La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libro: Racconti dalla tenda di Muammar Gheddafi

copertina definitiva tigani.qxdTitolo: Racconti dalla tenda e altre riflessioni
Autore: Muammar Gheddafi
ISBN: 9788874427246
Prezzo: € 12,00
Anno: 2016
Pagine: 120
Editore: Armando Siciliano

Nella sofisticazione della Realtà capovolta, il demenziale “ribelle colorato” devoto al Califfo anglo-amerikano – che in­scena sgozzamenti sacrificali in video hollywoodiani per lo spaccio occidentale – diventa alibi e spada parodistica nello scannamento del Cinghiale. Il Cinghiale è il ribelle vero, il dissidente, l’incontrollados, perfino il Capo di Stato che nello spet­tacolo imperialista è da decenni rappresentato come cane rabbioso e mente diabolica dell’Asse del Male! (Reagan dixit, l’attore-presidente Usa). Gheddafi era odiato dai banditi imperialisti e dalle mo­narchie arabe ubriache fradicie di petrodollari. Gheddafi fu sempre irriverente verso quei Potenti della Terra che «quasi giunsero al conflitto per la divisione delle risorse della Luna, specialmente le risorse marine…, come scrive in uno dei racconti che pubblichiamo in questo volumetto. Gheddafi, l’ultimo Re dell’Africa, il più grande, colto e longevo leader anticolonialista che l’Antico Continente abbia mai avuto, aveva appena coniato la Moneta Africana di Sviluppo. … ecco il Cinghiale da sacrificare sugli altari dell’Alleanza Blasfema che saccheggia Madre Africa da secoli e tormenta il Mediterraneo dal 2011, riportandone indietro la Storia di al­meno un secolo. Gheddafi deve morire!

Cosa ne sai di Gheddafi?
Testamento
735223 Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole. E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente. Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto d i tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale comitati popolari governano il nostro paese. Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sempre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”. Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistema di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare…
Ora sono sotto attacco dalla più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono. Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Jamahiriya libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani. Ho cercato di fare luce, quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islam, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.

Muammar Gheddafi – Terra e Liberazione

Ungheria 1956, la controrivoluzione di Gladio

Alessandro Lattanzio, 24/10/2016

1507995La controrivoluzione di Gladio a Budapest, del 1956, attuata tramite le organizzazioni neofasciste ungheresi addestrate e finanziate dalla rete del generale nazista Gehlen, fu la capostipite delle ‘rivoluzioni’ colorate orchestrate dalla CIA e dalla rete terroristica della NATO, Gladio.
La rivolta neofascista e revanscista pianificata dalla NATO in Ungheria ebbe origine e genesi identiche alle future operazioni sovversive atlantiste: propaganda e disinformazione, cecchini misteriosi, omicidi mirati, assalti coordinati ed improvvisi contro i centri per la difesa dello Stato, come le agenzie di sicurezza e di controintelligence, le sedi del partito al governo o del governo. Tutto ciò che si è visto in Jugoslavia, Algeria, Tunisia, Egitto, Libia e Siria, si vide decenni prima a Budapest, nel 1956, dove le varie forze anticomuniste e filo-atlantiste si coalizzarono sotto la guida delle intelligence degli USA, per destabilizzare l’Europa orientale del Comecon e del Patto di Varsavia.
Il cosiddetto ‘popolo’ insorto e rivoluzionario ungherese, celebrato da vecchie carogne come Indro Montanelli ed altri scribacchini fascisteggianti e filo-atlantisti, così come da vari autori della sinistra settaria e anarco-liberale, adusi alla distorsione intenzionale di fatti ed eventi, si dedicò ad ogni sorta di efferatezza contro i militanti del Partito Socialista dei Lavoratori d’Ungheria. In realtà, la base ‘rivoluzionaria’ era una concrezione sociale formata tra borghesia revanscista, ceti sub-proletari e borghesia declassata, similmente all’alleanza sociale attuale che, in occidente, appoggia le guerre umanitarie occidentali, lo smantellamento sociale, la distruzione economica, il mero consumo di prodotti Made in USA, compresa l’ideologia artificiosa vigente sui mass media, prodotta dai centri ‘culturali’ di Hollywood e dai college statunitensi più trendy…
Tale concrezione sociale, dedicatasi a Budapest, nel 1956, a ‘distruggere, distruggere, distruggere’, massacrando militanti comunisti e, laddove diretta dagli squadroni della morte Gladio, ad eliminare ‘scientificamente’ gli apparati difensivi dello Stato socialista, viene celebrata fin da quei giorni da parte di un parco umano-ideologico contiguo, se non integrato, all’apparato terroristico e disinformativo di Gladio. Vi rientravano, e vi rientrano, organizzazioni neo-fasciste o cripto-fasciste, media atlantisti (esempio Repubblica) e filo-atlantisti (Il Fattoquotidiano), l’universo socio-affaristico e mediatico controllato dal PD con il suo attuale dozzinale organo di propaganda (l’Unità); l’area post-trotskista a sinistra del PD (SEL, SI, PRC, ilmanifesto e altre carabattole del bertinottismo residuale e persistente), ed infine l’area anarco-liberale estremista, camuffata da sinistra radicale per via del linguaggio settario e confusionario che utilizza (sollevazione/campo antimperialista, varie frattaglie pseudo-trotskiste, di cui la più nota è la coppia Ferrando-Grisolia; case editrici annesse come Massari e Alegre, centri sociali e altri dipendenti dalla rete di corruttela sociale gestita dal PD, esempio partitino virtuali, esistenti solo su internet, come Wu Ming, Militant od osservatorio-antirazzismo, altri siti web e giornalini di provincia legati a ONG, Chiesa, PD e affini; ONG ‘grigie’ o ‘nere’, oscure per scopi ed origini; ‘dirittumanitaristi’ e altri ‘attivisti’ collegati ai servizi segreti, non necessariamente italiani; ‘rifugiati’ stranieri o immigrati dai dubbi obiettivi, ad esempio i fratelli mussulmani arruolati dal PD a Milano o in Emilia Romagna, ecc.).
Tale fronte ha sempre sostenuto, coi vari distinguo utilizzati per irretire dal pubblico i più sprovveduti e boccaloni, tutte le operazioni sovversive e belliche della NATO nelle varie aggressioni all’Europa orientale, Medio Oriente, Africa e America Latina. Anzi, parte di tale fronte ha tentato, come nel caso della sinistra settaria anticomunista e antisovietica, di spacciare, sempre e comunque, come moto di un popolo rivoluzionario qualsiasi operazione sovversiva dell’apparato spionistico-terroristico statunitense e atlantista: dall’Ungheria nel 1956 all’Afghanistan nel 1979 alla Cina nel 1989, e cosi via in Jugoslavia, Europa Orientale, Medio Oriente, Venezuela nel 2002, Brasile nel 2015, Primavera araba, ecc. E per permettere il ripetersi all’infinito di tale schema, rendendo sempre efficace una propaganda stantia e ammuffita, vecchia di almeno 60 anni, l’apparato propagandistico della NATO, formato da ‘intellettuali’ neofascisti e revanscisti neonazisti da un lato, e dall’altro dall’intellighentsija social-imperialista e dell’estrema sinistra imperialista, ha la possibilità di accedere totalmente e in modo esclusivo ai grandi media atlantisti: giornali, TV, grandi case editrici (anche le case editrici della sinistra radicale occidentale, già indicate), ma ciò in cambio della divulgazione della narrativa atlantista, spesso scritta direttamente dalle intelligence di USA e NATO, volta a sostenere, sul piano propagandistico, le operazioni belliche e sovversive della NATO, come s’è visto in Jugoslavia negli anni ’90, in Libia nel 2011 e in Siria negli ultimi 5 anni, laddove ‘giornalisti’, scrittori, ‘documenaristi’, ‘storici’ e accademici provenienti da vari ambiti, dalla nebulosa piddina, agli orfani del Montanelli-pensiero, reazionari e revanscisti, ai neonazisti e defeliciani annessi, e infine agli intellettuali social-imperialisti, generalmente di scuola para-trotskista o anarchica, ex-comunisti pentiti o altri affabulatori di ‘nuove alternative’, ma sostanzialmente allineati agli obiettivi dei centri imperialistici (si pensi ai ‘professori’ trotskisti che arruolarono la spia e sabotatore filo-islamista Giulio Regeni). Tutti protesi a descrivere la teppa armata dagli squadroni della morte di Gladio quali, ‘pacifici studenti inermi che lottano per la democrazia contro il dittatore’ di turno, o roba del genere. Si è visto in Jugoslavia, s’è visto in Libia, si vede in Siria, e si era visto, per la prima volta in modo scientificamente organizzato, in Ungheria nel 1956, quando i fiancheggiatori dell’imperialismo atlantista, fossero neo-fascisti, eccitati all’idea di vedere comunisti massacrati, dopo anni di piagnistei su presunti massacri partigiani di inermi e innocui repubblichini ed SS; o trotskisti, sempre pronti a vedere un operaio rivoluzionario nel borghese revanscista ungherese o nel principe saudita integralista, parteciparono entusiasticamente ed attivamente alla prima grande ‘rivoluzione colorata’ concepita e attuata dalla CIA tramite Gladio.
Qui alcuni esempi del ‘popolo oppresso’ che pacificamente e a mani nude dimostrava dissenso verso un regime ‘dittatoriale’; dittatoriale perché nemico della NATO e dell’imperialismo.

Le varie sette dekl trotskistume, continuano a raccontare la favola che i 'rivoluzionari' fossero operai comunisti. E' pura menzogna, spacciata dall'alta 'sociale' della propaganda della NATO.

Le varie sette del trotskistume continuano a raccontare la favola che i ‘rivoluzionari’ ungheresi fossero operai comunisti. E’ pura menzogna, spacciata dall’ala ‘sociale’ della propaganda della NATO. A 60 anni di distanza non si conosce il nome di uno solo di tali ‘operai rivoluzionari socialisti’, mitizzati dagli ideologhi trotskisti dell’imperialismo NATO.

L'avariata feccia fascista si entusiasma per i cirmini dei 'ragazzi di Buda', e questo dopo aver rotto le scatole per decenni su chimeriche stragi di innocui fascisti e nazsiti da parte dei partigiani.

L’avariata feccia fascista si entusiasma per i crimini dei ‘ragazzi di Buda’, e questo dopo aver rotto le scatole per decenni su chimeriche stragi di innocui fascisti e nazisti da parte dei partigiani.

La 'rivoluzione' ungherese fu solo l'esplosione degli istinti bestiali della borghesia declassata e del sottoproletariato, prede del revanscismo nazista della NATO.

La ‘rivoluzione’ ungherese fu solo l’esplosione degli istinti bestiali della borghesia declassata e del sottoproletariato, prede del revanscismo nazista della NATO.

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La rivoluzione ungherese, come le rivoluzioni colorate celebrfate dal fronte rossoburno autentico, quello tra neofascisti, orfani di Bertuinotti e Montanelli, e settari dell'estrema sinistra, oggi come ieri, fiancheggiatrice dei terroristi della NATO, iniziariono non con manifestazioni pacifiche, ma con massacri mirati e coordinati dei militanti, comunisti in Ungheria; socialisti in Libia e Siria.

La rivoluzione ungherese, come le rivoluzioni colorate celebrate dal fronte rossobruno autentico, quello tra neofascisti, orfani di Bertinotti e Montanelli, e settari dell’estrema sinistra, oggi come ieri, fiancheggiatori dei terroristi della NATO, iniziò non con manifestazioni pacifiche, ma con massacri mirati e coordinati dei militanti, comunisti in Ungheria; socialisti in Libia e Siria.

Un chiaro subumano deforme, preso per 'operaio rivoluzionario' dalle prostituite trotskiste della NATO. Da Pierre Broué fino ai Ferrero e Ferrando, il massacro di comunisti è foriero della 'rivoluzione' attiata da una classe rivoluzionaria vigente solo nei loro onirismi settari. In Ungheria come in Libia.

Un chiaro subumano deforme, preso per ‘operaio rivoluzionario’ dalle prostituite trotskiste della NATO. Da Pierre Broué fino ai Ferrero e Ferrando, il massacro di comunisti è foriero della ‘rivoluzione’ attuata da una classe rivoluzionaria vigente solo nei loro onirismi settari. In Ungheria come in Libia.

Per i trotskisti, uccidere comunisti ed antimperialisti, è 'rivoluzionario'

Per i trotskisti, uccidere comunisti ed antimperialisti, è ‘rivoluzionario’. Non a caso supportano tutte le operazioni belliche e sovversive degli USA e della NATO. Ovunque nel mondo.

Il primo atto della 'rivoluzione spontanea' ungherese, fu eliminari gli uomini dell'apparato difensivo, comunisti integri, per procedere allo smantellamento della repubblica operaia e alla destabiilizzazione riusicta 33 anni dopo.

Il primo atto della ‘rivoluzione spontanea’ ungherese, fu eliminare gli uomini dell’apparato difensivo, comunisti integri, per procedere allo smantellamento della repubblica operaia e alla destabilizzazione, riuscita 33 anni dopo, dell’Europa orientale.

Vecchio sogno del fascistume, come i sicari di primato nazionale, eccitati dai saccheggi del Partito Comunista ucraino nel 2014, bruciare libri di Lenin (e qualsiasi libro), è un'azione approvata anche dalla feccia settaria trotskista, quale esempio di corretta rivoluzione (cioé quella approvata dalla ditta CIA/Soros).

Vecchio sogno del fascistume, come i sicari di primato nazionale eccitati dai saccheggi delle sedi del Partito Comunista ucraino nel 2014, bruciare libri di Lenin (e qualsiasi libro) è un’azione entusiastica approvata anche dalla feccia settaria trotskista, quale esempio di corretta rivoluzione (cioé pianificata dalla ditta CIA/Soros).

La rivoluzione eccitava gli spiriti 'migliori' della borghesia oppressa.

La ‘rivoluzione’ eccitava gli spiriti ‘migliori’ della borghesia oppressa.

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Immagini che ricompariranno in Romania e Libia e laddove l’imperialismo NATO, con il suo circo di pidocchi neofascisti, gorbacioviani e anarco-sinistri, trovava via libera.

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Alla fine, la fiera della bestialità ebbe la conclusione meritata, suscitando decenni di rumorosi guaiti tra neofascisti e social-imperialisti.

Alla fine, la fiera della bestialità ebbe la conclusione meritata, suscitando decenni di rumorosi guaiti tra neofascisti e social-imperialisti.

La rivolta ungherese del 1956

Il 23 ottobre 1956 iniziò la rivolta fascista ungherese, ideata e diretta dalle agenzie d’intelligence occidentali
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Janos Kadar

Negli ultimi 25 anni gli storici e i giornalisti cercano di presentare l’Ungheria nel 1956 come una rivolta spontanea delle masse contro il sanguinario regime filo-sovietico di Matyas Rakosi e del suo successore Erno Gero. Ma in realtà, l’intero scenario di questa orgia fu, dall’inizio alla fine, tracciato dalla Central Intelligence Agency, e se non fosse stato per il tempestivo intervento dei militari sovietici, l’Ungheria sarebbe diventata la prima vittima della rivoluzione arancione, come si chiamerebbe oggi una tale rivoluzione occidentale, allora ancora sconosciuta, ma la cui attuazione rientrava in quel tipo di operazione. L’operazione ebbe inizio con l’offensiva della disinformazione, quando centinaia di palloni iniziarono a lanciare volantini sull’Ungheria. Nella prima metà del 1956 furono registrati 293 casi della loro intrusione nello spazio aereo del Paese, e il 19 luglio causarono un incidente ad un aereo passeggeri. Dalla sera del 1 ottobre 1954, dalle parti di Monaco di Baviera, iniziarono a lanciare migliaia di palloncini, a ondate di 200-300, ognuno di loro trasportava tra 300 e 1000 volantini. Volantini trovarono terreno fertile. Durante la guerra, l’Ungheria aveva combattuto contro i sovietici dalla parte di Hitler, e molti ungheresi furono uccisi o fatti prigionieri dai sovietici. I loro parenti, naturalmente, non avevano alcun motivo di essere a favore dei sovietici, e molti li odiavano anche per gli eventi del 1848-49. Tuttavia, le speranze degli statunitensi erano riposte non tanto sulla popolazione, ma sui fascisti ungheresi superstiti, alcuni di loro sono fuggirono con i tedeschi in Austria, e quelli che non ne ebbero il tempo, istituirono delle organizzazioni segrete nel Paese. Le più grandi furono “Spada e croce”, “La Guardia Bianca”, “Divisione Botond”, “Unione dei Cadetti”, “Partigiani bianchi”, “Patto di sangue”, “Movimento di resistenza ungherese” e “Movimento di resistenza nazionale.” La maggior parte delle attività sovversive erano effettuate dalla Chiesa cattolica ungherese, guidata dal cardinale Jozsef Mindszenty. Tra i gruppi politici clandestini, un ruolo particolarmente pericoloso fu giocato dal cosiddetto partito cristiano, fondato nel 1950. Il suo compito principale riguardava l’indottrinamento dei giovani. Sotto la guida diretta del partito, agiva l’organizzazione giovanile clericale illegale, che aveva creato diversi sacerdoti e dei monaci, che cominciarono ad attivarsi nel 1949-1951. Tali chierici agirono in varie forme, tra cui conferenze, distribuzione di opuscoli e volantini. In uno di essi, dal titolo “Appello virile” alla gioventù, impartiva tale direttiva: “…verrà il momento in cui si avrà l’ordine da Dio di distruggere, distruggere, distruggere”.
tumblr_mjmn8b4omk1rcoy9ro1_1280Le attività delle organizzazioni clericali clandestine non potevano avvenire senza significativi “sussidi” finanziari dall’esterno. Così, il “Fronte cristiano” ricevette dai suoi sostenitori stranieri 130.000 fiorini, la “Congregazione di Maria” 75mila nel 1951 e nel 1954, 30mila nel 1955 e 90 mila nel novembre 1956. Presso la sede del Regnum Marianum, quando la sicurezza dell’AVH mise fine alla sua attività criminale, furono trovati 258230 fiorini, 45 napoleoni, 67 macchine da scrivere, 12 ciclostile e macchine di stampa. Il ruolo di coordinamento della cosiddetta “resistenza popolare” fu svolto dal “Comitato Free Europe” e dalle sue agenzie specializzate, attraverso diplomatici, spie e vari emissari, ed attraverso la trasmissione dei programmi radio mirati.
Gli eventi ungheresi cominciarono il 23 ottobre. Alle 3 del pomeriggio, iniziò la manifestazione, cui parteciparono circa un migliaio di persone, tra cui studenti e intellettuali. I manifestanti portavano bandiere rosse, striscioni su cui erano scritti gli slogan di amicizia sovietico-ungherese. Tuttavia, lungo il percorso ai manifestanti si unirono gruppi radicali che gridavano slogan di altro tipo, chiedendo il ripristino del vecchio emblema nazionale ungherese, della vecchia festa nazionale invece del giorno della liberazione dal fascismo, l’eliminazione dell’addestramento militare e delle lezioni di russo.
Alle 19.00, i ribelli sequestrarono degli autoparchi per poi consegnare ai “manifestanti” vari oggetti presi da camion e autobus. Alle 20 in punto, alla radio il primo segretario del Comitato Centrale del Partito Operaio Ungherese, Erno Gero, tenne un discorso condannando duramente i manifestanti. In risposta a ciò, un folto gruppo di manifestanti cercò di prendere d’assalto la sede della Radio, chiedendo la trasmissione dei punti del programma dei manifestanti. Questo tentativo portò a uno scontro con l’unità della Sicurezza AVH, posta a difesa della sede della Radio di Stato ungherese, per cui dopo le 21 vi furono morti e feriti. Allo stesso tempo, un gruppo di ribelli armati catturò la caserma Kilian che ospitava tre battaglioni di genieri, sequestrandone le armi. Molti soldati si unirono agli insorti, a cui si aggiunse il colonnello delle truppe corazzate Pal Maléter, che diresse dalla caserma gli insorti. Presto divenne uno dei capi militari della ribellione. Il capo della polizia di Budapest, il tenente-colonnello Sandor Kopachi ordinò di non sparare contro gli insorti, e di non interferire nelle loro azioni. Aveva implicitamente permesso che si radunasse una folla davanti al comando, che chiedeva la liberazione dei prigionieri e il ritiro delle stelle rosse dalla facciata. Alle ore 23, sulla base della decisione del Presidium del Comitato Centrale del Partito Comunista, il del capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate dell’URSS, il maresciallo Vasilij Sokolovskij ordinò al comandante del Corpo speciale d’iniziare l’avanzata su Budapest a sostegno delle forze ungheresi, “per il ripristino e la creazione delle condizioni per un lavoro creativo pacifico”. E le unità del Corpo speciale arrivarono a Budapest alle 6 del mattino, scontrandosi con l’insurrezione e i militari ungheresi.
Le forze militari dei ribelli di Budapest s’erano concentrate principalmente nelle zone VIII e IX, nonché nel distretto di Seina. Nella notte del 24 ottobre a Budapest entrarono circa seimila soldati dell’esercito sovietico, con 290 carri armati T-44, T-54, IS-3 e 120 BTR-152. In mattinata, in città arrivò la 33.ma Divisione meccanizzata della Guardia, e la sera la 128.ma Divisione fucilieri della Guardia, in seguito chiamato Corpo Speciale. Nel corso di una manifestazione davanti al parlamento, esplosero gli incidenti: dai piani superiori aprirono il fuoco uccidendo l’ufficiale di un carro armato sovietico che fu poi bruciato. In risposta, le truppe sovietiche aprirono il fuoco sui manifestanti, provocando 61 morti e 284 feriti.

I rivoluzionari uccisero diversi aderenti al Partito Comunista, all'avvio della rivoluzione di Gladio.

I ‘rivoluzionari’ uccisero decine di aderenti al Partito Comunista, avviando la ‘rivoluzione di Gladio’.

Le forze controrivoluzionarie organizzate trovato subito il sostegno di elementi criminali. Tutti i documenti disponibili mostrano il grande ruolo svolto dai criminali nelle bande controrivoluzionarie. Un reggimento di fanteria si scontrò, il 26 ottobre a Budapest, con un gruppo di controrivoluzionari catturando 23 banditi. La stragrande maggioranza dei criminali catturati erano evasi da una prigione. Nel complesso, tra il 25 e il 31 ottobre, furono rilasciati 9962 criminali e 3324 criminali politici, molti dei quali ricevettero un fucile, e la maggior parte di questi ultimi era coinvolta in attività politiche controrivoluzionarie. Parteciparono ai combattimenti anche semplici persone traviate, facendosi coinvolgere dalla propaganda contro-rivoluzionaria, scesero in strada con le armi, in primo luogo per l’attuazione dello slogan del “comunismo nazionale”. La responsabilità dei loro errori e della loro morte si trova nel “partito di opposizione”, nelle sue ideologia e propaganda demagogiche. Tra coloro che si trovarono dal lato della controrivoluzione, senza condividerne i veri obiettivi, una parte significativa era giovane. I leader degli agitatori della ribellione di Free Europe, approfittarono con incredibile cinismo dell’immaturità politica, dei sentimenti patriottici e del sogno di gesta eroiche di bambini, adolescenti e giovani. Ciò può spiegare alcuni dati. Durante il periodo di scontri armati, furono segnalati un totale di circa 3 mila morti, il 20% dei quali aveva un’età inferiore ai 20 anni, il 28% tra i 20 e i 29 anni. Tra i feriti, la percentuale di giovani era del 25%, e più della metà di loro di età tra i 19 e i 30 anni. La leadership della rivolta era di Radio Free Europe a Monaco. Con alcuni dei principali gruppi armati che avevano il supporto radiofonico diretto da RFE. Così, una banda del vicolo Corwin aveva due sessioni al giorno: alle 23 Free Europe passava loro direttive e istruzioni, e alle 01:00 inviava informazioni ai ribelli.
tumblr_mjmj2meo7g1rcoy9ro1_1280Erno Gero fu sostituito come Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Operaio da Janos Kadar, e fu avviata l’azione del gruppo meridionale di Szolnok delle Forze sovietiche. Il primo ministro Imre Nagy parlò alla radio, riferendo alle parti in conflitto una proposta di cessate il fuoco. Il 29 ottobre, i combattimenti si fermarono e per la prima volta in cinque giorni, per le strade di Budapest vi fu il silenzio. Le truppe sovietiche iniziarono a lasciare Budapest. Ma non appena i sovietici lasciarono Budapest, ribelli andarono di nuovo all’offensiva. Liberato dalla prigione, l’ex-ufficiale dell’esercito di Horthy, Bela Kiraly, che nell’esercito popolare ungherese aveva il grado di generale, ma che poi fu condannato per spionaggio all’ergastolo, organizzò insieme al Comitato Maléter le forze armate rivoluzionarie. Formazioni armate di questo comitato iniziarono a uccidere i comunisti e il personale dell’AVH fatti sbandare da Imre Nagy. Furono riportati anche casi di uccisioni di soldati sovietici in congedo e in diverse città d’Ungheria. Gli insorti avevano catturato la sede del comitato cittadino di Budapest del Partito dei lavoratori ungheresi, e più di 20 comunisti furono impiccati. Le immagini dei comunisti appese e torturati, con volti sfigurati dall’acido, fecero il giro del mondo.
La rivolta si diffuse in altre città, si diffuse il caos. Il servizio ferroviario fu interrotto e cessarono di operare aeroporti, negozi e banche furono chiusi. Gli insorti si aggiravano per le strade, sequestrando gli agenti della sicurezza. Venivano riconosciuti dalle famose scarpe gialle, fatti a pezzi o appesi per i piedi, a volte castrati. I ritratti dei leader di partito vennero sfigurati con enormi chiodi e venivano incendiati i ritratti di Lenin. Ogni giorno che passava, Imre Nagy si allontanava sempre più dalla suo passato. Il 1° novembre annunciava il ritiro dell’Ungheria dal Patto di Varsavia, e ministro della difesa fu nominato lo stesso Maléter, assegnandogli il grado di generale e inserendolo nel governo, e facendo scarcerare il cardinale Jozsef Mindszenty. Il 3 novembre Kiraly fu nominato comandante della Guardia Nazionale.

Gli Ussari di Kádár erano i reparti armati del Partito comunista ungherese che combatterono la controrivoluzione di Gladio in Ungheria.

Gli Ussari di Kádár erano i reparti armati del Partito comunista ungherese che combatterono la controrivoluzione di Gladio in Ungheria.

Una volta che le truppe sovietiche lasciarono l’Ungheria, come Nagy aveva chiesto, delle truppe si concentrarono al confine ungherese-austriaco, nella neutrale Austria, pronte ad aiutare i ribelli.
Si dovette ricorrere a uno stratagemma: per discutere i termini del ritiro delle truppe sovietiche nel quartier generale del Corpo speciale fu invitato il Magg. Gen. Pal Maléter, che fece parte della delegazione ufficiale che la sera del 3 novembre arrivò nella base militare sovietica Csepel, sull’isola di Tekel, da Budapest. Assieme a lui nella delegazione vi erano il ministro Ferenc Erdei, il Capo di Stato Maggiore generale Istvan Kovacs e il direttore delle operazioni dello Stato Maggiore, colonnello Miklos Szucs. A mezzanotte nella stanza in cui si svolgevano i negoziati giunse il presidente del KGB Ivan Serov, arrestando tutta la delegazione ungherese. L’Ungheria rimase senza leadership militare. La mattina del 4 novembre ha cominciarono ad entrare in Ungheria nuove truppe sovietiche sotto il comando del Comandante del Patto di Varsavia, il maresciallo dell’Unione Sovietica Ivan Konev, in conformità con il piano dell'”Operazione Vortice”. Il Corpo speciale aveva il compito primario di sconfiggere le forze del nemico. Il corpo era rimasto lo stesso, ma aveva aumentato il numero di carri armati, artiglieria e unità aeree. Le divisioni dovevano svolgere le seguenti attività:
La 2.nda Divisione di Fanteria Meccanizzata della Guardia, catturare la parte nord-orientale e centrale di Budapest, i ponti principali sul Danubio, il Palazzo del Parlamento, la Centrale telefonica, il Ministero della Difesa, la stazione Nyugati, il dipartimento di polizia e le caserme delle basi militari ungheresi, per evitare l’arrivo di ribelli a Budapest da nord e da est;
La 33.ma Divisione meccanizzata della Guardia, occupare il sud-est e il centri di Budapest, i ponti sul Danubio, l’Ufficio centrale, Via Corwin, la stazione Keleti, la stazione radio Kossuth, l’arsenale Csepel, le caserme delle unità militari ungheresi e impedire l’avvicinamento di ribelli a Budapest da sud-est;
La 128.ma Divisione Fucilieri della Guardia, doveva occupare la parte occidentale di Budapest, il centro comando della difesa aerea, il quartiere Mosca, la fortezza della collina Gellert, le caserme e impedire l’arrivo di ribelli ungheresi da ovest.
Per catturare gli obiettivi più importanti, in tutte le divisioni furono create una o due unità avanzate speciali, basati su un battaglione di fanteria con 100-150 elementi su veicoli blindati, rinforzati da 10-12 carri armati.
tumblr_mjmnb22dj71rcoy9ro1_400 Il 4 novembre iniziò l'”Operazione Vortice”. Gli obiettivi principali di Budapest furono occupati, i membri del governo Nagy si rifugiarono nell’ambasciata jugoslava. Tuttavia, le unità della Guardia Nazionale e singole unità militari ungheresi continuarono a contrastare le truppe sovietiche, che utilizzarono l’artiglieria contro le sacche di resistenza per poi rastrellarle con la fanteria appoggiata dai carri armati. Alle 8:30 i paracadutisti del 108.vo Reggimento Aeroportato della Guardia, in concomitanza con il 37.mo reggimento carri della Seconda Divisione Meccanizzata della Guardie catturarono 13 generali e 300 ufficiali del ministero della Difesa e li portarono presso il comando del generale dell’esercito Malinin. Le forze armate ungheresi furono completamente paralizzate. Nonostante la superiorità sovietica in personale e attrezzature, gli insorti ungheresi ne ostacolarono l’avanzata. Poco dopo le 08:00, a Budapest la radio aveva diffuso un appello di scrittori e scienziati di tutto il mondo, per aiutare il popolo ungherese. Ma per il momento le unità corazzate sovietiche avevano completato l’operazione e difendevano i ponti di Budapest sul Danubio, il Parlamento e la centrale telefonica. Combattimenti particolarmente feroce, come previsto, si ebbero a Corwin, nel Palazzo del Parlamento e nel Palazzo Reale. A mezzogiorno del 5 novembre nella capitale, l’unico centro di resistenza era nel quartiere di via Corwin. Per sopprimerlo furono schierati 11 battaglioni di artiglieria, con circa 170 cannoni e mortai, oltre a decine di carri armati. La sera, la resistenza degli insorti in tutto il quartiere finì.
Il 6 novembre l’esercito sovietico a Budapest continuò ad eliminare gli ultimi gruppi armati e punti di resistenza. I combattimenti continuarono fino alla serata del 6 novembre. Il 10 novembre i combattimenti cessarono. Imre Nagy e i suoi complici si rifugiarono nell’ambasciata jugoslava, ma il 22 vennero attirati fuori e arrestare. Il 16 giugno 1958 Maléter e gli altri golpisti furono impiccati. Il 16 giugno 1983 i resti di Nagy e Maléter furono solennemente seppelliti a Budapest, nella piazza Scoma. Kieraly riuscì a fuggire in Austria e presto divenne vicepresidente del Consiglio rivoluzionario ungherese a Strasburgo. Poi si trasferì negli Stati Uniti, dove fondò il Comitato ungherese e l’Associazione dei combattenti per la libertà. Nel 1990 tornò in Ungheria, ebbe il grado di colonnello e divenne un membro del parlamento. Morì il 4 luglio 2009.tumblr_mjmnmslxei1rcoy9ro1_1280A fianco delle truppe sovietiche agì il Corpo dei Volontari degli Ussari di Kadar, che indossavano giacche imbottite ed erano membri della Unione della Gioventù Comunista dei Lavoratori d’Ungheria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come gli USA attaccano i governi di sinistra latinoamericani

Alexander Main e Dan Beeton, Mondialisation, 7 ottobre 2016 – Jacobin 29 settembre 2015

Per chi sia interessato alle relazioni internazionali in America Latina, e più in particolare alla politica estera degli Stati Uniti nella regione, i cablo diplomatici statunitensi pubblicati da WikiLeaks sono un’inaspettata ricchezza di informazioni che va oltre parole e dichiarazioni, avvicinando le azioni. Alexander Main e Dan Beeton, che lavorano presso il Centro per la ricerca economica e politica (Washington DC), hanno partecipato al lavoro collettivo Files Wikileaks: Il mondo secondo l’impero USA (2015). In questo testo, pubblicato il 29 settembre 2015 sul sito web della rivista Jacobin, gli autori riassumono l’interferenza contemporanea degli USA in diversi Paesi dell’America Latina, riflessa dai dispacci diplomatici. Conclusero nel settembre 2015 che “nonostante gli attacchi incessanti degli Stati Uniti, la sinistra domina in America Latina. Con l’eccezione di Honduras e Paraguay, dove colpi di Stato di destra hanno rovesciato governi legittimi, i movimenti di sinistra sono andati al potere negli ultimi quindici anni”. Un anno dopo, con l’elezione di Mauricio Macri in Argentina (10 dicembre 2015), la rimozione di Dilma Rousseff in Brasile (31 agosto, 2016) e i problemi economici e politici del governo di Nicolás Maduro in Venezuela, il panorama è chiaramente offuscato.1001648All’inizio dell’estate 2015, il mondo vide la Grecia tentare di resistere a un diktat neoliberista disastroso e di conseguenza ricevere una severa reprimenda. Quando il governo greco, di sinistra, decise di tenere un referendum nazionale sul programma di austerità imposto dalla troika, la Banca centrale europea rispose limitando la liquidità concessa alle banche greche. Di conseguenza, le banche del Paese dovettero chiudere a lungo e la Grecia affondò nella recessione. Nonostante lo schiacciante rifiuto del programma di austerità da parte dell’elettorato, la Germania e il cartello dei creditori europei ignorarono la democrazia e ottennero ciò che volevano: l’adesione completa della Grecia della loro agenda neoliberista. Per quindici anni, una battaglia simile si è svolta contro il neoliberismo nel continente, per lo più sconosciuta al pubblico. Anche se inizialmente Washington cercò di reprimere ogni opposizione, la resistenza dell’America Latina all’agenda neoliberista in sostanza vinse. Si tratta di un’avventura epica che abbiamo scoperto esplorando il grande tesoro dei dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks. Il neoliberismo si era ben consolidato in America Latina molto prima che Germania e autorità della zona euro cercassero d’imporre adeguamenti strutturali alla Grecia e ad altri Paesi periferici indebitati. Facendo uso di coercizione (condizionando i prestiti del FMI, per esempio) e indottrinamento (anche attraverso la formazione, sostenuta dagli Stati Uniti, dei “Chicago Boys” nella regione), gli Stati Uniti a metà anni ’80 imposero in America Latina il vangelo delle austerità fiscale, deregolamentazione, “libero commercio”, privatizzazione e drastica riduzione del pubblico. Il risultato appare sorprendentemente simile a quello osservato in Grecia: stagnazione della crescita (praticamente alcun aumento del reddito pro-capite dal 1980 al 2000), povertà crescente, declino del tenore di vita di milioni di persone e moltiplicazione per aziende ed investitori stranieri delle opportunità di guadagnare denaro facile. Entro la fine degli anni ’80, la regione entrò in tensione e rivolta contro le politiche neoliberiste. Inizialmente, la ribellione fu spontanea e disorganizzata, come nel caso della rivolta del Caracazo in Venezuela nelle prime settimane del 1989 [1]. Ma più tardi, gli avversari del neoliberismo cominciarono a vincere le elezioni e, con grande sorpresa delle dirigenza statunitense, mantennero le promesse elettorali avviando misure contro la povertà e le politiche eterodosse che ribadiscono il ruolo dello Stato nell’economia. Dal 1999 al 2008, le elezioni presidenziali furono vinte dai candidati di sinistra in Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Honduras, Ecuador, Nicaragua e Paraguay. Troviamo gran parte della storia degli sforzi del governo degli Stati Uniti per contenere e invertire l’ondata antineoliberale nelle decine di migliaia di cablo, diffusi da Wikileaks, delle missioni diplomatiche statunitensi nella regione, dai primi anni di George W. Bush all’inizio della amministrazione Obama.
I cablo che analizziamo nel libro The Files Wikileaks: Il mondo secondo l’impero degli Stati Uniti, illuminano i meccanismi d’intervento politico quotidiani di Washington in America Latina (e il ridicolo ritornello ripetuto dal dipartimento che afferma che “gli Stati Uniti non interferiscono nella politica interna di altri Paesi“). Sostegno economico e strategico è previsto ai gruppi di opposizione di destra, anche violenti e antidemocratici. I cablo riflettono anche in modo vivido l’ideologia dei rappresentanti degli Stati Uniti, che ragionano come fossero nella guerra fredda e cercano misure coercitive simili a quelle per soffocare la democrazia greca. Naturalmente, i media mainstream hanno largamente ignorato tale imbarazzante cronaca dell’aggressione imperialista, preferendo concentrarsi sulle bubbole diplomatiche degli USA invece che sulle azioni imbarazzanti ed illegali dei funzionari all’estero. I pochi esperti che hanno condotto un’analisi esaustiva dei cablo, in genere sostengono che non vi sia alcuna differenza significativa tra discorso ufficiale degli Stati Uniti e realtà rappresentata nei cablo. Dando retta agli analisti delle relazioni internazionali degli Stati Uniti, “non si trova l’immagine degli Stati Uniti quale burattinaio onnipotente che tira le fila dei governi nel mondo per gli interessi delle proprie aziende“. L’esame dettagliato dei cablo però smentisce tale asserzione.

“Questo non è un ricatto”
evo_morales_copia1 Alla fine del 2005, Evo Morales vinse in modo schiacciante le elezioni presidenziali della Bolivia su una piattaforma focalizzata su riforma della Costituzione, diritti degli indiani e impegno a combattere povertà e neoliberismo. Il 3 gennaio, due giorni dopo l’elezione, Morales ricevette la visita dell’ambasciatore degli Stati Uniti David L. Greenlee, che non perse tempo: gli aiuti concessi dagli Stati Uniti alla Bolivia saranno condizionati dal buon comportamento del governo Morales. La scena poteva essere stata tratta dal film Il Padrino: “L’ambasciatore ha sottolineato l’importanza del contributo degli Stati Uniti per le istituzioni leader internazionali, da cui dipende l’aiuto concesso alla Bolivia, come ad esempio Banca internazionale per lo sviluppo (BIS), Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. “Quando si pensa al BIS, si pensa agli Stati Uniti”, disse l’ambasciatore. “Questo non è un ricatto, ma la pura realtà“.” Ma Morales attuò il suo programma. Nei giorni seguenti all’arrivo al comando, annunciò l’intenzione di regolare il mercato del lavoro, ri-nazionalizzare gli idrocarburi e approfondire la cooperazione con la nemesi di Washington, Hugo Chávez. In risposta, Greenlee avanzò una “gamma di opzioni” per forzare Morales a piegarsi alla volontà del governo degli Stati Uniti: imporre il veto sulla concessione dei prestiti multilaterali, da diversi milioni di dollari, rinviare l’alleggerimento programmato del debito multilaterale, scoraggiare la Millennium Challenge Corporation dal fornire assistenza finanziaria (che la Bolivia non ha ancora ricevuto, anche se è uno dei Paesi più poveri dell’emisfero) e fermare il “sostegno materiale” alle forze di sicurezza boliviane. Purtroppo per il dipartimento di Stato, fu subito chiaro che, come previsto, tali minacce sarebbero rimaste lettera morta. Morales aveva già deciso di ridurre fortemente la dipendenza della Bolivia dal credito multilaterale che richiedeva l’approvazione del Tesoro degli Stati Uniti. Nelle settimane seguenti l’insediamento, Morales annunciò che la Bolivia non si sentiva in debito con il FMI e avrebbe lasciato estinguere il contratto di finanziamento stipulato con questi. Anni dopo, Morales consigliò alla Grecia e ad altri Paesi europei indebitati a seguire l’esempio della Bolivia e di “liberarsi dal diktat economico del Fondo monetario internazionale“. Impossibilitato ad imporsi su Morales, il dipartimento di Stato si dedicò a rafforzare l’opposizione in Bolivia. Aiuti furono concessi dagli Stati Uniti alla regione della Media Luna [2] controllata dall’opposizione aumentarono. Un cablo dell’aprile 2007 si occupa del “maggiore impegno dell’USAID nel consolidare le amministrazioni regionali, in modo da controbilanciare il governo centrale”. Un rapporto dell’USAID del 2007 afferma che l’Ufficio delle Iniziative di Transizione (ITO) “aveva approvato 101 sovvenzioni per un totale di 4066131 di dollari per aiutare i governi dipartimentali a migliorare la loro strategia”. Crediti inoltre furono concessi ai gruppi indiani locali “contrari alla visione di Evo Morales delle comunità indiane”. Un anno dopo, i dipartimenti della Media Luna si ribellarono apertamente al governo Morales, prima tenendo un referendum sull’autonomia, dichiarato illegale dalla magistratura nazionale, e quindi sostenendo dimostrazioni violente in favore dell’autonomia in cui fu uccisa almeno una ventina di sostenitori del governo. Molti credevano che un colpo di Stato fosse imminente. La situazione si calmò su pressione di tutti gli altri presidenti del Sud America, che dichiararono congiuntamente sostegno al governo costituzionale del Paese. Ma mentre il blocco sudamericano supportava Morales, gli Stati Uniti comunicavano regolarmente con i capi dei movimenti di opposizione separatisti, anche se evocavano apertamente la possibilità di “distruggere i gasdotti” e “la violenza come opportunità per costringere il governo ad impegnarsi seriamente nel dialogo…” A differenza della posizione ufficiale negli eventi di agosto e settembre 2008, il dipartimento di Stato considerò sul serio la possibilità di un colpo di Stato contro il Presidente boliviano Evo Morales, o il suo assassinio. Un cablo rivela l’intenzione dell’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz di prepararvisi: “Il comitato d’azione di emergenza svilupperà, con la squadra di valutazione situazionale del Comando Sud statunitense, un piano di risposta rapida in caso di emergenza improvvisa, vale a dire un tentativo di colpo di Stato o la morte del Presidente Morales“, si legge sul cablo. Gli eventi del 2008 furono presentati quale maggiore sfida alla presidenza di Morales, quando la possibilità di perdere il potere era vicina. I preparativi dell’ambasciata per la possibile caduta di Morales indicano che almeno gli Stati Uniti consideravano vera la minaccia su di lui. Il fatto è che non dissero al pubblico chi Washington appoggiasse nel conflitto, e quali risultati avrebbe probabilmente preferito.

Un lavoro meccanico
1004671 Alcuni metodi d’intervento applicati in Bolivia riapparvero in altri Paesi guidati da governi di sinistra. Così, dopo il ritorno dei sandinisti al potere in Nicaragua nel 2007, l’ambasciata degli Stati Uniti a Managua accelerò il rafforzamento del sostegno al partito di destra, l’Alleanza Liberale del Nicaragua (ALN). Nel febbraio 2007, il personale dell’ambasciata incontrò il capo della pianificazione della NLA e le spiegò che gli Stati Uniti “non forniscono assistenza diretta ai partiti politici“, suggerendo di aggirare tale limitazione rafforzando i legami con le ONG amiche, per ricevere fondi dagli Stati Uniti. La rappresentante della NLA disse che avrebbe mandato “l’elenco completo delle ONG che di fatto sostenevano l’azione della NLA” e l’ambasciata prese accordi affinché “incontrasse presto gli amministratori locali dell’IRI (International Republican Institute) e del NDI (National Democratic Institute for International Affairs)“. Fu anche scritto nel cablo che l’ambasciata “osserverà da vicino la raccolta dei fondi per sviluppare le capacità della NLA”. Bisognerebbe far leggere questi cablo a coloro che studiano la diplomazia statunitense e a coloro che cercano di sapere cos’è esattamente il sistema di “promozione della democrazia” degli Stati Uniti. Attraverso USAID, National Endowment for Democracy (NED), NDI, IRI e altri organismi parastatali, il governo degli Stati Uniti da notevole sostegno ai movimenti politici che appoggiano gli obiettivi economici e politici degli Stati Uniti. Nel marzo 2007, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Nicaragua chiese al dipartimento di Stato di pagare “nei prossimi quattro anni 65 milioni in più del solito, per le prossime elezioni presidenziali“, finanziando “il consolidamento di partiti politici e organizzazioni non governative” democratici e “piccoli sussidi occasionali dell’ultimo momento, per raddoppiare gli sforzi dei gruppi nel difendere la democrazia in Nicaragua, far avanzare i nostri interessi e combattere chi ci attacca“.
In Ecuador, l’ambasciata degli Stati Uniti si oppose all’economista di sinistra Rafael Correa ben prima delle elezioni del 2006 che lo portarono al potere. Due mesi prima delle elezioni, il consigliere politico dell’ambasciata allertò Washington sul rischio che Correa “aderisse al gruppo di leader sudamericani nazional-populisti Chávez, Morales e Kirchner“, aggiungendo che l’ambasciata “ha avvertito i nostri contatti politici, economici e mediatici sulla minaccia che Correa rappresenta per il futuro dell’Ecuador incoraggiando fortemente a costruire alleanze che controbilancino il radicalismo evidente di Correa“. Subito dopo l’elezione di Correa, l’ambasciata inviò il suo piano d’azione al dipartimento di Stato: “Non abbiamo alcuna illusione che le sole azioni del USG [3] bastino a cambiare la direzione del governo o del Congresso, ma speriamo di aumentare l’influenza lavorando con altri ecuadoriani e altri gruppi che condividono le nostre idee. Senza l’azione, le riforme proposte da Correa e il suo atteggiamento nei confronti del Congresso e dei tradizionali partiti politici potrebbero estendere l’attuale periodo di tensioni e instabilità politica”. I peggiori timori dell’ambasciata si verificarono. Correa annunciò che avrebbe chiuso la base aerea statunitense di Manta, aumentato la spesa sociale e spinto per la convocazione dell’assemblea costituente. Nell’aprile 2007, gli ecuadoriani votarono per l’80% l’assemblea costituente proposta, e il 62% degli elettori approvò la nuova costituzione nel 2008, che comprende vari principi progressisti come sovranità alimentare, diritto ad alloggio, assistenza sanitaria e lavoro, e controllo dell’esecutivo sulla banca centrale (enorme sasso nello stagno neoliberista). All’inizio del 2009, Correa annunciò che l’Ecuador non avrebbe rimborsato parte del debito estero, mettendo in allarme l’ambasciata, assieme alle altre misure come la decisione di Correa di rafforzare i legami tra l’Ecuador e gli Stati membri dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) [4]. Ma l’ambasciatore era anche consapevole che gli Stati Uniti avevano poco potere su Correa: “Spieghiamo privatamente che le azioni di Correa avranno conseguenze nelle relazioni con la nuova amministrazione Obama, evitando di fare dichiarazioni pubbliche che sarebbero controproducenti. Non consigliamo di smettere i programmi dell’USG utili ai nostri interessi perché non incoraggiano Correa ad essere più pragmatico”. La sospensione parziale dei pagamenti dell’Ecuador diede i suoi frutti e permise al governo di risparmiare quasi due milioni. Nel 2011, Correa consigliò di applicare lo stesso rimedio ai Paesi indebitati europei, tra cui la Grecia, consigliandogli di non onorare i debiti ed ignorare il parere del FMI.

La piazza è in fermento
576160 Durante la guerra fredda, la presunta minaccia dell’espansione del comunismo sovietico-cubano fu utilizzata per giustificare gli innumerevoli interventi per far cadere i governi di sinistra e sostenere regimi militaristi. Allo stesso modo, i cablo di WikiLeaks mostrano che negli anni 2000 lo spettro del “bolivarismo” del Venezuela fu utilizzato per giustificare gli interventi contro i nuovi governi di sinistra ostili al neoliberismo, come la Bolivia, accusati di essere “apertamente caduta nel grembo del Venezuela“, o l’Ecuador, considerato “cavallo di Troia di Chávez“. Le relazioni degli Stati Uniti con il governo di Hugo Chávez degenerarono subito. Chavez, eletto presidente nel 1998, al contrario di tutte le politiche economiche neoliberiste, forgiò stretti legami con la Cuba di Fidel Castro e criticò fortemente l’attacco dell’amministrazione Bush all’Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre, e gli Stati Uniti richiamarono l’ambasciatore a Caracas dopo che Chavez disse: “non si può combattere il terrorismo con il terrorismo“. In seguito, rafforzò il controllo dello Stato sull’industria del petrolio, aumentando le royalties pagate dalle società estere e usando i proventi del petrolio per finanziare l’accesso ai programmi su salute, educazione e alimentari per i poveri. Nell’aprile 2002, l’amministrazione Bush sostenne pubblicamente il colpo di Stato militare che spodestò Chavez per quarantotto ore. I documenti del National Endowment for Democracy ottenuti in base al Freedom of Information Act, mostrano che gli Stati Uniti finanziarono e addestrarono i gruppi che “promuovono la democrazia” che sostennero il colpo di Stato e parteciparono ai tentativi di rovesciare Chavez come lo “sciopero” della compagnia petrolifera che paralizzò l’industria alla fine del 2002 e portò il Paese in recessione. I cablo di WikiLeaks rivelano che, dopo che tali tentativi per rovesciare il governo legittimo fallirono, gli Stati Uniti continuarono a supportare l’opposizione venezuelana attraverso NED e USAID. In un cablo del novembre 2006, l’allora ambasciatore William Brownfield spiegò la strategia seguita da USAID e ITO per minare l’amministrazione Chávez: “Nell’agosto del 2004, l’ambasciatore presentò la strategia in cinque punti elaborata per guidare le attività dell’ambasciata in Venezuela nel periodo 2004-2006… tale strategia è riassunta così: 1) rafforzamento delle istituzioni democratiche; 2) infiltrazione nella base politica di Chávez; 3) dividerne i sostenitori; 4) proteggere le aziende statunitensi; 5) isolare Chavez a livello internazionale”. Gli stretti legami tra l’ambasciata degli Stati Uniti e vari gruppi di opposizione sono evidenti in molti cablo, uno di Brownfield stabilisce la relazione tra Sumate, ONG dell’opposizione che ebbe un ruolo centrale nelle campagne dell’opposizione, e “i nostri interessi in Venezuela”. Altri cablo dimostrano che il dipartimento di Stato esercitò pressioni per il sostegno internazionale a Sumate, incoraggiando gli Stati Uniti a fornire sostegno finanziario, politico e legale all’organizzazione, soprattutto attraverso la NED. Nell’agosto 2009, il Venezuela fu scosso da violente proteste dell’opposizione (come spesso accade contro il governo di Chavez e del successore Nicolas Maduro). Un cablo segreto dal 27 agosto riprende i propositi della Development Alternatives Inc. (DAI), un’organizzazione assunta da USAID/OTI che affermava che “tutti” coloro che protestano contro Chávez “beneficiano del nostro aiuto“: “Il dipendente della DAI Eduardo Fernandez ha detto che “la piazza è in fermento”, riferendosi alle proteste contro gli sforzi di Chávez per consolidare il potere, e che “tutti costoro (gli organizzatori delle proteste) beneficiano del nostro aiuto”.” I cablo rivelano anche che il dipartimento di Stato istruì e aiutò un capo studentesco che sapeva aver incoraggiato la folla a “linciare” un governatore chavista: “Durante il colpo di Stato del 2002, (Nixon) Moreno partecipò alle manifestazioni organizzate nello Stato di Merida, a capo di una folla che marciò sulla capitale dello Stato con l’intento di linciare il Governatore dell’MVR Florencio Porras“. [5] Tuttavia, pochi anni dopo, secondo un altro cablo, “Moreno partecipò nel 2004 al programma Visitor International del dipartimento di Stato, nel 2004“. Più tardi, Moreno era ricercato per tentato omicidio e minacce a un’agente di polizia, tra le altre ragioni.
531998 Sempre secondo la strategia in cinque punti descritta da Brownfield, il dipartimento di Stato operò per isolare il governo venezuelano sulla scena internazionale e contrastarne l’influenza nella regione. Leggiamo in diversi cablo che le missioni diplomatiche degli Stati Uniti nella regione si coordinarono per far fronte alla “minaccia” regionale del Venezuela. Come Wikileaks rivelò nel dicembre 2010, i capi delle missioni statunitensi in sei Paesi dell’America Latina s’incontrarono in Brasile nel maggio 2007 per adottare una risposta unica ai presunti “piani aggressivi” del Presidente Chávez… “creando un movimento bolivariano unificato in America Latina“. Tra le altre cose, i capi missione decisero di “continuare a rafforzare i legami con i capi militari nella regione che condividono le nostre preoccupazioni su Chavez“. Un incontro simile dei capi missione degli Stati Uniti in America centrale, che si concentrò sulla “minaccia delle attività politiche populiste nella regione“, si tenne nell’ambasciata degli USA in El Salvadorm nel marzo 2006. I diplomatici statunitensi si spesero molto per evitare che i governi di Caraibi e Centro America aderissero a Petrocaribe, iniziativa regionale del Venezuela che permette ai membri di ricevere petrolio a condizioni molto favorevoli. Dai cablo resi pubblici si apprende che gli statunitensi affermavano, pur riconoscendo i vantaggi economici dell’accordo per i Paesi membri, di essere preoccupati che Petrocaribe aumentasse l’influenza politica del Venezuela nella regione. Ad Haiti, l’ambasciata collaborò strettamente con le principali compagnie petrolifere per impedire al governo di entrare in Petrocaribe, ammettendo però che “risparmierebbe 100 milioni di dollari all’anno“, e Dan Coughlin e Kim Ives furono i primi a rivelarlo su The Nation. Nell’aprile 2006, l’ambasciata inviò a Port-au-Prince il seguente cablo: “La stazione continuerà a fare pressione sul presidente di Haiti René Préval affinché non aderisca a Petrocaribe. L’ambasciatore s’incontrerà oggi con il primo consulente di Preval Bob Manuel. Alle riunioni precedenti ha detto di aver capito le nostre preoccupazioni e sa che un accordo con Chavez gli causerebbe problemi“.

Il bilancio della sinistra
Venezuelan President Chavez dies Si ricordi che i cablo di WikiLeaks non fanno luce sulle attività dei servizi segreti degli Stati Uniti, e probabilmente rappresentano la punta dell’iceberg delle interferenze politiche di Washington nella regione. Tuttavia, provano ampiamente gli sforzi persistenti e determinati dei diplomatici statunitensi per bloccare i governi indipendenti di sinistra in America Latina, utilizzando la leva finanziaria e altri strumenti della scatola della “promozione della democrazia”, ed anche mezzi violenti e illegali. Anche se l’amministrazione Obama ha ripristinato le relazioni diplomatiche con Cuba, nulla indica che la politica verso il Venezuela e altri governi di sinistra del continente sia cambiata. E’ chiaro che l’ostilità dell’amministrazione verso il governo legittimo del Venezuela non svanisce. Nel giugno 2014, il vicepresidente Joe Biden lanciò l’iniziativa per la sicurezza energetica dei Caraibi, considerata un “antidoto” a Petrocaribe. Nel marzo 2015, Obama disse che il Venezuela è “una grave minaccia alla sicurezza” annunciando sanzioni contro i leader del Venezuela, una decisione criticata all’unanimità dagli altri Paesi della regione. Tuttavia, nonostante gli attacchi incessanti degli Stati Uniti, la sinistra domina in America Latina. Con l’eccezione di Honduras e Paraguay, dove colpi di Stato di destra hanno rovesciato governi legittimi, i movimenti di sinistra sono andati al potere negli ultimi quindici anni. Grazie a questi governi, tra il 2002 e il 2013 il tasso di povertà nella regione è sceso dal 44 al 28% dopo essere cresciuto negli ultimi due decenni. Questi successi, combinati con la volontà dei leader di sinistra di rischiare per liberarsi dal diktat neoliberista, dovrebbe servire da ispirazione alla nuova sinistra europea anti-austerity. Non c’è dubbio che alcuni governi attualmente affrontino notevoli difficoltà per il rallentamento dell’economia regionale che colpisce i leader di destra e sinistra. Ma se si legge tra le righe dei cablo, ci sono buone ragioni per chiedersi se tali difficoltà siano di origine locale. In Ecuador, ad esempio, dove il Presidente Correa è oggetto delle ire della destra e di certa sinistra, le proteste contro la nuova tassa progressiva proposta dal governo è espressa dagli stessi responsabili dell’opposizione con cui, se si crede ai cablo, i diplomatici statunitensi sviluppano tali strategie.
In Venezuela, dove le lacune nel sistema di controllo dei cambi causano un’inflazione elevata, le manifestazioni violente degli studenti di destra hanno gravemente scosso il Paese. E’ sicuro che tali manifestanti ricevano denaro e addestramento da USAID e NED, il cui bilancio per il Venezuela è aumentato dell’80% tra il 2012 e il 2014. I cablo di WikiLeaks hanno ancora molte cose da dirci. Per scrivere i capitoli dei file WikiLeaks sull’America Latina e i Caraibi, abbiamo supervisionato centinaia di cablo e individuato diversi ambiti d’intervento degli Stati Uniti, descritti in dettaglio nel libro (alcuni già notati da altri osservatori). Altri hanno fatto lo stesso per le altre regioni. Ma il numero di cablo è superiore a 250000 (quasi 35000 solo sull’America Latina) e non vi è alcun dubbio che molti altri aspetti importanti della diplomazia degli Stati Uniti attendono di essere portati alla luce. Purtroppo, una volta passato l’entusiasmo creato dalla diffusione dei primi cablo, pochi giornalisti e ricercatori ne sono realmente interessati. Dato che ciò non cambierà, mancherà un resoconto completo della visione che gli Stati Uniti hanno di sé sulla scena mondiale, e la risposta diplomatica alle sfide alla loro egemonia.CHAVISTAS CELEBRAN ANIVERSARIO 24 DE "EL CARACAZO"

Alexander Main e Dan Beeton, Dial, Diffusione delle informazioni sull’America Latina – D3384.

Note
[1] Si veda DIAL 3303 “VENEZUELA dal 27 febbraio al 3 marzo 1989: il Caracazo. Semantica della violenza politica, I parte e II parte.
[2] Zona situata nell’Est del Paese.
[3] Governo degli Stati Uniti: United States Government (USG) in inglese.
[4] Alleanza della sinistra creato su iniziativa di Venezuela e Cuba nel 2004 per contrastare il Trattato di Libero Commercio delle Americhe promosso dall’amministrazione Bush.
[5] Movimento per la Quinta Repubblica è un partito di sinistra fondato da Hugo Chávez

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora