Il rapporto dell’ONU sui crimini delle autorità ucraine

Arina Tsukanova, Strategic Culture Foundation 11/06/20162014-06-04T094644Z_1_LYNXMPEA530BC_RTROPTP_4_POLAND-OBAMAIl 13° rapporto dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani sulla situazione dei diritti umani in Ucraina tra il 16 novembre 2015 e il 15 febbraio 2016, sotto gli accordi di Minsk, è scioccante per Kiev. Secondo le Nazioni Unite, più di 3 milioni di persone vivono nelle zone direttamente colpite dal conflitto. Il numero esatto di persone che ha lasciato il territorio ucraino è ancora ignoto, anche se le stime di massima vanno da 800000 a 1000000 di persone. Il governo ucraino ha stimato che più di un milione di persone ha lasciato l’est dell’Ucraina per Russia, Bielorussia ed Europa. Questa cifra non corrisponde a quella del Servizio di migrazione federale russa, però: nel 2015, circa 4 milioni di ucraini hanno attraversato il confine, di cui quasi 2,6 stabilitisi in Russia. Più di un milione di persone è arrivato dal sud-est dell’Ucraina. I residenti delle regioni di Donetsk e Luqansk sono autorizzati a vivere liberamente in Russia. La discrepanza nelle cifre mostra chiaramente che l’Ucraina non è interessata ai suoi cittadini, sia nel Paese che all’estero. Ciò significa che uno degli obiettivi della campagna militare lanciata contro l’oriente del Paese è scacciare la popolazione dalla zona del conflitto, soprattutto verso la Russia. Dato che i profughi dalle repubbliche in Ucraina subiscono discriminazioni nell’accesso ai servizi pubblici, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, le autorità di Kiev non sembrano neanche volere i residenti del Donbas. L’ONU afferma anche che coloro che vivono vicino alla linea di contatto (quasi 800000 persone) soffrono particolarmente, e la vita di queste persone è costantemente a rischio. La missione delle Nazioni Unite ritiene che l’assistenza ai residenti del Donbas sia insufficiente, anche calcolando i convogli umanitari dalla Russia, anche se è l’Ucraina che sopprime i programmi sociali introducendo anche il ‘blocco’ che, purtroppo, è tralasciato dal rapporto. L’ONU ritiene che il regime di autorizzazione introdotto dall’Ucraina e il disturbo causato dai posti di blocco rafforzino l’isolamento di chi vive nelle RPD e RPL. Code di 300-400 auto in attesa ai punti di controllo vengono osservate regolarmente e questo recentemente si è concluso in tragedia. Dato che in un punto di controllo ucraino non era aperto di notte, i civili in coda nelle auto di notte furono bersagliati dagli ucraini impiegando illegalmente armi pesanti (oltre i 122 mm), causando la morte di cinque persone, tra cui una gestante.
Nel periodo oggetto della relazione, le forze armate ucraine sono avanzate in zone popolate e numerosi attacchi contro le zone residenziali di Gorlovka, Shakhtarsk e Debaltsevo sono menzionati nella relazione. Dagli accordi di cessate il fuoco di Minsk (dal 15 febbraio 2015) vi sono state 843 vittime tra i civili, 235 morti (216 adulti e 19 bambini) e 608 feriti (554 adulti e 44 bambini). Allo stesso tempo, la missione ONU osserva che non sa attribuire alcune vittime alle parti del conflitto. Osserva, inoltre, che il numero reale di vittime e feriti sia superiore a quello indicato nel rapporto. Il numero di persone scomparse è particolarmente scioccante. La parte ucraina ha riportato 741 scomparsi, mentre la RPD ne ha registrato 420. Inoltre, la missione delle Nazioni Unite ha accertato che circa 1000 corpi negli obitori nel territorio controllato dal governo non sono ancora stati identificati. Ancora una volta i numeri accusano un governo ucraino che non bada alle persone. Il numero di persone che Kiev ha dichiarato scomparse è un terzo inferiore al numero dei corpi non identificati! E i dati ignorano anche i morti rimasti nelle zone delle ostilità; le operazioni di ricerca sono praticamente inesistenti. Come il rapporto delle Nazioni Unite afferma, non c’è nemmeno un meccanismo volto a raccogliere le dichiarazioni dei parenti degli scomparsi. La missione delle Nazioni Unite non ha neanche preso in considerazione il numero di tombe di ignoti nei cimiteri. La stragrande maggioranza degli scomparsi non va cercato nelle repubbliche di Donetsk e Lugansk, ma tra le migliaia di corpi sepolti in silenzio o ancora negli obitori. E’ possibile che il numero ufficiale di coloro che non torneranno mai più sia enormemente sottovalutato. Gli sforzi ucraini volti a cercare ed identificare gli uccisi e gli scomparsi vengono indicati nel rapporto delle Nazioni Unite con la parola “inazione”. Kiev non può ammettere di evitare le responsabilità attuando segretamente la politica dei “corpi non identificati” e suggerendo ai parenti che gli scomparsi sono prigionieri dei ‘separatisti’ di RPD e RPL. Il rapporto ammette che alcuni scomparsi siano vivi, ma detenuti in centri di detenzione segreti nelle repubbliche o nel territorio ucraino. La missione delle Nazioni Unite ha finalmente capito che prigioni segrete e torture in Ucraina sono un sistema parte dello Stato e della sua politica. Delle 1925 indagini penali per accuse di torture nel 2015, 1450 sono chiuse. Il rapporto è anche l’ennesima testimonianza che non si tratta di una guerra civile, ma di una guerra tra chi ha preso il potere con un colpo di Stato militare e il popolo dell’Ucraina, una guerra ipocritamente indicata come ‘operazione antiterrorismo’. Come notato nel rapporto, “nel Paese, l’OHCHR continua a ricevere denunce di sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e in isolamento, torture e maltrattamenti di persone accusate dalle autorità ucraine di ‘violazione dell’integrità territoriale’, ‘terrorismo’ o accuse correlate; individui sospettate di essere membri o affiliati ai gruppi armati”. Persone che non sono solo torturate ma anche detenute senza processo. A Slavjansk, per esempio, il seminterrato del liceo locale viene utilizzato per tale scopo. Una cantina utilizzata per torture ed esecuzioni sommarie fu scoperta dagli ispettori delle Nazioni Unite nel distretto di Izjum, Kharkov. Inoltre, “una rete di luoghi di detenzione non ufficiali, spesso situati nei seminterrati degli edifici regionali del SBU, è stata identificata”. Il SBU ha simili scantinati a Odessa e Kharkov. Nel febbraio 2016, 20-30 persone erano detenute nel seminterrato dell’edificio regionale del SBU di Kharkov, e la stragrande maggioranza dei prigionieri non era stata arrestata legalmente e non era accusata. Il rapporto rileva inoltre che il SBU strappa confessioni con la tortura, e a coloro che sottoscrivono le confessioni viene detto che dovrebbero lamentarsi, poiché le loro famiglie, compresi i figli, ne soffriranno. Il servizio di sicurezza dell’Ucraina indica tali metodi come uso “proporzionale” e “giustificato” della forza.
Il 13.mo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani sulla situazione dei diritti umani in Ucraina è apparso il 3 marzo 2016, ma solo ora la bomba mediatica è esplosa dopo un articolo sul Times in cui Ivan Simonovic, assistente del segretario generale delle Nazioni Unite per i diritti umani, parla del rapporto e anche di cinque prigioni segrete del SBU a cui una delegazione della sottocommissione delle Nazioni Unite sulla prevenzione della tortura non fu consentito l’accesso, spingendo la delegazione a troncare la visita in Ucraina… Il 13.mo rapporto distrugge completamente il mito delle migliaia di prigionieri nelle RPD e RPL. Non ve n’è traccia, nel febbraio 2016 la SBU diede alla missione delle Nazioni Unite una lista di 136 persone sospettate di essere detenute nelle repubbliche, ma non se ne sa nulla di sicuro. L’elenco delle autorità della RPD, tuttavia, è completamente diverso. “1110 persone sono state arrestate dal governo ucraino, tra cui 363 membri dei gruppi armati, 577 persone arrestate per le loro idee politiche e 170 civili che non hanno nulla a che fare con il conflitto”, dice il rapporto delle Nazioni Unite. Il SBU ha esagerato creando essenzialmente un sistema di campi di concentramento. Il rapporto delle Nazioni Unite paragona le azioni del SBU al sequestro di ostaggi. Era impossibile tacere lo scandalo, ma mentre tale regime esiste in Ucraina, le indagini sulle sue attività criminali seguiranno quelle sulla strage del rogo di Odessa del 2 maggio 2014. Cioè i carnefici rimarranno liberi o agli arresti domiciliari, mentre le vittime sono imprigionate per anni.-La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Libia e la strana morte di Buonanno

Alessandro Lattanzio, 8/6/2016comboSulla Pedemontana, tra Mozzate a Solbiate, il 5 giugno moriva in un incidente stradale l’europarlamentare della Lega Nord Gianluca Buonanno; secondo il sito Qui Como, Buonanno era sceso e a fianco della propria auto, ferma sulla corsia di emergenza, quando un’altra vettura l’investiva uccidendolo. In totale furono coinvolte tre auto almeno nell’incidente, con tre persone a bordo, oltre a Buonanno e alla moglie. Due dei passeggeri erano inglesi che avevano subito solo leggere ferite. Di tali inglesi, ovviamente, non si sa altro, se non che in seguito i media mettevano loro di fianco a un’auto ferma in corsia d’emergenza, e non più Buonanno.BHBuonanno, oltre ad essere oggetto di minacce anonime ed inchieste eterodirette, potrebbe aver infastidito i tanti sostenitori italiani o in Italia, delle organizzazioni terroristiche islamiste attive in Libia, Siria ed Egitto. Infatti, nel marzo 2015 l’eurodeputato Gianluca Buonanno si recava in Libia, suscitando articoli insultanti e sarcasmo stizzito e minaccioso  sui vari media allineati a un PD filo-islamista, chiaramente infastidito dal fatto che un eurodeputato, recandosi presso il generale libico Qalifa Haftar, attribuiva un riconoscimento internazionale e legittimità ad una figura oggi oggetto degli strali delle sette terroristiche islamiste e dei loro mandanti delle intelligence inglesi, statunitensi, turche, qatariote ed infine italiane.Italie.-Gianl-CopiaIn effetti, Buonanno, era l’unico politico straniero presente a Tobruq, durante la seduta del Parlamento libico convocato per la nomina del generale Qalifa Haftar a comandante delle Forze Armate libiche: “Inviterò gli esponenti del Governo e del Parlamento di Tobruq a Bruxelles, al Parlamento europeo, perché la situazione in Libia, pur drammatica è ancora recuperabile se Italia ed Europa intervengono ad aiutare il popolo libico e il governo di Tobruq a ristabilire l’ordine fermando i terroristi islamici dello SIIL”, aveva detto Buonanno. “Una settimana in Libia mi ha fatto capire molte cose. Non vedevano un occidentale da anni e mi ha colpito la speranza che ho generato nei loro confronti, hanno talmente tanta fame e sete che mi guardavano quasi fossi un capo di stato perché finalmente potevano parlare con qualcuno: questo è importante… Ho fatto quello che doveva fare la Mogherini. Ho visto la realtà vera, non quella di chi fa politica dietro la scrivania, c’è una Libia in difficoltà, c’è un’Italia e un’Europa che dormono in piedi invece il governo di Tobruq, loro possono darci una mano, per respingere i clandestini e fermare il terrorismo islamico. Bisogna far finire l’embargo, perché loro non possono fare nulla mentre SIILs e Fratelli Musulmanni possono fare quello che vogliono perché ottengono finanziamenti da Qatar e Sudan. Ho girato per diverse città, non sono stato a Tripoli perché è in mano al terrorismo islamico. Ma ho incontrato molta gente, tra cui il Capo Supremo delle Forza Armate Qalifa Haftar. E’ stato lui a dirmi di non vedere i politici di queste parti da più di un anno. Adesso casualmente sono stato in Libia una settimana e il parlamento europeo ha messo all’ordine del giorno di parlare di Libia. Non solo. Qualche giorno fa hanno riconosciuto l’ambasciatore libico in Italia, qualcosa si sta muovendo… La Libia è in difficoltà, il 50% dei bambini non va a scuola, i pozzi petroliferi e le raffinerie sono in parte in mano ai terroristi islamici che così si finanziano. C’è un contrabbando di benzina micidiale. Ovunque ci sono posti di blocco. Io sono stato al parlamento di Tobruq dentro una base navale. Sembra una fortezza. Haftar sta in un bunker…insomma ti fa capire in che situazione sono. Hanno un parlamento con 23 deputate libiche, l’errore è che l’Europa si è fermata dopo aver fatto cadere Gheddafi, c’è chi ha fatto i propri affari ma poi si è fermato. Allora si sono inseriti i terroristi. Haftar mi ha detto che sconfiggeranno e vinceranno contro lo SIIL e si ricorderanno chi ha dato una mano e chi no. Infine, Buonanno scriveva sulla sua pagina Facebook: “Oggi sono stato invitato al Parlamento Libico, convocato per la cerimonia di insediamento del GENERALE KHALIFA HAFTAR, CAPO SUPREMO DELL’ESERCITO LIBICO, che mi ha invitato nel suo bunker facendomi delle RIVELAZIONI CLAMOROSE sull’Italia e sull’Europa!!! DAVIDE HA BATTUTO GOLIA!!! Dopo 5 giorni che sono qui, il Parlamento Europeo ha casualmente deciso di parlare di Libia e Terroristi… e io giovedì leggerò pubblicamente il messaggio che il Generale Khalifa Haftar mi ha lasciato!!!” Quali fossero queste rivelazioni, non ci è stato dato di sapere.buonanno-davide-golialSul fronte regenesco, collegato alle vicende libiche, va notato che professori e tutor di Giulio Regeni, l’esperto di ‘sindacalismo’ inviato in Egitto dall’università di Cambridge, fulcro dell’intellighentsija colonial-imperialista anglosassone, si avvalevano della facoltà di non rispondere alle domande del sostituto procuratore della Repubblica Sergio Colaiocco, dei funzionari dello SCO e degli ufficiali del ROS dei carabinieri, giunti nel Regno Unito per indagare sulle e-mail scambiate da Giulio con i suoi docenti riguardo alla ‘ricerca’ che svolgeva a Cairo, e le personalità che aveva contattato e frequentato in relazione a tale ‘ricerca’. ‘Ricerca’ che tra l’altro risulta “confidenziale”, motivo per cui i docenti di Regeni avanzavano la loro facoltà di non rispondere, tra cui Maha Abdelrahman, la professoressa anglo-egiziana che si oppone al governo al-Sisi e che aveva una corrispondenza con Regeni appunto sui ‘sindacati indipendenti’ egiziani. In particolare, Regeni aveva promesso a Muhamad Abdallah, capo di uno di quei sindacati, di devolvergli 10000 euro ricevuti dalla Fondazione Antipode del Regno Unito. Abdallah, che avrebbe litigato con Regeni per quei 10000 euro promessi ma non concessi, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Regeni, dichiarò “mi ha offerto soldi per avere informazioni sui sindacati”.1465154001-1465153911-newpress-20160605204605-19386281Fonti:
ASI
Corriere
Ilsole24ore
Ilsole24ore
Linkiesta
Meltybuzz
Qui Como

Operazione Condor 2.0: golpe contro il Venezuela

Nil Nikandrov  Strategic Culture Foundation 27/05/2016maduro-fanb-63003Nei discorsi il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ritorna costantemente sul tema del nuovo piano Condor che gli Stati Uniti cercano d’intraprendere in America Latina e nei Caraibi. Il nome in codice “Condor” fu usato la prima volta per camuffare l’oppressione orchestrata dalle giunte militari in Sud America (principalmente Cile, Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay e Paraguay) negli anni ’70-’80. Molto si sa oggi del sostegno attivo delle agenzie d’intelligence e del dipartimento di Stato degli USA a tali operazioni repressive. La campagna fu coordinata dal segretario di Stato del momento Henry Kissinger, e un tribunale penale internazionale ancora detiene i documenti che l’incriminano. Almeno 7000 persone furono uccise nelle operazioni Condor: politici, sindacalisti, personaggi pubblici, giornalisti, diplomatici, accademici… Il Venezuela è l’obiettivo principale del nuovo piano Condor. L’amministrazione Obama fa di tutto per precipitare il Paese nel caos e nella violenza sottoponendolo a terrorismo criminale, fame e saccheggio, cercando d’innescare l’intervento militare diretto. Pochi giorni fa il dipartimento di Stato ha ospitato un incontro di tre ore cui partecipavano l’uruguaiano Luis Almagro, segretario generale dell’OAS e filo-statunitense, e il comandante dell‘US Southern Command. Il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ha descritto la riunione tra “complici”, sottolineando che sa bene ciò di cui discutevano: “Sono ossessionati dal Venezuela. E perché? Perché non possono sopprimere la rivoluzione bolivariana”. Maduro sostiene che il Venezuela è sottoposto ad “aggressione mediatica, politica e diplomatica, così come da estremamente gravi minacce negli ultimi dieci anni”. Una strategia attuata per giustificare l’intervento straniero. La minaccia statunitense a indipendenza e sovranità del Venezuela appare molto più credibile. L’ordine esecutivo del presidente Obama nomina il Venezuela come Paese che pone una minaccia alla sicurezza nazionale degli USA, allarmando i leader bolivariani. Il Ministero degli Esteri russo ha risposto a tale ordine in modo simile, “ciò incoraggia direttamente la violenza e l’interferenza straniera negli affari interni del Venezuela”. L’appello dell’ex-presidente colombiano Alvaro Uribe affinché truppe straniere invadano il Venezuela è considerato dalla dirigenza bolivariana come l’ultimo capitolo della guerra delle informazioni “approvata da Washington” nel periodo che precede la guerra stessa. L’US Southern Command pianifica ulteriori sviluppi sul fronte del Venezuela, seguendo tale scenario.
Il sistema di difesa aerea del Venezuela ha registrato l’incremento delle attività di spionaggio del Pentagono. Nella conferenza stampa del 17 maggio il Presidente Maduro ha rivelato che i confini del Paese sono stati violati due volte da un Boeing 707 E-3 Sentry utilizzato dall’US Air Force per supportare le comunicazioni continue con unità armate nelle zone di conflitto o disattivare le apparecchiature elettroniche di governo ed esercito. Un portavoce del Pentagono ha smentito: “I nostri aerei volano minimo a 100 miglia dal confine del Venezuela”, aggiungendo che “i piloti statunitensi rispettano i confini nazionali riconosciuti a livello internazionale”. Nessuno in Venezuela crede a tale sfacciata menzogna del Pentagono sul “rispetto dei confini”, perché nessuno ha dimenticato gli attacchi contro Jugoslavia, Libia e Iraq. Le operazioni speciali della CIA sono anche un ricordo forte come il tentativo del 2004 d’infiltrare un distaccamento di “paramilitares” in Venezuela dalla Colombia per attaccare il palazzo presidenziale e assassinare il Presidente Hugo Chávez. La risposta del Venezuela è stata rafforzare le difese. Dopo l’incidente con l’aereo spia statunitense, esercitazioni su larga scala soprannominate Independencia II sono state lanciate coinvolgendo non solo i militari, ma anche le forze di difesa civile. La parlamentare Carmen Meléndez, già Ministra della Difesa durante l’amministrazione Chávez, ha dichiarato senza mezzi termini “Dobbiamo essere pronti a qualsiasi scenario”. Le esercitazioni sono state eseguite in sette Regioni della Difesa Integrale, 24 zone territoriali della Difesa Integrale e 99 aree della Difesa Integrale. 520000 soldati e miliziani bolivariani vi hanno preso parte. Il Ministro della Difesa Vladimir Padrino è stato categorico nella valutazione dei risultati delle esercitazioni: “Non c’è altra scelta se non trasformare il Venezuela in una fortezza inespugnabile, e questo può essere raggiunto attraverso un’alleanza civile-militare”. Alla luce della difficile situazione nel Paese, l’aggravarsi della crisi economica e l’aumento delle proteste di un segmento di pubblico influenzata dall’opposizione, il Presidente Maduro ha firmato un decreto che dà poteri di emergenza al governo. Il documento, valido per 60 giorni, espande l’autorità del governo nell’adottare ulteriori misure per garantire la sicurezza. I militari possono anche intervenire per puntellare l’ordine pubblico. Aziende, società, imprese, organizzazioni non governative con legami stranieri saranno soggette a controlli più rigorosi e i loro conti congelati, e anche i beni confiscati, se viene rilevata qualche attività sleale. Saranno forniti cibo ed energia elettrica alle classi più vulnerabili della popolazione. Il Ministero degli Esteri del Venezuela agisce per limitare il personale diplomatico degli Stati Uniti a 17-18 persone. Questo è molto scomodo per l’ambasciata degli Stati Uniti dato che le sue agenzie d’intelligence hanno bisogno di circa 180-200 diplomatici statunitensi attivi per lavorare. Per rappresaglia l’ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato che non avrebbe più rilasciato visti turistici o di lavoro: “E’ impossibile mantenere il precedente standard di servizio per centinaia di migliaia di cittadini venezuelani che visitano l’ambasciata degli Stati Uniti di Caracas ogni anno”.
In preparazione per la seconda edizione del repressivo Piano Condor in Venezuela, le agenzie d’intelligence statunitensi hanno assegnato un ruolo importante all’intrattabile opposizione interna, che Chavez ha sempre dichiarato essere al servizio del governo degli Stati Uniti. Per le agenzie d’intelligence statunitensi e i gruppi di opposizione che controllano, le elezioni parlamentari in Venezuela del 6 dicembre 2015 aprono ulteriori opportunità per destabilizzare il Paese. L’opposizione ha promesso che dopo le elezioni le lunghe code e le carenze dei consumi sarebbero scomparse, ottenendo per la prima volta la maggioranza nell’Assemblea Nazionale dopo 17 anni. Tuttavia, il Paese non ci ha guadagnato nulla e l’opposizione ora utilizza il Parlamento per soffiare ancora sul fuoco dei disordini civili. Il Presidente Maduro ha dichiarato la disponibilità a dichiarare lo Stato di emergenza se la sovversione dell’opposizione continua. Per esempio, l’ultima marcia a Caracas dell’opposizione del Blocco di Unità Democratica (MUD) si è conclusa con scontri tra opposizione e polizia. Le forze dell’ordine, tra cui alcune donne, hanno riportato ferite quando sono stati spietatamente picchiate con barre di metallo. Alcuni aggressori sono stati rapidamente perseguiti e arrestati. Si è scoperto che la “protesta” era stata organizzata da Coromoto Rodríguez, capo della sicurezza del capo del parlamento Ramos Allup. Negli anni ’70 Rodríguez era un membro della polizia segreta (conosciuta come DISIP) coinvolto nelle torture dei prigionieri e poi nel servizio di sicurezza del presidente Carlos Andrés Pérez, mentre lavorava per la CIA. Gli arresti dei militanti ha permesso ai Sebin (servizi segreti bolivariani) di scoprire il ruolo di Rodríguez nell’istigare le rivolte a Caracas. Ora l’opposizione venezuelana si appresta a tenere un referendum per far dimettere il Presidente Maduro. Ai primi di maggio ha incaricato il Consiglio Nazionale Elettorale di verificare gli 1,85 milioni di firme (invece delle 200000 previste per legge) a una petizione per il referendum abrogativo. Tuttavia, il Vicepresidente Aristóbulo Istúriz ha affermato che ci sono molte irregolarità nella raccolta delle firme dell’opposizione e che il referendum non si terrà fino a che ognuno di quei nomi sarà verificato. I capi del MUD cercano di sfruttare la situazione per provocare “proteste spontanee” chiudendo strade, appiccando incendi e sabotando le linee elettriche e idriche e le forniture di cibo. Ma vi è una campagna molto più radicale di terrore all’orizzonte che potrebbe sostituire l’attuale torbida crociata dei radicali. Sempre più gli agenti dei Sebin e della polizia scoprono arsenali di armi da fuoco di fabbricazione statunitense, granate ed esplosivi a Caracas e in altre città.
Gli statunitensi da tempo alimentano una sete vendicativa per dare una lezione ai bolivariani, risalente a quando Hugo Chávez era ancora in vita, una volta che iniziò a perseguire una politica indipendente fin dall’insediamento nel 1999. Le sue iniziative per modernizzare l’America Latina a favore degli interessi dei latinoamericani furono sostenute da Cuba e abbracciate da una nuova generazione di leader latino-americani. Il dominio degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale ha iniziato a indebolirsi. Chavez e i suoi sostenitori hanno combattuto per creare blocchi regionali unificati, spingendo a creare un’alleanza difensiva sudamericana, a usare il Sucre come valuta regionale e a sviluppare altri progetti senza input statunitensi. Ora il successore di Chávez, il Presidente Maduro, è oggetto di aspre accuse. I media filo-statunitensi l’accusano del fallimento del “modello economico bolivariano” citando statistiche fasulle su “indici di gradimento bassi” e propagandano aggressivamente l’idea di cacciare il presidente con la forza. I capi dell’opposizione, molti dei quali hanno parteciparono a precedenti iniziative per destabilizzare il regime, fanno appello direttamente alle Forze Armate del Paese chiedendo d’“intervenire”… Henrique Capriles Radonski, dagli stretti legami con la CIA, era soprattutto diretto. Ma il Ministro della Difesa Generale Padrino López ha esposto la posizione dell’esercito: “Il Presidente è la massima autorità dello Stato a cui abbiamo giurato lealtà e sostegno incondizionato”. I tentativi dell’opposizione di suscitare una ribellione tra i militari non hanno finora avuto successo. Gli ideali patriottici di Hugo Chavez sono ancora vivi sotto le armi e si spera che l’Operazione Condor faccia cilecca in Venezuela: i militari venezuelani rimarranno fedeli a costituzione bolivariana e Presidente.nicolas-maduro-miliciasLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lezioni dalla crisi brasiliana

Lo scienziato politico Dmitrij Evstafiev sui “limiti del potere” degli USA
Izvestija, 24/05/2016 – Southfront

2013-06-18T120026Z_1_CBRE95H0XCV00_RTROPTP_2_BRAZIL-PROTESTSProfessore dell’Università Nazionale delle Ricerche – Scuola Superiore di EconomiaIl colpo di Stato di destra in America Latina, senza dubbio ha un significato globale, cambiando radicalmente la mappa politica del mondo nel prossimo futuro. E’ discutibile che gli Stati Uniti, non senza difficoltà, abbiano eliminato il famigerato “piano boliviano” trascurando il controllo della situazione politica nel “cortile di casa”. Se togliamo dalla questione come l'”alternativa boliviana” sia una realtà e quanto limitata ne siano state le PR, e se togliamo dal dibattito se la Russia poteva apparentemente “salvare” un regime amico, cercheremo di tracciare diverse conclusioni dalla situazione, al di là delle specifiche “caratteristiche regionali”. E se nessuno dubita della presenza della “mano di Washington” in America Latina, vedremo in Russia e nel mondo ciò che ha dimostrato l’amministrazione statunitense. Questi sono gli attuali “limiti del potere” degli Stati Uniti. Innanzitutto, gli USA mantengono la capacità di manipolazione politica ed economica globale, ma Washington ha solo risorse organizzative sufficienti per un paio di grandi operazioni alla volta. Si noti in parallelo al cambio dei regimi di “sinistra” in America Latina, laddove a prescindere dalla retorica “Bolivariana” hanno mantenuto quasi tutti i sistemi mediatici, gli statunitensi potevano agire attivamente solo sull'”orientamento atlantista”, controllando importanti organizzazioni politiche ed economiche (ad esempio la NATO). Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno dovuto attuare la “primavera araba” e i piani di rafforzamento del controllo sui governi dello spazio post-sovietico, tuttavia le loro manovre anticinesi sono limitate principalmente alle manipolazioni dei mercati finanziari e all’intensificarsi della propaganda. Anche con la Russia, dopo minacce e pressioni politiche vacue del 2014, Washington ha dovuto iniziare a parlare cortesemente. In secondo luogo, gli Stati Uniti non hanno i mezzi per cambiare i regimi “una volta per tutte” neanche in America Latina. Le operazioni per neutralizzare un “colpo di sinistra” nella regione furono effettuate per oltre un anno e mezzo, e difficilmente sarebbero riuscite senza la catastrofica caduta dei prezzi delle materie prime. E anche nel caso dell’Argentina, per esempio, si doveva evitare qualsiasi attività manipolativa “violenta” o aperta, in attesa di un “vero e proprio” cambio di governo. In ogni caso, non si può parlare di sorprese strategiche. Gli Stati Uniti hanno abbastanza risorse organizzative per cambiare praticamente qualsiasi regime ostile, ma farlo richiede molto tempo, pianificazione accurata ma ancora più importante, è costoso. In ultima analisi, Washington dovrà aiutare sul serio i suoi pupazzi affinché non falliscano, altrimenti l'”onda di ritorno”, in particolare in Brasile, può trasformarsi in uno tsunami.
In terzo luogo, anche in America Latina gli Stati Uniti non potevano permettersi un intervento diretto o un colpo di Stato militare. Sono stati costretti ad agire col sostegno della società civile, anche se avessero avuto tutti i mezzi, almeno in Argentina, Venezuela e anche Bolivia per attuare un altro “colpo di Stato militare”. Tale variante gli avrebbe consentito, nell’arco di diversi anni, di ristabilire la reputazione di “poliziotto mondiale”, capace di mettere a “sangue e ferro” per assicurarsi i propri interessi. Tuttavia, gli Stati Uniti sono costretti ad affidarsi a forze interne ed interessi economici e sociali che i “regimi di sinistra” hanno alienato. Ma soprattutto, Washington s’è allontanata dal modello delle “rivoluzioni colorate”. La legittimità dei processi politici è diventata componente importante della strategia statunitense, anche in Venezuela, dove esistono già tutti i presupposti per una classica “rivoluzione colorata” o comparsa di qualche “giunta patriottica”. E tale cambiamento dovrebbe probabilmente essere visto come cruciale.
In quarto luogo, il declino dell'”alternativa boliviana” è avvenuta non solo perché gli Stati Uniti hanno “rovesciato” regimi non leali. Per parafrasare un classico: un governo non può essere rovesciato se non vacilla. Le elezioni in Argentina e le massicce manifestazioni in Brasile e Venezuela hanno dimostrato tendenze reali nell’opinione pubblica. Il principale fattore di cambiamento politico è l’incapacità dei regimi locali di costruirsi il sostegno pubblico che avrebbero potuto avere con le loro operazioni sociali, comportando la ridistribuzione della “rendita delle risorse” verso relazioni economiche durevoli. Ahimè, la rendita è stata per lo più “mangiata” e non ha dato a Venezuela o Brasile nuove relazioni economiche o una rinnovata crescita economica durevole. Molto probabilmente molti sostenitori aperti delle autorità, anche se non sono passati all’opposizione, in qualche modo si sono “dispersi”.
In quinto luogo, lo strumento chiave utilizzato dagli Stati Uniti negli ultimi anni contro i regimi indesiderati si è rivelata la guerra alla corruzione. Gli Stati Uniti hanno mostrato la capacità d’incorporare aspetto interno e globale della guerra alla corruzione al processo politico. Naturalmente, gli Stati Uniti hanno preso su di sé le funzioni di pubblico ministero e giudice; è improbabile che nel prossimo futuro qualcuno possa rimuoverli dal podio della lotta alla corruzione. Specialmente quando si considerano le caratteristiche della situazione economica nel mondo. Così, nei prossimi anni aumenterà la pressione su Russia e alleati. Gli statunitensi hanno accumulato una ricca “banca dati fattuale”. E per aumentare la stabilità di un regime si dovranno tagliare i “legami” tra malcontento verso la corruzione nel Paese e pressione anticorruzione interna globale. In questo modo, la strategia per “nazionalizzare l’elite”, definita a suo tempo da Vladimir Putin, diventa una questione di sicurezza nazionale. Per la Russia, tuttavia, va considerato il seguente fatto: quando il problema dei regimi infedeli in America Latina perderà urgenza per gli Stati Uniti, appariranno modifiche nelle loro risorse organizzative e politiche, sufficienti a garantirsi che gli statunitensi possano prestare maggiore attenzione allo spazio post-sovietico. Pertanto, anche col coinvolgimento degli Stati Uniti nel suo spettacolo pre-elettorale, che questa volta potrebbe divenire una vera e propria lotta, va ricordato che il periodo di “pausa pacifica” per l’élite russa giungerà al termine. Quale altra lezione di strategia ci ha dato il crollo dell'”alternativa boliviana”? Credo che sia l’insieme di seguenti elementi: il crollo della “alternativa boliviana” è il crollo dei tentativi d’integrazione, e preservando a stessi, élite e Paesi nel sistema economico e di relazioni politiche USA-centriche, la PaxAmericana, delle “condizioni decenti”. Attualmente gli USA non negoziano “condizioni” con alcuno. Gli USA di oggi sono troppo deboli per farlo, hanno bisogno di alleati senza condizioni, senza fastidi e senza idee.article-2344628-1A682B90000005DC-579_634x488Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Venezuela: manovre e azioni dietro le dichiarazioni di Biden

InvestigAction 18 maggio 2016ikm_ktUpprfYLa dichiarazione di Joe Biden che “il Venezuela continua a commettere gravi violazioni dei diritti umani” fa parte di un chiaro tentativo diplomatico e mediatico per orchestrare l’isolamento del Venezuela, definito negli ultimi 3 editoriali contro il Paese di Bloomberg, Wall Street Journal e New York Times, e accompagnato dalle dichiarazioni del capo delle relazioni estere dell’UE Federica Mogherini: “lo scontro tra il governo e l’assemblea blocca qualsiasi tentativo di risolvere la crisi e né ferma la violenza o rallenta l’inflazione“. La cortina fumogena dei diritti umani serve a sfidare, sostenere e dare una direzione politica agli argomenti sullo “Stato fallito” utilizzati contro il Venezuela. In particolare, è con tale velo discorsivo che il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden sostiene che il Venezuela continua a commettere gravi violazioni dei diritti umani e ad intimidire rappresentanti dell’opposizione, senza chiaramente nominare leader e attivisti assassinati dai sicari politici e il recente giro di vite contro i membri del campeggio pionieri del comune di Polichacao. Gli unici diritti umani validi per Joe Biden sono quelli dei funzionari e politici della destra venezuelana. Oltre a ciò, contro il chavismo la violenza è permessa, sostenuta e richiede la massima copertura possibile. Ma non solo Mogherini parla come Biden sulle “restrizioni delle libertà civili” nel Paese, ma tali affermazioni sono rafforzate dalle azioni del vicepresidente degli Stati Uniti nel primo vertice della sicurezza energetica nei Caraibi (supportate anche dal recente discorso del segretario generale dell’OSA Luis Almagro a Washington). Solo di nome, tale ente diplomatico non ha detto nulla nella sua breve storia; ricordiamo subito che Obama lanciò tale iniziativa un paio di giorni fa con l’ordine esecutivo contro il Venezuela chiedendo ai Paesi caraibici di aprirsi a ciò che chiama “energia alternativa” (col tampone dell’esportazione nordamericana) per frenare l’influenza di Petrocaribe: obiettivo essenziale del governo degli Stati Uniti, su richiesta esplicita di Chevron e Exxon Mobil che lo considerano un loro lago, secondo i cablo statunitensi resi pubblici da Wikileaks. Anche se ne cercano la destituzione, il Venezuela non è il Brasile e Maduro e Diosdado non sono Dilma.

Intervento e Assemblea nazionale
10505367 Insieme a tale ampia manovra geopolitica e al colpo di Stato in Brasile, le dichiarazioni di Biden, vicino agli interessi energetici della Chevron Corp. (la stessa che ha finanziato le sanzioni contro il Venezuela) cercano d’instillare l’idea che il Venezuela sia sull’orlo della crisi umanitaria, del crollo ed eventuale implosione che potrebbe influenzare la sicurezza della regione, motivo per cui so dovrebbe creare una coalizione multilaterale per intervenire, come previsto l’anno scorso dal think-tank finanziato da George Soros International Crisis Group, che conta tra il personale l’ex-capo della NATO Wesley Clark. L’operazione Venezuela Libero – 2 del Comando Sud degli Stati Uniti ribadisce che ciò è considerata una possibilità reale nel medio termine. E mentre Ramón Aveledo cerca il supporto del Brasile per intervenire nel suo Paese con l’applicazione della Carta Democratica dell’OAS, Luis Florido, al senato del Canada con una delegazione di membri del MUD composta da Freddy Guevara, Williams Davila e Luis Emilio Rondón, sostiene che “la situazione in Venezuela è quella della pressione senza valvola di sicurezza” che può esplodere “e destabilizzare tutta l’America Latina“. E completa Luis Florido: “La responsabilità del Canada e del concerto delle nazioni americane è agire nel quadro multilaterale e bilaterale per fare pressione per un’uscita costituzionale nel Paese“. Sincronizzatasi alla perfezione con tali affermazioni, la rappresentante della politica estera dell’Unione europea afferma che in Venezuela “c’è uno scontro di poteri” e “domanda un’uscita costituzionale dalla crisi“, d’accordo con Joe Biden che segnala, inoltre, che l’Assemblea nazionale rappresenta “la diversità della visione politica del Paese“. Tale legittimazione dei piani del Comando Sud sullo “scontro di poteri” e l’uso dell’Assemblea nazionale per organizzare in modo permanente ingovernabilità, c’è l’approvazione di un accordo per sollecitare il ramo esecutivo del Tribunale supremo della giustizia (TSJ) e il Consiglio nazionale elettorale (CNE) a “rispettare la costituzione” garantendo l’esportazione del messaggio sulla “rottura” dell’ordine costituzionale in Venezuela.
Come visto, i membri del MUD giocano fino al limite sul rifiuto di riconoscere gli altri poteri costituiti in Venezuela pianificando, tra le righe, l’applicazione della Carta Democratica da attuare solo quando c’è, in particolare, una rottura dell’ordine costituzionale in un Paese membro dell’organizzazione (OAS), come se fossero un potere parallelo, nella migliore tradizione dei governi mercenari (o della cosiddetta “transizione” secondo coloro sempre pronti ad intervenire) riconosciuti da Stati Uniti e Unione europea in Libia e Siria. Mentre s’acuiscono i fronti interni più aggressivamente bellicosi, riassunti nei fronti alimentare, farmaceutico ed illegale, sempre più pressione sarà attuata dall’estero per mettere con le spalle al muro il chavismo e le legittime autorità. E il Brasile, in particolare, rappresenta un’accelerazione di tale offensiva. Ma qui non siamo in Brasile e né Maduro, né Diosdado sono Dilma. Biden e il Comando Sud lo sanno.Italy-Europe-Ukraine_Horo-e1409422492587Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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