Dugin, Chiesa e l’imperialismo

Alessandro Lattanzio, 15/11/2016
Attenzione agli pseudo-filorussi e all’alleanza tra i seguaci settari di Dugin, Saker e Giulietto Chiesa.645x400-russian-president-putins-advisor-visits-ak-party-parliamentary-group-meeting-1478620872304Il presunto ‘geofilosofo’ eursiatista Aleksandr Dugin, l’8 novembre incontrava ad Ankara i gerarchi del partito di Erdogan, con cui vuole costruire un’alleanza ‘eurasiatica’ che, in sostanza, distruggerebbe invece gli alleati regionali della Federazione Russa, come la Siria, l’Armenia e le repubbliche dell’Asia centrale. Aleksander Dugin (e anche suoi estimatori e presunti nemici) ama spacciarsi da “consigliere del Presidente Vladimir Putin”. Tolto il fatto che di questo “consigliere di Putin” appaiono fotografie con i nemici della Russia, e neanche una con il ‘consigliato’ Putin, Dugin non risulta mai aver lavorato con organi di governo o presidenziali della Federazione Russa. In realtà, la mitologia su Dugin ‘consigliere’ di Putin serve a un duplice scopo:
1. Pompare un “ideologo” che in Patria non conta nulla e racimola seguaci solo tra le sette fringe della Federazione;
2. Sostanzialmente screditare il Presidente Putin accomunandolo con una figura ambigua che rappresenta in realtà un’ideologia quanto meno confusionaria, ma pericolosa;
Il milieux duginista aggredisce continuamente gli alleati storici della Federazione Russa, come India, Vietnam, Siria, Paese quest’ultimo che si vorrebbe frantumare per soddisfare le ambizioni neo-ottomaniste del presidente turco Erdogan, padrone della Turchia e di un certo Dogu Perincek, il capo di una setta politica legata ad Erdogan tramite il generale dell’intelligence militare turca Ismail Hakki Pekin, e con cui lo stesso Dugin ha un lungo sodalizio.

Ismail Hakki Pekin

Ismail Hakki Pekin

Va ricordato che la Turchia è sempre stata un terreno fertile per le operazioni di Stay Behind, e nulla può escludere che Perincek e il suo ‘partito maoista/eurasiatista’ non siano che il colpo di coda della convergenza tra estrema sinistra maoista e strutture di Gladio, avutasi nel lontano 1966 in Svizzera e in Italia (Piazza Fontana e L’Orchestra Nera): “Dopo diversi anni di attività clandestina, Perincek fondò il Partito dei lavoratori e dei contadini della Turchia (PLCT). Questo partito legale aveva ereditato il maoismp del predecessore (nel senso di lotta contro i sovietici), ma aveva cambiato atteggiamento nei confronti di Mustafa Kemal e della questione curda. E alla fine divenne uno dei primi avversari del PKK fondato nell’Anatolia orientale; l’organizzazione clandestina assassinò diversi capi regionali del PLCT. Al di là del conflitto con il PKK, il partito aveva posizioni “uniche”, come aumentare la pressione militare e il ruolo della NATO, in quanto Perincek sosteneva misure straordinarie contro la cosiddetta “quinta colonna”, rappresentata dal Partito Comunista di Turchia, ed appoggiava l’adesione della Turchia alla NATO “come misura difensiva contro gli zar rossi”. E’ degno di nota che il partito inizialmente sostenesse il colpo di Stato del 1980 (in Turchia), essendo del parere che gli Stati Uniti fossero in ritirata e l’URSS fosse la ‘principale minaccia imperialista’. Nonostante il supporto iniziale del partito, le autorità putschiste turche vietarono il PLCT, insieme a decine di altre organizzazioni socialiste. Negli anni successivi, la cerchia di Perincek fondò il Partito Socialista inizialmente guidato da Ferit Ilsever, stretto collaboratore di Perincek. Nello stesso periodo, Perincek e i suoi seguaci pubblicarono la rivista “2000 e Dogru” (Verso il 2000), che intervistò ex-capi curdi fedeli ad Abdullah Ocalan e a Masud Barzani. Non sorprende che Perincek e i suoi seguaci cambiassero posizione sulla questione curda, ancora una volta sostenendo il PKK e contrastando le forze armate turche con la stessa retorica assolutista di prima. Perincek accusò il famoso giornalista della sinistra kemalista (e martire) Ugur Mumcu, di collaborazionismo per le critiche alle milizie di Barzani e del PKK. Gli anni successivi videro l’ennesimo trasformismo di Perincek quando fondò il Partito dei Lavoratori (Isci Partisi), filo-kemalista. Inutile dire che ruppe con il PKK e abbracciò l’approccio nazionalista turco. Lentamente cominciò a “riconoscere” il “superamento” dei concetti politici tradizionali di “sinistra” e “destra” e teorizzò la lotta tra forze “globali” o “non nazionali” e quelle “nazionali”. La sua separazione tra accumulazione del capitale e nozione di globalizzazione l’ha portato a cercare soluzioni “non-socialiste”, in patria e all’estero, comportando alleanze ambigue con gli eurasiatisti russi (Dugin. NdT) ed ex-Lupi Grigi (Stay Behind/Gladio. NdT). La popolarità di Perincek raggiunse l’apice quando fu imprigionato insieme a decine di militari, giornalisti, accademici e politici anti-NATO, durante l’indagine Ergenekon. In un primo momento lui e i suoi compari cercarono di dissociarsi dal resto dei prigionieri, ma alla fine solidarizzarono. Mentre l’indagine procedeva, Perincek, nonostante le accuse spregevoli ed illegittime, apprezzò il “mito del leader imprigionato”, come Abdullah Ocalan. Le sue azioni furono giudicate scusabili, non importa quali fossero, mentre le sue idee continuavano a spostarsi verso destra. Tuttavia, negli ultimi due anni quel mito è andato distrutto. Dopo essere stato rilasciato, Perincek si unì con entusiasmo alla crociata di Erdogan contro la setta di Gulen, nonostante il fatto che Gulen e Erdogan fossero ugualmente responsabili della sua prigionia; Perincek considera Gulen “il nemico principale”, arrivando a sostenere i candidati di Erdogan al Consiglio superiore dei giudici e dei pubblici ministeri. Inoltre non si astiene dal sostenere l’introduzione dei programmi “turchi ottomani” nelle scuole superiori, di fatto facendo marcia indietro dalla sua posizione “kemalista”. Perciò, Perincek decise che non era più opportuno mantenere un “nome di sinistra”, come “Partito dei lavoratori”, e dopo un congresso ridicolo cambiò il nome del partito in “Partito della Patria”. Nonostante l’esigua base elettorale (0,3%), il partito si presenta coraggiosamente da “fronte unitario” (rinunciando sostanzialmente al ruolo di “partito d’avanguardia” teorizzato da Lenin) accogliendo con favore il genere di persone che ho già citato… Il resto della storia si svolge ai giorni nostri. Perincek continua a sostenere le incursioni illegittime di Erdogan in Siria, “finché l’esercito distrugge il PKK”, evita di commentare le palesi violazioni costituzionali di Erdogan e continua ad eliminare i socialisti “disobbedienti” (o meglio, i socialisti autentici) dal partito. E come Perincek giustifica tali azioni? E’ convinto che “ieri è ieri e oggi è oggi”, cioè, non ha remore ad allearsi anche con Erdogan finché combatte l’attuale “nemico principale”. Non ha alcun principio politico; o meglio, il suo unico principio politico è la realpolitik. Tali vizi, non esclusivi in lui, sono “tipici del politico in mala fede”; semplicemente è un capo inaffidabile e quindi va isolato”.
Ma ricordiamo la presunta funzione ‘eurasiatista’ della Turchia neo-ottomana di Erdogan, Perincek e Dugin, citando qualche fatto:
– I terroristi del cosiddetto esercito libero siriano (ELS) ricevevano qualche giorno fa dei missili antiaerei portatili, ad al-Bab, nella provincia di Aleppo. L’ELS opera nell’ambito dell’operazione turca ‘Scudo dell’Eufrate’, condotta da esercito e forze speciali turchi, da cui appunto i terroirsti filo-turchi e turcomanni ricevono i nuovi missili superficie-aria. Ciò indica che Ankara considera un confronto militare con l’Esercito arabo siriano, dopo aver occupato al-Bab una volta battuto lo Stato islamico.
– Secondo l’analista Sarqis Qasarjian, “4 autocarri carichi di armi sono entrati nella provincia di Idlib, in Siria, dalla Turchia, destinati ai terroristi ad Aleppo“. L’esercito turco ha fornito una grande quantità di armi e munizioni alla coalizione terroristica Jaysh al-Fatah, per impiegarle nell’operazione ‘Grande Epopea’, volta a spezzare l’assedio dell’Esercito arabo siriano ai terroristi nella parte orientale della città di Aleppo. Hawar News, inoltre, indicava che l’esercito turco istituiva un nuovo posto di frontiera a nord di Idlib, ad Uqayrabat, per inviare rinforzi, armi e munizioni ai gruppi terroristici sostenuti da Ankara. L’esercito turco inviava il 23 ottobre almeno 20 autocarri carichi di armi e munizioni ad Idlib, attraverso questo passaggio, in vista dell’assalto del Jaysh al-Fatah alle postazioni governative di Aleppo. Nel frattempo, anche 4 autobus con decine di terroristi si recavano ad Idlib via Atamah, prr poi essere spediti nei campi di battaglia di Aleppo. Un membro del Consiglio democratico siriano, Rizan Hado, rivelava anche che un elicottero turco era atterrato nei pressi di Atamah, nella provincia di Idlib, “L’elicottero trasportava numerosi ufficiali turchi e diverse scatole il cui contenuto non era noto, ma fonti dicevano contenere armi avanzate“. Da giugno, oltre 4000 terroristi avevano attraversato il confine tra Turchia e Siria, soprattutto per aiutare i terroristi intrappolati ad Aleppo.
– Presso Lataqia, il 13 novembre, i soldati dell’Esercito arabo siriano assaltavano le difese dei terroristi nei dintorni della fattoria al-Hayat. Le truppe siriane assaltavano le posizioni e i centri di Jabhat Fatah al-Sham nella provincia di Lataqia, “I centri di Fatah al-Sham nei villaggi e nelle città di frontiera tra Lataqia e Idlib e la Turchia, venivano attaccati dai soldati e dagli aerei siriani. Il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan ha trasformato queste aree di confine in corridoi illegali per il contrabbando di terroristi e munizioni in Siria“.
In sostanza, dei buoni esempi di cosa intenda Dugin quando sproloquia di ‘eurasiatismo’ con i suoi camerati neo-ottomani. E tornando proprio a Dugin, l’alleato ‘eurasiatico’ di Perincek visitava il parlamento turco l’8 novembre, dove veniva ancora introdotto come il “consigliere di Putin che aveva avvertito dell’imminente golpe turco” del 14 luglio; alle domande dei giornalisti turchi, rispondeva che “non ha portato alcun messaggio privato di Putin; la sua presenza (di Dugin) ad Ankara era per dimostrare la particolare amicizia della Russia alla Turchia”. Ciò in memoria dei soldati russi assassinati dai terroristi filo-turchi e dai militari turchi? Ma poi, è vero, ancora, che Dugin è vicino a Putin?
cxfnp7mxeaahtwgMi dispiace per coloro che s’immaginano analisti della Russia, ma che non vi hanno mai trascorso un giorno, non ne hanno mai studiato la cultura e la letteratura, né la lingua, e quindi non sanno leggere i media russi, che non sono monolitici e spesso rimproverano severamente le politiche di Putin e del Cremlino. Cliff Kincaid è uno di tali aspiranti ‘analisti’. Un solo passaggio illustra l’ignoranza profondamente imbarazzante di costui della scena politica russa e della psicologia di Putin. Kincaid puntella la sua ignoranza con tale convenzione: ‘Come abbiamo notato, il consulente di Putin Aleksandr Dugin è il leader del “Movimento Internazionale d’Eurasia”, che punta all'”alleanza strategica” tra Iran e Russia’. Se non fossi così occupato a piangere sull’abissale ignoranza degli affari esteri che sprofonda la nostra nazione di guerra in guerra, dopo tali manifestazioni di palesi sciocchezze senza senso, mi viene da ridere all’assurda idea che Dugin sia un “consigliere” di Putin, nozione su cui si basa gran parte delle ‘analisi’ della spazzatura neocon su Putin. Recentemente mi hanno chiesto del rapporto tra Dugin e Putin, ed ecco cosa ho detto: ‘A molti nel mondo occidentale viene detto dai critici anti-russi che il filosofo Aleksandr Dugin sia il “mentore” di Putin. Niente è più lontano dalla verità. Dugin è un uomo intelligente che vuole il potere per sé ed ha fatto disperati tentativi d’ingraziarsi Putin sezionandone il comportamento e sintetizzandone una filosofia. Quindi, non è particolarmente creativo o originale, e le cui idee non sono sue, ma sono solo tentativi amatoriali di tradurre le azioni di Putin in un’ideologia. Ecco il punto chiave: Putin non è un seguace di Dugin, più di quanto Dugin sia un seguace di Putin, come cercherò di dimostrare. Ecco un esempio da una recente intervista in russo (che Kincaid, che sfila come autorità sulla Russia, non saprebbe leggere). Una volta i leninisti dicevano: “Lenin visse, Lenin vive, Lenin vivrà”. Quando studiavo a Leningrado, c’erano striscioni sulle vie principali con questo messaggio di adorazione. Beh, come ho detto, Dugin non è molto creativo. Ha preso questa frase come base e vi ha creato il detto: “Putin è ovunque, Putin è tutto, Putin è assoluto, Putin è insostituibile”. Dugin ha anche usato un concetto di Tolstoj spacciandolo come proprio. Purtroppo, Dugin non ha mai veramente capito Putin. Dugin fece un discorso folle in un’intervista televisiva, invitando la gente ad “uccidere, uccidere, uccidere” (gli ucraini), e molti russi chiesero che venisse licenziato dalla cattedra di professore. In effetti, fu licenziato, e significativamente Putin non si oppose, né lo difese in alcun modo. Significativamente, Putin ha più volte detto, nelle interviste pubbliche, che russi ed ucraini sono fratelli. Vuole la conciliazione e vuole che i russi rispettino gli altri popoli. Così, nonostante il suo sciorinare erudizione, Dugin fu ingenuo nell’invocare l’uccisione degli ucraini, rivelando una totale incomprensione della mentalità di Putin. Dugin poi stupidamente accusò Putin di non averlo soccorso. Ovviamente, costui è un egoista che cerca di gonfiarsi associando la propria figura alle idee di Putin, ma non ha alcuna influenza su Putin, e dubito che l’abbia mai avuta. Putin è stato recentemente intervistato dai media russi e gli è stato chiesto quale fosse la sua ideologia. Putin ha detto che non ha alcuna ideologia che lo guidi, ma che è un conservatore e un pragmatico. Qualsiasi acuto osservatore di Putin (non accecato dal razzismo russofobico) avrebbe detto la stessa cosa. Questo è un segnale chiaro al pubblico che Putin non ha alcun legame con Dugin e che non è influenzato dall’ideologia dell”eurasiatismo’ (o qualunque altra cosa). La Russia è stata quasi distrutta da una ideologia. I russi s’intimidiscono quando si tratta di belle ideologie dal suono occidentale, tipo ‘progressista’ o ‘liberale’. Dugin aveva il suo posto al sole. Ora l’ha perso e sono convinto che Putin dica tra sé e sé che è stata ‘una liberazione’”.
img-20160811-wa0004_8820bda62de4d7719494Il 14 e 15 luglio 2016, Dugin aveva incontri privati con i funzionari dell’intelligence turca ad Istanbul… Al momento dell’incontro ci fu il tentativo di colpo di Stato, e il sindaco di Ankara e rappresentante del presidente Beldia Melih, descrisse la situazione dell’imminente colpo di Stato in un incontro con Aleksandr Dugin e Hasan Cengiz (il capo dei duginisti turchi), la mattina del 15 luglio. Ovvero almeno 12 ore prima del presunto colpo di Stato, Dugin e ovviamente i turchi sapevano che ci sarebbe stato. “Dopo il fallito golpe, Alexander Dugin e un reporter televisivo di Tsargrad, di sua proprietà, fecero un documentario di 3 ore”, a sostegno delle castronerie sull’avvertimento dei servizi segreti russi, di cui lo stesso Dugin è all’origine. Tale documentario di propaganda filo-Erdogna fu trasmesso poi in Russia per influenzarne l’opinione pubblica. Nel documentario compaiono Hasan Cengiz, il presidente della commissione costituzionale Burhan Kuzu, il sindaco dell’area metropolitana di Ankara Melih, il sindaco della città Mustafa Keçiören, oltre ad “alcune vittime” dei gulenisti. Mandato in onda l’8 agosto, il giorno prima del vertice del 9 agosto tra Putin ed Erdogan. Dal 4 agosto Aleksandr Dugin si è recato almeno 4 volte in Turchia. Infie, dopo aver detto nel 2015 a Spiegel che lui non ha mai incontrato Putin, il 4 agosto 2016 Dugin viene presentato in Turchia, ancora come massimo consigliere di Putin, e suo mentore ‘spirituale’…

Dugin incontra Salvini, e non Putin

Dugin incontra Salvini, e non Putin

Tra l’altro fu lo stesso Dugin, nell’agosto 2014, a dire che non ha nulla a che fare con Putin:
Se perdiamo l’Ucraina orientale, Kiev poi attaccherà la Crimea e veremo trascinati in una guerra. Se cediamo la Crimea, ci saranno proteste in Russia che porteranno al rovesciamento di Putin, e avremo la nostro euromaidan. Non so Putin, non ho alcuna influenza su di lui. Gli giro il mio appello per così dire per nulla, ma è mio dovere civico.
Spiegel: Se Putin dice che la Russia non deve solo proteggere i russi nel mondo, ma tutti coloro che si sentono parte del mondo russo, allora è molto vicino a voi. Sembra anche che combattiate l’egemonia degli USA. D’altra parte si dice che Putin non creda in alcuna idea. Se è così, è contro anche  l’occidente?
Dugin: Sì, certo. Ha una doppia personalità. C’è il Putin lunare e  quello solare, come dico. Il Putin solare è Putin come vorrei vederlo. Lunare quando guarda al mondo dal punto di vista degli accordi, contratti, collaborazioni, forniture di gas. Qui è pragmatico. Tra i due c’è un conflitto. Putin è una persona profondamente divisa: in primo luogo per l’annessione della Crimea, e poi passo dopo passo va nella direzione opposta. Ha lavorato nel servizio segreto, forse perciò dice esattamente il contrario di quello che vuol fare.
Anzi, Dugin profettizava che “Putin farà la fine di Gheddafi”, nel maggio 2014, ritenendo che il rifiuto di Putin d’inviare truppe in Ucraina significasse l’invasione ucraina della Crimea. Dopo di che le forze democratiche della Russia avrebbero iniziato massicce proteste e Russia Unita avrebbe seguito il destino del Partito delle Regioni ucraino. Perciò Putin, secondo Dugin, sarebbe stato rimosso dal potere. “Inoltre, il destino di Janukovich, Milosevic, Gheddafi e Sadam Husayn sarà anche di Putin, verrà ucciso come promesso, come Allende, se questa situazione permetterà la vittoria della palude e di Eco di Mosca, portando rapidamente al collasso della Russia e alla guerra civile. La democrazia sancirà la catastrofe geopolitica del 1991, raggiungendo il suo scopo e sarà irreversibile… Se Putin agisce in ritardo, quando le truppe della junta arriveranno in Crimea. La situazione sarà molto peggio, ma non fatale. Dietro montagne di cadaveri e di disperazione verso  Mosca della popolazione del Donbas, si rafforzerà il morale di Kiev e gli Stati Uniti aiuteranno con sempre maggiore coraggio la sesta colonna a Mosca, rafforzandone la posizione e ricattando Putin. … Allo stesso tempo, Putin dovrà reprimere in massa e agire con pugno di ferro in Russia. La battaglia sarà sanguinosa. La vittoria non sarà scontata. Perderemo tempo con cadaveri di bambini, milioni di persone e territori enormi frantumati, come la fiducia dei popolo in Ucraina e in Russia, in una parola, quasi tutti perderanno, ma non tutti. E forse ci riuniremo all’ultimo momento, come nel 1941 o nel Periodo dei Disordini o nel 1812, perché allora anche se avremo perso quasi tutto, recupereremo tempo. Ma finora siamo indietro ed è ancora possibile salvarci. Mentre è ancora in vita, Igor Strelkov, opera nelle RPL e RPL con Gubarev e Bolotov, Pushilin e Borodaj. Ancora con i difensori di Slavjansk, gli eroi di Lugansk. Domani saranno uccisi. E inizierà il terrore sanguinario. E Mosca umilmente aspetterà la guerra in attesa della scadenza dei debiti per il gas. Siamo in tempo massimo… Se Putin non invia l’esercito ora, inizieremo a scivolare nella follia, nel caos, nell’idiozia vittimistica passiva e sottomessa. Descrivere ciò in termini razionali è impossibile. Perderemo da deboli, perdendo visione e vita...”
Come non collegare ciò con il terrorismo autoindotto, catastrofista e disfattista di Giluietto Chiesa, uno pseudo-filorusso tendenzioso che profetizzava nel 2014 l’imminente distruzione della Federazione Russa, guidata da un confusionario e paralizzato Putin? Era un’analisi disinteressata della situazione in Russia all’indomani del golpe di Gladio a Kiev? No.

Dugin con il teorico della distruzione dell'URSS ed inventore di al-Qaida, Zbig Brzezinsky. Curiosamente, non ci sono foto di Dugin con Putin...

Dugin con il teorico della distruzione dell’URSS ed inventore di al-Qaida, Zbig Brzezinsky. Curiosamente, non ci sono foto di Dugin con Putin…

Giulietto Chiesa e i nazisti nell’Illinois
51yeo4gvmhlHo già fatto notare come Giulietto Chiesa, presunto amico della Russia e del popolo russo, si vanti pubblicamente di aver collaborato per venti anni (ripeto venti anni), dal 1980/81 al 2000, con una radio, Radio Liberty. E cos’è Radio Liberty?
Radio Liberty fu creata dal Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia (Amcomlib) nel 1951, nell’ambito dell’operazione QKACTIVE (attiva dal 1951 al 1971), attuata attraverso un’organizzazione di copertura (Comitato americano per la Liberazione dei Popoli della Russia – AMCOMLIB), a sua volta rientrante nell’operazione PBAFFIRM. Tale organismo, per poter svolgere attività antisovietica contro le democrazie popolari e l’Unione Sovietica, venne dotato dalla CIA appunto di Radio Free Europe e Radio Liberty, dell’Istituto per lo studio dell’URSS (BGCALLUS) presieduto da Stanislaw Stankiewicz, e di vari giornali e libri. Originariamente chiamata Radio Liberazione dal Bolscevismo, Radio Liberty iniziò a trasmettere da Lampertheim, in Germania, il 1° marzo 1953, coprendo le repubbliche democratiche popolari dell’Europa centro-orientale. Altre stazioni della Radio erano nella cittadina di Glória e nell’aeroporto Oberwiesenfeld di Monaco di Baviera, dove operavano diversi ufficiali e funzionari ex-nazisti, attivi presso il Ministero dell’Est durante il Terzo Reich. Il ministero fu creato durante la Seconda guerra mondiale per presiedere alla colonizzazione dei Paesi dell’Europa orientale e dei territori dell’URSS occupati dai nazisti. Nel 1955 Radio Liberty iniziò a trasmettere sulle province orientali dell’URSS da stazioni situate a Taiwan; e nel 1959 Radio Liberty iniziò le trasmissioni da una base a Platja de Pals, nella Spagna franchista.
E cos’era il Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia (Amcomlib), che ufficialmente avrebbe creato Radio Liberty?
Il Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia (ACLPR o AMCOMLIB), noto anche come Comitato americano per la Liberazione dal bolscevismo, era un’organizzazione anticomunista fondata nel 1948 dalla CIA, ed affidata a Mikola Abramchyk, che rappresentava i nazisti raccolti dal dipartimento di Stato degli USA nell’ambito dell’operazione Bloodstone. In effetti, AMCOMLIB non era altro che la versione americana del Blocco delle nazioni anti-bolsceviche e del Comitato per la liberazione dei popoli della Russia, organizzazioni fondate nel 1943 e nel 1944 dall’intelligence militare nazista e dalle SS, utilizzando collaborazionisti ucraini e baltici, fascisti locali, disertori e traditori sovietici. Tali organizzazioni redassero il Manifesto di Praga, che invocava il “diritto all’auto-determinazione” di qualsiasi gruppo etnico che vivesse nell’URSS. Secondo il professore Christopher Simpson, dell’American University, Frank Wisner, allora capo della Direzione piani operativi della CIA, arruolò 250 nazisti negli Stati Uniti, di cui 100 assunti per lavorare presso le radio statunitensi Voice of America e Radio Free Europe. La CIA creò una speciale sotto-unità per sorvegliare l’assunzione dei collaborazionisti nazisti, l’Ufficio progetti speciali, poi divenuto Ufficio per la politica di coordinamento, che il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli USA autorizzò con la direttiva segreta NSC10/2. NSC10/2 e operazione Bloodstone di fatto crearono Radio Free Europe e Radio Liberazione dal bolscevismo (poi Radio Liberty). Continua Simpson, “In numerosi casi, i selezionatori di Radio Free Europe e Radio Liberty non si presero nemmeno la briga di cambiare i nomi… dei comitati nazionalisti creati dai nazisti. In un atto d’indiscrezione rivelatore, anche l’organizzazione di copertura degli Stati Uniti per l’operazione Radio Liberazione, il Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia, prese il nome direttamente dal Komitet Osvobozhdeniia Narodov Rossii creato dalle SS e dal ministero degli Esteri del Terzo Reich, nel 1944. Il governo sovietico subito sottolineò la somiglianza tra la retorica delle trasmissioni di Radio Free Europe e Radio Liberty e quella dei nazisti, elencando anche i numerosi collaborazionisti nazisti che lavoravano in queste stazioni radio… così Radio Free Europe e Radio Liberty furono costrette a vietare l’uso del termine “bolscevismo” per via dell’inconfondibile associazione con la propaganda nazista nella mente degli ascoltatori europei”.
Quando Mikhail Gorbaciov andò al potere in Unione Sovietica, Radio Liberty sostenne a spada tratta la sua cosiddetta ‘Glasnost‘, ed infatti Gorbaciov, di cui Giulietto Chiesa è tutt’ora uomo di fiducia, sospese le attività sovietiche per bloccare le trasmissioni delle radio della CIA, e permise ai cosiddetti ‘dissidenti’ di rilasciare impunemente interviste presso Radio Liberty. E nel 1991, Radio Liberty, come lo stesso Giulietto Chiesa del resto, fu molto attiva nel sabotare il tentato golpe di Agosto contro Gorbaciov, nel tentativo di evitare la dissoluzione dell’URSS per mano della banda Gorbaciov-Eltsin-CIA. Le trasmissioni di Radio Liberty permisero a Gorbaciov e ad Eltsin di diffondere propaganda anti-sovietica, sabotando l’azione dei golpisti anti-NATO. Eltsin espresse gratitudine a Radio Liberty permettendole di aprire un ufficio permanente a Mosca, il 27 agosto 1991. Dal 1995 la stazione di Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) si trova a Praga, dov’è tutt’ora attiva nel sostenere il governo golpista neonazista a Kiev.

Dugin e Perincek

Dugin e Perincek

Fonti:
American Committee for the Liberation of the Peoples of Russia
AntiBolshevik Bloc of Nations
Cold War Radio: The Dangerous History of American Broadcasting in Europe, 1950-1989
Committee for the Liberation of the Peoples of Russia
Daily Sabah
Fars News
Fars News
Haber Erdogan-Putin gorusmesinin perde arkasi ve Alexander Dugin ozel roportaji
Ismail Hakki Pekin
Jeder Westler ist ein Rassist
Perincek, Preve and the shadows of reactionary opportunism, an autocritique
Radio Free Europe – Radio Liberty
So Dugin is Putin’s adviser, Mr. Kincaid?

Turkeys deep state has a secret backchannel to Assad
Turkey supplies its proxies in northern Aleppo with Manpads
Vvedenie voysk i semantika russkogo vremeni
What Nazi-Tied Roots to U.S. International Media Reveals About Ukraine Crisisbushgorb

La più grande operazione della seconda guerra mondiale

Agosto 1945: l’URSS sconfigge il Giappone
Bruno Birolli, Fascinant Japon

75b09cc90b375e5d5b717275e13Il 15 agosto 1945, l’imperatore Hirohito ordinava via radio al popolo giapponese di “sopportare l’insopportabile”. L'”insopportabile” era la resa incondizionata negata con forza finché il Giappone fu l’ultimo Paese dell’Asse a continuare la guerra. Cosa spinse Hirohito a chiedere la pace, dopo esser rimasto in silenzio o complice del militarismo giapponese nei quattordici anni di guerra voluti dal Giappone in Asia e Pacifico? La risposta che viene in mente è l’impatto devastante del bombardamento atomico di Hiroshima il 6 agosto 1945 e di Nagasaki il 9 agosto 1945. Fu la distruzione delle due città ridotte in cenere da tali armi terrificanti che costrinse Tokyo ha gettare la spugna. Tale analisi trascura un fattore cruciale: l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica il 9 agosto 1945, tre giorni dopo Hiroshima e Nagasaki, poche ore prima della fulminea conquista della Manciuria da parte dell’Armata Rossa durante ciò che fu la più grande operazione militare della seconda guerra mondiale. La guerra al Giappone fu contemplata da Stalin fin dal 1943, ma voleva evitare che l’URSS combattesse ad ovest e ad est, decidendo l’impegno militare in Asia non prima dell’eliminazione della Germania nazista. Alla conferenza di Jalta nel febbraio 1945, Stalin disse che avrebbe attaccato il Giappone tre mesi dopo la fine delle operazioni in Europa, per dare all’Armata Rossa il tempo di schierarsi in Estremo Oriente. Ad aprile, quando il regime nazista era moribondo, Stalin denunciò unilateralmente il patto di non aggressione che l’Unione Sovietica firmò con il Giappone nel 1941. Da maggio, Stalin trasferì lungo il fiume Amur il corpo d’armata che sconfisse la Germania. Nel luglio 1945, alla Conferenza di Potsdam, ex-residenza del re di Prussia Federico il Grande, Stati Uniti, Gran Bretagna e Repubblica di Cina rinnovarono l’ultimatum minacciando il Giappone di “distruzione totale” se non deponeva le armi. In apertura della conferenza, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman avvertì Stalin che gli Stati Uniti avevano testato un paio d’ore prima la bomba atomica e che decisero di utilizzare questa arma contro il Giappone. Tuttavia, tutt’altro che convinto che l’atomo ponesse fine alla guerra, Truman insistette ancora una volta che l’URSS s’impegnasse subito. Stalin accettò, voleva la sua parte dallo smembramento dell’impero giapponese. Ai primi di agosto 1945, l’Armata Rossa era pronta. In tre mesi, più di un milione e mezzo di soldati, 30000 pezzi di artiglieria e lanciarazzi, circa 5500 carri armati e cannoni d’assalto, 86000 autoveicoli e 3800 aerei attraversarono la Siberia, ammassandosi sul confine del Manchukuo, lo pseudo-Stato creato nel 1932 dai militari giapponesi dopo l’incidente di Mukden. La più grande operazione militare della seconda guerra mondiale era in preparazione. L’Armata Rossa non aveva mai concentrato tanti mezzi. Ma è vero che si lanciò alla conquista di un territorio grande quanto l’Europa occidentale.

Il piano di difesa giapponese
c__pia-de-a-manchuria-_8_1-1 Di fronte l’Armata Rossa agguerrita da quattro anni di combattimenti contro la potente Wehrmacht, sostenuta da un’industria bellica a pieno regime e indenne, che vantava una rete di comunicazione certamente ridotta ma intatta, il Giappone era solo l’ombra di se stesso. I suoi centri industriali venivano regolarmente rasi al suolo dall’Aeronautica statunitense. I suoi collegamenti marittimi con i territori ancora in possesso tagliati dalla flotta sottomarina e di superficie degli USA che, resa audace dall’assenza di risposta dei giapponesi, lanciava incursioni sulle coste dell’arcipelago e tutte le navi giapponesi ancora in navigazione. Il Giappone conservava ancora un’ultima carta: la Manciuria. La maggior parte delle città della Manciuria era fuori dalla portata dei bombardieri degli Stati Uniti e fu risparmiata. I raid aerei tentati contro Shenyang, come poi fu chiamata Mukden, ed altri centri industriali causarono pochi danni. L’armata principale dell’esercito imperiale prima del 1941, l’Armata del Kwantung in Manciuria, pur suddivisa, con il corpo che occupava il resto della Cina, erano le ultime forze del Giappone. Questo esercito di 700000 uomini, sulla carta, in realtà fu ridotto dai prelievi volti a rafforzare fronti come in Birmania. Se, in base ai criteri giapponesi, l’esercito Kwantung era ben equipaggiato, rispetto agli Alleati veniva surclassato nella maggior parte dei settori. Non aveva cannoni anticarro: i cannoni anticarro Modello 97 e Modello 98 (da 20 mm) e Modello 41 (da 47 mm) erano scadenti nei confronti delle pesanti corazzature sovietiche. I suoi blindati erano per lo più cingolette Modello 94 e 97 Te-Ke, e carri armati leggeri Modello 95 Ha-Go, progettati per supportare la fanteria e non per duellare con altri carri armati. I cannoni dei carri armati medi Modello 89 Chi-Ro, 94 e l’ultimo nato 97 Chi-Ha, non potevano perforare l’acciaio delle controparti sovietiche, ed erano molto vulnerabili alle potenti cariche sagomate degli avversari. L’Armata del Kwantung scontava la scelta del Comando di sacrificare i blindati alla fedeltà a una dottrina basata sulla fanteria e il risparmio (1). L’Aeronautica, circa 2000 velivoli, fu spogliata dei mezzi migliori, consegnati agli squadroni dei kamikaze nel Pacifico. La fanteria, chiave di volta del Kwangtung, fu gonfiata dall’immissione di ausiliari locali e coreani coscritti, che non avevano né la fedeltà né la tenacia degli effettivi giapponesi. Fu formata la cavalleria dei russi bianchi inquadrata dal partito fascista pan-russo del generale zarista V. A. Kislitsin, ma il suo valore militare era trascurabile (2). Infine, il comando non era dei più brillante: gli ufficiali più competenti erano finiti sotto il fuoco in altre aree.
Di fronte alla minaccia sovietica, l’Armata del Kwantung optò per una strategia ispirata alle battaglie del Pacifico. Non colpiva più l’avversario con tutte le forze alla ricerca della battaglia di annientamento, puntando sull’impatto frontale quale principio strategico più insegnato in Giappone dal 19° secolo. Dalla fine del 1942, i giapponesi erano sulla difensiva. Si trinceravano in capisaldi ingegnosamente sistemati per fare pagare a caro prezzo all’avversario l’avanzata. L’aggressività offensiva, la strategia dell’esercito imperiale, era divenuta una guerra di logoramento disposta a sacrificare fino all’ultimo uomo, nella speranza di esaurire l’avversario. Consapevole del fatto che le pianure centrali della Manciuria erano terreno per i carri armati sovietici, il piano giapponese mirava a rallentare l’Armata Rossa una volta che attraversava il fiume Amur, per dare il tempo all’Armata del Kwantung di ritirarsi nelle zone montuose al confine con la Corea. Influenzato dalla certezza che il soldato giapponese fosse il migliore del mondo, il comando giapponese intese riconquistare il vantaggio forzando i sovietici a combattere a piedi in queste aree boschive e scoscese, avverse ai carri armati. L’esperienza contro gli statunitensi nel Pacifico si rifletté ancora una volta: l’esercito imperiale abbandonò gli spazi aperti, le spiagge nel caso delle isole del Pacifico, sottolineando le infinite possibilità delle fortificazioni nel terreno accidentato e mimetizzate nella vegetazione. Dietro il piano giapponese si nascondeva un vecchio pensiero strategico. L’obiettivo non era tenersi la Manciuria, sapendone i giapponesi la vulnerabilità, ma fare di questa regione una zona cuscinetto a protezione della Corea. Annessa all’Impero nel 1910, separata dal Giappone dallo stretto di Tsushima, largo appena 100 km ed ancora più facile da attraversare, dato che in mezzo vi è l’isola che da il nome a questo canale tra Mar del Giappone e Mar Giallo, la penisola è un trampolino di lancio ideale per lo sbarco nell’arcipelago. Per bloccare questa porta, il Giappone entrò in guerra contro la Russia nel 1904. E seguendo lo stesso ragionamento, l’Armata del Kwantung preparò un santuario al confine coreano. I giapponesi vi arrivarono dopo la revisione strategica iniziata mezzo secolo prima. Se durante la prima guerra cino-giapponese (1896) e la guerra russo-giapponese tale discussione fu rilevante, nell’estate 1945 non aveva nulla a che fare con la comprensione razionale dei rapporti di forza, dimostrando il vuoto dottrinale dell’esercito imperiale compensata da una fede incrollabile nel senso di sacrificio del soldato giapponese nell’invertire il corso della storia.
In sintesi, l’obiettivo non era battere i sovietici, ma fare lo stesso di ciò che i giapponesi tentavano per fare esaurire gli statunitensi nel Pacifico. Non più la sconfitta ma suscitare disgusto nell’avversario provocando vittime a un livello insostenibile. Il piano giapponese aveva un difetto strutturale: l’errore ripetuto rigidamente dall’alto comando giapponese dagli anni Trenta. Le sue aspettative erano solo proiezioni di come i giapponesi avrebbero diretto la campagna se avessero mantenuto l’iniziativa. Il loro ragionamento corrispose perfettamente ai mezzi a disposizione dei militari, ma ignorò i profondi cambiamenti che la guerra in Europa comportò tra il 1939 e il 1945. Nel 1931, carente in blindati, tranne pochi carri Renault T4, mai utilizzati per il gelo, l’Armata del Kwantung conquistò la Manciuria seguendo le linee ferroviarie. I giapponesi dedussero quindi che i sovietici avrebbero fatto lo stesso. E dato che il confine con la Mongolia era inaccessibile via treno, i giapponesi non rafforzarono quel settore lasciandolo scoperto. Eppure è proprio da lì che i carri armati sovietici entrarono scatenando una delle blitzkrieg più brutali della Seconda Guerra Mondiale.

L’offensiva sovietica
7267051Il 9 agosto 1945, alle quattro del mattino, l’Armata Rossa iniziò l’offensiva. I servizi segreti sovietici compresero le intenzioni giapponesi e le operazioni furono adattate di conseguenza. L’offensiva generale seguì tre linee, ognuna con una funzione molto specifica. Un attacco in direzione est-ovest dalla provincia marittima tra Khabarovsk e Vladivostok. Allo stesso tempo, le forze sovietiche passavano il fiume Amur e si lanciavano verso il sud. Ma questi due fronti non erano volti a sferrare il colpo fatale: erano diversivi per spezzare, bloccare e ingannare l’Armata del Kwantung. Il cuore dell’offensiva sovietica partiva dalla Mongolia dove, con una manovra a tenaglia nella steppa, i sovietici intendevano massimizzare l’esperienza sui corazzati appresa contro i tedeschi. L’armamento di questi tre fronti corrispose esattamente al ruolo assegnatogli. I fronti orientale e settentrionale concentravano la gran parte dell’artiglieria pesante e della fanteria d’assalto per distruggere i bunker al confine, mentre il corpo occidentale la cui missione era effettuare lo sfondamento, era formato soprattutto da unità corazzate tra cui le famose divisioni d’élite della Guardia. Ben informati sui punti deboli dei mezzi anticarro dell’Armata del Kwantung grazie agli emigrati russi stabilitisi in Manciuria e ai disertori coreani e cinesi del Kwangtung, i sovietici deliberatamente si privarono del T-34, meglio armato ma troppo pesante per le paludi confinanti la Mongolia, a favore dei carri leggeri di vecchio modello ma molto più veloci. La chiave del successo del piano sovietico era la velocità. L’isola di Sakhalin, la cui metà meridionale era giapponese dalla guerra russo-giapponese, non fu dimenticata. L’11 agosto, i sovietici sfondarono la linea dei bunker che segnava il 50° parallelo sul confine tra i due Paesi. Lo stesso giorno sbarchi avvennero a nord delle coste orientali della Corea.
L’Armata Rossa usò tutte le tattiche con cui schiacciò la Wehrmacht, sbarramenti d’artiglieria fenomenali, bombardamenti aerei implacabili sulle retrovie, movimenti avvolgenti di concentramenti corazzati. Tuttavia, ad est, i sovietici impiegarono in modo innovativo flottiglie di chiatte e monitor in sostituzione di carri armati e artiglieria ostacolati dalle paludi gonfie per le piogge estive e dall’assenza di strade percorribili. Queste chiatte pesantemente armate risalirono il fiume Sungari (affluente del fiume Amur che attraversa la Manciuria) e permettevano con un pescaggio di 15 cm gli sbarchi al tergo dei capisaldi giapponesi. Queste operazioni, supportate da onnipresenti aerei, rimangono nella storia un raro esempio di guerra fluviale in acqua, terra e cielo. La scommessa del comando giapponese di bloccare o almeno ritardare l’Armata Rossa fallì. Costantemente sopraffatta, la Kwantung non poté riorganizzarsi. La fanteria giapponese tuttavia mostrò un fanatismo che sconvolse i veterani più incalliti dei pesanti combattimenti in Europa. Mai i tedeschi dimostrarono tale determinazione. Per compensare l’assenza di armi anticarro, i soldati giapponesi si gettarono in massa sotto i cingoli dei corazzati stringendo una mina o un carico di dinamite sul petto. I contrattacchi furono condotti come nel Pacifico, assalti banzai con la baionetta che i sovietici falciarono senza pietà (1). Questi sacrifici furono vani. Nonostante la resistenza suicida la Kwangtung crollò. L’Armata del Kwantung pagò il prezzo di una concezione della guerra obsoleta. I giapponesi non capirono il ruolo svolto dai blindati nella Battaglia di Khalkhin Gol, o incidente di Nomonhan per i giapponesi, contro i sovietici sei anni prima. Tuttavia, tali scontri limitati e diffusi da maggio a luglio 1939, furono un campo di addestramento per il futuro Maresciallo Georgij Zhukov. E’ in questa zona infestata da zanzare, tra la Mongolia e il Manciukuo, che i sovietici perfezionarono i principi dell’interazione tra artiglieria, blindati e fanteria d’assalto che poi opposero con successo ai tedeschi e portarono al culmine contro i giapponesi nell’agosto 1945.

Il sollievo degli Stati Uniti
1-image1308371029_type1 Non più di quanto gli statunitensi non informarono i sovietici sui dettagli del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, Stalin mantenne segreta la data dell’offensiva contro il Giappone. Alla notizia dell’invasione della Manciuria, gli statunitensi si sentirono sollevati. Il Viceammiraglio John H. Cassady, il secondo in comando nelle operazioni navali, subito espresse il sentimento degli statunitensi. Il blocco del Giappone era imperfetto a causa del Mar del Giappone, “non avevamo alcuna base in questa regione e anche se la Marina Imperiale era stata distrutta, portare le nostre navi in un mare chiuso era una manovra rischiosa. È evidente che i nuovi (l’entrata in guerra dell’URSS) risolvono il problema. Ora il Giappone sul fianco nord-ovest non solo affronta uno dei più grandi eserciti del mondo, ma questi territori consentiranno potenti attacchi aerei contro i suoi impianti militari e industriali… Ora possiamo preparare l’invasione del Giappone con fiducia. Questo non vuol dire che la guerra è vinta. Ma la nostra missione s’è ridotta e abbiamo tutte le ragioni per credere che il tempo si è notevolmente ridotto”. (2) Il New York Times credeva che il Giappone fosse in una situazione ancora più disastrosa della Germania dopo il fallimento dell’ultimo contrattacco nelle Ardenne. Il giorno dopo, lo stesso giornale espose la sua analisi: “La speranza che il Giappone continui a dividere gli Alleati respingendo l’assalto finale facendolo pagare caro agli alleati con gli attacchi suicidi, è ormai andata. L’impero usurpato è diviso in due dalle forze anglo-statunitensi in mare e in Cina e con le isole oggetto del blocco e di raid aerei devastanti; il Giappone subisce l’assalto diretto sull’ultima posizione, per molti aspetti più solida, la Manciuria. Qui è dove il Giappone ha consolidato le sue industrie di guerra e basa le forze più potenti rimastegli, la Kwantung… Come la Germania, il Giappone deve ora condurre una guerra su due fronti, ancora meno in grado di condurla dell’ex-alleata“. Il Generale Douglas MacArthur vide chiaramente il vantaggio militare dell’intervento sovietico, trasmettendo il giorno dell’entrata in guerra dell’URSS la seguente dichiarazione: “Sono felice dell’entrata in guerra dell’Unione Sovietica contro il Giappone. Rende possibile una vasta manovra a tenaglia, che non può non distruggere il nemico. In Europa, la Russia era l’est, gli alleati l’ovest. Ora siamo l’est e la Russia è l’ovest, ma il risultato sarà lo stesso“. (3) I sovietici liberarono gli statunitensi dalla paura di vedere la Kwangtung in Manciuria trasferita e trincerata in Giappone. Quindi, al momento, più che l’effetto dei due bombardamenti atomici, ancora stimati male, fu l’impatto dei sovietici in guerra che segnò gli strateghi statunitensi.

Hirohito si reincarnò pacifista
16541-img_2 Le reazioni nel Palazzo Imperiale alla distruzione di Hiroshima, all’attacco sovietico e al bombardamento di Nagasaki sono ancora poco note. I partecipanti alle discussioni le tennero segrete o diedero informazioni parziali e favorevoli all’imperatore. Questi tre eventi avvennero troppo rapidamente per dare all’entourage di Hirohito forti argomenti per costringere i militari a cedere le armi. Per salvare il trono, andava reinventato il suo occupante. Il capo bellicoso e indifferente al destino dei suoi sudditi in guerra, Hirohito, divenne in quei giorni decisivi un benevolo pacifista prigioniero di una consorteria estremista (4). Dopo aver esitato nella notte, Hirohito ordinò a Kido Koichi, guardiano del sigillo imperiale e consigliere più stretto, di scrivere il testo che poneva fine alla guerra. Per evitare qualsiasi suggerimento che potesse, in un modo o nell’altro, testimoniare contro l’imperatore e renderlo responsabile della guerra e della sconfitta, i due studiosi incaricati di redigere il testo lottarono per tre giorni prima di redigere una copia in stile arcaico greve di contorsionismi a malapena comprensibili. Il testo finale fu presentato ad Hirohito la notte del 14 agosto 1945 e lo lesse alla radio il giorno dopo, a mezzogiorno. La sconfitta della Germania e l’entrata in guerra dell’URSS furono evocate da questa frase criptica: “La tendenza generale nel mondo si è rivoltata contro i nostri interessi“. L’allusione alla bomba atomica è tuttavia più esplicita: l’enorme potere distruttivo dell’atomo impressionò e per salvare “la civiltà umana… dalla totale estinzione” che il Giappone si arrese, anche se quella parola, resa, non fu mai pronunciata. Anche prima della fine delle ostilità, la storia della Seconda Guerra Mondiale fu riscritta. Nelle settimane seguenti la capitolazione, il ruolo svolto dall’URSS nella sconfitta del Giappone fu riconosciuto. Naruhiko Higashikuni, nominato primo ministro il 16 agosto 1945, ammise nel suo primo discorso al parlamento del 5 settembre 1945 che la dichiarazione di guerra dell’Unione Sovietica mise il Giappone nella “peggiore situazione possibile“. Allo stesso tempo, il capo del governo di transizione riprese il mito della bomba atomica come unica causa della sconfitta giapponese. Fu per salvare il Giappone e la sua popolazione da tali terribili bombe che Hirohito cedette le armi “nell’interesse della pace e dell’umanità“. (5)
Negli anni, tale racconto si sviluppò. L’invasione della Manciuria nel 1931 e della Cina nel 1937 e la campagna in Manciuria nel 1945, altra tappa fondamentale della seconda guerra mondiale in Asia, furono ignorate. Non fu per gli errori strategici che il Giappone perse la guerra, ma per l’uso da parte degli statunitensi di armi inumane. Il riflesso naturale degli storici nel concentrarsi sulla parte degli Stati Uniti nella storia radicò tale visione. Ma dimenticare il ruolo dell’URSS fu anche motivato politicamente. Se la guerra fredda non era ancora iniziata ai primi di settembre 1945, gli statunitensi impedirono l’occupazione sovietica del Giappone, divenuto affare esclusivamente statunitense, se si prescinde dalla presenza di un piccolo contingente australiano ad Hiroshima che non ebbe alcun ruolo politico. Riconoscere i meriti dell’Armata Rossa avrebbe concesso un posto all’URSS nella riorganizzazione della società giapponese. La guerra fredda scoppiò in Asia prima che in Europa, aggravata dal confronto militare in Cina con la guerra civile vinta da Mao Zedong (1949) e in Corea (giugno 1950). Concentrarsi sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e ripulire Hirohito furono essenziali per fare del Giappone il pilastro asiatico del sistema di difesa degli Stati Uniti.%d1%81%d0%bb%d0%b0%d0%b2%d0%b0-%d0%ba%d1%80%d0%b0%d1%81%d0%bd%d0%be%d0%b9-%d0%b0%d1%80%d0%bc%d0%b8%d0%b8-%d0%be%d1%81%d0%b2%d0%be%d0%b1%d0%be%d0%b4%d0%b8%d1%82%d0%b5%d0%bb%d1%8c%d0%bd%d0%b8%d1%86Note:
1) U.S. War Department, Handbook on Japanese Military Force, 1944, Louisiana State University Press, Baton Rouge, 1991.
2) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
3) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
4) The New York Time, 9 agosto 1945.
5) William Manchester, American Caesar, Douglas MacArthur 1880-1964, Little, Brown and Company, Boston Toronto, 1977, p 438-439.
6) Herbert P. Bix, Hirohito and The Making of Modern Japan, Perennial, New York, 2001.
7) The New York Time, 6 settembre 1945.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Duterte vuole ridurre la presenza degli USA in Asia avendo la Russia all’orizzonte

Noriko Watanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 26 ottobre

rodrigo-duterte-and-shinzo-abe-e1477483762491Il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha abbracciato il Primo ministro giapponese Shinzo Abe a Tokyo, dopo la recente visita in Cina. Immediatamente Duterte ha espresso calore verso il Giappone, sottolineando chiaramente che gli Stati Uniti hanno “perso”. Se il Giappone, di conseguenza, accettasse un possibile nuovo quadro geopolitico, le élite politiche di Tokyo sfuggirebbero alla continua “camicia di forza di Washington”. Questo non solo in senso negativo, ma da troppo tempo gli USA trascinano il Giappone nelle convulsioni internazionali che non sono nell’interesse della nazione. Pertanto, con nuove relazioni all’orizzonte della Federazione russa con Giappone e Filippine, nuove possibilità sarebbero vicine. Il Presidente Vladimir Putin della Federazione Russa cerca un nuovo approccio con il Giappone su economia, energia, geopolitica, scienza e tecnologia, disputa territoriale e altri campi essenziali. Tuttavia, alle élite politiche della Federazione Russa serve avere fiducia verso il Giappone basandosi su sincerità e reciproco rispetto. Eppure, la Federazione Russa non può realmente fidarsi del Giappone finché Tokyo riprende la politica statunitense sull’Ucraina, nonostante l’Ucraina abbia scarso interesse geopolitico per il Giappone.
Duterte, parlando apertamente e francamente, ha detto ad Abe che le Filippine “non abbandoneranno il partenariato e la sicurezza con il Giappone, data l’opinione comune che conflitti e problemi con le altre nazioni vadano risolti pacificamente, conformemente al diritto internazionale“. La dichiarazione congiunta di Giappone e Filippine dichiara: “I due leader hanno sottolineato la necessità di garantire la sicurezza marittima e la sicurezza, elementi vitali per pace, stabilità e prosperità dei Paesi e della regione“. Tuttavia, Duterte, proprio come nella visita in Cina, ha ribadito a Tokyo che le Filippine vogliono ridurre il ruolo degli USA, nelle Filippine e in Asia, in ambito militare. A Tokyo, in occasione del Forum economico delle Filippine, Duterte ha detto, “Voglio, forse nei prossimi due anni, che il mio Paese si liberi della presenza di truppe militari straniere… le voglio fuori e se devo rivedere o abrogare accordi, accordi esecutivi, lo farò“. È interessante notare che, proprio come Abe sposta certi limiti rafforzando i legami con la Federazione russa, nonostante l’apprensione del presidente Obama, il Giappone non evita di rafforzare i legami con le Filippine. Al contrario, sembra che il Giappone tragga vantaggio dalla debolezza degli USA di Obama. Abe ha detto a Duterte che, “Spero di rendere le relazioni Giappone-Filippine ancora più solide e di svilupparle significativamente“.
Nel campo dell’economia, gli imprenditori giapponesi hanno accolto le parole di Duterte, che ha detto: “Vorrei sottolineare che i legami economici più forti con il Giappone sono e continueranno ad essere una priorità per le Filippine, mentre celebriamo il 60° anno delle nostre relazioni bilaterali… vediamo il Giappone fulcro costante nei nostri impegni regionali, primo e unico partner bilaterale nel libero scambio delle Filippine fino ad oggi“. Ora sembra il momento opportuno per il Giappone e la Federazione russa di costruire sulle sabbie mobili emerse in Medio Oriente e in Asia con l’amministrazione Obama. Se Abe può “cogliere l’attimo” e la Federazione russa gioca i tanti assi che detiene, in particolare energia, forze armate, potenti relazioni con la Cina, sviluppando ancor più l’Asia centrale ed altre regioni, allora l’Asia sarebbe modellata con maggiore indipendenza.
Naturalmente, il Giappone continuerà ad avere forti relazioni con gli USA nel prossimo futuro. Tuttavia, a differenza del passato, si spera che il nuovo rapporto si basi sulla forza piuttosto che la mitezza. In altre parole, il Giappone dovrebbe adottare un approccio da mediatore onesto tra le nazioni contrariate da certi aspetti della politica estera degli USA. Pertanto, è importante per il Giappone allentare la “camicia di forza statunitense” e divenire una potenza economica normale, concentrandosi soprattutto sugli interessi dello Stato nazionale, piuttosto che sugli obiettivi di Washington, pur conservando un rapporto forte con gli USA.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia, Cina e Arabia Saudita domano l’egemonia del dollaro

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Economista laureato presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

Gli Stati Uniti aumentano gli ostacoli tentando di mantenere l’egemonia del dollaro come valuta di riserva mondiale. Negli ultimi mesi, i Paesi emergenti hanno venduto un molti buoni del tesoro degli USA, principalmente Russia e Cina, ma anche Arabia Saudita. Inoltre, per proteggersi dalle violente fluttuazioni del dollaro, le banche centrali di diversi Paesi acquistano enormi quantità di oro per diversificare le riserve valutarie. In breve, l’offensiva globale nei confronti del dollaro è esplosa attraverso la vendita massiccia di debito degli Stati Uniti e, in parallelo, l’acquisto colossale di metalli preziosi.
debt-cartoon-china La supremazia di Washington nel sistema finanziario globale ha subito un colpo tremendo ad agosto: Russia, Cina e Arabia Saudita vendevamo titoli del Tesoro degli Stati Uniti per 37,9 miliardi di dollari, secondo l’ultimo aggiornamento dei dati ufficiali pubblicato da pochi giorni. Dal punto di vista generale, gli investimenti globali nel debito pubblico degli Stati Uniti sono al livello minimo dal luglio 2012. Chiaramente, il ruolo del dollaro a valuta di riserva mondiale è ancora messo in discussione. Nel 2010, l’ammiraglio Michael Mullen, presidente del Joint Chiefs of Staff statunitense, avvertì che il debito era la principale minaccia alla sicurezza nazionale. A mio avviso, non è tanto l’alto debito pubblico (oltre i 19000 miliardi) ad ostacolare l’economia degli Stati Uniti, ma per Washington è di fondamentale importanza garantirsi un enorme flusso di risorse estere ogni giorno, per coprire i deficit gemelli (commercio e bilancio); cioè per il dipartimento del Tesoro è questione di vita o di morte vendere titoli di debito nel mondo e così finanziare le spese degli USA. Si ricordi che dal fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008, Bank of China ha subito forti pressioni da Ben Bernanke, allora presidente della Federal Reserve (FED), a non vendere i titoli del debito degli Stati Uniti. In un primo momento, i cinesi decisero di mantenere il dollaro. Tuttavia, da allora, per due volte, la PBoC evitava di acquistare altri titoli degli Stati Uniti e, allo stesso tempo, avviava un piano per diversificare le riserve valutarie. Pechino acquista oro in maniera massiccia negli ultimi anni, e lo stesso fa la banca centrale della Russia. Nel secondo trimestre del 2016, le riserve auree della Banca di Cina hanno raggiunto le 1823 tonnellate contro le 1762 tonnellate registrate nell’ultimo trimestre del 2015. La Federazione Russa ha aumentato le riserve auree di circa 290 tonnellate tra dicembre 2014 e giugno 2016, chiudendo il secondo trimestre di quest’anno con un totale di 1500 tonnellate. Di fronte ai brutali scossoni del dollaro è fondamentale acquistare asset più sicuri come l’oro che, in tempi di grave instabilità finanziaria, agisce da rifugio sicuro. Quindi la strategia di Mosca e Pechino nel vendere titoli del Tesoro degli USA e comprare oro, viene seguita da molti Paesi. Come stimato dal Fondo monetario internazionale (FMI), le riserve auree delle banche centrali nel mondo hanno già raggiunto il massimo degli ultimi 15 anni, registrando ai primi di ottobre un volume di circa 33000 tonnellate.
La geopolitica fa la sua parte nel plasmare il nuovo ordine finanziario mondiale. Dopo l’imposizione delle sanzioni economiche al Cremlino, a partire dal 2014, il rapporto con la Cina ha avuto grande rilevanza per i russi. Da allora, le due potenze hanno approfondito i legami in tutti i settori, dall’economia e finanza alla cooperazione militare. Inoltre, assicurando la fornitura di gas alla Cina per i prossimi tre decenni, il Presidente Vladimir Putin ha costruito con l’omologo Xi Jinping una potente alleanza finanziaria che cerca di porre fine una volta per tutte al dominio della moneta statunitense. Attualmente, gli idrocarburi che Mosca vende a Pechino sono pagati in yuan, non dollari. Così, la “moneta del popolo” (renminbi in cinese) emerge gradualmente nel mercato mondiale degli idrocarburi con il commercio tra Russia e Cina, Paesi che, a mio parere, guidano la costruzione del sistema monetario multipolare. La grande novità è che alla corsa per la dedollarizzazione dell’economia globale si è unita l’Arabia Saudita, Paese per decenni fedele alleato della politica estera di Washington. Sorprendentemente, negli ultimi 12 mesi Riad s’è sbarazzata di più di 19 miliardi di dollari investiti in titoli del Tesoro degli Stati Uniti, divenendo insieme alla Cina uno dei principali venditori di debito degli Stati Uniti. A peggiorare le cose, il regno saudita si accanisce sempre più con la Casa Bianca. A fine settembre, il Congresso degli Stati Uniti approvava l’eliminazione del veto del presidente Barack Obama ad una legge che consente negli USA di denunciare l’Arabia Saudita in tribunale per il presunto coinvolgimento negli attentati dell’11 settembre 2001. In risposta, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC) ha raggiunto un accordo storico con la Russia per ridurre la produzione di petrolio e quindi promuovere l’aumento dei prezzi. E’ anche sorprendente che giusto oggi Pechino abbia aperto allo scambio diretto tra yuan e riyal saudita attraverso il Trading System Foreign Exchange della Cina (CFETS, nell’acronimo inglese) per le transazioni tra le due valute senza passare dal dollaro. Di conseguenza, è molto probabile che, più prima che poi, la compagnia petrolifera Saudi Aramco accetti pagamenti in yuan invece che dollari. Se si accadesse, la Casa dei Saud punterebbe tutto sul petroyuan. Il mondo cambia davanti ai nostri occhi…

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA tentano d’intimorire l’Asia per la sua “vicinanza alla Cina”

Tony Cartalucci, LD, 24 ottobre 2016china_thailand_military_exerciseE’ ormai chiaro che l’influenza degli USA, nonostante il “perno verso l’Asia”, evapora nell’Asia-Pacifico. Washington ha subito sconfitte geopolitiche praticamente in ogni nazione dell’Asia- Pacifico, anche nei Paesi guidati da regimi che hanno meticolosamente organizzato, finanziato e sostenuto per decenni. Inoltre svanisce anche tra le nazioni considerate da tempo alleate cruciali degli Stati Uniti. Come la Thailandia nel Sud-Est asiatico, che gli USA ricordano sempre al mondo essere stato alleato di Washington dalla guerra fredda, dalla guerra in Vietnam e forse anche da prima.

L’evanescente influenza di Washington ha delle ragioni
Tuttavia, in realtà, la Thailandia ha gradualmente smantellato l’influenza statunitense, diversificando commercio e cooperazione con molte nazioni, come la Cina, per non avere legami con nessuna di esse in particolare. Il commercio della Thailandia si concentra principalmente in Asia, con la maggior parte delle importazioni ed esportazioni divise equamente tra Cina, Giappone e ASEAN, e l’occidente collettivamente secondario nel mercato, anche se non trascurabile. Non è un caso che i legami geopolitici della Thailandia riflettano quelli economici, rivelando che le realtà economica e socio-politica guidano le relazioni internazionali indipendentemente dall’ampio “soft power” a disposizione di Washington. Uno sguardo alle scorte militari della Thailandia rivela una strategia simile nella diversificazione nell’acquisizione di armi e nelle partnership, e nei sistemi sviluppati dall’industria nazionale. Ciò che prima erano forze armate dominate da materiale ed esercitazioni militari statunitensi, è passato all’acquisizione di carri armati cinesi, aerei da guerra europei, fucili d’assalto mediorientali, elicotteri russi e blindati thailandesi, così come le esercitazioni congiunte avvengono con varie nazioni, tra cui per la prima volta la Cina. Un cambiamento simile si verifica nel resto dell’Asia, con la Cina naturalmente che copre la grande quota della cooperazione regionale per la sua dimensione economica, geografica e demografica. La trasformazione dell’Asia era del tutto prevedibile, e malgrado gli Stati Uniti cerchino di “contenere” la Cina e conservare l’influenza nel resto dell’Asia, hanno ignorato i fondamentali fattori economici e socio-politici, concentrandosi sulla coercizione attraverso “accordi” commerciali e compromettenti “alleanze” militari, creando e perpetuando strategie della tensione artificiali sia nelle nazioni prese di mira che tra gli Stati asiatici.

Altri espedienti al posto delle ragioni
Gli Stati Uniti, indifferenti ai fattori che hanno portato al declino nell’Asia Pacifico, hanno deciso di moltiplicare gli espedienti del “soft power” piuttosto che esaminare e migliorare le proprie basi economiche. Ciò include l’uso di programmi volti a cooptare “giovani leader” nella regione per promuovere gli interessi degli Stati Uniti e tentare d’invertire politicamente l’avanzata dell’Asia sui piani economico e geopolitico. Ciò comprende anche la propaganda incessante volta a ritrarre le nazioni della regione capitolare a Pechino su varie questioni, che chiaramente sono nell’interesse dell’intera regione. Un editoriale del Bangkok Post, giornale creato dal governo degli Stati Uniti, intitolato “La saga di Wong si ritorce contro il regime”, tenta di sostenere che la recente deportazione di un agitatore finanziato dagli Stati Uniti a Hong Kong, in Cina, simboleggi “l’adattamento di Bangkok” ad “ogni capriccio” della Cina. L’articolo afferma: “La detenzione di 12 ore del noto attivista democratico di Hong Kong Joshua Wong all’aeroporto di Suvarnabhumi colpisce il regime militare mentre critiche arrivano da attivisti locali e internazionali per i diritti umani sull’adattamento eccessivo della Thailandia alle richieste di Pechino“. L’articolo enumera diversi altri accordi tra Bangkok e Pechino, sostenendo anche che sono vantaggio solo di Pechino, come la deportazione di sospetti terroristi verso la Cina, diretti in Turchia e probabilmente aderenti ad organizzazioni terroristiche internazionali attive in Siria.

Ciò che è buono per la Cina, è buono per l’Asia
In realtà, Joshua Wong ha certamente tentato di entrare in Thailandia per seminare a Bangkok la stessa instabilità sostenuta dagli Stati Uniti ad Hong Kong. Ha specificamente incontrato gli agitatori sostenuti dagli Stati Uniti che a Bangkok formano uno dei vari fronti che tentano d’impadronirsi di nuovo del potere a favore dei partiti sostenuti e legati a Washington. Così, la deportazione di Wong in Cina era nell’interesse di Pechino e Bangkok. Allo stesso modo, la deportazione di sospetti terroristi verso la Cina ha avvantaggiato entrambe le nazioni. Se la Thailandia fosse il passaggio dei terroristi diretti in Siria, e la Siria dovesse crollare su pressione dei terroristi armati dagli USA, ciò porterebbe all’instabilità globale che si riverbererebbe su tutta l’Asia, colpendo Cina e Thailandia. I tentativi degli Stati Uniti di destabilizzare la Cina, primo partner commerciale di tutte le nazioni dell’Asia, è un’altra minaccia diretta alla regione, e non solo a Pechino. È l'”adattamento” a Pechino a garantire la stabilità e ad impedire agli Stati Uniti di ripetere il “successo” dei loro sforzi per fomentare l’instabilità politica in Nord Africa e Medio oriente che hanno portato nella regione guerre, morte ed esodo di decine di milioni di persone, collasso socio-economico di intere nazioni, e possibile grande guerra tra diverse regioni del pianeta. L’ironia del Bangkok Post è che omette dalla sua chiara propaganda, il fatto che in assenza degli interessi della Cina, l’Asia per decenni si “adattò” ad ogni capriccio di Washington. Non sorprende che un giornale fondato da un ex-ufficiale dei servizi segreti degli Stati Uniti e finanziato dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti non denunci dalle proprie pagine lo stesso eccezionalismo spudorato che gli Stati Uniti esibiscono sul palcoscenico internazionale. Tuttavia, si tratta di un rozzo “eccezionalismo” controproducente, tanto che l’Asia ha collettivamente deciso di farne a meno mentre avanza verso il futuro. Prima Washington lo capisce e l’accetta, prima potrà razionalmente riallineare le relazioni con l’Asia verso qualcosa di tangibilmente costruttivo. Washington accettando l’Asia come regione indipendente e autonoma, e come concorrente significativo, potrà decidere se tale concorrenza sia sana e costruttiva, o imporre un clima di confronto e guerra perennemente imminente.thai_exports

Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora