla Difesa A. Carter, che confermava l’insediamento “temporaneo” di armi pesanti in Europa centrale e orientale, in risposta alle “provocazioni russe”, violando l’atto fondatore NATO-Russia firmato il 27 maggio 1997. All’inizio di febbraio 2016, Carter annunciava di quadruplicare l’aiuto degli Stati Uniti agli alleati europei nel 2017, per l'”aggressione russa all’Europa l’Oriente”. Per Kissinger, la NATO mantiene la sua storica funzione anti-russa, incentrata sulla protezione dell’Europa: una “polizza assicurativa contro il nuovo imperialismo russo”. Oggi, le spese militari della NATO (800 miliardi di dollari) sono 11 volte superiori a quelle della Russia (70 miliardi) e quindi creano un’asimmetria pericolosa. La pressione psicologica surreale contro la Russia, di fatto, ne ha riattivato l’istinto di sopravvivenza strutturato dal sistema sovietico contro l’asse NATO-USA. Alla fine, nonostante la recessione economica, sancita dal declino produttivo del 3,8% del PIL nel 2015, Putin ha confermato nel 2016 la prosecuzione dello sforzo militare “difensivo” dalla Russia, aumentandone il bilancio. Ritornano i vecchi riflessi.

Kiev, perno dello scacchiere
La crisi a Kiev riflette la partita a scacchi tra Stati Uniti e Russia con l’opposizione neo-ideologica tra assi euro-atlantico e eurasiatico, di cui l’Ucraina è parte cruciale, il “pivot”. Facendo dell’Ucraina “una bomba geopolitica” (2) a scoppio ritardato, tale configurazione strategica giustifica il rafforzamento nell’Europa orientale della NATO per “resistere alle pressioni della Russia”, secondo la confessione, ai primi di marzo 2016, del segretario generale dell’Alleanza, Jens Stotenberg. Il 17 marzo 2016, A. Carter definiva la Russia come prima “minaccia globale” per gli Stati Uniti.20140305_140305-nuc_rdax_775x5161) La destabilizzazione politica dei regimi filo-russi si basa su l’aspetto democratico delle strutture governative (USAID) e non governative (NED) statunitensi. Il National Endowment for Democracy (NED) è una fondazione privata dal grande budget in gran parte finanziato dal Congresso degli Stati Uniti con cui finanzia molte ONG per promuovere la democrazia nel mondo. L’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) ha la leadership politica dal dipartimento di Stato e mira a promuovere un quadro democratico ed equilibrato per lo sviluppo nel mondo. Interviene per promuovere gli obiettivi, e i valori, della politica estera statunitense. Una forma di “quarto” catalizzatore delle “rivoluzioni colorate”.
2) Jean Geronimo (2015): “L’Ucraina: una bomba geopolitica nel cuore della guerra tiepida” Prefazione J. Sapir, ed. Sigest.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il golpe costituzionale colorato in Brasile

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 25 aprile 20161458339894466Il Brasile è nel pieno di una prolungata operazione di cambio di regime, come documenta Pepe Escobar nei suoi articoli per Sputnik, RT e Strategic Culture Foundation. L’intento dell’autore non è specificare la situazione di ogni dettaglio delle tecniche degli Stati Uniti, ma fornire una panoramica generale delle strategie in gioco e del loro contributo alla teoria della guerra ibrida. Il Brasile è un importante campo di battaglia della nuova guerra fredda, non solo per la sua multipolarità istituzionale ma soprattutto per il ruolo nella visione globale della Via e Cintura della Cina. I cinesi annunciarono l’anno scorso l’intenzione di costruire la ferrovia transoceanica dalle coste atlantiche del Brasile a quelle pacifiche del Perù, agevolando il commercio transoceanico tra i due aderenti ai BRICS, migliorando la capacità commerciale transcontinentale di Brasilia. Poiché questo megaprogetto si trova nell’emisfero degli Stati Uniti, gli eccezionalisti ossessionati dalla “dottrina Monroe” acceleravano i piani per il cambio di regime in Brasile con l’intento di rovesciarne il governo e sostituirlo con uno collaborazionista filo-unipolare. Molti osservatori si chiedono come descrivere correttamente ciò cui si assiste in Brasile, e mentre c’è sicuramente la chiara prova della rivoluzione colorata, sarebbe inesatto descriverlo esclusivamente attraverso tale prisma. Allo stesso modo, mentre viene paragonato alla guerra ibrida, vi si adatta solo negli aspetti “convenzionali” informativi ed economici del termine, anche se in realtà non soddisfa i prerequisiti del cambio di regime con la transizione graduale dalla rivoluzione colorata alla guerra non convenzionale (o almeno non ancora). Allo stesso modo, mentre c’è sicuramente un ‘colpo di Stato costituzionale’ in corso, non è neanche del tutto una forma di cambio di regime. Piuttosto, vi sono elementi delle tre strategie che interagiscono in una dinamica unica che potrebbe rappresentare l’inaugurazione di un nuovo approccio volto a sovvertire i principali Stati multipolari. Ciò che è importante sottolineare è che l’intera trama è avvita dalle preziose informazioni che la NSA aveva ottenuto dai vertici della società brasiliana, usandole poi come arma per catalizzare il cambio di regime; il che significa che praticamente tutti i Paesi del mondo sono potenzialmente vulnerabili a tale destabilizzazione asimmetrica.

L’indagine “anti-corruzione”
theItalianGuillotine Il veicolo chiave per fare pressioni sulla Presidentessa Rousseff non è la rivoluzione colorata, conseguenza della “rivoluzione del cashmere” su cui l’autore mise in guardia la scorsa estate, ma i tentativi di “colpo di Stato costituzionale” orchestrati per rimuoverla dal potere. Va ricordato che questi si basano su un’indagine “anti-corruzione” che, come Pepe Escobar ha più volte sottolineato, è unilaterale e volti solo contro il partito al governo. E’ stato rivelato nel settembre 2013 dalle fughe di Snowden come l’NSA spiasse Petrobras, la compagnia al centro dello scandalo del ‘golpe costituzionale’, sollevando la possibilità che gli Stati Uniti avessero informazioni compromettenti sulla presunta corruzione dei dirigenti del partito e aspettassero il momento giusto per usarle come arma. Non va vista come mera coincidenza che il “Car Wash” sia un’indagine anti-corruzione iniziata un anno e mezzo dopo, nel marzo 2014, nel periodo precedente al 6° vertice BRICS a Fortaleza, Brasile. Durante quell’importante evento internazionale, i leader multipolari s’impegnarono a creare l’architettura finanziaria alternativa che sarebbe poi diventata nota come Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS, ufficialmente istituita un anno dopo a Ufa. Al momento, “Car Wash” non era abbastanza grave da far deragliare tutto, ma neanche fu concepita per essere una bomba che esplodesse immediatamente. Invece, sarebbe stata concepita come bomba a orologeria che doveva esplodere in futuro, anche se Rousseff non fosse rimasta in carica al momento. Il lettore dovrebbe ricordare che a malapena fu rieletta, e se non fosse stato così, allora sarebbe stata l'”opposizione” che ne sarebbe stata implicata o ricattata di nascosto. Dopo tutto, “Car Wash” è uno scandalo anticorruzione unilaterale che trascura volutamente certi partiti di opposizione e si rivolge esclusivamente alle classe dirigente, a prescindere da chiunque possa essere. Nel caso di Rousseff e del Partito dei Lavoratori, sono presi di mira per il cambio di regime, mentre il Partito socialdemocratico brasiliano, il rivale nelle elezioni del 2014, sarebbe stato ricattato affinché continuasse ad allinearsi ai precetti strategici statunitensi. In un modo o nell’altro, dopo aver avviato l’indagine “Car Wash“, gli Stati Uniti l’avrebbero sfruttata per raggiungere e mantenere la presa sulla dirigenza politica brasiliana. Con Rousseff rieletta mentre l’inchiesta era ancora in corso e nulla di ‘definitivo’ vicino, era inevitabile col senno del poi che sarebbe stata usata come arma per rovesciarne il governo e avviare il ‘colpo di Stato costituzionale’.

Il ‘golpe costituzionale’ e la rivoluzione colorata
Una volta implicata Rousseff (molto ‘convincentemente’ presso la corte dell’opinione pubblica) nel presunto “Car Wash“, gli elementi del cambio di regime filo-statunitensi insediati nel governo del Brasile scattavano avviando il procedimento del ‘colpo di Stato costituzionale’ contro di lei. Di per sé viene palesemente presentata come indagine unilaterale per la ‘lotta alla corruzione’, e il ‘colpo di Stato costituzionale’ non aveva alcuna parvenza di ‘legittimazione’ nazionale o internazionale, necessaria per richiedere la ‘giustificazione’ del passo drammatico. Questo è il ruolo che la nascente rivoluzione colorata svolge, dato che senza decine di migliaia di persone in strada, non ci sarebbe alcuna pretesa di ‘supporto alla democrazia’ nell’accusa. Al contrario, la mano degli Stati Uniti in tutto questo sarebbe ancora più evidente che nell’ultimo ‘golpe costituzionale’ dell’America Latina nel 2012, in Paraguay. Inoltre, il Brasile non è il Paraguay, ma è una delle principali potenze multipolari e una nazione molto più grande del vicino senza sbocco sul mare, e realizzarvi un cambio di regime richiede più ‘finezza’ e manipolazione delle ‘pubbliche relazioni’ che mai in Paraguay. Pertanto, la rivoluzione colorata in sé è irrilevante nel fare pressione sul governo Rousseff o nel fare concessioni alla sua leadership. L’intera operazione di cambio di regime è guidata dal ‘golpe costituzionale’, a sua volta camuffata da rivoluzione colorata attirando l’attenzione ‘normativa’ della maggior parte dei media filo-unipolari del mondo. Questo può essere dimostrato dall’ampia copertura mediatica delle migliaia di persone che protestano e si mobilitano attorno a una gigantesca anatra gonfiabile gialla, rispetto alla considerevole assenza di attenzione sul ruolo della NSA nel catalizzare l’intera indagine ‘contro la corruzione’ della Petrobras. Chiaramente, la ragione di ciò è che gli Stati Uniti sono impegnati in un piano concertato per spostare il discorso internazionale dalla questione delle origini della crisi politica alla ‘legittimità normativa’ del governo Rousseff, implicando nettamente che i manifestanti della rivoluzione colorata in qualche modo ne invalidino la rielezione democratica e legittima, e più ‘normativamente’ sanciscano i loschi traffici del ‘colpo di Stato costituzionale” attuato contro di lei.

L’elevato rischio di guerra ibrida
Al momento sembra che il ‘golpe costituzionale’ e rivoluzione colorata in due tempi riesca a rimuovere Rousseff, sostituendola con il vicepresidente Michel Temer, che in realtà già prepara il discorso post-colpo di Stato alla nazione, secondo una recente fuga di notizie. Se ciò dovesse accadere, allora non ci sarà alcun motivo per gli Stati Uniti di mutare l’operazione di cambio di regime in una guerra ibrida, scatenando una guerra non convenzionale, ma potrebbe involontariamente accadere che i sostenitori di Rousseff prendano alle armi nel caso in cui sia rovesciata. Se questo accadesse, allora il Paese verrebbe sicuramente gettato nella guerra ibrida a bassa intensità, anche se tale sviluppo raramente si verifica quando gli Stati Uniti hanno successo, senza correre avanti, avendo in ogni caso preso un corso impossibile da prevedere con precisione in questo momento. Tuttavia, considerando quanto sia sostenuta la sinistra dai milioni di indigenti in Brasile, e prendendo spunto dai compagni armati in Venezuela, la sinistra potrebbe formare milizie per proteggersi da qualsiasi imminente colpo di Stato. Ricordando lo stupefacente tasso di criminalità esistente nel Paese, è prevedibile che gli attivisti/insorti anti-golpe potrebbero facilmente procurarsi le armi di cui avrebbero bisogno per destabilizzare. Inoltre, l’UNASUR ha lasciato intendere che non riconoscerà il possibile impeachment di Rousseff, concedendo ulteriore sostegno normativo alle milizie che agissero in suo supporto. D’altra parte, se il cambio di regime non procedesse a ritmo sostenuto nel periodo delle Olimpiadi di Rio, e qualcos’altro accadesse sventandolo (ad esempio, il Senato che non vota l’impeachment), c’è la possibilità che gli Stati Uniti possano incoraggiare il terrorismo di destra contro il governo. Ciò provocherebbe un incidente internazionale per destabilizzare il governo brasiliano ancor più di quanto non lo sia già, proprio nel momento in cui avrebbe bisogno della migliore copertura dai media e sarebbe più vulnerabile alla raffica di condanne dai media unipolari. Visto da un’altra angolazione, se il complotto contro Rousseff avesse successo, con o senza eventuali ribelli anti-cambio di regime, alcuni Paesi potrebbero scegliere di boicottare le Olimpiadi mostrando solidarietà al governo legittimo illegalmente deposto. Questo non cambierebbe i fatti sul terreno, ma sarebbe una dichiarazione forte e simbolica di supporto che incoraggerebbe qualunque nascente movimento di resistenza armata possibile al momento.

Conclusioni
Valutando la strategia del cambio di regime degli Stati Uniti contro Rousseff, è evidente che i risultati della NSA sono stati usati per innescare le’ ‘procedure da colpo di Stato costituzionale’ normativamente giustificata dalla pianificata rivoluzione colorata (continuazione della cosiddetta “rivoluzione di cashmere” del 2014). Le proteste non hanno finora portato ad alcuna pressione sostanziale sul governo, nonostante le massicce dimensioni, con l’unica tangibile uso della forza contro il governo dovuta all’indagine ‘legale’ lanciata contro la presidentessa brasiliana. Nulla a questo punto indica un governo minacciato dagli attivisti, anche se tutto indica che sia destabilizzato dalla cospirazione “Car Wash“. Anche se non vi sono nette tracce di guerra ibrida riscontrabili finora (secondo la definizione dell’autore del concetto di cambio di regime), ciò non esclude che una sua manifestazione nel prossimo futuro non sia proposta da terroristi di destra anti-governativi o insorti filo-governativi post-colpo di Stato. Non c’è alcuna garanzia che accada, ma la possibilità non va esclusa in generale e ci si deve preparare da entrambe le parti. Non importa ciò che in ultima analisi accade in Brasile, lo scenario del cambio regime attualmente in corso è emblematico del nuovo tipo d’interazione sovversiva tra NSA, golpisti costituzionali e rivoluzionari colorati, e sarebbe preoccupante prefigurare un futura tendenza alla destabilizzazione degli Stati che potrebbe presto essere attuata altrove contro altri bersagli multipolari.dilma refém de cunhaAndrew Korybko è commentatore politico statunitense presso l’agenzia Sputnik.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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