Il 50% dell’oro delle banche centrali occidentali è scomparso

Egon Von Greyerz Goldbroker 20 febbraio 201720_CHF_Vreneli_1897Recentemente si sono avute informazioni che rendono il mercato dell’oro sovrano ancora più opaco. Le banche centrali e la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) fanno tutto il possibile per non rivelare nulla delle loro transazioni in oro. Tutte le transazioni sono segrete, e alcuna banca centrale ha mai fatto controllare le proprie riserve d’oro fisico. L’ultima revisione degli Stati Uniti risale ai giorni di Eisenhower, negli anni ’50. Ron Paul ha chiesto un controllo, senza successo. Trump farà una verifica? Questa sarebbe l’intenzione, ma quando scoprirà che manca gran parte delle 8000 tonnellate di oro degli Stati Uniti, resterà in silenzio. Negli ultimi anni, pressioni sono state fatte in Francia e Germania per effettuare controlli, ma senza concludere nulla. Alcun Paese vuole rivelare che non ha più oro.

Ci vogliono cinque anni alla Germania per rimpatriare 647 tonnellate d’oro
La Germania ha recentemente affermato di essere completamente trasparente sul suo oro, ma cosa ha rivelato al mondo? Nel 2013, la Germania annunciò il piano per rimpatriare 674 tonnellate di oro da Stati Uniti e Francia. Il primo anno ne recuperò solo 37 ed annunciò che avrebbe avuto il resto nel 2020. Ora dicono che il piano di rimpatrio sia accelerato. Delle 3381 tonnellate della Germania, il 51%, o 1713 tonnellate, tornerà in Germania entro la fine del 2017. Poco più del 49% dell’oro tedesco rimarrà all’estero: 1236 tonnellate ancora a New York e 432 tonnellate a Londra. Ci si chiede il motivo per cui ci vogliono cinque anni per rimpatriare 674 tonnellate di oro. I funzionari della Bundesbank hanno spiegato che si tratta di un complicato esercizio logistico. La Bundesbank avrebbe incontrato gravi problemi per trasporto, assicurazione, sicurezza, ecc. Ma prendendo la Svizzera ad esempio, importa ed esporta più di 2000 tonnellate di oro all’anno, escludendo i trasferimenti tra banche e casse private. Lo stesso in Paesi come Regno Unito, Cina, India e Stati Uniti. Quindi in tutto il mondo, migliaia di tonnellate di oro viaggiano senza alcun problema logistico. C’è da chiedersi perché i tedeschi, di solito dall’efficienza formidabile, abbiano problemi a rimpatriare 674 tonnellate nell’arco di cinque anni…
La ragione, naturalmente, è che l’oro non è disponibile perché prestato o venduto. Ciò è confermato dai rapporti sui lingotti pervenuti che non sono quelli originali. Ma la grande domanda ora è se esistono le 1668 tonnellate che dovrebbero trovarsi negli Stati Uniti e in Francia. Se esistono, perché non rimpatriarle immediatamente in Germania? In origine, l’oro fu depositato all’estero per la guerra fredda. Ma sarebbe stato difficile spiegare perché l’oro nel Regno Unito e in Francia impedisse la guerra fredda. Oggi non c’è la guerra fredda, quindi non è più un motivo valido. Sappiamo perché l’oro è trattenuto a New York e a Londra, perché è lì che la maggior parte delle transazioni in oro avviene. Ma le principali banche centrali, come la Bundesbank, non hanno bisogno di muovere l’oro se lo prestano. Tutti coloro che interagiscono con le banche centrali credono che siano affidabili. Non sono d’accordo. Le banche centrali detengono debito tossico che non sarà mai ripagato e, di conseguenza, non sono sicure.

Le Bullion Bank ipotecano più volte lo stesso oro
Allora, perché l’oro non è in Germania? Inizialmente fu utilizzato per prestiti e scambi. Prima, quando l’oro veniva prestato, rimaneva a Londra e New York, e passava da una banca all’altra. Ma ora le cose sono molto diverse, perché gli acquirenti sono soprattutto Cina, India e Russia. Questi Paesi non sono interessati all’oro cartaceo: vogliono i lingotti fisici. Il risultato di ciò è che quando una banca centrale presta oro a una bullion bank, questa lo vende alla Cina che riceve l’oro fisico. Tutte ciò che le banche centrali hanno è la cambiale emessa dalla bullion bank. Quando la banca centrale vuole recuperare il proprio oro, non sarà disponibile e la bullion bank dovrà prenderlo in prestito da qualcun altro, come ad esempio un cliente. Così le bullion bank ipotecano più volte lo stesso metallo. Perciò gli investitori non dovrebbero mai conservare il proprio oro in una banca. Le banche centrali non solo prestano l’oro al mercato, ma lo vendono anche in segreto. Ufficialmente, il totale delle riserve auree delle banche centrali è di 33000 tonnellate. Di queste, le banche centrali occidentali detengono circa 23000 tonnellate, comprese le riserve del FMI. Ma nessuno sa veramente quanto oro ci sia in occidente.

Il 50% dell’oro tedesco sarebbe in Cina?
Prendiamo l’esempio della Germania che, alla fine del 2017, avrà ufficialmente il 50% del suo oro, 1668 tonnellate, all’estero. Se questo oro è stato ceduto in prestito e poi venduto alla Cina, queste 1668 tonnellate sono definitamente uscite dall’occidente. Ma vengono ancora contabilizzate come oro dalle banche centrali occidentali. Tutto ciò che la Germania ha sono ricevute di carta che non potrà mai mutare in oro fisico. È certamente così per tutto l’oro delle banche centrali occidentali. Come la Germania, fino al 50% dell’oro delle banche centrali occidentali è probabilmente stato prestato, cioè 12000 tonnellate. La maggior parte delle 12000 tonnellate è stata acquistata dai Paesi della Via della Seta, come indicato di seguito. Questo lascia le banche centrali occidentali con una potenziale ricevuta cartacea da 500 o 1000 miliardi di dollari. Non vedranno mai più l’oro.

3000 tonnellate di oro vanno verso ad est ogni anno
Se diamo uno sguardo agli acquisti di oro provenienti dai Paesi della Via della Seta (India, Turchia, Russia e Cina), troviamo che dal 2009 hanno acquistato quasi 20000 tonnellate. Quasi 3000 tonnellate di oro all’anno, una quantità superiore alla produzione annua registrata in questi anni. Quattro Paesi hanno quindi assorbito la produzione annuale di oro degli ultimi sette anni. Inoltre, vi sono stati importanti acquisti da altri Paesi, nonché investitori. Non sorprende che gran parte della fornitura provenga segretamente dalle attività delle banche centrali. Circa 4500 tonnellate di oro vengono raffinate ogni anno. 3000 tonnellate dalla produzione mineraria e 1500 tonnellate dal riciclaggio. Dal 2011, quando l’oro raggiunse il picco di 1920 dollari, sembrava che ci fosse poco interesse e domanda di oro fisico, soprattutto giudicando dal declino del prezzo. Ma non è sicuramente così. Negli ultimi sei anni, 4000-4500 tonnellate di oro sono state raffinate ogni anno, e sono state assorbite dal mercato. Non ci sono riserve d’oro, da alcuna parte. Il calo dei prezzi, dal suo picco di 1920 dollari nel 2011 ai 1050 nel dicembre 2015, non ha nulla a che fare con il calo della domanda fisica. Come la maggior parte degli investitori sa, il prezzo dell’oro non è deciso dal mercato fisico, ma molto più dal mercato cartaceo. La manipolazione dei prezzi avviene nel mercato cartaceo. Ho detto più volte che il mercato dell’oro cartaceo, per come esiste oggi, non sopravviverebbe per molto. Quando i titolari dell’oro cartaceo capiranno che non c’è l’oro fisico per risolvere le loro richieste cartacee, allora il prezzo dell’oro salirà, non di centinaia di dollari, ma di migliaia di dollari, e assai rapidamente. Fino ad allora, gli investitori continueranno a comprare oro di carta e oro ETF. Alcuni di questi ETF si basano sull’oro, ma il problema è che gli ETF fanno parte del sistema finanziario, ed è impossibile sapere quante volte lo stesso oro sia stato usato o registrato. L’oro acquistato per preservarne il valore non dovrebbe essere detenuto dal sistema bancario. Oggi ci sono 2670 tonnellate di oro, o 106 miliardi di dollari, in ETF. Mentre aumentano i timori nel sistema finanziario, gran parte degli ETF in oro passerà ai privati e alle casseforti. Alcune aziende, come la nostra, che operano al di fuori del sistema bancario, possono offrire oro fisico allo stesso prezzo degli ETF, con proprietà diretta dei singoli lingotti, assicurati, permettendo una liquidità immediata.

Svizzera, snodo strategico per l’oro
E’ essenziale conservare l’oro in una giurisdizione stabile. Si temeva che la Svizzera non fosse più sicura dopo l’attacco delle autorità statunitensi contro UBS per dei conti non dichiarati da clienti statunitensi. Molti credevano che l’oro conservato in Svizzera sarebbe stato trasferito a Singapore. Abbiamo casseforti in entrambi i posti, ma non abbiamo visto migrazioni dalla Svizzera a Singapore o altrove. Molti investitori sono preoccupati dal rischio di confisca in diversi Paesi. Personalmente credo che detenere oro sia ormai così diffuso che la confisca non sia fattibile. E’ molto più facile tassare le attività come l’oro che confiscarlo. Le tasse dovrebbero aumentare in modo significativo nei prossimi anni, in particolare per i ricchi. La pianificazione fiscale è diventata importante quanto la pianificazione degli investimenti. E’ indispensabile conservare l’oro in un Paese che per tradizione lo detenga. Gli svizzeri risparmiano da tempo nell’oro. Alcuni comprano ogni mese una moneta d’oro da 20 franchi, il ‘Vreneli’. Un altro fattore compreso da pochi è l’importanza strategica dei raffinatori d’oro svizzeri. La Svizzera raffina più oro di qualsiasi Paese del mondo, circa i due terzi della produzione annua. L’oro è anche importante per le esportazioni svizzere. Nel 2016, le esportazioni di oro erano il 29% delle esportazioni, per un totale di 86 miliardi di CHF (86 miliardi di dollari). Per questa semplice ragione, la Svizzera non ucciderà la gallina dalle uova d’oro. Non riesco a immaginare la confisca di oro in Svizzera. Al contrario, invece penso che la Svizzera diventerà uno snodo ancora più importante di quanto lo sia oggi, sia per la conservazione che il commercio. Oltre al caveau delle banche (dove non si deposita il proprio oro), ci sono diverse casseforti private dalle notevoli dimensioni in Svizzera. Ci sono anche grandi depositi nelle Alpi. Alcuni sono ancora molto segreti e non vengono rivelati. Infine, i metalli preziosi sono appena entrati in un’importante fase di ascesa del mercato. Mentre la carta moneta continua a perdere valore, oro e argento inizieranno presto a riflettere i rischi dell’economia globale e del sistema finanziario.

Il deficit commerciale cronico degli Stati Uniti porterà al crollo del dollaro
Se guardiamo al dollaro statunitense, il deficit commerciale cronico da 41 anni basta ad azzerarlo. Una volta che perderà lo status di valuta di riserva, nulla lo salverà. Perciò è essenziale mutare le riserve in dollari in oro e argento.

La carenza di oro e argento provocherà la compressione dei prezzi
La stretta sull’offerta dei metalli preziosi in combinazione con l’implosione del mercato cartaceo porterà a un notevole aumento dei prezzi, nei prossimi anni. Siamo in un momento in cui gli investitori possono ancora comprare oro fisico e argento a prezzi estremamente ragionevoli. Mentre una grave carenza è attesa, ciò sarà impossibile. L’oro fisico e l’argento sono l’assicurazione migliore per proteggere le ricchezze contro i molteplici rischi globali. L’investitore deve garantirne un deposito sicuro e non deve toccarlo, a prescindere dai movimenti dei prezzi. Un giorno, molti anni dopo, l’investitore sarà sorpreso dalla crescita esponenziale del valore dei metalli preziosi nelle monete a corso forzoso.silk-road-gold-demand

Fonte originale: Cervino GoldSwitzerland
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra somalo-etiope dell’Ogaden, luglio 1977 – giugno 1978

Alessandro Lattanzio, 4/3/2017ethAllo scoppio della guerra l’Aeronautica militare dell’Etiopia (Ye Ityopia Ayer Hayl o ETAF) disponeva di:
18 caccia-attacco Northrop F-5 Freedom Fighters (15 F-5A, 2 F-5B e 1 RF-5A da ricognizione), del 5.to Squadrone assegnato alle operazioni di attacco al suolo;
9 caccia Northrop F-5E/F Tiger II dotati di missili aria-aria AIM-9B, del 9.no Squadrone assegnato alle operazioni di difesa aerea;
3 bombardieri English Electric Canberra B.52 del 44.mo Squadrone da bombardamento;
8 caccia leggeri North American F-86F su una squadriglia.

L’Aeronautica della Somalia (Ciidamada Cirka Soomaaliyeed o CCS) disponeva di:
12 caccia-attacco Mikojan-Gurevich MiG-17F su uno squadrone;
29 caccia Mikojan-Gurevich MiG-21MF su due squadroni;

20_4Le forze armate somale
Negli anni ’60, l’Egitto fornì 12 imbarcazioni ed addestrò i piloti e i guerriglieri somali dell’Ogaden. Il Sudan addestrato gli ufficiali di Stato Maggiore e i sottufficiali delle trasmissioni e del genio. I soldati somali furono addestrati anche in URSS, Repubblica Popolare Cinese, Egitto, Italia, Iraq e Siria. Stati Uniti, Italia e Repubblica Federale Tedesca equipaggiarono e addestrarono la polizia e un battaglione di commando fino al 1970.
Nel 1964, i sovietici costruirono le basi aeree di Mogadiscio, Hargeisa, Baidoa e Kisimaio, la base navale di Berbera, e fornirono 150 blindati, tra cui carri armati T-34/85, veicoli corazzati per il trasporto di truppe BTR-50 e BTR-152, e blindati da ricognizione BTR-40A, oltre ad armi antiaeree, artiglieria e automezzi. Nel 1974, i sovietici fornirono altri 100 carri armati T-34/85, 150 carri armati T-54/55 e 70 carri armati T-62, 300 veicoli corazzati per il trasporto delle truppe BTR-50PK, BTR-60PB e BTR-152KP, numerosi blindati leggeri BTR-40P, BRDM-1 e BRDM-2, pezzi di artiglieria da 85mm, 100mm, 122mm e 152mm, mortai da 82mm e 120mm, sufficienti per costituire 9 battaglioni meccanizzati, 4 corazzati e 2 di artiglieria, formando così quattro brigate meccanizzate. La fanteria ricevette fucili d’assalto AK-47, mitragliatrici RPD, pistole-mitragliatrici PPshK-41, lanciarazzi anticarro RPG-2 e RPG-7, mitragliatrici pesanti DShK da 12,7mm e KPV da 14,5mm, missili anticarro 9M114 Maljutka, cannoncini antiaerei da 14,5mm, 23mm, 37mm e 57mm su impianti singoli, binati e quadrinati (ZPU-1 ZPU-2 e ZPU-4), alcuni semoventi antiaerei ZSU-23-4 Shilka e missili antiaerei portatili Strela-2. Le quattro brigate meccanizzate costituirono il nucleo delle forze armate somale.
Nel 1977, mentre 2000 consiglieri sovietici e 50 cubani addestravano le forze armate somale, circa 600 aviatori somali si istruivano nell’URSS. Mogadiscio infatti ricevette nel 1974-77 velivoli MiG-21MF e MiG-21UM e un paio di elicotteri Mi-8, che raggiunsero i superstiti aerei occidentali nelle file del CCS: 1 C-45 Expeditor, 3 C-47 Dakota e 3 Piaggio P.148 forniti dall’Italia negli anni ’50. I tecnici del Patto di Varsavia e di Cuba gestivano la flotta aerea del CCS composta da 12 caccia-attacco MiG-17F, 29 caccia leggeri MiG-21MF, 15 elicotteri, tra cui Mi-4 e Mi-8T, 4 aerei-cargo An-24T, 4 aerei da trasporto tattico An-26 e 5 biplani da trasporto An-2TP; e la difesa aerea somala affidata a sistemi missilistici S-75 e S-125.

Northrop F-5A

Northrop F-5A

Le forze armate etiopi
derg-badgeIn Etiopia, l’imperatore Haile Selassie fu deposto il 12 settembre 1974 e dopo una serie di scontri interni, salì al potere il Tenente-Colonnello Mengistu Haile Mariam. Nell’inverno del 1977, l’Etiopia era preda del caos e di scontri politici, su cui infine s’impose il Derg, il Comitato amministrativo-militare provvisorio, organizzazione marxista-leninista che avviò la nazionalizzazione delle terre e creò il Partito rivoluzionario popolare (EPRP), istituendo la Repubblica democratica popolare. Al Derg si opposero le fazioni etiopi sostenute dal Sudan, ma il 3 febbraio 1977 Mengistu s’impose, venendo subito riconosciuto da Cuba. L’EPRP venne quindi attaccato dal gruppo maoista di Haile Fida, un agente dei francesi, il Meison, che avviò la rivolta nel nord dell’Etiopia. Ma entro la metà del 1977, il Meison fu sconfitto e Fida arrestato. Nel maggio 1977 Mengistu visitò Mosca dove firmò 13 accordi di cooperazione con i sovietici. Tornò in Etiopia passando dalla Libia, che poi gli inviò il primo carico di armi sovietiche. Il regime del Derg ereditò vari problemi dall’imperatore Selassie, come la rivolta in Eritrea e nell’Ogaden, provincia etiope rivendicato dalla Somalia. Barre supportava l’irredentismo somalo contro Etiopia, Gibuti e Kenya. Nei primi anni ’70, il regime somalo rifornì di armi i separatisti del Fronte di liberazione somalo occidentale (FLSO), allo scopo di annettersi tutto l’Ogaden. Dopo che il Presidente Mengistu Haile Mariam dichiarò l’Etiopia Repubblica socialista e i tentativi di Washington d’invertire la situazione, nell’aprile 1977 Addis Abeba chiuse il centro dello spionaggio elettronico statunitense di Kegnew e la missione militare degli Stati Uniti, che aveva addestrato e inquadrato i 70000 ufficiali e sottufficiali dell’esercito etiope. Ciò portò il governo degli Stati Uniti ad imporre l’embargo militare all’Etiopia. Le forze armate etiopi, impegnate contro la guerriglia eritrea e dell’Ogaden, iniziarono a soffrire la mancanza di pezzi di ricambio e munizioni. Per risposta, la Cecoslovacchia inviò 100 carri armati T-34/85 e i consiglieri militari cecoslovacchi presenti in Somalia furono trasferiti in Etiopia. Infatti, data l’attività destabilizzante del regime somalo di Siad Barre, Mosca si volse verso il nuovo presidente etiope, e già nel 1976 il governo sovietico contattò segretamente Addis Abeba.

Mengistu Hile Mariam

Mengistu Haile Mariam

Le origini della guerra dell’Ogaden risalgono alla conferenza di Berlino del 1881, quando il regno d’Etiopia si vide assegnare la regione dell’Ogaden, abitata in gran parte dall’etnia somala. Con la creazione dello Stato somalo, nel secondo dopoguerra, s’impose il nazionalismo somalo volto a creare ciò che veniva presentato come la “Grande Somalia”, comprendente quasi tutto il Corno d’Africa: Somalia, Ogaden e nord del Kenya. Subito dopo l’indipendenza della Somalia, nel 1960, Mogadiscio sponsorizzò i movimenti insurrezionali nell’Ogaden e in Kenya, creando tensioni con l’Etiopia. Nel 1969, con un colpo di Stato Siad Barre andò al potere in Somalia. Siad Barre annunciò che avrebbe supportato qualsiasi movimento di liberazione nei “territori occupati illegalmente”, ovvero i territori di Kenya, Etiopia (Ogaden) e Gibuti in cui viveva più di un milione di somali. Cuba avviò una mediazione tra Etiopia e Somalia all’inizio del 1977, portando il 16 aprile 1977 alla conferenza di Aden, nella Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, dove il presidente Ali Rubayi e Fidel Castro ospitarono il Presidente Mengistu Haile Mariam e il presidente Siad Barre. Alla conferenza, l’Etiopia fu conciliante, avendo a che fare con cinque fronti guerriglieri in Eritrea, Ogaden, Dankalia, Tigray e Galla. Era anche disposta anche a un’alleanza con Mogadiscio. Ma Siad Barre non era disposto a negoziare o a fare concessioni, convinto che la sua forza militare gli permettesse di realizzare il sogno della Gran Somalia. Perciò, se all’inizio Siad Barre promise a Fidel Castro che le sue forze armate non avrebbero attaccato l’Etiopia, e di ridurre al minimo il sostegno ai separatisti dell’FLSO, l’organizzazione irredentista somala dell’Ogaden, e Addis Abeba ne approfittò per spostare le forze etiopi dall’Ogaden verso l’Eritrea, tre mesi dopo Siad Barre ordinò alle forze armate somale d’invadere l’Ogaden e di aumentare il sostegno ai guerriglieri del FLSO. L’Avana e Mosca reagirono criticando fortemente Mogadiscio.ethio-somali_war_map_1977L’invasione somala iniziò nel maggio 1977, quando una forza di 6000 combattenti del FLSO attraversò il confine per unirsi alle forze locali. I 6000 nuovi combattenti erano in realtà soldati delle forze armate della Somalia. L’11 luglio, Siad Barre ordinò alle sue forze di entrare nel territorio etiopico, per sostenere i 6000 “guerriglieri” dell’FLSO. Alle 3:00 del 13 luglio del 1977, 5 brigate somale entrarono nell’Ogaden etiope avviando la guerra. Si trattava di 50000 soldati, 300 carri armati T-34/85 e T-55, 300 blindati e oltre 600 pezzi di artiglieria. Il supporto aereo venne fornito dalla base aerea di Hargeisa, da cui furono attaccate le posizioni e le basi aeree etiopi nella regione. Le forze somale colsero di sorpresa la 3.za divisione di fanteria etiope e conquistarono la città di Gode, dopo oltre 50 sortite degli aerei ed intensi bombardamenti dell’artiglieria dei somali. Gli etiopi schierarono a Jijiga, Dire Dawa e Harar 2 compagnie di carri armati leggeri M-41 e una compagnia di carri armati medi M-47, supportate da 3 semoventi d’artiglieria M-109 da 155mm. Il giorno dopo intervennero 3 caccia F-5A dell’Aeronautica etiope (ETAF) ma uno degli aerei, quello del leader, fu colpito da un missile antiaereo portatile SA-7 e precipitò. L’ETAF quindi ordinò ai suoi piloti di adottare nuovi profili di attacco, volando a quote medie nei bombardamenti o, in alternativa, attaccare a bassa quota e quindi cabrare avendo il sole alle spalle, per impedire di essere agganciati dai SA-7. Al confine settentrionale dell’Ogaden, i somali entrarono in azione il 16 luglio, occupando la città di Aisha; con l’appoggio degli aerei, l’artiglieria somala bombardò la città. La situazione diveniva critica per l’Etiopia, e solo il 21 luglio gli etiopi iniziarono a reagire, impiegando i 22 velivoli da trasporto C-47, C-54 e C-119K dell’ETAF per rifornire le guarnigioni assediate dal nemico che avanzava coperto dai velivoli somali. Durante una di queste missioni, un C-47 fu intercettato da 2 MiG-17 somali ed abbattuto. Infine, la CCS (Ciidamada Cirka Soomaaliyeed o Corpo Aereo della Somalia), attaccò la base aerea etiope di Harar, distruggendo un DC-3 dell’Ethiopian Airlines. Da allora i caccia F-5E etiopi iniziarono a scortare gli aerei da trasporto nelle zone dei combattimenti.
tumblr_inline_o35ys6olou1t90ue7_400La situazione per gli etiopi comunque andava aggravandosi e il presidente Mengistu aveva bisogno di ritardare l’avanzata dei somali attendendo l’arrivo degli aiuti cubani e sovietici. L’unica alternativa possibile era sfruttare al massimo l‘Ethiopian Air Force (ETAF), afflitta da gravi problemi operativi causati dell’embargo degli Stati Uniti. Addis Abeba riuscì a mettere in piene condizioni operative gli F-5A ed F-5E, che svolsero un ruolo cruciale nelle operazioni contro i somali. Inoltre, per aumentare il numero di piloti disponibili, furono recuperati i veterani che avevano volato sui vecchi F-86F che furono rapidamente istruiti all’impiego dei caccia F-5, facendoli volare sui caccia biposto F-5B e F-5F e sugli 8 velivoli da addestramento T-33A, di cui uno ricevuto dall’Iran. Questo personale fu cruciale per lo sforzo bellico etiope.
E così, il 24 luglio pomeriggio, una coppia di F-5E intercettò 2 caccia MiG-21 somali diretti verso un aereo da trasporto. Grazie alla guida del radar TPS-43D della stazione sul passo di Karamara, gli F-5 riuscirono ad abbattere uno dei MiG-21; fu la prima vittoria nella storia dell’ETAF. Il 25 luglio, 3 caccia F-5E dell’ETAF intercettarono 4 caccia MiG-21 somali. I 2 MiG ai lati eseguirono una virata di 180 gradi, scontandosi così in volo, mentre l’F-5 leader abbatté il terzo MiG a colpi di cannone, e gli altri due F-5 inseguirono il MiG superstite che, manovrando a bassa quota, si schiantò al suolo. Subito dopo, gli F-5 individuarono una formazione di 4 caccia assaltatori MiG-17, abbattendone due con i missili aria-aria Sidewinder. I somali, quindi, in soli due giorni persero 5 MiG-21 e 2 MiG-17 con i loro piloti. Il 26 luglio, 2 F-5E dell’ETAF intercettarono 2 MiG-21 somali abbattendone uno, che fu prima danneggiato da un missile Sidewinder e quindi abbattuto dagli F-5 con i cannoncini M-39 da 20mm di bordo. Le 8 vittorie dell’ETAF rappresentarono il 18% dei 38 velivoli schierati dal CCS, che ora non poteva disporre di più di 20 tra MiG-17F e MiG-21MF.
Nonostante tali sconfitte, la città di Gode cadde e la 5.ta Brigata della 4.ta Divisione dell’esercito etiope, che la difendeva, si ritirò verso ovest. Alla fine del mese, gli etiopi si erano ritirati a Jijiga, distante oltre 300 km. Ai primi di agosto, il fronte si era stabilizzato mentre gli F-5A etiopi avevano effettuato 300 sortite sulle posizioni somale. Dopodiché i caccia F-5A dell’ETAF, armati di razzi da 127mm e 68mm, e di bombe da 113kg e 223kg, passarono ad effettuare missioni d’interdizione contro le linee di rifornimento dei somali, con effetti devastanti. I vecchi cacci F-86F cominciarono a svolgere missioni di attacco e supporto aereo ravvicinato, impiegando razzi da 68mm e bombe da 113kg, mentre i bombardieri Canberra compirono alcuni raid notturni sulla Somalia.

Canberra

Canberra B.52

Il 9 agosto, Addis Abeba ricevette dall’Iran pezzi di ricambio e munizioni per le sue forze armate, mentre URSS e Cuba inviarono i loro consiglieri militari in Etiopia, che fornirono dettagliati rapporti d’intelligence sulle forze armate somale allo Stato Maggiore etiope. Mosca avviò i rifornimenti militari e dispiegò i sistemi missilistici antiaerei S-125. A novembre Mengistu volò a L’Avana per cercare di avere un maggior sostegno militare. I primi ad arrivare furono i sistemi missilistici antiaerei S-125 Neva promessi da Mosca e che, schierati nell’Ogaden, l’11 agosto abbatterono 2 caccia MiG-21MF somali inviati a bombardare l’aeroporto di Aisha, mentre 2 MiG-17 somali inviati ad attaccare il radar di Karamara, il 14 agosto, invece si schiantarono sulla montagna. Il CCS era in rovina, dei MiG-17F solo 4 erano in condizione di volo, mentre dei MiG-21MF, solo una dozzina era pienamente operativa. Quindi, i somali concentrarono tutte le operazioni aeree sulla base aerea di Hargeisa. E il 12 agosto, 4 caccia F-5E dell’ETAF bombardarono la base danneggiando la pista, il deposito di carburante e la torre di controllo, e distruggendo un aereo da trasporto Antonov An-26. Gli F-5 non incontrarono alcuna risposta dalle difese aeree somale. Intanto, gli etiopi inviarono tutte le forze nell’Ogaden, ritirandole dall’Eritrea, e rafforzarono le difese di Harar e Jijiga. In quel momento i somali avevano occupato l’80% dell’Ogaden e puntavano sull’Etiopia storica. Perciò gli F-5 eritrei furono ritirati dalla base aerea di Dire Dawa, lasciandovi solo gli 8 velivoli T-28D e gli 8 SAAB 17A/B del 3.zo Squadrone COIN (controinsurrezione) per il supporto e la ricognizione per conto dell’esercito etiope.
Il 17 agosto, gli etiopi furono colti di sorpresa quando i somali assaltarono Dire Dawa, che riuscirono ad occupare distruggendo nella base aerea gli AT-28D e i SAAB 17A/B dell’ETAF. Gli etiopi contrattaccarono il giorno successivo, senza il sostegno dell’artiglieria ma con quello degli aerei, che compirono 68 sortite contro il nemico, distruggendo l’80% degli automezzi somali e permettendo all’esercito etiope di riconquistare Dire Dawa. 1 MiG-21 somalo fu abbattuto sulla città il 19 agosto, e nei giorni successivi la base aerea fu ripristinata permettendo l’arrivo degli aerei-cargo C-119K e dei caccia F-5, grazie a cui l’ETAF compì, il 22 agosto, 50 sortite contro i somali, la cui ritirata si era trasformata in rotta, lasciandosi dietro una scia di mezzi ed equipaggiamenti abbandonati, e perdendo un altro MiG-21 in combattimento aereo.
etisom20Ad est di Dire Dawa, a Jijiga, gli etiopi attesero l’assalto dei somali, concentrandovi la maggior parte delle loro difese. Ma in quest’area il CCS godeva della superiorità aerea, per la prima volta nella guerra. MiG-17 e MiG-21 somali effettuarono diverse sortite sulle posizioni etiopi e alla fine, il 1° settembre, la città fu abbandonata. I somali occuparono Jijiga, e gli etiopi così persero la base aerea oltre a 9 carri armati M-47, 14 carri armati M-41 e 2 blindati per il trasporto truppe M-113. Dopo di ché, la NATO incominciò a propendere per la Somalia. Sempre il 1° settembre, 2 F-5E etiopi abbatterono 2 MiG-21 somali, mentre un sistema antiaereo ZSU-23-4 Shilka somalo abbatté un F-5E dell’Etiopia. Il 5 settembre il Derg organizzò il contrattacco che liberò la città, mentre i somali la circondarono. E il 9 settembre, 2 MiG-17 somali attaccarono una colonna di etiopi in ritirata, ma uno dei velivoli venne abbattuto dal tiro antiaereo della colonna. Dopo la ritirata etiope, il 12 settembre i somali rioccuparono Jijiga e arrivarono nel passo Karamara, dove con l’artiglieria a lungo raggio distrussero il radar TPS-43 che aveva guidato finora i caccia etiopi. Il passo Karamara infine cadde nelle mani somale e Mogadiscio si spianò la strada per lanciare l’offensiva sul resto dell’Etiopia. L’altro radar etiope, di stanza a Debra Zeit, fu trasferito sul monte Megezez, a metà strada tra Addis Abeba e Karamara, e l’ETAF non poté più contare sulla copertura radar nelle missioni sull’Ogaden. Ma la cattura di passo Karamara fu il culmine dell’invasione somala. Essendosi spinti oltre il raggio d’azione della CCS e finendo sotto quello dell’ETAF, i somali si fermarono preparando l’assalto su Harar, circondata su tre lati e dove si erano concentrati i resti della 3.za divisione etiope e 2 battaglioni di carri armati sudyemeniti. Il presidio venne rifornito con un ponte aereo attuato dai velivoli da trasporto C-47. L’assenza degli aerei somali permise al piccolo ponte aereo di rifornire il presidio e la città. Durante queste operazioni un C-47 fu abbattuto con un missile portatile antiaereo Strela-2.
I somali assaltarono Harar il 29 settembre, e la battaglia ben presto divenne una guerra di posizione, mentre 3 MiG-17 somali furono abbattuti dalla contraerea etiope. Un grande assalto fu attuato il 19 ottobre, ma i somali furono respinti dopo aver subito più di 200 morti; e il 23 ottobre i somali tentarono una nuova offensiva, non più da sud come prima, ma da nord-ovest. Anche questa volta le forze somale si ritirarono dopo aver perso altri 600 soldati. Nel frattempo, per evitare ulteriori perdite, gli etiopi concentrarono a Dire Dawa i propri mezzi corazzati, cioè tutti i carri armati M-47 rimasti e la maggior parte dei carri armati leggeri M-41. Il 30 ottobre, i somali tentarono un’altra offensiva, mentre gli etiopi schierarono con gli elicotteri altri 2 battaglioni di commando paracadutisti, permettendo ai difensori di resistere a una settimana di assalti nemici. Ma il 4 novembre, i somali avanzarono costringendo gli etiopi ad inviare la 2.da Brigata paracadutisti. I somali avevano concentrato i rifornimenti presso Jijiga, che perciò l’aviazione etiope sottopose a continui attacchi. Il 16 novembre, iniziò un’altra offensiva somala, nello stesso luogo in cui il primo assalto era fallito, il 23 ottobre; ma questa volta l’assalto fu accompagnato dai bombardamenti intensivi con i lanciarazzi multipli BM-21 Grad e dalle sortite dei MiG-17. I somali finalmente sfondarono le difese, ma con un’operazione d’assalto eliportato, le due brigate di paracadutisti etiopi bloccarono il nemico; e lo stesso giorno 2 F-5E, 2 F-5A e 2 Canberra dell’ETAF bombardarono la base avanzata somala di Jeldessa, che ospitava il principale deposito di munizioni della Somalia. Gli etiopi persero un caccia F-5A, ma il deposito di munizioni somalo fu letteralmente spazzato via e l’offensiva somala fu fermata, per sempre.
1-onxe1-siduwvc2_xvmpkcw Proprio mentre l’offensiva era bloccata, Siad Barre commise un grave errore geopolitico. I sovietici appoggiavano il suo regime, ma erano contrari all’invasione dell’Ogaden, e quando si avvicinarono all’Etiopia del Derg, la Somalia passò all’occidente. Nelle prime fasi della guerra dell’Ogaden, Barre visitò Mosca nel tentativo di mantenere neutrali i sovietici, mentre contemporaneamente negoziava con la NATO l’invio di armi. Così Leonid Brezhnev si rifiutò d’incontrarlo quando si recò a Mosca ai primi di novembre. Il 13 novembre 1977, per reazione, Barre stracciò il trattato di amicizia con l’URSS, firmato solo nel 1974, ed espulse i 20000 consiglieri e cittadini del Patto di Varsarvia presenti in Somalia. Ciò aggravò di molto la situazione militare della Somalia, tanto più che il 25 novembre 1977 i sovietici crearono uno dei più grandi ponti aerei della storia militare, impiegando 225 aerei da trasporto Antonov An-12BP e An-22 Antej, e Iljushin Il-18 e Il-76, trasportando rifornimenti militari da Tashkent ad Addis Abeba facendo scalo a Baghdad e Aden. Il tutto avvenne sotto la supervisione del contingente di 1500 consiglieri militari sovietici, diretto dal Generale Vasilij Petrov, presente ad Addis Abeba. Il comandante della missione degli istruttori aeronautici sovietici era il Tenente-Generale G. Dolnikov. A dicembre, giunse ad Addis Abeba il grosso del contingente dei consiglieri cubani, comandato dal Maggior-Generale Arnaldo Ochoa. E il 28 dicembre 1977 divenne operativo il primo battaglione corazzato cubano.
Nei successivi sei mesi, i sovietici sbarcarono sull’aeroporto internazionale Bole, di Addis Abeba, circa 600 carri armati T-55, T-62 e PT-76, 300 blindati BMP-1 e BRDM-2, più di 400 pezzi di artiglieria. L’Etiopia ricevette 2 velivoli d’addestramento MiG-15UTI, 13 cacciabombardieri MiG-17, 8 aerei d’addestramento MiG-21UM che sostituirono i caccia leggeri statunitensi F-86 negli squadroni di addestramento dell’ETAF. Furono anche trasferiti 40 MiG-21MF, che riequipaggiarono completamente la prima linea dell’ETAF. Già nel gennaio 1978 diversi piloti etiopi erano pronti a volare sui caccia sovietici MiG-21. Ora l’ETAF disponeva di circa un centinaio di aerei. Inoltre, Cuba inviò 18000 consiglieri in Etiopia, assieme a un distaccamento di 40 piloti istruttori della DAAFAR (Defensa anti-aerea Y Fuerza Aérea Revolucionaria) che costituì il 4.to Squadrone indipendente dell’ETAF, sotto il comando del Tenente-Colonnello pilota Ruben Interián e del Tenente-Colonnello Luis Alonso Reina, diplomatisi presso l’Accademia della Difesa Aerea Kalinin di Mosca. Così i cubani schierarono uno squadrone di cacciabombardieri MiG-17F e uno di caccia MiG-21bis, e anche 2 aerei da ricognizione tattica MiG-21R, per un totale di 40 piloti. Inoltre, Petrov creò una potente forza eliportata basata su 10 elicotteri pesanti Mil Mi-6 e 20 elicotteri da trasporto medio Mil Mi-8T, scortati da 6 elicotteri d’attacco Mil Mi-24A. Tale forza poteva trasportare i blindati leggeri ASU-57, armati con un cannone anticarro da 57mm. Oltre ai sovietici e ai cubani, furono schierati in Etiopia anche oltre 200 consiglieri cecoslovacchi, polacchi e tedeschi. I polacchi inviarono anche 2 piloti e 20 tecnici specializzati nell’impiego dei caccia F-5, che continuarono a volare grazie ai pezzi di ricambio ricevuti dal Vietnam e dall’Iran. Inoltre, la Repubblica Popolare Democratica dello Yemen integrò i suoi 2 battaglioni corazzati inviando in Etiopia altri 2000 effettivi. Infine, il 4 dicembre i sovietici lanciarono il satellite da ricognizione Kosmos 964, che sorvolò la regione il 17 dicembre trasmettendo all’ETAF le immagini delle basi aeree somale di Berbera e Hargeisa, dando un quadro dettagliato delle forze aeree somale.
Venne costituito anche un centro di coordinamento operativo per tutte le forze estere presenti in Etiopia, uno Stato Maggiore Congiunto guidato politicamente dal Presidente etiope Mengistu e militarmente dal Generale Arnaldo Ochoa, coordinato da cinque generali etiopi, otto cubani, cinque sovietici e due yemeniti.
tumblr_inline_o35yf4uc7b1t90ue7_1280Siad Barre fu spaventato dalla presenza del contingente militare cubano-sovietico, sapendo inoltre che la sua aviazione era ridotta al lumicino, incapace di mantenere i pochi velivoli rimasti. Siad Barre quindi chiese aiuto, e il primo a soccorrerlo fu il Pakistan, che inviò 20 piloti e 120 tecnici per riparare i velivoli velivoli sopravvissuti. Seguirono Arabia Saudita, Quwayt ed Egitto che, istigati da Washington, cominciarono a finanziare i guerriglieri eritrei e il governo somalo al fine di “fermare l’espansione comunista nella regione”. Furono inviati rifornimenti di armi e pezzi di ricambio. Ma ciò non bastò, dato che dopo più cinque mesi di combattimenti le forze armate somale si erano esaurite. Il 6 gennaio 1978, il presidente egiziano Anwar Sadat accusò i cubani di bombardare le truppe somale e annunciò il pieno sostegno alla Somalia, inviando piloti e tecnici dell’aeronautica per ricondizionare gli ultimi MiG somali. Anche Arabia Saudita e Iraq inviarono molti pezzi di ricambio, munizioni e personale. L’Egitto inviò anche carri armati T-54 e pezzi di artiglieria, mentre l’Arabia Saudita inviò carri armati M-47 e Centurion, e vi addestrò il personale somalo. Iraq ed Egitto inviarono cacciabombardieri MiG-17F e 2 caccia MiG-21MF, pilotati da pakistani ed egiziani. Gli egiziani riattivarono anche delle postazioni di missili antiaerei S-75 e S-125. Tutto il materiale ricevuto dai somali veniva immediatamente spedito al fronte.
Il 27 dicembre 1977, gli ultimi 4 caccia F-5E etiopi attaccarono Berbera, con il sostegno di un C-119K che operava come posto di comando volante. I caccia danneggiarono la pista e distrussero 1 cargo Antonov An-24/26 e 1 caccia MiG-21 somali. Così, all’inizio del 1978, i caccia somali non osarono più sorvolare l’Ogaden. L’8 gennaio 1978, un caccia F-5A e alcuni caccia MiG-21MF etiopi, assieme a MiG-17F e MiG-21bis cubani, effettuarono una serie di attacchi aerei sulle posizioni somale. La base aerea di Hargeisa fu attaccata diverse volte dalle forze combinate, creando ulteriori danni all’aviazione somala. Inoltre, le forze aeree combinate concentrarono gli attacchi presso Harar, infliggendo ai somali pesanti perdite, anche se la contraerea somala impiegò tutte le armi disponibili, come i missili portatili Strela-2 e i sistemi antiaerei ZSU-23-4.

Fairchild C-119K

Fairchild C-119K

Il 22 gennaio 1978, venne scatenata la grande controffensiva cubano-etiopica, che contava su 35 battaglioni, 270 carri armati e 162 pezzi di artiglieria, appoggiati da 46 aerei da combattimento. L’obiettivo era liberare Harar e Dire Dawa e preparare il terreno per la grande controffensiva su Jijiga, la base principale delle operazioni somale nell’Ogaden. Facendo largo uso dei velivoli da ricognizione tattica MiG-21R, i cubani incrementarono il vantaggio tattico delle forze combinate raccogliendo informazioni sulle posizioni somale, tra cui la difesa antiaerea e le linee logistiche, permettendo di concentrare gli attacchi su obiettivi strategici e ridurre la resistenza del nemico. Anche i somali avevano concentrato 27 brigate, 135 carri armati, 100 blindati e 205 pezzi di artiglieria in vista dell’assalto su Harar, ma furono fermati dalle difese etiopi, mentre l’ETAF bombardò le retrovie somale colpendo depositi e convogli. In pochi ore l’offensiva somala fallì e il relativo fronte crollò. Lo stesso giorno, gli ultimi 4 F-5E e 4 caccia MiG-21MF dell’ETAF attaccarono la base aerea somala di Hargeisa, distruggendo la stazione radar e 6 velivoli. Il 23 gennaio, a Fedis gli etiopi catturarono 15 carri armati, 48 pezzi di artiglieria, 7 cannoni antiaerei e numerosi blindati somali, e a fine gennaio raggiunsero passo Karamara. Ad Harar i combattimenti durarono fino al 2 febbraio, quando i somali si ritirarono dopo aver perso 57 carri armati e 50 pezzi di artiglieria, e subito 4000 soldati tra morti, feriti, prigionieri e disertori. In seguito, mentre l’esercito etiope dilagava in tutto l’Ogaden, gli F-5A e 2 Canberra etiopi bombardarono le linee dei rifornimenti somali, mentre i piloti cubani si concentrarono sulle difese aeree somale costituite da ZSU-23-4 Shilka e da squadre dotate di MANPADS. I MiG-17F e MiG-21bis cubani, insieme ai MiG-21MF etiopi, armati di razzi da 57mm e 80mm e di bombe da 250kg, devastarono il sistema logistico somalo, mentre gli F-5A etiopi aumentarono le operazioni d’attacco al suolo e gli F-5E svolgevano le missioni di scorta. In queste operazioni, i somali abbatterono il MiG-17F del tenente Eladio Campos, il MiG-21bis del tenente Raul Hernandez Vidal, che caddero, e il MiG-21bis del Maggiore Benigno Cortés, che riuscì ad eiettarsi, oltre a un F-5A e a un MiG-21MF etiopi.
57_3_a1Il 1° febbraio, le forze etiopi finsero una manovra verso sud, mentre la 1.ma Brigata Paracadutisti, di nascosto, avvolse ai fianchi i somali, sorprendendoli completamente e accerchiandoli a Jijiga. I somali così furono costretti a ritirarsi abbandonarono altri 42 carri armati, 50 pezzi di artiglieria e centinaia di autoveicoli. Nelle retrovie, gli egiziani preparavano i contingenti di rinforzo che venivano inviati subito al fronte. Il 3 marzo 1978 la brigata di carri armati cubani del Generale Fleitas e due brigate di fanteria etiopi, attaccarono Jijiga da sud, con un grande supporto di artiglieria. Le cinque brigate somale stanziate a Jijiga cercarono di opporre resistenza, mentre altre due brigate, schierate a Gara Martha, lanciarono una controffensiva. Ma i somali finirono in una trappola, le forze sovietiche avevano effettuato un’operazione d’assalto eliportato al tergo dello schieramento somalo. 9 elicotteri Mi-6 e una dozzina di elicotteri Mi-8T, guidati dal Generale Petrov e da un piccolo contingente di Spetsnaz russi, decollarono da Dire Dawa e sbarcarono 500 soldati presso Jijiga, garantendosi una vasta area di atterraggio, dove giunse un battaglione di fanteria etiope dotato di mortai e cannoni senza rinculo. Non appena tutto fu pronto, giunse la seconda ondata dell’assalto, quando oltre a 1000 soldati della fanteria etiope e cubana, gli elicotteri Mi-6 trasportarono 70 blindati leggeri ASU-57, consentendo di consolidare le posizioni delle forze combinate. Successivamente, ondate di elicotteri trasportarono altri 3000 soldati e diversi blindati BRDM-1. Il 5 marzo scattò l’offensiva a tenaglia per liberare Jijiga. L’ETAF compì quel giorno 140 sortite contro le posizioni nemiche, e il 6 marzo le forze somale furono completamente distrutte. Sfruttando l’opportunità tattica, il Generale Ochoa ordinò alla seconda brigata di carri armati cubana del Generale Cintra Frias, e ad altre unità di fanteria etiope, di attraversare il passo di Gara Marda, a nord-ovest di Jjiga, accerchiando le forze somale, che dovettero ritirarsi dopo aver subito 6000 morti e perso le armi pesanti. Le forze aeree etiope e cubana compirono più di 250 sortite contro i somali, e si ebbe il primo impiego operativo degli elicotteri d’attacco Mil Mi-24A, che impiegarono razzi da 57mm e bombe contro le truppe somale, e missili anticarro 3M111 Fljuta contro i blindati nemici. Lo Stato Maggiore somalo fu completamente sorpreso e le truppe al fronte iniziarono a disgregarsi, diverse unità fuggirono verso il confine con la Somalia, a 70 km di distanza, mentre l’aviazione combinata bombardava l’ultima base somala dell’Ogaden. Il fronte somalo cedette all’avanzata cubano-etiope, e Jijiga venne liberata.

Generale Vasilij Ivanovich Petrov

Generale Vasilij Ivanovich Petrov

Dopo aver appreso del disastro di Jijiga, Barre ordinò a tutte le truppe di ritirarsi fino al confine. Le forze etiopi inseguirono i resti delle truppe somale che fuggivano verso il confine, mentre l’8 marzo liberavano Degehabur, a 200 km a sud di Jijiga, e delle sacche di resistenza somale si formarono a Fik, Gabredarre e Kelafo, dove però rimasero completamente isolate. Il 13 marzo venne liberata la città di Gode, la prima ad essere occupata dai somali, all’inizio della guerra. Il 23 marzo, l’ultimo posto di frontiera etiope fu ripreso, segnando la fine della guerra dell’Ogaden. Quel giorno divenne operativo, in Etiopia, il primo dei 44 caccia-bombardieri sovietici MiG-23BN ordinati dall’ETAF. Quindi gli etiopi avviarono l’Operazione Lash, per distruggere le forze somale e filo-somale rimaste nell’Ogaden est, e che si concluse ai primi di aprile 1978. E quell’aprile, i tecnici egiziani e pakistani riattivarono 12 caccia MiG-21MF e 4 MiG-17F, e ricostruirono gran parte della base aerea di Hargeisa. Nel maggio 1978, arrivò il primo F-6B (copia cinese del MiG-19SF), dei 12 forniti dalla Cina popolare attraverso il Pakistan. Nel 1980, il contingente cubano iniziò il ritiro. L’ultimo incidente tra Etiopia e Somalia si ebbe nel 1981, quando 2 MiG-21MF etiopi abbatterono 2 F-6B somali sull’Ogaden.
tumblr_inline_o35yldpqct1t90ue7_1280Nella guerra dell’Ogaden, gli etiopi subirono 9800 morti, 10000 feriti ed ebbero 1362 disertori. Cuba ebbe 160 caduti, 100 tra caduti e feriti lo Yemen e 33 i sovietici. I somali ebbero circa 20000 morti. L’Etiopia perse 23 velivoli, tra cui 2 F-5A e 3 F-5E abbattuti dalla contraerea somala, 3 C-47, 8 T-28D e 8 SAAB 17A/B. I somali persero 19 caccia MiG-21, 9 cacciabombardieri MiG-17, 3 aerei da trasporto Antonov An-24/26. L’ETAF aveva compiuto 2865 sortite tra luglio 1977 e giugno 1978, mentre la DAAFAR ne compì 1013. Il ruolo della DAAFAR fu importante; delle 1013 sortite la metà fu svolta dai MiG-17F, e il resto dai MiG-21bis, distruggendo decine di carri armati ed altri mezzi nemici, e subendo la perdita di due piloti. I MiG-21bis cubani non usarono mai i missili aria-aria K-13, dato che gli F-5E etiopi aveva già ottenuto la superiorità area prima dell’arrivo degli aiuti sovietico-cubani. Secondo i rapporti cubani, i piloti somali si rifiutano di combattere quando seppero che i cubani operavano sull’Ogaden. Molti piloti di Siad Barre avevano studiato a Cuba, e questo fu uno dei fattori che portò l’aviazione somala ad interrompere le operazioni di volo, anche su elicotteri o aerei da trasporto. Dopo la guerra, le truppe cubane furono ridotte a 3000 nel 1984, e furono ritirate definitivamente nel settembre 1989, quando dopo 12 anni di collaborazione, più di 40000 soldati cubani avevano prestato servizio in Etiopia. Per Siad Barre, la sconfitta portò al declino del suo potere in Somalia, puntellato comunque dagli italiani, che gli inviarono armi ed elicotteri che alimentarono la guerra civile nel Paese. Il sogno della “Grande Somalia” alla fine portò alla distruzione dello Stato somalo e alla destabilizzazione del Corno d’Africa. L’Etiopia mantenne l’integrità territoriale fino al 1991, quando il crollo dell’URSS e i conflitti interni destabilizzarono la situazione etiope. Nel 1977, l’adesione di Addis Abeba al blocco sovietico inflisse un duro colpo ai guerriglieri del Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea (EPLF), mentre gli arabi decisero di sostenere il rivale Fronte di Liberazione dell’Eritrea (FLE). Dal 1978, l’EPLF ricevette sostegno politico dalla Somalia, e politico-militare dal Quwayt, mentre l’FLE ricevette il sostegno politico- militare da Sudan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Quwayt e Yemen, mentre la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen continuò a sostenere l’Etiopia.

MiG-23BN

MiG-23BN

Fonte:
ACIG
Dintel-gid
DITC
K/planes
Urrib2000

Turchia e Stato islamico: una cooperazione anti-cinese

Ruben Kruglov, EoT, 18/2/2016

Se lo “Stato islamico” riuscisse ad occupare rapidamente i territori controllati in Afghanistan e Pakistan dai taliban ed annetterli all’autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina.7062304455_c395eeaa32_bGli ultimi mesi hanno dimostrato quanto profondamente la Turchia sia coinvolta con lo SIIL. La Turchia ha inscenato gli eventi dello “Stato islamico” per molto tempo, favorendone la attività non solo indirettamente o ufficiosamente. Tuttavia, una dichiarazione ufficiale avvenne nell’autunno 2015 ad Istanbul, che potrebbe essere vista come dichiarazione turca sullo “Stato islamico”. La dichiarazione fu fatta dal capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence della Turchia Hakan Fidan, che di solito non fa apparizioni pubbliche. Fidan dichiarò: “Lo ‘Stato islamico’ è una realtà. Dobbiamo riconoscere che non possiamo debellare un’organizzazione così radicata e popolare, come lo “Stato islamico”. E perciò esorto i nostri partner occidentali a riconsiderare le precedenti nozioni sui rami politici dell’Islam e mettere da parte la loro mentalità cinica, e insieme annullare i piani di Vladimir Putin per sopprimere la rivoluzione islamica in Siria“. In base a ciò Hakan Fidan trasse la seguente conclusione: è necessario aprire un ufficio o un’ambasciata permanente dello SIIL ad Istanbul, “La Turchia ci crede fortemente”. La storia della dichiarazione del capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence è curiosa. In primo luogo comparve sui media on-line il 18 ottobre 2015, ma non ebbe molta attenzione. La dichiarazione di Hakan Fidan divenne famosa quando fu ripubblicata sui siti web delle agenzie di stampa il 13 novembre, alla vigilia degli attacchi terroristici di Parigi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre. Il caso volle che la Turchia esortasse l’occidente a riconoscere un quasi-Stato che, da parte sua, si rifiuta di riconoscere il diritto degli altri Stati ad esistere. In sostanza, era un appello ad accettare le richieste del terrorismo globale dello SIIL. La pretesa è ben chiara, il giuramento di fedeltà al nuovo califfato.
983033-cpec-1446339827 Cosa significa la partecipazione diretta della Turchia nella vita del promesso “Stato islamico” per il mondo islamico e i suoi vicini (Russia compresa)? Questa domanda diventa più importante oggi, dopo che migliaia di rifugiati sono stati trasportati, non senza la partecipazione della Turchia, dal Medio Oriente all’Europa; dopo l’incidente con l’aereo russo che bombardava lo SIIL, abbattuto dalla Turchia; dopo le ampie affermazioni dei funzionari turchi. A questo proposito va ricordato un altro aspetto importante della politica mediorientale. La caduta del regime di Mubaraq in Egitto e la distruzione dello Stato gheddafino in Libia, all’inizio della “primavera araba”, quasi fecero crollare i legami economici di questi Paesi con la Cina, la cui presenza economica era in rapida crescita. In questo modo, è comprensibile come gli eventi della “primavera araba” abbiano creato una barriera all’espansione economica cinese in Medio Oriente e Africa, che minacciava gli Stati Uniti. In altre parole, la “primavera araba” era anche uno strumento efficace nelle mani degli Stati Uniti nella competizione globale con la Repubblica Popolare Cinese. Ora, studiando i collegamenti tra Turchia e SIIL, è necessario discutere cosa significhi l’espansione dello “Stato islamico” per la Cina.
Nell’autunno 2015, i media riferirono che le agenzie d’intelligence turche preparavano i terroristi uiguri cinesi. Si potrebbe pensare che il motivo qui siano i tradizionalmente forti legami tra i popoli turchi, oltre alla Turchia interessata a rafforzare l’influenza sulla parte orientale del mondo turcofono, il Turkestan. Tutto questo, naturalmente, è vero. Ma non è tutto. Si tratta anche dei gruppi uiguri addestrati e armati nelle fila dello SIIL. Vi sono sempre più prove della presenza di tali gruppi in Siria. Pertanto, lo SIIL è un nuovo strumento, migliorato dalla “primavera araba”, per destabilizzare il principale concorrente degli Stati Uniti, la Cina. Se lo “Stato islamico” riuscisse a catturare rapidamente i territori controllati dai taliban in Afghanistan e Pakistan e annetterli al loro autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina. Le capacità dell’organizzazione califista che vi comparirebbe, con la prospettiva di raggiungere gli uiguri, renderebbero tale destabilizzazione inevitabile. Tuttavia, lo SIIL non è riuscito ad avanzare rapidamente nella zona afghano-pakistana. Ricordiamo cosa scrisse il quotidiano Daily Beast nell’ottobre 2015 con un articolo intitolato “Un’alleanza talebano-russa contro lo SIIL?” Il giornale scrisse che i rappresentanti dei taliban andarono in Cina più volte per discutere il problema degli uiguri del Xinjiang che vivono nel sud dell’Afghanistan. The Daily Beast citò uno dei rappresentanti dei taliban: “Gli abbiamo detto che (degli uiguri) sono in Afghanistan, e che gli abbiamo impedito di compiere attività anti-cinesi“. Gli esperti insistono sul fatto che il Pakistan (le cui agenzie d’intelligence hanno giocato un ruolo decisivo nella creazione dei taliban) passano dagli Stati Uniti alla Cina. Dato che le prospettive di cedere le aree pashtun, proprie e afghani, allo “Stato islamico”, che non si fermerebbe, sono inaccettabili per il Pakistan. Questo è ciò che, ovviamente, ha causato la svolta del Pakistan verso la Cina. E questa volta è stata così drastica che le conseguenze creano una nuova minaccia agli Stati Uniti con l’espansione dell’influenza della Cina.
Durante il Forum sulla Sicurezza di Xiangshan, dell’ottobre 2015, il ministro della Difesa, Acqua ed Energia pakistano, Khawaja Muhammad Asif, annunciò la messa al bando dei terroristi uiguri del “Movimento islamico del Turkestan Orientale” dicendo: “Credo fossero pochi nelle zone tribali, e che siano stati tutti cacciati o eliminati. Non ce ne sono più“. Asif aggiunse che il Pakistan è pronto a combattere contro il “Movimento islamico del Turkestan Orientale”, perché non è solo nell’interesse della Cina, ma anche del Pakistan. Successivamente, nella prima metà di novembre 2015, il giornale cinese China Daily annunciava che la compagnia statale cinese China Overseas Port riceveva dal governo pakistano 152 ettari di terreno nel porto di Gwadar, in affitto per 43 anni (!). Forse è giunto il momento di ammettere che la Cina ha quasi raggiunto il Mare Arabico attraverso la regione d’importanza strategica pakistana del Baluchistan (dove si trova Gwadar) e che il progetto di ampliamento dello SIIL ad oriente non è riuscito ad evitarlo? E’ ovvio che la lotta degli Stati Uniti contro la Cina continuerà in questo senso, motivo per cui la Cina si affretta a consolidare i risultati raggiunti e a creare una propria zona economica nei pressi dello Stretto di Hormuz. China Daily ha scritto: “Nell’ambito dell’accordo, la società cinese di Hong Kong sarà incaricata del Porto di Gwadar, il terzo più grande porto del Pakistan“. C’è un dettaglio degno di nota in questa storia: Gwadar è considerata la punta meridionale del grande corridoio economico cino-pakistano. Questo corridoio inizia nella regione autonoma uigura dello Xinjiang nella Repubblica Popolare Cinese. Ciò significa che la necessità di destabilizzare la Cina diventa ancor più acuta per i suoi concorrenti.
13940407000518_photoi Dato che il Pakistan e i taliban rifiutano di radicalizzare i cinesi uiguri (più di 9 milioni dei quali vivono in Cina), questo ruolo va a, da un lato, alla Turchia come patrona degli uiguri, e dell’altro allo SIIL, in quanto islamista ultra-radicale. Poi, se il corridoio afgano-pakistano per rifornire i gruppi radicali in Cina viene bloccato, per il momento, significa che ne serve un altro. Quale? Ovviamente, il mondo turco, dalla Turchia ai Paesi turcofoni dell’Asia centrale e gli uiguri cinesi. E’ più che probabile che la regione del Volga e il Caucaso del Nord dovranno fare parte del corridoio che serve a Turchia e SIIL per collegarsi agli uiguri. I media cinesi lo sottolinearono alla fine del 2014. A quell’epoca il sito web Want China Times pubblicò un articolo intitolato “I separatisti del ‘Turkestan orientale’ vengono addestrati dallo SIIL e sognano di tornare in Cina“. Il sito riprendeva i dati pubblicati dal media cinese Global Times. Secondo questi dati, i radicali uiguri fuggivano dal Paese per unirsi allo SIIL, addestrarsi e combattere in Iraq e Siria. I loro obiettivi soono avere un ampio riconoscimento dai gruppi terroristici internazionali, stabilire dei canali di contatto ed acquisire esperienza nei combattimenti reali prima di esportare le loro conoscenze in Cina. Global Times riferiva, citando esperti cinesi, che uiguri dello Xinjiang entravano nello SIIL in Siria e Iraq, o nelle sue divisioni nei Paesi del Sud-Est asiatici. Inoltre, la pubblicazione informava che, dato che la comunità internazionale aveva lanciato la campagna anti-terroristica, lo SIIL ora evitava il reclutamento di nuovi membri secondo la propria “base”, preferendo separarli inviandoli in piccole cellule in Siria, Turchia, Indonesia e Kirghizistan.
Il problema uiguro complicò i rapporti turco-cinesi nell’estate 2015. Tutto iniziò in Thailandia. Le autorità decisero di espellere oltre 100 uiguri in Cina. Nella notte tra l’8 e il 9 luglio, gli uiguri turchi attaccarono l’ambasciata cinese a Istanbul, per protestare contro questa decisione. In risposta, le autorità della Thailandia cambiarono posizione e dichiararono che gli emigranti uiguri non sarebbero stati deportati in Cina senza le prove dei loro crimini. Invece… furono deportati direttamente in Turchia! Non fu una decisione nuova, deportazioni di uiguri in Turchia già si erano avute. 60mila uiguri vivono in Turchia. Ciò significa che non si parla di singoli casi di espulsione, ma di concentrazione consistente di gruppi uiguri dai vari Paesi asiatici in Turchia. A luglio il sito arabo al-Qanun citò Tong Bichan, alto funzionario del Ministero di Pubblica Sicurezza cinese, dire: “I diplomatici turchi nel sud-est asiatico hanno dato carte d’identità turche ai cittadini uiguri della provincia dello Xinjiang, inviandoli in Turchia a prepararsi alla guerra contro il governo siriano a fianco dello SIIL“. Infine, solo di recente la risorsa propagandistica dello “Stato islamico” ha registrato una canzone in lingua cinese. La canzone contiene l’appello a svegliarsi diretta ai fratelli musulmani cinesi. Tali appelli fanno parte della campagna anti-cinese lanciata dallo SIIL. Un altro video dei califisti mostra un 80enne predicatore musulmano dello Xinjiang esortare i compatrioti musulmani ad unirsi allo SIIL. Il video mostra poi una classe di ragazzi uiguri, di cui uno promette di alzare la bandiera dello SIIL nel Turkestan. Tutto questo porta alla conclusione che tra gli obiettivi che lo SIIL cerca di raggiungere in cooperazione con la Turchia, vi è l’avvio della “Primavera cinese” in termini piuttosto chiari. Tale obiettivo richiede “collaboratori” presenti nei territori vicini alla Cina, in primo luogo negli Stati turcofoni dell’Asia centrale. Ad esempio, il Kirghizistan, a questo proposito, chiaramente dovrebbe diventare il luogo di concentramento e addestramento dei gruppi radicali.
La grande riformulazione del Medio Oriente cerca di volgersi ad est, in direzione della Cina. Il che significa che nuove gravi fasi di tale guerra non sono lontane.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Perla della Grande Flotta Cinese

Aleksandr Ermakov, RIACchinas-liaoning-aircraft-carrierLa Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese (PLA Navy) è forse quella dalla più rapida e ambiziosa crescita del mondo. Dopo decenni di sviluppo della difesa costiera, la PLA Navy per la prima volta si avventura sugli oceani ed è pronta a combattere per la supremazia nella regione. Per supportare le rivendicazioni territoriali e confermare lo status di mezzo di proiezione di potenza mondiale del Paese, la PLA Navy ha avviato un grande programma per costruire una flotta di portaerei.

Tutto ciò che si può comprare
4a7ed479b4bb687fb89d910f325fb2d5-kheg-835x437ilsole24ore-web-11 Per sviluppare la Marina, la Cina naturalmente segue la prima potenza globale e principale avversario, gli Stati Uniti. Tuttavia, il programma per le portaerei si basa sui progetti sovietici. Non sarebbe esagerato suggerire che la Cina, al momento almeno, continua l’opera dei costruttori navali russi interrotta un quarto di secolo fa. Ciò non sorprende dato che prende spunto dai piani sovietici. In primo luogo, sintetizziamo il programma delle portaerei sovietiche. Dopo i tentativi falliti di costruire “La Grande Flotta di Stalin”, come fu chiamata [1], che avrebbe incluso le portaerei (le prime proposte del genere si ebbero quando l’impero russo ancora esisteva), la Marina sovietica fu costretta a mettere da parte le portaerei, che in ogni caso furono etichettate “armi dell’aggressione imperialista”. Le prime poterei sovietiche erano piuttosto dei bizzarri compromessi, essendo stato sviluppate dalle portaelicotteri, e furono dotate di missili da crociera ed ufficialmente classificate incrociatori portaeromobili (o semplicemente portaerei secondo la nomenclatura delle forze armate di tutto il mondo). I 7 incrociatori costruiti fecero ufficialmente parte del Proekt 1143 (nome in codice “Krechyet“, falcone). E nonostante mostrassero una certa affinità, furono divise in tre gruppi.
Le prime quattro navi potrebbero giustamente essere chiamate incrociatori, essendo incrociatori pesanti lanciamissili con ponte di volo per elicotteri e velivoli Jak-38 a decollo e atterraggio verticale (VTOL) “allegata a babordo”. Le successive due sono portaerei con un ponte di volo esteso comprendente una grande rampa e cavi d’arresto che rendono possibile l’utilizzo di velivoli da combattimento navalizzati. Lo sviluppo logico di queste navi era il Proekt 1143.7, la portaerei Uljanovsk la cui costruzione fu sospesa con il crollo dell’Unione Sovietica. L’Uljanovsk doveva essere la prima portaerei a pieno titolo dell’Unione Sovietica, una nave a propulsione nucleare e con catapulte per aerei. I lanciamissili dovevano esser rimossi dalle ultime navi della serie, divenendo portaerei “pulite” (anche se è del tutto possibile che la Marina sovietica continuasse comunque a chiamarle incrociatori). Le rampe della navi sovietiche consentivano di ridurre significativamente la corsa al decollo e decollare con un buon rapporto spinta-peso (la correlazione tra potenza del motore e peso dell’aeromobile). Sistemi d’arresto venivano utilizzati per l’atterraggio, come funi di acciaio progettati per essere catturati dal gancio di arresto del velivolo. In altri Paesi, le rampe sono usate per aumentare il peso al decollo degli aerei dopo una breve corsa, come lo Sky Jump per l’Harrier, consentendo maggiore quantità di carburante e carico bellico. Da un lato, le rampe assicurano facilità di funzionamento e affidabilità; dall’altra parte, tuttavia, non consentono ad aerei pesanti di decollare, come i velivoli-radar a lungo raggio, limitando il peso al decollo degli aeromobili, anche dei caccia, soprattutto quando la nave viaggia a bassa velocità ed in condizioni meteo sfavorevoli (senza venti a favore e con temperature elevate che riducono la spinta dei motori a reazione). Le catapulte per aerei non hanno tali limitazioni. Tuttavia, il meccanismo della catapulta moderna è piuttosto complesso.
1280px-usnwc_varyag01Il destino delle navi costruite come Proekt 1143 fu vario. La maggioranza lasciò la Russia, con la Cina che ne acquistò tre in un colpo solo. Una nave fu venduta alla Corea del Sud (per rottamarla); un’altra fu acquistata dalla Marina indiana (aggiornata ed in servizio con il nome Vikramaditya); una terza nave (Uljanovsk) fu smantellata nel cantiere in Ucraina; e una quarta fa parte della Marina russa (Admiral Kuznetsov). Ufficialmente, la Cina ha acquistato le portaerei per trasformarle in attrazioni e/o alberghi a tema, e le prime due (Kiev e Minsk) vengono infatti utilizzate per tale scopo (anche se sono state studiate da militari e costruttori navali). Fu una storia completamente diversa per la terza nave acquistata, la Varjag. Al momento del crollo dell’Unione Sovietica, la nave era al 70 per cento completata. Nel 1998, lo scafo fu acquistato da una società cinese per 27milioni di dollari. La ragione ufficiale era trasformarla in casinò e albergo. Tuttavia, il piano originale era completarla ed assegnarla alla flotta del Paese [2]. La Varjag arrivò in Cina solo nel 2002, avendo seguito un lungo tragitto. I lavori che ripristinarono lo scafo, rimossero la corrosione, completarono la costruzione e riequipaggiarono la nave iniziarono nel 2005. Sembra che i costruttori navali cinesi dovettero acquistare dei componenti necessari (tra cui l’apparato motore) in Ucraina e Russia. Inoltre, l’acquisto da parte cinese della documentazione tecnica del Proekt 1143.6 in Russia, negli anni ’90, gli avrebbe aiutati. Se le portaerei sovietiche furono costruite nel cantiere navale sul Mar Nero in Ucraina, furono progettate dall’Ufficio Progettazione Nevskoe di San Pietroburgo, per cui è lecito ritenere che la documentazione non poteva che essere stata ottenuta lì [3]. Non fu che nel 2011, quando i lavori sulla nave erano in fase di completamento, che la Cina ufficialmente riconobbe che la portaerei sarebbe entrata nella sua flotta. Ovviamente, sarebbe stato sciocco da parte delle autorità cinesi continuare a nascondere le intenzioni. Il viaggio inaugurale della nave avvenne nell’agosto dello stesso anno, e nel settembre 2012 entrò ufficialmente nella flotta. La portaerei ebbe il numero identificativo 16 e fu denominata Liaoning in onore della provincia in cui è stata completata, nella città costiera di Dalian, che ospita diversi grandi cantieri navali.
Così cosa esattamente hanno ereditato i cinesi dall’URSS?6-1024x565La prima di molte
Il fatto che così tanti cacciatorpediniere siano in costruzione suggerisce che l’obiettivo non è creare un solo gruppo di portaerei. Sembrerebbe che la Cina sia impegnata nella costruzione di una grande flotta oceanica con portaerei che ne formano il nucleo. La portaerei cinese Liaoning è l’aggiornamento della nave sovietica Proekt 1143.6, quasi identica all’Admiral Kuznetsov costruita come Proekt 1143.5 [4]. Allo stesso tempo, i cinesi non hanno effettuato serie alterazioni alla nave, oltre a dotarla della componente aerea e ad allestirne lo scafo. Di conseguenza, la portaerei è molto simile al predecessore russo per aspetto e con capacità di volo comparabili. Tuttavia, la nave cinese si differenzia principalmente nell’avionica e nei sistemi di difesa aerea a corto raggio. Considerando l’intervallo tra il varo della Liaoning e quello dell’Admiral Kuznetsov, non c’è da meravigliarsi che la versione cinese abbia un’avionica superiore. Per quanto riguarda la difesa aerea, tuttavia, la Liaoning non è così massicciamente armata come la controparte russa. Parlando della difesa aerea, sembrerebbe che la Cina s’ispiri alle marine occidentali, dove questo compito è in gran parte affidato a cacciatorpediniere con potenti sistemi missilistici antiaerei e radar. Finora l’attenzione su questo tipo di difesa aerea ha portato alla comparsa di una classe universale di navi da guerra, come i cacciatorpediniere inglesi Type 45 (più comunemente noti come classe Daring) e i cacciatorpediniere australiani classe Hobart, essenzialmente navi antiaeree con capacità limitate negli altri settori. Il compito prioritario dei cacciatorpediniere degli Stati Uniti classe Arleigh Burke è provvedere alla difesa antiaerea dei gruppi d’attacco imbarcati (CSGS), anche se i conflitti degli ultimi decenni hanno reso questo compito meno evidente, evidenziato dall’uso da parte di queste navi dei missili da crociera a lungo raggio contro obiettivi terrestri. In questi casi, le portaerei fungono da difesa aerea a lungo raggio, responsabilità degli aerei da combattimento imbarcati, mentre le navi sono equipaggiate con sistemi di difesa aerea a corto raggio minimali, principalmente destinati a contrastare i velivoli che superano le prime difese.
c6b615721b99 La Cina ha seguito l’esempio occidentale negli ultimi anni, costruendo rapidamente cacciatorpediniere Tipo 052C (sei) e Tipo 052D (sette di dodici navi programmate). Le specifiche tecniche reali di queste navi sono difficili da valutare, ma sarebbero in linea con i leader mondiali. Si lavora sui cacciatorpediniere Tipo 055, che sembrano promettenti. Le dimensioni di queste navi hanno portato alcuni esperti a considerarli incrociatori, piuttosto. Il fatto che tanti cacciatorpediniere (che, naturalmente, possono svolgere molti compiti) siano in costruzione suggerisce che l’obiettivo non è comporre un solo gruppo portaerei. Sembrerebbe che la Cina sia da tempo impegnata nella costruzione di una grande flotta oceanica con portaerei che ne formino il nucleo. La prima portaerei interamente progettata e realizzata in Cina è attualmente in costruzione presso lo stesso cantiere di Dalian in cui è stata completata la Liaoning. Il nome in codice della portaerei è Tipo 001A (di conseguenza, il nome in codice della Liaoning è Tipo 001). Il sistema cinese di denominazione delle navi da guerra è piuttosto rigido e prevedibile, così la nuova nave probabilmente avrà il nome di una delle province del Paese, per esempio Guangdong, la provincia più popolosa della Cina e che ospita la Flotta del Sud, responsabile della protezione del Mar cinese meridionale e delle sue isole contese. A giudicare dalle immagini (la Cina tende a mantenere riservate le esatte specifiche tecniche delle sue navi), la Tipo 001A sarà, almeno in apparenza, una copia della Liaoning. Alcune differenze possono essere viste nella sovrastruttura, basate essenzialmente sul presupposto che vi sarà installata avionica cinese (l’attesa riduzione delle dimensioni della sovrastruttura non s’è avuta). Di ben maggiore interesse è l’ampiezza della riprogettazione interna della nave: per esempio, le dimensioni dell’hangar sono aumentate? Dimensioni e numero degli ascensori aerei (due) lasciano molto a desiderare, sarebbe utile poter sollevare due caccia su almeno uno di tali impianti. Sarà interessante vedere come sarà utilizzato lo spazio liberato dalla rimozione dei missili antinave, un semplice “magazzino”? O forse una serie di scomparti verrà modificata? Ciò che è certo è che i moderni mezzi di automazione riducono significativamente le dimensioni dell’equipaggio. Circa duemila marinai prestavano servizio sulle originali portaerei sovietiche Proekt 1143.5 e 1143.6, oggi eccessivo per una nave della loro stazza. In confronto, le dimensioni dell’equipaggio della nuova portaerei Gerald R. Ford degli Stati Uniti sono state ridotte di un quinto rispetto alle precedenti classe Nimitz [5]. Un equipaggio ridotto significa alloggi e spazio ridotti, come mense e palestre. Nel complesso, ci si può aspettare di vedere alcuni miglioramenti nella portaerei Tipo 001A, un hangar più grande, sistemi di decollo ed atterraggio più efficienti, peso al decollo più elevato (assumendo un miglioramento delle prestazioni dinamiche) e avionica migliorata. La nave sarà varata nei prossimi mesi, ma ciò non significa che sarà completata, semplicemente lo sarà quando sarà già in mare, consentendo di liberare il cantiere per avviare la costruzione di una nuova nave. In epoca sovietica, la navi Proekt 1143 furono costruite presso il cantiere navale del Mar Nero in Ucraina quasi senza interruzione, non appena una veniva varata la costruzione di un’altra iniziava.
0ab809748ba5Si parla molto di come sarà la nuova nave, anche se per lo più sono congetture e speculazioni, come avviene di solito nel caso dei programmi militari della Cina. E’ molto probabile che la seconda portaerei, interamente progettata e realizzata in Cina (e terza della flotta), l’ipotetica Tipo 002, sarà dotata di catapulte per aerei. La Cina iniziò a studiare le catapulte alla fine degli anni ’80, quando usò la tecnologia dalla portaerei Melbourne che acquistò [6], presumibilmente per rottamarla, costruendo un impianto per le esercitazioni simile a quello sovietico NITKA [7]. In seguito, i piloti cinesi si addestrarono a decollare da rampe simili a quelle della Liaoning. Tuttavia, la Cina ha recentemente aperto un proprio centro di collaudo con due catapulte, di cui almeno una probabilmente elettromagnetica invece che a vapore. Le catapulte elettromagnetiche sono una nuova promettente tecnologia, dalla maggiore efficienza nella conversione dell’energia e maggiore facilità d’uso rispetto alle classiche catapulte a vapore. Ma sono estremamente difficili da costruire dal punto di vista tecnologico. Allo stato attuale, non una sola portaerei al mondo ha catapulte elettromagnetiche operative. La Gerald R. Ford (CVN-78) è dotata di un prototipo di catapulta elettromagnetica, ma non è nemmeno stata testata che già causa problemi tecnici. In generale, i programmi militari cinesi non tendono ad essere eccessivamente avventurosi. Di conseguenza, la costruzione della seconda portaerei del Paese (e prima di proprio disegno) non dovrebbe essere troppo difficile. Schematicamente, sarebbe simile alla sovietica Proekt 1143.7 Uljanovsk, che era dotata di rampa e due catapulte. L’affidabilità della catapulta non sarà così cruciale in questo caso, tuttavia, poiché i caccia possono decollare dalla rampa. Potrebbe essere possibile, quindi, “rischiare” d’installare una catapulta elettromagnetica. Un’altra questione importante è se la Tipo 002 sarà una nave nucleare. I motori nucleari offrono una serie di vantaggi alle portaerei di grandi dimensioni: eliminano la necessità di rifornirsi di carburante durante le operazioni; liberano spazio per il carburante e le armi degli aeromobili [8]; garantiscono alte velocità stabili e hanno grande potenza. Tra le navi di superficie, l’utilità del nucleare è evidente per le portaerei; la flotta statunitense, che ha costruito un numero significativo di incrociatori nucleari durante la guerra fredda, gli ha radiati. Le navi da battaglia Proekt 1144 classe Orlan sono le uniche che poterono essere prodotte dall’Unione Sovietica, che all’epoca puntava alla creazione di un mezzo per combattere i gruppi d’attacco imbarcati degli Stati Uniti. Dotare le navi Tipo 002 di reattore nucleare sarebbe un compito straordinariamente difficile, soprattutto per la Cina, in quanto nessuna delle sue navi di superficie ne è attualmente dotata. Se si decidesse d’installarvi un reattore nucleare, allora il programma Tipo 002 diverrebbe il più ambizioso che le forze armate cinesi abbiano intrapreso. Probabilmente s’impiegherebbero gli sviluppi compiuti nella tecnologia dei sottomarini nucleari, dove hanno una certa esperienza (la PLA Navy ha varato i suoi primi sottomarini a propulsione nucleare all’inizio degli anni ’70). I reattori nucleari per i sottomarini sono relativamente poco potenti, ma diversi possono essere installati in una sola nave: la portaerei francese Charles de Gaulle ha due reattori simili a quelli utilizzati sui sottomarini a propulsione nucleare, e la portaerei USS Enterprise ne aveva otto. L’Uljanovsk doveva averne quattro, e due ne hanno gli incrociatori Proekt 1144.
Qualunque cosa accada, la portaerei Tipo 002 non sarà operativa prima del 2020. Nel frattempo, la flotta cinese sarà composta da 2 portaerei con rampe. L’approfondimento delle prospettive dello sviluppo della componente aerea imbarcata della Cina e dei relativi compiti sarà affrontato nella seconda parte di questo articolo.liaoning-cv16Note
1. Nome collettivo da tempo assegnato a una serie di programmi di costruzione navale nel pre e dopoguerra, il cui obiettivo era creare una potente flotta oceanica. I programmi si conclusero con un fallimento poiché le autorità sovietiche sopravvalutarono le capacità dell’industria, e perché scoppiò la guerra. Il colpo finale fu la morte di Stalin e la successiva ridistribuzione del denaro assegnato ai programmi per la flotta sottomarina, l’esercito e lo sviluppo dei missili nucleari.
2. Va notato qui che nella sua autobiografia (pubblicata 15 anni dopo), Xu Zengping, l’uomo d’affari di Hong Kong che effettuò l’acquisto, scrive che il governo cinese lo compensò solo in parte della somma che versò, e solo dopo molto tempo. Effettivamente consegnò la nave al governo come dono. L’affare lo rovinò.
3. Questo probabilmente spiega perché, secondo i ricordi dei protagonisti ucraini dell’operazione, i cinesi non acquisirono la documentazione tecnica del Proekt 1143.6 che si trovava nel cantiere. Xu Zengping afferma il contrario.
4 . Secondo i piani sovietici, le differenze tra Proekt 1143.6 e 1143.5 dovevano essere minime e impercettibili: modifiche al disegno dell’isola; un leggermente diverso posizionamento dei lanciamissili antiaerei ed elettronica aggiornata.
5 . Da 5680 a 4660 membri dell’equipaggio .
6. L’HMAS Melbourne delle portaerei classe Majestic, fu operativa dal 1955 al 1982. La nave fu impostata nel Regno Unito nel 1943 e varata nel febbraio 1945. La costruzione venne sospesa dopo la seconda guerra mondiale. La Royal Australian Navy l’acquistò nel giugno 1947. I lavori di costruzione sulla Melbourne proseguirono con ritmo lento, con una serie di modifiche introdotte per permetterle di accogliere gli aerei a reazione.
7. NITKA (Complesso di prova e addestramento aereo) è un impianto militare costruito in Crimea nei primi anni ’80, per consentire di imitare le operazioni di decollo e atterraggio su un ponte, per ricerca ed addestramento. Desiderosa di liberarsi della dipendenza dall’Ucraina, la Russia costruì un complesso simile a Ejsk, ma la Russia si annetté la Crimea prima che il complesso venisse completato e i problemi associati al primo complesso scomparvero.
8. Ad esempio, la portaerei Proekt 1143.7 poteva trasportare più di due volte la quantità di carburante per aeromobili rispetto alle similari navi Proekt 1143.5 e 1143.6.6efc26e759feTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina e India concorrono per Hambantota

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 15/02/2017

sri_lanka1Gli analisti specializzati nel predire i rapporti futuri tra India e Cina hanno seguito lo scenario della piccola città di Hambantota, nel sud della Repubblica dello Sri Lanka. Dalla seconda metà dello scorso decennio questo Paese viene ripetutamente citato in quasi tutti i giornali occidentali che parlano del concetto di “filo di perle”. Questa strategia fu introdotta per prima quasi dieci anni fa, quando gli analisti militari degli Stati Uniti videro l’emergente Marina cinese come prima minaccia geopolitica per gli Stati Uniti. Non è certo un segreto che il commercio marittimo crescente della Cina sia estremamente vulnerabile alla possibilità che Washington blocchi lo Stretto di Malacca, la maggiore rotta commerciale del mondo che attraversa Oceano Indiano e Pacifico occidentale. Trovando il collo di bottiglia e bloccandolo con le sue flotte, Washington infliggerebbe gravi danni all’economia della Cina. Per evitare tale scenario, Pechino ha deciso di istituire delle rotte terrestri che le consentirebbero di bypassare gli stretti, mentre crea una catena di basi navali nell’Oceano Indiano nota in occidente come “filo di perle”. Una delle più grandi installazioni di questo filo verrebbe costruita ad Hambantota. Con questi passaggi, la Cina prevede di affrontare il cosiddetto “problema dello stretto di Malacca”, formulato due decenni fa dall’ex-segretario generale del Partito comunista cinese Jiang Zemin. Sul tratto onshore della rotta, Pechino considera due opzioni. La prima, più breve, attraversa il Myanmar accedendo al Golfo del Bengala, mentre un’opzione significativamente più lunga è attraversare il Pakistan, accedendo dal porto di Gwadar nel Mar Arabico. Ma questa seconda strada riduce drasticamente la parte marina della rotta commerciale, compromettendo in tal modo l’importanza delle basi cinesi, esistenti e future, nell’Oceano Indiano.
Per quasi due decenni Pechino ha cercato di concentrarsi sul primo percorso solo per affrontare gli ostacoli disposti dai rivali occidentali che hanno fatto breccia nel Myanmar. Il premio Nobel per la pace, “prigioniera di coscienza” e campionessa delle organizzazioni dei “diritti umani” occidentali Aung San Suu Kyi ha silurato ogni tentativo di riavvicinamento tra Myanmar e Cina compiuto negli ultimi venti anni. Fin da quando la cosiddetta “giunta militare” si dimise, Aung San Suu Kyi ha avuto libero sfogo. Pechino ben presto comprese che ciò avrebbe sospeso la prima rotta che le avrebbe dato accesso all’Oceano Indiano. Pertanto, nell’ultimo decennio la Cina s’è impegnata nella costruzione di autostrade in Pakistan, consentendo ai propri prodotti di raggiungere le coste del Mar Arabico. Ciò significa che i porti pakistani di Gwadar e Karachi diverranno presto grandi hub commerciali con grandi flotte cinesi stanziatevi per proteggervi operazioni e commercio. Come già osservato, ciò porterà all’aumento dell’importanza del porto di Hambantota, costruito in soli due anni, nel 2008-2010, soprattutto grazie al notevole supporto tecnico e finanziario della Cina. Anche se oggi il porto svolge funzioni puramente civili, non c’è dubbio che anche prima che la costruzione iniziasse, la Cina abbia esaminato attentamente tutti i vantaggi che l’installazione potrebbe dare come base militare.
Lo scorso gennaio, il governo dello Sri Lanka aveva un disperato bisogno di investimenti stranieri e stipulò un accordo quadro con Pechino, vendendo l’80% delle azioni del porto di Hambantota alla holding China Port Merchants per i prossimi 99 anni. Questo passaggio ha provocato proteste tra la popolazione locale rendendo l’India abbastanza “preoccupata”. Per minimizzare la paura del vicino settentrionale, il governo dello Sri Lanka, attraverso l’ambasciatore a Pechino, annunciava il 21 gennaio che la Cina non avrebbe mai permesso di utilizzare il porto per scopi militari. Cinque giorni dopo, il Ministero degli Esteri cinese annunciava che il porto non è in possesso esclusivo di Pechino. A sua volta, il Global Times notava che l’India è ossessionata dal porto che “ha sempre avuto” un orientamento civile. Sembra opportuno ricordare un concetto popolare tra gli analisti militari indiani che si può riassumere nella frase secondo cui l’Oceano Indiano deve essere “indiano” e controllato dalla Marina militare indiana. Allo stesso tempo, Nuova Delhi ha chiarito di esser disposta a condividere il controllo della regione con i partner, vale a dire la Marina giapponese, entrando in sintonia con gli obiettivi a lungo termine di Tokyo. Quindi, se Washington decide di isolarsi, in linea di principio, ci sono potenze che possono sostituirla nell’Oceano Indiano. Forse se ne sentirà ancora di Hambantota, dato che può infine essere utilizzata per scopi militari, ma non necessariamente dalla Cina. Infine, il 20% delle azioni del porto è ancora di proprietà del governo dello Sri Lanka e ci sarebbero molti interessi che ancora ricercano il restante 80%.magampura_port_projectVladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora