Il ruolo degli “intellettuali di sinistra” imperialisti

Prof. Michel Chossudovsky, Mondialisation, 13 gennaio 2018Ciò a cui assistiamo in Nord America ed Europa occidentale è la falsa militanza sociale, controllata e finanziata dalla dirigenza aziendale. Tale manipolazione impedisce la formazione di un vero movimento di massa contro guerra, razzismo ed ingiustizia sociale. Il movimento contro la guerra è morto. La guerra imposta alla Siria è descritta “guerra civile”. Anche la guerra allo Yemen è descritta guerra civile. Mentre l’Arabia Saudita continua a bombardare, il ruolo insidioso degli Stati Uniti viene banalizzato o semplicemente ignorato. “Dato che gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti, non vediamo la necessità di lanciare una campagna contro la guerra“. La guerra e il neoliberismo non sono più al centro della militanza della società civile. Finanziato da enti di beneficenza aziendali, attraverso una rete di organizzazioni non governative, l’attivismo sociale è frammentato. Non esiste un movimento integrato anti-globalizzazione e anti-guerra. La crisi economica non è percepita come legata alle guerre degli Stati Uniti. Il dissenso è compartimentato. I movimenti di protesta “incentrati su particolari questioni” (ad es. ambiente, anti-globalizzazione, pace, diritti delle donne, LGBT) sono incoraggiati e generosamente finanziati, a scapito di un movimento di massa omogeneo contro il capitalismo globale. Tale mosaico era già una realtà nei summit G-7 e dei Popoli negli anni ’90, così come nel primo World Social Forum del 2000, che raramente adottò un atteggiamento anti-guerra inequivocabile. Gli eventi organizzati dalle ONG e generosamente finanziati da fondazioni imprenditoriali hanno lo scopo tacito di creare profonde divisioni nella società occidentale per mantenere l’ordine sociale esistente e l’agenda militare.

Siria
Il ruolo dei cosiddetti intellettuali “progressisti” che parlano a favore del programma militare statunitense e della NATO va sottolineato. Non c’è niente di nuovo. Segmenti del movimento contro la guerra che si oppose all’invasione dell’Iraq nel 2003 tacitamente appoggiano gli attacchi aerei di Trump contro il “regime di Assad” in Siria, che presumibilmente “massacra il proprio popolo”, uccidendolo con attacchi chimici premeditati. Secondo Trump, “Assad ha tolto la vita a uomini, donne e bambini indifesi“. In un’intervista rilasciata a “Democracy Now” il 5 aprile 2017 (due giorni prima degli attacchi di Trump alla Siria), Noam Chomsky dichiarava di essere a favore del “cambio di regime” suggerendo che l'”eliminazione” negoziata di Bashar al-Assad portasse alla soluzione pacifica. Secondo Chomsky, “Il regime di Assad è immorale, compie atti orribili e pure i russi”. Accuse prive di alcuna prova e documento. Una scusa per coprire i crimini di guerra di Trump? Le vittime dell’imperialismo sono accusate con nonchalance dei crimini dell’imperialismo: “(…) Sa, non possiamo dirgli “vi uccidiamo. Vedete di negoziare”. Non funziona. Ma un processo in cui Bashar al-Assad sia eliminato coi negoziati (con i russi) potrebbe portare a una sorta di sistemazione. L’occidente non l’avrebbe voluto (…) All’epoca pensavano di poter rovesciare Assad, quindi non voleva farlo e la guerra continuò. Avrebbe funzionato? Non lo sapremo mai. Ma si sarebbe potuto provare. Nel frattempo, Qatar ed Arabia Saudita sostengono i jihadisti, che non sono diversi dallo SIIL. Quindi c’è orrore da tutte le parti. Il popolo siriano viene decimato”. (Noam Chomsky su Democracy Now, 5 aprile 2017).
In Gran Bretagna, Tariq Ali, descritto dai media inglesi come il capo del movimento pacifista di sinistra nel Regno Unito dalla guerra del Vietnam, invocava la dipartita del Presidente Bashar al-Assad. Il suo discorso ricorda quello dei guerrafondai di Washington: “Assad deve essere abbattuto, (…) e il popolo siriano fa del suo meglio per farlo (…) Il fatto è che la stragrande maggioranza dei siriani vuole che la famiglia di Assad se ne vada ed è il nocciolo che dobbiamo capire e che Assad dovrebbe capire (…) Ciò che è necessario in Siria è un governo nazionale laico per preparare una nuova costituzione (…) Se il clan di Assad si rifiuta di rinunciare al controllo sul Paese, prima o poi succederà qualcosa di disastroso (…) Il loro futuro si decide e non c’è per loro”. Intervista a RT nel 2012. Tariq Ali, portavoce della coalizione Stop the War, evitò di menzionare che Stati Uniti, NATO ed alleati sono attivamente coinvolti nel reclutamento, addestramento e armamento di un esercito di mercenari terroristi (sopratutto stranieri). Sotto le mentite spoglie del cosiddetto movimento progressista contro la guerra, Ali tacitamente legittima l’intervento militare occidentale sotto la bandiera della “guerra al terrore” e della cosiddetta “responsabilità di proteggere” (R2P). Il fatto che al-Qaida e Stato islamico siano segretamente supportati da Stati Uniti e NATO viene ignorato. Secondo l’autore inglese William Bowles, Tariq Ali è uno dei molti intellettuali di sinistra imperialisti che hanno distorto la militanza contro la guerra nel Nord America e in Europa: “Ciò evidenzia la contraddizione di essere un cosiddetto socialista pur avendo il privilegio di far parte dell’élite intellettuale dell’impero, venendo molto ben pagato per aver detto alla Siria ciò che dovrebbe e non dovrebbe fare. Non vedo alcuna distinzione tra l’arroganza di Ali e quella occidentale, che pretende esattamente la stessa cosa, che Assad deve andarsene!

John Deutch, capo della CIA nel 1995-1996. Amico intimo di Noam Chomsky.

Il movimento contro la guerra di oggi
Il capitalismo globale finanzia l’anticapitalismo. Tale relazione è tanto assurda quanto contraddittoria. Non può esserci alcun significativo movimento contro la guerra quando il dissenso è generosamente finanziato dagli stessi interessi aziendali obiettivo del movimento di protesta. Come McGeorge Bundy, ex-presidente della Fondazione Ford (1966-1979), una volta disse: “Tutto ciò che la fondazione Ford ha fatto va visto come sforzo per rendere il mondo sicuro per il capitalismo“. Molti “intellettuali di sinistra” oggi cercano di “rendere il mondo sicuro” per i guerrafondai. Il movimento contro la guerra di oggi non mette in discussione la legittimità di chi prende di mira. Oggi, i “progressisti” finanziati da grandi fondazioni, con l’approvazione dei media istituzionali, impediscono la formazione di un movimento popolare contro la guerra significativo e nazionale. Un movimento pacifista coerente deve anche opporsi a qualsiasi forma di cooptazione, essendo consapevole che una parte significativa della cosiddetta opinione “progressista” sostiene tacitamente la politica estera degli Stati Uniti, anche gli “interventi umanitari” auspicati da ONU e NATO. Un movimento contro la guerra finanziato da fondazioni aziendali è una causa e non la soluzione. Un movimento pacifista coerente non può essere finanziato dai guerrafondai.

La via da seguire
Ciò che è necessario è creare una rete ampia e popolare che cerchi di sradicare i modelli di autorità e processo decisionale relativi alla guerra. Questa rete va stabilita in tutta la società, le città e i villaggi, nei luoghi di lavoro e nelle parrocchie. Sindacati, associazioni di agricoltori, associazioni professionali e imprenditoriali, associazioni studentesche, associazioni di veterani e gruppi basati sulla fede sarebbero invitati ad unirsi alla struttura organizzativa pacifista. Questo movimento dovrebbe estendersi anche alle forze armate, di fondamentale importanza per infrangere la legittimità della guerra tra i militari. Il primo compito sarebbe neutralizzare la propaganda bellica con un’efficace campagna contro la disinformazione dei media. I media istituzionali sarebbero direttamente presi di mira, il che porterebbe al boicottaggio dei principali media, responsabili della disinformazione via media. Allo stesso tempo, questo sforzo richiederebbe la creazione di un processo per sensibilizzare i concittadini sulla natura della guerra e della crisi economica globale, permettendo anche di “diffondere il messaggio” efficacemente con una rete avanzata, attraverso media alternativi su Internet, ecc. Negli ultimi tempi, i media online indipendenti sono oggetto di manipolazione e censura, con lo scopo preciso di danneggiare l’attivismo pacifista su Internet. La creazione di tale movimento, che minerebbe seriamente la legittimità delle strutture del potere politico, non è un compito facile. Ciò richiederà solidarietà, unità e impegno senza precedenti nella storia del mondo. Rimuoverà anche gli ostacoli politici ed ideologici nella società e parlerà con una sola voce. Infine, sarà necessario deporre i criminali di guerra e processarli.

Jeremy Corbyn e Tariq Alì

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Dissezionare le rivolte iraniane

Marwa Osman AHT 6 gennaio 2018Le guardie rivoluzionarie iraniane annunciavano il 3 gennaio la “fine dei disordini” sollevati in cinque giorni proteste in Iran. Ciò avveniva durante le grandi manifestazioni a sostegno della leadership iraniana, che non hanno impedito al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di continuare le provocazioni. Dopo un’ondata di proteste in Iran dal 28 dicembre, proseguite per tre giorni, la calma prevaleva nella maggioranza delle città iraniane. Nella prima risposta all’appello del Presidente iraniano Hassan Rouhani alla cooperazione, l’IRGC mostrava disponibilità ad “aiutare il governo a superare le sfide economiche“, mentre decine di migliaia di persone manifestavano ad Ahwaz, Arak, Ilam, Kermanshah, Gorgan e altre città a sostegno della leadership iraniana e per rigettare le “interferenze straniere”. I sostenitori intonavano “Morte all’America”, “Morte ad Israele”, “Morte agli ipocriti”, riferendosi all'”Organizzazione dei mujahidin del popolo” dell’Iran, noto come Mojahedin-e-Khalq Organization (MEK) che accusavano di “incitamento alle violenze”. La calma in Iran segnalava che le cosiddette “proteste” erano finite, mentre il Comandante della Guardia rivoluzionaria, Mohammad Ali Jafari, ufficialmente annunciava la “fine dei disordini”, affermando che “la prontezza della sicurezza dell’Iran ha di nuovo sconfitto il nemico; perché se vivessimo nelle condizioni di Egitto, Tunisia e Libia, le perdite sarebbero state enormi”. Nelle osservazioni pubblicate sul sito “La Guardia”, Jafari dichiarava che “durante i moti, coloro che vi parteciparono non superavano i 1500 individui e i rivoltosi non superavano i 15000 in tutto il Paese”, sottolineando che “migliaia di persone vivevano all’estero e sono state addestrate dagli Stati Uniti“, e tenendo presente “anche i sostenitori del ritorno del dominio dello Shah e del MEK”. Jafari affermava anche che “i nemici della rivoluzione sono intervenuti pesantemente coi social media”. Sulla stessa nota, il Ministro delle Comunicazioni Mohammad Jawad Azeri Jahromi disse che il Paese non toglierà il divieto ai social media Telegram, a meno che i contenuti che incitano al “terrorismo” non vengano rimossi. Jahromi osservò in televisione che “le autorità accolgono le critiche dai social media, ma nelle condizioni attuali, in particolare su Telegram, c’è propaganda che invoca violenze e terrorismo”.

Cosa scatenò le proteste in Iran?
L’insoddisfazione per la situazione economica è la fondamentale scusa delle proteste accesesi nella città di Mashhad il 28 dicembre, a differenza delle ragioni politiche che scatenarono le proteste di massa nel 2009. Nonostante la pesante propaganda mediatica occidentale che ha vomitato quantità abnormi di menzogne etichettando il movimento come politico, la vera causa delle proteste era economiche, risultate dell’annuncio del fallimento fatti da 10 banche e aziende a Mashhad, punto d’appoggio perfetto affinché forze estere ne approfittassero incoraggiando e promuovendo atti terroristici nell’Iran. Il 29 dicembre 2017, le autorità iraniane avevano tracciato il quadro della situazione nella periferia del Paese. Le dimostrazioni si propagarono nell’ovest, nella provincia di Kermanshah, così come nella città nordorientale di Mashhad, dove i rivoltosi ripeterono gli stessi slogan: Morte a Rouhani/No a Siria/No al Libano/No a Gaza/ Corruzione ovunque. L’indicatore più importante della natura politica di tale mossa si ebbe quando i rivoltosi di Mashhad si radunarono nei pressi della casa di Sayyed Ibrahim Raissi, uno dei più importanti assistenti del Leader supremo Ayatollah Sayyed Ali Khamenei, indicando che il “movimento” mirava al simbolo della rivoluzione islamica, Imam Ali Khamenei, piuttosto che a migliorare condizioni economiche e tenore di vita. In questo particolare aspetto, il Dott. Mohammad Sadeq al-Husseini, ricercatore e commentatore politico iraniano, rivelava ad al-Mayadin il 30 dicembre, che gli incaricati di gestire tale movimento rivoluzionario anti-islamico in Iran agivano da un centro operativo ad Irbil, che supervisiona direttamente le operazioni nelle regioni occidentali dell’Iran. Secondo il Dott. Husseini, che affermava che le informazioni provenivano dall’intelligence iraniana, questo centro operativo era gestito da un organismo composto da: 4 alti ufficiali statunitensi, 3 ufficiali israeliani, 4 ufficiali sauditi, 1 rappresentante personale del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, 3 funzionari dell’Organizzazione dei mujahidin del popolo (MEK). Un altro centro operativo era responsabile delle operazioni nell’Iran orientale, nella città afgana di Herat. Secondo il Dott. Husseini, questo centro era supervisionato da un ente composto da: 3 ufficiali statunitensi, 3 ufficiali israeliani, 2 ufficiali sauditi, 1 rappresentante personale del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, rappresentanti del gruppo Army of Justice e dell’Organizzazione dei mujahidin del popolo (MEK). Tali centri operativi sono tra i tanti fondati a Dubai, Riyadh, Kabul, Baku, Londra, Strasburgo, New York e Tel Aviv. Il Dott. Husseini poi aggiunse che le fonti iraniane avevano rivelato che Michael D’Andrea, ufficiale della Central Intelligence Agency (CIA) e neonominato capo della missione iraniana dell’Agenzia, responsabile del dossier iraniano, a fine maggio Il 2017, era dietro i disordini. Tale ufficiale è famigerato nella comunità di sicurezza degli Stati Uniti per l’estrema crudeltà nel torturare i detenuti di Guantanamo. Tuttavia, ciò che sarebbe ben noto di lui è che ha ottimi rapporti col Mossad israeliano e che partecipò all’assassinio del comandante di Hezbollah Imad Mughnyah. D’Andrea è legato a due grandi fallimenti. Nel 2009, quando un afghano, reclutato dallo stesso D’Andrea, si fece esplodere a una riunione di ufficiali della CIA in Afghanistan uccidendone sette. E nel 2015 quando ordinò l’attacco coi droni su un obiettivo in Afghanistan, uccidendo due ufficiali della CIA in ostaggio nell’area colpita.
D’Andrea attualmente supervisiona i centri operativi a Riyadh, Tel Aviv, Irbil e Herat. Mentre aiutò a crearne uno a Riyadh per le operazioni del MEK. Questo centro è diretto da un certo Dr. Mahmud Zahedi. Un altro centro operativo del MEK fu attivato a Parigi col consenso del governo francese ed è attualmente gestito dall’assistente di Mariam Rajavi, Dr. Reza, il cui cognome è sconosciuto. Mariam Rajavi è a capo del gruppo MEK sponsorizzato da Stati Uniti e NATO, elencato dall’Iran come organizzazione terroristica. Nel frattempo, le autorità iraniane arrestavano un cittadino europeo durante le proteste ant-governative nella città di Borujerd, nella provincia del Lorestan, nell’Iran occidentale. Il funzionario giudiziario iraniano Tariq al-Hassan fu citato dall’agenzia Tasnim dire che “un cittadino europeo è stato arrestato nella regione di Borujerd” aggiungendo che “si ritiene sia stato addestrato dai servizi d’intelligence europei e guidasse i rivoltosi nell’area“. Questa notizia apparve mentre si parlava del rinvio della visita del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in Iran, apparentemente su richiesta del Presidente iraniano Hassan Rouhani che sollecitava l’omologo francese, presidente Emmanuel Macron, ad agire concretamente contro il gruppo di Rajavi, MEK, coinvolto nelle rivolte in Iran, prima della visita del suo ministro degli Esteri a Teheran.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le “proteste” iraniane svelano l’inganno dei media alternativi

Adam Garrie, Russia Truth 2 gennaio 2018Le “proteste” dell’Iran hanno rivelato la piena estensione della miopia endemica dei cosiddetti “media alternativi”. Mentre prevedibilmente i media mainstream occidentali hanno adottato la retorica anti-iraniana del regime sionista e della Casa Bianca di Trump, ciò che può scioccare alcuni è che anche molti cosiddetti “alt-media” l’hanno fatto. Gli “alt-media” sono vittime del proprio successo, costruito più sull’opportunismo che sul principio. Per molti, la guerra dei terroristi filo-occidentali e wahhabiti contro la Repubblica araba siriana è stato lo spartiacque tra chi era inorridito dai molti cosiddetti liberali occidentali che, dalle proteste contro la guerra in Iraq perché George W. Bush non sapeva mettere su una frase compiuta, erano finiti col sostenere (direttamente o tacitamente) le guerre d’aggressione di Barack Obama contro Libia e Siria, semplicemente perché era un buon oratore. Data la natura protratta del conflitto in Siria, molti ingenui liberali occidentali e alcuni ex-neocon iniziarono a rendersi conto che in Siria, un governo secolare, tollerante, multietnico, multi-confessionale, progressista e moderno affrontava un chiaro barbaro attacco indiscutibilmente riprovevole da parte dei terroristi taqfiri armati, aiutati e finanziati dai governi occidentali e dai loro alleati Arabia Saudita ed “Israele”. Perciò e per la paura naturalmente egoistica della minaccia globale da parte di gruppi come al-Qaida e SIIL, molti occidentali si schierarono superficialmente con la Siria senza avere la più pallida idea di ciò che sostenevano, né la volontà di studiare la storia della Repubblica araba siriana, del baathismo o l’eredità del Presidente Hafiz al-Assad, per non parlare del figlio, Presidente Bashar al-Assad.
Molti occidentali non vollero evidentemente comprendere che la battaglia della Siria, se beneficiava la civiltà globale, veniva combattuta nel contesto specifico della lunga storia del nazionalismo arabo. La Siria non esiste a beneficio degli stranieri, ma del suo popolo e della comunità araba. La Siria è, naturalmente, partner di tutte le nazioni sinceramente amiche, da Russia e Cina, a Iran e Corea democratica. Tuttavia, molti analisti non arabi considerano il conflitto in termini egoistici, rappresentando una mentalità coloniale inconscia. Molto di ciò è triste riflesso della mentalità di chi scriveva “analisi” così limitate. Non si può desiderare il bene della Siria, senza comprendere la natura del suo sistema politico e, di conseguenza, perché qualsiasi alterazione esterna al sistema renderebbe le vittorie militari siriane, in definitiva inutili. Il futuro della Repubblica araba siriana non dipenderà dal sostegno di gruppi e individui che si limitano ad esultare per l’Esercito arabo siriano per egoismo, senza preoccuparsi del futuro della Repubblica araba. Il futuro della Siria dipende da chi vede l’arabismo come elemento inseparabile della società, delle leggi e del carattere nazionale della Siria. E ora il centesimo cade ancora più in profondità.
A differenza della Siria, l’Iran non ha affrontato l’attacco militare interno dai terroristi taqfiri, anche se l’anno scorso lo SIIL organizzò un attentato ad importanti siti di Teheran. Il risultato furono 18 martiri iraniani nell’assalto dei terroristi taqfiri che i servizi di sicurezza iraniani dissero essere orchestrati dall’Arabia Saudita, primo alleato arabo degli USA. Tuttavia, poiché la lotta dell’Iran al terrorismo takfirò avviene all’estero, l’atrocità dei taqfiri del 2017 a Teheran fu ignorata da molti osservatori occidentali. In effetti, a causa di decenni di propaganda anti-iraniana, il costante e irremovibile aiuto dell’Iran a Siria e Iraq nella lotta al terrorismo è passato in sostanza inosservato. Ma ora i vili pregiudizi di molti occidentali s’illustrano a pieno. Il governo iraniano, come quello baathista siriano, è un governo rivoluzionario, progressista che mette la sovranità al di sopra della sottomissione all’imperialismo finanziario occidentale e che pone la lotta della Palestina al di sopra della capitolazione alle prepotenze aggressive. Questo non vuol dire che siriani e iraniani non abbiano lamentele sui loro governi. Lo fanno e l’esprimono apertamente e pacificamente nella normalità seguita nel mondo (tranne che in posti come Arabia Saudita, Palestina occupata, Bahrayn, Libia post-NATO). Non è questo il problema, ma dei reazionari sostenuti dall’occidente/sionismo e dei loro scagnozzi che tentano di reinstallare uno shah-fantoccio a Teheran, mentre al-Qaida, SIIL, terroristi curdi, terroristi baluchi e gruppo terroristico MeK coglievano l’opportunità di distruggere l’Iran.
A differenza del governo baathista rivoluzionario laico siriano, la rivoluzione iraniana è islamica. Questo, naturalmente, non ha mai vietato all’Iran di avere buoni rapporti con l’Armenia cristiana, la Russia secolare/ortodossa, la Siria confessionale laica o la Jugoslavia popolare democratica. Allo stesso modo, i recenti sforzi per migliorare le relazioni tra Pakistan a maggioranza sunnita e Repubblica islamica dell’Iran hanno avuto grande successo fin dall’inizio. Anche Turchia ed Iran hanno notevolmente ampliato le relazioni nell’ultimo anno, nonostante le differenze storiche, politiche e spirituali. È solo l’occidente laddove l’ideologia del liberalismo si oppone alla rivoluzione islamica. Altri Paesi laici o non sciiti non hanno problemi a formare partenariati ed alleanze con l’Iran. In questo senso, il liberalismo occidentale e il wahhabismo condividono il bigottismo nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, che non hanno altri senza un governo di tipo iraniano. Così, se molti liberali e nuovi neo-con occidentali si sono temporaneamente allineati alla Repubblica araba siriana baathista per una combinazione di opportunismo e autoconservazione, il caso dell’Iran che affronta minacce provenienti dalle stesse fonti (Stati Uniti, “Israele”, Arabia Saudita) riscuote scarsa simpatia dai molti cosiddetti “alt-media” occidentali. Invece sono tornati alla vecchia forma, ignorando le richieste di solidarietà alla Repubblica islamica o chiedendone apertamente la fine, perché la rivoluzione islamica è incompatibile con il loro bigottismo liberale/neocon. Sembra che l’Iran sia la linea rossa per molti “alt-media”, dimostrando che il sostegno delle opinioni alternative alla Siria era formata e limitata dall’egoismo. A costoro non importa niente della Palestina, perché non vivono nella paura di un jet israeliano che gli bombarda la casa. A costoro non importa niente dell’Iran, perché sono stati programmati dalla propaganda sionista ad odiare la Rivoluzione islamica, nonostante il carattere pacifico e progressista. Ciò che non capiscono è che la Siria vede la guerra contro gruppi come SIIL nell’ambito della lotta per liberare il mondo arabo dall’imperialismo sionista/occidentale. Inoltre, gli iraniani vedono la loro battaglia per preservare la rivoluzione islamica nell’ambito della battaglia contro l’oscurantismo wahhabita. Con amici così bifronte, la Siria dovrà essere felice di sbarazzarsene quando non troveranno la causa siriana “utile” al proprio programma egoistico. Se gli individui politicamente compromessi con l’occidente si preoccupassero davvero dei principi di sovranità nazionale, opposizione all’imperialismo occidentale, sionista e wahhabita. uguaglianza tra le nazioni e pace tra i popoli, sarebbero pronti a sostenere l’Iran. Invece sardonicamente insultano la Rivoluzione iraniana, cultura, governo e costumi dell’Iran e il popolo iraniano.
Naturalmente, ci sono molti “alt-media” genuini da sempre. Gli stessi che venivano ignorati prima che gli orrori dello SIIL svegliassero dal sonno. Ora che molti pensano che lo SIIL sia stato distrutto, sono pronti a tornare a dormire. Questa è l’eterna vergogna dell’inganno degli “alt-media” e sarà gloria eterna per chi sostiene la Rivoluzione Islamica, come coloro che in Siria spalleggiano fratelli e sorelle iraniani nonostante abbiano forme diverse di governo rivoluzionario.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sala operativa di Irbil dietro i disordini in Iran

IFP News 7 gennaio 2018Il segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezaei afferma che una sala operativa nel Kurdistan iracheno, guidata da un agente della CIA, ha orchestrato i recenti disordini in Iran.
Parlando a una cerimonia, Rezaei ha detto che i recenti disordini in Iran sono stati ideati da una sala operativa istituita pochi mesi prima nella capitale della regione irachena del Kurdistan, Irbil. “La sala è guidata da Michael D’Andrea, capo delle operazioni della CIA in Iran“, aggiungeva, secondo l’agenzia Khabar online. “Alle riunioni della sala operatoria di Irbil partecipavano il cognato di Sadam Husayn, il capo dello staff del figlio di Sadam, e vari rappresentanti dell’Arabia Saudita e del gruppo terroristico Mojahedin-e Khalq Organization (MKO)“, aggiungeva. Rezaei osservava che il Consiglio degli Esperti riceveva anche rapporti e indagava sulla presenza di un rappresentante degli Emirati Arabi Uniti nella sala. Rezaei, Comandante in capo dell’IRGC negli anni ’80, affermava che la sala operativa attingeva ai social media per lanciare il piano per creare disordini in Iran a fine dicembre. “Durante la prima fase del piano denominato Surefire Convergence Strategy, gli organizzatori della sala operativa pensavano di poter prendere il controllo delle città iraniane. Avevano programmato il contrabbando di armi in Iran nella fase successiva per preparare ulteriori assassini in Iran per convincere la comunità internazionale ad imporre nuove sanzioni al Paese“. “Dall’altro lato, ci si aspettava che il gruppo terrorista MKO chiedesse aiuto ai Paesi europei per entrare in Iran e minarne la sicurezza“, osservava. Rezaei aveva anche detto che le commissioni politiche, di difesa e di sicurezza del Consiglio degli Esperti studieranno i recenti disordini in Iran per stilare altri rapporti per il consiglio.
La settimana scorsa erano scoppiate numerose proteste pacifiche per problemi economici in diverse città iraniane, ma divennero violente quando gruppi di partecipanti, alcuni dei quali armati, danneggiarono proprietà pubblica e attaccarono stazioni di polizia ed edifici governativi.

Michael D’Andrea, a sinistra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Europa non segue gli Stati Uniti sull’Iran

Moon of Alabama – 4 gennaio 2018La reazione alle piccole proteste in Iran è un altro cuneo tra Stati Uniti ed Europa, esponendo la belluina lobby sionista e la sua influenza su media e politica statunitensi. Il problema dimostra la crescente divergenza tra gli interessi autentici di Stati Uniti e d’Israele. Alcune dimostrazioni antigovernative e attacchi ad istituzioni pubbliche continuano in Iran. Ma, come mostra il grafico, tali proteste e rivolte continuano a diminuire. Le manifestazioni ieri si sono svolte in soli 15 luoghi mentre, dal 28 dicembre, 75 città e cittadine hanno visto alcune forme di protesta od incidenti. Oltre alle varie marce filogovernative svoltesi ieri, ognuna delle quali di gran lunga più grande di quelle antigovernative. Le violenze contro la proprietà pubblica di alcuni rivoltosi ha alienato i legittimi manifestanti che avevano ampie ragioni nel respingere la politica neo-liberista dell’attuale governo iraniano. L’istigazione alle violenze dall’estero, probabilmente a causa delle macchinazioni della CIA, gli ha usurpato la voce. Già mi chiedevo: “Perché gli Stati Uniti lo fanno? Il piano potrebbe non essere rovesciare immediatamente il governo iraniano, ma istigare una forte reazione del governo iraniano contro i terroristi nel suo Paese… Questa reazione può quindi essere utilizzata per attuare sanzioni peggiori contro l’Iran, in particolare dall’Europa. Sarebbe un altro tassello del grande piano per soffocare il Paese ed ulteriore passo nell’escalation”, e “L’amministrazione ha appena chiesto una sessione di emergenza delle Nazioni Unite sulla situazione. È una mossa risibile…” Davvero ridicolo. Altri membri del Consiglio di sicurezza e il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno respinto i piani degli Stati Uniti. Non è compito delle Nazioni Unite inserirsi negli affari interni di un qualsiasi Paese. Ma anche per chi crede che l’ONU ne abbia diritto, le proteste in Iran, valutate in non più di 15000 persone alla volta, e forse 45000 in totale, sono insignificanti per giustificare qualsiasi reazione delle Nazioni Unite. L’Unione Europea, principale obiettivo dei piani statunitensi per reimporre le sanzioni all’Iran, ha ufficialmente rifiutato tali tentativi. Il ministro degli Esteri svedese dichiarava che sono “inaccettabili” e che la situazione non lo giutifica. Il presidente francese Macron avvertiva che la rottura delle relazioni con l’Iran porterebbe alla guerra. Era piuttosto esplicito sugli autori di tali mosse: “La Francia ha relazioni solide con le autorità iraniane e vuole mantenere questo legame perché “agire in altro modo significa ricostruire surrettiziamente un ‘asse del male’”,… vediamo chiaramente il discorso ufficiale di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, nostri alleati in molti aspetti, è un discorso che ci porterebbe alla guerra con l’Iran”, aggiungeva, osservando senza ulteriori dettagli che si tratta di una “strategia deliberata di certuni“.” Il ministro degli Esteri russo avvertiva gli Stati Uniti contro ogni interferenza negli affari interni dell’Iran.
Nel frattempo la TV ammiraglia saudita, al-Arabiya, sfidava The Onion affermando che l’Iran aveva convocato Hezbollah, unità irachene e mercenari afghani per sedare le proteste. Il vicepresidente Pence sul Washington Post si lamentava della presunta mancanza di reazione dell’amministrazione Obama alle proteste in Iran, ma non annunciava alcuna reazione dell’amministrazione Trump. I redattori del Washington Post aggiungono numerosi editoriali di lobbisti pro-sionisti che attaccano l’Iran e accusano l’Europa di non seguire la linea di Trump. L’anti-iraniana Fondazione per la difesa delle democrazie, finanziata da uno speculatore estremista sionista, riceve ampio spazio nei giornali statunitensi:
Adam H. Johnson @adamjohnsonNYC – 4:04 AM – 3 Jan 2018
Nelle ultime 72 ore il gruppo pro-cambio di regime radicale FDD ha avuto presenze su NYTimes, Washington Post, NYPost, Politico e WSJ sull’Iran, ripetendo in ciascuno gli stessi punti di discussione triti e interventisti.
Adam H. Johnson @adamjohnsonNYC – 6:14 PM – 3 Jan 2018
Avendo esaurito i rispettivi spazi designati nei rispettabili WSJ, WaPo, Politico e NYTimes per questa settimana, il FDD è calato oggi sul Washington Times. Triste!
Il blog apparentemente “centrista” Lawfare pubblicava un appello per inviare mine improvvisate con “Penetratori Forgiati Esplosivi” ai manifestanti iraniani. (Durante l’invasione dell’Iraq, la resistenza locale li usò contro gli occupanti statunitensi. Le forze armate statunitensi mentirono affermando che provenissero dall’Iran). Il redattore di Lawfare, il famigerato Benjamin Wittes, sembra essere d’accordo, scrive che non pubblica mai nulla di suo sul suo sito. L’unica lamentela riguarda il fatto che la richiesta di armare i rivoltosi in Iran manca di valido ragionamento giuridico. (Ci si chiede come reagiranno gli scrittori di Lawfare se la Cina consegnasse armi anticarro alla prossima incarnazione di Occupy Wall Street). C’è una grande campagna negli Stati Uniti che segue le manifestazioni piuttosto piccole in Iran. La campagna è volta a creare un’atmosfera da guerra. I media danno ampio spazio, ma gli Stati Uniti sono soli. L’Arabia Saudita è una tigre di carta che non conta niente ed Israele non può fare nulla contro l’Iran. L’Asse della Resistenza è pronto alla guerra, dice il leader di Hezbollah Nasrallah, spiegando che sarà condotta in Israele. Stephen Kinzer sottolinea che l’ostilità statunitense per l’Iran e il suo governo non ha alcun senso strategico: “La storia decreta che qualsiasi governo iraniano dev’essere fortemente nazionalista e un vigile difensore degli sciiti ovunque, quindi l’idea che il “cambio di regime” produca un Iran filo-USA è fantasia. La sicurezza degli Stati Uniti non sarà seriamente compromessa dal corso della politica interna dell’Iran… Nel 1980 il presidente Carter proclamò che qualsiasi sfida al dominio statunitense del Golfo Persico sarebbe considerata “assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America”. Era guidato dagli imperativi globali della sua era. Gran parte del petrolio statunitense arrivava dal Golfo Persico e l’occidente non poteva rischiare di cederlo al potere sovietico. Oggi non esiste l’Unione Sovietica e non ci affidiamo più al petrolio del Medio Oriente. Tuttavia, sebbene le basi della nostra politica siano svanite, essa rimane invariata, una reliquia del passato”.
Kinzer ha ragione sull’assenza di argomenti strategici. Ma trascura l’influenza della lobby sionista e il suo interesse nel trascinare gli Stati Uniti nella distruzione qualsiasi potenziale avversario al suo colonialismo. L’autentico interesse del popolo degli Stati Uniti non è ciò che guida la politica statunitense, non lo è da tempo. (se mai lo è stato).Traduzione di Alessandro Lattanzio