Pesante sconfitta dell’alleanza USA-SIIL in Siria

Alessandro Lattanzio, 24/9/2017L’alleanza tra Stati Uniti d’America e Stato Islamico di Iraq e Levante (SIIL) ha perso la guerra in Siria, assieme all’ultima regione siriana, da cui i sionisti-statunitensi si giocano le ultime carte per dividere la Siria e imporvi l’occupazione militare statunitense.Il Ministero della Difesa russo rilasciava un video sulle posizioni dello SIIL a nord della città di Dayr al-Zur, in Siria orientale, che mostra mezzi militari statunitensi schierati nella zona. “Le fotografie aeree scattate il 8-12 settembre 2017 nelle aree occupate dalle forze dello SIIL, rilevano numerosi veicoli corazzati Hummer utilizzati dalle forze speciali dell’esercito statunitense“. Unità delle forze speciali erano schierate nelle postazioni create dai terroristi dello SIIL, senza tuttavia che si registrassero scontri tra terroristi e soldati statunitensi. “Nonostante le fortificazioni delle forze armate statunitensi siano erette laddove i terroristi dello SIIL sono attualmente dispiegati, non vi sono nemmeno i segni dell’organizzazione di opere di difesa, dimostrando che i militari statunitensi che vi si trovano, si sentano completamente al sicuro nelle aree occupate dai terroristi“.
Il portavoce del Ministro della Difesa russo, Generale Konashenkov, dichiarava che gli Stati Uniti sostengono lo SIIL, facendo finta di combatterlo da 3 anni; “i terroristi che hanno attaccato le truppe siriane a Dayr al-Zur provenivano da nord, dove sono ubicate le forze speciali statunitensi e le basi delle forze democratiche siriane. Inoltre, nelle ultime 24 ore c’è stato un drastico aumento del livello delle acque del fiume Eufrate, rendendo difficile all’Esercito arabo siriano attraversare il fiume. Non ci sono state piogge. I siriani dicono che l’unico modo per cui ciò succedesse era che l’acqua fluisse dalle dighe a monte, occupate dall’opposizione controllata dalla coalizione statunitense. Mentre la fine dello SIIL si avvicina in Siria, è chiaro chi lo combatte veramente e chi ha fatto finta di combatterlo negli ultimi 3 anni. Se la coalizione guidata dagli USA preferisce non combattere il terrorismo in Siria, il minimo che può fare è lasciare in pace chi lo combatte in modo coerente ed efficace. Nonostante ciò, l’Esercito arabo siriano, con il sostegno della forza aerea russa, continua ad allargare la testa di ponte sulla sponda orientale dell’Eufrate, liberando 60 chilometri quadrati dai terroristi. Ricordo che questa è una regione ricca di petrolio, che alimenta i terroristi. Perciò gli statunitensi sono così decisi a sabotarlo”.

In riferimento al tentativo dei servizi segreti statunitensi di sequestrare 29 poliziotti militari russi, si svolse una battaglia di 7 ore che si concludeva con la disfatta dei terroristi islamisti e dei loro istruttori statunitensi. Il Ministero della Difesa russo dichiarava che i servizi segreti statunitensi avevano diretto l’attacco islamista contro le forze russo-siriane con l’obiettivo di sequestrare 29 militari russi, scatenando pesanti combattimenti tra truppe russe e forze sostenute dagli USA, che subivano perdite devastanti: 850 terroristi, 11 carri armati, 46 tecniche, 20 autocarri e 38 depositi di munizioni dell’Hayat Tahrir al-Sham distrutti dalle forze aerospaziali russe.
Dichiarazione del Ministero della Difesa della Federazione russa sulla situazione in Siria e l’azione degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo in Siria: “L’intelligence degli Stati Uniti ha organizzato un pesante attacco del gruppo terroristico Jabhat al-Nusra (Hayat Tahrir al-Sham) alla periferia di Hama, città situata in una zona di de-escalation, violando l’accordo di cessate il fuoco. Assalivano le difese governative, cercando di circondarle assieme a un’unità militare militare russa, ferendo 3 soldati russi. Il motivo era il tentativo del Pentagono d’impedire all’Esercito arabo siriano di avanzare ad est di Dayr al-Zur, contrastando i piani geopolitici statunitensi. Ad Astana, 5 giorni prima, era stato firmato un accordo di cessate il fuoco, ma Jabhat al-Nusra non voleva rispettarlo. I terroristi lanciavano un grande attacco alle truppe governative nella provincia di Idlib, una delle quattro zone di de-escalation. Il Ministero della Difesa russo indicava che l’attacco fu preparato con una notevole potenza di fuoco. I terroristi utilizzarono carri armati e veicoli da combattimento per la fanteria, riuscendo a violare le difese delle forze governative per 12 km. Un altro compito di Jabhat al-Nusra era sequestrare un’unità militare militare russa; un plotone in Siria per il rispetto della pace. Il Ministero suppone che i terroristi fossero guidati dall’estero. Secondo i dati disponibili, l’attacco fu orchestrato dai servizi d’intelligence statunitensi per impedire il successo delle truppe governative ad est di Dayr al-Zur. A causa dell’attacco dei terroristi, il plotone della polizia militare fu bloccato, ma respinse gli attacchi per diverse ore da un nemico soverchiante, al fianco dell’unità della tribù Muali che aveva firmato l’accordo di cessate il fuoco e affrontava una situazione difficile. I militari russi crearono immediatamente il gruppo per recuperare i poliziotti, sostenuto dai velivoli d’attacco Su-25 che attaccavano a bassa quota. Di conseguenza, l’accerchiamento fu spezzato. Tre i russi rimasti feriti. L’operazione fermò i terroristi infliggendogli un grave colpo. Tutti i protagonisti sono stati decorati. Per 24 ore, attacchi aerei e d’artiglieria colpivano 187 obiettivi, eliminando 850 terroristi, 11 carri armati, 4 veicoli da combattimento per la fanteria, 46 pickup, 5 mortai, 20 camion e 38 depositi di armi. Sfruttando la situazione, le truppe del governo siriano lanciavano la controffensiva, respingendo il nemico”. Infine, il 23 settembre, oltre 100 terroristi di Jabhat al-Nusra e del Faylaq al-Sham venivano eliminati da un attacco aereo russo sul comando sotterraneo del Faylaq al-Sham di Tal Mardiq, ad est di Idlib.

Nel frattempo, il Ministro degli Esteri siriano Walid al-Mualam incontrava il Ministro degli Esteri iracheno Ibrahim al-Jafari per discutere di cooperazione e coordinamento tra Siria e Iraq. Al-Mualam informava al-Jafari sugli ultimi sviluppi delle Forze Armate siriane, sottolineando l’aggressione della “coalizione internazionale” guidata dagli Stati Uniti in Siria, dove uccide civili inermi e tenta di ostacolare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano contro lo SIIL. Inoltre affermava che la Siria riconosce un Iraq unito e si oppone ai tentativi di dividerlo. Al-Jafari notava la necessità di continuare il coordinamento e la cooperazione dei due Paesi nella lotta al terrorismo, rilevando che l’Iraq cerca di consolidare la sicurezza sul confine siriano-iracheno. Al-Mualam incontrava anche il Ministro degli Esteri armeno Edward Nalbandian. Nalbandian affermava che il governo armeno sostiene il governo siriano nella lotta al terrorismo, esprimendo disponibilità a contribuire alla ricostruzione. Infine, al-Mualam discuteva con il rappresentante algerino Abdalqadir Masahil, dove Masahil ribadiva il forte sostegno del suo Paese agli sforzi della Siria per combattere il terrorismo e a preservare l’unità e l’integrità territoriale, affermando il rigetto da parte dell’Algeria delle interferenze estere. Sempre il 23 settembre, il capo di Stato Maggiore dell’esercito iracheno, Generale Uthman al-Ghanimi, giungeva ad Ankara per incontrare l’omologo turco Generale Hulusi Akar presso il comando supremo turco. I due generali hanno discusso del referendum curdo iracheno ritenuto illegittimo e sottolineavano l’importanza dell’integrità territoriale dell’Iraq.

Fonti:
Cassad
MoD Russia
Muraselon
Muraselon
Russia Insider
Russia Insider
Russia Insider
Russia Insider
South Front
Sputnik

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La Cina aumenta l’influenza sull’Afghanistan

Vladimir Platov New Eastern Outlook 21.09.2017Non sorprende che gli Stati Uniti non siano l’unico Stato a riconoscere l’importanza geopolitica dell’Afghanistan. Tra le altre nazioni profondamente interessate a questo Stato dell’Asia centrale c’è la Cina. Fin dal 2011, quando fu lanciato il vertice “Cuore dell’Asia”, la Cina fa ogni sforzo per migliorare i rapporti con tutte le nazioni impegnate nella ricostruzione dell’Afghanistan. Pechino organizzò una riunione coi partner regionali, tra cui Iran, Pakistan e Russia, e collabora strettamente con il gruppo di coordinamento quadripartito tra Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e Cina, nonché i taliban. Tuttavia, negli ultimi tre anni la Cina è sempre più interessata a stretti legami con l’Afghanistan. Dopo il ritiro della maggior parte delle forze d’occupazione degli Stati Uniti, Pechino inviò a Kabul un gruppo di funzionari guidati dal Ministro degli Esteri Wang Yi. Infatti, negli ultimi tre anni, Pechino forniva più assistenza all’Afghanistan di quanto abbia fatto nei tredici anni precedenti.

Interessi cinesi in Afghanistan
Le ragioni di Pechino sono abbastanza chiare da sempre. Cerca la graduale riduzione delle truppe NATO in Afghanistan per ridurre l’influenza di Washington e creare una “zona di stabilità” ai confini della Cina. Allo stesso tempo, i funzionari di Pechino si rendono conto che fintanto che la situazione in Afghanistan rimarrà instabile, le forze della NATO e statunitensi avranno un pretesto per prolungare la presenza in un territorio confinante con la Cina. Inoltre, è estremamente importante che Pechino garantisca l’attuazione sicura dell’iniziativa economica Fascia e Via (OBOR), indebolendo i gruppi terroristici operanti nella regione, tra cui lo SIIL. Tali gruppi garantiscono che l’Asia centrale rimanga un quadro politico potenzialmente esplosivo. Ciò consente ai terroristi di preoccupare Pechino sulla stabilità nazionale e regionale. Quel che è peggio è che la tensione sempre presente nell’Asia centrale può potenzialmente mettere in pericolo l’iniziativa promettente dell’OBOR. Un brusco aumento delle attività dello SIIL in Afghanistan e Asia centrale è la maggiore preoccupazione della Cina, dato che tale minaccia può essere controbilanciata solo con l’aiuto di operatori regionali e dall’antiterrorismo costantemente crescente di Cina e Russia. Pechino ritiene che i terroristi dello SIIL possano infiltrarsi nel territorio cinese dal confine Pakistan-Cina per tentare in qualche modo di sabotare l’OBOR.

La Cina e la lotta al terrorismo internazionale
A questo proposito, negli ultimi anni la Cina ha lanciato la lotta al terrorismo internazionale sostenendo i Paesi dell’Asia centrale e meridionale, in particolare l’Afghanistan, e aumentando la spesa per la sicurezza degli operatori regionali nel contrastare la crescente minaccia terroristica. Non c’è da meravigliarsi che Pechino sia al comando di ogni grande esercitazione antiterrorismo nella regione, da allora. Tale politica viene perseguita da Pechino soprattutto perché, secondo stime di medio e lungo termine, quando i conflitti nel Medio Oriente finiranno, lo SIIL agirà in Afghanistan e negli altri Stati dell’Asia centrale. Per queste ragioni, dal 2016 le autorità cinesi rafforzano i confini statali e guidano le esercitazioni antiterrorismo. È anche curioso che, secondo la legislazione cinese, Pechino possa considerare lo schieramento di truppe nel territorio di uno Stato confinante nel caso in cui la sicurezza nazionale cinese sia minacciata. Se si tiene conto dell’esperienza della Russia nell’assistenza a Damasco nell’antiterrorismo, e del desiderio degli Stati Uniti di aumentare l’influenza in Afghanistan e altri Paesi della regione, i politici cinesi potrebbero pianificare l’aumento degli investimenti negli Stati regionali come forma di contrappeso. Sul rafforzamento della cooperazione cinese con Kabul nella lotta antiterrorismo, la decisione di Pechino di assisterla nella creazione di unità speciali per la guerra in montagna è particolarmente degna di nota. In particolare, come osservato a metà agosto dal Ministero della Difesa afghano, la Cina finanzierà la creazione di un’unità di forze speciali nel Badakhshan, per garantire la sicurezza di questa provincia montuosa ai confini con il Tagikistan. Pechino non si è semplicemente impegnata a creare le infrastrutture necessarie, ma a sostenere l’unità con armi ed equipaggiamenti. Prima di ciò, i vertici militari cinesi annunciarono l’intenzione di fornire all’Afghanistan 73 milioni di dollari in aiuti militari.Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Russia accusa gli USA di attaccarla in collaborazione con al-Qaida

Moon of Alabama 21 settembre 2017La situazione in Siria arriva a un altro punto critico. Vi è maggiore possibilità di scontri tra forze statunitensi e russe. L’indicammo riguardo al controllo dei ricchi giacimenti ad est di Dayr al-Zur. Almeno tre incidenti negli ultimi giorni indicano l’escalation.
Il 17, gli Stati Uniti accusavano la Russia di un attacco aereo ai loro fantocci a nord di Dayr al-Zur. La Russia negava.
Il 18 e 19, grandi contingenti di truppe russe e siriane attraversavano l’Eufrate a Dayr al-Zur, nella Siria orientale. La forze di ascari curdo-arabi degli statunitensi in zona cercarono di ostacolarlo. Parallelamente, un grande attacco di al-Qaida veniva lanciato nella Siria occidentale. Le forze russe accusano i servizi segreti statunitensi di averlo avviato. (Le forze siriane e russe hanno respinto l’attacco).
Oggi, i militari russi hanno accusato gli ascari curdi degli Stati Uniti, nei pressi di Dayr al-Zur, di aver usato l’artiglieria contro le loro forze, minacciando una risposta massiccia.
Il caso più drammatico fu l’attacco di al-Qaida ad Idlib. Al-Qaida in Siria, ridenominatasi Hayat Tahrir al-Sham, controlla governatorato e città di Idlib nella Siria nord-occidentale. Il 19 settembre lanciava un grande attacco sulle postazioni del governo siriano a nord di Hama e a sud di Idlib. Al-Qaida occupava molto terreno prima di essere fermata e costretta a ritirarsi. Quasi tutte le armi pesanti, i carri armati e l’artiglieria che al-Qaida aveva nella zona furono utilizzate. Il portavoce dell’esercito russo dichiarava che, secondo l’intelligence russa, l’attacco di al-Qaida era opera degli Stati Uniti per rallentare l’avanzata siriano-russa nella provincia di Dayr al-Zur. Un compito dei terroristi era catturare un plotone di soldati russi. Questo è, per quanto ne so, la prima volta che la Russia fa un’accusa così diretta e grave alle forze e ai servizi d’intelligence statunitensi in Siria. Dalla dichiarazione dei militari russi: “Per 24 ore, i terroristi sono riusciti ad infiltrare le difese governative per 12 chilometri di profondità e 20 chilometri di ampiezza. Secondo i dati ricevuti, questa offensiva fu avviata dalle agenzie speciali statunitensi per fermare la riuscita avanzata dell’Esercito arabo siriano ad est di Dayr al-Zur. Il sequestro di un’unità della Polizia Militare russa era uno degli obiettivi principali dei terroristi. L’unità russa operava in un posto di osservazione dispiegato con le forze di osservazione della de-escalation. Di conseguenza, il plotone di MP (29 persone) fu bloccato dai terroristi… L’accerchiamento fu spezzato. Unità delle Forze Armate russe hanno raggiunto le posizioni dell’EAS senza perdite. Dopo l’attacco di al-Qaida, la Forza Aerea russa in Siria avviava una vasta controffensiva nella provincia di Idlib. Nelle ultime 24 ore, le unità aeronautiche e dell’artiglieria eliminavano 187 obiettivi, 850 terroristi, 11 carri armati, 4 blindati per trasporto truppe, 46 pickup, 5 mortai, 20 autocarri e 38 depositi di munizioni. Le unità del 5° Corpo d’Assalto lanciavano il contrattacco liberando quasi tutte le posizioni perse”.
Le immagini provenienti dall’area mostrano diversi carri armati e veicoli da combattimento della fanteria distrutti. Era stata un’azione molto costosa per al-Qaida e senza un vantaggio significativo. Sembra che le intelligence siriana e russa sapessero dell’attacco, ma non i dettagli. Per un po’ la situazione fu estremamente critica. Poi la grande operazione aerea sorprese al-Qaida, distruggendone la forza d’attacco. Nello stesso momento dell’attacco di al-Qaida ad Idlib, le forze degli ascari statunitensi in Siria orientale (giallo) ostacolavano le operazioni delle forze siriane (rosse) contro lo Stato islamico (nero).Le forze del governo siriano hanno quasi eliminato lo SIIL da Dayr al-Zur. Oggi è in gioco il controllo dei giacimenti petroliferi ad est di Dayr al-Zur e a nord del fiume Eufrate. Poco dopo aver attraversato l’Eufrate, truppe siriane finivano sotto il tiro delle posizioni degli ascari statunitensi: “Secondo le segnalazioni inviate dai comandanti siriani al fronte, i più massicci contrattacchi e bombardamenti delle truppe siriane provenivano da nord. È l’area in cui vengono dispiegate le unità delle forze democratiche siriane, così come le unità speciali statunitensi che, secondo CNN, forniscono assistenza medica a tali miliziani, anziché partecipare all’operazione per liberare Raqqa“, dichiarava (Il portavoce del Ministero della Difesa russo Maggiore-Generale Igor) Konashenkov. Inoltre i fantocci degli statunitensi sfruttano il controllo della diga di Tabaqa per ostacolare l’attraversamento del fiume: “Il flusso di acqua dalle dighe sull’Eufrate controllate dalle forze filo-statunitensi impedisce l’avanzata delle truppe governative siriane vicino Dayr al-Zur”, dichiarava il portavoce del Ministero della Difesa russo Igor Konashenkov. “Quindi la situazione sull’Eufrate si è deteriorata drasticamente nelle ultime 24 ore. Non appena le truppe del governo siriano hanno cominciato ad attraversarlo il livello dell’Eufrate è aumentato in poche ore e la velocità attuale delle acque è quasi raddoppiata a due metri al secondo“. Oggi, il Ministero della Difesa russo accusava le forze degli ascari statunitensi di bombardare direttamente gli alleati siriani e le forze russe che li supportano: “La Russia ha avvertito il rappresentante del comando statunitense ad al-Udayd, Qatar, che “ogni bombardamento dalle aree in cui si trovano le forze democratiche siriane sarà subito impedito”. “I punti di lancio in queste aree saranno immediatamente soppressi con tutti i mezzi”, aveva detto il generale. I combattenti delle forze democratiche siriane che si avvicinano a Dayr al-Zur da nord si uniscono ai terroristi dello SIIL e la ricognizione russa non registrava scontri tra SIIL e “terze forze”, cioè le SDF, fin dalla settimana precedente, spiegava. Tuttavia, un grande tiro con mortai e lanciarazzi fu effettuato due volte sulle truppe siriane dalle aree della riva orientale dell’Eufrate, dove SDF e forze speciali statunitensi stazionano”, dichiarava Konashenkov.
Le “forze democratiche siriane” comprate dagli Stati Uniti, che avanzano a nord di Dayr al-Zur senza incontrare alcuna resistenza, sono tribù locali alleate dello Stato islamico finché il diplomatico statunitense Brett McGurk li arruolò per combattere dalla parte degli Stati Uniti. Sono guidate da comandanti curdi e “consigliate” dalle forze speciali statunitensi. Gli Stati Uniti vogliono tenere le forze governative siriane lontano dai campi petroliferi a nord dell’Eufrate, ed hanno intenzione di costruire e controllare un proto-Stato curdo nella Siria nordorientale per controllare il petrolio ad est di Dayr a-Zur, dando a tale Stato una base economica. Ma gli Stati Uniti non dispongono di abbastanza ascari per occupare l’area petrolifera dello Stato islamico. Solo l’Esercito arabo siriano dispone di mezzi sufficienti nella zona. Gli Stati Uniti s’ingannano, attaccando le forze siriano-russe e correndo per strappare un vantaggio. Secondo i russi, gli ascari curdi degli Stati Uniti hanno sospeso i combattimenti contro lo SIIL a Raqqa e spostato le forze per prendere il petrolio ad est. Dubito che Siria e Russia lo permetteranno senza adottare le misure per impedirlo.
Con l’attacco di diversione di al-Qaida nella Siria nord-occidentale sconfitto e altre riserve disponibili, l’alleanza siriana dovrà pensare a una rapida avanzata sui campi petroliferi. Non appena saranno controllati dal governo siriano e la presenza dello SIIL eliminata, gli Stati Uniti non avranno più scuse per continuare l’attuale gioco mortale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Federalismo in Siria: Whashington, Parigi e Berlino ancora manovrano?

Zayd Hashim, Global Research, 19 settembre 2017

Il 18 settembre, alla domanda sul referendum curdo previsto il 25 settembre dal clan Barzani in Iraq, Jean-Yves Le Drian rispose: “Siamo già in Iraq che si prepara al dopo-SIIL. E per noi, dopo lo SIIL si presuppone una governance politica inclusiva, rispettosa della costituzione irachena e quindi della sua dimensione federalista, rispettosa delle comunità che la compongono e dell’integrità territoriale dell’Iraq. Questo è il messaggio che ho dato al Primo ministro Abadi a fine agosto, visitando Baghdad. Anche questo è quanto ho detto chiaramente al presidente Barzani. Nella costituzione irachena (imposta dall’invasione statunitense) vi sono elementi importanti dell’autonomia costituzionale del Kurdistan. Questi elementi vanno rispettati, convalidati e protetti, ed è nel dialogo tra Baghdad e Irbil che può avvenire. Mi sembra che qualsiasi altra iniziativa sia inopportuna” [1]. La Francia sarebbe quindi per la dimensione federalista e l’integrità territoriale dell’Iraq. E sulla Siria, oltre a riaffermare l’impegno “nella lotta all’impunità degli autori degli attacchi chimici“, che sarebbero dovutamente le autorità siriane, nonostante le prove contrarie e la “nota falsa” [2] del predecessore di Le Drian al ministero degli Esteri?
Ecco un’informazione del 17 settembre. Il futuro ne giudicherà pertinenza o assurdità. In sintesi:
secondo fonti non specificate, “Firil Center for Studies” (FCFS) di Berlino ha appreso che sono in corso negoziati tra curdi siriani e iracheni da un lato, e Washington, Berlino e Parigi dall’altro, che porterebbero i curdi siriani a dichiarare la “federalizzazione” della Siria contro il rinvio per due anni del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Pertanto, i curdi iracheni potrebbero annullarlo. Le stesse fonti avrebbero affermato che se tali negoziati avessero successo, la dichiarazione curda siriana verrebbe emessa quanto prima e riguarderebbe il governatorato di Hasaqah (il territorio dell’ex-provincia di Jazirah) comprendente i distretti di Hasaqah, Maliqiyah, Qamishli e Ras al-Ayn), nonché parte dei governatori di Raqqa e Dayr al-Zur. Un video accompagna l’articolo ribadendo certe verità deliberatamente ignorate da chi parla di Kurdistan siriano mai esistito. Si ricorda infatti che fino al maggio 1925 i curdi rappresentavano meno del 2% della popolazione siriana, improvvisamente saliti al 10% dopo la repressione turca della rivolta curda guidata da Shayq Said Piran contro il governo di Ataturk [3], che spinse 300000 curdi a rifugiarsi nelle province di Jazirah, a nord di Aleppo, Ayn al-Arab (Kobané secondo i curdi) e Ifrin. A sostegno di tali affermazioni, la testimonianza dell’osservatore tedesco Christoph Neumann [4] e altri documenti storici che dimostrano le origini assire e/o armene e/o arabe di queste città nel nord della Siria, senza alcuna traccia di presenza curda prima degli anni ’20. I curdi siriani che hanno autorizzato le basi militari straniere in Siria sono pertanto caduti nella trappola israeliano-statunitense-europea finanziata da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. A meno che non si liberino dai loro capi, resteranno le marionette delle grandi potenze e purtroppo ne saranno le vittime, proprio come i curdi iracheni, perché le cose non andranno sicuramente come prevedono…

Dottor Zayd M. Hashim, Redattore del Centro Studi Firil 17 settembre 2017
Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-NakhalNote:
[1] Jean-Yves Le Drian – conférence de presse à l’Assemblée générale des Nations Unies
[2] Crise syrienne: la note falsifiée du gouvernement français
[3] Shayq Said Piran
[4] “Kleine Geschichte der Türkei”, von Klaus Kreiser und Christoph K. Neumann

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Chi ha torto e chi ha ragione in Siria

Gordon M. Hahn, 14 settembre 2017Come notai due anni fa, subito dopo l’intervento militare russo in Siria, il Presidente Vladimir Putin aveva diversi motivi per intervenire: 1) preservare sia il principio dell’ONU che la sovranità dello Stato sull’interventismo occidentale e il ruolo della Russia in Medio Oriente assicurandone globalmente il peso sull’esito delle guerra e crisi in Siria; 2) indebolire il movimento globale jihadista che comprende Stato islamico (SIIL), al-Qaida (AQ) e molti altri gruppi, al fine di ridurre la probabilità del terrorismo islamista del Vilaijat Kavkaz Islamskogo Gosudarstvo (Provincia del Caucaso dello Stato islamico) affiliato allo SIIL, o dell’Imarat Kavkaz (Emirato del Caucaso) di al-Qaida; e 3) creare un equilibrio tra regimi sunniti filo-occidentali e islamisti, da un lato, e lo sciismo dall’altro, in Medio Oriente. Quando i militari russi giunsero in Siria, governo, media, think tank e circoli accademici degli Stati Uniti sostennero che la Russia non attaccava e non avrebbe attaccato i jihadisti dello SIIL. Poi corsero in avanti prevedendo che l’intervento di Mosca fosse “condannato” al fallimento e a divenire l’incubo di Putin. L’obiettivo di tale disinformazione strategica era dipingere Mosca contraria a combattere lo SIIL, ma solo i gruppi jihadisti col sostegno nascosto di Washington e legati ad al-Qaida e Fratellanza musulmana. Alcune fonti governative statunitensi sostennero persino che Mosca sostenesse lo SIIL agevolando l’esodo degli islamisti dalla Russia alla Siria. Notai al momento dell’intervento di Putin che tali analisi erano fuorvianti e totalmente imprecise. La Russia attaccava lo SIIL così come i numerosi gruppi jihadisti legati ad al-Qaida, come Ahrar al-Sham (AS) e Jabhat al-Nusra (JN). Le false analisi dei circoli di Washington tendevano deliberatamente ad oscurare i fatti, poiché i loro alleati nell’amministrazione di Barack Obama e tra i neo-con, appoggiavano tali gruppi sostenendo di liberare la regione dalla dittatura baathista, alleato di Teheran e minaccia per Israele. Indipendentemente dal fatto che l’obiettivo principale di Mosca fosse mantenere al potere il regime di Assad o distruggere lo SIIL e gli altri jihadisti, dato che vanno di pari passo. Non si può cercare uno senza l’altro. Lasciare lo SIIL sul campo di battaglia in Siria significava abbandonare il regime di Assad, che i suddetti circoli dicevano che la Russia proteggesse dal costante pericolo.

La presunta non-guerra contro lo SIIL della Russia
La scorsa settimana il Ministro della Difesa russo annunciava che lo SIIL è sull’orlo della sconfitta strategica inevitabile in Siria, obiettivo che a Mosca non interessava e non perseguiva, secondo Washington. I media occidentali e altre fonti anti-russe riecheggiano le affermazioni di Mosca sulla vittoria imminente delle forze siriane, russe e iraniane sullo SIIL e il jihadismo in Siria. La chiara imminente vittoria è il risultato di due anni di operazioni militari congiunte russo-siriane, combinando potere aereo e missilistico russo con le forze terrestri siriane. Inoltre, affrontava la forte resistenza dell’occidente e in particolare di certi suoi alleati nel Medio Oriente e Golfo Persico, in particolare Turchia e Qatar, che hanno sostenuto gruppi jihadisti come AS e JN, i cui membri hanno spesso finito per combattere al fianco dello SIIL. Questo è particolarmente vero per migliaia dei noti jihadisti del Caucaso del Nord che si sono recati a combattere in Siria e Iraq. Il presidente Barack Obama e la segretaria di Stato Hillary Clinton sostennero il jihadismo e l’ascesa dello SIIL in Siria e Iraq, cosa quasi universalmente riconosciuta, quando andarono contro l’intelligence degli Stati Uniti che avvertiva che fornire armi alla Fratellanza musulmana e altri gruppi islamisti avrebbe, in ultima analisi, rafforzato il jihadismo nell’opposizione siriana e irachena e rischiato di volgersi contro nelle regioni di confine siriano-irachene. L’intelligence aveva ragione, Obama torto. Il vuoto di potere e l’instabilità lasciati dal fallimento di Obama e i pericoli fin troppo chiari per gli interessi russi in Siria e Caucaso e la sicurezza nazionale spinsero Putin ad intervenire in Siria con le forze aerospaziali. Lo SIIL indirettamente e al-Qaida direttamente, ricevevano aiuti statunitensi, turchi e sauditi. Prima AS e JN e poi SIIL attirarono numerosi jihadisti stranieri in Siria, in collaborazione con il gruppo terroristico jihadista dell’Imarat Kavkaz (Emirato del Caucaso) o IK, minando l’esigua opposizione non islamista che dominava alcuni consigli locali e parte della società civile esistente ad Aleppo, Idlib, Homs, Raqqa e Dayr al-Zur. Sotto il suo primo capo, Hasan Abud, AS ebbe un ruolo significativo nell’avanzata dello SIIL in Siria nel 2013, collaborando e rimanendo in disparte quando schiacciò altri gruppi, come Ahfad al-Rasul a Raqqa. All’epoca, la mobilitazione contro lo SIIL gli avrebbe impedito di occupare la maggior parte del territorio siriano orientale. In risposta all’avanzata dello SIIL, JN e AS istituirono nel 2015 l’alleanza Jaysh al-Fatah (JF) tra gruppi jihadisti e islamisti che respinse le forze siriane dalle principali città della provincia di Idlib, quella primavera. I progressi di JF ad Idlib innescarono l’intervento russo nel settembre 2015.
Nel 2016, AS rifiutava di fondersi con JN a causa dell’esplicita sua affiliazione con al-Qaida e successivamente con JF perché “la leadership del gruppo (AS) temeva che avrebbe danneggiato i rapporti con la Turchia, suo principale sostenitore estero” e membro della NATO. Ciò facilitò l’ascesa di un altro gruppo jihadista, Hayat Tahrir al-Sham (HTS), nuova forza jihadista ad Aleppo prima della liberazione siriano-russa. Ora Washington DC riconosce gli sforzi della Russia contro lo SIIL, ma senza menzionarla. Quindi un recente articolo su Foreign Affairs rilevava: “Per ora il regime e i suoi alleati continuano a concentrare la maggior parte della loro potenza di fuoco sullo SIIL ad est”. Un recente studio sull’industria della Difesa statunitense di IHS Markit e Jane’s Intelligence è stato costretto a riconoscere il ruolo russo nella sconfitta dello SIIL, e indirettamente ancora una volta a riconoscere il ruolo chiave svolto dalle forze del regime di Assad contro lo SIIL. “È una realtà sconveniente che qualsiasi azione statunitense adottata per indebolire il governo siriano avvantaggerà inavvertitamente Stato islamico e altri gruppi jihadisti”, dichiarava Columb Strack, analista sul Medio Oriente di IHS Markit. “Il governo siriano è essenzialmente l’incudine al martello della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Mentre le forze sostenute dagli Stati Uniti circondano Raqqa, lo Stato islamico è impegnato in intensi combattimenti con il governo siriano attorno Tadmur e in altre parti delle province di Homs e Dayr al-Zur“. Secondo lo studio, tra il 1° aprile 2016 e il 31 marzo 2017, il 43 per cento di tutti i combattimenti dello SIIL in Siria era rivolto contro le forze di Assad, il 17 per cento contro le forze democratiche siriane (SDF), e il 40 per cento contro i gruppi rivali rivali sunniti, in particolare la Coalizione “Scudo dell’Eufrate” della Turchia. “Qualsiasi ulteriore riduzione della capacità delle forze già sovraccariche della Siria ne ridurrebbe la capacità d’impedire allo Stato islamico di avanzare dal deserto nella zona più popolosa della Siria occidentale, minacciando città come Homs e Damasco“, concludeva l’analisi.

L’intervento di Putin: pantano o vittoria diplomatica e militare
In poche parole, Putin ha vinto perché Obama si sbagliava. Washington sottovalutò la minaccia del jihadismo in Siria come fece altrove; Mosca vide abbastanza bene e non sottovalutò la minaccia. La prospettiva mondiale liberal-sinistra di Obama richiese che la posizione “conservatrice” di Putin si opponesse in spirito e di fatto. Di conseguenza, Obama e altri funzionari dell’amministrazione definirono l’intervento di Putin in Siria aggressione, imperialismo, errore ed inevitabile fallimento. Allo stesso tempo, speravano di continuare l’invio di armi ai vari gruppi jihadisti. Tuttavia, l’intervento di Putin, i fallimenti in Egitto e Libia, la debacle di Bengasi e i disaccordi tra l’amministrazione e l’intelligence svelarono la futilità della strategia islamista di Obama. Fin dall’inizio della narrazione neolib-necon di Obama che, alla radice dell’insurrezione anti-Assad vi fosse semplicemente l’espressione pacifica delle profonde aspirazioni democratiche dei siriani, si dimostrò falsa, proprio come nei cambi di regime occidentali in Iraq, Egitto, Libia e Ucraina. Ad esempio, un filmato di una delle prime proteste anti-regime a Banyas, vicino Tartus, il 18 marzo 2011, mostra ad esempio un imam avanzare le pretese delle protesta, tra applausi selvaggi e slogan religiosi, che invocavano segregazione di genere nelle scuole e che le insegnanti indossassero il niqab, vietato dal regime secolare baathista. Nel villaggio di Hula, l’opposizione fece richieste simili, nel 2011, lamentandosi del divieto del regime dei libri dell’insegnante islamico medievale e fonte principale del salafismo e del jihadismo Ibn Taimiya. In sintesi, il movimento rivoluzionario siriano, come quasi tutti tali movimenti, era un conglomerato di tendenze ideologicamente antitetiche e politicamente concorrenti, con islamsti e jihadisti, in particolare la leadership della Fratellanza musulmana emigrata in Turchia, dalla buona probabilità di uscire vincente su qualsiasi altro. Sullo sfondo di un mondo musulmano preda delle turbolenze islamiste e jihadiste, le probabilità diminuirono a favore dei più radicali.
Peggio della narrazione fu la politica. Tali gruppi concorrenti, anziché unirsi in un efficace fronte unito, ricevettero quantità enormi di armi e altro sostegno dal mondo occidentale e arabo. Così, il sostegno estero aiutò semplicemente il movimento di opposizione siriano, originariamente pacifico, a divenire rapidamente violento, come avvenuto in Libia e Ucraina nel 2013-2014, ma con poca speranza di assicurarsi la vittoria senza l’afflusso dei jihadisti stranieri. I diplomatici inglesi riferirono che già nella primavera 2011 ci furono scontri armati tra opposizione armata e forze di sicurezza siriane; questo molto prima che la storia sullo scontro regime- manifestanti pacifici venisse messa in discussione. Gli inglesi riferirono di una “battaglia feroce” nella primavera del 2011, al confine libanese nord-orientale con la Siria, tra opposizione siriana ed esercito e polizia siriani che suppostamente avrebbero usato armi contro dei dimostranti disarmati. Allo stesso tempo, una troupe di al-Jazeera mostrò dei filmati agli inglesi, che non avrebbero mai trasmesso, sul confine nord-orientale del Libano, che mostravano chiaramente uomini armati sparare alle truppe siriane. Il traffico di armi di Stati Uniti e altro dalla Libia e altrove alla in Siria, incrementò l’ondata di terroristi siriani e stranieri ben armati ed equipaggiati.
L’intervento di Putin cambiò l’andazzo, svelò l’incapacità dell’occidente di affrontare al-Qaida e SIIL in Siria e in Iraq sotto la guida impacciata di Obama e la strategia occulta incentrata su Fratellanza musulmana e altre forze “moderate” armate di nascosto. Smascherò la cooperazione saudita e turca con IS, JN, AS e altri gruppi jihadisti, tra cui il noto traffico di petrolio con lo SIIL in Turchia. Ancora più importante, forse, il rafforzamento dell’Esercito arabo siriano che sempre con il forte supporto aerospaziale russo scacciava SIIL e altri gruppi jihadisti da Aleppo, Homs, Dayr al-Zur e presto dall’ultima roccaforte dei jihadisti nella provincia di Idlib. L’insuccesso statunitense nell’affrontare la crisi siriana ha portato alla sconfitta degli alleati. Il nuovo presidente francese Emmanuel Macron ha riconosciuto la sconfitta occidentale in Siria a seguito dell’azione diplomatica e militare di Putin in Siria, abbandonando la politica dell’“Assad deve andarsene” e affermando che in Siria la Francia ha: “un obiettivo principale, eliminare il terrorismo. Non importa chi siano, vogliamo una soluzione politica inclusiva e durevole. In questo contesto non serve la caduta di Assad. Non è più un presupposto per la Francia”. Londra ritirava gli istruttori militari dalla Siria, presenti per istruire “70000 ribelli” a rovesciare il governo di Assad. L’amministrazione Trump successivamente raggiunse Mosca su un cessate il fuoco al confine giordano con la speranza di estenderlo a tutto il Paese. I funzionari statunitensi non chiedono più la rimozione di Assad dal potere. Non ci può essere maggiore prova che Putin abbia sconfitto Washington e l’occidente in Siria.
Ancora gli analisti più oggettivi sottovalutano la performance russa in Siria. Due di recente hanno osservato: “Per quanto riguarda gli sforzi militari di Putin in Siria, nonostante la differenza della potenza di fuoco russa sul campo, il Paese è ancora impantanato. La stabilità rimane inafferrabile, così come la via del ritiro russo. I vantaggi di Putin potrebbero sgretolarsi, a meno che la potenza russa non continui a sostenere lo Stato siriano” (Thomas Graham e Rajan Menon, “Qual è il fine di Putin?”, Boston Review, 24 luglio 2017). Ciò che gli autori non capiscono è che la guerra in Siria è vinta. Con la seconda città siriana, Aleppo, ripresa dall’Esercito arabo siriano qualche mese prima, la presa dello SIIL su Dayr al-Zur e il dominio di al-Qaida nella provincia di Idlib erano le ultime basi del jihadismo. Ma mentre l’occidente ha fatto passare agosto, le forze siriane, sostenute dagli alleati russi e iraniani, hanno tolto l’assedio triennale di Dayr al-Zur e dei suoi 80000 civili e 10000 soldati. L’Esercito arabo siriano rastrella il resto di Dayr al-Zur e si prepara a scacciare ciò che resta dello SIIL dal confine siriano-iracheno. La stabilità tornerà in Siria e i russi si ritireranno quando la guerra sarà finita. L’immagine evocata dal pezzo che usa parole come “ritiro” è fuorviante, dato che l’intervento militare russo è limitato al supporto aerospaziale e d’intelligence e da occasionali operazioni delle forze speciali. La Russia non è coinvolta sul campo, compito dell’Esercito arabo siriano. In sintesi, non vi è alcun pantano, e la fine dello SIIL in Siria non è lontana.
La debacle occidentale e la vittoria siriano-russa-iraniana in Siria crea tre difficoltà all’occidente. In primo luogo, la ritirata dello SIIL sarà ingrossata dai suoi ranghi iracheni, complicando lo sforzo occidentale di riavviare la combattività dello SIIL dopo l’arrivo della Russia in Siria e di Trump a Washington. In secondo luogo, l’Esercito arabo siriano riceve preziosa esperienza nei combattimenti, facendone un nemico formidabile per l’alleato degli statunitensi Israele. Inoltre, l’Iran s’insedia in Siria e in Iraq, complicando ulteriormente i calcoli di Tel Aviv ed alleati arabi dell’occidente. In terzo luogo, l’insuccesso dell’occidente in Siria e Iraq, unitamente alla creazione dell’alleanza sino-russa, contro l’espansione della NATO, le permette di divenire un fattore politico regionale nel Golfo Persico e Medio Oriente rafforzando la copertura diplomatica dell’azione dell’Iran in Siria e l’Iraq. Tutto ciò avrebbe potuto essere evitato, ma la sovversione statunitense, insieme ad altri fattori, ha dato origine alla brutale espansione della NATO, all’intervento umanitario, alla promozione della democrazia, ai cambi di regimi e alla “nuova guerra fredda”. Tutte o quasi tutte note politiche destabilizzanti che sembrano destinate a permanere. Il resto, come si dice, è storia, probabilmente turbolenta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio