La visita di Kerry a Sochi: gli USA fanno marcia indietro sulla Crimea?

Alla fine ciò che è apparso con Kerry a Sochi è l’inevitabile fallimento della politica statunitense
Danielle Ryan Russia Insider 14/5/201511Non credo alla chiacchierata di John Kerry a Sochi. Non ancora, almeno. Sono passati due giorni dal suo incontro con Vladimir Putin nella località sul Mar Nero e finora non c’è stato alcun voltafaccia su un apparente ripensamento strategico sulla Russia. Ma mentre c’è motivo per un sano scetticismo, c’è anche motivo di (assai) cauto ottimismo. Kerry non ha esattamente premuto il tasto ‘reset’, come Hillary Clinton nel 2009, ma ha tenuto un nuovo e accurato contegno. Se i colloqui siano una svolta in questa cosiddetta ‘nuova guerra fredda’ è troppo presto per dirlo, ma ciò che è ovvio, e non importa come vadano, è che i colloqui sono una svolta, almeno della visione di Washington sulla crisi ucraina. Rinunciare a principi e varie “linee rosse” non è facile per la Casa Bianca, né per qualsiasi amministrazione, ma a volte va fatto. La Crimea presenta una situazione del genere. Il fatto che Kerry non abbia menzionato l”annessione’ della penisola alla conferenza stampa dopo i colloqui con Putin, non è passato inosservato, ed è forse il segno più eloquente che gli Stati Uniti affrontano una situazione di stallo in tale controversia. Naturalmente, non sappiamo cosa ha detto Kerry a porte chiuse, ma finora non ha mai perso l’occasione di tirare fuori pubblicamente la Crimea, quindi il fatto che ora non l’abbia fatto, probabilmente significa solo una cosa: l’amministrazione Obama si rende conto che le relazioni con la Russia vanno migliorate, essendone necessario l’aiuto (Stato islamico, Iran), tanto che a un certo punto deve rinunciare alla Crimea, se non altro per il fatto che, in definitiva, è un vicolo cieco. In sostanza, Washington rinuncerà alla Crimea perché la Russia non lo farà mai. Obama lo sa. Kerry lo sa. Victoria Nuland e la sua banda di biscottari lo sanno. Va solo capito come accettarlo e andare avanti con il minimo imbarazzo. Dopo tante minacce ed isterie, Washington assai difficilmente accetterà o riconoscerà pubblicamente la volontà della stragrande maggioranza dei crimeani. Forse non lo farà mai. Ma ci sono pesci più grandi da friggere nel mondo e la questione della Crimea lentamente si esaurirà finché nessuno in occidente se ne preoccuperà. Per la Russia, il risultato alla fine sarà la Crimea e alcuna punizione.
Non c’è dubbio che il viaggio di Kerry a Sochi abbia scosso certe piume a Kiev. Petro Poroshenko probabilmente ne sarà infastidito, ma ciò che non sembra colto è che lui, in ultima analisi, è irrilevante rispetto a Putin e alla Russia e che il nazionalismo estremo e fanatico nel suo Paese oggi non s’accordano per nulla con gli amanti della libertà occidentali. Infatti, dopo la Crimea è apparso il secondo più importante elemento della visita di Kerry in Russia, l’unico avvertimento pubblico di da Kerry a Poroshenko di “pensarci due volte” prima di riaccendere il conflitto ad oriente. È il primo riconoscimento reale di Washington che ci sono due parti in questa guerra, e che la colpa non va addossata interamente ai separatisti e al Cremlino. Infine, vediamo che Kerry a Sochi ha raccolto l’inevitabile risultato di una politica fallimentare. Washington ha cercato di fare qualche grande mossa sugli scacchi geopolitici dell’Ucraina, fallendo miseramente in ogni aspetto. Le sanzioni, che avrebbero dovuto paralizzare l’economia russa e indebolire il sostegno interno a Putin, hanno avuto un effetto minimo sull’economia (rispetto agli intenti) e un effetto opposto sulla popolarità di Putin; l’economia si è dimostrata notevolmente resistente a ciò che alcuni hanno definito addirittura ‘guerra economica’, e Putin è più popolare che mai. Si può solo immaginare sorpresa e sconcerto alla Casa Bianca su come tutto ciò abbia fallito. Inoltre, la retorica incendiaria volta ad isolare la Russia dal resto del mondo, sé dimostrata un altro fallimento, con la Russia che si rivolge a numerosi partner internazionali alternativi, Turchia, India, Cina e Brasile. L’amministrazione Obama ha enormemente sovrastimato la sua forza in Ucraina e sottovalutato la capacità della Russia di sostenere tutto ciò che gli è stato gettato addosso, almeno questa volta. Perciò la politica degli Stati Uniti è stato un disastro dall’inizio alla fine e, a un certo punto, va affondando.
Purtroppo, se tale cambio di tono non segna una sostanziale virata, potrebbe benissimo essere di breve durata. Dato il rapporto tra l’acrimoniosa Hillary Clinton e Vladimir Putin, potremmo vedere un altro famoso ‘reset’ se vincesse le presidenziali il prossimo anno. Ma questa volta l’errata definizione di reset potrebbe essere la parola più opportuna da usare fin dall’inizio. Non so se in un anno e mezzo la marcia indietro di Obama sull’Ucraina per salvarsi la faccia e distendere un po’ il grande gelo del 2014-15 basterà a far baciare Hillary e Vlad. La coppia s’è scambiata insulti ad un livello piuttosto insolitamente personale per due persone formatesi nell’arte della diplomazia. Da parte loro, i media occidentali sono stati insolitamente assai reticenti sul senso della visita di Kerry forse perché, come noi, in realtà non sanno nulla, anche se di solito non sono timidi nel speculare. Se il cordiale tono di Kerry a Sochi significa un cambio nei rapporti Washington-Mosca, i media tradizionali statunitensi finalmente troveranno modo di divincolarsi dal peso della propaganda con cui bombardano la gente da due anni, senza farlo sembrare una loro sconfitta. Dovranno anche fermarsi per riconsiderare la loro evangelizzazione della causa antirussa in generale. Ma dato tempo ed energia spesi per tale narrazione, non vi rinunceranno facilmente. Qualunque cosa accada, troveranno modo di spacciarla come vittoria di Obama. Kerry può ancora ritrarsi dai piccoli progressi compiuti a Sochi questa settimana, ma a questo punto si tratta solo d’indovinare, ma se lo facesse, apparirebbe chiaro che danneggerebbe più gli Stati Uniti che la Russia.

John Kerry e l'ambasciatore degli USA a Mosca John Tefft

John Kerry e l’ambasciatore degli USA a Mosca John Tefft

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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Fursov: uno scisma nel mondo russo

Russie Sujet Geopolitique 11 maggio 2015

Il testo seguente è tratto dalle pagine 219-224 del libro “Il freddo vento dell’Est della primavera russa” di Andrej Fursov, per le edizioni Knijnij Mir, Mosca, 2015.Russian_Flag_with_map_risultatoNei 30 giorni tra metà febbraio e metà marzo 2014… la Russia e il mondo cambiavano. L’era iniziata nel 1989-1991 era finita, iniziata con il viaggio di Gorbaciov a Malta, dove abbandonò il campo socialista e l’Unione Sovietica. Per oltre due decenni, l’occidente avanzò verso est, compiendo con l’aiuto della quinta colonna sovietica, e poi russa, ciò che Hitler non era riuscito con il suo Drang nach Osten. Strapparono il mondo russo pezzo per pezzo, e tali territori passarono sotto l’occupazione finanziaria, economica ed informativa occidentale. Ben presto cominciarono a reclutare agenti locali, in particolare nella cosiddetta “classe politica”. Il ritornello più noto e significativo dopo la gorbacioveria era il fatto che riuscirono a dividere la Russia storica dall’Ucraina. Alla fine della perestrojka era pronta a divenire l’avamposto principale contro la Russia, volta ad essere lo strumento per impedire la rinascita della Russia a grande potenza. Questa preparazione fu un logico sviluppo nelle nuove condizioni del momento, un processo il cui avvio fu dato da Vaticano, Austria-Ungheria e Germania. Sono spesso citate le parole di Zbignew Brzezinski secondo cui la Russia, una volta separata dall’Ucraina, non potrà recuperare lo status di grande potenza. Ma “Zbig il lungo” si sbagliava. La Russia può ritrovare il suo status senza l’Ucraina. Ci vorrà solo più tempo e sarà un po’ più difficile, ma ciò che conta è che Brzezinski non da prova di originalità. Ripete infatti le parole del generale tedesco Paul Rohrbach che fin dal primo Novecento previde di circoscrivere il pericolo rappresentato dalla Russia per l’Europa, e in particolare per la Germania, sottraendo alla Russia moscovita la Russia ucraina. Osserviamo che per il generale tedesco l’Ucraina e la Moscovia sono Russia. Espresse la necessità di creare uno scisma in Russia, nel mondo russo. Da tale punto di vista sviluppò le idee tedesche del tardo XIX secolo, e specialmente di Bismarck, che non solo insisteva sulla necessità di tale scisma, ma propose il metodo concreto per realizzarlo. (…) Sottolineò in particolare la necessità di mettere l’Ucraina contro la Russia, di fomentare un popolo contro l’altro. Per farlo fu necessario favorire l’emergere dei cosiddetti russi ucraini, persone la cui coscienza andava cambiata fino alla russofobia. Così progettarono operazioni speciali psico-storiche e la manipolazione psicologica delle informazioni, allo scopo di creare slavi anti-russi quale tipo psico-culturale e forza politica; una sorta di “Orcas” che serve i “sarumanes” occidentali, arrivando a strappare l’Ucraina dalla Russia e ad opporvi una “Rus’ anti-russa”, con l’alternativa tra “libero e democratico” e “impero e totalitarismo”. Tutto ciò fu fatto in particolare con il ‘progetto Galizia” su cui operarono assai attivamente i servizi speciali di Austria-Ungheria, Germania imperiale e poi Terzo Reich, e dalla seconda metà del XX secolo ad oggi, CIA e servizi speciali tedeschi. E’ molto probabile che i servizi speciali di ciò che viene chiamato Quarto Reich (Internazionale nazista) vi partecipino pure. Naturalmente, il Vaticano era e rimane sempre in gioco, con il progetto uniate “greco-cattolico” anti-ortodosso. E quando scoccò l’ora x colpirono scatenando il piano galiziano e la macchia banderista.
Le ragioni di tale esplosione avvenuta nell’inverno 2013-2014 sono diverse. Prima di tutto, l’Ucraina è un’entità artificiale, incapace di sopravvivere al punto che, nonostante sia l’unico Stato post-sovietico, escluse Russia e Bielorussia, con potenziale economico che ne rendeva possibile lo sviluppo, ebbe un crollo totale a cui assistiamo. La Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina era sempre un’entità artificiale che poteva esistere solo nell’URSS, e senza avervi un ruolo di rilievo. (…) Senza l’URSS, Ucraina si è rivelata incapace di un qualsiasi sviluppo. L’unica cosa che la teneva a galla era divorare l’eredità sovietica (…) Ma alla fine del 2013 non c’era più niente da consumare; tutto era stato inghiottito (…) e solo la Russia poteva salvarla. Ma gli Stati Uniti non l’hanno permesso (…) In secondo luogo, dopo Majdan, i cuculi occidentali pensarono che gli “arancioni” erano riusciti a separare l’Ucraina dalla Russia. Tuttavia, essi si dimostrarono incapaci di adempiere al compito e Janukovich salì al potere, iniziando a giocare al gioco occidentale. Il suo orientamento favorevole alla Russia era molto, molto dubbio, ma non era un presidente anti-russo. Alla fine del 2013 sembrava che il guinzaglio dell’Unione europea pendesse dal collo di Janukovich e dell’Ucraina. Ma la storia fu perfida verso l’occidente e Janukovich cominciò a fare “un passo avanti e due indietro” con i “partner occidentali”. L’ingresso dell’Ucraina sotto l’ombrello della Russia era insopportabile per l’occidente. Ciò avrebbe significato che il lavoro di quattro secoli sarebbe andato in fumo. A che servono allora tutte queste strutture anti-russe, non solo questa macchia popolata di nazisti e banderisti, ma tutte queste ONG, strutture da guerra di rete contro la Russia e i russi in Ucraina? Se la Russia riusciva a migliorare considerevolmente posizione nello spazio post-sovietico, nel dicembre 2013 gli eventi furono il terzo casus belli, dopo Snowden e la Siria (…) Nel dicembre 2013 e forse un paio di mesi prima, i capi atlantisti tolsero Janukovich e qualsiasi via pacifica “arancione” alla separazione tra Ucraina e Russia, e optarono per l’organizzazione di un colpo di Stato delle forze banderiste e naziste anti-russe, create dalle operazioni psico-storiche avviate da Vaticano e Austria-Ungheria, poi riprese dai nazisti creando la divisione SS “Galizia” e, alla fine degli anni ’80, degli eredi del Terzo Reich che lavoravano alla creazione del nuovo ordine, degli Stati Uniti.

gitlerandliberaliRadio Liberty dagli anni ’80 gestita da neonazisti
Radio Liberty ha una complessa storia di reclutamento di simpatizzanti nazisti e guerrieri freddi
Robert Parry Russia Insider 11 Maggio 2015

10320598Radio Liberty ha una storia speciale riguardo l’Ucraina, comprendente l’uso di simpatizzanti nazisti per diffondere propaganda da guerra fredda, da parte dell’amministrazione Reagan negli anni ’80. Nei primi mesi del 2014 rivedendo dei documenti presso la biblioteca presidenziale Reagan a Simi Valley, California, mi imbattei su una polemica interna sulle trasmissioni di Radio Liberty verso l’Ucraina da parte di esuli di destra. Alcuni di tali commenti lodavano i nazionalisti ucraini schieratisi con i nazisti nella seconda guerra mondiale, mentre le SS seguivano la “soluzione finale” contro gli ebrei europei, tra cui il famigerato massacro di Babij Jar in un burrone presso Kiev. Queste trasmissioni di propaganda di RL indignarono alcune organizzazioni ebraiche, come il B’nai B’rith, e individui tra cui l’accademico conservatore Tubi Richard, spingendo a una revisione interna. Secondo una nota del 4 maggio 1984 scritta da James Critchlow, funzionario del Consiglio di Radiodiffusione Internazionale, che controlla Radio Liberty e Radio Free Europe, una trasmissione di RL in particolare fu vista “difendere gli ucraini che combatterono nelle SS”. Critchlow scrisse, “una trasmissione ucraina di RL del 12 febbraio 1984 fa riferimento ai filonazisti della Divisione SS ‘Galizia’ ucraina nella seconda guerra mondiale, e potrebbe danneggiare la reputazione di RL presso gli ascoltatori sovietici. Le memorie di un diplomatico tedesco furono presentate in modo da sembrare che RL elogiasse i volontari ucraini nella divisione SS che combatté a fianco dei tedeschi contro l’Armata Rossa”.
Il professore di Harvard Pipes, consulente dell’amministrazione Reagan, inveì contro le trasmissioni di RL, scrivendo il 3 dicembre 1984 che “i servizi russi e ucraini di RL hanno trasmesso quest’anno materiale palesemente antisemita, potendo danneggiare in modo irreparabile l’intera impresa”. Sebbene l’amministrazione Reagan avesse pubblicamente difeso RL contro le critiche, in privato alcuni alti funzionari concordavano con i critici, secondo i documenti. Ad esempio, in un appunto del 4 gennaio 1985, Walter Raymond Jr., alto funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, disse al capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Robert McFarlane, che “credo che molto di ciò che Dick (Pipes) dice sia giusto”. La disputa sulle trasmissioni radio sponsorizzate dagli USA di 30 anni fa, sottolinea la realtà politica preoccupante dell’Ucraina, a cavallo della divisione tra popoli con legami culturali verso l’occidente e popoli con patrimonio culturale in sintonia con la Russia. Dal colpo di Stato del 22 febbraio 2014 che ha spodestato il Presidente Viktor Janukovich, alcune vecchie simpatie naziste sono riemerse. Ad esempio, il 2 maggio 2014 quando teppisti di destra perseguirono dei manifestanti russi nell’edificio dei sindacati di Odessa che incendiarono uccidendo decine di persone all’interno, l’edificio devastato fu poi deturpato con graffiti nazisti che salutavano “le SS galiziane” sulle pareti carbonizzate. Poi, alcuni battaglioni di “volontari” di destra ucraini, inviati in Ucraina orientale per schiacciare la resistenza filo-russa, sfoggiavano emblemi nazisti, come svastiche e rune delle SS sugli elmetti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Eccezionalisti contro integrazionisti: la lotta eurasiatica

Andrew Korybko, The Saker 11 maggio 2015Barack Obama, Benjamin NetanyahuTutto il caos scatenato in Eurasia può essere attribuito alla battaglia esistenziale tra eccezionalisti ed integrazionisti, rappresentati rispettivamente dai mondi unipolare e multipolare. Ultimamente molto è stato scritto sul triangolo emergente su interessi difensivi e industriali tra Russia, Cina e Iran, ma non molto è stato pubblicato sull’alleanza aggressiva tra eccezionalismo statunitense, sionismo e wahhabismo, le tre ideologie dedite a dividere le diverse forze multipolari in Eurasia e perpetuare il dominio unipolare. Lo scopo dell’articolo non è affatto demonizzare le identità erroneamente coinvolte in tale associazione di ideologie (occidentali, ebrei, musulmani), ma piuttosto illustrare come le estremizzazioni ad esse associate siano divenute le più destabilizzanti forze in Eurasia, e come l”alleanza blasfema’ tra esse sia divenuta il primo istigatore dei conflitti nel supercontinente.

Le tre eccezioni
Una breve definizione dei tre promotori dell’instabilità:

Eccezionalismo statunitense:
Gli aderenti a tale ideologia hanno la convinzione radicata che la geografia unica e il processo storico del Paese gli conferiscano la leadership con diritto di proselitismo in tutto il mondo (anche militarmente, se necessario) dei loro modelli di governo, economico e sociali.

Sionismo:
I suoi sostenitori affermano che gli ebrei hanno un rapporto speciale con Dio e l’imperativo storico di ricreare il biblico Stato d’Israele, che dà così alla loro leadership il diritto di fare tutto ciò che considerano loro interesse globale.

Wahhabismo:
Convinzione acritica e fervente nella “purezza” di tale ceppo dell’interpretazione islamica che ne incoraggia i praticanti a commettere qualsiasi ferocia e barbarie, ritenuta necessaria a creare lo “Stato Islamico” globale.

Cerbero
Tali tre ideologie hanno somiglianze strutturali chiave che danno essenzialmente un volto distinto allo stesso attore, un moderno Cerbero dall’unica volontà. Ecco i punti in comune più importanti che li legano insieme:

Eccezionalismo:
I seguaci di tali ideologie si identificano come “speciali”, convincendosi di avere diritto a violare le regole stabilite e attuare il doppiopesismo, al fine di plasmare il mondo secondo i loro piani.

Inevitabilità storica:
Ciascuno di tali movimenti ritiene che il suo successo sia inevitabile, e che sia questione di “quando” e non di “se”.

Portata globale:
Di conseguenza, per facilitarne l’inevitabilità storica, partecipano a una strategia globale per salvaguardare i propri interessi e promuovere i propri organismi di base (Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, rispettivamente).

Antagonismo alla multipolarità:
Per loro stessa natura, alcuna di tali ideologie è compatibile con multipolarismo e pluralismo del pensiero geopolitico, perciò sono sfruttate quale unico Cerbero nel tentativo di fermare e invertire questa tendenza globale.

Rappresentanza:
Non va commesso l’errore di dimenticare che tali movimenti non rappresentano la maggioranza dei loro associati (gli occidentali (europei subordinati quali eccezionalisti di secondo piano sotto la tutela degli USA), ebrei, musulmani), anche se ogni avanguardia ideologica tenta di creare tale illusione per ‘giustificare’ e ‘legittimare’ il controllo della minoranza estremista.

L’interazione degli interessi
Il Cerbero è formato da tre diverse facce che sposano una variante apparentemente incompatibile di eccezionalismo, ma in realtà complementari nell’obiettivo a lungo termine di sconfiggere la multipolarità. Hanno standard ipocriti condivisi, l’unica inclusività consentita nella loro visione è la convergenza a eccezionalismo, sionismo e wahhabismo come ultra-esclusivo super-modello unipolare. Sarà poi visto in un’altra sezione come tale disposizione instabile sia una mossa geo-ideologica che potrebbe seriamente ritorcersi contro sionismo e wahabismo, a beneficio geopolitico ultimo degli Stati Uniti (e forse anche di propria mano). Prima di arrivarvi però è necessario fare la cronaca di come la convergenza di interessi tra tali tre ideologie sia avvenuta, in primo luogo, e quale gioco di interessi si crea al centro della loro cooperazione strategica. Mentre può essere possibile documentare esempi precedenti alla seconda guerra mondiale, non fu che nelle sue conseguenze che le relazioni emersero e furono attivate su grande scala regionale nel Medio Oriente, avviando i processi distruttivi acceleratisi oggi. obama-king-salman-saudi-arabiaL’alleanza eccezionalista statunitense-sionista:
Gli Stati Uniti usciti dalla seconda guerra mondiale potevano proiettare l’esercito su tutta l’Eurasia, ma un teatro regionale (a parte il blocco sovietico) pose un problema notevole alla loro penetrazione, il Medio Oriente. Gli Stati Uniti avevano investito interessi geopolitici nell’unità araba frantumata dopo la seconda guerra mondiale (anche per impedire la possibile creazione di un’entità sovranazionale filo-sovietica) e crearono un polo geopolitico per consentirgli d’intervenire indirettamente e permanentemente suddividendo ogni attore regionale; da cui la creazione d’Israele e la formalizzazione della convergenza strategica eccezionalista-sionista. Il valore globale del Medio Oriente per la grande strategia dell’eccezionalismo statunitense verrà spiegata nel paragrafo seguente, ma ciò che è importante capire è che il rafforzarsi dell’eccezionalismo statunitense e il supporto al sionismo furono lo scopo della creazione del partner di prossimità con lo stesso interesse a sovrastare militarmente l’unità araba, esattamente il risultato ultimo delle guerre arabo-israeliane. Dopo che le coalizioni arabe furono sconfitte, la componente militare dell’unità araba fu neutralizzata, la cui importanza non va sottovalutata. Solo attraverso l’unità araba ci potrebbe essere la possibilità di sconfiggere Israele e di conseguenza eliminare il polo permanete degli Stati Uniti nel Medio Oriente, regione geostrategica che collega Europa ed Asia (posizionata per esercitare influenza su entrambe, se correttamente usata). Israele, a differenza di tutti gli altri alleati degli USA, dipende direttamente dagli Stati Uniti per la sua creazione ed esistenza, quindi è molto più affidabile essendo un solido alleato (ideologicamente e politicamente) più di qualsiasi altro Paese. Gli USA hanno bisogno di Israele per la posizione strategica e i servigi militari regionali per mantenere i governi arabi perennemente deboli e divisi, mentre Israele ha bisogno del supporto totale degli Stati Uniti per continuare ad esistere, spiegando così l’intensa profondità del mutuo sostegno. Nonostante la frattura militare dell’unità araba, Israele è incapace di distruggere il legame che unisce gli arabi, quindi un altro componente eccezionalista andava inserito per raggiungere tale obiettivo ed eliminare ogni possibilità che una coalizione araba possa mai minacciare Israele (e per estensione, la principale super-base eurasiatica gli Stati Uniti).

L’arma wahabita:
L’ideologia ufficiale dell’Arabia Saudita, il wahhabismo, fu quindi scelta come ideologia distruttiva necessaria per lacerare l’unità araba e diffondere per generazioni discordie identitarie inconciliabili tra le popolazioni arabe. Ciò pone alle sue vittime un grande dilemma, in cui sono costretti a scegliere se essere pan-arabi secolari sul modello di Nasser o estremisti pan-islamisti come i re sauditi. Mentre Nasser predicava l’importanza della forma repubblicana progressiva del governo, i sauditi hanno rigorosamente sostenuto la monarchia autoritaria, mettendo così le due ideologie del Medio Oriente in contrasto e motivando i wahhabiti a trovare supporto estero per eliminare la minaccia più pressante alla loro esistenza ideologica. Fu con tale imperativo, cioè la sfida che il repubblicanesimo secolare panarabo pose agli estremisti della monarchia autoritaria pan-islamica, che i wahabiti decisero di unirsi all’alleanza eccezionalista-sionista, anch’essa volta a sconfiggere i rivali ideologici dei sauditi. Il virus wahabita è progettato per destabilizzare i governi pan-arabi laici forzando ogni cittadino a riconsiderare la propria identità, quindi teoricamente rendendo la maggior parte dei cittadini vulnerabili al suo fascino, in questi Paesi. Soprattutto non solo il wahhabismo predica la necessità di rovesciare governi secolari, ma comporta anche il taqfirismo militante portando alla guerra settaria. Così, il wahabismo è nella posizione unica di dividere gli arabi, sia dai governi laici che anche da se stessi, presentandosi così come la migliore ideologia settaria al servizio degli interessi dell’alleanza eccezionalista-sionista. Mentre il wahhabismo è noto per l’odio ideologico inflessibile, proprio come le altre due ideologie eccezionaliste, rientra anche nelle principali norme ipocrite, cioè moderazione politica verso Israele e Stati Uniti. Esclude il suggerimento allettante di condurre un’eventuale guerra di religione contro Israele, ma soprattutto non si adopera per realizzarla. Invece concentra sempre tutte le energie per dividere il Medio Oriente in ogni modo possibile (ergo il taqfirismo che completa il wahabismo), il che significa che ogni slogan contro Israele è puramente tale, volto semplicemente a un marketing per reclutare i più ingenui. Allo stesso tempo, alcuni elementi wahabiti tendono a degenerare e lasciare che l’ideologia prevalga sulla ‘praticità’ impostagli dall’estero (voluta o casuale), aprendo “opportunità” o vulnerabilità agli eccezionalisti statunitensi, a seconda dal contesto (da spiegare in una sezione successiva).

Il significato della guerra alla Siria:
Considerando tali aspetti in relazione all’obiettivo strategico dell’alleanza eccezionalista-sionista-wahabita (indicata come Cerbero), la guerra in Siria può giustamente essere descritta come la cruciale lotta di resistenza eurasiatica di oggi. Le tre teste di Cerbero si sono accanite a fare a pezzi questa nazione del Medio Oriente e il suo popolo, poiché la Siria rappresenta l’ultima vestigia del governo pan-arabo laico per le fondamenta ideologiche del partito Baath, facendone il più resistente e reattivo Stato confinante con Israele, di per sé ragione sufficiente per i nemici di Cerbero (da ora in poi Coalizione Erculea, le cui ancore sono Russia, Cina e Iran, dall’eroe greco che sconfisse Cerbero) per sostenerne il governo democraticamente eletto. Se Cerbero riesce a massacrare la Siria, allora si annuncerebbe l’età oscura del Medio Oriente, trasformando l’intera regione in un trampolino di lancio per l’ulteriore destabilizzazione dell’Eurasia e, quindi, colpire direttamente le vulnerabilità geografiche della coalizione erculea.

Concentrazione di contrapposizioni
C’è una ragione per cui gli interessi delle tre teste di Cerbero coincidono in Medio Oriente, non semplicemente perché due delle tre ideologie sono emerse in questa regione. Piuttosto, ci sono maggiori motivazioni geopolitiche per cui Cerbero è così intensamente concentrato sulla zona, dato che proprio come la bestia mitica custodiva le porte dell’inferno nel folklore greco, nella geostrategia eurasiatica si pone davanti al cancello del supercontinente, appositamente posizionato per influenzare Europa, Asia e Africa in caso di necessità. Non per dire che l’Eurasia sia l’inferno, ma sottolineando invece come comunque Cerbero occupi l’accesso, quello mitologico che difendeva, mentre l’equivalente geopolitico è offensivo. Il Cerbero contemporaneo è intento ad utilizzare la sua posizione di trampolino di lancio per ulteriori aggressioni all’Eurasia nel tentativo di distruggere la Coalizione erculeo, e la sua strategia segue i dettami dello stratega inglese Halford Mackinder. Costui, prominente pioniere della geostrategia e geopolitica oltre un secolo fa, attraverso l’opera “La geopolitica del Pivot della storia”, indicava che:
Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland:
Chi governa l’Heartland comanda l’Isola-Mondo:
Chi governa l’Isola-Mondo comanda il mondo“.
Aveva assolutamente ragione nell’indicare che il comando dell’Heartland, in gran parte identificato con l’Asia centrale contemporanea, sia fondamentale per influenzare l’Eurasia, ma non considerò gli approcci complementari per controllare questa parte cruciale del patrimonio geopolitico. All’epoca sembrava che l’Europa dell’Est fosse l’unico accesso a tale obiettivo, ma sempre di più apparve come il Medio Oriente servisse egualmente, se non di più, nel facilitarne la credenziale di Balcani eurasiatici detonante la reazione a catena della frammentazione demografica. L’innovazione teorica di Brzezinski dell’assioma di Mackinder è che il dominio non deve essere diretto e neanche richiedere una presenza fisica, ma data la capacità innata del centro d’influenzare la periferia, la massicciata destabilizzazione dell’Heartland (attraverso insurrezione terrorista islamica, collasso statuale, crisi umanitarie, o loro combinazione con altri fattori) può espandersi automaticamente verso l’esterno. Nel mondo di oggi, ciò significa che le minacce asimmetriche indirettamente istigate da attori extra-regionali, come Cerbero, possono creare sfide simultanee ai tre membri principali della coalizione erculea, non solo inserendoli in una seria strategia difensiva, ma mettendone in pericolo l’esistenza se scatenate (come volutamente previsto da Cerbero). Nei primi anni del 20° secolo, Mackinder avrebbe pensato ad eserciti nazionali dilaganti nell’Europa orientale per prendere il controllo dell’Heartland, ma nei primi anni del 21° secolo, è più probabile che ciò richieda brigate di terroristi originati o addestrati nelle battaglie in Medio Oriente, che ‘spuntano’ nell’Heartland senza collegamenti diretti con i mandanti statali. Il Medio Oriente è quindi il fulcro dell'(in)stabilità eurasiatico-africana e, quindi, qualsiasi entità che lo controlli può esportare una forza asimmetrica e convenzionale penetrando egualmente il cuore dell’Africa, il cuore dell’Europa (o anche dell’Europa dell’Est) e l’Heartland eurasiatico (la chiave della porta continentale per l’Asia orientale). Tale comprensione geopolitica di potenza e forza di proiezione aggiorna i contributi teorici di Mackinder e Brzezinski e spiega le motivazioni della collera mediorientocentrica di Cerbero. Obama and NetanyahuObiettivi eurasiatici
Cerbero non si limita solo al Medio Oriente, anche se vi si concentra la maggior parte delle sue attività e strategie. Si può realmente identificarne il coinvolgimento in Europa e in Asia, come verrà esplorato in questa sezione.

Abbaiare, mordere, guaire:
Prima di iniziare, il modello Cerbero in Europa e Asia va concettualmente delineato in modo da attirarvi l’attenzione del lettore. In sostanza, ciascuna delle sue tre teste svolge un ruolo interscambiabile abbaiando (minacciando e spaventando), mordendo (attaccando) e guaendo (promuovendo) per sostenere il proprio interesse comune. Diamo un’occhiata a come funziona.

Europa:
Gli Stati Uniti usano la NATO per controllare il continente, e ringhia ai cuccioli ogni volta che sono restii a seguirne l’esempio in qualunque momento. Gli Stati Uniti abbaiano anche a gran voce sulla cosiddetta “minaccia russa”, senza fornire alcuna prova di ciò che spaventa, in primo luogo. Nel frattempo, l’Arabia Saudita e i suoi zombie wahhabiti sono impiegati nei Balcani e in certi Paesi dell’Europa occidentale per compiere attacchi terroristici strategici volti a mordere sicurezza e stabilizzazione continentali, così spingendo i cuccioli degli Stati Uniti nella NATO ad adottare i ‘suggerimenti’ di Washington per agire sui vari campi. Infine, Israele completa il trio con il lobbying verso il continente e le sue figure politico-sociali fondamentali, per raccogliere il maggior sostegno finanziario, politico e normativo possibile per conto di Cerbero. La minaccia implicita al rifiuto di sostenere Cerbero si tradurrà nell’abbaiare degli USA e nei morsi dei sauditi, il che significa che è meglio nutrire la bocca che guaisce per evitare conseguenze spiacevoli dalle altre due teste.

Asia:
Cerbero ha di recente volto le teste verso Oriente, ma con un discreto successo in un lasso di tempo breve. Gli Stati Uniti abbaiano incessantemente alla Cina da quando Hillary Clinton annunciò il pivot in Asia nel 2011, con l’intento di spaventare i ‘cagnetti’ che li circondano nel contenimento anti-cinese su modello della NATO. Per approfondire l’ingaggio per la sicurezza degli Stati Uniti con ciascuno di tali membri, soprattutto Thailandia e Filippine, gli ascari wahhabiti dell’Arabia Saudita effettuano attacchi terroristici per giustificare l’intensificata presenza e/o supervisione strategica degli Stati Uniti, e tale modello si amplierà con la creazione dello “Stato islamico” globale. Il ruolo d’Israele, in gran parte in sordina, è sproporzionatamente significativo rispetto alle dimensioni, in quanto i suoi guaiti sembrano essere sul punto di avere successo nell’India, spostandola dalla parte di Cerbero. Israele ha relazioni innovative con l’India dall’avvento del governo Modi, sebbene il nuovo Presidente del Consiglio ‘multipolare’ sia riluttante a essere troppo apertamente vicino agli Stati Uniti e, naturalmente, in odio dei sauditi e del loro terrorismo wahhabita (dal sostegno politico del Pakistan). Così, Israele rappresenta la soluzione perfetta per Cerbero di penetrare l’egemone subcontinentale e perseguire interessi comuni ai suoi partner.

Extra: Medio Oriente:
La casa di Cerbero è caratterizzata da un’interazione dinamica in continua evoluzione e da ruoli opachi dipendenti da circostanze specifiche del momento. Ognuna delle teste segue vigorosamente i ruoli disponibili, necessari ad avvicinarsi agli obiettivi condivisi con gli alleati dell’entità. Un esempio potrebbe vedere gli Stati Uniti abbaiare allo “Stato islamico”, mentre gli agenti sauditi provvedono a mordere sul campo giustificando le paure istigate dagli USA, o vedere Israele e i sauditi abbaiare alla ‘minaccia’ di Sadam Husayn mentre gli Stati Uniti implorano una coalizione internazionale prima del morso devastante. Un futuro scenario non troppo improbabile potrebbe vedere Israele abbaiare la presunta non conformità iraniana all’imminente accordo sul nucleare, mentre gli Stati Uniti chiedono al mondo di sostenere la NATO araba da essi eterodiretta per mordere Teheran come punizione.

harita_bGioco geo-ideologico
Come accennato all’inizio dell’articolo, Cerbero ha una base geo-ideologica instabile che potrebbe inaspettatamente incrinarsi lungo le due principali faglie sionista e wahabita. Entrambi sospettano che l’altro possa metterglisi contro un giorno, quindi, desiderano coltivare rapporti privilegiati con il fratello eccezionalista stautnitense che lavora solo a vantaggio strategico di Washington. I sionisti temono due scenari: i terroristi wahabiti divenuti abbastanza forti da disobbedire a Riyadh e avviare la jihad contro Israele al di fuori del controllo di Stati Uniti e Arabia Saudita; o l’Arabia Saudita un giorno tradire Israele ordinando ai suoi ascari terroristi di attaccarlo direttamente per completare l “Stato islamico”. L’Arabia Saudita, d’altra parte, è preoccupata dal piano sionista Yinon ed è pienamente consapevole dei ‘”confini di sangue” della mappa di Ralph Peters e del New York Times, “Come 5 Paesi potrebbero diventare 14″, in cui si prevede l’eventuale smembramento del regno. Sionismo puro e wahhabismo puro non possono coesistere per tali contraddizioni esistenziali, quindi lo scontro sarà inevitabile se Cerbero elimina la Coalizione erculea (la principale forza che li tiene insieme). Se si mettono l’uno contro l’altro prematuramente, prima che la coalizione sia sconfitta, allora sionismo e wahhabismo potranno essere sconfitti separatamente con un contrattacco devastante, portando alla disintegrazione dell’influenza eccezionalista statunitense in Eurasia. Pertanto, la natura del passo può dettarne la caduta fino alle conseguenze, o gli Stati Uniti potranno bilanciarne in qualche modo i rapporti fino ad escludere uno scenario del genere, politica che attualmente seguono. Washington avverte regolarmente che potrebbe propendere per l’uno o l’altro e distruggere il delicato equilibrio che mantiene la pace tra le tre teste. Non è abbastanza serio per farlo, oggi naturalmente, e ogni parte eccezionalista capisce che ha bisogno dell’altra per continuare a sopravvivere fin quando si potrà affrontare la Coalizione erculea, ma la prospettiva di un tale suicida dilemma della sicurezza spaventa Israele e Arabia Saudita al punto di cooperare indiscutibilmente al gioco di Cerbero (per ora, almeno). L’unica alternativa a Cerbero è l’eventuale rimozione della minoranza ideologica eccezionalista da ciascuna entità prigioniera, che vedrebbe gli eccezionalisti estromessi dagli Stati Uniti, i sionisti dalla Palestina, e i wahhabiti dall’Arabia Saudita, avviando il cambiamento nella loro politica ed organizzazione interna. Niente di tutto ciò significa che tali entità affronteranno l’eliminazione geopolitica, trattandosi solo della minoranza eccezionalista e dei loro operatori minacciati esistenzialmente di perdere tutto (vale a dire potere e ‘legittimità’), ma è proprio tale paura che li motiva disperatamente nel suscitare l’aggressivo Cerbero, prolungando indefinitamente la loro egemonia unipolare. Ironia della sorte, solo il loro ‘successo’ teorico nel distruggere la Coalizione erculea aumenta drasticamente la probabilità che siano geopoliticamente eliminati, mentre le contraddizioni ideologiche sopracitate fra sionisti e wahhabiti indicano inevitabilmente che si scontreranno militarmente in un duello all’ultimo sangue, un giorno. Anche nel ‘migliore dei casi’ della vittoria sulla Coalizione erculea e di una pace fredda fragile tra tali due campi incompatibili, non c’è garanzia che gli eccezionalisti staunitensi non facciano pendere l’equilibrio strategico verso un lato o l’altro, ricreando il loro caratteristico caos mediorientale, perfettamente adatto ai loro grandi obiettivi geopolitici.

Conclusioni
Il mutante unipolare Cerbero eccezionalista, sionista e wahabita è la vera ragione della destabilizzazione dell’Eurasia, e solo la Resistenza della Coalizione erculea di Russia, Cina e Iran può pacificarlo. In questo momento il destino dell’Eurasia sembra prefigurarsi nel destino della resistenza della Siria a Cerbero, in quanto il suo successo o fallimento avrà riflessi decisivi su tutto il supercontinente. Se la Siria e il suo popolo riusciranno a respingere l’assalto, allora salvaguarderanno l’Eurasia ad un livello molto più elevato che se non riuscissero, e inoltre volgerebbero il corso contro Cerbero. Tuttavia, se la Siria cadesse, Cerbero non perderebbe tempo a lanciare una rapida e aggressiva guerra lampo asimmetrica sull’Heartland eurasiatico, volta a dividere la Coalizione erculea ed eliminare i campioni del multipolarismo. Va sempre ricordato, però, che occidentali, ebrei o musulmani non hanno colpa di ciò che fa Cerbero, ma le componenti ideologiche più radicali di tali società (non rappresentative della stragrande maggioranza, rendendoli così degli aberranti estremisti), che hanno preso il controllo di Stati chiave usandoli per una guerra di procura globale contro le forze multipolari dell’inclusione e dell’integrazione. La vittoria unipolare di Cerbero non significherebbe la pace, dato che è sicuro che due delle sue tre teste finiranno per cannibalizzarsi e dopo l’eccezionalismo degli USA, indenne dalla lotta fratricida, potrà finire il superstite indebolito e pretendere tutto il bottino globale che si pensava di condividere (davvero impossibile da dividere tra eccezionalisti incompatibili come sionisti e wahhabiti). Stando così le cose, l’unico modo per impedire una simile cupa previsione globale è che la Coalizione erculea riesca a salvare la Siria da Cerbero nella prima campagna pan-continentale aggressiva di quest’ultimo e che l’autodistruzione post-‘vittoria’ fagociti l’intero continente.

obama-salman-meeting-riyadh-03Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

9 Maggio: Vittoria russa, sconfitta della NATO

Christopher Black New Eastern Outlook 07/05/2015PARAD_SPB_TEHNIKA150505_02Il 2 febbraio 1943, la 6.ta armata tedesca, sotto il comando del maresciallo Paulus, ed elementi della 4° armata panzer, si arresero all’Armata Rossa a Stalingrado. Questa splendida vittoria è considerata il punto di svolta della guerra in Europa, annunciando la sconfitta della Germania fascista. Quella sconfitta avvenne il 2 maggio1945, quando le forze tedesche a Berlino, capitale del Terzo Reich,si arresero alle forze dell’Armata Rossa che avevano preso la città. Il 9 maggio l’atto ufficiale di resa delle forze governative e militari tedesche si svolse a Berlino, quando i tedeschi si arresero al comandante sovietico Maresciallo Zhukov, e testimoniata dai rappresentanti delle forze inglesi, francesi e statunitensi. Fu la fine della guerra in Europa. La resa di elementi delle armate tedesche in Italia e Austria il 2 maggio e nel nord Europa il 7 maggio, in un primo momento sostenuta dagli alleati occidentali quale resa ufficiale della Germania, non fu riconosciuta dal governo sovietico, dato che violava l’accordo del comitato consultivo europeo delle tre grandi potenze, perfezionato nel marzo 1944. Tale accordo richiedeva che la resa fosse unica del governo tedesco, e non di elementi dell’esercito in posizioni impossibili, e doveva avvenire presso la sede del governo da cui l’aggressione tedesca era stata lanciata, Berlino. Gli alleati occidentali non avevano altra scelta che accettare e considerare la cerimonia del 9 maggio come atto ufficiale di resa del governo tedesco. Ma era chiaro già allora che gli alleati occidentali cercavano di organizzare una pace separata con i tedeschi, mentre i sovietici stavano ancora combattendo, e fu molto chiaro che statunitensi ed inglesi volevano rubare la scena ai russi. Ora 70 anni dopo, la macchina della propaganda occidentale afferma ancora una volta che la data precedente fu la fine della guerra in Europa. E’ bene ricordare l’importanza di tale tentativo di statunitensi ed inglesi di concludere una pace separata con i nazisti, mentre le forze sovietiche erano ancora impegnate nella feroce battaglia di Berlino, un tradimento della solidarietà promessa tra le nazioni che combattevano contro l’aggressione fascista e a cui le forze sovietiche a Stalingrado diedero il colpo fatale. Durante una chiacchierata davanti al focolare alla radio statunitense il 28 luglio 1943, il presidente Roosevelt disse, “Il mondo non ha mai visto maggiore devozione, determinazione e spirito di sacrificio di quelli mostrati dal popolo russo… sotto la guida del Maresciallo Stalin. Come nazione che salva se stessa, contribuisce a salvare tutto il mondo dalla minaccia nazista, questo nostro Paese dovrà essere sempre felice di esserne buon vicino e amico sincero nel mondo futuro“. Belle parole, e vero, ma dove è il buon vicino, adesso?
Invece della solidarietà internazionale tra i vincitori e il riconoscimento del sacrificio del popolo sovietico che Roosevelt elogiava, i Paesi della NATO ora si rifiutano di partecipare alla Parata della Vittoria di Mosca commemorando la sconfitta della Germania nazista. Ma perché insultano la nazione che ha sofferto e si è sacrificata di più, combattuto più duramente e ottenuto le maggiori vittorie contro i fascisti? Davvero per l’Ucraina? La risposta è che semplicemente vedono la sconfitta della Germania fascista non come una vittoria sul fascismo, ma come fallimento del tentativo occidentale di schiacciare la Russia. Dobbiamo anche ricordare che la NATO include lo Stato tedesco occupato le cui forze attaccarono l’Unione Sovietica il 22 giugno 1941, uno Stato che non ha ancora sovranità ed è ancora occupato da forze statunitensi, due decenni dopo che le forze russe se ne sono andate, e la cui leader, che si scopre permettere all’intelligence statunitense di spiare le imprese tedesche per vantaggi economici, è evidentemente in mano al governo statunitense. C’è anche la Gran Bretagna, il cui leader di allora, Winston Churchill, facendo eco alle dichiarazioni del generale statunitense Patton, propose di attaccare le forze sovietiche in Europa nel luglio 1945, con forze combinate anglo-statunitensi-canadesi e i resti dell’esercito tedesco. Il piano comprendeva anche l’uso di armi nucleari. Fu chiamata Operazione Impensabile, ma era chiaramente molto pensabile riprendendo laddove i nazisti avevano fallito nel soggiogare l’URSS, e fu accantonato solo quando le analisi dimostrarono che le forze sovietiche erano troppo forti. E’ chiaro che i bombardamenti di Dresda e Tokyo e gli attacchi nucleari sul Giappone, in cui centinaia di migliaia di civili furono inceneriti da statunitensi e inglesi, erano una dimostrazione di potenza rivolta all’Unione Sovietica, un tentativo di intimidire e sottomettere il presunto alleato ancor prima della fine della guerra con la Germania. La minaccia di guerra mondiale continua contro la Russia avvenne con gli attacchi su città indifese. Ma con l’Operazione Impensabile sospesa e la formazione del Patto di Varsavia come difesa contro la minaccia della NATO, la guerra contro l’URSS continuò con altri mezzi e venne chiamata Guerra Fredda, un eufemismo politico dato che le forze sovietiche combatterono direttamente gli alleati della NATO in Corea e in Vietnam e indirettamente in molti Paesi che cercavano di liberarsi dal colonialismo occidentale in Asia, Africa e Afghanistan. Dobbiamo anche ricordare che nel 1939, quando Hitler attaccò la Polonia, Gran Bretagna e Francia rinnegarono la promessa di difenderla in caso di attacco da parte della Germania, perché volevano che le forze tedesche arrivassero ai confini dell’Unione Sovietica per facilitare alla Germania l’invasione dell’URSS di solo due anni dopo. La cosiddetta guerra finta, dopo la caduta della Polonia fino all’attacco tedesco alla Francia nel maggio 1940, diede tempo cruciale alla Germania per promuovere i suoi piani per attaccare l’URSS.
victory_day_military_army_parade_9_may_2011_Russia_Russian_Moscow_640 La ragione della NATO, formatasi subito dopo la sconfitta della Germania, era la guerra all’URSS e, dopo la sua caduta e l’indebolimento del potere russo, la NATO ha costantemente avanzato le posizione di attacco con una serie di guerre dalla Jugoslavia a Georgia e Ucraina, dalla Cecenia a Iraq, Siria, Libia e Afghanistan, tutte volte ad eliminare gli alleati dei russi e mettere le forze della NATO ai fianchi meridionali e occidentali del territorio russo. In un documento noto come Carta Atlantica, redatta su una nave da guerra al largo di Terranova anmetà 1941, statunitensi e inglesi promisero che obiettivo della guerra mondiale non era ingrandire i propri territori, ma garantire ai popoli auto-governo, libero scambio, cooperazione globale per garantire migliori condizioni economiche e sociali per tutti, libertà dalla paura e dalla guerra, libertà dei mari, abbandono dell’uso della forza come strumento di politica e disarmo. L’Unione Sovietica aderì a questi principi il 1° gennaio 1942 con la Dichiarazione delle Nazioni Unite. Ma a parte l’inesorabile imposizione dei trattati di “libero scambio” ai lavoratori di tutto il mondo, in realtà libertà di sfruttare i lavoratori in tutto il mondo per il profitto di poche compagnie, i firmatari occidentali violarono ogni clausola della Carta Atlantica. Al mondo fu assicurato che ci sarebbe stata la pace, ma non fecero altro che 70 anni di guerra. Avevano promesso la libertà dal bisogno, ma hanno inesorabilmente cercato di distruggere ogni governo che tutelasse i diritti dei lavoratori, e la povertà è aumentata drammaticamente in ogni Paese occidentale dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Le nazioni cui fu promessa la liberazione alla fine della guerra mondiale, dovettero combattere le stesse potenze per ottenere giustizia. Alcune, come Cina, Vietnam, Cuba e Corea democratica ci riuscirono dopo lunghe e aspre lotte, mentre molte altre furono schiacciate o sovvertite. In Ucraina ora vediamo esercito nazionale e formazioni fasciste, nuove SS, sparare e bombardare concittadini che protestano cono l’illegittimità del governo e l’agenda statunitense per usarla come base per attaccare la Russia. Prevalgono gli interessi del Partito della Guerra in occidente sulle esigenze dei popoli per giustizia sociale ed economica, e libertà da paura e guerra.
Nella sconfitta del fascismo in Europa, il mondo intero ha verso i popoli dell’Unione Sovietica, della Federazione russa, un debito che non potrà mai essere ripagato. Hanno sofferto le perdite più gravi, la maggior parte dei danni, il fardello più pesante nel combattere la macchina da guerra nazista. Il rifiuto dei capi della NATO di assistere alla cerimonia di Mosca del 9 maggio è un insulto alla storia, al sacrificio di decine di milioni di russi, ed equivale al ripudio dei principi della Carta Atlantica e della Carta delle Nazioni Unite. Ma è più di questo. E’ la prova, se mai fosse necessaria, che l’obiettivo principale della guerra mondiale in Europa era la frantumazione della Russia a favore delle potenze Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania. Mentre lottavano tra esse per vedere chi sarebbe stata il capobranco mondiale, erano unite dal desiderio di sottomettere la Russia. Tale obiettivo fu a lungo impedito dalla potenza sovietica. La caduta dell’Unione Sovietica e la sua sostituzione con un governo inizialmente composto da compradores filo-occidentali, diede a statunitensi ed alleati l’impressione di esser riusciti mettere la Russia sotto il loro dominio completo Ma l’ascesa dei nuovi leader in Russia, rigenerò la sovranità russa e fece rivivere potenza e prestigio russo nel mondo, facendo arrabbiare questi lupi guerrafondai che ora la circondano e la molestano, aspettando l’occasione per colpire.Christopher Black è un avvocato penalista internazionale di Toronto, membro della Law Society of Upper Canada noto per una serie di casi di alto profilo sui diritti umani e crimini di guerra, per la rivista on-line New Eastern Outlook.

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