Conflitto tra statunitensi e turchi sul riciclaggio dello Stato islamico

al-Manar 11 gennaio 2017

manar-00105550014840813606Il quotidiano libanese al-Aqbar riferiva del conflitto latente tra Ankara e Washington sulla questione del riciclaggio dei “jihadisti dello Stato islamico”; conflitto svelato dalla morte di un capo islamista, passata inosservata.

Morte sospetta
Alla fine di novembre fu eliminato Muhamad al-Ghabi (nome dalla valle al-Ghab, provincia di Hama, da cui proveniva). Il vero nome era Muhamad al-Ahmadi, disertore dell’Esercito arabo siriano nel 2011, entrato nelle fila del Free Syrian Army, la prima milizia a prendere le armi contro il governo siriano. Dopo esser passato tra diverse milizie, finalmente trovò il Jabhat al-Sham di cui fu nominato vicecapo della sala operativa del Sahl al-Ghab. A febbraio supervisionò e presiedette la creazione di una coalizione di milizie chiamata Jaysh al-Tahrir, formata oltre dalla sua 312.ma divisione, da 9.no contingente, 45.ma divisione e liwa al-Haq. In un primo momento, la sua morte fu presentata come “accaduta mentre combatteva lo SIIL, difendendo la terra e l’onore nella provincia settentrionale di Aleppo“. Ma si scoprì che fu colpito in maniera senza dubbio ben accurata, rendendo sospetta la versione ufficiale. I dettagli del suo passato lo spiegano.

Agente dell’intelligence degli Stati Uniti
Ghabi era noto per le sue relazioni con l’intelligence degli Stati Uniti, che dirigeva un programma per sollecitare i membri della milizia terrorista wahabita SIIL a disertare. Il programma segreto fu avviato nell’aprile 2016, insieme con l’intelligence turca, nell’ambito del programma a sostegno dell’opposizione moderata. Ghabi fu efficace: nel giro di due mesi ne arruolò trenta di molte nazionalità, anche francesi, belgi e olandesi, soprattutto grazie alle relazioni forgiate con diverse fazioni armate, in particolare i jihadisti taqfiriti. Sembrava aver arruolato alcuni capi dello SIIL, soprattutto perché l’accordo era piuttosto succoso: 10mila dollari per ogni disertore dello SIIL di nazionalità estera, e 5000 per quelli di nazionalità araba. Naturalmente Ghabi ebbe la parte del leone: il doppio di quanto dato ai capi dello SIIL. Ogni disertore era un tesoro per i servizi d’intelligence, soprattutto se di origine statunitense o europea: fornivano informazioni interne sul gruppo, i membri e loro identità e nazionalità, nonché sui loro agenti al di fuori della Siria. Inoltre, potevano essere riabilitati integrandosi con le altre milizie che combattono per conto di tali servizi. Pochi furono rimpatriati, con l’attiva partecipazione dei servizi interessati. La loro riabilitazione fu principalmente psicologica e religiosa, in centri appositamente ideati nei villaggi turchi al confine con la Siria.

Il più fedele di tutti
Ghabi non fu l’unico ad eseguire tale compito, ma fu il più fedele tra tutti agli statunitensi. Fu così anche quando il coordinamento tra di loro e i turchi s’interruppe, a giugno. Ankara voleva installare i centri di riabilitazione sul suolo siriano e, soprattutto, aspirava a fare aderire tali disertori alla sua offensiva in Siria, Scudo dell’Eufrate. Nell’ambito del contenzioso turco-statunitense Ghabi insisté ad informare l’intelligence degli USA su tutti gli sviluppi. Mentre la sua coalizione fu integrata nell’offensiva turca, informò i vari gruppi che si erano mobilitati sulle operazioni sul campo. A partire da settembre, i turchi furono informati dei dettagli delle sue azioni.

Anche con al-Nusra
Sembra che abbiano informato Jabhat al-Nusra, ramo di al-Qaida in Siria, rinominatosi Jabhat Fatah al-Sham. Soprattutto Ghabi riuscì ad arruolarne alcuni membri a favore degli statunitensi. Nusra si affrettò a catturarlo, con numerosi famigliari, accusandolo in un comunicato “di aver danneggiato la rivoluzione e la jihad per collaborare con gli americani“. Ma alla fine rilasciò Ghabi per l’enorme pressione e soprattutto per l’interferenza della guida religiosa di Idlib, il saudita Abdullah al-Muhaysini. Quest’ultimo fu il primo ad onorarlo dopo la morte, augurandogli il paradiso nell’aldilà.14656374Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stato islamico, al-Qaida e USA bombardano le infrastrutture della Siria

Moon of Alabama

%d8%ba%d8%a7%d8%b2-696x392C’è un’operazione per distruggere le infrastrutture della Siria. Al-Qaida, SIIL e aviazione degli Stati Uniti vi partecipano. La loro azione è coordinata. È un’affermazione sconvolgente? Un tale coordinamento potrebbe mai accadere? Si consideri: L’idea dello Stato Islamico è “nata” nel campo di prigionia militare Bucca degli USA in Iraq. Molti suoi capi futuri vi furono internati ed ebbero tempo e spazio per sviluppare la loro filosofia e pianificare le loro operazioni future. Nel 2012 la Defense Intelligence Agency avvertì della nascita dell’entità Stato islamico in Siria e Iraq: “C’è la possibilità di creare un dichiarato o meno principato salafita in Siria orientale (Hasaqah e Dair al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono, per isolare il regime siriano…
In un’intervista dell’agosto 2014 sul NYT di Thomas Friedman, il presidente Obama disse che gli Stati Uniti sapevano dei pericoli dello SIIL, ma non fecero nulla per fermarne l’espansione in Iraq, perché poteva essere utilizzato per cacciare l’allora Primo Ministro Maliqi: “La ragione, il presidente aggiunse, “che non iniziammo ad effettuare qualche aereo attacco sull’Iraq quando lo SIIL comparve era perché avrebbe fatto pressione sul Primo Ministro Nuri Qamal al-Maliqi”. In un recente colloquio con alcuni membri dell’opposizione siriana comparata dagli USA del segretario di Stato Kerry (video – 25:50) su un punto simile sulla Siria: “E sapevamo che avanzava, stavamo a guardare, abbiamo visto che lo SIIL si espandeva e pensammo che Assad ne fosse minacciato” disse Kerry ai siriani. “(Ci) pensammo, però“, continuò, “Probabilmente potevamo gestirlo affinché Assad potesse allora negoziare. Ma invece di negoziare ebbe l’aiuto di Putin“. Ci sono dubbi sul fatto che gli Stati Uniti abbiano solo guardato. Nascita ed avanzata dello SIIL furono finanziate dagli “alleati” del Golfo subordinati ai desideri degli Stati Uniti. Quando l’amministrazione Obama dovette iniziare a bombardare lo SIIL dopo aver ucciso un giornalista statunitense, alcune bombe colpirono o una “posizione dello SIIL” o un “escavatore dello SIIL”. Non era un’operazione seria. Nel frattempo migliaia di autocisterne turche aspettavano nel deserto di caricare petrolio dai pozzi controllati dallo SIIL da vendere in Turchia. Solo dopo che il Presidente Putin mostrò le immagini satellitari di quelle enormi colonne di autocarri ai colleghi in una riunione del G20, gli USA dovettero attaccare tale importante fonte finanziaria dello SIIL. Alla fine dello scorso anno l’esercito statunitense bombardò una posizione del governo siriano a Dayr al-Zur, dove circa 100000 siriani sono assediati dallo SIIL. Uccisero più di 100 soldati siriani permettendo allo SIIL di occupare importanti posizioni collinari, puntando eventualmente a conquistare la città. Fu un attacco intenzionale.
Attualmente viene condotta un’operazione delle forze taqfire contrarie al governo siriano e dagli Stati Uniti per privare il popolo dei servizi pubblici come acqua, gas ed elettricità. Con l’inizio del blocco delle risorse idriche di Damasco e dei suoi 6 milioni di abitanti, va notato: Tale interruzione è parte di una grande strategia chiaramente coordinata per privare tutte le regioni governative delle infrastrutture. Due giorni prima lo Stato islamico bloccava l’importante rifornimento idrico ad Aleppo dall’Eufrate. Dei piloni dell’alta tensione diretta a Damasco venivano distrutti e alle squadre di riparazione, a differenza di prima, fu negato l’accesso. Anche i rifornimenti del gas in parte di Damasco sono stati interrotti. Tale campagna contro le infrastrutture continua, con la partecipazione dei gruppi “ribelli” sostenuti dagli Stati Uniti. Al-Qaeda in Siria, alias Jabhat al-Nusra, fa la sua parte nel Wadi Barada. L’esercito statunitense bombardava un’altra centrale siriana. Nel 2015 aveva già intrapreso operazioni contro questi impianti creando enormi danni materiali, dato che da tre giorni Dayr al-Zur e dintorni non hanno energia elettrica. Ieri anche lo SIIL aderiva alla campagna facendo saltare in aria l’enorme impianto gasifero di Hayan ad Homs est. Hayan è la più grande stazione gasifera della Siria e forniva energia elettrica, riscaldamento e gas da cucina a tutto il Sud della Siria, compresa la capitale Damasco.
Si tratta di una sistematica ampia campagna contro le infrastrutture siriane per privare la popolazione protetta dal governo dei beni di prima necessità. Se lo si chiedesse al governo degli Stati Uniti, naturalmente, direbbe che tale campagna non esiste ed è assolutamente non coordinata con i suoi ascari del Golfo. E’ solo una coincidenza che “ribelli” supportati dagli Stati Uniti, al-Qaida, SIIL e aviazione degli Stati Uniti abbiano tutti colpito gli stessi tipi di obiettivi in Siria, nello stesso momento della loro guerra al popolo siriano. Sapendolo dalle principali fonti statunitensi sopra citati, sarei propenso a dubitare di tale affermazione. La campagna è il preludio alla successiva fase della guerra a cui tutti attualmente si preparano. Dato che Obama ancora dà ordini ci si può aspettare peggioramenti e con ancora più propaganda sulla fallita “difesa” dei propri ascari ad Aleppo est.08012017Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assad resta mentre Obama si prepara ad andarsene

Steven MacMillan NEO 09/01/201709syria-jumboIl futuro della Siria va determinato dal suo popolo, ma il Presidente Bashar al-Assad vi si oppone. I suoi appelli al dialogo e alla riforma sono vuoti mentre imprigiona, tortura e massacra la sua gente. Abbiamo sempre detto che il Presidente Assad deve condurre una transizione democratica o andarsene Non lo fa. Per il bene del popolo siriano è giunto il momento per il Presidente Assad di farsi da parte“, Barack Obama, agosto 2011.

Quando il presidente degli Stati Uniti fece il primo esplicito appello a rimuovere Bashar al-Assad nell’agosto 2011, chi avrebbe mai pensato che il leader siriano gli sarebbe sopravvissuto in carica. Anche per il sostenitore più ottimista dell’integrità territoriale dello Stato siriano vi furono momenti in cui riteneva che la macchina da guerra USA/NATO rovesciasse Assad e balcanizzasse lo Stato siriano (come feci). Eppure eccoci qui, più di cinque anni dopo guardare Obama che conclude il suo regno caotico con l’ultima frenesia russofoba, mentre Assad è ancora a Damasco. A meno di un ultimo sussulto per attaccare o invadere la Siria da parte di Stati Uniti o alleati, sembra che la presidenza Assad sopravviva a quella di Obama. Nonostante la propaganda e la demonizzazione dei media; le orde di mercenari stranieri armati fino ai denti da Stati Uniti e alleati; gli attacchi false flag per giustificare l’invasione del Paese (l’attacco con il Sarin nel Ghuta, per esempio); le sanzioni contro Assad e altri funzionari siriani e gli innumerevoli altri assalti al Paese: il popolo siriano s’è rifiutato di subire le violenze e l’influenza delle potenze estere. Anche se la guerra è ancora in corso ed è tutt’altro finita, la recente liberazione di Aleppo est da parte dell’Esercito arabo siriano illustra quale lato vince nel conflitto. La mossa di Mosca che ha rafforzato i legami fra Russia, Iran e Turchia sulla Siria ed è anche uno sviluppo significativo, considerando il ruolo della Turchia nel sostenere l’opposizione durante il conflitto. Una Turchia che s’impegna a porre fine al conflitto e a fermare il flusso di armi e mercenari dal suo confine è un importante passo avanti verso la stabilizzazione della Siria.

Obama contro i militari degli Stati Uniti
L’occidente non ha potuto imporre il cambio di regime di tipo libico in Siria per vari motivi, come il supporto degli alleati regionali e internazionali tra i fattori più significativi. Iran, Hezbollah, Cina e soprattutto Russia hanno avuto ruoli importanti nel sostenere il governo siriano, un fatto ben documentato dai media. Ciò che è stato meno ben documentato, tuttavia, è il ruolo che certi elementi delle forze armate degli Stati Uniti hanno giocato nel fermare neoconservatori, CIA e altre fazioni vicine ad Obama nell’imporre un cambio di regime in Siria. Nonostante i militari degli Stati Uniti siano ben lungi dall’essere perfetti, c’era un nucleo di alti ufficiali che resistette alla strategia sostenuta da molti a Washington. Come il premiato giornalista Seymour M. Hersh che scrisse nel suo articolo per la London Review of Books, nel gennaio 2016, dal titolo: Da militari a militari, che molti nelle forze armate degli Stati Uniti erano preoccupati dalla natura dei gruppi d’opposizione che avrebbero preso il potere se Assad ne veniva estromesso, così condividendo segretamente l’intelligence degli USA con altri eserciti, intelligence che doveva aiutare l’Esercito arabo siriano nella lotta agli estremisti: “Nell’autunno 2013, il Joint Chiefs decise di prendere misure contro gli estremisti senza passare per i canali politici, fornendo intelligence ai militari di altre nazioni, con l’intesa che sarebbe stata passata all”Esercito arabo siriano e usata contro il nemico comune, Jabhat al-Nusra e Stato islamico“. Uno dei militari degli Stati Uniti, pesante critico della strategia in Siria di Obama, era l’ex-direttore della Defense Intelligence Agency (DIA), il Tenente-Generale Michael T. Flynn. L’ex-capo della DIA mise costantemente in guardia sui pericoli nel rovesciare Assad, e nel 2015 biasimò l’amministrazione Obama per aver deciso “volontariamente” di sostenere l’avanzata degli estremisti in Siria. Flynn, nominato consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, era ben consapevole della situazione sul campo in Siria, con un documento dell’intelligence dell’agosto 2012, la DIA affermava che: “Salafiti, Fratelli musulmani e al-Qaida in Iraq sono le forze motrici della rivolta in Siria… le forze di opposizione cercano di controllare le aree orientali (Hasaqa e Dair al-Zur), adiacenti alle province irachene occidentali (Mosul e Anbar), oltre al confine turco. Paesi occidentali e del Golfo e la Turchia sostengono tali sforzi… Se la situazione si sviluppa vi è la possibilità di creare un principato salafita, dichiarato o meno, in Siria orientale (Hasaqa e Dair al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)“. Flynn non era il solo ad opporsi alla politica dell’amministrazione Obama però, anche se era forse il più noto al pubblico. Il Generale Martin Dempsey, per esempio, che fu Capo di Stato Maggiore Congiunto dall’ottobre 2011 al settembre 2015, fu abbastanza coerente nel sottolineare i costi di un’azione militare in Siria, anche durante il dibattito sulla possibilità di colpire direttamente la Siria dopo l’attacco chimico nel Ghuta dell’agosto 2013. Dempsey, sull’uso della forza in Siria contro Assad, appare chiaro in una lettera del luglio 2013 al presidente della commissione Forze Armate, senatore Carl Levin. Il tono generale della lettera è cauto e riflessivo, e Dempsey avvertiva che gli Stati Uniti “potevano inavvertitamente potenziare gli estremisti” spodestando Assad: “Non basta alterare semplicemente l’equilibrio militare senza un attento esame di ciò che è necessario per preservare uno Stato funzionante. Dobbiamo anticipare ed essere preparati alle conseguenze impreviste della nostra azione. Nel caso che le istituzioni del regime crollino in assenza di un’opposizione valida, si potrebbe inavvertitamente potenziare gli estremisti o scatenare l’uso delle armi chimiche che cerchiamo di controllare… Una volta che agiremo dovremo essere preparati a ciò che verrà dopo. Un maggiore coinvolgimento sarà difficile da evitare. Dobbiamo anche agire in conformità con la legge“. Se Obama avesse visto avverarsi il suo desiderio del 2011, e Assad veniva rimosso dal potere a Damasco, il vuoto politico lasciato sarebbe stato riempito da una pletora di “ribelli moderati” (cioè accaniti terroristi). Dopo otto anni di carneficine e promesse non mantenute, molti negli Stati Uniti e nel mondo saranno felici di vedere Obama congedarsi.

I Generali Flynn e Dempsey

I Generali Flynn e Dempsey

Steven MacMillan è scrittore, ricercatore, analista geopolitico indipendente e redattore di Report Analyst, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook orientale“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il segretario di Stato USA Kerry svela che Obama favoriva lo Stato islamico

South Front 06/01/2017

Wikileaks ha pubblicato un audio sull’incontro del segretario di Stato degli USA John Kerry con i membri dell’opposizione siriana, comprovante l’affermazione che Obama è il fondatore dello Stato islamico. Wikileaks pubblicava altre prove dell’asserzione di Donals Trump secondo cui Barack Obama è il fondatore dello SIIL: un audio dell’incontro del segretario di Stato John Kerry con i membri dell’opposizione siriana presso la missione olandese delle Nazioni Unite, il 22 settembre. L’audio è anche la prova che i media ufficiali sono collusi con l’amministrazione Obama sostenendone la narrazione del cambio di regime in Siria e nascondendo la verità su chi arma e finanzia lo SIIL dagli Stati Uniti, svelati nei 35 minuti di conversazione nascosti dalla CNN.
Kerry ammette che l’obiettivo principale dell’amministrazione Obama in Siria era il cambio di regime e la rimozione del Presidente Bahar al-Assad, ma che Washington non aveva calcolato che Assad si rivolgesse alla Russia. Per raggiungere l’obiettivo, la Casa Bianca permise l’ascesa dello Stato islamico (IS). L’amministrazione Obama sperava che il crescente potere dello SIIL in Siria avrebbe costretto Assad a cercare una soluzione diplomatica secondo le condizioni degli Stati Uniti, costringendolo a cedere il potere. A sua volta, al fine di raggiungere tali obiettivi, Washington armò intenzionalmente il gruppo terroristico ed attaccò un convoglio governativo siriano cercando di fermare l’attacco strategico allo SIIL, uccidendo 80 soldati siriani. “E noi sapevamo che lo SIIL avanzava, stavamo a guardare, vedevamo lo SIIL rafforzarsu e pensammo che Assad ne fosse minacciato“, diceva Kerry durante l’incontro. “Pensammo, tuttavia“, continuava: “Potremmo probabilmente costringere Assad a negoziare, ma invece di negoziare ebbe l’aiuto di Putin“. “Persi l’argomento dell’uso della forza in Siria“, concludeva Kerry.
Secondo Wikileaks, “l’audio illumina su ciò che accade al di fuori delle riunioni ufficiali. Si noti che rappresenta la narrazione degli Stati Uniti e non necessariamente l’intera verità“. L’audio fu già pubblicato da New York Times e CNN, tuttavia ne scelsero solo qualche parte, riportando alcuni aspetti ed omettendo i commenti schiaccianti di Kerry. In realtà, cercarono di nascondere le dichiarazioni che permettevano al pubblico di capire ciò che effettivamente avviene in Siria. L’audio completo non fu mai pubblicato dal New York Times, ma scelse solo dei frammenti. La CNN ha cancellato l’audio, spiegandolo come richiesta di alcuni partecipanti preoccupati della loro sicurezza personale.15895175Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora