Operazione Condor 2.0: golpe contro il Venezuela

Nil Nikandrov  Strategic Culture Foundation 27/05/2016maduro-fanb-63003Nei discorsi il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ritorna costantemente sul tema del nuovo piano Condor che gli Stati Uniti cercano d’intraprendere in America Latina e nei Caraibi. Il nome in codice “Condor” fu usato la prima volta per camuffare l’oppressione orchestrata dalle giunte militari in Sud America (principalmente Cile, Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay e Paraguay) negli anni ’70-’80. Molto si sa oggi del sostegno attivo delle agenzie d’intelligence e del dipartimento di Stato degli USA a tali operazioni repressive. La campagna fu coordinata dal segretario di Stato del momento Henry Kissinger, e un tribunale penale internazionale ancora detiene i documenti che l’incriminano. Almeno 7000 persone furono uccise nelle operazioni Condor: politici, sindacalisti, personaggi pubblici, giornalisti, diplomatici, accademici… Il Venezuela è l’obiettivo principale del nuovo piano Condor. L’amministrazione Obama fa di tutto per precipitare il Paese nel caos e nella violenza sottoponendolo a terrorismo criminale, fame e saccheggio, cercando d’innescare l’intervento militare diretto. Pochi giorni fa il dipartimento di Stato ha ospitato un incontro di tre ore cui partecipavano l’uruguaiano Luis Almagro, segretario generale dell’OAS e filo-statunitense, e il comandante dell‘US Southern Command. Il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ha descritto la riunione tra “complici”, sottolineando che sa bene ciò di cui discutevano: “Sono ossessionati dal Venezuela. E perché? Perché non possono sopprimere la rivoluzione bolivariana”. Maduro sostiene che il Venezuela è sottoposto ad “aggressione mediatica, politica e diplomatica, così come da estremamente gravi minacce negli ultimi dieci anni”. Una strategia attuata per giustificare l’intervento straniero. La minaccia statunitense a indipendenza e sovranità del Venezuela appare molto più credibile. L’ordine esecutivo del presidente Obama nomina il Venezuela come Paese che pone una minaccia alla sicurezza nazionale degli USA, allarmando i leader bolivariani. Il Ministero degli Esteri russo ha risposto a tale ordine in modo simile, “ciò incoraggia direttamente la violenza e l’interferenza straniera negli affari interni del Venezuela”. L’appello dell’ex-presidente colombiano Alvaro Uribe affinché truppe straniere invadano il Venezuela è considerato dalla dirigenza bolivariana come l’ultimo capitolo della guerra delle informazioni “approvata da Washington” nel periodo che precede la guerra stessa. L’US Southern Command pianifica ulteriori sviluppi sul fronte del Venezuela, seguendo tale scenario.
Il sistema di difesa aerea del Venezuela ha registrato l’incremento delle attività di spionaggio del Pentagono. Nella conferenza stampa del 17 maggio il Presidente Maduro ha rivelato che i confini del Paese sono stati violati due volte da un Boeing 707 E-3 Sentry utilizzato dall’US Air Force per supportare le comunicazioni continue con unità armate nelle zone di conflitto o disattivare le apparecchiature elettroniche di governo ed esercito. Un portavoce del Pentagono ha smentito: “I nostri aerei volano minimo a 100 miglia dal confine del Venezuela”, aggiungendo che “i piloti statunitensi rispettano i confini nazionali riconosciuti a livello internazionale”. Nessuno in Venezuela crede a tale sfacciata menzogna del Pentagono sul “rispetto dei confini”, perché nessuno ha dimenticato gli attacchi contro Jugoslavia, Libia e Iraq. Le operazioni speciali della CIA sono anche un ricordo forte come il tentativo del 2004 d’infiltrare un distaccamento di “paramilitares” in Venezuela dalla Colombia per attaccare il palazzo presidenziale e assassinare il Presidente Hugo Chávez. La risposta del Venezuela è stata rafforzare le difese. Dopo l’incidente con l’aereo spia statunitense, esercitazioni su larga scala soprannominate Independencia II sono state lanciate coinvolgendo non solo i militari, ma anche le forze di difesa civile. La parlamentare Carmen Meléndez, già Ministra della Difesa durante l’amministrazione Chávez, ha dichiarato senza mezzi termini “Dobbiamo essere pronti a qualsiasi scenario”. Le esercitazioni sono state eseguite in sette Regioni della Difesa Integrale, 24 zone territoriali della Difesa Integrale e 99 aree della Difesa Integrale. 520000 soldati e miliziani bolivariani vi hanno preso parte. Il Ministro della Difesa Vladimir Padrino è stato categorico nella valutazione dei risultati delle esercitazioni: “Non c’è altra scelta se non trasformare il Venezuela in una fortezza inespugnabile, e questo può essere raggiunto attraverso un’alleanza civile-militare”. Alla luce della difficile situazione nel Paese, l’aggravarsi della crisi economica e l’aumento delle proteste di un segmento di pubblico influenzata dall’opposizione, il Presidente Maduro ha firmato un decreto che dà poteri di emergenza al governo. Il documento, valido per 60 giorni, espande l’autorità del governo nell’adottare ulteriori misure per garantire la sicurezza. I militari possono anche intervenire per puntellare l’ordine pubblico. Aziende, società, imprese, organizzazioni non governative con legami stranieri saranno soggette a controlli più rigorosi e i loro conti congelati, e anche i beni confiscati, se viene rilevata qualche attività sleale. Saranno forniti cibo ed energia elettrica alle classi più vulnerabili della popolazione. Il Ministero degli Esteri del Venezuela agisce per limitare il personale diplomatico degli Stati Uniti a 17-18 persone. Questo è molto scomodo per l’ambasciata degli Stati Uniti dato che le sue agenzie d’intelligence hanno bisogno di circa 180-200 diplomatici statunitensi attivi per lavorare. Per rappresaglia l’ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato che non avrebbe più rilasciato visti turistici o di lavoro: “E’ impossibile mantenere il precedente standard di servizio per centinaia di migliaia di cittadini venezuelani che visitano l’ambasciata degli Stati Uniti di Caracas ogni anno”.
In preparazione per la seconda edizione del repressivo Piano Condor in Venezuela, le agenzie d’intelligence statunitensi hanno assegnato un ruolo importante all’intrattabile opposizione interna, che Chavez ha sempre dichiarato essere al servizio del governo degli Stati Uniti. Per le agenzie d’intelligence statunitensi e i gruppi di opposizione che controllano, le elezioni parlamentari in Venezuela del 6 dicembre 2015 aprono ulteriori opportunità per destabilizzare il Paese. L’opposizione ha promesso che dopo le elezioni le lunghe code e le carenze dei consumi sarebbero scomparse, ottenendo per la prima volta la maggioranza nell’Assemblea Nazionale dopo 17 anni. Tuttavia, il Paese non ci ha guadagnato nulla e l’opposizione ora utilizza il Parlamento per soffiare ancora sul fuoco dei disordini civili. Il Presidente Maduro ha dichiarato la disponibilità a dichiarare lo Stato di emergenza se la sovversione dell’opposizione continua. Per esempio, l’ultima marcia a Caracas dell’opposizione del Blocco di Unità Democratica (MUD) si è conclusa con scontri tra opposizione e polizia. Le forze dell’ordine, tra cui alcune donne, hanno riportato ferite quando sono stati spietatamente picchiate con barre di metallo. Alcuni aggressori sono stati rapidamente perseguiti e arrestati. Si è scoperto che la “protesta” era stata organizzata da Coromoto Rodríguez, capo della sicurezza del capo del parlamento Ramos Allup. Negli anni ’70 Rodríguez era un membro della polizia segreta (conosciuta come DISIP) coinvolto nelle torture dei prigionieri e poi nel servizio di sicurezza del presidente Carlos Andrés Pérez, mentre lavorava per la CIA. Gli arresti dei militanti ha permesso ai Sebin (servizi segreti bolivariani) di scoprire il ruolo di Rodríguez nell’istigare le rivolte a Caracas. Ora l’opposizione venezuelana si appresta a tenere un referendum per far dimettere il Presidente Maduro. Ai primi di maggio ha incaricato il Consiglio Nazionale Elettorale di verificare gli 1,85 milioni di firme (invece delle 200000 previste per legge) a una petizione per il referendum abrogativo. Tuttavia, il Vicepresidente Aristóbulo Istúriz ha affermato che ci sono molte irregolarità nella raccolta delle firme dell’opposizione e che il referendum non si terrà fino a che ognuno di quei nomi sarà verificato. I capi del MUD cercano di sfruttare la situazione per provocare “proteste spontanee” chiudendo strade, appiccando incendi e sabotando le linee elettriche e idriche e le forniture di cibo. Ma vi è una campagna molto più radicale di terrore all’orizzonte che potrebbe sostituire l’attuale torbida crociata dei radicali. Sempre più gli agenti dei Sebin e della polizia scoprono arsenali di armi da fuoco di fabbricazione statunitense, granate ed esplosivi a Caracas e in altre città.
Gli statunitensi da tempo alimentano una sete vendicativa per dare una lezione ai bolivariani, risalente a quando Hugo Chávez era ancora in vita, una volta che iniziò a perseguire una politica indipendente fin dall’insediamento nel 1999. Le sue iniziative per modernizzare l’America Latina a favore degli interessi dei latinoamericani furono sostenute da Cuba e abbracciate da una nuova generazione di leader latino-americani. Il dominio degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale ha iniziato a indebolirsi. Chavez e i suoi sostenitori hanno combattuto per creare blocchi regionali unificati, spingendo a creare un’alleanza difensiva sudamericana, a usare il Sucre come valuta regionale e a sviluppare altri progetti senza input statunitensi. Ora il successore di Chávez, il Presidente Maduro, è oggetto di aspre accuse. I media filo-statunitensi l’accusano del fallimento del “modello economico bolivariano” citando statistiche fasulle su “indici di gradimento bassi” e propagandano aggressivamente l’idea di cacciare il presidente con la forza. I capi dell’opposizione, molti dei quali hanno parteciparono a precedenti iniziative per destabilizzare il regime, fanno appello direttamente alle Forze Armate del Paese chiedendo d’“intervenire”… Henrique Capriles Radonski, dagli stretti legami con la CIA, era soprattutto diretto. Ma il Ministro della Difesa Generale Padrino López ha esposto la posizione dell’esercito: “Il Presidente è la massima autorità dello Stato a cui abbiamo giurato lealtà e sostegno incondizionato”. I tentativi dell’opposizione di suscitare una ribellione tra i militari non hanno finora avuto successo. Gli ideali patriottici di Hugo Chavez sono ancora vivi sotto le armi e si spera che l’Operazione Condor faccia cilecca in Venezuela: i militari venezuelani rimarranno fedeli a costituzione bolivariana e Presidente.nicolas-maduro-miliciasLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lezioni dalla crisi brasiliana

Lo scienziato politico Dmitrij Evstafiev sui “limiti del potere” degli USA
Izvestija, 24/05/2016 – Southfront

2013-06-18T120026Z_1_CBRE95H0XCV00_RTROPTP_2_BRAZIL-PROTESTSProfessore dell’Università Nazionale delle Ricerche – Scuola Superiore di EconomiaIl colpo di Stato di destra in America Latina, senza dubbio ha un significato globale, cambiando radicalmente la mappa politica del mondo nel prossimo futuro. E’ discutibile che gli Stati Uniti, non senza difficoltà, abbiano eliminato il famigerato “piano boliviano” trascurando il controllo della situazione politica nel “cortile di casa”. Se togliamo dalla questione come l'”alternativa boliviana” sia una realtà e quanto limitata ne siano state le PR, e se togliamo dal dibattito se la Russia poteva apparentemente “salvare” un regime amico, cercheremo di tracciare diverse conclusioni dalla situazione, al di là delle specifiche “caratteristiche regionali”. E se nessuno dubita della presenza della “mano di Washington” in America Latina, vedremo in Russia e nel mondo ciò che ha dimostrato l’amministrazione statunitense. Questi sono gli attuali “limiti del potere” degli Stati Uniti. Innanzitutto, gli USA mantengono la capacità di manipolazione politica ed economica globale, ma Washington ha solo risorse organizzative sufficienti per un paio di grandi operazioni alla volta. Si noti in parallelo al cambio dei regimi di “sinistra” in America Latina, laddove a prescindere dalla retorica “Bolivariana” hanno mantenuto quasi tutti i sistemi mediatici, gli statunitensi potevano agire attivamente solo sull'”orientamento atlantista”, controllando importanti organizzazioni politiche ed economiche (ad esempio la NATO). Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno dovuto attuare la “primavera araba” e i piani di rafforzamento del controllo sui governi dello spazio post-sovietico, tuttavia le loro manovre anticinesi sono limitate principalmente alle manipolazioni dei mercati finanziari e all’intensificarsi della propaganda. Anche con la Russia, dopo minacce e pressioni politiche vacue del 2014, Washington ha dovuto iniziare a parlare cortesemente. In secondo luogo, gli Stati Uniti non hanno i mezzi per cambiare i regimi “una volta per tutte” neanche in America Latina. Le operazioni per neutralizzare un “colpo di sinistra” nella regione furono effettuate per oltre un anno e mezzo, e difficilmente sarebbero riuscite senza la catastrofica caduta dei prezzi delle materie prime. E anche nel caso dell’Argentina, per esempio, si doveva evitare qualsiasi attività manipolativa “violenta” o aperta, in attesa di un “vero e proprio” cambio di governo. In ogni caso, non si può parlare di sorprese strategiche. Gli Stati Uniti hanno abbastanza risorse organizzative per cambiare praticamente qualsiasi regime ostile, ma farlo richiede molto tempo, pianificazione accurata ma ancora più importante, è costoso. In ultima analisi, Washington dovrà aiutare sul serio i suoi pupazzi affinché non falliscano, altrimenti l'”onda di ritorno”, in particolare in Brasile, può trasformarsi in uno tsunami.
In terzo luogo, anche in America Latina gli Stati Uniti non potevano permettersi un intervento diretto o un colpo di Stato militare. Sono stati costretti ad agire col sostegno della società civile, anche se avessero avuto tutti i mezzi, almeno in Argentina, Venezuela e anche Bolivia per attuare un altro “colpo di Stato militare”. Tale variante gli avrebbe consentito, nell’arco di diversi anni, di ristabilire la reputazione di “poliziotto mondiale”, capace di mettere a “sangue e ferro” per assicurarsi i propri interessi. Tuttavia, gli Stati Uniti sono costretti ad affidarsi a forze interne ed interessi economici e sociali che i “regimi di sinistra” hanno alienato. Ma soprattutto, Washington s’è allontanata dal modello delle “rivoluzioni colorate”. La legittimità dei processi politici è diventata componente importante della strategia statunitense, anche in Venezuela, dove esistono già tutti i presupposti per una classica “rivoluzione colorata” o comparsa di qualche “giunta patriottica”. E tale cambiamento dovrebbe probabilmente essere visto come cruciale.
In quarto luogo, il declino dell'”alternativa boliviana” è avvenuta non solo perché gli Stati Uniti hanno “rovesciato” regimi non leali. Per parafrasare un classico: un governo non può essere rovesciato se non vacilla. Le elezioni in Argentina e le massicce manifestazioni in Brasile e Venezuela hanno dimostrato tendenze reali nell’opinione pubblica. Il principale fattore di cambiamento politico è l’incapacità dei regimi locali di costruirsi il sostegno pubblico che avrebbero potuto avere con le loro operazioni sociali, comportando la ridistribuzione della “rendita delle risorse” verso relazioni economiche durevoli. Ahimè, la rendita è stata per lo più “mangiata” e non ha dato a Venezuela o Brasile nuove relazioni economiche o una rinnovata crescita economica durevole. Molto probabilmente molti sostenitori aperti delle autorità, anche se non sono passati all’opposizione, in qualche modo si sono “dispersi”.
In quinto luogo, lo strumento chiave utilizzato dagli Stati Uniti negli ultimi anni contro i regimi indesiderati si è rivelata la guerra alla corruzione. Gli Stati Uniti hanno mostrato la capacità d’incorporare aspetto interno e globale della guerra alla corruzione al processo politico. Naturalmente, gli Stati Uniti hanno preso su di sé le funzioni di pubblico ministero e giudice; è improbabile che nel prossimo futuro qualcuno possa rimuoverli dal podio della lotta alla corruzione. Specialmente quando si considerano le caratteristiche della situazione economica nel mondo. Così, nei prossimi anni aumenterà la pressione su Russia e alleati. Gli statunitensi hanno accumulato una ricca “banca dati fattuale”. E per aumentare la stabilità di un regime si dovranno tagliare i “legami” tra malcontento verso la corruzione nel Paese e pressione anticorruzione interna globale. In questo modo, la strategia per “nazionalizzare l’elite”, definita a suo tempo da Vladimir Putin, diventa una questione di sicurezza nazionale. Per la Russia, tuttavia, va considerato il seguente fatto: quando il problema dei regimi infedeli in America Latina perderà urgenza per gli Stati Uniti, appariranno modifiche nelle loro risorse organizzative e politiche, sufficienti a garantirsi che gli statunitensi possano prestare maggiore attenzione allo spazio post-sovietico. Pertanto, anche col coinvolgimento degli Stati Uniti nel suo spettacolo pre-elettorale, che questa volta potrebbe divenire una vera e propria lotta, va ricordato che il periodo di “pausa pacifica” per l’élite russa giungerà al termine. Quale altra lezione di strategia ci ha dato il crollo dell'”alternativa boliviana”? Credo che sia l’insieme di seguenti elementi: il crollo della “alternativa boliviana” è il crollo dei tentativi d’integrazione, e preservando a stessi, élite e Paesi nel sistema economico e di relazioni politiche USA-centriche, la PaxAmericana, delle “condizioni decenti”. Attualmente gli USA non negoziano “condizioni” con alcuno. Gli USA di oggi sono troppo deboli per farlo, hanno bisogno di alleati senza condizioni, senza fastidi e senza idee.article-2344628-1A682B90000005DC-579_634x488Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Venezuela: manovre e azioni dietro le dichiarazioni di Biden

InvestigAction 18 maggio 2016ikm_ktUpprfYLa dichiarazione di Joe Biden che “il Venezuela continua a commettere gravi violazioni dei diritti umani” fa parte di un chiaro tentativo diplomatico e mediatico per orchestrare l’isolamento del Venezuela, definito negli ultimi 3 editoriali contro il Paese di Bloomberg, Wall Street Journal e New York Times, e accompagnato dalle dichiarazioni del capo delle relazioni estere dell’UE Federica Mogherini: “lo scontro tra il governo e l’assemblea blocca qualsiasi tentativo di risolvere la crisi e né ferma la violenza o rallenta l’inflazione“. La cortina fumogena dei diritti umani serve a sfidare, sostenere e dare una direzione politica agli argomenti sullo “Stato fallito” utilizzati contro il Venezuela. In particolare, è con tale velo discorsivo che il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden sostiene che il Venezuela continua a commettere gravi violazioni dei diritti umani e ad intimidire rappresentanti dell’opposizione, senza chiaramente nominare leader e attivisti assassinati dai sicari politici e il recente giro di vite contro i membri del campeggio pionieri del comune di Polichacao. Gli unici diritti umani validi per Joe Biden sono quelli dei funzionari e politici della destra venezuelana. Oltre a ciò, contro il chavismo la violenza è permessa, sostenuta e richiede la massima copertura possibile. Ma non solo Mogherini parla come Biden sulle “restrizioni delle libertà civili” nel Paese, ma tali affermazioni sono rafforzate dalle azioni del vicepresidente degli Stati Uniti nel primo vertice della sicurezza energetica nei Caraibi (supportate anche dal recente discorso del segretario generale dell’OSA Luis Almagro a Washington). Solo di nome, tale ente diplomatico non ha detto nulla nella sua breve storia; ricordiamo subito che Obama lanciò tale iniziativa un paio di giorni fa con l’ordine esecutivo contro il Venezuela chiedendo ai Paesi caraibici di aprirsi a ciò che chiama “energia alternativa” (col tampone dell’esportazione nordamericana) per frenare l’influenza di Petrocaribe: obiettivo essenziale del governo degli Stati Uniti, su richiesta esplicita di Chevron e Exxon Mobil che lo considerano un loro lago, secondo i cablo statunitensi resi pubblici da Wikileaks. Anche se ne cercano la destituzione, il Venezuela non è il Brasile e Maduro e Diosdado non sono Dilma.

Intervento e Assemblea nazionale
10505367 Insieme a tale ampia manovra geopolitica e al colpo di Stato in Brasile, le dichiarazioni di Biden, vicino agli interessi energetici della Chevron Corp. (la stessa che ha finanziato le sanzioni contro il Venezuela) cercano d’instillare l’idea che il Venezuela sia sull’orlo della crisi umanitaria, del crollo ed eventuale implosione che potrebbe influenzare la sicurezza della regione, motivo per cui so dovrebbe creare una coalizione multilaterale per intervenire, come previsto l’anno scorso dal think-tank finanziato da George Soros International Crisis Group, che conta tra il personale l’ex-capo della NATO Wesley Clark. L’operazione Venezuela Libero – 2 del Comando Sud degli Stati Uniti ribadisce che ciò è considerata una possibilità reale nel medio termine. E mentre Ramón Aveledo cerca il supporto del Brasile per intervenire nel suo Paese con l’applicazione della Carta Democratica dell’OAS, Luis Florido, al senato del Canada con una delegazione di membri del MUD composta da Freddy Guevara, Williams Davila e Luis Emilio Rondón, sostiene che “la situazione in Venezuela è quella della pressione senza valvola di sicurezza” che può esplodere “e destabilizzare tutta l’America Latina“. E completa Luis Florido: “La responsabilità del Canada e del concerto delle nazioni americane è agire nel quadro multilaterale e bilaterale per fare pressione per un’uscita costituzionale nel Paese“. Sincronizzatasi alla perfezione con tali affermazioni, la rappresentante della politica estera dell’Unione europea afferma che in Venezuela “c’è uno scontro di poteri” e “domanda un’uscita costituzionale dalla crisi“, d’accordo con Joe Biden che segnala, inoltre, che l’Assemblea nazionale rappresenta “la diversità della visione politica del Paese“. Tale legittimazione dei piani del Comando Sud sullo “scontro di poteri” e l’uso dell’Assemblea nazionale per organizzare in modo permanente ingovernabilità, c’è l’approvazione di un accordo per sollecitare il ramo esecutivo del Tribunale supremo della giustizia (TSJ) e il Consiglio nazionale elettorale (CNE) a “rispettare la costituzione” garantendo l’esportazione del messaggio sulla “rottura” dell’ordine costituzionale in Venezuela.
Come visto, i membri del MUD giocano fino al limite sul rifiuto di riconoscere gli altri poteri costituiti in Venezuela pianificando, tra le righe, l’applicazione della Carta Democratica da attuare solo quando c’è, in particolare, una rottura dell’ordine costituzionale in un Paese membro dell’organizzazione (OAS), come se fossero un potere parallelo, nella migliore tradizione dei governi mercenari (o della cosiddetta “transizione” secondo coloro sempre pronti ad intervenire) riconosciuti da Stati Uniti e Unione europea in Libia e Siria. Mentre s’acuiscono i fronti interni più aggressivamente bellicosi, riassunti nei fronti alimentare, farmaceutico ed illegale, sempre più pressione sarà attuata dall’estero per mettere con le spalle al muro il chavismo e le legittime autorità. E il Brasile, in particolare, rappresenta un’accelerazione di tale offensiva. Ma qui non siamo in Brasile e né Maduro, né Diosdado sono Dilma. Biden e il Comando Sud lo sanno.Italy-Europe-Ukraine_Horo-e1409422492587Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I 10 motivi per cui l’occidente ha ucciso la Guida libica Muammar Gheddafi

Panafricain 20 maggio 201625304-26tyxxL’ex-leader libico Muammar Gheddafi fu ucciso “perché pensava che l’Africa era matura per sfuggire alla povertà coi propri mezzi, svolgendo il proprio ruolo nella governance globale“, aveva detto il presidente del Ciad Idris Deby, in un’intervista. Secondo il Capo di Stato ciadiano, era essenziale “farlo tacere”, aggiungendo che “la storia registrerà che gli africani non hanno fatto molto. Ci hanno ignorato e non fummo consultati. Gheddafi era sconvolto e imbarazzato“. “Fu lo stesso con Patrice Lumumba, in Congo. Perché l’uccisero? Perché Gheddafi fu ucciso? (…) Siamo fornitori di materie prime. Ma guardate dove siamo? Siamo molto arretrati“, ha detto il leader del Ciad da Abeche, la seconda città del Ciad.
Ecco in 10 punti perché Gheddafi doveva morire:ras1_continental_world1) – Il primo satellite africano RASCOM-1
Fu la Libia di Gheddafi ad offrire la prima vera rivoluzione in Africa dei tempi moderni: assicurando la copertura universale del continente per telefonia, televisione, radio e molte altre applicazioni come telemedicina e istruzione a distanza; per la prima volta, una connessione a basso costo diventava disponibile nel continente, anche nelle zone rurali, con il sistema del ponte radio WMAX. La storia inizia nel 1992, quando 45 Paesi africani crearono la società RASCOM per avere un satellite africano e ridurre i costi di comunicazione nel continente. Le chiamate da e verso l’Africa allora avevano le tariffe più costose del mondo, perché c’era una tassa di 500 milioni di dollari che l’Europa incassava ogni anno dalle conversazioni telefoniche, anche all’interno dei Paesi africani, per il transito dei satelliti europei come Intelsat. Il satellite africano costava solo 400 milioni da pagare una sola volta, senza mai più pagare 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere, ma l’equazione più difficile fu: come lo schiavo si sbarazza dello sfruttamento servile dal padrone se cerca aiuto da quest’ultimo per raggiungere questo obiettivo? Così, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Stati Uniti, Unione europea ingannarono questi Paesi per 14 anni. Nel 2006, Gheddafi pose fine all’inutile agonia dell’elemosina dai presunti benefattori occidentali che praticano prestiti a tassi usurari; la Guida libica mise sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca di Sviluppo africana 50 milioni, la Banca per lo Sviluppo dell’Africa occidentale 27 milioni, così l’Africa dal 26 dicembre 2007 ebbe il suo primo satellite per telecomunicazioni della storia. Nel processo, Cina e Russia s’inserivano, questa volta vendendo la loro tecnologia e permettendo il lancio di nuovi satelliti sudafricani, nigeriani, angolani, algerini e anche di un secondo satellite africano, lanciato nel luglio 2010. Ci aspettiamo per il 2020 il primo satellite al 100% tecnologicamente costruito sul suolo africano, in particolare in Algeria. Il satellite competerà con i migliori del mondo, ma a un costo 10 volte inferiore, una vera e propria sfida. Ecco come un piccolo semplice gesto simbolico di 300 milioni può cambiare la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costata all’occidente non solo 500 milioni di dollari all’anno, ma miliardi di dollari di debito ed interessi che tale debito avrebbe generato all’infinito e in modo esponenziale, mantenendo il sistema occulto per spogliare l’Africa.rascom-1__12) – Base monetaria dell’Africa, Banca centrale africana, Banca di investimenti africana
I 30 miliardi di dollari sequestrati da Obama appartengono alla Banca centrale libica, previsti dalla Libia per la creazione della federazione africana attraverso tre progetti faro:

3) – Banca di investimenti africana a Sirte, in Libia e creazione nel 2011 del Fondo monetario africano con capitale di 42 miliardi di dollari a Yaounde,

4) – Banca centrale africana ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione monetaria africana significava la fine del franco CFA attraverso cui Parigi domina alcuni Paesi africani da 50 anni.

5) – E’ comprensibile dunque ancora una volta la rabbia di Parigi contro Gheddafi. Il Fondo monetario africano doveva sostituire eventualmente tutte le attività sul suolo africano con cui il Fondo monetario internazionale, con solo 25 miliardi di dollari di capitale, ha saputo piegare un intero continente con privatizzazioni discutibili, obbligando i Paesi africani a passare dai monopoli pubblici a quelli privati. Sono gli stessi Paesi occidentali che chiesero di divenire membri del Fondo monetario africano e, unanimemente, il 16-17 dicembre 2010 a Yaounde gli africani respinsero tali lussuriosi, decidendo che solo i Paesi africani fossero membri del FMA.

I cinque fattori che motivarono Nicolas Sarkozy a combattere la guerra contro la Libia, secondo David Ignatius del Washington Post, “Blumenthal ricevette le informazioni sulla Libia da un ex-agente della CIA:
6) – Desiderio di una maggiore quota di petrolio libico;
7) – Aumentare l’influenza francese in Nord Africa;
8) – Migliorare la situazione politica interna in Francia;
9) – Offrire all’esercito francese la possibilità di ripristinare la sua posizione nel mondo;
10) – Rispondere alle preoccupazioni dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa occidentale”.
Su quest’ultimo punto, il memorandum menziona l’esistenza del tesoro di Gheddafi, 143 tonnellate d’oro e quasi altrettanto di argento, trasferite da Tripoli a Sabha nel sud della Libia, una quindicina di giorni dopo l’avvio dell’operazione militare. “Quest’oro fu accumulato prima della ribellione e aveva lo scopo di creare della valuta panafricana supportata dal dinaro d’oro libico. Questo piano doveva fornire ai Paesi africani francofoni l’alternativa al franco CFA“.detteTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio sulle e-mail segrete di Hillary Clinton riguardo al-Qaida (AUDIO)

creepsTeheran (Radio Italia IRIB) – Alessandro Lattanzio, saggista, redattore della Rivista Eurasia è intervistato dalla nostra Redazione per esaminare le nuove rivelazioni apparse sui media internazionali riguardo il fatto che Hillary Clinton era al corrente della creazione di gruppi terroristici come al-Qaida. Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

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