Gli Stati Uniti vanno contenuti il più saldamente possibile

Sergej Karaganov Global Affairs South Front

I successi in politica estera conseguiti di recente, il rafforzamento della posizione strategica della Russia e la sua sicurezza, il ritorno della Russia al rango di grande potenza voluta dalla maggior parte delle élite e delle masse russe, affrontando nuove e vecchie sfide, tra cui il vecchio confronto con l’occidente, richiedono urgentemente che lo Stato rivolga l’attenzione allo sviluppo economico interno e a conservazione e sviluppo del capitale umano”. Questa è la conclusione della relazione “Strategia del XXI scolo. La politica estera russa dagli anni 2010 ai primi 2020”, preparato da un gruppo di esperti del Consiglio sulla politica estera e di difesa. Lenta.ru ha discusso alcune tesi avanzate dal documento con il suo redattore, il decano del Dipartimento politica ed economia mondiale della Scuola Superiore di Economia dell’Università Nazionale di Ricerca Sergej Karaganov.huge_7dc14ff9-2935-4794-97dc-3ed2c2d28807-Perché vi è la necessità di scrivere Strategia del XXI secolo? La Russia manca di una strategia estera? O è inadeguata?
-La strategia estera sarà ora riscritta perché quella vecchia è diventata obsoleta. Il nostro rapporto è stato preparato da autori che non occupano posizioni ufficiali (se non come singoli privati) ed ha lo scopo di dare una spinta verso la creazione di una nuova strategia della politica estera dello Stato. Da un lato, siamo costretti a scrivere queste tesi perché il mondo cambia rapidamente, ci sono poche persone che capiscono cosa succede, e vi è una massiccia inondazione di menzogne e disinformazione. Così degli errori possono essere commessi. Ci auguriamo che il nostro documento li scongiuri e permetta una discussione creativa in Russia; non ovviamente su chi sono i traditori e chi no, ma su ciò che realmente accade e ciò che va fatto. URSS, occidente e Russia commisero molti errori perché non fecero tali discussioni.

Ha detto che oggi pochi capiscono i processi globali. Questo vale per i professionisti o le persone comuni. Ecco un esempio: quando alcuni dei suoi colleghi hanno detto che la politica estera russa negli ultimi anni è stata un grande successo, oltraggiano molti. “Com’è? Siamo in lite con l’occidente, siamo isolati, la nostra svolta ad Oriente è in stallo! Quale successo?” Come rispondergli?
-Le persone leggono, acquisiscono informazioni, ma nel complesso non sanno elaborare in modo corretto. Solo i professionisti possono farlo. Inoltre, gran parte delle informazioni scaricate sulla gente comune sono o bugie o mezze verità. E’ ridicolo sentir parlare di isolamento della Russia! Sì, i rapporti con l’occidente sono peggiorati e sì, l’occidente vuole isolarci. Ma è accaduto esattamente il contrario. Abbiamo cattivi rapporti con le istituzioni occidentali, ma sotto ogni altro aspetto siamo più attivi. Così tante persone vogliono parlare con me di tale “isolamento” che impazzisco! Ora, sulle nostre vittorie. Ci siamo ritirati per molto tempo, sperando che l’occidente ci amasse per questo. Ma non è accaduto. E alla fine arrivò la possibilità che l’Ucraina venisse trascinata nelle alleanze occidentali, anche militari, che per noi sarebbe stato il casus belli, non c’erano altre vie. Pertanto la Russia ha interrotto la ritirata e infine ha reagito. Naturalmente, l’occidente ne fu irritato, tanto più avendo subito molte sconfitte negli ultimi dieci anni e quindi voleva una rivincita. Questa è la nostra situazione attuale. Ma è molto meglio di quella precedente. Insegniamo ai nostri colleghi occidentali come comportarsi decentemente e rispettare i nostri interessi. Questo processo da risultati. Basta guardare cosa accadeva 18 mesi fa rispetto ad oggi, sia in termini di contatti reali che di realpolitik. Sulla Cina, ci avviciniamo, anche se non così rapidamente come vorremmo. Ma a volte pensiamo che questo sia un regalo della bottiglia che concede tre desideri. In realtà, ci vuole un duro e prolungato lavoro e solo allora ci saranno risultati. Infatti, li abbiamo già. 5-6 anni fa il 56% del commercio estero della Russia era con l’Europa, ora è solo il 46%. Il che significa che la quota dell’Asia è cresciuta del 10%. Questo è un equilibrio più sano delle relazioni economiche estere. E ciò che sorprende è che i cinesi non vogliono investire in Russia? Se non vogliamo noi affrontare il nostro sviluppo economico, perché dovrebbero salvarci gli altri? Chi credeva che la Cina ci avesse sommerso di soldi, pensava anche che l’occidente ci avrebbe aiutato. I cinesi, naturalmente, hanno un atteggiamento molto più positivo e rispettoso verso la Russia, ma vogliono vedere progetti concreti e un’economia sviluppata, che finora non abbiamo.

-La Russia sostiene tradizionalmente il rispetto del diritto internazionale. Noi, sottolineando le violazioni dell’occidente, compreso il bombardamento della Jugoslavia, abbiamo mantenuto alto l’aspetto morale. Era l’approccio appropriato dopo la riunificazione di Crimea? Che l’occidente chiama ufficialmente annessione.
-Si può interpretare l’unificazione della Crimea in molti modi. Ma ecco ciò che è importante. L’URSS mantenne una politica legalistica negli ultimi decenni. La Russia fece lo stesso negli ultimi 20 anni, sostenendo il non intervento nella politica interna e così via. Ma poi decidemmo: “Dato che non giocate secondo le regole, vi mostreremo le conseguenze. Violeremo queste regole, ma lo faremo in modo più intelligente e con fermezza“. Penso che sia una reazione adeguata a ciò che l’occidente ha fatto negli ultimi 20 anni, quando aveva mano libera. Ad esempio, il bombardamento della Jugoslavia, che aveva un governo eletto democraticamente, fu un crimine meritevole di una Norimberga. Possiamo tornare a un più elevato rispetto del diritto internazionale? Sì, è possibile. Sarebbe bello se la Russia invitasse tutti a farlo. Accadrà? Non lo so.

-La Russia può accettare il ruolo di “fornitore di sicurezza”, come il testo propone, se si considera che molti Paesi ci temono?
-Tutti hanno paura di tutti gli altri. Siamo così coraggiosi ma ci sono molti qui che temono la Cina o la NATO. La NATO, tra l’altro, continuerà a fare Dio sa che cosa, come in Libia o Jugoslavia, a meno che non abbia una pistola puntata alla tempia. Quindi possiamo diventare fornitori di sicurezza, in particolare in Asia centrale, sostenendo i regimi esistenti e colpendo i radicali. E naturalmente non importa quanto dura possa sembrare, ora che abbiamo fermato l’espansione della NATO con un colpo del nostro pugno, abbiamo infatti agito fornendo sicurezza, dato che altrimenti avremmo una grande guerra in Europa. L’ingresso dell’Ucraina nella NATO avrebbe provocato un tale conflitto, garantito.

-Non c’è stata la grande guerra a causa della deterrenza delle armi nucleari. L’antidoto continuerà ad essere efficace?
-Sono molto preoccupato dall’antidoto che si esaurisce. Sono ancora più preoccupato che le armi nucleari possano essere usate da qualche parte, quindi la gente si renderà conto che non sarà la fine del mondo. Tutta la cultura politico-militare del secondo dopo-guerra si basa sul non utilizzo delle armi nucleari per via dell’escalation garantita. Ma se oggi qualcuno le usa e non c’è escalation, sarà un duro colpo per l’intero sistema di sicurezza internazionale. Pertanto si dovrebbe fare tutto il possibile per evitarne l’uso, il che significa ridurre al minimo l’uso di altre armi che innescherebbero l’escalation. Inoltre, a dispetto di tutte le grida e le proteste, le armi nucleari continuano a diffondersi. Oltre ai cinque membri ufficiali del club nucleare, sono possedute da India, Pakistan, Corea democratica ed Israele. Il programma iraniano è stato fermato, ma non so se per sempre.

-Nelle sue tesi parla dell’inefficacia dell’UE. Cosa c’è di sbagliato, come spiega i suoi numerosi fallimenti?
-Il sistema politico europeo fu formato in condizioni di assenza di maggiori minacce o scontri. Hanno perso la capacità di usare il cervello e di prendere decisioni strategiche. Dietro le quinte, gli europei stessi lo riconoscono. L’Europa è una vittima di sé stessa, della sua democrazia che impedisce di reagire adeguatamente alle minacce odierne.

-L’Europa vive nelle condizioni di una serra, dato che la sua sicurezza è fornita dagli Stati Uniti. Ma cosa attende gli Stati Uniti? Crede nella vittoria di Trump?
-Una volta ero un americanista professionale ed eccellevo in ciò senza mai cercare di prevedere l’esito di un’elezione presidenziale. Questo mi ha salvato molte volte. Non importa chi sia eletto, naturalmente il futuro degli USA è evidente. Trump, naturalmente, può portare qualche allegra incertezza, ed anche Hillary. L’élite degli Stati Uniti è divisa come non mai. Si vedono diversi pensieri sugli Stati Uniti, anche ammirandone l’economia o la cultura. Ma in questo momento gli USA sono sempre più pericolosi. Perciò la nostra conclusione strategica è questa: nel lungo periodo si dovrebbe perseguire l’amicizia con gli Stati Uniti, ma nel frattempo gli Stati Uniti vanno contenuti il più saldamente possibile, perché in questo momento gli statunitensi ancora non si adattano alle condizioni del mondo che cambia, e nessuno sa cosa aspettarsi da loro.135740.640xpTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I megaprogetti nei Balcani spianano la via alla Grande Eurasia

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 11 luglio 2016

Oriental Review pubblica in esclusiva l’intervista all’esperto di guerra ibrida Andrew Korybko del giornalista Stefan Raskovski di “Vecer” concessa a fine giugno. Si parla della strategia nei Balcani dell’R-TCR degli Stati Uniti (torsione del regime – cambio di regime – ricambio del regime), e degli sforzi di Russia e Cina per stabilizzare l’Eurasia.map1Siamo a Skopje dove una cosiddetta “rivoluzione colorata” è in corso da due mesi. Quali sono le sue vere ragioni ed obiettivi, nel contesto delle costellazioni geopolitiche regionali?
La “rivoluzione colorata” attualmente è in corso nella Repubblica di Macedonia null’altro che una rivoluzione colorata mascherata da “legittimo” movimento della società civile. E’ solo un tentativo di cambio di regime eterodiretto che impiega le avanzate tecnologie politiche ispirate dagli insegnamenti di Gene Sharp, il padrino di tale stratagemma. Alcuni partecipanti e osservatori internazionali sul serio credono che ciò che accade a Skopje sia un’iniziativa organica, ma altri sanno della sua natura artificiale nella ricerca di secondi fini. Non ci vuole molto per qualsiasi osservatore neutrale scoprire quali forze controllino i manifestanti, dato che molte informazioni sono diffuse pubblicamente dagli elementi patriottici dei media macedoni sul coinvolgimento della Fondazione Soros e lo stretto coordinamento tra manifestanti e ambasciata degli USA. Soros e le sue numerose organizzazioni “finanziano l’avviamento” del vasto assortimento di “ONG” che guida il movimento antigovernativo, e il filantropo miliardario controlla le finanze che permettono all’SDSM di pagare l’invio dei manifestanti con autobus a Skopje da tutto il Paese. Tali manifestanti, naturalmente, sono o “utili idioti” o cospiratori volenterosi, come già detto. Partecipano a tali manifestazioni per alcune ragioni, che potrebbero potenzialmente sovrapporsi a seconda dell’individuo interessato:
* L’ideologia “liberal-democratica”, con cui Zaev e i suoi padroni hanno cercato di condizionare la popolazione controllando vari media, è riuscita a ingannare una minoranza, alcuni attratti dall’idea “romantica” di prendere parte a una “rivoluzione” ed egoisticamente assaporare la possibile attenzione dei media mainstream e social che riceverebbero;
* Alcuni hanno un incentivo finanziario immediato, ricevendo uno stipendio solo per un paio di ore di lavoro, attivo o passivo, come ad esempio “protestare” o partecipare a “laboratori”, “seminari di formazione”, ecc, e vedersi pagata la partecipazione alla rivoluzione colorata quale lavoretto che potrebbe continuare all’infinito;
* Altri sono semplicemente opportunisti che vogliono capitalizzare su ciò che credono sarà una riuscita operazione di cambio di regime ed utilizzare tale occasione per ingraziarsi i potenti che verranno portati al potere sulle spalle di sciocchi “manifestanti” fuorviati e comprati, sperando li aiutino a vincere.
E’ importante sottolineare oggi che gli Stati Uniti perseguono tre obiettivi strategici interconnessi sostenendo la rivoluzione colorata. Dal relativamente mite al più estremo, sono:
* Torsione de regime, o emanazione di concessioni governative, senza immediatamente cambiare il capo dello Stato e/o il partito al governo;
* Cambio di regime, o rovesciamento delle autorità democraticamente elette e legittime con mezzi “costituzionali” (Brasile) o incostituzionali (Ucraina);
* E ricambio di regime, o cambiando la costituzione (come ad esempio attraverso il “Federalismo”, che opera in molti casi come frattura interna), o riscrivendo completamente le ‘regole del gioco’.

Oltre alla Macedonia, vediamo proteste in Serbia, Montenegro, R. Srpska, Croazia… Vi sono tumulti nei Paesi balcanici proprio nel periodo in cui Mosca e Pechino promuovono i due principali progetti economici del Turkish Stream e della ferrovia da Budapest a Atene. Qual è la connessione tra destabilizzazione e questi progetti?
political-crisis-in-macedonia-raises-fears-of-ethnic-violence-1431986325 Naturalmente, il piano di riserva finale degli Stati Uniti è devastare i Balcani con un’altra guerra regionale se non possono controllarne il territorio geostrategico da cui dovranno passare il Balkan Stream russo e la Via della Seta balcanica cinese, ma si potrebbe credere che possano ulteriormente perseguire il loro obiettivo con investimento poco costoso a lungo termine nei ritocchi o cambi di regime “costituzionali”, quindi opterebbero per tale scenario. Ripetendo il precedente ordine degli obiettivi dal relativamente mite al più estremo, e comprendendo che in tale particolare contesto, dispiegando in prospettiva violenze semplicemente passando da una fase all’altra seguendo un calendario prefissato, si può prevedere cosa promuoveranno gli Stati Uniti:
* Torsione del regime mettendo lo SDSM di nuovo al governo alle condizioni di Washington, in modo da smantellare i successi nazionali e internazionali del VMRO e controllare le principali istituzioni dello Stato (giudiziarie, intelligence, militari, ecc.), a sua volta aiutando lo SDSM nei brogli delle future elezioni per “legittimare” il ‘golpe morbido’;
* Cambio di regime per sbarazzarsi completamente del VMRO e di conseguenza istigare un conflitto civile tra patrioti e sostenitori del colpo di Stato del SDSM, che prevedibilmente diverrebbe una guerra ampia evocando la forte idea di uno “scontro di civiltà” eterodiretto coinvolgendo i terroristi sostenitori della “Grande Albania”;
* Un ricambio totale di regime imponendo la “soluzione federale” alla Repubblica di Macedonia dividendola tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani ed infine erodendo l’identità macedone, prevedibilmente arrivando a mutarne il nome costituzionale in “federale”, suddividendola a livello internazionale tra Grande Albania e Grande Bulgaria.
Tale approccio in tre fasi viene avanzato negli Stati Uniti dalla forte determinazione dei loro strateghi nel spezzare, influenzare o controllare il gasdotto (attualmente sospeso) Balkan Stream della Russia e il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica cinese, da Budapest al porto greco del Pireo (e possibilmente Varsavia, Riga e San Pietroburgo). Un governo servile dell’VMRO, ormai dimostratosi del tutto impossibile per gli Stati Uniti, fu concepito come loro agente d’influenza per avere una presenza indiretta sullo snodo vitale attraverso cui dovrebbero passare questi due progetti, e perfino di poter un giorno cancellarli o controllarli completamente. Dato che tale opzione non è più praticabile per gli Stati Uniti, cercano direttamente un cambio di regime tramite una rivoluzione colorata o un graduale cambio di regime tramite la pressione della torsione di regime (indotta dalla rivoluzione colorata o da una possibile guerra ibrida) che si tradurrebbe nel pieno controllo dello Stato da parte degli agenti nel SDSM di Washington. Se tale piano di riserva fallisse, allora gli Stati Uniti potrebbero probabilmente istigare uno “scontro di civiltà” tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani (sia con una coordinata operazione di cambio di regime che con azioni distinte), per imporre un radicale programma di ricambio di regime per riconfigurare totalmente lo Stato macedone e preparane l’eventuale smantellamento ad opera di Albania e Bulgaria. Riguardo l’attuale fase negli altri Stati balcanici, c’è uno strettissimo collegamento con la formula già indicata su torsione di regime, cambio di regime e ricambio di regime. In relazione alla Republika Srpska, l’obiettivo è rovesciare Milorad Dodik e installarvi un surrogato filo-occidentale compatibile che smantellerebbe la sovranità della repubblica autonoma, annettendola alla neo-imperiale Bosnia dominata da Bruxelles. La situazione confusa in Serbia è simile, le proteste patriottiche contro la NATO volte a fare pressione in modo costruttivo sul governo per invertirne il corso filo-occidentale, sono rapidamente divenute manifestazioni sospette che oggi potrebbero essere l’arma per spingere la Serbia ad allontanarsi più da Russia e Cina che da UE e USA. È sempre più evidente come gli Stati Uniti abbiano dirottato la “torsione di regime” per scopi positivi delle proteste anti-NATO, tramite gli agenti filo-occidentali “liberal-democratici” destinati ad essere complementari “dal basso” all’azione coercitiva dall’alto che Washington ora esercita su Belgrado. La Serbia è un obiettivo ambito dagli Stati Uniti per la posizione nei mega-progetti balcanici di Russia e Cina. Anche se la Repubblica di Macedonia occupi uno spazio molto importante, e nel caso ancora una volta riesca a respingere la minaccia della guerra ibrida, è prevedibile che gli Stati Uniti favoriscano la destabilizzazione a valle, in questo caso in Serbia. Pertanto, ciò che si ha oggi è una sorta di ‘polizza assicurativa’ strategica che gli Stati Uniti preparano per ogni evenienza nel perseguire tale scenario. Inoltre, l’interesse della Serbia ad aderire al blocco commerciale russo dell’Unione Economica Eurasiatica spaventa Stati Uniti ed Unione europea, capendo che il modo più pratico per degli Stati non contigui d’interagire è la via balcanica della Via della Seta della Cina che trasporta merci da Belgrado al Pireo via ferrovia, per poi spedirli in Russia via mare. Ciò sottolinea ulteriormente l’importanza fondamentale che il mondo multipolare pone su questa linea ferroviaria ad alta velocità quale via d’accesso preferita all’entroterra continentale, cominciando dalla Serbia per poi estendersi sul resto dell’Europa centrale e orientale; ma tale visione, al contrario, ‘giustificherebbe’ ancor più il motivo per cui gli Stati Uniti siano interessati a destabilizzare la Serbia, sabotando la vitalità di questo progetto. Inoltre, si dice che la Russia possa costruire il cosiddetto gasdotto Poseidon dal Mar Nero a Bulgaria, Grecia, Mar Adriatico ed Italia. Se questo progetto mai vedesse la luce, è probabile che un ramo seguirebbe il tragitto del South Stream estendendosi in Serbia, dove era previsto l’hub del precedente progetto. Supponendo almeno la possibilità che ciò possa accadere, quindi anche se il progetto Balkan Strean rimane congelato in modo definitivo, la Serbia potrebbe ancora aderire ai megaprogetti cinese e russo, divenendo così un bersaglio irresistibile per gli Stati Uniti. Per completare la prospettiva della destabilizzazione interna della Serbia, gli Stati Uniti sembrano pronti a suscitare una crisi internazionale in Bosnia, perciò sono così netti nel creare scompiglio nella Repubblica Srpska. Washington sa che la sicurezza di Belgrado è direttamente collegata alla stabilità di Banja Luka, e se la sua entità fraterna in Bosnia è minacciata, allora tutta la Serbia ne sarà indirettamente influenzata. Prevedendo che i torbidi in Serbia possano esaurirsi, gli Stati Uniti già preparano il “piano B” concentrandosi sulla Republika Srpska per creare tensione in Serbia e possibilmente coinvolgerla, ottenendo il risultato atteso, che Belgrado s’impantani disastrosamente in un altro conflitto regionale comportandogli gravi rovesci strategici.

Il Presidente Putin ha visitato la Serbia nel 2015 e di recente si è seduto sul trono bizantino di Athos, mentre il Presidente Xi Jinping ha visitato Belgrado una settimana fa. Qual è la sua opinione su questi eventi e quali sono le implicazioni politiche future per i Paesi dei Balcani?
E’ altamente simbolico che i leader russo e cinese trovino i Balcani degni della loro attenzione, e questo rafforza l’importanza strategica della regione come ho sottolineato in più interviste l’anno scorso. I due pilastri del partenariato strategico cino-russo collaborano attivamente nel corteggiare gli Stati balcanici con il mutuo riconoscimento delle necessità d’adempiere alla visione comune promuovendo la multipolarità nella regione e poi nel resto d’Europa . La Russia ha il patrimonio di civiltà e le risorse energetiche necessarie per avere la benevolenza della maggioranza dei popoli della regione, rifornendone le industrie, mentre la Cina ha il capitale d’investimento necessario per i grandi progetti di sviluppo. La Russia cerca anche d’investire nella regione e sicuramente può farlo, ma solo la Cina ha l’esperienza nella costruzione dei corridoi commerciali che saranno di grande beneficio per Mosca e Pechino. L’interesse cooperativo russo e cinese nei Balcani non dovrebbe essere visto come una competizione (anche se questo è precisamente ciò che i media e le organizzazioni non governative unipolari cercheranno di ritrarre maliziosamente), ma piuttosto come mutuo aiuto. Oltre all’Asia centrale, non c’è altra regione nel mondo che abbia tale potenziale nel riunire le due potenze dei Balcani, e non c’è dubbio che la regione vedrà un maggiore coinvolgimento russo e cinese nei prossimi anni.

In questo senso, quanto sono importanti i Balcani per il mondo multipolare e come la Macedonia vi sia adatta?
I Balcani sono la ‘porta sul retro’ geostrategica dell’Europa, o in altre parole, il punto di accesso che le principali potenze multipolari Russia e Cina vogliono usare per evitare il “cordone sanitario” che Stati Uniti e NATO allestiscono in Europa orientale e sull’accesso diretto al cuore del continente. I megaprogetti nei Balcani, Balkan Stream della Russia e Via della Seta nei Balcani della Cina, sono piani compatibili che rafforzeranno la regione facendone lo snodo di uno straordinario corridoio economico nord-sud che collega Europa centrale ed orientale. Con il passare del tempo e la corretta pianificazione ciò potrebbe prevedibilmente liberare la regione dall’influenza unipolare e sostituirla con la controparte multipolare, idealmente una zona di libero scambio supercontinentale tra Lisbona e Vladivostok. L’annuncio del Presidente Putin al San Petersburg International Economic Forum, secondo cui la Russia è ancora interessata a un accordo commerciale con l’UE, va collegato con la proposta del Primo ministro Medvedev, a fine 2015, per l’integrazione multilaterale tra Unione eurasiatica, SCO e ASEAN. Nell’insieme, questa strategia emisferica è pari a quella chiamata “Grande zona di libero scambio eurasiatica” o GEFTA, ma la chiave per assicurarvi la partecipazione dell’Europa è attualizzare i megaprogetti nei Balcani per dimostrarne la fattibilità della connessione infrastrutturale. Qui la Repubblica di Macedonia ha un ruolo insostituibile nel collegare Oriente (Russia, Cina) e occidente (UE), proprio come fece Alessandro millenni fa, anche se in modo completamente diverso, naturalmente. Mentre il progetto del Balkan Stream della Russia è sospeso per il momento e nonostante la recente idea del gasdotto Poseidon che bypassi il Paese collegandosi direttamente all’hub serbo di South Stream, la Macedonia è ancora la strettoia da cui deve passare il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica della Cina, ed è questa componente della politica balcanica del partenariato strategico russo-cinese la più rivoluzionaria nel portare la multipolarità in Europa. Dopo tutto, per quanto importanti siano i corridoi energetici, sono sempre sovrastati da quelli per lo sviluppo dell’economia reale, ed è ciò che il progetto della Cina aspira a realizzare. Affinché la Via della Seta balcanica diventi un corridoio nord-sud transregionale collegando l’ampio spazio tra Pireo e San Pietroburgo e facilitando l’eventuale adesione dell’Europa alla GEFTA, deve prima attraversare la Macedonia, rendendo il piccolo Paese sproporzionatamente importante per gli affari strategici mondiali, spiegando il motivo per cui gli Stati Uniti dedicano così tanto tempo per destabilizzarlo. Se la Macedonia respingerà tale aggressione asimmetrica e rimarrà stabile, allora sarà la base geografica della Via della Seta balcanica e il fondamento strategico della riunione dell’Eurasia tramite l’effetto positivo dell’adesione dell’UE alla GEFTA. Anche se si tratta di strategia a lungo termine, non va dimenticato che ogni piano di vasta portata inizia abbastanza in sordina. Anche se alcuni osservatori non possono ancora riconoscere l’importanza strategica globale della Repubblica di Macedonia, nel quadro della nuova guerra fredda e della GEFTA, non per questo è meno importante nella realtà, e non averne consapevolezza è semplicemente la copertura per distrarre il pubblico dalle vere intenzione delle ultime destabilizzazioni.rgin-1311-TEN-T mapAndrew Korybko è commentatore politico statunitense dell’agenzia Sputnik. È dottorando all’Università MGIMO ed autore della monografia “Guerra Ibrida: L’approccio adattivo indiretto al cambio di regime” (2015). Questo testo sarà incluso nel prossimo libro sulla teoria della guerra ibrida.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington complica la disputa sul Mar Cinese Meridionale

Mahdi Darius Nazemroaya, Strategic Culture Foundation 11/07/2016

Rodrigo Duterte

Rodrigo Duterte e Zhao Jianhua

L’una soluzione negoziata tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica e Filippine sulla disputa territoriale per il possesso delle isole Spratly (conosciute come isole Nansha in Cina) appare possibile con il cambio di governo a Manila. Il presidente filippino uscente Benigno Aquino III e il segretario degli Esteri filippino Albert del Rosario, che hanno respinto i colloqui bilaterali con Pechino, terminavano il mandato il 30 giugno 2016 venendo sostituiti rispettivamente da Rodrigo Duterte a Palazzo Malacanhan e da Perfecto Yasay Jr. al dipartimento degli Esteri. Il nuovo governo filippino ha fatto diverse aperture sui colloqui bilaterali con Pechino e il ministro degli Esteri Yasay annunciava che un inviato speciale sarà nominato per i negoziati con la Cina. I rapporti tra Filippine e Cina divennero tesi sotto il governo di Aquino III, riaprendo la disputa territoriale con la Cina e con entusiasmo rivitalizzando la presenza militare degli Stati Uniti nel sud-est asiatico. Nel 2011 fu deciso da Benigno Aquino d’indicare il Mar Cinese Meridionale come Mar delle Filippine occidentale per sottolineare le pretese delle Filippine. Il governo Aquino III avrebbe anche ridenominato il Mar Cinese Meridionale per legge con un ordine amministrativo nel 2012. Aggregando ulteriori relazioni l’amministrazione Aquino III avviava un’azione legale sulla controversia territoriale con la Cina alla Corte permanente di arbitrato olandese il 29 ottobre 2015. Il 5 luglio 2016, la settimana prima della sentenza della Corte permanente di arbitrato del 12 luglio 2016, il presidente Duterte avanzava l’offerta di colloqui con la Cina. Mentre sicuramente utilizzerà la Corte permanente di arbitrato come leva nei colloqui bilaterali sino-filippini, Duterte sembra deciso a un accordo con la Cina. Queste proposte rientrano nelle promesse elettorali del 2016 nelle Filippine. Durante la campagna presidenziale, il discorso di Duterte sulla Cina inviava segnali contrastanti, passando da linguaggio antagonista a conciliante. Indubbiamente era una tattica da politicante del presidente Duterte; alterare il discorso sulla Cina era una tattica politica volta ad avere sia il supporto dei filippini con atteggiamenti nazionalistici sulle isole Spratly, che degli influenti affaristi filippini, anche di etnia cinese, che vogliono pace, cooperazione economica e commerciale con una Cina in ascesa. A livello internazionale, Duterte potrebbe aver inviato tatticamente segnali contrastanti per soddisfare Stati Uniti e Cina. Le sue osservazioni antagoniste compiacevano Washington mentre quelle concilianti avevano lo scopo di non alienarsi Pechino e di segnalare la disponibilità a colloqui. Nonostante le critiche a Pechino, ha sempre indicato di volere dialogare con la Cina. È interessante notare che Duterte è anche l’unico politico che nelle elezioni generali filippine del 2016 ha ammesso pubblicamente di aver parlato delle Isole Spratly con l’ambasciata USA a Manila. Durante la campagna elettorale Duterte osservò che avrebbe cercato aiuto dai cinesi per costruire la rete ferroviaria filippina che colleghi Luzon e Mindanao, e che se la Cina accettava di sostenere il gigantesco progetto avrebbe posto fine alle critiche sulla disputa territoriale di Manila con Pechino. In altre parole, Duterte diceva che un suo futuro governo filippino avrebbe negoziato con la Cina in cambio di concessioni economiche o aiuti da Pechino. Dopo che Duterte ha vinto le elezioni presidenziali, il tono verso la Cina è cambiato divenendo molto più temperato e cordiale. Prima ancora che Duterte diventasse ufficialmente presidente, ebbe un incontro con Zhao Jianhua, l’ambasciatore cinese nelle Filippine, il 16 maggio 2016. L’incontro fu simbolico perché l’ambasciatore Zhao era uno dei tre soli ambasciatori, gli altri due erano i rappresentanti diplomatici di Israele e Giappone, che Duterte aveva incontrato da aspirante presidente delle Filippine. Da quel momento Rodrigo Duterte avrebbe incontrato l’ambasciatore Zhao altre tre volte, anche il 7 luglio, qualche giorno prima della sentenza della Corte permanente di arbitrato.

Le rivendicazione di Pechino sul Mar Cinese Meridionale
Pechino sostiene che la Cina aveva la sovranità sulla zona da migliaia di anni. L’impero cinese della dinastia Ming controllava le coste occidentali adiacenti alla zona, quando il Vietnam faceva parte della Cina. Anche il Vietnam avanza richieste sulle isole Spratly (note come Quan Dao Truong Sa dai vietnamiti) e le isole Paracel (note come Xisha dai cinesi e come Hoàng Sa dai vietnamiti). A sostegno della richiesta cinese vi è il fatto che il Giappone annesse l’area nel 1938 acquisendo Taiwan dalla Cina e che la Cina continentale governata dal Kuomintang rivendicò l’area nel 1947, in virtù della demarcazione della “linea tratteggiata undici”, mentre Malaysia e Brunei erano ancora colonie inglesi e il Vietnam colonia francese. Le Filippine ufficialmente divennero indipendenti dagli USA un anno prima della pretesa del Kuomintang nel 1946. Vi sono importanti fatti storici e giuridici che dovrebbero essere considerati. Prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra con i giapponesi, non fu mai messa in discussione l’annessione giapponese della zona come occupazione del territorio delle Filippine, quando erano controllate dagli Stati Uniti. Né le isole del Mar Cinese Meridionale furono incluse nel territorio filippino preso alla Spagna dagli Stati Uniti nel 1898. Fu solo con l’appoggio degli Stati Uniti nel 1970 che le Filippine avanzarono le prime rivendicazioni sulla zona.

Washington: terzo intruso
Rodrigo-Duterte2_3515205b La Cina è interessata a stabilire ciò che Xi Jinping chiama “comunità di destino”. Pechino vuole cooperazione e commercio, non guerra o conflitto con le Filippine o qualsiasi altro Stato dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN). Suo scopo principale è espandere la Via della Seta, via terra e via mare, sostenendo l’integrazione regionale e la prosperità economica. A questo proposito ha in più occasioni concesso un trattamento di favore e offerto condizioni commerciali vantaggiose ai Paesi aderenti all’ASEAN. Come il presidente Duterte, il governo cinese ha indicato di essere pronto a negoziati diretti sulla disputa territoriale nel Mar Cinese Meridionale. La Cina ha anche dichiarato di essere disposta a condividere ricchezze e risorse dell’area con progetti di sviluppo comuni. Questo è ciò che Pechino ha descritto come “approccio sostenibile”. In cambio Pechino ha chiesto che Manila rifiuti la sentenza della Corte permanente di arbitrato, che influenzerà anche le rivendicazioni territoriali di Brunei, Malesia e Vietnam. Nello scenario in cui le Filippine ottenessero il controllo del territorio conteso nel Mar Cinese Meridionale, Manila si volgerebbe a USA e alleati, come Giappone, Corea del Sud e Australia, per sviluppare la regione. Le Filippine non possono sviluppare o estrarre le risorse energetiche del territorio da sole. Le compagnie energetiche provenienti da Stati Uniti ed alleati otterrebbero trattamento preferenziale e profitto da petrolio e gas. In cambio le Filippine ne avrebbero uno scarso ritorno economico. Ma anche in tale scenario, se non principale consumatore, la Cina sarebbe ancora uno dei principali consumatori di eventuali risorse energetiche estratte dal Mar Cinese Meridionale. Alla Cina potrebbe anche anche essere chiesto dalle Filippine di sviluppare le riserve di energia regionali. Dato che Pechino sarà il principale cliente, nelle Filippine ci si rende conto che sarebbe effettivamente più redditizio collaborare con la Cina allo sviluppo congiunto delle riserve energetiche regionali. Perciò alcuni nelle Filippine preferiscono i colloqui bilaterali. L’ostacolo principale ai colloqui tra Pechino e Manila, però, sono gli Stati Uniti.
Ciò che è in gioco nella zona contesa non sono solo le grandi quantità di idrocarburi in quello che in Cina chiamano “secondo Golfo Persico” energetico, la pesca e uno dei più importanti corridoi marittimi e rotte commerciali del mondo. Ma anche gli interessi per la sicurezza nazionale cinese sono fortemente legati al territorio. I rifornimenti commerciali ed energetici cinesi verrebbero interrotti se il traffico marittimo venisse bloccato nel Mar Cinese Meridionale, motivo per cui le forze armate statunitensi si sono fortemente dedicate ad essere presenti nella zona. In parte, ciò rientra nel “Pivot in Asia” di Washington. Washington, che (a differenza di Pechino) si è rifiutata di firmare anche la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, utilizza le Filippine come pretesto per un gioco sporco contro la Cina, solo perché vede Pechino come rivale strategico. Gli Stati Uniti intenzionalmente acuiscono le tensioni nel Mar Cinese Meridionale per giustificare la presenza navale statunitense a largo delle coste cinesi e la creazione di una rete di alleanze militari per circondare e fare pressione su Pechino. Usando diplomazia coercitiva, guerra economica, strategia della tensione e un duplice approccio confronto e cooperazione, gli Stati Uniti cercano di ridimensionare la Cina. Gli Stati Uniti fanno di tutto per creare un cuneo in Eurasia tra Cina e Federazione Russa. Ironia della sorte, mentre demonizza la Cina come minaccia regionale, Washington invia messaggi contraddittori agli alleati regionali. Gli Stati Uniti diffamano Pechino mentre ordinano allo stesso tempo ai militari statunitensi di tenere esercitazioni militari multilaterali o bilaterali con i militari cinesi, come ad esempio l’esercitazione Rim of the Pacific (RIMPAC) (giugno-luglio 2016), l’esercitazione virtuale per il soccorso e l’assistenza umanitaria congiunta Cina-USA (novembre 2012) e l’esercitazione Cina-USA contro la pirateria nel Golfo di Aden (settembre 2012). I leader regionali dovrebbero prendere atto del modus operandi degli Stati Uniti. I capi degli Stati Uniti non sono disposti a confrontarsi direttamente in Cina. Invece usano Paesi come le Filippine come pedine e gettoni per negoziar un patto od ostacolare una Cina sempre più assertiva ed economicamente prospera.C0046038-3F98-4AD6-99B1-774B2F0163BF_mw1024_s_nLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina sconvolge l’ordine finanziario mondiale

Primo incontro della Banca asiatica per gli investimenti in infrastrutturali
Ariel Noyola Rodríguez, economista laureatosi presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM)shutterstock_266572730Nel primo incontro annuale della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB) tenutasi a Pechino, i cinesi hanno rivelato l’intenzione di avere la leadership mondiale del finanziamento delle infrastrutture. Entro quest’anno, è probabile che l’AIIB accoglierà più di 100 Paesi aderenti permettendo di divenire il primo istituto di credito multilaterale controllato dai più importanti Paesi emergenti nella storia. Tuttavia, l’AIIB ancora deve decidere se abbandonare il dollaro, perché solo così l’egemonia degli Stati Uniti sulla finanza internazionale sarà colpita a morte.
La Cina supera gli Stati Uniti nel finanziamento delle infrastrutture globali. La finanza internazionale è in via di trasformazione, nonostante la forte opposizione della cupola del potere statunitense. L’anno scorso, a Washington, alti funzionari cercarono di sabotare l’avvio della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB), fallendo. In realtà, chi appariva un presunto fedele alleato del governo degli Stati Uniti, come Germania, Francia, Italia e Regno Unito, alla fine decise di aderire al nuovo istituto di credito multilaterale promosso da Pechino. Il presidente Barack Obama non poteva concepire che in pochi mesi l’AIIB avesse l’appoggio di oltre 50 Paesi. Senza dubbio, la Cina precipita il declino mondiale degli USA. Nell’aprile 2015, Larry Summers, segretario al Tesoro del presidente Bill Clinton, disse che la riuscita convocazione dell’AIIB rappresenta uno degli episodi più drammatici per l’egemonia degli Stati Uniti: “Il mese scorso può essere ricordato come quello in cui gli Stati Uniti persero il ruolo di garante del sistema economico globale” (1).

Pechino rinvia la grande offensiva contro il dollaro
Tuttavia, finora la Cina ha agito con estrema cautela. Così, quasi tutti i Paesi del gruppo dei 7 (G-7 formato da Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) salutarono l’avvio dell’AIIB. Tuttavia, se è vero che la straordinaria attrattiva di Pechino mina l’influenza di Washington nel finanziamento delle infrastrutture globali (2), l’AIIB è riluttante ad abbandonare il dollaro. Anche se molti specularono (3) sui prestiti dell’AIIB denominati in yuan, o forse in valuta locale, ad oggi i crediti sono emessi nella valuta statunitense. Inoltre, si noti che dei quattro prestiti approvati nei primi sei mesi di quest’anno, pari a 509 milioni di dollari, tre sono legati a progetti d’investimento assieme alle istituzioni del vecchio ordine finanziario mondiale, costruito ad immagine degli USA dopo la seconda guerra mondiale. A mio avviso, i cinesi vogliono approfittare delle scorte che hanno investito nelle Banca mondiale e Banca asiatica di sviluppo, nonché sulle eccellenti relazioni stabilite con l’Europa. Attualmente l’AIIB finanzia un programma di miglioramento residenziale in Indonesia, attraverso un prestito di 216,5 milioni di dollari assieme alla Banca mondiale; la costruzione dell’autostrada in Pakistan da 100 milioni avviene in collaborazione con la Banca asiatica di sviluppo e il dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito; un prestito di 27,5 milioni di dollari, finanziato assieme alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, viene utilizzato per aggiornare un’autostrada in Tagikistan; l’elettrificazione di aree rurali del Bangladesh, attraverso un prestito di 165 milioni, è l’unico progetto che l’AIIB attua in modo indipendente.

La vocazione globale dell’AIIB
Tuttavia, la nascita dell’AIIB è una svolta nella storia delle istituzioni di credito multilaterali, essendo la prima (oltre alla nuova banca di sviluppo dei Paesi BRICS) in cui le economie emergenti sono i principali azionisti (4). I contributi economici delle tre potenze orientali dei BRICS sono schiaccianti: la Cina col 29,78%, seguita dall’India coll’8,36% e dalla Russia col 6,53%. Al contrario, i 20 partner non-regionali dell’AIIB contribuiscono solo per un quarto sul capitale autorizzato da 100 miliardi di dollari (5). In un primo momento, AIIB fu concepita per finanziare soprattutto i Paesi asiatici, tuttavia sembra che la Cina preveda di trasformarla in istituto dalla vocazione globale, riunendo le aspirazioni di tutte le economie emergenti (6). In questa prospettiva, alla cerimonia di apertura del primo vertice annuale a Pechino di giugno, il presidente dell’AIIB, il cinese Jin Liqun, annunciava che si valutava l’adesione di altri 24 Paesi (7). In America Latina, Cile, Colombia e Venezuela sono candidati; in Africa hanno presentato la candidatura Algeria, Libia, Nigeria, Senegal e Sudan. Si evidenzia anche la candidatura del Canada che insieme a Messico e Stati Uniti fa parte dell’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA); in Europa, Cipro, Grecia e Irlanda sono estremamente interessate. Se tutto fila come finora, é possibile che entro quest’anno l’AIIB accolga più di 100 Paesi (8), cioè avrà almeno 34 aderenti in più rispetto alla Banca asiatica di sviluppo, anche se rimarrà lontana dai 183 Paesi aderenti alla Banca mondiale.

Optando per un mondo multipolare
L’AIIB ha molti compiti d’assolvere. Anche se la regione asiatica ha registrato elevati tassi di crescita del prodotto interno lordo (PIL) negli ultimi due decenni, non è riuscita ad avere un sistema infrastrutturale di primo piano. Sultan Ahmad al-Jabir, ministro degli Emirati Arabi Uniti, ha rivelato che in Asia-Pacifico quasi 1500 milioni di persone non hanno servizi igienici di base, 260 milioni non hanno accesso all’acqua potabile e almeno 500000 non hanno la luce nelle loro case (9). In conclusione, il primo vertice annuale dell’AIIB mostra la determinazione della Cina a farsi sentire nella ‘Serie A’ della finanza internazionale. Nella costruzione della nuova “Via della Seta” (10), l’AIIB è un potente contrappeso all’influenza geo-economica di Stati Uniti e Giappone nella regione asiatica. Tuttavia, per accelerare la costruzione dell’ordine mondiale multipolare è fondamentale che i manager dell’AIIB finalmente si decidano a rottamare il dollaro e, soprattutto, a non abbandonare mai la promessa di migliorare le condizioni di vita dell’umanità.20150416_CNDY_omPrintsite_BSECT_HKG-BRO_BUS_005_017_omSpread-017Note
1. “Time US leadership woke up to new economic era“, Lawrence Summers, Financial Times, 5 aprile 2015.
2. “The AIIB: The infrastructure of power“, The Economist, 2 luglio 2016.
3. “China seeks role for yuan in AIIB to extend currency’s global reach“, Cary Huang, The South China Morning Post, 14 aprile 2015.
4. “Beijing, el crepúsculo asiático post-Bretton Woods“, Ariel Noyola Rodríguez, Red Voltaire, 1 novembre 2014.
5. “Asian Infrastructure Investment Bank: Articles of Agreement“, Asian Infrastructure Investment Bank.
6. “President’s Opening Statement 2016 Annual Meeting of the Board of Governors Asian Infrastructure Investment Bank“, Asian Infrastructure Investment Bank, 25 giugno 2016.
7. “AIIB expansion plans underscore China’s global ambitions“, Tom Mitchell, Financial Times, 26 giugno 2016.
8. “AIIB will have 100 countries as members by year-end: Jin Liqun“, Li Xiang, China Daily, 31 maggio 2016.
9. “The AIIB has been designed to benefit all“, Sultan Ahmad al-Jabir, China Daily, 25 giugno 2016.
10. “China’s AIIB seeks to pave new Silk Road with first projects“, Tom Mitchell & Jack Farchy, Financial Times, 19 aprile 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Shanghai Cooperation Organization, dove gli interessi convergono

Andrej Volodin  Strategic Culture Foundation 10/07/ 2016SCOIl vertice di giugno della Shanghai Cooperation Organization a Tashkent è stato caratterizzato da un evento importante: India e Pakistan hanno firmato un protocollo d’impegno a ratificare tutti i trattati della SCO, un atto che apre la via alla piena appartenenza all’organizzazione. La decisione fondamentale d’espandere la Shanghai Cooperation Organization con l’adesione di due grandi Paesi dell’Asia meridionale fu adottata nel 2015 in occasione del vertice SCO a Ufa, e il successivo passo fu preso nella capitale dell’Uzbekistan. Gli analisti ritengono che la nuova configurazione geopolitica della SCO può non solo dare ulteriore impulso alla crescita economica dei Paesi aderenti all’organizzazione, ma anche facilitare la transizione di questo sistema globale dall’attuale stato di turbolenza ad una situazione che evolve verso la stabilità. Una volta che India e Pakistan entreranno nella SCO, l’organizzazione includerà quattro potenze nucleari: Russia, Cina, India e Pakistan. I suoi Stati aderenti hanno una popolazione di circa tre miliardi e mezzo e un PIL combinato stimato a 30 trilioni di dollari. Inoltre, Cina e India sono ancora le economie del mondo moderno in più rapido sviluppo. Questo è il quadro generale. Ma i diplomatici dicono che il diavolo è a piè di pagina. E anche qui, i dettagli sono significativi. L’adesione dell’India alla SCO non è stata rapida. Nuova Delhi ebbe lo status di osservatore nella Shanghai Cooperation Organization nel 2005, al quinto vertice della SCO di Astana. Da allora, l’India con tatto indicò l’interesse a un ruolo più attivo nella SCO, mentre Russia e Kazakistan proseguivano sforzi instancabili per convincere gli altri aderenti all’organizzazione della necessità di una piena partecipazione dell’India alla SCO. Nel 2009, dopo che il necessario “consolidamento verticale” fu completato, fu deciso di lanciare l’“espansione orizzontale” della SCO, e nel 2014 l’organizzazione ebbe il “via libera” all’adesione dei nuovi membri.
Perché è così importante per l’India partecipare alla SCO? Una risposta a questa domanda fu data dall’esperto diplomatico indiano e analista Ashok Sajjanhar: “sicurezza, interessi geopolitici, strategici ed economici dell’India sono strettamente intrecciati con gli sviluppi nella regione. Le sfide sempre presenti e crescenti da terrorismo, radicalismo ed instabilità rappresentano una grave minaccia per la sovranità e l’integrità non solo dell’India, ma anche dei Paesi vicini (nell’Asia centrale)”. L’espansione della SCO includendo gli Stati dell’Asia centrale benedetti dalle ricchezza minerarie permetterà di lavorare nel quadro dell’organizzazione elaborando norme generali che disciplinano il commercio delle risorse che saranno meno sensibili alle fluttuazioni del mercato. Per esempio, una delle maggiori priorità dell’India è ottenere il libero accesso all’Asia centrale, un’idea che è anche d’interesse strategico per le dirigenze degli Stati regionali. L’influenza culturale dell’India vi ha avuto una storia lunga e positiva. Per questa ragione, ai solidi legami degli interessi indiani e russi appare naturale lo sviluppo reso possibile dal Corridoio dei trasporti internazionale nord-sud (ITC), un progetto in cui Russia, India e Iran sono gli attori principali. E Nuova Delhi, sapendo della decisione d’istituire un “corridoio dei trasporti in Pakistan” con il concorso attivo della Cina, accelera gli sforzi per creare l’ITC. Il porto di Chabahar nell’Iran, che il Giappone vorrebbe modernizzare, è giustamente considerato uno dei pilastri dell’ITC. La Terra del Sol Levante è anche interessata alla futura rivoluzione dei trasporti, al centro del quale vi è la diversificazione delle vie dei trasporti in Eurasia. A mio parere, l’espansione della rete terrestre e marittima permetterà d’inquadrare i principi alla base del nuovo equilibrio geo-economico sul continente eurasiatico. E’ del tutto evidente che India, Russia e Cina condividono un interesse strategico comune nel puntellare la stabilità dei sistemi politici esistenti in Asia centrale. Speriamo che il dialogo continuo nel quadro della SCO sui problemi della sicurezza porti a progressi nella lotta al terrorismo in questo angolo del mondo, così come ad evitare ogni sorta di “rivoluzioni colorate”.
Il Pakistan ha le sue aspirazioni, proprio come l’India, e il Paese è anche sulla via della piena adesione alla SCO. Da un lato, come il giornale pakistano The Nation riferisce, la repubblica dimostra la volontà di diversificare la propria politica estera con tattiche con più senso geopolitico ed economico. D’altra parte, un costante dialogo nel quadro della SCO potrebbe creare nuove condizioni favorevoli a normalizzare lo storicamente difficile rapporto pakistano-indiano. Va sottolineato che il Pakistan vede l’adesione contemporanea nella SCO di entrambi gli Stati dell’Asia meridionale come un’opportunità per migliorare i rapporti economici tra Islamabad e Nuova Delhi. E, data la pazienza e la moderazione dell’India, è ragionevole aspettarsi che i legami economici bilaterali tra India e Pakistan finalmente maturino. Sul rapporto tra Nuova Delhi e Islamabad, ciò contribuirà a rendere l’atmosfera meno ideologicizzata e più favorevole all’idea di collaborare per raggiungere specifici risultati reciprocamente vantaggiosi. Il punto di vista di Mosca sui rapporti indo-pakistani rimane immutato da decenni. L’India sa che la Russia è interessata a: 1) mantenere unità e integrità territoriale del Pakistan (uno dei presupposti della stabilità politica interna dell’Afghanistan “post-americano”) e 2) un più forte governo civile nella repubblica islamica, per un futuro privo di ostacoli a sviluppo sociale e politico, vedendo il Paese muovere i primi passi sul lungo sentiero della durevole crescita economica. Il coinvolgimento attivo del Pakistan nella Shanghai Cooperation Organization non è solo un interesse a lungo termine della Russia, ma anche dell’India.sevmorputLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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