Operazione “Legno di platano”: la guerra segreta della CIA in Siria finanziata dai Saud

Maxime Chaix

Bandar bin Sultan e George W. H. Bush

Bandar bin Sultan e George W. H. Bush

Un articolo del New York Times ha appena rivelato il nome in codice della guerra segreta multinazionale della CIA in Siria: il caso dell’Operazione Legno di Platano (“Timber Sycamore“). Nel 1992, i ricercatori siriani Ibrahim Nahal e Rahmi Adib avevano pubblicato uno studio secondo cui “La larghezza dell’anello è influenzata da fattori ambientali, il legno di platano orientale può essere classificato per la relativamente rapida crescita rispetto al faggio o al rovere”. I gruppi ribelli per lo più jihadisti, moltiplicatisi in Siria dall’estate 2011, potrebbero essere considerati “platani orientali” per la “crescita relativamente veloce”, senza pensare necessariamente a un collegamento tra il nome in codice di tale operazione segreta della CIA e questo fenomeno biologico. In sostanza, il New York Times ha rivelato che l’Arabia Saudita ha finanziato per “diversi miliardi” la guerra segreta della CIA in Siria. Altri collaboratori di tale operazione dell’Agenzia sono citati dal giornale. Questi sono Turchia, Giordania e Qatar. Tuttavia, anche se l’importo esatto dei contributi dei singoli Stati coinvolti in queste operazioni non è noto, il Times dice che l’Arabia Saudita è stata la principale finanziatrice. Secondo il giornale, “alti funzionari statunitensi non hanno rivelato l’importo del contributo saudita, di gran lunga il maggior finanziamento estero del programma di armamento dei ribelli che combattono le forze del Presidente Bashar Assad. Tuttavia, le stime indicano che il costo totale del finanziamento e dell’addestramento (dei terroristi) ha raggiunto diversi miliardi di dollari”. Times e Washington Post hanno confermato le informazioni che analizzai un paio di settimane prima degli attacchi del 13 novembre. Infatti, nel giugno 2015, il giornale rivelava che la CIA aveva “effettuato dal 2013 contro il regime di Assad” una delle più grandi operazioni segrete”, con un finanziamento annuale di circa un miliardo di dollari. Secondo il giornale, l’operazione segreta (…) fa parte di uno “grande sforzo da diversi miliardi di dollari di Arabia Saudita, Qatar e Turchia“, vale a dire, i tre Stati notori per sostenere le fazioni estremiste in Siria. Grazie al New York Times, ora sappiamo che l’Arabia Saudita è “di gran lunga” il principale stato a sostenere tale guerra segreta, in particolare attraverso acquisto e consegne massicce dai servizi speciali sauditi (GID) di missili anticarro TOW della Raytheon ai gruppi affiliati ad al-Qaida, come l’Esercito della Conquista (Jaysh al-Fatah). Sempre secondo il Times, il capo della stazione CIA svolge un ruolo diplomatico maggiore dell’ambasciatore degli USA in Arabia Saudita. Così, tra il GID e la CIA “l’alleanza rimane forte, perché rinforzata dal legame tra le principali spie. Il ministro degli Interni saudita, principe Muhamad bin Nayaf, sostituì il principe Bandar nel fornire armi ai terroristi (in Siria). Conosce l’attuale direttore della CIA John O. Brennan dai tempi in cui era capo della stazione dell’Agenzia a Riyadh negli anni ’90. Ex-colleghi dicono che costoro sono rimasti vicini (…) la posizione che aveva Brennan a Riyadh è molto più importante di quella dell’ambasciatore degli Stati Uniti; era il vero legame tra potere statale statunitense e regno (dei Saud). Ex-diplomatici ricordano che le discussioni più importanti vennero sistematicamente effettuate tramite il capo della stazione della CIA (nella capitale saudita)“.
Le informazioni del New York Times rafforzano il concetto di “Stato profondo sovranazionale” tra i vertici dei servizi speciali degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita, come spiega Peter Dale Scott nel suo ultimo libro. Così, l’autore dimostra che le relazioni statunitensi-saudite sono la vera “scatola nera”: “Negli anni ’80, William Casey, direttore della CIA, prese decisioni cruciali nella guerra segreta in Afghanistan. Tuttavia, furono prese al di fuori del quadro burocratico dell’Agenzia, essendo state preparate con i direttori dei servizi d’intelligence sauditi, prima Qamal Adham e poi principe Faysal bin Turqi. Tra tali decisioni possiamo citare la creazione di una Legione Straniera con il compito di aiutare i mujahidin afghani a combattere i sovietici. Chiaramente, fu l’istituzione di un sistema di supporto operativo conosciuto come al-Qaida dopo la fine della guerra dell’URSS in Afghanistan. Casey espose i dettagli del piano con i due capi dell’intelligenza saudita, e con il direttore della Banca di Credito e Commercio Internazionale (BCCI), la banca pakistano saudita di cui erano azionisti Qamal Adham e Faysal bin Turqi. In tal modo, Casey guidò una seconda agenzia, o i canali esterni alla CIA, costruendo con i sauditi la futura al-Qaida in Pakistan, mentre la gerarchia ufficiale dell’Agenzia a Langley “pensava che fosse imprudente”. Ne La macchina da guerra statunitense, posi Safari Club e BCCI nella serie di accordi in virtù di una “CIA alternativa” o “seconda CIA”, risalente alla creazione, nel 1948, dell’Ufficio del coordinamento politico (OPC per Ufficio di coordinamento delle politiche). Così è comprensibile che George Tenet, direttore della CIA di George W. Bush, seguisse il precedente di (William) Casey (direttore dell’Agenzia sotto Reagan) incontrando una volta al mese il principe Bandar, l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, ma senza rivelare il contenuto delle discussioni ufficiali della CIA sulle questioni saudite“.
054ea73b-f40f-4224-ae68-b284941ac8b7Nell’articolo del Times, il principe Bandar è presentato come il principale artefice della politica a sostegno della ribellione in Siria. In effetti, il giornale conferma che “gli sforzi sauditi furono guidati dal focoso principe Bandar bin Sultan, allora capo dei servizi segreti (del regno) che chiese che le spie saudite acquistassero migliaia di (fucili) AK-47 e milioni di munizioni in Europa orientale per i ribelli (in Siria). La CIA facilitò alcuni di tali acquisti dei sauditi, tra cui un grande accordo con la Croazia nel 2012. Nell’estate dello stesso anno queste operazioni sembravano fuori controllo, sul confine tra Turchia e Siria, e le nazioni del Golfo inviavano denaro e armi ai gruppi ribelli, compresi i gruppi che gli alti responsabili statunitensi temevano collegati ad organizzazioni estremiste come al-Qaida“. Così, la guerra segreta della CIA e dei partner stranieri in Siria ha fortemente incoraggiato l’ascesa dello SIIL, che Pentagono ed alleati bombardano da settembre 2014 senza molta efficienza e su un sfondo polemico. Dal luglio 2012, attraverso la politica profonda del principe Bandar, il “platano” jihadista in Siria subì una “crescita relativamente veloce” con il sostegno attivo della CIA e dei suoi partner. Ma Bandar era così vicino all’agenzia che non può essere dissociato dalle azioni clandestine dei servizi speciali statunitensi, almeno quando era ambasciatore dell’Arabia Saudita a Washington (1983-2005) e poi direttore dell’intelligence saudita (2012-2014). Dieci giorni prima degli attacchi del 13 novembre, pubblicai un articolo intitolato “La guerra segreta multinazionale della CIA in Siria“, in cui ho scritto: “Nel luglio 2012, il principe Bandar fu nominato capo dei servizi segreti sauditi, visto da molti esperti come segno dell’indurimento della politica siriana dell’Arabia Saudita. Soprannominato “Bandar Bush” per la sua vicinanza alla medesima dinastia presidenziale, fu ambasciatore a Washington al momento degli attacchi dell’11 settembre. Per molti anni questo uomo intimamente legato alla CIA fu accusato da un’ex-senatore della Florida di aver sostenuto alcuni dei dirottatori accusati di quegli attacchi. Fin quando non fu dimesso nell’aprile 2014, The Guardian sottolineò che “Bandar guidava gli sforzi sauditi nel coordinare meglio le forniture di armi ai ribelli che combattono Assad in Siria. Tuttavia, fu criticato per aver sostenuto i gruppi estremisti islamici, rischiando lo stesso “boomerang” dei combattenti del saudita Usama bin Ladin di ritorno dopo la jihad contro i sovietici in Afghanistan negli anni ’80, una guerra santa ufficialmente autorizzata. (…) Nel 2014, un parlamentare statunitense disse che la CIA era “ben consapevole che molte armi in dotazione (all’agenzia) fossero nelle mani sbagliate”. Nell’ottobre 2015, il massimo esperto sulla Siria Joshua Landis dichiarò che “tra il 60 e l’80% delle armi che gli Stati Uniti hanno introdotto (in questo Paese) è andato ad al-Qaida e gruppi affiliati“. In altre parole, la CIA e gli alleati turchi e petromonarchici decisamente promossero la nascita di tali gruppi estremisti in Siria, tra cui al-Qaida e SIIL. Tuttavia, tale politica profonda multinazionale fu deliberatamente scelta dalla Casa Bianca? La risposta non è ovvia. Come sottolineai nell’agosto 2015, l’ex-direttore dei servizi segreti militari del Pentagono (DIA), Michael Flynn, denunciò su al-Jazeera l’irrazionalità sconcertante della Casa Bianca sulla questione siriana. In quell’occasione, rivelò che i funzionari dell’amministrazione Obama presero la “decisione deliberata” di “fare quello che fanno in Siria“; in altre parole, avrebbero scelto di sostenere le milizie anti-Assad che la DIA descrisse nel 2012 come infiltrate e dominate da forze jihadiste. Da quell’anno, Flynn e la sua agenzia informarono la Casa Bianca del rischio della comparsa di uno “Stato islamico” tra Iraq e la Siria grazie al sostegno occidentale, turco e petromonarchico alla ribellione. Per chiarirne l’intervento, poi disse a un giornale russo che il governo statunitense aveva finora sostenuto “tante diverse fazioni (anti-Assad) che è impossibile capire chi siano e per chi lavorano. La composizione dell’opposizione armata siriana, sempre più complessa, ha reso notevolmente più difficile qualsiasi identificazione. Perciò (…) per gli interessi statunitensi bisogna (…) fare un passo indietro e sottoporre la nostra strategia a un esame critico. A causa della possibilità, molto reale, di sostenere forze legate allo Stato islamico (…) insieme ad altre forze anti-Assad in Siria. “Il generale Flynn, quando dirigeva la DIA al Pentagono, vide circa 1200 gruppi in lotta (in Siria). Di conseguenza“, il generale Flynn pensò “in realtà nessuno, compresa la Russia, ha una chiara idea con cosa abbiamo a che fare, ma tatticamente è davvero importante capirlo. Una visione unilaterale della situazione in Siria e Iraq sarebbe un errore”.

Micheal Flynn

Micheal Flynn

A tale terreno complesso si aggiunse la procedura tradizionale dell’Agenzia della “negazione plausibile”, con l’obiettivo di cancellare qualsiasi incriminazione del governo degli Stati Uniti ricorrendo ad agenti esteri e/o privati. Nel mio articolo sulla guerra segreta della CIA in Siria, notai che “Le operazioni multinazionali anti-Assad furono anche una grande fonte di confusione. In primo luogo, anche se molti servizi occidentali e mediorientali sono coinvolti in tale conflitto, è difficile pensare a questa guerra segreta da una prospettiva multinazionale. In effetti, media ed esperti ebbero la tendenza a dissociare le politiche siriane dei diversi Stati illegalmente impegnati a destabilizzare la Siria. E’ vero che la rinuncia degli Stati Uniti d’intervenire direttamente provocò taglienti tensioni diplomatiche con Turchia e Arabia Saudita. Inoltre, l’ostilità di re Abdullah contro i Fratelli musulmani generò gravi divisioni tra, da un lato il regno saudita, dall’altra Qatar e Turchia; tali tensioni sono aggravate da Salman dopo l’intronizzazione a re nel gennaio 2015. A causa di tali differenze, le politiche siriane degli Stati ostili al regime di Assad sono state scarsamente analizzate sotto la prospettiva multinazionale. Piuttosto, le operazioni occidentali furono distinte da quelle dei Paesi del Medio Oriente. Ma i servizi speciali dei diversi Stati condussero azioni finora comuni e coordinate nell’opacità abissale della segretezza. Nel gennaio 2012, CIA e MI6 lanciarono operazioni clandestine per armare i terroristi tra Libia, Turchia e Siria, con l’aiuto dei turchi e il finanziamento di Arabia Saudita e Qatar. (…) E’ dimostrato che tali armi furono consegnate “quasi esclusivamente” a fazioni jihadiste, secondo il parlamentare inglese Lord Ashdown. Secondo il giornalista Seymour Hersh, “il coinvolgimento dell’MI6 permise alla CIA di eludere la legge qualificando la sua missione come operazione di collegamento“. Le azioni dell’Agenzia in Siria sono meglio controllate oggi? La questione rimane aperta, ma la dottrina della “negazione plausibile” tradizionalmente attuata dalla CIA potrebbe essere una risposta. (…) Anche se tale procedura tende a confondere le acque, il ruolo centrale della CIA nella guerra segreta multinazionale (in Siria) non è più dubbio. Nell’ottobre 2015, il New York Times spiegò che “I missili anticarro TOW di fabbricazione statunitense apparvero nella regione nel 2013, attraverso un programma clandestino (della CIA) guidato da Stati Uniti, Arabia Saudita e altri alleati, allo scopo di aiutare i gruppi di insorti “scelti” dall’Agenzia nella lotta al governo siriano. Tali armi sono consegnate sul campo dagli alleati degli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti ne approvano l’assegnazione. (…) I capi ribelli risero quando li interrogarono sulla consegna di 500 TOW dall’Arabia Saudita, dicendo che era un numero ridicolo rispetto a ciò che era effettivamente disponibile. Nel 2013 l’Arabia Saudita ordinò (a Washington) più di 13000 (TOW)”. (…) A seguito dello scoppio del conflitto con la Russia, l’ex-consigliere del Pentagono confermò al Washington Post che l’utilizzo di partner stranieri ha comportato la “negazione plausibile”, coprendo le operazioni della CIA in Siria: “missili (TOW) prodotti dalla Raytheon provengono principalmente dalle scorte governative saudite, che ne acquistarono 13795 nel 2013 (…) Poiché gli accordi di vendita prevedono che l’acquirente informi gli Stati Uniti sulla loro destinazione finale, l’approvazione (di Washington) è implicita secondo Shahbandar, ex-consigliere del Pentagono. Secondo lui, non è richiesta alcuna decisione dall’amministrazione Obama sul prosieguo del programma. “Non c’è bisogno di un via libero statunitense. Una luce ambrata basta”. “Questo è un (programma) illegale e tecnicamente può essere negato, ma è caratteristico delle guerre per procura”. “Così, con la dottrina della “negazione plausibile” che coinvolge terzi che si possono biasimare sembra spiegarne il motivo, il ruolo della CIA e dei suoi alleati occidentali nella guerra segreta (a questo punto) viene insabbiato, distorto o minimizzato”. In questo articolo aggiunsi che “contrariamente al mito dell'”inazione” (militare) occidentale contro il regime di Bashar al-Assad, la CIA fu fortemente coinvolta in Siria, nell’ambito di un’oprazione illegale sovvenzionata da budget classificati e anche stranieri. Tuttavia con tali fondi esteri e i miliardi di dollari mobilitati e non controllati dal Congresso degli Stati Uniti, l’istituzione non ha il potere di esercitare il controllo su bilanci o politiche esteri. “Secondo le dichiarazioni di un parlamentare statunitense, il New York Times confermò tale assenza di trasparenza dovuta all’utilizzo di fondi esteri: “Mentre l’amministrazione Obama ha visto la coalizione come argomento seducente per il Congresso, alcuni legislatori, come il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyden, hanno chiesto perché la CIA avesse bisogno del denaro saudita per finanziare l’operazione, secondo un ex-funzionario statunitense. Wyden ha rifiutato di rispondere alle nostre domande, ma la sua squadra ha rilasciato una dichiarazione chiedendo maggiore trasparenza: “ex-funzionari del governo hanno detto che gli Stati Uniti rafforzano le capacità operative dell’opposizione militare anti-Assad. Tuttavia, i cittadini non furono informati sui termini della politica che coinvolge le agenzie degli Stati Uniti, o partner stranieri con i cui queste istituzioni collaborano“.”
Alla luce delle rivelazioni del New York Times sull’operazione Legno di platano, e sapendo che il sostegno di CIA ed alleati ad al-Qaida in Siria è ormai di dominio pubblico, anche in Italia, è essenziale che i cittadini occidentali chiedano responsabilità ai loro parlamentari. Come coraggiosamente denunciò il parlamentare statunitense Tulsi Gabbard tre settimane prima degli attacchi del 13 novembre, “le armi degli Stati Uniti vanno nelle mani dei nostri nemici, al-Qaida e altri gruppi estremisti islamici, nostri nemici giurati. Sono i gruppi che ci attaccarono l’11 settembre e che cerchiamo di sconfiggere, ma noi li sosteniamo armandoli per rovesciare il governo siriano. (…) Non voglio che il governo degli Stati Uniti fornisca armi ad al-Qaida, estremisti islamici, nostri nemici. Penso che sia un concetto molto semplice: è impossibile sconfiggere i tuoi nemici se, allo stesso tempo, li armi e aiuti. Cosa assolutamente senza senso per me“. E’ pertanto urgente che le potenze occidentali sviluppino e attuino politiche più razionali e pragmatiche per lottare efficacemente contro il terrorismo, altrimenti questa foresta di “platani” continuerà ad espandersi pericolosamente.

John O. Brennan

John O. Brennan

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iran e Strategia dell’“Economia della Resistenza”

Nikolaj Bobkin, Strategic Culture Foundation 24/01/2016

a38eb3bc-1a84-46a5-9489-0e0206714bceLe sanzioni internazionali contro l’Iran sono state tolte. Il Presidente Hassan Rouhani crede che l’Iran apra un nuovo capitolo nelle relazioni con il mondo. Con l’adozione del Piano congiunto d’azione globale (JCPOA), che garantirà la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano, Teheran è tornata ad essere membro a pieno titolo della vita internazionale, avendo riservato il diritto al ‘atomo pacifico’. Il Presidente Rouhani ha definito l’accordo nucleare una “Pagina d’oro” nella storia dell’Iran. Tuttavia, l’abolizione delle sanzioni non ha portato a alcuna gioia particolare a Teheran. Il leader spirituale iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, ha espresso soddisfazione per la revoca delle “sanzioni ingiuste” nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ma ha dichiarato che “va esercitata attenzione”. La Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran rimane dubbiosa “che il partito contrario adempia in pieno agli obblighi incombenti”. Vero, con il dossier nucleare iraniano chiuso, Washington ha immediatamente annunciato l’introduzione di nuove sanzioni contro la Repubblica islamica. Questa volta, il problema passa dalla questione nucleare ai programmi missilistici iraniani. Nella lettera al presidente Rouhani, l’ayatollah Ali Khamenei scrive che la revoca delle sanzioni non migliorerà di per sé la situazione economica dell’Iran e che “i costi subiti sono gravi in cambio di quanto realizzato nel quadro del presente accordo. Scritti e osservazioni che cercano d’ignorare questo fatto e fingono di essere grati agli occidentali non parlano all’opinione pubblica della nazione con onestà”. Khamenei crede che anche dopo la revoca delle sanzioni, l’Iran dovrà vivere in un’“economia della resistenza”. Avvertendo della possibile violazione delle promesse dagli Stati Uniti, in particolare, e chiede “resistenza e fermezza”. Le sanzioni sono state una “grande lezione” per l’Iran, che la Guida Suprema sottolinea, sarà presa in considerazione in futuro. Si ricordi che le sanzioni contro l’Iran sono molteplici. Vi sono sanzioni delle Nazioni Unite e anche sanzioni imposte unilateralmente da Stati Uniti ed Unione europea. Le sanzioni delle Nazioni Unite in gran parte riguardano divieti di fornitura di armi moderne all’Iran, comprese le tecnologie missilistiche. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha anche imposto restrizioni sui visti e congelato i beni di alcuni alti funzionari e militari. A differenza delle sanzioni mirate delle Nazioni Unite, le restrizioni imposte all’Iran da Stati Uniti e Unione europea sono molto più ampie. Le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione europea mirano alle principali esportazioni dell’Iran, petrolio e gas. Allo stesso tempo, la Banca centrale dell’Iran è stata scollegata dal sistema di pagamento internazionale SWIFT e alle imprese iraniane è stato impedito di partecipare a grandi transazioni internazionali in dollari. Negli ultimi tre anni, la comunità imprenditoriale iraniana è stata costretta ad affidarsi alle istituzioni finanziarie di terze parti, spesso inaffidabili, nel commercio con l’estero, e a ricorrere ai servizi di intermediari per realizzare importanti accordi commerciali. L’isolamento finanziario del Paese e il divieto di cooperazione con l’Iran nel petrolio e gas, hanno comportato il ritiro degli investimenti esteri nel Paese e già raggiunti accordi con compagnie straniere furono effettivamente cestinati. Le sanzioni contro l’Iran sarebbero le più dure mai imposte da Stati Uniti e alleati.
L’essenza dell’“economia della resistenza” è lo sviluppo della risposta ottimale dello Stato a misure discriminatorie, minimizzando i danni all’economia del Paese. Bisogna riconoscere che l’Iran non è mai stato pienamente capace di “trasformare le sanzioni in nuove opportunità”. Le sanzioni hanno danneggiato l’economia iraniana, ma non l’hanno distrutta. In termini di PIL, l’Iran è ancora la seconda maggiore economia del Medio Oriente e la settima dell’Asia. Per di più, l’Iran è riuscito a fare molto per il futuro del Paese durante gli anni delle sanzioni. In primo luogo, ha ridotto la dipendenza del Paese dalle esportazioni di petrolio greggio. Così l’Iran ha aumentato la propria produzione di benzina con l’embargo occidentale sulle forniture al Paese. 67 progetti petrolchimici sono in corso di attuazione nel Paese, tra cui la costruzione della Setareh Khalij-e-Fars (Stella del Golfo Persico), una raffineria di petrolio da 36 milioni di litri di benzina al giorno, il cui completamento permetterà all’Iran di essere più che autosufficiente nella benzina, e anche di esportarla. Nel bilancio iraniano per il prossimo anno, la quota di reddito dall’esportazione del petrolio greggio non supera il 25 per cento. Prima dell’introduzione dell’embargo del petrolio nel 2012, il bilancio iraniano riceveva quasi l’80 per cento delle entrate dalla vendita di petrolio greggio. Le sanzioni hanno dato forte impulso allo sviluppo delle infrastrutture industriali dell’Iran e aumentato la produzione indipendente di prodotti ad alto valore aggiunto. Oggi, l’Iran è al primo posto in Medio Oriente per volume della produzione petrolchimica. La revoca delle sanzioni non significa che l’Iran è disposto a ripristinare a pieno le relazioni economiche con gli alleati europei degli USA. Le aziende europee dovranno fare molto per riconquistare la fiducia degli iraniani e ristabilire un dialogo commerciale. In ogni caso, non ci sono piani per grandi forniture di petrolio iraniano all’Europa nel prossimo futuro. Importatori europei devono prima stipulare nuovi contratti, mentre l’Iran deve ripristinare la produzione petrolifera. Ciò, tuttavia, richiede tempo e denaro. Allo stato attuale, l’Iran cerca investimenti esteri per l’economia. Secondo il presidente iraniano Hassan Rouhani, il governo si concentrerà su come attrarre investimenti dall’estero, aumentare le esportazioni non petrolifere e decidere come utilizzare al meglio le riserve di valuta estera congelate dalle sanzioni. Al momento, non ci sono prove che l’Europa sia disposta ad investire nell’economia iraniana. Vi è un altro notevole sviluppo, tuttavia. Sembra che, per motivi di sicurezza, l’Iran abbia deciso di preferire partner stranieri più affidabili. Insieme con la Russia, l’Iran ha individuato 35 progetti prioritari nei settori dell’energia e della costruzione, nella costruzione di terminali off-shore, di ferrovie e altro. Oltre ad un prestito statale di 5 miliardi di dollari, la Vnesheconombank russa e la Banca centrale dell’Iran preparano un accordo per fornire all’Iran un prestito di 2 miliardi di dollari. L’Iran ha anche accettato di sviluppare il giacimento gasifero di Farzad-B nel Golfo Persico con un consorzio di società indiane. L’India è disposta ad investire più di 15 miliardi di dollari in Iran, anche nella costruzione del porto iraniano di Chabahar, nel Golfo di Oman.pic2_main

Merkel ha bisogno di Erdogan per restare al potere
Fars

l43-erdogan-merkel-151114201958_mediumLa Germania chiude gli occhi di fronte alle stragi di curdi nel sud-est della Turchia, contrabbando di petrolio e collaborazione della Turchia con i terroristi dello SIIL, sperando che il presidente turco aiuto l’Europa a ridurre l’afflusso di migranti, ha scritto il quotidiano tedesco Handelsblatt. La cancelliera tedesca Angela Merkel ignora il fatto che il presidente turco Erdogan conduce una guerra contro il suo popolo e continua a sfruttarne la cooperazione discutibile sulla questione dei profughi, secondo Handelsblatt. “Merkel ha bisogno di Erdogan per la propria sopravvivenza politica“, dice l’articolo. La Germania in silenzio guarda la guerra brutale in Turchia, contando sulla promessa di Erdogan di fornire assistenza ai rifugiati al confine turco-siriano. Tuttavia, il presidente turco utilizza la questione dei profughi nel proprio interesse, essendo coinvolto nel contrabbando di petrolio con i militanti dello SIIL. “Erdogan s’è creato la carta vincente per evitare l’intervento dell’Europa: i rifugiati“, dice l’articolo. Il presidente turco sfrutta la fiducia dei Paesi europei, e “senza intoppi conduce una guerra sporca” nel proprio Paese, che si traduce ancora una volta in nuovi flussi di migranti in fuga dal sud-est del Paese, tra l’aumento delle violenze. A metà dicembre, le autorità turche avviavano una presunta operazione antiterrorismo nel sud-est del Paese. Le operazioni brutali contro le comunità curde hanno lasciato centinaia di morti, tra cui civili, e portato all’arresto di numerosi accademici turchi che si sono opposti nettamente al trattamento del governo dei curdi turchi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Migrazione coercitiva artificiosa: Ungheria, Europa e crisi dei rifugiati

Gearóid Ó Colmáin, Global Research, 18 gennaio 2016

Se l’aggressione contro un Paese straniero significa indebolirne la struttura sociale, rovinarne le finanze, rinunciare al territorio per accogliere i profughi, qual è la differenza tra tale tipo di aggressione e l’altro tipo, quello classico, quando qualcuno dichiara guerra, o qualcosa del genere?
Sawer Sen, ambasciatore dell’India presso le Nazioni Unite

Hungarian Prime Minister Orban attends a foundation stone laying ceremony for a new division of the Knorr-Bremse factory in KecskemetIn una conferenza stampa all’UE del 3 settembre 2015, il Primo ministro ungherese Victor Orban candidamente disse che la crisi dei rifugiati in Europa era “un problema della Germania”. Orban si riferiva al fatto che i rifugiati accalcatisi al confine dell’Ungheria erano diretti, per la maggior parte, in Germania. Il Primo ministro ungherese sottolineò che la maggior parte dei rifugiati non aveva intenzione di rimanere in Ungheria. Orban fu oggetto di critiche per la decisione di erigere una barriera di sicurezza al confine ungherese/serbo, per arginare il flusso di migranti che entravano nel territorio ungherese illegalmente. Mentre la maggior parte dei media europei rappresentò Orban come xenofobo dittatore di destra, la decisione di erigere una recinzione fu attuata nel rispetto delle norme comunitarie, che richiedono che tutti gli immigrati che entrano nella zona Schengen siano registrati dalla polizia alla frontiera. Eppure, paradossalmente, Bruxelles critica il primo ministro ungherese per aver tentato di rispettare le leggi comunitarie! Il quotidiano Le Monde definiva il primo ministro ungherese l’uomo che cerca di ‘criminalizzazione’ clandestini. E’ davvero uno strano Paese quello che criminalizza chi infrange le leggi! Perché, dunque, Orban è sotto tiro? Fin dal suo arrivo al potere nel 2010, Victor Orban ha adottato politiche interne e sociali contrarie quelle dettate dalla Commissione Europea. Nel 2013 l’Ungheria chiuse l’ufficio del Fondo monetario internazionale, mettendo le finanze del Paese sotto il controllo statale. Il Fondo Monetario Internazionale è un’istituzione fondamentale della governance globale statunitense-sionista e vi sono alcuni Paesi sfuggitigli dalle grinfie del debito permanente. Pertanto, la decisione del governo ungherese di cacciare il FMI era a dir poco un temerario atto d’insubordinazione per l’imperialismo statunitense. L’Ungheria è anche criticata per la legge sui media che vieta l’ingerenza straniera della propaganda degli USA, come Voice of America, che il governo ungherese ritiene in contrasto con l’interesse pubblico. Di conseguenza, l’Unione europea, perfettamente felice di vietare la televisione iraniana, ha criticato l’Ungheria per violazioni della ‘libertà di espressione’. Orban ha detto alla Chatham House, nel 2013, che credeva ci fosse un “complotto di sinistra e verde” in Europa contro i “valori tradizionali”. Orban senza dubbio si riferiva alle filippiche continue dei guerrafondai sionisti di sinistra come l’eurodeputato Daniel Cohen Bendit contro l’Ungheria. Bendit ha ironicamente chiamato Orban “Chavez d’Europa”. Tale esempio d’insulto ideologico incarna l’insensatezza del paradigma politico sinistra-destra nell’epoca post-sovietica.
Il ‘nazionalismo’ di Orban non è un piano imperiale. E’ piuttosto una filosofia nazionale che va contro, e indebolisce, l’imperialismo. E’ il nazionalismo nel senso di liberazione nazionale dall’oppressione neo-coloniale delle istituzioni finanziarie internazionali e dell’Unione europea. La difesa di Orban dei “valori tradizionali” l’ha ideologicamente avvicinato alla politica estera del presidente russo Vladimir Putin, che visitò il Paese nel 2014. Durante la visita di Putin in Ungheria, Orban elogiò il ruolo del leader russo nel tentativo di trovare una soluzione pacifica alla guerra siriana. Nel 2014 Orban disse ai media ungheresi che la guerra ucraina fu causata dal desiderio degli Stati Uniti di controllare l’Europa orientale. Sottolineò anche che gli Stati Uniti volevano trascinare l’Ungheria nella crisi. Il Primo ministro ungherese non fa mistero del desiderio di perseguire politica interna ed estera indipendenti. L’Ungheria ha anche stretti legami con Cina e Iran. Pertanto tentare, come hanno fatto alcuni analisti, di ritrarre Victor Orban come reazionario imperialista e xenofobo, si semplifica eccessivamente la complessa interazione delle forze ideologiche e geopolitiche sull’attuale scena politica mondiale e in particolare, le forze profonde che hanno scatenato produzione e gestione della crisi dei rifugiati/migranti. Pertanto, paragonando l’opposizione di Orban all’immigrazione a quello del primo ministro inglese David Cameron, si semplifica eccessivamente la questione. Il primo ministro inglese David Cameron gioca sull’opposizione all’immigrazione. Ma senza aver nulla a che fare con il vero obiettivo del governo inglese. Le politiche anti-immigrazione di Cameron sono semplicemente un appello alla xenofobia necessaria ai tories per attrarre il loro elettorato. Il regime di Cameron serve il capitalismo finanziario internazionale nella forma più brutale, e il capitalismo finanziario ha bisogno di una continua immigrazione. Le obiezioni di Orban sono più conflittuali con il capitalismo finanziario e criticano la globalizzazione guidata dall’ideologia liberale. Victor Orban ha proposto che i rifugiati/migranti siano rispediti in Turchia fino alla fine della guerra in Siria. È una proposta ragionevole. Lo slogan “I rifugiati sono benvenuti” e le successive marce a favore dell’immigrazione sono utili agli obiettivi geostrategici israeliani. Attualmente, pochi sembrano capire che, come nella primavera araba del 2011, al carrozzone dell’imperialismo statunitense non mancano passeggeri. In questo senso, Victor Orban è, in modo molto limitato, degno dell’epiteto di ‘Hugo Chavez d’Europa’. Mentre molte scelte politiche di Victor Orban sono tutt’altro che di sinistra, (ad esempio, il divieto dei simboli comunisti) l’abbraccio del capitalismo tradizionalista sotto forma dirigista e con forti politiche sociali a favore della famiglia, e una politica estera molteplice avvicina il suo Paese a Paesi come Venezuela, Bielorussia, Eritrea e altri Stati-nazione che cercano di mantenere la sovranità contro l’imperialismo. Un articolo profondamente prevenuto ed ostile su Le Monde, tuttavia, descrive accuratamente la politica di Orban come ‘di sinistra economicamente e di destra culturalmente’. Tuttavia è qui necessaria una distinzione. Le sue politiche sono ‘di sinistra’ dal punto di vista della finanza corporativa globale, ma le politiche economiche di Orban favoriscono la borghesia patriottica nazionale e sono quindi di destra dal punto di vista della classe operaia. La politica estera multidirezionale dell’Ungheria ha dato benefici al Paese, soprattutto agli altri Paesi partner dell’emisfero meridionale come il Venezuela. Ad esempio, la tecnologia fotovoltaica sviluppata in Ungheria e finanziata dalla Cina, è stata esportata in Venezuela nel 2013. Si ritiene che la nuova tecnologia ungherese non solo permetta al Venezuela di diventare autosufficiente nell’energia elettrica, ma di diventare grande esportatore di energia elettrica. La cooperazione del Venezuela con l’Ungheria è fondamentale per l’industrializzazione del Paese. Tutti i Paesi citati hanno in comune il tentativo di costruzione volontaria nazionale per arginare la marea della ‘globalizzazione’ e tutti i concomitanti mali sociali ed economici. È una borghesia patriottica nazionale in alleanza con la classe operaia contro la borghesia ‘internazionalista’ compradora e il ‘Nuovo Ordine Mondiale’. E’, per molti aspetti, un rovesciamento delle dinamiche di classe della seconda guerra mondiale, quando l’Unione Sovietica alleò la classe operaia internazionale organizzata con i resti della borghesia democratica contro il fascismo internazionale.
Nikita Khrushchev and Janos Kadar OutsideIl Primo ministro ungherese Victor Orban è salito al potere in un Paese devastato dal FMI e profondamente corrotto dal partito ‘socialista’ uscito dai decenni di capitalismo di State di Janos Kadar. Kadar, liberale, sostituì il comunista Rakosi durante la contro-rivoluzione in Europa orientale negli anni ’50, quando il capitalismo dalle caratteristiche “socialiste” sostituì il socialismo del Cominform. Il processo fu eufemisticamente denominato ‘destalinizzazione’, ma fu in realtà un tentativo di ripristinare i modi di produzione capitalistici. La crisi ideologica dell’Ungheria culminò nel tentato colpo di Stato del 1956, quando la CIA, operando da Vienna, tentò di rovesciare il regime assediato con l’aiuto di ex-collaborazionisti dei nazisti. La ‘rivoluzione ungherese’ del 1956 fu, per molti aspetti, prodromo delle molte operazioni d’intelligence orchestrate dagli Stati Uniti per cambiare i regimi, decenni dopo. Anche se Orban dice di aver ‘combattuto il comunismo’ da studente, era, come molti altri della sua generazione, un combattente contro un particolare tipo di capitalismo che percepì come “cospirazione di sinistra” contro il popolo. I marxisti-leninisti hanno sempre considerato il trionfo del revisionismo kruscioviano in URSS, nel 1956, e la successiva ‘destalinizzazione’ dell’URSS e delle democrazie popolari dell’Europa orientale, una contro-rivoluzione contro la dittatura del proletariato. Le riforme di Krusciov portarono all’abbandono della pianificazione statale centralizzata, la reintroduzione del profitto come regolatore della produzione, combinata alla politica estera cinica e anti-marxista della ‘coesistenza pacifica’ tra capitalismo e socialismo. Per giustificare tali politiche Krusciov scrisse un lungo discorso menzognero per calunniare Stalin. Ogni affermazione contro Stalin nel discorso di Krusciov s’è poi dimostrata una menzogna. Il revisionismo sovietico non uccise solo il socialismo in URSS, ma, con la notevole eccezione dell’Albania, la speranza del socialismo in tutto il mondo. Questa distruzione del marxismo-leninismo da parte dei revisionisti sovietici, e cinesi più tardi, portò alla rinascita del trotzkismo nei Paesi imperiali occidentali. Ed è tale ‘nuova sinistra’ che costituisce l’avanguardia dell’imperialismo occidentale contemporaneo. In questo senso, Orban ha ragione sull’analisi su una cospirazione “di sinistra” contro la civiltà, vedendo oggi il trionfo dell’ideologia trotzkista sotto forma di sionismo e neo-conservatorismo, dove l’internazionalismo proletario viene assorbito dai diritti umani internazionali da un lato, e dalla ‘jihad islamico’ dall’altra, una nuova alleanza ‘rivoluzionaria’ in guerra contro la classe operaia. Basta osservare il pugno chiuso delle rivoluzioni colorate degli Stati Uniti e l’appello costante alla ribellione giovanile per capire come il capitalismo ormai approfondisca la presa sulla umanità con l’appropriazione della simbologia rivoluzionaria di sinistra. Infatti, il capitalismo statunitense contemporaneo, impiegando una frase di Trotskij, è una ‘rivoluzione permanente’. Oppure, secondo lo stratega statunitense Generale Thomas Barnett, “la globalizzazione degli USA è pura rivoluzione socio-economica“. Ma è una rivoluzione che dichiara guerra alla classe operaia. Uno dei risultati della ‘primavera araba’ in Egitto è stata l’abrogazione delle leggi sul lavoro che richiedevano alle aziende di pagare i lavoratori durante i periodi di chiusura degli stabilimenti per mancanza di domanda. Molti degli scioperi che portarono alla caduta del regime di Mubaraq furono guidati da organizzazioni sindacali “indipendenti” finanziate dagli Stati Uniti.
Data l’intransigenza di Orban sulla questione dei profughi, è probabile che USA/Israele sostengano un ‘movimento di protesta popolare’ nel tentativo di effettuare un cambio di regime. Le rivoluzioni colorate spesso comportano il trasporto di migliaia di stranieri sui luoghi delle proteste per opera dei servizi segreti tramite le ONG. Questo accadde in Bielorussia nel 2010. Molti dei giovani che tentano di entrare in Ungheria potrebbero essere usati come ariete per destabilizzare lo Stato-nazione ungherese. Da quando la CIA e le sue numerose ONG nel 2011 fomentarono la ‘primavera araba’, la distruzione totale per mano della NATO della Libia e la guerra per procura contro la Siria, milioni di persone sono divenuti dei rifugiati. Perciò fuggono in Europa. Ma non è la ragione principale della ‘crisi’, o meglio dell’attuale fase della crisi che si aggrava. L’invasione e la distruzione della Libia da parte della NATO nel 2011, ha creato milioni di disperati che tentano di attraversare il Mediterraneo. Questa crisi ha avuto diversi tipi di coperture dai mass media. Ad esempio, l’affondamento di una barca nel Mediterraneo nel luglio 2015 ebbe solo un articolo di quattro riga sul quotidiano francese Le Figaro, nonostante il fatto che un centinaio di persone annegasse! Tuttavia, dopo la pubblicazione della foto del bambino annegato sulle coste della Turchia nel 2015, la crisi dei rifugiati entrò in una nuova fase, con la foto del ragazzo in questione utilizzata come pretesto per dare sostegno pubblico agli attacchi aerei della NATO contro la Siria al fine di “fermare le stragi”. Mentre nessuno sembra sapere quanti siano i siriani tra i migranti in fuga verso l’Europa, c’era una fissazione dei media su questi migranti in particolare, nonostante fossero solo una minoranza dei migranti che si accalcavano al confine ungherese. Il dibattito su cosa dovesse essere fatto per gestire la crisi dei rifugiati/migranti si accese sul se dovrebbero o meno essere accolti nei Paesi europei. Tuttavia, questo dibattito pro o anti-migrante maschera una nuova e assai pericolosa fase della strategia geopolitica di USA/NATO. Molti dei migranti alla frontiera ungherese provengono dai campi profughi in Turchia. Intelligence austriaca ha riferito che le agenzie governative degli Stati Uniti finanziano l’esodo dei rifugiati in Europa, nel tentativo di destabilizzare il continente. Questa nuova iniziativa geostrategica comporta l’uso di profughi disperati come armi per il divide et impera sionista-statunitense sul continente europeo. France Radio Internationale rivelava che oltre il 95 per cento dei migranti attuali verso l’Europa sono maschi tra i 20 e i 35 anni. Molti dicono di fuggire dalla coscrizione dell’esercito siriano, che ha perso migliaia di uomini e donne coraggiosi dall’inizio della guerra sionista al loro Paese. La preponderanza di giovani maschi in forma tra i cosiddetti “rifugiati” fu confermata personalmente anche all’autore da giornalisti della televisione di Stato russa RT. Quando interrogato sulla questione dei rifugiati dalla francese BMTV, l’ambasciatore russo Aleksandr Orlov disse “Tutto quello che posso vedere sono giovani fuggire dalla guerra, invece di difendere il loro Paese“. Allora perché ci sono così poche donne e bambini tra i rifugiati in fuga dalla guerra in Siria? Il viaggio attraverso il Mediterraneo verso l’Europa può normalmente costare fino a 11000 dollari, più di quanto la maggior parte dei lavoratori europei riesce a risparmiare in anni di duro lavoro, ma ci dicono che milioni di iracheni e siriani devastati dalla guerra improvvisamente possono pagare tale colossale somma per andarsene in Europa. Com’è possibile? La glorificazione dei giovani in fuga dall’arruolamento in Siria, insieme alla demonizzazione degli eroici uomini e donne in Siria che lottano per la libertà del loro Paese, è profondamente indicativo della turpitudine morale della nostra classe dirigente, per cui slealtà e viltà sono i caratteri principali.
A settembre una fotografa ungherese fu ripresa fare lo sgambetto a un rifugiato con un bambino, al confine ungherese. Il video divenne virale. La fotografa ora ha querelato l’uomo che inciampò avendo cambiato la sua versione con la polizia. Petra Laszlo ha sostenuto che era in preda al panico quando i rifugiati le corsero contro. Ci fu molta indignazione nei media aziendali politicamente corretti. Ma i patrioti siriani hanno fatto qualche indagine sulla ‘vittima’ di Laszlo. L’uomo si chiamerebbe Usama Abdalmuhsan al-Ghadab ed è un membro di Jabhat al-Nusra, il gruppo terroristico affiliato ad al-Qaida che ha massacrato migliaia di inermi in Siria. Non si suggerisce che tutti i profughi che tentano di entrare in Ungheria siano terroristi. Ma nel contesto di una guerra globale che coinvolge complesse reti internazionali di terroristi che operano sotto l’egida delle intelligence statunitensi, israeliane ed europee, tale incidente è un altro argomento a favore della politica di Orban per attuare la normale regolamentazione dell’immigrazione. Nel febbraio 2011 il leader libico Muammar Gheddafi avvertì l’Europa sul pericolo di un’invasione da parte dei migranti e, in particolare, dei terroristi di al-Qaida se fosse stato rovesciato. Anche il Presidente della Siria Assad ha avvertito l’Europa sul pericolo di migliaia di terroristi di al-Qaida e Stato islamico che arrivano in Europa travestiti da rifugiati. È del tutto possibile che uno scenario simile si svolga adesso.Russian President Putin discuss with Hungarian Prime Minister Orban before a joint news conference in BudapestGearóid Ó Colmáin è un giornalista e analista politico di Parigi, che studia globalizzazione, geopolitica e lotta di classe. Assiduo collaboratore di Global Research, Russia Today International, Press TV, Sputnik Radio France, Sputnik inglese, al-Etijah TV, Sahar TV ed è apparso anche su al-Jazeera e al-Mayadeen.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La casa degli orrori dei Saud

L’analista politico Dmitrij Drobnitzkij su come “la rete di amici” degli Stati Uniti viene gradualmente distrutta
Dmitrij Drobnitzkij, Izvestija South Front
salman-bin-abdulaziz_14842La politica statunitense in Medio Oriente è in grave declino. E’ argomento comune non solo sui media mondiali, ma anche per la maggior parte degli esperti di affari internazionali statunitensi e per i candidati alle presidenziali degli Stati Uniti del 2016. Non è solo l’effetto delle due grandi guerre in Afghanistan e Iraq da biasimare, ma anche la distruzione dello Stato libico, il caos in Siria, l’incredibilmente veloce diffusione del SIIL (le cui propaggini sono già in Pakistan e Xinjiang in Cina) e il completo stallo del piano di pace israelo-palestinese. I vecchi alleati regionali degli Stati Uniti, Israele, Turchia e Arabia Saudita sono parte del problema. Da un lato, Washington non può togliere all’improvviso l’ombrello protettivo che copre i suoi compari. Perché “la rete di amicizie” è la porta per lobbisti, interscambio economico ed interessi del complesso militare-industriale statunitense, ecc. Non può essere smontata facilmente in uno o due anni. D’altra parte, la solida fiducia negli Stati Uniti non c’è più, anzi è paralizzata. Non c’è fiducia solo nel protettorato statunitense, ma neanche nei rapporti tra Washington, Ankara, Tel Aviv e Riad. Ciò che fu la macchina unificatasi nella realtà della guerra fredda, oggi è un costoso, ma inutile, meccanismo della moderna geopolitica. Ecco perché Turchia, Israele e Arabia Saudita oggi spesso mettono gli USA davanti a una specie di fatto compiuto, fiduciosi che la cinghia di trasmissione alleati-USA funzioni ancora. Nei suoi anni di presidenza, Barack Obama ha fatto molto per limitare l’influenza degli “amici” sulla sua politica estera. Quindi ecco la distensione iraniana che, chiunque vinca le elezioni presidenziali a novembre, sarà difficile da annullare. O almeno, non sarà come certi candidati credono. Già nell’estate 2014 apparve che pietra miliare della campagna elettorale repubblicana sarebbero state le posizioni anti-iraniane. Tuttavia, alla fine dell’anno era chiaro che tutti gli sforzi dei lobbisti sauditi ed israeliani erano inconseguenti. Parlarono contro l’Iran solo Jeb Bush e Marco Rubio, ancora molto distanti nella loro corsa a candidati. Altri menzionavano l’Iran solo per criticare come inadeguati i negoziati del presidente Obama e del segretario di Stato John Kerry. Inoltre, almeno tre candidati repubblicani, Donald Trump, Ted Cruz e Rand Paul dicono oggi che, ovviamente l’eliminazione dei dittatori laici in Medio Oriente (Libia, Iraq, Egitto) ha creato rapidamente un vuoto occupato dai radicali dell’autoproclamato califfato. Perciò i candidati non chiedono l’immediata partenza di Bashar al-Assad, e persino temono le terribili conseguenze della sua rimozione dal potere. Ma la valutazione sintetica di tali candidati non basta per una vittoria incondizionata alle primarie.
Obama e Hillary Clinton continuano il mantra “Assad deve andarsene”, ma con veemenza i loro rivali politici rispondono: “Avete creato lo SIIL”. Un accusa che può essere molto difficile da scrollarsi di dosso. Non è ancora chiaro come affrontare il califfato in Siria, Iraq e altri Paesi, soprattutto considerando il ruolo altamente discutibile di Turchia e Arabia Saudita. Tutte le polemiche sulle nazioni musulmane della regione, che dovrebbero affrontare i terroristi per conto proprio, contando solo sul supporto aereo di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia rimangono solo parole al vento. Ogni fantoccio mediorientale degli Stati Uniti invoca grandi aiuti politici e militari. A complicare ulteriormente la situazione è l’intensa guerra ibrida tra Iran e Arabia Saudita in Iraq, Siria e Yemen. E dopo l’esecuzione del religioso sciita e attivista dei diritti umani Nimr al-Nimr in Arabia Saudita, che ha suscitato severe critiche dalla leadership politica e religiosa dell’Iran, un conflitto militare anche diretto fra Riyadh e Teheran non può essere del tutto escluso. Va detto che l’esecuzione di al-Nimr ha scatenato le critiche degli Stati Uniti. Diversi articoli di rispettabili giornali statunitensi condannavano tale dura sanzione, così come l’estremamente nervosa e aggressiva politica estera saudita, ed anche l’assenza di democrazia e libertà religiose, l’oppressione delle donne, i tribunali medievali, ecc. Nonostante l’Iran sia, al di là di ogni dubbio, il centro spirituale dell’islam sciita e modello alternativo (ai regni del Golfo) di Stato islamico, l’attivista sciita per i diritti umani al-Nimr non era un agente di Teheran. Essendo molto più dell’ayatollah della “primavera araba” dell’Iran, era ciò che è estremamente raro e difficile trovare oggi in Siria, dell’opposizione islamica moderata. La sua esecuzione ha innescato non solo l’escalation del conflitto tra Arabia Saudita e Iran, ma anche l’appello “a temperare i falchi di Riyadh adottando un’impostazione più intransigente con i sauditi” o “allontanare i Paesi nervosi” dei media degli USA.
Quanto più la sensazione della ritirata degli USA prevale nella regione, più nervosa sarà Riyadh, scatenando nuova sfiducia come partner affidabile. Tuttavia, come già detto, la diffidenza è reciproca. La peggiore paura dell’Arabia Saudita (che già contempla l’arma nucleare) è cessare di essere “uno dei ragazzi” di Washington, lasciandola sola con l’Iran, ora pienamente legittimato e privo delle sanzioni internazionali. Recentemente si è verificato un evento storico. Secondo l’accordo sul bilancio, il Congresso ha revocato il divieto di esportazione del greggio dagli Stati Uniti. Forse non è la migliore notizia per la Russia, ma sicuramente colpisce la casa regnante dei Saud. Sicuramente non riguarda solo il petrolio. Il Medio Oriente è il luogo dove i grandi attori non progettano nulla a lungo termine, come la base aerea di Humaymim in Siria, creazione che Putin descriveva alla conferenza stampa: “Raccolti in due giorni, caricati sugli “Antej” e bam! E’ fatta“. Non in due giorni, naturalmente, e neanche in due anni, ma viene abbandonata rapidamente la storica configurazione del Medio Oriente che, se una volta sembrava incrollabile, da ora sarà passato. E chiaramente le elezioni statunitensi del 2016 saranno il punto di svolta.SAUDI-US-SUCCESSION-ROYALS-FILESTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’imminente riorganizzazione del blocco militare cinese

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 14/01/2016

e0a57076aaf3La riunione della Commissione militare centrale (CMC) della Repubblica Popolare Cinese (PRC), l’organo supremo delle forze armate di una delle principali potenze mondiali, tenutasi il 24-26 novembre 2015, avrà un impatto significativo non solo sullo sviluppo dei processi interni in Cina, ma anche sull’ambiente politico circostante. Il discorso del leader del Paese Xi Jinping ha aggiunto importanza all’evento. Nonostante la scarsità di informazioni disponibili, si tratta ovviamente di cambiamenti nel carattere dello sviluppo delle capacità militari della Repubblica Popolare Cinese, in particolare nella struttura organizzativa, nonché nel sistema di gestione della componente principale della “potenza” del Paese, l’Esercito di Liberazione Popolare cinese (PLA). Va notato che il processo di graduale passaggio dalla dottrina della “guerra del popolo” con l’esercito di massa alla costruzione di forze armate relativamente compatte, professionali e modernamente equipaggiate fu delineato in Cina molto tempo prima. Naturalmente, accompagnata e conseguenza del rapido sviluppo economico e tecnologico della Cina, e dalla diminuzione della probabilità di grandi incursioni militari nel proprio territorio. Tuttavia, il potenziale di questo processo relativamente veloce probabilmente si esaurirà presto, mentre le sfide accumulatesi richiedono un deciso intervento del governo del Paese. Il fatto che il PLA affronta seri cambiamenti è apparso chiaro durante gli eventi dedicati al 70° anniversario della fine della guerra del Pacifico, svoltosi a Pechino il 3 settembre 2015. Parlando alla parata militare, Xi Jinping ha detto che le forze di terra del Paese si ridurranno di 300mila soldati, e il numero totale del PLA diminuirà a 2 milioni di persone. L’intera parata militare mirava a dimostrare la tendenza ad aumentare le caratteristiche qualitative delle forze armate del Paese. E’ abbastanza ovvio che uno dei motivi che hanno esortato la leadership cinese a non ritardare il processo di riorganizzazione del blocco “militare” fosse uno studio della RAND Corporation, “L’incompiuta trasformazione militare della Cina: valutazione della debolezza dell’Esercito di Liberazione del Popolo (PLA) della Cina“, pubblicato nel 2015. In generale, l’adesione della Cina ad alcune tendenze nello sviluppo militari statunitensi fu notato tempo prima. Così, alcuni esperti, che commentarono le dichiarazioni di Xi Jinping alla parata del 3 settembre, notarono che contenuto ed obiettivi della prossima riforma militare in Cina, in qualche modo ricordano il Goldwater-Nichol’s Department of Defense Rrorganization Act del 1986. L’obiettivo immediato era la semplificazione ed eliminazione di inutili duplicazioni e del sistema di gestione delle forze armate degli Stati Uniti. La legge fu sviluppata sotto l’influenza dell’analisi di alcuni risultati della partecipazione degli Stati Uniti alla guerra del Vietnam. La “propagandata” attendibilità scientifica della RAND osservata in precedenza (in connessione con la pubblicazione di uno studio simile) vale per lo studio sulla “debolezza” del PLA. Avrebbe attirato l’attenzione della RPC semplicemente per il fatto che gli autori hanno studiato centinaia di fonti, specialmente quelle disponibili in cinese. Così, pur sottolineando i progressi evidenti e rapidi della Cina in tutti gli aspetti dello sviluppo militare, gli autori ammisero la tesi delle “due incongruenze” delle forze armate cinesi (il tasso di modernizzazione e il potenziale militare raggiunto) espresso dall’ex-Presidente Hu Jintao nel 2006.
Lo studio della RAND si basa su 16 ipotesi iniziali “d’importanza cruciale” sugli aspetti interni ed esterni più importanti per l’ulteriore sviluppo del sistema cinese. Così, la prima ipotesi afferma che “il Partito comunista cinese manterrà la posizione di primo piano“, in tutti gli aspetti della vita del Paese, tra cui il controllo del PLA. Secondo l’ipotesi No.15, “alcun cambiamento avrà luogo nelle relazioni Cina-Russia e nel percorso strategico della Russia“. In conclusione, lo studio affronta il problema del possibile impatto della fallacia di certe ipotesi sui risultati. Ad esempio, l’assunzione No.15 indica che nel caso della conservazione delle relazioni Cina-Russia e del degrado delle relazioni tra Russia e Stati Uniti ed alleati della NATO fino al punto che Washington debba rafforzare la propria presenza in Europa, le valutazioni cinesi della situazione internazionale verrebbero significativamente modificate rispetto a quelle previste dagli autori dello studio. Numero e ponderabilità delle ipotesi iniziali menzionate, incompletezza e scarsa affidabilità delle informazioni non hanno permesso agli autori dello studio di presentare le conclusioni finali, secondo cui sarebbe possibile adottare alcune azioni. Proponendosi di considerarle “oggetto di discussione”. Non c’è dubbio che una “discussione” sul tema cruciale per la Cina, in relazione allo studio della RAND, si sia svolta tra gli esperti cinesi. Inoltre, si può supporre che i risultati della discussione in qualche modo siano state prese in considerazione nella sessione di novembre della Commissione militare centrale del PCC. Tanto più che la principale conclusione dello studio sull’attuale “debolezza” della macchina da guerra cinese, condotta dalla prima società di analisi statunitense, sembra abbastanza evidente e coerente con la tesi di Hu Jintao sulle “due contraddizioni”. In generale, il principale risultato del lavoro si riduce alla dichiarazione di carenze nella struttura organizzativa, nel sistema di gestione dell’apparato militare e nella coerenza operativa tra le forze armate, in ritardo rispetto alle ultime realizzazioni nel campo della “penetrazione IT” nel comando delle operazioni in tempo reale. A tal proposito, è opportuno ricordare che il requisito per un cambio qualitativo in tutti gli aspetti dello sviluppo delle capacità militari e dell’impiego delle forze armate secondo il concetto della cosiddetta “rivoluzione degli affari militari” (RMA), fu discusso negli anni ’70-’80 in Unione Sovietica su iniziativa del Capo di Stato Maggiore dell’esercito sovietico, Maresciallo NV Ogarkov. 20 anni dopo, una discussione simile (con riferimento all’esperienza sovietica) si è svolta tra gli esperti militari degli Stati Uniti. Lo stesso concetto di RMA è ovviamente riformulato nel “pacchetto” moderno e specificamente cinese alla base della nuova fase di sviluppo delle capacità militari della RPC.
Aspetti della politica nazionali ed estera alla sessione del CMC della RPC di novembre attirano l’attenzione. Secondo il parere unanime dei commentatori, uno dei motivi più importanti dell’evento era la necessità di migliorare il controllo della direzione del partito sul blocco “militare” del Paese tra crescenti problemi interni ed esteri. L’esclusione di eventuali elementi avventuristici ed azioni imprudenti nel Mar Cinese Meridionale è di fondamentale importanza. A questo proposito, la leadership cinese cerca di risolvere il problema molto difficile di coniugare questi obiettivi contraddittori tra supporto militare delle rivendicazioni sull’80% della superficie del Mar Cinese Meridionale e creazione di relazioni costruttive con gli Stati vicini. Non è riuscita a coniugarle finora, mentre i vicini si volgono a “forze extra-regionali” come la Cina le chiama. E tali forze (soprattutto Stati Uniti, ma anche Giappone e India) sono pronte a fornire tale “aiuto”. La situazione nel Mar Cinese Meridionale evidenzia una delle principali tendenze della fase attuale dello sviluppo militare della PRC, deciso dal forte aumento dell’importanza della componente navale del PLA. A questo proposito, l’annuncio del mese prima, dopo la riunione della Commissione militare centrale per avviare la costruzione della seconda portaerei, che sarebbe simile all’esistente portaerei Liaoning (ex-Varjag ampiamente modernizzata) è stato notevole. A giudicare dai commenti degli esperti cinesi, in confronto con la prima portaerei della Marina militare della Repubblica popolare cinese, usata soprattutto per acquisire competenze sull’utilizzo di sistemi d’arma navali completamente nuovi, la seconda svolgerà attività operative per proteggere gli interessi marittimi nazionali. Secondo questi esperti, nei prossimi anni la Repubblica popolare cinese avrà bisogno di tre portaerei convenzionali, come la Liaoning. Dopo aver fatto esperienza sul loro impiego, la Cina lancerà la costruzione di portaerei a propulsione nucleare, che solo gli Stati Uniti oggi possiedono.
In generale, possiamo affermare che la tendenza nella modernizzazione del blocco “militare” della Cina è coerente sia con l’affermarsi del forte status del Paese nell’arena politica e le moderne tendenze globali nello sviluppo delle capacità militari.1480778Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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