Washington ancora sottovaluta gli iraniani

F. William Engdahl New Eastern Outlook 10/02/2016saudi-arabia-iranLa politica estera di Washington in questi giorni è dominata da una bizzarra politica sadomasochista, non dissimile dall’argomento della CIA secondo cui la tortura, come il waterboarding, sia un modo legittimo di aver intelligence preziosa sul nemico da combattere. Abu Ghraib e Guantanamo vengono in mente. I guerrafondai capo della CIA John Brennan e Victoria Nuland del dipartimento di Stato, o il neocon Ash (come le ceneri della guerra) Carter al Pentagono, sembrano convinti che per essere una grande nazione in primo luogo si debba essere un “rude poliziotto” che pesta i popoli o le nazioni presi di mira, sanzionandoli fino alla bancarotta. Poi gli si affianca il “poliziotto buono”. I loro stupidi manuali di tortura militari e della CIA gli dicono che funziona ogni volta. L’unico problema è che non è così. Non lo è sicuramente con varie nazioni che resistono al bullesco gioco del poliziotto duro e poliziotto buono di Washington. Quello che l’Iran fa sui prezzi per l’esportazione del petrolio ne è un esempio. Nell’estate 2015 gli Stati Uniti approvavano la revoca delle sanzioni contro l’Iran a determinate condizioni, presumibilmente legate alle garanzie iraniane sul monitoraggio internazionale dell’AIEA sul programma nucleare. Le più brutali sanzioni furono inventate dall’aggressivo Ufficio del terrorismo finanziario del Tesoro degli Stati Uniti nel gennaio 2012, e furono imposte dall’Unione Europea su immensa pressione di Washington. Tra le altre misure imposero l’inaudita esclusione mondiale di tutte le banche iraniane dal sistema interbancario dei pagamenti SWIFT su vendite e commercio del petrolio nei mercati mondiali. SWIFT, Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, ne cancellò la maggior parte delle transazioni finanziarie interbancarie mondiali. Si trova in Belgio ed è di proprietà di banche private, e non dell’UE. Fu la prima espulsione dallo SWIFT in 39 anni. L’espulsione dallo SWIFT fu ideata da David Cohen, sottosegretario del Tesoro su terrorismo e intelligence finanziaria, insieme a Mark Dubowitz, specialista di sanzioni di Washington. Era l’equivalente finanziario di Washington dell’uso dell’arma termonucleare. Inoltre l’UE accettò l’embargo petrolifero contro l’Iran e il congelamento dei beni della banca centrale iraniana all’estero. La moneta iraniana crollò dell’80% rispetto al dollaro. L’inflazione iraniana, in particolare nell’importazione di frumento, esplose e le esportazioni di petrolio verso i principali clienti, tra cui Unione europea, Cina, Giappone, Corea del Sud e India si ridussero della metà.

Ingratitudine?
Il 16 gennaio 2016, in relazione all’accordo di Vienna dell’AIEAS con l’Iran e altre parti sull’arricchimento nucleare del luglio 2015, SWIFT annunciava che riammetteva le banche iraniane, compresa la Banca nazionale, nel sistema dei pagamenti. L’UE dichiarava che alle imprese europee, tra cui le compagnie petrolifere, non era più proibito fare affari con l’Iran. L’amministrazione Obama, tuttavia, non era così generosa. Il Tesoro degli Stati Uniti dichiarava che “l’embargo degli Stati Uniti in generale resterà in vigore anche dopo l’attuazione, per preoccupazioni esterne al programma nucleare iraniano”. La Casa Bianca dichiarava che “le sanzioni degli Stati Uniti all’Iran per sostegno al terrorismo, violazioni dei diritti umani e attività missilistiche rimarranno in vigore e continueranno ad essere applicate”. Ora Teheran reagiva ad anni di guerra economica degli Stati Uniti invece di abbracciare la nazione che gli ha condotto una continua guerra dal 1979, come il Vietnam ha fatto abbracciando l’economia liberista degli USA, la leadership iraniana ha risposto con una chiara decisione sul tiramolla tra dare agli Stati Uniti una scusa per imporre nuovamente le sanzioni SWIFT e altre, e seguire i propri interessi nazionali. Tali interessi sono l’importante passo della de-dollarizzazione. Non c’è dubbio che alcuni duri di Washington e loro alleati in Arabia Saudita e Tel Aviv la chiamino ingratitudine. Io la chiamo autonomia nel perseguire l’interesse nazionale sovrano dell’Iran.

Petrolio in cambio solo di euro
Ora, in segno di gratitudine per la fine di 37 anni di sanzioni economiche degli USA, il 5 febbraio, secondo un rapporto dell’iraniana PressTV, un funzionario della National Iranian Oil Company annunciava che l’Iran accettava pagamenti solo in euro e non dollari per il proprio petrolio. Il funzionario aggiungeva che tale regola sarà applicata agli accordi recentemente firmati con il gigante energetico francese Total, la spagnola Cepsa e la russa Lukoil. Il funzionario del NIOC ha dichiarato, “Nei nostri accordi citiamo la clausola che gli acquirenti del nostro petrolio debbano pagare in euro, considerando il tasso di cambio nei confronti del dollaro al momento della consegna“. Inoltre NIOC ha chiarito che India e altri grandi acquirenti di petrolio iraniano, al momento del blocco SWIFT, dovranno pagare i debiti miliardari in euro e non dollari. Il funzionario della NIOC ha chiarito che la Banca centrale dell’Iran (CBI) ha deciso di svolgere il commercio estero in euro quando il Paese era ancora sotto sanzioni. Perché questo è un grosso problema, ci si può chiedere? Di per sé non lo è. Ma assieme a mosse simili di altre nazioni dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, per svolgere il commercio energetico bilaterale secondo le valute nazionali, rubli e renminbi, così come la recente decisione della Russia di iniziare il trading dei futures sul petrolio greggio russo al St. Petersburg Mercantile Exchange in rubli e non dollari, e di creare un nuovo prezzo di riferimento con il petrolio degli Urali in rubli, sostituendo il Brent in dollari USA sul cambio ICE di Londra, la mossa iraniana comincia a causare gravi danni a ciò che Henry Kissinger, ai tempi del primo shock dei prezzi del petrolio del 1973-74, denominò “petrodollari”.

Cosa sono i petrodollari, quindi?
12316263511452256913 Come documento profondamente nel mio libro Un secolo di guerra: la politica del petrolio anglo-americana, l’idea dei “petrodollari” risale allo shock petrolifero del 1973. Quell’anno un’oscura rete atlantista di piuttosto influenti banchieri, multinazionali del petrolio e funzionari dei governi di Stati Uniti ed europei, circa 84 individui selezionati, s’incontrò in gran segreto per due giorni di sessioni al Saltsjoebaden Grand Hotel, di proprietà della ricca famiglia svedese dei Wallenberg. Lì, nel maggio 1973, la riunione del Bilderberg discusse del petrolio. Il vertici bancari e i baroni del petrolio anglo-statunitensi, tra cui David Rockefeller della Chase Manhattan Bank; barone Edmond de Rothschild dalla Francia; Robert O. Anderson della compagnia petrolifera ARCO; Lord Greenhill, presidente della British Petroleum; René de Granier Lilliac presidente della Compagnie Française des Pétroles, oggi TOTAL; Sir Eric Roll della SG Warburg, creatore degli eurobond; George Ball di Lehman Brothers; l’industriale tedesco e amico dei Rockefeller Otto Wolff von Amerongen e Birgit Breuel, poi capo della Treuhand tedesca, che spogliò il patrimonio dell’ex-Germania democratica, erano presenti. Così pure l’industriale italiano e stretto collaboratore dei Rockefeller, Gianni Agnelli della FIAT. L’incontro a porte chiuse, su cui fu vietato una qualsiasi copertura della stampa, discusse dell’imminente aumento del 400% del prezzo del petrolio dell’OPEC. Piuttosto che discutere di come tale shock sulla crescita economica mondiale potesse essere evitato con un’attenta diplomazia con Arabia Saudita, Iran e gli altri Stati arabi dell’OPEC, l’incontro si concentrò su cosa ne avrebbero fatto dei soldi! Discussero come “riciclare” l’aumento di quattro volte del prezzo della merce più importante del mondo, il petrolio. I verbali ufficiali e confidenziali della riunione Bilderberg a Saltsjoebaden, che ho letto, discussero del pericolo che a seguito dell’enorme aumento dei prezzi del petrolio OPEC, “l’inadeguato controllo delle risorse finanziarie dei Paesi produttori di petrolio possa disorganizzare completamente e minare il sistema monetario mondiale“. I verbali parlavano di “enormi aumenti delle importazioni dal Medio Oriente. Il costo di queste importazioni aumenterebbe enormemente“. I dati forniti nel corso della discussione a Saltsjoebaden dal consulente petrolifero degli Stati Uniti e relatore Walter Levy, mostravano un aumento dei prezzi del petrolio OPEC previsto a circa il 400 per cento. Questa fu la vera origine di ciò che Kissinger in seguito chiamò il problema del “riciclaggio dei petrodollari”, l’enorme aumento dei dollari dalle vendite di petrolio. La politica di Stati Uniti e Regno Unito, o meglio la politica di Wall Street e City di Londra, era assicurasi che i Paesi dell’OPEC investissero le loro ricchezze petrolifere principalmente nelle banche anglo-statunitensi.

Guerra del Kippur
La Guerra del Kippur dell’ottobre 1973 tra Israele e una coalizione di Stati arabi guidati da Egitto e Siria, prevedibilmente spinse il re saudita Faysal a minacciare l’embargo petrolifero dell’OPEC contro Europa e Stati Uniti per la fornitura ad Israele di armi prima della guerra. Kissinger e Wall Street ci contavano. Allo scoppio della guerra, a metà ottobre 1973, il governo tedesco del cancelliere Willy Brandt disse all’ambasciatore degli USA a Bonn che la Germania era neutrale nel conflitto in Medio Oriente, e quindi non avrebbe permesso agli Stati Uniti di rifornire Israele dalle basi in Germania. Nixon, il 30 ottobre 1973 inviò al cancelliere Brandt una nota di protesta nettamente formulata, probabilmente redatta da Kissinger: “Ci rendiamo conto che gli europei dipendano dal petrolio arabo più di noi, ma non siamo d’accordo che la vulnerabilità diminuisca dissociandovi da noi su una questione di tale importanza… Si noti che questa crisi non è responsabilità dell’Alleanza, e le forniture militari ad Israele sono per scopi che non rientrano nelle responsabilità dell’alleanza. Non credo che possiamo tracciare una linea così netta…” Washington non avrebbe permesso alla Germania di dichiarare la neutralità nel conflitto in Medio Oriente. Ma, in modo significativo, alla Gran Bretagna fu permesso d’indicare chiaramente la sua neutralità, evitando così l’impatto dell’embargo petrolifero arabo. Questo era il mondo del petrolio anglo-statunitense. In un affascinante colloquio personale a Londra nel settembre 2000 con lo sceicco Zaqi Yamani, ministro del Petrolio di Faysal, Yamani mi parlò di una missione a Teheran alla fine del 1973. Fu prima di un’importante riunione a dicembre dell’OPEC. Yamani racconta che re Faysal l’aveva mandato a Teheran per chiedere a Shah Reza Pahlavi perchè l’Iran insisteva su un notevole aumento del prezzo permanente dell’OPEC pari al 400% rispetto ai prezzi di prima della guerra. Yamani mi confessò che lo Shah gli disse: “Mio caro ministro, se il re vuole la risposta a questa domanda, ditegli che dovrebbe andare a Washington e chiedere a Henry Kissinger“. L’8 giugno 1974, il segretario di Stato statunitense Henry Kissinger firmò l’accordo che istituiva una Commissione congiunta USA-Arabia saudita sulla cooperazione economica, il cui mandato ufficiale incluse “la cooperazione nella finanza”. Nel dicembre 1974, nella segretezza assoluta, l’assistente del segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Jack F. Bennett, poi divenuto CEO di Exxon, firmò un accordo a Riyadh con la Saudi Arabian Monetary Agency (SAMA, la banca centrale saudita). La missione della SAMA era “stabilire un nuovo rapporto con la Federal Reserve Bank di New York con l’operazione di prestito del Tesoro USA. In base a tale disposizione, SAMA acquisterà nuovi titoli del Tesoro con scadenza di almeno un anno“, spiegò Bennett nel febbraio 1975, appunto al segretario di Stato Kissinger. Il governo di Washington era ora libero di avere deficit quasi illimitati, sapendo che i petrodollari sauditi avrebbero comprato il debito degli Stati Uniti. Washington in cambio promise ai principi sauditi la vendita di armi degli Stati Uniti, vincendo su entrambi i lati.
Non meno sorprendente di questo “accordo” USA-sauditi fu la decisione politica esclusiva degli Stati petroliferi dell’OPEC, nel 1975, guidati dall’Arabia Saudita, di accettare solo dollari statunitensi per il loro petrolio, e non marchi tedeschi, nonostante il loro chiaro valore, non gli yen giapponesi, i franchi francesi o svizzeri, ma solo dollari statunitensi. Questa è la vera origine di ciò che si chiama petrodollari. Il petrolio, dopo l’accordo USA-Riyadh del 1975, doveva essere venduto dai produttori dell’OPEC solo in dollari USA. Il risultato fu la drammatica rinascita del dollaro che affondava, un profitto eccezionale per le major petrolifere di Rockefeller e Regno Unito, allora conosciute come le Sette Sorelle, il boom delle banche di Wall Street e City di Londra, gli eurodollari “riciclati” nei petrodollari e la peggiore recessione economica del mondo e degli USA dagli anni ’30. Per i banchieri di Londra e Wall Street l’economia era mera esteriorità. L’accordo petrolio-dollari tra Stati Uniti e Arabia Saudita, che tiene tutt’oggi, fu ignorato da Sadam Husayn che, in occasione di Oil-for-food delle Nazioni Unite, vendette il petrolio iracheno in euro depositati presso la banca francese BNP Paribas. La pratica irachena del “petroeuro” finì bruscamente nel marzo 2003 con l’invasione statunitense dell’Iraq. Da quel momento alcun Paese dell’OPEC ha venduto petrolio in qualsiasi altra valuta. Ora, l’Iran rompe i ranghi, infliggendo un altro duro colpo all’egemonia del dollaro USA al sistema del dollaro quale valuta di riserva mondiale dominante. Dopo tutto non c’è alcuna legge internazionale che imponga ai Paesi di comprare e vendere petrolio solo in dollari, no? La fine di ciò che è diventata la tirannia del sistema del dollaro si avvicina con la decisione dell’Iran di vendere petrolio solo in euro, ora. E’ un mondo davvero affascinante.15496412016_pump-webF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente laureato in politica alla Princeton University ed è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

Contrainjerencia 17/01/2016

Hillary Clinton con i terrorisiti di al-Qaida in Libia.

Hillary Clinton incontra i terroristi di al-Qaida in Libia.

A capodanno furono svelati 3000 messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato. Sono stati ripresi da diversi media statunitensi, tra cui la CNN. Gli storici saranno sorpresi da alcune rivelazioni esplosive contenute nei messaggi di posta elettronica sulla Libia: la legittimazione dei crimini dei ribelli, le operazioni speciali inglesi e francesi in Libia all’avvio delle proteste contro Gheddafi, l’integrazione dei terroristi di al-Qaida nell’opposizione sostenuta dai Paesi occidentali, ecc.

Gli squadroni della morte della NATO
Le informazioni raccolte da Sidney Blumenthal su Hillary Clinton forniscono prove decisive sui crimini di guerra commessi dai “ribelli” libici sostenuti dalla NATO. Citando un capo ribelle “con cui ha parlato in piena fiducia”, Blumenthal ha detto di Clinton: “Prendendo le parole con la massima riservatezza, un capo dei ribelli ha detto che le sue truppe continuano l’esecuzione sommaria di tutti i mercenari stranieri (che hanno combattuto per Muammar Gheddafi) durante i combattimenti“. Mentre le esecuzioni illegali sono facili da riconoscere (i gruppi coinvolti in questi crimini vengono chiamati convenzionalmente “squadroni della morte”), ancor più sinistro è che erano considerati “mercenari stranieri” i combattenti di origine sub-sahariana e, difatti, i civili neri. Vi è un’ampia documentazione presso giornalisti, ricercatori e gruppi di difesa dei diritti umani che dimostrano che i libici neri e i lavoratori sub-sahariani assunti da società libiche, attività favorita da Gheddafi per la sua politica a favore dell’unità africana, furono oggetto di una brutale pulizia etnica.Mails_Blums_2Il massacro di Tawarga
I neri libici furono spesso stigmatizzati come “mercenari stranieri” dai ribelli, principalmente gruppi estremisti legati ad al-Qaida, per la loro fedeltà in generale a Gheddafi, in quanto comunità furono stati sottoposti a torture ed esecuzioni e le loro città furono “liberate” con la pulizia etnica e le stragi. L’esempio più documentato è Taweaga, una città di 30000 libici neri. La popolazione scomparve del tutto dopo l’occupazione da parte dei gruppi ribelli sostenuti dalla NATO, le Brigate di Misurata. Tali attacchi erano ben noti e continuarono fino al 2012, come confermato dall’articolo del Daily Telegraph: “Dopo che Muammar Gheddafi fu ucciso, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli Stati confinanti furono arrestati dai combattenti alleati delle nuove autorità provvisorie. Accusarono gli africani di essere mercenari al servizio dell’ex-leader”. Sembra che Hillary Clinton fosse stata personalmente informata dai crimini degli alleati, i ribelli anti-Gheddafi, molto prima di commettere i peggiori crimini del genocidio.

al-Qaida e le forze speciali di Francia e Regno Unito in Libia
Nella stessa email Sydney Blumenthal ha anche confermato ciò che divenne un problema ben noto, le insurrezioni sostenute dall’occidente in Medio Oriente e la cooperazione tra le forze militari occidentali e le milizie legate ad al-Qaida. Blumenthal riferisce che “una fonte estremamente sensibile” confermò che le unità speciali inglesi, francesi ed egiziane crearono le milizie ribelli libiche al confine tra Libia ed Egitto, nonché alla periferia di Bengasi. Mentre gli analisti a lungo specularono sulla presenza di truppe occidentali sul terreno, nella guerra libica, il messaggio è la prova definitiva del ruolo svolto da esse e della loro presenza sul terreno nelle prime manifestazioni contro il regime di Gheddafi, scoppiate nel febbraio 2011 a Bengasi. Il 27 marzo, in ciò che doveva essere una “rivolta popolare”, gli agenti dei servizi speciali inglesi e francesi “supervisionarono il trasferimento di armi ai ribelli“, tra cui armi d’assalto e munizioni.Mails_Blums_1Il timore francese per la moneta pan-africana
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dalla Francia istituiva una no-fly zone sulla Libia “al fine di proteggere i civili”. Tuttavia, una e-mail inviata a Clinton nell’aprile 2011 esprime intenzioni meno nobili. L’e-mail indica l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy come a capo dell’attacco alla Libia e individua cinque obiettivi da raggiungere: avere il petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione nazionale di Sarkozy, affermare il potere militare francese ed evitare l’influenza di Gheddafi su ciò che chiamava “francofona”. Ancor più sorprendente è il riferimento alla minaccia che le riserve di oro e denaro libiche, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di denaro, “comportassero la sostituzione del franco CFA quale moneta ufficiale dell’Africa francofona“. Una delle principali cause della guerra, poi, fu la volontà francese d’impedire la creazione della moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico, un programma che faceva parte dei tentativi di Gheddafi di promuovere l’unità africana. Questo avrebbe dato ai Paesi africani un’alternativa al franco CFA, uno dei fattori del dominio neocoloniale sull’economia dell’Africa Centrale da parte della Francia.

2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l'ideatrice della menzogna dell'uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall'oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall'assassinio della Libia.

2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l’ideatrice della menzogna dell’uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall’oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall’assassinio della Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Battaglia di Aleppo: un’analisi dettagliata

Pjotr Skorobogatij Expert, 11.02.2016 – South Front

L’operazione della coalizione russo-siriana ha cambiato notevolmente il teatro delle operazioni e ha causato ogni sorta di conseguenze geopolitiche. In una settimana, il corridoio strategico a nord di Aleppo, utilizzato per rifornire i terroristi dalla Turchia, è stato chiuso. Il successo prevedibile ha fatto fallire il primo round dei negoziati di Ginevra, e la Turchia ha iniziato a prendere seriamente in considerazione un’operazione di terra in Siria. Gli espansionisti di Washington ne sono colpiti assieme alla loro coalizione. I media occidentali hanno diffuso altra propaganda sulle decine di migliaia di civili siriani in fuga dalle bombe russe. La situazione cambia di giorno in giorno, ma la Russia continua ad avere l’iniziativa strategica che impedisce alle potenze arabe e occidentali di reagire.siriyaAppendicite curata
L’Esercito arabo siriano (EAS) non ha ancora forze sufficienti per l’offensiva su larga scala su tutti i fronti, l’Aeronautica russa ha anche i suoi limiti. Pertanto truppe e milizie siriane operano in difesa in alcuni settori e in attacco in altri (province di Lataqia e Dara). Gli intensi preparativi per l’operazione di Aleppo sono durati diverse settimane concentrando formazioni di fanteria e meccanizzate, tra cui lanciarazzi multipli pesanti e carri armati T-90 con equipaggi ben addestrati. Ma la direttrice dell’attacco rimaneva sconosciuta, preoccupando gli estremisti. C’erano molte opzioni disponibili. Con il senno del poi, possiamo trarre la conclusione che lo Stato Maggiore Generale continuasse ad adottare lo stesso concetto operativo: il compito principale della prima fase dell’operazione è chiudere il confine con Turchia e Giordania, da cui arrivano armi e volontari ai jihadisti. Damasco ha colpito la provincia del nord-ovest di Aleppo, puntando all’enclave sciita delle città di Nubul e Zahra circondate da quattro anni. Questa operazione ha mostrato la nuova tattica dell’EAS: le posizioni fortificate vengono bypassate ed invece le punte blindate vengono lanciate sui punti deboli individuati dall’artiglieria pesante e dai bombardamenti aerei. Poi la posizione difensiva viene attaccata dal tergo. Così in pochi giorni decine di città sono state liberate, e il “cuneo” dell’EAS si rafforza ai contrattacchi. L’offensiva di Damasco è sostenuta dai curdi di Ifrin, capitale della provincia curda omonima. A giudicare da coordinamento e sostegno attivo ai curdi della VKS russa, questa coalizione non è un caso, e l’intera operazione è sotto il controllo effettivo degli ufficiali dello Stato Maggiore russo. Le forze curde hanno preso il controllo di diverse città e, nonostante i difficili rapporti con l’EAS, organizzato pattuglie e posti di blocco comuni. Qui è opportuno solo integrare i soldati che hanno pianificato le operazioni in Siria negli ultimi sei mesi. Il loro lavoro è invisibile agli osservatori esterni, ma hanno un’influenza decisiva sul successo delle battaglie e il numero di vittime. Si tratta di questioni come assicurare la cooperazione tra le diverse parti della coalizione siriana (libanesi, iracheni, iraniani, siriani, milizie curde e naturalmente EAS), tra sciiti e sunniti delle varie nazionalità, tra formazioni dai diversi gradi di addestramento, equipaggiamento ed esperienza. Per non parlare di logistica, rifornimenti e trasporto. L’alto livello di professionalità mostrata dai consiglieri militari russi è evidente. Le formazioni di EAS, milizie e forze curde continuano ad allargare il corridoio da nord e sud, anche se la velocità dell’avanzata è rallentata per fortificare il terreno già liberato. Le forze jihadiste ad Aleppo affrontano il pericolo dell’accerchiamento. E’ evidente che le forze della coalizione avanzano a nord, verso la frontiera con la Turchia. Qui gli islamisti fortificano in fretta le posizioni rivolte a sud e ricevono rinforzi dalla Siria. L’obiettivo finale è prendere il controllo del confine. Sarà un grande evento geopolitico, che naturalmente causa notevole nervosismo ad Ankara e tra i suoi alleati.s2L’ancora di salvezza dei terroristi
Cosa significa quel corridoio verde per le forze anti-siriane? Prima di tutto, è il corridoio per inviare armi e carne da cannone, provenienti in grandi quantità. Sì, la provincia di Idlib condivide un confine più a lungo con la Turchia, quindi è troppo presto per parlare di sacca, ma è anche una questione di comodità di accesso, e il corridoio verde dispone di autostrade, valichi di frontiera, rotte del contrabbando ben consolidate, e Aleppo stessa, in parte persa da Damasco, è un importante nodo logistico per i flussi di uomini e mezzi ai terroristi. Idlib ha un confine assai meno conveniente, in quanto il terreno montagnoso impedisce il trasporto di grandi quantità di rifornimenti. Ma c’è anche un’altra importante via logistica che appare in appendice, il commercio tra i jihadisti e lo Stato islamico. L’accordo con la partecipazione di Ankara precisa che le s’invia il carburante dalle province settentrionali siriane, ricevendo cibo in cambio. Questo ne fa l’ancora di salvezza per entrambi, dato che lo SIIL controlla i principali giacimenti di petrolio nel deserto, e i gruppi filo-turchi occupano terreni agricoli, senza petrolio e raffinerie. La Turchia usa naturalmente lo scambio per affrontare le carenze di carburante e cibo in queste parti della Siria occupate dai terroristi. I giornalisti ad Idlib e nelle parti di Aleppo controllate dai jihadisti indicano una situazione umanitaria difficile. Stabilimenti alimentari, trasporti, servizi chiudono per mancanza di carburante per i generatori diesel. Non c’è luce o energia elettrica. Naturalmente, non indicano che gli autoveicoli dei jihadisti circolano allegramente. Il rapido peggioramento delle condizioni sociali nelle province occupate dai terroristi, in combinazione con l’offensiva dell’EAS, ha causato alcune manifestazioni di crisi umanitaria. Vi sono segnali di panico, soprattutto tra i terroristi che hanno sfruttato la Siria da tempo, arricchendosi con il contrabbando e che hanno anche creato famiglie, con l’obiettivo ultimo di utilizzare i fondi accumulati per passare poi in luoghi più prosperi come Turchia o Europa. Fuggono verso la frontiera con la Turchia e si concentrano nei campi specializzati. Ankara afferma che ci sono 50mila rifugiati e chiede che il mondo presti attenzione alla crisi apparentemente causata dalle bombe russe. I valichi di frontiera sono chiusi, le persone continuano ad arrivare e l'”apocalisse umanitaria” riceve ampia copertura dei media occidentali. Questo piano probabilmente sarà usato da Ankara e occidente per fare pressione sulla coalizione Russia-Siria, e potrebbe servire come pretesto per l’invasione via terra.

La Turchia si prepara alla guerra
Il 4 febbraio il MoD Russo riferiva che Ankara aveva avviato un’inaudita “attività militare imprevista“. La Turchia ha rifiutato di permettere un volo d’osservazione russa sul suo territorio in conformità al trattato Open Skies. Un aereo russo doveva sorvolare le regioni di confine turche e le basi aeree della NATO. Questo incidente, che molti media non hanno segnalato, avrebbe fermato l’operazione di terra turca. Gli specialisti russi hanno proposto una rotta chiarendo che lo Stato Maggiore russo sa molto bene cos’è in preparazione, e che la sua reazione sarà estremamente dura. Più tardi, il rappresentante ufficiale del MoD, Maggior-Generale Igor Konashenkov, ha detto che, beh, la Siria ha fornito foto che mostrano obici semoventi turchi al confine: “Ogni giorno ci sono sempre più segnali dei preparativi per invadere la Siria. Riteniamo che le azioni turche siano sforzi pericolosi e criminali per nascondere le attività militari al confine con la Siria“. Ankara vede prioritario creare una zona cuscinetto sul confine meridionale, ma la questione è se tale zona sarà in territorio turco o siriano. Una volta che la speranza di rovesciare Assad s’è dissipata all’arrivo della Russia, Ankara ha dovuto istituire distaccamenti al confine per evitare che i terroristi, sottraendosi agli attacchi aerei russi, entrino in Turchia. La zona cuscinetto è destinata anche a tenere a bada l’offensiva curda e ad impedirgli di collegare le due grandi enclavi curde in Siria, a nord-ovest e nord-est. Infine, è necessaria un’ipotetica zona d’influenza per assicurarsi che i terroristi continuino ad essere riforniti e per continuare a commerciare con lo SIIL. L’avvertimento russo ha fermato l’avanzata turca, ma non ha risolto il problema generale: con ogni nuova città liberata nel “saliente” a nord di Aleppo, Ankara ha sempre meno tempo per intervenire in Siria. E’ una cosa prendere territorio ai terroristi, e qualcos’altro combattere l’EAS o i curdi ora attivamente sostenuti dagli Stati Uniti. Il bivio decisionale è questo: la Turchia o è pronta ad agire unilateralmente con il tacito supporto occidentale, o si coordinerà con la coalizione filo-USA. La prima opzione potrebbe seguire il precedente del Libano: Israele invase il Libano meridionale molte volte per combattere Hezbollah senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite e nonostante le condanne dei Paesi limitrofi. Tel Aviv operò con rapidità e decisione, creando una zona di non volo, inviando truppe e attaccando l’avversario con operazioni speciali di incursioni e bombardamenti di artiglieria mirati. Il risultato fu sempre discutibile, ma Israele non subì conseguenze fatali. Ankara potrebbe usare la crisi umanitaria artificiale al confine come pretesto per un’operazione simile, già spiegata, se necessario, per garantire la stabilità dell’UE. Erdogan continua a ricattare sapientemente gli infantili eurocrati: “Possiamo aprire le porte verso Grecia e Bulgaria e portarvi i profughi sugli autobus. Se ci date 3 miliardi di euro per due anni, non vi sarà alcuna ulteriore discussione. La Grecia ha ricevuto 400 milioni durante la crisi. Dovremmo utilizzare questo denaro per creare una zona di sicurezza in Siria per risolvere tutti i problemi dei rifugiati“. L’UE, per inciso, potrebbe decidere di salvarsi da ulteriori problemi e chiudere gli occhi sulle operazioni militari della Turchia, così come ha ignorato il massacro nelle province curde della Turchia. Merkel ha chiarito che è disposta a giocare a tale gioco: “Siamo non solo stupiti ma sconvolti negli ultimi giorni dalla sofferenza di decine di migliaia di persone a causa dei bombardamenti anche russi“, e gli altri Paesi della NATO sono “scioccati” dagli attacchi aerei russi, e il segretario generale della NATO Stoltenberg ha detto che la nostra operazione in Siria impedisce la risoluzione pacifica del conflitto e aumenta le tensioni nella regione. Il MoD russo ha risposto: “Vorremmo ricordare a Stoltenberg che non sono gli attacchi aerei russi che hanno causato la crisi in Siria, ma le azioni insensate della NATO che hanno precipitato il Medio Oriente nel caos. Inoltre, prima che gli aerei russi arrivassero in Siria, la NATO fece finta per tre anni di distruggere il terrorismo internazionale. Per tutto il tempo, nessuno in occidente e in particolare a Bruxelles ha così tanto parlato di negoziato sulla Siria. Stavano solo calcolando quando il Paese sarebbe finalmente crollato, come la Libia dove i Paesi della NATO si erano impegnati a creare la “democrazia” occidentale. Se qualcuno in questo momento in Siria è preoccupato dagli aerei russi, sono i terroristi. Vorremmo chiedere a Stoltenberg perché certi Paesi della NATO sono preoccupati dagli aerei russi in Siria“. Va ricordato che l’intervento della Turchia non significa affatto lo scontro diretto tra Russia e Turchia. Probabilmente sarà limitata a un’altra guerra ibrida, ed è del tutto possibile che le truppe siriane indurite da quattro anni di guerra possano affrontare da sole i soldati turchi. “Ogni intervento militare senza l’approvazione del governo siriano va considerato un’aggressione. Gli invasori saranno rispediti a casa nelle bare“, è la risposta diretta di Damasco. C’è anche un’altra possibilità, e cioè che la Turchia non solo tenti di creare una zona cuscinetto, ma di sfondare verso Aleppo o Raqqa. Ma ciò è possibile solo se agisce nell’ambito di una coalizione.

I problemi della coalizione
La maggior parte dei tentativi di discutere un’ipotetica guerra tra Russia e Turchia non valutano realisticamente tutti gli attori del conflitto siriano. Ankara è descritta come un manicomio pronto al suicidio in qualsiasi momento. Il ruolo degli Stati Uniti, che chiaramente hanno perso l’iniziativa nella regione, tende ad essere sminuito e in generale le politiche di Obama sono trattate con disprezzo. Sottovalutare la potenza più forte del mondo potrebbe essere costoso, ma per fortuna sono soprattutto dei cittadini a farlo, non gli specialisti. Certo, Washington è stata colta di sorpresa dalla manovra russa in Siria e ha perso le sue teste di ponte tattiche in Siria. Ma è ancora dominante in Iraq, dove sembra disposta ad avviare una grande operazione contro lo SIIL per muoversi verso Raqqa. L’inizio delle operazioni è indicativamente prevista per la primavera 2016. La sua fattibilità è discutibile. Non è chiaro chi combatterà: l’Esercito iracheno che di solito subisce sconfitte, le ipotetiche forze degli Stati Uniti, il cui schieramento dovrebbe superare le prove pre-elettorali, o i mercenari sauditi che bruciano dal desiderio di attaccare gli iraniani sul fronte siriano, ma che ancora contare le proprie perdite nello Yemen. Quindi, ecco la “fresca” e relativamente potente macchina militare turca che qui potrebbe rivelarsi necessaria. A dire il vero, gli Stati Uniti hanno complicato i rapporti con Ankara sostenendo i curdi. Il 7 febbraio, Erdogan ha praticamente dato a Washington un ultimatum, chiedendo di scegliere alleato, indignato dalla visita del rappresentante presidenziale statunitense Brett McGurk ad Ayn al-ARab, dove ha incontrato le milizie curde: “Come possiamo fidarci? Chi è il vostro partner? Io o questi terroristi di Kobane“, ha detto il primo ministro della Turchia Davutoglu mostrando al vicepresidente degli Stati Uniti Biden la mappa del confine contrassegnata dai luoghi utilizzati dai curdi siriani per inviare armi ai curdi turchi. Ankara trova qualsiasi cooperazione di Washington con i curdi inaccettabile, ne è il principale ostacolo. Non è chiaro come Washington risolva tale problema. Da un lato, i curdi sono deboli militarmente rispetto ai turchi, e non importa quante armi gli diano gli Stati Uniti, la fanteria curda troverà difficoltà a combattere grandi battaglie. I curdi non operano al di fuori delle zone in cui abitano, soprattutto senza la garanzia di avere un proprio Stato (che la Casa Bianca non vuole dare). Dall’altra parte, i curdi sono l’unico vero punto d’appoggio di Washington sul suolo siriano, la cui perdita significherebbe lasciare il teatro delle operazioni siriano. La pressione turca costringerebbe i curdi in Iraq e Siria a puntare le armi contro i loro nemici storici turchi, lasciando così lo SIIL sulla coscienza degli Stati Uniti o aderendo alla coalizione russo-siriana. La guerra si complicherebbe, ed è del tutto possibile che gli Stati Uniti ne siano semplicemente espulsi. Il problema è che gli Stati Uniti sono costretti a tenere a freno le ambizioni turche, ma non hanno influenza sufficiente per costringere Erdogan a fare ciò che vogliono. “La crescente ostilità della Turchia verso i combattenti curdi in Siria, gli alleati più efficaci degli USA contro lo SIIL, mina gli sforzi per lanciare operazioni più efficaci contro tale gruppo estremista“, hanno detto dei funzionari degli Stati Uniti al Wall Street Journal. Washington è anche scontenta del fallimento dei colloqui di Ginevra e ne accusa Ankara, implicando che abbia istruito i terroristi che controlla. Ciò non significa che Washington accetta le condizioni di Damasco, ma il processo di pace è un’altra leva d’influenza con cui la Turchia stordisce l’occidente con la sua testardaggine. La creazione di una coalizione filo-USA con la partecipazione di Ankara e la prospettiva di un’operazione terrestre imminente poteva contenere temporaneamente le ambizioni di Erdogan e renderle compatibili con la politica estera degli Stati Uniti, fino al punto di compensarne il costo quale alleato instabile. Tuttavia, in questo momento alcuna delle parti nel conflitto siriano ha la potenza militare sufficiente per risolvere tutto. Gli ultimi mesi hanno dimostrato che l’iniziativa appartiene a chi ha la fanteria meglio addestrata ed equipaggiata, ed è Damasco.

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I carri armati Vladimir nella battaglia per Aleppo
Ekaterina Zgirovskaja e Pavel Kotljar, Gazeta, 10 febbraio 2016 – RBTH

Il nuovo carro armato russo T-90 ‘Vladimir’ è al suo primo impiego all’estero, partecipando alla battaglia per respingere le forze che si oppongono al leader siriano Bashar al-Assad dalla cruciale città di Aleppo.

image14Il carro armato T-90, tra i nuovi equipaggiamenti entrati in servizio nelle Forze Armate russe, ha il battesimo del fuoco sui campi di battaglia in Siria. I media turchi e iraniani segnalano la presenza dei carri armati russi T-90 Vladimir in Siria, di cui fonti del Ministero della Difesa russo hanno confermato la presenza. Il giornale filo-governativo turco Yeni Safak citava un capo locale chiamato Mahmut Hasan dire che “sono stati attaccati da più di 80 carri armati T-72 e T-90“. Le truppe governative riconquistavano le città di Nubul e al-Zahra a nord di Aleppo. Il loro sforzo è controllare la “zona di sicurezza” tra le città di Azaz e Jarabulus sul confine siriano. L’agenzia iraniana Fars nel frattempo riferiva il 2 febbraio che l’Esercito arabo siriano impiega carri armati T-90 nei pressi di Aleppo, dicendo che erano stati dispiegati nei pressi della città di Qan Tuman, a sud di Aleppo, dopo che l’Esercito arabo siriano l’ha ripresa a dicembre. “Sfruttando la superiorità dei carri armati T-90, le truppe governative siriane ed alleate circondavano le importanti città di Qan Tuman e al-Qarasi sulla strada Aleppo-Damasco“, ha detto una fonte militare. Un’offensiva congiunta di Esercito arabo siriano, Forze di difesa nazionale e militari iracheni aveva inizio il 1° febbraio, con la conseguente liberazione dei villaggi di Hardatnin, Duwayr al-Zaytun e Tal Jabin. L’agenzia stampa russa RNS il 5 febbraio citava fonti del Ministero della Difesa russo dire che numerosi carri armati russi T-90A, precedentemente in servizio nelle Forze Armate russe, erano stati consegnati alla Siria verso la fine del 2015. I militari siriani avevano ricevuto l’addestramento necessario nei poligoni russi, secondo l’agenzia, aggiungendo che i carri armati T-90A forniti alla Siria sono utilizzati dall’Esercito arabo siriano nei pressi di Aleppo, sostenendo l’avanzata dei gruppi d’assalto dell’EAS. Il carro armato russo T-90A, entrato in servizio nel 2004, è una versione aggiornata del T-90, noto come Vladimir, costruito negli anni ’90 sulla base del carro armato T-72B; è chiamato Vladimir in onore del capo progettista del carro Vladimir Potkin. Le caratteristiche distintive del T-90A sono il motore, la torretta e i visori termici. Il carro armato ha blindature reattive di terza generazione che garantiscono la protezione contro i proiettili ad alta velocità de-calibrati da 120mm M829A2 e DM43A1 usati dai carri armati M1 Abrams e Leopard-2. Aleksej Ramm, osservatore militare del Corriere Militare-Industriale, ha detto che le caratteristiche del terreno permettono il “pieno impiego di questi carri armati presso Aleppo, Idlib, Hama, Homs, ma i principali sforzi sono ora concentrati su due aree: a nord di Aleppo e a nord di Lataqia“.12366234_1630998357161628_2962020559893527860_nTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’aspirante sultano e la Divisione Aeroportata russa, che succederà?

Moon of Alabama, 9 febbraio 2016700x350c50L’operazione siriana contro i terroristi eterodiretti continua con l’aiuto di Russia, Iran e altre forze alleate. L’operazione ha lo scopo di eliminare tutti i terroristi e loro alleati, come richiesto dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “La reiterata richiesta della risoluzione 2249 (2015) agli Stati membri è impedire e reprimere il terrorismo, in particolare dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL, noto anche come Daash), al-Nusra (ANF) e tutti gli altri individui, gruppi, imprese ed entità associate ad al-Qaida e SIIL, e altri gruppi terroristici, (…) e sradicarne il santuario che hanno creato”. Gli Stati Uniti per ora sembrano aderire alla risoluzione e permettere a Siria e Russia di fare ciò che devono. Ma vi sono altri che hanno investito sulla Siria più dell’amministrazione Obama. Lo scopo immediato delle forze siriane è chiudere il confine con la Turchia e liberare Aleppo dai jihadisti. 6000 soldati dall’Iran sono arrivati a sostenere l’operazione. Una grande operazione è prevista nei prossimi mesi. Ma sauditi, qatarioti, turchi e israeliani vogliono combattere il governo siriano fino all’ultimo ribelle siriano e mercenario straniero. Non rinunciano a sogni ed ingenti investimenti fatti per abbattere la Siria. Gruppi di terroristi sono stati appena richiamati ad Ankara per ricevere nuovi ordini. I sauditi avanzano l’offerta infida d’inviare truppe a combattere in Siria. Probabilmente è solo una copertura per incitare altri ad invadere il Paese. La Turchia è la candidata più probabile. Qui un giornalista turco, fervente seguace e portavoce di Erdogan, avanza la folle tesi che l’autodifesa della Turchia richieda di attaccare la Siria e gli alleati russi e iraniani: “La guerra di Teheran e Mosca contro questo Paese è una guerra contro Ankara. Questi due Paesi in realtà combattono direttamente la Turchia. Non vi è più alcun modo di nasconderlo. … La Turchia deve intervenire direttamente sulla questione siriana. Azione militare inclusa. Se Iran e Russia possono entrare in questo Paese con pretesti inconsistenti, se possono bombardare anche un puntino del nostro confine, se possono deportare i civili siriani in Turchia e attaccare la Turchia dalla Siria, allora la Turchia ha di gran lunga più ragione e diritto di loro. Nessuno vorrebbe una guerra aperta. Nessuno vorrebbe una guerra tra Russia e Iran e Turchia. Nemmeno l’avrebbero desiderato. Ma questa volta è molto grave. Se un passo non viene fatto oggi, ci accingeremo a combattere in condizioni più severe in futuro. Non esiste una cosa come il regime siriano o l’amministrazione di Damasco. Il Paese è stato ricreato e questa situazione chiaramente minaccia direttamente la Turchia e ci si aspetta che rimaniamo in silenzio accettandolo! Quale Paese può arrendersi a una cosa del genere? Vi è una minaccia, la condizione fisica e la ragione legale per intervenire”. Follie simili sono scritte dai clown della propaganda sionista sui principali quotidiani degli Stati Uniti L’assedio non ancora attuato a migliaia di terroristi di al-Qaida/al-Nusra e forse a circa 40000 civili ostaggi degli insorti in parti di Aleppo viene usato per invocare l’attacco degli Stati Uniti contro le forze siriane e russe. Dal Washington Post: “Operando sotto l’ombrello della NATO, gli Stati Uniti potrebbero utilizzare mezzi aeronavali nella regione per creare una no-fly zone da Aleppo al confine turco e chiarire che impedirà il continuo bombardamento di civili e rifugiati da qualsiasi parte, anche ai russi. Si potrebbe utilizzare la no-fly zone per tenere aperto il corridoio con la Turchia e utilizzare i propri mezzi per fornire a città e sfollati nella regione assistenza umanitaria. Se russi e siriani cercano di evitare la protezione umanitaria e il rifornimento della città, dovrebbero affrontarne le conseguenze militari”.
German Chancellor Angela Merkel visits Turkey Una mappa pubblicata lo scorso venerdì da La Repubblica, senza ulteriori spiegazioni, mostra l’invasione turca della parte settentrionale della Siria, attualmente occupata dallo Stato Islamico. Tale operazione consentirebbe di tenere aperte le comunicazioni tra Turchia e Stato Islamico, minacciate dai piani di attacco curdi e russi sulla stessa area per eliminare la presenza dello SIIL. Tale linea di comunicazione è importante. Lo scorso anno la comunità d’intelligence degli Stati Uniti dichiarò che vi erano circa 20000 jihadisti stranieri di SIIL, Jabhat al-Nusra e altri gruppi terroristici in Siria e Iraq. Nella testimonianza al Congresso di oggi (.pdf) il direttore dell’intelligence nazionale James Clapper parla di 38000. La Turchia afferma che ha chiuso le frontiere ai combattenti stranieri che vanno in Siria e Iraq. Se è così, come hanno fatto questi altri 18000 jihadisti stranieri ad entrare in Siria e in Iraq? Sono caduti dal cielo? I terroristi dello SIIL difficilmente vi sono stati aviotrasportati. Le truppe aeroportate russe atterrerebbero, piuttosto, se la Turchia dovesse fare qualcosa di stupido. La Russia ha già avvertito di aver osservato i preparativi dei turchi per l’invasione, ed ha lanciato un’esercitazione improvvisa con le truppe aviotrasportate e l’aviazione da trasporto militare nel Comando meridionale. La 56.ma Brigata d’Assalto Aereo della Guardia e la 7.ma Divisione Aerotrasportata della Guardia, a Kamyshin e Novorossijsk, sono state allertate. Sono unità d’élite che presero parte alle guerre cecene. L’anno scorso una Brigata Aeroportata della Difesa Aerea russa eseguì un’esercitazione a sorpresa. Queste forze, oltre a ulteriori unità aeree russe, probabilmente reagiranno all’invasione turca della Siria. Combatterebbero sul territorio siriano, non turco, e polverizzerebbero qualsiasi forza d’invasione turca di medie dimensioni.
Erdogan ricatta l’Unione europea con la minaccia d’inviare centinaia di migliaia di profughi. Non si capisce il motivo per cui l’Unione europea, e in particolare la cancelliera tedesca Merkel, lo permettano. Se l’UE, o anche la sola Germania, usassero le valvole economiche disponibili sulla Turchia, la sua economia urlerebbe di dolore. Un avvertimento ai turisti tedeschi a non recarsi in Turchia per il pericolo di attentati costerebbe alla Turchia miliardi di entrate all’anno. Anche avvertimenti sul credito alle banche turche sovraesposte sarebbero possibili; le linee di credito all’esportazione potrebbero essere ridotte, e le importazioni agricole dalla Turchia finire sotto più stretti controlli. In un anno la Turchia perderebbe almeno il 10% del PIL. Ma UE e Merkel non sembrano ricordarsi di essere derise dall’aspirante sultano ottomano. Gli Stati Uniti hanno solo snobbato la Turchia dichiarando che non ritengono la curdo-siriana YPG un’organizzazione terroristica. La Turchia ha convocato l’ambasciatore degli Stati Uniti sulla questione. Erdogan sembra fuori di sé. Ora è il fattore dei più incalcolabili futuri sviluppi in Siria. Ma se dovesse invadere la Siria non potrà contare su NATO e Stati Uniti. Cosa combinerà?Russian-war-exerciseTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Arabia Saudita contro Iran: la placca tettonica petrolifera di Qatif

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 4 febbraio 2016

E’ consuetudine nella stampa occidentale avere un’aria da studiosi e spiegare la rivalità tra Arabia Saudita e Iran su base religiosa (sunniti contro sciiti) o etnica (arabi contro persiani). Eppure la storia contraddice tali interpretazioni, mentre uno sguardo sulla mappa del petrolio chiarisce tale conflitto.iran-linesL’escalation tra Arabia Saudita (prima potenza mondiale petrolifera, 27,7 milioni di persone, 80% sunniti e 20% sciiti concentrati nella Provincia Orientale di Qatif) e Iran (81,1 milioni persone in grande maggioranza sciiti indo-europei e potenza gasifera mondiale) è il risultato della rivalità geopolitica più che di un conflitto etnico o religioso, senza offesa per coloro che si attengono al prisma israelo-anglosassone che deforma balcanizzando. Quando Reza Shah Pahlevi regnava, l’Arabia Saudita era il grande alleato dell’Iran, dominato dagli Stati Uniti. L’attuale escalation è un riflesso della divisione globale, incluso lancio del “Grande Medio Oriente” e rivalità sul potere nel mondo islamico e nell’OPEC. La divisione geo-strategica tra Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altra, è lo sfondo della trappola demografica ordita da Zbigniew Brzezinski/Stratfor con la loro “carta islamica” [1] volta a destabilizzante profondamente il blocco RIC (Russia, India, Cina). La Russia ha un 20% di sunniti tartari; e l’India, potenza nucleare, è la prima potenza islamica del mondo, con un 20% di musulmani; e la Cina, a sua volta ha 10 milioni di uiguri e mongoli sunniti, parte della popolazione turca della provincia autonoma di Xinjiang, altamente strategica perché ricca di gas e uranio. L’ex-primo ministro Ariel Sharon aveva tracciato sul Medio Oriente una linea orizzontale dal Marocco al Kashmir (le proteste contro l’Arabia Saudita hanno raggiunto questi estremi) e una verticale dal Caucaso, ventre della Russia, al corno d’Africa. L’Organizzazione della cooperazione islamica (57 Stati membri) ha 600 milioni di abitanti, o il 22% della razza umana, per l’80% sunniti, un universo tutt’altro che omogeneo di scuole legali d’interpretazione del Corano, assai diverse, e quasi per il 20% sciita, divisi dalla presenza di molteplici sette (alawita in Siria, huthi/zaiditi nello Yemen, aleviti in Turchia, ismaeliti in India, ecc). Vi sono diverse minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan, Paesi destabilizzati dal grande gioco geostrategico degli Stati Uniti contro il RIC. In Iraq gli sciiti sono la maggioranza (85%), come in Bahrayn (85%); e in Libano sono il 50% e le minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan sono grandi. Infine, circa 400 milioni di sciiti sono divisi tra un centinaio di Paesi, ma l’80% è concentrato in Iran (81,8 milioni), India (45,4 milioni), Pakistan (42,5 milioni), Iraq (24,5 milioni) e Turchia (20 milioni).
Al di là della rivalità per la leadership religiosa del mondo musulmano tra Iran e Arabia Saudita, e la questione della custodia dei luoghi santi di Mecca e Medina, Riyadh ha perso due stretti alleati tra i sunniti: Sadam Husayn, che governava l’Iraq dalla maggioranza sciita (situazione di equilibrio in Siria, dove Assad proviene dal 15% alawita della popolazione rispetto all’80% sunnita) e Hosni Mubaraq in Egitto, spazzato via dall’artificiale “primavera araba” istigata da Stati Uniti e Regno Unito; allo stesso tempo l’Iran ha esteso l’influenza in Libano con Hezbollah, e Siria con gli alawiti in guerra contro Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Nello Yemen, l’Arabia Saudita conduce la guerra contro gli huthi; nel Bahrayn, Riyadh è intervenuta militarmente per sedare la rivolta della maggioranza sciita [2]. L’escalation ha raggiunto il culmine con la strage di pellegrini iraniani alla Mecca, un semplice incidente, secondo Riyadh, omicidio intenzionale di 500 persone per l’Iran, tra cui l’ex-ambasciatore in Libano [3].
Oltre ai piani per la balcanizzazione di Iran e Arabia Saudita annunciati dal Pentagono [4] e New York Times [5], vanno notate tre tracce altamente radioattive:
– le riserve in valuta estera delle sei petromonarchie arabe del Golfo Persico: questi Paesi hanno in programma di lanciare la moneta unica del Golfo [6];
– la parità del rial saudita con il dollaro [7];
– e il petrolio di Qatif.
Arabia Saudita e Iran non hanno interesse a un’ulteriore escalation, mentre Riyadh vuole consolidare la successione di re Salman, l’Iran è con il fiato sospeso in attesa della revoca imminente delle sanzioni, recuperando 150 miliardi di dollari sequestrati da Washington in cambio della disattivazione del programma nucleare. Ricordiamo che l’Iran dispone di 109 miliardi di dollari di riserve, di fronte ai 650 miliardi dell’Arabia Saudita. L’esecuzione di 47 persone, di cui 43 terroristi jihadisti sunniti sostenitori di al-Qaida che volevano rovesciare la casa reale dei Saud, più 4 sciiti, tra cui lo sceicco Nimr al-Nimr di Qatif, venerato dai giovani e che minacciò la secessione, e altri tre chierici, ha innescato la furia dello sciismo universale, quando Hezbollah ha accusato gli Stati Uniti di essere dietro le decapitazioni. Stratfor, il centro israelo-texano noto quale oscura emanazione della CIA, dice che la controversia su al-Nimr imperversa da anni [ 8 ] In effetti, fu arrestato nel luglio 2012 per incitamento dei militanti sciiti nella regione petrolifera, la provincia orientale, durante la “primavera araba”, quando Riyadh era già intervenuta in Bahrayn, il piccolo confinante a maggioranza sciita, per rafforzare i sunniti della penisola arabica. Come nella guerra Iran/Iraq volta ad esaurire Sadam Husayn e la rivoluzione islamica sciita di Khomeini, quando gli Stati Uniti vendettero armi a entrambi per indebolirli. Ancora una volta Washington cerca d’attuare il programma d’indebolimento, questa volta di Arabia Saudita ed Iran? Ambrose Evans-Pritchard, feroce critico della casa reale inglese ritiene che la collisione tra i due Paesi sia pericolosamente vicina al cuore del mercato mondiale del petrolio. Dice che la minoranza sciita colpita, il 15% della popolazione saudita secondo lui, “risiede nei giganteschi giacimenti petroliferi sauditi, in particolare nella città di Qatif” [9]. Cita Ali al-Ahmad, direttore dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington secondo cui Qatif è il centro nevralgico dell’industria del petrolio saudita, la grande stazione centrale in cui 12 oleodotti riforniscono gli enormi terminal petroliferi di Ras Tanura e Dharan, molto vulnerabili in caso di attacco a sorpresa. Evans-Pritchard insiste che la maggior parte dei 10,3 milioni di barili prodotti giornalmente dall’Arabia Saudita, sorvegliati da 30000 guardie, attraversi il cuore dello sciismo in subbuglio; un’interruzione di pochi giorni può causare un picco del petrolio, raggiungendo i 200 dollari o più al barile, alimentando la crisi economica globale. Questa è la manna geopolitica sognata dagli speculatori di hedge fund di Wall Street e City di Londra…
Si dovrebbero seguire con il microscopio elettronico le posizioni turche (la sola potenza sunnita della NATO) e del Pakistan (la maggiore potenza militare musulmana), che finora hanno assunto un atteggiamento neutrale e cauto, soprattutto per i recenti legami con Russia e Cina e la repulsione per i Fratelli musulmani (incoraggiati da Turchia e Qatar), e non certo dall’amore per l’Iran.oil-and-gas-infrastructue-persian-gulf--large-Note
[1] “Otra trampa de Brzezinski y Stratfor contra Rusia: “guerra demográfica” con Turquía“, Alfredo Jalife Rhame, La Jordana, 3 gennaio 2016.
[2] “Why the King’s Sunni Supporters are Moving Abroad“, Justin Gengler, Foreign Affairs, 6 gennaio 2016.
[3] “L’Arabie saoudite a bien enlevé des collaborateurs de l’ayatollah Khamenei“, Réseau Voltaire, 13 novembre 2015.
[4] “We’re going to take out 7 countries in 5 years : Iraq, Syria, Lebanon, Libya, Somalia, Sudan & Iran”, Videointervista con il Generale Wesley Clark, Democracy Now, 2 marzo 2007.
[5] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 settembre 2013.
[6] “Hacia el nuevo orden geofinanciero: yuan chino entra al FMI y Rusia prepara su “rublo-oro”“, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 13 gennaio 2015.
[7] “Saudi riyal in danger as oil war escalates”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 28 dicembre 2015.
[8] “The Saudi-Iranian Spat Is Emblematic of the Region’s Power Struggle”, Stratfor, 4 gennaio 2016.
[9] “Saudi showdown with Iran nears danger point for world oil markets”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 4 gennaio 2016.

Alfredo Jalife-Rahme Professore di Scienze politiche e sociali dell’Università nazionale autonoma del Messico (UNAM). Pubblica cronache di politica internazionale sul quotidiano La Jornada. Ultima opera: La Cina irrompe in America Latina: Drago o panda? (Orfila, 2012).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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