Internet psyop & collasso imminente

Dean Henderson, 13/07/2016preppers-apocalisseQualche settimana fa avevo previsto il caos negli USA a causa della polarizzazione politica basata sulla paura che l’incombente e ben orchestrata partita presidenziale Trump/Clinton ha prodotto. Da allora l’ex-grande nazione sembra deragliare. C’è stata la falsa bandiera di Orlando attuata da un agente della Wackenhut, innumerevoli assassini di persone di colore per mano dei suprematisti bianchi della polizia e la risposta a Dallas, e la presunta populista Brexit effettivamente ideata dai bankster della City di Londra e, molto opportunamente e non a caso, un’ondata di caldo record su tutta la nazione. Due settimane fa l’agente dei Rothschild George Soros ha venduto il suo portafoglio di azioni degli Stati Uniti a favore di una riduzione del mercato azionario degli Stati Uniti, dicendo che nello scenario migliore ci sarà una depressione deflazionistica, mentre nel peggiore ci saranno scontri e guerra di classe negli USA. Dovrebbe saperlo, dato che i suoi mandanti la fomentano. La Deutsche Bank, la cassaforte delle ricchezze dei finanziatori del nazismo Warburg, che compì una strage per corto circuito di azioni delle compagnie aeree e di assicurazione negativamente colpite dall’11 settembre, starebbe seduta su 40 miliardi di dollari di scommesse su derivati tossici offerti a un ridicolmente alto tasso del 5% di deposito certificato al pubblico, illustrando la propria disperazione. La macchina del riacquisto delle proprie azioni per puntellare i mercati azionari di tutto il mondo è alla canna del gas. La gente ancora non compra nulla. Le fabbriche lavorano a livelli di produzione dai record negativi. I debiti personali si riaccumulano e i più giovani vivono negli scantinati dei loro genitori, cercando di schivare la politica dei prestiti agli studenti. Un’altra bolla del mercato immobiliare è alle ultime fasi, mentre le stesse grandi banche che causarono il crollo immobiliare del 2008, che poi inghiottì le case pignorate presso i tribunali degli Stati Uniti, ora offrono gli stessi prestiti inesigibili a quei poveri che cercano di acquistare case, come si fece nel decennio precedente il crollo.
In questa carneficina culturale ed economico, sempre più statunitensi dipendono da Internet e dall’elettronica. Sono sempre più urbanizzati e senza terra e sono molto meno autosufficienti dei loro genitori e soprattutto nonni. La maggior parte di loro, come gli USA, non produce assolutamente nulla. Invece di passare la vita cablati in massa alla macchine matrice, schizzando “on-line” come un reattore nucleare attivato per produrre energia negativa, conflittuale e sgradevole, ma questa volta nelle chat room, gruppi di Facebook e simili progetti d’ingegneria sociale da mentalità d’alveare dell’élite globale. Tale negatività è il combustibile dei missili dell’élite globale, siano i Rothschild, gli alieni, il diavolo o semplicemente macchine spietate. Infatti sono tutto ciò. E vengono usati come batterie on-line. Gentilezza, decenza e integrità non sono “cool”. La radice spirituale ha lasciato il posto a false sfilate elettroniche di ogni tipo, cercando di posare, quasi sempre invano, da persona più intelligente e più sveglia del giro. Ognuno sembra parlare con la stessa voce monotona e spassionata, che la loro posizione sia di aperto suprematismo bianco (Trump) o dettata dalla paura della correttezza politica che non impedisce corruzione mentale e imbrogli (Clinton). Internet, fondata dal Pentagono con il pretesto di “liberare le informazioni per un mondo più democratico”, è infatti la creazione di una monocoltura mondiale di macchine prive di caratteri che pensano e parlano allo stesso modo con solo una somiglianza vaga dell’antica umanità. Petizioni vengono firmate, si formano gruppi virtuali, dibattiti sono avviati, ma se la massa di droni sottoproletari on-line dall’energia negativa dovesse guardare fuori dalle finestre ad aria condizionata, e la maggior parte non lo fa, effettivamente vedrebbe che le condizioni di vita continuano a deteriorarsi rapidamente, il pianeta diventa sempre più inquinato, le famiglie lacerate da egoismo e narcisismo prodotto dalla dipendenza della macchina e la capacità di sopravvivenza terminare. L’esperienza di vita viene rigettata a favore di una qualsiasi frase su Wikipedia o Ask Jeeves. Tutti sanno tutto di… beh… tutto. La gente parla troppo. Nessuno ascolta. Il sovraccarico d’informazione produce indecisione, isolamento, frammentazione e confusione nella gente. Per tutto il tempo i “droni esperti” quali sono i guardiani d’Internet, diventano più stupidi, più distaccati dalla realtà e spaventosamente amorali. L’esempio più recente è la donna nera di Minneapolis il cui fidanzato era stato ucciso da un poliziotto suprematista bianco durante un controllo del traffico di routine. Era abbastanza inquietante guardare il poliziotto urlare come lo psicopatico demente che appare sul video dell’importante su tutto i-phone della donna “intelligente”. Molto più preoccupante è il fatto che la donna fosse così occupata narcisisticamente a riprendere la situazione per i suoi falsi amici di Facebook e sicofanti, che trascurò di aiutare il ragazzo morente. Morì, ma ehi, lei è famosa. Non è questo ciò che conta davvero?
Nei prossimi mesi ci sarà un collasso finanziario che farà sembrare il 1930 una passeggiata nel parco. Le maggiori banche falliranno a causa dei suddetti strumenti derivati, smontando la maggior parte delle banche più piccole, mercati azionari, materie prime (compreso l’oro), alloggi e tutto il resto con esse. Senza un sistema bancario funzionante, gli scaffali dei negozi rimarranno vuoti, le luci potranno spegnersi, Internet anche scomparire, la finta elezione divenire irrilevante, e la Terza Guerra Mondiale, data la situazione geopolitica attuale molto rischiosa, potrebbe essere facilmente avviata da uno sfortunato guasto elettronico. I Prepper (survivalisti) che hanno tentato di comprarsi una via di sopravvivenza moriranno insieme agli altri, accanto ai loro generatori senza gas, al marcio cibo liofilizzato e agli schermi dei computer spenti. Gli “esperti” droni d’Internet saranno indifesi, gli abitanti delle città impazziranno ancora più e milioni di persone potrebbero morire tra disordini e fame conseguenti. L’élite dei droni armati, ormai ben collaudati contro lo SIIL fasullo, verranno usati contro i cittadini indisciplinati, tutti facilmente ritrovabili utilizzando i dispositivi di tracciamento dei loro cellulari. Più esposti dal “Web”, conti bancari, fondi comuni e polizze vita saranno saccheggiati dagli hacker in attesa dietro le quinte proprio di tale evento. Ed improvvisamente molti capiranno che Internet era davvero una “rete” in cui erano intrappolati. A questo punto l’unica cosa che importa saranno capacità di sopravvivenza e cooperazione, due questioni molto umane rese antiquate dalle macchine.
Vorrei saperne di più su questi due elementi. Non si conosceranno su Internet. Così, mi prenderò una pausa su questo blog. Ci sono questioni più importanti a portata di mano. Buona fortuna e possa spirito e bontà antica dell’umanità essere con voi.doomsday_preppers_instore_ambient_96dpiDean Henderson è autore di cinque libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia-Turchia: accordarsi senza fiducia è facile

MK Bhadrakumar Asia Times 13 luglio 20161234572Il pregiudizio contro i turchi come opportunisti ed inaffidabili, anche se esotico, è profondamente radicato nella psiche europea. Già William Shakespeare in Otello usa la parola “Turco” in tal senso. Un recente sondaggio ha rilevato che solo il 9% dei tedeschi ritiene che la Turchia possa essere un “partner affidabile” per l’Europa. Orgoglio e pregiudizio sono duri a morire. Ma Russia e Turchia hanno un diverso “approccio”: la fiducia reciproca è veramente importante nelle relazioni tra Stati con tanti interessi comuni? Dopo tutto, hanno combattuto delle guerre, non crociate contro l’altro. Il famoso sociologo, filosofo e politologo russo Aleksandr Dugin ha recentemente applicato la cartina di tornasole del pragmatismo sui rapporti tesi della Russia con la Turchia. Dugin ha detto: “C’è un sentimento filo-russo in Turchia, ed è molto serio. La Turchia dipende dalla Russia su turismo, economia, energia e molti problemi dal punto di vista della geopolitica. Pertanto, la Turchia non potrà mai esacerbare drasticamente le relazioni con la Russia, anche se a volte non sono così buone”. Dugin, voce influente a Mosca, ha sottolineato che la Russia ha posizioni con la Turchia in parte coincidenti ma, soprattutto, la Russia non ha piani contro la Turchia, anche se ha piani geopolitici in Siria per fare del Paese una base: “Il nostro obiettivo è la liberazione della Turchia dalle influenze statunitensi e qatar-saudito-islamiste, mentre ci presentiamo semplicemente da polo della politica globale… Ma questo non significa che agiamo contro la Turchia. La Turchia gioca il suo gioco e, pertanto, la ‘difesa’ (della Russia) è in realtà diretta contro la NATO. Essendo la Turchia membro della NATO, questa “difesa” è diretto contro di essa, non contro la Turchia Stato-nazione, ma contro la NATO quale blocco ostile che vuole riconquistare l’egemonia globale”. Dov’è la necessità della “fiducia” in un complicato gioco geopolitico? Probabilmente, anche la Turchia lo sa.

Turchia come ‘buon vicino’
Così, il primo ministro turco Binali Yldirim ha dichiarato che la Turchia intende ricucire i legami con tutti i vicini, anche la Siria, e che la Turchia non ha “alcuna ragione” di combattere contro la Siria. Allo stesso modo, ha detto, i popoli russo e turco sono infelici delle relazioni tese e di conseguenza il suo governo, tenendo conto del “malcontento” popolare, provvede a normalizzare i rapporti con Mosca. Poi però, Yldirim già rientrava sollecitando la NATO a sostenere la Turchia fino in fondo, avvertendo le potenze occidentali: “La sicurezza di Damasco è la sicurezza di Parigi, Londra e Istanbul. La sicurezza di Aleppo è importante quanto quella di Berlino e Washington. La sicurezza di Baghdad è altrettanto importante della sicurezza di New York e Roma”. Tre cose potrebbero spiegare tale cambiamento repentino di Yldirim. Una, le parole fuori contesto del segretario di Stato degli USA John Kerry in volo a Mosca il 14-15 luglio per discutere in dettaglio la possibilità del primo accordo USA-Russia per condividere intelligence e dati per gli attacchi aerei in Siria. Naturalmente, i media statunitensi indicano che i funzionari della sicurezza nazionale di Washington parlano con diverse voci. La CNN dice “il più grande perdente potrebbe essere l’uomo che non c’è (a Mosca): il segretario alla Difesa Ash Carter“, apparentemente scettico nel “fidarsi” dei russi. Ma Yldirim si chiederà, al contrario: cosa succede se c’è un accordo russo-statunitense sulla Siria (e non si può escluderlo)? È inevitabile l’angoscia nella mente turca. Due, Mosca indica la determinazione a compiere operazioni militari in Siria. Sei bombardieri Tu-22M3 basati nel sud della Russia effettuavano massicci attacchi vicino Palmyra. (I bombardieri a lungo raggio avrebbero potuto trasportare un carico di 150 tonnellate di bombe).

L’opzione bombardiere della Russia
Il ritorno dei bombardieri pesanti nei cieli siriani è l’avvertimento che la riapertura dell’offensiva dei bombardamenti russi è sempre un’opzione per Mosca. Nel frattempo, secondo il Washington Post: “Dopo aver osservato le prime settimane di cessate il fuoco, aerei russi si sono uniti alle forze siriane, anche in un’offensiva dello scorso fine settimana contro l’ultima via di rifornimento dei ribelli e civili rintanati nella città settentrionale di Aleppo. Dopo giorni di bombardamento aereo che ha crivellato un’area di poche miglia di larghezza, le forze siriane e le milizie alleate provenienti da Iraq e Iran ed Hezbollah libanese si posizionavano su ciò che è nota come la Strada Castello che arriva in Turchia”. Il punto è che le forze governative siriane hanno ormai praticamente circondato Aleppo e l’ultima via dalla Turchia per rifornire i terroristi è stata chiusa. Dal punto di vista politico-militari, per la Turchia la partita è finita. L’urgenza di Yldirim è comprensibile. Ma la cosa buona è che Mosca non gioca un gioco a somma zero in Siria. Fondamentale per gli interessi vitali della Turchia, la Russia è neutrale verso i curdi siriani. Ora, è estremamente importante per la Turchia lo stallo del progetto “Rojava”, collegare i cantoni nord-orientali curdi di Kobane e Jazira con il cantone nord-occidentale di Ifrin per creare un’enclave autonoma contigua nel nord della Siria al confine della Turchia. La Turchia dovrebbe idealmente controllare la parte occidentale del corridoio Azaz-Jarabulus, ma poi inviare truppe nella Siria del Nord non è un’opzione fin quando la Russia non l’approva. Secondo notizie, la Turchia ha aperto un canale col regime siriano via Algeria riguardo i curdi siriani. In sintesi, la Turchia raggiungerebbe un punto, infine, laddove la riduzione dei suoi obiettivi in Siria è inevitabile, nel duplice obiettivo di sottomettere la crescente ondata di sub-nazionalismo curdo e d’indebolire lo SIIL. È interessante notare che l’intelligence turca ha organizzato un incontro segreto il mese scorso tra i capi dell’opposizione siriana e rappresentanti russi. Inoltre, la Turchia avrebbe sostituito il funzionario responsabile della sua agenzia di spionaggio, responsabile della Siria, un ‘duro’ che disapprovava i rapporti con il regime siriano. Ciò nonostante, intuendo che il cambio delle politiche turche sulla Siria sarà lento, Mosca fa la cosa giusta adottando un approccio pragmatico. Da un lato, la Russia e i suoi alleati creano il fatto compiuto sul terreno, tagliando le vie di rifornimento dei terroristi in Siria, mentre dall’altra parte Mosca getta la zavorra per una distensione con Ankara partecipando agli interessi economici della Turchia (a cui anche élite influenti sono interessate). Il primo gruppo di 189 turisti russi è arrivato nella “Riviera Turca” di Antalya nel fine settimana, accolto con fiori e cocktail. Il Primo ministro Dmitrij Medvedev ha chiesto che il traffico turistico in Turchia sia accelerato. Nei restanti mesi prima dell’autunno, la Turchia spera di ricevere un milione di turisti russi creando un 10% di occupazione nelle località del Mediterraneo.

L’incentivo del gasdotto
Anche in questo caso, una serie di incontri a livello ministeriale sono in programma nella cooperazione economica. Il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha rivelato che una probabile riunione della commissione intergovernativa discuterà il progetto del gasdotto Turkish Stream da 15 miliardi in stallo. L’accordo per la costruzione del gasdotto fu raggiunto nel dicembre 2014 per trasportare 63 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia ogni anno, di cui 16 miliardi per la Turchia e il resto per l’hub del gas sul confine turco-greco. Chiaramente, né Russia né Turchia perdono tempo a gingillarsi, struggendosi se l’altra parte sia “affidabile” o no. Liberate da preoccupazioni ossessive sul grado di “fiducia”, la rispettiva conformità inizia ad aumentare. Una grande spinta alla normalizzazione si avrebbe quando i due presidenti s’incontreranno a breve. E la ricaduta sarebbe positiva per la conclusione in Siria.13716015Le opinioni espresse sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni di Asia Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Pensiero e storia di Subhas Chandra Bose

Subhas Chandra Bose, il nazionalista progressista che scelse l’Asse. Pensiero e storia di un leader controverso
Luca Baldelli
netaji-new-759Tra le figure più controverse del ‘900, un posto di rilevo spetta senz’altro a Subhas Chandra Bose, Padre (discusso e finanche rinnegato) dell’India indipendente, assieme a Jawaharlal Nehru (1889–1964) e al Mahatma Gandhi (1869–1948). Il nome di Bose ha subito una vera e propria damnatio memoriae, a causa del suo intransigente anticolonialismo che, diretto contro la Gran Bretagna imperialista e depredatrice dell’India e non solo, non esitò a cercare sponde nelle potenze fasciste, strumentalmente interessate a rovesciare il predominio di Albione in aree nevralgiche del pianeta. Se questa macchia resta, indelebile, sulla biografia del personaggio e sulla sua immagine, distinguendolo da Nehru, rigorosamente antifascista, è altrettanto vero che sarebbe ingiusto, storiograficamente assurdo, disconoscere il ruolo di Subhas Chandra Bose nella costruzione di una moderna autocoscienza nazionale indiana, nell’avvio di un possente movimento anticolonialista e antimperialista e, infine, nella fondazione della moderna India libera ed indipendente.
Subhas-Bose-AFPNato il 23 gennaio del 1897 nel Bengala, crogiolo di spiriti rivoluzionari, progressisti e nazionalisti, nonché territorio indipendente fino al 1757, data della Battaglia di Plassey, Bose è il nono nato in una famiglia di ben quattordici figli. Il padre, Janakinath Bose (1860–1934) è un avvocato di grido, vicino al movimento nazionale per l’indipendenza. Cresciuto in un ambiente fieramente nazionalista, Subhas riceve la sua istruzione negli Istituti gestiti dai religiosi protestanti di matrice battista. Espulso per aver aggredito un docente razzista, il giovane passa allo “Scottish Church College”, presso l’Università di Calcutta, dove inizia a studiare filosofia. Nel 1919, Subhas si trasferisce a Londra, per poi tornare nel 1921 nel Paese natio. Il suo animo focoso, ostile a qualsiasi sopruso, si manifesta in maniera ancora più evidente durante il suo mandato da Presidente dell’“All India Youth Congress” (Congresso giovanile pan–indiano) e da Segretario del “Bengal State Congress” (Congresso dello Stato del Bengala). Entrato in contatto con il nazionalista Chittaranjan Das (1869–1925), sindaco di Calcutta, Subhas ne diventa il braccio destro e nel 1925 viene arrestato in una retata di elementi anticolonialisti. Rinchiuso nel carcere di Mandalay, vi contrae la tubercolosi. Due anni dopo, liberato dalle sbarre, Bose riprende con fervore la militanza anticolonialista, facendo il suo ingresso nell’entourage di Jawaharlal Nehru e diventando un elemento di punta, riconosciuto e stimato, del Congresso Nazionale Indiano, prima formazione nazionalista indiana, fondata nell’anno 1885. Perseguitato più volte, arrestato e imprigionato per aver praticato la disobbedienza civile, sulle orme di Gandhi, Bose non si arrende mai, non demorde, non si fa intimidire e, il 22 agosto del 1930, viene eletto, a coronamento di un periodo giovanile intenso e burrascoso, Sindaco di Calcutta. Il suo astro brilla ormai di luce propria, non più di quella riflessa di altri leader e di altre personalità in vista. La sua tenacia nella lotta anticolonialista, la sua preparazione, il suo decisionismo, sono ammirati da sempre più persone. Negli anni ’30, Bose non si dedica solo alla sua comunità e alla causa della sua Nazione: egli gira pure l’Europa, in una serie di viaggi molto istruttivi, studiando a fondo i movimenti comunista e fascista, dai quali ricava, come vedremo, insegnamenti fondamentali per la sua vita e la sua militanza. La Gran Bretagna lo pone ormai nel mirino, come uno dei capi più pericolosi e insidiosi.
Il peso di Bose all’interno del Congresso Nazionale Indiano cresce costantemente; egli è ormai il Netaji, ossia “il venerabile”. Londra continua ad adoperare nei suoi riguardi, affinandola, la strategia del bastone e della carota, come risulta evidente nel caso dell’opera “The Indian Struggle” (La lotta indiana), pubblicata da Bose in due parti tra il 1935 e il 1942. La prima parte (la seconda uscirà in Italia), scritta a Vienna con il supporto della sua compagna Emilie Schenkl (1910–1996), viene pubblicata a Londra da Lawrence & Wishart nel 1935, ma messa al bando in India, dove potrebbe sicuramente generare fermenti, per volontà di Sir Samuel Hoare, Segretario di Stato britannico per l’India e poi Segretario di Stato per gli Affari Esteri. Il testo è un vero e proprio manifesto programmatico, articolato sul ritmo della narrazione storica delle vicende indiane, che offre tutte le sfaccettature della personalità e del pensiero del Netaji. In esso, la critica è particolarmente acuta nei riguardi di Gandhi, del suo rifiuto verso ogni azione decisa, energica, violenta, contro il dominio britannico. Se all’inizio il Mahatma era stato un faro per tutti i patrioti indiani, il loro punto di riferimento principale, la guida politica e spirituale, ora il suo attendismo, la sua nonviolenza assurta a dogma, lo rendono, di fatto, un uomo d’ordine, un personaggio gradito ai colonialisti, che ne avvertono il carattere pressoché innocuo. Per Bose, Gandhi è diventato “il miglior poliziotto dei Britisher (parola dispregiativa per indicare gli Inglesi, ndr )”. In un articolo pubblicato a Calcutta, Bose si riferisce ad una conversazione avuta con Romain Rolland, intellettuale di prestigio che, animato da sincero spirito fraterno, internazionalista e militante, cercava di tenere unite tutte le anime dell’anticolonialismo indiano: “Egli (Rolland, ndr) potrebbe essere dispiaciuto del fallimento della Satyagraha (la pratica della resistenza passiva nonviolenta di Gandhi, ndr), ma se così stanno le cose, l’impietosa realtà dovrebbe essere affrontata ed egli (Rolland, ndr) potrebbe allora gradire il fatto che il movimento sia condotto lungo altre direttrici”. Chiarezza e limpidezza di un pensiero già manifestatosi, d’altro canto, a partire dal 1931, quando Bose aveva criticato le Round Table Conferences (Conferenze della Tavola Rotonda), intavolate dal Governo britannico con la partecipazione di Gandhi e di altri esponenti indiani di tutte le religioni.

Gandhi e Bose nel 1938

Gandhi e Bose nel 1938

Per la rinascita della Nazione indiana, la sua vera indipendenza e sovranità, secondo Bose occorre una sintesi fra socialismo marxista e corporativismo fascista, accanto a metodi che, per raggiungere l’obiettivo dell’abbattimento del potere coloniale, non escludano la violenza contro i dominatori. Un sincretismo ideologico in chiave autoctona, originale e ardito, che Bose chiama Samyavada, parola indiana traducibile, approssimativamente, con “sintesi”. Il riferimento al corporativismo, corroborato dai viaggi e dalle frequentazioni del Netaji in Europa, è uno degli elementi che ha offerto buon gioco a chi, in malafede o con superficialità, ha pensato di liquidare il leader indiano, affibbiando ad esso l’etichetta di fascista, in una delegittimazione completa, radicale, della sua opera. In realtà, proprio quel riferimento, inserito nel contesto di un sincretismo ideologico assolutamente genuino e innovativo (al di là di ogni giudizio di merito), dimostra la complessità del pensiero di Bose e la sua irriducibilità a categorie storiografiche valide in altri contesti. La Samyavada, la sintesi delle ideologie e delle dottrine è, secondo Bose, la risorsa che sola può garantire, assieme al rispetto di tutti i popoli, le culture e le fedi del Subcontinente indiano, nella loro caleidoscopica diversità, la formazione di un “edificio nazionale” solido, stabile e prospero. “Nonostante l’asserita antitesi fra comunismo e fascismo, scrive Bose in “The Indian Struggle”, vi sono alcuni tratti in comune. Sia il comunismo che il fascismo credono nella supremazia dello Stato sull’individuo. Entrambi rifiutano la democrazia parlamentare. (…) Entrambi credono in una riorganizzazione pianificata dell’industria”. Non c’è alcun amore sviscerato per il “totalitarismo” (concetto sul quale bisognerebbe ampiamente discutere, tra l’altro…). Anzi, ad un’analisi attenta, rigorosa e priva di preconcetti dell’opera di Bose, emerge, in maniera lampante, il rifiuto di ogni ordine che neghi la libertà individuale e le prerogative del singolo. Esse sono beni preziosi, da non schiacciare, ma da ricondurre, armonizzandoli nel corpo sociale, all’interesse generale superiore, quello di uno Stato forte, autorevole e rispettato, retto da una struttura federale virtuosa, adatta alla complessità del quadro storico, sociale e demografico, che esalti il contributo delle comunità dal basso, impedendo al contempo spinte centrifughe rovinose per tutti. Bose, quindi, nel momento in cui ripercorre le tappe storiche dell’India, con l’occhio lucido di chi fa tesoro del passato per programmare il presente, si preoccupa anche di delineare i caratteri del futuro Stato sovrano, liberato dal dominio coloniale. La struttura politico–sociale dell’India indipendente dovrà essere retta sulle comunità di villaggio, sul loro potere d’iniziativa, con un ruolo fondamentale affidato ai panchayats, ovvero alle assemblee dei villaggi, nelle quali gli anziani avevano la preminenza. L’autorità centrale dovrà impedire ai particolarismi di prendere il sopravvento, garantendo l’unità nazionale, conquistata col sacrificio e l’abnegazione. Non solo: dovranno essere rimosse tutte le barriere castali, anacronistiche forme di oppressione e di oscurantismo. Una vasta e radicale riforma agraria dovrà beneficiare le masse contadine oppresse, mentre il credito dovrà essere controllato dallo Stato e orientato verso i bisogni del Paese, non più verso i capricci delle oligarchie. In tutti questi enunciati, come si può vedere, brilla la luce del più vivo e moderno progressismo, fatto incontrovertibile che già di per sé demolisce la meccanica e fuorviante assimilazione di Bose al fascismo corporativo. L’adesione del leader nazionalista indiano ai principi democratici è, però, ancora più chiara e netta in altri suoi scritti.
1417417962_netaji-subhas-chandra-boseIl 18 luglio del 1915, scrivendo all’amico Hemanta Kumar Sarkar, Bose afferma: “Nessuno può davvero vantare il diritto di interferire in qualsivoglia filosofia individuale di vita e di predicare contro di essa, ma (…) la base di quella filosofia deve essere sincera e autentica come la teoria di Spencer (Herbert Spencer, filosofo inglese progressista, ndr): ‘Egli (l’uomo, ndr) è libero di pensare ed agire fintantoché i suoi pensieri e le sue azioni non confliggano con le analoghe libertà di altri individui‘”. L’individuo, nella filosofia di Bose, non può mai essere schiacciato dallo Stato! La forma statale da eletta a modello non è autoritaria in senso verticale, come abbiamo visto, ma in quanto, con la sua autorevolezza e con i suoi strumenti di governo, evita al debole di essere schiacciato ed al potente di prevalere, in un‘illusoria e beffarda “libertà” somigliante alla lotta della gallina e della volpe nel pollaio. Il potere statale è contrappeso necessario alle spinte localistiche e particolaristiche e, in quanto tale, valorizza le comunità e gli individui al massimo, consentendo la loro libera espressione in un quadro unitario fondato sulla giustizia e l’eguaglianza. La struttura statale “funzionerà, sostiene e promette Bose, come un organo, ovvero al servizio delle masse”, senza mai prevaricare la collettività. Un’altra solenne testimonianza di questo carattere del pensiero di Bose, conflittuale con la dottrina nazionalsocialista e con il suo nazionalismo fanatico e gretto, è contenuta in una lettera inviata nel marzo del 1936 al Dr. Thierfelder della Deutsche Academie: “Mi dispiace dover ritornare in India con la convinzione che il nuovo nazionalismo della Germania è non solo ristretto e autoreferenziale, ma anche arrogante”. Nel 1938, sempre più famoso e stimato per il coraggio, il naturale carisma e la profondità dell’elaborazione politico–filosofica, Bose viene scelto come Presidente del Congresso Nazionale Indiano. Non ha, fin dal primo momento, vita facile. Gandhi, nonostante l’impegno di Bose per una conduzione unitaria, a prescindere dalle divergenze ideologiche, strategiche e tattiche, si pone alla testa di una fronda che, in breve tempo, costringe Subhas a lasciare la sua importante postazione. Indomito, egli fonda allora l’All India Forward Bloc (Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano), con una piattaforma intransigentemente nazionalista e progressista. Per raggiungere i suoi scopi, che sono quelli di milioni e milioni di connazionali, Bose, con buona pace di certa storiografia faziosa e approssimativa, non chiude le porte alle formazioni progressiste e di sinistra europee, britanniche in particolare. Intesse relazioni con i principali leader laburisti, si incontra o scambia giudizi e pareri con Attlee, Lansbury, Murray e altri ancora. A chiudere le porte del tutto, senza appello, a Bose sono i conservatori, al potere in Gran Bretagna con Neville Chamberlain, Primo Ministro, assistito da un pezzo da novanta come Lord Halifax, già Vicerè dell’India e ora Ministro degli Esteri. I tories si oppongono ad ogni sia pur minima concessione nei riguardi delle rivendicazioni indiane, e manterranno questo atteggiamento anche col cambio della guardia e l’avvento, nel 1940, di Sir Winston Churchill come Primo Ministro. Tale condotta, sprezzante e storicamente anacronistica, miope, finirà col radicalizzare ancora di più settori nazionalisti come quello guidato da Bose, spingendoli definitivamente a far causa comune con l’Asse, con le potenze fasciste, viste, nell’ottica dei colonizzati, al di là di ogni giudizio di merito, come le uniche speranze per un rovesciamento del dominio imperialista britannico. Bose, invero, spera molto anche nell’URSS, anzi la difende a spada tratta. Invero, sia detto a mò di inciso, senza l’esempio di resistenza, orgoglio, e infine vittoria, offerto dall’eroica Unione Sovietica, senza il peso conquistato da questo immenso Paese dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mai sarebbe stato possibile, per l’India, trovare una sponda nella sinistra laburista britannica e conseguire l’indipendenza. Ad ogni buon conto, nel 1939, al momento dello scoppio del secondo conflitto mondiale, Bose e i suoi seguaci sono fermamente determinati a portare avanti una lotta che si preannuncia carica di speranze.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERANel corso della Conferenza di Nagpur del 20–22 giugno 1940, prima assise ufficiale nazionale del Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano, i delegati ribadiscono il carattere socialista e progressista della formazione, assieme all’appello alla lotta senza mediazioni contro il colonialismo britannico, in nome dello slogan “tutto il potere al popolo indiano!”. Avendo optato per la costituzione di un Partito distinto dal Congresso Nazionale Indiano, Subhas Chandra Bose viene eletto Presidente e H.V. Kamath scelto come Segretario generale. Nello stesso periodo, il Partito Comunista Indiano, interpretando il sentimento più vivo e profondo delle masse popolari, in un suo documento condanna il nazifascismo aggressore, ma attacca frontalmente anche l’imperialismo britannico, che cerca in ogni modo di spingere l’aggressività nazifascista contro l’URSS. E’ una posizione saggia, equilibrata e coraggiosa, alla quale Bose avrebbe potuto unirsi, rafforzando il fronte progressista, che comprende anche il grande Nehru, rigorosamente antifascista ma non disposto a far sconti al dominio inglese, nemmeno con la scusa della guerra. Invece, nell’attaccare l’imperialismo britannico, nel lanciare strali più che giusti verso i conservatori indù della formazione Hindu Mahasabha e i liberali, proni ai voleri di Londra, Bose e i suoi seguaci esprimono ormai una chiara, irreversibile opzione per le potenze dell’Asse. La repressione britannica, pesante, spietata, sbatte in carcere altri patrioti, gettando ulteriore benzina sul fuoco. Nel luglio del 1940, Bose viene imprigionato a Calcutta. Nel gennaio del 1941 riesce a sottrarsi alla morsa della detenzione e intraprende clandestinamente un viaggio che, a partire dall’Afghanistan, passando per l’URSS, lo condurrà in Germania. L’Ambasciata italiana di Kabul gli mette a disposizione un passaporto falso, a nome Orlando Mazzotta. In Germania, Bose perora subito la causa di una Legione indiana da impiegare sui fronti di guerra, per la liberazione dell’India, e da contrapporre al British Indian Army, l’esercito indiano inquadrato nel dispositivo difensivo britannico, rimasto fedele a Londra ma percorso in profondità da fermenti anticolonialisti, che divamperanno con la fine del conflitto. Hitler e Rommel ironizzano sulle richieste di Bose, irridendo al suo entusiasmo patriottico. Il leader nazionalista non si scoraggia e pian piano persuade Berlino ad avallare la formazione di una Legione Indiana autonoma. Non solo: fonda pure l’Azad Hind Radio (Radio dell’India Libera), che trasmette da Berlino (si sposterà poi a Singapore, infine a Rangoon) nelle lingue inglese, indi, tamil, bengali, marathi, punjabi, pashtu e urdu. Intanto, nel Sud-Est asiatico, i patrioti indiani non stanno fermi e, desiderosi di ottenere l’indipendenza con l’appoggio del Giappone, potenza che ha messo al centro dei suoi programmi la cacciata di ogni avamposto coloniale europeo dall’Asia, nel 1942, sotto la guida di Mohan Singh (1909–1989), militare in vista, fondano l’Azad Hind Fauj (Esercito dell’India libera, letteralmente). Vi affluiscono, in larga misura, indiani del British Indian Army fatti prigionieri. A causa di disguidi con il Giappone, quest’armata sarà sul punto di sbriciolarsi irreversibilmente, poco dopo la sua fondazione, ma ecco che dalla Germania, nel 1943, fa ritorno Subhas Chandra Bose. Egli rimette in piedi l’Esercito, ne moltiplica le adesioni (che arriveranno fino a 50000 unità) e lo fa schierare su nevralgici teatri di guerra, con un’indipendenza mai avuta prima dai giapponesi e, tratto saliente che conferma il pensiero del Netaji, senza alcuna preclusione verso appartenenti a religioni differenti, dato significativo nel contesto indiano, se si pensa alle manovre imperialiste britanniche volte costantemente a mettere l’uno contro l’altro indù e musulmani. L’armata diventa il braccio operativo del “Governo provvisorio dell’India libera” (Arzi Hukumat e–Azad Hind), proclamato da Bose a Singapore nell’ottobre del 1943. L’Azad Hind Fauj partecipa quindi all’offensiva su Manipur in India (nome in codice U–go), che si conclude con la sconfitta dei giapponesi e dell’Esercito di Bose ad opera dei britannici, e combatte fino alla fine l’avanzata alleata in Birmania. Stremato dalla fame, decimato dagli Alleati, l’Esercito dell’India Libera si disperde in una ritirata rocambolesca e tremenda, con Bose che si rifiuta di lasciare i suoi soldati al loro destino. Convinto dai collaboratori a non consegnarsi ai britannici, Bose parte con un velivolo giapponese alla volta della Cina occupata, nella speranza di stabilire un contatto con i sovietici, ma la sua vicenda finisce nei cieli di Taiwan: qui l’aereo perde quota e precipita, con la morte del leader nazionalista come esito. E’ il 18 agosto del 1945. Il 2 settembre, il Giappone firmerà la resa. Ancora oggi sono molti gli interrogativi e i dubbi su quella fine, che certo nasconde molto più di quanto non abbiano rivelato le versioni ufficiali.

Bose ed Himmler

Bose ed Himmler

Ad ogni modo, la fine di Bose rappresenta, in quell’estate del 1945, il tragico, irreversibile tramonto di una figura controversa, ricca, complessa. Nonostante la scelta di parteggiare per l’Asse, unendo il proprio nome e quello dei suoi uomini a quello del feroce espansionismo hitleriano e del non meno ferale imperialismo nipponico, Bose resta un personaggio cardine nella storia del movimento anticolonialista indiano, alla pari di Nehru e Gandhi. Il suo pensiero socialista, innovatore, progressista resta, al netto delle scelte compiute sul terreno delle alleanze internazionali, un corpus da valutare con attenzione e riscoprire.Subhas Chandra BoseRiferimenti bibliografici:
Subhas Chandra Bose: “The Indian Struggle” (Oxford India Paperbacks, Oxford University press, 1998)
Accademia delle Scienze dell’URSS: “Storia Universale”, voll. 9 e 10 (Teti Editore, 1975).
Anton Pelinka: “Democracy Indian Style” ( Transaction Publishers, 2003).
R. C. Roy: “Social, Economic and Political Philosophy of Netaji Subhas Chandra Bose

Email di Hillary, dinari d’oro e Primavera araba

F. William Engdahl, New Eastern Outlook 17 marzo 2016

Sepolto tra decine di migliaia di pagine e-mail segrete dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton, ora rese pubbliche dal governo degli Stati Uniti, c’è un devastante scambio di e-mail tra Clinton e il suo confidente Sid Blumenthal su Gheddafi e l’intervento degli Stati Uniti coordinato nel 2011 per rovesciare il governante libico. Si tratta dell’oro quale futura minaccia esistenziale al dollaro come valuta di riserva mondiale. Si trattava dei piani di Gheddafi per il dinaro-oro per l’Africa e il mondo arabo.golddinar6Due paragrafi in una e-mail di recente declassificate dal server privato illegalmente utilizzato dall’allora segretaria di Stato Hillary Clinton durante la guerra orchestrata dagli Stati Uniti per distruggere la Libia di Gheddafi nel 2011, rivelano l’ordine del giorno strettamente segreto della guerra di Obama contro Gheddafi, cinicamente chiamata “Responsabilità di proteggere”. Barack Obama, presidente indeciso e debole, delegò tutte le responsabilità presidenziali della guerra in Libia alla segretaria di Stato Hillary Clinton, prima sostenitrice del “cambio di regime” arabo utilizzando in segreto i Fratelli musulmani ed invocando il nuovo bizzarro principio della “responsabilità di proteggere” (R2P) per giustificare la guerra libica, divenuta rapidamente una guerra della NATO. Con l’R2P, concetto sciocco promosso dalle reti dell’Open Society Foundations di George Soros, Clinton affermava, senza alcuna prova, che Gheddafi bombardasse i civili libici a Bengasi. Secondo il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Obama, fu Hillary Clinton, sostenuta da Samantha Power, collaboratrice di primo piano al Consiglio di Sicurezza Nazionale e oggi ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e Susan Rice, allora ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e ora consigliere per la Sicurezza Nazionale, che spinse Obama all’azione militare contro la Libia di Gheddafi. Clinton, affiancata da Powers e Rice, era così potente che riuscì a prevalere sul segretario alla Difesa Robert Gates, Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, e John Brennan, capo antiterrorismo di Obama ed oggi capo della CIA. La segretaria di Stato Clinton guidò la cospirazione per scatenare ciò che venne soprannominata “primavera araba”, l’ondata di cambi di regime finanziati dagli USA nel Medio Oriente arabo, nell’ambito del progetto del Grande Medio Oriente presentato nel 2003 dall’amministrazione Bush dopo l’occupazione dell’Iraq. I primi tre Paesi colpiti dalla “primavera araba” degli USA nel 2011, in cui Washington usò le sue ONG per i “diritti umani” come Freedom House e National Endowment for Democracy, in combutta come al solito con le Open Society Foundations dello speculatore miliardario George Soros, insieme al dipartimento di Stato degli Stati Uniti e ad agenti della CIA, furono la Tunisia di Ben Ali, l’Egitto di Mubaraq e la Libia di Gheddafi. Ora tempi e obiettivi di Washington della destabilizzazione via “primavera araba” del 2011 di certi Stati in Medio Oriente assumono nuova luce in relazione alle email declassificate sulla Libia di Clinton con il suo “consulente” e amico Sid Blumenthal. Blumenthal è l’untuoso avvocato che difese l’allora presidente Bill Clinton nello scandalo sessuale di Monika Lewinsky quando era Presidente e affrontava l’impeachment.

Il dinaro d’oro di Gheddafi
Per molti rimane un mistero perché Washington abbia deciso che Gheddafi dovesse essere ucciso, e non solo esiliato come Mubaraq. Clinton, quando fu informata del brutale assassinio di Gheddafi da parte dei terroristi di al-Qaida dell'”opposizione democratica” finanziata dagli USA, pronunciò alla CBS News una perversa parafrasi di Giulio Cesare, “Siamo venuti, l’abbiamo visto, è morto” con una fragorosa risata macabra. Poco si sa in occidente di ciò che Muammar Gheddafi fece in Libia o anche in Africa e nel mondo arabo. Ora, la divulgazione di altre e-mail di Hillary Clinton da segretaria di Stato, al momento della guerra di Obama a Gheddafi, getta nuova drammatica luce. Non fu una decisione personale di Hillary Clinton eliminare Gheddafi e distruggerne lo Stato. La decisione, è ormai chiaro, proveniva da ambienti molto potenti dell’oligarchia monetaria degli Stati Uniti. Era un altro strumento a Washington del mandato politico di tali oligarchi. L’intervento era distruggere i piani ben definiti di Gheddafi per creare una moneta africana e araba basata sull’oro per sostituire il dollaro nei traffici di petrolio. Da quando il dollaro USA ha abbandonato il cambio in oro nel 1971, il dollaro rispetto all’oro ha perso drammaticamente valore. Gli Stati petroliferi dell’OPEC hanno a lungo contestato il potere d’acquisto evanescente delle loro vendite di petrolio, che dal 1970 Washington impone esclusivamente in dollari, mentre l’inflazione del dollaro arrivava ad oltre il 2000% nel 2001. In una recentemente declassificata email di Sid Blumenthal alla segretaria di Stato Hillary Clinton, del 2 aprile 2011, Blumenthal rivela la ragione per cui Gheddafi andava eliminato. Utilizzando il pretesto citato da una non identificata “alta fonte”, Blumenthal scrive a Clinton, “Secondo le informazioni sensibili disponibili a questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento… l’oro fu accumulato prima della ribellione ed era destinato a creare una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano era volto a fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)“. Tale aspetto francese era solo la punta dell’iceberg del dinaro d’oro di Gheddafi.

Dinaro d’oro e molto altro ancora
cadafi Nel primo decennio di questo secolo, i Paesi OPEC del Golfo persico, tra cui Arabia Saudita, Qatar e altri, iniziarono seriamente a deviare una parte significativa dei ricavi delle vendite di petrolio e gas sui fondi sovrani, basandosi sul successo dei fondi petroliferi norvegesi. Il crescente malcontento verso la guerra al terrorismo degli Stati Uniti, con le guerre in Iraq e Afghanistan e la loro politica in Medio Oriente dal settembre 2001, portò la maggior parte degli Stati arabi dell’OPEC a deviare una quota crescente delle entrate petrolifere su fondi controllati dallo Stato, piuttosto che fidarsi delle dita appiccicose dei banchieri di New York e Londra, come era solito dagli anni ’70, quando i prezzi del petrolio schizzarono alle stelle creando ciò che Henry Kissinger affettuosamente chiamò “petrodollaro” per sostituire il dollaro-oro che Washington mollò il 15 agosto 1971. L’attuale guerra tra sunniti e sciiti o lo scontro di civiltà sono infatti il risultato delle manipolazioni degli Stati Uniti nella regione dal 2003, il “divide et impera”. Nel 2008 la prospettiva del controllo sovrano in un numero crescente di Stati petroliferi africani ed arabi dei loro proventi su petrolio e gas causava gravi preoccupazioni a Wall Street e alla City di Londra. Un’enorme liquidità, migliaia di miliardi, che potenzialmente non potevano più controllare. La primavera araba, in retrospettiva, appare sempre più sembra legata agli sforzi di Washington e Wall Street per controllare non solo gli enormi flussi di petrolio dal Medio Oriente arabo, ma ugualmente lo scopo era controllarne il denaro, migliaia di miliardi di dollari che si accumulavano nei nuovi fondi sovrani. Tuttavia, come confermato dall’ultimo scambio di email Clinton-Blumenthal del 2 aprile 2011, dal mondo petrolifero africano e arabo emergeva una nuova minaccia per gli “dei del denaro” di Wall Street e City di Londra. La Libia di Gheddafi, la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubaraq stavano per lanciare la moneta islamica indipendente dal dollaro USA e basata sull’oro. Mi fu detto di questo piano nei primi mesi del 2012, in una conferenza finanziaria e geopolitica svizzera, da un algerino che sapeva del progetto. La documentazione era scarsa al momento e la storia mi passò di mente. Ora un quadro molto più interessante emerge indicando la ferocia della primavera araba di Washington e l’urgenza del caso della Libia.

‘Stati Uniti d’Africa’
Nel 2009 Gheddafi, allora Presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il “dinaro d’oro”. Nei mesi precedenti la decisione degli Stati Uniti, col sostegno inglese e francese, di aver una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver la foglia di fico del diritto alla NATO di distruggere il regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi organizzò la creazione del dinaro-oro che sarebbe stato utilizzato dagli Stati africani petroliferi e dai Paesi arabi dell’OPEC per vendere petrolio sul mercato mondiale. Al momento Wall Street e City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, e la sfida al dollaro quale valuta di riserva l’avrebbe aggravata. Sarebbe stata la campana a morto per l’egemonia finanziaria statunitense e il sistema del dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vaste inesplorate ricchezze in minerali ed oro, volutamente mantenuto per secoli sottosviluppato o preda di guerre per impedirne lo sviluppo. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale negli ultimi decenni furono gli strumenti di Washington per sopprimere un vero sviluppo africano. Gheddafi invitò i Paesi produttori di petrolio africani dell’Unione africana e musulmani ad entrare nell’alleanza che avrebbe fatto del dinaro d’oro la loro valuta. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse a Stati Uniti e resto del mondo solo in dinari d’oro. In qualità di Presidente dell’Unione africana, nel 2009 Gheddafi presentò all’Unione Africana la proposta di usare il dinaro libico e il dirham d’argento come unico denaro con cui il resto del mondo poteva comprare il petrolio africano. Insieme ai fondi sovrani arabi dell’OPEC, le altre nazioni petrolifere africane, in particolare Angola e Nigeria, creavano i propri fondi nazionali petroliferi quando nel 2011 la NATO bombardava la Libia. Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbe realizzato il vecchio dell’Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, franco francese, euro o dollaro statunitense. Gheddafi attuava, come capo dell’Unione africana, al momento dell’assassinio, il piano per unificare gli Stati sovrani dell’Africa con una moneta d’oro negli Stati Uniti d’Africa. Nel 2004, il Parlamento panafricano di 53 nazioni aveva piani per la Comunità economica africana, con una moneta d’oro unica entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio progettavano l’abbandono del petrodollaro e di chiedere pagamenti in oro per petrolio e gas; erano Egitto, Sudan, Sud Sudan, Guinea Equatoriale, Congo, Repubblica democratica del Congo, Tunisia, Gabon, Sud Africa, Uganda, Ciad, Suriname, Camerun, Mauritania, Marocco, Zambia, Somalia, Ghana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Costa d’Avorio, oltre allo Yemen che aveva appena scoperto nuovi significativi giacimenti di petrolio. I quattro Stati africani nell’OPEC, Algeria, Angola, Nigeria, gigantesco produttore di petrolio e primo produttore di gas naturale in Africa dagli enormi giacimenti di gas, e la Libia dalle maggiori riserve, avrebbero aderito al nuovo sistema del dinaro d’oro. Non c’è da stupirsi che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che da Washington ricevette il proscenio della guerra contro Gheddafi, arrivò a definire la Libia una “minaccia” alla sicurezza finanziaria del mondo .

I “ribelli” di Hillary creano una banca centrale
liarsliars_large Una delle caratteristiche più bizzarre della guerra di Hillary Clinton per distruggere Gheddafi fu che i “ribelli” filo-USA di Bengasi, nella parte petrolifera della Libia, nel pieno della guerra, ben prima che fosse del tutto chiaro che avrebbero rovesciato il regime di Gheddafi, dichiararono di aver creato una banca centrale di tipo occidentale “in esilio”. Nelle prime settimane della ribellione, i capi dichiararono di aver creato una banca centrale per sostituire l’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a creare la propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio rubato, annunciò: “la nomina della Banca Centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia, e la nomina del governatore della Banca centrale della Libia, con sede provvisoria a Bengasi“. Commentando la strana decisione, prima che l’esito della battaglia fosse anche deciso, di creare una banca centrale per sostituire la banca nazionale sovrana di Gheddafi che emetteva dinari d’oro, Robert Wenzel del Economic Policy Journal, osservò, “non ho mai sentito parlare di una banca centrale creata poche settimane dopo una rivolta popolare. Ciò suggerisce che c’è qualcos’altro che non una banda di straccioni ribelli e che ci sono certe piuttosto sofisticate influenze“. È chiaro ora, alla luce dei messaggi di posta elettronica Clinton-Blumenthal, che tali “influenze abbastanza sofisticate” erano legate a Wall Street e City di Londra. La persona inviata da Washington a guidare i ribelli nel marzo 2011, Qalifa Haftar, aveva trascorso i precedenti venti anni in Virginia, non lontano dal quartier generale della CIA, dopo aver lasciato la Libia quando era uno dei principali comandante militari di Gheddafi. Il rischio per il futuro del dollaro come valuta di riserva mondiale, se Gheddafi avesse potuto procedere insieme a Egitto, Tunisia e altri Stati arabi di OPEC e Unione Africana, introducendo le vendite di petrolio in oro e non dollari, sarebbe stato chiaramente l’equivalente finanziario di uno tsunami.

La Nuova Via della Seta d’oro
Il sogno di Gheddafi di un sistema basato sull’oro arabo e africano indipendente dal dollaro, purtroppo è morto con lui. La Libia, dopo la cinica “responsabilità di proteggere” di Hillary Clinton che ha distrutto il Paese, oggi è lacerata da guerre tribali, caos economico, terroristi di al-Qaida e SIIL. La sovranità monetaria detenuta dal 100% dalle agenzie monetarie nazionali statali di Gheddafi e la loro emissione di dinari d’oro, è finita sostituita da una banca centrale “indipendente” legata al dollaro. Nonostante ciò, va notato che ora un nuovo gruppo di nazioni si unisce per costruire un sistema monetario basato sull’oro. Questo è il gruppo guidato da Russia e Cina, terzo e primo Paesi produttori di oro nel mondo. Questo gruppo è legato alla costruzione del grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Nuova Via della Seta della Cina, comprendente 16 miliardi di fondi in oro per lo sviluppo della Cina, decisa a sostituire City di Londra e New York come centri del commercio mondiale dell’oro. L’emergente sistema d’oro eurasiatico pone ora una serie completamente nuova di sfide all’egemonia finanziaria statunitense. Questa sfida eurasiatica, riuscendo o fallendo, deciderà se la nostra civiltà potrà sopravvivere e prosperare in condizioni completamente diverse, o affondare con il fallimentare sistema del dollaro.399935F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington complica la disputa sul Mar Cinese Meridionale

Mahdi Darius Nazemroaya, Strategic Culture Foundation 11/07/2016

Rodrigo Duterte

Rodrigo Duterte e Zhao Jianhua

L’una soluzione negoziata tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica e Filippine sulla disputa territoriale per il possesso delle isole Spratly (conosciute come isole Nansha in Cina) appare possibile con il cambio di governo a Manila. Il presidente filippino uscente Benigno Aquino III e il segretario degli Esteri filippino Albert del Rosario, che hanno respinto i colloqui bilaterali con Pechino, terminavano il mandato il 30 giugno 2016 venendo sostituiti rispettivamente da Rodrigo Duterte a Palazzo Malacanhan e da Perfecto Yasay Jr. al dipartimento degli Esteri. Il nuovo governo filippino ha fatto diverse aperture sui colloqui bilaterali con Pechino e il ministro degli Esteri Yasay annunciava che un inviato speciale sarà nominato per i negoziati con la Cina. I rapporti tra Filippine e Cina divennero tesi sotto il governo di Aquino III, riaprendo la disputa territoriale con la Cina e con entusiasmo rivitalizzando la presenza militare degli Stati Uniti nel sud-est asiatico. Nel 2011 fu deciso da Benigno Aquino d’indicare il Mar Cinese Meridionale come Mar delle Filippine occidentale per sottolineare le pretese delle Filippine. Il governo Aquino III avrebbe anche ridenominato il Mar Cinese Meridionale per legge con un ordine amministrativo nel 2012. Aggregando ulteriori relazioni l’amministrazione Aquino III avviava un’azione legale sulla controversia territoriale con la Cina alla Corte permanente di arbitrato olandese il 29 ottobre 2015. Il 5 luglio 2016, la settimana prima della sentenza della Corte permanente di arbitrato del 12 luglio 2016, il presidente Duterte avanzava l’offerta di colloqui con la Cina. Mentre sicuramente utilizzerà la Corte permanente di arbitrato come leva nei colloqui bilaterali sino-filippini, Duterte sembra deciso a un accordo con la Cina. Queste proposte rientrano nelle promesse elettorali del 2016 nelle Filippine. Durante la campagna presidenziale, il discorso di Duterte sulla Cina inviava segnali contrastanti, passando da linguaggio antagonista a conciliante. Indubbiamente era una tattica da politicante del presidente Duterte; alterare il discorso sulla Cina era una tattica politica volta ad avere sia il supporto dei filippini con atteggiamenti nazionalistici sulle isole Spratly, che degli influenti affaristi filippini, anche di etnia cinese, che vogliono pace, cooperazione economica e commerciale con una Cina in ascesa. A livello internazionale, Duterte potrebbe aver inviato tatticamente segnali contrastanti per soddisfare Stati Uniti e Cina. Le sue osservazioni antagoniste compiacevano Washington mentre quelle concilianti avevano lo scopo di non alienarsi Pechino e di segnalare la disponibilità a colloqui. Nonostante le critiche a Pechino, ha sempre indicato di volere dialogare con la Cina. È interessante notare che Duterte è anche l’unico politico che nelle elezioni generali filippine del 2016 ha ammesso pubblicamente di aver parlato delle Isole Spratly con l’ambasciata USA a Manila. Durante la campagna elettorale Duterte osservò che avrebbe cercato aiuto dai cinesi per costruire la rete ferroviaria filippina che colleghi Luzon e Mindanao, e che se la Cina accettava di sostenere il gigantesco progetto avrebbe posto fine alle critiche sulla disputa territoriale di Manila con Pechino. In altre parole, Duterte diceva che un suo futuro governo filippino avrebbe negoziato con la Cina in cambio di concessioni economiche o aiuti da Pechino. Dopo che Duterte ha vinto le elezioni presidenziali, il tono verso la Cina è cambiato divenendo molto più temperato e cordiale. Prima ancora che Duterte diventasse ufficialmente presidente, ebbe un incontro con Zhao Jianhua, l’ambasciatore cinese nelle Filippine, il 16 maggio 2016. L’incontro fu simbolico perché l’ambasciatore Zhao era uno dei tre soli ambasciatori, gli altri due erano i rappresentanti diplomatici di Israele e Giappone, che Duterte aveva incontrato da aspirante presidente delle Filippine. Da quel momento Rodrigo Duterte avrebbe incontrato l’ambasciatore Zhao altre tre volte, anche il 7 luglio, qualche giorno prima della sentenza della Corte permanente di arbitrato.

Le rivendicazione di Pechino sul Mar Cinese Meridionale
Pechino sostiene che la Cina aveva la sovranità sulla zona da migliaia di anni. L’impero cinese della dinastia Ming controllava le coste occidentali adiacenti alla zona, quando il Vietnam faceva parte della Cina. Anche il Vietnam avanza richieste sulle isole Spratly (note come Quan Dao Truong Sa dai vietnamiti) e le isole Paracel (note come Xisha dai cinesi e come Hoàng Sa dai vietnamiti). A sostegno della richiesta cinese vi è il fatto che il Giappone annesse l’area nel 1938 acquisendo Taiwan dalla Cina e che la Cina continentale governata dal Kuomintang rivendicò l’area nel 1947, in virtù della demarcazione della “linea tratteggiata undici”, mentre Malaysia e Brunei erano ancora colonie inglesi e il Vietnam colonia francese. Le Filippine ufficialmente divennero indipendenti dagli USA un anno prima della pretesa del Kuomintang nel 1946. Vi sono importanti fatti storici e giuridici che dovrebbero essere considerati. Prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra con i giapponesi, non fu mai messa in discussione l’annessione giapponese della zona come occupazione del territorio delle Filippine, quando erano controllate dagli Stati Uniti. Né le isole del Mar Cinese Meridionale furono incluse nel territorio filippino preso alla Spagna dagli Stati Uniti nel 1898. Fu solo con l’appoggio degli Stati Uniti nel 1970 che le Filippine avanzarono le prime rivendicazioni sulla zona.

Washington: terzo intruso
Rodrigo-Duterte2_3515205b La Cina è interessata a stabilire ciò che Xi Jinping chiama “comunità di destino”. Pechino vuole cooperazione e commercio, non guerra o conflitto con le Filippine o qualsiasi altro Stato dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN). Suo scopo principale è espandere la Via della Seta, via terra e via mare, sostenendo l’integrazione regionale e la prosperità economica. A questo proposito ha in più occasioni concesso un trattamento di favore e offerto condizioni commerciali vantaggiose ai Paesi aderenti all’ASEAN. Come il presidente Duterte, il governo cinese ha indicato di essere pronto a negoziati diretti sulla disputa territoriale nel Mar Cinese Meridionale. La Cina ha anche dichiarato di essere disposta a condividere ricchezze e risorse dell’area con progetti di sviluppo comuni. Questo è ciò che Pechino ha descritto come “approccio sostenibile”. In cambio Pechino ha chiesto che Manila rifiuti la sentenza della Corte permanente di arbitrato, che influenzerà anche le rivendicazioni territoriali di Brunei, Malesia e Vietnam. Nello scenario in cui le Filippine ottenessero il controllo del territorio conteso nel Mar Cinese Meridionale, Manila si volgerebbe a USA e alleati, come Giappone, Corea del Sud e Australia, per sviluppare la regione. Le Filippine non possono sviluppare o estrarre le risorse energetiche del territorio da sole. Le compagnie energetiche provenienti da Stati Uniti ed alleati otterrebbero trattamento preferenziale e profitto da petrolio e gas. In cambio le Filippine ne avrebbero uno scarso ritorno economico. Ma anche in tale scenario, se non principale consumatore, la Cina sarebbe ancora uno dei principali consumatori di eventuali risorse energetiche estratte dal Mar Cinese Meridionale. Alla Cina potrebbe anche anche essere chiesto dalle Filippine di sviluppare le riserve di energia regionali. Dato che Pechino sarà il principale cliente, nelle Filippine ci si rende conto che sarebbe effettivamente più redditizio collaborare con la Cina allo sviluppo congiunto delle riserve energetiche regionali. Perciò alcuni nelle Filippine preferiscono i colloqui bilaterali. L’ostacolo principale ai colloqui tra Pechino e Manila, però, sono gli Stati Uniti.
Ciò che è in gioco nella zona contesa non sono solo le grandi quantità di idrocarburi in quello che in Cina chiamano “secondo Golfo Persico” energetico, la pesca e uno dei più importanti corridoi marittimi e rotte commerciali del mondo. Ma anche gli interessi per la sicurezza nazionale cinese sono fortemente legati al territorio. I rifornimenti commerciali ed energetici cinesi verrebbero interrotti se il traffico marittimo venisse bloccato nel Mar Cinese Meridionale, motivo per cui le forze armate statunitensi si sono fortemente dedicate ad essere presenti nella zona. In parte, ciò rientra nel “Pivot in Asia” di Washington. Washington, che (a differenza di Pechino) si è rifiutata di firmare anche la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, utilizza le Filippine come pretesto per un gioco sporco contro la Cina, solo perché vede Pechino come rivale strategico. Gli Stati Uniti intenzionalmente acuiscono le tensioni nel Mar Cinese Meridionale per giustificare la presenza navale statunitense a largo delle coste cinesi e la creazione di una rete di alleanze militari per circondare e fare pressione su Pechino. Usando diplomazia coercitiva, guerra economica, strategia della tensione e un duplice approccio confronto e cooperazione, gli Stati Uniti cercano di ridimensionare la Cina. Gli Stati Uniti fanno di tutto per creare un cuneo in Eurasia tra Cina e Federazione Russa. Ironia della sorte, mentre demonizza la Cina come minaccia regionale, Washington invia messaggi contraddittori agli alleati regionali. Gli Stati Uniti diffamano Pechino mentre ordinano allo stesso tempo ai militari statunitensi di tenere esercitazioni militari multilaterali o bilaterali con i militari cinesi, come ad esempio l’esercitazione Rim of the Pacific (RIMPAC) (giugno-luglio 2016), l’esercitazione virtuale per il soccorso e l’assistenza umanitaria congiunta Cina-USA (novembre 2012) e l’esercitazione Cina-USA contro la pirateria nel Golfo di Aden (settembre 2012). I leader regionali dovrebbero prendere atto del modus operandi degli Stati Uniti. I capi degli Stati Uniti non sono disposti a confrontarsi direttamente in Cina. Invece usano Paesi come le Filippine come pedine e gettoni per negoziar un patto od ostacolare una Cina sempre più assertiva ed economicamente prospera.C0046038-3F98-4AD6-99B1-774B2F0163BF_mw1024_s_nLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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