George Soros e la distruzione dell’Ucraina

Alex Christoforou, The Duran 20/8/2016

Potere e controllo di George Soros sull’Ucraina di Majdan vanno oltre ogni immaginazione.
poroshenkosorosNotammo in un precedente post quanto sia importante l’Ucraina per George Soros, con documenti di DCLeaks che mostrano Soros e la sua ONG Open Society ungere media e politici greci per imporre i vantaggi del loro colpo di Stato in Ucraina alla società greca filo-russa. Ora altri documenti, una tranche di 2500 di quelli trapelati, mostrano l’immenso potere e controllo che Soros aveva sull’Ucraina immediatamente dopo il golpe di Majdan. Soros e i suoi capi delle ONG organizzarono riunioni dettagliati e con quasi tutti gli attori coinvolti nel colpo di Stato… dall’ambasciatore degli USA Geoffrey Pyatt ai ministri di esteri, giustizia, sanità e istruzione dell’Ucraina. L’unica persona ignorata era Victoria Nuland, anche se sicuramente nelle minute delle riunioni apparirà un giorno. I piani per sovvertire e minare influenza e legami culturali russi con l’Ucraina sono al centro di ogni conversazione. Hard power e soft power di USA e UE sono fondamentali per avvicinare l’Ucraina al modello neo-liberale che Soros spaccia e piegare economicamente la Russia. L’ONG di Soros, International Renaissance Foundation (IRF), svolge un ruolo chiave nella formazione della “Nuova Ucraina”… termine che Soros usa quando parla del suo piano per l’Ucraina. In un documento intitolato “Colazione con l’ambasciatore statunitense Geoffrey Pyatt”, George Soros, (GS), discute del futuro dell’Ucraina con: Geoffrey Pyatt (ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina); David Meale (consigliere economico all’ambasciatore); Lenny Benardo (OSF); Evgenij Bistritskij (direttore esecutivo, IRF); Aleksandr Sushko (consigliere, IRF); Ivan Krastev (presidente del Centro di Studi Liberali); Sabine Freizer (OSF); Deff Barton (direttore USAID Ucraina). L’incontro avvenne il 31 marzo 2014, pochi mesi dopo il colpo di Stato di Majdan, e qualche settimana prima che la guerra civile scoppiasse, quando le forze ucraine attaccarono il Donbas. Nel corso della riunione, l’ambasciatore Pyatt delineava l’obiettivo generale della guerra mediatica contro Putin, a cui GS era più che felice di assistere.
soros-poroshencoAmbasciatore: Il problema a breve termine che va affrontato è diffondere il messaggio del governo attraverso strumenti mediatici professionali, soprattutto in considerazione delle campagne diffamatorie professionali di Putin.
GS: Accordo sul problema delle comunicazioni strategiche, aiutare nelle PR professionali il governo ucraino sarebbe molto utile. Dare la supervisione al Crisis Media Center istituito dall’IRF e necessità di ulteriori interviste a Jatsenjuk da indirizzare direttamente a giornalisti e pubblico attualmente critici sulle sue decisioni”.
Pyatt sosteneva di decentrare il potere nella nuova Ucraina, senza volgersi verso la raccomandazione di Lavrov per un’Ucraina federale. GS osservava che il federalismo permetterebbe alla Russia di controllare le regioni orientali dell’Ucraina, a cui si oppone rigorosamente.
Ambasciatore: Lavrov sostiene la riforma costituzionale e il concetto di federalismo in Russia. Il governo degli USA ha ribadito che non negozierà sulla testa degli ucraini sulla riforma costituzionale e che l’Ucraina deve deciderlo da sola. Osservava che ci sono modelli per la devoluzione che possono essere utilizzati in questo contesto, ma che la questione sarà capire come decentrare senza l’immissione dell’agenda russa.
GS: il piano di federalizzazione avanzata da Putin a Merkel e Obama si tradurrebbe nella Russia che aumenta la propria influenza e il controllo de facto sulle regioni orientali. Osservava che Lavrov ha chiare istruzioni da Putin nel sostenere la federalizzazione.
Ambasciatore: il segretario Kerry sarebbe interessato a sentire direttamente le opinioni di GS sulla situazione, al rientro dal suo viaggio.
SF: Non vi è alcun modello positivo di federalismo nella regione, anche i modelli di decentramento sono scarsi perché il concetto non è molto comune. Le istituzioni necessarie per il decentramento non esistono ancora e devono essere costruite.
YB: L’Ucraina dovrebbe perseguire una politica di decentramento sul modello polacco, e IRF ha finanziato lo sviluppo seguendo questo modello e gli interessati sono ora consulenti del governo sul tema. È anche importante incoraggiare il Consiglio costituzionale creato dal governo ad essere più aperto e coinvolgere esperti indipendenti.
Ambasciatore: la questione delle riforme costituzionali è la questione più urgente per l’Ucraina, vi è la necessità di decentrare per portare la democrazia al livello locale e spezzare la corruzione sistemica che deriva dall’autorità di Kiev sui governi locali.
Ambasciatore: la propaganda russa dice ai residenti di Kharkov e Donbas che il governo in Ucraina occidentale cerca di portargli via risorse e diritti col decentramento, alimentando la linea di Lavrov che il governo ucraino sia disfunzionale e fallimentare per lo Stato unitario, rendendo necessaria la federalizzazione”.
I partecipanti non smettevano di fissarsi su Russia e Putin durante l’incontro. Il piano ucraino sembra più volto a aggredire la Russia che a salvare un Paese sull’orlo del baratro. L’ambasciatore degli Stati Uniti Pyatt cedeva il pieno controllo a GS, e all’improvviso gli chiese, “cosa l’USG dovrebbe fare e ciò che fa“. La risposta di GS è stupefacente, “Obama è troppo morbido con Putin“…
original_bigAmbasciatore: chiesto a GS delle critiche alla politica degli Stati Uniti e cosa pensa l’USG debba fare.
GS: Invierà all’ambasciatore Pyatt copie di corrispondenze ad altri e l’articolo per il New York Review of Books “Obama è troppo morbido con Putin”, e vi è la necessità d’imporre potenti sanzioni intelligenti, osservando la necessità di dividere il lavoro tra Stati Uniti ed Unione europea con gli Stati Uniti nel ruolo di poliziotto cattivo. L’USG dovrebbe imporre sanzioni alla Russia per 90 giorni o fin quando il governo russo riconoscerà i risultati delle elezioni presidenziali. Osservava che era più preoccupato dalla giustizia e dalle purghe.
Ambasciatore: L’USG organizzerà conferenze con gli inglesi a fine aprile sui reati finanziari, riunendo funzionari e rappresentanti della comunità internazionale, dai vertici governativi, per discutere dove su dove sia finito il denaro. Sottolineava le sue preoccupazioni sull’implosione completa del Partito delle Regioni e ne parlerà a IRI e NDI per aiutarli a ricostruire il partito dell’era post-Janukovich”.
L’ambasciatore degli Stati Uniti Pyatt decide di togliere Tymoshenko dalla Nuova Ucraina. È stata utile alla scopo come povera e malata prigioniera politica quando Janukovich era al potere, dicendo che “Tymoshenko è legata solo a cose indegne“…
Ambasciatore: Personalmente la prima necessità dell’Ucraina in questo momento è l’unità nazionale. Ciò non accadrà con Tymoshenko perché vista come ritorno del vecchio regime e personalità assai controversa. Parla della rivoluzione come “rivoluzione della dignità” e Tymoshenko è legata a tutto ciò che c’è d’indegno.
GS: la necessità di purificare dal “peccato originale” tutti gli attuali candidati alla presidenza va sottolineata allo scopo di far avanzare l’Ucraina”.
Vengono discusse le preoccupazioni su Pravij Sektor, come disarmare o integrare la forza utilizzata per istigare le violenze a Maidan. Soros avanza il sospetto che Pravij Sekto sia infiltrato e lavori per l’FSB della Russia.
“GS: crede che il Pravij Sektor sia un complotto dell’FSB e finanziato per destabilizzare l’Ucraina
Ambasciatore: D’accordo che ciò sia almeno in parte vero, ma il problema ora è che Pravij Sektor è organico ed ancora armato. Vi è la necessità che il governo sappia come smobilitarlo e disarmarlo.
GS: Come possiamo difenderci dai tentativi di Putin di destabilizzare le elezioni di maggio?
Ambasciatore: La comunità internazionale deve inviare una marea di osservatori dell’OSCE e di altre istituzioni. L’ambasciata degli Stati Uniti attualmente lavora anche con le agenzie d’intelligence locali per monitorare la situazione e hanno già trovato agenti russi. Osservava che un secondo l’ambasciatore, Cliff Bond, arriverà all’ambasciata per concentrarsi su questioni a lungo termine, come decentramento, purghe, e-governance e lotta alla corruzione e si coordinerà coi finanziatori su tali temi. Obama incaricava l’ambasciata di concentrarsi principalmente sul sostegno economico all’Ucraina, evitando quello militare.
GS: auspica che andando avanti ci sia stretta cooperazione tra ambasciata degli Stati Uniti e IRF”.
PDF completa delle minute George Soros del 2014.
Il verbale della riunione rappresenta un chiaro caso di come George Soros e la sua International Renaissance Foundation (IRF) manipolano l’Ucraina spingendola verso l’autodistruzione. In una riunione dal titolo, “Tavola rotonda con la società civile”, i piani della quinta colonna in Crimea venivano presentati quali soluzioni valide dai partecipanti alla discussione.
Screen-Shot-2016-08-20-at-11.57.54-AMAllo stesso modo vediamo come sia coinvolto Soros nel minare un’Ucraina federale ai massimi livelli, influenzando Merkel e Obama affinché respingessero tali iniziative. Col senno di poi appare chiaro come il sole che l’unico modo che l’Ucraina aveva per sopravvivere al colpo di Stato fosse passare a un modello di governo federale. (George Soros) ha osservato che l’Ucraina è in grave pericolo perché Putin sa che non può permettere alla nuova Ucraina di avere successo. Ribadiva i suoi punti sulle conversazioni di Putin con Merkel e Obama sul federalismo e le sue preoccupazioni sugli sviluppi. Osservava che non aveva informazioni dirette, ancora, su tale problema ed era preoccupato dalle informazioni di seconda mano sulle reazioni di Merkel e Obama. Ma ribadiva la necessità che il governo ucraino rispondesse a voce alta e subito”.

Nuland, Pyatt, Poroshenko, Kerry

Nuland, Pyatt, Poroshenko, Kerry

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perdendo in Siria, Washington bombarda in Libia

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 05/08/2016landsatsirtelocations976Gli attacchi aerei degli Stati Uniti sulla Libia segnano un’importante escalation delle operazioni statunitensi all’estero. Un portavoce del Pentagono ha detto che la campagna aerea continuerà a tempo indeterminato a sostegno del governo di unità dell’ONU a Tripoli contro lo Stato islamico (SIIL). E’ il primo intervento di ‘supporto’ aereo in Libia dal 2011, quando gli aerei della NATO e degli Stati Uniti la bombardarono per sette mesi spodestando il governo di Muammar Gheddafi. La tempistica degli ultimi attacchi aerei degli USA sulla città portuale libica di Sirte sembra significativa. Per quasi due mesi il governo di Tripoli compie incursioni contro le brigate dello SIIL a Sirte. Quindi perché vengono chiesti gli attacchi aerei degli USA in questo preciso frangente? Il dispiegamento della forza aerea degli Stati Uniti in Libia segue di pochi giorni l’offensiva decisiva lanciata dall’Esercito Arabo Siriano e dagli alleati russi sulla città strategica di Aleppo, nel nord della Siria. Mentre gli alleati siriani e russi si muovono sconfiggendo le milizie antigovernative rintanate nella più grande città della Siria, la cui vittoria fa presagire la fine della guerra siriana, la frustrazione di Washington nel contrastare il successo della Russia nella guerra ai gruppi terroristici eterodiretti in Siria è palpabile, soprattutto da quando il Presidente russo Vladimir Putin ha inviato forze russe nel Paese arabo, vecchio alleato di Mosca, quasi dieci mesi fa. La frustrazione statunitense ha raggiunto il punto di ebollizione quando la Russia annunciava unilateralmente che procedeva, insieme alle forze siriane, alla liberazione di Aleppo, seconda città della Siria dopo la capitale Damasco, assediata dai gruppi armati illegali da quasi quattro anni. Per la vicinanza al confine con la Turchia, Aleppo era la rotta fondamentale per terroristi ed armi che alimentano la guerra, una guerra che Washington, alleati della NATO e partner regionali hanno segretamente sponsorizzato con l’obiettivo politico del cambio di regime contro il Presidente Bashar al Assad. Quando il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu annunciava l’apertura dei corridoi umanitari per far fuggire da Aleppo i civili e i terroristi arresisi, il piano è stato ridicolizzato quale “inganno” dal segretario di Stato USA John Kerry. L’ambasciatrice degli USA alle Nazioni Unite Samantha Power descriveva l’offensiva siriano-russa su Aleppo come “agghiacciante”. Tuttavia, il sovrano governo legittimo della Siria ha tutto il diritto di riprendere il controllo di Aleppo, ex-polo commerciale del Paese, sequestrato da vari gruppi terroristici, alcuni designati organizzazioni terroristiche internazionali. Le le aspre parole di Kerry e Power indicano perplessità di Washington per il successo di Mosca in Siria. L’intervento militare della Russia ha contrastato la cospirazione degli Stati Uniti per il cambio di regime. Washington può essersela cavata parzialmente con i piani di cambio di regime in Afghanistan, Iraq, Libia e Ucraina. Ma l’intervento della Russia ha sventato una manovra simile in Siria. Non solo, ma mentre Russia e l’alleato siriano sono vicini alla sconfitta definitiva delle reti dei mercenari antigovernativi di Aleppo, appare terribilmente ovvio che la farsa di Washington sui “ribelli moderati” frammisti ai terroristi venga denunciata. Da mesi Washington ha procrastinato le richieste di Mosca di fornire una demarcazione netta tra i cosiddetti moderati ed estremisti. Washington ha con cura esitato nel fornire alcuna distinzione o separazione. Mentre le forze russe e siriane mettono in un angolo i terroristi ad Aleppo, è evidente che Washington e i media occidentali sono invischiati nelle peggiori menzogne utilizzate negli ultimi cinque anni per giustificare la guerra in Siria. Inoltre, la Russia emerge vincente per come ha perseguito la campagna militare a sostegno del governo siriano. In altre parole, la Russia viene vista combattere realmente la guerra al terrorismo, mentre Washington ed alleati manifestano atteggiamenti mercuriali, se non criminali, nel rapporto con i gruppi terroristici che pretendono di combattere.
_55412434_sirte_detailmap_464 Il capo della diplomazia di Washington John Kerry era in trepidante attesa di chiarimenti da Mosca sull’offensiva ad Aleppo. Dal 1° agosto era chiaro che Mosca non aveva intenzione di assecondare le apprensioni di Washington sul piano offensivo. “Ancora una volta, l’amministrazione Obama sembra essere accecata da Putin, proprio come quando la Russia inviò le proprie forze in Siria a settembre“, dichiarava un editoriale del Washington Post. Nella notte dell’1-2 agosto gli attacchi aerei degli Stati Uniti venivano ordinati sulla Libia. Il disappunto di Washington sulla Siria è aggravata perché, solo poche settimane prima, Kerry volava a Mosca per offrire un “accordo” sulla cooperazione militare tra Stati Uniti e Russia, presumibilmente per combattere le brigate terroristiche in Siria. È apparso che tale accordo fosse solo l’invito alla Russia a far dimettere Assad. Cioè, la Russia doveva accettare l’obiettivo del cambio di regime statunitense. Alla Russia non interessa. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ribadiva la posizione che il futuro della presidenza della Siria riguarda il popolo siriano soltanto, senza interferenze estere. Poi l’offensiva militare intrapresa ad Aleppo dalle forze siriane e russe, senza riguardo per le preoccupazioni di Washington per i suoi “ribelli moderati”/terroristi era l’ulteriore segnale che Mosca persegue propri valutazioni ed obiettivi strategici. Per Washington è un affronto lancinante. L’editoriale del Washington Post citato aveva un titolo irritato: “Basta fidarsi di Putin sulla Siria”. Era l’ultimo di una serie di editoriali che ingiungevano l’amministrazione Obama a “finirla” con Mosca sulla Siria. Uno dei titoli precedenti diceva: “Obama si ritira davanti Putin in Siria, di nuovo“. Nell’amministrazione Obama sembra esserci un forte dissenso sulla politica percepita fallimentare sulla Siria. Il segretario alla Difesa Ashton Carter e il direttore dell’Intelligence nazionale James Clapper si sono opposti al gioco continuo di Obama e Kerry per cercare la cooperazione militare della Russia. In precedenza, 51 diplomatici degli Stati Uniti firmavano una lettera congiunta che invitava l’amministrazione Obama ad intensificare le operazioni militari in Siria contro il governo di Assad. E’ anche chiaro che l’aspirante successore democratico di Obama alla Casa Bianca, Hillary Clinton, sia circondata da collaboratori del Pentagono che spingono per un maggiore intervento in Siria, anche ponendo il grave rischio di scontri con le forze russe. Di fronte alle crescenti critiche per il fallimento in Siria, sembra che gli attacchi aerei degli Stati Uniti sulla Libia siano stati ordinati come sorta di compensazione. Il presidente Obama avrebbe ordinato gli attacchi su consiglio del capo del Pentagono Ashton Carter. Sembra che l’amministrazione Obama cerchi di respingere l’accusa di essere morbida. Inoltre, ordinando gli attacchi aerei contro i jihadisti dello Stato islamico a Sirte, in Libia, si permette a Washington di riprendere la narrazione perduta con la Russia in Siria.
Il successo della Russia in Siria ha seriamente minato l’affermazione di Washington di guidare la guerra al terrorismo. L’ultima resistenza dei gruppi terroristici ad Aleppo, tra cui le milizie sostenute da Washington e alleati, rappresenta la prova incriminante. Quindi, mentre la rete si stringe su Aleppo in Siria, la mano di Washington è costretta a scatenarsi in Libia per cercare di dare lustro alla pretesa appannata di combattere il terrorismo islamista. In realtà, tuttavia, una rete più grande sembra serrarsi su Washington. L’opinione pubblica mondiale sa sempre meglio che il terrorismo è strettamente legato a Washington, ovunque intervenga. Il terrorismo generato in Afghanistan e Iraq occupati dagli Stati Uniti, è stato innestato in Libia durante i bombardamenti della NATO nell’operazione di cambio di regime del 2011 che, a sua volta, ha contaminato la Siria nell’altra campagna di cambio di regime di Obama e della sua segretaria di Stato Hillary Clinton. Per Obama tornare in Libia con nuovi attacchi aerei è un fallimento della politica criminale in Siria, dovuto dall’intervento di principio della Russia e radicato nella degenerazione statunitense che il resto del mondo può vedere.ef9060aa52345915bb6cda55a293ac37-kfZE--835x437@IlSole24Ore-WebLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Email di Hillary, dinari d’oro e Primavera araba

F. William Engdahl, New Eastern Outlook 17 marzo 2016

Sepolto tra decine di migliaia di pagine e-mail segrete dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton, ora rese pubbliche dal governo degli Stati Uniti, c’è un devastante scambio di e-mail tra Clinton e il suo confidente Sid Blumenthal su Gheddafi e l’intervento degli Stati Uniti coordinato nel 2011 per rovesciare il governante libico. Si tratta dell’oro quale futura minaccia esistenziale al dollaro come valuta di riserva mondiale. Si trattava dei piani di Gheddafi per il dinaro-oro per l’Africa e il mondo arabo.golddinar6Due paragrafi in una e-mail di recente declassificate dal server privato illegalmente utilizzato dall’allora segretaria di Stato Hillary Clinton durante la guerra orchestrata dagli Stati Uniti per distruggere la Libia di Gheddafi nel 2011, rivelano l’ordine del giorno strettamente segreto della guerra di Obama contro Gheddafi, cinicamente chiamata “Responsabilità di proteggere”. Barack Obama, presidente indeciso e debole, delegò tutte le responsabilità presidenziali della guerra in Libia alla segretaria di Stato Hillary Clinton, prima sostenitrice del “cambio di regime” arabo utilizzando in segreto i Fratelli musulmani ed invocando il nuovo bizzarro principio della “responsabilità di proteggere” (R2P) per giustificare la guerra libica, divenuta rapidamente una guerra della NATO. Con l’R2P, concetto sciocco promosso dalle reti dell’Open Society Foundations di George Soros, Clinton affermava, senza alcuna prova, che Gheddafi bombardasse i civili libici a Bengasi. Secondo il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Obama, fu Hillary Clinton, sostenuta da Samantha Power, collaboratrice di primo piano al Consiglio di Sicurezza Nazionale e oggi ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e Susan Rice, allora ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e ora consigliere per la Sicurezza Nazionale, che spinse Obama all’azione militare contro la Libia di Gheddafi. Clinton, affiancata da Powers e Rice, era così potente che riuscì a prevalere sul segretario alla Difesa Robert Gates, Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, e John Brennan, capo antiterrorismo di Obama ed oggi capo della CIA. La segretaria di Stato Clinton guidò la cospirazione per scatenare ciò che venne soprannominata “primavera araba”, l’ondata di cambi di regime finanziati dagli USA nel Medio Oriente arabo, nell’ambito del progetto del Grande Medio Oriente presentato nel 2003 dall’amministrazione Bush dopo l’occupazione dell’Iraq. I primi tre Paesi colpiti dalla “primavera araba” degli USA nel 2011, in cui Washington usò le sue ONG per i “diritti umani” come Freedom House e National Endowment for Democracy, in combutta come al solito con le Open Society Foundations dello speculatore miliardario George Soros, insieme al dipartimento di Stato degli Stati Uniti e ad agenti della CIA, furono la Tunisia di Ben Ali, l’Egitto di Mubaraq e la Libia di Gheddafi. Ora tempi e obiettivi di Washington della destabilizzazione via “primavera araba” del 2011 di certi Stati in Medio Oriente assumono nuova luce in relazione alle email declassificate sulla Libia di Clinton con il suo “consulente” e amico Sid Blumenthal. Blumenthal è l’untuoso avvocato che difese l’allora presidente Bill Clinton nello scandalo sessuale di Monika Lewinsky quando era Presidente e affrontava l’impeachment.

Il dinaro d’oro di Gheddafi
Per molti rimane un mistero perché Washington abbia deciso che Gheddafi dovesse essere ucciso, e non solo esiliato come Mubaraq. Clinton, quando fu informata del brutale assassinio di Gheddafi da parte dei terroristi di al-Qaida dell'”opposizione democratica” finanziata dagli USA, pronunciò alla CBS News una perversa parafrasi di Giulio Cesare, “Siamo venuti, l’abbiamo visto, è morto” con una fragorosa risata macabra. Poco si sa in occidente di ciò che Muammar Gheddafi fece in Libia o anche in Africa e nel mondo arabo. Ora, la divulgazione di altre e-mail di Hillary Clinton da segretaria di Stato, al momento della guerra di Obama a Gheddafi, getta nuova drammatica luce. Non fu una decisione personale di Hillary Clinton eliminare Gheddafi e distruggerne lo Stato. La decisione, è ormai chiaro, proveniva da ambienti molto potenti dell’oligarchia monetaria degli Stati Uniti. Era un altro strumento a Washington del mandato politico di tali oligarchi. L’intervento era distruggere i piani ben definiti di Gheddafi per creare una moneta africana e araba basata sull’oro per sostituire il dollaro nei traffici di petrolio. Da quando il dollaro USA ha abbandonato il cambio in oro nel 1971, il dollaro rispetto all’oro ha perso drammaticamente valore. Gli Stati petroliferi dell’OPEC hanno a lungo contestato il potere d’acquisto evanescente delle loro vendite di petrolio, che dal 1970 Washington impone esclusivamente in dollari, mentre l’inflazione del dollaro arrivava ad oltre il 2000% nel 2001. In una recentemente declassificata email di Sid Blumenthal alla segretaria di Stato Hillary Clinton, del 2 aprile 2011, Blumenthal rivela la ragione per cui Gheddafi andava eliminato. Utilizzando il pretesto citato da una non identificata “alta fonte”, Blumenthal scrive a Clinton, “Secondo le informazioni sensibili disponibili a questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento… l’oro fu accumulato prima della ribellione ed era destinato a creare una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano era volto a fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)“. Tale aspetto francese era solo la punta dell’iceberg del dinaro d’oro di Gheddafi.

Dinaro d’oro e molto altro ancora
cadafi Nel primo decennio di questo secolo, i Paesi OPEC del Golfo persico, tra cui Arabia Saudita, Qatar e altri, iniziarono seriamente a deviare una parte significativa dei ricavi delle vendite di petrolio e gas sui fondi sovrani, basandosi sul successo dei fondi petroliferi norvegesi. Il crescente malcontento verso la guerra al terrorismo degli Stati Uniti, con le guerre in Iraq e Afghanistan e la loro politica in Medio Oriente dal settembre 2001, portò la maggior parte degli Stati arabi dell’OPEC a deviare una quota crescente delle entrate petrolifere su fondi controllati dallo Stato, piuttosto che fidarsi delle dita appiccicose dei banchieri di New York e Londra, come era solito dagli anni ’70, quando i prezzi del petrolio schizzarono alle stelle creando ciò che Henry Kissinger affettuosamente chiamò “petrodollaro” per sostituire il dollaro-oro che Washington mollò il 15 agosto 1971. L’attuale guerra tra sunniti e sciiti o lo scontro di civiltà sono infatti il risultato delle manipolazioni degli Stati Uniti nella regione dal 2003, il “divide et impera”. Nel 2008 la prospettiva del controllo sovrano in un numero crescente di Stati petroliferi africani ed arabi dei loro proventi su petrolio e gas causava gravi preoccupazioni a Wall Street e alla City di Londra. Un’enorme liquidità, migliaia di miliardi, che potenzialmente non potevano più controllare. La primavera araba, in retrospettiva, appare sempre più sembra legata agli sforzi di Washington e Wall Street per controllare non solo gli enormi flussi di petrolio dal Medio Oriente arabo, ma ugualmente lo scopo era controllarne il denaro, migliaia di miliardi di dollari che si accumulavano nei nuovi fondi sovrani. Tuttavia, come confermato dall’ultimo scambio di email Clinton-Blumenthal del 2 aprile 2011, dal mondo petrolifero africano e arabo emergeva una nuova minaccia per gli “dei del denaro” di Wall Street e City di Londra. La Libia di Gheddafi, la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubaraq stavano per lanciare la moneta islamica indipendente dal dollaro USA e basata sull’oro. Mi fu detto di questo piano nei primi mesi del 2012, in una conferenza finanziaria e geopolitica svizzera, da un algerino che sapeva del progetto. La documentazione era scarsa al momento e la storia mi passò di mente. Ora un quadro molto più interessante emerge indicando la ferocia della primavera araba di Washington e l’urgenza del caso della Libia.

‘Stati Uniti d’Africa’
Nel 2009 Gheddafi, allora Presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il “dinaro d’oro”. Nei mesi precedenti la decisione degli Stati Uniti, col sostegno inglese e francese, di aver una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver la foglia di fico del diritto alla NATO di distruggere il regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi organizzò la creazione del dinaro-oro che sarebbe stato utilizzato dagli Stati africani petroliferi e dai Paesi arabi dell’OPEC per vendere petrolio sul mercato mondiale. Al momento Wall Street e City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, e la sfida al dollaro quale valuta di riserva l’avrebbe aggravata. Sarebbe stata la campana a morto per l’egemonia finanziaria statunitense e il sistema del dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vaste inesplorate ricchezze in minerali ed oro, volutamente mantenuto per secoli sottosviluppato o preda di guerre per impedirne lo sviluppo. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale negli ultimi decenni furono gli strumenti di Washington per sopprimere un vero sviluppo africano. Gheddafi invitò i Paesi produttori di petrolio africani dell’Unione africana e musulmani ad entrare nell’alleanza che avrebbe fatto del dinaro d’oro la loro valuta. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse a Stati Uniti e resto del mondo solo in dinari d’oro. In qualità di Presidente dell’Unione africana, nel 2009 Gheddafi presentò all’Unione Africana la proposta di usare il dinaro libico e il dirham d’argento come unico denaro con cui il resto del mondo poteva comprare il petrolio africano. Insieme ai fondi sovrani arabi dell’OPEC, le altre nazioni petrolifere africane, in particolare Angola e Nigeria, creavano i propri fondi nazionali petroliferi quando nel 2011 la NATO bombardava la Libia. Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbe realizzato il vecchio dell’Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, franco francese, euro o dollaro statunitense. Gheddafi attuava, come capo dell’Unione africana, al momento dell’assassinio, il piano per unificare gli Stati sovrani dell’Africa con una moneta d’oro negli Stati Uniti d’Africa. Nel 2004, il Parlamento panafricano di 53 nazioni aveva piani per la Comunità economica africana, con una moneta d’oro unica entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio progettavano l’abbandono del petrodollaro e di chiedere pagamenti in oro per petrolio e gas; erano Egitto, Sudan, Sud Sudan, Guinea Equatoriale, Congo, Repubblica democratica del Congo, Tunisia, Gabon, Sud Africa, Uganda, Ciad, Suriname, Camerun, Mauritania, Marocco, Zambia, Somalia, Ghana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Costa d’Avorio, oltre allo Yemen che aveva appena scoperto nuovi significativi giacimenti di petrolio. I quattro Stati africani nell’OPEC, Algeria, Angola, Nigeria, gigantesco produttore di petrolio e primo produttore di gas naturale in Africa dagli enormi giacimenti di gas, e la Libia dalle maggiori riserve, avrebbero aderito al nuovo sistema del dinaro d’oro. Non c’è da stupirsi che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che da Washington ricevette il proscenio della guerra contro Gheddafi, arrivò a definire la Libia una “minaccia” alla sicurezza finanziaria del mondo .

I “ribelli” di Hillary creano una banca centrale
liarsliars_large Una delle caratteristiche più bizzarre della guerra di Hillary Clinton per distruggere Gheddafi fu che i “ribelli” filo-USA di Bengasi, nella parte petrolifera della Libia, nel pieno della guerra, ben prima che fosse del tutto chiaro che avrebbero rovesciato il regime di Gheddafi, dichiararono di aver creato una banca centrale di tipo occidentale “in esilio”. Nelle prime settimane della ribellione, i capi dichiararono di aver creato una banca centrale per sostituire l’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a creare la propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio rubato, annunciò: “la nomina della Banca Centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia, e la nomina del governatore della Banca centrale della Libia, con sede provvisoria a Bengasi“. Commentando la strana decisione, prima che l’esito della battaglia fosse anche deciso, di creare una banca centrale per sostituire la banca nazionale sovrana di Gheddafi che emetteva dinari d’oro, Robert Wenzel del Economic Policy Journal, osservò, “non ho mai sentito parlare di una banca centrale creata poche settimane dopo una rivolta popolare. Ciò suggerisce che c’è qualcos’altro che non una banda di straccioni ribelli e che ci sono certe piuttosto sofisticate influenze“. È chiaro ora, alla luce dei messaggi di posta elettronica Clinton-Blumenthal, che tali “influenze abbastanza sofisticate” erano legate a Wall Street e City di Londra. La persona inviata da Washington a guidare i ribelli nel marzo 2011, Qalifa Haftar, aveva trascorso i precedenti venti anni in Virginia, non lontano dal quartier generale della CIA, dopo aver lasciato la Libia quando era uno dei principali comandante militari di Gheddafi. Il rischio per il futuro del dollaro come valuta di riserva mondiale, se Gheddafi avesse potuto procedere insieme a Egitto, Tunisia e altri Stati arabi di OPEC e Unione Africana, introducendo le vendite di petrolio in oro e non dollari, sarebbe stato chiaramente l’equivalente finanziario di uno tsunami.

La Nuova Via della Seta d’oro
Il sogno di Gheddafi di un sistema basato sull’oro arabo e africano indipendente dal dollaro, purtroppo è morto con lui. La Libia, dopo la cinica “responsabilità di proteggere” di Hillary Clinton che ha distrutto il Paese, oggi è lacerata da guerre tribali, caos economico, terroristi di al-Qaida e SIIL. La sovranità monetaria detenuta dal 100% dalle agenzie monetarie nazionali statali di Gheddafi e la loro emissione di dinari d’oro, è finita sostituita da una banca centrale “indipendente” legata al dollaro. Nonostante ciò, va notato che ora un nuovo gruppo di nazioni si unisce per costruire un sistema monetario basato sull’oro. Questo è il gruppo guidato da Russia e Cina, terzo e primo Paesi produttori di oro nel mondo. Questo gruppo è legato alla costruzione del grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Nuova Via della Seta della Cina, comprendente 16 miliardi di fondi in oro per lo sviluppo della Cina, decisa a sostituire City di Londra e New York come centri del commercio mondiale dell’oro. L’emergente sistema d’oro eurasiatico pone ora una serie completamente nuova di sfide all’egemonia finanziaria statunitense. Questa sfida eurasiatica, riuscendo o fallendo, deciderà se la nostra civiltà potrà sopravvivere e prosperare in condizioni completamente diverse, o affondare con il fallimentare sistema del dollaro.399935F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gladio nucleare: i nazisti e gli USA, ieri e oggi

Luciana Bohne, Counterpunch, 8/8/2014

Inerenti ai tentativi formulati degli USA negli anni ’40 di dominare un impero mondiale vi erano due requisiti: primo, una diffusa campagna di propaganda per fare apparire l’impero benevolo e necessario, in sostanza democratico ed intrinsecamente “americano”, quindi incontestabile in un dibattito legittimo. Qui i media statunitensi operano per legittimare il sistema imperiale e ostacolarne la comprensione popolare ogni volta. In secondo luogo, vi è il bastone che accompagna la carota della propaganda, la pesante dipendenza dall’intervento segreto nelle periferie e sorveglianza ed oppressione interne.
– John Bellamy Foster e Robert McChesney12003211_753008364804965_2662570242554091957_nPreambolo
Presumo, per scherzo, che almeno una piccola parte del blackout mediatico sulla brutale ricetta “antiterroristica” contro i civili nel sud-est dell’Ucraina (Novorossija) sia il risultato della qualità decisamente poco attraente della coorte fascista che partecipa alla campagna della junta di Kiev. I miliziani dell’esercito paramilitare di Svoboda e Settore destro (la cosiddetta Guardia nazionale della junta di Kiev, formata da un esercito di volontari dopo il colpo di Stato) sembrano delle macchiette sottoproletarie. Inoltre, c’è una sorta di pasticcio postmoderno tra nazisti originari e loro culto, e fan club virtuali di Stepan Bandera, il macellaio della Galizia che notoriamente collaborò con le forze dell’Asse nello sterminio di ebrei, ucraini, polacchi e altri indesiderabili in Oriente. Ideologicamente sembrano irreali, come se fossero appena spuntati dalla fossa scavata da una bomba nella storia, non del tutto riempita nel dopoguerra, mentre assurdamente invocano “Gloria all’Ucraina”. Uno sguardo a foto e video delle parate fasciste, coi loro oscuri e torvi volti dal cipiglio ottuso del bullo, le teste rasate stile kapo e mise borchiate e pacchiane farcite di rigoroso nero da fascista, fanno pensare frettolosamente a fannulloni arruolati come comparse per un poco plausibile B-movie su un’improbabile guerra tra skinhaad in un liceo degli Stati Uniti. Nonostante le ovvie fantasie, non sono guerrieri ariani diretti al Valhalla. Quindi, se non possono essere spacciati come cavalieri dalla splendente armatura democratica americana o da esemplari di militari superiori, per quale motivo tali retrogradi sono stati reclutati per guidare la crociata “pro-democrazia” filo-occidentale nella Majdan di Kiev e relative conseguenze? Non per imporre il loro rozzo culto della personalità fascista nel “cuore” dell’Europa, questo è sicuro. La NATO, insieme alla servile burocrazia finanziaria dell’UE di Bruxelles, già occuprebbe l’Europa fino al confine con la Russia, se la scommessa ucraina ha successo. Allo stato attuale, nulla minaccia tale occupazione. Pertanto, tramare per imporre il fascismo in Europa sarebbe eccessivamente inutile. Piuttosto, sono stati reclutati come strumenti della destabilizzazione, del cambio di regime ed eventuali operazioni “antiterrorismo” per mantenere al potere a Kiev la junta sostenuta dagli Stati Uniti; solo un passo verso l’obiettivo maggiore: un cambio di regime in Russia. Svoboda e Settore destro hanno raccolto solo il 2% dei voti nelle elezioni ucraine di maggio (2014). Non sembra, quindi, che tali due partiti fascisti godano di ampio sostegno popolare. Settore destro, ultranazionalista e suprematista, apparve nelle agitazioni di Majdan. Svoboda è un partito anticomunista, russofobo e filo-UE, formatosi subito dopo il 1990 riunendo membri cattolici e ortodossi e chiedendo la liberazione dell’Ucraina dalle catene della “mafia ebraico-moscovita”. Tra le numerose pose troglodite, la celebrazione nel 2010 dell’ucraino naturalizzato statunitense e criminale di guerra John Demjanjuk, quale “eroe della lotta per la verità”, prese il posto d’onore. Dopo un processo giudiziario lungo e clamoroso, Demjanjuk fu espulso dagli Stati Uniti in Germania, essendo stato condannato per la morte di 30000 detenuti nel campo di sterminio nazista di Sobibor. Tra piccoli imbarazzi, Svoboda aveva addirittura fondato un think-tank dal titolo accattivante “The Joseph Goebbels Political Research Center“. Nel febbraio 2014, al culmine delle follie “pro-democrazia” di Majdan, ardenti turisti “rivoluzionario-democratici” si recarono a Kiev per onorare i capi fascistoidi di tale tossico prodotto occidentale, figuri come il senatore John McCain, l’arcivescovo di New York, cardinale Dolan, celebri “filosofi” come Slavoj Zizek e Bernard Henri-Levy, star del cinema internazionale, l’onnipresente George Clooney, tra gli altri.
Mettendo nel contesto della politica estera degli Stati Uniti del rollback del comunismo dal 1945, rovesciamento e la sostituzione del legittimo governo di Janukovich, come previsto, con il colpo di Stato inscenato, sostenuto e mantenuto dagli USA, risalta la politica della guerra occulta, ovvero la “guerra politica” da manuale che i nazisti perfezionarono combinando propaganda, sabotaggi e creazione di “eserciti segreti” per le “operazioni di contro-insurrezione” (in pratica controllo della popolazione col terrore). Ciò ebbe un’anteprima nel 1953, col colpo di Stato orchestrato dalla CIA in Iran (dopo aver provato alcune delle tecniche di destabilizzazione nella campagna elettorale del 1948 in Italia, dove la vittoria comunista fu minacciata e di fatto vanificata da tali tecniche). Dura da settanta anni sulla scena mondiale. Dal 1989, fu adattata, assente il presunto pericolo comunista, allo sforzo per costringere il mondo a servire gli interessi economici.
22309161Un piano del classico periodo di animosità anticomunista statunitense che, per fortuna, non andò come previsto, va menzionato. Alla fine degli anni 40, maturò un piano così super segreto che non sembra avere avuto un nome in codice. Declassificata negli anni ’80, una dichiarazione del 1949 dei Capi di Stato Maggiore al presidente Harry Truman rivela aspetti di tale piano, che integrava armi convenzionali e nucleari con operazioni di “contro-insurrezione”. Esercito ed aviazione, CIA e altre agenzie d’intelligence degli Stati Uniti proposero una strategia in tre fasi per eliminare l’Unione Sovietica, aprendo la guerra con l’opzione desiderata: 1) montare una campagna di propaganda e disinformazione ed operazioni false flag per provocare lo scontro con l’Unione Sovietica, in cui gli Stati Uniti sarebbero apparsi agire per autodifesa o in difesa di un dato gruppo dei popoli sovietici oppressi; 2) lo svolgimento della campagna militare per trenta giorni durante cui 70 bombe atomiche sarebbero state sganciate su determinati obiettivi in Unione Sovietica da aerei a lungo raggio, per distruggere il 40% della capacità industriale sovietica, compresa quella cruciale del petrolio; 3) il lancio di operazioni di “contro-insurrezione” post-nucleari in territori radioattivi per evitare che l’Armata Rossa reagisse e il sistema politico sovietico riemergesse. Quest’ultima fase doveva essere affidata agli “eserciti segreti”, gruppi di emigrati europei orientali e russi, ereditati dai tedeschi. In altre parole, eserciti di nazi-collaboratori. I “bastardi” del mio titolo. (Ho tratto gran parte delle informazioni dal libro di Christopher Simpson, Blowback). Se il lettore ora intravede una notevole somiglianza tra la proposta dei JCS del 1949 e la postura aggressiva di oggi nei confronti della Russia (compreso l’uso di truppe d’assalto fasciste in Ucraina), l’effetto è intenzionale. Come nel 1949, a giudicare dalle continue provocazioni, i pianificatori di oggi sembrano pensare di poter vincere una guerra contro la Russia. Molto preferito sarebbe un “cambio di regime” ma, in mancanza di ciò, una breve rapida guerra nucleare tattica potrebbe neutralizzare un Paese la cui leadership sembra essere decisa a perseguire lo sviluppo economico indipendente. Va sottolineato, quindi, che gli Stati Uniti non sembrano seguire una campagna per ristabilire ideologicamente il fascismo in Europa, ma molto preoccupata per l’Europa, come dice Victoria Nuland così pittoresca nei tristi scambi intercettati con l’ambasciatore Pyatt: “Fottere l’UE” così a lungo, naturalmente, da rimanere sottomessa e coordinata agli interessi degli Stati Uniti. Invece di re-introdurre il vecchio fascismo in Europa, gli Stati Uniti reclutano, addestrano e schierano eserciti paramilitari neo-nazisti quali strumenti per reprimere col terrore la prevedibile ribellione nel Donbas. (Mentre scrivo, oggi, 50 missili balistici, in grado di trasportare testate nucleari, sono stati lanciati sul Donbas).
Vantaggi propagandistici degli Stati Uniti in tale reclutamento sono distrazione, disorientamento e puro terrore al di fuori dei media ufficiali, che la presenza di dichiarati ammiratori di Hitler provoca tra il pubblico qui e in Europa. Mentre ci concentriamo sulla presunta rinascita del militarismo nazistoide in Europa, non si bada ai suoi sottili curatori, gli imperialisti di Washington. L’amministrazione Putin ha giustamente mobilitato la memoria storica russo-ucraina in repulsione a tale scandaloso reclutamento, attingendo alla memoria dell’orrore del nazismo in Oriente, coll’epico bilancio di 26 milioni di morti per la causa della sconfitta dei nazisti. Gli storici hanno notato, e i cittadini ex-sovietici certamente ricordano, che il massacro sistematico in Oriente, anche con carestie, non ha paralleli nella storia del mondo. Comprensibilmente, gli ucraini del Donbas e la Russia approvano la campagna “antifascista” di Mosca denunciando Kiev e indirettamente, diplomaticamente, gli Stati Uniti. Niente di tutto questo si propone di ridurre al minimo la criminalità dei razzisti assassini sostenuti dagli Stati Uniti. E’ proprio a causa della loro volontà di commettere atrocità che sono stati reclutati e addestrati. Non c’è nulla di nuovo in tale pratica.

Kennedy e Eisenhower

Kennedy e Eisenhower

Gli Stati Uniti e l’arruolamento dei “bastardi”
La storia risale alla fondazione negli Stati Uniti, dopo il 1945, del complesso di sicurezza nazionale per la propaganda e la guerra politica per respingere il comunismo in Europa orientale e URSS. Tale storia è raccontata da Christopher Simpson in Blowback: Il reclutamento negli USA dei nazisti e suo effetto sulla guerra fredda (1988). Il libro di Simpson è stato ripubblicato il 6 giugno (2014) da Open Road Media nella serie “Forbidden Bookshelf”, curata dallo studioso dei media Mark Crispin Miller, che scelse cinque libri per inaugurare la serie. Tra i cinque vi era quello di Douglas Valentine, Il Programma Phoenix, sulle operazioni contro-insurrezionali segrete della CIA in Vietnam (1968-1972). Phoenix è indicato da CounterPunch come uno dei 100 migliori saggi di sempre. Insieme, questi due libri dicono tutto ciò che si deve sapere su come il governo degli Stati Uniti abbia agito da Stato canaglia del nostro tempo, calpestando il diritto internazionale, armando e addestrando gruppi terroristici reazionari, privatizzando le operazioni militari, fomentando i cambi di regime con la guerra psicologica, spiando tutto il pianeta ed agendo in generale come se il mondo finisse se gli Stati Uniti non lo dominassero. La politica estera di oggi ideologicamente assolutista/manichea “o sei con gli Stati Uniti o siete con i terroristi”, è la continuazione dell’assolutismo formatosi nei primi anni del dopoguerra: “o sei con noi o con i rossi”. Il reclutamento di jihadisti (iniziato in Afghanistan) negli anni ’70, e in seguito ed ora dei neo-nazisti in Ucraina, per minare dei regimi, riflette la prassi dei servizi d’intelligence che alla fine della seconda guerra mondiale reclutarono nazisti, la maggior parte grandi criminali di guerra. Scrivendo negli anni ’80, Simpson suggerisce che tale reclutamento causò un “ritorno di fiamma”, nel senso di vendetta nella tesi di Chalmers Johnson nel suo libro dallo stesso titolo. La tesi di Simpson è molto più penetrante, suggerendo che la collaborazione Stati Uniti/nazisti, tra le altre cose, danneggiò le prospettive di pace nel mondo.
AVT_Gehlen-Reinhard_9246A tale riguardo, è istruttivo il caso di Reinhard Gehlen, alto ufficiale dei servizi segreti militari di Hitler sul fronte orientale. Gehlen era riuscito a raccogliere massicce informazioni su capacità militare, struttura ed organizzazione dei servizi segreti dell’URSS, strategie dell’alto comando sovietico. Un tesoro di informazioni che Gehlen iniziò a pensare almeno dall’autunno 1944 di consegnare agli alleati in cambio di protezione contro le accuse per crimini di guerra. Gehlen ricevette l’informazione a scapito della vita di 4 milioni di prigionieri di guerra sovietici. Simpson scrive: “Gehlen ottenne gran parte delle sue informazioni dalle peggiori atrocità della guerra: torture, interrogatori e omicidio per fame di circa 4 milioni di prigionieri di guerra sovietici“. Allettati dall’ambita scorta di informazioni sull’URSS (i documenti segreti degli Stati Uniti in materia erano praticamente vuoti), le autorità statunitensi non fecero domande a Gehlen. “E’ dalla nostra parte e questo è tutto ciò che conta“, disse il direttore della CIA Allen Dulles. Gehlen divenne un agente a contratto della CIA, e relativo alla creazione dell’organizzazione Gehlen vicino a Monaco di Baviera con ampi fondi forniti da OSS/CIA per continuare a spiare l’Unione Sovietica e i suoi satelliti in Europa orientale. Anche se aveva promesso di non assumere agenti tra i criminali internazionali di SS, SD e Gestapo perseguiti per crimini contro l’umanità, di guerra e contro la pace, fece proprio questo, così i suoi mandanti chiusero un occhio. Secondo Simpson assunse, per esempio, “l’Ostuf Hans Sommer (che aveva incendiato sette sinagoghe a Parigi nell’ottobre 1941); l’SS Standartenführer Willi Krichbaum (dirigente della Gestapo in Europa sud-orientale); e l’SS Sturmbannführer Fritz Schmidt (capo della Gestapo a Kiel, Germania)… Durante il primo decennio del dopoguerra, gli USA spesero almeno 250 milioni e impiegarono 4000 persone a tempo pieno per far risorgere l’organizzazione di Gehlen dalle macerie della guerra“. E il premio fu la prima decisiva salva della guerra fredda basata sulle informazioni fuorvianti di Gehlen sulla forza dell’Armata Rossa e la sua presunta volontà d’invadere l’Europa occidentale. Anche se, come nota Simpson, “a metà del 1946, l’intelligence militare degli USA riferì correttamente che l’Armata Rossa… non era pronta, era sovraesposta e stanca della guerra“, ma Gehlen insisteva sul fatto che l’Armata Rossa (che, infatti, era impegnata a strappare un terzo del sistema ferroviario tedesco per rimontarlo in Unione Sovietica) aveva 500 divisioni pronte per la blietzkrieg sull’Europa occidentale. Come accadde, l’allarmismo di Gehlen fu prontamente approvato e forse anche guidato dai pianificatori che si struggevano per avere un grosso budget per la difesa (che triplicò nel 1952 come risultato della falsa “minaccia” sovietica) e un economia di guerra permanente. Come John Bellamy Foster e Robert McChesney notano nell’importante numero di luglio (2014) del Monthly Review dedicato allo Stato di sorveglianza, l’ansia per il ritorno della Grande Depressione degli anni ’30, dopo la guerra, spinse i pianificatori statunitensi a chiedere il mantenimento di un’economia da guerra permanente con il keynesismo bellico. Già nel 1946 il generale Dwight D. Eisenhower scrisse, “E’ nostro dovere sostenere ampi programmi di ricerca nell’istruzione, nell’industria e in qualunque campo che sia importante per l’esercito. La stretta integrazione delle risorse militari e civili non potrà beneficiare solo direttamente l’esercito, ma indirettamente la sicurezza della nazione”. Chiese “la massima integrazione delle risorse civili e militari e di assicurare la direzione unitaria più efficace nelle nostre attività di ricerca e sviluppo“, un’integrazione che, disse, si era già “consolidata in una sezione distinta ai vertici del dipartimento della Guerra“.
Al dipartimento di Stato, nel frattempo, George F. Kennan, esperto di affari sovietici e a capo del Comitato di programmazione politica, si oppose alla guerra totale contro l’Unione Sovietica, articolando la sua “dottrina del contenimento”. Come nota Simpson in Blowback, per Kennan gli obiettivi erano due:
a) ridurre potere ed influenza di Mosca
b) cambiare fondamentalmente teoria e pratica delle relazioni internazionali osservate nel governo in Russia
050318_kennan_vlrg_330a.grid-4x2 L’adozione di tali concetti a Mosca (tuttavia) sarebbe equivalso a dire che il nostro obiettivo era rovesciare il potere sovietico. Procedendo da quel punto, si potrebbe sostenere che ciò a sua volta fosse un obiettivo irrealizzabile mediante la guerra, ammettendo quindi che il nostro obiettivo verso l’Unione Sovietica era un’eventuale guerra e il rovesciamento violento del potere sovietico. Per scongiurare tale (troppo chiara) comprensione delle intenzioni di Washington da parte di Mosca, Kennan propose qualcosa che oggi conosciamo come “cambio di regime”, la destabilizzazione interna dell’Unione Sovietica occultamente architettata incoraggiando spaccature, divisioni e crisi, in particolare nei Paesi satelliti. La cosiddetta guerra fredda, di conseguenza, si trasformò in quattro decenni di guerra segreta per il “cambio di regime” in Unione Sovietica. Tale obiettivo richiese le arti sovversive di un ramo specializzato dell’intelligence, con il compito di raccogliere e analizzare altre informazioni, venendo avvolti e protetti dal necessario Stato di sicurezza nazionale. Ancora negli anni ’40, la Gran Bretagna seppe dall’amministrazione Roosevelt che gli Stati Uniti avevano formato un’organizzazione d’intelligence (l’FBI si limitava a sorveglianza interna). Sotto tutela inglese, nacque l’OSS, progenitore della CIA. Alla fine della guerra lo Stato di sicurezza nazionale, così come la conosciamo oggi, iniziò a prendere forma. Nel 1946 l’appello di Eisenhower per un’economia militare coordinata e la dottrina di contenimento nel 1947 si combinarono per produrre il National Security Act che autorizzò il Consiglio di Sicurezza Nazionale e la CIA e guidò la formazione nel 1952 della National Security Agency (NSA) di Kennan, l’organizzazione ombrello responsabile della supervisione di tutte le agenzie d’intelligence militari e civili statunitensi. Le attività della NSA furono avvolte nel mistero perché, naturalmente, violavano la Costituzione. L’entità di tali violazioni, tra cui omicidi mirati di leader nel mondo, non fu comunicata che trent’anni dopo, quando la “comunità” d’intelligence finì indagata dal Congresso negli anni ’70, dopo lo scandalo Watergate.

Frank Wisner

Frank Wisner

Una sorta di “bastardi”: l’esercito di Vlasov e l’OUN/UPA
efimNel cruciale triennio dopo il 1945, tuttavia, il coordinamento della NSA dei servizi per organizzare il rollback del comunismo in Europa, non esisteva. Il dipartimento di Stato, quindi, avviò la stagione delle attività sovversive con l’Operation Bloodstone. Il padrino di Bloodstone fu George Kennan, con Frank Wisner, pubblicitario divenuto leggendario agente dell’OSS nella Seconda Guerra Mondiale, in qualità di lobbista presso le istituzioni. Come scrive Christopher Simpson in Blowback, “Il dipartimento di Stato iniziò il primo noto grande sforzo di reclutamento clandestino di emigrati sovietici… l’Operation Bloodstone divenne uno dei più importanti piani segreti del dipartimento dal 1948 al 1950, quando fu sostituito da programmi simili sponsorizzati direttamente dalla CIA”. Con “emigrati sovietici”, Bloodstone non voleva radunare in giardino una varietà di sfollati, senza casa e profughi disperati dall’Europa centrale ed orientale post-bellica. Ma specificamente reclutava preziose risorse anticomuniste distintesi in attività significative contro l’Unione Sovietica. Per creare una crisi interna in Unione Sovietica e/o nei suoi satelliti, Kennan, come cita Simpson, pensò di raccogliere importanti esuli anticomunisti: “In questo momento c’è una serie di interessanti e potenti gruppi politici tra gli esuli russi… ognuno dei quali sarebbe probabilmente preferibile al governo sovietico, dal nostro punto di vista, quali governanti della Russia“. Così, mentre tutti i gruppi ricevono più o meno lo stesso finanziamento, i nazi-collaborazionisti russi dell’Esercito di Liberazione, meglio noto come Esercito Vlasov (dal generale disertore passato ai nazisti) godettero di particolare predilezione. Costituito da volontari ex- prigionieri sovietici catturati dai tedeschi in guerra, nel dopoguerra gli emigrati dei resti dell’esercito di Vlasov parlavano la lingua, conoscevano il territorio, avevano combattuto sul campo di battaglia contro i sovietici, aveva condotto intelligence, controllo della popolazione e sabotaggi. Al culmine, l’esercito di Vlasov aveva un milione di aderenti. I veterani dell’esercito di Vlasov furono importati negli Stati Uniti per essere utilizzati per addestrare gli agenti degli Stati Uniti nella sovversione anticomunista, per consulenze su intelligence e operazioni segrete, e come reclutatori per operazioni di sovversione ed assassinio. Va notato, a questo punto, come fa Simpson, che data la possibilità di scegliere trs fame e collaborazione, “circa 2 milioni di prigionieri di guerra sovietici… scelsero la fame piuttosto che aiutare i nazisti“. Tuttavia, molti lo fecero. Ciò che i reclutatori del dopoguerra dei veterani dell’esercito Vlasov decisero d’ignorare erano i loro crimini di guerra. Come riporta Simpson, “L’esercito di Vlasov fu spesso raffigurato in occidente dopo la guerra come la più nobile e idealista legione di emigrati nazisti… In realtà, l’organizzazione di Vlasov (reclutata dai servizi segreti degli Stati Uniti) era in gran parte formata da veterani riassegnati dalle più depravate unità di “sicurezza” e delle SS della macchina mortale dei nazisti… Nel 1945, circa la metà delle truppe di Vlasov fu trasferita all’SS Kommando Kaminsky, in precedenza guidato dal collaborazionista bielorusso Bronislav Kaminsky…. Le milizie di Kaminsky guidarono la sanguinosa repressione del 1944 dell’eroica rivolta di Varsavia con tale violenza bestiale che anche il generale tedesco Hans Guderian ne fu sconvolto e ne chiese la rimozione dal campo”. Allo stesso modo, l’arruolamento di emigrati dalle organizzazioni collaborazioniste ucraine ebbe un volto pubblico e uno segreto. I nazisti avevano generosamente finanziato l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN) e il suo braccio militare, l’esercito insurrezionale ucraino (UPA), negli anni precedenti l’invasione della Russia del giugno 1941 (nome in codice “Barbarossa“). Nei primi mesi dell’invasione, come scrive Simpson, “le truppe di polizia dell’OUN accompagnavano le forze tedesche… fornendo intelligence, creando amministrazioni di quisling locali… e giocando un ruolo attivo in retate ed omicidi di ebrei“. Sotto il comando del ministro della Polizia dell’OUN e agente della Gestapo Mykolas Lebed (poi reclutato dai servizi segreti degli Stati Uniti), a Leopoli nel 1941, la popolazione subì tale frenesia omicida contro ebrei e comunisti che “poliziotti e miliziani furono impegnati giorno e notte in rastrellamenti di massa di uomini e donne disarmati, impiccagioni pubbliche, pestaggi e altri abusi. Gli ebrei di Leopoli furono arrestati, torturati e massacrati dalle truppe dell’OUN e dagli Einsatzkommando nazisti (squadroni della morte mobili)”. Riecheggiando oggi a Leopoli, Kiev e nelle “operazioni antiterrorismo” nel Donbas, i pogrom del 1941di Lvov, con i banderisti appoggiati dagli USA che gridano “Viva Adolf Hitler e Stepan Bandera”. Eppure, i criminali di guerra dell’OUN come Mykolas Lebed sono stati collettivamente e convenientemente ripuliti quali membri di un esercito che agiva, agli occhi della politica estera e dell’intelligence, da “terza forza” in Unione Sovietica, in lotta per la liberazione e la democrazia dal giogo comunista, come osserva Simpson. A un certo punto, tutta una divisione di truppe dell’OUN/UPA, 1100 uomini e loro famiglie, fu importata, senza fare domande, negli Stati Uniti. L’influenza dei gruppi di emigrati ucraini anticomunisti nella politica statunitense è vecchia, profonda e continua, il libro di Simpson lo rende perfettamente chiaro. In generale, non fu un contributo progressivo, come la junta sostenuta dagli Stati Uniti a Kiev può testimoniare. Ma questa è un’altra lunga storia.

Bronislav Kaminski (di profilo)

Bronislav Kaminsky (di profilo)

Conclusione
Come Christopher Simpson ricorda nel capitolo di apertura, “La caratteristica più importante della filosofia politica nazista era l’estremo anticomunismo e l’odio particolarmente fanatico per l’URSS“. Tale odio incendiò il mondo e, tuttavia, dopo la guerra, amministratori, ufficiali dei servizi segreti, generali, capi della polizia ed intellettuali nazisti di quel regime di odio e guerra furono reclutati per continuare il loro lavoro nell’ambito della Sicurezza Nazionale dello Stato degli USA, consigliando influenzando e promuovendo la politica estera statunitense nella guerra fredda. Tale politica è cambiata con la caduta del muro di Berlino? No, s’è ancor più intensificata, divenendo più assoluta, aggressiva e dedita alla guerra politica. La Russia è ancora nel mirino degli USA. La pace resta un impercettibile lontano singulto. A che serve a Washington il fascismo in Europa?

Kenendy e Allen Dulles, capo della CIA negli anni '50

Kennedy e Allen Dulles, capo della CIA negli anni ’50

Luciana Bohne è co-fondatrice di Film Criticism, rivista di studi cinematografici, e insegna all’Edinboro University in Pennsylvania.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra di Breedlove: l’ex-comandante della NATO voleva la guerra contro la Russia

RT 1 luglio 2016

Le email private del generale degli Stati Uniti, già responsabile della NATO, rivelano una campagna di pressioni sulla Casa Bianca per entrare in conflitto con la Russia sull’Ucraina coinvolgendo diversi attori influenti a Washington.5776a38ec361883b3a8b45baLe e-mail, rese pubbliche dal sito DCLeaks, mostrano la corrispondenza tra il generale Philip M. Breedlove, ex-capo del Comando europeo degli Stati Uniti e comandante supremo delle forze NATO, con diversi addetti istituzionali riguardo la situazione in Ucraina dopo il colpo di Stato del febbraio 2014 che spodestò il governo legittimo a favore di un regime sostenuto dagli Stati Uniti. Breedlove era il comandante supremo della NATO tra maggio 2013 e marzo 2016. Le sue e-mail personali recano la dicitura dell’Air Force “Buana”, “Boss” in swahili. Le e-mail hackerate rivelano le comunicazioni frequenti ed intense con l’ex-generale Wesley Clark, con l’ex-segretario di Stato Colin Powell, un membro del Consiglio Atlantico, la funzionaria del dipartimento di Stato Victoria Nuland e l’ambasciatore statunitense in Ucraina Geoffrey Pyatt. Clark, che comandava la NATO durante la guerra del 1999 in Jugoslavia, sostenne Breedlove nell’aprile 2014. L’8 aprile inoltrò “intelligence” ottenuta da Anatolij Pinchuk e Dmitrij Tymchuk, attivisti vicini al nuovo regime, che sostenevano l’imminenza dell’invasione russa. L’informazione fu trasmessa da Phillip Karber, ex-marine e presidente della Fondazione Potomac che Clark chiama “collega” e “nostro uomo”. Karber scrisse di aver osservato il confine con la Russia da un carro armato ucraino, e con entusiasmo trasmise le richieste di aiuto di Tymchuk e Pinchuk. Contattato da Intercept, Karber confermava l’autenticità delle varie e-mail trapelate. Parlando del suo incontro con l’ambasciatore Pyatt il 6 aprile, Karber scrisse: “Dice di cercare d’essere pro-attivi e riconoscere le necessità più velocemente“, mentre il Generale Martin Dempsey, allora Presidente del Joint Chiefs of Staff, “trascinava i piedi per salvare i rapporti (militari) con i russi”.
In una e-mail del 12 aprile, Clark riferendosi al suo scambio con “Toria” Nuland, l’assistente del segretario di Stato per l’Europa e l’Eurasia e che personalmente sostenne la rivoluzione ucraina, sosteneva che gli Stati Uniti supportassero il regime ucraino nel reprimere i manifestanti dell’est. Prima del colpo di Stato, Washington aveva fortemente avvertito Kiev di non usare la forza contro i manifestanti antigovernativi nella città. L'”operazione antiterrorismo” estiva di Kiev si concluse con la schiacciante sconfitta di agosto, e il primo armistizio tra il governo e i ribelli fu firmato a Minsk a settembre. Nel frattempo, il gruppo jihadista del cosiddetto Stato islamico sorto in Iraq e Siria, distoglieva l’attenzione degli Stati Uniti dall’Europa orientale con decapitazioni raccapriccianti di occidentali. Frustrati dalla riluttanza della Casa Bianca nel sostenere l’agenda bellicista in Ucraina, Breedlove si volse a Powell, ex-segretario di Stato e generale in pensione. “Cerco un tuo consiglio sui due fronti,… come inquadrare questa opportunità in un momento in cui tutti gli occhi sono sullo SIIL per tutto il tempo,… e due… come lavorare personalmente con il POTUS (Obama)“, scrisse Breedlove a Powell nel settembre 2014. La risposta di Powell non è disponibile. Breedlove fu presentato a Powell da Harlan Ullman, del Consiglio Atlantico e autore della dottrina “shock and awe” utilizzata dall’amministrazione Bush nell’invasione dell’Iraq nel 2003. Nell’ottobre 2014, Ullman esortò Breedlove a contattare il vicepresidente Joe Biden, oltre a Powell. Ullman scrisse, “Non conosco modo migliore per entrare al 1600“, riferendosi all’indirizzo della Casa Bianca sulla Pennsylvania Avenue. A novembre, Ullman suggerì a Breedlove anche di vedersi con David O’Sullivan, il nuovo inviato dell’UE a Washington. Notando che l’Europa “sembra essere le sei lettere imprecanti alla Casa Bianca“, e Ullman aggiunse che “forse una silenziosa collaborazione tra lui e la NATO (il segretario generale) sarebbe utile”. “Obama o Kerry vanno convinti che Putin va affrontato“, scrisse Ullman nel febbraio 2015, prima dei colloqui di ‘Minsk II’. Diede anche indicazioni a Breedlove su come ingraziarsi Ash Carter, il nuovo segretario alla Difesa. “Vorrei prendere o far finta di prendere appunti accurati. Ash è un accademico, è abituato agli studenti che prendendo buone note avanzano di grado. Questo può essere una maskarova. Ma è una maskarova utile“, scrisse Ullman, con l’errore d’ortografia della parola russa per camuffato (Maskirovka). Washington ha approvato centinaia di milioni di dollari in aiuti “non letali” per le truppe ucraine, anche per i famigerati “battaglioni di volontari”, nel bilancio militare 2016.
Breedlove continuava a sostenere un coinvolgimento più aggressivo degli Stati Uniti, sostenendo che vi fosse una forte presenza di truppe russe in Ucraina, poi negata anche dal governo di Kiev. A marzo, il generale diceva ai legislatori degli Stati Uniti che Russia e Siria “usavano deliberatamente la migrazione come arma per sopraffare le strutture europee e spezzare la determinazione europea“. Breedlove fu sostituito alla guida dell’EUCOM e della NATO a maggio, ed è ufficialmente in pensione dal 1° luglio, sostituito dal generale dell’esercito USA Curtis Scaparrotti, le cui dichiarazioni pubbliche suggeriscono analoghe ostilità verso la Russia.PB2C093920145776b6e7c461887c178b4568

PB2HU093022014Il generale della NATO che ha tramato contro Obama per scontrarsi con la Russia
Lee Fang e Ziad Jilani, The Intercept, 2 luglio 2016

w1-ukrnato-a-20140508_0L’ex-generale dell’US Air Force Philip Breedlove, fino a poco prima comandante supremo delle forze NATO in Europa, ha agito privatamente per superare la riluttanza del presidente Barack Obama ad aumentare le tensioni militari con la Russia nella guerra in Ucraina nel 2014, secondo le email violate dall’account Gmail di Breedlove e pubblicate sul nuovo sito web DCLeaks. Obama ha sfidato la pressione politica dai falchi del Congresso e dell’esercito nel fornire aiuti letali al governo ucraino, temendo che così avrebbe aumentato lo spargimento di sangue e dato al Presidente russo Vladimir Putin motivo di entrare nel Paese. Breedlove, durante il briefing al Congresso, contraddisse l’amministrazione Obama sula situazione in Ucraina, avvisando sul conflitto tra il generale e Obama. Ma le e-mail trapelate forniscono un quadro ancora più drammatico della lobby che poneva un’intensa pressione sull’amministrazione Obama per avviare in Ucraina una guerra per procura contro la Russia. In una serie di messaggi nel 2014, Breedlove cercò d’incontrare l’ex-segretario di Stato Colin Powell per chiedere consigli su come fare pressione sull’amministrazione Obama affinché assumesse una posizione più aggressiva verso la Russia. “Posso sbagliarmi,… ma non vedo WH davvero ‘impegnato’ a collaborare con Europa/NATO. Francamente penso che siamo una ‘preoccupazione’,… cioè una minaccia che trascina la nazione in un conflitto“, scrisse Breedlove in una e-mail a Powell, che rispose accettando l’invito ad incontrarsi e discutere il dilemma. “Cerco il suo consiglio su due fronti“, continuava Breedlove, su “come inquadrare questa opportunità in un momento in cui tutti gli occhi sono sempre sullo SII… e due… come lavorare personalmente col POTUS (Obama)“. Breedlove tentava d’influenzare l’amministrazione attraverso diversi canali, accademici ed ufficiali in pensione, tra cui l’ex-comandante supremo della NATO Wesley Clark, per aiutarlo a presentare la richiesta per dare aiuto militare alle forze ucraine che combattevano i separatisti filo-russi. “Credo che il POTUS la veda come una minaccia che va minimizzata, cioè… non entriamo in guerra????” scrisse Breedlove in una e-mail ad Harlan Ullman, consigliere del Consiglio Atlantico, descrivendo il tentativo di farsi aiutare da Powell ad influenzare Obama. “Data l’istruzione di Obama a non iniziare una guerra, si tratterebbe convincerlo di questo“, rispose Ullman un paio di mesi dopo, in un’altra serie di messaggi di posta elettronica relativi allo sforzo di Breedlove a “blandire, convincere o costringere gli Stati Uniti a reagire” contro la Russia.
Breedlove non ha risposto a una richiesta di commento. Si è dimesso da capo della NATO a maggio andando in pensione il 1° luglio. Breedlove era un generale dell’aeronautica e 17° comandante supremo alleato delle forze NATO in Europa, dal 10 maggio 2013. Phillip Karber, accademico che corrispondeva regolarmente con Breedlove, fornendogli consulenza e intelligence sulla crisi ucraina, ha verificato l’autenticità di alcuni messaggi di posta elettronica trapelato, ed ha anche detto a The Intercept che Breedlove gli confermò che l’account Gmail era stato violato e che ciò fu segnalato al governo. “Nell’ultima conversazione che ho avuto, il generale Breedlove mi ha detto, ‘Sì, sono stato hackerato più volte“, secondo Karber che ha aggiunto di aver notato almeno una delle e-mail personali che compaiono on-line, prima di contattarlo. “L’ho passato al governo degli Stati Uniti chiedendogli d’indagare. Nessuno mi ha mai risposto”. “Non ho idea di come l’account sia stato violato o hackerato“, ha detto Powell raggiunto per un commento sui messaggi di posta elettronica. Powell ha detto che non commentava le discussioni sulla risposta di Obama al conflitto in Ucraina. Nella stampa europea, Breedlove fu dipinto come un falco noto per appoggiare le nazioni alleate evitando la diplomazia e adottando maggiore conflittualità verso i separatisti filo-russi in Ucraina. Breedlove, testimoniando al Congresso a febbraio di quest’anno, definì la Russia “minaccia esistenziale, a lungo termine, per gli Stati Uniti e i nostri alleati europei”. Der Spiegel ha riportato che Breedlove “stordì” i capi tedeschi annunciando a sorpresa, nel 2015, che i separatisti filo-russi avevano “alzato la posta” in Ucraina orientale con “oltre un migliaio di veicoli da combattimento, forze di combattimento russe, sofisticati sistemi di difesa aerea, battaglioni d’artiglieria”, inviati nel Donbas, al centro del conflitto. I numeri di Breedlove erano “significativamente superiori” ai dati noti alle agenzie d’intelligence della NATO e sembrava esagerati ai funzionari tedeschi. L’annuncio sembrava una provocazione progettata per distruggere gli sforzi di mediazione di Angela Merkel. In casi precedenti, i funzionari tedeschi credevano che Breedlove sovrastimasse le forze russe al confine con l’Ucraina di ben 20000 soldati e scoprirono che il generale aveva falsamente affermato che diversi mezzi militari russi, vicino al confine ucraino, facevano parte di uno speciale concentramento in vista dell’invasione del Paese. In realtà, gran parte del materiale militare russo identificato da Breedlove, secondo i tedeschi, fu depositata ben prima della rivoluzione in Ucraina.
Clinton+Global+Initiative+2015+Annual+Meeting+6SVR9D7LW7Bl Le e-mail, tuttavia, indicano la disperata ricerca di Breedlove per l’escalation del conflitto, contattando colleghi e amici per aver l’intelligence che illustrasse la minaccia russa. Karber, che vide politici e funzionari ucraini a Kiev in varie occasioni, inviava frequenti messaggi a Breedlove, “secondo la vostra richiesta” osservava, sulle informazioni ricevute riguardo le forze militari dei separatisti e i movimenti delle truppe russe. In diversi aggiornamenti, Breedlove ricevette dati militari provenienti da Twitter e social media. Karber, presidente della Fondazione Potomac, fu al centro di uno scandalo l’anno scorso, quando si scoprì che aveva facilitato un incontro in cui furono date al senatore James Inhofe le immagini su presunte forze russe in Ucraina, pubblicate da un blog neoconservatore. Le foto si rivelarono false; una presunta foto di carri armati russi in Ucraina infatti era una vecchia fotografia di carri armati russi in Ossezia durante la guerra con la Georgia. Breedlove rimase in stretto contatto con Karber e altri funzionari che condividevano le sue opinioni sul conflitto ucraino. “Phil, non possiamo avere una dichiarazione per contrastare i russi con l’uso della forza? Cosa posso fare? Se gli ucraini perdono il controllo della faccenda, i russi vedranno una porta aperta“, scrisse l’ex-generale Wesley Clark, che trasmise i suoi messaggi a Victoria Nuland, l’assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici. Passò anche le preoccupazioni del presidente bulgaro che la Bulgaria divenisse il prossimo obiettivo della Russia. In altri messaggi, Clark trasmise richieste specifiche sul tipo di aiuti militari desiderati dai funzionari ucraini. Oltre ai sistemi radar e altre attrezzature militari, Clark raccomandò a Breedlove d'”incoraggiare l’Ucraina ad assumere alcune importanti aziende di PR e società di comunicazione in crisi negli Stati Uniti e in Europa“, aggiungendo: “Hanno bisogno degli strumenti giusti per impegnarsi nella guerra delle informazioni”. L’Ucraina assunse diverse lobby e aziende di comunicazione per influenzare i politici. Nel giugno 2015, il governo firmò un accordo con l’APCO Worldwide, un’influente società con legami con alti funzionari democratici e repubblicani.
In una e-mail del febbraio 2015, Karber disse a Breedlove che “il Pakistan ha, sottobanco, offerto all’Ucraina 500 lanciamissili TOW-II (versione portatile) e 8000 missili TOW-II“, aggiungendo che le consegne delle armi anticarro potevano iniziare alla fine del mese. “Tuttavia”, scrisse Karber, “il Pakistan non farà queste consegne senza l’approvazione degli Stati Uniti; inoltre nemmeno ne richiederà l’approvazione, a meno della certezza informale che sarebbero state approvate“. Karber dice a The Intercept che l’accordo sulle armi pakistane non s’è mai materializzato. Breedlove ha fatto di recente notizia spiegando che ora pensa che si debba parlare con il governo russo per risolvere il conflitto in Ucraina. “Penso che dobbiamo cominciare ad avere un dialogo significativo“, aveva detto la settimana scorsa, pur ribadendo le sue opinioni sulla necessità di una forte NATO per affrontare militarmente la Russia. “La Russia comprende potere, forza e unità“, ha detto. Le e-mail sono state pubblicate da DCLeaks, un database gestito da “hacktivisti” che raccolgono le comunicazioni delle élite come partiti politici, grandi politici, campagne politiche e militari. Il sito ha attualmente documenti sulle comunicazioni interne della campagna presidenziale di Hillary Clinton e dell’Open Society Foundation di George Soros, tra gli altri.

1026019713Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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