Majdan: la deriva fascista di una “rivoluzione” anti-russa

Jean Geronimo, Mondialisation, 27 aprile 2016

“Stati Uniti ed Unione europea vogliono in Ucraina un’altra ”rivoluzione colorata'”.
Sergej Lavrov, Mosca, 24 aprile 2014

ukraine_nato_ucheniya7Il drammatico ritiro europeo del presidente ucraino Viktor Janukovich fu per Washington il pretesto per rovesciarlo e controllare uno Stato strategico dell’Eurasia post-comunista. Tale azione mostra l’ossessivo vecchio sogno da guerra fredda: ricacciare la potenza russa dal suo spazio storico. Contrariamente alla propaganda mediatica per ammaestrare l’opinione pubblica internazionale, Janukovich non mise mai in discussione la riconciliazione sotto la sua presidenza dell’Ucraina con l’Unione europea. Invece, cercò di riequilibrarne la posizione tra Europa e Russia, finora rivolta al “sogno europeo”. A tal fine, volle rinegoziare, maldestramemte, l’accordo di associazione e di libero scambio in programma il 23 novembre 2013 tra UE e Ucraina, il meno adatto per la situazione disastrosa dell’economia, oscurando gli stretti legami con la Russia, che controllava un terzo del capitale. A seguito della tardiva comprensione ed alle allettanti proposte russe del 17 dicembre 2013 per un prestito di 15 miliardi di dollari e la riduzione di un terzo dei prezzi del gas, l’improvviso cambio portò a discreditare il “corrotto” Janukovich, di cui Putin si era rammaricato della debolezza. Spinto dagli estremisti, il movimento sociale fu rapidamente politicizzato e divenne violento. Nacque così la “rivoluzione” di Majdan. Ci s’interroga sulla natura di tale “rivoluzione” che sancì la cacciata di V. Janukovych, il giorno dopo l’accordo (ancora) del 21 febbraio 2014 tra gli attori nel conflitto e il cui rispetto avrebbe potuto, in ultima analisi, evitare la sanguinosa guerra civile nel sud-est.

Un colpo di Stato nazionalista, manipolato dall’occidente
Violando l’accordo del 21 febbraio, a seguito di un'”insurrezione” dubbia, secondo Jacques Sapir, organizzata da forze oscure sostenute dall’occidente, si attuava il 22 febbraio 2014 il colpo di Stato contro Janukovich. Finora le Nazioni Unite, come il Consiglio d’Europa, denunciavano l’eccessivo ritardo della giustizia sugli abusi mortali a Kiev e Odessa con cui tale colpo di Stato nazionalista fu scatenato da forze fasciste, ed anche “proprio naziste” secondo JM Chauvier. Per Putin, gli autori del colpo di Stato sono ben noti: sappiamo “quanto sono stati pagati, come sono stati preparati, in quali Paesi, e chi erano i loro istruttori“. Il colpo di Stato, dopo una breve transizione politica, permetteva l’incoronazione a presidente di P. Poroshenko il 25 maggio 2014, candidato filo-europeo più adatto a difendere gli interessi del governo degli Stati Uniti, del grande capitale e degli oligarchi dell’Ucraina occidentale contro la “minaccia comunista”. Il sogno europeo controllato dagli Stati Uniti. In definitiva, tale inflessione pro-europea dell’Ucraina sarà il catalizzatore del riavvicinamento con la NATO, genuino relè della diplomazia americana, come previsto da Zbigniew Brzezinski: “L’espansione dell’Europa e della NATO perseguirà gli obiettivi a breve termine, così come la politica a lungo termine, degli Stati Uniti“. In questo contesto, su pressione degli Stati Uniti, Poroshenko costruiva la sua popolarità, e strategia, contro la “minaccia russa”. Il 14 settembre 2015 confermava che la “minaccia numero uno era la Russia” e così giustificava l’appello alla NATO. Strutturalmente impregnato dallo spirito della guerra fredda, dalla dottrina Brzezinski che sostiene la riduzione della potenza russa, il governo degli Stati Uniti avanzò le sue pedine, e le sue basi, sulla scacchiera eurasiatica. L’obiettivo di Washington in Ucraina è impedire il ritorno dell’influenza russa in Europa e in particolare contrastarne le ambizioni al dominio che, di fatto, metterebbe in discussione la leadership ereditata dall’anticomunismo. Il principio del controllo strategico del continente europeo fu evidenziato da H. Kissinger quale elemento chiave della politica degli Stati Uniti: “Da quando gli USA entrarono nella prima guerra mondiale, nel 1917, la loro politica si basa sull’idea che sia loro interesse geopolitico evitare che qualsiasi potenza possibilmente ostile domini l’Europa“. Tale preoccupazione strategica al centro dell’analisi di Brzezinski giustificando il mantenimento del clima da guerra fredda riattivando, tramite la strategia della disinformazione, il mito del “nemico russo” in Ucraina, sostenendo gli Stati Uniti nell’espansione verso est dello spazio neoliberale europeo e dell’integrazione atlantista contro gli interessi russi. Alla fine, tale quadro spiega la decisione del comandante delle forze alleate in Europa Philip Breedlove, che aveva detto al Congresso degli Stati Uniti nel febbraio 2016, di “contenere” la Russia e, se necessario, di “sconfiggerla”. Preoccupante.

La “rivoluzione” fascista diretta contro Mosca
ukr-nato L’eliminazione di un leader politico filo-russo democraticamente eletto ma fastidioso, avendo respinto da un lato, la logica ultraliberale dell’accordo di associazione e, dall’altro, l’influenza eccessiva dell’austerity europea controllata dal FMI, è stato l’obiettivo unificante della coalizione anti-Janukovich. Opposizione dalla variegata base nazionalista, formata anche da correnti neonaziste. La strana coalizione “rivoluzionaria” veniva infine sostenuta e guidata dalle potenze occidentali su impulso statunitense. “Washington ha sostenuto attivamente Maidan” denunciava Vladimir Putin il 16 ottobre 2014, ipotesi confermata dalla confessione del 31 gennaio 2015 di Barack Obama sulla CNN. A poco a poco, spinta da una forza irresistibile, la curiosa “rivoluzione” liberalnazionale euromaidan si radicalizzò dando la caccia ai “nemici”, e ai comunisti russi, arrivando agli eccessi politici, dal 15 aprile 2014 con la terribile repressione in Oriente e dal 2 maggio 2014 con il vergognoso massacro di Odessa. Un’ultima conseguenza di tale sviluppo fu l’emergere delle leggi di “pulizia”, portando al divieto del Partito Comunista ucraino il 24 luglio 2015 e, per estensione, a consacrare i vecchi eroi collaborazionisti delle Waffen-SS. Inquietante revisione della storia ucraina, che promuove la rinascita dell’ideologia nazista sostenuta da temibili gruppi paramilitari. Delirante. Tendenzialmente, la “rivoluzione” a Kiev è un’estensione delle “rivoluzioni colorate” di natura neoliberale contro l’ex-Unione Sovietica negli anni 2000 per insediare capi filo-occidentali vicini a Washington e facilmente manipolabili. La generalizzazione inconsapevole di tale strategia “rivoluzionaria” in Medio Oriente fu segnalata il 20 dicembre 2015 da Jeffrey Sachs, consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite: “(…) gli Stati Uniti dovrebbero smettere con le operazioni segrete della CIA per rovesciare o destabilizzare i governi in diverse parti del mondo“. Lo scenario ucraino dà l’impressione di un ben oliato meccanismo politico sotto l’occhio vigile dell’ambasciata degli Stati Uniti, che supervisiona il progresso “rivoluzionario”. Il ruolo delle organizzazioni non governative e dei governi stranieri, così come l’interferenza sorprendente dei capi occidentali (J. Kerry e Ashton), ancora una volta, furono decisivi, con gli oscuri cecchini di Majdan, nella costruzione del “punto critico” per destabilizzare il potere e far riuscire questa fase rivoluzionaria. Non vi è dubbio che oggi tali cecchini fossero collegati all’opposizione radicale anti-Janukovich e che furono integrati, con le milizie brune, nella strategia per destabilizzare il regime filo-russo. E inoltre, con la pressione “democratica” anti-russa guidata dal duo USAID-NED (1), vettore di tutte le “rivoluzioni” post-sovietiche tramite il supporto dollarizzato dell’opposizione ucraina e della propaganda occidentale, nel rafforzare la “società civile”. Soprattutto, tale supporto rientra nel bilancio degli Stati Uniti per finanziare la strategia della “deterrenza” contro la Russia nello spazio eurasiatico, spesa quadruplicata dal progetto di bilancio 2017 nell’ambito della nuova guerra ibrida. Alla fine, per il soft power si tratta di sradicare i valori sovietici simboleggiati dalla minaccia comunista del “dittatore” Putin rimasto, secondo una strana credenza occidentale, l'”homo-Sovieticus” che aspira a ristabilire l’Impero. Delirante.

L’avanzata della NATO nell’area post-sovietica
Nel contesto di crescenti tensioni USA-Russia, il ritorno della Crimea nella madrepatria russa può essere spiegato come tentativo di Mosca di mantenere un avamposto strategico di fronte all’avanzata provocatrice della NATO nello spazio post-sovietico, suo estero vicino definito quale baluardo. In altre parole, la Crimea può essere considerata una “mossa strategica” di V. Putin sulla scacchiera eurasiatica per preservare le posizioni e difendere gli interessi nazionali, minacciati dall’inflessione anti-russa della diplomazia europea. La mossa vincente fu resa possibile dall’estrema incapacità occidentale dietro il colpo di Stato nazionalista, offrendo la possibilità al presidente russo, attraverso il referendum del 16 marzo 2014, di ritrovare la Crimea e quindi eliminare lo “storico errore” di Krusciov del 1954. Per Putin non c’è dubbio che la NATO dominata dagli Stati Uniti rimanga fedele al vecchio obiettivo della guerra fredda, rafforzare la propria superiorità militare influenzando l’equilibrio strategico in Eurasia. Per giustificare tale obiettivo e “dare senso” alla propria esistenza, la NATO ha costruito in Ucraina il “nemico”, secondo il capo della diplomazia russa S. Lavrov, il 14 aprile 2016. In alcuni Stati dell’ex-blocco sovietico, la NATO sarebbe diventata, per HC Encausse, “(…) un’alleanza per proteggersi dalla Russia, sospettata di ambizioni neo-imperiali”. Ciò spiega, forse, la notevole espansione delle strutture dell’Alleanza nella periferia europea della Russia che Washington giustifica con le sue “interferenze” in Ucraina. Tuttavia, l’avvertimento del Cremlino lanciato il 23 settembre 2015 dal portavoce Dmitrij Peskov è chiaro: “Ogni avanzata dell’Alleanza per chiuderci nei nostri confini riceverà le contromisure per garantire la nostra sicurezza nazionale“. La Russia, sulla difensiva. Il 20 maggio 2015 tale paranoia anti-russa, alimentata da disinformazione, informazioni parziali o fuorvianti, fu illustrata dal discorso allarmista del capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale e della Difesa ucraino Aleksandr Turchinov: “La minaccia mondiale oggi proviene dalla Russia ed esige una reazione adeguata e forte“. La richiesta sembra sia stata recepita il 23 giugno 2015 dal segretario alla Difesa A. Carter, che confermava l’insediamento “temporaneo” di armi pesanti in Europa centrale e orientale, in risposta alle “provocazioni russe”, violando l’atto fondatore NATO-Russia firmato il 27 maggio 1997. All’inizio di febbraio 2016, Carter annunciava di quadruplicare l’aiuto degli Stati Uniti agli alleati europei nel 2017, per l'”aggressione russa all’Europa l’Oriente”. Per Kissinger, la NATO mantiene la sua storica funzione anti-russa, incentrata sulla protezione dell’Europa: una “polizza assicurativa contro il nuovo imperialismo russo”. Oggi, le spese militari della NATO (800 miliardi di dollari) sono 11 volte superiori a quelle della Russia (70 miliardi) e quindi creano un’asimmetria pericolosa. La pressione psicologica surreale contro la Russia, di fatto, ne ha riattivato l’istinto di sopravvivenza strutturato dal sistema sovietico contro l’asse NATO-USA. Alla fine, nonostante la recessione economica, sancita dal declino produttivo del 3,8% del PIL nel 2015, Putin ha confermato nel 2016 la prosecuzione dello sforzo militare “difensivo” dalla Russia, aumentandone il bilancio. Ritornano i vecchi riflessi.

Kiev, perno dello scacchiere
La crisi a Kiev riflette la partita a scacchi tra Stati Uniti e Russia con l’opposizione neo-ideologica tra assi euro-atlantico e eurasiatico, di cui l’Ucraina è parte cruciale, il “pivot”. Facendo dell’Ucraina “una bomba geopolitica” (2) a scoppio ritardato, tale configurazione strategica giustifica il rafforzamento nell’Europa orientale della NATO per “resistere alle pressioni della Russia”, secondo la confessione, ai primi di marzo 2016, del segretario generale dell’Alleanza, Jens Stotenberg. Il 17 marzo 2016, A. Carter definiva la Russia come prima “minaccia globale” per gli Stati Uniti.20140305_140305-nuc_rdax_775x5161) La destabilizzazione politica dei regimi filo-russi si basa su l’aspetto democratico delle strutture governative (USAID) e non governative (NED) statunitensi. Il National Endowment for Democracy (NED) è una fondazione privata dal grande budget in gran parte finanziato dal Congresso degli Stati Uniti con cui finanzia molte ONG per promuovere la democrazia nel mondo. L’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) ha la leadership politica dal dipartimento di Stato e mira a promuovere un quadro democratico ed equilibrato per lo sviluppo nel mondo. Interviene per promuovere gli obiettivi, e i valori, della politica estera statunitense. Una forma di “quarto” catalizzatore delle “rivoluzioni colorate”.
2) Jean Geronimo (2015): “L’Ucraina: una bomba geopolitica nel cuore della guerra tiepida” Prefazione J. Sapir, ed. Sigest.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strana morte di Hugo Chavez

Eva Golinger e Mike Whitney, Global Research, 26 aprile 2016

Leamsy Salazar (cerchiato)

Leamsy Salazar (cerchiato)

Eva Golinger, Credo che ci sia una possibilità molto forte che il presidente Chavez sia stato assassinato. C’erano noti e documentati tentativi di assassinarlo durante la sua presidenza. Degno di nota fu il colpo di Stato dell’11 aprile 2002, quando fu rapito e si decise di assassinarlo, se non fosse stato per la rivolta del popolo venezuelano e delle forze militari fedeli che lo salvarono, tornando al potere dopo 48 ore. Trovai le prove inconfutabili, utilizzando il Freedom of Information Act (FOIA), che CIA ed altre agenzie statunitensi fossero responsabili del colpo di Stato e che sostennero finanziariamente, militarmente e politicamente i partecipanti. Poi ci furono altri attentati contro Chavez e il suo governo, come ad esempio nel 2004, quando decine di paramilitari colombiani furono catturati in una fattoria presso Caracas, di proprietà di un attivista anti-Chavez, Robert Alonso, pochi giorni prima che attaccassero il palazzo presidenziale per uccidere Chavez. Ci fu un altro complotto, meno noto, contro Chavez scoperto a New York durante la visita all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2006. Secondo le informazioni dei suoi servizi di sicurezza, durante la ricognizione di sicurezza standard presso la sala della manifestazione pubblica in cui Chavez avrebbe affrontato gli Stati Uniti, in una rinomata università, alti livelli di radiazioni furono rilevati nella poltrona su cui avrebbe dovuto sedersi. Le radiazioni furono scoperte con un rivelatore Geiger, un dispositivo di rilevazione delle radiazioni che la sicurezza presidenziale utilizzava per garantirsi che il Presidente non fosse esposto a raggi nocivi. In quel caso, la sedia fu rimossa e le prove successive dimostrarono che emanava una quantità inusuale di radiazioni che avrebbero causato significativi danni a Chavez, che ne sarebbe morto se non fossero state scoperte. Secondo i resoconti della sicurezza presidenziale sull’evento, uno statunitense addetto al supporto logistico della manifestazione e che aveva portato la sedia, si scoprì essere un agente dell’intelligence degli Stati Uniti. Vi furono numerosi altri attentati ostacolati dai servizi segreti venezuelani ed in particolare dall’unità di controspionaggio della Guardia Presidenziale incaricata di scoprire e sventare tali minacce. Un altro tentativo ben noto fu nel luglio 2010, quando Francisco Chávez Abarca (nessuna parentela), un criminale sodale del terrorista di origine cubana Luis Posada Carriles, responsabile dell’attentato a un aereo cubano nel 1976 che uccise i 73 passeggeri a bordo, fu arrestato mentre entrava in Venezuela e confessò che era stato inviato ad assassinare Chavez. Solo cinque mesi prima, nel febbraio 2010, quando il Presidente Chavez presenziava ad un evento vicino al confine colombiano, le forze di sicurezza scoprirono un cecchino a poco più di un quarto di miglio di distanza dalla sua posizione, e fu successivamente neutralizzato. Se questi resoconti paiono fantascienza, furono ampiamente documentati ed erano reali. Hugo Chavez sfidò gli interessi dei più potenti, e si rifiutò di piegarvisi. Come capo di Stato della nazione dalle maggiori riserve di petrolio del pianeta, che apertamente e direttamente sfidava gli Stati Uniti e il dominio occidentale, Chavez era considerato un nemico di Washington e dei suoi alleati.
Quindi, chi sarebbe stato coinvolto nell’assassinio di Chavez, se fu assassinato? Certamente non ci vuole molto per immaginare che il governo degli Stati Uniti fosse coinvolto nell’assassinio politico di un nemico che dichiaratamente ed apertamente voleva che scomparisse. Nel 2006, il governo degli Stati Uniti creò un’unità speciale su Venezuela e Cuba sotto la direzione della National Intelligence. Tale unità d’intelligence d’élite fu accusata di ampliare le operazioni segrete contro Chavez attuando missioni clandestine dal Centro congiunto d’intelligence (CIA-DEA-DIA) in Colombia. Alcuni elementi si compongono come la scoperta di diversi stretti collaboratori di Chavez che poterono avvicinarlo per periodi prolungati e che fuggirono dopo la morte, e che oggi collaborano con il governo degli Stati Uniti. Se fosse stato assassinato con qualche esposizione ad alti livelli di radiazioni, o altro modo. inoculando o infettandolo con un virus cancerogeno, sarebbe stato fatto da qualcuno che poteva avvicinarglisi e di cui si fidava.

MW, Chi è Leamsy Salazar e com’è collegato alle agenzie d’intelligence statunitensi?
wpid-1440201182 Eva Golinger, Leamsy Salazar fu uno dei più stretti collaboratori di Chavez per quasi sette anni. Era un tenente colonnello della Marina venezuelana noto a Chavez per aver sventolato la bandiera venezuelana dal tetto della caserma della guardia presidenziale del palazzo presidenziale, durante il colpo di Stato del 2002, quando il salvataggio di Chavez era in corso. Divenne il simbolo delle Forze Armate fedeli che sconfissero il colpo di Stato e Chavez lo ricompensò facendone uno dei suoi aiutanti. Salazar era guardia del corpo e collaboratore di Chavez, gli portava caffè e pasti, stava al suo fianco, viaggiava con lui nel mondo e lo proteggeva nelle manifestazioni pubbliche. Lo conoscevo e gli parlai molte volte. Era uno dei volti noti che protessero Chavez per molti anni. Fu un membro chiave dell’élite della sicurezza di Chavez, che poteva avvicinare in privato e sapeva dei viaggi altamente confidenziali, della routine quotidiana, dei programmi e rapporti di Chavez. Dopo che Chavez scomparve nel marzo 2013, a causa del servizio e della fedeltà, Leamsy fu trasferito alla sicurezza di Diosdado Cabello, allora presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela e considerato una delle più potenti figure politiche e militari del Paese. Cabello era uno dei più stretti alleati di Chavez. Va notato che Leamsy rimase con Chavez durante la maggior parte della malattia fino alla morte e poté avvicinarlo come pochi, anche per la sua squadra di sicurezza. Incredibilmente, nel dicembre 2014, le notizie svelarono che Leamsy si era segretamente recato negli Stati Uniti dalla Spagna, dove era in vacanza con la famiglia. L’aereo che lo trasportò sarebbe stato della DEA. Fu messo sotto protezione testimoni e secondo notizie diede informazioni al governo degli Stati Uniti sui funzionari venezuelani coinvolti in un altro giro di narcotraffico. I media dell’opposizione in Venezuela affermarono che accusò Diosdado Cabello di essere un narco-boss, ma alcuna di tali informazioni fu verificata in modo indipendente, come né fascicoli giudiziari o accuse furono emesse, se esistono. Un’altra spiegazione dell’adesione al programma di protezione testimoni negli Stati Uniti potrebbe riguardare il coinvolgimento nell’assassinio di Chavez, possibilmente nell’ambito di un’operazione occulta della CIA, o anche eseguita sotto gli auspici della CIA, ma da elementi corrotti nel governo venezuelano. Prima che i Panama Papers venissero pubblicati, scoprì per caso indagando un corrotto alto e pericoloso individuo nel governo, che Chavez aveva licenziato in precedenza, ma che ritornò dopo la morte ed ebbe un incarico ancora più influente. Tale individuo collaborerebbe con il governo degli Stati Uniti. Persone del genere, che hanno lasciato che l’avidità oscuri la coscienza e coinvolte in attività criminali redditizie, potrebbero aver giocato un ruolo nella sua morte. Ad esempio, i Panama Papers smascherano un altro ex-aiutante di Chavez, il capitano dell’Esercito Adrian Velasquez, responsabile della sicurezza del figlio di Chavez. la moglie del capitano Velasquez, ex-ufficiale della Marina Claudia Patricia Diaz Guillen, fu l’infermiera di Chavez per diversi anni potendolo avvicinare senza sorveglianza. Inoltre, Claudia somministrava le medicine, le pillole e tutto ciò che riguardava il cibo di Chavez per numerosi anni. Appena un mese prima che la malattia mortale venisse scoperta nel 2011, Chavez nominò Claudia Tesoriere del Venezuela, facendone la responsabile monetaria del Paese. Non è ancora chiaro il motivo per cui fu nominata a tale importante posizione, considerando che era la sua infermiera e non aveva esperienza del genere. Fu licenziata subito dopo che Chavez morì. Il capitano Velasquez e Claudia appaiono nei Panama Papers come possessori di una società di copertura da milioni di dollari, ed hanno anche proprietà in una zona elitaria della Repubblica Dominicana, Punta Cana, dove le proprietà costano milioni e vi risiedono almeno dal giugno 2015. I documenti mostrano che subito dopo la morte di Chavez e che Nicolas Maduro fu eletto presidente nell’aprile 2013, il capitano Velasquez aprì una società off-shore, il 18 aprile 2013, presso la società panamense Mossack Fonesca, chiamata Bleckner Associates Limited. Un’impresa di investimenti finanziari svizzera, V3 Capital Partners LLC, afferma di aver gestito i fondi del capitano Velasquez, pari a milioni. E’ impossibile per un capitano dell’esercito aver guadagnato tale somma di denaro con mezzi legittimi. Né lui né la moglie Claudia sono tornati in Venezuela dal 2015. Il capitano Velasquez era particolarmente vicino a Leamsy Salazar.

MW, Può spiegare le circostanze sospette secondo cui Salazar fu trasportato sotto protezione dalla Spagna agli Stati Uniti su un aereo della Drug Enforcement Administration (DEA)? Non è alquanto strano? Per lo meno, suggerisce che Salazar agisse da agente di un Paese apertamente ostile verso il Venezuela? Era un collaboratore o un traditore. E’ d’accordo?
Eva Golinger, Naturalmente è molto sospetto che Salazar sia stato trasportato dalla Spagna, dove si trovava presumibilmente in vacanza con la famiglia, negli Stati Uniti su un aereo della DEA. Non c’è dubbio che collaborasse con il governo degli Stati Uniti e abbia tradito il suo Paese. Ciò che resta da vedere è il suo ruolo esatto. Somministrò il veleno a Chavez, o era uno dei complici come il capitano Velasquez o l’infermiera/tesoriera Claudia? Anche se tutto questo appare cospirazionismo, sono fatti che possono essere verificati in modo indipendente. E’ anche vero, secondo i documenti segreti declassificati degli USA, che l’esercito statunitense sviluppò un’arma a radiazioni da utilizzare per gli omicidi politici mirati nel lontano 1948. Le udienze della Commissione Church sull’assassinio Kennedy scoprirono anche l’esistenza di un’arma sviluppata dalla CIA per indurre infarti e tumori sui tessuti molli. Chavez è morto di un tumore aggressivo nei tessuti molli, e lo si scoprì quando era troppo tardi. Ci sono altre informazioni che documentano lo sviluppo di un “virus del cancro” quale arma presumibilmente utilizzata per uccidere Fidel Castro negli anni ’60. So che a molti sembra fantascienza, ma se si fanno delle ricerche si vedrà che ciò esiste realmente. Non credo a tutto quello che ho letto. Da avvocatessa e giornalista investigativa, ho bisogno di prove concrete e multiple da fonti verificabili. Anche se basta avere un documento ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti del 1948, è un fatto che il governo degli Stati Uniti sviluppasse un’arma radioattiva per gli omicidi politici. Più di 60 anni dopo possiamo solo immaginare quale sia oggi la loro capacità tecnologica.

MW, Può spiegare perché la DEA era coinvolta nell’operazione e non la CIA come molti si aspetterebbero?
Eva Golinger, Penso che la CIA sia coinvolta. Lavorano assieme su casi politici di alto profilo, operando dal centro congiunto d’intelligence in Colombia. Perché fu la DEA e non la CIA che portò Leamsy Salazar negli Stati Uniti non è stato ancora rivelato, ma non credo che significhi che la CIA non ne sia coinvolta.

MW, Una nota personale, Hugo Chavez era un gigante e un vero eroe. Vi prego ci dica cosa la sua perdita ha significato per lei personalmente e quale impatto ha avuto sul popolo del Venezuela?
Eva Golinger, La perdita di Hugo Chavez è stata devastante. Era mio amico e ho trascorso quasi dieci anni come suo consigliere. Il vuoto che ha lasciato è impossibile da sostituire. Nonostante i suoi difetti umani, aveva un cuore enorme e si dedicava veramente a costruire un Paese migliore per il popolo, e un mondo migliore per l’umanità. Curò profondamente tutte le persone, ma specialmente i poveri, trascurati ed emarginati. C’è una foto di Chavez presa da uno spettatore quando era a a una manifestazione nel centro di Caracas, attraversando la grande piazza chiusa dalla sicurezza. Tutto ad un tratto, vide un giovane scarmigliato e apparentemente drogato, appena in grado di stare in piedi e con abiti laceri. Per l’orrore delle guardie di sicurezza, Chavez gli andò incontro e con amore gli mise un braccio al collo offrendogli una tazza di caffè. Non giudicava il povero ragazzo, o lo rimproverava o mostrava disgusto. Lo trattava da essere umano, che meritava dignità. Vi rimase per un po’, raccontando storie e chiacchierando come vecchi amici. Quando se ne dovette andare, disse a una delle sue guardie di offrirgli tutto l’aiuto di cui aveva bisogno. Non c’erano telecamere, niente TV, niente pubblico. Non fu una trovata pubblicitaria. Era vera, seria cura e preoccupazione per un altro essere umano bisognoso. Pur essendo presidente e potente capo di Stato, Chavez si è sempre visto pari a tutti. La morte improvvisa ha avuto un tragico peso sul Venezuela. Purtroppo, chi ha lasciato in carica non è stato capace di gestire il Paese in questi tempi difficili. Una combinazione di corruzione e sabotaggio estero da parte delle forze d’opposizione (con il sostegno straniero) ha paralizzato l’economia. La cattiva gestione è stata diffusa e distruttiva. Le agenzie degli Stati Uniti e dei loro alleati in Venezuela hanno colto l’occasione per destabilizzare ulteriormente e distruggere i resti del chavismo. Ora cercano di offuscare e cancellare l’eredità di Chavez, ma credo che sia un compito impossibile. Anche se il governo attuale non sopravvive ai feroci attacchi, la memoria di Chavez in milioni di persone di cui ha influenzato e migliorato la vita, scatenerebbe una tempesta. Il “Chavismo” è diventato un’ideologia fondata sui principi di giustizia sociale e dignità umana. Ma alla gente manca terribilmente? Sì.cdn4.uvnimg.comEva Golinger è vincitrice del Premio Internazionale di Giornalismo in Messico (2009), chiamata “La Novia de Venezuela” dal Presidente Hugo Chávez, è avvocatessa e scrittrice di New York, che vive a Caracas, in Venezuela dal 2005; ed è autrice di best-seller come “Crociata USA contro il Venezuela. Decifrato il codice Chavez (Zambon 2006), “Bush contro Chávez: la guerra di Washington al Venezuela” (2007, Monthly Review Press) Dal 2003, Eva ha studiato, analizzato e scritto sull’intervento degli Stati Uniti in Venezuela utilizzando il Freedom of Information Act (FOIA) per avere informazioni sugli sforzi del governo degli Stati Uniti per minare i movimenti progressisti in America Latina.

Mike Whitney vive nello Stato di Washington. È coautore di Hopeless: Barack Obama e la politica dell’Illusione (AK Press).

Una versione di questa intervista è apparsa su Telesur

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Colpo anti-italiano nella Libia in dissoluzione

Richard Galustian, Moon of Alabama

Il General National Accord (GNA) sostenuto dalle Nazioni Unite è arrivato a Tripoli più di una settimana fa, e gli eventi attuali puntano sempre più al colpo di Stato. Nel frattempo, il premier designato presso il GNA improvvisamente vola a Londra per una “visita privata”; momento strano per lasciare la Libia, no?

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Fayaz Saraj e Federica Mogherini

Ci sono conseguenze a Malta. La prima è che per la maggior parte delle sanzioni dell’UE previste nei confronti dei ‘nemici’ del GNA non sono un problema dato che né Abu Sahmayn (Congresso Nazionale Generale, o GNC, di Tripoli), né Aqila Salah (Camera dei Rappresentanti di Tobruq, o CdR) sono cittadini dell’Unione europea e neanche hanno granché all’estero, ma l’eccezione sembra essere Malta. Così le autorità maltesi si trovano a doversi trascinare dietro i voleri delle Nazioni Unite e dell’Unione europea nel trovargli i beni e quindi congelarli. Sapendo che ONU/UE li sbloccherebbero improvvisamente se questi due venissero intimiditi abbastanza per decidere di cooperare. Comunque Malta è in una posizione scomoda. Facciamo un passo indietro. Il GNA consisteva in una Presidenza del Consiglio di nove elementi guidata da un primo ministro scelto dalle Nazioni Unite, Fayaz Saraj, e con lo spazio aereo di Tripoli chiuso, furono trasportati nella capitale da una fregata italiana, trasferendosi poi in mare su un piccolo e arrugginito pattugliatore costiero libico per dare l’illusione che non fossero aiutati da potenze occidentali. Ma il GNA si era spezzato ancor prima che salisse a bordo della nave italiana, con due dei nove che bruscamente si dimettevano, accusando la dirigenza di essere troppo accondiscendente con le milizie di Tripoli e la loro opposizione al Generale Haftar, sempre a capo dell’esercito. Tuttavia, il cosiddetto GNA, o più correttamente Consiglio di Presidenza, ormai ridotto a sette, arrivava nella capitale scegliendo d’istituire l’ufficio nella base navale, l’unica parte della capitale giudicata al sicuro dalle milizie scorrazzanti.
Un colpo di Stato, in cui un piccolo numero di persone prende il controllo di uno Stato, può essere definito in molti modi. Da un lato un golpe può essere la presa di potere con la forza. Dall’altro, può essere l’usurpazione del potere senza violenze. La scorsa settimana s’è visto che in Libia è accaduto il secondo caso. A rafforzare tale realtà del colpo di Stato, 73 membri del parlamento di Tripoli, il GNC, accettavano questa settimana di ridenominarsi Consiglio di Stato, indicato dalle Nazioni Unite come parte del governo Saraj. Tuttavia, la maggior parte del 73 non fu eletta al GNC, come le regole delle Nazioni Unite prevedono, ma sono accoliti di Alba della Libia aggiunti al GNC dopo aver occupato Tripoli due anni fa. Ad aggravare la confusione, il Consiglio di Stato ha quindi modificato le regole delle Nazioni Unite, dichiarando di avere il diritto di auto-dichiarare valido il nuovo governo. Questo è un colpo di Stato, islamista, istigato dall’occidente.
Il CdR eletto a Tobruq, cui l’ONU insisteva accettasse il piano, è stato scartato. I funzionari delle Nazioni Unite erano arrabbiati vero il CdR che non votava a favore del piano e in effetti non l’ha neanche discusso nelle ultime settimane. Il fatto è che l’Accordo politico libico (LPA), il documento appoggiato dalle Nazioni Unite del 17 dicembre 2015, è stato strappato. Lo stesso per l’azione del LPA, secondo cui dei nuovi capi devono essere nominati per Libyan Investment Authority (LIA) e Central Bank of Libya (CBL), che detengono decine di miliardi di dollari di liquidità e beni all’estero. Invece, gli ex-capi, approvati da Alba della Libia, ne hanno il controllo. I grandi vincitori sono quindi i Fratelli musulmani, le varie fazioni di Misurata e Alba della Libia che, nonostante la sconfitta nelle elezioni del 2014, ora hanno un riconoscimento internazionale dalle potenze occidentali, e attraverso ciò il controllo di vaste risorse all’estero della Libia. Altri vincitori sono Abdalhaqim Belhadj e il capo della Fratellanza musulmana Ali Salabi, che hanno festeggiato con Martin Kobler a Istanbul, nei giorni scorsi. È anche una vittoria personale dell’inviato inglese in Libia Jonathan Powell, il principale mediatore dell’accordo che si vanta dei suoi stretti legami con la Fratellanza mussulmana. In una e-mail decisa, appena pubblicata, tra Sidney Blumenthal e Hillary Clinton, Powell scriveva della sua capacità di usare il suo successo nel negoziato tra IRA e governo inglese, venti anni fa, per porre fine alle campagne terroristiche. Powell inoltre si vantava che questo modello, utilizzato da numerosi Paesi attraverso ONG “insospettabili”, è praticabile dati i suoi stretti contatti, sostiene, con l’intelligence inglese. Un’asserzione molto dubbia. Ma la mancanza di trasparenza del processo in Libia, attira sempre più attenzione. Panamagate è in eruzione, evidenziando l’assenza di trasparenza sulle ricchezze nel mondo, ed è proprio tale assenza che Powell incoraggia in Libia.
La dissoluzione della Libia è imminente, lungo la frattura est-ovest, e l’ironia è che le potenze occidentali l’orchestrano. Sembra che il piano occidentale sulla Libia sia ora nella crisi finale.

Il laburista social-colonialista e filo-islamista Jonathan Powell

Il laburista social-colonialista e filo-islamista Jonathan Powell

Libia… prossimo disastro afgano del Regno Unito? Colonnello inglese avverte sulla ‘missione deviata’
Rinf 12 aprile 2016

ce32cc50-e105-11e5-98b2-952ea680dc16_1280x720I piani inglesi per inviare truppe in Libia potrebbero portare a un altro disastro afghano, secondo un ex-colonnello dell’esercito che ha guidato una missione “disastrosa” nello Stato nord-africano devastato dalla guerra, nel 2012. Il Tenente-Colonnello Rupert Wieloch ha detto al Telegraph che il coinvolgimento inglese comporta “il grave pericolo di una missione deviata“. La missione deviata, termine militare per una guerra che, per fattori politici o per una leadership inetta, devia dall’obiettivo strategico originale, è un’accusa regolarmente rivolta ai politici e capi militari inglesi che diressero la guerra nella provincia di Helmand in Afghanistan dal 2006. Come il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ammise di vedere la guerra libica quale suo “peggior errore” in carica. A marzo Obama avrebbe parlato privatamente del fallimento del conflitto, dicendo al premier del Regno Unito David Cameron che si trattava di uno “spettacolo di merda”.
Il governo inglese è bloccato dai rischi associati al dispiegamento di 1000 soldati nell’ambito di una brigata italiana, se e quando ci sarà un governo di unità. Wieloch ha detto che se qualcosa potesse portare alla pericolosa unificazione delle milizie in guerra, sarebbe “un grande intervento delle forze occidentali sul terreno“. Il piano con l’Italia alla guida avrebbe un effetto simile, ha detto, per il suo brutale passato coloniale in Libia. Le forze italiane commisero varie atrocità nel Paese, una delle più note fu la strage di Tripoli nel 1911, in cui circa 4000 civili furono uccisi da un vendicativo esercito italiano dopo una battaglia feroce contro le forze ottomane. Wieloch non si oppone all’intervento di forze musulmane, ma ha detto che l’uso di truppe italiane è fuori questione perché “i libici ricordano il regime fascista”. “Sarebbe molto forte la tentazione d’impegnarsi in cose diverse dall’addestramento, dalla risposta alle crisi o dalla sconfitta dello SIIL (Stato islamico)“, avvertiva il colonnello. “L’abbiamo già visto in varie operazioni”, ha detto, riferendosi alla guerra in Afghanistan. “E’ quindi molto facile per la popolazione locale non capire ciò che la comunità internazionale cerca di fare“, ha detto Wieloch. E’ “assolutamente così” che le truppe vengono trascinate nelle violenti dispute locali tra milizie.
Wieloch era comandante di una piccola missione militare inglese, brevemente responsabile della ricostruzione dopo la guerra aerea del 2011 che precipitò la Libia nell’anarchia. Parlando all’Express a marzo, ha detto che il gruppo non aveva budget, non ebbe alcuna lettera o medaglia, dovette acquistare l’attrezzatura e non fu nemmeno visitata da un alto ufficiale. Tuttavia, ne ha definito il ritiro nel 2012 “un errore disastroso”. Wieloch ha prestato servizio per oltre 20 anni nel Queen Royal Lancers, reggimento di cavalleria il cui trombettiere suonò la carica della Light Brigade in Crimea nel 1854.4d6ead10-0a6b-441d-ad59-c3d5585d83f6Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una ‘svolta’ in Libia

Alessandro Lattanzio, 11/4/2016

Fayaz al-Saraj e Federica Mogherini

Fayaz al-Saraj e Federica Mogherini

Il 7 marzo a Tripoli i colonnelli Umar Muhamad Duayhera, Abu Ghasim Amin Ali e Abdulhaqim Muftah Warafali, del Comitato temporaneo di sicurezza istituito per permettere al cosiddetto Governo di unità nazionale libico d’insediarsi nell’ex-capitale, venivano arrestati dalla RADA, la milizia islamista di Abdulrauf Qara, collaboratore di Abdalhaqim Balhadj. A Tobruq, i deputati del locale parlamento vicini al generale Haftar, come il componente del Consiglio della Presidenza Ali al-Qatrani, ed Umar al-Asuad, deputato di Zintan, si opponevano al riconoscimento del Governo di unità nazionale, accusando d’incompetenza il Consiglio della Presidenza (il governo) di Tobruq, nonostante l’inviato dell’ONU Martin Kobler invitasse il parlamento di Tobruq a votare a favore del nuovo governo nazionale. Il governo di unità nazionale, un volta insediato, avrebbe poteri di controllo su Banca Centrale, Libyan Investment Authority e National Oil Corporation, e si baserebbe sulla costituzione monarchica del 1963 e un Consiglio di Accordo Nazionale dedito al dialogo intra-libico. Compiti immediati del governo sarebbero “l’immediata cessazione delle ostilità in tutto il Paese, la lotta al terrorismo in tutte le sue forme e la soluzione al problema dell’immigrazione illegale in collaborazione con l’Unione Africana e l’UE”. Il capo della Fratellanza musulmana in Libia, Ali al-Salabi vicino a Qatar e Turchia, sostiene la formazione del Governo di unità nazionale, al contrario del generale Haftar, sostenuto dall’Egitto. Nella notte del 13 e 14 marzo, la Commissione presidenziale libica ordinava l’insediamento del “governo di unità nazionale” chiedendo alle istituzioni locali di giurarvi fedeltà, ed ordinando il trasferimento dalla Tunisia a Tripoli del nuovo governo, voluto da UE, USA e Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Nel frattempo, proprio in Tunisia, si svolgeva un attacco terroristico a Ben Gardan, il 7 e 8 marzo, attuato da 3 commando di 80 persone, di cui 68 provenienti da Sabratha, in Libia, che uccidevano 7 poliziotti e tredici civili. Il loro piano, secondo le tattiche applicate in Siria e Iraq, era occupare la città e proclamare l'”emirato islamico” nel sud della Tunisia. Nelle operazioni antiterrorismo furono eliminati 46 di tali terroristi e altri 7 furono arrestati. Tra di loro vi erano alcuni amnistiati dal governo della Fratellanza mussulmana in Tunisia, come Hasan Busbia, il capo dei commando, un terrorista recatosi in Libia nel 2013 per aderire allo SIIL, divenuto “giudice” dell'”emirato di Sabratha” e capo di un rete di contrabbando tra Libia e Tunisia. Dopo il bombardamento statunitense di Sabratha del 19 febbraio, Hasan Busbia rientrò in Tunisia stabilendosi a Ben Gardan. Nel frattempo, in Algeria un distaccamento della gendarmeria e dei militari neutralizzava, il 10 marzo, a Gamar, 16 km a nord-ovest di al-Uad, 3 terroristi su un fuoristrada che trasportava 6 sistemi missilistici antiaerei Stinger, 20 Kalashnikov, 3 lanciarazzi RPG-7, 2 mitragliatrici RPK, 2 fucili da cecchini, 2 pistole automatiche, 16 razzi RPG-7, 4 bombe a mano, 2 cinture esplosive, 383 proiettili di vario calibro, 97 caricatori, 2 dispositivi GPS, binocoli e telefoni cellulari. I terroristi erano attivi da diverse settimane nella regione di Uad Suf, al confine con la Tunisia, e probabilmente provenivano dalla Libia.
Khalifa-Ghwell-300x225Il 30 marzo, il capo del governo di unità nazionale della Libia, nominato dalle Nazioni Unite, Fayaz al-Saraj, arrivava a Tripoli assieme da alcuni membri del Consiglio di Presidenza. “Oggi, da Tripoli, capitale di tutti i libici, iniziamo a lavorare“, affermava il vicepresidente Ahmad Maytig. L’arrivo di Saraj fu accolto dall’Unione Europea come “opportunità unica per conciliarsi” e dalle Nazioni Unite come “passo importante per la transizione democratica in Libia“. A sua volta, il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault affermava, “Questo è un traguardo importante, sappiamo che ci sono molti ostacoli sulla via di questo governo. L’Unione europea ha deciso d’imporre sanzioni a coloro che lavorano per ritardare l’inaugurazione del governo e minacciano unità, sicurezza e stabilità della Libia e dei suoi vicini“. Ma il capo del governo islamista Qalifa al-Ghwayl definiva “illegale” il governo di Saraj invitandolo a “lasciare” Tripoli. Il governo di unità fu istituito dall’accordo firmato nel dicembre 2015 in Marocco, promosso dalle Nazioni Unite. Comunque, il 31 marzo Saraj arrivava a Tripoli su una nave, dopo che al-Ghwayl gli aveva interdetto l’aeroporto di Mitiga, controllato dal RADA di Qara, uomo di Belhadj. Saraj perciò s’insediava nella base navale Abu Sitha, a Tripoli, mentre le milizie islamiste di Misurata, capeggiate da Salah Badi, manifestavano all’inizio contro Saraj, con il supporto del terrorista islamo-atlantista Abdalhaqim Belhadj. A sua volta, Saraj incassava l’appoggio della banca centrale e della National Oil Company. Anche “un’unità militare libica di Misurata ha dichiarato il suo sostegno al nuovo governo. I suoi combattenti sono al soldo del governo italiano e proteggono gli impianti di estrazione del petrolio della compagnia petrolifera ENI in Libia occidentale”. Dei 32 ministri del nuovo governo di Saraj, quattro erano fondamentalisti islamici aderenti ai Fratelli musulmani o al Gruppo combattente islamico libico (LIFG) proprio di Belhadj, che a sua volta aveva incontrato il negoziatore delle Nazioni Unite Martin Kobler in Turchia, per trattare sulla formazione del nuovo governo. USA, UE, Italia, Germania, Francia e Regno Unito salutavano l’insediamento del governo di Saraj quale “unico rappresentante legittimo della Libia“, ed imponevano sanzioni ai politici libici contrari, come al-Ghwayl, come divieto di recarsi nell’UE e congelamento dei conti bancari europei. Il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayraul affermava: “Dobbiamo essere pronti a reagire se il governo di unità di Fayiz Saraj chiedesse aiuto, se necessario, sul fronte militare“, mentre
il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni chiedeva a tutte le forze libiche di riconoscere rapidamente il nuovo governo, minacciando che la “comunità internazionale” interverrebbe con attacchi militari; in ciò sostenuto dalla presidentessa del Parlamento italiano Laura Boldrini. Nel frattempo, al vertice sulla sicurezza nucleare a Washington, il presidente Barack Obama dichiarava al premier Renzi di essere a favore dell’intervento militare per “rafforzare la struttura” dello Stato libico, mentre il Giornale scriveva che l’Italia dovrà svolgere un ruolo di primo piano in Libia, e sul Corriere della Sera l’ambasciatore statunitense John Phillips invocava il dispiegamento di 5000 soldati italiani perché, “La Libia è una priorità assoluta per l’Italia, ed è anche molto importante per noi. È importante che l’Italia assuma la guida di un’azione internazionale“._83308707_libya_strikes_624v2Note
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L’eccezionalismo americano presenta elezioni infernali

William Blum, Anti-Empire Report# 144, 11 marzo 2016477131531Se le elezioni presidenziali statunitensi finiscono con Hillary Clinton contro Donald Trump, e il mio passaporto viene confiscato e in qualche modo vengo costretto a scegliere o sono pagato per farlo, pagato bene… voterei per Trump. La mia preoccupazione principale è la politica estera. La politica estera statunitense è la peggiore minaccia a pace, prosperità e ambiente mondiali. E quando si tratta di politica estera, Hillary Clinton è un disastro diabolico. Da Iraq e Siria a Libia e Honduras il mondo è un posto assai peggiore per causa sua; tanto è vero che la chiamerei criminale di guerra che andrebbe perseguita. E non molto meglio ci si può aspettare sulle questioni interne di questa donna pagata 675000 dollari da Goldman Sachs, una delle più reazionarie aziende anti-sociali di questo triste mondo, per quattro discorsi, e ancor più con donazioni politiche in questi ultimi anni. Aggiungasi la disponibilità di Hillary ad essere per sei anni nel consiglio di amministrazione di Wal-Mart, mentre il marito era governatore dell’Arkansas. Possiamo aspettarci che cambi il comportamento delle imprese da cui prende soldi?
Il Los Angeles Times ha pubblicato un editoriale il giorno dopo le varie elezioni primarie del 1° marzo che iniziava: “Donald Trump non è adatto ad essere il presidente degli Stati Uniti“, e poi dichiarava: “La realtà è che Trump non ha nessuna esperienza di governo“. Quando devo aggiustare la mia auto cerco un meccanico con esperienza sul modello della mia auto. Quando ho un problema medico preferisco un medico specializzato nella parte del corpo malata. Ma quando si tratta di politici, l’esperienza non significa nulla. L’unica cosa che conta è l’ideologia della persona. Tra chi votare per una persona per 30 anni al Congresso di cui non si condivide alcuna opinione politica e sociale, e vi si è anche ostili, e qualcuno che non ha mai avuto un incarico pubblico prima, ma è un compagno ideologico su ogni importante questione? I 12 anni di Clinton ai vertici del governo non mi significano nulla. The Times ha continuato su Trump: “Ha una vergognosamente scarsa conoscenza delle questioni del Paese e del mondo”. Anche in questo caso, la conoscenza è ingannata (non intesa) dall’ideologia. Da segretaria di Stato (gennaio 2009-febbraio 2013), con ampie conoscenze, Clinton svolse un ruolo chiave nel 2011 nel distruggere il moderno Stato sociale e laico della Libia, schiantandola nel caos più totale da Stato fallito, disperdendo nel caotico Nord Africa e Medio Oriente il gigantesco arsenale che il leader libico Muammar Gheddafi aveva accumulato. La Libia è ora un santuario dei terroristi, da al-Qaida allo SIIL, mentre Gheddafi ne era stato uno principali nemici. Saperlo cos’è servito alla segretaria di Stato Clinton? Le bastava sapere che la Libia di Gheddafi, per diverse ragioni, non sarebbe mai stato uno Stato cliente obbediente a Washington. Fu così che gli Stati Uniti, insieme alla NATO, bombardarono il popolo della Libia ogni giorno per più di sei mesi, avendo come scusa che Gheddafi stava per invadere Bengasi, il centro dei suoi avversari, e così gli Stati Uniti salvarono la gente di quella città dal massacro. Il popolo e i media statunitensi, naturalmente ingoiarono questa storia, anche se alcuna prova convincente del presunto massacro imminente è mai stata presentata. (La cosa più vicina a un resoconto ufficiale del governo degli Stati Uniti sulla questione, un rapporto del Congressional Research Service sugli eventi in Libia dell’epoca, non fa alcuna menzione su minacce di massacri) (1). L’intervento occidentale in Libia fu ciò che il New York Times disse che Clinton “sosteneva”, convincendo Obama a “ciò che fu probabilmente il momento di maggiore influenza da segretaria di Stato” (2). Tutta la conoscenza che aveva non le impedì l’errore disastroso in Libia. E lo stesso si può dire del sostegno a un cambio di regime in Siria, il cui governo è in lotta contro SIIL e altri gruppi terroristici. Ancora più disastrosa fu l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, che da senatrice supportò. Tali politiche sono naturalmente delle chiare violazioni del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.
this-is-the-one-thing-that-sets-donald-trump-apart-from-other-negotiatorsUn’altra politica estera di “successo” della Clinton, i cui svenevoli seguaci ignorano, i pochi che lo sanno, fu il colpo di Stato per abbattere ila moderatamente progressiva Manuel Zelaya in Honduras nel giugno 2009. Una storia vista molte volte in America Latina. Le masse oppresse finalmente misero al potere un leader impegnato a cambiare lo status quo, determinato a cercare di porre fine a due secoli di oppressione… e in poco tempo i militari rovesciarono il governo democraticamente eletto, mentre gli Stati Uniti, se non la mente dietro il colpo di Stato, non fecero nulla per punire il regime golpista, in quanto solo gli Stati Uniti possono punire. Nel frattempo i funzionari di Washington fecero finta di essere molto turbati da questo “affronto alla democrazia“. (Vedasi Mark Weisbrot su la “Top Ten dei modi con cui si può dire da che parte il governo degli Stati Uniti fu attivo nel colpo di Stato militare in Honduras“) (3). Nel suo libro di memorie, “Scelte difficili”, del 2014, Clinton rivela quanto indifferente fosse al ritorno di Zelaya alla sua carica legittima: “Nei giorni successivi (al colpo di Stato) parlai con i miei omologhi in tutto l’emisfero… preparammo un piano per ristabilire l’ordine in Honduras e garantire che elezioni libere ed eque si svolgessero in modo rapido e legittimo, rendendo la questione di Zelaya discutibile”. La domanda di Zelaya era tutt’altro che irrilevante. I leader latino-americani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e altri organismi internazionali con veemenza ne chiesero l’immediato ritorno in carica. Washington, tuttavia, subito riprese normali relazioni diplomatiche con il nuovo Stato di polizia di destra, e l’Honduras da allora è diventato un importante fonte di bambini migranti che attualmente si versano negli Stati Uniti. Il titolo dell’articolo della rivista Time sull’Honduras alla fine dello stesso anno (3 dicembre 2009) riassume così: “La politica in America Latina di Obama sembra quella di Bush“.
E Hillary Clinton si presenta da conservatrice. E da molti anni; almeno dagli anni ’80, quando era la moglie del governatore dell’Arkansas, quando sosteneva con forza i torturatori degli squadroni della morte noti come Contras, l’esercito di ascari dell’impero in Nicaragua. (4) Poi, durante le primarie presidenziali del 2007, la venerabile rivista conservatrice degli USA, National Review di William Buckley, pubblicò un editoriale di Bruce Bartlett. Bartlett fu consigliere politico del presidente Ronald Reagan, funzionario del Tesoro col presidente George HW Bush e ricercatore presso due dei principali think-tank conservatori, Heritage Foundation e Cato Institute. Cogliete il quadro? Bartlett diceva ai lettori che era quasi certo che i democratici avrebbero vinto la Casa Bianca nel 2008. Allora, cosa fare? Sostenere il democratico più conservatore. Scrisse: “La destra disposta a guardare oltre, cerca ciò che probabilmente ha le sue identiche visioni tra i candidati democratici, ed è abbastanza chiaro che Hillary Clinton è la più conservatrice”. (5) Nelle stesse primarie vedemmo sulla rivista leader della più ricca corporatocrazia degli USA, Fortune, la copertina con foto della Clinton e il titolo: “Hillary ama il Business“. (6) E cosa abbiamo nel 2016? Tutti i 116 membri della comunità di sicurezza nazionale del Partito Repubblicano, molti dei quali veterani delle amministrazioni Bush, firmare una lettera aperta minacciando che, se Trump viene nominato, diserteranno e alcuni passerebbero a Hillary Clinton! “Hillary è il male minore, con ampio margine“, dice Eliot Cohen del dipartimento di Stato di Bush II. Cohen aiuta i neocon a firmare il manifesto “Dump-Trump”. Un altro firmatario, l’ultra-conservatore autore di politica estera Robert Kagan, dichiara: “L’unica scelta sarà votare per Hillary Clinton“. (7) L’unica scelta? Cosa c’è di sbagliato in Bernie Sanders o Jill Stein, il candidato del Partito Verde?… Oh, capisco, non sono abbastanza conservatori.
E Trump? Molto più di un critico della politica estera degli Stati Uniti di Hillary o Bernie. Parla di Russia e Vladimir Putin come forze positive e alleate, e vi sarebbero assai meno probabilità di entrare in guerra contro Mosca che non con Clinton. Dichiara che sarebbe “imparziale” nel risolvere il conflitto israelo-palestinese (al contrario del sostegno illimitato di Clinton ad Israele). S’è opposto a chiamare il senatore John McCain “eroe” perché fu catturato. (Quale altro politico oserebbe dire una cosa del genere?) Definisce l’Iraq “un completo disastro”, condannando non solo George W. Bush, ma i neocon che lo circondavano. “Hanno mentito. Hanno detto che c’erano armi di distruzione di massa e non c’erano. E sapevano che non ce n’erano. Non c’erano armi di distruzione di massa“. Ed alla domanda se “Bush ci ha tenuti al sicuro”, risponde che “Che piacesse o no Saddam, uccideva i terroristi“. Sì, è personalmente antipatico. Avrei avuto molta difficoltà ad essergli amico. Ma che importa?hillary-libya

Il motto della CIA: “Orgogliosamente tentiamo di rovesciare il governo cubano dal 1959
imagesCiaOra cosa? Forse si pensa che gli Stati Uniti siano finalmente cresciuti capendo che possono in realtà condividere l’emisfero col popolo di Cuba, accettando la società cubana senza discuterla come fa col Canada? Il Washington Post (18 febbraio) riferiva: “Nelle ultime settimane, i funzionari dell’amministrazione hanno chiarito che Obama si recherà a Cuba solo se il suo governo fa ulteriori concessioni nei diritti umani, accesso ad internet e liberalizzazione del mercato“. Immaginate se Cuba insistesse sul fatto che gli Stati Uniti facciano “concessioni sui diritti umani”; questo potrebbe significare che gli Stati Uniti s’impegnino a non ripetere roba come questa:
Invadere Cuba nel 1961 con la Baia dei Porci.
Invadere Grenada nel 1983 e uccidere 84 cubani, principalmente operai edili.
Far esplodere un aereo passeggeri cubano nel 1976. (Nel 1983, la città di Miami tenne una giornata in onore di Orlando Bosch, una delle due menti dell’atto terribile, l’altro autore, Luis Posada, è protetto a vita nella stessa città)
Dare agli esuli cubani, per usarlo, il virus della peste suina africana, costringendo il governo cubano a macellarne 500000.
Infettare i tacchini cubani con un virus che produce la fatale malattia di Newcastle, provocandone la morte di 8000.
Nel 1981 un’epidemia di febbre emorragica dengue afflisse l’isola, la prima grande epidemia di DHF mai avutasi in America. Gli Stati Uniti da tempo ne sperimentavano l’utilizzo come arma. Cuba chiese agli Stati Uniti il pesticida per debellare la zanzara responsabile, ma non l’ebbe. Oltre 300000 casi furono segnalati a Cuba con 158 decessi.
Questi sono solo tre esempi della pluridecennale guerra chimica e biologica (CBW) della CIA contro Cuba. (8) Dobbiamo ricordare che il cibo è un diritto umano (anche se gli Stati Uniti l’hanno ripetutamente negato) (9). Il blocco di Washington su beni e denaro per Cuba è ancora forte, un blocco che il consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Clinton, Sandy Berger, nel 1997 definì “le sanzioni più pervasive mai imposte a una nazione nella storia del genere umano”. (10) Tentò di assassinare il Presidente cubano Fidel Castro in numerose occasioni, non solo a Cuba, ma a Panama, Repubblica Dominicana e Venezuela (11). Con un piano dopo l’altro negli ultimi anni, l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (AID) di Washington cercò di provocare il dissenso a Cuba e/o di fomentare la ribellione, con l’obiettivo finale del cambio di regime. Nel 1999 una causa cubana chiese 181,1 miliardi di risarcimento agli Stati Uniti per morte e ferimento di cittadini cubani in quattro decenni di “guerra” di Washington contro Cuba. Cuba chiese 30 milioni in risarcimento diretto per ciascuna delle 3478 persone che dice furono uccise dalle azioni degli Stati Uniti e 15 milioni ciascuno per i 2099 feriti, ha anche chiesto 10 milioni per ciascuna delle persone uccise e 5 milioni per ciascuno dei feriti, per ripagare la società cubana dei costi che ha dovuto subire. Inutile dire che gli Stati Uniti non hanno pagato un centesimo.
Una delle critiche yankee più comuni allo stato dei diritti umani a Cuba era l’arresto di dissidenti (anche se la grande maggioranza fu rapidamente rilasciata). Ma molte migliaia di manifestanti anti-guerra ed altri furono arrestati negli Stati Uniti negli ultimi anni, come in ogni momento della storia statunitense. Durante il movimento Occupy, iniziato nel 2011, più di 7000 persone furono arrestate il primo anno, molte furono picchiate dalla polizia e maltrattate durante la detenzione, i loro gazebo e librerie fatti a pezzi (12); il movimento Occupy continuò fino al 2014; così il dato di 7000 è un eufemismo). Inoltre, va ricordato che con tutte le restrizioni alle libertà civili che vi possano essere a Cuba, rientrano in un contesto particolare: la nazione più potente nella storia del mondo è a sole 90 miglia di distanza ed ha giurato, con veemenza e ripetutamente, di rovesciare il governo cubano. Se gli Stati Uniti erano semplicemente e sinceramente interessati a fare di Cuba una società meno restrittiva, la politica di Washington sarebbe chiara:
– Fermare i lupi, i lupi della CIA, i lupi dell’AID, i lupi ruba-medicine, i lupi ladri di giocatori di baseball.
– Pubblicamente e sinceramente (se i capi statunitensi ricordano ancora cosa significa questa parola) rinunciare ad utilizzare CBW e agli omicidi. E chiedere scusa.
– Cessare l’incessante ipocrita propaganda, sulle elezioni, per esempio. (Sì, è vero che le elezioni cubane non hanno Donald Trump o Hillary Clinton, né dieci miliardi di dollari, e neanche 24 ore di pubblicità, ma non è un motivo per ignorarle?)
– Pagare le compensazioni, molte.
– Sine qua non, la fine del blocco demoniaco.
Per tutto il periodo della rivoluzione cubana, dal 1959 ad oggi, l’America Latina ha assistito a una terribile sfilata di violazioni dei diritti umani, torture sistematiche; legioni di “scomparsi”; squadroni della morte sostenuti dal governo che uccidevano individui prescelti; stragi di contadini, studenti e altri. I peggiori autori di tali atti in quel periodo furono le squadre paramilitari e associate ai militari di El Salvador, Guatemala, Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Perù, Messico, Uruguay, Haiti e Honduras. Tuttavia, neppure i peggiori nemici di Cuba accusano il governo dell’Avana di simili violazioni; e se si considera istruzione e sanità, “entrambi”, ha detto il presidente Bill Clinton, “funzionano meglio (a Cuba) che nella maggior parte degli altri Paesi” (13), garantiti da “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” delle Nazioni Unite e dalla “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, sembrerebbe che in oltre mezzo secolo di rivoluzione, Cuba ha goduto delle migliori condizioni sui diritti umani in tutta l’America Latina. Ma mai abbastanza buono per i capi statunitensi per parlarne in alcun modo; la citazione di Bill Clinton è un’eccezione in effetti. E’ una decisione difficile normalizzare le relazioni con un Paese la cui polizia uccide i propri civili inermi quasi quotidianamente. Ma Cuba deve farlo. Forse può civilizzare un po’ gli statunitensi, o almeno ricordargli che per più di un secolo furono i massimi torturatori al mondo.60f7df315Note
1. “Libia: transizione e politica degli Stati Uniti“, 4 marzo 2016
2. New York Times, 28 febbraio 2016
3. Mark Weisbrot, “La Top Ten dei modi con sui si può dire da che parte il governo degli Stati Uniti si è attivato sul colpo di Stato militare in Honduras“, Common Dreams, 16 dicembre 2009
4. Roger Morris, ex-membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza, Partners in Power (1996), p.415. 5. Per una panoramica completa su Hillary Clinton, vedasi il nuovo libro di Diane Johnstone, Queen of Chaos.
6. National Review, 1 maggio 2007
7. Fortune, 9 luglio 2007
8. Patrick J. Buchanan, “Gli oligarchi uccideranno Trump?“, Creators, 8 marzo 2016
9. William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti. Guida all’unica superpotenza del mondo (2005), capitolo 14
10. Ibid., p.264
11. Casa Bianca, conferenza stampa, 14 novembre 1997, US Newswire
12. Fabian Escalante, Azione esecutiva: 634 modi per uccidere Fidel Castro (2006), Ocean Press (Australia)
13. Huffington Post, 3 maggio 2012
14. Miami Herald, 17 ottobre 1997, p. 22A

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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