Massoneria e banche negli Stati Uniti

Dean Henderson (Estratto da Le otto famiglie: Big Oil e i suoi banchieri)

Nel 1789 Alexander Hamilton divenne il primo segretario del Tesoro degli Stati Uniti. Hamilton era uno dei tanti padri fondatori massoni. Aveva stretti rapporti con la famiglia Rothschild che possiede la Banca d’Inghilterra e guida il movimento europeo dei massoni. George Washington, Benjamin Franklin, John Jay, Ethan Allen, Samuel Adams, Patrick Henry, John Brown e Roger Sherman erano tutti massoni. Roger Livingston aiutò Sherman e Franklin a scrivere la Dichiarazione d’Indipendenza. Giurò a George Washington per la carica mentre era Gran Maestro della Gran Loggia di New York. Washington stesso era Gran Maestro della Loggia della Virginia. Dei generali dell’esercito rivoluzionario, trentatré erano Massoni. Ciò era altamente simbolico dato che i grado 33 si definiscono illuminati. I padri fondatori populisti guidati da John Adams, Thomas Jefferson, James Madison e Thomas Paine, nessuno dei quali era massone, volevano recidere completamente i legami con la corona britannica, ma furono sconfitti dalla fazione massonica guidata da Washington, Hamilton e dal Gran Maestro della Loggia di St. Andrea di Boston, generale Joseph Warren, che volle “sfidare il Parlamento ma restando fedele alla corona”. La Loggia di St. Andrea era il fulcro della nuova massoneria mondiale e iniziò a concedere gradi di cavaliere templare nel 1769. Tutte le logge massoniche statunitensi sono ancora oggi approvate dalla corona inglese.
Il primo Congresso Continentale si riunì a Filadelfia nel 1774 sotto la presidenza di Peyton Randolph, che sostituì Washington come Gran Maestro della Loggia della Virginia. Il secondo Congresso Continentale si riunì nel 1775 sotto la presidenza del massone John Hancock. Il fratello di Peyton William divenne Gran Maestro della Loggia della Virginia e principale proponente della centralizzazione e del federalismo alla prima Convenzione costituzionale nel 1787. Il federalismo al centro della Costituzione statunitense è identico al federalismo previsto nelle Costituzioni di Anderson del 1723. William Randolph divenne il primo avvocato generale e segretario di Stato sotto George Washington, mentre la sua famiglia tornò in Inghilterra fedele alla corona. John Marshall, primo giudice della Corte Suprema, era un massone. Quando Benjamin Franklin si recò in Francia per cercare aiuto finanziario per i rivoluzionari americani, i suoi incontri avvennero presso le banche dei Rothschild. Mediò vendite di armi tramite il massone tedesco barone von Steuben. I suoi comitati di corrispondenza operavano attraverso i canali massonici e in parallelo a una rete di spie inglesi. Nel 1776 Franklin divenne l’ambasciatore de facto in Francia. Nel 1779 divenne Gran Maestro della loggia francese delle Nove Sorelle, a cui appartenevano John Paul Jones e Voltaire. Franklin era anche membro della più segreta Royal Lodge of Commanders del Tempio Occidentale di Carcasonne, tra i cui membri c’era il Principe del Galles Federico. Mentre Franklin predicava la temperanza negli Stati Uniti, si sbizzarriva selvaggiamente coi fratelli delle logge in Europa. Franklin fu a capo del servizio postale dal 1750 al 1775, ruolo tradizionalmente assegnato alle spie inglesi.
Con il finanziamento dei Rothschild Alexander Hamilton fondò due banche a New York, tra cui la Banca di New York. Morì in duello con Aaron Burr, che fondò la Banca di Manhattan con il finanziamento di Kuhn Loeb. Hamilton esemplificò il disprezzo che le otto famiglie hanno per i popoli, affermando una volta: “Tutte le comunità si dividono in pochi e molti. I primi sono ricchi e di buona famiglia, gli altri sono la massa… i popoli sono turbolenti e volubili; raramente giudicano e decidono correttamente. Si dia quindi alla prima classe un ruolo distinto e permanente di governo, controllando l’instabilità della seconda“. Hamilton fu solo il primo dei compari delle otto famiglie ad avere il ruolo di segretario del Tesoro. Negli ultimi tempi il segretario del Tesoro di Kennedy fu Douglas Dillon della Dillon Read, i segretari del Tesoro di Nixon, David Kennedy e William Simon, provenivano rispettivamente dalla Continental Illinois Bank e dalla Salomon Brothers, il segretario del Tesoro di Carter, Michael Blumenthal, proveniva dalla Goldman Sachs, il segretario del Tesoro di Reagan, Donald Regan, proveniva dalla Merrill Lynch, il segretario del Tesoro di Bush, Nicholas Brady, proveniva dalla Dillon Read e i segretari del Tesoro di Clinton e Bush Jr., Rubin e Henry Paulson, provenivano dalla Goldman Sachs.
Thomas Jefferson sosteneva che gli Stati Uniti avevano bisogno di una banca centrale di proprietà pubblica in modo che monarchi ed aristocratici europei non potessero utilizzare la stampa del denaro per controllare gli affari della nuova nazione. Jefferson osservava: “Un Paese che si aspetta di rimanere ignorante e libero… si aspetta ciò che non è mai stato e non sarà mai. Non ci fu che appena un re su cento che non avrebbe, se poteva, seguito l’esempio dei faraoni, prendere prima di tutto il denaro del popolo, e poi tutte le sue terre e quindi fare di loro e dei loro figli per sempre dei servi… le dirigenze bancarie sono più pericolose degli eserciti. Hanno già allevato un’aristocrazia del denaro“. Jefferson osservò come la cospirazione euro-bancaria per controllare gli Stati Uniti fu attuata, soppesando come “singoli atti di tirannia si possono attribuire all’opinione del momento, ma una serie di oppressioni iniziata in un periodo distinto, inalterabile ad ogni cambio di ministri, dimostra chiaramente un piano deliberato e sistematico per ridurci in schiavitù“. Ma l’argomentazione di Hamilton, sponsorizzata dai Rothschild, per una banca centrale statunitense privata, prevalsero alla fine. Nel 1791 fu fondata la Banca degli Stati Uniti, coi Rothschild principali proprietari. La concessione alla banca avrebbe dovuto scadere nel 1811. L’opinione pubblica era favorevole alla revoca e sua sostituzione con una banca centrale jeffersoniana. Il dibattito fu rinviato quando la nazione fu sprofondata dagli eurobanchieri nella guerra del 1812. In un clima di paura e difficoltà economiche, la banca di Hamilton ebbe rinnovata la concessione nel 1816.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Russia: Crescita e minacce di una nuova guerra fredda

Jacques SapirRusseurope 20 agosto 2017La speranza di un miglioramento delle relazioni tra Russia e Stati Uniti è ormai evaporata dopo il voto del Congresso degli Stati Uniti su nuove sanzioni e le misure di ritorsione adottate dal governo russo. Il Congresso degli USA ha pertanto votato in modo deciso a favore di nuove sanzioni contro la Russia (419 voti su 435) e la Russia ha ordinato agli Stati Uniti di ridurre drasticamente il personale diplomatico di 455 persone entro il 1° settembre. Il tasso di cambio del rublo è tornato a 60 per 1 dollari, ma finora senza impedire la ripresa economica della Russia. Il tasso di cambio del rublo rimase indifferente alla contrazione del prezzo del petrolio di maggio e beneficiava della debolezza di altre valute fino alle nuove tensioni geopolitiche. Tuttavia, il mercato russo non ha ancora risposto al recupero dei prezzi del petrolio, che recentemente hanno superato i 50 dollari al barile. Il tasso di cambio del rublo rimarrà quindi sotto pressione. Dopo più di sei mesi di presidenza Trump, è chiaro che le sanzioni rimarranno più a lungo del previsto, mentre le possibilità di nuove sanzioni aumenteranno. La possibilità di ristabilire un dialogo tra Russia e Stati Uniti diminuisce rapidamente. Gli attriti sembrano crescere e il Venezuela ora rientra nel confronto che va dalla Siria all’Ucraina.

L’economia russa migliora
L’economia della Russia ha mostrato forti segni di miglioramento nella prima metà del 2017. In una certa misura, ovviamente, ciò è dovuto alla stabilizzazione dei prezzi del petrolio a circa 50 dollari al barile. Ma i prezzi del petrolio, per quanto importanti, non sono l’unico fattore della crescita economica della Russia. Il commercio al dettaglio è salito dell’1,2% rispetto all’anno precedente a giugno, leggermente superiore a quanto previsto dagli economisti (1,1%) e ha continuato a crescere a luglio (1,3%). I salari reali, invece, continuano a migliorare grazie alla rapida caduta dell’inflazione, scesa in pochi mesi dal 12% al 4-4,5%. La crescita della produzione industriale è stata imitata dalla crescita dell’edilizia, che potrebbe segnare la fine della crisi nel settore. La disoccupazione s’è ridotta al 5,1% della popolazione attiva alla fine del primo semestre.
Fonte: dati ROSSTAT

La forte crescita degli investimenti del 2,4% annuo, nel primo trimestre del 2017, proseguirà probabilmente nel secondo. Tuttavia, va osservato che le tre maggiori attività d’investimento osservate sono estrazione (pari al 31% degli investimenti), produzione (18%) e trasporti (17%). Quest’ultimo settore è cresciuto in modo impressionante del 21,7% nel primo trimestre del 2017. D’altra parte, il settore dell’estrazione ha registrato un più modesto 1,5% e la produzione è caduta del 6,7%. Tre regioni hanno prodotto la crescita complessiva degli investimenti: Mosca, Crimea ed Estremo Oriente. Nelle tre regioni ci sono grandi progetti, generalmente sostenuti dallo Stato e concentrati sulla costruzione di infrastrutture. Ciò corrisponde alla rapida crescita dei trasporti nella disaggregazione settoriale degli investimenti. Di conseguenza, uno dei principali fattori di crescita degli investimenti in Crimea è la costruzione del ponte di Kerch che collega la penisola al resto della Russia. Il completamento del ponte è previsto per la fine del 2018, al costo di 228 miliardi di rubli, di cui 113 spesi alla fine del 2016. Analogamente, l’incremento degli investimenti in Estremo Oriente è principalmente collegato alla costruzione dei gasdotti per la Cina. Il progetto “Power of Siberia” dovrebbe essere completato entro il 2019. Quasi la metà, 1300 km, della rete di 3000 km prevista è stata costruita dal giugno 2017. Il costo del progetto è di 1,5-2 trilioni di rubli o, al tasso di scambio di 70 rubli per 1 euro, 21-28 miliardi di euro. A differenza del ponte di Kerch e di “Power of Siberia”, da completare nel 2019, il programma di ristrutturazione di Mosca è appena iniziato. Secondo Sergej Sobjanin, sindaco di Mosca, il programma richiederà 15 anni per essere completato, ed interesserà 1-1,6 milioni di persone (10-15% della popolazione di Mosca) con un costo complessivo di circa 3 trilioni di rubli (43 miliardi di euro). Si prevede che 35-45 milioni di metri quadrati saranno costruiti durante questo periodo (circa 3,5 milioni di metri quadrati l’anno), traducendosi in un aumento sostanziale degli attuali edifici residenziali di Mosca, per circa 3-4 milioni di metri quadrati l’anno. C’è da aspettarsi la crescita delle costruzioni residenziali a Mosca dal 2018, dopo le elezioni presidenziali.La crescita economica più forte del previsto coincide purtroppo le partite sono più deboli del previsto nella prima metà del 2017. La crescita dell’importazione è stata del 27% nella prima metà del 2017, del 26% nel primo trimestre e del 29% nel secondo trimestre. Ciò indica un ampio recupero delle importazioni per il 2017, previsto dall’aumento dei consumi e degli investimenti. Inoltre, i pagamenti correnti delle aziende russe all’estero nel secondo trimestre del 2017 sono significativamente superiori al previsto e sono la ragione principale del conto corrente portato a un deficit di 0,3 miliardi di dollari nel secondo trimestre.

Verso la creazione di un’alleanza anti-USA?
In questo contesto va notata l’attività crescente della diplomazia russa. Ciò potrebbe essere attribuito ai miglioramenti delle relazioni economiche, ma anche al deterioramento dei rapporti diplomatici e militari con Washington. Al culmine di questa attività, naturalmente, vi è la crisi del Medio Oriente e l’evidente avanzata delle forze governative siriane sostenute dall’aviazione russa delle ultime settimane. Ma questa attività assume ora altre dimensioni. Mosca ha deciso di dare un segnale spettacolare sostenendo il governo venezuelano. Il principale produttore di petrolio della Russia, Rosneft, dichiarava di aver anticipato circa 6 miliardi di dollari alla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA. Ciò avveniva al momento giusto. La scommessa dei vari attori finanziari e politici sul default venezuelano si diffuse a causa delle turbolenze in Venezuela, ulteriormente complicate dal calo dei prezzi e della produzione. Il pagamento anticipato della Rosneft a PDVSA potrebbe risolvere la crisi del debito che il governo venezuelano attualmente affronta. Rosneft prevede il rimborso finale con l’invio di petrolio e prodotti petroliferi. Questo punto è molto importante perché implica che la maggior parte della produzione venezuelana sarà diretta in Russia e non alle raffinerie statunitensi, che oggi rappresentano il principale mercato della produzione venezuelana. Questo supporto non sorprende. Prima di tutto, le relazioni con gli Stati Uniti peggiorano, e Mosca dovrebbe aumentare la presenza in Venezuela, anche solo per mettere in imbarazzo il governo degli Stati Uniti e creare ciò che si chiama strumento negoziale o puntata di contrattazione. Ma, e questo è probabilmente più importante, va considerato che questo supporto proviene da Rosneft, compagnia che occupa un posto speciale nella diplomazia petrolifera della Russia, ma che ha anche una propria diplomazia. Ciò mostra i forti legami che alcuni in Russia, e in particolare Sechin, hanno creato in America Latina e soprattutto con i leader chavisti. Non si tratta solo l’ideologia, anche se conta. La Russia, e in particolare Rosneft, trova anche propri interessi in questa politica. PDVSA, va ricordato, è la società statale venezuelana che ha ridotto le vendite di petrolio alle unità di raffinazione statunitensi della Citgo Petroleum, aumentandole alla Rosneft in Russia, secondo un piano firmato a maggio per recuperare gli invii accumulati; secondo documenti e fonti di PDVSA e della sua Joint Venture, Rosneft detiene una partecipazione del 49,9% della società statunitense Citgo della PDVSA. La partecipazione è stata offerta come garanzia quando PDVSA ebbe il prestito di 1,5 miliardi di dollari dalla società russa, lo scorso anno. Il Ministro del Petrolio venezuelano Nelson Martinez, al forum di San Pietroburgo lo scorso giugno dichiarò che Rosneft avrebbe ricevuto circa 70000 barili al giorno per il prestito da 1,5 miliardi di dollari alla PDVSA. Infatti, Rosneft ha investito molto nello Stato venezuelano e nella PDVSA. Ora Rosneft s’impegna a continuare a lavorare nel settore energetico del Paese, nonostante il peggioramento della crisi economica e delle sanzioni.
All’inizio di questo mese, l’Amministratore Delegato di Rosneft, Igor Sechin, dichiarava che l’azienda avrebbe aumentato la cooperazione con il Venezuela di fronte alle nuove sanzioni statunitensi e ne forniva un buon motivo: “Le riserve petrolifere del Paese sono le più importanti al mondo. In questa prospettiva, ogni società energetica deve cercarvi di lavorare” [1]. È vero che le riserve del Venezuela sono ancora più grandi di quelle dell’Arabia Saudita. Ma chiaramente non è l’unico motivo, né il principale. Il sostegno dato al Venezuela è ovviamente politico. Potrebbe essere una sorta di “ricambio” per il sostegno statunitense all’Ucraina. Ma più probabilmente va anche visto come il materializzarsi del rafforzamento del fronte anti-USA comprendente naturalmente Cina ed Iran, e che ora include i nuovi alleati dei russi, di cui gli ultimi sono Paesi come l’Indonesia (che ha recentemente deciso di acquistare aerei da combattimento russi [2]) e le Filippine, dove le navi da guerra russe fecero una visita a gennaio [3] e il cui presidente visitò Maggio nel 2017 per richiedere l’aiuto contro la minaccia dello SIIL a Mindanao [4] .
Note
[1] RussiaToday
[2] Sputnik
[3] Sputnik
[4] Sputnik

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio a Parstoday: l’occidente non tollera un Venezuela libero politicamente ed economicamente (AUDIO)

Teheran (Pars Today Italian) – Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, viene intervistato dalla nostra Redazione. Lattanzio nell’intervento esamina vari aspetti e cause della volontà statunitense e occidentale nel destabilizzare il Venezuela.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervento di Alessandro Lattanzio potete cliccare qui.

WikiLeaks rivela gli obiettivi statunitensi del cambio di regime a Caracas

Sputnik 03.08.2017WikiLeaks ha pubblicato un estratto di un cablo del 1988 tra il dipartimento di Stato USA e la sua ambasciata a Caracas: “Obiettivi, scopi e gestione delle risorse degli Stati Uniti in Venezuela“, evidenziando il valore delle riserve petrolifere del Venezuela per i governanti statunitensi. Il cablo chiarisce che l’obiettivo principale delle relazioni USA-Venezuela è assicurare che quest’ultimo continui a fornire una “quota significativa” delle importazioni di petrolio e abbia una posizione “moderata e responsabile” sui prezzi all’OPEC.
La notizia del 2 agosto arrivava il giorno dopo che il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson avvertiva del “cambio di regime” in Venezuela. “Valutiamo tutte le opzioni politiche su ciò che possiamo fare per un cambiamento delle condizioni in cui Maduro decida di non avere un futuro e se ne vada, o per poter restituire i processi governativi alla loro Costituzione“, dichiarava Tillerson, ex-amministratore delegato del gigante petrolifero ExxonMobile. Le osservazioni di Tillerson a sua volta seguono simili dichiarazioni a luglio del direttore della CIA Mike Pompeo che riconosceva che gli Stati Uniti lavorano al cambio del governo eletto del Venezuela. “Sono stato a Città del Messico e Bogotà una settimana prima di parlarne, cercando di aiutarli a capire cosa potessero fare per avere il risultato migliore per la loro parte del mondo e la nostra parte del mondo. Sempre attenti quando parliamo di America meridionale e centrale e CIA, ma basta dire che speriamo molto che ci sia una transizione in Venezuela e poter fare del nostro meglio per capire la dinamica in modo da poterla comunicare al nostro dipartimento di Stato e ad altri“, aveva detto. L’affermazione di Pompeo scatenava la recisa risposta di Caracas, con Maduro che rimproverava Stati Uniti, Colombia e Messico. “Pompeo ha detto che CIA e governo degli Stati Uniti collaborano con i governi messicano e colombiano per rovesciare il governo ed intervenire in Venezuela. Chiedo ai governi di Messico e Colombia di chiarire tali dichiarazioni ed agirò politicamente e diplomaticamente di conseguenza davanti tale sfacciataggine“, dichiarava.
Il governo del Venezuela affronta le gravi sfide delle carenze alimentari e dell’inflazione scatenati dalla guerra economica prolungata dagli Stati Uniti contro il Paese, ulteriormente esacerbate dalle nuove sanzioni statunitensi. Anche il 2 agosto, il parlamento venezuelano guidato dall’opposizione approvava all’unanimità l’autorizzazione all’Ufficio del Procuratore generale ad avviare un’inchiesta su possibili frodi elettorali nelle elezioni per l’Assemblea Costituente. Antonio Mugica, amministratore delegato di Smartmatic, che fornisce sistemi di voto elettronici, dichiarava che i risultati delle elezioni sono stati manipolati e l’effettiva partecipazione potrebbe variare di almeno un milione.
La rivelazione di WikiLeaks non è la prima rilasciata con documenti interni statunitensi sul Venezuela. Nel luglio 2016, una serie di email mostrava che, da segretaria di Stato, Hillary Clinton promosse la sovversione contro il Paese dell’America Latina, nonostante appelli pubblici all’amicizia, e chiese all’allora assistente del segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, Arturo Valenzuela, come “frenare” Chavez, suggerendo di aggiungere altri partner regionali per sabotarne la leadership. Inoltre, un cablo del 2006 dell’ex-ambasciatore in Venezuela, William Brownfield descrisse un piano completo per infiltrare e destabilizzare il governo dell’ex-Presidente Hugo Chavez. Il documento descrive in dettaglio i cinque obiettivi dell’ambasciata in Venezuela nel 2004:
“Penetrare la base politica di Chavez”
“Dividere il Chavismo”
“Proteggere le attività vitali degli Stati Uniti”
“Isolare Chavez a livello internazionale”
Il memo inoltre chiariva il ruolo fondamentale nella destabilizzare svolto dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e dall’Ufficio delle Iniziative di Transizione. Complessivamente, USAID ha speso oltre un milione di dollari per organizzare 3000 forum che cercavano di conciliare sostenitori di Chavez ed opposizione politica, nella speranza di allontanarli da Chavez. Nonostante le ambizioni evidenti degli Stati Uniti, i loro sforzi affrontano dei problemi, dopotutto il Venezuela ha sostenitori regionali. Il governo cubano denunciava un'”operazione internazionale ben programmata” contro il Paese, “diretta da Washington” e volta a “silenziare la voce del popolo venezuelano“. Un portavoce dichiarava che la campagna degli Stati Uniti cerca d’ignorare la volontà dei venezuelani ed “imporre la resa tramite attacchi e sanzioni economiche“. Non è solo in Venezuela che gli Stati Uniti sono accusati di destabilizzare il governo eletto. Il Presidente Evo Morales, citando le informazioni dei cablo di WikiLeaks, affermava che il governo degli Stati Uniti diede almeno 4 milioni di dollari ai gruppi separatisti antigovernativi dal 2006 al 2009. Morales, del Movimento per il socialismo, ha perseguito la riforma terriera e la nazionalizzazione delle risorse naturali del Paese, politiche che invariabilmente provocano l’ira degli Stati Uniti nella regione.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Venezuela e l’alleanza con Russia e Cina

Mision VerdadVenezuela Infos, 2 agosto 2017Nulla di ciò che accade in geopolitica è estraneo al Venezuela. La lotta per i territori, l’influenza e le risorse tra potenze petrolifere, statali o private, mantiene il nostro Paese al centro della scena in questo emisfero, con gli Stati Uniti all’offensiva nel sostenere l’opposizione venezuelana nel desiderio di rovesciare il chavismo.

ExxonMobil dietro i piani del colpo di Stato
Gli ultimi tre mesi di violenze si sono registrati nell’ambito della lotta di grandi società energetiche private per arraffare petrolio e risorse naturali nel territorio venezuelano. Tra esse, Exxon-Mobil si è affermata investendo il massimo sul “cambio di regime” nel Paese. Due dei politici più bellicosi col Venezuela sono i senatori statunitensi Marco Rubio e Ed Royce, finanziati da Exxon, come il presidente Donald Trump che riceve sostegno finanziario e politico della stessa società. I senatori, nel frattempo, hanno reso le sanzioni una chiave del loro ordine del giorno legislativo, oltre che per fornire sostegno politico e diplomatico al colpo di Stato perseguito dall’opposizione venezuelana, con la quale si sono incontrati in diverse occasioni. Exxon-Mobil, allo stesso modo, attua pressioni per far approvare al Senato (tramite agenti come Marco Rubio, Ileana Ros e Bob Menéndez), evidenziando il ruolo del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il finanziamento dei gruppi di opposizione venezuelani (con il pretesto delle ONG e della “società civile”) per circa 5,5 milioni di dollari e altri fondi, con l’obiettivo di generare violenze in Venezuela. Mentre si spingono, allo stesso tempo, “le organizzazioni regionali impegnate nello sviluppo delle riforme in Venezuela, in particolare l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS)”, ad estendere il sostegno all’Iniziativa della sicurezza energetica nei Caraibi, per danneggiare l’alleanza politica e petrolifera del Venezuela coi Paesi dei Caraibi. L’attuale segretario di Stato, capo della politica estera degli Stati Uniti, è l’ex- direttore esecutivo di ExxonMobil Rex Tillerson. Gli interessi della società e l’atteggiamento apertamente favorevole al colpo di Stato in Venezuela della diplomazia “gringa”, adottano maggiore “bellicosità” con Tillerson alla testa.

Le minacce di Marco Rubio
Gli Stati Uniti hanno cercato d’imporre l’assedio internazionale al Venezuela in diverse aree per raggiungere l’obiettivo di abbattere il chavismo. Per contribuire all’accerchiamento politico e diplomatico attraverso l’OAS, sotto la supervisione del governo degli Stati Uniti e con Luis Almagro in testa, fu decisivo l’annuncio e l’attuazione di sanzioni economiche e finanziarie da parte di Senato e dipartimento del Tesoro. Tuttavia l’accerchiamento internazionale non si materializzò. Le alleanze del Venezuela nei Caraibi e con altri Paesi al di fuori dell’emisfero, anche importanti come Russia e Cina, al momento mitigano gli effetti del molteplice assedio. Perciò ci si aspetta un attacco diretto al cuore economico del Venezuela: l’industria petrolifera, la compagnia statale PDVSA. Il 4 giugno, l’agenzia Reuters fece filtrare che la Casa Bianca pensava al divieto d’importazione del petrolio venezuelano dagli Stati Uniti, rafforzando l’assedio imposto per fare pressione sul governo bolivariano e soprattutto sulla popolazione venezuelana nel contesto attuale di blocchi stradali e interventi. Nella mattinata dell’11 luglio, il senatore Marco Rubio (Exxon) confermò la possibilità di vedere gli Stati Uniti applicare nuove e “gravi sanzioni” contro il Venezuela se le richieste statunitensi non venivano accettate completamente. La possibilità che le “sanzioni severe” fossero applicate contro l’industria del petrolio venezuelano era plausibile con Rubio portavoce di tali misure.

Manovre “gringas” contro il Venezuela
A marzo il capo del Comando Sud Kurt Tidd aveva detto al Senato degli Stati Uniti che Russia, Cina e Iran “vedono spazio economico, politico e della sicurezza in America Latina come opportunità per raggiungere obiettivi a lungo termine e promuovere i loro interessi, incompatibili con i nostri o con quelli dei nostri partner“. Gli Stati Uniti vedono questi Paesi minacciarne gli interessi in America Latina, e quindi l’obiettivo delle sanzioni contro PDVSA sarebbe intimidire e spaventare le imprese (in particolare in Russia e Cina) in modo che non investano in Venezuela, rafforzandone il blocco finanziario. Così otto giudici, tra cui il presidente della Corte Suprema di Giustizia, sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per via delle disposizioni 155 e 156 poi rimosse. Il 156, tra l’altro, delegava al ramo esecutivo la costituzione di joint venture in caso di mancato rispetto dell’Assemblea nazionale incaricata, in origine, di tali responsabilità.

La compagnia nazionale petrolifera (PDVSA) nel mirino
In risposta a queste azioni degli Stati Uniti, la PDVSA annunciava il 9 giugno l’installazione del Segretariato dell’Alta Commissione Congiunta Cina-Venezuela, per la “firma di vari accordi per la creazione di una società mista volta a consolidare l’operazione di avvio della raffineria di Nanhai, nella parte meridionale del Paese asiatico”. E la nota continuava: “L’accordo tra Petróleos de Venezuela SA (PDVSA) e National Oil Corporation of China (CNPC) prevede l’inizio delle operazioni della raffineria entro la fine del 2020 per una capacità di quasi 400000 barili al giorno, principalmente greggio venezuelano Merey 16. Inoltre, si raffineranno 120 mila barili di greggio leggero da Iran, Paesi arabi e nazioni confinanti con la Cina“. Inoltre, il 30 giugno, PDVSA annunciava l’inaugurazione della base operativa Perforosven, una nuova joint venture tra Russia e Venezuela nel comune di San José de Guanipa, nello Stato di Anzoátegui, nel blocco Ayacucho Faja Petrolifera dell’Orinoco Hugo Chávez. Il presidente di PDVSA Eulogio Del Pino affermava che “l’alleanza strategica crea 108 nuovi posti di lavoro con un investimento di 16 milioni di dollari su 4 pozzi che produrranno a breve e medio termine 800mila barili di greggio, nel quadro di Motor Hidrocarburos“. Così Rosneft, la maggiore compagnia petrolifera russa, stipulava 6 accordi nazionali con il Venezuela, di cui 3 presso la Faja. Tale manovra, che espande la cooperazione sull’energia e quindi politica tra Russia e Venezuela, è una risposta alla strategia del blocco e del golpe della Exxon Mobil contro il Venezuela. I russi, che sono i maggiori esportatori di petrolio al mondo e i terzi per riserve, rifiutano ogni tipo di “interferenza distruttiva” negli affari interni del Paese.

Geopolitica in movimento
La politica di nazionalizzazione della Faja Petrolifera dell’Orinoco del Presidente Hugo Chávez, rende impossibile ad Exxon-Mobil soddisfare le condizioni per rimanere nella zona, e dover lasciare il Paese. La tabella seguente mostra la composizione delle joint venture, tranne l’ultimo e terzo progetto avviato da Rosneft e PDVSA.La cessazione delle attività in Venezuela (2007) causò, secondo il cosiddetto “costo casuale”, una perdita di circa 200mila barili al giorno, cioè, al prezzo medio di 100 dollari al barile, si può calcolare che la compagnia petrolifera statunitense abbia perso, in 10 anni, 73 miliardi di utile netto. A causa di perdite economiche, mancanza di riserve, diminuzione dell’influenza nella regione guidata dal Venezuela, la maggiore cooperazione energetica e politica con Russia e Cina che protegge il Paese, ciò canalizza ExxonMobil verso le violenze e il golpismo attraverso il finanziamento e l’estorsione politica. La guerra in Venezuela, quindi, non può essere spiegata solo dallo scontro di forze locali ma dalla lotta geopolitica il cui fulcro sono i conflitti sulle risorse energetiche. Le minacce di Marco Rubio e i veri poteri dietro di lui indicano la pressione disposta ad esercitare per evitare che l’alleanza con Russia e Cina si espanda.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora