L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Oriental Review 09/03/2011Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà. Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Honduras di nuovo in bilico

Dennis J. Bernstein, Consortium News 2 dicembre 2017Il futuro dell’Honduras è in bilico mentre il conteggio delle elezioni presidenziali si prolunga. Lo sfidante, Salvador Nasralla, ex-giornalista sportivo alla testa di un’alleanza progressista di sinistra, inizialmente prevaleva sul presidente in carica Juan Orlando Hernández, ma questo è cambiato tra accuse di manipolazione delle schede ed imposizione di un coprifuoco militare per impedire le proteste. La vittoria di Nasralla rappresenterebbe il generale rigetto del pugno di ferro di Hernández. Dana Frank, professore di storia all’Università della California di Santa Cruz, dichiarava: “Le elezioni in Honduras, in particolare la candidatura criminale del presidente Juan Orlando Hernández in violazione della Costituzione dell’Honduras, continuano a sottolineare il totale sfregio dello stato di diritto in Honduras dal colpo di Stato del 2009, con la benedizione del governo degli Stati Uniti che continua a celebrare un regime completamente segnato da corruzione e malvagia repressione delle libertà civili di base. I rapporti del governo dell’Honduras che affermano che il tasso di criminalità è in calo o che la polizia è stata ripulita non ingannano nessuno per un minuto”.
Ho parlato con l’assistente la Professoressa Suyapa Portillo del Pitzer College, il 27 novembre. Portillo e i suoi studenti erano osservatori internazionali a San Pedro Sula in Honduras e hanno visitato oltre 13 centri elettorali nei settori più marginali della città.

Dennis Bernstein: Potrebbe semplicemente ricordarci chi sono i candidati alle ultime elezioni in Honduras? Sembra che ci sia una grande differenza tra loro.
Suyapa Portillo: I candidati sono Salvador Nasralla, in corsa per l’Alleanza dell’Opposizione, e Juan Orlando Hernández, l’attuale presidente. In realtà è illegale per Hernández candidarsi alla rielezione in Honduras. Dopo il colpo di Stato, il sistema bipartito fu distrutto e c’erano in realtà dieci partiti presenti nel nord dove ero osservatore. È stata una gara molto accesa ma il collegio elettorale riferì alle 01.40 che circa il 45% dell’elettorato aveva votato per Nasralla e il 40% per Hernández. Ma poiché l’attuale presidente controlla l’intero sistema, compreso il collegio elettorale, non ammette l’elezione di Nasralla, che sarebbe ovvia a questo punto. Non è ancora chiaro se Hernández rispetterà la costituzione.

Dennis Bernstein: Parli delle forti differenze tra i candidati. Abbiamo sentito molto parlare delle violenze in Honduras dal colpo di Stato sostenuto dal governo degli Stati Uniti.
Suyapa Portillo: L’alleanza nazionale è al potere dal colpo di Stato del 2009. Da allora, il tasso di criminalità è aumentato in misura estrema. Oltre 200 attivisti ambientalisti sono stati uccisi come molti attivisti LGBT. Giornalisti e difensori dei diritti umani sono minacciati se si battono contro il governo. Molti dei miglioramenti in Honduras dopo gli accordi di pace degli anni ’80 sono stati respinti dall’Alleanza Nazionale. La gente in Honduras considera Hernández un dittatore. Anche se afferma che la criminalità è stata ridotta, ciò che è realmente accaduto è che viene meno segnalata. Il fratello di Hernández è una delle figure di alto profilo collegate al narcotraffico.

Dennis Bernstein: Sappiamo che il governo degli Stati Uniti, guidato da Hillary Clinton (segretaria di Stato) sostenne il colpo di Stato che allontanò l’ex-presidente Zelaya nel 2009. Clinton se ne vantava nella prima edizione della sua autobiografia.
Suyapa Portillo: In Honduras hanno il sopravvento narcotrafficanti e bande. I livelli di violenza sono alle stelle. Assistiamo ad attacchi a difensori dei diritti umani, sindacalisti, femministe. L’Honduras merita una diversa forma di governo. Quando Hillary Clinton si vantava del colpo di Stato e l’amministrazione Obama si rifiutò di chiamarlo tale, avviarono questi omicidi.

Dennis Bernstein: E’ stata un’elezione importante? Le persone volevano davvero uscire e votare? Si rischia quando si vota in Honduras, in particolare se sei un attivista di base, un insegnante, ecc.
Suyapa Portillo: Il Paese è militarizzato, in particolare i centri della città. Abbiamo visitato tredici centri elettorali a San Pedro Sula, in alcune delle zone più marginate della città, dove la gente si aspettava la maggior parte delle violenze. C’era molta energia ed entusiasmo nonostante la militarizzazione. Il popolo ha votato presto, è tornato a casa e poi è tornato per il conteggio dei voti. Questa partecipazione della cittadinanza è nuova, emerge dal colpo di Stato. Ogni urna aveva il suo conteggio. Abbiamo notato alcune discrepanze: le persone si sono presentate per sapere che avevano già votato o venivano a votare scoprendo che le loro schede non erano disponibili. Abbiamo visto molta tensione tra il personale elettorale e il collegio elettorale controllato dal governo e i cittadini. Alcuni quartieri che abbiamo visitato sono controllati da bande, ma la gente usciva comunque. In quasi tutti i tredici centri elettorali visitati, Nasralla era chiaramente in vantaggio.

Dennis Bernstein: Come spiega questo entusiasmo? Ha parlato delle violenze nel Paese dopo il colpo di Stato. Ma parliamo di alcune lotte di base che hanno spinto la gente a votare numerosa.
Suyapa Portillo: Il 2014 ha visto la formazione della polizia militare, un organismo che non esisteva dagli anni Ottanta. Questo porta le armi militari nei centri urbani. Quando Hernández salì al potere, diede 300 concessioni minerarie ad élite locali e compagnie straniere e il popolo capiva che consegnava il Paese. Queste concessioni entrarono in conflitto diretto con le comunità indigene. S’iniziò a vedere un numero incredibile di omicidi di difensori dei diritti umani e dei diritti della terra.

Dennis Bernstein: Alcuni ritengono che stia cercando di trasformare il Paese in una zona di libero scambio.
Suyapa Portillo: La visione del partito nazionalista è solo arricchirsi ai danni del popolo. Non ci sono aumenti dei salari minimi, non c’è via d’uscita per le persone. Infatti, nel 2014 vedemmo l’esodo di minori non accompagnati. Non c’è davvero futuro per i giovani in Honduras. È impossibile accedere all’istruzione senza soldi. La polizia militare attaccava gli universitari che si organizzavano per la riforma. Ed Hernández ha dato potere a tutta la sua famiglia. Tutti i ministri sono suoi fratelli, sorelle, cugini, il che è non accade dagli anni ’80. Soprattutto, non ci sono posti di lavoro. L’economia non cresce.

Dennis Bernstein: Il governo degli Stati Uniti sa del traffico in Honduras perché gli Stati Uniti sono ampiamente presenti. Quindi non c’è nulla che gli sia segreto.
Suyapa Portillo: Gli Stati Uniti sanno che c’è impunità, non ci sarà mai alcuna indagine sui diritti umani. Spesso, i querelanti vengono uccisi o cedono prima che i casi vengano risolti. Ricordi che l’Honduras era sotto il dominio dei militari dal 1963 al 1980. Per la maggior parte degli honduregni questa è storia recente e non vuole tornarvi. I giovani vogliono un presidente che li rappresenti sulle questioni che gli stanno a cuore. Libre e Nuova Alleanza hanno una proposta che ha senso per loro. Gli attivisti che abbiamo visto erano notevolmente giovani.

Dennis Bernstein: Questa disastrosa politica avviata da Obama e Clinton e intensificata con Trump ha portato a un’ondata emigratoria. È una specie di cinica politica perché vi sono vari politici negli Stati Uniti che dicono alle madri in Honduras e El Salvador quanto sia pericoloso mandare i figli a nord e tuttavia creiamo circostanze per sofferenza estrema e poche scelte.
Suyapa Portillo: Se le persone non riescono a sbarcare il lunario, emigreranno. Dobbiamo anche ricordare la storia delle società in Honduras. United Fruit Company e Dole erano solite fornire posti di lavoro sulla costa settentrionale e poi quando gli uragani colpivano le fabbriche venivano chiuse e i sindacati dispersi. Adesso entrano nuove società non sindacalizzate e sfruttatrici, che istigano le persone ad andarsene. Lungo la costa settentrionale, quasi ogni famiglia ha qualcuno che vive negli Stati Uniti. Il governo deve avere un piano per affrontare l’immigrazione. Che tipo di politiche farà chi vuole rimanere piuttosto che rischiare un viaggio molto pericoloso attraverso il Messico?Dennis J Bernstein ospita “Flashpoints” sulla rete radio Pacifica ed autore di Special Ed: Voices from a Hidden Classroom.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Un golpe militare contro Trump in vista?

Finian Cunningham, RussiaToday, 17 novembre 2017In una straordinaria riunione del Senato degli Stati Uniti questa settimana, legislatori ed ufficiali hanno definito il Presidente degli Stati Uniti una minaccia alla pace in quanto comandante in capo dal potere di lanciare un attacco nucleare. Ciò avviene mentre una commissione chiedeva agli ufficiali se avevano il diritto di disobbedire al presidente. Questo era, in effetti, un appello aperto all’ammutinamento contro il presidente. Donald Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti l’8 novembre dell’anno scorso. Eppure da quel momento una possibile sedizione sembra essere normale. Il Comitato per le relazioni estere del Senato ha tenuto le audizioni sul potere esecutivo del presidente nel lanciare missili nucleari. Era la prima volta in oltre 40 anni che tale dibattito veniva convocato a Capitol Hill, quando Richard Nixon stava per essere soppiantato. Quel riferimento dice molto su cosa abbia in gioco Trump.
La rivista Time usciva col titolo: “Il presidente Trump dovrebbe avere il potere esclusivo di lanciare missili nucleari?” Il senatore Chris Murphy (D): “Siamo preoccupati dal presidente degli Stati Uniti così instabile, volatile, dal processo decisionale talmente donchisciottesco che potrebbe ordinare un attacco nucleare decisamente in disaccordo cogli interessi della sicurezza degli Stati Uniti“. Accennando alla grave implicazione costituzionale, Murphy aggiungeva: “Riconosciamo solo l’eccezionale natura di tale momento, di questa discussione che abbiamo oggi“. È difficile immaginare un modo più umiliante di riferirsi al capo dello Stato. Fondamentalmente, Trump viene dipinto come un pazzo col dito sul pulsante dell’Armageddon. In che modo il presidente dovrebbe mantenere l’autorità dopo di ciò? Questi attacchi a Trump sono spronati da oppositori politici, media democratici e intelligence statunitense nell’ultimo anno. Ricordiamo quando la rivale democratica Hillary Clinton rimproverò Trump in un dibattito televisivo come pericoloso per la sicurezza per il temperamento volubile e l’eventuale accesso ai codici nucleari. Persino per i membri del Partito repubblicano Trump minaccia la sicurezza nazionale. Il mese scorso, il senatore repubblicano Bob Corker ne biasimò la retorica infuocata verso la Corea democratica come “mettere gli Stati Uniti sulla via della terza guerra mondiale“. Dopo il primo anno in carica, Trump è tornato la scorsa settimana da un tour in Asia di 12 giorni reclamando un grande successo nel promuovere gli interessi commerciali statunitensi. Ma gli ex-capi dell’intelligence subito offuscavano Trump definendolo “minaccia alla sicurezza nazionale” nelle interviste a media importanti. L’ex-capo della CIA John Brennan e l’ex-direttore dell’intelligence nazionale James Clapper accusavano la conversazione di Trump col Presidente Vladimir Putin al vertice APEC in Vietnam. Entrambi gli spettri, che continuerebbero ad avere contatti con la dirigenza della sicurezza militare, denunciavano Trump per “aver accettato le rassicurazioni di Putin che la Russia non ha interferito nelle elezioni statunitensi“. Trump, hanno detto, è stato” raggirato da Putin” e quindi metteva in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti.
Tali commenti furono ripresi da Brian Hook, alto funzionario del dipartimento di Stato, che dichiarava a una conferenza a Washington che “la Russia è una chiara e attuale minaccia all’occidente“, mentre Radio Free Europe riferiva: “la linea dura di Hook su Mosca appare in contrasto con la linea del presidente Donald Trump nel migliorare le relazioni con la Russia dopo le crisi globali“. Ancora una volta, è difficile immaginare quanto più sprezzanti possano essere gli insulti a un presidente in carica. Le accuse di “collusione” tra Trump e la Russia, secondo il “Russiagate“, presumibilmente ne fanno un “tirapiedi del Cremlino”. Oltre a ciò, Trump è presumibilmente una minaccia alla sicurezza nazionale, ed ora anche un buffone pazzo che va allontanato dal bottone nucleare. Un ufficiale statunitense forniva le prove alle udienze del Senato che pregiudicano l’autorità di Trump, descrivendolo come avere un “potere simile a Dio nel porre fine al mondo“. Bruce Blair, ex-comandante nucleare, dichiarava in un’intervista: “Il potere di distruggere la civiltà umana risposa su una persona dalla carriera d’artista e star televisiva nota per impulsiva petulanza, irascibilità e ancor minore attenzione“. Forse il commento più importante che il generale Robert Kehler, che ha comandato il Comando strategico statunitense a capo dell’arsenale nucleare statunitense nel 2011-2013, aveva detto al comitato del Senato era: “Se viene presentato un ordine illegale ai militari, sono obbligati a rifiutarsi di eseguirlo“. Kehler aveva detto che l’obbligo di rifiutare gli ordini riguarda tutti i presidenti. Tuttavia, nel contesto degli attacchi mediatici incessanti, l’appello alla disobbedienza assume un significato speciale. È una sfida aperta all’autorità di Trump.
Siamo chiari. Personalità e comportamento di Trump sono sospetti. È impetuoso e spericolato nella retorica. Le minacce di scatenare la guerra alla Corea democratica sono profondamente inquietanti. Così come vantarsi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre di “distruggere totalmente” la nazione asiatica per via del suo programma nucleare. Gli scatti su twitter di Trump contro il leader nordcoreano Kim Jong-un, “Little Rocket Man“, e più recentemente “basso e grasso”, sono provocazioni gratuite ed intensificano la paura di una guerra nucleare. Tuttavia, sembra esserci un’agenda opportunista nella classe politica statunitense che non ha mai accettato l’elezione di Trump. Ritrarlo come un tirapiedi dei russi, traditore e pericolo per la sicurezza nazionale rientra nella campagna per abbatterlo e ribaltare il risultato delle elezioni dello scorso anno. Ma ecco la cosa intrigante. I senatori nelle audizioni sul potere nucleare di Trump, contemplavano una legge per limitare tale potere. Il senatore Bob Corker aveva detto ai giornalisti: “Non voglio che accada“. Brian McKeon, ex-sottosegretario per la politica presso il dipartimento della Difesa dell’amministrazione Obama, dichiarava: “Se dovessimo cambiare il processo decisionale sulla sfiducia nei confronti di questo presidente, sarebbe una decisione sfortunata per il prossimo presidente“. Quindi, ecco legislatori e ufficiali statunitensi sembrare non avere alcun problema sul fatto che il presidente possa lanciare un attacco nucleare preventivo. Se obiettassero, allora avanzerebbero una legislazione per ampliare l’autorità e la consultazione per limitare l’uso delle armi nucleari. Il vero problema qui dovrebbe riguardare il modo in cui a qualsiasi presidente statunitense viene data l’autorità di lanciare una guerra nucleare, non solo a Trump. Ciò cui gli oppositori di Trump nella dirigenza politico-militare sono veramente interessati e minarne la carica e, infine, sfidarne l’autorità presidenziale in quanto non idoneo. L’appello pubblico dell’esercito statunitense a disobbedire agli ordini di Trump è un colpo al schiena prevedibile.

Gen. Robert Kehler

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Lo Stato Profondo, da JFK a Trump

Ray McGovern, Consortium News 30 ottobre 2017

Kennedy e Allen Dulles

Era l’estate 1963, quando un alto funzionario della direzione operativa della CIA trascinò la nostra classe di Junior Officer Trainee (JOT) in una sfrenata battaglia contro il presidente John F. Kennedy, accusato tra l’altro di codardia per aver rifiutato di mandare le forze armate statunitensi a salvare i ribelli cubani inchiodati nell’invasione della CIA sulla Baia dei porci, soffocando la possibilità di cacciare dal potere il leader comunista di Cuba Fidel Castro. Sembrava strano che un funzionario della CIA pronunciasse tali critiche su un presidente in carica nel corso di formazione di chi era stato scelto come futuro dirigente della CIA. Mi ricordo di aver pensato: “Questo è sconvolto; avrebbe ucciso Kennedy, data la possibilità”. Il nostro docente speciale era simile a E. Howard Hunt, ma più di mezzo secolo dopo non posso essere sicuro che fosse lui. Le nostre note di tale formazione/indottrinamento furono classificate e mantenute sotto chiave. Alla fine del nostro orientamento JOT, i dirigenti dell’agenzia dovettero fare la scelta fondamentale tra l’adesione alla direzione per l’analisi o la direzione delle operazioni in cui i funzionari dirigono le spie e organizzano i cambi di regime (come chiamavano il processo per rovesciare governi). Scelsi la Direzione per l’analisi e, una volta entrato nella nuova sede di Langley, Virginia, mi sembrò strano che i tornelli da stadio impedissero agli analisti di andare sul “lato operativo della casa” e viceversa. La verità ci fu detta, non fummo mai una famiglia felice. Non posso parlare per i miei colleghi analisti agli inizi degli anni Sessanta, ma non mi accorsi mai che gli operatori dall’altro lato dei tornelli potessero assassinare un presidente, il presidente che osò fare qualcosa per il Paese, ciò che portò molti di noi a Washington, in primo luogo. Ma, salvo l’emergere di un coraggioso patriota come Daniel Ellsberg, Chelsea Manning o Edward Snowden, non mi aspetto di vivere abbastanza a lungo per sapere chi orchestrò l’assassinio di JFK. Eppure, in un certo senso, queste particolarità sembrano meno importanti di due gravi lezioni apprese: 1) Se un Presidente può affrontare la forte pressione dell’élite al potere e cerca la pace cogli stranieri percepiti nemici, allora tutto è possibile. Il buio sull’omicidio di Kennedy non dovrebbe oscurare la luce di questa verità fondamentale; e 2) esistono molte prove indicare l’esecuzione dello Stato di un presidente disposto ad assumere enormi rischi per la pace. Mentre nessun presidente post-Kennedy può ignorare tale dura realtà, resta possibile che un futuro presidente con la visione e il coraggio di JFK possa cercare tale probabilità, in particolare con l’impero USA che si disintegra e dal crescente malcontento interno. Spero di esserci il prossimo aprile, alla fine dei 180 giorni per il rilascio dei rimanenti documenti su JFK. Ma, in assenza di un cortese segretario, non sarei sorpreso di vedere ad aprile sul Washington Post un titolo simile a quello di sabato: “File JFK: la promessa di rivelazioni sventata da CIA e FBI“.

La nuova dilazione è il fatto
Avreste pensato che 54 anni dopo l’assassinio di Kennedy per le strade di Dallas, e dopo aver saputo del quarto di secolo di scadenza presunta per il rilascio dei file JFK, che CIA ed FBI abbiano bisogno di altri sei mesi per decidere quali segreti ancora nascondere? Il giornalista Caitlin Johnstone fa centro sottolineando che la più grande rivelazione del rilascio limitato della scorsa settimana dei file JFK è “il fatto che FBI e CIA hanno ancora disperatamente bisogno di tenere segreto qualcosa accaduto 54 anni fa“. Ciò che è stato rilasciato il 26 ottobre è una piccola frazione di ciò rimasto segreto negli archivi nazionali. Per scoprirlo, è necessario apprezzare la tradizione politica statunitense da 70 anni, che andrebbe chiamata “paura degli spettri”. Che CIA ed FBI stiano ancora scegliendo ciò che dovremmo vedere riguardo chi uccise John Kennedy sembra insolito, ma c’è un precedente. Dopo l’assassinio di JFK, il 22 novembre 1963, l’ammanicato Allen Dulles, che Kennedy aveva licenziato da direttore della CIA dopo la scottatura della Baia dei Porci, si nominò alla Commissione Warren e guidò l’indagine dell’omicidio di JFK. Diventando capo de facto della Commissione, Dulles era perfettamente disposto a proteggere se stesso e accoliti se alcuni commissari o investigatori fossero stati tentati d’interrogarsi se Dulles e CIA avessero avuto un ruolo nell’assassinio di Kennedy. Quando alcuni giornalisti indipendenti soccombettero a tale tentazione, furono immediatamente designati, indovinate, “cospirazionisti”. E così rimane la grande domanda: Allen Dulles ed altri della CIA “sequestrarono” l’assassinio di John Kennedy e la successiva insabbiatura? A mio avviso e vedendo molti esperti investigatori, la migliore dissezione delle prove sull’omicidio appare nel libro di James Douglass del 2008, JFK e l’Innominabile: Perché è morto e per cosa. Dopo l’aggiornamento e l’allestimento di prove abbondanti, ed ulteriori interviste, Douglass conclude che la risposta alla grande domanda è Sì. La lettura del libro di Douglass oggi può aiutare a spiegare perché tanti dati sono ancora trattenuti, anche in forma ridotta, e perché anzi non potremo mai vederli nella loro interezza.

Truman: il Frankenstein della CIA?
Quando Kennedy fu assassinato, all’ex-presidente Harry Truman, come a molti altri, avranno ricordato che i decaduti Allen Dulles ed accoliti avrebbero potuto cacciare un presidente che ritenevano morbido verso il comunismo e contrario allo Stato profondo dell’epoca. Per non parlare del vendicativo desiderio di ritorsione per la risposta di Kennedy al fiasco della Baia dei Porci. (Paragoni col licenziamento di Allen Dulles e altri epigoni della CIA e dello Stato profondo, per quel fiasco, non ce ne sono). Esattamente un mese dopo la morte di John Kennedy, il Washington Post pubblicò un opuscolo di Harry Truman intitolato “Limitare il ruolo della CIA nell’intelligence“. La prima frase dice: “Penso che sia necessario esaminare nuovamente scopo ed operazioni della nostra Agenzia d’Intelligence Centrale“. Stranamente, l’articolo apparve solo nell’edizione iniziale del Post del 22 dicembre 1963. Fu poi escluso dalle edizioni successive e, nonostante l’autore fosse il presidente responsabile della costituzione della CIA nel 1947, l’articolo fu ignorato da tutti i media. Truman credeva chiaramente che l’agenzia di spionaggio seguisse ciò che pensava fosse una via inquietante. Iniziò sottolineando “il motivo originale per cui ritenni necessario organizzare questa Agenzia… e ciò che mi aspettavo facesse“. Sarebbe stata “incaricata di raccogliere tutte le segnalazioni d’intelligence da ogni fonte disponibile e questi rapporti mi giunsero come Presidente senza trattamento od interpretazioni del Dipartimento“. Truman passò rapidamente a una delle cose principali che chiaramente lo disturbavano, scrivendo “la cosa più importante era badare alla possibilità che l’intelligence venisse usata per influenzare o portare il presidente a decisioni sbagliate“. Non fu difficile vedervi un riferimento a come uno dei primi direttori dell’agenzia, Allen Dulles, cercò d’ingannare il presidente Kennedy per inviare forze statunitensi a salvare il gruppo di invasori finito sulla spiaggia della Baia dei porci nell’aprile 1961, senza alcuna possibilità di successo, senza il rapido impegno del supporto aereo e terrestre statunitense. La decisione del presidente Kennedy, presidente allora novizio, fu sostenuta da una “analisi” rosea che mostrava come questa puntata sulla spiaggia avrebbe suscitato una rivolta popolare contro Fidel Castro.Appoggiarsi sulla Baia dei porci
Allen Dulles si sentì offeso quando il giovane presidente Kennedy, entrando in carica, ebbe la temerità di mettere in discussione i piani della CIA per la Baia dei Porci, avviati dal presidente Dwight Eisenhower. Quando Kennedy chiarì che non avrebbe approvato l’uso delle forze da combattimento statunitensi, Dulles si spinse, con fiducia suprema, a costringere il presidente ad inviare truppe statunitensi in soccorso. Le note macchiate di caffè scritte da Allen Dulles furono scoperte dopo la morte e riportate dallo storico Lucien S. Vandenbroucke. Nelle sue note, Dulles spiegava che “quando le carte saranno sul tavolo“, Kennedy sarebbe stato costretto dalla “realtà della situazione” a concedere qualsiasi supporto militare “piuttosto che far fallire l’impresa“. L'”impresa” che per Dulles non poteva fallire era, ovviamente, il rovesciamento di Fidel Castro. Dopo aver montato parecchie operazioni fallite per assassinare Castro, questa volta Dulles intendeva prenderlo, con poca o nessuna attenzione su come i protettori di Castro a Mosca potessero reagire infine. (L’anno successivo i sovietici installarono missili nucleari a Cuba come deterrente contro una futura aggressione statunitense, portando alla crisi dei missili di Cuba). Nel 1961, gli sconcertanti capi di Stato Maggiore Riuniti, che l’allora vicesegretario di Stato George Ball descrisse come “fogna degli inganni”, volevano affrontare l’Unione Sovietica e almeno colpirla. (Si può ancora sentire la puzza di quella fogna in molti dei documenti pubblicati la scorsa settimana). Ma Kennedy mise la sicura alle armi, per così dire. Pochi mesi dopo l’invasione abortita di Cuba e il rifiuto di mandare l’esercito statunitense a salvarla, Kennedy licenziò Dulles e i suoi cospiratori e disse a un amico che voleva “fare la CIA in mille pezzi e spargerla ai venti“. Chiaramente, il disprezzo era reciproco. Quando JFK e l’Innominabile: Perché è morto e per cosa uscì, i media ne ebbero una reazione allergica e non lo commentarono. È certo però, che Barack Obama ne ricevesse una copia e che ciò potrebbe spiegarne in qualche misura la continua deferenza, anche timorosa, verso la CIA. Il timore per lo Stato Profondo sarebbe il motivo per cui il presidente Obama ritenne di lasciare liberi di agire torturatori e rapitori e lasciare i detenuti nelle prigioni segrete della CIA di Cheney/Bush, dicendo al suo primo capo della CIA Leon Panetta di essere l’avvocato dell’agenzia anziché la guida? È questo il motivo per cui Obama ritenne di non poter licenziare il dirigente dell’intelligence nazionale James Clapper, che dovette chiedere scusa al Congresso per aver dato testimonianze “chiaramente erronee” sotto giuramento nel marzo 2013? Il timore di Obama era dovuto al fatto che il direttore della National Security Agency, Keith Alexander. e la controparte dell’FBI, continuavano ad ingannare il popolo, anche se i documenti rilasciati da Edward Snowden li smascherarono, come Clapper, mentire sulle attività di sorveglianza del governo? È questo il motivo per cui Obama fece di tutto per proteggere il direttore della CIA John Brennan tentando di contrastare la pubblicazione dell’indagine completa del Comitato sull’Intelligence del Senato sulle torture della CIA, basata su cablo originali, e-mail e memorie del quartier generale dell’agenzia? (Vedasi qui e qui).Lo Stato profondo oggi
Molti statunitensi si aggrappano alla convinzione confortante che lo Stato profondo sia una finzione, almeno in una “democrazia” come gli Stati Uniti. I riferimenti ai poteri duraturi delle agenzie di sicurezza ed altre burocrazie chiave sono sostanzialmente negati dai media, che molti altri statunitensi sospettano essere una mera appendice dello Stato profondo. Ma a volte la realtà del potere filtra da qualche osservazione sfuggita da un insider di Washington, qualcuno come il senatore Chuck Schumer, democratico di New York, capo della minoranza al senato con 36 anni di esperienza al Congresso. Come tale è anche membro del Comitato sull’intelligence del senato, che dovrebbe avere l’autorità sull’intelligence. Durante un’intervista di Rachel Maddow della MSNBC, il 3 gennaio 2017, Schumer disse in modo tranquillo dei pericoli che attendevano il presidente Donald Trump se continuava ad “attaccare la comunità d’intelligence“. Lei e Schumer discutevano sui decisi tweet di Trump riguardo l’intelligence degli Stati Uniti e le prove dell'”hackeraggio russo” (che Schumer e Maddow consideravano un fatto). Schumer disse: “Lasci che le dica, se attacca la comunità d’intelligence, avrà sei modi da domenica per risponderle. Quindi anche per un uomo d’affari pratico, presumibilmente duro, è davvero stupido farlo“. Tre giorni dopo l’intervista, i capi dell’intelligence del presidente Obama rilasciarono una “valutazione” praticamente senza prove, affermando che il Cremlino aveva ingaggiato un’operazione segreta per mettere al potere Trump, alimentando lo “scandalo” contro la presidenza Trump. Il procuratore speciale Robert Mueller accusò il responsabile della campagna di Trump, Paul Manafort, di riciclaggio di denaro non dichiarato, evasione e lobbismo per conto di stranieri, apparentemente nella speranza che Manafort fornisse prove contro Trump. Quindi, il presidente Trump è in carica da abbastanza tempo per aver capito il gioco e i “sei modi da domenica” che ha la comunità d’intelligence per “risponderti”. Appare intimidito come il presidente Obama. L’imbarazzante acquiescenza di Trump all’opposizione dell’ultimo minuto dello Stato profondo al rilascio dei file JFK è semplicemente l’ultimo segnale che anche lui è controllato da ciò che i sovietici chiamavano “gli organi della sicurezza dello Stato“.Ray McGovern lavora con la Chiesa ecumenica del Salvatore a Washington. Durante i 27 anni di carriera nella CIA, preparò le relazioni quotidiane per i presidenti Nixon, Ford e Reagan e diresse i briefing diretti nelle mattine dal 1981 al 1985. È co-fondatore di Veterani dell’intelligence per l’equilibrio (VIPS).

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sankara è ancora vivo?

Decrypt 15 ottobre 2017Se uccidi oggi un Sankara, domani avrai a che fare con mille Sankara”. Trent’anni dopo l’assassinio, il 15 ottobre 1987, al Consiglio dell’intesa, è chiaro che l’ex-presidente del Burkina Faso avesse ragione. Il 30 e 31 ottobre 2014, migliaia di giovani scesero in piazza gridando forte e chiaro l’appartenenza alla generazione di Sankara. Ma se, come lo slogan cittadino risuona ad ogni marcia, “Il nostro numero è forza”, a livello politico non è del tutto corretto. Le politiche basate sui suoi ideali, o che almeno sostengono di essere “sankariste”, sono infatti affette da una malattia apparentemente incurabile. Dall’istituzione del sistema multipartitico nel 1991, i dieci partiti sankaristi che cercano di entrare nella scena politica del Burkina Faso sono sempre più divisi, con una nuova divisione che nasce ad ogni tentativo di ravvicinamento. Dopo l’insurrezione del 2014 che scacciò il presidente Blaise Compaoré dopo ventisette anni di potere, un via gli si aprì comunque. I numerosi giovani scesi in piazza doveva essere la loro forza elettorale per le presidenziali e legislative di fine 2015. Ma l’alternanza passò sotto i loro nasi. In Burkina Faso è sempre questione di mentalità: il numero due della rivoluzione ordinò l’assassinio del numero uno? Quattro giorni dopo l’assassinio, Blaise Compaoré, il cui colpo di Stato lo mise alla testa di un “Fronte popolare”, giustificò il crimine assicurando che fu commesso contro la sua volontà: “Informati in tempo, i rivoluzionari sinceri si ribellarono sconfiggendo la trama in 20 ore ed evitando così una tragedia sanguinosa, un bagaglio di sangue inutile“. Per il fronte popolare, questa operazione dalla “fine inaspettata e improvvisa”, che doveva portare al semplice arresto di Thomas Sankara, era necessaria per salvare la rivoluzione. Secondo loro, “Thom Sank” preparava l’assassinio di Compaore nella riunione prevista lo stesso 15 ottobre alle 8 di sera. Una versione ritenuta inaffidabile dai parenti di Thomas Sankara. “Era così convinto della sua amicizia con Blaise …Non potevamo toglierglielo dalla testa. Il padre di Thomas disse che aveva due figli: Blaise e Thomas, dice Alouna Traoré. I suoi parenti gli dissero che un complotto contro di lui era pronto. Le sue guardie del corpo gli dissero: “Questo gentiluomo, ci brucerà tutti”. Rispose che Blaise non l’avrebbe mai fatto”. Più volte, i suoi collaboratori gli proposero di occuparsi del caso Compaoré. “La mia posizione era non attaccare Blaise, mai sparare per primi, non la condividono. (…) Ma in realtà preparo una risposta istituzionale, non un massacro“, disse pochi giorni prima della morte all’amico Youssouf Diawara, come quest’ultimo racconta nel suo libro “Intervista a Thomas Sankara”. Riorganizzazione e unificazione piuttosto che prendere le armi, Sankara ci credeva. Negli ultimi mesi si ritirò dall’amministrazione del potere per preparare la “risposta istituzionale”. Contava su Compaoré per l’amministrazione, proponendolo primo ministro, ma quest’ultimo rifiutò. Nel 1987, la rivoluzione vacillò. A Ouagadougou, volantini sordidi contro Compaoré e Sankara furono distribuiti alla teppa per mettere l’uno contro l’altro. A tale guerra dei volantini si aggiunse la frattura tra le organizzazioni aderenti al CNR. Da un lato, i sostenitori dell’apertura e dell’unione delle organizzazioni, con Sankara alla testa. Dall’altro gli avversari, sostenitori della “rettifica”, allineati dietro Compaoré. “Tutto questo, per parata. Fu il desiderio di soddisfare ambizioni individuali che uccise Sankara, non una linea politica”, denuncia Basil Guissou, tre volte ministro sotto la rivoluzione. La spiegazione di tale assassinio è chiara: la torta. Più volte disse Sankara al consiglio dei ministri: “Ci sono alcuni che vogliono mangiare, glielo impedisco. Se volete mangiare, dovete prima passare sul mio cadavere. Abbiamo preso il potere per servire il popolo, non per servircene“.
Con la sua leggendaria incorruttibilità, Sankara disturbava i rivoluzionari di circostanza. Ai capi impose austerità e l’esemplarità. Al popolo chiese partecipazione, fisica nelle opere e pecuniaria per finanziarle. Il radicalismo di Sankara affascinava quanto irritava. Così, nell’agosto 1987, riconobbe “la necessità di fermare” la rivoluzione, di “convincere e non imporre”, come racconta il biografo Bruno Jaffré nella nuova raccolta dei discorsi, “Thomas Sankara, Libertà contro Destino”. “Preferiamo un passo col popolo che dieci passi senza“, affermò Sankara. La “rettifica” della rivoluzione che, secondo i suoi parenti fu usata come pretesto da Compaoré per giustificare l’opposizione politica di facciata, dietro cui c’erano ambizioni personali motivate dall’irresistibile desiderio di avere il potere. A Youssouf Diawara, Thomas Sankara disse: “Non credo in una soluzione politica con Blaise. Vuole il potere, vuole essere il primo, da sempre“. Lui o il suo entourage? Per alcuni, la svolta di Compaoré contro il fratello in armi va ricercata nella consorte ivoriana. Nel 1985, Blaise sposò Chantal Terrasson de Fougeres, ivoriana vicina a Félix Houphouët-Boigny, allora presidente della Costa d’Avorio, famoso per la vicinanza alla Francia e l’anticomunismo. L’agitazione rivoluzionaria del capitano infastidiva il capo dello Stato, che si descriveva come un “coccodrillo che si nutre di capitani“. “Houphouet non poteva dormire a causa del regime rivoluzionario del vicino, portando idee cattive ai giovani ivoriani“, afferma Fidèle Toé, amico d’infanzia ed ex-ministro del Servizio pubblico di Sankara. Costoro cercavano il collegamento per infiltrarsi nel CNR. Fu Blaise, e cosa meglio di un matrimonio per siglare un’alleanza ad vitam aeternam? Sankara, persuaso che “l’imperialismo sarà sepolto a Ouagadougou“, disturbava all’estero. Durante la visita a Ouagadougou nel novembre 1986, il presidente Francois Mitterrand affermò di “ammirarne le qualità, grandi, ma esagerò, a mio parere, quando andò oltre al dovuto“. Costa d’Avorio e Francia avevano interesse a vederne la caduta. Che ruolo ebbero? Fantasia per certuni, realtà inafferrabile per altri, la questione rimane sospesa. Nel 1987, Sankara capi che la fine vicina era inevitabile. “Mi sento come un ciclista su un crinale e che non può smettere di pedalare, altrimenti cade“, disse. “È l’idealismo che lo rovinò“, dice Alouna Traoré. “Alcuni dissero che era un sognatore, che non aveva i piedi per terra”. Idea condivisa da Fidèle Toé: “Thomas disse di Blaise: “Dormiamo sulla stessa stuoia ma non abbiamo gli stessi sogni”.” Il suo, e quello di milioni di burkinabé, si concluse giovedì 15 ottobre 1987, alle 16.30, al Consiglio d’intesa.

Sankara è ancora vivo?
Non un passo senza il popolo”: fu lo slogan elettorale di Bénéwendé Sankara (nessuna parentela), leader dell’Unione per la rinascita – Partito sankarista (UNIR-PS), il partito più sankarista. Una formula che sintetizza la famosa massima di “Thom Sank”: “Preferiamo un passo col popolo, che mille senza“. Il suo programma di “alternativa sankarista”, basato sull’azione rivoluzionaria di Thomas Sankara, fu già testato nelle elezioni presidenziali precedenti. Ma nel 2010, come nel 2015, l’avvocato non convinse raccogliendo solo il 4,9% e il 2,8% dei voti. Nel maggio 2015, al momento della Convenzione per il rinnovamento sankarista, nove parti tuttavia decisero di nominare Bénéwendé Sankara loro candidato. Ma mentre il ballottaggio si avvicinava, le candidature dei sankaristi si moltiplicarono. In discussione c’era il disaccordo sul posizionamento dei vari candidati nelle elezioni legislative. “I sankaristi hanno i difetti che si trovano nei partiti borghesi, come egoismo e follia“, riconosce Bénéwendé Sankara, che da allora è “passato ad altro” abbandonando ogni prospettiva di unione dei partiti sankaristi. Dalla doppia votazione del 2015, la famiglia sembra più disunita di prima. Il colpo di grazia, che portò all’UNIR-PS varie critiche, fu l’adesione alla maggioranza del Movimento Popolare per il Progresso (MPP). “È loro libertà esserne sconvolti, a condizione che non ne siano fulminati“, dice l’avvocato. “Questa è la politica”. Eppure nel 1999, era proprio la vicinanza col partito al potere, il Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP) di Blaise Compaoré, che denunciò. All’epoca, Sankara non aveva ancora un partito, ma era membro della neonata Convenzione dei partiti sankaristi che riuniva la maggior parte delle formazioni affiliate. Per aver “rifiutato di collaborare col regime di Compaore“, lui e i suoi parenti furono indotti ad andarsene. Nel 2000, il suo partito, l’UNIR, appena creato si scisse, dando vita ad una nuova formazione chiamata Convergenza della speranza. “Il problema dei sankaristi è che le loro ambizioni personali hanno la precedenza sulle idee“, dice Jonas Hien, presidente della Fondazione Thomas Sankara per l’Umanità. “Sankarista purosangue” che “non si è mai unito ad alcun partito sankarista“, Jonas Hien fu in diverse occasioni il mediatore che mise a tacere l’ego per unificare la grande famiglia intorno a idee concrete. Ma ogni volta fu una disillusione. L’ultimo tentativo, il più deludente, fu all’inizio del 2014. “Sapevamo che il regime di Compaore sarebbe caduto a breve. Fu il momento per i partiti sankaristi di dimenticare i rancori ed unirsi. Ma l’insurrezione ci precedette“, deplora. Oggi Jonas Hien è realistico: “I burkinabé sono stanchi. Poiché i sankaristi non si sono mai messi d’accordo, gli elettori non vedono come riusciranno a gestire la situazione se vanno al potere“. Per l’economista Ra-Sablga Seydou Ouedraogo, direttore dell’Istituto indipendente di ricerca Free Afrik, c’è un problema fondamentale: “Richiamarsi al più grande uomo nella storia del nostro Paese richiede contenuti. Dove sono? Questa è la domanda! C’è assenza di contenuti strategici rispetto agli ideali di Thomas Sankara. È paradossale: in Burkina Faso Sankara è ovunque, ma in nessun posto”.Traduzione di Alessandro Lattanzio