L’attacco turco su Ifrin dividerà l’alleanza curdi-USA?

Moon of Alabama, 6 febbraio 2018L’operazione riuscita dell’Esercito arabo siriano per liberare la base aerea di Abu Duhur, lasciava una grande enclave controllata da al-Qaida e SIIL ad est di Hama. Ulteriori progressi verso Idlib sono stati sospesi, per ora. per ripulire la sacca che altrimenti potrebbe creare problemi dietro le linee. La maggior parte dei taqfiri di al-Qaida/HTS è però fuggita dall’area ora chiusa, prima dell’accerchiamento delle forze del governo siriano. Qualche centinaio di combattenti dello SIIL, che prima si erano insinuati nella zona, affermava di aver occupato decine di villaggi vuoti. Ma tali forze sono troppo piccole per trattenere qualsiasi cosa. Verranno ora stanate e distrutte. In un solo giorno sono stati liberati 20 villaggi. Ci vorrà una settimana o due per liberare l’area. Un convoglio militare turco proveniva dalla Turchia e diretto ad al-Ays, importante saliente a sud-ovest di Aleppo. Il convoglio era protetto da al-Qaida. Un convoglio simile fu precedentemente attaccato e dovette ritirarsi. Questa volta le truppe turche furono attaccate non appena raggiunsero le posizioni. Secondo i media turchi, almeno cinque soldati rimasero feriti e uno ucciso. I turchi sostengono che il “punto di osservazione” rientra nelle responsabilità nell’ambito dell’accordo di Astana, relative alla zona di descalation d’Idlib. I russi sembrano concordare, almeno per ora, ma le forze iraniane e siriane vedono i turchi (giustamente) come nemici ed intendono ostacolarne le azioni verso Idlib. I turchi ad al-Ays sono piuttosto isolati e senza supporto aereo. Le loro posizioni sono più a rischio di quanto la Turchia sembri apprezzare. Al-Qaida o un gruppo affiliato, aveva abbattuto un aereo russo con un missile portatile (MANPADS). Ci sono varie ipotesi sulla provenienza del missile, ma è noto da tempo che Turchia e Giordania hanno depositi pieni di missili pronti per essere distribuiti alle forze antisiriane. Il Wall Street Journal ne parlava nel febbraio 2014: “Gli alleati arabi di Washington, delusi dai colloqui di pace in Siria, hanno acconsentito a dare ai ribelli armi più sofisticate, compresi i missili portatili che possono abbattere jet, secondo diplomatici occidentali e arabi e personalità dell’opposizione… Comandanti ribelli e capi dell’opposizione politica siriana hanno detto di non sapere ancora quanti Manpad e missili antiaerei otterranno. Ma è stato detto che sono una quantità significativa. Le armi aspettano nei magazzini in Giordania e Turchia. Le armi sono trattenute per la preoccupazione che probabilmente saranno usate contro aerei di linea civili in Paesi diversi da quelli previsti”.
Ora il Washington Examiner specula sul recente attacco missilistico: “La mia teoria è che il presidente Trump abbia dato un avvertimento letale alla Russia in Medio Oriente. Qualcuno ha fornito questi ManPAD ai ribelli siriani. E sembra che sia stato fatto solo di recente. Penso che si tratti degli statunitensi. Forse è stato deciso dal presidente Trump, o dallo Stato profondo che vuole la guerra contro la Russia. La Russia ha dichiarato pubblicamente e per mesi che gli Stati Uniti proteggono e addestrano le forze islamiste nel teatro siriano. Forse Trump voleva mandare un messaggio. Forse questi ManPADS erano “armi letali difensive” come quelle fornite ai soldati ucraini nel Donbas”. Se è così, è una mossa stupida. Due, o tre o quattro possono giocare a tale gioco. Cosa succede se i curdi d’Ifrin trovano improvvisamente una scorta di MANPADS. L’Iran ha allineato forze in Iraq? Che ne dite degli huthi nello Yemen? O dei taliban in Afghanistan? L’Esercito arabo siriano ha schierato nuove difese aeree nella parte nord-occidentale della Siria, coprendo il cantone d’Ifrin attaccato dai turchi. I raid aerei su Ifrin sono cessati e persino i droni turchi ora evitano lo spazio aereo siriano. La Turchia ha quindi perso una parte significativa delle capacità di ricognizione ed attacco nell’area. I progressi turchi contro i curdi delle YPG ad Ifrin sono estremamente lenti. Villaggi e colline che vengono presi di giorno e spesso persi di notte. Le forze curde hanno finora distrutto almeno 20 carri armati turchi e altri veicoli con missili anticarro che sembrano avere in abbondanza. I turchi usano i “ribelli siriani” taqfiri che hanno sponsorizzato in questi anni come loro fanteria. Perché sono disposti a morire per una causa che non sarebbe la loro? La risposta potrebbe essere in questo articolo sull’avanzata della principale organizzazione religiosa turca, la Diyanet, sponsorizzata dal governo e che ha il controllo di quasi tutte le istituzioni religiose. Sembra più pesantemente coinvolta nella guerra in Siria di quanto si possa supporre: “Dopo aver appreso del golpe programmato durante una cena col capo dell’intelligence Hakan Fidan e con Muaz al-Qatib (esponente dell’opposizione e degli ulema siriani), il capo del Diyanet Mehmet Goermez (2010-luglio 2017) radunava il corpo religioso di 112725 persone, compresi gli imam di circa 82381 moschee controllate dal corpo… la Diyanet fu attiva in Siria, rivelava l’ex-capo della riunione della sera del tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 con shaiq Muaz al-Qatib, lo stesso individuo che nel 2012 causò polemiche invitando gli Stati Uniti a riconsiderare la propria decisione di definire Jabhat al-Nusra organizzazione terroristica. Al-Qatib è anche ex-presidente della Coalizione nazionale delle forze rivoluzionarie e di opposizione siriane, ex-imam della moschea degli Omayadi a Damasco, e membro della Lega degli ulema del Sham (Rabitat Ulama al-Sham, fondata nel 2012 da ulema dell’opposizione a Damasco e Homs, e membro del gruppo ombrello Consiglio islamico siriano, Majlis al-Islami al-Suri), ideologicamente vicino ai Fratelli musulmani”.
I curdi che combattono contro gli estremisti supportati dalla Turchia hanno un certo sostegno dal governo siriano. I loro feriti vengono trasportati negli ospedali governativi. Il corridoio controllato dal governo tra le aree curde della Siria orientale e d’Ifrin è aperto ai rifornimenti curdi. La notte scorsa un grande convoglio di nuovi combattenti e munizioni della Siria orientale arrivava ad Ifrin. Queste sono le forze con cui l’occupazione statunitense nel nord-est della Siria si è alleata come SDF. Almeno una parte delle armi che portavano era fornita dall’esercito statunitense. La Turchia ha il secondo esercito nella NATO. Se davvero volesse prendere Ifrin, sicuramente potrebbe. Ma finora ha inviato solo forze a livello di compagnia dove sono necessarie le brigate. Il mio sospetto è che l’attuale operazione turca contro il cantone d’Ifrin non sia destinata a catturare e controllare realmente l’area. Ciò richiederebbe molte più forze militari turche e costerebbe migliaia di vittime turche. Ciò che l’operazione fa, ed è probabile che sia destinata a fare, è dimostrare alla NATO e a Washington, effettivamente allineati alle forze curde YPG/PKK, che esse, dalla prospettiva turca, sono terroristi. L’attacco ad Ifrin è volto a dividere l’alleanza degli Stati Uniti con le YPG/PKK. (Questo potrebbe essere il motivo del tacito appoggio russo). Se ci riuscirà renderà l’occupazione statunitense della Siria nord-orientale, in alleanza coi curdi, estremamente difficile. Gli Stati Uniti devono decidere tra il partner della NATO, la Turchia, e gli alleati curdi delle YPG. Offrire armi a questi che poi combattono la prima è insostenibile. Il Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, McMaster, dovrebbe visitare la Turchia nel prossimo fine settimana. Il segretario di Stato Tillerson arriverà dopo pochi giorni. Che offerta faranno? Nel frattempo si sa poco delle restanti forze dello SIIL al confine iracheno, a nord dell’Eufrate. Migliaia di combattenti dello SIIL, che gli Stati Uniti lasciarono intenzionalmente fuggire da Raqqa verso est, sono ancora in libertà. L’area del confine dovrebbe essere controllata da USA/SDF, ma sembra che non ci siano altre operazioni per distruggere i resti dello SIIL. Se gli Stati Uniti non possono sconfiggerli, perché impediscono alle forze siriane di attraversare l’Eufrate per distruggere tale minaccia? Una speculazione ben fondata è che gli Stati Uniti dirigono questi combattenti dello SIIL contro le forze siriane nella città di confine di Abu Qamal, appena a sud dell’Eufrate. L’intenzione è interrompere la strada che collega Siria e Iraq, quindi Bayrut e Teheran. Di recente vi sono stati alcuni gravi attacchi a sorpresa contro le posizioni siriane. La guerra in Siria continuerà e tutti i piani di Stati Uniti e Turchia la stanno solo prolungando. Non hanno deciso se rinunciare o rischiare tutti i mezzi necessari per raggiungere gli obiettivi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Siria e Venezuela, similitudini che suscitano pericoli e domande

Sergio Rodriguez Gelfenstein, Resumen Latinoamericano, 3 febbraio 2018A chiunque sia interessato all’argomento e abbia il tempo di investigarvi, consiglio di leggere i media seri e decenti rimasti dal gennaio 2011, quando iniziò la cosiddetta “primavera araba”. Per coincidenza, ero in Algeria, invitato dall’Accademia diplomatica del Paese per tenere conferenze sull’America Latina, sperimentando il fenomeno alla sua nascita, soprattutto quando incontrai un deputato colombiano che era ad Algeri e doveva recarsi in Tunisia proprio il 14 gennaio, quando il presidente autoritario del Paese, Abidin Ben Ali si dimise. Consigliammo al parlamentare del Paese confinante d’interrompere il viaggio e tornare a Bogotà prima di rischiare, dopo aver verificato cosa significasse l’inizio delle rivolte. La verità è che la “primavera araba” coinvolse circa 20 Paesi della regione, attorno ai quali la visione della stampa e dell’opinione pubblica occidentali si costruì basandosi su vicinanza, lealtà e subordinazione dei governi a Stati Uniti ed Europa. Così, mentre in Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi, Qatar e Giordania, tra gli altri, c’erano rivolte per protestare contro le condizioni di vita misere che i governi dovevano risolvere; in Libia, Siria e Algeria ci furono rivoluzioni democratiche contro governi autoritari e repressivi che dovevano essere rovesciati. Così fecero in Libia, la fine è nota: la scomparsa di uno Stato, oggi “controllato” da tribù e terroristi dalle diverse pellicce che lottano per impossessarsi del petrolio e della più grande riserva idrica del Nord Africa. In Siria non ci riuscirono, bisogna dire che nel primo caso Russia e Cina lasciarono che Stati Uniti e NATO agissero, indipendentemente dal destino di quel popolo e di quel Paese, peccando di ingenuità od omissione. Per quanto riguarda la Siria, l’umanità è grata per non aver permesso alle forze coloniali e imperialiste di agire nello stesso modo. Ma tornando all’argomento, ricordo che in Siria tutto iniziò con marce pacifiche che chiedevano democrazia che ben presto divennero violente azioni di gruppi radicali, avviando la creazione di un'”opposizione moderata” che non poté resistere alla competizione per la distribuzione delle risorse provenienti dall’occidente e dalle monarchie sunnite, destinandole ad al-Qaida e Stato islamico per occupare territori e scatenare odio e furia contro i principi base di ogni civiltà: cristiana e musulmana. Infine, dopo una breve e accelerata virata, i cortei pacifici dell’opposizione divennero gruppi terroristici che minacciavano la stabilità globale. Tuttavia, gli Stati Uniti raggiunsero l’obiettivo creando taliban ed al-Qaida per espellere l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, e lo Stato islamico per destabilizzare il Medio Oriente, occupare la Siria e minacciare d’invasione l’Iran. Le tre organizzazioni “sfuggirono di mano” e oggi sono costretti a una grande propaganda per dimostrare che le combattono, quando è dimostrato che gli USA, in alleanza con Israele e le monarchie sunnite, li armano, supportano, finanziano ed addestrano. Qualcuno potrebbe pensare che sia una contraddizione infondata, ma le azioni degli Stati Uniti contro il terrorismo non sono decisive, ma solo il minimo necessario per dimostrare una presunta volontà di affrontarlo. A mostrare una realtà diversa sono i media e gli specialisti nella costruzione di scenari “post-verità”. In ogni caso, lo scopo degli USA nel generare conflitti che ne legittimino la presenza militare e creino le condizioni per l’intervento negli affari interni dei Paesi che disobbediscono al mandato imperiale, è stato ampiamente raggiunto.
Tale riflessione mi sovviene analizzando la situazione in Venezuela, inevitabile dopo aver guardato lo specchio siriano: marce di dimostranti per la democrazia che diventano violente, inizialmente focalizzate ma che si generalizzano, che porteranno inevitabilmente a un conflitto di proporzioni superiori, forse simili a quelle della Siria. L’Arabia Saudita, che con la Colombia recitano il ruolo di supporto alle basi militari statunitensi nelle rispettive regioni (mentre le organizzazioni internazionali “voltano le spalle” alle loro gravi violazioni dei diritti umani), hanno incubato eserciti terroristici per attaccare un altro Paese. Le organizzazioni regionali (Lega araba e Consiglio di cooperazione del Golfo) da un lato e OSA dall’altro, hanno fornito le basi diplomatiche per legalizzare tali azioni. I governi reazionari feudali (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Quwayt e Turchia) sostengono la ribellione in Medio Oriente e le amministrazioni neoliberali dell’America Latina (Messico, Colombia, Cile, Perù, Argentina, Panama e Brasile) fanno lo stesso contro il Venezuela. Cos’hanno in comune? La vergognosa subordinazione agli Stati Uniti, che allo stesso tempo gli permette ogni oltraggio contro i popoli: violazione delle costituzioni e della democrazia che essi stessi hanno inventato, dei diritti umani alleandosi col narcotraffico, applicazione a tutti i costi dei modelli neoliberali, repressione dei popoli; tutto ciò non è noto perché, ancora una volta, i media hanno il compito di nasconderlo.
Se seguiamo lo sviluppo delle azioni in Siria e proviamo a proiettarle in Venezuela, dovremmo dire che sembra che la violenza sia stata instillata come pratica politica che, come mostra il dramma siriano, si sa quando inizia, ma non quando finisce. In tale scenario, i primi cento morti sono noti per nome, quando si arriva al migliaio, o se ne contano a decine, raggiungendo diecimila, centomila o più, a nessuno importa delle cifre esatte, solo il numero degli zeri interessa l’informazione che non interessa più a nessuno. In Siria, secondo i media, sarebbero 350-400mila morti. Con tale logica, i primi “esiliati” che arrivano vengono ricevuti come eroi nei Paesi limitrofi che sostengono le violenze, ma poi, quando una marea incontrollabile minaccia anche di danneggiare la sicurezza nazionale e l’integrità di ogni Paese, la questione diventa più complessa. Nel nostro ambiente, mi chiedo cosa succederebbe se i 6 milioni di colombiani che vivono in Venezuela tornassero nel proprio Paese o se Cile, Panama, Argentina e Perù, nominandone alcuni, affrontassero forti mutazioni d’identità da parte di alcune decine di migliaia di venezuelani che arrivano nelle loro città, o ne ricevessero centinaia di migliaia generando influenze di ogni tipo nelle proprie società e mercati. E cosa succederebbe se in Venezuela ci fosse un cambio di governo violento, che senza esitazione iniziasse a sviluppare misure neoliberali, che indubbiamente sarebbero contrastate dal popolo o dalla gran parte che ha visto la propria vita cambiata negli ultimi anni; ci chiediamo, quel governo avrà la forza di ordinare la repressione? Durerà più di un anno come Temer, che barcolla solo dodici mesi dopo aver illegalmente preso il potere? E tutto questo nel Paese che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo? Cosa accadrebbe al mercato dell’energia? Qualcuno si chiese se le forze armate venezuelane, in questo scenario, di nuovo reprimerebbero il popolo come in passato e come recentemente è successo in Brasile. Oppure prendiamo lo scenario siriano e lo passiamo qui: gli Stati Uniti, col sostegno dell’estrema destra, sono riusciti a creare un esercito paramilitare in Colombia, che proverà a prendere parte del territorio del Venezuela per creare uno Stato paramilitare che, naturalmente, “sfuggirà di mano agli Stati Uniti”. Anche se con questo la potenza nordamericano avrà raggiunto lo stesso obiettivo del Medio Oriente, generando instabilità per legittimare gli interventi, in questo caso dovrà valutare che, nonostante l’annuncio della lotta al terrorismo, tali azioni minaccerebbero la stabilità politica e sociale di Colombia ed America Latina, tornando a un passato che si credeva sepolto per sempre. Cosa farebbero FARC ed ELN in queste condizioni? Cosa farebbe la sinistra latino-americana di fronte tale situazione quando gli avranno consegnato su un piatto d’argento lo strumento dell’unità e della lotta continentale? Mi chiedo se non vedremo, nel migliore dei casi, lo slogan che mobilitò milioni di persone nel secolo scorso nei Paesi della regione, dal Rio Grande alla Patagonia: “Yanquis, a casa!” e sarà bello bruciare di nuovo le bandiere statunitensi. Il peggio, non voglio neanche immaginarlo, ritorneremmo a cinquanta anni fa e dovremo ricominciare da capo, ma la pazienza dei popoli è infinita, non so per il capitale che vedrebbe diminuire i profitti.
E tutto questo, perché gli Stati Uniti non vogliono o non possono indurre l’opposizione venezuelana ad accettare regole democratiche, attendere le elezioni del 2018 e lasciare che il popolo decida il proprio futuro. C’è poco da dire, molte vite potrebbero essere salvate e ci sarebbe molto da guadagnare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’amministrazione Trump pianifica un golpe alla Pinochet in Venezuela

Wayne Madsen SCF 05.02.2018L’amministrazione retrograda di Donald Trump progetta un colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo socialista del Presidente Nicolas Maduro. Il segretario di Stato Rex Tillerson, parlando all’Università del Texas prima d’intraprendere un tour in America Latina e Caraibi, ha detto che l’esercito è spesso intervenuto nella politica latinoamericana durante le crisi. Le osservazioni di Tillerson hanno evocato scene dal buio passato dell’America Latina. A peggiorare le cose, Tillerson invocava la dottrina imperiale Monroe del 1823, sottolineando che è “rilevante oggi come il giorno in cui fu scritta”. La Dottrina Monroe, nella storia americana, fu usata dagli Stati Uniti per giustificare l’intervento armato in America Latina, spesso allo scopo d’istituire “repubbliche delle banane” asservite ai capricci di Washington. Secondo la BBC, Tillerson fece l’affermazione dichiarando che non “difende il cambio di regime e che non ha informazioni su alcuna azione programmata”. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon Henry Kissinger fece commenti simili prima del sanguinoso colpo di Stato dell’11 settembre sostenuto dall’Agenzia per l’Intelligence Centrale, nel 1973, contro il Presidente socialista cileno Salvador Allende. Mentre respingeva pubblicamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nella destabilizzazione del governo democraticamente eletto del Cile, Kissinger lavorava dietro le quinte con le forze armate cilene per rovesciare e assassinare Allende. Undici giorni dopo il colpo di Stato cileno, Kissinger fu premiato da Nixon venendo nominato segretario di Stato e mantenendo il portafoglio di consigliere per la sicurezza nazionale.
Da quando il predecessore di Maduro, Hugo Chavez, salì al potere nel 1999, la CIA tentò almeno un colpo di Stato militare, rapidamente annullato, nel 2002, diverse proteste e sommosse in stile “rivoluzione colorata”, guerra economica e scioperi generali iniziati dalla CIA per scacciare Chavez e Maduro dal potere. Tillerson, ex-amministratore delegato di Exxon-Mobil, ha lungamente supervisionato il controllo degli Stati Uniti sulla società petrolifera statale del Venezuela Petróleos de Venezuela, SA (PdVSA). L’itinerario latinoamericano di Tillerson tradisce i piani sul Venezuela. Tillerson si recherà in Messico, nazione dalla relazione travagliata con gli Stati Uniti per la retorica di Trump. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Tillerson e Trump, HR McMaster, accusava la Russia, senza la minima prova, d’interferire nell’attuale campagna elettorale presidenziale in Messico. Il candidato del partito di sinistra MORENA, il leader Andres Manuel Lopez Obrador, o “AMLO”, ha dovuto respingere le false accuse di aver accettato finanziamenti dai russi. Il candidato di destra Jose Antonio Meade, il favorito di Washington, accusava AMLO di essere sostenuto dalla Russia. AMLO, rispondeva alle ridicole accuse di Meade, che corre col Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), corrotto dal narcotraffico, indossando spesso scherzosamente una giacca col nome “Andres Manuelovich”. Oltre al Messico, Tillerson visiterà anche Argentina, Perù, Colombia e Giamaica. Le soste di Tillerson svelano le sue reali intenzioni. L’Argentina, governata da Mauricio Macri, immobiliarista di Trump, e Perù, il cui scandaloso presidente Pedro Pablo Kuczynski elogia Trump e guida le azioni anti-Venezuela nell’Organizzazione degli Stati americani e in altre istituzioni internazionali. La Colombia è la base per le operazioni paramilitari e d’intelligence della CIA contro il Venezuela. A causa delle sanzioni USA contro il Venezuela, la Colombia ora ospita migliaia di rifugiati economici venezuelani, terreno fertile per reclutare le pedine per un colpo di Stato contro Maduro. Tutte le soste di Tillerson in America Latina, con l’eccezione della Giamaica, sono Paesi membri del Gruppo Lima, un blocco di nazioni che cerca di rovesciare Maduro dal potere in Venezuela. Lo scalo di Tillerson in Giamaica è ovviamente volto a staccare dall’orbita venezuelana diversi Stati insulari della Comunità Caraibica (CARICOM) che hanno beneficiato del petrolio poco costoso del Venezuela.
Secondo la BBC, Tillerson aveva persino scherzato in Texas sul destino di Maduro: “Se la cucina diventa un po’ troppo calda per lui, sono certo che ha qualche amico a Cuba che potrebbe dargli una bella hacienda in spiaggia“. Per i venezuelani che sostengono il governo, la “battuta” di Tillerson ricorda che Chavez, dopo essere stato destituito dal colpo di Stato dell’aprile 2002, fu tenuto prigioniero presso la stazione aeronavale Antonio Diaz sull’isola venezuelana di La Orchila. Se il colpo di Stato non fosse fallito, si ritiene che gli Stati Uniti avrebbero esiliato Chavez, possibilmente a Cuba, nella stazione navale e gulag degli Stati Uniti nella baia di Guantanamo. Tillerson, che apparentemente continua a portare acqua ad Exxon-Mobil, riprende il ruolo svolto da Harold Geneen, presidente dell’International Telephone and Telegraph (ITT). Geneen, lavorando con la CIA, diede 1 milione di dollari all’avversario di Allende nelle elezioni presidenziali del 1970, Jorge Alessandri. Si scoprì anche che ITT aveva sostenuto finanziariamente i piani del golpe del 1973 in Cile. Nel 1964, Geneen e ITT collaborarono con la CIA per rovesciare il governo brasiliano eletto democraticamente di Joao Goulart. Oggi sono Exxon-Mobil e la sua dirigenza nell’amministrazione Trump, Tillerson, a fare gli straordinari interpretando i ruoli di ITT e Geneen nel tentativo di rovesciare Maduro in Venezuela; processare con accuse inventate Luiz Inácio Lula da Silva e Cristina Fernandez de Kirchner, ex e possibili futuri presidenti di Brasile e Argentina rispettivamente; e far tornare la “diplomazia delle cannoniere” degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. In una conferenza stampa a Città del Messico, il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray respinse l’idea di Tillerson del colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo di Maduro. Alla conferenza era presente la ministra degli Esteri canadesi Chrystia Freeland, nemica dichiarata di Venezuela e Russia.
Tillerson ha un odio viscerale per il Venezuela che trascende Maduro e Chavez. Nel 1976, l’anno dopo che Tillerson iniziò a lavorare per Exxon, il presidente venezuelano Carlos Andres Perez nazionalizzò l’industria petrolifera venezuelana. Tra le attività nazionalizzate c’erano le partecipazioni di Exxon. Chavez rinazionalizzò i beni di Exxon-Mobil nel 2007, durante il regno di Tillerson. Exxon-Mobil e Tillerson combatterono il Venezuela per un risarcimento da Caracas. Exxon-Mobil portò il caso all’arbitrato della Banca Mondiale e chiese al Venezuela di risarcire la società con 115 miliardi di dollari. La banca optò per un risarcimento di soli 1,6 miliardi, spennando Tillerson, che non ha mai dimenticato che il Venezuela ha vinto la battaglia per compensare Exxon-Mobil. Tillerson ora intende vendicarsi cercando di rovesciare il successore di Chavez, Maduro. Nel 2015, Exxon-Mobil avviò le operazioni petrolifere al largo delle coste della Guyana, a est del Venezuela, nel territorio conteso di Essequibo. Sebbene Venezuela e Guyana abbiano cercato un arbitrato internazionale sul caso, ciò non impedì a Tillerson, alla guida di Exxon-Mobil, di ordinare alle controllate in Guyana, Esso Exploration e Production Guyana Ltd., di continuare ad esplorare nella regione contesa. Per Tillerson e il suo capo, Trump, apparentemente gli accordi legali non valgono la carta su cui sono stampati. Mentre si trovava in Giamaica, Tillerson si aspettava che il Primo Ministro Andrew Holness acquistasse il 49 percento venezuelano della società giamaicana di raffinazione del petrolio, Petrojam. Tillerson vuole assoggettare le nazioni caraibiche che hanno accordi di cooperazione con l’industria petrolifera venezuelana attraverso l’alleanza PetroCaribe, per annullare tali accordi e conformarsi all’ordine esecutivo punitivo di Trump 13808, che estende le sanzioni “alla Russia” anche al Venezuela. Tillerson non vorrebbe altro che aumentare i profitti di Exxon-Mobil limitando gli accordi di PetroCaribe con nazioni come Haiti, Nicaragua, Giamaica, Guyana, Belize, Honduras, Bahamas, Suriname, St. Kitts-Nevis e St. Lucia, costringendole ad acquistare petrolio e benzina più costosi di Exxon-Mobil. Tillerson ha mostrato il vero volto dell’amministrazione Trump in America Latina. Non solo vuole deportare milioni di residenti senza documenti dagli Stati Uniti con un’operazione di massa che non si vede dalla Seconda Guerra Mondiale, ma vuole cambiare coi colpi di Stato governi non graditi a Trump in America Latina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Pedine: breve storia degli USA e dei curdi

Ted Snider Consortium News 5 febbraio 2018L’unica cosa che è mai stata fedele ai curdi è la storia: fedelmente, senza fallo, li ha traditi. I curdi furono ingaggiati nel ruolo di pedina nelle partite di scacchi delle potenze. Fanno molto duro lavoro solo per essere sacrificati quando lo scacco matto è in vista. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno riscoperto i curdi come pedine utili nella guerra allo Stato islamico. Ma, nonostante sia una delle forze più efficaci nel combatterlo, ora che la fine è in vista, i curdi, ancora una volta, rischiano di essere abbandonati. Gli Stati Uniti, a differenza di Russia ed Iran, non sono mai stati invitati in Siria. Gli Stati Uniti insistono, tuttavia, di esserci solo per salvare la Siria dallo Stato islamico. Di recente, tuttavia, il segretario di Stato Rex Tillerson ha rilanciato la mano statunitense. Gli USA non hanno intenzione di lasciare la Siria una volta che lo Stato islamico è sotto scacco matto. Gli Stati Uniti rimarranno dopo la fine della guerra, e il soggiorno non invitato ha a che fare più che a limitarsi a controllare lo Stato islamico, con l’esclusione dell’Iran. Coerentemente con l’attuale perno strategico dalla Siria verso Iran ed Hezbollah, mantenere le forze statunitensi in Siria sembra volto ad allontanare Iran e l’alleato Bashar al-Assad dalla Siria piuttosto che tenere lo Stato islamico fuori dalla Siria. Ma per dare scacco matto all’Ayatollah, gli USA devono impiegare le loro pedine, che ancora una volta sono i curdi. Le 30000 guardie di confine che gli Stati Uniti schiererebbero per bloccare l’Iran sarebbero costituite principalmente da curdi. Ma una presenza curda armata al confine con la Turchia è una linea rossa che la Turchia ha da tempo avvertito che non permetterebbe di attraversare. Quindi, la decisione statunitense suscitava l’ira della Turchia verso i curdi. Mentre la Turchia invade e bombarda Ifrin e villaggi circostanti, esperti come Patrick Cockburn avvertono che i villaggi curdi saranno “ridotti a cumuli di macerie“. E mentre i morti e i feriti aumenteranno e i medici nella regione avvertono sul “rapido peggioramento della situazione umanitaria”, il politico curdo Aldar Qalil chiedeva che gli Stati Uniti “rispettino i loro obblighi verso questa forza che li ha aiutati“. “Come possono stare a guardare?” si chiedeva. Ma non è la prima volta che i curdi si pongono questa domanda. Nel marzo 1975, i disperati curdi implorarono la Central Intelligence Agency: “Il destino del nostro popolo corre un pericolo senza precedenti. La completa distruzione incombe sulle nostre teste. Non vi è una spiegazione. Chiediamo al governo degli Stati Uniti d’intervenire come promesso“. La promessa a cui si riferivano era sostenere i curdi se fossero stati le truppe di un’operazione segreta contro Sadam Husayn, agendo da pedine nel gioco delle grandi potenze.
Negli anni ’70, Iran ed Iraq litigavano su diverse dispute di confine. Nella speranza di mantenere gli iracheni preoccupati e impegnati, lo Shah offrì denaro e armi ai curdi per combattere Sadam Husayn. Ma i curdi non si fidavano ed accettarono su garanzia statunitense che l’Iran non avrebbe tagliato i rifornimenti per la rivolta curda. L’esperta iraniana Trita Parsi dice che CIA e dipartimento di Stato sconsigliarono l’azione clandestina per vie dell’inevitabile tradimento da parte dello Shah dei curdi. Ma Henry Kissinger si oppose e, dopo una visita a Teheran nel 1972 assieme al presidente Richard Nixon, gli Stati Uniti promisero allo Shah sostegno ai curdi: gli statunitensi promisero di sostenerli. Nixon firmò l’operazione segreta il 1° agosto 1972; Kissinger fece gli accordi per la guerra segreta e la CIA ne prese il controllo. Il sostegno fu sotto forma di 5 milioni di dollari ed armi, ma l’anno seguente Kissinger sostenne, e Nixon approvò, maggiori aiuti, arrivando ad oltre 20 milioni di dollari e 1250 tonnellate di armi e munizioni. Ma nel 1975, la rivolta dei curdi che gli Stati Uniti appoggiavano ebbe dei problemi e gli Stati Uniti conclusero che i curdi potevano essere salvati solo dall’intervento militare iraniano. Lo Shah forniva molto più denaro degli statunitensi, ma non era disposto ad impegnare le proprie forze armate. Rifiutò e, invece, iniziò a negoziare un accordo con Sadam Husayn. Lo Shah ricevette territorio in cambio della fine del sostegno ai curdi. Secondo il giornalista investigativo Robert Fisk, fu Kissinger, uno dei garanti del sostegno ai curdi, ha decidere l’accordo tra Shah e Sadam e, quindi, ad abbandonare i curdi. Gli aiuti finanziari e le armi smisero di affluire ai curdi e Sadam ne massacrò forse ben 182000. Molti altri fuggirono in Iran. Fu allora che il primo appello curdo del 1975 fu fatto agli USA. Il leader curdo, Mullah Mustafa Barzani, si rivolse personalmente a Kissinger, uno degli autori delle assicurazioni statunitensi, dicendo “Sentiamo… che gli Stati Uniti hanno una responsabilità morale e politica nei confronti del nostro popolo impegnatosi nella politica del suo Paese“. Kissinger non rispose mai, tuttavia, secondo l’esperto della CIA John Prados, il capostazione a Teheran sostenne che avrebbero dovuto dargli delle opzioni. Kissinger abbandonò i curdi col famoso promemoria che “l’azione segreta non va confusa col lavoro da missionario“. Diversi anni dopo, durante la prima guerra del Golfo, gli Stati Uniti chiesero ai curdi d’insorgere contro Sadam Husayn una seconda volta. Questa volta, la richiesta arrivò dalla CIA e, ancora, i curdi furono abbandonati e migliaia di loro morirono per le rappresaglie di Sadam, e decine di migliaia furono costretti a fuggire.
Questo tradimento dei curdi ha una lunga storia. I curdi furono inizialmente assegnati alle loro terre quando un piccolo pezzo gli fu offerto in Turchia, nel 1920. Lo persero rapidamente presso Ataturk e i turchi, e la comunità internazionale li abbandonò. I curdi si ritrovarono vulnerabili come oggi, sparsi tra Turchia, Siria, Iran ed Iraq. Da questi eventi all’attuale situazione in Siria c’è una catena in cui gli USA usano e abbandonano le proprie pedine curde. I documenti rivelano la volontà statunitense di acquisire la cooperazione turca a scapito degli interessi e delle vite dei curdi. Un cablo dell’ambasciata del 2006 dichiarava che la segretaria di Stato Condoleezza Rice promise al governo di Recep Tayyip Erdogan “che gli Stati Uniti avrebbero rinvigorito le discussioni trilaterali (USA-Turchia-Iraq) sulla questione curda”. Il cablo elenca diversi “sforzi significativi dell’USG (governo degli Stati Uniti) per affrontare la minaccia del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan)“. Il cablo afferma che “la condivisione di informazioni sensibili sulle attività del PKK in Turchia ha portato ad operazioni COIN (controinsurrezione)“, a sforzi significativi come “voli di sorveglianza dei campi del PKK nel nord dell’Iraq” e a “una cellula d’intelligence comune, che s’incontra settimanalmente ad Ankara per trasmettere informazioni ai militari turchi sull’attività del PKK“. In altre parole, gli Stati Uniti diedero alla Turchia intelligence da usare contro i curdi. L’anno seguente, nel 2007, il presidente Bush “promise di fornire alla Turchia” intelligence “da utilizzare contro il PKK” (Wikileaks CRS-RL34642). Lo stesso cablo dice che i turchi usarono quest’intelligence: “Da quel momento, le forze turche lanciarono attacchi aereoterrestri sui campi del PKK e altre strutture nelle montagne del nord dell’Iraq“, concludendo con la frase “hanno espresso soddisfazione per i risultati“. Secondo John Prados, già nel 1948 la CIA affermò che “Le tribù montane conosciute come curdi sono ora e continueranno ad essere fattore di una certa importanza in qualsiasi stima strategica degli affari del Vicino Oriente“. Settanta anni dopo, i curdi sono ancora delusi dalle assicurazioni statunitensi sulle azioni intraprese secondo tali stime. Non è noto come gli USA negozieranno tra l’alleato curdo nella guerra in Siria e l’alleata NATO della Turchia, ma la storia non proprio sussurra assicurazioni alle orecchie curde.Ted Snider scrive sull’analisi dei modelli nella politica estera e nella storia degli Stati Uniti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Turchia crea il “santuario” sperato dagli USA nel nord della Siria

Tony Cartalucci, LD, 4 febbraio 2018La recente incursione turca nel nord della Siria è pronta a stabilire finalmente la tanto ricercata “zona cuscinetto” o “santuario” richiesta dai politici statunitensi sin dal 2012. Mentre Stati Uniti e Turchia attualmente fingono un contrastato diplomatico sull’incursione, coi turchi che bombardano e scacciano i curdi presuntamente sostenuti dagli Stati Uniti, è chiaro che le affermazioni statunitensi sul sostegno alle milizie curde che armano e sostengono in Siria, siano il pretesto intenzionale per la Turchia per giustificare un’invasione altrimenti indifendibile del territorio siriano.

Alcun pretesto
La Turchia citava le dichiarazioni sensazionali degli Stati Uniti sulla creazione di una presunta “forza di difesa delle frontiere” curda nel nord della Siria, come pretesto per le attuali operazioni. Eppure all’epoca della dichiarazione del colonnello dell’esercito statunitense Ryan Dillion, portavoce dell’operazione Inherent Resolve, meno di 300 presunte forze erano state addestrate, il che indica che se tale forza esiste, passeranno anni prima di essere completa, se mai accadesse. Nel momento in cui la Turchia iniziava l’incursione, il segretario di Stato USA Rex Tillerson negava i piani per tale forza, secondo la Reuters, nell’articolo “Tillerson dice che gli Stati Uniti non intendono costruire forze di frontiera in Siria“, affermava, “Indipendentemente da ciò, l’incursione della Turchia, denominata “Operazione Ramo d’Ulivo”, crea proprio la zona di controllo descritta dai politici statunitensi nel 2012 e con gli stessi gruppi militanti armati dagli USA, descritti nei documenti politici statunitensi come destinati ad occupare il “santuario”“. Dopo aver tentato e fallito le manovre geopolitiche per istituire il “santuario” negli ultimi 6 anni, anche citando “crisi umanitarie” e attacchi sotto falsa bandiera sul territorio turco, Stati Uniti e Turchia hanno finalmente creato un intreccio sufficientemente caotico nella missione tra gruppi di agenti ed interessi opposti per giustificare l’invasione. La Turchia aveva invaso e progressivamente occupato territorio siriano mentre rafforzava un esercito di terroristi provenienti da varie organizzazioni terroristiche, tra cui al-Qaida, da anni preparato a quest’ultima invasione. Mentre i media occidentali e la stessa Turchia sostengono che l’operazione Ramo d’Ulivo sia contro i curdi, la creazione del “santuario” di Washington, riempito intenzionalmente di terroristi che hanno combattuto le truppe siriane per anni, va in definitiva contro Damasco. Indipendentemente da ciò, i curdi saranno indubbiamente liquidati o scacciati dalla Turchia, con Stati Uniti ed alleati europei che oppongono solo una resistenza simbolica, mentre sfruttano e tradiscono i curdi definitivamente.

Il “santuario” settentrionale è la politica degli Stati Uniti dal 2012
In un documento del marzo 2012 pubblicato dalla Brookings Institution, finanziata da multinazionali-finanziarie, intitolato “Salvare la Siria: valutare le opzioni per il cambio del regime” (PDF), si afferma specificatamente che: “Un’alternativa è che gli sforzi diplomatici si concentrino in primo luogo su come porre fine alle violenze ed ottenere accesso umanitario, come avvenne sotto la guida di Annan. Ciò potrebbe portare alla creazione di paradisi sicuri e corridoi umanitari, che dovrebbero essere sostenuti da una limitata potenza militare, che ovviamente non avrebbe gli obiettivi statunitensi per la Siria e potrebbe mantenere Assad al potere, ma da quel punto tuttavia è possibile che una vasta coalizione, con l’appropriato mandato internazionale, possa aggiungere ulteriori azioni coercitive ai propri sforzi“. Nel 2012, Brookings e altri ambienti politici statunitensi ripetutamente tentarono di spacciare la creazione di santuari in Siria col pretesto umanitario. Ciò è continuato per diversi anni finché non fu chiaro che la maggioranza dei siriani sfollati viveva nel territorio controllato dal governo siriano. La Brookings continuava descrivendo come l’allineamento turco di vaste quantità di armi e truppe al confine con la Siria, in coordinamento con gli sforzi israeliani nel sud della Siria, contribuisse ad attuare un violento cambio di regime in Siria: “Inoltre, i servizi d’intelligence israeliani hanno un’ampia conoscenza della Siria, nonché delle risorse del regime siriano che potrebbero essere utilizzate per sovvertire la base di potere del regime e spingere la rimozione di Assad. Israele potrebbe porre forze presso le alture del Golan e, così facendo, potrebbe distogliere le forze del regime dalla soppressione dell’opposizione. Questa posizione può suscitare timori nel regime di Assad su una guerra su vari fronti, in particolare se la Turchia fosse disposta a fare lo stesso al confine e se l’opposizione siriana viene nutrita con una dieta costante di armi e addestramento. Tale mobilitazione potrebbe forse persuadere la leadership militare siriana a cacciare Assad per preservarsi. I sostenitori ritengono che tale ulteriore pressione potrebbe rovesciare Assad in Siria, se altre forze fossero si allineassero correttamente”. Ancora, il documento programmatico pubblicato nel 2012 vien attuato ininterrottamente da allora, con Israele e Turchia che hanno continuamente fatto pressioni sulla Siria finora con l’invasione progressiva della Turchia a nord e gli attacchi seriali israeliani presso Damasco e le alture del Golan a sud. Mentre il pretesto fabbricato per creare il “santuario” previsto dagli Stati Uniti è cambiato, l’obiettivo è sempre lo stesso: il rovesciamento del governo siriano e, in mancanza, la divisione permanente e quindi distruzione della Siria come Stato nazionale unito.

Gli USA usano i turchi per liquidare i curdi recalcitranti
La Brookings oggi fornisce una panoramica di come quest’ultima versione del piano “santuario” di Washington viene spacciata al pubblico. In un articolo del 26 gennaio 2018 intitolato “Quali sono le prospettive per Turchia, Stati Uniti e YPG dopo l’operazione ad Ifrin?”, dichiarava l’associato alla Brooking Ranj Alaaldin: “La Turchia teme che l’accresciuto Kurdistan siriano e la predominanza delle YPG, ala armata del Partito dell’Unione Democratica (PYD), rafforzatesi negli ultimi anni, ne sosterrebbero la popolazione curda e, quindi, rafforzerebbero l’insurrezione del PKK. Ankara accusa la relazione di Washington con le YPG e le sue politiche in Siria dell’attuale crisi, ma è in realtà una storia priva di opportunità e di calcoli sbagliati da parte di Turchia, YPG e Stati Uniti”. E mentre il pezzo ed altri simili circolano nei media occidentali tentando d’inquadrare il pretesto dell’ultima operazione come tensione diplomatica tra Turchia, Stati Uniti ed alleati curdi di Washington, l’articolo fa una rivelazione: “…l’opposizione araba ha spinto l’opposizione curda a una tacita cooperazione col regime di Assad per garantirsi la propria sopravvivenza, nonostante il primato del regime nella repressione sistematica dei curdi della Siria. Infatti, i curdi ad ovest del fiume Eufrate hanno evitato scontri con le forze governative siriane per anni, e mentre il conflitto siriano volge al termine, avrebbero probabilmente siglato accordi con Damasco mentre il territorio che occupavano veniva restituito allo Stato siriano unito, sventando in modo efficace i piani degli Stati Uniti sulla Siria”. L’ultima incursione della Turchia mira ad impedire ciò.

Sostituire i curdi con terroristi disponibili
Non solo i curdi ad ovest dell’Eufrate potranno essere espulsi o eliminati, saranno sostituiti da estremisti armati e sostenuti da Stati Uniti, NATO e Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) che senza dubbio e con entusiasmo continueranno a combattere le forze governative siriane. Al-Monitor in un articolo intitolato “I piani di Erdogan per Ifrin potrebbero non andare bene alla Siria“, riferiva: “Mentre da entrambe le parti si hanno vittime nell’offensiva turca in Siria, Ankara persegue un piano che va oltre la fine del dominio delle Unità di protezione del popolo curdo (YPG). Il presidente Recep Tayyip Erdogan fa riferimento incessante a un piano per insediare “i veri proprietari della zona” nella provincia d’Ifrin. Ha in mente due gruppi: la banda di milizie che le forze armate turche (TSK) impiegano nel campo chiamata Free Syrian Army (FSA), e il flusso di rifugiati siriani in Turchia”. Il cosiddetto “Free Syrian Army” è poco più di un agglomerato di organizzazioni terroristiche che combattono direttamente sotto la bandiera di al-Qaida o di uno dei suoi numerosi affiliati. È anche il principale agente di Stati Uniti ed alleati regionali, inclusa la Turchia, che usano da anni nella guerra contro la Siria e i suoi alleati iraniani, libanesi e russi. È l’unico gruppo in Siria che vuole continuare a combattere le forze siriane e i loro alleati, e la vicinanza al confine turco gli consente di essere facilmente rifornito ed ospitato nel territorio turco, quando necessario. Con un “santuario” molto più grande e profondo nel territorio siriano, occupato dalle forze turche e dalla relativa difesa aerea, il fronte da cui tali terroristi combattono si avvicinerebbe a Damasco.

Proteggere il nuovo santuario con scudi umani
L’idea di reinsediare i rifugiati nel “santuario” ideato dagli Stati Uniti non è originale. Fu il primo pretesto per spacciare l’idea del “santuario” sostenuto da NATO e USA nel nord della Siria, già nel 2012. Fu anche presentato a un’audizione al Senato degli Stati Uniti del 2015 dal generale John M. Keane, che ne spiegò le ragioni: “Se creiamo zone libere, per le forze di opposizione moderate, ma anche santuari per i rifugiati, il sostegno dell’opinione pubblica mondiale sarà piuttosto drammatico. Se Putin li attacca, l’opinione mondiale sarà decisamente contro di lui. Togliete questo problema dal tavolo quale motivo per cui si è in Siria e se ne faccia una zona libera d’attacco, contribuendo alla migrazione che avviene con le aggressive azioni militari, allora l’opinione mondiale avrà, penso, un impatto significativo su di lui”. In altre parole, Keane propose di proteggere i gruppi terroristici filo-occidentali dagli attacchi delle forze aeree siriana e russa usando i rifugiati come scudi umani.

L‘occupazione straniera ostacola la pace in Siria
Il tanto voluto “santuario” degli Stati Uniti nel nord della Siria sarà usato per continuare la guerra per procura contro Damasco. Già solo la presenza statunitense e turca in Siria ostacola la fine del conflitto, occupandone il territorio, impedendo la riunificazione della nazione e riconciliazione e ricostruzione delle comunità siriane. Mentre la Turchia tenta di ritrarre il proprio ruolo in Siria come costruttivo e propizio alla pace, perfino col nome dell’ultima incursione “Operazione Ramo d’Ulivo”, i terroristi che resistono nel nord della Siria non sarebbero in grado di farlo se la Turchia avesse sigillato i confini e interrotto i rifornimenti ai gruppi terroristici che combattono in Siria. Mentre alcuni analisti ipotizzano che la Turchia abbia stretto accordi con Russia, Iran e Siria per l’ultima incursione, la Siria e i suoi alleati dovrebbero ancora coltivare opzioni per affrontare uno scenario peggiore, non solo la creazione di un “santuario” nel nord della Siria, ma il tentativo di usarlo per perpetuare il conflitto mortale. Qualsiasi accordo politico dietro le quinte è valido tanto quanto la leva finanziaria che le parti devono mantenere verso l’altra parte. Esiste il pericolo che la Turchia s’insedi nel territorio siriano con scarse azioni per evitare una guerra su vasta scala. Anche se il risultato dell’operazione Ramo d’Ulivo della Turchia è incerto, così come le reazioni delle nazioni coinvolte nel conflitto siriano, ciò che è certo è che gli Stati Uniti hanno dimostrato ancora una volta la volontà di usare e tradire gli alleati, cioè i curdi. Le operazioni turche contro i curdi, che avevano siglato una tregua di fatto con Damasco, potrebbero costringerli ad assumere una posizione decisamente anti-Damasco in cambio di una tregua nell’attuale assalto. Proprio come Washington regalava ad Ankara il pretesto per invadere ulteriormente il territorio siriano, Ankara regalerebbe a Washington i curdi ed altri motivi per servire gli interessi statunitensi in Siria piuttosto che i propri.Traduzione di Alessandro Lattanzio