Perché il governo italiano non affronta l’immigrazione nel Mediterraneo? Perché non vuole

Gefira

Lo stato di diritto è invocato spesso come il valore occidentale che i movimenti “populisti” vogliono distruggere, ma le dirigenze al governo da tempo l’hanno sospeso nel caso delle leggi sull’immigrazione. L’esempio più evidente è la politica sull’immigrazione iniziata dal governo Letta nel 2013 e continuata dal governo Renzi.

Mario Morcone, Andrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, Enzo Moavero Milanesi, Ministro per gli Affari Europei

Mario Morcone, Andrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri, Enzo Moavero Milanesi, Ministro per gli Affari Europei

Nell’ottobre del 2013, il governo Letta, di fronte a ondate di profughi in fuga dal caos istigato dall’occidente con la primavera araba in Libia, che non fu altro che l’insurrezione di gruppi islamisti, lanciò l’operazione “Mare Nostrum“, inviando la Marina italiana nelle acque libiche per salvare i richiedenti asilo. Per quanto nobile fosse la motivazione, l’effetto collaterale dell’operazione fu incoraggiare altri ad intraprendere questo viaggio, perché ora c’era la Marina italiana a salvarli. Il risultato è stato l’aumento del 224% delle imbarcazioni salpate dalla Libia, traducendosi in 10000000 di euro al mese per il governo italiano.(1) Nel novembre 2014, Mare Nostrum fu sostituita da Triton coordinata e finanziata dall’UE, ma coprendo una quota minore del Mediterraneo al costo di 3 milioni di euro al mese. La ragione ufficiale dell’operazione Triton era controllare i confini, tuttavia, analizzando i fatti, l’obiettivo dell’operazione era semplicemente trasportare quante più persone possibile, indipendentemente che fossero rifugiati, migranti economici, legali o clandestini. Da allora, i canali del contrabbando invece di chiudere si moltiplicarono. Pratica comune fin dall’operazione “Mare Nostrum” e continuata con Triton, era che i contrabbandieri lanciassero il segnale di soccorso alle navi di pattuglia della Marina chiedendo aiuto. Nel frattempo, le ONG che perseguono le “frontiere aperte” unirono le forze assistendo chiunque, legale, illegale o rifugiato che volesse raggiungere l’Europa (2, 3, 4).arrivalsitalyLa Commissione europea è responsabile di Frontex che, eseguendo i controlli alle frontiere, ha una chiara idea della questione. Il commissario per gli affari interni, migrazione e cittadinanza Dimitris Avramopoulos ha detto: “Un’altra parte importante emersa dalle discussioni sulla lotta al contrabbando è che, secondo ONG e autorità locali e regionali, aiutare il contrabbando di migranti non va criminalizzato. Sono pienamente d’accordo, naturalmente, come anche sulla necessità di tutelare i diritti fondamentali dei contrabbandati. Dobbiamo punire i contrabbandieri”.(5) Punire i contrabbandieri, e non le organizzazioni non governative di cui fanno parte, significa che il problema non può e non va risolto, perché le ONG saranno sempre libere di contrabbandare migranti. Questa è una ben nota vecchia tradizione; il governo Monti nel 2011-12 creò il Ministero per l’Integrazione assegnato ad Andrea Riccardi della “Comunità di Sant’Egidio”, ONG spiccatamente per le frontiere aperte. La “Comunità di Sant’Egidio” persegue un piano come “corridoi umanitari”, per finanziare una rotta alternativa per fare entrare migranti in Italia. Andrea Riccardi disse ai media francesi di essere convinto che l’Europa deve aprire le frontiere.(6) Il ministero fu poi consegnato a Cécile Kyenge, donna di colore nata nella Repubblica democratica del Congo, che ebbe il compito di ridurre drasticamente i requisiti per acquisire la cittadinanza italiana, proponendo una legge per dare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul suolo italiano. Con Renzi, il ministero fu ridotto a dipartimento del Ministero degli Interni e consegnato a Mario Morcone, altro affiliato a “Sant’Egidio”. Che succede una volta che migranti di ogni genere arrivano sul suolo italiano? Vengono inviati nei centri di accoglienza, dove possono fare domanda per lo status di rifugiati. Va notato che l’Italia da tempo è a corto di posti per i richiedenti asilo, e così il governo paga alberghi, ostelli o singoli cittadini, in generale, per accoglierli.
img_71304_119585 Una pratica comune per coloro che sanno che la domanda sarà respinta è distruggere i documenti (7) in modo che il tempo per identificarli aumenti esponenzialmente. L’esperienza ha dimostrato che i centri alla fine diventano sovraffollati, rivelandosi l’occasione per le rivolte dei migranti che distruggono le proprietà e, infine, fuggono divenendo clandestini.(8, 9, 10, 11, 12) Se non fuggono e la domanda viene respinta, vengono espulsi. L’espulsione però è volontaria e i dati dimostrano che il 50% dei migranti espulsi effettivamente se ne va, probabilmente in un altro Paese dell’UE-Schengen, e gli altri diventano clandestini. Come lo scandalo di “Mafia Capitale” (13) ha dimostrato, la collusione tra membri del Partito Democratico che controllano le istituzioni dell’immigrazione dello Stato italiano, compresi centri dei rifugiati, ONG e criminalità organizzata, assicurano che i migranti siano impiegati a spese dei contribuenti italiani con tariffe orarie insignificanti, permettendo enormi profitti illeciti ai racket. La citazione infame di un membro della criminalità organizzata rivela come l’immigrazione sia ormai un business più redditizio del traffico di droga. “Hai idea di quanto faccio con questi immigrati?” disse Salvatore Buzzi, affiliato della mafia, in un’intercettazione telefonica di 1200 pagine all’inizio del 2013. “Il traffico di droga non è così redditizio“. “Abbiamo chiuso quest’anno con un fatturato di 40 milioni, ma… i nostri profitti provengono tutti da zingari, emergenza abitativa e immigrati“, aveva detto Buzzi. Era il 2013, quando 20000 immigrati arrivarono in Italia. Nel 2016, ne giunsero 180000.
Politici corrotti come Giuseppe Castiglione (NCD, partner del Partito Democratico), che lavorano per il Ministero degli Interni con la missione ufficiale di “favorire l’integrazione di coloro che necessitano di protezione internazionale”, lavorano in realtà per garantirsi profitti dalla crisi. Le attività illegali vanno dall’assegnazione della costruzione dei centri per rifugiati alle cooperative legate al PD, in cambio di tangenti, al trasferimento di richiedenti asilo e clandestini nelle campagne italiane per impiegarli nell’agricoltura per una tariffa oraria di 1-3 euro. Quando si tratta di donne immigrate, si organizzano giri di prostituzione nei centri di accoglienza o le vendono per lavorare sulle strade italiane. (14)
Immigrazione, storia di assenza di volontà della Stato di diritto, contrabbando, disonestà, schiavitù e, infine, distruzione dell’Europa.yffqcm8h6424-732-k9bb-u10402647339452lnb-700x394lastampa-itNote
1.Immigrazione: il flop di Mare Nostrum, Il Sole 24 Ore
2.Caught in the act: NGOs deal in migrant smuggling, Gefira
3.NGOs Armada operating off the coast of Libya, Gefira
4.The Americans from MOAS ferry migrants to Europe, Gefira
5.How can EU action against migrant smuggling be more effective? European Commission
6.Andrea Riccardi, a soul for Europe, La Vie
7.Establishing Identity for International Protection, European Migration Network
8. 40 Migranti fuggono dall’albergo nel sulcis bloccando la statale, Corriere
9. Rivolta nel Cie di Milano: scappano tre irregolari, gd-notizie
10. Rivolta al Cie, agenti contusi scappano in 22, dieci arresti, Migranti Torino
11. Lampedusa, via ai trasferimenti. Fuga di immigrati dal Cie di Torino, RAI
12. I clandestini restano in Italia anche dopo essere espulsi, Il Giornale
13. Mafia Capitale, Buzzi: “Con immigrati si fanno molti più soldi che con la droga”, Il Fatto Quotidiano
14. Sicilian Mafia Cashes In On Desperate Immigrants, La Stampa

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La visita di Putin in Ungheria: ci sarà un fronte anti-Soros?

Ruslan Ostashko, 3 febbraio 2017 – Fort Russ4017860La visita di Vladimir Putin a Budapest smuove media europei e ucraini. Prima di tutto, ognuno è offeso dal fatto che il presidente russo sia tranquillamente sbarcato in un Paese appartenente a UE e NATO, trovando comprensione e supporto completi. In secondo luogo, la Russia potrebbe offrire ai Paesi dell’UE condizioni per una cooperazione molto vantaggiose che potrebbero superare tutti i discorsi sulla solidarietà europea contro la Russia. Come sempre, viene improvvisamente riscoperto che le ricchezze dovute alla collaborazione con la Russia trionfano sul male. Inoltre, il Primo ministro ungherese Viktor Orban sabota la “giovane democrazia ucraina” affermando che il transito del gas dall’Ucraina non è affidabile, e che l’Ungheria supporta la diversificazione delle fonti. Tradotto dal linguaggio diplomatico ungherese, semplicemente suona così: “Ucraina e Naftogaz sono fuori, sosteniamo Nord Stream 2 attraverso cui Putin ha promesso di fornirci il gas”. Ora l’Ucraina ha la sfortuna di perdere ancora un altro Paese europeo a sostegno di Nord stream 2. In questo contesto, la risoluzione presentata alla Verkhovna Rada per ridurre i diritti delle minoranze russa e ungherese in Ucraina sembra di grande attualità. Farà ulteriormente infuriare Budapest, che per tradizione protegge ferocemente i diritti delle minoranze ungheresi negli altri Paesi. Qui è necessario dire qualcosa sul premier ungherese il cui comportamento ha così sconvolto i media europei e ucraini, per non parlare di Angela Merkel. Viktor Orban è un “Poroshenko al contrario”. Per esempio, invece di servire Fondo monetario internazionale, Commissione europea, Hillary Clinton e George Soros, li ha sempre affrontati in modo aspro uscendone sempre vincitore. Il primo ministro ungherese non è Che Guevara, e conosce perfettamente i limiti, ma ha comunque semplicemente scacciato la delegazione del FMI da Budapest e chiuso le fondazioni di Soros, nonostante l’Ungheria sia sempre stata considerata fondamentalmente proprietà di tale miliardario statunitense. Fu anche sempre ai ferri corti con Hillary Clinton per divergenze ideologiche, e non esitò ad ignorare la Commissione europea quando avanzava pretese dall’Ungheria, che sempre l’ignorava al massimo quando si trattava di assegnare fondi europei per il Paese. Nonostante il comportamento chiassoso e i diversi tentativi di organizzare rivoluzioni colorate in Ungheria, Orban è da molti anni al potere, e l’Ungheria rimane nell’UE; esempio di come proteggere correttamente gli interessi nazionali. Forse il successo degli ungheresi è legato al fatto che l’Ungheria ha un’élite nazionalista e non un’oligarchia cleptocratica come l’Ucraina. Purtroppo, l’Ungheria difficilmente pone il veto sull’estensione delle sanzioni UE contro la Russia. Il prezzo sarebbe troppo costoso, e Orban è prima di tutto un pragmatico. I 6,5 miliardi di dollari che l’Ungheria perde ogni anno per le sanzioni sono meno di quanto l’Ungheria si priverebbe dall’Unione Europea. Tuttavia, in primo luogo l’Ungheria potrebbe sostenere alcuni pesi massimi europei sulla questione, ad esempio se dei nuovi governi francesi o italiani si opponessero al rinnovo delle sanzioni. Ma l’Ungheria ha uno scopo leggermente diverso.
Con l’esempio della cooperazione tra Ungheria e Russia, con la costruzione di una centrale nucleare ultramoderna, si distruggono i miti sulla Russia. In primo luogo, sarà chiaro che cooperarvi è vantaggioso. In secondo luogo, la Russia non è un distributore di benzina con un’economia “a pezzi”, ma un esportatore di alta tecnologia a prezzi accessibili. In terzo luogo, con la Russia si può collaborare anche in una sfera complessa come l’energia nucleare. Questo è veramente vantaggioso, ma ovviamente non interessa i clintoniani ottusi pagati da Soros nell’eurocommissione, ma funziona meravigliosamente presso le élite imprenditoriali europee e quei politici per cui gli interessi dei loro Paesi sono più importanti dell’ideologia di Victoria Nuland. E, infine, con l’ascesa di Donald Trump al potere vi è l’opportunità, per coloro che vogliono e devono urgentemente e radicalmente riformare l’Unione europea, d’iniziare finalmente a lavorare per i cittadini comunitari, non per il pugno di oligarchi sovranazionali di cui parlava Vladimir Putin a Valdaj. I politici europei coltivati nei laboratori della CIA e del dipartimento di Stato chiedono ora che l’Europa solidarizzi di fronte alla minaccia del “putinismo” e del “trumpismo”, che potrebbe distruggere l’Unione europea. Il caso dell’Ungheria dimostra che non ci sarà tale “solidarietà”. Putin e Trump mineranno la burocrazia europea dall’esterno, mentre gente come Orban, Beppe Grillo, Marine Le Pen e Geert Wilders dall’interno, fin quando sarà completamente distrutta. Ho detto spesso che ogni impero che comprenda l’Ucraina alla fine sparisce. Questa volta, l’Unione europea crollerà anche se all’Ucraina, che lo voleva sul serio, ma non è stato permesso entrare. La storia ha un buon senso dell’umorismo.rtr4pz6jTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Follie sull’attacco degli Stati Uniti nello Yemen

Moon of Alabama, 2 febbraio 2017

yemen1-871x1024Tra le accuse fasulle a Trump vi sono quelle sull’assalto della forza speciale degli Stati Uniti nello Yemen, accaduto poche ore prima: “La casa della famiglia di un capo tribale, vicino a membri yemeniti di al-Qaida, fu perquisita da un commando per operazioni speciali. Un convertiplano statunitense fu abbattuto durante il raid. Un soldato ucciso e diversi feriti. I commando statunitensi risposero con il consueto panico, uccidendo a vista e bombardando qualsiasi caseggiato nelle vicinanze. Secondo fonti locali tra 30 e 57 yemeniti sono stati uccisi, tra cui otto donne e otto bambini. L’esercito statunitense affermava, come sempre, che non vi erano civili feriti nel raid. Una bambina uccisa era la figlia di 8 anni del propagandista di al-Qaida Anwar al-Awlaki”. La prima descrizione regge bene contro le successive di NBC, Washington Post e New York Times. L’incidente è andato come descritto. Ma una questione resta aperta, il motivo del raid. Militari e amministrazione parlano d’intelligence, sequestro di portatili, hard-drive e simili. Ma non è una buona spiegazione per un raid complesso per cui erano necessarie molte risorse e supporto. Si è notato che “fonti yemenite affermano che almeno due uomini furono arrestati dai militari degli Stati Uniti”. Il Comando Centrale degli Stati Uniti sostiene di non aver preso prigionieri ma solo materiale per l’intelligence. Ma pochi giorni prima affermò che non c’erano stati civili feriti, ed ora l’ammette. L’istinto dice che se ne sentirà parlare.
Vi sono anche certe teorie cospirative sul raid. Marcy Wheeler, alias Emptywheel, titolava: Trump soddisfa un’altra promessa elettorale: uccide una bambina americana, e chiedeva “Era questo il punto?” Una teoria folle e impossibile. Trump era in carica da meno di dieci giorni. Il “raid” con il Team 6 dei SEAL, le forze speciali dell’UAE, elicotteri d’attacco, convertiplani MV-22, diversi droni e mezzi d’intelligence dei marines, più una nave al largo della costa che ha fatto decollare aviogetti Harrier e chissà che altro. Un’organizzazione come l’esercito statunitense non può assolutamente controllare, organizzare e coordinare tale massa di mezzi differenti senza diverse settimane di intensi preparativi. E’ impossibile che Trump abbia ordinato questo raid in pochissimi giorni e solo per uccidere una ragazzina. Inoltre, la gerarchia militare avrebbe molto probabilmente rifiutato tale ordine. Si può presentare il pezzo di Marcy nella dissezione sui Liberali sull’orlo di una crisi di nervi. Nota: un fanfarone alla Casa Bianca non fa cadere il cielo.
Un altro pezzo folle è stato pubblicato da Reuters: “Ufficiali statunitensi hanno detto a Reuters che Trump approvò la sua prima operazione antiterrorismo segreta senza abbastanza intelligence, supporto a terra o preparativi adeguati. Perciò, i tre ufficiali hanno detto, la squadra SEAL è finita su una base di al-Qaida rinforzata da mine, cecchini e un contingente più grande del previsto di estremisti islamici armati fino ai denti”. Ci si chiede se questi tre “ufficiali statunitensi” cerchino di tradire Trump e i suoi consiglieri. Gli assaltatori sicuramente ebbero l’intelligence, precedente e attuale, e sicuramente abbastanza forze a terra e in aria. E molto supporto, ricevuto nel momento necessario. I “tre ufficiali” mentivano anche sulla “base rinforzata di al-Qaida“. Le immagini mostrano alcune case di un piccolo villaggio tribale. Tutte le notizie dallo Yemen parlano di famiglie di uomini del posto arruolati dai sauditi come combattenti anti-Huthi. A volte si allineano ai gruppi di al-Qaida locali, supportati sempre dai sauditi, ma senza farne dei terroristi. L’attacco nello Yemen sarà stato programmato dall’amministrazione Obama per ragioni che probabilmente non sapremo. Fu poi ritardato e consegnato “chiavi in mano” all’amministrazione Trump. Ciò che mi chiesi giorni fa è ciò che ora riporta il New York Times: “cenando con il suo neo-segretario alla Difesa e il presidente del Joint Chiefs of Staff, al presidente Trump si presentò la prima di molte decisioni vitali (…) anche il vicepresidente Mike Pence e Michael T. Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale, partecipavano alla cena… Obama non agì perché il Pentagono voleva lanciare l’attacco in una notte senza luna e la successiva si sarebbe avuta dopo la fine del suo mandato… Mesi di pianificazione dettagliata, durante l’amministrazione Obama (…) del dipartimento della Difesa, hanno portato alla revisione legale delle operazioni che Trump ha approvato e che un avvocato del Pentagono aveva controfirmato”. Gli “ufficiali statunitensi” che Reuters cita dovrebbero saperlo. Perché spacciano falsità e, quindi, incolpano non solo Trump, ma anche Mattis, Dunford e Flynn, ex-generali che hanno approvato la missione? C’è qualche sciocchezza su un tentato “colpo di Stato militare” amatoriale contro Trump, su cui Rosa Books fantastica?
L’attacco nello Yemen era una cattiva idea. Uccidere alcuni yemeniti che lavoravano per l'”alleato” degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, per cosa? Per farsi odiare darispettivi famiglie, clan e alleati tribali per i prossimi decenni? Poi c’è l’inefficienza operativa. Secondo New York Times e altri, i SEAL furono rilevati all’inizio, riconosciuto ciò, procedettero. L’effetto sorpresa era sparito e finirono in un’imboscata. L’operazione avrebbe dovuto essere interrotta non appena notato che non andava come previsto. S’incasinarono proprio come il loro comando, fino ai vertici, Obama e Trump. Basti pensare alla lotta tra gli “alleati” locali nella guerra nello Yemen. Dal mio commento sul sito di Marcy: “si consideri il quadro. I sauditi vogliono uno Yemen unito sotto il loro pieno controllo. Gli Emirati Arabi Uniti (che si dicono alleati dei sauditi) supportano il separatismo nel sud dello Yemen. Dubai Port (DPWorld) vuole i diritti esclusivi su Aden e i terminali petroliferi nel sud dello Yemen. (Per evitare i problemi strategici dello stretto di Hormuz). Dopo che le forze degli Emirati Arabi Uniti presero Aden, furono attaccate da al-Qaida (e SIIL) sostenuta dai sauditi. L’esercito statunitense sostiene gli Emirati Arabi Uniti in questa lotta intestina, perché non gradisce il supporto saudita ad al-Qaida. L’attacco di Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti a una banda di mercenari sauditi “allineati ad al-Qaida”, era più contro i sauditi che contro al-Qaida”. A meno che non vi sia davvero un grande segreto ancora da svelare, il raid fu pianificato ed effettuato con (tipica di Obama) meschinità più che per necessità strategica. Che Trump fosse d’accordo è stato uno stupido errore di cui oramai probabilmente si rammarica. Tutto può e va criticato. Ma non servono teorie cospirative infondate su alcune incursioni spontanee che Trump non ha ordinato per cattiveria o incompetenza. Ci sono molte ragioni per attaccarlo, ma inventarsi storie sul “vincitore malvagio”, alla fine l’aiuta.c3v4yn5wmaaryan-696x392Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra islamo-islamista in Siria

Alessandro Lattanzio, 1/2/2017

1-91shkhtemkwn2kjgc9u4cwIntensi scontri si svolgono tra i gruppi terroristici Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham in Siria, dove la nuova formazione Hayat al-Tahrir al-Sham (Consiglio di Liberazione del Levante), sostenuta dai wahhabiti (Arabia Saudita, Qatar e Quwayt), combatte il raggruppamento terroristico filo-turco Ahrar al-Sham.
Qatar e Arabia Saudita hanno rilanciato il supporto ai loro gruppi ascro-terroristici, soprattutto Jabhat al-Nusra (ora rinominatosi Jabhat Fatah al-Sham), formando la nuova coalizione allo scopo di distruggere il gruppo terroristico rivale Ahrar al-Sham, armato dalla Turchia, in risposta alla partecipazione di Ankara ai colloqui di pace di Astana. Centinaia di membri di Ahrar al-Sham hanno rotto con il gruppo aderendo all’Hayat Tahrir al-Sham. Le defezioni da Ahrar al-Sham erano causate dall’adesione del gruppo terroristico all’operazione “Eufrate Shield” della Turchia, contrapponendosi a Jabhat Fatah al-Sham, alleata dello SIIL, contro cui ‘ufficialmente’ si svolge l’operazione turca. Ahrar al-Sham subiva anche la defezione del suo capo supremo che si alleava con i gruppi terroristici Suqur al-Sham, Jaysh al-Islam, Jaysh al-Mujahidin, Tajamu Istaqam Qama Amarat, Jabhat al-Shamiyah e altri gruppetti.
Jabhat al-Nusra creava l’Hayat al-Tahrir al-Sham rappattumando Nuradin al-Zinqi, Jaysh al-Sunah, Jabhat Ansar al-Din, liwa al-Haq, Ajnad al-Sham, Suqur al-Sham, Jabhat al-Shami, Tajamu al-Istaqim, Faylaq al-Rahman, Jaysh al-Islam e Jabhat Ahl al-Sham. Qui convergono le forze mercenarie-terroristiche assoldate da Arabia Saudita, Qatar e Quwayt.
A sua volta Ahrar al-Sham creava assieme ai gruppi terroristici Faylaq al-Sham (dei Fratelli musulmani, armato direttamente dagli USA), Jaysh al-Izah (armato direttamente dagli USA), Hizb Islami al-Turqistani (fazione uigura di al-Qaida) e liwa al-Tamaqin un’altra colazione chiamata, Jabhat al-Tahrir (Fronte della Liberazione), formando un nuovo fronte islamista al servizio della Turchia.
Riyadh ha sempre finanziato i gruppi jihadisti-salafiti che rivendicano la creazione di uno stato teocratico nella sola Siria e che non mettono in discussione la legittimità del regno saudita. Fu l’Arabia Saudita che nel 2013 finanziò e coordinò la coalizione del Jaysh al-Islam (Fronte Islamico), costituito da 7 gruppi salafiti, il cui obiettivo è imporre la legge islamica in Siria.
Nel marzo 2015, Ryadh finanziò anche la creazione del Jaysh al-Fatah, assieme a Turchia e Qatar; l’operazione aveva lo scopo di organizzare l’occupazione della provincia siriana di Idlib. Il Jaysh al-Fatah era incentrato sul ramo siriano di al-Qaida, Jabhat al-Nusra, ma l’altro membro più importante della coalizione era proprio il gruppo jihadista-salafita Ahrar al-Sham. Anche se Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham combattevano assieme ad Idlib, la provincia è suddivisa tra le zone da essi occupate, con gli organi di governo del Jaysh al-Fatah che di fatto non funzionano. Quando Obama parlò al telefono con il re suadita Salman cinque giorni dopo l’occupazione di Idlib da parte di Jabhat al-Nusra, non vi fu alcuna traccia d’insoddisfazione per il ruolo saudita nel finanziare l’organizzazione di al-Qaida. Invece Obama discusse con Salman delle “attività di destabilizzazione nella regione” dell’Iran… Va ricordato che nel maggio 2015 l’amministrazione Obama approvò il finanziamento di Arabia Saudita e Qatar di Jabhat al-Nusra e la decisione degli Stati membri del Consiglio del Golfo, ovvero i petroemirati, d’intensificare gli aiuti ai gruppi estremisti in Siria. Ma oggi, con l’avvento della presidenza Trump, il sostegno di Washington al terrorismo inizierà a svanire, limitandosi a sostenere il secessionismo curdo; tale passaggio ha quindi spinto i mandanti dei terroristi a riorganizzarli in vista della riduzione delle risorse a loro destinate, scatenando i conflitti intestini nella nebulosa islamista, allo scopo di occupare il posto in cima alla lista dei futuri aiuti, ridotti, promessi dall’Arabia Saudita, che va esaurendosi nello Yemen, e dagli insignificanti staterelli petrowahhabiti Qatar e Quwayt, che oltre al denaro non possono permettersi aiuti di altro genere.

Schema sintetico del terrorismo contro la Siria
Jabhat al-Nusra è quindi al-Qaida nel Levante, organizzazione terroristica salafita che vuole fare della Siria uno Stato islamico. L’uomo d’affari e accademico qatariota Abdurahman al-Nuaymi trasferì nel 2013 366000 sterline al “rappresentante di al-Qaida in Siria” (Jabhat al-Nusra) Abu Qalid al-Suri, che era anche un capo di Ahrar al-Sham. Ministero degli Esteri, Ministero della Difesa, agenzia d’intelligence e ufficio dell’emiro del Qatar coordinavano i finanziamenti e l’invio di armi a Jabhat al-Nusra assieme alla Turchia.
Haraqat Ahrar al-Sham al-Islamiya è una coalizione di gruppi terroristici wahhabiti supportata da Arabia Saudita, Turchia, Quwayt e Qatar.
Gli altri gruppi terroristici sono:
Asala wal-Tamiya, un’alleanza di gruppi islamisti supportata dagli Stati Uniti e Arabia Saudita, e il cui gruppo più importante era l’haraqat Nuradin al-Zinqi che faceva anche parte del Jaysh al-Mujahidin. Ha ricevuto dagli USA i missili anticarro BGM-71 TOW, che poi consegnò allo SIIL.
Jabhat al-Shamyah è un’alleanza di 19 gruppi collegati alla Fratellanza musulmana.
Jaysh al-Mujahidin è un’alleanza di gruppi islamisti che nel settembre 2014 ricevette dagli USA i missili anticarro BGM-71 TOW e addestramento in Qatar. Nel 2015 annunciò il sostegno alla Turchia contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan e nel dicembre 2016 si fuse con Thuwar al-Sham e Bayariq al-Islam per formare il Jabhat Ahl al-Sham. Il 23 gennaio 2017 Jabhat al-Nusra occupava le basi di Jabhat Ahl al-Sham ad Atarib e Idlib, e il gruppo sconfitto aderiva ad Ahrar al-Sham.
Ajnad al-Sham è un’altra coalizione di gruppi salafiti, come liwa Habib al-Mustafa, Amjad al-Islam, liwa al-Sahaba, qatiba Shabab al-Huda, liwa Dar al-Asima e Faylaq al-Rahman. Stretto alleato di Jabhat al-Nusra.
Jaysh al-Islam è un’altra coalizione di gruppi islamisti salafiti e principale gruppo terroristico sostenuto dall’Arabia Saudita dopo Ahrar al-Sham. Il raggruppamento vuole creare uno Stato dominato dalla sharia. Il Jaysh al-Islam è designato organizzazione terroristica da Siria, Russia, Iran ed Egitto.13886969Fonti:
The Daily Beast
Telegraph
Globalo
Foreign Policy
Foreign Policy
FNA
Aymenn Jawad
Ahram

Rapidi cambiamenti radicali in Medio Oriente

Peter Korzun, SCF 30/01/2017People walk past a banner with a picture of Russian President Vladimir Putin in central CairoGli scenari geopolitici in Medio Oriente subiscono rapidi cambiamenti con nuovi fattori emergenti sullo scacchiere regionale. La politica estera di Cairo compie una nuova svolta. E’ stato annunciato di recente che l’Egitto riceverà un milione di barili di petrolio al giorno dall’Iraq. L’Arabia Saudita aveva informato l’Egitto che l’invio di prodotti petroliferi attesi secondo l’accordo per aiuti da 23 miliardi veniva sospeso a tempo indeterminato, suggerendo una spaccatura profonda tra i due Paesi. D’ora in poi, l’Egitto avrà il petrolio di cui ha bisogno a un costo inferiore a quello saudita. Il Presidente egiziano al-Sisi ha respinto gli sforzi dei sauditi per rovesciare il regime di Bashar Assad, ed inoltre raggiunge l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah e i suoi alleati Huthi che l’Arabia Saudita combatte dal marzo 2015. Cairo ha aperto i canali diplomatici con il filo-iraniano Hezbollah libanese, che combatte al fianco del Presidente Assad in Siria contro i gruppi ribelli supportati da Riyadh. L’Iraq fornirà all’Egitto 1 milione di barili di petrolio di Bassora ogni mese. L’accordo prevede l’estensione di un oleodotto dall’Iraq all’Egitto attraverso la Giordania. A dicembre, il ministro del petrolio iracheno, Ali al-Luyabi, incontrava i capi delle grandi compagnie petrolifere e gasifere di Cairo, invitandoli a contribuire allo sviluppo industriale del suo Paese. L’Egitto addestra quattro unità dell’esercito iracheno sulla guerra al terrorismo, alla luce del riavvicinamento tra Egitto e asse iracheno-iraniano nella regione. Ed anche dovrebbe inviare truppe in Siria nei prossimi giorni per sostenere il cessate il fuoco proposto da Russia, Iran e Turchia. E’ stato riportato che un’unità dell’esercito egiziano verrebbe schierata in Siria questo mese. Lo scorso ottobre, il capo dell’ufficio della Sicurezza Nazionale siriana Ali Mamluq visitava Cairo incontrando Qalid Fuzy, il capo dell’intelligence generale dell’Egitto. Le parti hanno deciso di coordinarsi politicamente e rafforzare la cooperazione nella “lotta al terrorismo”. L’Egitto è un Paese a maggioranza sunnita. Il suo aperto sostegno alla coalizione della Russia in Siria è una svolta di fondamentale importanza. smentendo l’interpretazione settaria del conflitto in Siria.
Middle East Observer cita Nziv Net, sito vicino all’intelligence israeliana, dire che “l’Egitto ha inviato un gruppo di ufficiali in Siria, per la prima volta da quando i rapporti furono congelati da Mursi”. Lo scorso dicembre, Ibrahim Ishayqir al-Jafari, ministro degli Esteri iracheno, invitava l’Egitto a partecipare a “un piano strategico di lotta al terrorismo” comprendente l’Iran. A settembre, il ministro degli Esteri egiziano Samih Shuqry s’incontrava per la prima volta con l’omologo iraniano Jawad Zarif, durante la visita a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ad ottobre, l’Egitto sosteneva l’azione russa alle Nazioni Unite per un cessate il fuoco in Siria. La mossa fece arrabbiare l’Arabia Saudita che sospese l’invio di petrolio al Cairo. Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermò pubblicamente il suo sostegno alle forze del Presidente siriano Bashar al-Assad. Le relazioni tra Russia ed Egitto crescono. Nel febbraio 2015, l’Egitto firmò un accordo importante per la creazione della zona di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica della Russia. Il progresso nella cooperazione militare è tangibile. Gli accordi per le armi che l’Egitto ha firmato con la Russia ammontano a 5 miliardi di dollari nel 2015, includendo 50 aerei da combattimento MiG-29M, sistemi di difesa aerea a lungo raggio Buk-M2E e Antej-2500 e circa 50 elicotteri Ka-52K per le nuove navi d’assalto anfibio classe Mistral che l’Egitto ha acquistato in Francia. Le navi riceveranno elicotteri ed elettronica originariamente previsti dai russi. I due Paesi hanno firmato diversi accordi per la ristrutturazione degli impianti di produzione militare dell’Egitto. Un protocollo fu firmato per concedere l’accesso dell’Egitto al GLONASS, il sistema di posizionamento satellitare globale russo. A settembre, il ministro della Difesa Sadqy Subhy visitava la Russia per discutere le questioni relative a maggiori rapporti sulla sicurezza a lungo termine. Lo scorso ottobre, i militari svolsero un’esercitazione congiunta.
L’Egitto è il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il 14.mo più popoloso del mondo. L’anno scorso, la popolazione del Paese raggiunse i 92 milioni. Il suo cambio politico è ben motivato. Cairo combatte lo Stato islamico nella penisola del Sinai. Gli aspri combattimenti arrivano di rado ai media, ma lo SI è una grave minaccia per l’Egitto, che può colpire l’Egitto anche dalla Libia. La presenza dello SI in Libia avvicina Egitto e Algeria dato che le due grandi nazioni affrontano la stessa minaccia. L’alleanza Iran, Iraq, Russia e Turchia può includere anche l’Algeria. In risposta alla crescente minaccia, Algeri rafforza i legami con Mosca, ed ha recentemente acquistato 14 caccia Su-30MKA e 40 elicotteri d’attacco Mi-28 “Night Hunter” dalla Russia. Lo scorso febbraio, Russia e Algeria tracciarono il percorso per approfondire la cooperazione economica e militare, durante la visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in Algeria. La cooperazione della Russia con Egitto, Algeria e altri Paesi del Medio Oriente e Nord Africa riflette la crescente influenza di Mosca nella regione. Con il processo di Astana che fa progressi, altri attori grandi e influenti come Siria, Iraq, Egitto e Algeria possono aderire alla nascente coalizione tra Russia, Iran e Turchia portando la regione Medio Oriente-Nord Africa (MENA) ad affrontare cambiamenti ampi e radicali.awnali4kixy47cbc6pjeit8k9hx63baaLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora